Finché DNA non ci separi: il senso degli Italiani per il garantismo

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere questo articolo http://www.opinione.it/politica/2014/06/10/perricone_politica-10-06.aspx, emblematicamente intitolato Convinti di essere“beceri garantisti”.

L’articolo si apriva con queste parole:
“Lo vogliamo ribadire così, pubblicamente, senza vergogna e per l’ennesima volta: finché non sarà celebrato il terzo grado di giudizio, per noi tutti, ma proprio tutti, gli inquisiti (a qualsiasi partito, associazione, impresa, ecc. appartengano) sono da considerarsi innocenti. Ripetiamo, sono innocenti! Non “colpevoli a prescindere”, ma innocenti e basta. I processi allestiti in base all’inchiostro delle pagine dei giornali (o, almeno, di alcuni di essi) sono all’antitesi del rispetto di ogni civiltà giuridica e di quei diritti della persona che devono essere rispettati.”

Anche io mi considero una “becera garantista”, e pertanto trovo questa riflessione interessante e senz’altro condivisibile, ma allo stesso tempo ritengo che debba necessariamente e a scanso di equivoci essere ampliata.
Si fa menzione di “inquisiti” appartenenti a partiti, associazioni, imprese e così via.
Una menzione sacrosanta, ma insufficiente.

Non è la riflessione, ma è il garantismo stesso che deve estendersi, e non dico che debba estendersi alle testate giornalistiche tipicamente “manettare”, in cui non arriverà mai, ma deve estendersi nel senso che chi si dichiara garantista deve cominciare ad esserlo realmente: in tal senso, un vero e sano garantismo si vede quando si esplica nei confronti non delle persone in vista, ma delle persone comuni, quelle per le quali molti sedicenti garantisti non si “sporcano le mani”.
Il garantismo deve essere sentito, da chi ha a cuore la giustizia, come un obbligo morale anche e soprattutto rivolto alle persone più deboli, cioè a quelle persone che proclamano la propria innocenza ma, siccome non hanno santi in paradiso, non hanno a disposizione i mezzi culturali e finanziari per potersi difendere adeguatamente.

L’autentico garantismo non si vede quando alla sbarra vi è il proprio amico, conoscente, parente, compagno di partito.
Mi è stato chiesto, provocatoriamente, se sono parente di Massimo Bossetti.
In fondo, ho creato un blog teso a difendere la presunzione di innocenza, qualche tornaconto dovrò pur averlo.
E invece no: non solo non sono parente di Bossetti, non solo non lo avevo mai visto in vita mia prima del suo arresto (per giunta, vivo dall’altra parte di Italia), ma non ho neppure nessun tornaconto.

Sono solo una cittadina indignata dal tracollo di civiltà al quale abbiamo assistito, con spettacolini mediatici rivoltanti, nei cui palcoscenici persone che si proclamano innocenti e famiglie intere vengono esposte al pubblico ludibrio in uno (concedetemi la licenza poetica) sputtanamento indegno in cui tra l’altro, quasi fossero anch’essi indizi di colpevolezza, vengono tirati fuori dal cilindro vocaboli che sarebbero dovuti sparire dai dizionari civili decenni fa, come “figlio illegittimo”, “figlio della colpa” e similari.

Sono garantista e proprio per questo difendo la presunzione di innocenza di Bossetti pur non conoscendolo.

Diceva Einstein che “il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno a guardare”.
Purtroppo aveva ragione, e lo dimostra il fatto stesso che qualcuno mi abbia chiesto se sono parente di Bossetti: siamo così tanto avvezzi all’inerzia dinnanzi all’ingiustizia da sorprenderci se qualcuno decide di occuparsene senza alcun tornaconto personale.

Eppure, il garantismo non può essere solo silenzio.
Garantismo significa anche muoversi affinché l’opinione pubblica maturi una sensibilità tale da capire che giustizia non significa trovare “un colpevole”, ma trovare “il colpevole”, la cui colpevolezza va accertata al di là di ogni ragionevole dubbio sulla base di fatti e non di chiacchiere e pettegolezzi giornalistici.

In definitiva sì, sono anche io una becera garantista, ma ci vogliono più beceri garantisti disposti ad esserlo fino in fondo e non solo per convenienza politica.

Ancora, mi è stato chiesto perché sono garantista.

Se mi è concesso, vorrei provare a rispondere con un’altra domanda: chi ricorda Rocco Barnabei?
Io sì.
Rocco Barnabei, cittadino della Virginia di origini italiane, fu condannato alla pena di morte, eseguita nel 2000, con l’accusa di aver ucciso la fidanzata.
Barnabei si dichiarò sempre innocente.
Nel processo vi furono molti lati oscuri.
Propendeva a suo sfavore il DNA, comunque facilmente spiegabile (si trattava pur sempre della sua ragazza), il fatto di averla vista qualche ora prima dell’omicidio e alcune testimonianze a suo sfavore, molte delle quali furono però ritrattate perché, pare, originariamente rilasciate a causa di non meglio precisate “pressioni”.
Sul corpo della ragazza uccisa vennero trovate anche altre tracce di DNA, ma la loro origine non fu approfondita.
La condanna a morte sollevò una marea di (giuste) polemiche anche in Italia: la sospensione fu chiesta anche dai nostri politici, ma non ci fu.
L’esecuzione venne trasmessa per giunta in diretta TV anche in Italia.
All’epoca avevo 10 anni, era notte, e la guardai all’insaputa dei miei genitori.
La ricorderò sempre come una delle cose più sconvolgenti della mia vita.
Fu quel giorno che diventai garantista, ed è da quel giorno provo anche un innato fastidio verso chiunque inneggi alla pena di morte o si senta libero di sentenziare senza aver nulla in mano.
Il penalista Alan Dershowitz, che si offrì volontariamente per la difesa, definì quanto avvenuto “uno dei più grossi errori giudiziari mai visti”.

Ricordo bene che in quel caso l’Italia era sconvolta, riteneva che il processo si fosse basato su prove indiziarie e discutibili, che la colpevolezza non fosse stata provata al di là di ogni ragionevole dubbio.

Oggi mi domando se l’Italia in quel frangente mostrò davvero un lato garantista o un lato ipocrita legato a meri sentimenti di campanilismo.
La mentalità dell’Italiano medio è cambiata radicalmente negli ultimi 14 anni, o c’è qualche altra ragione dietro al fatto che nel 2000 tutti giustamente insorgevano per una condanna basata sulla presenza del DNA (che l’imputato sapeva spiegare) e nel 2014 quasi nessuno emette un fiato dinnanzi ad una condanna mediatica (che rischia di tradursi in una condanna politica da parte di un Tribunale che dovrà forse pensare anche a placare la piazza) basata sempre sulla presenza di DNA (che l’indiziato sostiene di essere in grado di spiegare in fase processuale)?

E cosa è successo ai nostri politici se nel 2000 tutti insorgevano al grido di “vergogna!” e nel 2014 abbiamo perfino un ministro che neanche sussurra un “presunto” prima della parola “assassino” in casi praticamente analoghi (incluse altre due tracce di DNA sulla vittima mai analizzate)?

Traggo spunto da un articolo letto ieri sul Corriere per introdurre il discorso relativo al DNA e cercare di chiarire una volta per tutte alcuni punti che i media hanno abbondantemente frainteso (o scientemente finto di non vedere?).
Dall’articolo si ricava che la linea difensiva vorrebbe addivenire ad una nuova comparazione di DNA per accertare anzitutto che Bossetti sia Ignoto1.

Ecco le parole dei legali di Bossetti, tratte da qui:http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_05/difesa-bossetti-dna-mamma-ester-carcere-5eb6b828-0411-11e4-80b4-bb0447b18f3b.shtml

«Questo è un processo indiziario. Il Dna non è una prova, anche qualora fosse confermato che il profilo genetico sugli indumenti di Yara appartenga a Bossetti». 
Ancora:
«La comparazione tra il suo profilo genetico e Ignoto 1 è la parte più semplice da ripetere. Quella più delicata, invece, riguarda l’estrapolazione e l’analisi del campione. Chiederemo che vengano ripetute con i nostri consulenti. Non intendo sul campione già isolato, ma in origine, sugli indumenti (…) nella prospettiva di arrivare a un indagato, un campione di stoffa andava tenuto. Non so se sia stato fatto».

La difesa vorrebbe dunque fare questa comparazione sul campione di DNA originale, ossia quello sui leggings.
Ancora non si sa se sarà possibile, ma è certo che ripetere la procedura in questi termini sarebbe sicuramente auspicabile.
Perché?
Anzitutto perché non si può escludere che vi sia stata ad esempio una contaminazione/sostituzione errata del campione di DNA di Ignoto1.
Chi sostiene che l’indagine sia stata tanto certosina da rendere questa ipotesi impossibile dovrebbe spiegare allora come mai nel 2012 fu possibile (e infatti avvenne) scartare il DNA della signora Ester Arzuffi escludendo che fosse madre di Ignoto1 a causa di un banale errore di comparazione.
Se in quel caso vi fu una confusione tra due campioni di DNA (pare che il DNA della signora Arzuffi venne erroneamente comparato con quello della signora Maura Gambirasio anziché con quello di Ignoto1) pensiamo a cosa può succedere quando se ne comparano 18.000 nella spasmodica ricerca del responsabile di un atroce delitto.

A questo dubbio se ne potrebbero aggiungere almeno altri due.
Ad oggi, non sono ancora pubblici i documenti in mano alla Procura, dunque non sappiamo perché questo fatto sia stato tralasciato, se per questioni “tecniche” sia stato considerato inattendibile o altro: tuttavia sappiamo che il DNA di Ignoto1 venne inviato negli USA per ulteriori analisi particolarmente approfondite.
Da queste analisi venne fuori che la persona corrispondente ad Ignoto1 doveva avere, stando a quanto fu riferito all’epoca “con certezza” (vedi qui: http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/399822_quarto_grado_d_un_indizio_in_pi_yara_sono_castani_gli_occhi_del_killer), gli occhi castani, una caratteristica evidentemente incompatibile con Massimo Bossetti, che ha inequivocabilmente gli occhi azzurri.

Ancora, ci si dovrebbe chiedere per quale ragione il testimone che ha rivelato della ragazza a suo tempo”inguaiata” da Guerinoni abbia collocato la relazione di Guerinoni con la ragazza nei primi anni sessanta (vedi qui: http://qn.quotidiano.net/primo_piano/2014/06/20/1081171-rivelo_love_story_dell_autista.shtml) altra cosa chiaramente incompatibile con Ester Arzuffi e Massimo Bossetti, a meno che la gravidanza non sia durata dieci anni.

Mi sembra dunque che la linea difensiva sia anzitutto ragionevolmente tesa a verificare se vi sia effettiva corrispondenza tra i DNA, e qualora vi fosse a procedere con eventuali spiegazioni alternative alla sua presenza.

Infatti, quand’anche si accertasse nuovamente che il DNA di Ingoto1 corrisponde a quello di Bossetti, il caso sarebbe tutt’altro che chiuso.
Non me ne vogliano i forcaioli, ma è proprio così: il DNA di per sé non indica colpevolezza ma contatto, che per giunta può anche essere indiretto.

Se molti degli adepti alla nuova fede nel Mistero del Santissimo DNA, dogma indiscutibile se non da eretici impenitenti e beceri garantisti, si fossero -perlomeno- presi la briga, prima di sentenziare la condanna a morte, di leggere non quanto dico io, ma quanto risulta dall’ordinanza del GIP Vincenza Maccora, che a sua volta si basa sulla relazione peritale, avrebbe senz’altro notato come qualche dubbio sia più che legittimo, ed anche come molti dei nostri media abbiano fornito informazioni fuorvianti.
Alcuni organi di stampa e/o televisivi hanno infatti affermato, per la gioia dei giustizialisti, che saremmo in presenza di diverse tracce di DNA di Ignoto1/Bossetti e che quindi il trasporto di DNA tramite, ad esempio, arma del delitto, non sarebbe possibile, poiché sarebbe plausibile solo nel caso di traccia unica.
Altre persone, che evidentemente hanno tanto tempo per ergersi a giudici su internet ma non altrettanto per leggere la documentazione, quando affrontano la questione DNA non capiscono più nulla ed inveiscono con il tormentone “ma come fa a dire di non essere stato lui se c’era il suo DNA nelle sue mutandine?”.

Credo che questione andrebbe chiarita con serietà, da parte dei mezzi di informazione, una volta per tutte.

La traccia di DNA è una sola, e non era propriamente “nelle mutandine” (espressione che suggerisce scenari ancor più atroci di quanto già siano) ma tra gli slip e i leggings che la povera Yara aveva addosso quando è stata trovata e nella parte esterna, cioè sui leggings e sulla corrispondente parte sottostante degli slip.

Alcuni si ostinano -non so perché- a non farsi entrare in testa questo semplicissimo particolare, che sarebbe invece di enorme importanza, anche e soprattutto qualora la traccia non fosse di sangue, ma ad esempio di urina: a questo punto basterebbe infatti la possibilità che la ragazza sia stata colpita e gettata in terra in un cantiere in cui uno dei muratori che vi lavoravano si era appartato (come fanno tutti i muratori di questo mondo) per espletare i propri bisogni fisiologici “liquidi” per aver potuto causare una trasmissione del DNA.

Certamente, per onestà bisogna sottolineare che la traccia sembra ematica piuttosto che compatibile con urina/sudore/saliva e simili in quanto, anche se non c’è certezza assoluta, stando a quanto si legge nell’ordinanza sembra la traccia derivi da fluido “abbondantemente cellularizzato”, quale appunto il sangue.
Se però bisogna essere onesti fino in fondo, allora si deve anche ammettere che il fatto che Bossetti soffra di epistassi lascia margini di possibilità alla presenza di tracce ematiche nel cantiere..

Inoltre, il fatto che la traccia di DNA sia una sola, interpretando in controluce quanto detto finora, rende possibile che vi sia stato trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto.

Questa non è genetica, è semplice logica.

Siccome questi punti estremamente importanti sono stati letteralmente stravolti da alcuni organi di informazione, sarebbe bene arginare, a partire dal proprio piccolo, questi tentativi di fornire un quadro diverso da quello reale, tesi unicamente a mettere in crisi possibilità di difesa e di critica da parte del lettore.

E allora, riguardo all’unica traccia di DNA e la sua collocazione, mi permetto di citare testualmente una parte dell’ordinanza stessa (grassetto mio per evidenziare i punti cardine), per mostrare fin dove possa spingersi la scorrettezza di alcuni organi di informazione:
“Dalla relazione agli atti dei 10.11.2012 risulta che è stata isolata su due indumenti della vittima (slip e leggings) una traccia ematica che ha consentito di estrapolare un profilo genotipico maschile denominato convenzionalmente Ignoto1.
(…)
La zona dei leggings in cui è stata trovata la traccia ed isolato il profilo genotipico maschile è corrispondente alla sottostante parte degli slip in cui è stata riscontrata analoga traccia ed isolato analogo profilo di DNA.”

Avete capito, dunque, che la questione è molto più complessa di quanto possa apparire?

La verità è che se certi principi dello stato diritto, tra i quali la presunzione di innocenza, si sono affermati e tuttora (almeno sulla carta) esistono, è perché l’esperienza millenaria ne ha mostrato l’imprescindibilità.

Se alla luce di tutto questo qualcuno volesse ancora lapidare il “mostro” di turno, allora non potrà che farlo ricorrendo al gossip e a quelle chiacchiere che Vittorio Feltri, qualche giorno fa, ha definito, non a torto, “cretine”.
E se penso che sui social network c’è stato perfino chi non ha avuto remora alcuna ad appropriarsi di foto del malcapitato per poi pubblicarle e commentare puerilmente con un “ditemi voi se non ha la faccia del mostro”, che in tutta la sua assurdità avrebbe fatto annichilire perfino Lombroso, mi chiedo se veramente il problema di fondo non sia che alcuni Italiani hanno un concetto di giustizia fermo di qualche secolo.

Ma in fondo non pretendo di capire: sono una becera garantista, e forse non mi resta altra scelta che unirmi ad Indiana Jones nella sua più difficile e coraggiosa ricerca: quella della dignità perduta dei nostri mezzi d’informazione.

Alessandra Pilloni

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...