Colonna Infame… Per chi?

“La menzogna, l’abuso del potere, la violazione delle leggi e delle regole più note e ricevute, l’adoprar doppio peso e doppia misura, son cose che si posson riconoscere anche dagli uomini negli atti umani; e riconosciute, non si posson riferire ad altro che a passioni pervertitrici della volontà.”
(dall’introduzione a Storia della Colonna Infame, Alessandro Manzoni)

Quando ho creato questo blog ho scelto un nome particolarmente evocativo, Colonna Infame.
Il nome Colonna Infame fa riferimento al saggio manzoniano “Storia della Colonna Infame”, incentrato sulle vicende secentesche di due presunti untori, innocenti ma condannati alla pena capitale sulla base delle chiacchiere di una donnicciola del popolo, Caterina Rosa.
Come monito venne eretta sulle macerie dell’abitazione di uno dei due untori una colonna tesa a ricordarne l’infamia, la cosiddetta “colonna infame”, appunto.
Alla fine del 1700, però, svelati gli equivoci, la Colonna Infame venne abbattuta, poiché era ormai divenuta simbolo non più dell’infamia dei due innocenti condannati, ma dei giudici che avevano emesso l’ingiusta condanna, sulla base di pettegolezzi e senza alcuna prova effettiva, a carico di due innocenti.

Vi chiederete quale attinenza possa avere una vicenda secentesca con l’argomento trattato in questo blog.
La verità è che, sebbene non esistano più gli untori, l’humus sul quale le cacce all’untore di secentesca memoria si sviluppavano è ancora intatto.
Lo viviamo quotidianamente, ma ne siamo così avvezzi, ormai, da non essere più in grado neppure di percepirlo.

La verità è che la colonna infame è diventata parte di noi.
E’ entrata nel nostro sangue, o forse, visto il clima di novelli autoproclamatisi genetisti da tastiera, da salottini televisivi e da rotocalchi, dovremmo dire che è entrata a far parte del nostro DNA.

Da un paio di settimane, gli Italiani hanno finalmente una nuova strega da bruciare al rogo, un mostro sul quale sputare la propria infinita indignazione: il suo nome è Massimo Giuseppe Bossetti, muratore di 44enne di Mapello, presunto assassino della piccola Yara Gambirasio.

Presunto assassino che si dichiara innocente.

Presunto assassino, con un “presunto” solo debolmente sussurrato, talvolta negato tout-court, perfino da rappresentanti delle istituzioni che alla tentazione di allungare il pesce gridando trionfalmente di aver “preso l’assassino” proprio non sanno resistere.

E allora è andata così: è stato “preso l’assassino”.

Il verdetto di colpevolezza nei suoi confronti non è stato emesso da un Tribunale, ma nondimeno è stato unanime, gridato coram populo alla folla assetata di sangue.
Nessuna pietà, nessuna voce contraria, nessuna obiezione alla verità, illustrata in modo tanto estenuante da non lasciare alcuno scampo, da tutti i media.

Di lui sappiamo tutto, conosciamo il suo volto, la sua casa, le sue abitudini.
Ne conosciamo perfino, o almeno così pare, l’albero genealogico: sì, perché la novella ondata di giustizialismo forcaiolo non ha risparmiato alcun aspetto della sua vita privata.

Eppure, dovremmo forse cominciare a porci qualche domanda sul nostro albero genealogico.
Perché nel leggere le esternazioni di chi ha condannato un uomo che si dichiara innocente prima ancora del vaglio di un Tribunale, di chi ospita processi mediatici privi di contraddittorio, di chi sputa sui principi dello stato di diritto calpestando insieme la dignità di un uomo e della sua famiglia e il principio di presunzione di innocenza, mi viene il serio, serissimo dubbio di trovarmi dinnanzi ai discendenti di tale Fabrizio Maramaldo, l’infame condottiero che si accaniva contro gli inermi e il cui nome è -non a caso- tuttora usato per indicare la più becera forma di viltà e scelleratezza.

Mi si risponderà che “si è trattato di un omicidio così atroce, che lo sdegno, anche prima del vaglio processuale, è naturale”.
Ma in questa risposta c’è qualcosa che non mi convince.
L’arresto di Bossetti è coinciso, per un caso particolare, con l’omicidio di Motta Visconti.
Osserviamo un attimo i fatti: in quest’ultimo caso abbiamo addirittura tre omicidi di gravità inaudita, per giunta omicidi di moglie e figli, cosa che causa una sorta di repulsione innata; abbiamo tre omicidi aggravati da quelli che nel mio gergo “tecnico” di giurista direi che senza dubbio sono “motivi futili e abietti”, ma soprattutto abbiamo un reo confesso, quindi -almeno in teoria- potremmo anche arrischiarci, in preda all’indignazione, ad accantonare la presunzione di innocenza ed esprimere le nostre reazioni.
Non so se si tratta di un semplice caso, ma mentre avevo la home di facebook letteralmente piena di stati, commenti, link di pessimo gusto che incitavano al linciaggio di Bossetti, sul caso Motta Visconti non ho letto praticamente nulla del genere.
Non sto dicendo che vorrei averlo letto, giacché mi dà sempre e comunque piuttosto fastidio il fatto di rendere i social network una fogna di barbarie con i propri sfoghi più bassi.

Eppure mi chiedo il perché.

C’erano tre omicidi di enorme atrocità e un reo confesso: lo ha detto, è stato lui.
Nessuno ha invocato il linciaggio.
I media stessi si sono limitati ad esporre la vicenda con toni direi quasi rassegnati.
Sembra assurdo, eppure, anche pensando a casi precedenti, l’accanimento popolare si dirige sempre maggiormente contro chi si dichiara innocente.

E allora la domanda è: cosa ci disturba nell’innocenza?

Notavo qualche sera fa che il lato più disturbante dell’innocenza è il fatto che nega la possibilità al popolo di dare al male un nome ed un volto: se una persona è innocente, il mostro è altrove, non lo abbiamo in pugno.
E noi vogliamo averlo in pugno, e vogliamo esserne convinti, perché se lo abbiamo in pugno non potrà più fare del male, e ci sentiremo tutti un po’ più sicuri.

Io non posso dichiarare, da queste pagine, che Bossetti è colpevole o innocente.
Non posso farlo, perché non ne ho le qualifiche: al limite posso esporre il mio parere personale, che alla luce dell’analisi dei fatti e della documentazione finora emersa mi spinge a dubitare fortemente che Bossetti sia colpevole e, di conseguenza, a propendere per la sua innocenza.

Ma questa è solo la mia opinione.

Non sono invece un’opinione i principi dello stato di diritto, che ci impongono, come dovere di civiltà, di evitare processi sommari in TV e gogne mediatiche che di certo non fanno onore ad un Paese che si fregia del titolo, oramai risibile, di “culla del diritto”.

L’art. 27 comma 2 della nostra Costituzione enuncia il principio presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio.
Tale presunzione di innocenza può essere vinta solo dall’accusa: in parole povere, non è l’imputato che deve dimostrare la propria innocenza, ma è l’accusa che deve dimostrarne la colpevolezza.
Ai sensi dell’art.530 del codice di procedura penale, che sviluppa ed approfondisce tale principio, una sentenza di assoluzione non va pronunciata solo quando vi è prova dell’insussistenza del fatto, che l’imputato non lo ha commesso, che il fatto non costituisce reato/non è previsto dalla legge come reato, ovvero è commesso da persona non imputabile o non punibile, ma anche qualora vi sia il DUBBIO sulla sussistenza dei summenzionati elementi; di contro, sulla base dell’art. 533 c.p.p. la sentenza di condanna potrà essere pronunciata solo qualora l’imputato risulti colpevole del reato contestatogli “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Quanti Italiani, negli ultimi giorni, hanno sputato su questi principi che trovano fondamento nella prima legge dello Stato?

Mi riferisco a una nutrita schiera dell’opinione pubblica che, schermandosi dietro presunte esigenze di giustizia non appena vi è il mostro sbattuto in prima pagina dà sfogo alla propria spazzatura interiore inneggiando a pubblici linciaggi, torture, aggrappandosi ipocritamente e con la protervia di un Torquemada ai pretesti più disparati per giustificare le proprie reazioni sconsiderate.

Mi ha colpito molto, ad esempio, il giorno successivo all’arresto di Bossetti, un post che ho letto su facebook nel quale si diceva che il silenzio dell’indagato durante il primo interrogatorio era da considerarsi prova certa di colpevolezza.
Eppure, per chi non è avvezzo a facili suggestioni mediatiche, tale silenzio poteva essere interpretato altresì come esito della comprensibile reazione di shock di una persona estranea ai fatti che si trovi ad essere arrestata per un crimine orrendo e non commesso.

Che bell’esempio di civiltà stai dimostrando, Italia!

Ma la cosa davvero più eclatante di tutte è la propensione di molti alle acrobazie: nessuno ammetterebbe mai di essere forcaiolo.
Si tratta solo di persone “diversamente garantiste”: sarebbero garantiste, se non fosse che… e dopo il che aggiungono una serie di “indizi di colpevolezza” da far accapponare la pelle.

Sì, perché stando a questi indizi di colpevolezza potremmo essere tutti potenziali colpevoli: se si scava nella vita di qualsiasi persona ci saranno sempre dei fatti incomprensibili all’esterno, perché relativi magari a fisse, abitudini personali, avvenimenti che non si ricordano più con chiarezza.
E se a questo aggiungiamo le esagerazioni e le contraddizioni dei media ne viene fuori una fantasmagoria difficilmente descrivibile.

Ma, in fondo, i “diversamente garantisti” sono in buona, anzi ottima, compagnia: la compagnia di giornalisti farabutti, che hanno bisogno del mostro in prima pagina e non esitano neppure a distorcere la realtà pur di aumentare la tiratura del proprio rotocalco, ed ancora quella dei ministri incauti, per i quali il garantismo è un principio fondamentale quando si parla di questioni eminentemente politiche, ma evidentemente cessa di esserlo quando alla sbarra c’è una persona che non ha santi da appendere né chiodi per farlo.

E con questa compagnia tanto qualificata, allora si può sentenziare da subito una condanna a morte, se non fisica perché l’ordinamento non lo consente, perlomeno morale: e si può sentenziare pretendendo che una persona comune ricordi con esattezza e senza osare contraddirsi cosa ha fatto esattamente in un giorno specifico di quattro anni prima, oppure pretendendo che dia una spiegazione del suo DNA prima di parlare con i suoi avvocati (se lo fa dopo è contraddittorio e mente) esigendo assurdamente che abbia i mezzi culturali per farlo anche se sarebbe evidente a chiunque che non li ha.

E allora, se il clima è questo, preferisco prendermi, da un conduttore televisivo l’accusa di essere in “palese malafede”: se chiedere un’informazione che renda conto anche di tesi difensive nel rispetto dei principi del contraddittorio, nel nostro Paese in cui i diritti umani agonizzano da tempo, è malafede, allora sì: sono in malafede e sono fiera di essere in malafede.

E sarò sempre “in malafede” dinnanzi a chi viola i più basilari diritti umani per lo share, a chi attende la tragedia ed il mostro, vero o presunto, per compiere opera di sciacallaggio mediatico, a chi assume toni giustizialisti senza dar voce a tesi difensive, anche dinnanzi all’evidenza di una Procura che ha avuto ed ha mezzi finanziari cospicui ed un indiziato che, da comune operaio, non potrà permettersi di pagare tutti i rispettivi contro-accertamenti.

E allora in alto le forche, e con il telecomando in una mano e la torcia ardente nell’altra, godetevi pure i processi contumaciali e privi di contraddittorio che offre la grancassa, senza farvi troppe domande e sempre dimentichi dei più basilari principi di civiltà.

Personalmente mi dissocio, e con la mia bandiera garantista preferisco ritirarmi in buon ordine tra le schiere dei reprobi e di tutti coloro che ritengono che quei principi di libertà, conquistati con il sangue, debbano ancora essere difesi.

E lascio dunque a qualcun altro l’arduo compito di ergere la colonna infame: chissà, però, che al pari dell’episodio narratoci dal Manzoni, non divenga un giorno emblema dell’infamia di chi troppo avventatamente ha scelto di innalzarla.

Alessandra Pilloni

 

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