Profilo di un assassino

Nota: articolo scritto da Laura, iscritta la gruppo facebook “Giustizia e verità: no all’accanimento mediatico contro Massimo Bossetti”, ed originariamente pubblicato nel gruppo stesso.
Lo inserisco anche qui per completezza e fornire maggiore visibilità ad un’analisi encomiabile, approfittandone per ringraziare di cuore Laura per il suo enorme contributo intellettuale al gruppo.

In un’era devota alla scienza dove il DNA è Verbo incontestabile, i “fedeli”, abituati a non mettere in discussione ciò che è fuori dalla loro comprensione, lo accolgono ciecamente per un semplice Atto di Fede.

E’ stato più volte chiarito, in questi giorni, da specialisti in materia, che il semplice riscontro di un DNA, localizzato in un solo punto sul corpo di una vittima e in quantità così ridotte, non ha nessuna valenza probatoria se non è avallato da una serie di prove concrete che inchiodino l’indagato alle proprie responsabilità.

Vorrei distogliere per un momento l’attenzione dalla Scienza, alla quale, se usata bene e non approssimativamente, faccio tanto di cappello, per dare spazio al Ragionamento.

Non sono un criminologo, ma, dal momento che la metà degli italiani sono genetisti, posso permettermi il lusso di giocare a fare il “profiler”.

Se decidiamo di inquadrare l’omicidio di Yara nell’ambito del delitto perpetrato da un maniaco sessuale pedofilo dobbiamo conoscere le caratteristiche di questa tipologia di criminali.

Traggo da fonti accreditate (A. Pacciolla, I. Ormanni, A. Paciolla, Abuso sessuale, una guida per psicologi, giuristi ed educatori, Edizioni Laurus Robuffo, Roma, 1999) che “Il termine pedofilia indica l’attrazione sessuale da parte di persone adulte nei confronti dei bambini; e il concetto di pedofilo viene comunemente associato alla figura di chi abusa sessualmente di un soggetto di minore età” e fin qui nihil sub sole novum.

La domanda che urge porsi è quali e quante sono le caratteristiche di un individuo così patologicamente compromesso?

Reduci da un’infanzia marchiata a fuoco dalla morale nascosta sotto una mantellina rossa, tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo chiesti:

“Che faccia ha il Lupo?” e non ci tranquillizziamo finché non gli diamo un volto, quasi come se il mero guardarlo potesse bastare ad esorcizzare la paura.

“Chi è il pedofilo? Esistono delle caratteristiche di personalità tali da consentire di identificare questi soggetti?”

“Queste sono solo alcune delle più comuni domande che ci possono venire alla mente quando cerchiamo di dare una spiegazione a una condotta da tutti comunemente ritenuta come uno dei marchi più infamanti che possano esistere.” ci spiega sempre la dottoressa Innocenti.

Le radici del male vanno cercate nella perversione identificata come fonte diretta e cosciente di piacere.

Essa sarebbe responsabile dei comportamenti devianti nei confronti della norma.

Citando Stoller, contenuto estrapolato da un articolo scientifico,egli considera le perversioni sessuali al pari di una forma erotizzata dell’odio, una fantasia solitamente esplicitata ma che a volte può rimane a livello di un sogno diurno.

Si tratterebbe, quindi, di una forma di aberrazione abituale, preferita ad altre forme di comportamento sessuale, necessaria affinché il soggetto provi pieno godimento, e motivata da ostilità.

 

L’ostilità andrebbe considerata come quella condizione in cui un individuo desidera danneggiare un “oggetto” per ricavarne una sensazione piacevole.

 

 

Secondo uno studio condotto negli anni 70 da alcuni ricercatori dell’FBI su 26 pedofili emergono alcuni interessanti tratti comuni. Si tratta di persone che hanno vissuto infanzie difficili, non hanno ricevuto amore dai genitori, sono stati sottoposti a maltrattamenti e ad abusi e presentano un precario adattamento all realtà.

Sono degli introversi soliti ai maltrattamenti verso piccoli animali nella prima infanzia, che difficilmente instaurano rapporti e altrettanto difficilmente formano una famiglia e mantengono un lavoro.

Ma la cosa che maggiormente mi ha dato da pensare è che sarebbe davvero singolare che un pedofilo perpetrasse nell’arco della sua esistenza un “solo” e “unico” atto di violenza in quanto, cito testualmente:

“L’atto provoca solo una scarsa eccitazione sessuale, e per questo il pedofilo presto inizia a ricercare una nuova vittima con cui ricreare il piacere erotico.”

Torniamo a Brembate, piccolo centro abitato che conta 5000 abitanti, confinante con Mapello, altrettanto piccolo.

Tralasciamo per un momento il fatto che il sig. Bossetti non si può inquadrare in nessuna delle caratteristiche di un predatore, ammesso per assurdo che lo fosse, e fosse riuscito a mantenere segreto questo suo lato perverso alla famiglia, (senza però dimenticare che ha una moglie amorevole, tre splendidi figli che non mostrano le caratteristiche di bambini provati e soliti assistere a scene di violenza domestica, e un numero non ben definito di “piccoli animali domestici” ai quali sembra essere molto affezionato e non incline ad eviscerarli) perché si sarebbe limitato ad adescare, aggredire e lasciare in fin di vita la piccola Yara senza, nè prima nè dopo, cercare di riprovare il brivido della caccia? E’ anomalo che un predatore che “l’ha fatta franca” in barba agli investigatori e allo spiegamento massiccio delle forze dell’ordine per ben 4 anni non reiteri il reato, e, considerato che la maggior parte di essi è “territoriale” e ha una zona sicura nell’ambito della quale muoversi, come mai non si sono trovate altre ragazzine assassinate? Di ciò, ovviamente siamo tutti felici, ci mancherebbe! Ma, alla luce di queste osservazioni, non mie ma di esperti, mi persuado ogni giorno di più che in una cella d’isolamento della C.C. di Bergamo ci sia l’uomo sbagliato e che l’omicidio di Yara non sia a sfondo sessuale,  anche perché ricordiamo che violenza non c’è stata.

Citando Roberta Bruzzone autrice dell’articolo “PROFILO CRIMINOLOGICO DI UN PEDOFILO” la linea di pensiero rimane la stessa.

La dottoressa scrive:” Secondo le teorie più accreditate tra gli addetti ai lavori, che con questi soggetti si confrontano molto spesso, alla base dell’operato criminale della maggior parte dei pedofili ci sarebbe in primis un profondo sentimento di inadeguatezza nei confronti di un partner sessuale adulto. Tale vissuto alimenta nei pedofili la convinzione che mai riuscirebbero ad essere all’altezza di relazionarsi adeguatamente con un partner adulto. Questo confronto infatti viene percepito come potenzialmente giudicante, ansiogeno e quindi inaccettabile. Un rischio da evitare. Incapaci dunque di “scendere in campo” con un partner adulto, scelgono quindi i bambini perché tale “scelta” gli consente di dare libero sfogo alle loro pulsioni sessuali senza il rischio di venire giudicati o respinti.”

CRISTALLINO mi viene da dire e, continuando la lettura scopro che

“I pedofili valutano la situazione, riflettono attentamente e poi decidono il da farsi. Ci sono delle precise strategie cognitive alla base del loro operato per mantenere segreta la loro perversione proteggendo così la loro possibilità di reiterarla”.

Per amor del vero devo aggiungere che la Dottoressa prende in esame un’altra ipotesi di identificazione del bruto che riporto integramente, salvo poi confermare la linea iniziale in calce.

“In qualità di criminologa, mi è stato chiesto spesso se è in qualche modo possibile riconoscere i pedofili dal punto di vista sociale. E purtroppo ho sempre dovuto rispondere negativamente dal momento che, sulla base dei dati maggiormente accreditati a livello nazionale ed internazionale, risulta abbastanza chiaro che abbiamo a che fare con soggetti sostanzialmente invisibili dal punto di vista socio-comportamentale. Nella stragrande maggioranza dei casi infatti i soggetti che giungono all’attenzione dell’Autorità Giudiziaria non hanno alcun precedente penale e le percentuali di precedenti specifici ( ossia della stessa natura – sessuali) o in qualche modo legati all’aggressività e alla violenza, sono altresì molto basse. Sostanzialmente quindi ci troviamo di fronte a soggetti che non hanno quasi mai avuto a che fare con la giustizia, che sono integrati dal punto di vista sociale e lavorativo e non identificabili sulla base dei parametri sociali più comuni legati allo stereotipo del criminale pedofilo che lo descrive con la barba lunga, l’impermeabile sgualcito e lo sguardo ebbro di lussuria criminale appostato vicino agli ingressi delle scuole o nei pressi dei parchi e dei giardini pubblici. No, non è con questo tipo di soggetto che abbiamo a che fare. Il nostro nemico è molto più subdolo e veste spesso i panni dell’insospettabile “ragazzo della porta accanto”. Si tratta di un nemico astuto in grado di arrivarci molto vicino, di indossare molte maschere, di insinuarsi nelle pieghe del nostro quotidiano per studiarci, per cogliere i punti deboli della nostra relazione con i bambini e per neutralizzare la nostra capacità di proteggerli. È con questo tipo di criminale pedofilo che abbiamo a che fare oggi.”

Per leggere per intero le conclusioni della dottoressa e approfondire così, sempre da profani, la conoscenza del “mostro” basta cercare:

Il profilo criminologico del pedofilo – di Roberta Bruzzone

Articolo pubblicato sul III numero della rivista ALTEREGO – Maggio 2007

ma ad oggi non è questo il mio obiettivo primario. Vorrei che l’attenzione fosse rivolta alle immagini tanto criminalizzate, estrapolate senza ritegno dal profilo fb del sig. Bossetti che per coerenza non pubblico. Non riesco, assenza incontrovertibile di “pizzetto” a parte, a capire cosa ci sia di così difforme dalla normalità in quest’uomo e la sua famiglia. Ai miei occhi appare come un padre amorevole e presente, giovanile e attento all’aspetto in modo assolutamente normale e non “malato” come viene insinuato solo e soltanto per questo suo “vezzo” di fare le lampade. Non c’è niente di anomalo in un uomo che lavora onestamente, tutti i giorni, visite mediche a parte, per mantenere dignitosamente la sua grande famiglia e mi chiedo come sia possibile annientare in questo modo così barbaro qualcuno, che nemmeno conosciamo, solo perché la TV e la stampa ci insinuano delle idee malate per garantirsi audience e tiratura. In un paese civile gli organi di stampa e di diffusione dell’informazione non possono essere volutamente fuorvianti e seguire l’onda di ciò che il pubblico da casa vuol sentire. C’è una sorta di macabro piacere che, da un mese a questa parte, pervade gli italiani, una malcelata morbosità nello scovare il particolare più intimo per poterlo rivedere e correggere passandolo sotto una lente deformante. Noto, e me ne duole, che il pubblico di questa vicenda, più che nelle altre di cronaca nera recente, è arrivato a toccare il livello più basso mai registrato abbandonandosi ad un delirio di offese sempre più turpi e spesso irripetibili. Ci sono più leggende sul sig. Bossetti che sul mostro di Lochness, è come un tam-tam mediatico a chi la spara più grossa e mentre gli animi si accendono, i lumi della ragione si spengono. Solo pochissime persone si sono fermate, opponendosi al lavaggio del cervello, e cercano, con fatica, a rischio di essere linciate a loro volta, di guardare la situazione con occhi diversi. Chi è Massimo Giuseppe Bossetti? Io continuo a vedere un “padre” solido nella sua disperazione, solo perché, da buon cittadino, crede che le accuse infondate contro di lui verranno facilmente, in sede processuale, se non prima ritirate dall’accusa stessa. Si dice “sereno” dopo un mese di isolamento, la galera non è il suo posto, si tratta di un errore e presto lo capiranno tutti, dice a se stesso passeggiando su e giù nei tre metri a sua disposizione. Vuole solo incontrare i suoi tre figli, non per chiedere loro scusa, ma per poterli rassicurare che papà sta bene e tutto tornerà come prima. Quest’uomo, ben lontano dal predatore sessuale che si aggira con fare sospetto girando intorno ad una palestra, dove nessuno tra l’altro lo ha mai visto, è un operaio al quale è stato cucito addosso l’abito dell’infame assassino di bambini, tanto incauto da lasciare viva la sua vittima ma tanto furbo da sfuggire alla legge per 4 lunghi anni, ancora è così morboso da battere i luoghi vicini a Yara, fingendo di comprare figurine per i figli, ma tanto controllato da tenere a freno le sue pulsioni per altrettanti anni, è così forte da non crollare e confessare sperando in un patteggiamento e, allo stesso tempo, così insicuro da telefonare a sua madre appena saputo dell’ennesimo prelievo salivare, è sprezzante e si fa beffe del P.M. solo perché cerca di dare delle spiegazioni coerenti per giustificare la presenza del suo DNA ma è un “pivello” nel momento in cui, nel fornire soluzioni alternative, ammette che quello esaminato sia proprio il suo profilo genetico, dando elementi così concreti agli inquirenti da non essere più necessario un secondo prelievo che potrebbe scagionarlo.

Stiamo assistendo inermi all’esempio più vergognoso di giustizia sommaria, offensiva nei confronti di Yara e dei suoi cari quanto nei confronti di un cittadino onesto, incensurato e contro il quale non esiste assolutamente nessun elemento di prova. Ma in un Italia dove Fedocci asserisce, nel suo servizio al tg 4 andato in onda in data odierna 14 luglio 2014, che l’accusa dispone di due prove schiaccianti (il DNA e la presenza accertata fuori dalla palestra), che Yara è scomparsa alla 18:30, “aggiustando” in questo modo i tempi troppo incompatibili nella dinamica delle celle agganciate dal presunto carnefice e dalla vittima e conclude dicendo, cito testualmente, “gli inquirenti non si fermano, ci sono ancora molti interrogatori da perfezionare ” di cosa possiamo ancora stupirci?

Possiamo sperare che i riflettori si spengano o dobbiamo emigrare all’estero per sfuggire a questo scempio?

Quanti altri biglietti stamperanno i gestori di questo circo prima che il pubblico si stanchi e non sia più registrato il “Tutto Esaurito?”

Purtroppo sono sicura che i burattinai faranno del loro meglio per rendere il loro spettacolo sempre più soddisfacente e ricco di novità, mantenendo alta l’attenzione sul “fenomeno da baraccone” più gettonato del momento.

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8 thoughts on “Profilo di un assassino

      • Grazie Alessandra. Spero che a breve il sig. Massimo sia “libero” di leggerci come spero che il nostro impegno contribuisca in maniera veloce ed incisiva a restituire a questo nostro concittadino l’agognata libertà. Poi ci occuperemo di fargli avere un risarcimento record!

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  1. Grazie a te Laura 🙂
    Anche io spero che il tuo auspicio possa davvero avverarsi a breve, e sarei lieta di sapere, un giorno, che anche il nostro lavoro di informazione abbia avuto un riscontro.
    In quel caso, comunque, dovremmo ridenominare il blog come “Colonna Infame- risarcimento esemplare per Massimo Giuseppe Bossetti” 🙂

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    • Non mi sembra il tipo che chiederebbe un risarcimento esemplare, ma gli auguro di diventarlo, perché quello che hanno fatto ai suoi figli non è perdonabile in nessun modo, altrettanto quanto non è perdonabile quello che è stato fatto a Yara.
      Bravissime, io vi adoro per come siete!
      Eli

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      • Credo che nella sua difficile situazione pensi solo a poter chiarire la vicenda giudiziaria nella quale si è suo malgrado trovato coinvolto e poter tornare a casa a riabbracciare i suoi splendidi bambini: e io gli auguro di cuore di poterlo fare presto.

        Grazie mille per il supporto Eli, fa piacere non essere sole, un abbraccio forte!

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  2. Non ci sono soldi che possono ripagare un uomo violentato nell’animo, sbattuto in isolamento, allontanato dalla sua famiglia a sua volta distrutta, barricata in casa,intimorita dalla follia cieca di una folla orba. Non ci sono soldi che possano restituire la serenità familiare, non a caso è un bene della vita che non ha prezzo e che si guadagna essendo un buon genitore e marito. Al sig. Massimo è stato strappato tutto quello che, in una vita di sacrifici, si era costruito solo col sudore della sua fronte. Comunque vada il processo lui rimarrà prigioniero del marchio a fuoco inflittogli dal boia per appagare la folla inferocita e, per quanto potrebbe sembrare un gesto di codardia, dovrebbe pensare di trasferirsi all’estero per tutelare i suoi bimbi ed il suo matrimonio. Ha braccia forti, non si tira indietro quando si tratta di rimboccarsi le maniche, i suoi figli lo amano e capiranno che è più logico lasciarsi tutto alle spalle. A questo proposito cadrebbe proprio come la manna dal cielo un risarcimento che ripaghi almeno in parte il trauma subito. Spero che quest’uomo di grande spessore emotivo, dignità e coraggio possa riprendersi la sua vita. Quello che non vorrà saranno le ipocrite scuse di coloro i quali, tra giornalisti e comuni cittadini, non hanno, a vario titolo, dimostrato correttezza, pietas umana e sono rimasti sordi al suo grido d’innocenza che lo ha contraddistinto sin dal primo momento. Sig. Massimo, mi rivolgo direttamente a lei per dirle che ci sono persone, poche ma ci sono, che la sostengono con i fatti, battendosi per far sentire la sua voce attutita dalla gabbia in cui l’hanno relegata e che non si fermeranno finchè non verrà emesso nei suoi confronti il proscioglimento da questa turpe accusa. Massimo Bossetti è uno di noi e noi tutti potremmo essere Massimo Bossetti. Bisognerebbe tenerlo a mente prima di dar voce ai mostri che mezza Italia, ahimè, cova nei suoi ottusi e aridi cuori di pietra.

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    • Grande Laura! Però…auguro al Sig. Bossetti di poter sperimentare ciò che è successo a me…non sempre riescono ad annientarti, a volte ne esci talmente forte, ma talmente forte, che ti prendi pure il lusso di comprendere chi ti ha massacrato.
      In proposito, vorrei raccontarvi una storia, da cui sono uscita non solo vincente, ma fortificata all’ennesima potenza. Mia mamma dice una ventina si volte al giorno “che tremenda la mia ragazza!”, in effetti dopo essere stata bastonata di brutto, sono in grado di sperimentare tantissima turbolenza e questo va a beneficio di chi mi sta attorno.
      La storia è questa ed è un incoraggiamento: anni fa lavoravo in una triste e grigia città ed avevo molto successo nel mio lavoro…il mio bellissimo lavoro che mi permetteva di fare l’unica cosa che ho sempre voluto fare…riportare il sorriso nel viso delle persone di cui mi occupavo…Era l’unico vero scopo della mia vita, per cui togliermi questa possibilità a quell’epoca, equivaleva a farmi fuori letteralmente. Mi piaceva tanto e mi divertivo di più.
      A qualcuno stavo sulle palle, tutti gli altri mi chiamavano “ninfea nella palude”; erano tanti ragazzi che la sera facevano via vai nel mio ufficio.
      Intanto vedevo delle cose “non belle” che accadevano attorno a me, ai danni di questi ragazzi…io prendevo nota e tiravo avanti, cercando di rimediare con qualche sorriso e qualche parola buona, ma non era mai abbastanza.
      Un giorno, dopo aver consolato invano la mia ragazzina preferita, non ce l’ho più fatta ed ho deciso di rischiare, ho tirato fuori dal cassetto tutte le cose “non belle” di cui avevo preso nota e senza nessuna strategia, ho sferrato un attacco frontale ad un grosso personaggio…ero tranquillissima (e molto ingenua), perché avevo la certezza matematica che sarei stata appoggiata da tutti quelli che conoscevano la situazione…erano proprio tanti e per me era assolutamente certo che mi avrebbero appoggiato, nessun dubbio a riguardo…
      Invece, come per magia, il mio “nemico” mi ha rivoltato addosso il mio attacco, sono stata cacciata molto violentemente, la mia stanza è stata completamente smantellata e tutti mi hanno girato le spalle, spaventati a morte…tutti!
      Qualcuno, tra quelli che erano stati i miei migliori amici, del tipo “tutti per uno”, mi urlava al telefono “tu la devi smettere di fare il Don Chisciotte, questi ti segano, stavolta ti segano sul serio.” Ed io li mandavo a quel paese…i miei migliori amici…un branco di codardi sempre pronti a tacere, per proteggere la loro piccola posizione…poi mi buttavo sul letto a piangere e guardando il soffitto pensavo “mi segano”…e mi prendeva il panico.
      I primi dieci giorni non ho più mangiato e passavo le notti a fissare il soffitto pensando “mi segano”…e di notte quelle due parole assumevano le sembianze di tutto il male del mondo.
      Poi, siccome in un gruppo di trecento persone, di solito un paio non sono codardi, il decimo giorno un ragazzo è venuto a trovarmi; ero a pezzi e continuava a supplicarmi “ti prego, ti prego”…pensavo ai miei ragazzi, alla mia stanza distrutta e sentivo un gelo dentro il mio cuore e tutto attorno, mi faceva un male da morire…mai niente sarà doloroso per me, quanto il mio cuore raggelato…quella notte ho dormito e la mattina dopo ho deciso che avrei lottato fino in fondo ed avrei vinto…per quel poco che avevo capito della vita, mi risultava che chi lotta per una giusta causa di solito vince, ammesso che sia dotato di astuzia, persistenza e creatività…
      Qualche mattino dopo, appena sveglia, ho guardato fuori dalla mia finestra e il mio ciliegio, il mio amato ciliegio a cui avevo scritto un sacco di poesie era sparito.
      Mi sentivo allucinata, lì c’era un ciliegio ed io non lo vedevo…mi sono guardata attorno e ci ho messo 5 minuti a capire che il mio vicino l’aveva tagliato; bastardo pure il mio vicino! Eh sì sì! Distruggere anche il mio albero preferito, in quel momento non era un’azione di successo…mi sono seduta stranamente calma, molto stranamente…in pratica stavo perdendo una ad una tutte le cose che amavo di più…bella condizione!
      Mi sono alzata stranamente calma, molto stranamente…sono uscita in terrazzo, ho puntato dritto l’orizzonte ed ho sentito una carica enorme di energia scaturire dal mio cuore, almeno 8700 volt…mi sono sentita completamente permeata da un’energia veramente potente che faceva “ora basta!”…
      Mai scorderò quel momento, fenomeno stranissimo.
      La sera stessa mi son messa in tiro, tutto un tratto ero tornata in forma, mi sentivo grande come il mondo, un vero gigante e mi son presentata di fronte al mio nemico numero uno.
      Ci siamo puntati dritti, due veri plotoni di esecuzione, perché insomma il tipo non era propriamente una mezza cartuccia…e ci siamo sparati uno sguardo “elettronico” che prometteva “io ti fermo!”…ma stavolta avevo colpito io, ne ero certa, si vedeva da come se ne era andato barcollando, c’era terrore nei suoi movimenti…a me non aveva colpito neanche di striscio…un po’ me la ridevo anche se ero in una posizione drammatica…nessuno osava mettersi contro di lui…solo io…che bello…
      Chi era presente a quell’incontro, il giorno dopo mi ha fatto recapitare una patetica lettera di encomio, patetici, preferivo un appoggio!
      Da quel momento ho iniziato a far andare bene le cose, più mi attaccavano e mi denigravano e più facevo cose eclatanti a una velocità pazzesca; mi chiedevano come facevo…prova tu a star dietro aa un cuore a 8700 volt.
      Intanto io continuavo la mia battaglia contro i mulini a vento, perché ormai mi ero prefissata di ottenere un risultato, visto che tutto ciò mi era costato la perdita della cosa che avevo più cara. Ed ho vinto, su tutti i fronti, ho vinto alla grande.
      In pratica, il mio nemico, esagerando nei suoi attacchi e nella sua campagna denigratoria, mi ha dato potere; un potere che da lì in poi non avrei più perso.
      Lì ho definitivamente capito che ciò a cui dai importanza, acquista potere.
      Il mio “nemico” l’ho rivisto, io e lui ce ne siamo fatte passare di tutti i colori, ma non potrei mai odiarlo, è grazie a lui che ho scoperto di avere un cuore a 8700 volt.
      Quella volta potevo scegliere, continuare a tacere o combattere per ciò che ritenevo giusto.
      Ho scelto la seconda strada, è stata molto dura, quando ci sei in mezzo non vorresti esserci…sicuramente potevo fare meglio, fossi stata meno irruenta, ma il premio che ho ricevuto in cambio è infinitamente prezioso: la mia vera forza.
      Non ho più paura di perdere e quindi sono predisposta a vincere…e la mia vera forza si chiama Amore…tutto quello che sento per i bimbi di Bossetti e per i fratellini di Yara, a cui vorrei sussurrare…
      Ehi, ragazzo in gamba, non avere mai paura di combattere per una giusta causa. Ascolta il tuo cuore, lui non sbaglia mai; segui il suo ritmo, non avere paura.
      Non odiare il tuo peggior nemico, lotta solo per la giustizia dei buoni sentimenti.
      E non avere bisogno dell’approvazione degli altri, segui sempre ciò che è giusto per te.
      Non scappare mai dai tuoi errori, non giustificarli e se puoi rimediali.
      E non abbandonare mai un amico in difficoltà, soprattutto se merita il tuo appoggio.
      Non sminuire mai te stesso, non permettere mai ad un altro d farti sentire sbagliato.
      E soprattutto sii sempre fedele ai tuoi ideali.
      Il premio in palio è molto prezioso: essere un Vero Uomo!
      Con tutto il bene che posso.
      Eli

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