Vengo anch’io! No, tu no – tra riscontri mancati sui peli e assenza di contraddittorio come tracollo della civiltà

Sbagliare per un pelo

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Correva la data 28 giugno 2014, quando mi veniva comunicato nel tardo pomeriggio, che il giornalista e conduttore televisivo Gianluigi Nuzzi annunciava nel proprio profilo facebook (vedi schermata) che nella puntata di Segreti e Delitti in onda quella sera il pubblico avrebbe ascoltato in anteprima una clamorosa notizia: non vi era solo il DNA a carico di Massimo Bossetti, ma erano stati rinvenuti dei peli dello stesso Bossetti, e la notizia sarebbe stata data nientemeno che da tale Prof. Buzzi, che “collabora con gli inquirenti di Bergamo”.

La notizia veniva smentita seccamente, a partire dall’Eco di Bergamo, un’ora prima che la trasmissione andasse in onda, da colui che stava svolgendo le analisi sui peli stessi, Dott. Carlo Previderé: cionondimeno, si sceglieva di sorvolare bellamente sulla smentita, che pure non lasciava adito a dubbi di nessun tipo tanto era categorica, e di mandare comunque in onda la notizia già smentita in prima serata.

Tutto ciò, nonostante nello stesso giorno fosse venuto fuori perfino che il Prof. Buzzi non aveva ricevuto un incarico diretto dalla Procura di Bergamo né conduceva le analisi, che venivano invece condotte dall’autore della secca smentita Dott. Previderé.

buzzi Smentita del Dott. Previderé sull’Eco di Bergamo, 28 giugno

Quando facevo notare la cosa a Nuzzi, evidenziando tra l’altro la sconfortante assenza di contraddittorio nella puntata della trasmissione, questi mi tacciava in un suo commento di “palese malafede”, assicurandomi che prima o poi, quando la notizia sarebbe stata confermata, avrei dovuto fare “pubblica ammenda”, e quando qualche giorno dopo lo informavo dell’indiscrezione pubblicata su La Stampa secondo la quale non vi era coincidenza alcuna tra i peli, faceva ancora di più, e dopo avermi reso edotta del fatto che l’indiscrezione della Stampa non aveva alcun valore, con buona pace del contraddittorio tanto caro agli ordinamenti democratici, mi bloccava.

Schermata-2014-07-04-alle-12.41.23-700x400 Schermata dell’articolo pubblicato su La Stampa in data 4 luglio 2014 con l’indiscrezione “senza valore”.

In effetti, un’indiscrezione in sé potrebbe essere priva di valore, anche se non si capisce perché dovrebbe esserlo solo quando la fonte è La Stampa e non quando è Segreti e Delitti.
Sorvolando su questo strano dettaglio, comunque, la questione potrebbe chiudersi qui, se non fosse che proprio ieri gli organi di stampa hanno finalmente la dato la notizia secondo la quale è ufficialmente emerso in un vertice tra pm e consulenti dell’Università di Pavia che i peli non sono di Bossetti (vedi ad esempio qui: http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_19/yara-peli-trovati-indumenti-non-bossetti-ignoti-da217a92-0f25-11e4-a021-a738f627e91c.shtml).

Tra l’altro, la comparazione è stata fatta, per forza di cose (vedi articolo), sulla linea materna, e dal momento che, come già gli antichi Romani avevano ben chiaro, “mater semper certa est”, nel caso di specie viene meno ogni appiglio di critica.

bl

 

Da Blitz Quotidiano (http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/massimo-giuseppe-bossetti-genetista-chiede-tempo-per-perizia-dna-peli-su-yara-1930997/) proviene un resoconto più dettagliato:

L’Eco di Bergamo scrive:

“Il genetista dell’Università degli Studi di Pavia è stato venerdì mattina in procura per un colloquio informale con il magistrato: le analisi, si è appreso, sono concluse e hanno già escluso che ci fossero peli di Massimo Bossetti fra quelli analizzati. Si tratta di circa 200 tracce pilifere repertate dagli inquirenti sugli indumenti della ragazzina di Brembate Sopra: tra questi ci sono sia peli animali che umani”.

Le analisi richiedono molto tempo, ma il dubbio è che dalle tracce fino ad adesso gli inquirenti non siano riusciti a trovare il Dna di Bossetti:

“l’esito non è ancora noto e non si sa se da quei peli sia stato isolato del Dna utile al fine delle indagini, ma un elemento è certo: fra questi non ci sono quelli di «Ignoto 1», cioè del muratore di Mapello. La perizia è stata ultimata ma il genetista avrebbe chiesto altro tempo per metterla nero su bianco. Evidentemente Previderè nella visita ha anticipato a voce al pm l’esito della consulenza, che non avrebbe portato a clamorose scoperte”.

Senza scomodare San Gennaro: richiami scientifici sulla liquefazione del sangue rappreso

In attesa di vedere se qualcuno (e non io) farà ora pubblica ammenda come di dovere, dai reperti piliferi mi è giocoforza tornare su alcune questioni relative alla traccia di DNA.
Quando ho deciso di aprire questo blog, ho giurato a me stessa che avrei in ogni modo evitato di scadere nella banalità di illazioni e notizie non confermate, quand’anche appetibili, e soprattutto ho giurato a me stessa di prestare grande attenzione all’attendibilità di quanto diffuso da queste pagine: è proprio questo, ad esempio, il motivo per cui nel parlare dell’ipotesi del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, non mi sono limitata a riportare una mia opinione, ma ho richiamato a più riprese le parole della Dott.ssa Marina Baldi, genetista d’esperienza proprio nell’ambito forense.

Per chi non avesse letto i precedenti articoli, mi permetto di richiamare il fatto che la Dott.ssa Marina Baldi, presente come ospite a Estate in Diretta in data 11 luglio, ha spiegato che stando alle conoscenze del caso in esame ad oggi disponibili (che riferiscono di un’unica traccia, presumibilmente ematica, di Ignoto1), un trasporto del DNA tramite l’arma del delitto è scientificamente possibile ed ha inoltre sottolineato come la contestazione circa il fatto che il sangue eventualmente presente sull’arma del delitto sarebbe stato secco, ha poco senso poiché il sangue secco, venendo a contatto con del sangue fresco (della vittima) andrebbe incontro a liquefazione.

La Dott.ssa Baldi non è un pinco pallino qualsiasi, ma è una biologa e specialista in Genetica Medica, fondatrice della società “Consultorio di Genetica” e da oltre 10 anni, dopo relativa formazione professionale, dedita alla ricerca dell’aspetto forense della genetica presso il Laboratorio Genoma, per il quale è responsabile della sezione di Genetica Forense.

E’ chiaro dunque che far vedere in TV, come avvenuto nell’ultima puntata di Segreti e Delitti, una cazzuola sulla quale è stata fatta asciugare una macchia blu di non meglio specificata natura, a simulare del sangue rappreso, e strofinarci sopra una pezzuolina per mostrare al pubblico che in tal modo la macchia non viene via, non è una dimostrazione chiarificatrice: può andar bene, forse, per dimostrare la difficoltà del “sangue” coagulato a staccarsi da una lama attraverso sfregamento, ma non prova sicuramente l’impossibilità di liquefazione del sangue rappreso a contatto con del sangue fresco.

Per amor di verità, bisogna dire che la dimostrazione era proprio tesa a dimostrare che il sangue coagulato non potesse staccarsi dalla lama: il problema è che il punto, come giustamente evidenziato dalla Dott.ssa Baldi, è invece la possibilità, scientificamente data e di un’ovvietà che sfiora il banale, che del sangue eventualmente presente sull’arma del delitto si sia liquefatto venendo a contatto con del sangue fresco nel contesto dell’aggressione alla vittima.

Un aspetto, questo, che non può essere trascurato con il semplice fatto di sorvolarvi bellamente, né tantomeno escluso, stante la sua plausibilità scientifica.
Qui non si sta parlando di ipotesi peregrine né della liquefazione del sangue di San Gennaro, ma si sta semplicemente ponendo l’accento su un banalissimo processo di liquefazione di sangue rappreso che entri in contatto con del sangue fresco.
Se poi il miracolo di San Gennaro dovesse sopraggiungere, mi auguro che possa contribuire ad illuminare una nutrita schiera di giornalisti italiani: un’impresa, questa, per la quale un miracolo sembra sempre più necessario.

Se mi ostino a riportare le parole della Dott.ssa Baldi, è perché io non amo ergermi a genetista o sfoggiare competenze non mie.
La mia formazione è giuridica, e per parlare di scienza devo pertanto ricorrere alla citazione di soggetti qualificati.
Posso tuttavia evitare di ricorrervi nel momento in cui l’asse del discorso si sposta dalla scienza al diritto.

C’erano una volta i presunti innocenti

Nell’ondata di disinformazione alla quale abbiamo assistito e tuttora stiamo assistendo, mi è capitato di sentire più riprese affermazioni come “Bossetti dovrà spiegare che/come/quando/dove/perché…” e così via.

Nella stessa puntata di Segreti e Delitti, dopo l’intervento della Pivetti che ipotizzava una casualità, il conduttore Gianluigi Nuzzi ha affermato che tali casualità Bossetti “dovrà dimostrarle una ad una”.

Un’affermazione di questo tipo, all’apparenza può sembrare innocua, ma tale non è: per quanto possa essere fatta in buona fede, si tratta infatti di un’affermazione che non rispecchia i principi del nostro ordinamento, e che se li rispecchiasse sarebbe gravida di conseguenze molto pericolose per lo stato di diritto.
Una nozione di questo tipo, per intenderci, è l’anticamera di uno stato di polizia.

Massimo Bossetti, secondo i principi agonizzanti del nostro ordinamento, non dovrebbe in linea teorica dimostrare nulla, perché l’onere della prova incombe sull’accusa.

La presunzione di innocenza è un principio del diritto penale secondo il quale un imputato è considerato non colpevole sino a condanna definitiva, ossia sino all’esito del terzo grado di giudizio emesso dalla Corte Suprema di Cassazione.
L’onere della prova spetta alla pubblica accusa, rappresentata nel processo penale dal Pubblico Ministero. Non è quindi l’imputato a dover dimostrare la sua innocenza, ma è compito degli accusatori dimostrarne la colpa.

Questo principio non è, almeno nell’ordinamento italiano, una mera ripresa dell’ “affirmanti incumbit probatio” (“la prova spetta a chi afferma”), in quanto viene tenuto conto anche del tipo di affermazione: se si tratta di un’accusa, è valido il principio latino suddetto, mentre se si tratta di un’affermazione di innocenza si presume vera fino a prova contraria, in virtù del dovere di solidarietà sociale e della funzione della Repubblica di riconoscere i diritti individuali (Cost. art. 2 e 3), e anche qualora venga provata la falsità, si presume la buona fede per gli stessi principi costituzionali.

Vale la pena di ricordare che il principio dell’onere della prova incombente sull’accusa non è un portato moderno, ma un principio di civiltà che vanta antichi e nobili natali: già nel Corpus Iuris Civilis era infatti attestato il principio in base al quale “l’accusatore, dichiarando di non poter provare ciò che afferma, non può obbligare il colpevole a mostrare il contrario, perché, per la natura delle cose, non c’è nessun obbligo di prova per colui che nega il fatto”.

Se ad imporre che l’onere della prova incomba sull’accusa è una regola di rango costituzionale (art. 27), in armonia con questo principio il codice di procedura penale del 1988 ha fissato le regole probatorie in modo tale da dare rilevanza anche al dubbio, stabilendo (art. 530 c.p.p.) che in esito al giudizio va pronunciata sentenza assolutoria non solo se vi è prova che “il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso, il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero se il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile per un’altra ragione”  ma anche quando sugli stessi elementi del reato vi è il dubbio perché la prova “manca, è insufficiente o è contraddittoria”.

Questo significa che non dovrebbe essere (in linea teorica) Massimo Bossetti a spiegare perché una traccia del suo DNA sia stata isolata sui leggings della povera Yara, ma dovrebbe essere l’accusa a spiegare perché, sulla base di quella traccia, Massimo Bossetti è colpevole dell’omicidio “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

In linea altrettanto teorica, questo significa nel caso di specie che dovrebbe essere l’accusa a dimostrare che:
al di là di ogni ragionevole dubbio (che non potrà che essere sciolto davvero ripetendo il test a partire dalla traccia originale sui leggings e in contraddittorio con i periti della difesa) Bossetti è Ignoto1.

-qualora Bossetti sia Ignoto1 (stante la prova di cui sopra) si dovrà ulteriormente provare che al di là di ogni ragionevole dubbio quella traccia di DNA non può essere frutto di trasporto casuale attraverso l’arma del delitto.

Quest’ultima affermazione implica come corollario che si debba ulteriormente dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che:

1-il fatto che la traccia presumibilmente ematica ricondotta a Bossetti sia esito di una ferita di Bossetti procuratasi in una colluttazione tra lo stesso e la vittima nonostante l’esame autoptico non abbia evidenziato alcuna lesione da difesa sul corpo della vittima (dall’ordinanza del GIP: “Dalla relazione agli atti emerge quanto segue (…) Non sono presenti lesioni tipicamente da difesa.”).

2-la ferita nella quale è stato isolato il DNA di Bossetti è stata l’ultima ferita e che il sangue sia finito sul coltello proprio con l’ultimo colpo inferto, in quanto in caso contrario analoghe tracce di DNA sarebbero state isolate anche nelle altre ferite, cosa che non è avvenuta.

C’erano una volta i presunti innocenti, non ce ne saranno più.
Ed è per lavare l’onta di non essere più in grado di tributare il dovuto rispetto a chi si proclama innocente, che dei “mostri” tanto facilmente condotti alla sbarra dei saloni televisivi ne facciamo feticcio, dipingendoli sui giornali in modo così gretto, così ridicolo, così banalmente pacchiano.

Perché la meschinità è così forte in noi da renderci capaci di condannare un uomo per procura, semplicemente con il nostro assoluto silenzio e la nostra attenzione morbosa all’evolversi del processo mediatico, lavandoci le mani di tutto il resto, perché a forza di non essere più avvezzi al ragionamento autonomo, se c’è da riflettere preferiamo dare in appalto la riflessione.

E allora non importa, non importa nulla se i colleghi di Bossetti confermano che soffrisse di epistassi ed il settimanale Giallo riporta l’esatto opposto a caratteri cubitali in copertina, contraddicendo tutte le restanti fonti di informazione, per giunta aggiungendo un risibile “Vacilla l’alibi di Massimo Bossetti”, come se al suo alibi o ad una qualsiasi forma di tesi difensiva la testata in questione avesse in precedenza dedicato spazio.
Interessante notare anche come l’immagine in copertina sia evidentemente un fotomontaggio.

gial

E non importa, in fondo, neppure se a Segreti e Delitti viene mostrato il fotogramma di un uomo con i capelli visibilmente scuri e con un fisico chiaramente diverso, spacciandolo per Massimo Bossetti alle spalle della giornalista Gabriella Simoni nella data del ritrovamento del corpo della povera Yara Gambirasio.

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Sul perché poi l’assassino avrebbe dovuto avere un qualche interesse a farsi riprendere in piedi dietro una telecronista, è del tutto impossibile pronunciarsi, o si rischierebbe di cadere in un’escalation di assurdità senza pari.

E’ sempre troppo semplice sentirsi vittime di qualcuno, ma quando poi, con un po’ di autoanalisi, ci si scopre piuttosto dei veri e propri carnefici ci si resta malissimo, e allora ci si lava le mani e si cerca di andare avanti come se nulla fosse, in un mondo in cui la memoria dei vari Zornitta, Busco, Tortora, Girolimoni, non è altro che un dovere ipocrita e vuoto, una memoria che nella sua vacuità è solo un encefalogramma piatto, in cui tutti quei nomi, fatti poltiglia dalla macelleria mediatica, diventano tutti uguali ed ugualmente inutili.

Ma ancora una volta andiamo avanti senza curarcene troppo, perché l’Italia, lo sappiamo bene, è terra di santi, eroi e soprattutto di giudici autoproclamati.

Una buona metà degli Italiani, da un mese a questa parte, pare abbia scoperto di essere giudice a sua insaputa.

Tra i dibattiti di forcaioli della prima ora e saccenti moralizzatori di ogni risma, vi sarà certamente capitato di notare come l’accanimento popolare ha finito per volgersi perfino nei confronti di persone sulle quali non è in corso alcun tipo di indagine; mi riferisco in particolare alla signora Ester Arzuffi, che è stata fatta oggetto delle più gravi illazioni.

Avrete letto anche voi, magari sui social network, commenti vergognosi del tipo “dovrebbero punire anche la madre (di Bossetti, ndr) per favoreggiamento!!”.

Commenti che lasciano francamente allibiti, e soprattutto che mostrano un’ignoranza che definire abissale è poco: non solo perché si tratta di illazioni campate in aria, ma anche perché quand’anche davvero vi fosse stato favoreggiamento (e fosse provato e/o provabile, cosa che non è) il favoreggiamento personale di un prossimo congiunto, secondo il diritto penale italiano, non è punibile, in quanto subentra la relativa scusante (art. 384 c.p. “nei casi previsti dagli articoli  (…) non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore”).

Cito l’art. 384 c.p. non perché necessario al caso di specie, non essendovi ovviamente stata alcuna forma di favoreggiamento, ma per mostrare platealmente come questa saccenza forcaiola aberrante stia diventando una vera piaga ai danni di comuni cittadini giudicati da persone prive di ogni competenza alle quali purtroppo si consente di diffamare (perché qui non si tratta di semplici opinioni) in libertà sul web, creando del torbido ed ingenerando confusione in altre persone che leggono, magari in buona fede, senza avere le conoscenze giuridiche adatte a recepire l’assurdità di certe esternazioni.

Ieri è stato diffuso sulla pagina facebook di firmiamo.it il link con la mia petizione tesa a sensibilizzare l’Ordine dei Giornalisti sul problema dell’accanimento mediatico ai danni di un uomo incensurato e attualmente indiziato per un delitto al quale si dichiara del tutto estraneo: il link ha portato un bel po’ di firme e credo ne porterà ancora parecchie; tuttavia mi ha portato anche un bel po’ di insulti cretini e puerili tra i commenti sulla pagina, nonché il signorile augurio di “provare il dolore di tutte le vite spezzate in questo paese fondato sull’ingiustizia che tutela solo chi fa il pezzo di merda e dimentica le vittime”.

Ecco, vorrei ringraziare pubblicamente anche da qui chi mi ha rivolto questo augurio: perché la miseria d’animo che vi si legge è per me sprone per andare avanti, in quanto mostra l’inciviltà dei troppi novelli autoproclamatisi giudici che senza neppure leggere la petizione (o avrebbero visto il richiamo alla solidarietà verso la famiglia Gambirasio, della quale ho sentitamente elogiato l’atteggiamento di rara umanità e correttezza) sputano sentenze su chiunque semplicemente non la pensi come loro.

Un’altra gentile lettrice mi ha fatto notare che mi sarei beccata più insulti che complimenti, senza probabilmente arrivare a capire il nocciolo della questione, ossia che di ricevere complimenti (o insulti che siano) in tutta sincerità non me ne può fregar di meno.

Forse qualcuno ha ben pensato, nel suo sacro fervore colpevolista, di essere in qualche modo legittimato a sentenziare in modo affrettato, dimentico di ogni principio sul quale si basa il nostro ordinamento.

Si è però verificato quel pernicioso fenomeno che si suol denominare “fare i conti senza l’oste”, giacché non era stato messo in conto che qualcuno avrebbe potuto levare la propria voce, non per chissà quale interesse nascosto o perché plagiato dagli occhi cerulei del Bossetti, ma per semplice aderenza a quei principi fondamentali dello stato di diritto che -per fortuna!- qualcuno sente ancora come propri.

Sarà tutto tempo perso, dunque, sporcare queste pagine di inutili faide con chi, dall’alto della propria saccenza, ha già sentenziato.
Per tali novelli santi, eroi e giudici, avvezzi a coprire l’onta della propria inciviltà con proclami falsamente moralisti, infatti, non resta che un piccolo spazio nel peggiore degli Inferi: il girone dell’oblio cui destinare ogni triste comparsa che fa della povertà interiore il proprio unico appiglio.

Alessandra Pilloni

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6 thoughts on “Vengo anch’io! No, tu no – tra riscontri mancati sui peli e assenza di contraddittorio come tracollo della civiltà

  1. Encomiabile Alessandra!
    Vediamo come ne escono stavolta. Perchè ormai in generale la gente si sta accorgendo che c’è qualcosa di tremendamente insano, nel modo in cui giornali e TV, gestiscono questo caso.
    La stupidità evidente di cui ormai sono dotati, è sintomo di averne combinate troppe ed aver perso lucidità.
    Notte!
    Eli

    Mi piace

    • Grazie Eli!
      Ho atteso un po’ prima di affrontare l’argomento dei reperti piliferi, ma ieri mi sembrava proprio fosse giunto il momento di farlo… se dovessero esserci altre novità ci tornerò su anche in futuro…
      Bisogna davvero stare attenti a serbare integro il lume della ragione, ricordando sempre che dietro i “mostri” sbattuti frettolosamente in prima pagina ci sono anzitutto delle persone che si vedono rovinata la vita, magari pur essendo innocenti!
      Buona giornata,

      Alessandra

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  2. Ciao Alessandra, ho una curiosità…mettiamo che in qualche modo si scopra il vero colpevole e quindi Bossetti ne esca senza ombra di dubbio, potrebbe chiedere i danni a giornali e trasmissioni TV, che con tanta leggerezza l’hanno usato, lui e tutta la sua famiglia?
    Eli

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    • Ciao Eli, la questione è estremamente complessa, ma provo a risponderti.
      In gioco ci sono diversi interessi: in primis il diritto all’informazione, tutelato dall’art.21 Cost.
      Il diritto all’informazione non può però, ovviamente, ledere l’onore di terzi: affinché non sia integrata la fattispecie delittuosa della diffamazione a mezzo stampa, si richiede che l’informazione abbia sostanzialmente queste tre caratteristiche:
      -veridicità della notizia;
      -interesse pubblico alla notizia stessa;
      -continenza espositiva.

      Il punto relativo alla veridicità è problematico, nel senso che la giurisprudenza non è pacifica su questo punto: c’è chi risolve la vexata quaestio ritenendo che la notizia debba essere vera di per sé e chi invece ritiene sufficiente che potesse considerarsi vera alla luce della fonte attendibile dalla quale è stata ricevuta.

      Va da sé comunque che nei casi in cui una notizia sia visibilmente e palesemente falsa, priva di interesse pubblico ovvero ancora superi i limiti della continenza espositiva per il modo in cui è diffusa, si sfiora l’illecito.

      Ovviamente bisognerebbe valutare caso per caso quanto avvenuto sui media per poter dare una risposta specifica, ma in linea generale penso che in alcuni casi i limiti siano stati (anche abbondantemente) superati.

      Resta il fatto che in Italia agire per diffamazione, se non si hanno santi in paradiso, non è molto conveniente: spesso si rivela una spesa inutile ed infruttuosa.

      Senza dubbio però, se fossi personalmente coinvolta, non esiterei a presentare un esposto (che non comporta obblighi succedanei di alcun tipo) all’Ordine dei Giornalisti.

      Ti auguro buona giornata, un forte abbraccio,
      Alessandra

      🙂

      Mi piace

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