Al sorgere dei dubbi, cala il silenzio

Con un ringraziamento particolare e sentito a Laura per il suggerimento del titolo e dell’argomento, l’isolamento dei fotogrammi e la segnalazione dell’interessante scritto del Prof. Glauco Giostra.

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(L’arte dell’ipocrisia, di Paola Petrucci)

“…Egli camminava fra gli Uomini Colpevoli
In un abito grigio e malandato;
un berretto da cricket avea sul capo
ed il suo passo pareva gaio e lieve;
ma io non ho mai visto un uomo che guardasse
così ansiosamente verso il giorno.

Io non ho mai visto un uomo che guardasse
con occhio così ansioso
verso il minuscolo lembo d’azzurro
che chiamano cielo i prigionieri,
verso ogni nuvola che andava alla deriva
da vele d’argento sospinta.

Io camminavo, con altre anime in pena,
entro un diverso raggio,
e mi chiedevo se l’uomo avesse commesso
una grave o piccola colpa…”

(Oscar Wilde, La Ballata del Carcere di Reading
Traduzione di Marco M.G. Michelini)

 


La Ballata del Carcere di Reading è un celebre componimento poetico che Oscar Wilde scrisse dopo la sua scarcerazione e pubblicò nel 1898.

Il componimento affronta svariate tematiche, tra le quali la pena di morte, la colpa e il perdono, ma quella che vorrei richiamare con maggior urgenza è l’atroce riflessione sul senso di alienazione che invariabilmente accompagna ogni detenuto.

A quarantadue giorni dal fermo di Massimo Bossetti, voglio introdurre il mio articolo così, con questi versi dai quali trapela con veemenza la sensazione data dal muro, non solo materiale, che si staglia tra un detenuto e chi sta fuori.

Un muro che diventa insormontabile soprattutto se preclude ogni possibilità di difesa da processi che, in una società imbarbarita, non possono che svolgersi in modo sommario e contumaciale nella TV, mentre chi sta fuori, da degno figlio del tubo catodico, non osa porsi delle domande, non osa dubitare di quanto con sapiente maestria viene mostrato dal teleimbonitore di turno.

“Secondo indiscrezioni emerge che…”, è questa la frase che abbiamo sentito ad nauseam, e che continueremo a sentire perché viviamo in un mondo in cui non importa la veridicità della notizia, ma solo la sua appetibilità.
E qualunque cosa emerga, senza minimamente curarsi della fonte, chi sta fuori può avere l’impagabile lusso di ergerla a Verità Assoluta e inconfutabile Dogma, senza scomodarsi nelle verifiche, perché questo ennesimo “mostro” è solo in edizione limitata per l’estate del 2014 e lasciarselo sfuggire sarebbe un peccato imperdonabile.

Oscar Wilde fu processato per quello che all’epoca era un reato contro la morale, l’omosessualità: siamo avvezzi a ritenere che oggi queste aberrazioni non esistano più.

Nei Tribunali della Repubblica, forse.

Ma nei Tribunali popolari  che tanto solertemente ci offre la Dea TV, ancora si parla di presunti rapporti di filiazione “illegittimi”, terminologia di per sé rivoltante e che dovrebbe essere sostituita quanto prima con quella più neutra di “filiazione naturale”, che divengono carburante di processi sommari, in cui di morale non c’è nulla, ed al contrario c’è tanto ipocrita moralismo, cosa assai diversa e assai meno insigne per una civiltà che abbia a professarsi evoluta.

Cosa cambia tra un Tribunale della Repubblica e un Tribunale popolare?

A questa domanda si potrebbe rispondere forse con le eloquenti parole del Prof. Glauco Giostra, tratte da “Processo penale e mass media”:
“I momenti di intersezione tra processo penale e informazione si collocano su due piani distinti.
Possiamo intendere il loro rapporto nel senso di “informazione sul processo”, interrogandoci su quali siano gli effetti, le ripercussioni, le ricadute della cronaca giudiziaria sul processo.
I mezzi di comunicazione di massa, in quest’ottica, riferiscono ciò che la giustizia fa, la incalzano, la criticano o ne supportano l’azione.
Ed è sulle implicazioni del ruolo dei media, come veicolo amplificante del fenomeno giurisdizionale, che intendo soffermarmi.
Ma c’è anche un’altra chiave di lettura del tema, di cui non si può non far cenno: dall’informazione sul processo si passa al processo celebrato sui mezzi d’informazione.
Va sempre più prendendo piede, infatti, la tendenza a scimmiottare liturgie e terminologie della giustizia ordinaria, riproducendone alcune cadenze, alcuni passaggi procedurali, “pantografando” una sorta d’indagine giudiziaria per presentare all’opinione pubblica i risultati di questa messa in scena : un “aula mediatica” che si costituisce come foro alternativo.
[…]
Bisogna, però, cercare di tenere sempre ben distinti i due fenomeni, perché sono sostanzialmente diversissimi: il processo giurisdizionale ha un luogo deputato, il processomediatico nessun luogo; l’uno ha un itinerario scandito, l’altro nessun ordine; l’uno un tempo (finisce con il giudicato), l’altro nessun tempo; l’uno è celebrato da un organo professionalmente attrezzato, l’altro può essere “officiato” da chiunque.

Ma vi sono anche differenze meno evidenti e più profonde.
Il processo giurisdizionale seleziona i dati su cui fondare la decisione; il processo mediatico raccoglie in modo bulimico ogni conoscenza arrivi ad un microfono o ad una telecamera: non ci sono testi falsi, non ci sono domande suggestive, tutto può essere utilizzato per maturare un convincimento.
Il primo, intramato di regole di esclusione, è un ecosistema chiuso; il secondo invece è aperto, conoscendo soltanto regole d’inclusione; la logica dell’uno è una logica accusatoria, quella dell’altro, inquisitoria.
Nel primo ci sono criteri di valutazione, frutto della secolare sedimentazione delle regole di esperienza; nel secondo, invece, valgono l’intuizione, il buon senso, l’emotività.
L’uno obbedisce alla logica del probabile, l’altro a quella dell’apparenza. Nell’uno, la conoscenza è funzionale all’esercizio del potere punitivo da parte dell’organo costituzionalmente preposto; nell’altro, serve a propiziare, e spesso indurre, un convincimento collettivo sulle responsabilità di fatti penalmente rilevanti.
Nell’uno, il cittadino è consegnato al giudizio dei soggetti istituzionalmente deputati ad amministrare giustizia; nell’altro, alla esecrazione della “folla”mediatica.

È innegabile, tuttavia, che, nonostante queste differenze siderali, non sempre l’utente riesce a distinguere i due fenomeni, e a coglierne i diversi significati, le diverse garanzie e il diverso grado di affidabilità.
Ed anzi, quando li si pone a confronto, è la dimensione formale del
processo ordinario -e quindi del suo prodotto, la sentenza- a risultare spesso meno comprensibile e meno “vera”.
Si registra, cioè, una certa insofferenza per la giustizia istituzionale, intessuta di regole e di limiti a fronte del presunto accesso diretto alla verità, che sembra assicurato dall’avvicinamento di un microfono o di un obbiettivo alle fonti.
Liberata da ogni forma del procedere, quella fornita dai mass-media sembra l’unica verità immediata.
E con ciò si sconfina nell’ossimoro, trattandosi invece della verità mediata per definizione e per eccellenza.
L’insidiosa idea, sottesa a questo favor per il processo celebrato sui mezzi di informazione, è che il miglior giudice sia l’opinione pubblica. Questa idea ne evoca un’altra : il sogno della democrazia diretta, della gestione diretta della res publica da parte dei cittadini.
E forse appartiene alla medesima matrice culturale anche la congettura, circolata con immeritata fortuna ancora di recente in Italia, secondo cui un imputato votato dalla maggioranza dei cittadini è innocente per definizione o comunque non processabile, perché, se il popolo-giudice sceglie di farsi rappresentare da un certo soggetto, evidentemente l’ha giudicato penalmente irresponsabile.
Mi preme puntualizzare soltanto una cosa al riguardo: il processo reso nell’agorà mediatica, in cui il giudice è l’opinione pubblica, ha a che fare con la giustizia quanto un potere politico, che debba rispondere soltanto ai suoi elettori nei sondaggi, ha a che fare con la democrazia: cioè nulla, assolutamente nulla.”

Conclusioni scioccanti, quelle del Prof. Giostra, ma che non possono che essere pienamente condivise, anche e soprattutto alla luce di ciò a cui stiamo attualmente assistendo.

Ma c’è ancora di più.
Non solo parole, parole, parole, non solo parole orientate e garantismo inesistente, o se esistente così timido da esprimersi in un sussurrato “non per difendere Massimo Bossetti, ma…” (quasi l’apportare osservazioni utili alla difesa possa essere inteso come marchio d’infamia), ma anche silenzi che pesano come macigni.

Dice un vecchio proverbio che “il silenzio è d’oro”, e la saggezza popolare avverte: se abbiamo due orecchie ed una sola bocca è perché dovremmo ascoltare il doppio rispetto a quanto parliamo.

Inoltre, buon senso vuole che prima si taccia (facendo nel contempo le dovute riflessioni) e poi si parli.

E’ con immensa tristezza invece che si può osservare come i nostri media abbiano fatto l’esatto opposto: prima hanno vergognosamente straparlato, ed ora, vista la malaparata, le troppe incongruenze, i reperti piliferi che non corrispondono, l’assenza di tracce su auto e furgone, e complici magari anche le ferie con agosto alle porte, cala un altrettanto vergognoso silenzio stampa.

Ieri quasi tutti i telegiornali hanno evitato l’argomento.
Un’eccezione è arrivata dal TG5 serale, che però non ha fatto altro che parlare nuovamente e per ragioni francamente poco chiare dell’ultima perquisizione avvenuta ormai diversi giorni fa in casa di Massimo Bossetti.
Di tale perquisizione (costata il sequestro di figurine dei bimbi, un paio di scarponi da lavoro, un’aspirapolvere e perfino delle foto di famiglia e un biglietto di San Valentino) ho già parlato, ma essendo in argomento, vale la pena di sottolineare che proprio mentre scrivo questo articolo vengo a conoscenza del fatto che i difensori di Bossetti starebbero valutando l’ipotesi di impugnare il verbale della perquisizione di cui sopra in quanto non sarebbero stati avvertiti della perquisizione stessa, un fatto assai singolare, posto che la giurisprudenza è pacifica nel ritenere che la difesa debba essere avvertita nel caso di accertamenti non ripetibili, che per evidenti motivi di opportunità dovrebbero essere compiuti in contraddittorio.

Tutto questo, mentre un uomo da quarantadue giorni vive l’inferno della custodia cautelare in una cella d’isolamento, misura cautelare che personalmente, ed alla luce della legislazione in materia, trovo abnorme, in quanto trattasi di persona incensurata ed in assenza di una dimostrata tendenza alla reiterazione del reato, che quand’anche fosse stato da lui commesso non è stato reiterato per quattro anni.
Una perplessità, quella relativa alla custodia cautelare, che non sono l’unica ad avere espresso: avevo già segnalato ad esempio un interessante articolo a firma Marco Taradash su Il Garantista (vedi qui http://ilgarantista.it/2014/06/22/riforma-della-giustizia-subito-il-caso-yara-insegna/).

Sembra, insomma, di veder calare frettolosamente il sipario dopo l’osceno spettacolo al quale abbiamo assistito.
Uno “spettacolo” che non merita applausi, ma neppure fischi: non è degno neppure di questi ultimi.
Uno “spettacolo” che ha visto in prima linea giornalisti della carta stampata e salottieri che a mò di squali affamati si sono avventati addosso a quest’uomo senza remora alcuna, pronti a fargli le pulci e ad esaminare con piglio malsano perfino il più piccolo ed insignificante dettaglio della sua vita.
Così, ci si è lanciati perfino in tentativi di psicanalisi da bar dei link pubblicati sul suo profilo facebook, link ironici notoriamente preformati e condivisi dal 90% dell’utenza, che secondo il quotidiano Libero (del cui atteggiamento poco garantista in relazione a Bossetti ho già avuto modo di parlare estesamente nell’articolo Garantisti fino a tiratura contraria) in un articolo pubblicato in data 17 giugno divengono nientemeno che “barzellette sconce” atte a mettere in luce “lo stile di vita spesso volgare di Bossetti”.

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La trasmissione Chi l’ha visto? dal canto suo non ha mancato di renderci edotti del fatto che il Bossetti è un edonista narcisista perché frequenta un centro estetico.
Va da sé che, come tutti i narcisisti, il Bossetti sarà sicuramente un mostro crudele e insensibile al dolore altrui: pure Hitler, a ben pensarci, era affetto da disturbo narcisistico di personalità e tra l’altro, proprio come Bossetti, era animalista, quindi tutto torna, ed anzi è un vero peccato che il Bossetti optasse per il pizzetto piuttosto che per i baffi: chissà infatti quante altre sensate argomentazioni avrebbero potuto fornire i baffi!
E davanti a chi osasse far notare che la cosiddetta reductio ad Hitlerum è una nota fallacia logica completamente priva di senso, si potrebbe magari proporre qualche psicanalista da strapazzo, pronto ad informarci che il Bossetti, in fondo, ha sempre saputo della sua origine illegittima dentro di sé, e allora ha certo sviluppato un senso di rifiuto della società, la qual cosa lo ha evidentemente portato all’edonistica esaltazione di sé e all’aggressività riflessa contro il prossimo e gli indifesi.

Deve essere proprio per questo, in effetti, che in data 18 giugno vari organi di stampa riferirono la notizia dell’avvenuta comparazione tra il DNA di Massimo Bossetti e quello del suo padre legittimo Giovanni: comparazione che invece non risulta avvenuta dall’ordinanza del giorno successivo, nella quale ci si riserva di compiere l’accertamento in un non meglio precisato futuro.

Una comparazione verso la quale non si può che nutrire un certo interesse se si osservano le evidenti somiglianze tra i signori Massimo e Giovanni Bossetti per quanto riguarda bocca, mento e naso.

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Per coerenza devo dire (o meglio, ripetere) che personalmente sono sempre stata più propensa a pensare ad un trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto piuttosto che ad un errore nella comparazione magari attribuibile ad una confusione nell’abbinamento biunivoco campione/numero nella fase di prelievo dei 18.000 DNA, analogamente a quanto accadde nel 2012 con la signora Ester Arzuffi, la quale secondo l’ordinanza si sottopose volontariamente a prelievo di campione salivare.
[N.B. in merito alla possibilità del trasporto del DNA tramite l’arma del delitto vedi ad esempio gli articoli: Dalla parte del torto: la ricostruzione dell’ordine delle ferite potrebbe scagionare Massimo Bossetti?Il silenzio di un innocenteVengo anch’io! No, tu no – tra riscontri mancati sui peli e assenza di contraddittorio come tracollo della civiltàCiviltà l’è morta (e il DNA l’ha uccisa)Tutte le bugie di Massimo Bossetti… O su Massimo Bossetti?“Sbatti il mostro in prima pagina” (e non far notare le incongruenze) e Finché DNA non ci separi: il senso degli Italiani per il garantismo].

In effetti si tratta pur sempre di un test ripetuto in quattro laboratori, anche se a questo punto si potrebbe dire non meno significativamente che si tratta altresì di una traccia di DNA che fino a poco tempo fa veniva definita “quantitativamente scarsa e qualitativamente deteriorata”, ed ora è descritta dalle medesime fonti come “quantitativamente abbondante e di ottima qualità” (sull’inusitata “trasformazione” quantitativa e qualitativa della traccia vedi ad esempio la parte finale dell’articolo “L’onore ai tempi della galera: tra “prova regina” senza corona e distorsioni massmediatiche“).

A proposito di silenzi che seguono a parole avventate, dietro segnalazione di un gentile commentatore del blog, dal momento che sono ancora a piede libero e per nulla a corto di argomenti da spendere per Massimo Bossetti, a dispetto del mio evidente spirito “innocentista”, mi è inoltre giocoforza tornare a parlare di un dettaglio, finora trascurato, emerso dalla trasmissione Segreti e Delitti.

I miei quattro lettori, sempre attenti ai dettagli, ricorderanno senz’altro che nell’articolo Tutte le bugie di Massimo Bossetti… O su Massimo Bossetti? facevo riferimento alla notizia, che circolava in quei giorni, di un furgone bianco ripreso dalle telecamere di sorveglianza, intorno alle ore 18,00, nei pressi della palestra in cui si allenava Yara.

In particolare, usavo queste parole:

“Non sappiamo se il furgone di cui si parla sia o meno quello di Bossetti, ma vale la pena di richiamare almeno un elemento: il fatto che un furgone bianco sia passato da quelle parti alle ore 18,00, non dice molto, in quanto stando all’analisi delle celle telefoniche come descritta nell’ordinanza del GIP, il cellulare di Yara aggancia la cella telefonica di Ponte San Pietro, compatibile con la palestra, rispettivamente alle ore 18,25 ed alle ore 18,44.
E’ dunque lecito ipotizzare che alle ore 18,00 potesse anche non trovarsi in palestra, ed è ancor più lecito supporre che la sua scomparsa debba collocarsi ad un orario ben più tardo, posto che fino alle 18,44 non risulta, secondo le celle telefoniche, essersi spostata.

Del furgone in esame non si vede né la targa né il conducente (e per gli osservatori più maliziosi non si vede neppure il furgone, tanto è sfocato), ragion per cui cominciare subito a dar fiato alle trombe parlando di furgone di Bossetti è quantomeno azzardato.
Volendo ulteriormente sottilizzare, è necessario anche dire che il furgone non è stato ripreso “davanti alla palestra” come è stato detto dai media, se non altro perché le telecamere di sorveglianza del distributore guardavano verso l’interno dell’area di servizio per questioni di privacy.”

Quando affrontai l’argomento, mi riferivo in particolare a quanto era emerso in una puntata di Estate in Diretta: ancora non sapevo, infatti, che il filmato in questione era stato mostrato anche da Segreti e Delitti nella puntata andata in onda in data 2 luglio.

Quanto avvenuto nella suddetta puntata e nelle successive è stato in effetti così interessante che vale la pena di riportarlo paro paro: orbene, nella puntata andata in onda in data 2 luglio, è stato mostrato il “famoso” filmato che, a dire della grancassa, avrebbe ripreso il passaggio del furgone di Bossetti.

Prima di creare inutili aspettative nei miei lettori, è bene sottolineare immediatamente che la “schiacciante” ripresa delle telecamere di sorveglianza è nulla più che questa non meglio identificata macchia di colore mostrante un furgone assolutamente indistinguibile nella propria singolarità.

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Dopo aver osservato un simile “indizio” non ci si può che augurare che si tratti di un tardivo pesce d’aprile e che un filmato così palesemente insignificante non approdi mai nell’aula di un Tribunale della Repubblica.

In ogni caso, tornando alla puntata del due luglio di Segreti e Delitti, il Dott. Ezio Denti, noto criminologo presente in studio, faceva notare come i fendinebbia del furgone ripreso dalle telecamere non fossero assolutamente compatibili con il modello del furgone di Bossetti (il furgone di Bossetti è un Iveco Daily di seconda mano del 1999, mentre la legge che ha reso obbligatori fari di quel tipo sui nuovi modelli è entrata in vigore nel 2006).
La linea difensiva del conduttore Gianluigi Nuzzi è stata che sul libretto risulta essere annotata una “modifica strutturale” alla carrozzeria, a suo dire certamente volta all’installazione di quella tipologia di fendinebbia.

Ciò che, ahimè, sembra sfuggire, è che il documento della motorizzazione oltre alla “variazione della carrozzeria” riporta chiaramente anche una data, cerchiata in rosso da me: 02/09/2003, ossia precedente di ben tre anni rispetto all’entrata in vigore di quel tipo di fari.
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Certo, sono sicura che Bossetti abbia in realtà aperto un varco spazio-temporale per effettuare la modifica tre anni prima, peccato però che si debba anche aggiungere che una eventuale modifica di quel tipo non richiede omologazione.

In ogni caso, il Dott.Ezio Denti, che per una singolare coincidenza successivamente alla summenzionata puntata non è più stato invitato in trasmissione, ha anche spiegato egregiamente che i fari del furgone di Bossetti emettono una luce di colore giallo e non bianca come quella che si vede nel video e nei fotogrammi dello stesso, che in tutta la loro poca chiarezza, almeno sul colore non lasciano dubbio alcuno.

Merita poi menzione l’allucinante epiteto attribuito a Bossetti.
E a nulla vale ricordare che gli antichi dicevano saggiamente che “verba volant, scripta manent”, in quanto nel caso in esame l’epiteto è proprio scritto, e lo riporto a memoria dei posteri.

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L’uomo nero.

Come in una terrificante (e di cattivo gusto) fiaba per adulti, purtroppo priva di lieto fine, e soprattutto priva del valore educativo che generalmente si attribuisce alle fiabe, tanto più che le frasi “(…) in tal senso il corretto giornalismo investigativo trova i suoi limiti nella veridicità e correttezza delle informazioni e delle opinioni, ed è incompatibile con qualsiasi campagna giornalistica realizzata sulla base di prese di posizioni precostituite (…) e “i giornalisti, nelle informazioni fornite e nelle opinioni formulate, sono tenuti al rispetto della presunzione d’innocenza, segnatamente nei casi ancora sub judice, evitando di formulare verdetti” non sono la barzelletta del giorno, ma rispettivamente i punti 21 e 22 del codice deontologico generale della professione di giornalista.

Ma soprattutto è interessante notare che nell’ultima puntata di Segreti e Delitti, andata in onda in data 18 luglio, è stato nuovamente mostrato il furgone sequestrato di Bossetti, che evidentemente è sprovvisto dei fendinebbia superiori quali mostrati dal video delle telecamere di sorveglianza preso in esame nella puntata del 2 luglio, un particolare sul quale è però calato un religioso, nonché tardivo, silenzio.

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Ma per eccesso di zelo, inserisco anche alcuni ingrandimenti, che non lasciano spazio a nessun dubbio:

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Se poi emerge che su tale furgone non risultano essere state trovate ad oggi tracce riconducibili alla piccola Yara, nonostante l’accertamento sia stato effettuato con il Luminol, che notoriamente è in grado di individuare eventuali tracce anche a distanza di anni e dopo accurati lavaggi, è chiaro che il dubbio di aver preso una brutta cantonata, per la quale basterebbe chiedere umilmente perdono ad un uomo e alla sua famiglia (scuse che non basterebbero certo a risarcire il dolore causato, ma almeno potrebbero in qualche modo porvi termine), non può e non deve neppure sfiorarci.

Ce ne dà prova il settimanale Giallo (lo stesso che la settimana prima riportò erroneamente e a differenza di tutte le altre fonti di informazione che i colleghi di Bossetti avrebbero smentito il suo soffrire di epistassi, la qual cosa è stata invece confermata), che non manca di avvisare gli accorti lettori, sin dalla copertina, che evidentemente il Bossetti ha, sfidando il Luminol, eliminato le tracce, magari -perché no- cambiando i sedili: una modifica, questa, che però non trova alcuna conferma, e che dunque deve essere stata fatta in nero, la qual cosa conferisce un ulteriore aspetto scabroso (e come al solito non verificabile) sul quale favoleggiare.

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Mentre non posso che pormi la domanda, tra il serio e il faceto, se quando verrà ufficialmente depositata la perizia sui reperti piliferi, che pare proprio non corrispondano a quelli Bossetti, qualche giornalista nostrano possa ipotizzare che il Bossetti sia fuggito nottetempo dalla sua cella d’isolamento della Casa Circondariale di Bergamo per recarsi al laboratorio di Pavia e sostituire i propri peli con quelli di qualcun altro, per poi far ritorno in carcere prima dell’alba fischiettando con nonchalance, mi chiedo, e stavolta con seria amarezza, se la soluzione al dilemma non stia proprio in quelle due parole viste sopra: l’uomo nero.

Il bisogno dello spauracchio, dell’archetipo del malvagio che da sempre ci accompagna: ammettere con noi stessi di non averlo in pugno sarebbe forse un colpo troppo duro da sopportare.

E allora meglio non pensarci troppo: l’uomo nero c’è, e come disse il nostro ministro dell’interno è stato individuato.

Certo, come ho già scritto parecchie volte quel tweet fu davvero deprecabile, sintomo di un tracollo di civiltà e di una preoccupante commistione tra potere politico e giudiziario, e come ebbe a dire il compianto Piero Calamandrei “quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra”, ma se è alla sostanza che bisogna guardare, allora l’importante è aver finalmente individuato l’uomo nero e non metterne in dubbio, neanche per un attimo, la colpevolezza.

Ma c’è qualcuno, e mi pregio di appartenere alla categoria, che non vuole l’uomo nero, ma la Verità.

E se dopo aver dato in pasto quest’uomo a squali affamati, cani rabbiosi ed avvoltoi dovesse sorgere qualche dubbio, calino pure i sipari e si ponga fine allo show con un silenzio che non è più d’oro, ma corrisponde solo all’onta di un’incorreggibile ipocrisia: io resterò qui a cercare, analizzare, pormi delle domande.

E lo farò senza alcun tornaconto e pur essendo estranea alla vita di quest’uomo e della sua famiglia, perché come disse Gramsci è l’indifferenza il peso morto della Storia, ed io voglio sentirmi viva, anche in una società nella quale, stante l’attuale situazione, sono orgogliosa di non riconoscermi.

Alessandra Pilloni

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8 thoughts on “Al sorgere dei dubbi, cala il silenzio

  1. Fiera di essere dalla tua nel non sentirmi italiana. Finchè rimarremo “a piede libero” non smetteremo di cercare la Verità, mai stata così sacrosanta e dovuta come in questo caso.
    Ci saremo sempre a reclamarla anche, nella peggiore delle ipotesi, tra 30 anni.
    Grazie di essere la nostra voce.

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    • Il tuo appoggio è sempre graditissimo Laura, non c’è bisogno che te lo ripeta perché lo sai- saremo forse come Don Chisciotte, ma mi piace pensare che potremmo essere anche la goccia che scava la pietra.
      Inoltre, senza di te questo articolo non ci sarebbe stato, quindi un grazie doppio anche da qui 🙂

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  2. Cara Alessandra, siamo sempre più vicine alla consapevolezza che, per quanto drammatica, ci aiuta ad andare avanti in questa battaglia. Devo continuare a ringraziarvi tutte, mi sento fortunata ad avere incontrato persone come voi. Gramsci poi diceva anche che “l verità è sempre rivoluzionaria”.

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  3. LA RABBIA DEL CRIMINOLOGO EZIO DENTI SUL CASO YARA-BOSSETTI.

    BISOGNA INTERROGARSI E DIMOSTRARE LE ACCUSE PRIMA DI ADDITARE IL COLPEVOLE

    In quasi due mesi di notizie, millantati scoop, apparenti verità svelate, ipotesi, congetture, ricostruzioni, opinioni, giudizi, si delinea in modo sempre più netto la possibilità che quel DNA rinvenuto sugli indumenti di Yara Gambirasio non sia l’elemento che farà di Massimo Giuseppe Bossetti il colpevole certo, né che sarà la prova in grado di decretarne la condanna.

    Nel corso di questi mesi in cui Bossetti è stato indicato come il responsabile del caso che ha coinvolto emotivamente e mediaticamente l’Italia, si sono avvicendati molti e confusi indizi.

    E’ per questo, oltre che per la ferma convinzione che ciascun cittadino meriti un’equa difesa, che si è acceso in me il proposito di osservare, verificare e avvalorare l’attendibilità delle prove poste a suo carico.

    Un passatempo personale, ha suggerito qualcuno.

    Un esperimento da ‘piccolo chimico’, hanno detto altri.

    Ma esaminare le informazioni divulgate, è per me materia di studio e ricerca.

    Un’analisi che mi ha permesso di presenziare a talk show, approfondimenti giornalistici e programmi d’informazione in una veste certamente impopolare e talvolta criticata, ma degna di un professionista capace di guardare con oggettività un caso di tale portata.

    Quasi tutti coloro che si sono spesi in merito al caso di Yara hanno sostenuto la colpevolezza di Bossetti, esaltando qualunque elemento apparisse, volta per volta, come un nuovo sorprendente indizio a suo carico. Effettivamente è naturale ed esteticamente corretto stare dalla parte dei buoni e indicare un cattivo, chiunque esso sia, esaltandone i più torbidi aspetti.

    Così, in queste settimane che hanno accompagnato la detenzione di Bossetti, ho incontrato negli studi televisivi di cui ero io stesso ospite, personaggi di varia estrazione che, proprio grazie a questa circostanza, si mettevano in evidenza sostenendo tesi prima d’ora sempre avversate.

    Illustrissimi principi del Foro hanno invertito il loro usuale orientamento difensivo, confermando la valenza esclusiva del DNA come elemento indubitabile di accusa. Conduttori tv hanno espresso il proprio parere colpevolista, sfuggendo così alla dovuta imparzialità di ruolo. Sguaiate copertine di settimanali hanno sbandierato misteriosi testimoni ed eccezionali rivelazioni contro l’accusato. E molti opinionisti, sedicenti esperti e criminologi hanno riempito di parole e di notizie, talvolta fasulle o travisate, le ore pomeridiane e serali del palinsesto televisivo.

    Io, da subito, ho vestito i panni del garantista, non per dimostrare l’innocenza di qualcuno (quello è un compito che non mi appartiene), ma per provare se quanto emergeva ora dopo ora avesse un fondamento o fosse frutto soltanto dell’eco mediatica creata attorno ad un caso clamoroso.

    Ho preferito dunque esprimere il dubbio, non con un semplice pensiero personale o una velleità moralista, ma confutando i documenti pubblicati con analisi tecniche ed evidenze pratiche.

    Dopo l’annuncio istituzionale che il colpevole era stato individuato grazie alla corrispondenza del DNA, ho subito sollevato l’obiezione sulla valenza di questa sola prova senza altri elementi a sostegno e, a tal fine, ho portato ad esempio un caso del passato in cui il materiale genetico era stato trasportato da un soggetto ad un altro. Non ritenevo che il DNA avrebbe necessariamente provato la responsabilità di Bossetti nell’omicidio di Yara.

    Dopo pochi giorni ha fatto seguito la divulgazione delle immagini del furgone ripreso dalle telecamere di sorveglianza della banca, per le quali ho obiettato a prima vista che la fanaleria e la forma del mezzo non corrispondono a quello in uso a Bossetti.

    Ho riprodotto la medesima scena dalla stessa distanza e angolazione con due furgoni Iveco Daily di diversa immatricolazione e, in una comparazione video, ho dimostrato palesemente le differenze, escludendo che quel veicolo in transito fosse il suo.

    A quel punto è apparsa l’immagine dell’auto presumibilmente in suo possesso. Ma anche lì, con un’osservazione immediata, provo che non si tratta neppure di una Volvo; dunque non era lui quello che transitava per la via ripresa nel video.

    È la volta del tg trasmesso al momento del ritrovamento del corpo di Yara e recuperato dagli archivi. In secondo piano, dietro la giornalista, si distingue un uomo. Forse proprio Bossetti? Macché, pare si tratti di un agente di polizia.

    Bossetti sarebbe stato incastrato dall’aggancio del suo telefonino alla cella di Mapello. Evidenzio che non sempre è dimostrabile la presenza di un soggetto attraverso la sola cella telefonica. Per sicurezza, mi reco nei pressi della casa dell’uomo e verifico quali agganci siano possibili, certificando con una ripresa video che – guarda caso – il mio apparecchio, in quel frangente, aggancia proprio la cella in questione.

    Allora forse lui poteva essere a casa, in quel momento? Forse. È una probabilità.

    Ma un genetista dichiara di aver individuato materiale pilifero di Bossetti, cosa che proverebbe incontrovertibilmente la sua colpevolezza. La notizia viene però smentita e tutto torna a tacere, collocandosi nel limbo delle possibili prove mai sufficienti per fare di quest’uomo un assassino.

    Senza un elemento concreto, ecco che l’attenzione si rivolge alle sue abitudini e alle relazioni personali: dalle lampade abbronzanti alla frequentazione dei locali della zona, dal computer alle lettere, fino ad arrivare all’ultimo interrogatorio della PM che – rientrata in fretta dalle vacanze – lo mette all’angolo rivolgendogli i quesiti più intimi sulla sua vita coniugale, eventuali tradimenti o possibili litigi. Una tecnica spesso adottata quando l’arrestato si sente solo e lontano dagli affetti, diventando quindi più fragile e disponibile ad ammettere le proprie responsabilità.

    Cosa che non è avvenuta neanche stavolta.

    L’unica vera domanda: cosa ci fa il suo DNA sugli indumenti della vittima, è quella a cui né lui né gli altri sembrano saper rispondere.

    I palinsesti televisivi chiudono per ferie, i riflettori si spengono, per il momento.

    Posso ipotizzare ciò che succederà nel prossimo futuro, al rientro dalla pausa estiva.

    Di Bossetti non emergerà altro che la presenza della sua firma genetica e questo non basterà a condannarlo. Non ci saranno altri argomenti né aspetti della sua vita da sezionare.

    Allora a tutti sorgerà il dubbio: forse, un giorno, questo potrebbe accadere a chiunque di noi.

    E non so perché ma mi viene da pensare che, a quel punto, i conduttori tv, i direttori dei giornali investigativi, gli scrittori, i criminologi, gli avvocati e tutti gli opinionisti che hanno puntato il dito, cambieranno idea e saliranno su un altro carro.

    Questo mi fa rabbia, perché bisognerebbe sempre assumersi la responsabilità di ciò che si dice e del giudizio che si esprime. Io l’ho fatto, portando pubblicamente le mie confutazioni.

    Perché in un tempo in cui la tua faccia e le pieghe più intime della tua vita fanno il giro del mondo con un click, sarebbe doveroso porsi delle domande e cercare delle risposte.

    Sembrerà un caso, ma la frase che chiude il verbale di Bossetti è «Fatemi pure tutte le domande che volete».

    Ezio Denti

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    • Gentilissimo Dott. Denti, la ringrazio infinitamente per il suo commento, che sottoscrivo dalla prima all’ultima parola.
      In relazione al signor Massimo Bossetti abbiamo assistito ad un tracollo di civiltà e buon senso senza precedenti e senza pari; è stato proprio questo, in effetti, prima ancora che considerazioni “di merito”, a spingermi a creare un blog per portare avanti una linea palesemente garantista.

      Credo che in troppi, forse a causa dell’ottundimento causato dalla marea di gossip diffusi, non abbiano capito che l’unico vero scoop dell’intera vicenda è che, al di là della traccia di DNA, in ben due mesi non sia emerso alcun indizio dotato di fondamento a carico del Bossetti.

      Come ho scritto più volte, mi considero fedele per principio etico ai principi illuministi che costituiscono i capisaldi dello stato di diritto: in dubio pro reo, e non in dubio pro culpa, sebbene qualche odierno “pronipote” di tal Torquemada, che visto il clima che si respira di questi tempi doveva senz’altro essere un prolifico sporcaccione, sembri sostenere con veemenza la tesi opposta.

      Penso che la stessa assenza di confessione, nonostante il prostrante regime di isolamento e la gogna mediatica, stia cominciando a gettare tanti nel panico: d’altro canto, se di pensiero scientifico applicato alle indagini si vuole parlare, non si potrà dimenticare il celebre Sherlock Holmes, il quale evidenziava come la verità stia in genere nella spiegazione più semplice.
      In tal caso, la spiegazione più semplice potrebbe essere quella che Bossetti non confessa perché non ha nulla da confessare.

      Immagino che ci sia una tendenza popolare al colpevolismo anche perché, in fondo, la cosa che più spaventa sia il fatto di NON avere un colpevole.
      Tuttavia, se è vero che un processo che si conclude senza nessun colpevole evidenzia un fallimento del sistema, è altrettanto innegabile che un processo che abbia a concludersi con il “colpevole” sbagliato appaia come un’autentica violenza che di certo può ambire a dare giustizia alle vittime.

      C’è un filo sottile, in questo caso, che lega forcaioli, sciacalli mediatici e linciatori morali di ogni risma, che fa da collante come un laconico “volemose bene” che tiene tutti uniti.
      Si tratta di una frase: “il DNA non vola”.

      E se il DNA non vola non si può avere pietà nei confronti di Massimo Bossetti, che non può che essere colpevole del terribile delitto ascrittogli.
      Che il DNA non voli lo ripetono davvero tutti i colpevolisti: dagli opinionisti televisivi alle casalinghe annoiate, tutti uniti nel nome della forca, da levare sempre più alto e con sempre maggior protervia.
      E’ il nuovo slogan del forcaiolismo democratico: forcaiolismo a buon mercato per grandi e piccini, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
      Quando il circo mediatico va a nozze con la fiera della banalità!

      E’ un vero tormentone… Ma è anche un tormentone vero?

      Il DNA non vola, forse, ma in troppi sembrano aver dimenticato che non parla neppure: e dal momento che non è databile e nulla dice se la traccia in disamina possa essere esito di una veicolazione per trasporto (come già avvenuto in altri casi), la cautela sarebbe stata auspicabile, ben più della mistificazione alla quale abbiamo invece avuto il disonore di assistere.

      Opportunamente la Prof. Francesca Poggi parla di fallacia dell’accusatore nel suo evidenziare come “l’imputato potrebbe essere innocente, pur essendo la fonte del materiale genetico” poiché “anche se il DNA rinvenuto sulla scena del reato (o sul corpo della vittima) appartenesse all’imputato, ciò non implicherebbe che egli sia colpevole, potendo ben esserci altre spiegazioni di tale rinvenimento.”

      Si tratta di una considerazione tanto ovvia che mi chiedo, francamente, come sia possibile che sembri sfuggire un po’ a tutti.

      Non so se la sentenza di primo grado potrà, allo stato attuale, restituire esito assolutorio: la pressione mediatica potrebbe avere purtroppo un peso negativo.

      Confido comunque, perlomeno, in una sentenza d’appello ponderata.

      Lei giustamente scrive “Allora a tutti sorgerà il dubbio: forse, un giorno, questo potrebbe accadere a chiunque di noi”.

      Sono perfettamente d’accordo.
      Anche all’estero ci si è posti il problema.
      Ad esempio, ho trovato un caso interessante (vedasi qui: http://www.abajournal.com/news/article/is_dna_infallible_proof_contamination_stats_can_lead_to_injustice), in cui il DNA trovato addirittura sotto le unghie della vittima portò dritti dritti ad un 26enne, Lukis Anderson, che trascorse più di 5 mesi in carcere prima che i pubblici ministeri riconoscessero che non potesse essere l’autore del reato.
      Anderson, infatti, aveva un alibi di ferro: la notte del delitto era ricoverato in ospedale, preso in cura dai paramedici per una grave intossicazione.
      Forse il suo DNA finì sulla vittima per trasporto, veicolato attraverso strumenti paramedici.
      L’articolo si conclude con una considerazione assai amara del Prof. Osagie Obasogie, che riporto paro paro in tutta la sua crudezza:
      “Il prossimo Lukis Anderson potresti essere tu. Spera di poter contare su un alibi forte come il suo”.

      Una considerazione che dà i brividi, ma alla quale non posso che associarmi.

      La ringrazio ancora per il suo intervento, nonché per il suo essersi palesato garantista nelle più svariate trasmissioni.
      E’ bello, ogni tanto, sentire qualche voce che rifugge la tentazione di offrire al pubblico “panem et circenses” a scapito dell’obiettività.

      Un caro saluto,

      Alessandra

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