Al sorgere dei dubbi, cala il silenzio

Con un ringraziamento particolare e sentito a Laura per il suggerimento del titolo e dell’argomento, l’isolamento dei fotogrammi e la segnalazione dell’interessante scritto del Prof. Glauco Giostra.

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(L’arte dell’ipocrisia, di Paola Petrucci)

“…Egli camminava fra gli Uomini Colpevoli
In un abito grigio e malandato;
un berretto da cricket avea sul capo
ed il suo passo pareva gaio e lieve;
ma io non ho mai visto un uomo che guardasse
così ansiosamente verso il giorno.

Io non ho mai visto un uomo che guardasse
con occhio così ansioso
verso il minuscolo lembo d’azzurro
che chiamano cielo i prigionieri,
verso ogni nuvola che andava alla deriva
da vele d’argento sospinta.

Io camminavo, con altre anime in pena,
entro un diverso raggio,
e mi chiedevo se l’uomo avesse commesso
una grave o piccola colpa…”

(Oscar Wilde, La Ballata del Carcere di Reading
Traduzione di Marco M.G. Michelini)

 


La Ballata del Carcere di Reading è un celebre componimento poetico che Oscar Wilde scrisse dopo la sua scarcerazione e pubblicò nel 1898.

Il componimento affronta svariate tematiche, tra le quali la pena di morte, la colpa e il perdono, ma quella che vorrei richiamare con maggior urgenza è l’atroce riflessione sul senso di alienazione che invariabilmente accompagna ogni detenuto.

A quarantadue giorni dal fermo di Massimo Bossetti, voglio introdurre il mio articolo così, con questi versi dai quali trapela con veemenza la sensazione data dal muro, non solo materiale, che si staglia tra un detenuto e chi sta fuori.

Un muro che diventa insormontabile soprattutto se preclude ogni possibilità di difesa da processi che, in una società imbarbarita, non possono che svolgersi in modo sommario e contumaciale nella TV, mentre chi sta fuori, da degno figlio del tubo catodico, non osa porsi delle domande, non osa dubitare di quanto con sapiente maestria viene mostrato dal teleimbonitore di turno.

“Secondo indiscrezioni emerge che…”, è questa la frase che abbiamo sentito ad nauseam, e che continueremo a sentire perché viviamo in un mondo in cui non importa la veridicità della notizia, ma solo la sua appetibilità.
E qualunque cosa emerga, senza minimamente curarsi della fonte, chi sta fuori può avere l’impagabile lusso di ergerla a Verità Assoluta e inconfutabile Dogma, senza scomodarsi nelle verifiche, perché questo ennesimo “mostro” è solo in edizione limitata per l’estate del 2014 e lasciarselo sfuggire sarebbe un peccato imperdonabile.

Oscar Wilde fu processato per quello che all’epoca era un reato contro la morale, l’omosessualità: siamo avvezzi a ritenere che oggi queste aberrazioni non esistano più.

Nei Tribunali della Repubblica, forse.

Ma nei Tribunali popolari  che tanto solertemente ci offre la Dea TV, ancora si parla di presunti rapporti di filiazione “illegittimi”, terminologia di per sé rivoltante e che dovrebbe essere sostituita quanto prima con quella più neutra di “filiazione naturale”, che divengono carburante di processi sommari, in cui di morale non c’è nulla, ed al contrario c’è tanto ipocrita moralismo, cosa assai diversa e assai meno insigne per una civiltà che abbia a professarsi evoluta.

Cosa cambia tra un Tribunale della Repubblica e un Tribunale popolare?

A questa domanda si potrebbe rispondere forse con le eloquenti parole del Prof. Glauco Giostra, tratte da “Processo penale e mass media”:
“I momenti di intersezione tra processo penale e informazione si collocano su due piani distinti.
Possiamo intendere il loro rapporto nel senso di “informazione sul processo”, interrogandoci su quali siano gli effetti, le ripercussioni, le ricadute della cronaca giudiziaria sul processo.
I mezzi di comunicazione di massa, in quest’ottica, riferiscono ciò che la giustizia fa, la incalzano, la criticano o ne supportano l’azione.
Ed è sulle implicazioni del ruolo dei media, come veicolo amplificante del fenomeno giurisdizionale, che intendo soffermarmi.
Ma c’è anche un’altra chiave di lettura del tema, di cui non si può non far cenno: dall’informazione sul processo si passa al processo celebrato sui mezzi d’informazione.
Va sempre più prendendo piede, infatti, la tendenza a scimmiottare liturgie e terminologie della giustizia ordinaria, riproducendone alcune cadenze, alcuni passaggi procedurali, “pantografando” una sorta d’indagine giudiziaria per presentare all’opinione pubblica i risultati di questa messa in scena : un “aula mediatica” che si costituisce come foro alternativo.
[…]
Bisogna, però, cercare di tenere sempre ben distinti i due fenomeni, perché sono sostanzialmente diversissimi: il processo giurisdizionale ha un luogo deputato, il processomediatico nessun luogo; l’uno ha un itinerario scandito, l’altro nessun ordine; l’uno un tempo (finisce con il giudicato), l’altro nessun tempo; l’uno è celebrato da un organo professionalmente attrezzato, l’altro può essere “officiato” da chiunque.

Ma vi sono anche differenze meno evidenti e più profonde.
Il processo giurisdizionale seleziona i dati su cui fondare la decisione; il processo mediatico raccoglie in modo bulimico ogni conoscenza arrivi ad un microfono o ad una telecamera: non ci sono testi falsi, non ci sono domande suggestive, tutto può essere utilizzato per maturare un convincimento.
Il primo, intramato di regole di esclusione, è un ecosistema chiuso; il secondo invece è aperto, conoscendo soltanto regole d’inclusione; la logica dell’uno è una logica accusatoria, quella dell’altro, inquisitoria.
Nel primo ci sono criteri di valutazione, frutto della secolare sedimentazione delle regole di esperienza; nel secondo, invece, valgono l’intuizione, il buon senso, l’emotività.
L’uno obbedisce alla logica del probabile, l’altro a quella dell’apparenza. Nell’uno, la conoscenza è funzionale all’esercizio del potere punitivo da parte dell’organo costituzionalmente preposto; nell’altro, serve a propiziare, e spesso indurre, un convincimento collettivo sulle responsabilità di fatti penalmente rilevanti.
Nell’uno, il cittadino è consegnato al giudizio dei soggetti istituzionalmente deputati ad amministrare giustizia; nell’altro, alla esecrazione della “folla”mediatica.

È innegabile, tuttavia, che, nonostante queste differenze siderali, non sempre l’utente riesce a distinguere i due fenomeni, e a coglierne i diversi significati, le diverse garanzie e il diverso grado di affidabilità.
Ed anzi, quando li si pone a confronto, è la dimensione formale del
processo ordinario -e quindi del suo prodotto, la sentenza- a risultare spesso meno comprensibile e meno “vera”.
Si registra, cioè, una certa insofferenza per la giustizia istituzionale, intessuta di regole e di limiti a fronte del presunto accesso diretto alla verità, che sembra assicurato dall’avvicinamento di un microfono o di un obbiettivo alle fonti.
Liberata da ogni forma del procedere, quella fornita dai mass-media sembra l’unica verità immediata.
E con ciò si sconfina nell’ossimoro, trattandosi invece della verità mediata per definizione e per eccellenza.
L’insidiosa idea, sottesa a questo favor per il processo celebrato sui mezzi di informazione, è che il miglior giudice sia l’opinione pubblica. Questa idea ne evoca un’altra : il sogno della democrazia diretta, della gestione diretta della res publica da parte dei cittadini.
E forse appartiene alla medesima matrice culturale anche la congettura, circolata con immeritata fortuna ancora di recente in Italia, secondo cui un imputato votato dalla maggioranza dei cittadini è innocente per definizione o comunque non processabile, perché, se il popolo-giudice sceglie di farsi rappresentare da un certo soggetto, evidentemente l’ha giudicato penalmente irresponsabile.
Mi preme puntualizzare soltanto una cosa al riguardo: il processo reso nell’agorà mediatica, in cui il giudice è l’opinione pubblica, ha a che fare con la giustizia quanto un potere politico, che debba rispondere soltanto ai suoi elettori nei sondaggi, ha a che fare con la democrazia: cioè nulla, assolutamente nulla.”

Conclusioni scioccanti, quelle del Prof. Giostra, ma che non possono che essere pienamente condivise, anche e soprattutto alla luce di ciò a cui stiamo attualmente assistendo.

Ma c’è ancora di più.
Non solo parole, parole, parole, non solo parole orientate e garantismo inesistente, o se esistente così timido da esprimersi in un sussurrato “non per difendere Massimo Bossetti, ma…” (quasi l’apportare osservazioni utili alla difesa possa essere inteso come marchio d’infamia), ma anche silenzi che pesano come macigni.

Dice un vecchio proverbio che “il silenzio è d’oro”, e la saggezza popolare avverte: se abbiamo due orecchie ed una sola bocca è perché dovremmo ascoltare il doppio rispetto a quanto parliamo.

Inoltre, buon senso vuole che prima si taccia (facendo nel contempo le dovute riflessioni) e poi si parli.

E’ con immensa tristezza invece che si può osservare come i nostri media abbiano fatto l’esatto opposto: prima hanno vergognosamente straparlato, ed ora, vista la malaparata, le troppe incongruenze, i reperti piliferi che non corrispondono, l’assenza di tracce su auto e furgone, e complici magari anche le ferie con agosto alle porte, cala un altrettanto vergognoso silenzio stampa.

Ieri quasi tutti i telegiornali hanno evitato l’argomento.
Un’eccezione è arrivata dal TG5 serale, che però non ha fatto altro che parlare nuovamente e per ragioni francamente poco chiare dell’ultima perquisizione avvenuta ormai diversi giorni fa in casa di Massimo Bossetti.
Di tale perquisizione (costata il sequestro di figurine dei bimbi, un paio di scarponi da lavoro, un’aspirapolvere e perfino delle foto di famiglia e un biglietto di San Valentino) ho già parlato, ma essendo in argomento, vale la pena di sottolineare che proprio mentre scrivo questo articolo vengo a conoscenza del fatto che i difensori di Bossetti starebbero valutando l’ipotesi di impugnare il verbale della perquisizione di cui sopra in quanto non sarebbero stati avvertiti della perquisizione stessa, un fatto assai singolare, posto che la giurisprudenza è pacifica nel ritenere che la difesa debba essere avvertita nel caso di accertamenti non ripetibili, che per evidenti motivi di opportunità dovrebbero essere compiuti in contraddittorio.

Tutto questo, mentre un uomo da quarantadue giorni vive l’inferno della custodia cautelare in una cella d’isolamento, misura cautelare che personalmente, ed alla luce della legislazione in materia, trovo abnorme, in quanto trattasi di persona incensurata ed in assenza di una dimostrata tendenza alla reiterazione del reato, che quand’anche fosse stato da lui commesso non è stato reiterato per quattro anni.
Una perplessità, quella relativa alla custodia cautelare, che non sono l’unica ad avere espresso: avevo già segnalato ad esempio un interessante articolo a firma Marco Taradash su Il Garantista (vedi qui http://ilgarantista.it/2014/06/22/riforma-della-giustizia-subito-il-caso-yara-insegna/).

Sembra, insomma, di veder calare frettolosamente il sipario dopo l’osceno spettacolo al quale abbiamo assistito.
Uno “spettacolo” che non merita applausi, ma neppure fischi: non è degno neppure di questi ultimi.
Uno “spettacolo” che ha visto in prima linea giornalisti della carta stampata e salottieri che a mò di squali affamati si sono avventati addosso a quest’uomo senza remora alcuna, pronti a fargli le pulci e ad esaminare con piglio malsano perfino il più piccolo ed insignificante dettaglio della sua vita.
Così, ci si è lanciati perfino in tentativi di psicanalisi da bar dei link pubblicati sul suo profilo facebook, link ironici notoriamente preformati e condivisi dal 90% dell’utenza, che secondo il quotidiano Libero (del cui atteggiamento poco garantista in relazione a Bossetti ho già avuto modo di parlare estesamente nell’articolo Garantisti fino a tiratura contraria) in un articolo pubblicato in data 17 giugno divengono nientemeno che “barzellette sconce” atte a mettere in luce “lo stile di vita spesso volgare di Bossetti”.

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La trasmissione Chi l’ha visto? dal canto suo non ha mancato di renderci edotti del fatto che il Bossetti è un edonista narcisista perché frequenta un centro estetico.
Va da sé che, come tutti i narcisisti, il Bossetti sarà sicuramente un mostro crudele e insensibile al dolore altrui: pure Hitler, a ben pensarci, era affetto da disturbo narcisistico di personalità e tra l’altro, proprio come Bossetti, era animalista, quindi tutto torna, ed anzi è un vero peccato che il Bossetti optasse per il pizzetto piuttosto che per i baffi: chissà infatti quante altre sensate argomentazioni avrebbero potuto fornire i baffi!
E davanti a chi osasse far notare che la cosiddetta reductio ad Hitlerum è una nota fallacia logica completamente priva di senso, si potrebbe magari proporre qualche psicanalista da strapazzo, pronto ad informarci che il Bossetti, in fondo, ha sempre saputo della sua origine illegittima dentro di sé, e allora ha certo sviluppato un senso di rifiuto della società, la qual cosa lo ha evidentemente portato all’edonistica esaltazione di sé e all’aggressività riflessa contro il prossimo e gli indifesi.

Deve essere proprio per questo, in effetti, che in data 18 giugno vari organi di stampa riferirono la notizia dell’avvenuta comparazione tra il DNA di Massimo Bossetti e quello del suo padre legittimo Giovanni: comparazione che invece non risulta avvenuta dall’ordinanza del giorno successivo, nella quale ci si riserva di compiere l’accertamento in un non meglio precisato futuro.

Una comparazione verso la quale non si può che nutrire un certo interesse se si osservano le evidenti somiglianze tra i signori Massimo e Giovanni Bossetti per quanto riguarda bocca, mento e naso.

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Per coerenza devo dire (o meglio, ripetere) che personalmente sono sempre stata più propensa a pensare ad un trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto piuttosto che ad un errore nella comparazione magari attribuibile ad una confusione nell’abbinamento biunivoco campione/numero nella fase di prelievo dei 18.000 DNA, analogamente a quanto accadde nel 2012 con la signora Ester Arzuffi, la quale secondo l’ordinanza si sottopose volontariamente a prelievo di campione salivare.
[N.B. in merito alla possibilità del trasporto del DNA tramite l’arma del delitto vedi ad esempio gli articoli: Dalla parte del torto: la ricostruzione dell’ordine delle ferite potrebbe scagionare Massimo Bossetti?Il silenzio di un innocenteVengo anch’io! No, tu no – tra riscontri mancati sui peli e assenza di contraddittorio come tracollo della civiltàCiviltà l’è morta (e il DNA l’ha uccisa)Tutte le bugie di Massimo Bossetti… O su Massimo Bossetti?“Sbatti il mostro in prima pagina” (e non far notare le incongruenze) e Finché DNA non ci separi: il senso degli Italiani per il garantismo].

In effetti si tratta pur sempre di un test ripetuto in quattro laboratori, anche se a questo punto si potrebbe dire non meno significativamente che si tratta altresì di una traccia di DNA che fino a poco tempo fa veniva definita “quantitativamente scarsa e qualitativamente deteriorata”, ed ora è descritta dalle medesime fonti come “quantitativamente abbondante e di ottima qualità” (sull’inusitata “trasformazione” quantitativa e qualitativa della traccia vedi ad esempio la parte finale dell’articolo “L’onore ai tempi della galera: tra “prova regina” senza corona e distorsioni massmediatiche“).

A proposito di silenzi che seguono a parole avventate, dietro segnalazione di un gentile commentatore del blog, dal momento che sono ancora a piede libero e per nulla a corto di argomenti da spendere per Massimo Bossetti, a dispetto del mio evidente spirito “innocentista”, mi è inoltre giocoforza tornare a parlare di un dettaglio, finora trascurato, emerso dalla trasmissione Segreti e Delitti.

I miei quattro lettori, sempre attenti ai dettagli, ricorderanno senz’altro che nell’articolo Tutte le bugie di Massimo Bossetti… O su Massimo Bossetti? facevo riferimento alla notizia, che circolava in quei giorni, di un furgone bianco ripreso dalle telecamere di sorveglianza, intorno alle ore 18,00, nei pressi della palestra in cui si allenava Yara.

In particolare, usavo queste parole:

“Non sappiamo se il furgone di cui si parla sia o meno quello di Bossetti, ma vale la pena di richiamare almeno un elemento: il fatto che un furgone bianco sia passato da quelle parti alle ore 18,00, non dice molto, in quanto stando all’analisi delle celle telefoniche come descritta nell’ordinanza del GIP, il cellulare di Yara aggancia la cella telefonica di Ponte San Pietro, compatibile con la palestra, rispettivamente alle ore 18,25 ed alle ore 18,44.
E’ dunque lecito ipotizzare che alle ore 18,00 potesse anche non trovarsi in palestra, ed è ancor più lecito supporre che la sua scomparsa debba collocarsi ad un orario ben più tardo, posto che fino alle 18,44 non risulta, secondo le celle telefoniche, essersi spostata.

Del furgone in esame non si vede né la targa né il conducente (e per gli osservatori più maliziosi non si vede neppure il furgone, tanto è sfocato), ragion per cui cominciare subito a dar fiato alle trombe parlando di furgone di Bossetti è quantomeno azzardato.
Volendo ulteriormente sottilizzare, è necessario anche dire che il furgone non è stato ripreso “davanti alla palestra” come è stato detto dai media, se non altro perché le telecamere di sorveglianza del distributore guardavano verso l’interno dell’area di servizio per questioni di privacy.”

Quando affrontai l’argomento, mi riferivo in particolare a quanto era emerso in una puntata di Estate in Diretta: ancora non sapevo, infatti, che il filmato in questione era stato mostrato anche da Segreti e Delitti nella puntata andata in onda in data 2 luglio.

Quanto avvenuto nella suddetta puntata e nelle successive è stato in effetti così interessante che vale la pena di riportarlo paro paro: orbene, nella puntata andata in onda in data 2 luglio, è stato mostrato il “famoso” filmato che, a dire della grancassa, avrebbe ripreso il passaggio del furgone di Bossetti.

Prima di creare inutili aspettative nei miei lettori, è bene sottolineare immediatamente che la “schiacciante” ripresa delle telecamere di sorveglianza è nulla più che questa non meglio identificata macchia di colore mostrante un furgone assolutamente indistinguibile nella propria singolarità.

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Dopo aver osservato un simile “indizio” non ci si può che augurare che si tratti di un tardivo pesce d’aprile e che un filmato così palesemente insignificante non approdi mai nell’aula di un Tribunale della Repubblica.

In ogni caso, tornando alla puntata del due luglio di Segreti e Delitti, il Dott. Ezio Denti, noto criminologo presente in studio, faceva notare come i fendinebbia del furgone ripreso dalle telecamere non fossero assolutamente compatibili con il modello del furgone di Bossetti (il furgone di Bossetti è un Iveco Daily di seconda mano del 1999, mentre la legge che ha reso obbligatori fari di quel tipo sui nuovi modelli è entrata in vigore nel 2006).
La linea difensiva del conduttore Gianluigi Nuzzi è stata che sul libretto risulta essere annotata una “modifica strutturale” alla carrozzeria, a suo dire certamente volta all’installazione di quella tipologia di fendinebbia.

Ciò che, ahimè, sembra sfuggire, è che il documento della motorizzazione oltre alla “variazione della carrozzeria” riporta chiaramente anche una data, cerchiata in rosso da me: 02/09/2003, ossia precedente di ben tre anni rispetto all’entrata in vigore di quel tipo di fari.
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Certo, sono sicura che Bossetti abbia in realtà aperto un varco spazio-temporale per effettuare la modifica tre anni prima, peccato però che si debba anche aggiungere che una eventuale modifica di quel tipo non richiede omologazione.

In ogni caso, il Dott.Ezio Denti, che per una singolare coincidenza successivamente alla summenzionata puntata non è più stato invitato in trasmissione, ha anche spiegato egregiamente che i fari del furgone di Bossetti emettono una luce di colore giallo e non bianca come quella che si vede nel video e nei fotogrammi dello stesso, che in tutta la loro poca chiarezza, almeno sul colore non lasciano dubbio alcuno.

Merita poi menzione l’allucinante epiteto attribuito a Bossetti.
E a nulla vale ricordare che gli antichi dicevano saggiamente che “verba volant, scripta manent”, in quanto nel caso in esame l’epiteto è proprio scritto, e lo riporto a memoria dei posteri.

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L’uomo nero.

Come in una terrificante (e di cattivo gusto) fiaba per adulti, purtroppo priva di lieto fine, e soprattutto priva del valore educativo che generalmente si attribuisce alle fiabe, tanto più che le frasi “(…) in tal senso il corretto giornalismo investigativo trova i suoi limiti nella veridicità e correttezza delle informazioni e delle opinioni, ed è incompatibile con qualsiasi campagna giornalistica realizzata sulla base di prese di posizioni precostituite (…) e “i giornalisti, nelle informazioni fornite e nelle opinioni formulate, sono tenuti al rispetto della presunzione d’innocenza, segnatamente nei casi ancora sub judice, evitando di formulare verdetti” non sono la barzelletta del giorno, ma rispettivamente i punti 21 e 22 del codice deontologico generale della professione di giornalista.

Ma soprattutto è interessante notare che nell’ultima puntata di Segreti e Delitti, andata in onda in data 18 luglio, è stato nuovamente mostrato il furgone sequestrato di Bossetti, che evidentemente è sprovvisto dei fendinebbia superiori quali mostrati dal video delle telecamere di sorveglianza preso in esame nella puntata del 2 luglio, un particolare sul quale è però calato un religioso, nonché tardivo, silenzio.

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Ma per eccesso di zelo, inserisco anche alcuni ingrandimenti, che non lasciano spazio a nessun dubbio:

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Se poi emerge che su tale furgone non risultano essere state trovate ad oggi tracce riconducibili alla piccola Yara, nonostante l’accertamento sia stato effettuato con il Luminol, che notoriamente è in grado di individuare eventuali tracce anche a distanza di anni e dopo accurati lavaggi, è chiaro che il dubbio di aver preso una brutta cantonata, per la quale basterebbe chiedere umilmente perdono ad un uomo e alla sua famiglia (scuse che non basterebbero certo a risarcire il dolore causato, ma almeno potrebbero in qualche modo porvi termine), non può e non deve neppure sfiorarci.

Ce ne dà prova il settimanale Giallo (lo stesso che la settimana prima riportò erroneamente e a differenza di tutte le altre fonti di informazione che i colleghi di Bossetti avrebbero smentito il suo soffrire di epistassi, la qual cosa è stata invece confermata), che non manca di avvisare gli accorti lettori, sin dalla copertina, che evidentemente il Bossetti ha, sfidando il Luminol, eliminato le tracce, magari -perché no- cambiando i sedili: una modifica, questa, che però non trova alcuna conferma, e che dunque deve essere stata fatta in nero, la qual cosa conferisce un ulteriore aspetto scabroso (e come al solito non verificabile) sul quale favoleggiare.

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Mentre non posso che pormi la domanda, tra il serio e il faceto, se quando verrà ufficialmente depositata la perizia sui reperti piliferi, che pare proprio non corrispondano a quelli Bossetti, qualche giornalista nostrano possa ipotizzare che il Bossetti sia fuggito nottetempo dalla sua cella d’isolamento della Casa Circondariale di Bergamo per recarsi al laboratorio di Pavia e sostituire i propri peli con quelli di qualcun altro, per poi far ritorno in carcere prima dell’alba fischiettando con nonchalance, mi chiedo, e stavolta con seria amarezza, se la soluzione al dilemma non stia proprio in quelle due parole viste sopra: l’uomo nero.

Il bisogno dello spauracchio, dell’archetipo del malvagio che da sempre ci accompagna: ammettere con noi stessi di non averlo in pugno sarebbe forse un colpo troppo duro da sopportare.

E allora meglio non pensarci troppo: l’uomo nero c’è, e come disse il nostro ministro dell’interno è stato individuato.

Certo, come ho già scritto parecchie volte quel tweet fu davvero deprecabile, sintomo di un tracollo di civiltà e di una preoccupante commistione tra potere politico e giudiziario, e come ebbe a dire il compianto Piero Calamandrei “quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra”, ma se è alla sostanza che bisogna guardare, allora l’importante è aver finalmente individuato l’uomo nero e non metterne in dubbio, neanche per un attimo, la colpevolezza.

Ma c’è qualcuno, e mi pregio di appartenere alla categoria, che non vuole l’uomo nero, ma la Verità.

E se dopo aver dato in pasto quest’uomo a squali affamati, cani rabbiosi ed avvoltoi dovesse sorgere qualche dubbio, calino pure i sipari e si ponga fine allo show con un silenzio che non è più d’oro, ma corrisponde solo all’onta di un’incorreggibile ipocrisia: io resterò qui a cercare, analizzare, pormi delle domande.

E lo farò senza alcun tornaconto e pur essendo estranea alla vita di quest’uomo e della sua famiglia, perché come disse Gramsci è l’indifferenza il peso morto della Storia, ed io voglio sentirmi viva, anche in una società nella quale, stante l’attuale situazione, sono orgogliosa di non riconoscermi.

Alessandra Pilloni

“Io son d’un’altra razza, son forcaiolo”

Articolo scritto a quattro mani da me e Laura.

“Tutte le Verità sono facili da capire una volta che sono state rivelate.
Il difficile è scoprirle.”
(Galileo Galilei)

Da ormai quaranta giorni assisto quotidianamente ai “contributi” mediatici sugli ultimi sviluppi della vicenda relativa al fermo del signor Massimo Bossetti.
Ebbene, l’occasione mi sembra propizia per riprendere la recente affermazione del direttore generale della RAI Luigi Gubitosi, secondo il quale il canone RAI potrebbe senz’altro essere ridotto se tutti lo pagassero.
Personalmente, vorrei avanzare un’altra proposta: e se invece si provasse ad alzare il livello qualitativo della TV?
Forse, in questo modo, la gente pagherebbe più volentieri, cosa che comprensibilmente non può avvenire se si
 continua a produrre un livello di informazione al limite della vergogna, con trasmissioni avvilenti per stile e contenuto e, per quanto mi costi dirlo in questi termini così poco diplomatici, conduttori da operetta.

Spesso basta meno di un quarto d’ora di trasmissione per scivolare nella consueta pochezza, dove la pochezza comprende (e siamo alle solite) distorsioni interpretative, sdegno costruito, insinuazioni di basso profilo, applauso idiota che segue ad affermazioni ad effetto, ed infine livore, veleno, attacco strisciante (che pare non aver mai fine) contro l’immagine e la dignità di una persona che finora solo la giustizia televisiva ha condannato, della quale rimangono da accertare eventuali colpe e responsabilità.
Professionisti di discutibile serietà, invece, fanno il possibile per schernire e deridere il personaggio, oltre che per colpevolizzarlo ad oltranza.
Il problema non è, ovviamente, della sola RAI né tantomeno delle singole trasmissioni: eppure è proprio questo atteggiamento generale, generalista e generalizzato che, lungi dall’essere un’attenuante, non può che destare serie preoccupazioni.

A oggi, con un’amarezza mai provata prima in vita mia di fronte ad un fatto di cronaca, mi fermo a riflettere realizzando, con orrore, che a pochi interessa la Verità.
Una bambina è stata assassinata in una sera d’inverno di quasi 4 anni fa e non ha ricevuto Giustizia.
Una famiglia piange in silenzio e prega, stretta nel dolore, di poter ricevere risposte.
Un uomo è rinchiuso da 40 giorni in una cella della C.C. di Bergamo, in isolamento, e non ha più parole per urlare la sua estraneità ai fatti.
Un’altra famiglia, ingoiata da un vortice di accuse infamanti e non comprovate, se non per la presenza di una, mi permetto di definire, dubbia traccia di DNA, è trincerata nel silenzio, privata della propria abitazione e violentata quotidianamente dai media.
Uno o più assassini è o sono ancora liberi, forti del fatto che non pagheranno mai per il brutale crimine commesso.

Tutto questo non fa bene a nessuno e soprattutto non fa bene alla Verità. Abbiamo discusso tanto nella nostra pagina e nel “nostro” blog, abbiamo fatto ipotesi, abbiamo scandagliato i fatti, ci siamo confrontati in lunghi ragionamenti, abbiamo ampliato i nostri punti di vista e soprattutto, cosa davvero lodevole, abbiamo aperto la mente ad altri scenari.
Prendere in considerazione scenari alternativi, la qual cosa, attenzione, non dovrebbe essere “compito” del cittadino ma di chi è titolato a svolgere le indagini, è una prova di grande maturità intellettuale e rappresenta, contestualmente, un Atto di Fede nei confronti delle regole secondo le quali tutti dovremmo essere abituati a vivere in una società civile.
Una di queste, ce lo siamo ripetuto fino alla nausea, è il principio di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio e un’altra, importantissima, è che spetta al’accusa l’onere della prova.

Yara oggi avrebbe 17 anni, non più una bambina e non ancora una donna, ma la sua spumeggiante energia e la sua voglia di essere e di fare le sono stati portati via; questo Lutto è un lutto di tutti, non solo della famiglia Gambirasio e tutti lo dovrebbero tenere a mente.
Sono sinceramente scioccata dal fatto che, diversamente da quello che il mio senso della Morale mi suggerisce, anzi mi urla incessantemente, il 95% dei miei connazionali sembra aver smarrito l’Onestà intellettuale.

“Piangano adunque i suoi cittadini sopra loro e sopra i loro figliuoli, i quali, per loro superbia e per loro malizia e per gara d’ufici, hanno così nobile città disfatta, e vituperate leggi, e barattati gli onori in picciol tempo, i quali i loro antichi con molta fatica e con lunghissimo tempo hanno acquistato; e aspettino la giustizia di Dio, la quale per molti segni promette loro male sì come a colpevoli, i quali erano liberi da non potere essere soggiogati.”

(Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, Dino Compagni)

[Chiunque presti il proprio consapevole contributo alle infinite operazioni con cui il sistema froda ed offende la dignità umana, sa bene di avere stipulato un patto con le forze che agiscono per ostacolare il cammino degli individui, separandoli dalla loro componente spirituale…]

http://www.velodimaya.net/2013/08/il-patto-col-diavolo/

Tutti questi preamboli, riferimenti letterari e parareligiosi, riflessioni intime e voli pindarici, tipici del mio stile di scrittura, sono accomunati da un’unica chiave di lettura.
La società in cui viviamo si sta imbarbarendo e, paradossalmente, chi ne risente è solo la minoranza che se ne rende conto.
Sembra di vivere nella terra di nessuno circondati da cani rabbiosi che sbavano per un nuovo piccolo particolare intimo di un uomo e della sua famiglia la cui vita è quotidianamente vivisezionata e scarnificata fino all’inverosimile da avvoltoi in giacca e cravatta che non si curano di rispettare le regole di una professione largamente regolamentata.

Se questo non è vendere l’Anima al Diavolo allora cos’è?

Se si prova a dare una risposta seria, purtroppo, non si può che giungere ad una conclusione: è molto peggio.
Si tratta di vendere l’Anima al Diavolo senza la patina di romanticismo che caratterizzava un tempo un simile topos letterario.
Perché se il regno delle tenebre e il mito del patto col Diavolo hanno affascinato gli scrittori e i lettori di tutte le epoche e di tutte le culture, al di là di ogni forma di morale o di credenza religiosa, alterando in maniera irreversibile l’idea stessa di etica, lo hanno fatto nel contesto di espressioni artistiche di alto livello, contestualizzabili nel solco di malesseri sociali e prese di posizione delle quali, volta a volta, il topos letterario si faceva portavoce.
E se da alcuni scrittori del Diavolo è stata celebrata l’essenza contorta e invereconda, la violenza grottesca e irsuta, l’astuzia volubile e ingannevole che comprò l’anima di un Faust e la fece sua serva, e se perfino da Dante  il fatto stesso di schierarsi, anche se nelle file del Maligno, venne preferito a chi invece si crogiola in un’inerzia senza dignità ed ideali, in coloro che oggi vendono l’anima al Diavolo nel nome dell’audience di poetico non c’è davvero più nulla e ciò che resta non è altro che un desolante horror vacui.
Un vuoto interiore incolmabile, e che non a torto spaventa.

E il fatto, solo apparentemente paradossale, che negli attuali forcaioli mediatici sembri di scorgere spesso un atteggiamento degno della progenie di Torquemada, non deve sorprendere.

Ci avvertiva, d’altro canto, perfino un noto “eretico” del calibro di Umberto Eco nel Nome della Rosa:

“Jorge, dico. In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, all’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente.”

Anche in questo caso, tuttavia, si trattava pur sempre di una finzione letteraria, con una sua ammirevole dignità artistica ed un innegabile valore creativo, ai quali la nostra attuale realtà mediatica, pure volendo, non potrebbe mai ambire.

Non potrebbe ambire neppure, poiché manca della grazia dell’Opera, a rispecchiare la Colonna Infame del Manzoni, alla quale pure questo blog deve il suo nome: non vi può ambire, perché l’unico aspetto autenticamente manzoniano che sembra permanere, purtroppo, è il fatto che i principi del nostro diritto, di quel diritto che la nostra Terra ha concepito e maturato nei secoli, sembrano essersi ridotti a nulla più che a risibile grida di secentesca memoria.

E mentre dal Settecento sembra sbucar fuori una serie abnorme di cavalier serventi proni dinnanzi a questa deprecabile tendenza mediatica che non accenna a placarsi, lo stesso Manzoni non potrebbe che annichilire e implorare pietà imbattendosi in un simile, grottesco spettacolo che di certo non ci onora come popolo ed ancor prima come esseri umani.

Perché la stessa parola “spettacolo”, in effetti, è impropria: non si tratta più di spettacolo, ma di una autentica ed aberrante pulsione sadica, che non troverebbe pari neppure nella Salò pasoliniana.

Non si può non fermarsi a pensare ad un uomo privato della libertà personale il quale nel professarsi innocente confida nel corretto svolgimento delle indagini e, mantenendo una calma che trasuda innocenza, aspetta fiducioso che l’immagine di “mostro” che gli è stata costruita ad hoc crolli assieme al castello accusatorio.

La Giurisprudenza si è largamente occupata, in ambito nazionale ed internazionale, di regolamentare “la libertà d’informazione” specialmente in ambito di protezione dei diritti della persona e in rapporto all’amministrazione della Giustizia.
Il documento in allegato da solo basterebbe ad assicurare a tutti coloro che restano imbrigliati nelle trame della giustizia il rispetto da parte dei media dei basilari diritti inalienabili troppo spesso calpestati.
E’ una lettura piacevole che rincuora chi ancora spera di vivere in uno Stato che rispetta i diritti del singolo, lontano da una realtà nella quale per coprire un errore commesso senza volontà di commetterlo e per il quale la sola ammissione basterebbe a ricevere il perdono, si fa invece cerchio con chi ha il potere di manipolare le masse per chiudere definitivamente un capitolo doloroso dove la vittima in primis non riceve la Giustizia che merita e un innocente ne paga il conto.

Ecco il documento in pdf: 13.30.10_RESTA

 

Si tratta di una dettagliata analisi, di fonte ineccepibile, della giurisprudenza della Corte di Strasburgo sulla libertà di informazione correlata ai processi mediatici.

In questo blog è già stato scritto tanto sul problema del rapporto tra giustizia e mass-media, ma è bene non abbassare la guardia e continuare a fornire un’informazione quanto più possibile dettagliata e corretta, pena il parto di mostri giuridici pericolosi per l’intera cittadinanza e per i cardini stessi dello stato di diritto.

Spostando il perno della discussione dal piano strettamente giuridico a quello sociologico, si potrebbe forse parlare, sulla scorta dell’Opera del Prof. Marcello Maneri di “panici morali” utilizzati come dispositivo di trasformazione dell’insicurezza: in altre parole, nella moderna società del rischio, la consapevolezza di aver acciuffato il “mostro” può apparire ai più come una inestimabile fonte di sollievo che consente di dormire sonni tranquilli.

Un atteggiamento comprensibile alla luce dei meccanismi intrinseci della psicologia sociale, ma che non può e non deve degenerare nel rifiuto di mettere in discussione la possibilità che il “mostro” non sia tale.

Come si può rimanere in silenzio senza provare a risalire la corrente per arrivare alla Verità?
E’ la Verità ciò di cui abbiamo urgente bisogno ed è per questo che non smetteremo di far sentire la nostra voce.

Certo è che la ricostruzione che ad oggi ci viene solertemente restituita dai media è a dir poco imbarazzante, a meno che -volendo essere buoni- non si tratti della vecchia strategia dei compagni di classe che, dovendo dimostrare di non aver copiato il compito in classe, aggiungevano dei piccoli errori per non destare sospetti nell’occhiuto insegnante.

A parte la stupefacente sollecitudine e la presa di coscienza immediata della colpevolezza di Bossetti, tale da spingere affrettatamente a parlare di “caso chiuso” salvo poi un vistoso e possibilmente inquietante arrancare alla ricerca di indizi che non si trovano, rimane un particolare che non può che inquietare tutti i razionalisti e i cultori dei calcoli delle probabilità.

estateindiretta

In data 24 giugno, la pagina facebook della trasmissione RAI Estate in Diretta, nel comunicare il sequestro di 34 reperti dalla casa di Massimo Bossetti (tra i quali, per chi lo avesse dimenticato, si annoverano un’aspirapolvere, un biglietto di San Valentino scambiato tra coniugi e delle figurine dei bambini) rendeva edotto il suo pubblico che sul signor Bossetti, oltre al peso di molte incongruenze grava perfino l’assenza della visita della madre Ester.
Come una mancata visita possa gravare su Massimo Bossetti, mi è francamente incomprensibile e credo lo sia a chiunque.

D’altro canto, non mi è maggiormente comprensibile identificare le altre incongruenze di cui si parla: a meno che non si vogliano intendere le incongruenze del castello accusatorio o meglio ancora quelle delle informazioni solertemente veicolate dalla stessa trasmissione televisiva.

Tra queste si annoverano nientemeno che celle telefoniche agganciate da casa propria ovvero da paesi limitrofi (un dato che collimerebbe con il 99% della popolazione mondiale), riprese di telecamere di sorveglianza che mostrano furgoni di cui non si vede la targa in fasce orarie incompatibili con la scomparsa della povera Yara, lampade abbronzanti e cene in trattoria erte a indizi di non si sa bene cosa e simili amenità, che alla luce dei fatti, purtroppo, non solo non riescono a strappare un sorriso, ma non possono che suscitare un’enorme tristezza e destare  una certa preoccupazione.

Se a questo si aggiunge, ad esempio, la ricerca di presunti graffi sulle spalle del muratore effettuata dalla trasmissione Chi l’ha visto? su fotografie estive scattate al mare, come se fosse normale che dei graffi si vedano ad otto-nove mesi di distanza e ancor più che la vittima possa graffiare il suo aggressore trapassando abiti invernali e senza conservare traccia alcuna sotto le unghie, allora -ahimè- temo che i sonni tranquilli, per ora, debbano essere necessariamente rimandati a data da destinarsi.

Resterà certamente il solitario appiglio della “prova scientifica”, ma al di là delle tante riflessioni e nozioni già riportate in merito, come dimenticare, d’altronde, che anche il processo Dreyfus pretese di basarsi su una prova di questo tipo?

Qualche anno fa, in un’intervista al Giornale, l’ex giudice di Cassazione Edoardo Mori, che scelse il pensionamento anticipato, affermò che “i medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera”.

E se finora, in questo caso, non vi è stata alcuna condanna emessa da un Tribunale della Repubblica, non ci si può che augurare che non sia proprio questa interminabile gogna mediatica a provocarla, attraverso la creazione di realtà parallele che di certo non giovano alla Giustizia ed alla sicurezza dei cittadini e che potrebbero paradossalmente agire alla stregua di profezie autoavverantesi, un concetto sociologico introdotto nel 1948 da Robert K. Merton per indicare quei casi in cui una supposizione, per il solo fatto di essere creduta vera, alla fine si realizza confermando la propria veridicità, seppur inizialmente infondata.

Perché se la libertà di informazione si trasforma nella libertà di portare avanti una vera e propria macelleria messicana dal tepore del proprio studio televisivo mentre un uomo incensurato che si proclama innocente da quaranta giorni è sottoposto a custodia cautelare in carcere in regime di isolamento e non può rispondere alle accuse, spesso sfocianti nel ridicolo, che giorno dopo giorno la TV impietosamente gli rivolge, incurante della sua dignità umana e presunzione di innocenza, allora qualcosa non va.

Qualcosa non va nell’informazione, qualcosa non va nello stato di diritto, e soprattutto qualcosa non va in noi: forse, a forza di cercare il “mostro” negli altri, siamo divenuti mostri noi stessi senza neppure rendercene conto.
Ed è proprio in questa prospettiva che si potrebbe spiegare la continua ricerca del marcio in ogni minuscolo dettaglio della vita altrui: è possibile che tutto questo accanimento nei confronti di quello che appare come un irreprensibile padre di famiglia, in fondo, non tradisca un tentativo di esorcizzare ciò che più temiamo in noi stessi, un po’ come l’annoso archetipo del mostro nello specchio?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Per ora, ci limitiamo a rompere lo specchio: i sette anni di sfortuna non ci spaventano, perché l’epoca della superstizione è finita, e l’immagine del mostro scompare, restituendoci il macabro sollievo di una fittizia pace con la coscienza.

L’onore ai tempi della galera: tra “prova regina” senza corona e distorsioni massmediatiche

“La menzogna, l’abuso del potere, la violazion delle leggi e delle regole più note e ricevute, l’adoprar doppio peso e doppia misura, son cose che si posson riconoscere anche dagli uomini negli atti umani; e riconosciute, non si posson riferire ad altro che a passioni pervertitrici della volontà”
(Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame)

Non capita spesso che la realtà superi la fantasia ma, le poche volte in cui ciò accade, sembra quasi avere il sapore amaro della beffa.

Così, non può che suscitare un sorriso amaro il fatto che tra i tanti dubbi che si impongono nell’analisi di questa triste vicenda, l’unico vero punto fermo sia che da ormai 39 giorni gli Italiani hanno una nuova strega da mettere al rogo, un mostro sul quale tutte le anime pure possono sputare la loro infinita indignazione: Massimo Giuseppe Bossetti, accusato di essere l’assassino della piccola Yara Gambirasio.

Come ben sappiamo, il verdetto mediatico, e prima ancora vergognosamente istituzionale, di colpevolezza nei confronti di quest’uomo è stato unanime: nessuna pietà, nessuna voce contraria, nessuna obiezione alla verità dimostrata con finezza di particolari da tutte le televisioni, tutte le testate giornalistiche, tutti gli uomini probi ed onesti della nostra Nazione.
Un giudizio talmente unanime, un coordinamento dell’informazione talmente globale, da rasentare l’incredibile: neppure una trasmissione che porti avanti una tesi garantista per far concorrenza alla TV rivale.

Eppure, siamo in Italia: dov’è finita la storica rivalità tra RAI e Mediaset?

Siamo in Italia, e quando la coesione dei media raggiunge questi livelli il dubbio che qualcosa non torni si impone a chi è abituato a guardare le cose usando la ragione e non gli istinti più bassi.

Certo, bisogna ammettere che di tanto in tanto abbiamo assistito alla divulgazione di qualche notizia che sembra apportare degli elementi a discarico di Massimo Bossetti, ma per chi segue con costanza il processo mediatico in questione non è difficile intuire come nella maggior parte dei casi si tratti, piuttosto che di sano garantismo, della solita tendenza di stampo un po’ veltroniano che molti Italiani conservano nel profondo del cuore, e li spinge a voler dare un colpo alla botte ed uno al cerchio: una tendenza che sembra curiosamente acuirsi quando la necessità di mantenere alta l’attenzione del pubblico è impellente.

Sia ben chiaro: se la vicenda relativa al fermo di Massimo Bossetti ed alle successive indagini fosse rimasta confinata nell’ambito dei rapporti tra Procura della Repubblica di Bergamo, inquisito, difensori e testimoni, non avrei avuto nulla da dire.

E come Italiana, che conosce e riconosce l’estrema delicatezza e rilevanza della prevalenza degli interessi pubblici su quelli privati, avrei avuto il dovere, come tutti, di non interferire in alcun modo su questa tragica vicenda.

Ma se l’informazione, inclusa quella del Servizio pubblico, comincia a martellarmi, costantemente, incessantemente, pedissequamente, tentando di piegare la mia coscienza e la mia intelligenza ad una versione quanto meno grossolana, dubbia ed a tratti perfino farsesca, degli avvenimenti, e se per di più un Ministro, contravvenendo al suo alto dovere di riserbo istituzionale, irrompe in casa mia, fornendo con le sue parole la “prova schiacciante” volta ad avvalorare (o ad inaugurare?) la tesi unanimemente colpevolista del giornalismo del mio Paese, allora sono informazione e senso di civiltà e giustizia che mi costringono a diventare “protagonista” della vicenda prendendo posizione e dando vita ad una campagna informativa di stampo garantista attraverso il Web: un ruolo del quale, visti i vergognosi presupposti, avrei fatto molto volentieri a meno.

In queste pagine mi era già capitato di parlare della trasmissione televisiva Segreti e Delitti e di menzionare alcune esternazioni fatte dal conduttore Gianluigi Nuzzi nel proprio profilo facebook: esternazioni pubbliche e leggibili a tutti, che di conseguenza credo di poter riportare senza remore di sorta.
In particolare, nell’articolo Civiltà l’è morta (e il DNA l’ha uccisa) scrivevo:

“Qualche giorno fa mi è stata segnalata, sul profilo facebook del giornalista e conduttore televisivo Gianluigi Nuzzi, la seguente esternazione pubblica:

“Giorno dopo giorno gli innocentisti avranno sempre meno argomenti da spendere per Massimo Bossetti”.

nuzzi

Un’affermazione che lascia l’amaro in bocca in tutta la sua evidente parzialità, una parzialità della quale si è probabilmente reso conto lo stesso autore, che infatti non ha esitato ad aggiustare il tiro qualche ora dopo scrivendo che:
“E’ chiaro che Massimo Bossetti meriti il rispetto per un imputato in attesa di giudizio, come lo merita la sua famiglia, moglie e figli, innocenti. Anche la sua difesa ha diritto/dovere di suggerire piste alternative, avanzare dubbi. Diverso chi si mostra innocentista senza se e senza ma, adombrando manovre torbide degli inquirenti, manifestando assoluta ignoranza su elementi fondamentali come il dna. La mia critica è quindi ai mistificatori.”

Una pezza, questa, che fa però più danni del buco, giacché la prima frase tutto mostrava fuorché il (dovuto) rispetto per un imputato in attesa di giudizio.

Non solo: ci si chiede infatti se tra i mistificatori che manifestano “assoluta ignoranza su elementi fondamentali come il dna” vada annoverata, ad esempio, anche la Dott.ssa Marina Baldi, biologa e specialista in Genetica Medica, fondatrice della società “Consultorio di Genetica” e da oltre 10 anni, dopo relativa formazione professionale, dedita alla ricerca dell’aspetto forense della genetica presso il Laboratorio Genoma, presso il quale è responsabile della sezione di Genetica Forense: la stessa Dott.ssa Baldi che ospite ad Estate in Diretta in data 11 luglio, in relazione alle dichiarazioni di Bossetti circa la sua epistassi ed al possibile trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, ha egregiamente spiegato che stando alle conoscenze del caso in analisi ad oggi disponibili (che riferiscono di un’unica traccia, presumibilmente ematica, di Ignoto1) un tale trasporto del DNA è scientificamente possibile.”

Ebbene, cari lettori, oggi vorrei tornare in argomento, inserendo a scanso di equivoci la schermata con la successiva esternazione del signor Nuzzi relativa a non meglio precisati “mistificatori” che manifestano “assoluta ignoranza su elementi fondamentali come il dna”.

nuzzi-mistificatori

Io non so quante e quali competenze nell’ambito della genetica possa vantare il signor Nuzzi: prendo atto di essere, personalmente, una semplice giurista.
Di conseguenza, è chiaro che le mie personali competenze sulla prova scientifica si limitano alla vexata quaestio relativa al valore probatorio del test del DNA alla luce del ragionevole dubbio e degli altri principi che stanno alla base del processo penale, e quando parlo di possibilità di veicolazione del DNA attraverso l’arma del delitto in caso di unica traccia, non faccio che riprendere le parole di chi ha le competenze per esprimersi in materia.

Mi preme sottolineare che le argomentazioni, esposte anche qui, a sostegno dell’ipotesi del trasporto del DNA mediante l’arma del delitto non sono né infondate né tantomeno succedanee di una qualche mistificazione.
Soprattutto, non sono tali: io non sostengo alcuna tesi, mi limito a porre delle domande per approfondire un dibattito che qualcuno ha ben pensato, al contrario, di poter saltare a piè pari rifuggendo come la peste qualsivoglia forma di contraddittorio.
Non pretendo, tuttavia, di fornire alcuna risposta.

Io rivendico il diritto di contestare la colpevolezza stessa, affrettatamente sventolata a mò di vessillo da troppi pennivendoli dimentichi del codice deontologico, del signor Massimo Bossetti.
Sono infatti nella piena libertà di ritenere non sufficientemente chiari né tantomeno univoci gli indizi a carico del signor Massimo Bossetti, DNA compreso: rectius, DNA e basta, in quanto per il resto non si tratta, a parere di chi scrive, neppure di indizi.
Credo inoltre che la presunzione di innocenza non sia ipotecabile a nessun fine, tanto più che, come ho già scritto altrove e ribadisco, non di rado in Italia si è assistito a casi clamorosi di inchieste errate e/o errori giudiziari anche di notevole gravità.

Detto ciò, è chiaro che il signor Nuzzi è libero di sostenere le proprie tesi colpevoliste e di esprimersi nei termini di cui sopra in relazione agli “innocentisti” che considera “mistificatori”, sebbene ammetta (bontà sua) il diritto della difesa di Bossetti di suggerire ipotesi alternative ed esprimere dubbi.

Comunque, il fatto in sé che il signor Nuzzi abbia espresso questa acre critica ai “mistificatori”, fa pensare ad una persona che disapprova la divulgazione di notizie ed elementi non chiari e/o non accertati: un biasimo del tutto condivisibile.
Meno condivisibile, per chi professa la correttezza e l’assoluta veridicità e verificabilità di quanto viene divulgato, è offrire in pasto al telespettatore notizie non confermate (ed anzi smentite, come la compatibilità dei reperti piliferi) o presentare ipotesi peregrine come una presunta somiglianza di Massimo Bossetti con un uomo filmato dietro la giornalista Gabriella Simoni nella data del ritrovamento del corpo della piccola Yara a Chignolo d’Isola: cose che sembrano, anzi, una evidente contraddizione.

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Quando in data 18 luglio 2014, nell’ultima puntata di Segreti e Delitti, veniva mostrato il presente fotogramma, presentandolo come suggestivo della presenza di Massimo Bossetti, mi telefonava un’amica, nettamente colpevolista, invitandomi ad accendere la TV per analizzarlo in quanto neppure lei riusciva a credere che si trattasse proprio di Bossetti: i capelli dell’uomo, infatti, sembravano essere visibilmente più scuri.

simoni

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Ma c’è di più: Segreti e Delitti invitava chiunque riconoscesse l’uomo nel fotogramma a farsi avanti.
Io non conosco l’uomo nel forogramma, ma osservando gli attimi precedenti della puntata, si scoprono altri dettagli interessanti: in particolare, si può notare come questo fantomatico uomo alle spalle di Gabriella Simoni mostri una particolare somiglianza con un altro giornalista, che può essere isolato facendo alcuni fermo immagine negli attimi precedenti del video.

Eccolo (chiedo venia per il riflesso della finestra, dovuto allo scatto della fotografia allo schermo):

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Voglio sostenere che l’uomo alle spalle di Gabriella Simoni sia semplicemente un altro giornalista?
Ovviamente non posso avere alcuna certezza in merito, ma al di là degli occhiali, che nei fotogrammi dietro la Simoni non si vedono (non so se come esito della sfocatura o altro), bisogna ammettere che la somiglianza è notevole, a partire da attaccatura e colore dei capelli, passando per colore della sciarpa e del giubbotto, per il pizzetto, per la conformazione fisica, per la forma del naso nonché per la vicinanza dell’uomo al funzionario della protezione civile.

Certo, tutto questo potrebbe anche essere un semplice abbaglio e non avere alcun senso: d’altro canto, ha ben poco senso anche cercare di individuare Massimo Bossetti nel luogo del ritrovamento del corpo di Yara, dal momento che non ha mai negato di esserci stato e che vive a due passi da Chignolo, ragion per cui, recandosi nel luogo, non avrebbe fatto nulla di così diverso dai restanti cittadini della zona, presumibilmente incuriositi dalla macabra scoperta.

Insomma, se al signor Nuzzi non piacciono le mistificazioni, non posso dargli torto: non piacciono neppure a me, e proprio per questo ho deciso di aprire questo blog.
Mi piace meno però che chi vede le mistificazioni negli innocentisti si ostini a non vederle dalla propria parte.
Ancor meno mi piacciono gli innocenti in galera e le gogne mediatiche.
Così come, nell’ordine, non mi piacciono: gli estremisti di ogni denominazione e colore, la musica rap, la disinformazione, la chiusura mentale, i libri Harmony e il mio naso.
Al contrario, mi piace un sacco la democrazia, in cui posso dire liberamente e legalmente che non mi piace l’atteggiamento tenuto da Gianluigi Nuzzi (e dalla maggior parte dei giornalisti e conduttori televisivi italiani) in relazione al signor Massimo Bossetti.

Intanto, mentre oggi arriva la notizia del dissequestro della casa di Massimo Bossetti, proprio ieri era stata fatta una nuova perquisizione: tra le cose sequestrate anche dei biglietti di San Valentino e delle figurine dei figli.
leggo
Risulta poi aberrante la scelta lessicale nell’articolo di Leggo: “gli inquirenti sono a caccia di prove che confermino la sua colpevolezza”.
Certo, alcuni Italiani preferirebbero magari sentir parlare di una caccia “ad elementi utili a scoprire la verità qualunque essa sia”, ma se dovessimo ancora sorprenderci per le scelte lessicali (che pure tanto peso possono avere nella formazione dell’opinione pubblica) non riusciremmo davvero a cavarne piede.

Non ci si può non chiedere però se tutto questo non sia sintomo di una ricerca che, per quanto spasmodica, non sta portando a nulla- e il sequestro di biglietti d’amore e figurine potrebbe essere una cosa quasi comica, se di mezzo non ci fossero una bimba crudelmente assassinata ed un uomo che si proclama innocente che si trova in carcere mentre gli sciacalli mediatici gli scavano la fossa in un modo tanto atroce che, quand’anche riuscisse a provare (sul capovolgimento dell’onere probatorio ho, ahimè, già detto fin troppo!) la propria assoluta estraneità al fatto, ne uscirebbe per sempre profondamente distrutto nel proprio onore e nella propria dignità umana.

Ma siccome so che la sorte di chi sfida la Bibbia in vigore al momento, detta DNA, è quella di finire arrostito nella pubblica piazza, mi permetto di citare un interessante estratto da “Fascino e insidie della prova scientifica”, del Prof. Sergio Lorusso, nella speranza che l’autorevolezza della fonte possa risparmiarmi il rogo:

“In definitiva, per dirla con la Cattaneo, “la scienza regina delle indagini forensi non esiste, o meglio, non dovrebbe esistere. Alla ‘corte’ della Giustizia la scienza può essere paragonata a un Gran Consigliere (che talvolta può diventare anche un cortigiano, nel senso deteriore del termine)”.
Queste osservazioni potrebbero bastare a chiudere il discorso, se non fosse che molto spesso teorici e operatori ne dimenticano l’essenza per lanciarsi alla ricerca di una fantomatica ‘prova regina’ offerta dalla scienza.
Riproponendo schemi logici che sembravano ormai definitivamente accantonati, quelli del modello inquisitorio, con il semplice avvicendamento della ‘prova regina’ per antonomasia, la confessione, con una nuova prova, all’apparenza limpida e oggettiva: la cd. ‘prova scientifica’.
Se l’interazione tra scienza e processo penale è un dato ormai acquisito,sulla scia dell’esperienza nordamericana, e se da tale sinergia è a uscirne sensibilmente mutato, dobbiamo chiederci quali siano le conseguenze ditale fenomeno sul sapere processuale.
Possiamo allora dire che stiamo assistendo ad una mutazione
qualitativa del sapere processuale determinata da un differente modo di condurre le indagini e di dar forma alle prove nel giudizio penale? Non mi sembra.
Se mai, scorrendo rapidamente l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche applicate al processo penale nel corso dell’ultimo secolo, ci accorgiamo come, a fronte di un innegabile incremento
quantitativo delle tecniche utilizzabili nell’esame delle tracce del reato, non emerge uno stravolgimento del tradizionale metodo investigativo e di conseguenza del ‘codice genetico’ del sapere processuale.
E allora, senza per questo biasimare o ‘rimuovere’ la scienza applicata al processo penale, occorre che di questa ne sia fatto un uso accorto e consapevole, per evitare che si trasformi in junk science, in ‘scienza-spazzatura’ che distorce e travolge la verità invece di contribuire al suo emergere nella contesa processuale.

Scongiurando errori clamorosi, come quello in cui sono incorsi gli investigatori in Germania, nel caso noto come “la beffa del cotton fioc”, che ho ricordato in altre occasioni e che mi sembra paradigmatico di un uso approssimativo della scienza nel processo penale.
La vicenda è quella del serial killer di Heilbronn, che nel corso di un quindicennio avrebbe imperversato nell’Europa centrale compiendo rapine, furti e omicidi. 
La polizia ne diffonde un identikit: un giovane uomo castano e con la barba sul mento. 
Vengono raccolte numerose tracce dell’oscuro criminale, una quarantina di reperti contenenti frammenti di DNA da esaminare. 
Ed ecco il colpo di scena: il DNA estratto è femminile.
Probabilmente una tossicodipendente, poiché una delle tracce è stata rinvenuta su di una siringa. 

Peccato però che non si trattasse del DNA del colpevole, ma di un’ignara operaia, addetta all’impacchettamento dei cotton fioc nell’azienda che fornisce i tamponi per il prelievo dei campioni alla polizia scientifica: i tamponi erano stati sterilizzati, ma tale operazione non elimina tutte le tracce biologiche.
Un incredibile flop della polizia tedesca avvenuto nel 2010, per ‘tamponare’ il quale – consentitemi il gioco di parole – è dovuto intervenire il Ministro degli Interni del Baden-Wurttemberg a ribadire l’affidabilità dell’esame del DNA e che ha costretto gli organi di polizia a controllare minuziosamente le scorte di tamponi esistenti al fine di evitare altre brutte figure.
Le indagini sul caso sono dovute ripartire da zero, con buona pace dei milioni di euro spesi per identificare la killer inesistente. Anche in Italia, peraltro, non mancano casi eclatanti che confermano i rischi di un ricorso eccessivo e poco accorto agli strumenti scientifici.
(…) 
La ‘prova scientifica’, nuovo totem di un comodo efficientismo giudiziario di stampo tecnocratico, se innalzata impropriamente a ‘prova regina’ del terzo millennio, può trasformarsi in un grande imbroglio.
Sarebbe illusorio cercare nella scienza applicata al processo quelle certezze che sovente quest’ultimo, da solo, non riesce a fornire.”

Ma c’è di più.
Perfino il Corriere, ieri, nonostante il titolone infelice, ha dovuto ammettere che “si continua a scavare, quindi, negli spostamenti del carpentiere di Mapello, ma secondo indiscrezioni non è questa la strada che fa sperare gli inquirenti in una svolta. Tutto sembra coincidere con la monotonia di una vita quotidiana simile di giorno in giorno, ribadita più volte dallo stesso Massimo Giuseppe Bossetti: non sembra esserci una virgola fuori posto, nei suoi tragitti, nei suoi percorsi.”
(fonte: http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_23/bossetti-estetista-fornitori-sequestrate-anche-fatture-2880db3a-123a-11e4-a6a9-5bc06a2e2d1a.shtml)

Insomma, se quell’unica traccia di DNA, passibile tra l’altro di essere veicolata attraverso l’arma del delitto, e che oggi viene definita di ottima qualità ma il 28 febbraio 2013, secondo le parole del genetista Dott. Portera, era “quantitativamente scarsa e qualitativamente deteriorata” (vedi qui: http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/355481_yara_portera_dal_genoma_lidentikit_del_killer._esito_incerto/?attach_m) è la prova regina a carico di Massimo Bossetti, temo sia destinata a rimanere senza corona.

Questa gogna mediatica potrà forse convincere il popolo che si nutre di pane e televisione (moderno surrogato del vecchio “panem et circenses”), ma credo -e spero- che non tutti gli Italiani appartengano a questa categoria, e come cittadina della Repubblica, personalmente ho la pretesa che non mi si consideri tale.

Quand’anche Bossetti fosse colpevole, ciò che da oltre un mese i nostri organi di informazione si ostinano a propinarci non significa un bel niente.
E vedere buona parte del mio Paese degradata al rango di connivente del più becero giornalismo che specula sul dolore altrui per gettare fango, non solo sull’ipotetico mostro, ma anche sulla sua famiglia e probabilmente sulla verità, e soprattutto pensare che ci sia una continua fuga di notizie coperte dal segreto istruttorio, che non può che suggerire che qualcuno ritenga necessario blandire il pubblico consenso tramite la parte peggiore del giornalismo irresponsabile, è un’offesa che gli Italiani non meritano e che non possono accettare.

Giustizia italiana, dove sei finita?

Di questo non devi rispondere a me né ai nostrani conduttori televisivi impomatati e forti della loro posizione, che hanno ritenuto di dimenticare la tua esistenza, ma all’Italia intera.
Questa vicenda è avvolta di troppe stranezze e troppi dubbi.
Stranezze e dubbi che sono stati sparsi come grandine sulle intelligenze e le coscienze degli Italiani ed ai quali qualcuno, prima o poi, dovrà dare una spiegazione.

Alessandra Pilloni

Dalla parte del torto: la ricostruzione dell’ordine delle ferite potrebbe scagionare Massimo Bossetti?

“Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati
(Bertold Brecht)

Ieri la Camera ha votato il sì all’arresto di Giancarlo Galan, indagato per corruzione nel caso Mose.
Nonostante il sì della Camera Galan è stato circondato, da parte di Forza Italia e del Nuovo Centro Destra da un sano garantismo: parlamentari appartenenti a queste formazioni politiche sono insorti definendo (non a torto) una barbarie una votazione contumaciale senza possibilità di contraddittorio, vista l’assenza di Galan.

Un sano garantismo che non si ritenne di osservare, però, quando lo scorso 16 giugno il leader del Nuovo Centro Destra, nonché ministro dell’interno Angelino Alfano, scrisse su twitter che era stato individuato l’assassino di Yara Gambirasio: e non certo in presenza di contraddittorio, dal momento che non vi era stato ancora neppure l’interrogatorio successivo al fermo (nel quale Bossetti si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere) da parte del Pubblico Ministero.

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Nonostante da quell’infelice uscita su Twitter sia passato più di un mese, periodo durante quale un presunto innocente ha vissuto e sta tuttora vivendo l’inferno della carcerazione preventiva, la ferita ancora brucia ancora nell’animo dei garantisti.
Dei veri garantisti, quelli per i quali il garantismo ha sempre lo stesso valore imprescindibile, che alla sbarra ci sia un politico o un muratore.

C’è chi ha ricordato che nel 1970 Nixon rischiò l’impeachment quando, violando il principio di presunzione di innocenza nel corso dell’arresto di Charles Manson, lo dichiarò colpevole durante una conferenza stampa.

C’è anche chi ebbe a dire, tempo fa, che tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla Storia è che l’uomo dalla Storia non ha imparato nulla: probabilmente aveva ragione.

La pietra tombale

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Nei precedenti articoli ho parlato del valore della prova scientifica nel processo penale cercando di raffrontare la stessa alla problematica nozione dell’oltre ogni ragionevole dubbio.

L’in dubio pro reo è un principio del nostro diritto penale, che significa letteralmente “nel dubbio, in favore dell’imputato”.
Sulla base di questo principio, la carta vorrebbe che, nel processo penale, l’imputato venga assolto se gli indizi raccolti non sono sufficienti a dimostrarne la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio.

Nella giurisprudenza italiana purtroppo questo principio, sempre formalmente valido, viene spesso (e volentieri) calpestato, e non di rado si assiste ad un sostanziale svuotamento dell’onere probatorio a carico dell’accusa.

I teatrini mediatici fanno il resto, inculcando nell’opinione pubblica l’insana convinzione che sia l’imputato a dover provare la propria innocenza.
Anche ieri pomeriggio, ad esempio, a Estate in Diretta sono state fatte affermazioni implicanti un surrettizio capovolgimento dell’onere probatorio.

Pierpaolo Pasolini, in un documentario trasmesso dalla Rai nel 1974, definì la civiltà dei consumi dei “regimi democratici” come un mostro totalitario, colpevole di crimini perfino più gravi di quelli commessi dal fascismo.
In una precedente intervista del 1971, Pasolini parlò di stupro delle coscienze: si riferiva proprio al sobillare le masse attraverso la creazione di realtà parallele da parte dei media.

Sempre nel corso di Estate in Diretta, in data 11 luglio, una puntata peraltro già segnalata in questo blog per le interessanti dichiarazioni della Dott.ssa Baldi, il Dott. Natale Fusaro, criminologo, introduceva la tematica del rapporto tra processo penale e mass media: purtroppo non sapremo mai cosa avrebbe voluto dire, in quanto fu interrotto dalla conduttrice Eleonora Daniele e dovette tagliare corto.

Per evidenziare la sempre più pressante problematica relativa al rapporto tra mezzi di informazione e processo penale, che emerge in maniera prorompente nei casi in cui il tutto sembra ruotare intorno alla prova scientifica del DNA, non posso che citare un estratto del saggio “La prova del DNA ed il ruolo degli esperti nel processo penale”, dell’illustre Prof. Alfredo Gaito (a cura di Bello Valerio, DeNunzio Nicol, Dipasquale Salvina, Gnisci Debora, Liburdi Martina, Longo Ilaria), che nella sua prima parte propone proprio un’interessante (e preoccupante) riflessione sul legame tra distorsioni massmediatiche e gli errori giudiziari.

“Un fattore rilevante ai fini dell’idealizzazione dell’accertamento genetico nell’ambito del processo penale, è stato senza dubbio dovuto all’influenza e alle distorsioni mass-mediatiche, le quali hanno ingenerato una forte pressione sul processo.
A tal proposito si è evidenziato un legame tra errore giudiziario e mondo dei media.
La ricerca dello scoop spinge il giornalista a coltivare ed assecondare le curiosità della gente ,più che a produrre una corretta informazione: l’uomo comune dal canto suo non è in grado di fare un uso critico dell’informazione.
I media diventano una potente arma processuale.
Usati – va detto – da entrambe le parti, e da entrambe con una strumentalità non certo inedita, ma senz’altro pre-potente, quanto meno rispetto alla finalità: l’accertamento della verità processuale.
A causa del meccanismo mediatico, inevitabilmente, viene messa in discussione la “ neutralità” del giudice, il quale subisce una notevole influenza.
< Anche noi operatori della giustizia ,rischiamo di perdere -dice Gulotta – il contatto con la realtà giurisdizionale se non aprissimo il nostro romanzo processuale, approfondendo lo studio delle carte processuali, frastornati e confusi dalla miriade di schegge di informazioni che preannunziano ed anticipano il processo, stravolgendolo a tal punto “da farci dubitare che sia proprio il nostro processo e non quello di un altro”>.
Quanto detto finora fa emergere come i sistemi di comunicazione incidano sulla creazione del mito dell’infallibilità della prova genetica.”

 

Negli ultimi articoli, nel riferirmi all’onere della prova incombente sull’accusa avevo scritto come, per escludere al di là di ogni ragionevole dubbio che la traccia di DNA sia stata veicolata attraverso un’arma del delitto che già conteneva la traccia in questione, si dovrebbe provare che la ferita in cui la traccia è stata isolata è stata l’ultima ferita e che il sangue sia finito sul coltello proprio con l’ultimo colpo inferto.

Questo perché se la traccia di DNA appartiene all’assassino, l’assassino si è procurato una ferita dalla quale il sangue è colato sulla lama.
Che il sangue sia in ogni caso colato sulla lama e passato sul corpo di Yara attraverso la lama stessa è in qualche modo deducibile dalle evidenze peritali quali emergono nell’ordinanza, in particolare nel punto in cui si legge che “come afferma la relazione I’importanza investigativa dell’elemento riscontrato non è solo dovuta al fatto che il DNA in disamina è maschile ma anche e soprattutto perché è stato isolato in un’area attigua ad uno dei margini recisi dell’indumento. Non è illogico supporre che tale evidenza possa essere contestualizzata all’aggressione subita dalla ragazza.

Se non è illogico supporre che proprio per la sua localizzazione la traccia di DNA isolata sia riconducibile all’aggressione, è proprio perché l’attiguità al margine reciso dell’indumento spinge logicamente a correlarlo all’arma del delitto.
Insomma, la localizzazione della traccia lascia intendere chiaramente che il DNA sia passato attraverso un’arma da taglio, e quindi contestualmente all’aggressione.
Qualora Bossetti sia Ignoto1 (per brevitas, diamolo ora per certo) il suo DNA è dunque finito sul corpo della bimba contestualmente all’aggressione.

Alla luce delle solite osservazioni già viste però, ciò che bisogna capire è se la veicolazione della traccia attraverso la lama non possa essere esito di una precedente traccia sulla lama, ossia se la traccia di DNA di Ignoto1/Bossetti non fosse già sull’arma del delitto.

Nel corso del TG1 delle 20,00 di ieri è stato intervistato il genetista Dott. Giorgio Portera, che assiste la famiglia Gambirasio.
“Il DNA non vola”, è quanto ha dichiarato.
Ora, nulla quaestio sul fatto che il DNA non voli.
Certamente bisogna dire che il Servizio Pubblico, essendo pagato da tutti i contribuenti, ogni tanto potrebbe dar voce anche ai periti della difesa.

Tuttavia “il DNA non vola” è un’affermazione che di per sé non vale ad escludere la veicolazione attraverso un’arma previamente contaminata dal DNA di Bossetti (che come già visto nei precedenti articoli, se la traccia di DNA in disamina è unica, come ad oggi appare dalla documentazione, è scientificamente possibile), allo stesso modo in cui non vale ad escluderla l’esperimento mostrato a Segreti e Delitti, in cui il Generale Garofano, dopo aver fatto asciugare su una cazzuola una macchia blu di non meglio specificata natura, a simulare del sangue rappreso, ci ha strofinato sopra una pezzuolina per dimostrare la difficoltà del “sangue” coagulato a staccarsi da una lama attraverso sfregamento, cosa che ancora una volta non prova però l’impossibilità di liquefazione del sangue rappreso a contatto con del sangue fresco.

Tra l’altro, la stessa questione relativa al fatto che il sangue coagulato non vada via attraverso sfregamento è a sua volte ben più complessa di quanto possa apparire a prima vista.
Spiegava ad esempio nel gruppo facebook la Dott.ssa Chiara Rimmaudo, chimica d’esperienza, come alcune frazioni del sangue siano solubili, altre no, e come l’acqua sia solo uno dei possibili solventi: gli stessi tensioattivi solubilizzano alcune frazioni ematiche, sebbene non tutte, coagulate o meno.

Tornando al TG1 di ieri, al Dott. Portera è stato poi chiesto cosa significa la presenza del DNA di Ignoto1/Bossetti.
Il Dott. Portera ha affermato che indica “contatto”.

Su questo non si può che essere d’accordo: anzi, sono felice che abbia usato la parola contatto, perché il DNA indica proprio questo: contatto, non colpevolezza.

Il dilemma è di un altro tipo: nessuno sostiene che il DNA voli, ma vari elementi fanno pensare che il contatto sia stato indiretto.

Come ventilavo, se Bossetti fosse l’assassino e si fosse autoferito durante una colluttazione (peraltro smentita dall’assenza di lesioni da difesa sulla vittima) con la piccola Yara, il sangue finito sulla lama e poi sul corpo di Yara sarebbe stato presumibilmente abbondante ed allo stato liquido di per sé.
Ciò significa che avrebbe dovuto, ad esempio, impregnare letteralmente i vestiti, e probabilmente non ci sarebbe bisogno di capire che la traccia è ematica ragionando per esclusione- come invece avviene.
Di più: una quantità abbondante di sangue fresco del killer sulla lama, se il killer si fosse ferito all’inizio, avrebbe probabilmente lasciato tracce in diverse ferite, cioè in quella appena successiva all’autoferimento del killer e in tutte le altre, ma questo non è avvenuto.
La traccia ematica di Ignoto1 è solo in una ferita.
Dunque, affinché il teorema accusatorio regga, sarebbe necessario provare che quella sia l’ultima ferita.

Il teorema però sembrerebbe vacillare all’analisi dei fatti: la ferita in cui è stato isolato il DNA di Ignoto1 pare infatti essere tutt’altro che l’ultima.

Dall’ordinanza emergono due importanti elementi tratti dall’esame autoptico:
1- “Il cadavere presenta segni di almeno otto lesioni da taglio e una da punta e taglio a collo, polsi, torace, dorso e gamba destra relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso”.
2- “Il cadavere presenta segni di lesività contusiva al capo (nuca, angolo destro della madibola e zigomo sinistro)”.

Il cadavere è stato rinvenuto nella posizione dell’immagine: disteso sulla schiena con le braccia all’indietro oltre il capo.

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La ferita in cui è stata individuata la traccia relativa ad Ignoto1, alla luce di quanto trapela per ora, dovrebbe essere necessariamente quella sul dorso, sita per la precisione ad altezza lombare.
Perché la ragazza è stata colpita mentre era di spalle?
E soprattutto, perché tutti gli altri tagli sono invece nella parte anteriore del corpo (collo, torace… anche i polsi risultano essere nella parte anteriore con le braccia in questa posizione)?

Se Yara è stata colpita alle spalle, è ragionevole ipotizzare che quella ferita (in cui è stata isolata la traccia relativa ad Ignoto1) non sia stata affatto l’ultima, ma la prima.
E’ lecito ipotizzare che una tale ferita sia stata inferta alla ragazzina mentre cercava di fuggire.
Ancora: se una persona viene colpita alle spalle, cioè nel dorso, zona lombare, significa che mentre viene colpita dà le spalle al suo assassino.

Se dà le spalle al suo assassino significa che non può contemporaneamente usare le braccia per difendersi dall’assassino stesso.

Ciò a sua volta rende logico pensare che se Yara è stata colpita di spalle mentre fuggiva e in quella posizione Yara non poteva difendersi… la traccia di Ignoto1 non deriva da autoferimento durante una colluttazione ma era sulla lama precedentemente all’aggressione!

Per chi segue la pista del trasporto del DNA per mezzo dell’arma del delitto, questa osservazione, se risultasse confermata, potrebbe rivelarsi estremamente significativa.

Facendo un’ipotesi di questo tipo, diventano chiari anche altre punti: ad esempio, non è strano che Yara non presenti alcuna lesione da difesa?

Uno scenario del genere invece può spiegarlo: Yara cerca di fuggire, ma l’assassino la colpisce alle spalle, in zona lombare.
La ragazzina cade a terra e sbatte la testa nella sua parte anteriore (contusione su mandibola e zigomo).
Cadendo porta le braccia in avanti come avviene per riflesso in una caduta.

L’assassino le si avventa sopra per colpirla ancora, gira il corpo nella parte anteriore con la delicatezza che ci si può attendere da un killer senza scrupoli (da cui la contusione alla nuca) e la colpisce a gamba, collo, torace, polsi.
Yara è già priva di sensi per aver battuto la testa e non si può difendere per tale ragione: per questo non presenta lesioni da difesa.

Il DNA di Ignoto1 era già sulla lama, ed è passato con la prima ferita inferta di spalle.
Non era sangue liquido, ma una traccia sangue rappreso che si è liquefatto al contatto con il sangue della ragazzina al primo fendente.
Non trattandosi di sangue fresco/abbondante è rimasto proprio in quella prima ferita e non ha lasciato traccia nelle altre, cosa che sarebbe intuibilmente successa nel caso prospettato nel teorema colpevolista (sangue già liquido e abbondante causato da autoferimento).

Scrisse Pierre-Marc-Gaston de Lévis che “l’orgoglio respinge il dubbio, la ragione gli dà il benvenuto.”
Mi auguro che queste osservazioni possano spingere qualcuno a porsi dei dubbi.
L’analisi del posizionamento delle ferite potrebbe confortare l’ipotesi del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, e nel contempo spiegare il perché di un’unica traccia, cosa che di per sé lascia spazio a dubbi che non possono essere saltati a piè pari.

Perché Massimo Bossetti, celermente tacciato come assassino, accusato di un crimine orrendo, costretto ad una cella d’isolamento da ormai 37 giorni, oggetto di un linciaggio mediatico senza pari e non sempre corretto né veritiero, non vacilla.
“Andate avanti”, dice ai suoi avvocati, “sono innocente”.
Massimo Bossetti ha accesso ai mezzi di informazione, ed è consapevole di una condanna che pende come una spada di Damocle, alimentata dai media, ma non vuole alcuna scorciatoia.
Si dice pronto a morire in carcere pur di dimostrare la propria innocenza, non ha alcuna intenzione di chiedere il rito abbreviato.

E se c’è chi in Massimo Bossetti vede un mostro, io vedo solo un uomo che non crolla perché la sua consapevolezza di essere innocente è più forte dell’accusa infamante che gli viene rivolta.
Massimo Bossetti con il rito abbreviato potrebbe uscire dal carcere fra dodici anni, ancora con una vita davanti, ancora con una famiglia che lo sostiene.
Ma non sceglierà questa strada: piuttosto morirà in carcere, condannato all’ergastolo, pur di provare in ogni modo a dimostrare la propria innocenza in fase processuale.

Bossetti, certo della propria innocenza, si dice pronto a sedersi dalla parte del torto se non saranno rimasti altri posti.

Ma se Massimo Bossetti non è colpevole, non sarà la sua condanna a rendere giustizia alla piccola Yara, né lo saranno le trionfalistiche ed avventate affermazioni del Ministro Alfano, che resteranno al contrario simbolo di un Paese imbarbarito.

Una condanna avventata e scaturita dall’impulso dei processi mediatici, in effetti, non sarebbe che l’ennesima pugnalata alla piccola ginnasta, il cui ricordo non potrà certo essere onorato da un ulteriore atto di ingiustizia.

Un commento “a caldo” di Laura sulle notizie emerse in data 21/07/2014: reazioni mediatiche tra imbarazzo e retromarce

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Nota: riflessione originariamente pubblicata da Laura sulla bacheca del gruppo facebook “Giustizia e verità: no all’accanimento mediatico contro Massimo Bossetti”.
La riflessione nasce dalle reazioni mediatiche a quella che, alla luce delle ultime notizie, che sembrano escludere riscontri che ricolleghino il signor Massimo Bossetti all’omicidio della povera Yara Gambirasio sia nell’analisi dei reperti piliferi sia in quella di auto e furgone, sembra una colpevolezza sempre più forzata, basata su un unico indizio isolato.
Come sempre, un sentito grazie a Laura per la preziosa ed insostituibile collaborazione.

Mi è sembrato di aver colto un malcelato imbarazzo in tutti i TG andati in onda questa sera.
Chissà a quante pietose retromarce ed inversioni ad U saremo costretti ad assistere nei giorni a venire.
Non che ci sia stata una svendita di coscienze, figuriamoci, ma già qualcuno ha rinnegato il così tanto ostentato “giornalismo investigativo” scaricando ogni responsabilità di quanto divulgato sulle “Fonti” che, per chi non lo sapesse, sono figure mitologiche prive di volto alle quali è assegnato il compito di sussurrare notizie sicure al fine di condurre, colui che la cerca, alla Verità.
C’è stato qualche giornalista che, diversamente, ha deciso di prendere le ferie arretrate per recarsi ad Ostia dove è stato avvistato nuotare al largo da un pescatore che andava a tonni e, che per sbaglio, lo ha preso all’amo.

I colpevolisti che faranno invece?

Si comporteranno come i ratti quando viene calata una torcia in una fogna o, coraggiosamente, sfodereranno un nuovo paio di mutandine?
Gli ultimi, quelli che definisco irriducibili, mi ricordano quei Jukebox vintage che mangiavano le monetine ma poi, qualsiasi canzone venisse selezionata, mandavano sempre la stessa.
Non riesco a capire, per quanto mi sforzi, come può l’accanimento essere più forte del desiderio di Giustizia.
L’acredine verso quest’uomo, non sana a priori, non è motivata dalla pietas umana nei confronti di una bimba, che qualsiasi siano stati gli eventi non aveva alcuna colpa, bensì paventa la reale esistenza dell’archetipo dell’uomo perbene e questo concetto da fastidio ai più, sissignori dà fastidio!

Non è assolutamente ammesso che un uomo semplice, lavoratore, che ha costruito una casetta gialla con le sue mani per sé e per la famiglia, che non ha scheletri nell’armadio, non ha una relazione extraconiugale, va a lavoro e rientra a casa fermandosi solo per comprare le figurine al suo bambino (le quali sono diventate carte da gioco a Estate in Diretta), resista alla pressione di chi lo vuole colpevole a tutti i costi, si proclami innocente e faccia sapere, tramite i suoi legali, che vuole andare fino in fondo alla faccenda a costo di prendersi l’ergastolo.

Quest’uomo è stato reso edotto del fatto che la macchina tritacarne dei media, che trasforma il giornalismo in terrorismo mediatico, gli ha aizzato contro una grossa fetta di suoi connazionali che sbavano per vederlo “arso vivo in pubblica piazza”.

Addirittura si era ventilata l’ipotesi che volessero, in risposta alla nostra petizione, farne un’altra per farsi consegnare vivo il muratore.
La speranza è che fosse lo scherzo di un burlone che ha portato a spasso il suo unico neurone.
L’innocenza non gridata a mò di sceneggiata napoletana è stata aspramente criticata, perché un innocente, per prassi, dovrebbe lanciarsi nel ballo di S.Vito.

Bossetti dà fastidio perché tace per due volte (logica reazione di una persona a cui viene contestato un crimine così aberrante) e poi dà fastidio ancora perché non dice al Procuratore di voler aiutare nelle indagini per dimostrare la propria innocenza.
Sempre da estate in diretta estrapolo una frase: “Il Bossetti che più di un indagato è già abbondantemente imputato avrebbe dovuto cercare di fare del Procuratore il suo migliore amico!”

Non avevo mai guardato prima di oggi questa trasmissione su Rai 1 e sono caduta in preda allo sconforto.
Certo è possibile che fossi indisposta io ma carte da gioco a parte, ad un certo punto è stato presentato un servizio che lasciava ad intendere che ci fossero filmati a prova del passaggio del sig. Massimo in una determinata strada.
Bene vediamo il filmato, c’è il nostro inviato che passeggia e ci mostra le telecamere che avrebbero potuto riprendere ma…rullo di tamburi… Non ci sono più i nastri di quattro anni fa!

Pensate sia finita qui?

Magari! Il diligente inviato suona il citofono di una casa privata chiedendo di poter visionare i nastri!
Non potevo crederci!
Imbarazzante!
Prontamente la giornalista dallo studio ricapitola concludendo che se mai il sig. Bossetti fosse passato di lì e si potessero visonare i filmati di quelle telecamere, che non sono però più disponibili, allora in quei filmati inesistenti forse lo si potrebbe vedere chiaramente passare!
Non so se ne sia al corrente ma questo si chiama Trilemma di Agrippa.
Le prime due argomentazioni sono sostanzialmente deboli, poiché la prima è di tipo tautologico, e la seconda non fornisce mai una dimostrazione completa.
La terza argomentazione fornisce false dimostrazioni, poiché presuppone la veridicità di un qualche principio non dimostrato.
Il Trilemma quindi rappresenta la decisione fra tre scelte ugualmente insoddisfacenti.
Ogni singolo argomento preso in esame è pura tautologia.

Non basterebbe semplicemente provare umilmente a fare un passo indietro?

Non so se esista una specifica volontà di perseverare nell’errore piuttosto che una pressione in questo senso, ma sono più orientata verso l’ipotesi che laddove la maschera del mostro dovesse cadere resterebbe il volto di un uomo scagionato e ciò non garantirebbe la tiratura e contestualmente provocherebbe un calo dell’audience.

Del Bossetti innocente sentiremo parlare molto poco.

Faranno eccezione quelle poche mosche bianche che si erano già precedentemente palesate garantiste e che puntualmente venivano silurate da una rete e dall’altra. Ma ci siamo anche noi, quelli che non hanno mai avuto dubbi, quelli che non hanno mai vacillato, quelli che, sfidando il principio che ciò che sembra essere più ovvio di solito lo è, continueranno a sostenere le proprie idee pur essendo bersagliati perchè come disse Martin Luther King: “Le nostre vite cominciano a finire il giorno in cui stiamo zitti di fronte alle cose che contano”.

Il silenzio di un innocente

-Undici anni fa, tu hai inventato una storia su certi uomini, tre erano, che furono condannati a morte per tradimento. Tu ti sei messo in testa di aver veduto un pezzo di carta che provava, invece, la loro innocenza. Un tal pezzo di carta non è mai esistito. Tu l’hai inventato e in seguito sei stato indotto a crederci come a una cosa vera. Ricordi, ora, il momento in cui hai formulato l’invenzione per la prima volta? Ricordi?
– Sì.
– Poco fa io ho teso le dita della mano verso di te. E tu hai veduto cinque dita. Ricordi?
– Sì.
O’Brien tese le dita della mano sinistra, tenendo nascosto il pollice.
– Ci sono cinque dita. Vedi cinque dita?
– Sì.
(George Orwell, 1984)

Tra fede, scienza e diritto

In genere si è abituati a considerare fede e scienza come due mondi completamente distinti, quando non contrapposti.
Se a fede e scienza aggiungiamo anche il diritto si arriva ad una situazione tanto complessa che si potrebbero versare fiumi di inchiostro senza probabilmente giungere a capo di nulla.

Se in riferimento al caso di cui ci occupiamo in questo blog il nesso tra scienza e diritto è chiaro, in quanto la questione sembra ruotare intorno al valore probatorio di una traccia, presumibilmente ematica, di DNA, il legame con la fede deve essere spiegato.

Ovviamente non mi riferisco alle convinzioni religiose delle persone coinvolte nella vicenda, che non hanno rilevanza alcuna al di fuori della sfera personale: parlo di quanti, in particolare tra gli opinionisti ma anche tra le persone comuni, hanno perso di vista il ruolo ed il significato della scienza.

Leggere opinioni aberranti come “Bossetti è colpevole perché la scienza non sbaglia”, è qualcosa che lascia interdetti.

Il test del DNA è normalmente ritenuto uno strumento sicuro: la scienza non sbaglia, e su questo potremmo anche essere tutti d’accordo.
La comparazione tra il DNA di un indiziato di delitto e quello rinvenuto sulla scena del crimine o sul corpo della vittima viene fatto attraverso un procedimento detto fingerprinting genetico e che consiste nel comparare alcune particolari sezioni di DNA, dette loci: si tratta di sezioni che, non codificando proteine, variano maggiormente da individuo a individuo.
Il punto, tuttavia, è un altro: la scienza è applicata da uomini, e gli uomini, per quanto sia scomodo ammetterlo, possono sbagliare.

Ma soprattutto, ciò che sfugge è che la scienza non dice che Massimo Bossetti è colpevole: la scienza può al limite evidenziare una traccia del suo DNA sulla scena del crimine, di più non può dire.
Che poi quella traccia sia finita lì contestualmente all’omicidio ed indichi al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza di Massimo Bossetti è l’accusa a doverlo dimostrare: la scienza non lo fa, e non può farlo.

Ritenere che la tanto decantata traccia di DNA indichi di per sé colpevolezza non è altro che un ennesimo errore umano.

Gli errori umani, infatti, non si limitano solo alla possibilità di errori, ad esempio, nella fase di isolamento del DNA e del suo campionamento, che nel caso in cui vengano analizzati migliaia di campioni può restituire ovviamente degli errori nell’abbinamento biunivoco campione/numero, ma si spingono alla fallacia logica: come evidenziavo in un precedente articolo, infatti, non solo non è raro assistere (cosa puntualmente verificatasi anche stavolta) ad un’errata interpretazione dei dati statistici sulla corrispondenza del DNA, ma pare sia anche piuttosto difficile comprendere che “l’imputato potrebbe essere innocente, pur essendo la fonte del materiale genetico.
Insomma, anche se il DNA rinvenuto sulla scena del reato (o sul corpo della vittima) appartenesse all’imputato, ciò non implicherebbe che egli sia colpevole, potendo ben esserci altre spiegazioni di tale rinvenimento. (Tra il certo e l’impossibile.
La probabilità nel processo, Dott.ssa Francesca Poggi).

Per queste ragioni, ritenere che la colpevolezza possa essere stabilita una volta per tutte sulla sola base del DNA, è sintomo di un approccio acritico e dogmatico alla “scienza”, che ricorda suo malgrado un celebre aneddoto contenuto nei Discorsi di Galilei, in cui si racconta di un filosofo che, assistendo ad una autopsia su un cadavere, vide con i propri occhi che i nervi non partono dal cuore (come sosteneva Aristotele, all’epoca ritenuto fonte di verità per eccellenza) ma dal cervello.
Nonostante questo, secondo il racconto, il filosofo, appellandosi al famoso ipse dixit, rispose:

“se il testo di Aristotele non dicesse espressamente il contrario, ossia che i nervi partono dal cuore, bisognerebbe proprio ammettere che partono dal cervello”.

Questo aneddoto, che appare così grottesco ed estemporaneo, rispecchia perfettamente il senso comune relativamente al reale peso del test del DNA in un’indagine per omicidio: non a caso il Prof. Felicioni ha parlato di un vero e proprio instupidimento dello spettatore dato dall’effetto CSI.

Avendo già parlato estesamente della possibilità del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, oggi non tornerò sull’argomento, e non sarà forse necessario neppure richiamare alcuni clamorosi casi statunitensi, come ad esempio il caso O. J. Simpson, in cui dinnanzi al verdetto di compatibilità tra alcuni reperti trovati sulla scena del crimine e il DNA di Simpson, la difesa condusse un martellante controesame, al termine del quale i consulenti dell’accusa furono costretti ad ammettere di aver taciuto alla Corte il fatto che la prova del DNA non è affatto infallibile, cosicché un apprezzabile margine di dubbio continuava innegabilmente a permanere.

E se ci troviamo davanti ad un uomo che soffre di epistassi, e che dunque potrebbe aver lasciato delle tracce sull’arma del delitto poi usata da un terzo, stante la plausibilità scientifica (vedansi articoli precedenti con richiami alla spiegazione della Dott.ssa Marina Baldi) di siffatta modalità di trasporto del DNA, cosa ne è dell’oltre ogni ragionevole dubbio?

Chi con fede cieca ostenta assoluta certezza nella responsabilità di Massimo Bossetti, propone un ragionamento quantomeno equivoco, al quale -al peggio non c’è mai fine, ormai lo avrete capito- è stato dato spazio perfino dal Servizio Pubblico radiotelevisivo.
Il ragionamento suona più o meno in questi termini: “Se la traccia di DNA di Bossetti fosse finita sul corpo di Yara per un trasporto casuale attraverso l’arma del delitto, Bossetti dovrebbe essere l’uomo più sfortunato del mondo!”.
L’equivocità e la fallacia del ragionamento in questione è data dal puro e semplice fatto che il discorso può essere tranquillamente capovolto in un più prosaico e garantista “la Procura di Bergamo deve essere davvero la Procura più sfortunata del mondo, se come esito di un’indagine durata per lunghi anni alla ricerca di un fantomatico Ignoto1 è arrivata nientemeno che ad un muratore che maneggia quotidianamente strumenti passibili di essere utilizzati come arma del delitto e che per giunta soffre di epistassi!”.

Nell’articolo di ieri, ipotizzando che l’oltre ogni ragionevole dubbio fosse un principio realmente ed accuratamente applicato, facevo un prospetto di questo tipo, sostenendo che nel caso di specie l’accusa, sulla quale incombe l’onere probatorio, dovrà provare che:

al di là di ogni ragionevole dubbio (che non potrà che essere sciolto davvero ripetendo il test a partire dalla traccia originale sui leggings e in contraddittorio con i periti della difesa) Bossetti è Ignoto1.

-qualora Bossetti sia Ignoto1 (stante l’esito positivo della prova di cui sopra) si dovrà ulteriormente provare che al di là di ogni ragionevole dubbio quella traccia di DNA non può essere frutto di trasporto casuale attraverso l’arma del delitto.

Quest’ultima affermazione implica come corollario che si debba ulteriormente dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che:

1-il fatto che la traccia presumibilmente ematica ricondotta a Bossetti sia esito di una ferita di Bossetti procuratasi in una colluttazione tra lo stesso e la vittima nonostante l’esame autoptico non abbia evidenziato alcuna lesione da difesa sul corpo della vittima (dall’ordinanza del GIP: “Dalla relazione agli atti emerge quanto segue (…) Non sono presenti lesioni tipicamente da difesa.”).

2-la ferita nella quale è stato isolato il DNA di Bossetti è stata l’ultima ferita e che il sangue sia finito sul coltello proprio con l’ultimo colpo inferto, in quanto in caso contrario analoghe tracce di DNA sarebbero state isolate anche nelle altre ferite, cosa che non è avvenuta.

Come è intuibile, non si tratta affatto di una prova semplice: anzi, in considerazione del fatto che non si sa neppure se sarà possibile adempiere al primo punto (ossia ripetere la comparazione partendo dalla traccia originale di DNA sugli indumenti), siamo di fronte ad una vera e propria probatio diabolica.

Al fatto che il test del DNA non è infallibile, data la possibilità di errori umani, si aggiunge poi che giurisprudenza non è, ahimè, una scienza esatta, e la valutazione della prova scientifica pone un numero di problemi enorme, che tra l’altro deve essere correlato al principio del libero convincimento del giudice.
E’ cosa nota che far collimare il progresso scientifico con i sacrosanti principi dello stato di diritto non sia affatto semplice: questo spiega, ad esempio, le incertezze giurisprudenziali relative alla valutazione di dati epidemiologici, o ancora alla solita valutazione della prova scientifica.
Incertezze che spesso danno luogo a pronunce molto discutibili (e molto discusse in dottrina) nelle quali sembra di assistere ad una sostanziale, surrettizia violazione delle regole probatorie.

Dove va a finire, allora, l’oltre ogni ragionevole dubbio?

La questione è estremamente complessa, e di certo non può essere sviscerata in termini esaurienti in questa sede.
Eppure è sempre più evidente che quell’unica traccia di DNA, così esigua, così controversa alla luce di alcuni fatto concreti, in primis l’epistassi di cui soffre Bossetti, non basta a superarlo, non basta affatto.

Proprio mentre scrivo questo articolo, le agenzie di stampa battono la notizia secondo la quale i difensori di Massimo Bossetti starebbero valutando l’ipotesi di presentare al GIP un’istanza per chiederne la scarcerazione, poiché a seguito della notizia sulla non corrispondenza dei reperti piliferi sarebbe emerso anche, stando a quanto risulta a fonti della difesa (ricordiamo che l’esame, non ripetibile, è stato condotto in contraddittorio proprio con i periti incaricati dalla difesa), che sull’auto e sul furgone di Massimo Bossetti non sarebbero state rinvenute tracce biologiche riconducibili alla piccola Yara.

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E se quella traccia di DNA, sempre più sola, a mò di particella di sodio nella pubblicità dell’acqua Lete, continuerà a lungo ad alimentare il fervore religioso di troppi tanto presunti quanto sedicenti scientisti, non ci si può che augurare che chi può vantare un approccio intellettuale meno pregiudizievole cominci ad essere perseguitato dallo spetto del dubbio, un dubbio che appare ogni giorno sempre più ragionevole.

Per chi ha fatto del forcaiolismo il proprio vessillo, certamente le cose non cambieranno: a confortare il DNA resteranno i gossip, e quei giudizi così aprioristici ed estemporanei da far annichilire in un sol colpo Lombroso, Ferri e Grispigni.

Silenzi che pesano

Si dice che alcune parole pesino come macigni, ma spesso si dimentica che ci sono silenzi che pesano altrettanto.

Lo ha capito a proprie spese Massimo Bossetti, condannato in anteprima per le sue parole, ma ancor più per i suoi silenzi.
Quel silenzio iniziale davanti al PM nel giorno del fermo, così discusso, così facile da interpretare come chiaro segno di reticenza del colpevole.

Lo sventurato non rispose.

E’ così semplice, in fondo, parlare quando ci si trova ad essere improvvisamente accusati di un delitto atroce se non lo si ha commesso.

E poi subentrano le parole, anch’esse così inadeguate, così sbagliate, così chiaramente indice di un’innegabile colpevolezza.
Leggevo poco fa su Apocalisse Laica un articolo di Carmelo Dini (http://apocalisselaica.net/varie/contributi/spero-che-sia-innocente-massimo-giuseppe-bossetti) che con una rapida ricerca sul Web ho scoperto essere lo pseudonimo di Renato Pierri.

Dini scrive queste parole:
“Io reagirei come può reagire una belva ferita, non direi mai, come ha fatto lui: “Ho la coscienza a posto, non sono un mostro. Non avrei mai potuto fare una cosa del genere, non andrei mai con le bambine… Se fossi stato io mi sarei già ucciso”.
Io, ferito a morte, credo che direi altre parole […]. O forse, non so, il dolore sarebbe tale da non permettermi di parlare. Forse griderei, forse piangerei come un bambino picchiato ingiustamente, piangerei disperatamente. Non so. Ma certi discorsi certamente non li farei.”

Non risponderebbe così, Dini: gli crediamo e ne prendiamo atto.
Eppure c’è una nota stonata in tutto questo, un particolare che sfugge: Dini commenta le parole di Bossetti, così come tanti opinionisti ne hanno commentato il silenzio, dalla tranquillità della propria tiepida casa, non da una cella d’isolamento con un’accusa infamante a proprio carico.

Massimo Bossetti, insomma, avrebbe dovuto reagire in un altro modo, in qualsiasi altro modo.
C’è chi lo avrebbe voluto indignato a gridare la propria innocenza con la foga di un capo ultras, e chi invece lo avrebbe preferito impassibile come neppure la più algida delle principesse di Francia davanti alla ghigliottina, pronto a ricordare con esattezza e senza contraddizioni una sera di quattro anni prima.

Invece c’è stato il silenzio, quel silenzio strano, che qualcuno potrebbe interpretare come esito della normalissima reazione sconvolta di chi si trovi all’improvviso ad essere accusato di un grave delitto non commesso, ma che si deve interpretare come il silenzio del colpevole: di un colpevole così sbadato da non prepararsi neppure un alibi, sebbene fosse a conoscenza del fatto che era stato effettuato il test del DNA alla propria madre nell’ambito delle indagini sul caso Yara.

Ma in fondo, non dobbiamo allarmarci: è tutto regolare, e poi c’è il DNA.
Quell’unica traccia di DNA, sempre più sola, sempre più evanescente, sempre più ultima roccaforte di chi ha tenuto alla larga ogni possibile dubbio.

E soprattutto, non possiamo dimenticare le nostre radici.
Perché noi siamo anche il (Bel)Paese in cui in primo grado di giudizio si riuscì a condannare Raniero Busco, poi assolto in appello con una sentenza magistrale che per un attimo ci ha restituito i fasti del diritto che fu, per una traccia di DNA derivante (presumibilmente) da saliva trovata sul seno di quella che era stata la sua fidanzata, Simonetta Cesaroni.

Di certo le logiche spiegazioni alla presenza del DNA di Busco sul seno di quella che era nientemeno che la fidanzata non mancavano neppure nel primo grado di giudizio, ma la fede è fede, anche quando si traveste da scienza.

Ed è a questo punto però, che mi sorge un dubbio atroce, e mi viene in mente che forse non dovrebbe essere il silenzio di Massimo Bossetti a far discutere, ma il silenzio delle tante, troppe persone che preferiscono chiudere entrambi gli occhi dinnanzi a quel ragionevole dubbio, sempre più flebile, sempre più estraneo, sempre più accantonato in un angolo recondito della memoria, tra le macerie di una giustizia sempre più agonizzante.

Alessandra Pilloni

Vengo anch’io! No, tu no – tra riscontri mancati sui peli e assenza di contraddittorio come tracollo della civiltà

Sbagliare per un pelo

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Correva la data 28 giugno 2014, quando mi veniva comunicato nel tardo pomeriggio, che il giornalista e conduttore televisivo Gianluigi Nuzzi annunciava nel proprio profilo facebook (vedi schermata) che nella puntata di Segreti e Delitti in onda quella sera il pubblico avrebbe ascoltato in anteprima una clamorosa notizia: non vi era solo il DNA a carico di Massimo Bossetti, ma erano stati rinvenuti dei peli dello stesso Bossetti, e la notizia sarebbe stata data nientemeno che da tale Prof. Buzzi, che “collabora con gli inquirenti di Bergamo”.

La notizia veniva smentita seccamente, a partire dall’Eco di Bergamo, un’ora prima che la trasmissione andasse in onda, da colui che stava svolgendo le analisi sui peli stessi, Dott. Carlo Previderé: cionondimeno, si sceglieva di sorvolare bellamente sulla smentita, che pure non lasciava adito a dubbi di nessun tipo tanto era categorica, e di mandare comunque in onda la notizia già smentita in prima serata.

Tutto ciò, nonostante nello stesso giorno fosse venuto fuori perfino che il Prof. Buzzi non aveva ricevuto un incarico diretto dalla Procura di Bergamo né conduceva le analisi, che venivano invece condotte dall’autore della secca smentita Dott. Previderé.

buzzi Smentita del Dott. Previderé sull’Eco di Bergamo, 28 giugno

Quando facevo notare la cosa a Nuzzi, evidenziando tra l’altro la sconfortante assenza di contraddittorio nella puntata della trasmissione, questi mi tacciava in un suo commento di “palese malafede”, assicurandomi che prima o poi, quando la notizia sarebbe stata confermata, avrei dovuto fare “pubblica ammenda”, e quando qualche giorno dopo lo informavo dell’indiscrezione pubblicata su La Stampa secondo la quale non vi era coincidenza alcuna tra i peli, faceva ancora di più, e dopo avermi reso edotta del fatto che l’indiscrezione della Stampa non aveva alcun valore, con buona pace del contraddittorio tanto caro agli ordinamenti democratici, mi bloccava.

Schermata-2014-07-04-alle-12.41.23-700x400 Schermata dell’articolo pubblicato su La Stampa in data 4 luglio 2014 con l’indiscrezione “senza valore”.

In effetti, un’indiscrezione in sé potrebbe essere priva di valore, anche se non si capisce perché dovrebbe esserlo solo quando la fonte è La Stampa e non quando è Segreti e Delitti.
Sorvolando su questo strano dettaglio, comunque, la questione potrebbe chiudersi qui, se non fosse che proprio ieri gli organi di stampa hanno finalmente la dato la notizia secondo la quale è ufficialmente emerso in un vertice tra pm e consulenti dell’Università di Pavia che i peli non sono di Bossetti (vedi ad esempio qui: http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_19/yara-peli-trovati-indumenti-non-bossetti-ignoti-da217a92-0f25-11e4-a021-a738f627e91c.shtml).

Tra l’altro, la comparazione è stata fatta, per forza di cose (vedi articolo), sulla linea materna, e dal momento che, come già gli antichi Romani avevano ben chiaro, “mater semper certa est”, nel caso di specie viene meno ogni appiglio di critica.

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Da Blitz Quotidiano (http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/massimo-giuseppe-bossetti-genetista-chiede-tempo-per-perizia-dna-peli-su-yara-1930997/) proviene un resoconto più dettagliato:

L’Eco di Bergamo scrive:

“Il genetista dell’Università degli Studi di Pavia è stato venerdì mattina in procura per un colloquio informale con il magistrato: le analisi, si è appreso, sono concluse e hanno già escluso che ci fossero peli di Massimo Bossetti fra quelli analizzati. Si tratta di circa 200 tracce pilifere repertate dagli inquirenti sugli indumenti della ragazzina di Brembate Sopra: tra questi ci sono sia peli animali che umani”.

Le analisi richiedono molto tempo, ma il dubbio è che dalle tracce fino ad adesso gli inquirenti non siano riusciti a trovare il Dna di Bossetti:

“l’esito non è ancora noto e non si sa se da quei peli sia stato isolato del Dna utile al fine delle indagini, ma un elemento è certo: fra questi non ci sono quelli di «Ignoto 1», cioè del muratore di Mapello. La perizia è stata ultimata ma il genetista avrebbe chiesto altro tempo per metterla nero su bianco. Evidentemente Previderè nella visita ha anticipato a voce al pm l’esito della consulenza, che non avrebbe portato a clamorose scoperte”.

Senza scomodare San Gennaro: richiami scientifici sulla liquefazione del sangue rappreso

In attesa di vedere se qualcuno (e non io) farà ora pubblica ammenda come di dovere, dai reperti piliferi mi è giocoforza tornare su alcune questioni relative alla traccia di DNA.
Quando ho deciso di aprire questo blog, ho giurato a me stessa che avrei in ogni modo evitato di scadere nella banalità di illazioni e notizie non confermate, quand’anche appetibili, e soprattutto ho giurato a me stessa di prestare grande attenzione all’attendibilità di quanto diffuso da queste pagine: è proprio questo, ad esempio, il motivo per cui nel parlare dell’ipotesi del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, non mi sono limitata a riportare una mia opinione, ma ho richiamato a più riprese le parole della Dott.ssa Marina Baldi, genetista d’esperienza proprio nell’ambito forense.

Per chi non avesse letto i precedenti articoli, mi permetto di richiamare il fatto che la Dott.ssa Marina Baldi, presente come ospite a Estate in Diretta in data 11 luglio, ha spiegato che stando alle conoscenze del caso in esame ad oggi disponibili (che riferiscono di un’unica traccia, presumibilmente ematica, di Ignoto1), un trasporto del DNA tramite l’arma del delitto è scientificamente possibile ed ha inoltre sottolineato come la contestazione circa il fatto che il sangue eventualmente presente sull’arma del delitto sarebbe stato secco, ha poco senso poiché il sangue secco, venendo a contatto con del sangue fresco (della vittima) andrebbe incontro a liquefazione.

La Dott.ssa Baldi non è un pinco pallino qualsiasi, ma è una biologa e specialista in Genetica Medica, fondatrice della società “Consultorio di Genetica” e da oltre 10 anni, dopo relativa formazione professionale, dedita alla ricerca dell’aspetto forense della genetica presso il Laboratorio Genoma, per il quale è responsabile della sezione di Genetica Forense.

E’ chiaro dunque che far vedere in TV, come avvenuto nell’ultima puntata di Segreti e Delitti, una cazzuola sulla quale è stata fatta asciugare una macchia blu di non meglio specificata natura, a simulare del sangue rappreso, e strofinarci sopra una pezzuolina per mostrare al pubblico che in tal modo la macchia non viene via, non è una dimostrazione chiarificatrice: può andar bene, forse, per dimostrare la difficoltà del “sangue” coagulato a staccarsi da una lama attraverso sfregamento, ma non prova sicuramente l’impossibilità di liquefazione del sangue rappreso a contatto con del sangue fresco.

Per amor di verità, bisogna dire che la dimostrazione era proprio tesa a dimostrare che il sangue coagulato non potesse staccarsi dalla lama: il problema è che il punto, come giustamente evidenziato dalla Dott.ssa Baldi, è invece la possibilità, scientificamente data e di un’ovvietà che sfiora il banale, che del sangue eventualmente presente sull’arma del delitto si sia liquefatto venendo a contatto con del sangue fresco nel contesto dell’aggressione alla vittima.

Un aspetto, questo, che non può essere trascurato con il semplice fatto di sorvolarvi bellamente, né tantomeno escluso, stante la sua plausibilità scientifica.
Qui non si sta parlando di ipotesi peregrine né della liquefazione del sangue di San Gennaro, ma si sta semplicemente ponendo l’accento su un banalissimo processo di liquefazione di sangue rappreso che entri in contatto con del sangue fresco.
Se poi il miracolo di San Gennaro dovesse sopraggiungere, mi auguro che possa contribuire ad illuminare una nutrita schiera di giornalisti italiani: un’impresa, questa, per la quale un miracolo sembra sempre più necessario.

Se mi ostino a riportare le parole della Dott.ssa Baldi, è perché io non amo ergermi a genetista o sfoggiare competenze non mie.
La mia formazione è giuridica, e per parlare di scienza devo pertanto ricorrere alla citazione di soggetti qualificati.
Posso tuttavia evitare di ricorrervi nel momento in cui l’asse del discorso si sposta dalla scienza al diritto.

C’erano una volta i presunti innocenti

Nell’ondata di disinformazione alla quale abbiamo assistito e tuttora stiamo assistendo, mi è capitato di sentire più riprese affermazioni come “Bossetti dovrà spiegare che/come/quando/dove/perché…” e così via.

Nella stessa puntata di Segreti e Delitti, dopo l’intervento della Pivetti che ipotizzava una casualità, il conduttore Gianluigi Nuzzi ha affermato che tali casualità Bossetti “dovrà dimostrarle una ad una”.

Un’affermazione di questo tipo, all’apparenza può sembrare innocua, ma tale non è: per quanto possa essere fatta in buona fede, si tratta infatti di un’affermazione che non rispecchia i principi del nostro ordinamento, e che se li rispecchiasse sarebbe gravida di conseguenze molto pericolose per lo stato di diritto.
Una nozione di questo tipo, per intenderci, è l’anticamera di uno stato di polizia.

Massimo Bossetti, secondo i principi agonizzanti del nostro ordinamento, non dovrebbe in linea teorica dimostrare nulla, perché l’onere della prova incombe sull’accusa.

La presunzione di innocenza è un principio del diritto penale secondo il quale un imputato è considerato non colpevole sino a condanna definitiva, ossia sino all’esito del terzo grado di giudizio emesso dalla Corte Suprema di Cassazione.
L’onere della prova spetta alla pubblica accusa, rappresentata nel processo penale dal Pubblico Ministero. Non è quindi l’imputato a dover dimostrare la sua innocenza, ma è compito degli accusatori dimostrarne la colpa.

Questo principio non è, almeno nell’ordinamento italiano, una mera ripresa dell’ “affirmanti incumbit probatio” (“la prova spetta a chi afferma”), in quanto viene tenuto conto anche del tipo di affermazione: se si tratta di un’accusa, è valido il principio latino suddetto, mentre se si tratta di un’affermazione di innocenza si presume vera fino a prova contraria, in virtù del dovere di solidarietà sociale e della funzione della Repubblica di riconoscere i diritti individuali (Cost. art. 2 e 3), e anche qualora venga provata la falsità, si presume la buona fede per gli stessi principi costituzionali.

Vale la pena di ricordare che il principio dell’onere della prova incombente sull’accusa non è un portato moderno, ma un principio di civiltà che vanta antichi e nobili natali: già nel Corpus Iuris Civilis era infatti attestato il principio in base al quale “l’accusatore, dichiarando di non poter provare ciò che afferma, non può obbligare il colpevole a mostrare il contrario, perché, per la natura delle cose, non c’è nessun obbligo di prova per colui che nega il fatto”.

Se ad imporre che l’onere della prova incomba sull’accusa è una regola di rango costituzionale (art. 27), in armonia con questo principio il codice di procedura penale del 1988 ha fissato le regole probatorie in modo tale da dare rilevanza anche al dubbio, stabilendo (art. 530 c.p.p.) che in esito al giudizio va pronunciata sentenza assolutoria non solo se vi è prova che “il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso, il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero se il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile per un’altra ragione”  ma anche quando sugli stessi elementi del reato vi è il dubbio perché la prova “manca, è insufficiente o è contraddittoria”.

Questo significa che non dovrebbe essere (in linea teorica) Massimo Bossetti a spiegare perché una traccia del suo DNA sia stata isolata sui leggings della povera Yara, ma dovrebbe essere l’accusa a spiegare perché, sulla base di quella traccia, Massimo Bossetti è colpevole dell’omicidio “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

In linea altrettanto teorica, questo significa nel caso di specie che dovrebbe essere l’accusa a dimostrare che:
al di là di ogni ragionevole dubbio (che non potrà che essere sciolto davvero ripetendo il test a partire dalla traccia originale sui leggings e in contraddittorio con i periti della difesa) Bossetti è Ignoto1.

-qualora Bossetti sia Ignoto1 (stante la prova di cui sopra) si dovrà ulteriormente provare che al di là di ogni ragionevole dubbio quella traccia di DNA non può essere frutto di trasporto casuale attraverso l’arma del delitto.

Quest’ultima affermazione implica come corollario che si debba ulteriormente dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che:

1-il fatto che la traccia presumibilmente ematica ricondotta a Bossetti sia esito di una ferita di Bossetti procuratasi in una colluttazione tra lo stesso e la vittima nonostante l’esame autoptico non abbia evidenziato alcuna lesione da difesa sul corpo della vittima (dall’ordinanza del GIP: “Dalla relazione agli atti emerge quanto segue (…) Non sono presenti lesioni tipicamente da difesa.”).

2-la ferita nella quale è stato isolato il DNA di Bossetti è stata l’ultima ferita e che il sangue sia finito sul coltello proprio con l’ultimo colpo inferto, in quanto in caso contrario analoghe tracce di DNA sarebbero state isolate anche nelle altre ferite, cosa che non è avvenuta.

C’erano una volta i presunti innocenti, non ce ne saranno più.
Ed è per lavare l’onta di non essere più in grado di tributare il dovuto rispetto a chi si proclama innocente, che dei “mostri” tanto facilmente condotti alla sbarra dei saloni televisivi ne facciamo feticcio, dipingendoli sui giornali in modo così gretto, così ridicolo, così banalmente pacchiano.

Perché la meschinità è così forte in noi da renderci capaci di condannare un uomo per procura, semplicemente con il nostro assoluto silenzio e la nostra attenzione morbosa all’evolversi del processo mediatico, lavandoci le mani di tutto il resto, perché a forza di non essere più avvezzi al ragionamento autonomo, se c’è da riflettere preferiamo dare in appalto la riflessione.

E allora non importa, non importa nulla se i colleghi di Bossetti confermano che soffrisse di epistassi ed il settimanale Giallo riporta l’esatto opposto a caratteri cubitali in copertina, contraddicendo tutte le restanti fonti di informazione, per giunta aggiungendo un risibile “Vacilla l’alibi di Massimo Bossetti”, come se al suo alibi o ad una qualsiasi forma di tesi difensiva la testata in questione avesse in precedenza dedicato spazio.
Interessante notare anche come l’immagine in copertina sia evidentemente un fotomontaggio.

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E non importa, in fondo, neppure se a Segreti e Delitti viene mostrato il fotogramma di un uomo con i capelli visibilmente scuri e con un fisico chiaramente diverso, spacciandolo per Massimo Bossetti alle spalle della giornalista Gabriella Simoni nella data del ritrovamento del corpo della povera Yara Gambirasio.

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Sul perché poi l’assassino avrebbe dovuto avere un qualche interesse a farsi riprendere in piedi dietro una telecronista, è del tutto impossibile pronunciarsi, o si rischierebbe di cadere in un’escalation di assurdità senza pari.

E’ sempre troppo semplice sentirsi vittime di qualcuno, ma quando poi, con un po’ di autoanalisi, ci si scopre piuttosto dei veri e propri carnefici ci si resta malissimo, e allora ci si lava le mani e si cerca di andare avanti come se nulla fosse, in un mondo in cui la memoria dei vari Zornitta, Busco, Tortora, Girolimoni, non è altro che un dovere ipocrita e vuoto, una memoria che nella sua vacuità è solo un encefalogramma piatto, in cui tutti quei nomi, fatti poltiglia dalla macelleria mediatica, diventano tutti uguali ed ugualmente inutili.

Ma ancora una volta andiamo avanti senza curarcene troppo, perché l’Italia, lo sappiamo bene, è terra di santi, eroi e soprattutto di giudici autoproclamati.

Una buona metà degli Italiani, da un mese a questa parte, pare abbia scoperto di essere giudice a sua insaputa.

Tra i dibattiti di forcaioli della prima ora e saccenti moralizzatori di ogni risma, vi sarà certamente capitato di notare come l’accanimento popolare ha finito per volgersi perfino nei confronti di persone sulle quali non è in corso alcun tipo di indagine; mi riferisco in particolare alla signora Ester Arzuffi, che è stata fatta oggetto delle più gravi illazioni.

Avrete letto anche voi, magari sui social network, commenti vergognosi del tipo “dovrebbero punire anche la madre (di Bossetti, ndr) per favoreggiamento!!”.

Commenti che lasciano francamente allibiti, e soprattutto che mostrano un’ignoranza che definire abissale è poco: non solo perché si tratta di illazioni campate in aria, ma anche perché quand’anche davvero vi fosse stato favoreggiamento (e fosse provato e/o provabile, cosa che non è) il favoreggiamento personale di un prossimo congiunto, secondo il diritto penale italiano, non è punibile, in quanto subentra la relativa scusante (art. 384 c.p. “nei casi previsti dagli articoli  (…) non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore”).

Cito l’art. 384 c.p. non perché necessario al caso di specie, non essendovi ovviamente stata alcuna forma di favoreggiamento, ma per mostrare platealmente come questa saccenza forcaiola aberrante stia diventando una vera piaga ai danni di comuni cittadini giudicati da persone prive di ogni competenza alle quali purtroppo si consente di diffamare (perché qui non si tratta di semplici opinioni) in libertà sul web, creando del torbido ed ingenerando confusione in altre persone che leggono, magari in buona fede, senza avere le conoscenze giuridiche adatte a recepire l’assurdità di certe esternazioni.

Ieri è stato diffuso sulla pagina facebook di firmiamo.it il link con la mia petizione tesa a sensibilizzare l’Ordine dei Giornalisti sul problema dell’accanimento mediatico ai danni di un uomo incensurato e attualmente indiziato per un delitto al quale si dichiara del tutto estraneo: il link ha portato un bel po’ di firme e credo ne porterà ancora parecchie; tuttavia mi ha portato anche un bel po’ di insulti cretini e puerili tra i commenti sulla pagina, nonché il signorile augurio di “provare il dolore di tutte le vite spezzate in questo paese fondato sull’ingiustizia che tutela solo chi fa il pezzo di merda e dimentica le vittime”.

Ecco, vorrei ringraziare pubblicamente anche da qui chi mi ha rivolto questo augurio: perché la miseria d’animo che vi si legge è per me sprone per andare avanti, in quanto mostra l’inciviltà dei troppi novelli autoproclamatisi giudici che senza neppure leggere la petizione (o avrebbero visto il richiamo alla solidarietà verso la famiglia Gambirasio, della quale ho sentitamente elogiato l’atteggiamento di rara umanità e correttezza) sputano sentenze su chiunque semplicemente non la pensi come loro.

Un’altra gentile lettrice mi ha fatto notare che mi sarei beccata più insulti che complimenti, senza probabilmente arrivare a capire il nocciolo della questione, ossia che di ricevere complimenti (o insulti che siano) in tutta sincerità non me ne può fregar di meno.

Forse qualcuno ha ben pensato, nel suo sacro fervore colpevolista, di essere in qualche modo legittimato a sentenziare in modo affrettato, dimentico di ogni principio sul quale si basa il nostro ordinamento.

Si è però verificato quel pernicioso fenomeno che si suol denominare “fare i conti senza l’oste”, giacché non era stato messo in conto che qualcuno avrebbe potuto levare la propria voce, non per chissà quale interesse nascosto o perché plagiato dagli occhi cerulei del Bossetti, ma per semplice aderenza a quei principi fondamentali dello stato di diritto che -per fortuna!- qualcuno sente ancora come propri.

Sarà tutto tempo perso, dunque, sporcare queste pagine di inutili faide con chi, dall’alto della propria saccenza, ha già sentenziato.
Per tali novelli santi, eroi e giudici, avvezzi a coprire l’onta della propria inciviltà con proclami falsamente moralisti, infatti, non resta che un piccolo spazio nel peggiore degli Inferi: il girone dell’oblio cui destinare ogni triste comparsa che fa della povertà interiore il proprio unico appiglio.

Alessandra Pilloni

NUOVO ORIENTAMENTO DI PENSIERO ALLA LUCE DELL’EVIDENZA VOLTO A RIDIMENSIONARE GLI ERRORI GIUDIZIARI NEGLI U.S.A.

Nota: un nuovo articolo di Laura, membro del gruppo facebook “Giustizia e verità: no all’accanimento mediatico contro Massimo Bossetti”.
Ancora una volta, nel proporvi l’elaborato, non posso che ringraziare Laura per il suo apprezzatissimo impegno.

La pena di morte negli Stati Uniti d’America è un argomento molto controverso e dibattuto. Gli Stati Uniti d’America sono attualmente uno dei 76 stati del mondo in cui è prevista l’applicazione della pena capitale, mentre in 120 altri stati tale pena è stata abolita.

Senza stare a dilungarmi troppo sulla diversa Giurisprudenza, figlia delle circostanze in cui nascono gli Stati Uniti, (situazione geopolitica diversa, molteplici etnie e necessità di stabilizzazione di una nazione relativamente giovane ) vorrei spostare l’attenzione del lettore, in questo gruppo che nasce per difendere la presunzione d’innocenza, su un Fatto: il coraggio e la rettitudine morale di un gruppo di persone “illuminate” le quali, seguendo il pensiero e le osservazioni mosse dal Governatore repubblicano Ryan sulla “leggerezza” di alcune condanne a morte, sono riuscite a modificare un sistema che si era rivelato fallace.

Precisando a priori che sono personalmente contraria alla pena capitale, il mio unico scopo qui è narrare un fatto storico, nemmeno troppo lontano nel tempo.

I seguenti contenuti sono stati estrapolati  Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La commissione Ryan

Nel 2000, nello Stato dell’Illinois, i risultati di una serie di test del DNA rivelarono che in quello Stato era stata commessa una grande quantità di errori giudiziari che avevano portato alla condanna a morte di innocenti. Il Governatore dell’Illinois, il repubblicano George Ryan, da sempre noto sostenitore della pena capitale, influenzato dai risultati dei test, proclamò una moratoria a tempo indeterminato sulle esecuzioni e nominò una commissione alla quale veniva chiesto di riflettere sul tema della pena capitale e di trovare, se esistevano, riforme che potessero renderla più giusta ed equa. I membri della commissione erano tutti esperti giuristi o avvocati e rappresentavano le varie opinioni e tendenze politiche. Tra di loro lo scrittore e avvocato Scott Turow che ha scritto un libro, divenuto bestseller anche in Italia, nel quale esprime le sue considerazioni conclusive a seguito di questa importante esperienza. La commissione, dopo due anni di ricerche e analisi, stabilì che era necessario ridurre il campo di applicazione della pena, limitando il numero dei casi e sottraendo all’esecuzione le persone ritenute malate di mente. Il governatore Ryan, il giorno prima di lasciare l’incarico, nel 2002, liberò dal braccio della morte 164 condannati e diventò un detrattore della forca. La storica decisione di Ryan portò governatori di altri stati, come la Carolina del Nord, a dichiarare una moratoria e, in alcuni casi (New Jersey), alla totale abolizione.

Il rapporto conclusivo della commissione Ryan

Nell’aprile del 2002 la Commissione governativa dell’Illinois presentò il suo rapporto conclusivo. La grande maggioranza delle proposte della Commissione fu approvata all’unanimità e anche i membri della commissione che si erano rivelati in disaccordo su alcuni punti concordavano sul fatto che in quello Stato, dal 1977 al 2002, erano state applicate troppe esecuzioni (e in particolare erano stati messi a morte troppi innocenti). Tutti i componenti della Commissione concordavano sul fatto che fosse necessaria una grande riforma del sistema giudiziario se si voleva continuare ad utilizzare la pena capitale per alcuni reati e che fossero necessari più finanziamenti pubblici per migliorare la qualità delle indagini e degli addetti all’analisi delle prove. Altre proposte significative: tutti gli interrogatori dei sospettati colpevoli di reati gravi devono essere filmati e le dichiarazioni fatte negli uffici di polizia devono essere registrate, per essere accettabili durante il processo;

Il fatto che portò l’allora Governatore dell’Illinois George Ryan a definire il sistema giudiziario di quello stato “pieno di errori” e a proclamare la moratoria fu l’inquietante statistica che dimostrava che quasi metà delle persone condannate a morte nell’Illinois si erano rivelate successivamente non colpevoli o colpevoli di un reato diverso da quello per il quale erano state processate e giudicate. In altri termini lo stato governato da Ryan aveva giustiziato o stava per giustiziare degli innocenti. Nel 1999 il Chicago Tribune pubblicò diversi articoli riguardanti casi di gravi errori giudiziari in Illinois che avevano portato molte giurie, in buona o cattiva fede, a condannare a morte imputati sulla base di prove rivelatesi false o non attinenti. Il problema della condanna a morte di innocenti riguarda tutti gli Stati dell’Unione favorevoli alla pena capitale.

Molti sostenitori definiscono il prezzo da pagare in caso di errori “accettabile”, altri inorridiscono ma definiscono comunque la pena di morte una necessità statale alla quale non si può rinunciare. L’utilizzo, iniziato a partire dalla metà degli anni Novanta del Novecento, del test del DNA ha dimostrato l’esistenza di diciotto casi di innocenti condannati a morte. Il risultato di questi test ha aiutato gli oppositori della pena capitale a mostrare le prove del fallimento di questa pratica. I favorevoli, però, sostengono che il test rappresenta, anzi, un argomento di sostegno alla pena di morte, in quanto dimostra con sicurezza il legame che c’è tra la vittima e l’imputato colpevole.

A partire dall’anno 2004 il sostegno dell’opinione pubblica alla pena di morte è diminuito in maniera netta (dall’80% al 60%); è diminuito conseguentemente anche il numero di esecuzioni e di condanne, e il numero di reati punibili con la pena capitale è stato limitato dal Congresso ai crimini più gravi. Negli stati del New Jersey e del Nuovo Messico la pena di morte è stata abolita o sospesa a tempo indeterminato. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha restrinto il campo dei reati punibili con la pena capitale, sottraendo i minorenni e i ritardati mentali alla forca. Questo grande cambiamento è stato dato dalle polemiche e dagli scandali seguiti all’utilizzo dei test del DNA, che hanno provato l’esistenza di un numero enorme di innocenti condannati a morte (e in molti casi la condanna è stata eseguita).

Torniamo in Italia ai giorni nostri. Vi chiederete che attinenza abbia quello che ho sopra riportato con lo “spinoso”  argomento della (a parere di chi scrive, ingiusta) carcerazione e la “crocifissione” mediatica del sig. Massimo Bossetti “prigioniero” del pregiudizio da oltre un mese e “inchiodato” da una dubbia traccia di DNA.

Vuole essere un metro di confronto tra la maturità intellettuale, etica e morale di due nazioni. La prima è una Nazione giovane, gli U.S.A. (e preciso non sono una filoamericana a tutti i costi) che contestualmente alla sua nascita già si macchiava di gravissime colpe, spesso calpestando i diritti umani,  la quale è riuscita comunque a fare un passo indietro e a rivedere alcune sue posizioni, come sopra illustrato con la commissione Ryan, per amore della Giustizia, opponendosi con una Riforma alla fallacità della prova del DNA che aveva portato a numerose, irreversibili e  tragiche  condanne alla Pena Capitale.

La seconda è la nostra Italia che pur vantando antichi e nobili natali e pur avendone dati a sua volta a menti brillanti, è precipitata in quello che io chiamo tristemente il Neo-MedioEvo. Quella che in passato fu la culla della civiltà, patria di illuminati, scienziati e artisti è ora una non propria definita Nazione composta di gruppi e sottogruppi di stanziali, senza vincoli tra loro che occupano la stessa porzione di territorio e, non appartenendo ad una Società civile ed organizzata, oltre che andare a caccia, coltivare la terra e venerare la Dea TV, amministrano la giustizia così come suggerito dai Profeti (piccolo gruppo di personaggi che, protetti da uno schermo, dettano legge e proferiscono parole sacre da non mettere mai in discussione).

In realtà, sarcasmo a parte, la cultura dell’Italia è profondamente legata alla civiltà romana e a quella dell’antica Grecia che hanno lasciato un’impronta profonda nell’arte, nella lingua, nelle tradizioni di vita, e nel sistema giuridico del Paese.

I Romani ordinamento dello Stato  a parte (efficienti istituzioni, un esercito stabile e ben organizzato, un buon sistema fiscale) diedero vita ad un sistema giuridico in grado di garantire il controllo di un territorio immenso che abbracciava diverse etnie, culture e credi che ne caratterizzavano la forte differenza. Eppure funzionava! Dove si è inceppata questa macchina perfetta? In quale momento storico ci siamo inariditi e abbiamo perso la Ragione e la Moralità?

Gli ultimi fatti di cronaca, nella loro dolorosa drammaticità, mi hanno richiamato alla mente la satira nascosta nei film del grande Principe Antonio de Curtis, in arte Totò; una satira d’epoca, caratterizzata dalle sue maschere, “la malafemmena”, “il turco”, “il figlio illegittimo”, “gli equivoci”, “le guardie e i ladri”, e dalla concezione di una moralità per noi datata ma in realtà sempre presente, in forma distorta, nelle pieghe dei piccoli paesi e dell’Italia tutta che più di un “piccolo paese” alla luce dei fatti non è!

Sembra di guardare un documentario che punta la sua lente d’ingrandimento sugli anni 50, in un’Italia timorata e pudica, che ci racconta di un paese in bilico tra passato e futuro, “tra vecchi precetti e nuove mode” dove per le donne la verginità è un dovere e per i maschi una vergogna, dove vicende persino non accertate, di amori “adulterini” scuotono le coscienze e balzano agli onori delle cronache diventando macigni sulle spalle di poveri operai e mattoni per costruire la loro prigione.

Vicende che descrivono il cambiamento in negativo dei costumi, vicende come questa del sig. Massimo Bossetti  che ci portano fino al ritratto impietoso e grottesco della società in cui viviamo.

Ma dopotutto è facile puntare il dito su di un operaio così sconsiderato da smarrire continuamente i suoi attrezzi da lavoro, così testardo nell’ostinarsi a fare benzina in un distributore che gli è di strada, così banale da non contattare nessuno in una sera d’inverno al termine di una giornata di lavoro, così smemorato da non ricordare con precisione cosa abbia fatto una sera di 4 anni prima, così ambiguo da possedere 10 cellulari, così bugiardo da non ammettere di essere un assassino, così vanesio da sottoporsi continuamente a lampade abbronzanti, così irresponsabile da sottrarre denaro, speso in sciocchezze, alle esigenze della famiglia, così malato da pubblicare le foto delle sue splendide bimbe sul suo profilo facebook, così inquietante da non avere nemmeno l’amante, così morboso da farsi filmare sulla scena del crimine al ritrovamento del cadavere, così irritabile nei giorni di festa, così patetico da continuare a professarsi innocente quando i suoi concittadini hanno già decretato la sua colpevolezza.

LO DICE IL DNA! AL DIAVOLO LE CONCLUSIONI DEGLI AMERICANI, NOI SIAMO ITALIANI!

Civiltà l’è morta (e il DNA l’ha uccisa)

Intro

Generalmente si ritiene, ed io stessa ne sono stata fermamente convinta per molto tempo, che il diritto sia una disciplina arida, e che il suo studio si esaurisca nel mero assorbimento mnemonico di una caterva di nozioni, leggi, sentenze.

Ciò che ho scoperto nel tempo, però, è che questo è uno degli stereotipi più distanti dalla realtà.

Il diritto è una disciplina che vive e pertanto capita, non senza una certa frequenza, che la sua concreta applicazione si discosti da ciò che siamo abituati a leggere su libri e codici.
Questo processo, da un lato, è espressione di un naturale adeguamento del diritto al costume, al progresso e ai cambiamenti socio-culturali.
Ma esiste un’altra faccia della medaglia, di certo meno insigne, costituita da leggi, sentenze, istituti che prendono vita, in modo surrettizio, in contrasto con i principi stessi che informano il nostro diritto.

Penso che non dimenticherò mai, a tal proposito, le lezioni di diritto penale, che seguivo con vivo interesse: sia il docente sia il manuale, nell’intento di affinare le capacità critiche degli studenti, erano soliti riportare esempi di sentenze o altri provvedimenti oggetto di contestazione da parte della dottrina (ad esempio, discutibili sentenze nelle quali erano state “aggirate” con qualche cavillo le regole probatorie).

Un giorno, finalmente, un collega ebbe l’ardire di porre la fatidica domanda, solo all’apparenza ingenua: perché?
Perché passiamo anni a studiare determinati principi che nella prassi può accadere che vengano violati?

La risposta che ottenne, non meno spiazzante, fu la seguente: “perché tanti giuristi, una volta abbandonate queste aule, dimenticano in fretta tutto ciò che vi hanno appreso.”

“Civiltà l’è morta…”

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Delle evidenti discrasie che emergono da un semplice raffronto tra gli atti e l’atteggiamento mediatico relativamente alla posizione di Massimo Giuseppe Bossetti ho già in parte detto e, purtroppo, vista la prosecuzione del linciaggio mediatico, dovrò dire ancora sia oggi sia nei prossimi giorni.
Ciò che vorrei analizzare in prima battuta è un particolare che sembra sfuggire un po’ a tutti: il fatto che nella spasmodica ricerca, che prosegue incessante da più di un mese, di prove a carico del Bossetti (e non di elementi a discarico, che sembrano non riscuotere interesse alcuno) non sia emerso nulla di concreto.

Il presuntuoso e bieco giustizialismo (e quando lo scrivo me ne assumo, ovviamente, l’intera responsabilità) di una nutrita schiera di giornalisti italiani potrà anche scatenare una folla rabbiosa di milioni di persone, ma non può avere la pretesa di convincere chi è abituato ad esaminare le cose con l’uso della ragione e non degli istinti.

Se a giornalisti della carta stampata e salottieri non interessa sapere come siano andate effettivamente le cose quella sera perché dopo aver sentito la magica parolina “DNA” sanno già tutto, e “sapendolo” hanno già sentenziato e condannato, a me francamente non importa proprio nulla.

Mi preoccupa tuttavia che il loro modo, rimasto fermo di qualche secolo, di intendere lo stato di diritto non diventi convinzione maggioritaria, e per questo, come cittadina italiana del XXI secolo e non del loro, pretendo che qualcuno, ogni tanto, richiami i principi fondamentali della civiltà giuridica che l’umanità ha conquistato nel tempo e con fatica.
Proprio stamane, mentre bazzicavo su facebook, ho trovato sulla home l’ennesima sconvolgente notizia relativa a Massimo Bossetti.

Se ve la dicessi così, a bruciapelo, potreste pensare ad uno scherzo, quindi farò uno sforzo e inserirò il link cosicché possiate vedere con i vostri occhi a quale infimo livello di arrampicamento sugli specchi si stia giungendo:http://www.leggo.it/NEWS/ITALIA/yara_gambirasio_sul_computer_di_massimo_bossetti_trovato_materiale_pornografico/notizie/804213.shtml#fg-slider-auto-72182.

Ebbene sì, signore e signori: sul pc di Massimo Bossetti è stato trovato del materiale hard, che “per il momento non appare collegabile alle indagini sul delitto. Intanto perché non è pedopornografia, secondo perché il pc di Bossetti non era nuovo, dunque il materiale potrebbe essere rimasto nella memoria dal precedente utilizzatore.”

Ho dovuto leggere il breve articolo più e più volte per accertarmi di non avere le traveggole ma, ahimè, c’è scritto proprio questo: non solo non è stato rinvenuto materiale pedopornografico e dunque la “notizia” non ha alcuna attinenza con l’omicidio, ma addirittura non si sa neppure se il materiale rinvenuto (che in ogni caso verrebbe trovato sul pc del 99% degli uomini, e che potrebbe essere anche spam, dal momento che i pc sono pieni di pubblicità dove qualcuno può cliccare anche per curiosità) fosse del precedente utilizzatore del pc piuttosto che del Bossetti.

Dinnanzi ad un tale livello di meschinità mediatica, che per giunta altro non è che l’ennesima violazione del codice deontologico perché la notizia in questione non riveste alcun “interesse pubblico” e dunque può essere intesa come una lesione della privacy e dell’onore di un cittadino, presunto innocente, fine a se stessa, non ci si può non chiedere anche chi sia che faccia trapelare puntualmente queste notizie (che dovrebbero essere coperte da segreto istruttorio) del tutto inutili e tese soltanto a scatenare rabbia, indignazione e sospetto in un’opinione pubblica considerata -per quanto ci si sforzi, non c’è altra spiegazione- completamente rincitrullita e patologicamente puritana.

Eppure è sempre più chiaro che, con questo tipo di “informazione”, si finisca per svilire se stessi piuttosto che la persona sistematicamente infangata, ad onta di ogni principio di civiltà, di dignità e di presunzione d’innocenza.

Ma in fondo non sorprende che nessuno sembri farci caso: è sempre più chiaro, infatti, che il brodo nel quale sguazza una consistente parte del giornalismo italiano, tra rigurgiti lombrosiani e forcaiolismo saccente, è la pura e semplice scelleratezza ormai priva di ogni senso di umanità, celermente sacrificato sugli altari insanguinati del sensazionalismo.

La verità, sempre e solo leggibile in controluce, è che anche quanto emerso dalle analisi sul pc di Massimo Bossetti non è “collegabile alle indagini sul delitto” né al delitto stesso: si tratta, in definitiva, dell’ennesimo buco nell’acqua, un buco ormai così ampio che non tarderà a divenire una vera e propria voragine, nella quale non si può che sperare, a questo punto, che venga risucchiata in un vortice la marea montante di disinformazione alla quale stiamo assistendo.

“…e il DNA l’ha uccisa”

Se i fondamentali principi di civiltà giuridica sono da molti considerati un optional dello stato di diritto, assai scomodo per quanti aspirano al ritorno del periodo buio dell’Inquisizione, è preciso dovere di quanti hanno a cuore il progresso sociale, che l’umanità intera ha conquistato nei secoli, col sangue e la ragione, battersi con tutte le forze per evitare che la nostra civiltà sprofondi ancora una volta nel baratro del sonno della ragione e della giustizia.

Ed è davvero triste osservare che i processi sembrano sempre più svolgersi sulle pagine dei giornali e nei salotti televisivi, ovviamente in contumacia e spesso senza neppure una parvenza di contraddittorio, perché anche concedere la parola a chi difende la sacrosanta presunzione d’innocenza è diventato un lusso impagabile.

Quali sono, allora, i così inconfutabili riscontri dei colpevolisti della prima ora?
Qualche giorno fa mi è stata segnalata, sul profilo facebook del giornalista e conduttore televisivo Gianluigi Nuzzi, la seguente esternazione pubblica:
“Giorno dopo giorno gli innocentisti avranno sempre meno argomenti da spendere per Massimo Bossetti”.

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Un’affermazione che lascia l’amaro in bocca in tutta la sua evidente parzialità, una parzialità della quale si è probabilmente reso conto lo stesso autore, che infatti non ha esitato ad aggiustare il tiro qualche ora dopo scrivendo che:
“E’ chiaro che Massimo Bossetti meriti il rispetto per un imputato in attesa di giudizio, come lo merita la sua famiglia, moglie e figli, innocenti. Anche la sua difesa ha diritto/dovere di suggerire piste alternative, avanzare dubbi. Diverso chi si mostra innocentista senza se e senza ma, adombrando manovre torbide degli inquirenti, manifestando assoluta ignoranza su elementi fondamentali come il dna. La mia critica è quindi ai mistificatori.”

Una pezza, questa, che fa però più danni del buco, giacché la prima frase tutto mostrava fuorché il (dovuto) rispetto per un imputato in attesa di giudizio.

Non solo: ci si chiede infatti se tra i mistificatori che manifestano “assoluta ignoranza su elementi fondamentali come il dna” vada annoverata, ad esempio, anche la Dott.ssa Marina Baldi, biologa e specialista in Genetica Medica, fondatrice della società “Consultorio di Genetica” e da oltre 10 anni, dopo relativa formazione professionale, dedita alla ricerca dell’aspetto forense della genetica presso il Laboratorio Genoma, presso il quale è responsabile della sezione di Genetica Forense: la stessa Dott.ssa Baldi che ospite ad Estate in Diretta in data 11 luglio, in relazione alle dichiarazioni di Bossetti circa la sua epistassi ed al possibile trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, ha egregiamente spiegato che stando alle conoscenze del caso in analisi ad oggi disponibili (che riferiscono di un’unica traccia, presumibilmente ematica, di Ignoto1) un tale trasporto del DNA è scientificamente possibile (vedi anche qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/13/tutte-le-bugie-di-massimo-bossetti-o-su-massimo-bossetti/).

Non me ne voglia quindi il signor Nuzzi se dinnanzi alla plausibilità scientifica del trasporto del DNA per mezzo dell’arma del delitto, confortato dalla presenza di un’unica traccia relativa ad “Ignoto1″ nonché dallo specifico punto  (“attiguo ad uno dei margini recisi degli indumenti”, stando agli atti) in cui la traccia stessa è stata isolata, nonché ancora dal fatto che l’assenza di “lesioni tipicamente da difesa” evidenziata dagli atti sembri escludere una colluttazione tra la povera Yara e il suo assassino, mi permetto dal canto mio di attribuire l’epiteto di mistificatori ai giornalisti che continuano a riportare notizie palesemente inutili nonché, ad onta di ogni evidenza emergente dagli atti, ad affermare che la traccia di DNA sia stata isolata “negli slip”, mentre basterebbe leggere l’ordinanza del 19 giugno, che a sua volta richiama evidenze peritali, per rendersi conto di come tale traccia sugli slip sia mero esito di un passaggio della medesima traccia di DNA dalla parte esterna dei leggings (e dal momento che, come dicevano gli antichi, repetita iuvant, cito ancora una volta: “Dalla relazione agli atti dei 10.11.2012 risulta che è stata isolata su due indumenti della vittima (slip e leggings) una traccia ematica che ha consentito di estrapolare un profilo genotipico maschile denominato convenzionalmente Ignoto1.
[…]
La zona dei leggings in cui è stata trovata la traccia ed isolato il profilo genotipico maschile è corrispondente alla sottostante parte degli slip in cui è stata riscontrata analoga traccia ed isolato analogo profilo di DNA.).

E mi si perdonerà se ancora mi permetto di sostenere che gli “innocentisti senza se e senza ma” non stanno da nessuna parte, e chi difende la presunzione d’innocenza del signor Massimo Bossetti agisce conformemente a quanto statuito dal secondo comma dell’art. 27 della nostra Carta(straccia?) Costituzionale.

Chiedo venia altresì se personalmente mi permetto di ritenere eccessiva la custodia cautelare in carcere per il signor Massimo Bossetti, posto che l’art. 274 del codice di procedura penale, rubricato “Esigenze cautelari” dispone in relazione alla pretesa possibilità di reiterazione del reato che questa possa sussistere:

“…per la personalità della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato, desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali”

Tutto ciò posto che il signor Massimo Bossetti risulta incensurato e in assenza di valutazioni psicologiche che ne abbiano dimostrato ferocia tale da “commettere gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale”, senza dimenticare che, anche nell’ipotesi in cui Bossetti fosse colpevole, il delitto non è stato reiterato per 4 anni e sarebbe dunque piuttosto assurdo reiterarlo proprio ora con gli occhi di 60 milioni di Italiani puntati addosso.

Se poi il settimanale Giallo non ha avuto alcun dubbio nel dichiarare, in copertina che“Yara- sì, Bossetti la conosceva”, nonostante la circostanza non risulti affatto da quanto dichiarato ai CC dalle ginnaste né dall’insegnante della palestra, che sostengono di non aver mai visto Bossetti aggirarsi nella zona della palestra, né tantomeno insieme a Yara, e non sia avvalorata ad oggi neppure da analisi dei tabulati telefonici o altri dati, io, da cittadina italiana fedele ai principi dello stato di diritto, non solo mi sento legittimata a difendere la presunzione di innocenza di Massimo Bossetti e a richiedere maggiore aderenza alla realtà dei fatti da parte dell’informazione, ma mi sento perfino in dovere di farlo, e di andare fino in fondo.

E dinnanzi alla continua serie di mistificazioni, che francamente sembrano provenire più dalla grancassa che non da supposti “innocentisti senza se e senza ma”, non posso che richiamare, vista l’ignoranza sul DNA della quale parla Nuzzi, e che effettivamente esiste, ma non presso gli “innocentisti” ai quali non esita ad attribuirla, un interessante saggio di Francesca Poggi, professoressa associata presso il Dipartimento di scienze giuridiche Cesare Beccaria dell’Università degli Studi di Milano.

Definito come “un saggio si propone di esaminare alcuni degli errori più frequenti relativi alla comprensione dei dati probabilistici e, sulla base di tale analisi, di muovere alcune critiche nei confronti di recenti indirizzi giurisprudenziali che sembrano fondati anch’essi su erronee interpretazioni di dati o leggi espressi in termini probabilistici”, il documento [1] in questione mette in luce alcune fallacie, in particolare la cosiddetta “fallacia dell’accusatore” nel valutare l’interpretazione dei dati probabilistici sul DNA.

Inutile dire che questi errori siano stati ripetutamente e copiosamente commessi, nella valutazione dei dati, da giornalisti e conduttori nostrani, che prima di vedere l’ignoranza altrove meglio farebbero, di conseguenza, ad accertarsi dell’accuratezza giuridica e scientifica di quanto personalmente sostengono.

“Gli esiti della prova del DNA sono generalmente espressi (o, meglio, dovrebbero essere espressi) in termini di percentuali o probabilità: ad esempio, sostenendo che la probabilità di una corrispondenza tra i due DNA comparati è di 1 su 10.000 o, il che è lo stesso, dello 0,01%. Ma
cosa significa questo dato? Ossia, qual è la classe di riferimento di questo dato, a cosa si riferiscono le percentuali e le probabilità di cui sopra?
Spesso il dato in esame è intuitivamente interpretato nel senso che vi è solo lo 0,01% di probabilità, ossia 1 possibilità su 10.000, che un dato soggetto (per ipotesi, l’imputato) sia innocente o, il che è lo stesso, che è vi il 99,99% delle probabilità, 9.999 possibilità su 10.000, che l’imputato sia colpevole. 
Questa interpretazione è, però, errata. 
La classe di riferimento di questo dato non è la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato, e nemmeno la probabilità che egli sia la fonte del materiale genetico rinvenuto (che il DNA ritrovato, poniamo, sulla scena del delitto, appartenga all’imputato), bensì la possibilità di una corrispondenza casuale: tale dato si riferisce, infatti, alla probabilità che un individuo preso a caso presenti la stessa corrispondenza di DNA riscontrata tra il DNA dell’imputato e quello rinvenuto sulla scena del delitto. Il fatto che vi sia una possibilità di corrispondenza su 10.000 significa che, ogni 10.000 persone, ci si può attendere che ce ne sia una che presenta quella corrispondenza e che, quindi, ogni 20.000, ce ne siano due, ogni 40.000, ce ne siano 4 e così via.
Supponiamo, ora, che il reato sia stato commesso in una città di 1 milione di abitanti: in tal caso ci potrebbero essere ben 100 persone che presentano la stessa corrispondenza, ossia, oltre all’imputato, ci possono essere altri 99 individui il cui DNA corrisponde, nella misura accertata dal fingerprinting genetico, con quello rinvenuto sulla scena del crimine. Quindi, in astratto, in una città di 1 milione di abitanti, non ci saranno 9.999 probabilità su 10.000 che il campione rinvenuto sia dell’imputato (che l’imputato sia la fonte di tale campione), bensì solo 1 su 100. Ciò, però, vale solo in astratto: ovviamente non tutti i 100 soggetti in questione potrebbero (materialmente) essere la fonte della traccia. È compito degli investigatori circoscrivere il novero dei soggetti sospettati (non solo del reato, ma anche) di essere la fonte del DNA rinvenuto sulla scena del crimine.
[…]
Un errore ancor più pericoloso consiste nel confondere la probabilità di una corrispondenza casuale con la probabilità della colpevolezza o innocenza (confusione nota come ‘fallacia dell’accusatore’): questi due dati vanno tenuti ben distinti, non solo perché, nonostante un’elevata probabilità di corrispondenza casuale, l’imputato potrebbe non essere la fonte del materiale genetico, ma anche, e soprattutto, perché l’imputato potrebbe essere innocente, pur essendo la fonte del materiale genetico.
Insomma, anche se il DNA rinvenuto sulla scena del reato (o sul corpo della vittima) appartenesse all’imputato, ciò non implicherebbe che egli sia colpevole, potendo ben esserci altre spiegazioni di tale rinvenimento.”

Inutile sottolineare che queste preziose osservazioni non fanno che sommarsi inesorabilmente ai dubbi già esaminati
[2].

Allora, si continui pure a crocifiggere Bossetti a suon di processi mediatici contumaciali, gossip, indiscrezioni inutili e che se non bastasse violano il segreto istruttorio, dimentichi della presunzione di innocenza, dei troppi dubbi e soprattutto di ogni senso di civiltà.

E non ci occupi della questione del possibile trasporto del DNA, delle reali implicazioni del calcolo probabilistico della corrispondenza e neanche del puro e semplice fatto che il DNA di per sé indica contatto piuttosto che colpevolezza.

Si pensi soltanto a procurarsi i chiodi per la crocifissione di quest’uomo, che andava in vacanza a Sharm el Sheikh con la famiglia con il denaro procuratosi con il suo duro lavoro, che andava al lavoro non con un’auto blu ma -attenti!- con un furgone, che in casa aveva dei cellulari in disuso ma soprattutto un pc di seconda mano.

In fondo è proprio così che trasciniamo i nostri imputati alla sbarra di saloni televisivi e rotocalchi, e nel farlo non possiamo che scriverne la condanna con l’inchiostro della menzogna: una bestialità, questa, contro la quale ogni uomo dovrebbe gridare fino all’ultimo respiro, anche se si trova solo, inerme ed inascoltato nel deserto dell’indifferenza e dell’ignoranza mediatica.

Alessandra Pilloni

[1]- saggio integrale in pdf della Dott.ssa Francesca Poggi:http://www.dirittoequestionipubbliche.org/page/2010_n10/3-10_studi_F_Poggi_new.pdf
[2]-sui dubbi già esaminati nei precedenti articoli vedi ad esempio i seguenti link:
https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/13/tutte-le-bugie-di-massimo-bossetti-o-su-massimo-bossetti/

https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/16/non-dire-gatto-se-non-ce-lhai-nel-sacco-tra-sindrome-di-csi-e-analfabetismo-di-ritorno/

https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/09/sbatti-il-mostro-in-prima-pagina-e-non-far-notare-le-incongruenze/

https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/06/finche-dna-non-ci-separi-il-senso-degli-italiani-per-il-garantismo/

 

Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco: tra sindrome di CSI e analfabetismo di ritorno

Qualche giorno fa, sul sito di Giustizia Giusta, mi è capitato di leggere un interessante articolo dell’Avv.Mauro Mellini, emblematicamente intitolato “l’umanità ha bisogno del diavolo”.
L’articolo in questione non era collegato in alcun modo a Massimo Bossetti, e si riferiva anzi in buona parte alla politica, ma le sue conclusioni, neutre e valevoli anche per il cittadino comune, meritano di essere riportate pari pari:
“[…] C’è un vuoto incolmabile. E’ quello del “nemico” da distruggere, da esorcizzare, da considerare l’antagonista, l’altro, quello da mandare sul rogo, da sperare che incappi in qualche malanno.

In fondo si sente la mancanza di “quelli dell’altra parte”. Siamo pur sempre il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini.

La speculazione della finanza europea e mondiale è abbastanza priva di contorni netti per poterne parlare e dirne di tutto e di più. Ma non è un nemico da poter mettere alla gogna. E’ abbastanza vaga da poter essere temuta, sentita come incombente, ma non c’è possibilità di immaginarne il rogo, la gogna. Non ci sono, malgrado qualche sforzo fatto per cercarne i diabolici affiliati tra noi, possibilità di soddisfare la voglia di nemico.

Che cosa sarebbe la “squadra del cuore” se non ci fossero “quelli fiji de’ mignotta” di un’altra squadra, di un altro colore?

C’è una dimensione ottimale anche per il demonio: deve essere a portata di mano del suo contrario.”

Chiunque abbia avuto modo di leggere l’interessante saggio di Umberto Eco “Costruire il Nemico”, non avrà alcuna difficoltà ad inquadrare le parole del Dott. Mellini.

Mentre scrivo questo articolo, il Sig. Massimo Bossetti è in carcere in isolamento da ormai un mese: un mese nel quale è stata compiuta una feroce campagna mediatica colpevolista nei suoi confronti, una campagna mediatica nella quale, al di là di pochissime gradite eccezioni spesso prontamente messe a tacere nei saloni televisivi, ha suonato una sola campana, ancorché spesso piuttosto stonata.

Il sistema dei media nelle società attuali è innegabilmente di enorme importanza nella costruzione sociale della realtà e nel determinare l’idea che le masse hanno del mondo e di se stesse.
I media, tuttavia, per necessità di spazi, devono necessariamente attuare un’operazione di selezione e di sintesi.

In questo processo di scrematura, essi ritagliano da tutta una serie di immagini e avvenimenti alcune loro parti, proponendo, in questo modo, una rappresentazione della realtà che non è la realtà stessa, ed attraverso la selezione delle notizie ed il ricorso a tecniche narrativo-retoriche che amplificano (o minimizzano) determinate notizie, si rivelano importanti veicoli nel trasmettere immagini, stereotipi, opinioni e pregiudizi.

Diffondendo certi tipi di messaggi a scapito di altri, i media influiscono in modo rilevante sulla percezione degli eventi, soprattutto quelli non immediatamente verificabili dai singoli individui, e propongono una visione del mondo per forza di cose parziale e spesso, conseguentemente, distorta.

Mi è stato segnalato ieri, sul sito Archivio Penale, un interessante dossier della Prof. Paola Felicioni, docente di diritto processuale penale nella facoltà di giurisprudenza dell’università degli studi di Firenze, che nella sua carriera si è occupata a più riprese del valore della prova scientifica nel processo penale.

Il dossier al quale specificamente mi riferisco, emblematicamente intitolato “La prova del DNA tra esaltazione mediatica e realtà applicativa”, è estremamente utile anche per inquadrare, oltre i limiti del DNA, anche la distorsione che viene puntualmente operata dai media.

Oltre alle problematiche di stampo tecnico-scientifico, il dossier in questione mette infatti in luce anche le distorsioni massmediatiche, in termini che sembrano descrivere perfettamente quanto sta accadendo da un mese a questa parte.

Come avevo già detto in un precedente articolo, di recente sull’Espresso è stato pubblicato un robusto editoriale del Dott. Giancarlo De Cataldo, giudice della Corte d’Assise di Roma, che con la problematica relativa al DNA nel processo penale si è “scontrato” personalmente in relazione all’omicidio di Via Poma.

“Il DNA non è Vangelo”, ha giustamente sostenuto De Cataldo.
La notizia, ovviamente, ha fatto il giro del mondo della carta stampata ed io, costantemente vigile, ho fatto altrettanto.

Sulla testata Bergamonews, in particolare, tra i commenti in calce all’articolo, ho trovato delle reazioni che definire aberranti è poco: schiere di colpevolisti, che probabilmente fino al giorno prima non avevano idea neanche di cosa fosse il DNA, pronti a dar contro al Dott. De Cataldo, ovviamente senza opporre alcuna argomentazione valida, ma accusandolo vilmente di essere “in cerca di notorietà”, come se un giudice nonché scrittore del suo calibro ne avesse bisogno.

E’ incredibile notare come nessuno di questi fedeli alla “gaia scienza” abbia ritenuto di tener conto, ad esempio, delle parole della Dott.ssa Baldi, genetista di chiara fama, che come avevo evidenziato in un precedente articolo, ha affermato con grande correttezza professionale che nel caso di un’unica traccia di DNA il trasporto attraverso l’arma del delitto è scientificamente possibile, e ancora nessuno che abbia avuto l’accortezza di notare come, sebbene la scienza in sé non sbagli, gli uomini siano notoriamente fallibili.

Dinnanzi a queste novelle schiere di autoproclamatisi genetisti, che nel nome della scienza sfidano in realtà ogni metodo scientifico, che presuppone dubbio, curiosità e vaglio di più ipotesi, non fideistica adesione ad una tesi, non posso che gettare la spugna e trovare una sola spiegazione plausibile, ossia quella data dalla Prof. Felicioni nel suo pregevole dossier:

“E’ evidente l’effetto negativo del fenomeno: la fascinazione prodotta 
dal tema evocativo della prova del DNA, potenziata dalla sovraesposizione 
mediatica dei processi penali, ottunde il senso critico dello spettatore che, instupidito dall’effetto CSI, si schiera nell’ideologia di massa a favore o contro l’accusato: si abbatte il giudizio individuale”.

Il rischio più evidente di una situazione simile è che a quello che personalmente chiamo “analfabetismo di ritorno” della folla inferocita segua come spiacevole corollario un’influenza indebita sul processo.

Infatti, sottolinea ancora la Prof. Felicioni nel suo dossier che:

“In linea di principio ciò che avviene fuori delle aule di giustizia è una 
sorta di patologia che non dovrebbe minimamente sfiorare il giudice, né gli
altri soggetti della vicenda processuale.
Tuttavia è innegabile che la fiducia nella giustizia da parte della società si fonda anche sulla percezione che della prima hanno gli uomini: su tale percezione incide la qualità dell’informazione sul processo penale.”

Non dovremmo dimenticare, presi come siamo dalla nostra “gaia scienza” di essere di fronte ad un uomo che si proclama innocente e che da un mese è invece sottoposto a custodia cautelare in carcere, una misura che qualcuno ha contestato definendola già “anticipatrice della sentenza”.

Leggo, ad esempio, dalle pagine del Garantista (http://ilgarantista.it/2014/06/22/riforma-della-giustizia-subito-il-caso-yara-insegna/):

“Anche questo dovevamo vedere: un pubblico ministero, parte d’accusa, che, pur forte delle sue scoperte e delle sue certezze, invita a non esprimere giudizi avventati, e un giudice terzo, un Gip, che bolla l’imputato, giuridicamente presunto non colpevole, come persona dotata di “tale ferocia” da rendere “estremamente probabile la reiterazione di reati della stessa indole”. Così inserendo nell’ordinanza con cui dispone la custodia cautelare per Giuseppe Bossetti, imputato per l’omicidio di Yara Gambirasio, una anticipatrice sentenza definitiva. Dopo di che uno può chiedersi a cosa servano un processo, una difesa legale, e soprattutto, in prospettiva, una riforma dell’ordinamento giudiziario che contempli la separazione delle carriere insieme alla creazione di Csm separati per giudici e pubblici accusatori e alla sostituzione dell’obbligatorietà dell’azione penale con una meno discrezionale selezione di priorità.

Visto che nessuno o quasi si è stupito dell’argomentazione del giudice di Bergamo, è da supporre che questa sia la prassi, il costume e la regola nelle fasi preliminari di un processo. Dopotutto non è forse questa l’indole italiana, tutta luce o tutta tenebra? (…)”.

E se dinnanzi ad una persona che si dichiara innocente, ed alle forti argomentazioni, sia pure fatte passare in sordina, di giudici, genetisti e criminologi che invitano alla cautela piuttosto che ad un morboso accanimento che potrebbe rivelarsi errato, ciò che si vede è un’ampia fetta dell’opinione pubblica che preferisce arroccarsi dietro il dogma del colpevole per forza maldestramente camuffato con le vesti della “scienza”, pur di non mettere in discussione le proprie convinzioni maturate unicamente sulla scorta di un insano giustizialismo mediatico, non sono scioccata, non sono indignata, e in fondo non sono neppure arrabbiata: sono solo costretta ad aggiungere alla vecchia invettiva ciceroniana (“fin quando, dunque, abuserete della nostra pazienza?”) un accorato “ma quanto sei stato fesso!” dinnanzi al celebre dipinto del nostro Risorgimento che ritrae un patriota che, nell’esalare il suo ultimo respiro sul plotone d’esecuzione, riusciva ancora a gridare “viva l’Italia!”

Alessandra Pilloni