Bossetti e la sentenza della Corte delle Comari

“Errare è umano, perseverare è diabolico.”
O perlomeno è questo che la saggezza popolare vorrebbe insegnarci, spesso invano.
Spesso, ma per fortuna non sempre.
Se è vero che dal giorno dell’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti abbiamo assistito ad un collasso mediatico senza precedenti, accompagnato per giunta da inusitati episodi di violenza verbale su siti, blog e social network, per onestà intellettuale bisogna ammettere che c’è anche chi si è astenuto dall’operazione di linciaggio morale e mediatico, o perlomeno se ne è defilato non appena ne ha intravisto i contorni grotteschi.

Il Giornale non ha esordito nel migliore dei modi, anzi.
Il titolone del giorno successivo all’arresto, con Bossetti e Lissi in prima pagina sormontati dalla scritta “Peggio che assassini, schifezze d’uomini”, in effetti non lasciava ben sperare.
Caso vuole, però, che Il Giornale, qualche giorno dopo, abbia cominciato -a differenza di diverse altre testate giornalistiche- a mostrare maggiore prudenza, e non solo.
In data 30 giugno è stato infatti lo stesso Vittorio Feltri a pubblicare un interessante articolo (http://www.ilgiornale.it/news/interni/condannatelo-non-col-gossip-1033180.html) nel quale veniva impietosamente sottolineato come, al di là del DNA (di cui ho già parlato qui https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/06/finche-dna-non-ci-separi-il-senso-degli-italiani-per-il-garantismo/ e parlerò di nuovo nei prossimi articoli), gli altri presunti indizi sui quali tanto i media avevano tanto  gioiosamente quanto maldestramente suonato le trombe erano poco più che chiacchiere da bar.
Gossip, gossip della peggiore specie, e perlopiù senza contraddittorio, anche se forse la sua palese fallacia era tale da far sì che il contraddittorio risultasse insito nelle affermazioni stesse.

“Capite, cari lettori, come si fa a identificare uno sporco omicida?”, scriveva Feltri, e con riferimento ai “terribili” indizi a carico di Bossetti che in quei giorni copiosamente trapelavano non da http://www.gossip.it ma perfino da quotidiani del calibro del Corriere, dava questa risposta tra il serio e il faceto: “se uno frequenta talvolta un pub deve essere un tipo pericoloso, un pedofilo con tendenze omicide. Se poi costui ama il ballo ed è brillante, be’, allora diffidate perché se avete in famiglia una adolescente rischiate di perderla, morta ammazzata da lui. Quanto alle incursioni di Bossetti alla «Toscanaccia», attenzione: i clienti della citata trattoria sono tutti potenziali criminali, anche io che vi ho cenato spesso, essendo il locale di proprietà di Marco Falconi, titolare dell’omonima osteria di Ponteranica dove la domenica sera mi reco spesso con moglie e amici senza assistere, tra una portata e l’altra, a episodi di violenza carnale e a omicidi seriali.
Ecco, questi sarebbero alcuni dei gravi indizi a carico del povero disgraziato rinchiuso in carcere perché indicato quale probabile assassino di Yara. Ce ne sarebbero altri egualmente inconsistenti e direi cretini. […]”

A questo punto, tanto per far capire ai lettori fino a qual punto (di non ritorno) si sia giunti in quest’ennesima puntata di “sbatti il mostro in prima pagina”, mi limiterò ad alcuni esempi clamorosi di dicerie erte a notizie spacciate da alcuni dei nostri mezzi di informazione come indizi a carico di Bossetti che, per chi lo avesse dimenticato, è un lavoratore e padre di famiglia che da venti giorni e nonostante la non convalida del fermo è rinchiuso in isolamento nel carcere di Bergamo dal quale grida la propria completa estraneità ai fatti.

Ce ne è davvero per tutti i gusti.
A partire dallo sconvolgente “ritrovamento”, tra gli attrezzi di lavoro di Bossetti, di due coltellini: ma vi rendete conto, colpevolisti della prima ora?
Sono stati trovati due coltellini nientemeno che tra gli attrezzi di un muratore!
Dopo una tale inusitata scoperta, come si fa a non buttar via la chiave una volta per tutte?

Ancora è stato detto che, stando alle ricerche fatte col suo pc, Bossetti seguiva le notizie relative al caso Yara, cosa peraltro da lui già dichiarata.
A tal proposito bisognerebbe almeno evidenziare un paio di circostanze:
la prima è che Brembate, Mapello e paesi limitrofi sono tutti paesini con poche migliaia di abitanti; in parole povere sono i tipici paesini in cui “non succede mai nulla”.
Mi sembra abbastanza scontato che quando accade qualcosa, specie qualcosa di così grave e che ha risonanza ovunque, la gente del luogo segua le notizie.
Conosco molte persone che, in virtù del lavoro che fanno, non tornano a casa per pranzo, quindi non seguono il notiziario in TV: la maggior parte di loro, neanche a dirlo, segue le notizie su internet.
Sarebbe interessante a questo punto prendere un campione di abitanti del luogo e vedere quanti (ammesso che ce ne fossero) non seguissero le notizie relative al caso.

Oppure abbiamo un altro fantomatico indizio, e non si tratta di uno scherzo, ma è stato davvero riportato dai nostri organi di informazione: alcune persone hanno visto Bossetti (quando non è dato sapere) a Brembate.
Accidenti che notiziona: Bossetti è stato visto in un paese che distava 2 km e mezzo dal suo, nel quale tra l’altro vivono suo fratello e il suo commercialista!
Scommetto che tutti gli altri abitanti di Mapello a Brembate non ci passavano mai!

Ma c’è di più: si è detto perfino che Bossetti aveva una passione per le lampade solari, che “per lungo tempo” ha fatto in un centro estetico a Brembate.
“Per lungo tempo” non vuol dire nulla: prima dell’omicidio, dopo, quando?
Non credo inoltre che la povera Yara, a soli tredici anni nel migliore dei casi, frequentasse centri estetici: quindi è molto difficile capire a quali fini la cosa rilevi.
Bossetti non ne ha parlato come sua abitudine: credo che il suo miglior alibi a questa reticenza sia paradossalmente proprio la reticenza.
Non lo ha dichiarato, si deduce in modo piuttosto logico, perché non si capisce cosa diamine c’entri il fatto di farsi lampade abbronzanti con l’accusa di aver ucciso una povera ragazza.
E’ come se qualcuno chiedesse a un indiziato informazioni sulla sua vita e questi rispondesse “un tempo avevo la passione per la messa in piega e andavo con frequenza dal parrucchiere, che sta nel paese accanto”.

Ancora, come dimenticare che in casa sua sono stati trovati dieci cellulari?
Dovremmo dunque lecitamente supporre che tenere in casa dei cellulari in disuso sia indice di colpevolezza: in casa mia ce ne sono ben 15, e per quanto ad alcuni giornalisti possa sembrare strano, sebbene siano in casa, nessuno li usa più.
In particolare, se mi si scarica la batteria del cellulare, mi limito a metterlo in carica, senza correre a recuperare dai cassetti sparsi nella casa uno dei vecchi “cimeli” per inserirvi la sim.

O dovremmo forse parlare dei giornalisti che solertemente ci hanno informati del fatto che una ex di Bossetti (una vecchia fiamma di epoca adolescenziale o poco più) lo ha definito una persona “irruenta” e che fece fatica ad accettare la fine della loro storia?
Quale sarà, a questo punto, la prossima mossa?
Forse intervistare la sua vecchia baby sitter per farci sapere se tra gli indizi di colpevolezza dovremmo aggiungere, magari, anche il fatto che da piccolo non riuscisse a centrare il vasino?

Con Tgcom24, la situazione da comica diviene tragica (vedi qui: http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lombardia/2014/notizia/locali-uscite-e-assenze-dal-lavoro-la-doppia-vita-di-massimo-bossetti_2054206.shtml).

Oramai la condanna a morte è inevitabile: non bastavano le lampade solari, siamo alla soffiata anonima presumibilmente di un mitomane, già prontamente smentita.
Si legge infatti testualmente:
“Inoltre una soffiata sulle abitudini serali di Bossetti sarebbe arrivata in Procura. Il muratore di Mapello avrebbe passato intere serate in un discopub della Bassa Bergamasca, a circa 25 km da casa sua, dove si fa musica latino-americana. Il titolare del locale non ha però confermato ai carabinieri, spiegando che quella di Bossetti non sarebbe stata una faccia nota.”
La smentita del titolare mi sembra più che sufficiente a capire con che genere di notizie affidabili abbiamo a che fare, anche se continuo comunque a non capire come i balli latino-americani possano essere indizio di alcunché.

Ma si riesce a fare ancora di peggio, arrivando alla contraddizione palese.
Sono stati interrogati i colleghi di Bossetti al cantiere.
“Un’immagine diversa di Massimo Bossetti arriva anche dai racconti di alcuni colleghi. “Qualche volta Bossetti ci diceva che aveva da fare e se ne andava, spariva dal cantiere e no, non sappiamo dove. Uno di noi l’aveva soprannominato il caciabale, o qualche cosa del genere”, ha raccontato infatti a “Republica” uno dei muratori che hanno lavorato insieme al 44enne.”
In realtà la cosa si contraddice da sola, visto che quest’immagine non ci arriva dai racconti di “alcuni colleghi” ma dal racconto di un unico collega, per giunta anonimo, che per quanto ne sappiamo potrebbe anche non esistere.
Prendendo la notizia per buona, ne deduciamo che Bossetti era un lavativo e nulla più.
Volendo vederci più chiaro si scopre che (vedi ad esempio quihttp://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/yara-massimo-bossetti-e-le-assenze-dal-lavoro-colleghi-una-scusa-e-andava-via-1912356/) questa circostanza risulta peraltro avere riscontro una sola volta, in cui si allontanò per una visita medica alla quale non sarebbe andato.
Tutto ciò, al di là del fatto che l’essersi allontanato una volta dal lavoro mi sembra al limite un peccato veniale e non certo un indizio di colpevolezza per omicidio e neanche di “doppia vita” (al limite sembra un indizio di furbizia, furbizia che non si riscontra per giunta in chi abbandona la sua vittima ancora viva con il rischio che la trovino).
Per eccesso di zelo, cito ancora:
“Sembra che in una (sic) circostanza Bossetti abbia lasciato il cantiere per andare dal medico, ma dal medico – questo sarebbe risultato in un accertamento effettuato nei giorni scorsi – non c’è andato. Dove andava e con chi?”

Il fatto che i nostri media non si siano fatti problemi a togliere perfino l’aggettivo “presunto” prima della parola assassino, mi fa sembrare una reticenza perlomeno sospetta quel “sembra” iniziale, per giunta seguito da un verbo al condizionale.
Sospetto fortemente che la notizia non sia accertata ma una voce di corridoio più adatta alla ciance tra comari (“oh, cara, senti cosa ho saputo!! sai che ieri Massimo si è assentato dal lavoro dicendo di dover fare una visita medica e invece è andato al bar con gli amici? che scansafatiche!!”) che non ad un’indagine.

Vorrei comunque sapere anche come abbiano dedotto che non andò dal medico: al lavoro in genere chiedono certificati medici, quindi non lo portò e nonostante questo non ebbe alcuna conseguenza?
Una circostanza a dir poco anomala.

Oppure potremmo supporre che per qualche ragione non chiedessero certificati medici: a questo punto chi ci dice che non andò dal medico?
Dubito che possa ricordarlo il medico stesso, per quanto ne sappiamo potrebbero essere passati anni da questa vicenda!

Comunque, questa voce isolata ed anonima che dà per Bossetti l’immagine di un lavativo e che per giunta trova (non si sa come) riscontro in una sola occasione, è anche in netto contrasto con quanto dichiarato da un altro collega e pubblicato in altro articolo (http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_giugno_28/collega-massimo-bossetti-impassibile-il-papa-yara-5a7a0bca-fe85-11e3-8a2a-88aba4066e9e.shtml) sul Corriere di Bergamo, che ci informava del fatto che era stato intervistato un collega che, insieme a Bossetti, vide il signor Gambirasio.
Secondo questo collega in tale occasione Bossetti fu “impassibile”.
La linea dell’articolo non è molto chiara quanto a posizione personale dell’articolista, ma suppongo che se l’essere “impassibile” è indice di colpevolezza, lo sarebbe stato anche l’essere “scosso” o “sconvolto” o qualsiasi altra cosa.

Molto più interessante è però il modo in cui quest’altro collega descrive Bossetti come lavoratore modello:
Cito ancora:
«Me lo ricordo, Massimo (Bossetti, ndr). Veniva lì in proprio, a tirar su i muri. Quello è il suo mestiere. Uno che sapeva sgobbare e che ha sempre fatto quello nella vita»

Non credo servano ulteriori commenti per evidenziare il calibro degli “indizi” e la loro contraddittorietà.

Ciò che è evidente è che non si tratta affatto di “prove”, e neppure di “indizi”, ma di mere dicerie che, quand’anche fossero vere, non avrebbero alcuna rilevanza, ma che vengono confezionate e presentate in modo tale da suscitare nel lettore sospetto, rabbia, indignazione.

Sono “notizie”, se così si possono chiamare in un supremo atto di gentilezza non dovuta, che non significano assolutamente nulla, ma nondimeno molti lettori esultano e gridano “A morte!”.

Peggio ancora: sono notizie che non fanno che mostrare, a parere di chi scrive, la sostanziale debolezza dell’impianto accusatorio, indicando una spasmodica ricerca di indizi privi di qualsivoglia consistenza, quasi mille idiozie potessero fare una prova.

Perfino una trasmissione televisiva che generalmente spicca per serietà e accuratezza, come Chi l’ha visto?, è caduta vittima di questo atroce gioco (o giogo?) mediatico.
In particolare, nella puntata andata in onda in data mercoledì 2 luglio 2014, nella quale oltre al solito inutile riferimento ad abitudini personali di Bossetti come la passione per lampade solari e la cura del proprio corpo, si è arrivati perfino a fare riferimento ad alcuni graffi sulle sue spalle, visibili in una foto risalente all’estate 2011, che sarebbero stati nientemeno che graffi inferti dalla vittima in una supposta colluttazione.
Credo che i commenti siano pressoché superflui.

Non solo perché mi sembra abbastanza ovvio supporre che eventuali graffi fatti a novembre l’estate successiva non siano più visibili, ma anche perché mi sembra altrettanto scontato domandarmi come sia possibile che quella povera ragazza sia riuscita a trapassare con dei graffi abiti invernali, per giunta senza che le sia mai stato riscontrato alcun residuo di pelle sotto le unghie.

E se Feltri chiedeva:
“Capite, cari lettori, come si fa a identificare uno sporco omicida?”, io vorrei piuttosto chiedervi “Capite, cari lettori, come stiamo infamando e condannando a morte un padre di famiglia che si proclama innocente? E’ possibile non provare, dinnanzi a tutto questo, neanche un po’ di imbarazzo?”.

E’ il dramma dei processi fatti in TV e sui rotocalchi da una combriccola di comari che, a differenza delle comari di De André, non si limitano all’invettiva, ma arrivano a pronunciare una sentenza di condanna alla pena capitale.

Insomma, almeno un po’ di ritegno sarebbe auspicabile.
Certo, non dico che dovremmo avere il sistema di indagine statunitense, in cui l’imputato o i suoi legali possono prendere parte attiva nelle indagini, e insieme agli inquirenti valutare le prove ed eventualmente suggerirne di nuove.
In italia questo non può accadere per evitare il rischio di “inquinamento delle prove” (espressione che per i più disillusi può essere tradotta con “far fare una figura barbina ai PM”).
Quindi in Italia ti mettono in galera, e puoi uscire a difenderti quando hanno confezionato tutto per bene nei media – anche mandando le foto delle tue figlie e le conversazioni con tua moglie ai giornali.

La verità, però, è che se è così non capisco neppure perché si continuino a cercare prove.
Meglio ancora, non vedo neanche il bisogno del processo: il mostro è stato confezionato e gli italiani vogliono vedere il suo sangue.

Insomma, miei cari giornalisti, un consiglio vorrei darvelo con tutto il cuore: leggete i vostri articoli prima di pubblicarli, leggeteli bene, e pensate se la persona spogliata di ogni dignità da un’informazione tanto impietosa foste voi.
E ditemi: siete sicuri che questo modo di fare “informazione” svilisca solo il “mostro” di turno e non anche voi stessi?

Alessandra Pilloni

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2 thoughts on “Bossetti e la sentenza della Corte delle Comari

  1. Dottoressa Alessandra il tuo articolo è perfetto oltre “ogni ragionevole dubbio”. Ci sono italiani che come te chiedono una giustizia “giusta”per questo nostro concittadino a cui si è rubata la vita in un modo spregevole e impietoso. Senza dimenticare la piccola vittima per la quale urge giustizia, dovremmo tutti farci un esame di coscienza e pensare anche ad una famiglia violentata e distrutta che difficilmente, anche alla luce di un auspicato proscioglimento da tutte le accuse, ritroverà la sua serenità. Tutti coloro che come noi hanno questa visione lucida dei fatti dovrebbero far sentire la loro voce senza timori perchè, da come io sappia, viviamo in uno stato democratico e non sotto una dittatura; dico ciò perchè sono certa del fatto che siano molti di più di coloro che si palesano quelli che nutrono forti dubbi che crescono giorno dopo giorno. Ottimo lavoro Alessandra, sono orgogliosa di poter collaborare con te e seguirò la tua linea di pensiero libera e coraggiosa sostenendoti sempre, “anche per i prossimi 30 anni”

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    • Grazie mille Laura, il tuo bellissimo commento mi fa arrossire, mi fa piacere che qualcuno apprezzi il mio lavoro, e ancor più lo supporti con la propria inestimabile attività intellettuale nel gruppo facebook, come tu fai.
      Ancora grazie infinite del supporto, e onore a noi che ci mettiamo la faccia!

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