Il lupo che sfamiamo

di Laura Clemente

 

Quanta cattiveria e malafede permea tutta questa storia? Che società alimentiamo? Credo di essere nota per la franchezza e oggi, insonne e ferma su quesiti senza risposta che mi porto dietro da più di due anni, mi domando se vi siete mai chiesti perchè un innocente sia stato condannato al carcere a vita senza uno straccio di prova.
La Giurisprudenza “last generation” ha decretato che un indizio genetico già fortemente compromesso, che in altri paesi civili non sarebbe stato preso nemmeno in considerazione, privo di fondamento e non inquadrabile nel quadro generale degli eventi, quindi senza alcun valore probatorio, sia in grado di reggere un intero impianto accusatorio e portare ad una condanna con un fine pena mai.
Domani prenderanno il dna di un altro povero cristo e lo sbatteranno dentro e quel cristo potrebbe essere ognuno di noi perchè quando si sposta il confine tutto diventa possibile.
Snocciolo qualche pensiero alla maniera di chi va parlando per strada da solo, parla da solo e parla al mondo intero. Una condanna, epilogo di una storia pre-processuale e processuale di questa portata, non è facilmente ribaltabile perchè pregiudicherebbe una serie di eventi che sono stati messi in moto di proposito per spianare la strada all’utilizzo scriteriato del materiale genetico dei cittadini.
Accettando la condanna del sig. Bossetti, sostenendola addirittura, si sta dando il permesso al Governo di procedere ad una forma di terrorismo psicologico e di controllo delle masse che comincia con l’influenza dei mass-media e termina con l’attribuzione di materiale genetico, dubbio e a caso, ad una scena del crimine qualsiasi senza possibilità di godere del beneficio del dubbio.
Pensateci solo per un attimo, quanto è importante, nel momento in cui si ha a che fare con la legge, il concetto di “beneficio del dubbio”? Credetemi se vi dico che sulla propria pelle questa importanza si fa sentire eccome!
Il rinvenimento di un campione di materiale genetico non basta da solo a decretare la colpevolezza del donatore.

Il caso di Tiffany Hambleton, assassinata nel 1986 all’età di 14 anni, che vedeva come unico sospettato Dan Peterson, l’ultimo ad averla vista viva tra le altre cose, quindi un uomo adulto che rientrava nel numero di persone note alla vittima, è a dir poco emblematico.
L’uomo, ventitrè anni all’epoca, aveva conosciuto la ragazza proprio la sera della sua scomparsa e aveva intrattenuto con lei una relazione intima, cosa che aveva fermamente negato alle forze dell’ordine che lo ascoltarono, come atto dovuto, all’epoca dei fatti. Con l’avvento dell’applicazione della scienza forense alle indagini, riaperto il caso ben venti anni dopo, si scoprì il codice genetico del sospettato sotto le unghie e sugli indumenti della vittima e la pubblica Accusa fu lietissima di citarlo in giudizio per richiamarlo a saldare il suo debito. In poche parole era colpevole, bisognava solo ufficializzare il fatto.
A discolpa della pubblica Accusa debbo dire che almeno non ebbe la felice idea di basare l’intero impianto accusatorio unicamente sul reperto di pelle trovato sotto le unghie della ragazza nel senso che non incolpò un uomo a caso che nemmeno conosceva la vittima come avviene invece per il caso Gambirasio.
Tutto sommato per condannarlo non bastò né la conoscenza, né il rapporto intimo intercorso tra i due e nemmeno il fatto che lui avesse mentito a riguardo, tantomeno che il suo dna si trovasse sulla vittima.
La Giuria, e qui mi sparo una maiuscola di tutto rispetto, lo assolse con formula piena!

Il senso del discorso è che nel dubbio una società sana deve assolvere, non può farsi soggiogare dalle parole dei media o da quelle di un procuratore troppo zelante che vuole solo aggiungere una testa alla sua collezione anche dove questo non rende giustizia a nessuno. Tutti noi, anche dopo trent’anni, proviamo una profonda empatia per la quattordicenne brutalizzata e per la sua famiglia avida di giustizia e verità, ma non per questo ci possiamo accontentare di un colpevole a caso o di un “forse” colpevole.
Le condanne vengono pronunciate in nome del popolo sovrano in una democrazia, quindi ne siamo tutti responsabili.
Per il procuratore del caso Hambleton il dna bastava dal momento che, come tutti ripetono, non mente ma la difesa era di tutt’altro avviso. Una volta scovato il profilo genetico del loro assistito gli inquirenti si erano messi i paraocchi e non avevano scavato più a fondo.
“Non basta dire che c’era il dna, qual è la storia di quel dna?” cito testualmente uno degli avvocati della difesa. Non basta la sua presenza a dirci chi ha commesso il crimine, affinchè ci parli e ci dica la verità bisogna contestualizzarlo.
Sei settimane dopo la scomparsa il cadavere della povera Tiffany venne ritrovato da un allevatore. Era stato abbandonato in un campo parzialmente vestito e brutalizzato da profonde pugnalate. Il coroner potè stabilire con assoluta certezza l’identità e le cause del decesso ma non potè pronunciarsi sul momento esatto della morte, tuttavia il livello di deterioramento del corpo era compatibile con il tempo intercorso tra la sparizione ed il rinvenimento.

(Per stabilire l’esatto momento della morte serve avere l’abbonamento a Sky e cercare una buona serie tv su FOX Crime. Scusate la parentetica sarcastica).

L’uomo, questo per dovere di cronaca visto che vi sto narrando fatti realmente avvenuti, era un muratore incensurato e guidava un furgone bianco su cui aveva fatto salire la ragazza per accompagnarla a casa. Ovviamente il furgone venne ispezionato ma non risultò nulla di probante dall’esame.
Intanto egli si era trasferito per motivi di lavoro e quando venne incriminato un gran numero di conoscenti ed amici di vecchia data si mosse per sostenere la sua innocenza.
Ovviamente il rinvenimento di sperma sugli indumenti della ragazza aggiunto alle numerose ferite da difesa e alle tracce di tessuto epiteliale sotto le unghie non deponeva affatto bene, come sarebbe ovvio desumere, nei confronti di un uomo adulto che per anni aveva sostenuto di non aver mai toccato la giovane. Il potere della suggestione è forte in questi casi e per il sig. Peterson fu come ustionarsi con l’acqua santa. Non erano presenti altri dna estranei sul corpo, a detta della pubblica accusa, e questo bastava per citare Dan in giudizio ma non era sufficiente a dimostrare che il deposito era stato contestuale all’omicidio.

Il P.M. aveva una teoria. Il rilascio di sperma sulla coppa del reggiseno e le numerose ferite da arma da taglio inferte sul busto dovevano essere avvenuti contestualmente perché in caso contrario, e cioè se il rapporto sessuale con Peterson fosse stato consenziente e precedente all’aggressione, la posizione della maglietta e i relativi tagli non avrebbero corrisposto con tanta precisione. In parole povere uno scenario alternativo era ben lontano dal configurarsi.
Le bugie di Dan e l’alibi inconsistente aumentavano lo scetticismo del procuratore.
Le indagini investigative non restituivano il profilo di un predatore sessuale, a dimostrazione di ciò parlavano anche e paradossalmente i tanti anni successivi al delitto durante i quali il sig. Peterson non era stato mai sospettato di alcun crimine, aveva mantenuto il lavoro e il suo status di incensurato, e non restituivano nemmeno il profilo di un bugiardo patologico perché, se contestualizzata, la sua reticenza ad ammettere il rapporto sessuale era dovuta unicamente al timore di essere piazzato il cima alla lista dei sospettati.
Cit. Glenn Cook Avv. Dif.
“Ci aveva fatto sesso ma questo non significava che l’aveva uccisa”
Cit. Dott. James Gaskill scienziato forense
“Uno dei maggiori pericoli durante un’indagine è giungere ad una conclusione e poi fare in modo che le prove la confermino, ma è l’investigatore a dover ascoltare le prove, non il contrario”

Che musica queste parole no? Sono le stesse parole che riecheggiano nelle nostre menti da anni ogni qual volta che rivolgiamo i nostri pensieri al detenuto Bossetti.
Lo scienziato forense nel riesaminare gli indumenti, che gli vennero messi a disposizione senza obiezioni dopo vent’anni, rinvenne altre tracce di dna, non appartenenti all’imputato, sulla maglia della ragazza e la interpretò come una grave omissione da parte dell’accusa che avrebbe dovuto procedere all’attento esame di ogni singola traccia per garantire la trasparenza delle indagini; e non fu l’unica omissione portata all’attenzione della giuria, la traccia di sperma rinvenuta sul reggiseno era, già all’epoca dei fatti, troppo esigua per poter procedere ad un esame identificativo quindi veniva meno la ricostruzione che l’accusa forniva. C’era la possibilità di un secondo donatore.

Persino la natura delle tracce rinvenute sotto le unghie non era chiara. Si era supposto essere pelle ma non si poteva escludere che fosse sudore o sperma e questo dava spazio ad uno scenario completamente diverso. Il ragazzo era rientrato con gli stessi abiti che indossava la sera precedente e la sua coinquilina testimoniò di non aver notato niente di insolito nel suo aspetto o nelle condizioni del furgone.
Secondo la difesa la pubblica accusa non ha prove per fugare ogni ragionevole dubbio sulla colpevolezza del proprio assistito. Attenzione non sostiene che le prove non siano sufficienti ma che non ve ne siano affatto per dimostrare un’azione omicidiaria dal momento che il dato più importante di tutta l’intera inchiesta non si può stabilire, e sarebbe l’orario preciso della morte della giovane. Il corpo fu ritrovato sei settimane dopo ed era assolutamente impossibile stabilire che fosse morta proprio la notte che aveva trascorso in compagnia di Dan. L’unica cosa che il P.M. può dimostrare è che i due hanno avuto un incontro sessuale.
Alla domanda “ma ammettendo che non sia stato lui allora chi è stato?” la difesa scelse la strategia del non tentare di accusare qualcun altro per concentrarsi sul discutere l’estraneità del proprio assistito ai fatti.

Agosto 2007 Peterson sale alla sbarra e ammette il rapporto sessuale con la quattordicenne.
La paura della difesa è che la giuria possa rimanere così sconvolta dal rapporto sessuale tra un adulto e una minore da giudicare questo fatto sufficiente per condannarlo.
La Giuria sembra però essere consapevole delle proprie responsabilità e decisa ad emettere il giusto verdetto conscia di avere la vita di un uomo nelle proprie mani; dopo tre giorni di testimonianze e cinque ore di consultazione, esaminate le prove forensi, dichiarerà l’imputato Dan Peterson non colpevole. Secondo dodici cittadini l’accusa era riuscita a dimostrare soltanto che l’imputato aveva mentito e che aveva avuto rapporti sessuali con la vittima e non era sufficiente, non c’erano prove per fugare ogni ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza. Nessun altro è stato accusato dell’omicidio di Tiffany Hambleton e si spera che questo caso non resti irrisolto ma deve risponderne la persona giusta e questi non era Dan Peterson. Un assassino è ancora in libertà.
I fatti narrati si sono svolti nell’arco di tempo intercorso tra il 1986 e il 2007 a Salt Lake City Utah.

Ho deciso di condividere con Voi questa storia per farVi riflettere sul come, già da un decennio ormai, negli U.S.A. la coscienza civile sia orientata a concedere meno enfasi alla mera prova scientifica in luogo di un tessuto investigativo più spesso e consistente. Per noi “itagliani macaroni” potrebbe essere tardi perché abbiamo deciso di sfamare il lupo dello sputtanamento mediatico, della suggestione, del pettegolezzo tv, e della giustizia fatta in casa affamando il lupo dell’integrità morale, della correttezza processuale e della discrezione. Certo chi muove i fili ha ben altri piani che festeggiare, con la pasta fatta a mano la domenica, la condanna del secolo. Chi muove i fili non ha compreso che nei paesi anni luce più avanti di noi la credibilità della prova forense è scemata e vuole a tutti i costi la banca dati che ben vale il sacrificio di un unico cittadino, almeno per ora. Magari altro sangue dovrà essere versato e altri innocenti dovranno subire un’ingiusta condanna ma la strada è spianata, ormai è tutta in discesa. Chissà che un giorno non decidano di intitolare l’agognata Banca Dati proprio a Massimo Giuseppe Bossetti.
Buon pro Vi faccia!

 

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DIREI QUALCOSA…

di Laura Clemente

Lo dico fiera, ma comunque sempre con gli occhi bassi nei confronti del sig. MASSIMO, l’unico a pagare per uno scempio di cui siamo colpevoli tutti, non c’è niente nelle motivazioni che ci dovrebbe sconvolgere più di tanto.

Non ve lo chiedo attenzione! Ve lo dico.

Quello che io invece mi chiedo è cosa vi aspettavate tutti Voi. Riflettete, provate a tornare agli albori di questa vicenda quando già non vi sembrava vero e vi faceva sorridere “la pista dell’autista di Gorno riesumato per accertare lo sputo sulla patente!”, con tutto il rispetto per la buonanima, anche lui infangato dopo morto.

Se non vi bastasse a digerire le motivazioni allora pensate alle centinaia di prelievi a tappeto supportati da una traccia che faceva schifo già prima di subire tutte le analisi o al giorno dell’arresto che manco nei film di Bruce Willis ci sono quegli spiegamenti, e poi focalizzate la faccia di quell’uomo che non capiva come era finito su un set cinematografico!

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E che set! Questo palcoscenico poi si è arricchito di quei simpatici personaggi di contorno che hanno recitato, male anche, i loro ruoli per arrivare a quelle quattro misere pagine che avete letto. Di più non avevano da offrirci eh! E lo sapevamo, anche questo, e cioè che su quel mezzo DNA “mitico”, nel senso stretto del termine, si basava tutto l’impianto accusatorio. Tutto sta a sapersi accontentare, in un paese dove non vige la regola del “fino a prova contraria”, un magistrato potrà sempre sostenere che sia possibile datare un deposito di materiale genetico su di un corpo che, ahimè, non si riesce a capire nemmeno di cosa sia morto, quando, come e da quanto tempo si trovi esposto alle intemperie. Perché questo non ce lo hanno spiegato, è forse questo che vi aspettavate dalle motivazioni? Che vi dessero una risposta a queste domande? Se così fosse comprenderei il coro di voci deluse che si è alzato. No, perché io sono una tipa curiosa e mi chiedo tante cose, alle quali forse non riceverò mai risposte, tipo come si fa a far combaciare la personalità del sig. Bossetti, timido marito innamorato di sua moglie e padre di tre bimbi, di cui due femmine, con quella di un molestatore che come caratteristica peculiare ha la dipendenza da questo genere di azioni. Se si fosse trattato di quel “genere di uomo”, come si vuole sostenere, in un centro così piccolo si sarebbe sentito molto prima parlare di lui, non si diventa assassino di tredicenni da un giorno all’altro a meno che non ci sia nessun “orco”, come ho sempre sospettato, e si tratti di un banale incidente finito in tragedia, sfruttato per fini poco chiari solo in un secondo momento. Perché, non so voi, ma io ho sempre notato una forzatura in tutti gli anni in cui nelle stanze segrete si consigliavano, ho notato una giovane Pm molto motivata e cauta in principio che poi ha virato bruscamente anche lei rotta, e per questo non ha scuse, ho notato proprio come è stata costruita piano piano e con lodevole meticolosità questa favola che ormai avrà fatto il giro del mondo, (e se ne parlerà prima o poi e tutto verrà a galla perché una stronzata così atomica solo noi italiani potevamo farla), ho notato che davvero pochi hanno chiaro il concetto che domani potrebbe essere il loro turno se non si ferma in tempo questo virus della lettura del codice genetico come “profezia”.

Dopotutto che motivazioni ci si poteva aspettare quando un intero processo è stato celebrato con ancor meno del sogno di un fioraio? È come si è solo potuti arrivarci al processo! Questa è un’altra vera domanda da porsi. Certo le pressioni erano tante e nessun giudice si è voluto imbrattare di letame, hanno tutti demandato, e come dargli torto? Le tv e i giornali esplodono di servizi strampalati e assurdi, ovviamente pilotati, e chi sono io giudice di turno per mettermi contro chi manipola l’opinione pubblica? Non è più epoca di prodi cavalieri, ognuno pensa a sé in quest’era così buia. E quei pochi immuni dal virus che dicono di credergli? Quelli che dovrebbero aiutarlo per intenderci. Quelli staranno come me (che però sono in ferie, non sto a fare un tubo e non potrei pur volendo essere impegnata più di così nel far sentire ancora la voce del loro assistito da questo gruppo), su facebook a mettere l’acqua ai piccioni. Mai visto uno scempio simile. Voglio svegliarmi in una puntata di Law and Order, se proprio devo bermi tutto quello che dice la tv, almeno potrò illudermi di trovarmi in un posto dove davvero le giurie si confrontano anche per giorni per raggiungere l’unanimità, dove non devono esistere i dubbi, dove se non si riesce a montare un caso con delle fondamenta o non si celebra un processo serio, non mediatico, il sospettato resta libero e non viene ammutolito per sempre, o fatto parlare solo per bocca di chi è diventato la sua voce.

Signor Bossetti, potessi davvero dirle qualcosa e spero le arrivi, le direi “prenda in mano la sua vicenda processuale ora che ha ancora la possibilità di dimostrare qualcosa in Appello, trovi un difensore “cazzuto” che fa tremare i muri dove passa, che non da confidenza né agli amici e né ai nemici, che si mette lì, senza social né codazzi, e si studia l’intera storia a partire dal 26 novembre 2010 e ne tira le somme con tanto di indagini difensive con il botto, se non vuole leggere le stesse motivazioni 2.0 al termine dell’ennesimo grado di giudizio.”

L’uso delle minuscole anche dove erano d’obbligo le maiuscole è stato voluto.

 social-network

…E ANCHE ALTRO

(I social)

Sapevo che avrei dovuto lasciare in sospensione il primo pezzo “DIREI QUALCOSA” perché mi conosco e so che non voglio farlo nei commenti perché odio il gruppo quando prende le fattezze di altri luoghi in cui si ciarla e non dobbiamo essere proprio noi, amici miei di Giustizia e Verità, a farlo. Ciancio alle bade (lic.) queste motivazioni continuano a offrirmi spunti. Partiamo dal principio, mi spiego perché a volte risulto contorta, esistono i “personaggi”, “le persone”, “quelli che stanno intorno ai personaggi” e “i personaggi loro malgrado” a meno che questi ultimi non se lo facciano piacere troppo e decidano di trasformarsi in “personaggi”. A volte, i “personaggi” scelgono una “persona” da sacrificare per il loro tornaconto e poi danno in pasto alla folla accecata alcuni “personaggi loro malgrado” per sedarla.

I “personaggi” non perdono mai, loro sono il banco, “le persone” ci smenano sempre, quello è il loro forte e “i personaggi loro malgrado” si prendono la responsabilità dell’esposizione mediatica. Attenzione però, abbiamo detto che “i personaggi loro malgrado” spesso scelgono di esporsi per diventare “personaggi” senza badare alle proprie responsabilità, ma a volte non lo fanno e si ritrovano in una situazione davvero grottesca. In qualità di cittadini che godono di diritti, Il nostro Stato di Diritto ci impone il dovere di rispondere alla chiamata per ricoprire il ruolo di giudice popolare, ma non ci non tutela nella nostra privacy, nell’ambito di un processo che ne ha vantata tanta, rendendo pubbliche le motivazioni di una sentenza tanto sentita, che di certo qualsiasi fosse stata avrebbe creato dissensi, completa dei nomi di tutti i giudici popolari senza minimamente farsi sfiorare dal pensiero che le loro vite sarebbero diventate impossibili. Quante vittime deve mietere ancora questo folle caso, dopo quella povera bimba, prima di fermarsi?

Ora, io non mi trovo d’accordo con la decisione presa da queste “persone”, che si presume sia unanime e svuotata di ogni ragionevole dubbio, ma non posso evitare di pensare che si sia data in pasto alla folla la loro identità per creare altro caos, distogliendo nuovamente l’attenzione dal vero problema, la pochezza di questa indagine. Non si fa del bene all’immagine di Bossetti sputtanando le foto del profilo di uno dei giurati, l’ennesima “persona” triturata dai giornaletti, perché così si fa il gioco della Procura, si aiuta a far cadere nel dimenticatoio di chiacchiere, che schifa anche “Giallo”, le vere grandi domande sulla morte di Yara e la condanna di Massimo Giuseppe Bossetti, le prime due “persone”, di una lunga lista di “persone” che non vogliono essere “personaggi”, a rimetterci in questa pessima storia di “persone” e “personaggi”.

 

N.B. la prima immagine a partire dall’alto è tratta dalla pagina https://farefilm.it/tecniche-e-tecnologie/scaricare-film-senza-diritti-dautore-ecco-come-si-pu-fare-molti-siti-5940  mentre la seconda è presa dalla pagina http://psichedintorni.it/facebook-e-social-network-connessi-o-disconnessi/

LETTERA APERTA A CHI CONOSCE LA VERITÀ SULLA MORTE DI YARA GAMBIRASIO

 

di Laura e Sashinka

Era tanto che accarezzavamo l’idea di scrivere una lettera aperta usando il blog e il gruppo come tramite, tuttavia abbiamo deciso di attendere la pronuncia della sentenza nella vana speranza che il numero delle vittime di uno sconsiderato comportamento si fermasse ad una. Non che per importanza la piccola ginnasta sia da meno, lei purtroppo ha perso la vita oltre alla libertà di viverla come invece è successo al signor Bossetti.

Noi non abbiamo idea di chi si celi dietro le quinte di questo torbido delitto, ma abbiamo sempre scartato, sin da subito, la possibilità “del singolo responsabile” perché – a nostro parere – per far sparire una ragazza, occultarne il corpo senza vita, cercare di confondere le acque– depistare direbbe qualcuno -, e farla ritrovare in un campo, una persona sola non è sufficiente. Nel mondo delle nostre idee siete un numero non ben definito di giovani, e lo eravate molto di più allora, siete stati aiutati da degli adulti e avete avuto l’appoggio di un silenzio diffuso.

Premesso ciò ci assumeremo la responsabilità di rivolgerVi il nostro accorato appello parlando al plurale.

Essendo i nostri un blog e un gruppo accessibili a tutti, magari Vi sarà capitato di accederVi mossi da mera curiosità o per comprendere quanto fosse cospicuo il numero di persone che non si sono lasciate abbindolare dal “Mangiafuoco” mediatico, il quale, per una serie di circostanze a Voi propizie, ha tessuto una trama ben lontana dalla realtà che Vi vedeva responsabili.

Ebbene siamo in netta minoranza, lo dice una sentenza, il caso è chiuso, l’udienza è tolta, il Vostro segreto è al sicuro tra le quattro mura di una casa di Brembate, ma non è poi tanto segreto se qualcuno, usando solo un filo di logica, è arrivato a comprendere la verità. Sarà che siamo delle disincantate, ma non abbiamo mai creduto nell’uomo nero che si muove misterioso col favore delle tenebre, che esce dal nulla e ti porta via senza motivo e, per di più, senza conoscerti. La vita ci ha insegnato che chi ti prende ha, la maggior parte delle volte, un viso familiare, un’apparenza innocua, ti abita accanto, è un figlio o un genitore proprio come te, cena con i suoi e ha persino un bell’aspetto. Questa è una triste storia di genitori e figli, da ogni lato la si guardi. C’è chi un figlio l’ha perso per sempre in una fredda notte di novembre, chi i figli li ha persi perché un giudice glieli ha tolti e c’è chi pur non avendoli persi di fatto, con la morte di Yara, ha dovuto dire addio alla loro ingenuità e alla loro anima, perdendo così anche un po’ della propria.

Bisogna essere genitori per riuscire a comprendere l’istinto animale che ci spinge ad operare determinate scelte in luogo di altre, non ce la sentiamo di biasimare i Vostri genitori non essendolo noi per prime, non sappiamo che avremmo fatto ritrovandoci al loro posto. Ci preme specificare questo perché Vi parliamo in maniera molto franca, ma sappiamo per certo che al loro posto, a quest’ora, saremmo morte senza esserlo, avremmo perso la nostra anima comunque, che Voi aveste confessato o meno. Certo, c’è da dire, che in quanto a esempio non è stata un’idea geniale, perché quando si fanno i figli sarebbe meglio essere lungimiranti e pensare che un giorno anche loro potrebbero diventare genitori, e diventarlo con una macchia e una paura così forti non è il migliore auspicio.

Abbiamo immaginato che Vi abbiano rassicurati fin dal primo momento successivo a quello che speriamo sia stato un banale incidente, supponiamo che Vi abbiano ripetuto, fino allo stremo, che non sareste finiti in prigione, che le Vostre brillanti vite sarebbero proseguite come se quella notte non fosse mai arrivata, che piuttosto si sarebbero accollati le Vostre colpe pur di salvaguardare il Vostro futuro, che non avevate nulla da temere, che avrebbero pensato a tutto ed è lì che si sono spalancate per loro, fino ad un’ora prima comuni genitori come tanti, le porte dell’Inferno, perché, Voi lo sapete e ci pensate ogni sera prima di addormentarVi, hanno dapprima nascosto il corpo e poi, dovendo decidere in fretta e terrorizzati dal perderVi, si sono macchiati di una serie di infami colpe che hanno ripulito le Vostre mani dal sangue di una bambina sporcando senza speranza di assoluzione le loro.

Non Vi chiediamo come Vi sentite ad aver distrutto quattro o cinque famiglie, non Vi chiediamo come fate a prendere sonno e a continuare le Vostre esistenze tra probabili viaggi, vacanze e studi, non Vi chiediamo come sono stati gli ultimi sei anni quando, tutti assieme, Vi sedevate a tavola a cenare, non ve lo chiediamo perché qualsiasi risposta non cambierebbe la realtà delle cose oggi, a quattro giorni dalla sentenza che vede condannato il signor Bossetti come unico colpevole dell’omicidio Gambirasio.
Qualcuno, da un pulpito, aveva levato in alto l’epico quesito: “Preferite essere i genitori di Yara o di chi ha ucciso Yara?” salvo poi rintanarsi in un religioso silenzio appena resosi conto che la domanda non era stata gradita.

A fare la differenza sarebbe stato il porsi queste domande molti anni fa, prima che gli eventi travolgessero un’intera nazione e un innocente venisse accusato per le Vostre colpe, ormai poco cambia sapere come siano andate realmente le cose, ha vinto un mezzo “DNA schiacciante”, frutto di menzogne e abbagli che passerà alla storia con tutte le sue mancanze, quando di schiacciante, in questa storia, c’è solo il grosso peso che portate sul petto e con il quale, Vostro malgrado, dovrete convivere tutti perché quello nemmeno una Giustizia ottusa e malata può cancellarlo e Vi ritroverete a dover indossare una maschera per il resto della vostra vita.

 

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I PASSI INDIETRO

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Articolo di Laura Clemente

 

Attenzione cittadini italici, da ieri, 1 luglio, e sarebbe il caso di aggiungere anno del Signore 2016, siamo tutti a rischio, perchè il Tribunale di Bergamo non ha soltanto condannato un uomo innocente all’ergastolo,  privandolo anche della patria potestà per annientarlo in maniera completa e definitiva,  infliggendogli il dolore più grande tra i dolori, ha contemporaneamente decretato che mezzo DNA farlocco può volare e posarsi dove crede meglio o dove serva alla bisogna. Siamo tutti in pericolo, dunque, siamo tutti esposti perché, come ripetiamo da ormai 2 anni, siamo tutti Bossetti.

Ora è arrivato il momento di far sentire le nostre voci, di dimostrare che  un processo blindato, teso a far trapelare il meno possibile, celebrato sottovoce affinché non fosse disturbato il sonno della massa, non può imbrigliare le voci di chi sveglio è stato dal primo giorno, da quell’ormai lontano 16 giugno, e ciò non solo in nome dell’odierno capro espiatorio, ma in nome di chiunque, cittadino sprotetto e medio, potrebbe un giorno dover fare i conti con una situazione simile, dove in nome dello strapotere, nella foga di difendere interessi e poltrone,  del mantenere intatto lo status quo delle cose ed inalterati certi equilibri, chiunque è sacrificabile.

Come degna conclusione per ogni processo mediatico che si rispetti, persino la sentenza è stata letta con qualche minuto di anticipo dai giornalisti di Rete 4, salvo poi urlare all’errore, complice la cecità degli italiani che sin dal primo giorno si sono guardati bene dall’aprire gli occhi, quel minimo che sarebbe bastato,  per comprendere la piega malata che questo brutto fatto andava prendendo. È stata solo la cronaca di una sentenza annunciata? Forse, o forse no.

Chiunque di Voi italiani in età da patente, abbia stappato una virtuale bottiglia in onore di una sentenza di colpevolezza e abbia celebrato l’avvenimento con canti e danze alla “buttiamo la chiave”, sappia che il dna da ieri vola, lo ha stabilito una sentenza della Corte d’Assise di Bergamo e quindi non ci saranno santi a cui votarsi quando sarà il vostro turno, ossia quando sarà il vostro profilo genetico, geneticamente modificato, a spiccare il volo! Dunque, come dicevo sopra, questa non è solo una sentenza di colpevolezza a carico di un operaio qualunque che volentieri dimentichereste in galera,  questa è una passeggiata sulla Luna, un piccolo passo per l’uomo un grande passo per l’umanità…peccato che sia all’indietro.

Il de-pestaggio italico

No, no, avete letto bene, non ho sbagliato a scrivere, ho creato un termine che l’Accademia della Crusca probabilmente mi boccerebbe, ma di cui ho bisogno per esprimere ciò che ritengo essere la storia di cui ci siamo occupati, con molte energie, da due anni a questa parte. Fin dal principio, alcuni di noi avevano seguito la vicenda della piccola Yara Gambirasio, raccogliendo anche cronologicamente ogni notizia possibile e immaginabile che usciva di volta in volta su giornali, televisioni, trasmissioni varie. A raccoglierle tutte su un grande tabellone modi commissariato statunitense, ci darebbero probabilmente la medesima sensazione: caos.

La morte di questa ragazzina che aveva tutta la vita davanti, che amava smisuratamente la ginnastica artistica, che in quasi tutte le fotografie a disposizione della stampa aveva il sorriso stampato, resta per me un mistero con la emme maiuscola. O, meglio, dentro di me vivono delle ipotesi, delle idee, che nascono soprattutto dall’osservazione di altri casi di cronaca nera, dove sembra che il tutto e il contrario di tutto sia la regola, dove i luoghi comuni la fanno da padrone e dove una verità – così vicina così lontana – sia occultata da una miopia stratificata.

Il “de-pestaggio” l’ho coniato pensando alla sequenza di eventi che, per un motivo o per l’altro, da questa verità ci ha allontanato. È il pestaggio subìto dal diritto di cronaca trasformato in gossip morboso e vergognoso; dalla giustizia che – a mio avviso – ha operato un accanimento inaudito nei confronti di un uomo che fino a domani sarà e doveva essere un presunto innocente, condannando se stessa a seguire condotte discutibili, anche per aver permesso al giornalismo di essere e dichiararsi fallimentare; dalla vittima, uccisa un’altra volta sulle copertine di giornalacci e programmi televisivi da sbarco.

Tornando alle idee e alle sensazioni, la storia è purtroppo piena di casi in cui gli indagati sono i soliti noti e in un Paese come il nostro, i soliti noti sono quasi sempre persone cosiddette umili. L’umiltà sembra essere sempre confusa con qualcosa di negativo per partito preso, perché in una società che non è cresciuta da un punto di vista civile, il pregiudizio comanda senza soluzione di continuità. Alcuni scienziati – come per esempio l’etologo Frans de Waal -, sostengono che la “bontà” dell’uomo (tra altri animali) sia una condizione naturale, mentre la violenza apparterrebbe maggiormente a una condizione culturale più ‘sviluppata’. Detta così è detta male, ma serve a comprendere che spesso l’essere umano vive di credenze, oserei dire, patologiche.

Lo sapete, io credo nell’innocenza di Massimo Bossetti, penso che non sia stato lui a uccidere la piccola Yara e sono convinta che sia vittima di un abbaglio, di una convinzione nata da una serie di considerazioni errate. Non so chi sia il vero o i veri colpevole/i, ma credo di poter tirare le somme, sperando che così abbia fatto anche la Corte di Bergamo, dopo aver ascoltato tutti gli attori del processo. Un cellulare che aggancia una cella simile a quella agganciata da Yara, in un orario non proprio compatibile con la sua uscita dal centro sportivo. Un furgone non identificato con certezza, ritratto in immagini e video che sono state oggetto di grande polemica. Un movente assolutamente discutibile. Un DNA che corrisponderebbe nel nucleo, ma non nel mitocondrio.

Di fronte a tali e tante incertezze voglio sperare che chi decide per Bossetti stia decidendo per tutti, ricordando quanto sarà importante far passare certi messaggi anziché altri, non solo per ciò che riguarda la tutela del singolo, ma anche della collettività. Condannare all’ergastolo senza prove perlomeno attendibili, è contribuire a quella pericolosa delusione che nella storia ha portato sempre a far ingrassare la sfiducia nella democrazia e ha spianato la strada alle peggiori dittature.

Le scelte coraggiose restituiscono sempre risultati etici importanti e sono un esempio per le generazioni giovani.