L’onore ai tempi della galera: tra “prova regina” senza corona e distorsioni massmediatiche

“La menzogna, l’abuso del potere, la violazion delle leggi e delle regole più note e ricevute, l’adoprar doppio peso e doppia misura, son cose che si posson riconoscere anche dagli uomini negli atti umani; e riconosciute, non si posson riferire ad altro che a passioni pervertitrici della volontà”
(Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame)

Non capita spesso che la realtà superi la fantasia ma, le poche volte in cui ciò accade, sembra quasi avere il sapore amaro della beffa.

Così, non può che suscitare un sorriso amaro il fatto che tra i tanti dubbi che si impongono nell’analisi di questa triste vicenda, l’unico vero punto fermo sia che da ormai 39 giorni gli Italiani hanno una nuova strega da mettere al rogo, un mostro sul quale tutte le anime pure possono sputare la loro infinita indignazione: Massimo Giuseppe Bossetti, accusato di essere l’assassino della piccola Yara Gambirasio.

Come ben sappiamo, il verdetto mediatico, e prima ancora vergognosamente istituzionale, di colpevolezza nei confronti di quest’uomo è stato unanime: nessuna pietà, nessuna voce contraria, nessuna obiezione alla verità dimostrata con finezza di particolari da tutte le televisioni, tutte le testate giornalistiche, tutti gli uomini probi ed onesti della nostra Nazione.
Un giudizio talmente unanime, un coordinamento dell’informazione talmente globale, da rasentare l’incredibile: neppure una trasmissione che porti avanti una tesi garantista per far concorrenza alla TV rivale.

Eppure, siamo in Italia: dov’è finita la storica rivalità tra RAI e Mediaset?

Siamo in Italia, e quando la coesione dei media raggiunge questi livelli il dubbio che qualcosa non torni si impone a chi è abituato a guardare le cose usando la ragione e non gli istinti più bassi.

Certo, bisogna ammettere che di tanto in tanto abbiamo assistito alla divulgazione di qualche notizia che sembra apportare degli elementi a discarico di Massimo Bossetti, ma per chi segue con costanza il processo mediatico in questione non è difficile intuire come nella maggior parte dei casi si tratti, piuttosto che di sano garantismo, della solita tendenza di stampo un po’ veltroniano che molti Italiani conservano nel profondo del cuore, e li spinge a voler dare un colpo alla botte ed uno al cerchio: una tendenza che sembra curiosamente acuirsi quando la necessità di mantenere alta l’attenzione del pubblico è impellente.

Sia ben chiaro: se la vicenda relativa al fermo di Massimo Bossetti ed alle successive indagini fosse rimasta confinata nell’ambito dei rapporti tra Procura della Repubblica di Bergamo, inquisito, difensori e testimoni, non avrei avuto nulla da dire.

E come Italiana, che conosce e riconosce l’estrema delicatezza e rilevanza della prevalenza degli interessi pubblici su quelli privati, avrei avuto il dovere, come tutti, di non interferire in alcun modo su questa tragica vicenda.

Ma se l’informazione, inclusa quella del Servizio pubblico, comincia a martellarmi, costantemente, incessantemente, pedissequamente, tentando di piegare la mia coscienza e la mia intelligenza ad una versione quanto meno grossolana, dubbia ed a tratti perfino farsesca, degli avvenimenti, e se per di più un Ministro, contravvenendo al suo alto dovere di riserbo istituzionale, irrompe in casa mia, fornendo con le sue parole la “prova schiacciante” volta ad avvalorare (o ad inaugurare?) la tesi unanimemente colpevolista del giornalismo del mio Paese, allora sono informazione e senso di civiltà e giustizia che mi costringono a diventare “protagonista” della vicenda prendendo posizione e dando vita ad una campagna informativa di stampo garantista attraverso il Web: un ruolo del quale, visti i vergognosi presupposti, avrei fatto molto volentieri a meno.

In queste pagine mi era già capitato di parlare della trasmissione televisiva Segreti e Delitti e di menzionare alcune esternazioni fatte dal conduttore Gianluigi Nuzzi nel proprio profilo facebook: esternazioni pubbliche e leggibili a tutti, che di conseguenza credo di poter riportare senza remore di sorta.
In particolare, nell’articolo Civiltà l’è morta (e il DNA l’ha uccisa) scrivevo:

“Qualche giorno fa mi è stata segnalata, sul profilo facebook del giornalista e conduttore televisivo Gianluigi Nuzzi, la seguente esternazione pubblica:

“Giorno dopo giorno gli innocentisti avranno sempre meno argomenti da spendere per Massimo Bossetti”.

nuzzi

Un’affermazione che lascia l’amaro in bocca in tutta la sua evidente parzialità, una parzialità della quale si è probabilmente reso conto lo stesso autore, che infatti non ha esitato ad aggiustare il tiro qualche ora dopo scrivendo che:
“E’ chiaro che Massimo Bossetti meriti il rispetto per un imputato in attesa di giudizio, come lo merita la sua famiglia, moglie e figli, innocenti. Anche la sua difesa ha diritto/dovere di suggerire piste alternative, avanzare dubbi. Diverso chi si mostra innocentista senza se e senza ma, adombrando manovre torbide degli inquirenti, manifestando assoluta ignoranza su elementi fondamentali come il dna. La mia critica è quindi ai mistificatori.”

Una pezza, questa, che fa però più danni del buco, giacché la prima frase tutto mostrava fuorché il (dovuto) rispetto per un imputato in attesa di giudizio.

Non solo: ci si chiede infatti se tra i mistificatori che manifestano “assoluta ignoranza su elementi fondamentali come il dna” vada annoverata, ad esempio, anche la Dott.ssa Marina Baldi, biologa e specialista in Genetica Medica, fondatrice della società “Consultorio di Genetica” e da oltre 10 anni, dopo relativa formazione professionale, dedita alla ricerca dell’aspetto forense della genetica presso il Laboratorio Genoma, presso il quale è responsabile della sezione di Genetica Forense: la stessa Dott.ssa Baldi che ospite ad Estate in Diretta in data 11 luglio, in relazione alle dichiarazioni di Bossetti circa la sua epistassi ed al possibile trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, ha egregiamente spiegato che stando alle conoscenze del caso in analisi ad oggi disponibili (che riferiscono di un’unica traccia, presumibilmente ematica, di Ignoto1) un tale trasporto del DNA è scientificamente possibile.”

Ebbene, cari lettori, oggi vorrei tornare in argomento, inserendo a scanso di equivoci la schermata con la successiva esternazione del signor Nuzzi relativa a non meglio precisati “mistificatori” che manifestano “assoluta ignoranza su elementi fondamentali come il dna”.

nuzzi-mistificatori

Io non so quante e quali competenze nell’ambito della genetica possa vantare il signor Nuzzi: prendo atto di essere, personalmente, una semplice giurista.
Di conseguenza, è chiaro che le mie personali competenze sulla prova scientifica si limitano alla vexata quaestio relativa al valore probatorio del test del DNA alla luce del ragionevole dubbio e degli altri principi che stanno alla base del processo penale, e quando parlo di possibilità di veicolazione del DNA attraverso l’arma del delitto in caso di unica traccia, non faccio che riprendere le parole di chi ha le competenze per esprimersi in materia.

Mi preme sottolineare che le argomentazioni, esposte anche qui, a sostegno dell’ipotesi del trasporto del DNA mediante l’arma del delitto non sono né infondate né tantomeno succedanee di una qualche mistificazione.
Soprattutto, non sono tali: io non sostengo alcuna tesi, mi limito a porre delle domande per approfondire un dibattito che qualcuno ha ben pensato, al contrario, di poter saltare a piè pari rifuggendo come la peste qualsivoglia forma di contraddittorio.
Non pretendo, tuttavia, di fornire alcuna risposta.

Io rivendico il diritto di contestare la colpevolezza stessa, affrettatamente sventolata a mò di vessillo da troppi pennivendoli dimentichi del codice deontologico, del signor Massimo Bossetti.
Sono infatti nella piena libertà di ritenere non sufficientemente chiari né tantomeno univoci gli indizi a carico del signor Massimo Bossetti, DNA compreso: rectius, DNA e basta, in quanto per il resto non si tratta, a parere di chi scrive, neppure di indizi.
Credo inoltre che la presunzione di innocenza non sia ipotecabile a nessun fine, tanto più che, come ho già scritto altrove e ribadisco, non di rado in Italia si è assistito a casi clamorosi di inchieste errate e/o errori giudiziari anche di notevole gravità.

Detto ciò, è chiaro che il signor Nuzzi è libero di sostenere le proprie tesi colpevoliste e di esprimersi nei termini di cui sopra in relazione agli “innocentisti” che considera “mistificatori”, sebbene ammetta (bontà sua) il diritto della difesa di Bossetti di suggerire ipotesi alternative ed esprimere dubbi.

Comunque, il fatto in sé che il signor Nuzzi abbia espresso questa acre critica ai “mistificatori”, fa pensare ad una persona che disapprova la divulgazione di notizie ed elementi non chiari e/o non accertati: un biasimo del tutto condivisibile.
Meno condivisibile, per chi professa la correttezza e l’assoluta veridicità e verificabilità di quanto viene divulgato, è offrire in pasto al telespettatore notizie non confermate (ed anzi smentite, come la compatibilità dei reperti piliferi) o presentare ipotesi peregrine come una presunta somiglianza di Massimo Bossetti con un uomo filmato dietro la giornalista Gabriella Simoni nella data del ritrovamento del corpo della piccola Yara a Chignolo d’Isola: cose che sembrano, anzi, una evidente contraddizione.

simoni-yara-bossetti

Quando in data 18 luglio 2014, nell’ultima puntata di Segreti e Delitti, veniva mostrato il presente fotogramma, presentandolo come suggestivo della presenza di Massimo Bossetti, mi telefonava un’amica, nettamente colpevolista, invitandomi ad accendere la TV per analizzarlo in quanto neppure lei riusciva a credere che si trattasse proprio di Bossetti: i capelli dell’uomo, infatti, sembravano essere visibilmente più scuri.

simoni

simoni2

Ma c’è di più: Segreti e Delitti invitava chiunque riconoscesse l’uomo nel fotogramma a farsi avanti.
Io non conosco l’uomo nel forogramma, ma osservando gli attimi precedenti della puntata, si scoprono altri dettagli interessanti: in particolare, si può notare come questo fantomatico uomo alle spalle di Gabriella Simoni mostri una particolare somiglianza con un altro giornalista, che può essere isolato facendo alcuni fermo immagine negli attimi precedenti del video.

Eccolo (chiedo venia per il riflesso della finestra, dovuto allo scatto della fotografia allo schermo):

giornalista

giornalista1

Voglio sostenere che l’uomo alle spalle di Gabriella Simoni sia semplicemente un altro giornalista?
Ovviamente non posso avere alcuna certezza in merito, ma al di là degli occhiali, che nei fotogrammi dietro la Simoni non si vedono (non so se come esito della sfocatura o altro), bisogna ammettere che la somiglianza è notevole, a partire da attaccatura e colore dei capelli, passando per colore della sciarpa e del giubbotto, per il pizzetto, per la conformazione fisica, per la forma del naso nonché per la vicinanza dell’uomo al funzionario della protezione civile.

Certo, tutto questo potrebbe anche essere un semplice abbaglio e non avere alcun senso: d’altro canto, ha ben poco senso anche cercare di individuare Massimo Bossetti nel luogo del ritrovamento del corpo di Yara, dal momento che non ha mai negato di esserci stato e che vive a due passi da Chignolo, ragion per cui, recandosi nel luogo, non avrebbe fatto nulla di così diverso dai restanti cittadini della zona, presumibilmente incuriositi dalla macabra scoperta.

Insomma, se al signor Nuzzi non piacciono le mistificazioni, non posso dargli torto: non piacciono neppure a me, e proprio per questo ho deciso di aprire questo blog.
Mi piace meno però che chi vede le mistificazioni negli innocentisti si ostini a non vederle dalla propria parte.
Ancor meno mi piacciono gli innocenti in galera e le gogne mediatiche.
Così come, nell’ordine, non mi piacciono: gli estremisti di ogni denominazione e colore, la musica rap, la disinformazione, la chiusura mentale, i libri Harmony e il mio naso.
Al contrario, mi piace un sacco la democrazia, in cui posso dire liberamente e legalmente che non mi piace l’atteggiamento tenuto da Gianluigi Nuzzi (e dalla maggior parte dei giornalisti e conduttori televisivi italiani) in relazione al signor Massimo Bossetti.

Intanto, mentre oggi arriva la notizia del dissequestro della casa di Massimo Bossetti, proprio ieri era stata fatta una nuova perquisizione: tra le cose sequestrate anche dei biglietti di San Valentino e delle figurine dei figli.
leggo
Risulta poi aberrante la scelta lessicale nell’articolo di Leggo: “gli inquirenti sono a caccia di prove che confermino la sua colpevolezza”.
Certo, alcuni Italiani preferirebbero magari sentir parlare di una caccia “ad elementi utili a scoprire la verità qualunque essa sia”, ma se dovessimo ancora sorprenderci per le scelte lessicali (che pure tanto peso possono avere nella formazione dell’opinione pubblica) non riusciremmo davvero a cavarne piede.

Non ci si può non chiedere però se tutto questo non sia sintomo di una ricerca che, per quanto spasmodica, non sta portando a nulla- e il sequestro di biglietti d’amore e figurine potrebbe essere una cosa quasi comica, se di mezzo non ci fossero una bimba crudelmente assassinata ed un uomo che si proclama innocente che si trova in carcere mentre gli sciacalli mediatici gli scavano la fossa in un modo tanto atroce che, quand’anche riuscisse a provare (sul capovolgimento dell’onere probatorio ho, ahimè, già detto fin troppo!) la propria assoluta estraneità al fatto, ne uscirebbe per sempre profondamente distrutto nel proprio onore e nella propria dignità umana.

Ma siccome so che la sorte di chi sfida la Bibbia in vigore al momento, detta DNA, è quella di finire arrostito nella pubblica piazza, mi permetto di citare un interessante estratto da “Fascino e insidie della prova scientifica”, del Prof. Sergio Lorusso, nella speranza che l’autorevolezza della fonte possa risparmiarmi il rogo:

“In definitiva, per dirla con la Cattaneo, “la scienza regina delle indagini forensi non esiste, o meglio, non dovrebbe esistere. Alla ‘corte’ della Giustizia la scienza può essere paragonata a un Gran Consigliere (che talvolta può diventare anche un cortigiano, nel senso deteriore del termine)”.
Queste osservazioni potrebbero bastare a chiudere il discorso, se non fosse che molto spesso teorici e operatori ne dimenticano l’essenza per lanciarsi alla ricerca di una fantomatica ‘prova regina’ offerta dalla scienza.
Riproponendo schemi logici che sembravano ormai definitivamente accantonati, quelli del modello inquisitorio, con il semplice avvicendamento della ‘prova regina’ per antonomasia, la confessione, con una nuova prova, all’apparenza limpida e oggettiva: la cd. ‘prova scientifica’.
Se l’interazione tra scienza e processo penale è un dato ormai acquisito,sulla scia dell’esperienza nordamericana, e se da tale sinergia è a uscirne sensibilmente mutato, dobbiamo chiederci quali siano le conseguenze ditale fenomeno sul sapere processuale.
Possiamo allora dire che stiamo assistendo ad una mutazione
qualitativa del sapere processuale determinata da un differente modo di condurre le indagini e di dar forma alle prove nel giudizio penale? Non mi sembra.
Se mai, scorrendo rapidamente l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche applicate al processo penale nel corso dell’ultimo secolo, ci accorgiamo come, a fronte di un innegabile incremento
quantitativo delle tecniche utilizzabili nell’esame delle tracce del reato, non emerge uno stravolgimento del tradizionale metodo investigativo e di conseguenza del ‘codice genetico’ del sapere processuale.
E allora, senza per questo biasimare o ‘rimuovere’ la scienza applicata al processo penale, occorre che di questa ne sia fatto un uso accorto e consapevole, per evitare che si trasformi in junk science, in ‘scienza-spazzatura’ che distorce e travolge la verità invece di contribuire al suo emergere nella contesa processuale.

Scongiurando errori clamorosi, come quello in cui sono incorsi gli investigatori in Germania, nel caso noto come “la beffa del cotton fioc”, che ho ricordato in altre occasioni e che mi sembra paradigmatico di un uso approssimativo della scienza nel processo penale.
La vicenda è quella del serial killer di Heilbronn, che nel corso di un quindicennio avrebbe imperversato nell’Europa centrale compiendo rapine, furti e omicidi. 
La polizia ne diffonde un identikit: un giovane uomo castano e con la barba sul mento. 
Vengono raccolte numerose tracce dell’oscuro criminale, una quarantina di reperti contenenti frammenti di DNA da esaminare. 
Ed ecco il colpo di scena: il DNA estratto è femminile.
Probabilmente una tossicodipendente, poiché una delle tracce è stata rinvenuta su di una siringa. 

Peccato però che non si trattasse del DNA del colpevole, ma di un’ignara operaia, addetta all’impacchettamento dei cotton fioc nell’azienda che fornisce i tamponi per il prelievo dei campioni alla polizia scientifica: i tamponi erano stati sterilizzati, ma tale operazione non elimina tutte le tracce biologiche.
Un incredibile flop della polizia tedesca avvenuto nel 2010, per ‘tamponare’ il quale – consentitemi il gioco di parole – è dovuto intervenire il Ministro degli Interni del Baden-Wurttemberg a ribadire l’affidabilità dell’esame del DNA e che ha costretto gli organi di polizia a controllare minuziosamente le scorte di tamponi esistenti al fine di evitare altre brutte figure.
Le indagini sul caso sono dovute ripartire da zero, con buona pace dei milioni di euro spesi per identificare la killer inesistente. Anche in Italia, peraltro, non mancano casi eclatanti che confermano i rischi di un ricorso eccessivo e poco accorto agli strumenti scientifici.
(…) 
La ‘prova scientifica’, nuovo totem di un comodo efficientismo giudiziario di stampo tecnocratico, se innalzata impropriamente a ‘prova regina’ del terzo millennio, può trasformarsi in un grande imbroglio.
Sarebbe illusorio cercare nella scienza applicata al processo quelle certezze che sovente quest’ultimo, da solo, non riesce a fornire.”

Ma c’è di più.
Perfino il Corriere, ieri, nonostante il titolone infelice, ha dovuto ammettere che “si continua a scavare, quindi, negli spostamenti del carpentiere di Mapello, ma secondo indiscrezioni non è questa la strada che fa sperare gli inquirenti in una svolta. Tutto sembra coincidere con la monotonia di una vita quotidiana simile di giorno in giorno, ribadita più volte dallo stesso Massimo Giuseppe Bossetti: non sembra esserci una virgola fuori posto, nei suoi tragitti, nei suoi percorsi.”
(fonte: http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_23/bossetti-estetista-fornitori-sequestrate-anche-fatture-2880db3a-123a-11e4-a6a9-5bc06a2e2d1a.shtml)

Insomma, se quell’unica traccia di DNA, passibile tra l’altro di essere veicolata attraverso l’arma del delitto, e che oggi viene definita di ottima qualità ma il 28 febbraio 2013, secondo le parole del genetista Dott. Portera, era “quantitativamente scarsa e qualitativamente deteriorata” (vedi qui: http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/355481_yara_portera_dal_genoma_lidentikit_del_killer._esito_incerto/?attach_m) è la prova regina a carico di Massimo Bossetti, temo sia destinata a rimanere senza corona.

Questa gogna mediatica potrà forse convincere il popolo che si nutre di pane e televisione (moderno surrogato del vecchio “panem et circenses”), ma credo -e spero- che non tutti gli Italiani appartengano a questa categoria, e come cittadina della Repubblica, personalmente ho la pretesa che non mi si consideri tale.

Quand’anche Bossetti fosse colpevole, ciò che da oltre un mese i nostri organi di informazione si ostinano a propinarci non significa un bel niente.
E vedere buona parte del mio Paese degradata al rango di connivente del più becero giornalismo che specula sul dolore altrui per gettare fango, non solo sull’ipotetico mostro, ma anche sulla sua famiglia e probabilmente sulla verità, e soprattutto pensare che ci sia una continua fuga di notizie coperte dal segreto istruttorio, che non può che suggerire che qualcuno ritenga necessario blandire il pubblico consenso tramite la parte peggiore del giornalismo irresponsabile, è un’offesa che gli Italiani non meritano e che non possono accettare.

Giustizia italiana, dove sei finita?

Di questo non devi rispondere a me né ai nostrani conduttori televisivi impomatati e forti della loro posizione, che hanno ritenuto di dimenticare la tua esistenza, ma all’Italia intera.
Questa vicenda è avvolta di troppe stranezze e troppi dubbi.
Stranezze e dubbi che sono stati sparsi come grandine sulle intelligenze e le coscienze degli Italiani ed ai quali qualcuno, prima o poi, dovrà dare una spiegazione.

Alessandra Pilloni

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2 thoughts on “L’onore ai tempi della galera: tra “prova regina” senza corona e distorsioni massmediatiche

  1. A proposito della vergognosa trasmissione di Nuzzi, proprio lui poche puntate prima dell’ultima ha mostrato il filmato della telecamera del distributore, quello che, a loro dire, avrebbe ripreso il passaggio del furgone di Bossetti, chiedendo ai telespettatori aiuto per identificare marca e modello di quella macchia di colore che ancora si sforzano di chiamare filmato. Bene: proprio un telespettatore ha fatto notare come nel video fossero ben evidenti due fendinebbia posti sopra l’abitacolo, e un giornalista in studio ha fatto notare come tale accessorio non fosse assolutamente compatibile con il modello dell’anno acquistato da Bossetti.
    La linea difensiva del conduttore è stata che sul libretto risulta essere annotata una “modifica strutturale” alla carrozzeria, e che certamente tale modifica era volta all’installazione dei suddetti fendinebbia – modifica che come tutti sappiamo, di certo non abbisogna di omologazione, così come non lo richiede l’insllazione di un porta pacchi sul tettuccio dell’auto.
    Ma la cosa più grottesca è nell’ultima puntata hanno finalmente mostrato un video in cui gli inquirenti portavano via il furgone sequestrato e dove era ben evidente che il furgone non avesse alcun fendinebbia superiore: ma si son ben guardati dal farlo notare.

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    • Ciao Aldo, grazie mille della preziosa segnalazione: questo particolare mi era sfuggito, non esiterò a recuperare le puntate di cui parli e a sottolineare questa ennesima discrasia in un apposito articolo! 🙂

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