“Sbatti il mostro in prima pagina” (e non far notare le incongruenze)

Spesso, quando “dolce e chiara è la notte e senza vento”, mi capita di fare un sogno ricorrente: sogno di vivere in uno Stato in cui il principio secondo il quale “la legge è uguale per tutti” sia qualcosa di più di una semplice frase su carta ingiallita, quasi ridotta, oramai, ad una sorta di grida secentesca di manzoniana memoria.
Ma ecco che, ogniqualvolta questo idillio onirico torna a farmi visita, è bruscamente ed inesorabilmente interrotto da un incubo che vi si sovrappone: ed è così che mi ritrovo a dover fare i conti con Gian Maria Volonté, nelle vesti del redattore capo Bizanti, ed a vedere il misterioso monito “la legge è uguale per tutti” riveduto e corretto, alla maniera orwelliana, dall’inquietante prosieguo “…ma qualcuno è più uguale degli altri”.

Proprio mentre scrivo questo articolo, il notiziario mi informa, in effetti, di un tweet del premier Matteo Renzi, che con riferimento alla condanna a un anno a carico di Vasco Errani per falso ideologico, ricorda che “finché non c’è sentenza passata in giudicato un cittadino è innocente”.

Per quanto possa sembrare strano, ciò che scrive Renzi è proprio vero: lo dice il secondo comma dell’articolo 27 della nostra Costituzione.
“Si chiama garantismo”, chiosa Renzi nel suo tweet, ancora una volta a ragione.

Eppure, c’è una nota stonata in tutto questo.
Non fraintendetemi, questo blog fa del garantismo per tutti il proprio vessillo: certamente, però, è un vero peccato che questo principio sacrosanto sembri valere solo per i politici, mentre per un semplice operaio possa essere saltato a piè pari anche dagli annunci di un Ministro.

Ed è a questo punto che l’incubo di cui sopra torna a farmi visita, con una domanda pressante: cosa è andato storto nell’evoluzione dei principi dello stato di diritto?

Mi scuseranno quindi, i gentili lettori, se da queste pagine preferisco rivolgere la presunzione di innocenza a chi è stata negata sin dal primo momento proprio da voci istituzionali.

In un articolo di qualche giorno fa (https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/06/finche-dna-non-ci-separi-il-senso-degli-italiani-per-il-garantismo/) ho già affrontato la tematica relativa ad alcune legittime perplessità alle quali, sia in generale sia nel caso di specie, la prova del DNA a carico di Massimo Bossetti sembra lasciare un certo spazio.
Questo perché, anche al di là di alcune inesattezze divulgate dai media che ho avuto modo di evidenziare (come ad esempio la notizia errata secondo la quale la traccia di DNA sarebbe stata isolata nella parte interna degli slip), alcuni dubbi si impongono inevitabilmente, come esito di palesi discrasie che si ricavano seguendo l’evolversi della vicenda e delle indagini sin dall’inizio.
L’articolo in questione , ovviamente, non pretendeva di esaurire  la tematica, sulla quale dunque mi sarà giocoforza tornare, in qualche modo, anche oggi.

Nell’articolo di cui sopra, avevo volontariamente dedicato pochissimo spazio alla tesi, sia pure in testa alle indiscrezioni e che, per giunta, io stessa in un gruppo facebook creato ad hoc proposi qualche giorno prima che cominciasse a circolare sui media, secondo la quale potremmo essere di fronte ad un caso di trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto.

Negli ultimi giorni, in particolare, questa ipotesi è stata avanzata a più riprese anche nel corso di alcune trasmissioni televisive, ad esempio dal Dott. Natale Fusaro, il quale ha altresì sottolineato come, qualora l’arma del delitto fosse stata un oggetto di Bossetti o di un terzo, quale ad esempio un attrezzo da lavoro, precedentemente utilizzato da Bossetti e sporcatosi con il suo sangue (sappiamo che Bossetti, oltre a fare un lavoro che di per sé espone a ferite ed escoriazioni, soffre di epistassi), potrebbe effettivamente essersi verificato un passaggio del DNA di Bossetti, attraverso l’arma del delitto, sugli abiti della piccola Yara.
Fusaro inoltre notava, non a torto, come nessuno si prenderebbe la briga di lavare un coltellino per l’edilizia qualora si sporcasse di sangue.

E’ dunque piuttosto evidente che anche quest’ipotesi, che nel caso di un’unica traccia di DNA, come questo, è astrattamente possibile (sia pure improbabile), alla luce delle circostanze concrete relative a Bossetti (epistassi, lavoro che espone a ferite) e alla possibile arma del delitto (coltellino per l’edilizia non lavato) acquisti perfino un certo margine di probabilità.

Un margine di probabilità che appare inoltre confortato da alcune evidenze peritali che emergono dall’ordinanza del GIP.
In primo luogo, merita menzione l’area specifica degli indumenti ove la traccia di DNA è stata isolata, che l’ordinanza descrive testualmente come “un’area attigua al margine reciso” degli indumenti stessi, un particolare che ben si sposa ad un trasporto del DNA proprio attraverso un’arma da taglio.

Per contro, viene in considerazione che l’ipotesi che la traccia (presumibilmente) ematica isolata sia esito di una ferita riportata dall’assassino in una colluttazione con la vittima, che dunque si sarebbe strenuamente difesa, è resa improbabile dall’assenza di “lesioni tipicamente da difesa” sulla vittima stessa.

Ma questa ipotesi del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto sembra sposarsi piuttosto bene anche con un altro particolare, che in effetti è uno dei particolari che sembrano contrastare maggiormente con il teorema della colpevolezza di Bossetti.

No, non si tratta di una mia fissa, ma di qualcosa che già da tempo era facilmente saltata agli occhi degli inquirenti (vedasi ad esempio qui:http://www.corriereadriatico.it/ATTUALITA/yara_ultimi_attimi_fuga_inseguimento_omicidio._e_spunta_l_ombra_di_una_donna/notizie/141158.shtml), e che non dovrebbe essere dimenticata ora.

E’ la stessa modalità dell’aggressione a far sorgere seri dubbi sulla colpevolezza di Bossetti, in quanto appare ben difficilmente compatibile con un agente quarantenne e avvezzo da oltre quindici anni ad un lavoro fisico non indifferente.

E’ la stessa ordinanza del GIP che, riprendendo quanto emerso dall’esame autoptico, descrive le otto lesioni riscontrate sul cadavere della piccola Yara come “relativamente superficiali e insufficienti da
sole a giustificare il decesso”, che infatti si suppone essere avvenuto per ipotermia.

Quindi è del tutto lecito chiedersi come tali ferite, che sembrano indicare palesemente scarsa manualità con l’arma del delitto, probabilmente scarsa forza, sicuramente incapacità di colpire, possano essere attribuite ad un muratore quarantenne per forza di cose abituato all’uso di un certo tipo di strumenti e dotato di una certa forza fisica.

Le ferite sono insomma disordinate, incapaci di causare di per sé la morte, inferte con un’arma con la quale l’agente non sembra avere manualità alcuna (un oggetto non suo?); nonostante questo, va sottolineato, l’assassino se la dà a gambe lasciando la povera Yara ancora viva.
Francamente, tutto questo ricorda, più che un adulto, un possibile atto di bullismo degenerato, o comunque un atto compiuto da persona/e molto giovane/i, con scarsa forza fisica, e che fugge rendendosi conto di aver combinato un disastro spintosi oltre ogni sua previsione.

Vedete, cari lettori, come ho evidenziato nel penultimo articolo (https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/07/bossetti-e-la-sentenza-della-corte-delle-comari/), questo caso fortemente mediatizzato è stato accompagnato da un collasso informativo spaventoso, che ha finito per scadere in una banalissima forma di gossip.
D’altronde, avrete tutti sentito parlare della banalità del male.
Ma in effetti non sarebbe difficile per un lettore accorto trovare per tutte queste chiacchiere tra comari delle spiegazioni piuttosto semplici.
Un “indizio” insignificante come le lampade solari, ad esempio, trova una spiegazione più che plausibile alla luce di una considerazione banalissima: evidentemente Bossetti voleva farle perché tiene alla cura del proprio aspetto, e perché i muratori, lavorando al sole, hanno un sacco di segni (quello della canottiera, dell’orologio, dei calzini, delle scarpe, dei pantaloncini) che una o due lampade a settimana tolgono.
Alcuni organi di stampa hanno detto che la moglie non conosceva la frequenza con la quale Bossetti faceva le lampade.
E allora, cosa ci si trova di strano santo cielo?
Non serve una fervida immaginazione per intuire, ad esempio, che se avesse detto alla moglie che andava al solarium ogni settimana, questa avrebbe magari risposto “ma quanti soldi spendi in sciocchezze?”.
Uno non va a litigare per una doccia solare, la fa e basta.
Così come tante mogli non raccontano per filo e per segno quello che acquistano: magari un reggiseno che piace sebbene se ne abbiano già dieci simili, o i collant ricamati, piuttosto che un nuovo inutile pezzo di bigiotteria acquistato solo per vezzo.
Sono quelle piccole cose omesse perché banalmente inutili o per pace familiare che a quanto pare, ora, per i saloni televisivi fanno di te un bieco assassino.

Ma il punto forse è un altro.
Perché se gli organi di informazione alla costante ricerca dello “scoop” si soffermano su particolari inutili, come la passione di Bossetti per le lampade solari, si tratta di un atto che può essere prosaicamente descritto come superficialità o mera disinformazione.

Ma se un Ministro dell’interno scrive su Twitter che è stato “identificato l’assassino di Yara Gambirasio”, omettendo l’aggettivo “presunto”, la questione cambia.
Non solo perché dinnanzi alla scritta “la legge è uguale per tutti” sembra di sentire riecheggiare il celebre “ma mi faccia il piacere!” di Totò, ma anche perché se un rappresentante delle istituzioni afferma pubblicamente che Massimo Bossetti è un assassino, io, comune cittadina, gli devo credere.

Gli devo credere con tutto il cuore, perché se sciaguratamente scegliessi, invece, di credere a Bossetti che si proclama innocente, o anche soltanto di soffermarmi sui tanti, troppi dubbi che circondano questa vicenda, allora dovrei perdere ogni fiducia nei vertici del mio Paese.

E, stavolta, senza alcuna possibilità d’appello.

Alessandra Pilloni

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