“Io son d’un’altra razza, son forcaiolo”

Articolo scritto a quattro mani da me e Laura.

“Tutte le Verità sono facili da capire una volta che sono state rivelate.
Il difficile è scoprirle.”
(Galileo Galilei)

Da ormai quaranta giorni assisto quotidianamente ai “contributi” mediatici sugli ultimi sviluppi della vicenda relativa al fermo del signor Massimo Bossetti.
Ebbene, l’occasione mi sembra propizia per riprendere la recente affermazione del direttore generale della RAI Luigi Gubitosi, secondo il quale il canone RAI potrebbe senz’altro essere ridotto se tutti lo pagassero.
Personalmente, vorrei avanzare un’altra proposta: e se invece si provasse ad alzare il livello qualitativo della TV?
Forse, in questo modo, la gente pagherebbe più volentieri, cosa che comprensibilmente non può avvenire se si
 continua a produrre un livello di informazione al limite della vergogna, con trasmissioni avvilenti per stile e contenuto e, per quanto mi costi dirlo in questi termini così poco diplomatici, conduttori da operetta.

Spesso basta meno di un quarto d’ora di trasmissione per scivolare nella consueta pochezza, dove la pochezza comprende (e siamo alle solite) distorsioni interpretative, sdegno costruito, insinuazioni di basso profilo, applauso idiota che segue ad affermazioni ad effetto, ed infine livore, veleno, attacco strisciante (che pare non aver mai fine) contro l’immagine e la dignità di una persona che finora solo la giustizia televisiva ha condannato, della quale rimangono da accertare eventuali colpe e responsabilità.
Professionisti di discutibile serietà, invece, fanno il possibile per schernire e deridere il personaggio, oltre che per colpevolizzarlo ad oltranza.
Il problema non è, ovviamente, della sola RAI né tantomeno delle singole trasmissioni: eppure è proprio questo atteggiamento generale, generalista e generalizzato che, lungi dall’essere un’attenuante, non può che destare serie preoccupazioni.

A oggi, con un’amarezza mai provata prima in vita mia di fronte ad un fatto di cronaca, mi fermo a riflettere realizzando, con orrore, che a pochi interessa la Verità.
Una bambina è stata assassinata in una sera d’inverno di quasi 4 anni fa e non ha ricevuto Giustizia.
Una famiglia piange in silenzio e prega, stretta nel dolore, di poter ricevere risposte.
Un uomo è rinchiuso da 40 giorni in una cella della C.C. di Bergamo, in isolamento, e non ha più parole per urlare la sua estraneità ai fatti.
Un’altra famiglia, ingoiata da un vortice di accuse infamanti e non comprovate, se non per la presenza di una, mi permetto di definire, dubbia traccia di DNA, è trincerata nel silenzio, privata della propria abitazione e violentata quotidianamente dai media.
Uno o più assassini è o sono ancora liberi, forti del fatto che non pagheranno mai per il brutale crimine commesso.

Tutto questo non fa bene a nessuno e soprattutto non fa bene alla Verità. Abbiamo discusso tanto nella nostra pagina e nel “nostro” blog, abbiamo fatto ipotesi, abbiamo scandagliato i fatti, ci siamo confrontati in lunghi ragionamenti, abbiamo ampliato i nostri punti di vista e soprattutto, cosa davvero lodevole, abbiamo aperto la mente ad altri scenari.
Prendere in considerazione scenari alternativi, la qual cosa, attenzione, non dovrebbe essere “compito” del cittadino ma di chi è titolato a svolgere le indagini, è una prova di grande maturità intellettuale e rappresenta, contestualmente, un Atto di Fede nei confronti delle regole secondo le quali tutti dovremmo essere abituati a vivere in una società civile.
Una di queste, ce lo siamo ripetuto fino alla nausea, è il principio di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio e un’altra, importantissima, è che spetta al’accusa l’onere della prova.

Yara oggi avrebbe 17 anni, non più una bambina e non ancora una donna, ma la sua spumeggiante energia e la sua voglia di essere e di fare le sono stati portati via; questo Lutto è un lutto di tutti, non solo della famiglia Gambirasio e tutti lo dovrebbero tenere a mente.
Sono sinceramente scioccata dal fatto che, diversamente da quello che il mio senso della Morale mi suggerisce, anzi mi urla incessantemente, il 95% dei miei connazionali sembra aver smarrito l’Onestà intellettuale.

“Piangano adunque i suoi cittadini sopra loro e sopra i loro figliuoli, i quali, per loro superbia e per loro malizia e per gara d’ufici, hanno così nobile città disfatta, e vituperate leggi, e barattati gli onori in picciol tempo, i quali i loro antichi con molta fatica e con lunghissimo tempo hanno acquistato; e aspettino la giustizia di Dio, la quale per molti segni promette loro male sì come a colpevoli, i quali erano liberi da non potere essere soggiogati.”

(Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, Dino Compagni)

[Chiunque presti il proprio consapevole contributo alle infinite operazioni con cui il sistema froda ed offende la dignità umana, sa bene di avere stipulato un patto con le forze che agiscono per ostacolare il cammino degli individui, separandoli dalla loro componente spirituale…]

http://www.velodimaya.net/2013/08/il-patto-col-diavolo/

Tutti questi preamboli, riferimenti letterari e parareligiosi, riflessioni intime e voli pindarici, tipici del mio stile di scrittura, sono accomunati da un’unica chiave di lettura.
La società in cui viviamo si sta imbarbarendo e, paradossalmente, chi ne risente è solo la minoranza che se ne rende conto.
Sembra di vivere nella terra di nessuno circondati da cani rabbiosi che sbavano per un nuovo piccolo particolare intimo di un uomo e della sua famiglia la cui vita è quotidianamente vivisezionata e scarnificata fino all’inverosimile da avvoltoi in giacca e cravatta che non si curano di rispettare le regole di una professione largamente regolamentata.

Se questo non è vendere l’Anima al Diavolo allora cos’è?

Se si prova a dare una risposta seria, purtroppo, non si può che giungere ad una conclusione: è molto peggio.
Si tratta di vendere l’Anima al Diavolo senza la patina di romanticismo che caratterizzava un tempo un simile topos letterario.
Perché se il regno delle tenebre e il mito del patto col Diavolo hanno affascinato gli scrittori e i lettori di tutte le epoche e di tutte le culture, al di là di ogni forma di morale o di credenza religiosa, alterando in maniera irreversibile l’idea stessa di etica, lo hanno fatto nel contesto di espressioni artistiche di alto livello, contestualizzabili nel solco di malesseri sociali e prese di posizione delle quali, volta a volta, il topos letterario si faceva portavoce.
E se da alcuni scrittori del Diavolo è stata celebrata l’essenza contorta e invereconda, la violenza grottesca e irsuta, l’astuzia volubile e ingannevole che comprò l’anima di un Faust e la fece sua serva, e se perfino da Dante  il fatto stesso di schierarsi, anche se nelle file del Maligno, venne preferito a chi invece si crogiola in un’inerzia senza dignità ed ideali, in coloro che oggi vendono l’anima al Diavolo nel nome dell’audience di poetico non c’è davvero più nulla e ciò che resta non è altro che un desolante horror vacui.
Un vuoto interiore incolmabile, e che non a torto spaventa.

E il fatto, solo apparentemente paradossale, che negli attuali forcaioli mediatici sembri di scorgere spesso un atteggiamento degno della progenie di Torquemada, non deve sorprendere.

Ci avvertiva, d’altro canto, perfino un noto “eretico” del calibro di Umberto Eco nel Nome della Rosa:

“Jorge, dico. In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, all’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente.”

Anche in questo caso, tuttavia, si trattava pur sempre di una finzione letteraria, con una sua ammirevole dignità artistica ed un innegabile valore creativo, ai quali la nostra attuale realtà mediatica, pure volendo, non potrebbe mai ambire.

Non potrebbe ambire neppure, poiché manca della grazia dell’Opera, a rispecchiare la Colonna Infame del Manzoni, alla quale pure questo blog deve il suo nome: non vi può ambire, perché l’unico aspetto autenticamente manzoniano che sembra permanere, purtroppo, è il fatto che i principi del nostro diritto, di quel diritto che la nostra Terra ha concepito e maturato nei secoli, sembrano essersi ridotti a nulla più che a risibile grida di secentesca memoria.

E mentre dal Settecento sembra sbucar fuori una serie abnorme di cavalier serventi proni dinnanzi a questa deprecabile tendenza mediatica che non accenna a placarsi, lo stesso Manzoni non potrebbe che annichilire e implorare pietà imbattendosi in un simile, grottesco spettacolo che di certo non ci onora come popolo ed ancor prima come esseri umani.

Perché la stessa parola “spettacolo”, in effetti, è impropria: non si tratta più di spettacolo, ma di una autentica ed aberrante pulsione sadica, che non troverebbe pari neppure nella Salò pasoliniana.

Non si può non fermarsi a pensare ad un uomo privato della libertà personale il quale nel professarsi innocente confida nel corretto svolgimento delle indagini e, mantenendo una calma che trasuda innocenza, aspetta fiducioso che l’immagine di “mostro” che gli è stata costruita ad hoc crolli assieme al castello accusatorio.

La Giurisprudenza si è largamente occupata, in ambito nazionale ed internazionale, di regolamentare “la libertà d’informazione” specialmente in ambito di protezione dei diritti della persona e in rapporto all’amministrazione della Giustizia.
Il documento in allegato da solo basterebbe ad assicurare a tutti coloro che restano imbrigliati nelle trame della giustizia il rispetto da parte dei media dei basilari diritti inalienabili troppo spesso calpestati.
E’ una lettura piacevole che rincuora chi ancora spera di vivere in uno Stato che rispetta i diritti del singolo, lontano da una realtà nella quale per coprire un errore commesso senza volontà di commetterlo e per il quale la sola ammissione basterebbe a ricevere il perdono, si fa invece cerchio con chi ha il potere di manipolare le masse per chiudere definitivamente un capitolo doloroso dove la vittima in primis non riceve la Giustizia che merita e un innocente ne paga il conto.

Ecco il documento in pdf: 13.30.10_RESTA

 

Si tratta di una dettagliata analisi, di fonte ineccepibile, della giurisprudenza della Corte di Strasburgo sulla libertà di informazione correlata ai processi mediatici.

In questo blog è già stato scritto tanto sul problema del rapporto tra giustizia e mass-media, ma è bene non abbassare la guardia e continuare a fornire un’informazione quanto più possibile dettagliata e corretta, pena il parto di mostri giuridici pericolosi per l’intera cittadinanza e per i cardini stessi dello stato di diritto.

Spostando il perno della discussione dal piano strettamente giuridico a quello sociologico, si potrebbe forse parlare, sulla scorta dell’Opera del Prof. Marcello Maneri di “panici morali” utilizzati come dispositivo di trasformazione dell’insicurezza: in altre parole, nella moderna società del rischio, la consapevolezza di aver acciuffato il “mostro” può apparire ai più come una inestimabile fonte di sollievo che consente di dormire sonni tranquilli.

Un atteggiamento comprensibile alla luce dei meccanismi intrinseci della psicologia sociale, ma che non può e non deve degenerare nel rifiuto di mettere in discussione la possibilità che il “mostro” non sia tale.

Come si può rimanere in silenzio senza provare a risalire la corrente per arrivare alla Verità?
E’ la Verità ciò di cui abbiamo urgente bisogno ed è per questo che non smetteremo di far sentire la nostra voce.

Certo è che la ricostruzione che ad oggi ci viene solertemente restituita dai media è a dir poco imbarazzante, a meno che -volendo essere buoni- non si tratti della vecchia strategia dei compagni di classe che, dovendo dimostrare di non aver copiato il compito in classe, aggiungevano dei piccoli errori per non destare sospetti nell’occhiuto insegnante.

A parte la stupefacente sollecitudine e la presa di coscienza immediata della colpevolezza di Bossetti, tale da spingere affrettatamente a parlare di “caso chiuso” salvo poi un vistoso e possibilmente inquietante arrancare alla ricerca di indizi che non si trovano, rimane un particolare che non può che inquietare tutti i razionalisti e i cultori dei calcoli delle probabilità.

estateindiretta

In data 24 giugno, la pagina facebook della trasmissione RAI Estate in Diretta, nel comunicare il sequestro di 34 reperti dalla casa di Massimo Bossetti (tra i quali, per chi lo avesse dimenticato, si annoverano un’aspirapolvere, un biglietto di San Valentino scambiato tra coniugi e delle figurine dei bambini) rendeva edotto il suo pubblico che sul signor Bossetti, oltre al peso di molte incongruenze grava perfino l’assenza della visita della madre Ester.
Come una mancata visita possa gravare su Massimo Bossetti, mi è francamente incomprensibile e credo lo sia a chiunque.

D’altro canto, non mi è maggiormente comprensibile identificare le altre incongruenze di cui si parla: a meno che non si vogliano intendere le incongruenze del castello accusatorio o meglio ancora quelle delle informazioni solertemente veicolate dalla stessa trasmissione televisiva.

Tra queste si annoverano nientemeno che celle telefoniche agganciate da casa propria ovvero da paesi limitrofi (un dato che collimerebbe con il 99% della popolazione mondiale), riprese di telecamere di sorveglianza che mostrano furgoni di cui non si vede la targa in fasce orarie incompatibili con la scomparsa della povera Yara, lampade abbronzanti e cene in trattoria erte a indizi di non si sa bene cosa e simili amenità, che alla luce dei fatti, purtroppo, non solo non riescono a strappare un sorriso, ma non possono che suscitare un’enorme tristezza e destare  una certa preoccupazione.

Se a questo si aggiunge, ad esempio, la ricerca di presunti graffi sulle spalle del muratore effettuata dalla trasmissione Chi l’ha visto? su fotografie estive scattate al mare, come se fosse normale che dei graffi si vedano ad otto-nove mesi di distanza e ancor più che la vittima possa graffiare il suo aggressore trapassando abiti invernali e senza conservare traccia alcuna sotto le unghie, allora -ahimè- temo che i sonni tranquilli, per ora, debbano essere necessariamente rimandati a data da destinarsi.

Resterà certamente il solitario appiglio della “prova scientifica”, ma al di là delle tante riflessioni e nozioni già riportate in merito, come dimenticare, d’altronde, che anche il processo Dreyfus pretese di basarsi su una prova di questo tipo?

Qualche anno fa, in un’intervista al Giornale, l’ex giudice di Cassazione Edoardo Mori, che scelse il pensionamento anticipato, affermò che “i medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera”.

E se finora, in questo caso, non vi è stata alcuna condanna emessa da un Tribunale della Repubblica, non ci si può che augurare che non sia proprio questa interminabile gogna mediatica a provocarla, attraverso la creazione di realtà parallele che di certo non giovano alla Giustizia ed alla sicurezza dei cittadini e che potrebbero paradossalmente agire alla stregua di profezie autoavverantesi, un concetto sociologico introdotto nel 1948 da Robert K. Merton per indicare quei casi in cui una supposizione, per il solo fatto di essere creduta vera, alla fine si realizza confermando la propria veridicità, seppur inizialmente infondata.

Perché se la libertà di informazione si trasforma nella libertà di portare avanti una vera e propria macelleria messicana dal tepore del proprio studio televisivo mentre un uomo incensurato che si proclama innocente da quaranta giorni è sottoposto a custodia cautelare in carcere in regime di isolamento e non può rispondere alle accuse, spesso sfocianti nel ridicolo, che giorno dopo giorno la TV impietosamente gli rivolge, incurante della sua dignità umana e presunzione di innocenza, allora qualcosa non va.

Qualcosa non va nell’informazione, qualcosa non va nello stato di diritto, e soprattutto qualcosa non va in noi: forse, a forza di cercare il “mostro” negli altri, siamo divenuti mostri noi stessi senza neppure rendercene conto.
Ed è proprio in questa prospettiva che si potrebbe spiegare la continua ricerca del marcio in ogni minuscolo dettaglio della vita altrui: è possibile che tutto questo accanimento nei confronti di quello che appare come un irreprensibile padre di famiglia, in fondo, non tradisca un tentativo di esorcizzare ciò che più temiamo in noi stessi, un po’ come l’annoso archetipo del mostro nello specchio?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Per ora, ci limitiamo a rompere lo specchio: i sette anni di sfortuna non ci spaventano, perché l’epoca della superstizione è finita, e l’immagine del mostro scompare, restituendoci il macabro sollievo di una fittizia pace con la coscienza.

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5 thoughts on ““Io son d’un’altra razza, son forcaiolo”

  1. Bravissime! Purtroppo dobbiamo tenere conto che il livello di tono emotivo generale è sceso e quando sei su toni bassi, recepisci ed emani solo comunicazioni negative. E’ solo pe questo che i media vanno a nozze con le disgrazie e la gente recepisce con interesse tutto ciò che ha un sapore macabro, disfattista e distruttivo. E’ tutta questione di tono emotivo.
    Voi ragazze bellissime, siete su toni alti e quindi emanate comunicazioni costruttive e positive, che però vengono recepite come un insulto dai forcaioli asociali, che lo sono appunto perché il loro tono emotivo è finito all’inferno.
    In una società emotivamente positiva e costruttiva, trasmissioni come delitti&segreti o quarto grado non avrebbero scampo, nessuno se le filerebbe di striscio.
    Comunque non ho ancora metabolizzato quello che è stato fatto alla famiglia Bossetti, che io non riesco a non considerare assassinio, visto che non siamo dei pezzi di carne.
    Buona domenica.
    Eli

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  2. ….Scordavo: visto che ci sono persone decenti disposte ad aiutare il signor Bossetti, sarebbe bello poter dare un contributo per le spese della sua difesa. Come si potrebbe fare?

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    • Grazie infinite Eli!! 🙂
      Proprio nei giorni scorsi abbiamo affrontato la questione con Laura… Qualora si rendessero necessari, ad esempio, dei controaccertamenti scientifici particolarmente costosi, io e Laura non escludiamo di pubblicare un libro sul caso e di devolvere l’intero ricavato proprio a questa finalità.
      Ovviamente ci auguriamo che il signor Massimo Bossetti possa uscirne pulito quanto prima e senza che sopraggiunga un tale bisogno, ma qualora fosse necessario, posso dare la mia parola d’onore che non mi tirerò indietro e farò il possibile: perché vedere un operaio che deve difendersi dinnanzi ad una Procura con risorse finanziarie di certo più cospicue, è qualcosa che mi lascia davvero un’indescrivibile amarezza.

      Un bacio!

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