Dalla parte del torto: la ricostruzione dell’ordine delle ferite potrebbe scagionare Massimo Bossetti?

“Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati
(Bertold Brecht)

Ieri la Camera ha votato il sì all’arresto di Giancarlo Galan, indagato per corruzione nel caso Mose.
Nonostante il sì della Camera Galan è stato circondato, da parte di Forza Italia e del Nuovo Centro Destra da un sano garantismo: parlamentari appartenenti a queste formazioni politiche sono insorti definendo (non a torto) una barbarie una votazione contumaciale senza possibilità di contraddittorio, vista l’assenza di Galan.

Un sano garantismo che non si ritenne di osservare, però, quando lo scorso 16 giugno il leader del Nuovo Centro Destra, nonché ministro dell’interno Angelino Alfano, scrisse su twitter che era stato individuato l’assassino di Yara Gambirasio: e non certo in presenza di contraddittorio, dal momento che non vi era stato ancora neppure l’interrogatorio successivo al fermo (nel quale Bossetti si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere) da parte del Pubblico Ministero.

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Nonostante da quell’infelice uscita su Twitter sia passato più di un mese, periodo durante quale un presunto innocente ha vissuto e sta tuttora vivendo l’inferno della carcerazione preventiva, la ferita ancora brucia ancora nell’animo dei garantisti.
Dei veri garantisti, quelli per i quali il garantismo ha sempre lo stesso valore imprescindibile, che alla sbarra ci sia un politico o un muratore.

C’è chi ha ricordato che nel 1970 Nixon rischiò l’impeachment quando, violando il principio di presunzione di innocenza nel corso dell’arresto di Charles Manson, lo dichiarò colpevole durante una conferenza stampa.

C’è anche chi ebbe a dire, tempo fa, che tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla Storia è che l’uomo dalla Storia non ha imparato nulla: probabilmente aveva ragione.

La pietra tombale

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Nei precedenti articoli ho parlato del valore della prova scientifica nel processo penale cercando di raffrontare la stessa alla problematica nozione dell’oltre ogni ragionevole dubbio.

L’in dubio pro reo è un principio del nostro diritto penale, che significa letteralmente “nel dubbio, in favore dell’imputato”.
Sulla base di questo principio, la carta vorrebbe che, nel processo penale, l’imputato venga assolto se gli indizi raccolti non sono sufficienti a dimostrarne la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio.

Nella giurisprudenza italiana purtroppo questo principio, sempre formalmente valido, viene spesso (e volentieri) calpestato, e non di rado si assiste ad un sostanziale svuotamento dell’onere probatorio a carico dell’accusa.

I teatrini mediatici fanno il resto, inculcando nell’opinione pubblica l’insana convinzione che sia l’imputato a dover provare la propria innocenza.
Anche ieri pomeriggio, ad esempio, a Estate in Diretta sono state fatte affermazioni implicanti un surrettizio capovolgimento dell’onere probatorio.

Pierpaolo Pasolini, in un documentario trasmesso dalla Rai nel 1974, definì la civiltà dei consumi dei “regimi democratici” come un mostro totalitario, colpevole di crimini perfino più gravi di quelli commessi dal fascismo.
In una precedente intervista del 1971, Pasolini parlò di stupro delle coscienze: si riferiva proprio al sobillare le masse attraverso la creazione di realtà parallele da parte dei media.

Sempre nel corso di Estate in Diretta, in data 11 luglio, una puntata peraltro già segnalata in questo blog per le interessanti dichiarazioni della Dott.ssa Baldi, il Dott. Natale Fusaro, criminologo, introduceva la tematica del rapporto tra processo penale e mass media: purtroppo non sapremo mai cosa avrebbe voluto dire, in quanto fu interrotto dalla conduttrice Eleonora Daniele e dovette tagliare corto.

Per evidenziare la sempre più pressante problematica relativa al rapporto tra mezzi di informazione e processo penale, che emerge in maniera prorompente nei casi in cui il tutto sembra ruotare intorno alla prova scientifica del DNA, non posso che citare un estratto del saggio “La prova del DNA ed il ruolo degli esperti nel processo penale”, dell’illustre Prof. Alfredo Gaito (a cura di Bello Valerio, DeNunzio Nicol, Dipasquale Salvina, Gnisci Debora, Liburdi Martina, Longo Ilaria), che nella sua prima parte propone proprio un’interessante (e preoccupante) riflessione sul legame tra distorsioni massmediatiche e gli errori giudiziari.

“Un fattore rilevante ai fini dell’idealizzazione dell’accertamento genetico nell’ambito del processo penale, è stato senza dubbio dovuto all’influenza e alle distorsioni mass-mediatiche, le quali hanno ingenerato una forte pressione sul processo.
A tal proposito si è evidenziato un legame tra errore giudiziario e mondo dei media.
La ricerca dello scoop spinge il giornalista a coltivare ed assecondare le curiosità della gente ,più che a produrre una corretta informazione: l’uomo comune dal canto suo non è in grado di fare un uso critico dell’informazione.
I media diventano una potente arma processuale.
Usati – va detto – da entrambe le parti, e da entrambe con una strumentalità non certo inedita, ma senz’altro pre-potente, quanto meno rispetto alla finalità: l’accertamento della verità processuale.
A causa del meccanismo mediatico, inevitabilmente, viene messa in discussione la “ neutralità” del giudice, il quale subisce una notevole influenza.
< Anche noi operatori della giustizia ,rischiamo di perdere -dice Gulotta – il contatto con la realtà giurisdizionale se non aprissimo il nostro romanzo processuale, approfondendo lo studio delle carte processuali, frastornati e confusi dalla miriade di schegge di informazioni che preannunziano ed anticipano il processo, stravolgendolo a tal punto “da farci dubitare che sia proprio il nostro processo e non quello di un altro”>.
Quanto detto finora fa emergere come i sistemi di comunicazione incidano sulla creazione del mito dell’infallibilità della prova genetica.”

 

Negli ultimi articoli, nel riferirmi all’onere della prova incombente sull’accusa avevo scritto come, per escludere al di là di ogni ragionevole dubbio che la traccia di DNA sia stata veicolata attraverso un’arma del delitto che già conteneva la traccia in questione, si dovrebbe provare che la ferita in cui la traccia è stata isolata è stata l’ultima ferita e che il sangue sia finito sul coltello proprio con l’ultimo colpo inferto.

Questo perché se la traccia di DNA appartiene all’assassino, l’assassino si è procurato una ferita dalla quale il sangue è colato sulla lama.
Che il sangue sia in ogni caso colato sulla lama e passato sul corpo di Yara attraverso la lama stessa è in qualche modo deducibile dalle evidenze peritali quali emergono nell’ordinanza, in particolare nel punto in cui si legge che “come afferma la relazione I’importanza investigativa dell’elemento riscontrato non è solo dovuta al fatto che il DNA in disamina è maschile ma anche e soprattutto perché è stato isolato in un’area attigua ad uno dei margini recisi dell’indumento. Non è illogico supporre che tale evidenza possa essere contestualizzata all’aggressione subita dalla ragazza.

Se non è illogico supporre che proprio per la sua localizzazione la traccia di DNA isolata sia riconducibile all’aggressione, è proprio perché l’attiguità al margine reciso dell’indumento spinge logicamente a correlarlo all’arma del delitto.
Insomma, la localizzazione della traccia lascia intendere chiaramente che il DNA sia passato attraverso un’arma da taglio, e quindi contestualmente all’aggressione.
Qualora Bossetti sia Ignoto1 (per brevitas, diamolo ora per certo) il suo DNA è dunque finito sul corpo della bimba contestualmente all’aggressione.

Alla luce delle solite osservazioni già viste però, ciò che bisogna capire è se la veicolazione della traccia attraverso la lama non possa essere esito di una precedente traccia sulla lama, ossia se la traccia di DNA di Ignoto1/Bossetti non fosse già sull’arma del delitto.

Nel corso del TG1 delle 20,00 di ieri è stato intervistato il genetista Dott. Giorgio Portera, che assiste la famiglia Gambirasio.
“Il DNA non vola”, è quanto ha dichiarato.
Ora, nulla quaestio sul fatto che il DNA non voli.
Certamente bisogna dire che il Servizio Pubblico, essendo pagato da tutti i contribuenti, ogni tanto potrebbe dar voce anche ai periti della difesa.

Tuttavia “il DNA non vola” è un’affermazione che di per sé non vale ad escludere la veicolazione attraverso un’arma previamente contaminata dal DNA di Bossetti (che come già visto nei precedenti articoli, se la traccia di DNA in disamina è unica, come ad oggi appare dalla documentazione, è scientificamente possibile), allo stesso modo in cui non vale ad escluderla l’esperimento mostrato a Segreti e Delitti, in cui il Generale Garofano, dopo aver fatto asciugare su una cazzuola una macchia blu di non meglio specificata natura, a simulare del sangue rappreso, ci ha strofinato sopra una pezzuolina per dimostrare la difficoltà del “sangue” coagulato a staccarsi da una lama attraverso sfregamento, cosa che ancora una volta non prova però l’impossibilità di liquefazione del sangue rappreso a contatto con del sangue fresco.

Tra l’altro, la stessa questione relativa al fatto che il sangue coagulato non vada via attraverso sfregamento è a sua volte ben più complessa di quanto possa apparire a prima vista.
Spiegava ad esempio nel gruppo facebook la Dott.ssa Chiara Rimmaudo, chimica d’esperienza, come alcune frazioni del sangue siano solubili, altre no, e come l’acqua sia solo uno dei possibili solventi: gli stessi tensioattivi solubilizzano alcune frazioni ematiche, sebbene non tutte, coagulate o meno.

Tornando al TG1 di ieri, al Dott. Portera è stato poi chiesto cosa significa la presenza del DNA di Ignoto1/Bossetti.
Il Dott. Portera ha affermato che indica “contatto”.

Su questo non si può che essere d’accordo: anzi, sono felice che abbia usato la parola contatto, perché il DNA indica proprio questo: contatto, non colpevolezza.

Il dilemma è di un altro tipo: nessuno sostiene che il DNA voli, ma vari elementi fanno pensare che il contatto sia stato indiretto.

Come ventilavo, se Bossetti fosse l’assassino e si fosse autoferito durante una colluttazione (peraltro smentita dall’assenza di lesioni da difesa sulla vittima) con la piccola Yara, il sangue finito sulla lama e poi sul corpo di Yara sarebbe stato presumibilmente abbondante ed allo stato liquido di per sé.
Ciò significa che avrebbe dovuto, ad esempio, impregnare letteralmente i vestiti, e probabilmente non ci sarebbe bisogno di capire che la traccia è ematica ragionando per esclusione- come invece avviene.
Di più: una quantità abbondante di sangue fresco del killer sulla lama, se il killer si fosse ferito all’inizio, avrebbe probabilmente lasciato tracce in diverse ferite, cioè in quella appena successiva all’autoferimento del killer e in tutte le altre, ma questo non è avvenuto.
La traccia ematica di Ignoto1 è solo in una ferita.
Dunque, affinché il teorema accusatorio regga, sarebbe necessario provare che quella sia l’ultima ferita.

Il teorema però sembrerebbe vacillare all’analisi dei fatti: la ferita in cui è stato isolato il DNA di Ignoto1 pare infatti essere tutt’altro che l’ultima.

Dall’ordinanza emergono due importanti elementi tratti dall’esame autoptico:
1- “Il cadavere presenta segni di almeno otto lesioni da taglio e una da punta e taglio a collo, polsi, torace, dorso e gamba destra relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso”.
2- “Il cadavere presenta segni di lesività contusiva al capo (nuca, angolo destro della madibola e zigomo sinistro)”.

Il cadavere è stato rinvenuto nella posizione dell’immagine: disteso sulla schiena con le braccia all’indietro oltre il capo.

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La ferita in cui è stata individuata la traccia relativa ad Ignoto1, alla luce di quanto trapela per ora, dovrebbe essere necessariamente quella sul dorso, sita per la precisione ad altezza lombare.
Perché la ragazza è stata colpita mentre era di spalle?
E soprattutto, perché tutti gli altri tagli sono invece nella parte anteriore del corpo (collo, torace… anche i polsi risultano essere nella parte anteriore con le braccia in questa posizione)?

Se Yara è stata colpita alle spalle, è ragionevole ipotizzare che quella ferita (in cui è stata isolata la traccia relativa ad Ignoto1) non sia stata affatto l’ultima, ma la prima.
E’ lecito ipotizzare che una tale ferita sia stata inferta alla ragazzina mentre cercava di fuggire.
Ancora: se una persona viene colpita alle spalle, cioè nel dorso, zona lombare, significa che mentre viene colpita dà le spalle al suo assassino.

Se dà le spalle al suo assassino significa che non può contemporaneamente usare le braccia per difendersi dall’assassino stesso.

Ciò a sua volta rende logico pensare che se Yara è stata colpita di spalle mentre fuggiva e in quella posizione Yara non poteva difendersi… la traccia di Ignoto1 non deriva da autoferimento durante una colluttazione ma era sulla lama precedentemente all’aggressione!

Per chi segue la pista del trasporto del DNA per mezzo dell’arma del delitto, questa osservazione, se risultasse confermata, potrebbe rivelarsi estremamente significativa.

Facendo un’ipotesi di questo tipo, diventano chiari anche altre punti: ad esempio, non è strano che Yara non presenti alcuna lesione da difesa?

Uno scenario del genere invece può spiegarlo: Yara cerca di fuggire, ma l’assassino la colpisce alle spalle, in zona lombare.
La ragazzina cade a terra e sbatte la testa nella sua parte anteriore (contusione su mandibola e zigomo).
Cadendo porta le braccia in avanti come avviene per riflesso in una caduta.

L’assassino le si avventa sopra per colpirla ancora, gira il corpo nella parte anteriore con la delicatezza che ci si può attendere da un killer senza scrupoli (da cui la contusione alla nuca) e la colpisce a gamba, collo, torace, polsi.
Yara è già priva di sensi per aver battuto la testa e non si può difendere per tale ragione: per questo non presenta lesioni da difesa.

Il DNA di Ignoto1 era già sulla lama, ed è passato con la prima ferita inferta di spalle.
Non era sangue liquido, ma una traccia sangue rappreso che si è liquefatto al contatto con il sangue della ragazzina al primo fendente.
Non trattandosi di sangue fresco/abbondante è rimasto proprio in quella prima ferita e non ha lasciato traccia nelle altre, cosa che sarebbe intuibilmente successa nel caso prospettato nel teorema colpevolista (sangue già liquido e abbondante causato da autoferimento).

Scrisse Pierre-Marc-Gaston de Lévis che “l’orgoglio respinge il dubbio, la ragione gli dà il benvenuto.”
Mi auguro che queste osservazioni possano spingere qualcuno a porsi dei dubbi.
L’analisi del posizionamento delle ferite potrebbe confortare l’ipotesi del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, e nel contempo spiegare il perché di un’unica traccia, cosa che di per sé lascia spazio a dubbi che non possono essere saltati a piè pari.

Perché Massimo Bossetti, celermente tacciato come assassino, accusato di un crimine orrendo, costretto ad una cella d’isolamento da ormai 37 giorni, oggetto di un linciaggio mediatico senza pari e non sempre corretto né veritiero, non vacilla.
“Andate avanti”, dice ai suoi avvocati, “sono innocente”.
Massimo Bossetti ha accesso ai mezzi di informazione, ed è consapevole di una condanna che pende come una spada di Damocle, alimentata dai media, ma non vuole alcuna scorciatoia.
Si dice pronto a morire in carcere pur di dimostrare la propria innocenza, non ha alcuna intenzione di chiedere il rito abbreviato.

E se c’è chi in Massimo Bossetti vede un mostro, io vedo solo un uomo che non crolla perché la sua consapevolezza di essere innocente è più forte dell’accusa infamante che gli viene rivolta.
Massimo Bossetti con il rito abbreviato potrebbe uscire dal carcere fra dodici anni, ancora con una vita davanti, ancora con una famiglia che lo sostiene.
Ma non sceglierà questa strada: piuttosto morirà in carcere, condannato all’ergastolo, pur di provare in ogni modo a dimostrare la propria innocenza in fase processuale.

Bossetti, certo della propria innocenza, si dice pronto a sedersi dalla parte del torto se non saranno rimasti altri posti.

Ma se Massimo Bossetti non è colpevole, non sarà la sua condanna a rendere giustizia alla piccola Yara, né lo saranno le trionfalistiche ed avventate affermazioni del Ministro Alfano, che resteranno al contrario simbolo di un Paese imbarbarito.

Una condanna avventata e scaturita dall’impulso dei processi mediatici, in effetti, non sarebbe che l’ennesima pugnalata alla piccola ginnasta, il cui ricordo non potrà certo essere onorato da un ulteriore atto di ingiustizia.

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