Ecce homo, ecce mutanda!

“Nelle Catilinarie Cicerone non avrebbe avuto bisogno di disegnare una immagine del nemico, perché del complotto di Catilina aveva le prove.
Ma lo costruisce quando, nella seconda orazione, dipinge ai senatori l’immagine degli amici di Catilina, riverberando sul principale
accusato il loro alone di perversità morale:

Individui che bivaccano nei conviti, che stanno allacciati
a donne svergognate, che illanguidiscono nel vino, pieni
di cibo, incoronati di serti, cosparsi di unguenti, debilitati
dalla copula, vomitano a parole che bisogna far strage dei
cittadini onesti e incendiare la città. […] Li avete sotto gli
occhi: senza un capello fuori posto, imberbi o con la barba
ben tagliata, vestiti di tuniche sino alla caviglia e con le
maniche lunghe, avvolti da veli e non dalla toga… Questi
“fanciulli” così graziosi e delicati hanno imparato non
solo ad amare e a essere amati, a danzare e cantare, ma
anche a brandire pugnali e somministrare veleni.”

(Da “Costruire il nemico”, di Umberto Eco)


Articolo scritto a quattro mani con Sashinka Gorguinpour. Un ringraziamento particolare alla Dott.ssa Chiara Rimmaudo per la segnalazione dell’interessante articolo su Il Chimico Italiano, al Dott. Gennaro Francione per i suoi interventi nel gruppo facebook riguardo processo indiziario e profili di dubbia costituzionalità della carcerazione preventiva, ma un grazie anche a tutti gli altri utenti che costantemente interagiscono, pubblicamente o in privato, fornendo spunti di riflessione, discussione e approfondimento.

A due mesi e mezzo dal fermo di Massimo Bossetti, mentre i dubbi continuano ad essere infinitamente maggiori delle certezze, una cosa, e solo una, è davvero chiara.
Mi riferisco all’andamento delle notizie, sempre inesorabilmente lo stesso (lo abbiamo visto in relazione ai reperti piliferi, al furgone, ora alla presunta pedopornografia con l’apprezzato intervento demistificatore del Dott. Paolo Reale): ogniqualvolta sembra saltar fuori un nuovo elemento, prima se ne parla tanto, troppo.
Poi, puntualmente interviene un esperto che smonta la questione.
E allora tutto torna a tacere.

Intanto, però, la notizia infondata è stata data in pasto all’opinione pubblica, e nessun dietrofront potrà mai cancellare un dato inserito nell’impietoso circuito mediatico.

D’altro canto, come potremmo pretenderlo in un contesto di disinformazione in cui c’è chi è disposto a credere che i pedopornografi, che notoriamente usano server super criptati saltando da un server all’altro ogni 10 secondi da New York a Kuala Lumpur, si mettano a fare ricerche su Google?

Allora si può soltanto tornare a tacere, e tornare nel solito limbo degli indizi non sufficienti a fare di Massimo Bossetti un assassino, ma, a quanto pare, sufficienti a consentire, ad ogni nuovo fiato di tromba, un nuovo linciaggio mediatico.

E tra questi elementi mai sufficienti, va inserito anche il DNA (che è anzi l’unico elemento non risibile dell’intera vicenda): va inserito tra gli elementi non sufficienti per le ragioni già esposte tante volte, e che oggi vorrei lasciar spiegare a questo articolo pubblicato su Il Chimico Italiano, maggio – giugno 2014, anno XXV, n. 3.

IlChimicoItaliano

La parte finale merita di essere messa in evidenza in maniera chiara:
“Per gli investigatori si tratta di un aiuto importante anche se non sufficiente a collocare temporalmente il soggetto sul luogo del delitto, perché sia un mozzicone che un coltello si possono trasportare, veicolando un DNA estraneo nella scena criminis.
Se non contestualizzata in maniera critica, ogni fonte di prova, anche quella genetica, rischia di palesarsi come mero effetto CSI – ovvero tentativi grossolani di risolvere le indagini con semplici congetture, come appunto si assiste nei serial televisivi, e che spesso conducono a clamorosi errori investigativi destinati a naufragare durante il processo quando, nel dibattimento, durante il contraddittorio tra le parti, si formano realmente le prove”.

Ogni volta, dunque, al cadere dell’ultima news ventilata, si torna bruscamente all’amara realtà: oltre al DNA, inesorabilmente affetto dalle solite problematiche di trasportabilità e non databilità, non c’è un solo indizio univoco, e dunque non c’è un solo indizio, perché per essere tale un indizio deve rispondere a requisiti di gravità, precisione e concordanza.
E questo anche al di là delle problematiche che di per sé pone il processo indiziario (per chiunque volesse approfondire, nel nostro gruppo facebook ci sono stati degli interessanti dibattiti con il Dott.Gennaro Francione): come si diceva ieri, infatti, volendo citare un avvocato titolare della cattedra di procedura penale all’Università di Palermo, “cento indizi non fanno una prova così come cento conigli non fanno un leone ma una conigliera”.
Proprio a proposito di processo indiziario, Gennaro Francione ha citato una parte della sua opera “I dadi di Temi”, in cui l’esito di un processo viene emblematicamente deciso con un lancio di dadi dal giudice: pari colpevole, dispari innocente.

lL CANCELLIERE GIORGIO TRIBOULET(declamando): E come fa giudice a motivare così divinamente, a esprimere le rationes decidendi una volta che ha scelto a caso?
ARMANDO BRIGLIADOCA: Tutto si motiva, mio caro. Io scrivo 100 pagine di una sentenza che fila come un orologio, poi metto la firma e do 30 anni di galera. Peccato che la verità sia un’altra. Il poveraccio incriminato era innocente!
GIORGIO TRIBOULET(al pubblico): Insomma basta rispettare formalmente le forme, fare un esercizio onesto e salutare e accordare il beneficio del tempo. Poi, comunque vada, il verdetto vero o sbagliato che sia… giustizia è fatta!
ARMANDO BRIGLIADOCA: Bravo! Giustizia e aria fritta!

Il punto è che, nel nostro caso, non siamo neppure di fronte ad un processo indiziario, perché i presunti indizi mancano di univocità (o, per dirla in termini giuridici, di precisione), dunque è molto difficile perfino ritenerli indizi.

Così, al cadere dell’ultima news, tutto torna sempre a tacere.
La quiete dopo la tempesta.

Una falsa quiete, però, perché una notizia inserita nel circuito mediatico, quand’anche smentita o smontata, non lascia scampo.
Ed una volta approntato il patibolo, nessuna obiezione potrà fermare il crepitare della mitraglia.

La degenerazione mediatica è stata sin dall’inizio, e continua ad essere, senza precedenti e senza pari, ed anzi continua giorno dopo giorno a raggiungere picchi inusitati, tanto che non si può dar torto a Gianluca Perricone, che in un articolo pubblicato sul suo blog qualche giorno fa con l’emblematico titolo FATTI PRESUNTI SENZA NESSO LOGICO, esordiva con queste parole:

“Continuando di questo passo, si verrà prima o poi a scoprire che il cagnolino ha messo incinta una bastardina e che magari uno dei figli ha anche rubato la merendina ad un compagnetto di scuola”.

Non bastavano, in effetti, cene alla trattoria e lampade solari fatte in un centro estetico vicino alla fermata dell’autobus che prendeva Yara (si dovrebbe dunque supporre che Massimo Bossetti facesse le lampade alle sette del mattino o all’una e mezza del pomeriggio per vedere gli autobus degli studenti, ovviamente ritenendo del tutto credibile che un centro estetico sia aperto in tali fasce orarie?), ci si è voluti spingere perfino oltre nella tragicommedia, fino alle presunte “corna”: quindi, ammesso e non concesso che la notizia possa essere fondata, se un uomo viene tradito dalla consorte ci sarebbero leggi scientifiche o massime d’esperienza attestanti la correlazione ad azioni omicidiarie non rivolte verso le persone coinvolte (come gli amanti) ma verso una terza persona del tutto estranea?

O, molto più verosimilmente, si scava tra i gossip di famiglia e nelle mutande della consorte perché non si trovano altri appigli concreti per avvalorare un castello accusatorio che non sta in piedi?

Certo è che se il “movente” più credibile che si riesce a trovare è proprio questo, il mio augurio di non arrivare al rinvio a giudizio, prima ancora che al sig. Massimo Bossetti, è rivolto alla Procura di Bergamo, che potrebbe uscirne con un’immagine non propriamente entusiasmante.

Nei precedenti articoli ho usato spesso una parola e i suoi derivati.
Mi riferisco alla parola farsa.

Qualcuno potrebbe aver pensato che abbia scelto questo termine nell’intento di muovere una critica pungente alla continua divulgazione di presunti indizi insussistenti e privi di qualsivoglia nesso logico- ma sbaglia: ho usato la parola farsa in senso prettamente storico ed etimologico.
La parola farsa deriva dal Latino farcire, ed inizialmente indicava l’inserzione di intermezzi comici nelle rappresentazioni sacre che si tenevano sul sagrato delle chiese; a partire dal XV secolo, pian piano passò ad indicare un componimento teatrale, che aveva la funzione di rallegrare gli spettatori, specie alla fine di una tragedia.

Se sin dai tempi di Cicerone la penisola italica può vantare un certo primato nella costruzione del mostro in questo caso temo ci si sia spinti davvero troppo oltre, dimenticando anche i lati umani della vicenda, e facendo sfoggio di una grettezza aberrante.

Nella vicenda di Massimo Giuseppe Bossetti c’è un esercito di bambini e ragazzini coinvolti.
La prima in assoluto è Yara, che a distanza di 4 anni non ha ancora trovato una pace adeguata, lasciando i suoi familiari in un limbo assoluto, incolmabile e straziante.
Ci sono i suoi fratelli, di cui uno in particolare è citato anche nell’ordinanza di custodia cautelare del secondo presunto assassino.
A lui credono quando parla di “barbetta” e di “macchina grigia”, non lo fanno quando dice che l’uomo di cui aveva paura sua sorella era “cicciottello” e che non corrisponde alla figura di Massimo Bossetti.

Ci sono le compagne di ginnastica ritmica che il presunto colpevole non l’hanno mai visto in palestra, ma anche a questo dettaglio è dato poco peso, non ha valore ai fini dell’indagine.

E poi ci sono i figli dell’accusato, di 8, 10 e 13 anni, sbattuti da un profilo facebook all’altro senza umana pietà, citati anche nei più squallidi articoli di giornale, in alcuni casi si svelano pure i nomi, non si sa mai che possiate incontrarli e far loro qualche domanda.
Tre innocenti che pagano il prezzo di una società che ha perduto completamente il senno, vigliacca, ipocrita e totalmente incapace di empatia.
Giornalisti, conduttori televisivi, esperti, opinionisti che non si chiedono, nemmeno per un attimo, “E se i figli di quest’uomo accendono la televisione, navigano su internet, s’imbattono su un quotidiano e leggono, vedono, ascoltano ciò che sto dicendo?”.
Arriva, prima o poi, il momento in cui la vita si fa vedere per quella che è e il mondo si svela nella sua bruttura, costringendoci a crescere all’improvviso, nessuno è scevro da questo passaggio, ma il modo in cui tutti questi bambini e ragazzini hanno dovuto impararlo è indecente.
Quei chilometri apparentemente troppo lunghi per l’accusato – sfido chiunque a non aver mai percorso distanze maggiori per evitare il traffico -, per questi giovani sono invece distanze ristrette, visto che da un paese all’altro si conoscono tutti, si sa vita, morte e miracoli, si condividono molte più esperienze che in un quartiere di città.
Encomiabile la famiglia Gambirasio che chiede di pregare per questi figli senza colpa, e necessario sarebbe andare oltre alla preghiera, ricordare, nei fatti, che loro non c’entrano e proprio per questo le lingue dovrebbero smettere di battere a vanvera, le penne dovrebbero aver finito l’inchiostro quando non c’è nulla da dire e la televisione dovrebbe occuparsi d’altro, se ancora sa occuparsi di qualcosa.

Negli ultimi giorni, meditavo sul concetto di famiglia e su come il nostro inconscio collettivo si stia dimostrando “schizofrenico”.
Poniamo che le ipotesi qui ventilate siano giuste e che alla fine scopriremo di aver sempre avuto ragione.
Facciamo finta che l’inchiesta si stia arrampicando sugli specchi e utilizzi il gossip di due famiglie (più tutte le altre satelliti – di fratelli, sorelle, cognati e cognate, con relativa prole) per continuare a battere la pista sbagliata.
Fatto questo, immaginiamo che sia solo una ripicca a muovere determinate scelte e cominciamo a elencare una serie di domande.
È davvero così imperdonabile dichiarare di avere una “famiglia normale”? In caso affermativo, cosa ci sarebbe di male, se alla fin della fiera, le bugie ruotassero intorno a qualche lampada in più, non preventivata dal budget stabilito tra coniugi?
Se in questa, più o meno, famiglia normale, non ci fosse nulla da sviscerare, tranne le solite gelosie, le piccole spese fatte di nascosto per evitare la solita lite, cosa ci sarebbe di tanto sconvolgente?
Se gli amanti di Marita non esistessero, sarebbe così grave, o si potrebbe perdonarle il fatto di essere una bella donna, che trova il tempo per prendersi cura di sé, al di là del piacere che potrebbe procurare ai maschi e dopo (ma anche durante) aver svolto il suo ruolo di moglie e di madre?
Se Massimo Bossetti fosse innocente, dovremmo condannarlo per non aver frequentato i disco-pub, per non avere l’amante cameriera e per il fatto che il sabato sera lo passa con moglie e bambini, anziché al bar coi suoi amici?
Sarebbe tanto brutto se andasse in chiesa, senza per questo essere un integralista cattolico come 3/4 di carta stampata e televisione sembrano aver capito?
Chi scrive non è qui per difendere la morale cristiana, la monogamia o cose di questo tipo.
L’obiettivo di questa riflessione è comprendere, nell’ottica della presunzione d’innocenza di un uomo che vive in un paese che si dice democratico, come mai la società civile, rappresentata dalle istituzioni, si accanisca tanto contro un ideale di vita semplice, fatto di lavoro, casa, scuola, qualche lampada e qualche messa, trascinando con sé la ripicca di modelli deliranti, ove se non si è in grado di dimostrare un delitto, si deve per forza massacrare la vita della gente come il più squallido dei reality show.
E nel dimenticatoio dell’esistenza, tra il pubblico, i volti inermi di chi ha perso una figlia che tutti sembrano aver dimenticato.

Allora, probabilmente questa vicenda si svilupperà e si concluderà secondo i moduli prospettati dal Prof. Giovanni Catalisano nell’articolo “La dimensione umana nell’interpretazione del reato”, pubblicato su Altalex [1], che cito anche nel (temo vano) tentativo di rinfrescare la memoria ad un’ampia schiera di giornalisti italiani:

“(…) il giornalista, pur investito dell’altissimo compito di informazione, deve sempre attenersi, fino a che non intervenga una sentenza di condanna, al principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza dell’imputato e non può tacciare quindi lo stesso di una colpevolezza non ancora accertata. È vero, infatti, che sulla presunzione costituzionale di non colpevolezza dell’imputato prevale l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti di rilievo sociale relativi all’esercizio dell’attività giudiziaria, ma è anche vero che, come affermato dalla stessa Corte europea dei diritti dell’uomo, l’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria non può tradursi nella celebrazione di pseudoprocessi, che inducano la pubblica opinione a “prendere conclusioni” sulla base di quanto viene diffuso dai mezzi di comunicazione di massa, con il rischio ulteriore di una perdita di fiducia nell’autorità giudiziaria, in aggiunta alla violazione della presunzione di non colpevolezza degli accusati.

Non è superfluo ricordare, visto ciò che accade, che la colpevolezza dell’imputato si ritiene accertata quando sia intervenuta una sentenza definitiva con cui sia stata accertata e provata, oltre ogni ragionevole dubbio, davanti ad un giudice naturale, terzo, imparziale, indipendente ed autonomo sulla base delle prove formate in dibattimento, ad eccezione dei casi in cui la prova non si forma in dibattimento, nel pieno contraddittorio tra le parti a cui deve essere garantito di esercitare tutti i diritti ed i poteri che sono diretti all’emanazione di una sentenza frutto di un giusto processo.

Alla luce di quanto detto finora si comprende come pochi siano gli elementi in possesso dei giornalisti che sempre più ritengono di aver già compreso una realtà che ancora è in corso di accertamento e che sarà interpretabile solo quando si saranno accertati i fatti come si sono realmente verificati e non come sono stati presentati all’opinione pubblica dai giornalisti. Sono tantissimi i casi di persone indicate in un articolo giornalistico come colpevoli di un reato che in realtà non vengono ritenute tali dal giudice competente.

Neanche la differenza tra l’essere indagato ed imputato è spesso posta nella giusta cornice comunicativa e, in tal modo, l’opinione pubblica viene spinta verso un’idea piuttosto che un’altra. Ciò ha dato vita alla classica divisione tra “innocentisti” e “colpevolisti”.

In molti dimenticano che non sempre i colpevoli vengono individuati e condannati, tanti sono i casi di detenzione ingiusta che producono richieste di risarcimenti danni che non potranno ridare al detenuto non colpevole il ripristino della reputazione goduta prima del coinvolgimento processuale sfociato nella ingiusta detenzione. In questi casi i giornalisti che avevano riempito intere pagine con le loro osservazioni, sempre in chiave colpevolista, si limiteranno, quando ciò accade, in un piccolo articolo o in un breve servizio televisivo, a comunicare l’errore giudiziario che è avvenuto, nella consapevolezza che l’opinione pubblica, pronta a schierarsi quando si trattava di dichiararsi “colpevolisti” o “innocentisti”, rimarrà indifferente poiché troppo impegnata a discutere il caso del giorno.”

Lo ripeterò dunque per l’ennesima volta: le schifezze che abbiamo sentito su quest’uomo, senza alcun controllo, spesso senza alcun fondamento, per bocca e penna di giornalisti e opinionisti sputasentenze tronfi di presuntuosa ignoranza, sono sintomo di un imbarbarimento collettivo che la nostra civiltà e le nostre coscienze non possono tollerare.

Dove sono finiti, rispettivamente, i garantisti, l’Ordine dei Giornalisti e il Garante della Privacy?

Dice bene il Catalisano, e in fondo un tale modus operandi è tipicamente da noi: prima si sputano le sentenze sulle pagine dei giornali e nei palinsesti televisivi, poi, quando i casi si concludono con proscioglimenti e assoluzioni, un breve trafiletto e tutto finisce così.
Tanto, il popolino sarà già impegnato a crocifiggere il nuovo mostro di turno, vero o falso che sia.

Ed ecco che sul vecchio “mostro”, sulla cui vita erano stati avventatamente posti i sigilli, viene fatto calare in fretta e furia il sipario dell’indifferenza, dopo averlo distrutto nel fisico, nella mente, nella dignità, dopo averlo ucciso e sepolto, lasciando in suo ricordo una lapide con sempre la stessa scritta prestampata: “Uno dei tanti”.

Come da protocollo, come una comparsa priva perfino della dignità del proprio nome nei titoli di coda.

Ma nello svolgersi di questo ennesimo spettacolo che stride con la civiltà ed il buon senso, non possiamo dimenticare neppure che da ormai 75 giorni un uomo che si dichiara innocente è in carcere.
Qualche giornalista ha solertemente spiegato a beneficio del popolo intero perché Massimo Bossetti deve stare in carcere: noi, oggi, alla luce dell’istanza di scarcerazione che verrà presentata a breve dai difensori, vogliamo spiegare invece perché non dovrebbe starci.

istanza-scarcerazione

Sulla custodia cautelare in carcere di per sé si potrebbero versare fiumi di inchiostro, sia in relazione ai concreti modi di applicazione attuale che tendono a renderla, contra legem, del tutto indistinguibile nei contenuti da una pena detentiva, sia prospettando qualche possibile profilo di incostituzionalità con riguardo agli artt. 13 e 27,2 Cost., ma in queste sede, per non risultare dispersivi, limitiamoci ad una considerazione: nell’articolo che ho inserito ieri, tratto dal blog di Emilio Quintieri, viene spiegato molto bene come la carcerazione preventiva dovrebbe essere usata unicamente come extrema ratio, cioè solo laddove tutte le altre misure cautelari siano inidonee a prevenire pericolo di fuga/inquinamento delle prove/reiterazione del reato.

Posto che nel nostro caso la custodia cautelare è stata disposta sulla base di un preteso pericolo di reiterazione del reato, avevo già fatto qualche considerazione in proposito, sottolineando come sembrino mancare i presupposti de iure e de facto.

Infatti, l’art. 274 del codice di procedura penale, rubricato “Esigenze cautelari” dispone in relazione alla pretesa possibilità di reiterazione del reato che questa possa sussistere:

“…per la personalità della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato, desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali”

Il signor Massimo Bossetti risulta però incensurato e non risultano valutazioni psicologiche che ne abbiano dimostrato ferocia tale da “commettere gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale”; inoltre, quand’anche Bossetti fosse colpevole, il delitto non è stato reiterato per quattro anni e appare dunque del tutto inverosimile che la reiterazione possa avvenire ora con gli occhi della Procura e di 60 milioni di Italiani puntati addosso.

Dalla lettura dell’ordinanza sembra emergere come per disporre la custodia cautelare in carcere il GIP abbia provato a fare una valutazione psicologica (ritenendo l’indagato “privo di freni inibitori”), basata non su comportamenti o atti precedenti verificati, essendo il soggetto incensurato, ma esclusivamente sull’addebito di un fatto di reato in relazione al quale l’indagato è coperto dalla presunzione d’innocenza.

Sembra insomma agitarsi nell’ordinanza lo spettro del concetto di “pericolosità sociale”, esito di teorie in larga parte datate e sconfessate, di ascendenza lombrosiana.

Questa problematica è oggi generalmente affrontata con riferimento alla disposizione di misure di sicurezza, perché di norma è proprio in questo frangente che, a livello codicistico, se ne parla.

Il concetto di “pericolosità sociale” del reo prese piede a cavallo tra ‘800 e ‘900 come esito della traduzione in schemi giuridici di un indirizzo criminologico dell’epoca, propugnato dalla cosiddetta Scuola Positiva.

Secondo questa teoria, le origini del fenomeno criminale andavano ricercate nell'”uomo delinquente”, cioè nelle caratteristiche biologico-somatiche dei singoli individui.

Questa concezione aveva chiaramente dei risvolti illiberali del tutto inaccettabili, in quanto consentiva al giudice un arbitrio incontrollabile, e pertanto finì per cadere vittima dei propri stessi eccessi, tanto che diversi Autori che muovevano da premesse criminologiche di questo tipo (come il penalista tedesco Franz Von Liszt) finirono per prendere le distanze dalle spinte illiberali del modello positivistico, riaffermando il valore universale dei principi, di ascendenza illuministica, dello stato di diritto come imprescindibile punto di partenza.

Le teorie della “pericolosità sociale” erano tanto eccessive da aver influenzato poco perfino le nostre codificazioni d’epoca fascista: il concetto di pericolosità sociale è stato infatti recepito dal codice Rocco ma in modo tutto sommato “debole” (almeno per l’epoca), profilandosi quasi sempre, per aversi dichiarazione di pericolosità sociale, l’esigenza della commissione di un fatto di reato concreto.

Attualmente, quando si parla di pericolosità sociale (come ho anticipato, in relazione alle misure di sicurezza) sorgono inevitabili problemi dottrinali.
Questo perché “la stessa categoria concettuale della pericolosità sociale attraversa una gravissima crisi: è fortemente dubbio che il giudice (…) possa prognosticare come “probabili” futuri comportamenti devianti di questo o quel soggetto (…)”. [2]

Fatta questa premessa, ciò che vorrei evidenziare è che in tale frangente non si parla di misure cautelari, ma di misure di sicurezza, disposte dopo l’accertamento processuale della effettiva commissione di un determinato reato.

A norma dell’art. 202,1 c.p., infatti, “le misure di sicurezza possono essere applicate soltanto alle persone socialmente pericolose, che abbiano commesso un fatto preveduto dalla legge come reato”.
Ancora, in relazione alle misure di sicurezza disposte per soggetti imputabili, si pensi ai commi 1 e 2 dell’art. 216 c.p. che fa riferimento a:
“coloro che sono stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza; coloro che, essendo stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza, e non essendo più sottoposti a misura di sicurezza, commettono un nuovo delitto, non colposo, che sia nuova manifestazione della abitualità, della professionalità o della tendenza a delinquere”

Se sorgono problemi in questi casi, secondo recenti orientamenti criminologici, poiché è pressoché impossibile e rischia di risultare arbitrario ogni tentativo di  prognosticare come “probabili” futuri comportamenti devianti di questo o quel soggetto, come è possibile azzardare una tale prognosi in capo ad un incensurato coperto da presunzione di innocenza per un delitto in relazione al quale non è stato ancora accertato il suo coinvolgimento?

Se a tanti la possibilità che Massimo Bossetti non sia colpevole pare arrecare un certo disagio, non da ultimo perché questo implicherebbe il fatto che il colpevole non sia stato ancora individuato, come recentemente dichiarato all’Adnkronos dal Dott. Ezio Denti questa consistente parte dell’opinione pubblica “si dovrà ricredere, perché contro un sospettato servono prove”.

Alla luce di queste considerazioni e delle indiscrezioni mostranti un’indulgenza al gossip che lascia, nel contempo, basiti ed amareggiati, non posso che concludere con un appello, ironico ma non troppo: se nulla di concreto emerge a confortare la valenza probatoria del DNA (ricordiamolo, riscontrato in una traccia unica, quantomeno anomala se si suppone che il killer si sia ferito un dito durante l’aggressione) e vengono presentati come indizi di un grave delitto lampade solari, presunti episodi di infedeltà coniugale, celle telefoniche agganciate dal paese di residenza, furgoni senza targa visibile e di modello diverso dal proprio ripresi in un paese limitrofo e cene in trattoria, allora temo che potremmo essere tutti colpevoli.

A questo punto, direi che abbiamo trovato finalmente la soluzione per il sovraffollamento delle carceri: è semplice, basta sottoporre tutti a carcerazione preventiva.
Se venissimo sottoposti tutti a custodia cautelare, infatti, l’intera penisola potrebbe diventare il posto in cui eseguire la misura cautelare stessa.
Basterà recintarla e sorvegliarla a dovere e così, finalmente, potendo questa soluzione garantire a tutti uno spazio vitale adeguato, la Corte di Strasburgo la smetterà una buona volta di condannare l’Italia per le disumane condizioni delle nostre carceri.
Con questo semplice stratagemma, come si suol dire, prenderemmo due piccioni con una fava: in fondo, cosa mai potremmo chiedere di più?


1- http://www.altalex.com/index.php?idnot=50507

2- Manuale di Diritto Penale. Parte Generale, G. Marinucci – E. Dolcini, Giuffrè Editore

L’abuso della carcerazione preventiva è uno degli scandali del sistema penale italiano

Condivido volentieri questo articolo a firma di Giorgio Alfieri originariamente pubblicato ieri (dalla testata L’Opinione).
Viene spiegato molto bene come la carcerazione preventiva dovrebbe essere usata unicamente come estrema ratio (cioè solo laddove tutte le altre misure cautelare siano inidonee a prevenire pericolo di fuga/inquinamento delle prove/reiterazione del reato), mentre in Italia se ne fa un abuso scriteriato, causato non da ultimo dal fatto che, quando poi gli eventuali nodi ed errori di valutazione vengono al pettine, chi aveva disposto la misura cautelare non paga.

Invito tutti a leggerlo, quasi come una sorta di premessa al mio prossimo articolo, nel quale palerò proprio, tra le altre cose, dei presupposti (insussistenti) per la custodia cautelare in carcere in relazione al sig. Massimo Bossetti.

Buona lettura!

Emilio Quintieri

carceri-640Un limite al ricorso alla custodia cautelare in carcere è entrato definitivamente in vigore la settimana scorsa, così come le disposizioni del decreto legge sulle carceri. Modificando il codice di procedura penale, il legislatore ha vietato al giudice di utilizzare l’arresto preventivo se dovesse ritenere che, all’esito del giudizio, non possa irrogare una pena che superi i tre anni di detenzione, salvo il caso di reati di particolare allarme sociale.

La discrezionalità del giudice era già stata limitata nel 1995, quando le misure cautelari del carcere e degli arresti domiciliari erano stata proibite nel caso in cui il condannato avesse potuto usufruire della sospensione condizionale della pena. È una buona notizia. Ma solo in parte.

L’abuso della carcerazione preventiva è notoriamente una delle pietre dello scandalo del sistema penale italiano: al 31 luglio 2014, su 54.414 detenuti, 8.665 sono in attesa di primo giudizio (fonte ministero della Giustizia). In percentuale…

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Il criminologo Ezio Denti all’Adnkronos: il DNA non basta, Bossetti sarà scagionato

Oggi non avrei dovuto scrivere, ma non posso non segnalare questo articolo-intervista al Dott. Ezio Denti, su DNA (e suo possibile trasporto), ragionevole dubbio e totale assenza di altri indizi univoci a carico di Massimo Bossetti.

http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2014/08/23/caso-yara-criminologo-bossetti-sara-scagionato-dna-non-basta_dE12GINNqZ3siS4sePdAJK.html

Secondo il Dott. Denti, Massimo Bossetti “sarà scagionato. Il Dna è una prova, ma sfido qualsiasi genetista a dire che non è trasportabile; dunque dove sono gli elementi che dimostrano che lui ha ucciso Yara?”.

(…)

“Bossetti è nato per essere scagionato”, contro di lui ci sono “elementi discutibili” e poco importa se l’opinione pubblica sembra aver bisogno di un colpevole, “si dovrà ricredere, perché contro un sospettato servono prove” e con quello che la procura ha in mano “non credo si arriverà neanche a processo”.

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Naturalmente, non posso che concordare con quanto dichiarato dal Dott. Ezio Denti.

Traggo dal saggio “La prova scientifica nel processo penale” del Prof. Giovanni Barroccu:
“Scrisse Ludwig Wittgenstein che al di là di ogni ragionevole dubbio deve significare che la vanga del dubbio, che deve sempre armare il giudice, ha incontrato lo strato duro della roccia, rappresentato dalle prove, e si è piegata, risultando implausibile ogni spiegazione diversa della colpevolezza. E’ vero che la clausola ha in sé una contraddizione in termini, in quanto ritenere provato un fatto in presenza di un dubbio che appaia ragionevole risulta illogico; tuttavia il beyond a resonable doubt deve costituire un canone interpretativo secondo cui la colpevolezza deve sempre essere suffragata da un solido e coerente quadro probatorio (…)”

Nel caso in analisi, è mia precisa opinione che la soglia del ragionevole dubbio non possa essere superata.
Mancano definizioni precise del concetto di ragionevole dubbio, tuttavia è possibile tracciare qualche considerazione generale.
Scrive il Prof. Giovanni Canzio che “la regola di giudizio dell’oltre ogni ragionevole dubbio pretende (ben al di la della stereotipa affermazione del principio del libero convincimento del giudice) percorsi epistemologicamente corretti, argomentazioni motivate circa le opzioni valutative della prova, giustificazione razionale della decisione, standard conclusivi di alta probabilità logica in termini di certezza processuale, dovendosi riconoscere che il diritto alla prova come espressione del diritto di difesa estende il suo ambito fino a comprendere il diritto delle parti a una valutazione legale completa e razionale della prova.”

Ancora, secondo la definizione della Dott.ssa Maria Elena Catalano “il dubbio può dirsi ragionevole quando le prove acquisite nell’istruzione dibattimentale consentono una spiegazione alternativa dei fatti”.

Possiamo dunque affermare che si ritiene, in linea generale, che il ragionevole dubbio sia superato solo qualora non esistano (o non resistano), dinnanzi all’impianto accusatorio, alternative plausibili.
Rectius: c’è chi sottolinea, giustamente, che il ragionevole dubbio possa essere superato anche qualora vi siano alternative astrattamente plausibili in rerum natura, a patto che siano del tutto inverosimili nel caso concreto.

E’ chiaro che nel “nostro” caso il ragionevole dubbio non potrà essere superato: questo perché, per quanto riguarda la traccia biologica, non solo il trasporto è possibile in rerum natura, ma è reso plausibile proprio dalle circostanze concrete (lavoro svolto dall’agente implicante utilizzo di strumenti passibili di essere utilizzati da terzi come arma del delitto, epistassi, traccia unica ed esigua in cadavere rinvenuto dopo diversi mesi ed esposto ad intemperie e possibili contaminazioni del terreno).
Questo per quanto concerne la c.d. “prova scientifica”, che di fatto resta meramente indiziaria poiché isolata da altri elementi che concretamente la avvalorino.

Non ci sono elementi che avvalorino il DNA in quanto i vari altri presunti elementi (dalle docce solari alle altre amenità più grottesche fino a cose apparentemente meno ridicole) non costituiscono neppure indizi in quanto ad un’analisi attenta mancano del tutto dei caratteri di gravità, precisione e concordanza.
Ciò posto che:
-un indizio è grave quando è dotato di un grado di persuasività
elevato e quindi riesce a resistere ad eventuali obiezioni;
-un indizio è preciso quando non è suscettibile di diverse
interpretazioni;
-un indizio è concordante nel senso che vi devono essere
necessariamente più indizi che confluiscono tutti nella stessa
direzione.

Nel nostro caso non vi è nulla che resista ad eventuali obiezioni, e soprattutto non vi è nulla che non sia suscettibile di diversa interpretazione.

Mille elementi equivoci e passibili di plurime interpretazioni incollati fra loro non fanno una prova, e Massimo Bossetti non potrà essere condannato solo perché la sua condanna è stata decisa in diretta da teleimbonitori che ne hanno decretato la colpevolezza senza appello contravvenendo al proprio dovere di imparzialità e correttezza professionale.

Per concludere, inserisco questo link (http://www.crimeblog.it/post/8675/melania-rea-identificate-le-tracce-di-dna) apparentemente del tutto slegato ed estemporaneo, sul caso Melania Rea.
Lungi da me voler entrare, in questa sede, nel merito della questione, perché il risultato sarebbe estremamente dispersivo, ma forse non tutti ricordano che anche su Melania Rea furono trovate varie tracce di DNA, tra le quali una negli slip attribuita al bambino di una sua amica.
Ecco, con ciò vorrei sottolineare ancora una volta un fatto che, più o meno (in)direttamente ho rimarcato a più riprese: lo spettacolo di ricerca estenuante che non porta a nulla se non ad una serie di elementi equivoci è il risultato diretto di quello che personalmente considero un errore precedente.
L’errore in questione è stato quello di affidarsi alla cieca ad una traccia biologica dando per scontato che appartenesse all’assassino.
Un’inferenza, questa, assolutamente illogica, perché la cosa non stava scritta da nessuna parte.
L’errore è stato il fatto di essersi irrazionalmente innamorati di una tesi comoda.
La convinzione -spesso mediaticamente indotta e scientificamente risibile- che una traccia di DNA rinvenuta nel luogo del delitto o sul corpo della vittima debba necessariamente essere dell’assassino, deve essere contrastata anche al di là del caso specifico, perché trattasi di una convinzione fuorviante e pericolosa, e come disse Goya “il sonno della ragione genera mostri”.

Bisogna rendersi conto del fatto che si sta parlando, nel nostro caso, di una traccia unica.
Se la vittima fosse stata completamente imbrattata di sangue altrui, ovviamente, i dubbi sarebbero stati ben pochi, ma il “nostro” quadro è completamente diverso.

Se partendo da una traccia biologica repertata si fa un’indagine alla cieca e si arriva ad una persona, e se di questa persona si scarnifica la vita privata, anche familiare, fino all’inverosimile è ovvio che si possano trovare elementi con una doppia lettura.
Qualsiasi persona del luogo, ad esempio, sarebbe stata vista passare a Brembate (paese limitrofo), qualsiasi persona del luogo avrebbe agganciato celle telefoniche locali, qualsiasi persona del mondo ha dei piccoli “vizi” personali, delle piccole fisse, delle situazioni familiari che messi impietosamente sotto la lente d’ingrandimento in qualche modo possono più o meno forzatamente (e malamente) essere accostati al fatto.
Il punto è che, se come si suol dire il delitto perfetto non esiste, allora si dovrebbero trovare elementi chiari ed univoci, non continui presunti elementi che possono essere accostati al fatto in modo del tutto forzato e innaturale e che, al contrario, troverebbero spiegazioni ben più ovvie e confacenti.

Dunque, nel caso in questione, l’unica vera domanda da porsi è: perché questi elementi univoci non ci sono?

Io ho dato la mia risposta: perché l’innamoramento della tesi comoda (traccia di dna=assassino) nell’esasperazione di un’indagine difficile ha prodotto un mostro logico e giudiziario.

A questo punto, non posso che augurarmi che questo caso possa, anche a posteriori, insegnare qualcosa e servire da monito per il futuro, anche alla luce di una pressante esigenza di alfabetizzazione giuridica funzionale, che in questo caso si è dimostrata, ahimè, del tutto carente.

Alessandra Pilloni

Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (seconda parte).

Seconda parte e conclusione del dossier scritto a quattro mani con Laura.
Aggiungo un sentito ringraziamento anche a Rocco Cerchiara per le sue preziose osservazioni sulla pedofilia.

Dopo un’attesa di qualche giorno, mentre le trombe della grancassa hanno impunemente ripreso a suonare con gossip di sempre più infima lega e notizie prive di fondamento spacciate per verità assodate, è giunto il momento di rendere pubblica la seconda parte della nostra disamina.
Per chi si imbattesse nel blog solo ora, oltre che consigliare la lettura degli articoli precedenti, rimandiamo anzitutto alla prima parte del dossier Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).

Come già anticipato, questo dossier si propone di esaminare in maniera selettiva vari aspetti poco chiari e problematici della vicenda, talvolta già valutati anche in articoli precedenti, e di fare più approfondite ed ordinate considerazioni.

Chi ha letto la prima parte, sa che abbiamo individuato tredici punti, dei quali abbiamo già affrontato i primi otto.
Rimandando dunque alla prima parte per l’analisi dei primi otto, riportiamo ora, per ragioni di scorrevolezza, i punti dal nove al tredici, e ci accingiamo ad esaminarli nel presente scritto.

9) Impossibilità (o comunque incertezze sulla possibilità) di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire dalla traccia originale sugli abiti

10) Palesi incongruenze nelle testimonianze su “Ignoto1″

11) Accreditamento di soli elementi e testimonianze a sfavore, costanti fughe di notizie parziali tendenti a suggerire una lettura sfavorevole all’attuale indagato

12) Incongruenze nell’ordinanza del GIP circa la natura probatoria ovvero meramente indiziaria del DNA

13) Oscillazioni della giurisprudenza cassativa sul valore probatorio ovvero indiziario del DNA, assenza di pronunce a Sezioni Unite, contestazioni dottrinali e implicazioni processuali e fattuali della cosiddetta “fallacia dell’accusatore”

Per quanto riguarda il nono punto, relativo alla probabile impossibilità di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire non dal campione di Ignoto1 ora disponibile, ma dalla traccia originale sugli abiti, avevo già lanciato l’esca nella prima parte.
Chi ha letto (al link Sul test del DNA in ambito forense (da Forensic DNA Evidence: The Myth of Infallibility, di William C. Thompson)- Sintesi di Rocco Cerchiara) avrà certamente intuito che ci sono delle buone ragioni per ritenere che un simile accertamento possa essere importante, anche perché in caso di tracce miste le possibilità di errori nell’interpretazione dei dati, dovute a fenomeni quali l’allelic dropout sono tutt’altro che infrequenti.

Inoltre, nonostante la sindrome scientista che imperversa, diversi casi giudiziari degli ultimi anni hanno platealmente dimostrato come anche da dati apparentemente certi, le perizie di parte siano spesso riuscite a giungere a conclusioni opposte.

In queste pagine abbiamo spesso parlato del possibile trasporto del DNA.
Infatti, nonostante il nuovo slogan “il DNA non vola” faccia da padrone, quello che nessuno, compresi gli inquirenti ed i solerti salottieri che pure hanno fatto un gran parlare della vicenda, ha ritenuto di dover dire in maniera chiara all’opinione pubblica, è che il DNA non solo è facilmente trasportabile, ma oltre a non volare, per quanto mi è dato sapere e fatte salve innovative scoperte scientifiche degli ultimi tempi, non parla neppure e nulla dice di come sia arrivato lì.
Sulla facile trasportabilità del DNA inserisco a titolo esemplificativo un piccolo estratto dal testo “La prova del DNA per la ricerca della verità. Aspetti giuridici, biologici e probabilistici” (di U. RICCI, C. PREVIDERÈ, P. FATTORINI, F. CORRADI, Giuffrè Editore), nel quale si parla perfino di trasporto “doloso” del DNA, anche se è bene ovviamente sottolineare che il fenomeno può verificarsi anche in modo del tutto involontario.

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Tutto ciò- lo ribadisco perché repetita iuvant– ipotizzando che il signor Massimo Bossetti sia certamente Ignoto1, cosa che ad oggi, in assenza di una comparazione ripetuta in contraddittorio, mi permetto di ritenere, peraltro, ancora non del tutto certa, e che certa non sarà fino a ripetizione del prelievo del DNA di Bossetti in condizioni scientificamente e legalmente accettabili ed appropriate (presupposti non certamente integrati con un prelievo salivare a mezzo etilometro) e sua comparazione non con il vecchio campione già estratto di Ignoto1, ma con un nuovo campione di DNA prelevato ex novo dalla traccia originale sugli abiti, nella speranza che tali abiti siano stati conservati in condizioni accettabili e congrue.

La probabile impossibilità di ripetere un simile accertamento lascia l’amaro in bocca di fronte ad un elemento troppo certo per consentire diritto di replica ma troppo incerto per consentire il contraddittorio, che pure varrebbe a scongiurare il rischio di un eventuale errore nell’etichettatura o nel campionamento.

Risale in effetti a pochi anni fa il caso di un esame del DNA effettuato in Italia e spedito all’Interpol per l’identificazione di un colpevole di omicidio, che identificava senza alcun dubbio un pregiudicato inglese, residente a Londra.
L’unico problema si rivelò essere il fatto che tale pregiudicato inglese da Londra non si fosse mai mosso, mentre l’omicidio era avvenuto in Italia.
Molto probabilmente l’errore umano fu commesso nella scrittura di alcune sigle che causarono l’errata identificazione.

Inoltre, dal momento che come è noto la corrispondenza del DNA viene espressa in termini percentuali, non si potranno trascurare in una valutazione attenta neppure alcuni paradossi della statistica.
Nel saggio “La prova scientifica nel processo penale” di Luisella De Cataldo Neuburger viene offerto un esempio chiaro di fallacia dell’accusatore nell’interpretazione di dati probabilistici nella valutazione della prova del DNA.

Si parla in tale frangente della questione delle banche dati del DNA: sappiamo bene che in Italia non esistono, tuttavia, la questione di fondo risulta compatibile con il nostro caso, in quanto siamo di fronte ad un’indagine che seguendo direttrici “rovesciate” non è pervenuta ad un indagato sulla base di una pista ragionevole e congrua per poi addivenire ad una comparazione genetica, ma è arrivata ad un indagato altrimenti insospettabile sulla base di indagini a tappeto su migliaia di persone (e di chiacchiericcio paesano, ça va sans dire).
Di conseguenza, risultano tutt’altro che inadeguate le parole della Prof. De Cataldo Neuburger:

“A causa della fallacia delle probabilità a priori, giudici e accusatori, informati da un perito sulla scarsissima probabilità di corrispondenza nella popolazione, tendono a usare questo valore senza aggiustarlo in base alla probabilità a priori: in altre parole, se la probabilità di corrispondenza nella popolazione per un dato profilo è di 1 su 1.000.000, e Tizio corrisponde a quel profilo, ritengono che le chances di Tizio di non essere colpevole non siano molto più alte di 1 su 1.000.000.

Ciò è errato.
Infatti, quando il sospetto è identificato esclusivamente in base ad una ricerca in un database di profili DNA, le sue chances di colpevolezza a priori sono irrisorie.
Ad esempio, in un territorio con 10.000.000 di abitanti fisicamente in grado di perpetrare un certo crimine, la probabilità di colpevolezza a priori di ciascuno di loro, incluso il cittadino che corrisponde al profilo, è di 1 su 10.000.000.
In queste circostanze, la possibilità a posteriori di colpevolezza, lungi dall’essere la “quasi certezza”, è inferiore al 10%”

Ancora più eloquentemente si potrebbe citare quanto si legge in Statistics and the Evaluation of Evidence for Forensic Scientists, di C. AITKEN, F. TARONI, Wiley, 2004:

“Dichiarare un’identificazione è un’opinione a proposito dell’ipotesi sul fatto.
Questa (illogica) conclusione segue da un enunciato di probabilità che dice che la chance di osservare un’altra persona sulla Terra che abbia la stessa caratteristica è zero.
È un’opinione che le caratteristiche osservate siano sufficientemente uniche per eliminare tutti gli altri individui viventi.
Una volta affermato ciò, nessuna prova contraria (nemmeno un alibi) potrà minare la certezza dell’esperto.
Il passaggio da un enunciato di probabilità ad uno di certezza è un ‘atto di fede’ piuttosto che una conseguenza logica e una tale conclusione costituisce una scorretta comprensione dei rispettivi ruoli dello scienziato forense e del giudice nel processo inferenziale, e del ruolo stesso della statistica nella scienza forense.”

Qualora per qualcuno le citazioni di cui sopra risultassero di difficile comprensione a causa dei troppi tecnicismi, potremmo d’altronde fare un più ironico e non meno clamoroso esempio di paradosso statistico attraverso il celebre caso della statistica del pollo, così descritta a suo tempo da Trilussa:

“Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.”

Qualcuno potrebbe forse sollevare qualche obiezione rispetto all’adeguatezza in tal frangente dei versi di Trilussa.
Tuttavia, dal momento che le notizie degli ultimi giorni rivelano che, a quanto pare, c’è chi nell’estenuante ricerca di indizi (che è sempre più evidente che non esistono) a carico del signor Massimo Bossetti non esita a diffondere notizie prive di fondamento senza neanche curarsi di dar loro una parvenza di credibilità né a frugare nelle mutande dell’intera famiglia senza curarsi del doveroso riserbo della stampa, perdonerete anche noi per una piccola e veniale “caduta di stile”.

Tutto ciò, ovviamente, rimarcando per l’ennesima volta che l’esempio più calzante di fallacia dell’accusatore, anche al di là degli scherzi della statistica e dello scientismo esasperato (che nulla ha a che vedere con la scienza, che nel dubbio trova fondamento), è il voler ritenere che il materiale genetico trovato sulla scena del delitto appartenga necessariamente all’assassino:

“(…) Un errore ancor più pericoloso consiste nel confondere la probabilità di una corrispondenza casuale con la probabilità della colpevolezza o innocenza (confusione nota come ‘fallacia dell’accusatore’): questi due dati vanno tenuti ben distinti, non solo perché, nonostante un’elevata probabilità di corrispondenza casuale, l’imputato potrebbe non essere la fonte del materiale genetico, ma anche, e soprattutto, perché l’imputato potrebbe essere innocente, pur essendo la fonte del materiale genetico.
Insomma, anche se il DNA rinvenuto sulla scena del reato (o sul corpo della vittima) appartenesse all’imputato, ciò non implicherebbe che egli sia colpevole, potendo ben esserci altre spiegazioni di tale rinvenimento.
(Prof. Francesca Poggi, Tra il certo e l’impossibile.
La probabilità nel processo)

venghino

Se c’è un punto in tutta questa vicenda sul quale è giocoforza tornare in quasi tutti gli articoli è quello concernente la rosa di informazioni infondate e smentite senza tuttavia licenza di rettifica, ovvero di quelle informazioni discordanti ma cionondimeno assurte da dubbie pubblicazioni a prove, che, onestamente non sono degne nemmeno di essere definite indizi.
Sarebbe auspicabile che chi deve giudicare distinguesse le illazioni gratuite da ciò che potrebbe realmente pesare a carico del nostro indiziato.
Volendo partire dall’inizio, vi è la ritrovata memoria di alcuni vecchi amici del signor Giuseppe Guerinoni, i quali nonostante fossero passati quattro anni dall’omicidio durante i quali si sarebbe potuto fare avanti, hanno preferito aspettare la bellezza di 18000 prelievi salivari prima di puntare il dito contro la signora Ester portando gli inquirenti a ripetere un test che in passato aveva dato, parrebbe per un errore nella comparazione, esito negativo (che sentitamente dedichiamo a chi nega tout court la possibilità di errori umani) quanto al rapporto di maternità/filiazione con Ignoto1.

Abbiamo letto numerose versioni dei fatti da parte di questi testimoni e la stampa ha pensato bene di “tappare” i buchi temporali con la scusa dell’età avanzata che avrebbe confuso i loro ricordi.
Si è parlato di una ragazza inguaiata “all’inizio degli anni ’60” (nonostante Massimo Bossetti sia nato dieci anni dopo), di un bambino dato in adozione, di un bambino lasciato in un orfanotrofio da una barista nubile, di una relazione clandestina dalla quale nacquero i gemelli, di tresche sulla corriera dell’amore, di tappeti rossi alla finestra ad indicare non si sa bene quale misterioso messaggio.

Non appena saranno resi pubblici gli atti della Procura, sarà interessante verificare come siano andate effettivamente le cose relativamente alle testimonianze.
Per ora, ci limitiamo a sottolineare che se le indagini avvenieristiche sono davvero questo guazzabuglio di chiacchiericcio tra comari, c’è davvero poco di cui fare vanto.

pettegolezzo

Ci sono stati poi commercialisti, colleghi di lavoro, negozianti, grossisti, benzinai, baristi, giornalai, vicini di casa e proprietari di centri estetici come ci sono state insegnanti del centro sportivo e compagne di danza di Yara.
Ebbene, di tutte le corbellerie che hanno riempito le pagine dei giornali si è fatto attenzione a porre l’accento solo sui particolari che avrebbero deposto a favore dell’accusa.
Se non è parzialità questa, allora ci venga spiegato una volta per tutte come mai non hanno avuto spazio le persone che giurano di non aver mai visto il sig. Massimo nei dintorni del centro sportivo, una notizia davvero degna di nota laddove si suppone che l’assassino pedinasse la vittima e ne seguisse gli spostamenti.
Una notizia, questa, che è stata data in maniera rapida e con scarsa enfasi: probabilmente, un titolone a tema non avrebbe garantito una buona tiratura.

Si spera, quantomeno, che questa sorta di indagine parallela ad opera di giornalisti che personalmente radierei dall’albo, non abbia toccato davvero elementi su cui lavora anche la Procura, perché in questo caso non saremmo alla frutta, ma direttamente al dessert.
Da un paio di settimane mi sto avvelenando il sangue leggendo alcune riviste dai contenuti francamente avvilenti, per acquisire, con ben poco giovamento per le mie ulcere, il punto di vista di coloro i quali si “bevono” di tutto e mi ha colpito tantissimo la “testimonianza” di alcuni vicini di casa della famiglia Bossetti/Arzuffi.
Si è arrivati a sostenere che il piccolo Massimo, in tenera età, fu portato in ospedale addirittura in ambulanza: da questo trauma sarebbe scattata in lui la brama di uccidere che lo avrebbe tormentato fino all’omicidio di Yara.
Quale possa essere il nesso tra le due cose rimane un mistero: ci auguriamo che perlomeno per gli articolisti la cosa possa avere una logica.
Noi, nonostante i non pochi sforzi, non riusciamo proprio a trovarla.

Ma gli ultimi giorni ci hanno, ahimè, offerto su un piatto d’argento una nuova ondata di tracollo mediatico sulla quale è giunto il momento di spendere qualche nuova parolina.
Le news degli ultimi giorni, giunte, guarda caso, a ridosso della notizia che a breve la difesa di Massimo Bossetti presenterà un’istanza di scarcerazione, offrono un’occasione ulteriore per analizzare impietosamente la “macchina del fango” solertemente messa in moto.

Partiamo anzitutto dalla “notizia” data in pasto al pubblico pochi giorni or sono su due presunte relazioni extraconiugali della signora Marita Comi.
Volendo riassumere la vicenda con le parole di Vittorio Feltri (una delle poche voci ad essersi levate contro la barbarie), “stando a Giuliana Ubbiali, la cronista che ha rivelato quest’ultimo particolare piccante sui coniugi, due gentiluomini si sono presentati (spontaneamente? ne dubito) in Procura e hanno confidato agli inquirenti di avere avuto rapporti intimi con la signora Marita”, e dunque “gli investigatori hanno infilato negli atti processuali che due linguacciuti asseriscono di essersi divertiti, sessualmente parlando, con la consorte di Bossetti”.

Al di là della “fondatezza” (che possiamo, come al solito, intuire) della notizia, dal momento che, quand’anche i due “linguacciuti” di cui sopra avessero fatto tali dichiarazioni, la prima ipotesi sarebbe quella dei mitomani, giacché intuibilmente, in circostanze di questo tipo, non molti parlerebbero, se non altro perché avrebbero paura di essere coinvolti nell’indagine- paura comprensibile, tra l’altro, in un contesto in cui pare che anche il fatto di respirare possa essere un indizio, anche qualora la notizia fosse veritiera (cosa della quale, vista la totale assenza di prove, dubito fortemente) non si capisce in quali termini possa essere correlata all’omicidio.

Per capirne di più, è giocoforza riportare anche lo “scoop” odierno, trapelato a partire da Repubblica, con articolo a firma di Paolo Berizzi, lo stesso giornalista che non molti anni fa scrisse su un presunto traffico nel mondo della pedopornografia relativo ad “ecografie di feti” (sic!), secondo il quale dalle analisi dei pc di Massimo Bossetti sarebbe emersa la ricerca di materiale pedopornografico.
Riporto la notizia in modo volutamente evasivo, perché dall’indiscrezione, solertemente ripresa da tutti i restanti organi di stampa (e seguita da categorica smentita dell’Avv. Claudio Salvagni), non si capisce un bel nulla.

Bergamonews ci comunica anzitutto che “il pc di Massimo Bossetti non era nuovo, ma allestito assemblando parti già usate da altri e quindi le ricerche potrebbero essere state effettuate da precedenti proprietari”.

Di contro, come queste presunte ricerche siano (rectius, sarebbero, visto il tono globalmente farsesco della notizia) state effettuate è un bel mistero.
Anche una lettura veloce, mostra una serie di incongruenze interessanti tra le varie fonti: da qualche parte c’è scritto che cercava la parola “tredicenni” su google (il che vuol dire poco o nulla, avendo anche un figlio di 13 anni), da qualche altra parte che lo cercava in un sito pedopornografico.
Quest’ultima versione dei fatti è già di per sé dubbia perché i siti pedopornografici sono oscurati e per raggiungerli bisogna avere sofisticate conoscenze informatiche e software dedicati, che è lecito supporre sarebbero emersi ben prima della data odierna.
Detto ciò, mi pare che la soglia del ridicolo sia già stata abbondantemente superata da tempo e stia ora aggiornandosi alla versione 2.0, il tutto nel corso di una faticosa sessione di arrampicata sugli specchi.

Il discorso “pedofilia” è di per sé estremamente complesso, e la prima doverosa precisazione è che, in genere, un pedofilo cerca materiale relativo a soggetti impuberi.
Questa considerazione si aggiunge al fatto che appare non poco farsesco immaginare che un pedofilo cercasse proprio la parola “tredicenni” (guarda caso) e non “dodicenni” o “quattordicenni”.

La notizia come data da Bergamonews è comunque interessante per almeno un altro motivo, e nello specifico perché, secondo quanto riportato, la ricerca su Google della parola chiave “tredicenni” andrebbe ad aggiungersi “a quanto già noto e cioè che l’uomo, in carcere ormai da più di due mesi, aveva seguito siti pedo-pornografici”.

Come la cosa fosse già nota, non è dato sapere, dal momento che era noto l’esatto opposto.
A chi scrive risulta, infatti, che la cosa non fosse mai trapelata finora, come si può tranquillamente osservare da una miriade di articoli risalenti al 18 luglio (in cui si parlava di materiale hard non pedopornografico).

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Tra l’altro, il fatto che le analisi dei pc fossero cominciate a metà luglio la dice lunga sull’affidabilità di Repubblica che, in data odierna, parla di “primi accertamenti”.

Traggo invece da fonte Adnkronos che:

“Dal computer, secondo alcune fonti vicine all’indagine, sarebbe stata eseguita una “ricerca finalizzata alla visualizzazione di materiale pedopornografico, unendo la parola tredicenne e sesso, ad esempio”. Dagli accertamenti ancora in corso da parte del Ris emergerebbero dei collegamenti su siti pornografici, ma sul quel pc non sarebbero stati scaricati video o foto pedopornografici.”

Sorvolando sul fatto che la prima e la seconda frase sembrerebbero contraddirsi, se la ricerca delle parole “tredicenne” e “sesso” è avvenuta a partire da un motore di ricerca, le parole chiave utilizzate, in particolare “sesso”, ricordano decisamente una classica bambinata, quale potrebbe essere, ad esempio, una ricerca effettuata dal figlio tredicenne di Massimo Bossetti, che come tutti i suoi coetanei avrà le normali curiosità tipiche della preadolescenza.

Fatte queste doverose premesse sulla solita caterva di notizie equivoche, di fonte incerta, smentite, contraddittorie e possibilmente inutili, ciò che ci si chiede di fronte a quanto trapelato negli ultimi giorni è, ancora una volta, cosa dovrebbe (o vorrebbe) dimostrare.

Riportare notizie fumose e possibilmente non verificate circa la parola “tredicenne” cercata su un motore di ricerca in una famiglia in cui, guarda caso, c’è un tredicenne, è lo stesso meccanismo, invero piuttosto risibile, che porta a semplicistiche conclusioni del tipo ragazza uccisa = movente sessuale = agente non sessualmente soddisfatto nella propria vita coniugale = moglie che aveva relazioni extraconiugali.

Dopo aver sottolineato che una tendenza alla pedofilia non è necessariamente correlata ad azioni di tipo omicidiario e che non si diventa pedofili da un giorno all’altro perché la consorte ci tradisce, è bene rimarcare, come già accennato sopra, che reperire materiale pedopornografico non è facile come può sembrare, per il semplice fatto che produrlo è illegale, cosa che un adulto sa benissimo: cercare su Google “tredicenni” e “sesso” aspettando di trovare davvero materiale pedopornografico è come scendere in piazza e strillare: “scusate, qualcuno avrebbe della droga da vendermi?” aspettandosi che qualcuno si faccia avanti.

Da quel che è trapelato non risulta nessun accenno a comportamenti sociali e sessuali anomali nella storia di vita di Bossetti.
Niente che faccia pensare ad una certa attitudine alla molestia e allo stupro: già, perché anche per quel che riguarda lo stupro non ci si sveglia una mattina e si decide di stuprare qualcuno, né lo si fa se la propria moglie ha una relazione extraconiugale, né tantomeno una eventuale relazione extraconiugale della moglie funge da spinta verso pulsioni sessuali nei confronti di minori.

Tutto questo, posto che lo stesso omicidio in questione e la scena del crimine, a prescindere da chi ne sia l’autore, non hanno molti elementi per puntare dritti al movente sessuale.
Sarebbe infatti interessante se una volta per tutte ci spiegassero, se proprio vogliono il movente sessuale, come mai non siano stati riscontrati segni di violenza sessuale sulla vittima.
Non perché la cosa sfuggì di mano all’aggressore prima, evidentemente, giacché si colloca l’ora della morte alcune ore più tardi- la morte potrebbe essere sopraggiunta perfino nelle prime ore del mattino successivo, stando all’ordinanza.
Si tratta dunque di bella gatta da pelare per gli inquirenti, dal momento che ogniqualvolta “mettono una pezza” (si fa per dire) è evidente che aprono altri due buchi.

Quantificare il danno che queste dichiarazioni provenienti da “fonti vicine all’indagine”(che dall’indagine dovrebbero essere immediatamente allontanate vista la loro attitudine al parlar troppo in violazione del segreto), arrecano all’immagine del sig.Bossetti non è materialmente possibile.

Oltre alle cattiverie gratuite perpetrate ai danni di una famiglia per il solo gusto di infierire e sfogare frustrazioni personali, la gran parte della gente, dinnanzi a molte di queste “pseudonotizie” cade in un errore infimo di logica, il quale tende grosse trappole, sta dappertutto e spesso è difficile da individuare e neutralizzare.

Parlo della logica del post hoc propter hoc, errore comunissimo e radicato: trattasi di un sofisma che consiste nel prendere per causa quello che è un antecedente temporale, ovvero si pretende che se un avvenimento è seguito da un altro, allora il primo deve essere la causa del secondo.
Questo sofisma è un errore per adduzione particolarmente attraente perché la conseguenza temporale sembra inerire al rapporto causale.
L’errore è di concludere solamente in base all’ordine degli avvenimenti piuttosto che tener conto di altri fattori che possono escludere la relazione.
I luoghi comuni e le superstizioni sono il risultato di questo errore.
Il fatto che due avvenimenti si succedono non implica che il primo sia la causa del secondo.
Per fare un semplice esempio, la morte della giovane Yara non è conseguenza logica della frequentazione o del passaggio dell’indagato per Brembate poiché questa concomitanza di fatti non è legata da alcun nesso logico.

Potrei continuare all’infinito ad elencare bassezze, distorsioni della verità, testimonianze cucite tra loro come il costume di Arlecchino o tagliate, come quella del fratellino della vittima, per farle forzatamente quadrare.

Relativamente alla testimonianza del fratellino di Yara, riporto una precedente considerazione: dall’ordinanza emerge che viene preso per buono il racconto del fratello minore di Yara nel momento in cui, con una psicologa, afferma che la sorella aveva paura di un signore con una macchina grigia e “una barbettina” (stante il fatto che il signor Massimo Bossetti risulta avere una Volvo di colore grigio e il pizzetto, ammesso e non concesso che possa definirsi “barbettina”), ma viene liquidato sommariamente in quanto trattasi di “un teste di minore età la cui capacità di rappresentazione dei fatti non può essere equiparata a quello di un adulto” il fatto che l’uomo descritto dal fratellino di Yara fosse “cicciottello” (aggettivo che senza dubbio non corrisponde affatto alla fisionomia di Massimo Bossetti) e addirittura il fatto che il bambino, quando gli hanno mostrato una foto, non ha riconosciuto l’indagato nell’uomo che aveva precedentemente descritto e che sostiene che la sorella gli avesse mostrato in Chiesa.

A tal proposito, è bene anzitutto richiamare il fatto che le (possibili) false memorie, specie nei casi di minori, effettivamente esistono, ma non si configurano in questo modo e saremmo di fronte ad un caso privo di precedenti.
A partire dagli anni ’80, in particolare negli USA nell’ambito di inchieste su falsi abusi poi rivelatesi errate, vi sono stati innumerevoli casi di cosiddetta False recovered memory syndrome, nell’ambito dei quali, da parte di minori, e spesso a causa di procedure psicanalitiche in seguito rivelatesi scorrette e capziose, si assisteva al riconoscimento di persone in realtà mai viste.
Di contro, non mi risulta si sia mai verificato il caso opposto, ossia il mancato riconoscimento di persona effettivamente vista.

Ciò premesso, è comunque difficile sostenere che sia minore d’età anche il parroco della Chiesa in questione, che pure non ricorda di aver mai visto il signor Massimo Bossetti.

parroco

Si è poi passati da un’ex fidanzata con qualche sassolino nella scarpa alla più nuova “amante” ventilata dall’ultimo numero di Giallo, ovviamente senza uno straccio di prova.
Allo stato attuale vi sarebbero nuovi testimoni misteriosi, ovviamente anonimi fino alla punta dei capelli, pronti a giurare che il matrimonio “perfetto” dei coniugi Bossetti non era poi così “perfetto”.
Si presume che i coniugi avessero rispettivamente una relazione extra coniugale e che il sig. Massimo non dormisse più nella sua casa di Mapello.
Sarebbe stato interesse di entrambi però mantenere un’apparenza di normalità, finché, un giorno, la situazione sarebbe precipitata per un improvviso moto di gelosia di lui, che, non volendo stare più ai patti, avrebbe sfogato la sua rabbia su Yara, vittima quindi assolutamente casuale, se si vuole assumere per buono ciò che ci racconta il giornalista di turno.
Ecco perché la signora Marita sorride con la cognata all’uscita dal carcere!
Può una moglie distrutta dal dolore e convinta dell’innocenza del marito sorridere? Sicuramente no!
Sarà quindi, sotto sotto, felice di essersi liberata del marito per potersi dedicare all’altro uomo che ormai da circa un anno frequenta con assiduità?
E chi è la misteriosa bionda che frequenterebbe Bossetti?
Non ci sorprenderemmo se, da un giorno all’altro, perfino chi scrive su questo blog (la cui curatrice è peraltro attualmente bionda, non naturale per la gioia di Chi l’ha visto? che in una puntata dedicò ampio spazio alle sopracciglia presuntamente “ossigenate” del signor Bossetti, sintomo indefettibile di un morboso narcisismo) trovasse il proprio volto sulla copertina di qualche giornale da quattro soldi: pare infatti che, in certi ambienti, quando la coscienza bussa alla porta di casa, si finga di essere momentaneamente usciti.
Notizie nel migliore dei casi del tutto slegate dall’indagine e prive di qualsivoglia interesse pubblico e nel peggiore “false e tendenziose” riempiono le copertine e vengono abbondantemente ripetute dagli strilloni di turno, che quando Dio distribuiva la vergogna evidentemente erano distratti: ci auguriamo di nuovo che si tratti di mere invenzioni giornalistiche, e non di notizie in qualche modo provenienti dalla Procura, perché in quest’ultimo caso ci sarebbe davvero da preoccuparsi.
Sarebbe anzi auspicabile che la Procura prendesse le distanze da certe affermazioni inverificabili ed infondate, in quanto anche la faccenda delle continue “fughe di notizie”, per i più attenti, comincia a puzzare parecchio dal momento che nessuno conosce le fonti primarie, nessuno smentisce, nessuno prende le distanze e nessuno interviene per bloccare l’ambaradan di notizie ridicole, inverificate e possibilmente fasulle diffuse con maestria.

Vale anche la pena di ricordare ciò che ai più accorti non sarà certo sfuggito, ossia che in altre circostanze (contestualmente all’emergere di notizie che avrebbero potuto rivelarsi favorevoli per l’attuale indagato) la Procura intervenne in men che non si dica ventilando la possibilità di mitomani.

vendetta

Per par condicio, sarebbe probabilmente il caso di fare le stesse dichiarazioni anche quando la stampa ciancia di presunte relazioni extraconiugali, contribuendo all’impunito massacro di un’intera famiglia nella quale, lo ricordiamo, ci sono anche tre bambini, sicuramente innocenti.

Questo circo è diventato disgustoso e più passano i giorni più chi lo dirige si mette in ridicolo: questa storia, ogni giorno che passa, diventa infatti sempre più incredibile, inverosimile e decisamente poco edificante per tutti, e sembra suggerire in modo sempre più evidente che pur di blandire il pubblico consenso ci si stia affidando al peggior giornalismo.
Un vero peccato, perché in un’Italietta in cui nessuno ammette mai i propri errori, ammettere di aver preso un grosso granchio o perlomeno fare un doveroso passo indietro mostrando la sempre più dovuta e doverosa cautela potrebbe costituire un esempio edificante per tutti.

Volendo provare a vedere il bicchiere mezzo pieno, comunque, questa continua diffusione di presunte news a tema dinnanzi alle quali anche il fratello scemo di Mr Bean scoppierebbe in una fragorosa risata, al di là degli evidenti danni morali arrecati all’intera famiglia Bossetti, sta contribuendo probabilmente anche a rimpinguare le fila dei garantisti: è sufficiente fare un rapido confronto tra i commenti in calce agli articoli dei principali quotidiano per notare come giugno ad ora, il numero dei “dubbiosi”, o meglio ancora dei lettori che senza troppi peli sulla lingua commentano la marea montante di gossip in termini critici quando non decisamente dileggianti, è cresciuto a dismisura, tanto da farmi pensare che, in fondo, i più accaniti forcaioli mediatici si sono in qualche modo rivelati dei preziosi alleati per riabilitare la figura di Massimo Bossetti agli occhi di una parte, sia pure ancora minima, dell’opinione pubblica, cadendo vittime delle proprie stesse grottesche esagerazioni.

In ogni caso, indirizzare l’informazione e distorcere testimonianze è la peggior dimostrazione di inciviltà che potessimo dare e sarebbe davvero vergognoso se questa spazzatura arrivasse in un’aula di tribunale.
La stessa frase “la legge è amministrata nel nome del popolo”, visto il modo in cui è ridotta buona parte del popolo, ultimamente ha il potere, da sola, di farmi tremare le vene dei polsi.

Veniamo infine ai punti conclusivi della lunga disamina.
Il DNA costituisce prova o indizio?
La Cassazione ha parlato!
O, perlomeno, così ci dicono.

Per rendere meglio l’idea, riporto un calzante aneddoto citato, non a questo proposito ovviamente, dall’Avv. Mauro Mellini sulle pagine del sito Giustizia Giusta:

<<C’era una storiella che circolava tra i veterani napoleonici. Un soldato della Vecchia Guardia si avvicina ai commilitoni a bivacco, con aria trasognata e le lacrime agli occhi, mormora estasiato: “Mi ha parlato! L’Imperatore mi ha parlato!”. I commilitoni dapprima sghignazzano increduli, poi, mentre quello continua a dire beato “mi ha parlato! L’Imperatore…mi ha parlato!!!” gli domandano: “e che ti ha detto?” e lui: “Levati di lì imbecille!!”>>

La Cassazione, sul DNA, ha parlato… I media hanno parlato di ciò che la Cassazione ha detto sul DNA…. L’ordinanza ha parlato di ciò che la Cassazione ha detto sul DNA.

Morale della favola: è un vero peccato che la Cassazione (proprio come l’ordinanza) sul DNA abbia detto tutto e il contrario di tutto.

Anzitutto, per cominciare a far fronte alla schiera di più o meno involontarie mistificazioni mediatiche, è bene ricordare che l’Italia è un Paese di civil law.
In soldoni: le pronunce della Cassazione, per quanto possano costituire degli orientamenti importanti, non sono vincolanti, e lo sono ancora meno quando non si tratta (come in questo caso) di pronunce a Sezioni Unite.

Anche l’ordinanza sembra dire tutto e il contrario e il contrario di tutto: infatti prima dice che la Cassazione ha detto che il DNA di per sé ha valore di prova e non di mero indizio, in seguito si contraddice espressamente poiché individua (o meglio, dice d’individuare) a carico di Massimo Bossetti “indizi gravi e concordanti”.
Gravità e concordanza sono requisiti richiesti agli indizi e non alle prove: nel rimarcare la sussistenza di indizi gravi e concordanti, l’ordinanza smentisce se stessa, in quanto lascia intuire che il DNA nel caso di specie non possa essere assurto a prova, ma a mero indizio.

Sul fatto poi che gli indizi siano “gravi e concordanti”, non mi esprimo, perché ho già versato fiumi d’inchiostro (considerando che gli altri indizi sono tracce di calce nell’albero bronchiale in buona parte compatibili con il cantiere al quale puntarono inizialmente i cani molecolari e celle telefoniche agganciate da Bossetti da casa propria, nonché la testimonianza del fratellino di Yara su un uomo “cicciottello e con una barbettina”, di cui si salva la barbettina e si finge di non vedere il cicciottello).

Il punto è un altro: perché l’ordinanza si contraddice?

La verità è che gli orientamenti cassativi vacillano, e vacillano parecchio.

I media hanno strombazzato ai quattro venti che il DNA secondo la Cassazione è una prova, ma questo non è del tutto vero.

Una pronuncia del 2004 (Cass., Sez. I, 30 giugno 2004, n. 48349) aveva affermato che gli esiti dell’indagine genetica condotta sul DNA presentassero natura di prova, e non di mero elemento indiziario.

Questa pronuncia è stata ampiamente criticata dalla dottrina, perché apre le porte ad un arbitrio infinito dal sapore inquisitorio (nel senso storico del termine) in quanto, ovviamente, la prova del DNA sulla scena del crimine non può indicare nulla più che presenza, non colpevolezza.
Il tutto implica un pericoloso aggiramento dell’onere probatorio.

Tuttavia, la stessa Cassazione ha affermato che, “nel valutare i risultati di una perizia o di una consulenza tecnica, il Giudice deve verificare la validità scientifica dei criteri e dei metodi di indagine utilizzati, allorché essi si presentino come nuovi e sperimentali e perciò non sottoposti al vaglio di una pluralità di casi ed al confronto critico tra gli esperti del settore, sì da non potersi considerare ancora acquisiti al patrimonio della comunità scientifica” (Cass., Sez. II, 11 luglio 2012)

Nel 2013, la Cassazione si è contraddetta di novo, perché pur tornando alla pronuncia del 2004 sulla natura di prova e non di mero indizio del DNA ha fatto un correttivo, affermando che “peraltro, nei casi in cui l’indagine genetica non dia risultati assolutamente certi, ai suoi esiti può essere attribuita valenza indiziaria” (Cass., Sez. II, 5 febbraio 2013, n. 8434).

A questo punto, sarebbe interessante capire come potrà essere valutato il DNA nel caso in questione (ferme restando tutte le considerazioni di cui ai punti sei e nove del nostro dossier).

L’attuale vicenda ci ha regalato una serie di inversioni a U da parte di alcuni avvocati e criminologi (non tutti, per fortuna) che dopo una partenza cauta quando non espressamente garantista, forse nel timore di indossare vesti impopolari vista la tendenza mediatica globalmente colpevolista nel caso in questione, hanno ben pensato di balzare lestamente su un altro carro (il repentino cambiamento di opinione, mai motivato, avrà certamente giovato alla loro salute nonché, soprattutto, alla loro carriera).

In queste pagine abbiamo rimarcato a più riprese come la presenza del DNA non sia sufficiente, per una serie di ragioni tendente all’infinito, al superamento del ragionevole dubbio.

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La nostra critica non è, dunque, rivolta alla scienza, ma alla mistificazione che tende a trasformarla in senso dogmatico e largamente irrazionale.
Nella prima parte del dossier è stato fatto notare, non senza un briciolo di ironia, che la traccia di DNA non solo non è suffragata da alcun elemento, ma se si dovesse ipotizzare la colpevolezza di Massimo Bossetti si arriverebbe a dei corollari assurdi, ad un quadro che fa acqua da tutte le parti.
Per dirla con le parole precedentemente utilizzate, ipotizzando la colpevolezza di Bossetti si dovrebbe prendere per buona una serie di circostanze “inverosimili e incredibili” che se davvero si fossero verificate in concomitanza sarebbero molto più uniche e singolari della sequenza di DNA!

L’amara impressione è che questa sia una storia alla quale la verità è negata.
L’indagine si è persa prediligendo lo strumento forense agli strumenti tradizionali che avrebbero potuto offrire piste molto più attendibili.
Lungi dalla volontà di stigmatizzare le indagini forensi, è comunque chiaro che queste ultime non possono sostituire i metodi d’indagine standard.

Il test del DNA dovrebbe, teoricamente, essere lasciato per ultimo, per confermare o smentire una pista già vagliata e considerata attendibile e congrua.
Invece, complici le difficoltà del caso, si è perso il lume della ragione e si è preferito escludere tout court la logica e spendere tanto tempo e denaro in una roulette russa alla ricerca della fonte di un’unica ed esigua traccia genetica che nulla diceva sul come fosse finita lì.

Viepiù che poco razionale in astratto, questo modus operandi si è rivelato ancor più problematico nel caso concreto, che di per sé avrebbe potuto suggerire come la traccia in questione fosse finita lì incidentalmente.
L’ipotesi più banale, essendo stato trovato il corpo in un luogo in cui notoriamente si recano dei tossicodipendenti e si esercita la prostituzione, era che la traccia fosse riconducibile ad una persona che andava a prostitute ovvero ad un tossicomane.

Non mi sembra ovviamente il caso di Massimo Bossetti, ma questa è solo una considerazione astratta che mostra quella che, a parere di chi scrive, è stata una pecca che ha compromesso l’esito delle indagini.

Se servirsi dei tradizionali strumenti investigativi per circoscrivere il campo e giungere ad un sospettato per poi procedere ad una analisi forense è un procedimento logicamente ineccepibile, lo è meno giungere ad un “presunto colpevole” (orribile espressione giornalistica che non dovrebbe trovare spazio nel nostro diritto) sulla base di una mera traccia genetica e chiuderlo in carcere, in isolamento, mentre si cercano in maniera spasmodica indizi (che non arrivano) per far quadrare i conti (che non quadrano).

La presentazione e lo sviluppo dei dubbi più evidenti su  questa storia che sembra più un brutto film, di quelli che non hanno un finale e lasciano lo spettatore libero di scegliere quale preferisce, piuttosto che una vicenda giudiziaria mi portano ad un’unica e spiacevole conclusione: l’Etica sociale è morta!

“L’Etica sociale investe una vastissima area della morale e tende a fissare i principi …necessari alla costruzione di un’ordinata convivenza civile, per cui la religione, il diritto, la filosofia, la politica, le scienze, la tecnologia diventano oggetto della sua indagine scientifica, nella misura in cui ciascuna di queste aree del sapere e della vita umana incide sull’uomo nel dettarne i comportamenti nella sfera pubblica.”

Ci siamo imbarbariti come mai prima  nella Storia, poiché se nei periodi storici più bui la giustificazione alle barbarie commesse si può ricercare nel contesto storico, nell’analfabetizzazione e nella difficoltà, per non dire nell’assenza totale, di comunicazione, al giorno d’oggi non esiste giustificazione alcuna.
Ma al di là della grossa svolta epica che ha portato l’avvento della comunicazione globale, usata male nella maggior parte dei casi, siamo davvero cresciuti come umanità?
Io non lo credo e il riscontro lo trovo proprio in situazioni del genere.
Un fatto di sangue è stato trasformato in un vergognoso e grottesco reality.

reality

Mi sono sempre rifiutata di seguire i reality dal momento che li trovo insulsi, offensivi per l’intelligenza, mere manifestazioni di malcostume e ignoranza paurosa.
Sono felicissima di non ritrovarmi a dover discutere con la massa su chi sia stato il più acclamato della settimana o su cosa sia avvenuto in una cucina di famosi piuttosto che su un’isola del Pacifico.
Fiumi di telefonate per digitare un codice tramite il quale i poveri fessi da casa si illudono di poter gestire le sorti dei loro eroi, compagnie telefoniche che brindano alla Dea della stupidità convinte, a ragione, che la madre degli stolti sia da sempre una miniera d’oro, pianti, lettere d’amore, annunci di matrimoni e di divorzi, madri e padri che investono le loro aspettative sui loro figlioli concorrenti e futuri “attoruncoli”, il tutto in un’atmosfera da giostre e carrozzoni, zucchero filato e popcorn; questi sono gli Italiani e forse non solo loro.
A questo scempio può essere ridotto un caso tristissimo di cronaca nera, dove silenzio, compassione, umanità, riflessione, tutela dei diritti, bisogno di verità scompaiono lasciando il posto a espressioni volgari, offese, violenza mediatica, pensieri scoordinati, desiderio di vendetta e sete di sangue come in una corrida.
E proprio come in un reality, tra un cimitero di congiuntivi, un’insalatona di concetti vacui, un fritto misto di parolacce, si muovono i “pupazzi” manipolati dalla regia, che mi piace immaginare come un domatore nano con frusta e cilindro, e si scatenano gli spettatori creduloni  alla stessa stregua ignoranti e addomesticati.
E la regia che fa?
Semplice!
Cerca di comprendere la tendenza di pensiero per sfruttarla a proprio vantaggio, manipola gli spettatori affinché il gioco desti sempre più interesse per poi concludersi come è già stato stabilito a-priori.
Nel “nostro” reality mediatico-giudiziario Massimo Giuseppe Bossetti non piace agli italiani ai quali è stato artatamente presentato in modo che non piacesse.
Per tornare al nostro titolo, la condanna del nostro secolo avverrà tramite televoto?
Ho azzardato un calcolo veloce prendendo come termine di paragone il numero di persone che compone il nostro gruppo facebook.
Siamo poco più di cento persone mentre una delle tante pagine colme di insulti e con ben poca informazione conta oltre mille aderenze.
C’è da sperare che il campione numerico analizzato sia così basso da non essere rappresentativo: stando a questi dati, infatti, solo il 10% degli italiani è disposto a concedere al sig.Massimo Bossetti perlomeno il beneficio del dubbio, risparmiandogli una immediata e dolorosa esecuzione.

La cosa triste è che Massimo Bossetti non è finito in questa situazione grottesca sua sponte: a mandarlo in “nomination” è stata quella “regia” che dovrebbe all’opposto garantire quantomeno l’imparzialità tra i “concorrenti”, e che invece si è palesata uscendo dalle quinte per sussurrare agli Italiani contro chi votare.

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Chissà se il buon vecchio Mike urlerebbe ancora: “Allegria!”

Sul test del DNA in ambito forense (da Forensic DNA Evidence: The Myth of Infallibility, di William C. Thompson)- Sintesi di Rocco Cerchiara

In questo blog abbiamo parlato più volte degli aspetti legati al valore indiziario/probatorio del DNA nel processo penale.
Avendo personalmente una formazione giuridica, mi sono espressa a più riprese sulla spinosa tematica dei rapporti tra “prova scientifica” e ragionevole dubbio; invece, per quanto riguarda gli aspetti più prettamente tecnico-scientifici della questione, mi è stato giocoforza, ovviamente, citare studi o affermazioni di terzi (è il caso ad esempio delle parole della Dott.ssa Marina Baldi e del Dott. Vincenzo Nigro, citate in precedenti articoli).

A scopo divulgativo, sono felice di poter inserire oggi una interessante sintesi del saggio Forensic DNA Evidence: The Myth of Infallibility, di William C. Thompson (University of California, Irvine – Department of Criminology, Law and Society), che contiene diverse osservazioni interessanti anche al fine di valutare meglio il caso relativo al signor Massimo Bossetti e che ci sarà molto utile, in alcune sue parti, per affrontare meglio la seconda parte del dossier Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte), che vedrà la luce nei prossimi giorni.

La sintesi, a partire dal testo originale in Inglese, che inserisco in calce in formato pdf per gli interessati, è stata fatta da Rocco Cerchiara, iscritto al nostro gruppo facebook, che ringrazio tantissimo per l’impegno profuso ed il risultato.

Con l’auspicio che la divulgazione di questo materiale possa contribuire a sensibilizzare opinione pubblica e media sulla valenza non certo infallibile del DNA (che nel “nostro” caso, come abbiamo visto, ad oggi non sembra confortato da nessun altro elemento che appaia fondato né tantomeno univoco), auguro a tutti buona lettura,

Alessandra Pilloni

DNAsampleJail

La prova forense del DNA- Il mito dell’infallibilità (Prof. William C. Thompson)

Fin dall’inizio i promotori del test del DNA in ambito forense ne hanno dichiarato l’infallibilità, sostenendo che si tratta di test che producono il risultato esatto oppure nessun risultato.
Largamente acclamata come assoluta macchina della verità, pubblicizzata come test dalle infinitamente ridotte probabilità d’errore nelle aule di tribunale, la prova del DNA è stata usata sia per mandare in galera i colpevoli sia per scagionare persone innocenti cancellando ogni dubbio dalle teste dei giurati ormai convinti della sua assoluta autorità nel determinare chi ha fatto cosa.
Questa retorica dell’infallibilità ha giocato un ruolo chiave nel rendere accettabile per la gente la possibilità di banche dati nazionali del DNA: una persona innocente non ha nulla da temere nel farsi inserire nel database, il test del DNA è esatto.
Nel 2009 il Consiglio Nazionale della Ricerca ha rilasciato una relazione in cui afferma di aver trovato varie carenze nelle scienze forensi, gli analisti non si curano di limitare errori procedurali né di non farsi influenzare da pregiudizi…ma il rapporto tende ad escludere il test del DNA da queste critiche eleggendo anzi la genetica forense a scienza da prendere come esempio.
Certo il test del DNA è una prova molto forte, ma solo se ben eseguito nelle giuste condizioni, poiché a dispetto della sua fama, in realtà di errori ne vengono commessi parecchi e anche abbastanza spesso.
Uno dei tormentoni della retorica dell’infallibilità della prova del DNA in ambito forense è l’affermazione secondo la quale il test in sé non comporta possibilità di errore, se mai si verifica un errore si tratta di errore umano, ma la distinzione tra errore umano ed errore intrinseco del test è artificiale e fuorviante in quanto per commettere un errore l’umano deve necessariamente essere coinvolto nelle procedure per la conduzione del test e nell’interpretazione dei risultati.
Per coloro i quali hanno bisogno di stimare la validità della prova del DNA, giudici, giurati e addetti ai lavori, il problema non è tanto incolpare il test in sé o l’essere umano degli eventuali errori quanto stabilire quanto frequentemente gli errori si verificano e quali sono le misure necessarie a minimizzarli.
Il sopracitato report del Consiglio Nazionale della Ricerca è d’accordo col fatto che sia necessario determinare una media statistica degli errori nei test forensi e riconosce che tali errori possono manifestarsi in due modi: “I due campioni potrebbero effettivamente provenire da diversi individui il cui DNA sembra essere la stesso entro la capacità discriminatoria delle prove, o due diversi profili genetici potrebbero erroneamente essere considerati corrispondenti tra loro” e il report dichiara anche che “ entrambe le fonti errore devono essere esplorate e quantificate con lo scopo di giungere ad ottenere una statistica affidabile nell’ambito delle analisi del DNA ”.
Il report del CNR secondo l’autore tuttavia sbaglia nell’asserire che oggi disponiamo di sufficienti prove per accertare la probabilità di falsi positivi e sempre secondo il report uno dei motivi per cui la genetica forense è più affidabile di altre discipline è il fatto che “ le probabilità di falsi positivi sono state esplorate e quantificate in qualche contesto (seppur solo approssimativamente), ma il report non cita alcun dato al riguardo.

  • Tipi di erroreContaminazione dei  campioni biologici raccolti sulla scena del crimine :
    Non è infrequente la contaminazione dei campioni di DNA con materiale genetico proveniente da altri campioni o materiale cellulare del tutto estraneo proveniente, ad esempio, da addetti ai lavori che maneggiano i campioni con scarsa attenzione.
    La contaminazione dei campioni di DNA non di rado porta conseguenze disastrose non ultima la corrispondenza tra due campioni provenienti da persone diverse con conseguente accusa e condanna di innocenti.

    Il Fantasma di Heilbronn:
    La polizia tedesca impiegò innumerevoli ore ed ingenti fondi per dare la caccia e catturare la misteriosa donna il cui DNA era stato ritrovato su innumerevoli reperti sulle scene dei più svariati crimini, dalla rapina all’omicidio.
    Vennero anche offerti 300.000 euro di ricompensa a chi avesse fornito informazioni utili alla cattura di questa terribile minaccia alla società: come poteva viaggiare così rapidamente da un punto all’altro del paese e commettere ogni sorta di crimine senza mai essere presa?
    Semplicemente venne fuori dopo test approfonditi che il DNA proveniente da così tante scene del crimine apparteneva ad un’impiegata della fabbrica che produceva i tamponi di cotone con cui i campioni di materiale biologico venivano raccolti.
    Questo è un caso tra i più eclatanti, ma la contaminazione dei campioni è uno degli errori più frequenti nei laboratori in quanto può essere causato da chiunque maneggi il campione, dal tecnico che raccoglie materiale biologico sulla scena del crimine al tecnico che effettua il test in laboratorio.

    Errori nell’etichettare i campioni :
    Troviamo del DNA sulla scena del crimine, lo raccogliamo e lo cataloghiamo come appartenente ad Unsub1, abbiamo due possibili sospetti, il signor Rossi e il signor Marchi: chi dei due è il colpevole?
    Beh, semplice: facciamo un test e compariamo i loro DNA con quello  di Unsub1.
    Il test ci dice che Unsub1 e il signor Rossi sono la stessa persona, in quanto i due campioni di DNA coincidono con una probabilità di errore pari allo 0.
    Ma dalle indagini effettuate risulta che il signor Rossi nel momento in cui stava avvenendo il crimine si trovava con la famiglia al mare, e la famiglia lo conferma.
    Ha pagato lo stabilimento balneare con la carta di credito, il personale conferma la sua presenza così come anche quello dell’albergo… Lo hanno visto tutti il signor Rossi alla località balneare, ci ha passato una settimana intera. Allora come ha fatto a lasciare il DNA sulla scena di un crimine avvenuto a 300 km di distanza?
    Probabilmente c’è stato un errore nel catalogare i campioni e le etichette Marchi e Rossi sono state scambiate.
    In un caso come questo basta ripetere il test.
    Ma cosa succede se i campioni raccolti e catalogati durante una particolare indagine sono migliaia, perché si è deciso di comparare il DNA di Unsub1 con quello dei 20.000 abitanti di una certa zona?
    E cosa succede se un errore di catalogazione dei campioni viene commesso durante la compilazione di un archivio generale del DNA?
    Che succede se scambiamo il DNA trovato sulla scena di un omicidio con quello trovato sulla scena di una rapina mentre stiamo compilando il database?

    The Night Stalker:
    Londra, uno stupratore seriale ha commesso oltre 140 aggressioni sessuali lasciandosi dietro una lunga scia di materiale biologico; per fortuna, esiste il mezzo per inchiodare il colpevole tra i tanti sospetti ed indagati.
    Tra questi ci sono due omonimi, uno venne escluso, l’altro finì dietro le sbarre.
    Ci vollero mesi e mesi di ulteriori stupri e aggressioni sessuali  perché la polizia si rendesse conto che probabilmente c’era stato un errore e che The Night  Stalker era ancora a piede libero.
    Come nel caso dell’esempio dei signori Rossi e Marchi c’era stato un errore nella catalogazione dei campioni, facilitato dall’ omonimia dei due sospettati, ed era stato arrestato e condannato l’uomo sbagliato… Nonostante avesse un solido alibi.

    Errata “interpretazione” del profilo genetico:
    Sacramento, California, abbiamo un caso di stupro, ed abbiamo un campione di DNA estratto da materiale biologico raccolto dal seno della vittima.
    Da questo DNA il tecnico di laboratorio “sviluppa” un profilo genetico che viene confrontato con quelli raccolti e catalogati nel database della California e risulta corrispondente a quello di un uomo che vive proprio nell’area di Sacramento.
    Parte quindi un’investigazione più approfondita nei confronti di quest’uomo ma l’operazione anziché certezze solleva solo grossi dubbi, dunque un supervisore del laboratorio torna a studiare i report del test effettuato e scopre che il tecnico interpretando il profilo derivato dal campione aveva deciso che il campione conteneva una mistura di DNA provenienti da un maschio e da una femmina, mentre in realtà proveniva da due maschi.
    Quando un campione presenta DNA misti provenienti da diversi individui è difficile sia stabilirne il numero sia identificare i profili specifici, quando poi il materiale a disposizione è poco o degradato la possibilità di commettere degli errori d’interpretazione è altissima.
    In queste circostanze molto facilmente si verifica quello che gli americani chiamano “allelic dropout” che consiste nel non riuscire ad identificare tutti gli alleli dei contributori, cioè delle due o più persone i cui DNA sono mescolati nel campione e altrettanto frequentemente può verificarsi  l’ “allelic dropin” cioè si può essere ingannati dal ritrovamento di alleli incompleti o falsi alleli.
    Determinare quali alleli assegnare a quale contributore specialmente quando non si sa né quali alleli sono validi e quanti sono andati persi né quanti sono i possibili contributori rende molto difficile approdare ad una precisa identificazione dei medesimi in quanto il tipo di dati ottenibili e il numero di incertezze rendono l’esame un po’ troppo soggettivo e dipendente dalle capacità interpretative del tecnico piuttosto che da criteri solidamente oggettivi.

    Uno studio del 2011 ha messo alla luce l’alto grado di soggettività nell’interpretazione di campioni DNA misti e nella conseguente potenziale possibilità di false incriminazioni e condanne di innocenti :
    Itel Grior e Greg  Hampikian  chiesero a 17 analisti qualificati provenienti da altrettanti laboratori accreditati di valutare indipendentemente le prove basate sul DNA utilizzate per provare che un Georgiano aveva partecipato ad uno stupro di gruppo.
    Agli analisti vennero consegnati il profilo genetico del Georgiano ed i risultati dei test effettuati sul DNA prelevato dalla vittima dello stupro e non venne detto loro nient’altro su altri aspetti del caso eccetto le informazioni scientifiche utili all’interpretazione dei risultati del test e venne chiesto loro di giudicare unicamente con dati scientifici se il Georgiano dovesse essere incluso o escluso come possibile contributore del campione di DNA misto.

    Dodici analisti dissero che doveva essere escluso.
    Quattro giudicarono le prove non decisive e solo uno si trovò d’accordo con l’interpretazione che aveva causato l’incarcerazione del Georgiano e cioè che dovesse essere incluso tra i contributori.

    E’ interessante notare come differenti analisti giungano a conclusioni contrastanti pur utilizzando dati identici.
    Non era improbabile che gli analisti che avevano  testimoniato contro il Georgiano al processo fossero stati influenzati da materiale investigativo che già suggeriva la colpevolezza dell’imputato.

    Come identificare gli errori:

    Non sempre è facile provare che durante i test del DNA è stato commesso un errore, l’autorità e l’inconfutabilità attribuita alle prove basate sul DNA sono tali da far sorgere dei dubbi solo quando molte altre prove in qualche modo tendono a contraddirle.

    Timothy Durham venne accusato dello stupro di una bambina ad Oklahoma City.
    Durham al processo produsse 11 testimoni, inclusi i suoi genitori, che asserirono all’unanimità che mentre lo stupro avveniva, lui si trovava a Dallas, cosa confermata anche dalle ricevute delle carte di credito.
    Ma l’accusa aveva dalla sua l’identificazione da parte della vittima e prove basate sul DNA, quindi Durham venne condannato.
    Ma Durham ebbe fortuna: una parte del DNA prelevato dal seme ritrovato sulla vittima era ancora disponibile e la famiglia di Durham poteva permettersi le spese per rifare il test e così non solo lui venne escluso come fonte del DNA trovato sulla vittima ma venne dimostrato che il precedente test era sbagliato.
    Durham è uno dei tre uomini inizialmente incarcerati sulla prova del DNA e successivamente scarcerati perché i test effettuati inizialmente erano sbagliati.
    Gli altri due sono Josiah Sutton, incriminato a causa di un errore d’interpretazione del profilo genetico e Gilbert Alejandro incarcerato sulla base di un test volutamente falsato dall’analista.

    Non basta però rifare il test.
    Spesso gli errori originati da contaminazione dei campioni, cattiva catalogazione e coincidenze nella corrispondenza non vengono rilevati poiché il nuovo test semplicemente replica l’erroneo risultato del primo.
    In molti casi il primo test esaurisce il materiale genetico a disposizione e non rimane niente su cui rifare un nuovo test inoltre spesso chi è incriminato da prove del DNA difficilmente ottiene la possibilità di effettuare un altro test anche quando il materiale è disponibile.

    Altre volte gli errori vengono alla luce in seguito all’ammissione da parte del laboratorio che ha eseguito il test sbagliando:

    A Philadelphia nel 2000 tale Joseph McNeil venne accusato di stupro e sottoposto a custodia cautelare.
    Il suo profilo genetico corrispondeva a quello trovato in ben tre campioni prelevati dalla vittima: un tampone vaginale, un tampone della cervice uterina e una macchia di liquido seminale sulla biancheria della vittima.
    McNeil fu inflessibile nel dichiararsi innocente e rifiutò un conveniente patteggiamento.
    Il suo stesso avvocato trovava inconcepibile che un test del DNA eseguito su tre diversi campioni potesse rivelarsi sbagliato ma quando esperti indipendenti notarono delle strane discrepanze nei report, l’avvocato chiese e  ottenne l’accesso al materiale genetico perché si effettuasse un nuovo test ad opera di esperti di parte.
    Ne risultò che chi aveva effettuato il primo test aveva erroneamente scambiato i due campioni di riferimento, di McNeil e della vittima, e quindi il profilo genetico trovato in tutti e tre i campioni non era quello di McNeil ma quello della vittima stessa.

    Un terzo metodo per scoprire gli errori sono i test di competenza (proficiency  test).
    Nei laboratori accreditati gli analisti devono fare due test di competenza l’anno che generalmente consistono nella comparazione di campioni di DNA provenienti da fonti note.
    In genere gli analisti sanno di essere sottoposti a test ma non viene loro svelato il risultato esatto finché non hanno tratto le proprie conclusioni.
    Al solito  gli errori sorgono in seguito a contaminazione incrociata o erronea etichettatura dei campioni e talvolta per errata interpretazione di materiale genetico degradato in scarse quantità ma molti laboratori trattano i risultati dei test di competenza come riservati.
    Probabilmente le migliori fonti per ottenere dati inerenti gli errori nei test di competenza sono i report sulle contaminazioni stesse e quelli sulle azioni correttive, i quali vengono conservati da alcuni laboratori.
    Le linee guida fornite dalla FBI DNA Advisory Board raccomandano ai laboratori forensi di eseguire azioni correttive ogni volta che vengono riscontrati errori durante i test di competenza  o nei casi di studio e mantenere tutta la documentazione sulle azioni correttive.
    Molti laboratori ignorano queste linee guida  ma alcuni tengono accurate registrazioni nelle quali si descrivono dettagliatamente situazioni in cui i campioni vengono per esempio mescolati o parte del materiale genetico di un campione finisce su un altro causando falsi positivi.
    Seppur trattati normalmente come confidenziali questi dati possono essere rilasciati in seguito a specifici ordini del tribunale se utili in qualche caso specifico.
    Analizzando i suddetti report si può notare una non indifferente frequenza di errori dovuti alla contaminazione dei campioni con DNA estraneo, spesso di chi li maneggia o proveniente da altri campioni.
    Nel 2008 il Los Angeles Times ha ottenuto documenti sulle azioni correttive da vari laboratori della California trovando molti casi di errori dovuti alle suddette cause.
    Ad esempio tra il 2003 e il 2007 il Laboratorio della Procura Distrettuale della Contea di Santa Clara (California) trovò 14 casi in cui i campioni erano contaminati dal DNA di membri dello staff, 2 in cui erano contaminati dal DNA di sconosciuti e ben 6 in cui il DNA di campioni relativi ad un caso contaminava campioni relativi ad altri casi, tre reports rivelavano scambi di campioni, uno in cui gli analisti riportavano il risultato sbagliato e tre errori nel calcolare le statistiche da riportare in aula per descrivere ai giurati la rarità di un profilo genetico.
    Ma come già detto molti laboratori mantengono riservatezza sui reports relativi agli errori commessi e relative azioni correttive e molti di più ignorano le linee guida non documentando affatto, forse per poter mantenere intorno ai test forensi del DNA una certa aura d’infallibilità.

    Un episodio avvenuto a San Francisco nel 2010 supporta questa interpretazione :
    Un anonimo inviò al San Francisco Public Defender’s Office e alla American Society of Crime Laboratory Director’s Accreditation Board (ASCLD-LAB).
    L’autore della lettera supponeva che i managers del laboratorio di San Francisco avessero volutamente coperto un errore di scambio di campioni costituenti prove in un caso di omicidio.
    In seguito ad un’inchiesta avviata dalla ASCLD-LAB i manager negarono che tale errore fosse mai avvenuto ma un’ispezione rivelò che l’errore c’era stato e che i report erano stati falsificati per coprirlo.
    Simili incidenti sono stati riscontrati in svariati laboratori negli USA.

  • Gravi negligenze, cattiva condotta scientifica e frode

    Dalla metà degli anni 90 c’è un continuo flusso di notizie riguardanti negligenze, cattiva condotta scientifica e frodi nei laboratori forensi americani, e molti eventi coinvolgono il test del DNA.
    Uno dei più frequenti esempi di cattiva condotta è la tendenza a modificare i dati scientifici per  renderli più coerenti con quello che l’analista ritiene essere vero.
    Per esempio l’analista può omettere discrepanze minori (o che lui ritiene tali) tra due profili, problemi con le verifiche o altre incongruenze tra i risultati con la scusa di voler evitare di confondere avvocati e giurati con informazioni superflue e di scarsa importanza; il problema è che l’idea dell’analista su ciò che è vero (e quindi ciò che è rilevante) è spesso basata su informazioni investigative fornitegli da ufficiali di polizia e pubblici ministeri.
    Il fatto che spesso gli analisti siano ampiamente informati su fatti relativi al caso e al sospetto contribuisce a creare pregiudizio nell’analista stesso e di conseguenza influenzare la sua capacità d’interpretazione dei risultati del test, specialmente quando questi sono già  poco chiari a causa di campioni di DNA misti o con scarso materiale genetico o degradati, il pregiudizio interpretativo può del resto operare al di fuori della diretta volontà dell’analista :
    “questo tizio è accusato di stupro e la borsa della vittima è stata trovata nel suo appartamento è abbastanza ovvio quale sarà il risultato del test del DNA”.
    Molti analisti credono che a volte sia necessario forzare i risultati nella direzione desiderata poiché pensano che serva ad aiutare la polizia e togliere dalle strade “il tizio giusto” o spesso tendono a farlo per coprire i propri errori dovuti alla contaminazione dei campioni che come si è già detto sono abbastanza frequenti.
    Molti analisti sono stati licenziati in quanto sorpresi a falsificare documenti di laboratorio per coprire la propria negligenza nell’effettuare i necessari controlli di sicurezza e in particolare la presenza di falsi positivi dovuti alla contaminazione  e a nessuno piace l’imbarazzo professionale recato da report che documentano una frequente presenza di errori nel proprio operato e che mettono in pericolo la propria reputazione in fatto di competenza .
  • Corrispondenze casuali

    Gli impressionanti numeri che accompagnano in aula le prove basate sul DNA contribuiscono a sostenerne la fama d’infallibilità e il potere persuasivo.
    La cosiddetta Random Match Probabilities  (Probabilità di Corrispondenza Casuale) è il numero che rappresenta la frequenza di un particolare profilo genetico in una popolazione di riferimento.
    L’esperto di statistica Bruce Weir ha stimato che la probabilità che due estranei abbiano lo stesso profilo genetico è tra 1 in 200 trilioni e 1 in 2 quadrilioni secondo il livello di struttura genetica della popolazione.
    Numeri così enormemente piccoli rendono facile pensare che non valga neanche la pena di considerare le possibilità di errore… Ma per svariate ragioni è un’idea errata:Primo –  la RMPs  descrive solo la probabilità che due estranei a caso abbiano quel particolare profilo genetico  cioè una corrispondenza casuale, una coincidenza genetica… che è solo una delle possibili cause d’errore, ma non ha niente a che vedere con la probabilità che il profilo di cui si cerca la fonte corrisponda con quello della persona sbagliata per tutta la serie di motivi finora descritti (contaminazione, errata catalogazione, errata interpretazione, risultati volutamente falsati); in altre parole in nessun modo è garanzia che un certo tipo di errori non siano stati commessi.

    Secondo – probabilità così basse come quelle calcolate da Weir sono applicabili con un certo grado di sicurezza a situazioni ideali in cui il laboratorio trova una corrispondenza tra due profili genetici completi provenienti da due singole fonti di DNA.
    Ma abbiamo visto che sulla scena del crimine è molto più frequente trovare campioni contenenti materiale genetico incompleto  o degradato e profili DNA parziali che contengono pochi alleli (marcatori genetici) o misture di DNA provenienti da diverse fonti che non profili completi, chiari e nettamente definiti e spesso un profilo misto può arrivare a coincidere con quello della persona sbagliata (come abbiamo visto prima a proposito degli errori dovuti all’interpretazione soprattutto del materiale genetico misto).
    I laboratori per decifrare e definire un profilo DNA utilizzano una procedura nota in USA come Analisi STR (short tandem repeats) o analisi dei microsatelliti la cui descrizione è facilmente reperibile su wikipedia:

    Si definiscono microsatelliti (o short tandem repeats o STR, anche conosciuti come simple sequence repeats o SSR) sequenze ripetute di DNA non codificante costituiti da unità di ripetizione molto corte (1-5 bp) disposte secondo una ripetizione in tandem, utilizzabili come marcatori molecolari di loci. La loro presenza nel genoma umano non influisce per più del 3%, ma si pensa che comunque essi svolgano una funzione essenziale per la struttura dei cromosomi.
    I microsatelliti presentano un alto livello di polimorfismo e sono marcatori informativi negli studi di genetica di popolazione comprendenti approfondimenti dal livello individuale a quello di specie strettamente affini. Infatti, grazie allo studio dei microsatelliti, è possibile creare un profilo del DNA ( DNA profiling o impronta genetica ) grazie al quale individuare un individuo. Il confronto genetico potrà essere effettuato confrontando la diversa lunghezza dei microsatelliti presenti in individui differenti. Tali differenze caratterizzano il polimorfismo di ripetizione.Essi sono inoltre utilizzati come marcatori molecolari negli studi sulla duplicazione dei geni o sulla loro eliminazione e sulla selezione assistita da marcatori.

 

Analisi di microsatelliti
Negli USA esiste un database criminalistico del DNA, chiamato CODIS (COmbined Dna Indexing System), che prevede l’analisi di 13 STR presenti su 11 dei 23 cromosomi. I loci STR utilizzati nel CODIS, 13 su 11 cromosomi, sono:

STR        Cromosoma      Numero di ripetizioni

TAGA    5             da 5 a 16 volte

TCAT     11           da 3 a 14 volte

GAAT    2             da 4 a 16 volte

CTTT      4             da 12 a 51 volte

TCTG/TCTA        12           da 10 a 25 volte

TCTG/TCTA        3             da 8 a 21 volte

TCTG/TCTA        8             da 7 a 20 volte

TCTG/TCTA        21           da 12 a 41 volte

AGAT    5             da 7 a 18 volte

GATA    7             da 5 a 16 volte

TACT     13           da 13 a 16 volte

GATA    18           da 5 a 16 volte

AGAA   18           da 7 a 39 volte

 

Un altro marcatore, la amelogenina (AMEL) identifica il sesso dell’individuo, in quanto il gene è fiancheggiato da sequenze leggermente diverse sugli eterocromosomi X e Y, e determinandole, si può quindi risalire al sesso. Tutte le varie STR sono precedute e seguite da sequenze specifiche per ogni STR e identiche nei vari individui, tranne eventuali, rare mutazioni. Ibridando tali sequenze con primer, appositamente progettati per non interferire tra loro e per far risaltare le diversità di lunghezza delle varie STR, si sottopone a PCR. Ottenuta così una quantità di STR adeguata, l’elettroforesi capillare darà una serie di bande corrispondenti alle diverse lunghezze degli STR stessi. Confrontando tali bande nel DNA di un sospettato con quelle nel DNA reperito nella scena del crimine, si può arrivare ad una attribuzione o esclusione di responsabilità. Si noti che i cromosomi omologhi materno e paterno possono essere omozigoti o eterozigoti per la sequenza di STR: nel 1º caso avremo una sola banda per il marcatore, nel 2° invece due sfalsate, (e magari un po’meno marcate) in quanto diverso è il numero delle rispettive ripetizioni nell’omologo paterno e in quello materno.

La tabella 15.1 mostra il profilo A, un profilo completo su 13 loci, a confrontato con i profili B e C  che sono incompleti come spesso succede ai profili trovati sulle scene del crimine, a causa di degrado, poco materiale, mistura o presenza di contaminazioni fattori che rendono impossibile determinare il genotipo in ogni locus.
Poiché i profili parziali contengono meno alleli di quelli completi  essi sono più propensi a corrispondere a qualcuno per caso.
Le probabilità che un americano bianco scelto a caso abbia un profilo genetico corrispondente a quelli nella tabella sono di 1 su 250 miliardi per il profilo A, 1 su 2,2 milioni per il profilo B e 1 su 16000 per il profilo C.
Poiché i profili D ed E contengono più di due alleli per ogni locus si tratta di profili genetici misti provenienti da almeno due persone.
Il profilo A coincide con il profilo D, il che significa che il donatore del profilo A potrebbe essere uno dei contributori del profilo misto D… Ma lo stesso potrebbe valere per moltissimi altri profili.

Per esempio se osserviamo il locus D3S1358 l’eventuale contributore della mistura potrebbe avere uno qualsiasi di questi genotipi : 15,16; 15,17; 16,17; 15,15; 16,16; 17,17.

Quindi, visto che così tanti profili potrebbero coincidere con un profilo misto, la probabilità che un non contributore possa essere incluso come contributore e quindi come sospetto è enormemente più alta che in una situazione ideale di confronto tra profili completi provenienti da fonti ben distinte.
Inoltre quando profili incompleti come B e C sono anche profili misti la RMP può essere abbastanza alta da includere migliaia se non milioni di possibili sospetti.

Terzo: altra cosa da notare in relazione alle RMP basse come quelle calcolate da Weir è il fatto che si tratta di probabilità di corrispondenza tra profili di estranei che non hanno alcuna relazione di parentela col donatore del profilo preso in esame.
Ma in condizioni non ideali come quelle che si presentano in ambito forense il pool di possibili sospetti può tranquillamente contenere anche individui in vario grado imparentati tra loro.
In casi del genere la probabilità di corrispondenza casuale tra due profili può essere ben più alta di quelle suggerite dalle RMP.
Prendiamo di nuovo come esempio il profilo A nella precedente tabella: anche se questo profilo ha una probabilità di corrispondere con quello di una persona a caso che non sia parente del donatore di 1 su 250 miliardi, la probabilità di trovare questo profilo in un parente del donatore è assolutamente molto più alta:
Cugini: 1 su 14 miliardi, Zio, nipoti, zia:  1 su 1,4 miliardi, Genitore o figlio: 1 su 38 milioni, Fratelli : 1 su 81.000.
Possiamo quindi immaginare che in caso di profili misti o incompleti considerando gli eventuali gradi di parentela col donatore le RMP possono essere enormemente più alte.

Quarto – Il rischio di corrispondenza casuale di due profili è ancora più alto nel caso in cui il profilo corrispondente a quello del donatore venga cercato in un database nazionale contenente milioni di altri profili, senza contare che potrebbe corrispondere al profilo, contenuto nel suddetto database, di qualcuno che è già stato schedato per altri crimini.
Supponiamo di avere un profilo ottenuto da DNA parziale ritrovato su una scena del crimine e che nella popolazione generale questo profilo abbia una frequenza di 1 su 10 milioni, la probabilità che esso corrisponda a quello di un estraneo innocente  è di appunto 1 su 10 milioni.
Se coincide con il profilo di una persona già sospettata o incriminata in passato per altri crimini viene quasi spontaneo pensare che la corrispondenza non sia casuale.
Nelle ricerche in grandi database come quello del FBI (NDIS – National DNA Index System) che contiene più di 8 milioni di profili ci sono letteralmente milioni di possibilità di trovare una corrispondenza casuale, anche se ciascuno dei profili contenuti nel database corrisponde ad un innocente è altamente probabile che uno o più profili corrispondano al profilo del donatore che ha una frequenza media di 1 a 10 milioni nella popolazione.
Perciò una corrispondenza ottenuta in una ricerca del genere può ben essere accidentale, specialmente se non esistono altre prove che possano confermare un eventuale sospettato.
Quando la media stimata è di 1 su n dove n è un numero assai maggiore della popolazione del pianeta molte persone danno per scontato che quel profilo debba per forza essere unico…in realtà se la frequenza di un profilo è meno di uno ma non arriva allo zero non importa quanto raro il profilo sia. Per esempio se la frequenza di un profilo è di 1 su 10 miliardi la probabilità di trovare un duplicato in una popolazione di 250 milioni di individui non imparentati è di 1 su 40, considerando il fatto che ogni anno la migliaia di profili vengono confrontati con i milioni di profili contenuti nei database le probabilità di trovare corrispondenze casuali sono parecchio elevate… Soprattutto come accade la maggior parte delle volte se cerchiamo profili corrispondenti a profili parziali, degradati o misti che abbiamo trovato sulle scene del crimine.

Statistiche fuorvianti:
Talvolta gli analisti presentano statistiche fuorvianti che esagerano la validità della prova del DNA, ad esempio spesso quando il profilo di sospetto viene confrontato con un campione di DNA misto gli analisti presentano in aula la frequenza del profilo del sospetto piuttosto che quella dei profili che dovrebbero essere inclusi come possibili contributori alla mistura.
E’ una pratica fuorviante poiché il problema rilevante in una situazione del genere è la corrispondenza casuale con la miscela non la corrispondenza casuale col profilo del sospettato.
In un caso in cui il profilo del sospetto è A (tornando a prendere i profili della tabella 15.1 come esempio) e viene confrontato con una mistura come il profilo D la statistica rilevante è 1 su 790.000 non 1 su 250 miliardi.
Un problema altrettanto subdolo sorge nel momento in cui il profilo di un sospettato A viene confrontato con un profilo parziale in cui molti alleli (marcatori genetici) sono andati persi (allelic dropout) E, ogni reale discrepanza tra i profili significa che potrebbero non provenire dalla stessa persona, ma un analista potrebbe tranquillamente affermare che nonostante le discrepanze il sospettato potrebbe benissimo essere un contributore al profilo E.

Testimonianza fallace:
Talvolta succede che un analista in aula fornisca una testimonianza consistente in un errore logico noto come “fallacia del condizionale trasposto” o “fallacia del procuratore” che confonde la RMP con un’altra statistica, la Probabilità della fonte di provenienza che è la probabilità che la persona con un profilo genetico corrispondente a quello ricavato dal campione ritrovato sulla scena del crimine ne sia la fonte.
La RMP può essere calcolata dall’analista utilizzando unicamente i dati relativi al materiale genetico che sta analizzando, mentre l’altra statistica può essere calcolata solo sulla base di tutte le prove a disposizione anche quelle non scientifiche per cui anche se gli scienziati forensi possono presentare  la RMP ( se opportunamente calcolata ed espressa) è improprio per loro testimoniare anche sulla Probabilità della fonte, ma molto spesso lo fanno comunque.

Testo originale in pdf: SSRN-id2214379 (1)

Il DNA vola… Ma non parla! Quando il circo mediatico va a nozze con la fiera della banalità.

A ormai due mesi dal fermo del signor Massimo Bossetti, credo si renda necessario sviluppare ed approfondire qualche considerazione sulla gogna mediatica alla quale stiamo tristemente assistendo.

C’è un filo sottile, in questo caso, che lega forcaioli, sciacalli mediatici e linciatori morali di ogni risma, che fa da collante come un laconico “volemose bene” che tiene tutti uniti.
Si tratta di una frase: “il DNA non vola.”

Anche in data 12 agosto, il Servizio Pubblico ci ha offerto su un piatto d’argento questa ormai famosa perla.
Uno Mattina Estate, intervista alla nota giornalista Grazia Longo.
La signora Longo ci avverte: “Sul corpo di Yara c’era il sangue di questo signore, non è che il sangue vola. Il dna è una prova inconfutabile.”
Ora sì che possiamo stare davvero tranquilli: le certezze giornalistiche superano, a quanto pare, anche quelle dei periti: non c’è infatti certezza alcuna che la traccia sia ematica, e la natura biologica del materiale genetico rinvenuto è stata ricavata solo per esclusione, eppure Grazia Longo conosce con precisione perfino la natura della traccia (oltre a sapere che non vola).
Quisquilie, immagino, per chi sentenzia dai saloni televisivi.

E se il DNA non vola non si può avere pietà nei confronti di Massimo Bossetti, che non può che essere colpevole del terribile delitto ascrittogli.
Che il DNA non voli lo ripetono davvero tutti i colpevolisti: dagli opinionisti televisivi alle casalinghe annoiate in cerca di mostro edizione estate 2014, da esponenti del mondo della cultura ad anziane comari estimatrici di Umperi Bogart ed attente a seguire un’alimentazione povera di grassi a causa del “polistirolo” alto, tutti uniti nel nome della forca, da levare sempre più alto e con sempre maggior protervia.
E’ il nuovo slogan del forcaiolismo democratico: forcaiolismo a buon mercato per grandi e piccini, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

forche

Insomma, signore e signori, sappiatelo: siete tutti invitati alle nozze tra circo mediatico e fiera della banalità!

Non dimenticate: il DNA non vola.

E’ un vero tormentone… Ma è anche un tormentone vero?

Appena qualche giorno fa, l’indimenticabile Robin Williams ci ha lasciati, ed ho visto circolare con insistenza sulla home di facebook una celebre frase tratta dal film “L’attimo fuggente”, una frase così bella che vale davvero la pena di riportare:

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva”.

Una lezione di vita tanto grandiosa e facile da postare su facebook quanto difficile da mettere in pratica.

O forse, in questo caso, piuttosto che salire sulla cattedra vi si dovrebbe scendere, perché se è facile ergersi ad esperti, soprattutto in materie che esulano dalle proprie competenze, non è accettabile che lo si faccia a cuor leggero sulla pelle di un uomo che ha tutto il diritto di essere considerato innocente fino al terzo grado di giudizio.

In data 29 luglio, su Tgcom24, il Dott. Paolo Liguori ha condotto una puntata magistrale di Fatti e Misfatti, che riporto e consiglio ai lettori.

http://fattiemisfatti.tgcom24.it/wpmu/2014/07/29/presunto/

Tra gli ospiti, anche il genetista Dott.Vincenzo Nigro, che pur affermando che una traccia di DNA consente di identificare con certezza pressoché assoluta una persona, ha detto anche ciò che in pochi si sono presi la briga di sottolineare.

Non si tratta di chissà quale rivelazione, in effetti, ma di una semplice quanto scomoda ovvietà: la presenza di una traccia di DNA nel luogo del delitto indica solo ed esclusivamente la presenza della traccia stessa, e nulla più.

La presenza di una traccia di DNA, per quanto ai “buttachiavi” possa dispiacere, finisce in tal modo per rivelarsi tautologica: non indica colpevolezza, e come coerentemente evidenziato dalla Dott.ssa Cristina Brondoni, criminologa anch’essa presente in studio, non implica ovviamente capovolgimento dell’onere probatorio.

A proposito di prova “scientifica”, mistificazioni e diritto alla difesa, non posso che inserire un brillante intervento del Prof. Sergio Lorusso, che mostra molto bene alcune insidie e fallacie comuni che, anche a causa della fortissima mediatizzazione della giustizia, rischiano di creare realtà potenzialmente pericolose non solo per i cittadini, ma per i principi stessi dello stato di diritto:

“Dico cd. ‘prova scientifica’ perché in realtà – a dispetto del titolo dato a questo bel Convegno – possiamo affermare che la prova scientifica non esiste.
O, almeno, non esiste nell’accezione invalsa in questi ultimi anni anche nel nostro Paese, fortemente alimentata dai
media.
Vi sembrerà un’affermazione forte, ma cercherò di darne conto in questa mia relazione introduttiva.
Ricordo, intanto, che dell’espressione ‘prova scientifica’ non troviamo traccia alcuna nel codice di rito né in altre leggi che disciplinano lo svolgimento del processo penale.
Si parla tutt’al più di prova atipica, o per meglio dire di prove non disciplinate dalla legge, nell’art. 189 c.p.p., ma quest’ultimo concetto non va confuso con quello di prova scientifica.
(…)
Dobbiamo realisticamente prendere atto, in ogni caso, che espressioni come “investigazioni scientifiche” e “prova scientifica” sono divenute ormai di uso comune non soltanto da parte di chi opera in ambito giudiziario ma anche da parte dell’opinione pubblica, grazie soprattutto alla risonanza mediatica di alcuni casi in cui il ricorso alle conoscenze tecnico-scientifiche nel processo penale è stato massivo; anche se, come sappiamo, non sempre risolutivo, come i processi per i delitti di Perugia e di Garlasco ci insegnano.
“Investigazioni scientifiche”: una formula che in questi ultimi tempi è diventata quasi una ‘formula magica’, idonea a risolvere i più intricati ed efferati casi giudiziari.
Ma è proprio così?
E davvero la cd. “prova scientifica” è in grado di sciogliere tutti i dubbi e le incertezze che da sempre accompagnano la difficile arte del giudicare?
E ancora, in quale maniera il diritto alla prova viene ad essere condizionato dalle conoscenze tecnico-scientifiche applicate al processo? Sono interrogativi ai quali occorre rispondere per fare chiarezza sull’argomento, per comprendere fino a che punto l’apporto delle scienze stia condizionando l’accertamento giurisdizionale, quanto incida sulla nascita di una ‘nuova’ cultura dell’investigazione, in che misura – e questo mi sembra un aspetto di particolare interesse per una platea di avvocati – i diritti e le garanzie individuali siano davvero tutelati nella più recente stagione del processo penale caratterizzata dall’exploit della scienza applicata al processo.
Affinché a farne le spese non sia l’effettività del diritto di difesa.

Il ricorso poco meditato alla scienza e alle sue applicazioni investigative può infatti tradursi in un vulnus per l’intero sistema di garanzie delineato dal codice di rito, eludendo le griglie probatorie e decisorie tracciate dal legislatore.
Ciò non significa, naturalmente, rinunciare per partito preso all’indubbio contributo che la scienza e la tecnica possono fornire all’accertamento giurisdizionale.
Già alla fine dell’ottocento, del resto, era maturata la consapevolezza del valore fondamentale di un’investigazione penale svolta con metodo e rigore, sfruttando anche le potenzialità offerte dalla scienza.
(…)
Più potere alla scienza, quindi?
E se sì, a quale prezzo per il processo penale e per le sue garanzie?
Per poter rispondere compiutamente a tali domande è necessario partire da una riflessione sui rapporti tra scienza e prova penale, per sfatare alcuni miti e far affiorare le insidie insite in una materia che presenta un indubbio fascino.
Evitando così di cadere vittime di credenze e luoghi comuni potenzialmente molto pericolosi.

“Siamo tutti molto ignoranti. Ma non tutti ignoriamo le stesse cose”, afferma Albert Einstein (1879-1955), il padre della fisica moderna, uno dei pensatori simbolo del XX secolo, esplicitando il suo approccio relativistico alla conoscenza scientifica.
E al contempo rimarcando l’importanza della condivisione del sapere e delle competenze, il valore aggiunto derivante dalle sinergie tra gli apporti individuali: una visione che risulta fondamentale in ambiti quale quello in esame.
L’apporto degli esperti – periti e consulenti tecnici – che si muovono sulla scena del crimine e nel processo penale avvalendosi sia di strumenti tecnico-scientifici consolidati che di metodi innovativi talvolta non ancora avallati dalla comunità scientifica internazionale, può risultare decisivo per la soluzione di casi giudiziari altrimenti inestricabili.
Ciò non significa,tuttavia, che la scienza sia oggi (come ieri) in grado di fornire tutte le risposte che l’accertamento giurisdizionale rivendica: il risultato dell’azione degli esperti nel processo penale, difatti, per quanto attendibile possa essere si traduce pur sempre in ‘certezze provvisorie’, che necessitano di un attento e meditato vaglio giudiziario, nel rispetto delle regole dettate dal codice di rito: il procedimento probatorio, come dicevo, ha le sue scansioni e i suoi canoni, che devono essere osservati sempre e comunque, senza che il progresso scientifico e la sua proiezione processuale possano alimentare facili entusiasmi, che rischierebbero di mettere in crisi le linee portanti dell’ordinamento.
“I media, le fiction, la cronaca offrono oggi un’immagine idealizzata della scienza, e il suo metodo viene spesso visto dalla gente comune come infallibile”, le scienze forensi appaiono investite di aspettative che “spesso superano le loro reali potenzialità” e come ha affermato una nota antropologa forense impegnata nelle più importanti indagini di questi ultimi anni, Cristina Cattaneo, “l’equivoco che attribuisce a queste discipline, che [certo] possono fare molto ma non sono prive di limiti e imprecisioni, una sorta di ‘onnipotenza’ può nuocere davvero non solo agli ‘scienziati forensi’ stessi, ma alla giustizia e alle vittime.

Il vero volto delle investigazioni forensi, insomma, è ben distante “dalle versioni patinate che ne danno alcune fiction o dall’immagine completamente falsata che emerge dai casi di cronaca o dai salotti televisivi”.”

Se dobbiamo, in ogni caso, ritenere ancora validi i principi fondamentali dello stato di diritto, ne consegue che, come tante volte ho avuto modo di sottolineare su queste pagine, non è il signor Massimo Bossetti a dover dimostrare di essere estraneo al delitto ascrittogli o a dover dimostrare come la traccia sia giunta lì, ma è l’accusa a dover provare al di là di ogni ragionevole dubbio che la presenza di quella traccia dimostra la sua colpevolezza.

La sensazione, che ogni giorno che passa tende a trasformarsi sempre più marcatamente in una vera e propria certezza, è che l’accusa non sarà in grado di adempiere all’arduo compito.

Temo che in troppi, forse a causa dell’ottundimento causato dalla marea di gossip diffusi, non abbiano capito che l’unico vero e grande scoop dell’intera vicenda è che, al di là della traccia di DNA, in ben due mesi non sia emerso alcun indizio dotato di fondamento a carico del Bossetti.

Negli ultimi giorni, alcune testate giornalistiche ci hanno regalato un curioso dietrofront: da grandi accusatori a prudenti garantisti.
Ecco, ad esempio, rispettivamente, alcuni articoli pubblicati da “Oggi”, Corriere e perfino il Fatto Quotidiano.

fr

corriere

fq

Come dovremmo interpretare queste inversioni a U?
Non c’è nulla di male nel cambiare idea, anzi è segno di grande intelligenza e coraggio, tuttavia mi chiedo, se davvero di un sincero cambiamento d’idea si tratta (e non della ennesima strategia comunicativa per vendere qualche copia in più) dove fosse tutta questa intelligenza quando le stesse testate giornalistiche spacciavano come prove, per fare qualche esempio (e neppure tra i più imbarazzanti):

-una testimonianza anonima e inverificabile su presunte assenze dal lavoro di Massimo Bossetti;
-cene alla Trattoria “La Toscanaccia” (su questo “indizio” così imbarazzante scherzò perfino Feltri, dicendo che in quel caso anche lui dovrebbe considerarsi un omicida, avendo frequentato il locale);
-presunta frequentazione di una discoteca smentita dal titolare della discoteca stessa.

Un metodo di costruzione del mostro mediatico ben noto alla sociologia e anche piuttosto datato: chi ha un background di studi classici ricorderà certamente la descrizione che Cicerone faceva di Catilina, per dipingerlo come un uomo dissoluto e perverso.
La differenza, neppure troppo sottile, è che in quel caso Cicerone aveva in mano delle prove tangibili per dimostrare la congiura di Catilina, prove tangibili che sembrano invece platealmente mancare nel caso del signor Massimo Bossetti.

Insomma, se cambiare idea è del tutto legittimo, meno encomiabile è il dilazionato tentativo di resuscitare un uomo dopo averlo ucciso nel più brutale dei modi, linciato a mezzo stampa forti delle proprie certezze e posizioni, sottoposto a gogna e marchiato d’infamia senza contraddittorio e senza pietà, spesso sulla base di gossip inverificati, inverificabili e meschini.

Il DNA non vola?
Il DNA non vola, forse, ma in troppi sembrano aver dimenticato che non parla neppure: e dal momento che non è databile e nulla dice se la traccia in disamina possa essere esito di una veicolazione per trasporto (come già avvenuto in altri casi), la cautela sarebbe stata auspicabile, ben più della mistificazione alla quale abbiamo invece avuto il disonore di assistere.
Il DNA non vola, ma onestà intellettuale vuole che non si possa negare che non databilità e facile trasportabilità del DNA siano perfino i principali e più evidenti limiti tecnico-scientifici della prova in questione (vedasi ad esempio U. RICCI, C. PREVIDERÈ, P. FATTORINI, F. CORRADI, La prova del DNA per la ricerca della verità. Aspetti giuridici, biologici e probabilistici).

Non è affatto difficile trovare esempi di casi giudiziari in cui la circostanza del trasporto del DNA si è concretamente verificata, anche all’estero, come ben mostra questo articolo (http://www.abajournal.com/news/article/is_dna_infallible_proof_contamination_stats_can_lead_to_injustice), che illustra un caso emblematico in cui il DNA trovato addirittura sotto le unghie della vittima portò dritti dritti ad un 26enne, Lukis Anderson, che trascorse più di 5 mesi in carcere prima che i pubblici ministeri riconoscessero che non potesse essere l’autore del reato.
Anderson, infatti, aveva un alibi di ferro: la notte del delitto era ricoverato in ospedale, preso in cura dai paramedici per una grave intossicazione.
Presumibilmente il suo DNA finì sulla vittima per trasporto, veicolato attraverso strumenti paramedici.
L’articolo si conclude con una considerazione assai amara del Prof. Osagie Obasogie, che riporto paro paro in tutta la sua crudezza:
“Il prossimo Lukis Anderson potresti essere tu. Spera di poter contare su un alibi forte come il suo”.

“Bisogna inoltre considerare che l’uomo comune, dal suo canto, non è in grado, spesso di fare un uso critico dell’informazione: la prevalente disinformazione sulla giustizia dilaga in Italia anche perché la scolarizzazione è insufficiente e non esiste alfabetizzazione funzionale (culturale, civile, tecnica).”
Così si esprime la Prof. P. Bellucci nel suo “A onor del vero. Fondamenti di linguistica giudiziaria”.

E se la Dott.ssa Cristina Cattaneo, nella sua opera “Certezze provvisorie” avverte del fatto che la scienza non fornisce alcuna prova regina è sempre più chiaro che, in fondo, quale fosse l’unica vera prova regina lo si era capito ben prima dell’avvento della genetica, delle indagini forensi e di CSI.

Confessio est regina probationum“, la confessione è la regina delle prove, come recita l’annoso brocardo.
E’ proprio la mancata confessione, nonostante gogna mediatica e regime di isolamento da ormai due mesi che, insieme alla sempre più plateale assenza di riscontri, sta gettando nel panico un po’ tutti, inclusi i nostri giornalisti.
Qualcuno riteneva forse di andare a colpo sicuro, ma probabilmente aveva fatto, come si suol dire, i conti senza l’oste: così, dopo il fermo in pompa magna, gli annunci trionfalistici con quella piccola traccia di DNA erta ad inequivocabile indizio di colpevolezza, i giorni sono cominciati a passare e i riscontri attesi, ahimè, non sono arrivati, nessun elemento è emerso a confortare il castello accusatorio.
Peggio ancora, è emerso che l’indagato soffre di epistassi.

C’è chi ha affermato che ci vuole una gran sfortuna per essere, da non colpevoli, incastrati da una traccia di DNA veicolata attraverso l’arma del delitto, ma volendo seguire questa linea è innegabile che ci voglia una certa dose di sfortuna anche nel concentrarsi sulla traccia di DNA che poi si scopre appartenere ad un uomo che soffre di epistassi.

Il tempo passa, e la probatio probatissima non arriva.
Forse si comincia a temere che non arriverà mai.
Massimo Bossetti, sia pure prostrato da due mesi di isolamento, non vacilla.
Sono innocente, fatemi pure tutte le domande che volete.

E se di pensiero scientifico applicato alle indagini si vuole parlare, ancora una volta non si potrà dimenticare Sherlock Holmes, il quale evidenziava come la verità stia in genere nella spiegazione più semplice.
Nel nostro caso, la spiegazione più semplice potrebbe essere quella che Bossetti non confessa perché non ha nulla da confessare.

Mi è giunta notizia che il solito settimanale Giallo ha recentemente sfornato l’ennesimo titolone: ora si cerca di ipotizzare un trauma subìto da Bossetti negli anni dell’adolescenza.

Giallo_trauma

L’articolo rende edotti i lettori del fatto che una sera di trent’anni fa il signor Massimo si sentì male e venne chiamata un’ambulanza, come avrebbe raccontato una vicina di casa dell’epoca.
“Cosa accadde davvero?”.
Chissà, sono certa del fatto che la cosa sia di vitale importanza ai fini dell’indagine, e soprattutto che rivesta un incomparabile interesse pubblico che ne legittima la divulgazione.
Mi dicono che il nuovo numero sia, ahimè, già approdato in edicola, stavolta con un nuovo titolone su una presunta crisi coniugale.
Mi permetto a questo punto di suggerire, per prossima settimana, l’intervista a qualche altra vicina (meglio se anonima) per informarci se quando Massimo era piccolo la signora Ester gli abbia mai dato una sculacciata per aver fatto i capricci: non sia mai che la chiave del mistero possa nascondersi proprio lì!

A tal proposito, oltre ai diversi casi in precedenza citati, mi è stata segnalata dall’amico Salvatore Massa una sentenza della V sezione penale della nostra Suprema Corte, che ha ben evidenziato come il diritto di cronaca non possa spingersi alla creazione di realtà parallele, specie se indimostrabili, in chiave colpevolista.

Cass. Pen., Sez. V, 3674/11 – la massima: “La reputazione del soggetto coinvolto in indagini e accertamenti penali non è tutelata rispetto all’indicazione di fatti e alla espressione di giudizi critici, a condizione che questi siano in correlazione con l’andamento del procedimento. Rientra cioè nell’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori, provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tale attività”.
Rientra nell’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tali attività. E’ quindi in stridente contrasto con il diritto/dovere di narrare fatti già accaduti, senza indulgere a narrazioni e valutazioni “a futura memoria”, l’opera del giornalista che confonda cronaca su eventi accaduti e prognosi su eventi a venire.
In tal modo, egli, in maniera autonoma, prospetta e anticipa l’evoluzione e l’esito di indagini in chiave colpevolista, a fronte di indagini ufficiali né iniziate né concluse, senza essere in grado di dimostrare la affidabilità di queste indagini private e la corrispondenza a verità storica del loro esito. Si propone ai cittadini un processo agarantista, dinanzi al quale il cittadino interessato ha, come unica garanzia di difesa, la querela per diffamazione. A ciascuno il suo: agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici il compito di verificarne la fondatezza, al giornalista il compito di darne notizia, nell’esercizio del diritto di informare, ma non di suggestionare, la collettività.”

Mi si dirà che i media non fanno che rispondere alla richiesta dei lettori, e che la tendenza popolare al colpevolismo è comprensibile perché, in fondo, la cosa che più spaventa dinnanzi a fatti di un’atrocità inaudita sia il fatto di non avere un colpevole.
Eppure, credo che il caso relativo a Massimo Bossetti sia stato, e sia, molto di più: è stato il banco di prova in cui alcuni hanno mostrato la propria professionalità e correttezza, altri la propria meschinità.

D’altro canto, come qualcuno ha recentemente ricordato, siamo pur sempre il Paese del caso Tortora, e ancora siamo il Paese dei cappi in Parlamento.

Siamo il Paese in cui prima si uccidono gli inermi, poi si prova, invano, a resuscitarli.
Siamo una terra di santi che ha perso ogni santità.

E a due mesi dal fermo di Massimo Bossetti, siamo anche il Paese che si conferma maestro nell’abuso scriteriato di misure cautelari.

La disposizione della misura cautelare, appare di per sé discutibile, non solo perché come già avevo avuto modo di sottolineare, il preteso pericolo di reiterazione del reato sembra contrastare ampiamente con il fatto che signor Massimo sia incensurato e non abbia reiterato il reato (ammesso e non concesso che mai abbia commesso un reato) per ben quattro anni, ragion per cui appare quantomeno assurdo che possa reiterarlo ora con gli occhi di 60 milioni di italiani puntati addosso, ma anche e soprattutto perché dalla lettura dell’ordinanza sembra emergere come per disporre la custodia cautelare in carcere il GIP abbia sostanzialmente provato a fare una valutazione psicologica (ritenendo il signor Massimo “privo di freni inibitori”) che sicuramente esula dalle sue competenze, in assenza di qualsivoglia accertamento psicologico che abbia dimostrato quella che, fino a prova contraria, resta una sua mera opinione.

E allora, per finire, siamo anche il Paese in cui una domanda resta sempre drammaticamente attuale: qui custodiet ipsos custodes?

Alessandra Pilloni

Linciaggio per #Schettino e per chi invoca il garantismo

Inserisco questo interessante articolo tratto dal blog http://abbattoimuri.wordpress.com/.
Potrebbe apparire un po’ fuori luogo, forse, ma credo non lo sia affatto:
uno spaccato impietoso della società in cui viviamo, in cui buona parte dell’opinione pubblica si diverte a sentenziare da casa propria, con il telecomando in una mano e la forca nell’altra.

Preciso che l’inserzione di questo articolo è tesa unicamente a denunciare un atteggiamento dell’opinione pubblica che sembra cozzare con i fondamenti dello stato di diritto.
Mi asterrò quindi per quanto possibile, nella mia premessa introduttiva, da considerazioni “di merito” sul caso: non perché non rientri nella mia sfera di interessi (in realtà è l’esatto opposto, in quanto insieme alla vicenda relativa al signor Massimo Bossetti si tratta di uno dei pochi eventi degli ultimi anni sui quali ho concentrato la mia attenzione), ma semplicemente in quanto non è questa la sede adatta ad affrontare la tematica, peraltro estremamente complessa sotto il profilo tecnico e giuridico.

In questa sede, dunque, il profilo preso in esame è unicamente quello sociale e massmediatico.
Come giustamente sottolineato in un recente articolo pubblicato su Wired è la dinamica che porta i falsi untori della “Storia della Colonna Infame” di Manzoni ad essere prima torturati e poi squartati e avere le budella bruciate”, per quanto l’ammissione possa essere dura, agli occhi di una società imbarbarita in cui perfino nel Servizio Pubblico pagato dai contribuenti (m’è parso, sebbene stia ancora sperando di aver avuto un’allucinazione uditiva, di sentire un’opinionista affermare “ben venga la gogna mediatica!”) si può assistere ad una sorta di apologia dei linciaggi morali e delle condanne televisive che precedono il vaglio processuale.

Riporto per completezza il commento, nel quale ho altresì fatto riferimento alla vicenda del signor Massimo Bossetti, che ho lasciato in calce all’articolo originale:

“Finalmente, e dico finalmente, leggo un articolo sanamente garantista!
Cominciavo davvero a disperare… D’altronde, chi più dell’Italiano medio ha in sé i connotati e la protervia di un Torquemada nel sentenziare prima del vaglio processuale e/o, peggio ancora, senza neppure essersi informato sugli argomenti dei quali vorrebbe parlare?

Riporto una (non brevissima, ma sentita) considerazione fatta sul mio profilo facebook e dedicata all’ipocrisia forcaiola che imperversa: quando gli Italiani così guardinghi e sospettosi, pronti a vedere complotti ovunque, dimenticano perfino il “ragionevole dubbio” e si indignano a comando come suggerisce la grancassa (poveri noi!)…

“Avrete intuito tutti che da ieri sono molto arrabbiata per alcuni atteggiamenti che ho avuto modo di riscontrare su facebook.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il modo in cui una fetta non indifferente di Italiani è di nuovo caduta nella tentazione di sfogare la propria spazzatura interiore senza neanche prendersi la briga di verificare la veridicità della notizia contro la quale si accaniva (nella fattispecie, una presunta e mai avvenuta lectio magistralis di Schettino).

A differenza di quanto alcuni miei detrattori vanno dicendo, io NON sono mai stata, e non sono, una “buonista”, né la “Bastian Contrario” di turno, né tantomeno la classica “innocentista per partito preso”.

Ci sono diversi casi di cronaca degli ultimi anni in relazione ai quali mi sento, personalmente, “colpevolista”.
Tuttavia, ho il buon senso, dal momento che nella maggior parte dei casi la mia OPINIONE non oltrepassa del tutto i limiti del “ragionevole dubbio”, di TACERE, soprattutto se non ho letto gli atti e non mi sono documentata a dovere prima di dare aria alla bocca.

Sono fedele per principio etico ai capisaldi del pensiero illuminista dai quali è nato lo Stato di diritto: in dubio pro reo, non in dubio pro culpa.

Negli USA, in occasione del processo contro O.J.Simpson uno dei giurati, che aveva sostenuto di essere convinto della colpevolezza dell’imputato, scelse comunque il verdetto di assoluzione nel nome del ragionevole dubbio: questo giurato fu un esempio di civiltà e di corretta amministrazione della giustizia.

Fatta questa premessa rocambolesca, ciò che devo dire è che noto una crescente ipocrisia che comincio a trovare francamente insopportabile.
Perdonatemi, ma non trovo altro termine adatto a descrivere ciò che vedo.

V’indignate per una presunta lectio magistralis di Schettino (che poi si scopre non essere tale), sfoggiando il peggior moralismo ipocrita possibile senza neanche appurare la veridicità della notizia.
V’indignate, ripulendovi la coscienza dietro un rispetto per la vita umana completamente di facciata, se un TG vi racconta delle lampade solari che si faceva un presunto assassino contro il quale, se solo leggeste la documentazione, capireste non esserci alcun elemento schiacciante ma solo una marea di cretinate malamente incollate tra loro (quasi mille idiozie potessero fare una prova) e aventi come perno una presunta “prova scientifica” che secondo voi “non sbaglia” (peccato che vi dimentichiate che la suddetta “prova scientifica” è stata definita per anni “inquinata, deteriorata, e inattendibile” e che vi dimentichiate anche del fatto che la “prova scientifica” in questione non indica colpevolezza, e nel caso di specie non indica necessariamente neanche contatto diretto).

Vi ergete a menti libere, che conoscono i complotti mondiali di alieni e simili amenità, che conoscono i piani segreti dei poteri forti per ficcare a tutti un bel microchip non si sa dove (mi risparmio battute sconce, anche se la tentazione è forte), che conoscono centinaia di cure contro il cancro e ogni altra patologia, invece siete solo un manipolo di schiavi, tanto schiavi da aver dato in appalto anche il vostro cuore e il vostro cervello.

Vi indignate per ciò che il sistema vuole che vi indigniate, dandovi panem et circenses (si tratti di capri espiatori mediatico-giudiziari o di teorie del complotto ai limiti della necessità di un urgente TSO) e neppure vedete lo schifo che avete intorno.

Vi indignate perché dite che il Comandante Schettino abbandonò la nave, dopo aver ascoltato un pezzetto di telefonata diffusa illegalmente e non vi curate di ascoltare tutte le altre comunicazioni intercorse che potrebbero restituire una versione del fatti molto diversa.
Vi chiedete cosa mai possa significare il video di una parlamentare intenta a grattarsi un’ascella, spacciato per non so quale truce gesto massonico, ma vi guardate bene dal domandarvi come sia possibile:
1- che un militare, nella concitazione di un’emergenza, registri una telefonata.
2- che tale telefonata venga diffusa con una solerzia incredibile e a dispetto del segreto d’indagine.

Vi indignate perché secondo voi qualcuno vi nasconde la verità sugli alieni (???), ma non vi indignate se qualcuno di più terreno e visibile sottrae al vostro vaglio di opinione pubblica elementi utili a capire una vicenda e ve ne offre solo di parziali e palesemente orientati.

Non vi indignate se un ministro irrompe in casa vostra, stuprando le vostre coscienze, e prima che al malcapitato sia concesso anche il diritto alla parola, vi dice che un padre di famiglia incensurato è un ASSASSINO.

Anzi, non solo non vi indignate, fate di peggio: correte sul profilo facebook dell’ “assassino” e scrivete una marea di insulti, prendendone le foto (anche quelle con le sue figlie) e pubblicandole nuovamente sui vostri profili invocando il ritorno dei bei tempi in cui ardevano i roghi nella pubblica piazza.

Non vi indignate perché siete gli stessi che hanno sempre agito in questo modo e che hanno sempre svenduto la propria coscienza ai porci comodi di quelle istituzioni che sono la vergogna del nostro Paese!!

Siete quelli che sulla base di una presunta “prova scientifica”, poi rivelatasi falsa, condannarono Dreyfus.
Siete quelli che insultarono Elvo Zornitta, presunto Unabomber che poi si scoprì essere stato dolosamente incastrato, e ne invocarono la condanna esemplare.
Siete quelli che sottoposero a lunghi giorni di linciaggio mediatico il papà del piccolo Tommaso Onofri, accusandolo del più atroce dei delitti, l’omicidio del figlioletto.
Il signor Onofri è venuto a mancare a gennaio, dopo anni di sofferenza a causa di un attacco cardiaco causatogli dall’onta subita e dal dolore.
Siete quelli che condannarono Girolimoni, e ancora siete quelli che condannarono Tortora.
Siete quelli che in occasione del naufragio dell’Andrea Doria si accanirono contro il comandante Calamai, perché all’epoca questo suggeriva la grancassa, ma l’impostura è così grande in voi, che non appena Calamai (e tutte le altre persone di cui sopra) sono state riabilitate, siete celermente balzati sul carro del vincitore, dicendo che, in fondo, voi lo avevate sempre saputo che non erano colpevoli.

La vergogna dell’Italia non è una lectio magistralis di Schettino mai avvenuta.
La vergogna dell’Italia siete voi e la vostra ipocrisia.” 

Nel lasciarvi, dopo quest’ampia esternazione personale, all’articolo, mi unisco alla solidarietà nei confronti della signora Angela Azzaro, anch’essa sottoposta a linciaggio in quanto “rea” di avere espresso una legittima opinione garantista, pur avendo probabilmente, nel caso in esame, un’opinione ancor più marcatamente garantista della sua, essendo convinta, sulla base di una personale analisi de iure e de facto della vicenda, del fatto che diversi capi d’imputazione a carico del C.te Francesco Schettino (facile capro espiatorio di prassi autorizzate e di responsabilità altrui), inclusi quelli più solertemente ripappagallati, siano destinati a cadere in dibattimento.
Il garantismo è ormai diventato, da caposaldo dello stato di diritto, un vero e proprio marchio di infamia.
Garantisti, dove siete?

Buona lettura e, vista la data, buon ferragosto!

Alessandra Pilloni

Al di là del Buco

Per me non è affatto una sorpresa leggere che mentre mi assentavo dal web stava accadendo quello che accade sempre. La società “innocente” si erge su tutto e tutti per delimitare spazi e dire chi può vivere o morire, pollice su o pollice giù. Gente alienata e facebook dipendente che avrà mille scheletri nell’armadio, che ha sicuramente fatto nella vita qualcosa di cui non va fier@, che stabilisce chi deve fare cosa, non secondo le leggi che determinano l’andamento della giustizia ma secondo la morale comune, quella del popolo, la stessa morale che può impiccare qualcuno sulla base di un sospetto o può rovinare la reputazione di una persona e non lasciarla in pace mai più soltanto perché non la pensa come noi. E’ il popolo dei linciatori e delle linciatrici morali, Savonarola dei nostri tempi, per cui il mondo va ripulito da esempi di imperfezione e di presunta o…

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Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).

Il presente scritto è esito di un lavoro condotto a quattro mani con Laura, che ringrazio infinitamente.

Mi sono spesso chiesta, in questi ultimi giorni, cosa possano mai fare 80 persone motivate e dedite alla causa, alla quale si sono spontaneamente e senza nessun tornaconto votate, affinché la loro flebile voce possa essere udita dalle masse incerte e poco attente.
Abbiamo un blog, un gruppo ed una pagina nei quali riversiamo tutte le nostre osservazioni e convogliamo l’enorme mole di materiale che raccogliamo, ma non basta!

Mentre noi, animati da un altissimo senso di civiltà, devo dirlo, ci lambicchiamo il cervello, la maggioranza degli italiani è imbrigliata come una mosca in una ragnatela, incapace di pensare, prigioniera di un torpore che definirei mass-mediatico.
A noi, dunque, spetta il compito di insinuare dei dubbi.
Dopotutto come si dice, l’anima risvegliata da un dubbio è migliore dell’anima che dorme sicura di sé.
Di seguito ne elencherò alcuni, che nel prosieguo dell’articolo verranno sviluppati singolarmente fino al punto 8 (per non gravare troppo sulla pesantezza dello scritto, che potrebbe inficiarne un’adeguata fruizione da parte del lettore, rimandiamo l’analisi dei punti successivi ad una secondo parte): si tratta di punti in alcuni casi già presi in esame precedentemente, che non vengono riproposti per ripetere l’ovvio, ma con l’intento di organizzare una ricerca più selettiva e porci ulteriori domande per non lasciare nulla di intentato e battere ogni pista.

1) Assenza di movente

2) Mancata reiterazione del reato

3) Modalità dell’aggressione incompatibili con un agente adulto e dotato di una certa prestanza fisica

4) Mancato occultamento del cadavere

5) Omissione di accertamenti sulle altre tracce biologiche repertate

6) Ritardo nel circoscrivere il luogo del rinvenimento

7) Mancata identificazione dell’arma del delitto e dubbi perfino sulla natura della medesima

8) Incompatibilità degli orari in cui i cellulari hanno agganciato le celle

9) Impossibilità (o comunque incertezze sulla possibilità) di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire dalla traccia originale sugli abiti

10) Palesi incongruenze nelle testimonianze su “Ignoto1”

11) Accreditamento di soli elementi e testimonianze a sfavore, costanti fughe di notizie parziali tendenti a suggerire una lettura sfavorevole all’attuale indagato

12) Incongruenze nell’ordinanza del GIP circa la natura probatoria ovvero meramente indiziaria del DNA

13) Oscillazioni della giurisprudenza cassativa sul valore probatorio ovvero indiziario del DNA, assenza di pronunce a Sezioni Unite, contestazioni dottrinali e implicazioni processuali e fattuali della cosiddetta “fallacia dell’accusatore”

I primi due punti (assenza di movente e mancata reiterazione del reato) vanno esaminati contestualmente poiché si spiegano a vicenda.
Dopo ore passate ad esaminare decine di studi inerenti agli omicidi a sfondo sessuale sono giunta alla conclusione che le possibilità che una persona possa compiere un unico e isolato atto di violenza sessuale, che sfoci o meno in omicidio, sono prossime allo zero.
La violenza sessuale perpetrata ai danni di una donna, o peggio di una bambina, non è posta in essere da un giorno all’altro da un soggetto clinicamente sano.
Tali comportamenti sono il risultato di  disturbi psichiatrici di gravità variabile i quali trovano la loro origine nell’infanzia del soggetto.
Non si potrà mai stabilire con certezza perché un essere umano decida di seviziare e uccidere un suo simile, ma si può, nel nostro caso specifico, prendere atto del fatto che sia apparentemente, sia a detta di tutte le persone che lo conoscono e interagiscono con lui, sia da accreditate voci di figure professionali operanti all’interno delle mura del carcere, il sig. Bossetti non mostra nessun sintomo riconducibile al profilo del “mostro”.

Dal momento in cui si stabilisce che questo genere di omicidi si manifestano in una maniera seriale andiamo a conoscere, solo per curiosità, la figura del serial-killer.

A tal fine, traggo alcuni contenuti dall’interessantissimo saggio “La figura del Serial Killer tra diritto e criminologia”, del Dott. Gianluca Massaro:

“Il termine serial killer è piuttosto recente, ma il fenomeno è risalente nel tempo: gli assassini seriali ci sono sempre stati, anche se l’omicidio seriale non veniva riconosciuto e definito come tale ed anche se può sembrare un fenomeno dei nostri tempi visto che, oggi, se ne sente parlare così di frequente.
Gli assassini seriali sono a detta di chi è “del mestiere”, cioè  di chi si occupa di criminologia e di psicopatologia forense, soltanto coloro che hanno ucciso più persone in momenti successivi, per il ripetersi di una particolare motivazione: “la distruttiva e sadica associazione di sesso e morte”.
Quest’ultimo è un binomio esplosivo, niente di meglio per suscitare in tanti curiosità, per alimentare morbosi interessi o per scatenare fantasie proibite. L’uccidere per sesso o facendo sesso è dunque ciò che, tradizionalmente, ha definito il serial killer, anche se, come vedremo, questa è soltanto una delle motivazioni alla base del comportamento omicidiario seriale.
Del resto, i più moderni ed innovativi studi relativi all’omicidio seriale, hanno dimostrato come questo sia un fenomeno molto più complesso.”

Ancora, dallo stesso studio emerge che:

“In questo secolo, il problema dell’omicidio seriale è diventato particolarmente evidente, sia a causa di un notevole incremento numerico degli assassini seriali, sia a causa della maggiore attenzione prestata dai mass media a casi di questo genere. Fino all’inizio degli anni ’80, il termine serial killer non esisteva e questo tipo di criminale veniva genericamente definito multiple killer (assassino multiplo). Sotto questa denominazione erano raggruppati tutti gli assassini che uccidevano più di una vittima, senza però operare alcuna distinzione fra i diversi eventi delittuosi. L’espressione serial killer venne coniata negli Stati Uniti e, precisamente, dagli agenti dell’F.B.I.; la paternità di questo termine non è casuale, dato che gli Stati Uniti sono il paese che presenta il numero più alto di assassini seriali nel mondo. La definizione data dall’F.B.I., che tuttavia si rivela minimalistica e piuttosto asettica, è la seguente: “un serial killer è un soggetto che uccide più persone, generalmente più di due, in tempi e luoghi diversi, senza che sia immediatamente chiaro il perché, anche se lo sfondo sessuale del delitto è quasi sempre riconoscibile”.

Riprendo un significativo punto del trattato, pubblicato anche sul sito Altro Diritto, per chiarire ulteriormente in che modo un assassino seriale diviene tale, ovviamente per grandi linee visto che ogni essere umano ha le sue peculiarità ed è unico pur rientrando in una categoria significativamente definita dagli studiosi:

” […] Comunque sia, gli autori che si sono occupati di questo argomento concordano tutti su un punto, cioè l’importanza della presenza di esperienze traumatiche nell’infanzia e nell’adolescenza degli assassini seriali.
Bisogna però notare che molti bambini traumatizzati durante l’infanzia e molti adolescenti cresciuti in condizioni di emarginazione e di abbandono, non diventano assassini seriali, preferendo invece mettere in atto altre modalità comportamentali, devianti o meno.

Perché allora, alcuni diventano proprio dei serial killer?

Probabilmente la prospettiva teorica che fornisce una spiegazione migliore è quella basata sul modello sistemico- relazionale; secondo tale spiegazione, l’individuo, tenuto conto delle sue caratteristiche innate, che hanno la loro importanza, subisce tuttavia l’influenza dei sistemi nei quali è inserito e delle relazioni che ha instaurato con gli altri nell’ambiente.

Secondo questa teoria, gli assassini seriali sono il prodotto della famiglia di provenienza e del sistema di pensiero genitoriale ed a questo elemento si unisce la personalità individuale ed eventuali caratteristiche fisiologiche particolari.
Quando poi le relazioni diventano negative e disgreganti, non tengono più insieme il sistema dell’assassino seriale, che quindi va a pezzi ed il soggetto perde così il senso della realtà.

L’azione omicidiaria ricompone temporaneamente il sistema del soggetto, fino a quando altre relazioni negative non ne compromettono nuovamente l’esistenza.
In quest’ottica, il comportamento omicidiario seriale può essere visto come la risultante di tre fattori (individuale, socio-ambientale, relazionale), che si intrecciano tra loro, con importanza diversa da soggetto a soggetto. Il fattore individuale include tutte le caratteristiche personali dell’assassino seriale.
Il fattore socio-ambientale comprende tutte le componenti sociali che possono influenzare il comportamento di un assassino seriale.
Il fattore relazionale è una sintesi dei due fattori, il loro punto d’incontro;questo fattore è una misura del grado di scambio esistente tra individuo e ambiente e del modo in cui il soggetto si rapporta agli altri. Un pò come dire, in termini spiccioli, che “l’ambiente” fornisce “l’arma”, “il soggetto” la “carica” e la maniera distorta del soggetto di rapportarsi con l’ambiente che lo circonda tira il grilletto.In questo campo, si nota la tendenza di molti autori, primi tra tutti gli esperti dell’F.B.I., a considerare assassini seriali solo quei soggetti i cui omicidi sono, in qualche modo, collegati a turbe di natura sessuale.
In realtà, una spiegazione unica per tutti gli assassini seriali non esiste, in quanto le motivazioni alla base del comportamento omicidiario seriale possono essere molteplici […]”.

Quindi mi sento di concludere dicendo, non prima di aver rielaborato un concetto tratto dagli studi del Prof. Nicola Malizia, che gli aspetti caratteriali  e il “modus vivendi” del sig. Bossetti, per quanto ci si sforzi analizzando persino oggetti intimi come biglietti di auguri scritti da e per sua moglie, proprio non coincidono con i tratti dell’omicida seriale sessuale, in primis per l’assenza di crimini simili in zona o fuori attribuibili a lui e secondo perché nessuno dei tratti sottoelencati è stato evidenziato durante le indagini, nonostante esse siano state particolarmente invasive e, a tratti, morbose.

“Esistono milioni di uomini in tutto il mondo che, pur avendo subìto nella loro esistenza esperienze analoghe o anche peggiori, non sono per questo divenuti dei criminali pericolosi. Il terrore di perdere il controllo sulla propria esistenza spinge tali soggetti ad immergersi in attività definiti elementi facilitanti, cioè una serie di attività “devianti”, come abuso di droga ed alcol e fruizione ossessiva di materiale pornografico.

Ed ancora:

  • i soggetti hanno avuto esperienza di eventi traumatici più o meno gravi;
  • queste esperienze hanno portato delle conseguenze psicologiche;
  • si manifesta un progressivo isolamento dei soggetti dal gruppo dei pari e dalla società. Si sviluppa un progressivo ed intenso sentimento di perdita del controllo sulla propria esistenza; si affacciano pratiche devianti (abuso di alcol, droga e pornografia). E’ possibile dire che un soggetto diviene un sadico sessuale in serie solo perché ha subìto dei traumi infantili, ha utilizzato, nell’adolescenza, materiale pornografico, poi, ha fatto uso di sostanze alcoliche e stupefacenti?

Molti individui hanno subìto traumi, abusano di alcol e fruiscono ossessivamente di pornografia, senza divenire però assassini.

L’ipotesi del bisogno di dominio e di possesso, amplificato dal quadro psicopatologico sovente riscontrabile in tali soggetti, sembra essere la base motivazionale più verosimile.

Tale spinta motivazionale dovrebbe articolarsi nelle seguenti dinamiche psicologiche:

  • percezione da parte del soggetto che l’ambiente non si cura di lui;
  • ricerca ossessiva dell’attenzione, del rinforzo positivo, della gratificazione, del riconoscimento del proprio valore.

Tutte le ricerche effettuate sui serial killer hanno infatti evidenziato come punto centrale della vita di questi soggetti la loro fantasia violenta, ritualizzata e compulsiva.
La fantasia violenta non deve essere intesa come una violenza votata alla distruzione, ma al controllo e al dominio.

Questi criminali sognano di uccidere, di violentare, fantasticando di dominare, di avere il potere sulla vita altrui, quasi come se, controllando l’esistenza delle vittime, potessero riprendere il controllo che sentono di aver perso sulla propria vita.
Il serial killer tortura, mutila, lega ed interagisce con la vittima per dominarla e solo quando la fantasia di dominio è raggiunta la vittima non ha più alcun valore come oggetto di piacere e può essere uccisa.

Il dialogo con la vittima

Dopo avere ucciso, il serial dialoga con la vittima, questa è solo nelle sue mani, è la sua preda, annientata, giace inerme, può infierire, continuare a distruggere; la sua morte lo fa riappropriare della sua vita.
Ciò non vuol dire che il sesso non entri in gioco, infatti, in alcuni casi, tali soggetti divengono serial killer sessuali, anche se non rappresentano la maggioranza. Il sesso e la fantasia sessuale, violenta e sadica, entrano in gioco perché la sfera sessuale sembra al killer la più eccitante e la più denigratoria per la vittima. Il Serial si rende conto che attraverso un crimine sessuale e sadico riesce a raggiungere il massimo obiettivo in riferimento alla soddisfazione personale legata al dominio e alla denigrazione della vittima a semplice ed inutile oggetto da controllare.

Il primo omicidio

Il primo omicidio produce nei criminali sentimenti contrapposti.
Cosa provano? Dal piacere alla repulsione, dalla paura all’ansia, ma invariabilmente tutti provano anche un’intensa sensazione di potere. Ed è allora che, spesso, la fantasia riprende il sopravvento con forza sempre maggiore, il killer fantastica, uccide e fantastica, incapace di fermarsi, come un tossicodipendente che è caduto nel vizio, che in questo caso è il vizio dato dal potere di scegliere a chi dare la morte e a chi la vita. l’omicida comincia a fantasticare un nuovo omicidio,magari con condotte di controllo e manipolazione della vittima più accentuati. Più il soggetto fantastica, più sente il bisogno compulsivo di attuare in vivo tale fantasia,finché non decide che è giunto il momento di agire di nuovo.

Nel nostro caso sembra abbastanza evidente che l’indagato, il sig. Massimo Giuseppe Bossetti, non rientri nel profilo dell’omicida seriale e, giacché l’assenza di movente specifico sarebbe motivabile solo nel caso di serial killer con movente sessuale, che però in questo caso non trova riscontro, si dovrebbe ricercare per l’appunto un movente specifico.
Questo cane che si morde la coda diventa, per l’accusa, un bella gatta da pelare dal momento che rimane difficile credere che un uomo regolare, senza precedenti penali possa avere un “conto in sospeso” con una bambina che nemmeno c’è prova che conoscesse.

Se dai primi due punti in disamina ci spostiamo al terzo, relativo alle particolari modalità dell’aggressione, la sensazione che qualcosa non quadri nel teorema colpevolista diviene inevitabilmente più forte.
Infatti, se in precedenza qualcuno avrebbe forse potuto provare ad avanzare il sospetto di trovarsi dinnanzi ad un caso del tutto atipico, far quadrare i conti in presenza di una modalità di aggressione tanto anomala per un agente adulto risulta pressoché impossibile.

Il nocciolo della questione è che, per quanto ci si sforzi, il quadro attualmente disponibile sembra suggerire pressantemente la spasmodica ricerca di una colpevolezza che non esiste.

Il problema è dato forse dal fatto che rinunciare ad un’idea supinamente accettata può essere molto difficile.
Nell’opera di N. Gregory Mankiw, Principi di economia, vi è una sezione dedicata alla psicologia del consumatore.
Quando lessi l’opera in questione, rimasi estremamente colpita da alcuni esempi miranti a dimostrare come, in genere, la maggior parte delle persone sia poco propensa a mettere in discussione le proprie convinzioni.
Ricordo, in particolare, che veniva presentato a tal fine il resoconto di un esperimento effettuato anni addietro negli USA: ad una serie di persone era stato fatto leggere un documento con dei dati statistici (e quindi numerici) sull’impatto della presenza/assenza della pena di morte in vari Stati, e sorprendentemente era risultato che coloro che erano favorevoli alla pena capitale traevano dal documento una conferma alle proprie posizioni… Ma la stessa cosa (sulla base degli stessi dati!) avveniva per coloro che erano in partenza contrari.
Ciò indica come la propensione al dubbio sia appannaggio di pochi: l’uomo, per propria natura, tende a crogiolarsi nelle proprie certezze senza metterle in discussione.

A ciò si aggiungano i risultati che può avere la pressione mediatica, posto che l’istinto gregario riveste un ruolo preminente nella psicologia sociale.
Il celebre esperimento condotto alcuni decenni or sono dal noto psicologo Solomon Asch mostra come spesso l’istinto gregario finisca per avere la meglio perfino su ciò che si può appurare con i propri sensi.
L’assunto di base dell’esperimento di Asch consisteva nel fatto che l’essere membro di un gruppo è una condizione sufficiente a modificare le azioni e, in una certa misura, anche i giudizi e le percezioni visive di una persona.
L’esperimento si focalizzava sulla possibilità di influire sulle percezioni e sulle valutazioni di dati oggettivi, senza ricorrere a false informazioni sulla realtà o a distorsioni oggettive palesi.
Il protocollo sperimentale prevedeva che 8 soggetti, di cui 7 complici dello sperimentatore all’insaputa dell’ottavo, si incontrassero in un laboratorio, per quello che veniva presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva.
Lo sperimentatore presentava loro delle schede con tre linee di diversa lunghezza in ordine decrescente; su un’altra scheda aveva disegnato un’altra linea, di lunghezza uguale alla prima linea della prima scheda.
Chiedeva a quel punto ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente nelle due schede.
Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente errata; il vero soggetto sperimentale, che doveva rispondere per ultimo o penultimo, in un’ampia serie di casi iniziava regolarmente a rispondere anche lui in maniera scorretta, conformemente alla risposta sbagliata data dalla maggioranza di persone che aveva risposto prima di lui. in sintesi, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva, consapevolmente e pur sulla base di un dato oggettivo, di assumere la posizione esplicita della maggioranza (solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente e non ciò che sentiva di “dover” dire).

Cionondimeno, nel momento in cui non si parla del tempo, ma di un uomo incensurato che grida la propria innocenza, è necessario uno sforzo per far sì che quel dubbio, così sgradito, possa sopraggiungere, consentendo di analizzare i fatti con la lucidità necessaria ed in maniera autenticamente scevra di preconcetti di sorta.

L’ordinanza del GIP Dott.ssa Vincenza Maccora, riprendendo le risultanze dell’esame autoptico, descrive le lesioni riscontrate sul cadavere della piccola Yara (almeno otto da taglio e una da punta e taglio) come “relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso”.
Infatti, come emerge dalla stessa ordinanza, stando all’analisi dei contenuti gastrici la morte della piccola Yara sembra collocarsi alcune ore dopo la sua scomparsa, e nonostante lo stato di avanzata decomposizione del corpo renda difficile pervenire a conclusioni certe, si suppone sia stata concausata da ipotermia.

Di contro, non dovrebbero essere riconducibili a lesioni causate dall’arma bianca da punta e taglio quelli che appaiono descritti come “segni di lesività contusiva al capo (nuca, angolo destro della mandibola e zigomo sinistro)”: ciò per l’ovvia constatazione che per azione contusiva si intende pacificamente “l’incontro violento (urto) del corpo con una superficie resistente, piana od ottusa”, e risulta essere corpo contundente “ogni oggetto non pungente, non tagliente e non fendente” (definizioni tratte da “Lesività contusiva”, del Dott. Roberto Molteni).

Riconoscendo dunque come esito di ferite procurate con arma bianca da punta e taglio le sole summenzionate lesioni “relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso”, appare lecito chiedersi come possano essere attribuite ad un muratore quarantenne per forza di cose abituato all’uso di un certo tipo di strumenti e dotato di una certa forza fisica.
La stessa collocazione delle ferite (situate su collo, polsi, torace, dorso e gamba destra) appare piuttosto disordinata, e nel complesso il quadro sembra suggerire il fatto che l’aggressore avesse scarsa forza fisica e scarsa manualità con l’arma del delitto.
Il quadro generale delle modalità dell’aggressione, insomma, piuttosto che un agente adulto, sembrerebbe suggerire un possibile atto di bullismo degenerato, o comunque un atto compiuto da persona/e molto giovane/i, non necessariamente di sesso maschile.

A ciò potrebbe essere aggiunta la logica considerazione che, se si suppone che Yara conoscesse il suo aggressore, sembra piuttosto anomalo che una tredicenne accetti di incontrarsi con un quarantenne, per di più senza dare nell’occhio.
Allo stesso modo, ammesso e non concesso un quadro di questo tipo, sarebbe ancor più anomalo che una giovane, appena adolescente, provi un’attrazione o una semplice curiosità nei confronti di un adulto e non ne parli con neppure con l’amichetta del cuore: una trasgressione di questa portata, oltre ad apparire difficilmente conciliabile sia con la figura della piccola Yara sia con quella del signor Massimo Bossetti, non potrebbe certamente passare inosservata e mal si concilia con tutto il resto.

Ma c’è di più: recentemente è emerso che ci sarebbe una misteriosa data da tenere in considerazione, emersa a più riprese nel corso degli interrogatori: si tratta del 20 novembre 2010.
“Forse una ricorrenza o un indizio dato – pare – da una persona vicina alla famiglia Bossetti che ha dato una pista, forse l’ipotesi di un movente. Eppure tutti rispondono allo stesso modo: “Quel giorno non mi dice nulla”.
Così si legge, ad esempio, in questo articolo: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/yara-spunta-data-misteriosa-1037739.html
Ma tralasciamo il 20 novembre per un attimo e torniamo sull’eventualità che Yara e il sig. Bossetti si conoscessero.

C’è chi sostiene si tratti di un delitto occasionale compiuto appunto da un pedofilo occasionale che sceglie a caso la sua vittima, la punta e l’aggredisce, salvo poi lasciarla in vita per sopraggiunto panico, questo perché non essendoci alcun legame accertato tra vittima e presunto carnefice, né numeri di telefono, né persone che li abbiano visti insieme, la spiegazione più semplice è che non si siano mai visti prima dell’aggressione.

Ma allora cosa sarebbe mai potuto succedere sei giorni prima?

Ammesso che fosse il sig. Bossetti l’assassino occasionale e che non conoscesse Yara prima di quel tragico venerdì in cui è stato colto da un raptus, come si può far risalire a sei giorni prima un segnale da parte sua che aprirebbe l’ipotesi di un movente?
Stando alle illuminanti ipotesi presentate nel corso di Segreti e Delitti, sorvolando sul modo inappropriato di gesticolare con fare canzonatorio del conduttore il quale precisa che tutte le incongruenze “dovranno essere spiegate dal Bossetti agli inquirenti” (l’onere della prova a carico dell’accusa è, ahimè, un lontano ricordo dell’Italia che fu) si presuppone che in data 20 novembre sia la famiglia Gambirasio che la famiglia Bossetti si trovassero entrambe all’osservatorio astronomico di Brembate per un evento riportato anche dal’Eco di Bergamo e sarebbe stato in quell’occasione che l’uomo, vedendo la ragazza per la prima volta, avrebbe maturato il proposito di farle del male posto in essere appena sei giorni dopo.

Ma se così fosse e la segnalazione di questa data fosse venuta da qualcuno vicino al Bossetti sarebbe stato lui stesso a riferire a questo qualcuno le sue intenzioni o quantomeno di aver provato una pulsione improvvisa per una bimba sconosciuta sino a quel momento?
L’ipotesi sembra a dir poco assurda.
Incredibilmente nell’ambito della stessa trasmissione, andando avanti, si ipotizza però che Yara, trovandosi in una strada trafficata, non sia stata rapita, bensì, sia salita di sua spontanea volontà in auto data la sua conoscenza con l’imputato, “una conoscenza non tanto approfondita da permettergli di inviarle messaggi, infatti non c’è il numero del muratore tra i contatti di Yara, ma abbastanza solida da far sentire al sicuro lei che era ben educata e diffidente”, dice il giornalista.
Quindi una comoda via di mezzo per giustificare il mancato scambio del cellulare e l’ingenuità di consegnarsi al lupo cattivo.
Più o meno sarebbe andata così: “Ciao, ti ricordi di me? Ci siamo visti sabato scorso all’osservatorio…”.

Quanto a plausibilità dell’ipotesi, di male in peggio.

E’ plausibile che un uomo con famiglia a seguito avvicini e conosca una bimba, accompagnata dai genitori, in pubblico, senza destare sospetti o dare nell’occhio come può accadere a due adulti al bar?
Questa notizia “blindata” della soffiata sul 20 novembre sembra molto forzata, specialmente nello svolgersi di un fatto di cronaca abbondantemente pubblicizzato ove non trova collocazione un silenzio stampa di questa portata.
Per questo motivo sono andata a leggere tutti gli articoli riguardanti questo 20 novembre, ed ho notato che c’è chi ha parlato di “annotazione riconducibile a Bossetti”.
Non ci si può non chiedere cosa possa significare un’espressione di questo tipo.
Non potrei sopravvivere alla divulgazione di una notizia del tipo “Gli inquirenti, durante il sopralluogo nell’abitazione del Bossetti, hanno rinvenuto un calendario dell’anno 2010 dove la data del 20 novembre era cerchiata in rosso”.
A questo punto si potrebbe tranquillamente portare alla sbarra Frate Indovino!

Insomma, se la prova regina deve essere di tipo scientifico, è bene che la scienza non si allontani dal suo presupposto primario: il logos, da cui deriva il concetto di “logica”.
Logica che, per quanto ci si sforzi, non sembra in alcun modo ravvisabile nel castello accusatorio a carico del signor Massimo Bossetti.

Riguardo al punto quattro (mancato occultamento del corpo) voglio provare a ragionare per assurdo.
Il sig. Bossetti, mosso da non si sa che movente, tende un agguato alla giovane ginnasta.
Questo posto che abbiamo abbondantemente ragionato sulle inverosimili e contraddittorie  modalità con cui si suppone l’abbia avvicinata.
Al termine dell’aggressione, in un luogo ancora non ben definito, egli ferisce la bambina, senza causare la di lei morte, almeno nell’immediato, e non si preoccupa delle conseguenze del suo folle gesto.
A rigor di logica chi si macchia di un delitto così orrendo, a meno che non si tratti di un minorato mentale o di un adolescente, vede come prima necessaria mossa l’accertarsi dell’avvenuto decesso e, successivamente, si adopera per occultare il cadavere.
Questo mi spinge a dubitare fortemente di una serie di circostanze, che sono state trattate come fossero secondarie, quali il luogo del rinvenimento, la permanenza del cadavere in quello stesso posto per la durata di tre lunghi mesi e la stessa causa del decesso.
A mio profano parere questi tre elementi sono la chiave di volta di questo interminabile giallo ma, purtroppo,non è stata data loro la giusta considerazione dal principio e, a furia di abbozzare, la comprensibile confusione iniziale si è trasformata in un caos.
È ormai persa ogni speranza di venirne a capo, il bandolo è irrecuperabile un po’ come quando si lascia un gomitolo in balia di un gatto.
Per quanto mi sforzi non riesco a capire il perché il sig. Bossetti, complice il buio della serata, non avrebbe scelto di caricare il corpo in auto o sul furgone per poterlo occultare mettendosi al sicuro.
Un adulto automunito non opera una scelta così avventata, lo fa un ragazzo a cui sono sfuggite le cose di mano e comunque il fatto che ci siano voluti tre mesi per ritrovare Yara o è mera coincidenza,per quanto strana, o più plausibilmente, è morta altrove e solo successivamente è stata lasciata lì a Chignolo.
Questo dato, se vogliamo dare per buono il risultato del test del DNA sulla traccia incriminata e vogliamo quindi ragionare come se fossimo in una puntata di CSI, sarebbe dovuto emergere dall’autopsia che come minimo, vista la tecnologia fantascientifica della quale disponiamo, avrebbe dovuto rivelare se il corpo è stato tenuto altrove (all’aperto o al coperto) e per quanto tempo.
Tralasciamo per un momento tutte le considerazioni possibili riguardo alle domande che non trovano risposte nel referto autoptico, reso difficoltoso anche dall’avanzato stato di decomposizione del corpo, non mancando di tornarci in un secondo momento e teniamoci da parte anche un’attenta analisi sulla dubbia localizzazione della scena primaria del crimine, la quale è via via diventata più itinerante di un circo, per spendere qualche parola sul profilo di DNA preso in esame, ovvero quello di IGNOTO 1.

Non è dato sapere come mai l’attenzione delle analisi forensi si sia focalizzata solo su di esso dal momento che, sin dal primo momento, si è parlato di molteplici e diverse tracce, e, giustamente aggiungerei, si  è sospettato che l’omicidio fosse stato opera di più agenti denominati appunto IGNOTO 1, IGNOTO 2 e IGNOTO 3 (punto 5 in disamina).
Questo ragionamento, dettato dalla logica, si è perso lasciando il posto ad una sorta di lotteria dove IGNOTO 1 ha vinto il primo premio.
Si disse che, così come l’arma del delitto, non fu mai ritrovato il cellulare della ragazza e che, fatto davvero strano e degno di nota, nelle tasche del giubbotto vi erano i guanti ordinatamente piegati nella maniera in cui ognuno di noi li infila in tasca, la scheda SIM e la batteria del telefono.
Ora, pur volendo supporre che il Sig. Bossetti agì da solo e quindi che le restanti tracce biologiche non identificate non siano degne di nota, l’uomo si sarebbe ferito durante l’aggressione ma non avrebbe lasciato il suo DNA né sulla sim né sulla batteria.
Facciamo un passo indietro ponendoci delle domande.
Se i DNA restanti non sono degni di nota vuol dire che gli inquirenti hanno concesso loro  il beneficio del dubbio di un trasporto casuale magari dovuto alla lunga esposizione alle intemperie?
Li hanno forse esclusi data la loro posizione sulla parte anteriore del corpo dando più importanza alla traccia presente nella parte posteriore ipotizzando che questa fosse l’unica attendibile in quanto la vittima si trovasse in quella posizione e in quel preciso posto sin dalla sera del 26 novembre?
E ancora, se l’uomo si fosse ferito un dito sferrando un fendente, che dovrebbe essere necessariamente l’ultimo, e il suo sangue si fosse trasferito sul corpo, come mai non ve ne è traccia né sulla sim né sulla batteria?
Avrebbe dovuto rimuoverli prima di ferirsi ma dopo aver stordito la ragazza se non fosse che appare più plausibile che i colpi inferti con l’arma da taglio siano precedenti al colpo alla testa, trattandosi di ferite da arma bianca incerte e poco profonde compatibili con un soggetto ricevente in movimento che prova a sfuggire all’aggressione.
Questo è facilmente deducibile, non serve un esperto, dal fatto che le ferite sono molteplici e distribuite su tutto il corpo, sia nella parte anteriore che in quella posteriore, quindi appare davvero difficile pensare che siano state inferte su un corpo già disteso e privo di sensi.
Ciò comporterebbe la stranezza di averlo dovuto girare per infierire, debolmente, su entrambi i lati.
Altra circostanza stranissima, se il sig. Bossetti non è Wolverine perché se lo è allora si spiega, è quella del ferimento accidentale nel momento dell’aggressione a mezzo lama.
Chiunque si sia mai ferito una mano o peggio un dito sa benissimo che la perdita di sangue è consistente trattandosi di estremità e, pur restando fermi e tamponando, passerà un certo lasso di tempo prima che il sanguinamento si arresti del tutto, figuriamoci durante il concitamento di un’aggressione!
La pressione sanguigna, il battito accelerato e i movimenti bruschi compatibili con una colluttazione averebbero lasciato agli inquirenti ben più di una esigua traccia di DNA.
Tornando alle altre tracce biologiche presenti sul corpo perché non sono state anch’esse confrontate con i DNA prelevati a tappeto?
Non è strano che disponendo di ben tre termini di paragone si sia preferito usarne uno?
Dal momento in cui si è deciso di mettere la soluzione di questo giallo nelle mani di una scienza, affidabile sì ma che pretende elementi con determinate caratteristiche al fine di ottenere risposte altrettanto affidabili, in Italia oso definire ancora a livelli di esperienza embrionali perché non alzare il tiro e non cercare di stabilire l’identità di tutti gli IGNOTI?

Inoltre, da accanita lettrice di gialli, non disdegno l’uso della scienza purché accompagnata dal buon vecchio ragionamento stile Poirot.

Avvicinare, convincere a farsi seguire su un mezzo di trasporto, guidare e, allo stesso tempo, mantenere il controllo di una ragazzina sconosciuta, o volendo proprio crederci conosciuta superficialmente, recarsi in un luogo appartato con la probabilità di destare il sospetto della passeggera e scatenare un suo conseguente tentativo di scendere o di chiamare aiuto, perpetrare un tentativo di violenza fuori dall’abitacolo (visto che in nessuna autovettura del sig. Bossetti è stata rinvenuta traccia di Yara e il DNA così come non vola neppure si smaterializza) sono una serie di circostanze inverosimili, incredibili che, laddove si fossero verificate davvero in questa sequenza, sarebbero molto più uniche della sequenza del DNA.

Sempre usando il ragionamento, visto che il “popolino” più passa il tempo più ricordi matura, (procedimento inversamente proporzionale alla logica messo in atto puntualmente in circostanze del genere e cioè laddove ci sia un “mostro” da inchiodare alle sue responsabilità) come mai nessuno ricorda ferite, cerotti o bendaggi sulle mani del sig. Bossetti nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Yara?
E ancora come ha fatto quest’uomo a compiere un gesto tanto agghiacciante, che solo il pensarlo per provare a  ricostruire gli eventi mette i brividi, senza lasciar trasparire un’ombra di emozione addirittura recandosi puntuale al lavoro il giorno seguente?

Nessuno ricorda un uomo che, in un piccolo centro, chiacchiera con una bambina, nessuna compagna di palestra ha mai visto il sig. Massimo “appostato” fuori al centro sportivo, e volendo considerare che non sia saltato all’occhio delle piccole ginnaste, vedo davvero difficile che la stessa cecità abbia colpito le madri, i padri e le insegnanti.

mai-visto-bossetti

“Ma questa è un’altra storia” direbbe Michael Ende e non esiste la possibilità di raccontarla un’altra volta poiché tutti gli “elementi” che depongono a favore del sig. Bossetti sono stati abilmente occultati agli occhi dei telespettatori famelici da parte dei giornalisti sensazionalisti, poiché non appetibili quanto quelle ridicole bassezze definite, sembra quasi una bestemmia, niente poco di meno che “prove”.

Dunque quale modalità di interazione tra i due è più accreditata?
Nemmeno i giornalisti macellai più fantasiosi sono riusciti a proporcene una credibile, ma approfittando di un pubblico a cui poco interessa la verità purché ci sia del torbido, laddove non riescono a proporre una sequenza di fatti plausibile, hanno in cantina dei candelotti fumogeni da lanciare tra una pubblicità e un furgone fantasma.

Agli occhi dei più attenti però non è assolutamente pensabile che il sig. Massimo abbia architettato di rapire una bambina che precedentemente ha sorvegliato e pedinato al pari di un provetto 007, senza però licenza di uccidere, barcamenandosi tra una doccia solare, dalla quale aveva una visuale perfetta su non si sa bene cosa, sospetti rifornimenti di carburante alla sua autovettura, buche al lavoro con la scusa del medico, e, tenetevi forte, l’acquisto compulsivo di figurine di Yu-Gi-Oh!
E poi, perdonatemi l’azzardo, ma se quest’uomo avesse sul serio avuto un’ossessione per Yara, come mai, durante il giorno non si è mai aggirato nei dintorni della scuola dove sarebbe di certo passato più inosservato?
Altro particolare davvero degno di nota è il fatto che gli inquirenti insistono su questa linea dell’ossessione malata, che pretende una qual forma di controllo e consapevolezza dei movimenti della vittima da parte del suo carnefice, ma dimenticano che proprio quella sera lei non sarebbe dovuta uscire.

Il-Giorno Da “Il Giorno” del 16 dicembre 2010

Allora ci spiegassero una volta per tutte, il sig. Massimo è un maniaco goffo ed impedito, tremendamente astuto, o sfacciatamente fortunato?

Parliamo ora delle reazioni psico-fisiche di un soggetto che porta a termine un disegno criminoso sfociante in un’aggressione fisica nei confronti della persona che alimenta la sua ossessione; esse sono svariate e ritengo che illustrarle potrebbe far riflettere il lettore sul fatto che c’è un’enorme differenza tra il rappresentarsi un fatto, immaginandolo alla stregua di un film, e viverlo mettendo in atto fantasie perverse. Tutti hanno delle fantasie e guai a volerle sindacare,non a caso si chiamano fantasie, ed infatti la gran parte delle persone non le mette mai in atto perché significherebbe snaturale.
Vero è che, da che è nato il mondo, c’è sempre stato chi si è macchiato del reato più orribile che esista e vero è anche che intorno a noi ci sono persone prive completamente di empatia che riescono a prendersi l’innocenza e la vita di un bambino con la stessa naturalezza con cui caricano una lavatrice.
Ma l’accusa confusa ha riconosciuto, ancor prima di riconoscere il sig. Bossetti come IGNOTO 1, che l’aggressione denotava insicurezza, esitazione e che le ferite, da sole, non sarebbero state sufficienti a cagionare la morte se non “aiutate” dall’ipotermia.
In poche parole chi aggredì Yara non rientra propriamente nel profilo della persona di ghiaccio con tendenze psicopatiche.
Posto che l’Italia tutta, a mò di pulcino che seguirebbe la chioccia anche in un fosso, è persuasa che la morte di Yara sia avvenuta per mano del sig. Bossetti allora l’Italia tutta deve almeno considerare l’idea che una qualche reazione, se pur minima, sia seguita ad un gesto così efferato.
Da numerosi studi emerge che, psicopatici a parte, chiunque compia un gesto che provochi la morte di un suo simile attraversa nell’immediato e nei giorni e settimane successive, dipende poi dal soggetto, delle fasi di sofferenze che si manifestano a livello fisico.
Nell’immediatezza, ad esempio, può accadere di vomitare o di essere presi da crampi allo stomaco e alle articolazioni, può subentrare un forte tremore, scoordinazione nei movimenti e nei pensieri.
I polemici risponderanno che Lui ha avuto quattro lunghi anni per “perdonarsi” e “rimuovere” ma a caldo può essere rimasto così freddo?
Può essere rientrato in tempo per la cena e aver mangiato come se nulla fosse?
E se pure decidessimo di non credere che sia tornato a casa per cena e che invece abbia preferito eclissarsi per alcune ore come è riuscito, fisicamente, ad alzarsi alle 7 l’indomani e, senza batter ciglio, mettersi a dar di cazzuola?
Eppure, che lo abbiano visto far benzina o che non lo abbiano MAI visto in un dato bar, che lo abbiano visto in cantiere o che non lo ricordino per niente dal grossista di materiali edili, nessuno, e dico nessuno, ha mai sostenuto di ricordarlo sconvolto, agitato o almeno turbato.

Sapete perché?
Perché questo non è un film, diamine se non lo è!
Quello che si vede nei film non corrisponde al vero.
Non si può rapinare un tir a 200 all’ora come in Fast and Furious, non si può correre tra le pallottole senza beccarne una o prendere decine di calci nelle costole e rialzarsi come in Charlie’s Angels perché lo vediamo in TV.
Allo stesso modo non si può essere il Sig. Massimo Giuseppe Bossetti, figlio di una relazione extra-coniugale, morboso pedinatore della notte, assassino di bambini, “mostro”, incastrato e inchiodato alle sue responsabilità da una prova incontestabile, che da sola vale una condanna all’ergastolo, solo perché lo dice la TV.

Se la scelta della maxi comparazione a tappeto fosse ricaduta sulla traccia 2 o sulla 3 adesso avremmo un altro uomo o una donna a caso dietro le sbarre.
Il sig. Massimo, al quale va tutto il mio sostegno morale, è un uomo forte e sicuro della sua innocenza, sicuro del fatto che mai e poi mai torcerebbe un capello ad anima viva, un uomo mite e gentile che non ha mai avuto in vita sua precedenti di violenza, un uomo metodico senza grilli per la testa che ama sua moglie, i suoi figli e i suoi familiari, un uomo umile ma con una grandissima dignità che ancora crede che non si possa punire un innocente per un crimine che non ha commesso e che quindi tutto si aggiusterà.
Nel suo isolamento non vacilla e non strilla poiché non ha rimorsi e nulla di cui pentirsi.
Spero che la solitudine non gli mini il fisico e la mente perché chi dovrà pagare per gli errori commessi non riuscirebbe comunque a restituirgli la salute persa.

Ricordo un racconto del quale non rivelerò la fonte.
Parla di un prigioniero tenuto in isolamento per mesi che di punto in bianco scorge un ragno su di una parete della sua buia prigione. Viene colto da un turbinio di pensieri. Vorrebbe tenerlo con sé, impedirgli di andare via attraverso una minuscola fessura perché non ha nessuno con cui parlare e quel ragno potrebbe ascoltarlo e tenergli compagnia.
Potrebbe dividere la sbobba con lui e farne il suo migliore amico, offrirgli un giaciglio per la notte.
D’altronde cosa dovrebbe tornare a fare in quel mondo pazzo e malvagio lì fuori? Starà senz’altro meglio con lui. NO!
“Lui non farà del ragno un prigioniero, chi è lui per privare un essere vivente della sua libertà.” dice a se stesso.
Guarda il ragno scivolare via e sorride, lui non è fatto della stessa pasta di chi lo ha rinchiuso e dimenticato lì in quella cella buia e fredda. LUI è diverso, LUI è un uomo perbene.

Il sesto punto, relativo al ritardo nel circoscrivere il luogo del rinvenimento, acquista importanza sotto due profili distinti: il primo attiene alle sue cause, ed in particolare alla possibilità che il luogo del rinvenimento non coincida con il luogo del delitto, il secondo è invece intrinsecamente legato alle sue conseguenze, alla luce della considerazione che tale ritardo nel rinvenimento potrebbe aver inciso sulla qualità della traccia di DNA attribuita al soggetto convenzionalmente denominato “Ignoto1”.

Dal momento che dai documenti relativi al fermo di Bossetti sembra emergere che ora gli inquirenti tendano a collocare il delitto proprio a Chignolo, vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che la questione è ancora dubbia, come emerge in effetti dal fatto che la stessa ordinanza del GIP non sembri fornire in merito certezza alcuna.
In tutta sincerità, collocare il delitto a Chignolo sembra quasi un modo per far quadrare forzatamente i conti.
Riporto alcuni punti interessanti dell’ordinanza del GIP Vincenza Maccora, che mostrano come in realtà la cosa sia piuttosto incerta:
“Il corpo ed alcuni indumenti unitamente al livello dell’albero bronchiale, di Yara Gambirasio riportano polveri riconducibili a calce, che del tutto verosimilmente rappresentano il frutto di contaminazione dovuta al soggiorno della stessa in un ambiente saturo di tali sostanze ovvero dovuta ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tale sostanze. Al fine di valutare l’origine di tali polveri è stato realizzato un confronto con prelievi effettuati, nelle sedi che Yara Gambirasio avrebbe potuto frequentare nei giorni antecedenti la sua scomparsa.
I dati ottenuti dimostrano che le polveri rinvenute su Yara Gambirasio non si ritrovano nella stessa forma nei diversi luoghi controllati (casa, palestra, piscina, sterrato vicino al campo di Chignolo) se non in parte per i campioni del cantiere di Mapello, ove in un primo momento si sono concentrate le indagini.”

Ancora:
“Le indagini geologiche sulla suola delle scarpe mostrano che molto probabilmente esse sono venute in contatto con il terreno del campo di Chignolo d’Isola ovvero con terreni con caratteristiche naturalistiche analoghe. Ciò è suggestivo fatto che abbia camminato in un simile ambiente.”

Ricapitolando, pare di capire che qualora l’aggressione fosse avvenuta o cominciata a Mapello (dove tra l’altro inizialmente puntarono tutti i cani molecolari) si spiegherebbero anzitutto le tracce di calce nei polmoni, senza ricorrere al teorema Bossetti.
D’altro canto, ritenere che le tracce di calce rinvenute nell’albero bronchiale di Yara costituiscano un indizio a carico del signor Massimo Bossetti è di per sé piuttosto azzardato: in parole povere, sembra di essere dinnanzi ad un puzzle costruito a partire da una traccia di DNA, alla quale vengono accostai altri presunti indizi che di per sé non significano nulla.
Qualcuno ha scritto che sarebbe un po’ come rinvenire un panino nello stomaco di una vittima e ritenerlo un indizio a carico di un panettiere, ovvero rinvenire uno spillo nel luogo del delitto e considerarlo indizio contro un sarto.
Di più: sembra quasi che spostando il luogo del delitto a Chignolo si acquisti un indizio contro Bossetti.
In secondo luogo, quanto mostrato dalle scarpe indica probabilmente (ma non “certamente”) che Yara possa aver camminato a Chignolo o in terreni con caratteristiche analoghe, ergo non è una certezza, ma ancora una volta un’ennesima incertezza.

Vale ulteriormente la pena di sottolineare che (cito sempre l’ordinanza):
“I rilievi relativi al contenuto gastrico consentono di ritenere che la morte risale a poche ore dopo la scomparsa la sera del 26 novembre 2010, ed in particolare appare collocabile nel range temporale compreso tra le 19 e le 24 … tenuto conto di una fase agonica protratta, questo limite potrebbe estendersi alle prime ore del giorno successivo.”

Partiamo dal presupposto che l’aggressione potrebbe essere cominciata a Mapello, ed in seguito la ragazza potrebbe essere stata spostata a Chignolo, magari già priva di sensi e trascinata di peso- questo già di per sé potrebbe spiegare le tracce sotto le suole.
Se la morte è sopraggiunta qualche ora dopo, o perfino il giorno successivo, non si può escludere neppure che Yara sia stata trasportata a Chignolo quando ancora era almeno semicosciente, ed abbia provato ad alzarsi, a Chignolo, magari riuscendo a fare qualche passo.
Si tratta, naturalmente, si semplici ipotesi, che in quanto tali non ambiscono ad ergersi a certezze di sorta: tuttavia, il fatto stesso che si presentino come “ragionevoli dubbi” dovrebbe spingere a non escluderle in maniera avventata.
D’altro canto, è la stessa ordinanza ad evidenziare come il cellulare della piccola Yara abbia agganciato la cella telefonica di Mapello alle ore 18,49: un ulteriore dato da non sottovalutare, in quanto in caso contrario il rischio più evidente potrebbe essere quello di notare le discrasie dopo aver già completato il puzzle.
A questo punto, dopo il can-can mediatico e le dichiarazioni di Alfano ne verrebbe fuori una commedia irresistibile, ma ancora una volta a spese di due famiglie distrutte: una da un clamoroso errore nelle indagini, un’altra dal dolore immenso causato dall’illusione di essere vicini ad una soluzione che non arriva.

Come anticipavo, il ritardo nel rinvenimento del corpo, potrebbe aver influito anche sulla traccia di DNA in disamina.
In precedenza, avevamo avuto modo di rimarcare l’aura di mistero che circonda la qualità della traccia in esame: secondo l’ordinanza, la sua qualità è ottima, e dello stesso avviso si è dimostrato in data 22 luglio, ai microfoni del Tg1 delle ore 20,00, il genetista Dott. Portera.
Il mistero è dato dal fatto che lo stesso Dott. Portera all’Eco di Bergamo in data 28 febbraio 2013, definiva la medesima traccia “quantitativamente scarsa e qualitativamente deteriorata”.

Chi crede che le parole del Dott. Portera possano attribuirsi ad una sorta di errore isolato, sbaglia: in effetti, basta procurarsi tutte le fonti relative a prima del fermo del signor Bossetti per appurare come la traccia di DNA di Ignoto1 fosse globalmente considerata esigua e deteriorata.
Sebbene il settimanale Giallo, dopo il fermo di Massimo Bossetti, non abbia esitato a convertirsi alla nuova DNAe religio, lo stesso settimanale, nel numero 29 dell’anno 2013, ospitò una interessante intervista alla biologa e specialista in genetica medica Marina Baldi.

L’intervista era così interessante che vale la pena riportarla paro paro nei suoi punti salienti:
«L’analisi del Dna», spiega la genetista Baldi, «ha un grosso limite quando si parla di indagini forensi. Anche se il profilo è chiaro e il materiale è concentrato – cosa che in questo caso non è – non avremo mai modo di stabilire quando quel reperto è stato lasciato. Il Dna di Ignoto 1, infatti, è stato trovato sugli indumenti della ragazzina dopo tre mesi che la piccola era distesa, morta in un campo incolto. Era inverno: Yara è stata infatti ritrovata il 26 febbraio del 2011». Il Dna, dunque, era annacquato da mesi di piogge e neve, ed era compromesso da batteri di ogni genere. Continua la genetista Marina Baldi: «E’ impossibile dunque stabilire che quello di Ignoto 1 sia il Dna dell’assassino, o che invece non si sia trovato lì perché frutto della contaminazione da contatto degli indumenti con il terreno o con qualsiasi altra fonte di Dna. Non sappiamo se il corpo della piccola sia stato toccato, successivamente all’omicidio, da qualcuno che ha lasciato inconsapevolmente le sue tracce e poi non ha avuto il coraggio di denunciare il ritrovamento». Il Dna di Ignoto 1, tra l’altro, non è l’unico trovato sul corpo di Yara: perché ci si è concentrati solo su questo e non sugli altri Dna? Di chi sono gli altri? Non si è mai scoperto. Dice ancora la Baldi: «Se anche dovessero trovare a chi appartiene Ignoto 1, il lavoro dei consulenti sarà poi quello di dimostrare come e perché quel Dna sia finito su quei reperti. Un lavoro estremamente complicato ». Dal quale, comunque, siamo ancora infinitamente lontani.

I punti evidenziati dalla Dott.ssa Baldi non possono e non devono essere dimenticati ora, in quanto il fermo del signor Bossetti, pur procurando un certo entusiasmo, entro certi limiti comprensibile e legittimo, non cambia i termini del problema: se la traccia di DNA relativa ad Ignoto1 era deteriorata ed esigua prima, è deteriorata ed esigua anche ora.
Al di là delle mistificazioni date dall’effetto CSI, infatti, il DNA può essere considerato prova scientifica certa, in particolare in un forensic context, solo in presenza di alcuni presupposti che ne garantiscano la piena attendibilità: presupposti che in questo caso palesemente mancano.
Anzitutto occorre che la traccia sia integra.
A seguito di tre mesi di intemperie abbattutesi su di essa, è praticamente scontato che l’integrità della traccia costituente la prova scientifica sia compromessa e deteriorata.

Altro punto da richiamare per doveroso approfondimento è il fatto che non si può affermare con assoluta certezza che la traccia di Ignoto 1 sia stata depositata al momento dell’omicidio di Yara.
Nonostante, per parafrasare l’ordinanza del GIP, non sia illogico supporre che sia stata depositata contestualmente all’aggressione (la qual cosa, peraltro, è altresì compatibile con un’ipotesi di veicolazione attraverso arma del delitto precedentemente contaminata), una certezza in tal senso non esiste, sia perché il DNA non è databile, sia per le possibili rimanipolazioni post-omicidiarie della scena del delitto da parte di terzi coinvolti o assolutamente estranei all’azione omicidiaria, e sia perché manca l’accertamento dell’origine biologica della traccia- che ricordiamo è dedotto solo in via di esclusione, anche se si continua a parlare di traccia ematica senza rendere conto all’opinione pubblica che tale elemento non è certo.
L’assenza di un tale accertamento induce a pensare che possa trattarsi anche, fino a prova contraria, di un’origine tale da facilitare il secondary e anche il tertiary tranfer del DNA di un perfetto estraneo.
Il fatto che la circostanza sia improbabile in virtù di una supposta abbondante cellularizzazione della traccia, è infatti cosa diversa dalla certezza che si richiede nel momento in cui si parla non del moscerino della frutta, ma di un uomo incensurato che grida la propria innocenza.
Ancora, non è possibile neppure escludere una contaminazione della traccia, che potrebbe essersi verificato in più di una fase d’indagine, anche del tutto involontariamente: una probabilità che aumenta in maniera esponenziale in un laboratorio forense in cui si analizzano la bellezza di 18.000 campioni.
Allo stesso modo, non è possibile escludere, ad oggi, che vi sia stata contaminazione del DNA dello stesso Massimo Bossetti, stante l’anomala modalità di prelievo del campione salivare.
Per fugare ogni dubbio, il prelievo del DNA di Bossetti dovrà essere ripetuto in condizioni scientificamente e legalmente accettabili ed appropriate, e subito confrontato non con il vecchio campione già estratto di Ignoto1, ma con un nuovo campione di DNA prelevato dalla traccia originale sugli abiti (cosa che, ahimè, non è certo che si possa fare, come vedremo in seguito).
In assenza di ripetizione degli accertamenti e di silenzio di tomba dinnanzi ai quesiti di cui sopra, la sgradevole impressione è che nessuno sappia che pesci prendere per districarsi dall’imbarazzo dell’aver cantato vittoria in modo troppo avventato.

Questioni di questo tipo sono state affrontate ripetutamente anche negli USA, in particolare in seguito ad un grave scandalo che nel 2005 ha coinvolto lo stato della Virginia, il cui laboratorio di analisi “ufficiale” usato dalle autorità locali per l’esame del DNA al fine di identificare gli autori di delitti, produceva risultati falsi o comunque non precisi al fine di agevolare le incriminazioni dei sospettati e mantenere così un alto tasso di incriminazioni, elettoralmente utile ai politici locali (cfr. Dott. Daniele Zamperini su scienzaeprofessione.it).

Nello studio “Tarnish on the “Gold Standard”: Understanding Recent Problems in Forensic DNA Testing” by William C. Thompson, (J.D. University of California, Berkeley; Ph.D. Stanford University. Department of Criminology, Law & Society, University of California, Irvine) [1], oltre a porre l’accento sui possibili errori dovuti a contaminazione del DNA, l’autore osserva che in genere è riscontrabile una forte resistenza all’ammissione di aver commesso un errore di laboratorio.

D’altro canto, quali siano i limiti “ordinari” del DNA nelle indagini è ben evidenziato anche dalla Prof. Paola Felicioni, che nel saggio “La prova del dna tra esaltazione mediatica e realtà applicativa” elenca in modo semplice ed immediato non solo i limiti processuali ma anche quelli tecnico-scientifici (quelli che per l’Italiano medio, ovviamente, non esistono).

“Alla categoria dei limiti tecnico-scientifici che riguardano specifica-mente la peculiare struttura della prova del DNA si riconducono alcuni fattori oggettivi ovvero soggettivi in quanto riferibili all’uomo: 1) la non databilità della traccia biologica dalla quale è estratto il profilo genetico; 2) la facile trasportabilità del DNA: chiunque, infatti, potrebbe inquinare la scena del crimine introducendovi elementi o tracce raccolti da altri luoghi; 3) la degradazione enzimatica del DNA causata dalle componenti fungine e/o batteriche che possono attaccare il reperto; 4) il decadimento fisico-chimico del DNA causato da fattori ambientali (raggi ultravioletti, radicali liberi presenti nell’ossigeno, formaldeide); 5) la contaminazione cd. esogena in cui la commistione di componenti biologiche è riconducibile ad errori umani (es. il campione di sangue è inquinato da altri substrati biologici come nel caso dell’operatore che interviene con strumenti biologicamente contaminati o senza guanti); 6) la contaminazione c.d. endogena dovuta alla presenza, iniziale o da inidonea repertazione, di più materiali organici (sudore, saliva, sangue) appartenenti a diversi soggetti che possono essere coinvolti o meno nel reato; 7) la contaminazione cd. sporadica relativa a esigue quantità di substrato genetico (es. una sola formazione pilifera, ovvero oggetti solo “toccati”, oppure degradazione enzimatica).”

Ed è inutile che giornalisti e teleimbonitori s’affannino nella loro solerte campagna di mitizzazione della certezza della prova scientifica, perché se è la voce più autorevole delle indagini forensi, ossia la Dott.ssa Cristina Cattaneo, nella sua opera “Certezze provvisorie” ad avvertire del fatto che la scienza non fornisce alcuna prova regina e mettere in guardia dal rischio che alla Corte della Giustizia la scienza, da Gran Consigliere, possa trasformarsi in un mero cortigiano “nel senso deteriore del termine”, cercare di irretire l’opinione pubblica a suon di mistificazioni non onora la nostra civiltà.

Così, se la Prof. Felicioni (op. cit.) parla di opinione pubblica instupidita dall’effetto CSI, non meno degne di nota sono le parole delle Prof. Sergio Lorusso (tratte da “Il contributo degli esperti alla formazione del convincimento giudiziale”):

“Occorre prudenza e una consistente dose di immunizzazione rispetto ai
facili entusiasmi, talvolta mediaticamente indotti o alimentati, che circondano la materia della c.d. “prova scientifica” e che dilagano anche tra quegli addetti ai lavori pervasi dalla sindrome scientista.
Senza per questo ‘criminalizzare’ il ricorso alle nuove conoscenze tecnico-scientifiche nella ricostruzione del fatto penalmente rilevante e nell’individuazione dei suoi autori, il cui apporto è oggi ormai ineludibile. Necessario però ricondurlo su binari più corretti, senza alimentare una degiuridicizzazione del processo penale che emerge più o meno consapevolmente da determinati approcci.
La relatività del sapere scientifico del resto è un dato acquisito per la stessa scienza, al pari della consapevolezza della sua intrinseca difformità rispetto al sapere giudiziale.
La scienza non è nata per essere applicata al processo, né tanto meno può essere invocata oggi quale rassicurante pietra filosofale del terzo millennio da porgere generosamente al giudicante per lenire l’inevitabile travaglio che da sempre accompagna ogni operazione decisoria. Unicuique suum, verrebbe da dire.”

Se il castello accusatorio appare caratterizzato sin dalle fondamenta da alcune incolmabili lacune, penso di potere affermare con una certa tranquillità che l’assenza dell’arma del delitto (punto sette), insieme all’assenza di movente, è uno dei più evidenti buchi nella ricostruzione del fatto: un buco che si rivela ancor più vistoso del previsto in un caso in cui è possibile che ci sia stata veicolazione del DNA attraverso l’arma stessa.

Davanti ad una situazione del genere, probabilmente Totò e Peppino si sarebbero guardati negli occhi e Peppino avrebbe doverosamente esclamato un eloquente “…e ho detto tutto!”.
In questo caso, è lecito tuttavia ritenere che Totò non avrebbe seguito il copione rispondendo con il suo celebre: “Ma che ho detto tutto? Ma che dici con questo ho detto tutto, che non dici mai niente?”.
Infatti, in questo caso, temo che l’assenza dell’arma del delitto, specie alla luce del caso concreto, sia una lacuna così evidente da rendere superflua ogni ulteriore considerazione: parlando di assenza di arma del delitto, insomma, si è davvero detto tutto.
Si potrebbe comunque aggiungere qualche utile osservazione che mostra molto bene le incertezze del caso: l’arma, infatti, non manca solo in concreto, ma anche in astratto, in quanto la sua stessa natura è ricavata per esclusione e non senza incertezze di sorta.
Si legge nell’ordinanza che “Per ciò che riguarda il mezzo produttivo delle lesioni da arma bianca, trattasi di strumento da punta e taglio, con spessore della lama minimo di 0,2 mm, lunghezza di almeno 2 cm,con possibile copertura in titanio, che per le caratteristiche rilevate è meno provabile trattarsi di un taglierino (cutter) ma piuttosto di un coltello.”

Insomma, in soldoni: l’arma non c’è, non trova, e non si sa bene neppure cosa sia.
Davanti alla possibilità della veicolazione della traccia genetica attraverso l’arma del delitto, è difficile comprendere come quest’assenza possa essere utilizzata in dibattimento.

Alla luce del dubio pro reo, probabilmente, non dovrebbero esserci dilemmi di sorta, ma in un contesto storico in cui la giurisprudenza indugia e vacilla ed i principi fondamentali dello stato di diritto sembrano talvolta configurare la “cacata carta” di catulliana memoria, è molto difficile azzardare un pronostico, e ancor più difficile essere ottimisti.

Nei precedenti articoli ho già incidentalmente messo il dito in una dolorosissima piaga, ossia quella relativa alle evidenti incongruenze che caratterizzano il presunto indizio delle celle telefoniche  (ottavo punto in esame).

Sebbene l’ “indizio” delle celle telefoniche sia stato uno di quelli considerati maggiormente appetibili dagli sciacalli e gli avvoltoi che popolano i nostri organi di informazione senza che, ad oggi,  alcun veterinario sia stato in grado di porre rimedio a cotale perniciosa presenza, si tratta probabilmente anche di quello che, se analizzato a dovere, si rivela più inconsistente ed oserei aggiungere imbarazzante.

Per vedere con esattezza quanto imbarazzante, inserisco qui una “notizia” pubblicata dalla Stampa in data 26 giugno, che ho conservato a memoria dei posteri come esempio molto calzante di informazione scorretta:

la-stampa

“Il telefono di Bossetti spento solo quella sera”.

Una notizia davvero appetibile, con il solo piccolo problema di essere falsa sin dalle fondamenta, perché non vi è certezza alcuna neppure del fatto che “quella sera” il telefono di Massimo Bossetti fosse spento.
Semplicemente, non ricevette né fece comunicazioni telefoniche dopo le 17,45, come emerge chiaramente sia dal fermo

fermo

sia dall’ordinanza del GIP in cui testualmente si legge che dopo una chiamata avvenuta alle ore 17,45 “fino alle ore 7.34 del mattino successivo il suo cellulare non ha più generato traffico telefonico”.

Come i giornalisti facciano a sapere (non è in nessun modo possibile scoprirlo a posteriori) che il telefono fosse spento, e addirittura che fosse spento solo quella sera è forse uno dei misteri della fede della nuova religione del DNA.

Sicuramente non si tratta di una notizia dotata di fondamento o coerentemente tratta dalla documentazione: ma su questo aspetto, conoscendo oramai bene le “nostre pecore”, mettiamoci per ora il cuore in pace.

Se volessimo comunque provare a sviluppare logicamente l’assunto della Stampa, cosa avrebbe intelligentemente fatto il nostro campione di truce freddezza?

Prima di spegnere il suo cellulare avrebbe effettuato (questa è risultanza acclarata) una chiamata al cognato nientemeno che da un paese vicino a quello in cui sarebbe stato compiuto il delitto: più fesso di così!

Quindi, il nostro Massimo Bossetti non solo avrebbe dimostrato un alto grado di criminalità, macchiandosi di truce premeditazione nel suo spegnere il cellulare per non essere localizzato, ma soprattutto avrebbe sfoggiato in tale frangente un livello di idiozia che definire abnorme è ben poca cosa.

I milioni e milioni di italiani che sperano e invocano una condanna esemplare nella loro cieca smania “buttachiavi” non potranno che restare profondamente delusi: infatti, se mai dovesse essere confermata una simile ricostruzione dei fatti in chiave colpevolista, Massimo Bossetti non potrà che essere assolto per manifesta infermità mentale!

Mi si dirà che si tratta di un semplice peccato veniale dei giornalisti nostrani, una ricostruzione giornalistica fallace superficialmente propinata all’opinione pubblica nel nome dell’audience, che in quanto tale può essere perdonata.
Il problema è che se si mettono a confronto le tesi giornalistiche con quelle scritte nell’ordinanza, sfido chiunque a stabilire quali siano più bizzarre.

L’ordinanza non parla, ovviamente, di telefono spento, ma ecco cosa dice testualmente:

“Infatti il pomeriggio della scomparsa di Yara Gambirasio l’utenza nr.
omissis, intestata a Bossetti Massimo, attivata il 03.01.2009, ha agganciato alle ore 17.45 la cella di via Natta di Mapello (BG), compatibile con le celle agganciate dall’utenza cellulare in uso a Yara Gambirasio nello stesso pomeriggio, prima della sua scomparsa, dato che anche il cellulare della ragazzina risulta abbia agganciato la sera del 26.11 alle ore 18,49 la medesima cella. L’indagato si trovava quindi, quantomeno alle 17,45 proprio nella zona in cui si trovava Yara Gambirasio e nelle ore successive e fino alle ore 7.34 del mattino successivo il suo cellulare non ha più generato traffico telefonico.
Tale ultima circostanza assume rilievo in una valutazione globale e non isolata degli indizi a carico di Bossetti.
Perché se è possibile che il suo cellulare abbia agganciate la cella di
Mapello via Natta alle 17,45 del 26.11.2010 perché per rientrare a casa dal lavoro l’indagato transitava di fronte al centro sportivo di Mapello (come è dichiarato nel corso del suo interrogatorio), se dalla valutazione isolata dell ‘indizio si passa a quella globale e si collega tale dato a quelli fin qui illustrati…[…]”

Un giro di parole enorme per esprimere qualche concetto semplicissimo:

– Massimo Bossetti, residente a Mapello, aggancia la cella telefonica di Mapello (guardate voi che stranezza!);

-Yara Gambirasio aggancia la cella telefonica di Mapello… Oltre un’ora dopo!

Infatti, sempre dall’ordinanza:
“In particolare risulta che Yara Gambirasio,che aveva a disposizione l’utenza *omissis* scambia tre sms”, rispettivamente alle ore 18,25-18,44 e infine 18,49.
“I primi due sms agganciano la cella di Ponte San Pietro, cella compatibile con la palestra di Brembate Sopra ove la ragazza si trovava, mentre il terzo sms viene agganciato dalla cella di Mapello, via Natta, area più lontana dalla palestra di Brembate, area opposta rispetto tragitto che la ragazza avrebbe dovuto fare per ritornare a casa e comunque compatibile con la presenza di Yara Gambirasio nell’area di Mapello”.

Le aree geografiche sono dunque compatibili, ma con il “trascurabile” dettaglio di una discrasia cronologica di oltre un’ora.

“Ammazzate oh!”, esclamerebbe Claudio Villa.

La questione in realtà è ancora più complessa, perché Brembate e Mapello distano un paio di chilometri, e in caso di distanze geografiche così ravvicinate non è possibile capire con certezza da dove esattamente sia stata agganciata una cella telefonica.
Comunque, dal momento che la questione non sembra interessare, o per meglio dire sembra interessare solo se e quando si tratta di volgerla in senso colpevolista, con tutto l’assurdo corollario che la cosa implica inevitabilmente (vedasi a tal proposito il precedente articolo Il re è nudo: siamo tutti Massimo Bossetti), supponiamo che sia sempre stata agganciata la cella telefonica “miglior servente”.

In questa ipotesi, ciò che resta è una discrasia cronologica visibile anche al più accanito colpevolista, ed una cella telefonica agganciata da Bossetti nel paese in cui risiede.
Della debolezza (ed aggiungerei della risibilità) del presunto indizio in questione, deve essersi accorto anche il GIP, che infatti mette nero su bianco il fatto che tale circostanza assume rilievo in una valutazione globale”.

Una considerazione, questa,che tuttavia non sana la evidente incompatibilità cronologica, né la plateale assurdità alla quale si andrebbe incontro, come visto sopra, nel caso in cui si ipotizzasse lo spegnimento ad arte del cellulare da parte di Massimo Bossetti.

Come avevo già scritto in precedenza, il fatto che un abitante di Mapello come Bossetti agganci la cella telefonica di Mapello non è un indizio, né singolarmente né globalmente considerato: è una mera ovvietà, ed a nulla vale inserire il dato in un contesto globale, perché trattasi di un dato fornito dalla pura e semplice evidenza che Bossetti risiedesse a Mapello, e che di conseguenza, per quanto sia scomodo ammetterlo, una mera ovvietà rimane comunque si voglia rigirare la frittata.

Sarebbe forse maggiormente sensato chiedersi se il fatto che la povera Yara abbia agganciato la cella telefonica di Mapello alle ore 18,49 non possa essere correlato ad un suo (probabilmente coattivo) passaggio, in quella fascia oraria, nel cantiere di Mapello, la qual cosa potrebbe spiegare anche le tracce di calce nell’albero bronchiale e fornire, magari, una pista più logica di quella attuale che potrebbe finalmente portare un’autentica speranza di giustizia per la piccola ginnasta.

Gli elementi a carico di Massimo Bossetti superano il limite del ragionevole dubbio?
Alla luce delle considerazioni fin qui sviluppate, mi permetto di ritenere che non solo non lo superino, ma siano infinitamente lontani dal celebre “oltre”.

Personalmente, ho l’ardire di considerarmi fedele per principio etico ai capisaldi del pensiero illuminista dai quali è nato lo Stato di diritto: in dubio pro reo, non in dubio pro culpa.

Negli USA, in occasione del processo contro O. J. Simpson uno dei giurati, che aveva sostenuto di essere personalmente convinto della colpevolezza dell’imputato, scelse comunque il verdetto assolutorio nel nome del ragionevole dubbio, dando un clamoroso esempio di civiltà e di corretta amministrazione della giustizia nel proprio porre il ragionevole dubbio dinnanzi al principio del libero convincimento.

Ed è bene sottolineare che si tratta di un paragone del tutto inadatto, poiché gli elementi a carico del signor Massimo Bossetti sono il nulla più assoluto se raffrontati a quelli a carico di Simpson.

D’altronde, se di indagini certosine e scientifiche ci si vuole avvalere, sarebbe bene non dimenticare i principi che ne stanno alla base: il metodo squisitamente deduttivo reso celebre da Sherlock Holmes, il quale nelle sue rocambolesche indagini sui delitti non si tirava indietro di fronte alla necessità di “esporne ogni pollice”, per quanto scomodo, e coerentemente metteva in guardia:

“Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”.

Una verità che, alla luce dell’esposizione degli elementi di cui sopra, sembra portare molto lontani dal signor Massimo Bossetti.

[1] DNA Problems1

Il re è nudo: siamo tutti Massimo Bossetti

Negli ultimi giorni mi è tornata più volte alla memoria la celebre fiaba di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore.

La fiaba racconta di un imperatore vanitoso abilmente raggirato da due sedicenti tessitori, che giunti in città sostengono di avere a disposizione un meraviglioso tessuto con la peculiarità di essere invisibile agli stolti.
L’imperatore chiama i due truffatori alla sua reggia, chiedendo loro un abito su misura.
Ultimato l’abito, l’imperatore non lo vede, ma non volendo fare la figura dello stolto, finge di vederlo e di essere incantato dalla sua bellezza; stessa cosa fanno i suoi cortigiani, che lodano estasiati la bellezza dell’inesistente abito.
Un bel giorno, l’imperatore decide finalmente di sfilare per le vie della città con il nuovo abito, ed anche i sudditi, pur non vedendo alcunché, si lanciano in lodi sperticate della magnificenza del tessuto.
Questo clima idilliaco viene però repentinamente spezzato da un bimbo, che in tutta la sua innocenza non può fare a meno di esclamare a gran voce: “Il re è nudo!”.

Tuttavia, la beffa sembra non essere tanto questa, quanto il fatto che nonostante tutto l’imperatore continui tronfio ed imperterrito a sfilare in mutande.

Ecco, questa fiaba di Andersen sembra avere una qualche somiglianza con l’atteggiamento mediatico al quale stiamo assistendo da quarantasei giorni a questa parte.

Nel saggio Comunicazione mediatica e processo penale- Quale impatto sul processo e quale squilibrio tra le parti (di Susanna De Nicola, Simona Ingrosso e Riccardo Lombardo), si può leggere una frase tristemente vera: “se sono sempre più diffusi i dubbi circa il funzionamento delle indagini in Italia, l’unica cosa che funziona in realtà sembrerebbe essere la velocità dell’informazione, poco importa della veridicità o meno del messaggio trasmesso.”

Nel saggio in questione viene ben evidenziato come i processi mediatici, che sempre più spesso si instaurano parallelamente ai processi penali, possano avere effetti distorsivi e “divenire uno strumento di pressione a danno del giusto ed equo processo”, svuotando di fatto ogni garanzia costituzionale entro la quale la libertà di informazione in realtà dovrebbe muovere.

Se come egregiamente notato dal Prof.Glauco Giostra i processi mediatici rispondono ad una mera logica dell’apparenza, infatti, non ci si può non domandare quai debbano essere i limiti entro i quali un processo mediatico dovrebbe potersi svolgere.

Nel 1993, l’avvocato Daniel Soulez Larivière, scrisse una lettera a due quotidiani per denunciare la sostanziale impossibilità di difendere gli imputati oggetto di gogne mediatiche: in questi casi, infatti, scrisse Larivière, gli stessi atti giudiziari finivano per essere “pieni di dettagli ininfluenti, ma appetitosi per il pubblico. Sembrava che il problema fosse quello di divertire la gente con scandali assortiti che giravano intorno all’indagine, ma non la riguardavano direttamente. Per chi si trova coinvolto, è come andare contro un muro di cemento armato. L’innocenza magari viene anche dimostrata, ma ormai il danno è fatto”.

Se la giustizia viene generalmente rappresentata come una Dea con una benda che ne copre gli occhi è perché, come scrisse Hanna Arendt, “giudicare impone di non vedere, perché solo chiudendo gli occhi si diventa spettatori imparziali, operazione impossibile in un universo saturo di immagini (spesso ritoccate) come nel nostro”.
Le (sacrosante) parole della Arendt, mostrano molto bene quale sia nei fatti il rischio dei processi mediatici.
E a nulla vale schermarsi dietro la libertà dell’informazione: perché se il Costituente doverosamente la riconosce, è impensabile che nel nome della libertà di informazione si possano calpestare e stuprare a cuor leggero altri diritti fondamentali ed inalienabili garantiti dalla nostra Carta Costituzionale, tra i quali spicca, oltre alla presunzione di innocenza, la dignità umana.

Viepiù che potenzialmente pericolosi e lesivi di alcuni importanti diritti umani per propria intrinseca natura, i processi mediatici incontrollati o per meglio dire i loro attori, sembrano dimenticare, nel caso in questione, che non si sta parlando della prova costume né dei tagli di capelli di tendenza per l’estate 2014, tematiche che possono essere affrontate superficialmente senza rischio alcuno, ma di un uomo incensurato, buon lavoratore e padre di tre bambini che proclama a gran voce la propria totale estraneità ad un atroce delitto del quale è sospettato.

Chi si ostina a ripetere che su quanto viene affermato dai media si può soprassedere in quanto i processi mediatici sono, per fortuna, privi di effetti giuridici, in realtà sbaglia: se è vero che ovviamente il processo mediatico non ha effetti penali diretti, può manifestare indirettamente effetti molto pericolosi, tanto che sull’intricato rapporto che intercorre tra libertà di informazione e diritto alla presunzione di innocenza si è pronunciata a più riprese perfino la Corte di Strasburgo.

Nella sentenza Allenet de Ribemont, che purtroppo ricorda molto il “nostro” caso relativamente ad incaute ed avventate dichiarazioni provenienti da voci istituzionali, la Corte di Strasburgo ha condannato la Francia a risarcire i danni morali e materiali a un cittadino a seguito delle incaute dichiarazioni rese dal Ministro dell’Interno circa la sua responsabilità come mandante per omicidio.
Qualche mese dopo l’uomo è stato scagionato con formula piena da tutti i capi di imputazione.
La Corte di Strasburgo ha affermato che l’informazione da parte degli organi procedenti è protetta dall’art.10 della CEDU, ma tale informazione deve essere resa “con tutta la discrezione e tutto il riserbo che il rispetto della presunzione di innocenza impone”.

Successive pronunce della Corte hanno confermato questa linea, e nel 2003 una Raccomandazione del Consiglio d’Europa ha stabilito che nella diffusione di informazioni relative ai processi penali “opinioni e informazioni relativi a procedimenti penali in corso possono essere veicolati o diffusi attraverso i media solo se questo non arreca pregiudizio alla presunzione di innocenza del sospettato o dell’accusato”.
La Corte di Strasburgo ha inoltre evidenziato che tale principio deve ritenersi valido a dall’esito del processo.

E se qualcuno potrebbe obiettare che le Raccomandazioni non sono atti giuridicamente vincolanti, è pur vero che esse hanno l’obiettivo di invitare i destinatari a seguire un determinato comportamento ritenuto utile per la tutela dei diritti umani, ed è altresì innegabile che la linea giurisprudenziale della Corte di Strasburgo è in perfetta armonia con i nostri principi costituzionali, che pongono la dignità umana al centro del proprio raggio d’azione.

Nel nostro Paese, il primo ad indossare la toga in TV fu Giuliano Ferrara ne L’Istruttoria, nel 1987.
Con il senno di poi si potrebbe esclamare un sentito “Mai lo avesse fatto!”, ed in effetti lo stesso Ferrara, nell’introduzione del libro “Il circo mediatico giudiziario” di Daniel Soulez Larivière, è tornato sulla sua esperienza in questi termini:
“Mi accadde di indossare una toga e di fare una dozzina di processi televisivi.
Ma io scherzavo.
Anzi, credevo di scherzare e ora non mi resta che chiedere perdono. Perché sapete tutti com’è andata a finire: le tv e i giornali la toga l’hanno indossata sul serio.
[…]
Io scherzavo, ma quel travestimento era una grottesca premonizione”.

Come tutti sappiamo, lo scorso 16 giugno abbiamo assistito ad un fermo eseguito in pompa magna con un dispiegamento di forze degno di un’operazione di sicurezza internazionale e seguito dal trionfalistico annuncio via twitter del ministro Angelino Alfano.

Prima di proseguire col discorso è necessario spendere nuovamente qualche parola sulla storia degna di CSI che ha portato a questo fermo.

La corrispondenza del DNA è stata strombazzata ai quattro venti sin dai primi giorni senza approfondire quasi mai la questione: probabilmente la cosa suonava troppo bene così com’era per rischiare di rovinare il tutto con spiegazioni più accurate.

Il 30 luglio, due giorni fa, durante la trasmissione “Estate in Diretta”  la TV di stato (Rai 1) ha dato un esempio molto chiaro di cosa sia un tribunale mediatico.

Si è tornati ancora sulla cella telefonica di Chignolo agganciata il 6 dicembre.
Per quanto mi riguarda si può essere colpevolisti quanto si vuole, ma non si può prendere per il naso il pubblico.
Il 26 novembre sappiamo tutti che Massimo Bossetti aggancia la cella di Mapello, compatibile con la propria abitazione.
Siccome però fa comodo dipingerlo come colpevole, e il re nudo deve continuare la propria sfilata, allora si ipotizza che in realtà non fosse a casa sua, ma vicino alla palestra di Brembate, e che la cella telefonica locale fosse “intasata” cosicché ha agganciato quella di Mapello (che -guarda caso!- è la stessa che copre nientemeno che la sua abitazione).
Questo fatto, in effetti, per quanto singolare nelle sue implicazioni inverse, potrebbe anche essere plausibile.

Cito ad esempio un saggio del Dott. Paolo Reale pubblicato su Digital Forensic:

Da quanto precedentemente descritto, è evidente che l’analisi delle celle si fonda su una valutazione di tipo probabilistico, per cui è fondamentale comprendere quali siano i fattori da tenere in considerazione, per stimare l’affidabilità dei risultati.
Questi fattori possono essere sintetizzati in:
1) la qualità delle mappe disponibili (accuratezza della
modellizzazione del territorio, definizione della
simulazione), che forniscono un’indicazione statistica
della cosiddetta “cella miglior servente”;
2) lo stato effettivo della/e stazione/i base nel periodo di
interesse, incluso il livello di traffico totale gestito: la rete
prevede logiche di instradamento delle chiamate, e di
aggancio delle celle, anche in funzione del carico servito;
3) gli algoritmi utilizzati dalla rete e dai terminali in modo
dinamico per stabilire l’aggancio e lo scambio con le
altre celle;
4) la peculiarità di alcune posizioni geografiche, che per
varie ragioni (posizionamento degli edifici, riflessioni
di segnale etc.) possono far sì che, a dispetto di quanto
rappresentato nella mappa, si possa avere una cella
miglior servente diversa da quella prevista. Questo vale
in particolare negli ambienti indoor;
5) altri fattori specifici ambientali (es. meteorologici).
Tutti i fattori sopra descritti possono influire nel meccanismo di “aggancio” tra cella e terminale, facendo sì che in un dato punto geografico ed in un dato momento la cella
che effettivamente sta servendo il cellulare possa essere differente da quella rappresentata dalla mappa di copertura analizzata.

E’ quindi possibile agganciare una cella telefonica diversa quella “miglior servente”, specie se si tratta di spazi geografici ridotti.
Tuttavia, a questo punto, logica vuole che se è possibile fare un discorso di questo tipo per le celle telefoniche agganciate da Bossetti, un discorso analogo possa essere fatto in relazione a Yara, che aggancia alle ore 18,49 la cella telefonica di Mapello: stante la logica di cui sopra, nulla vieta di pensare a questo punto che l’abbia agganciate da Brembate o da altra zona limitrofa.

Ma soprattutto, è impensabile di poter fare un “taglia e cuci” su misura dei presunti indizi, e dire che se Bossetti il 26 novembre aggancia la cella telefonica di Mapello era a Brembate e non in casa sua, mentre se il 6 dicembre aggancia quella di Chignolo, allora era certamente a Chignolo.
A questo punto, infatti, si potrebbe tranquillamente prospettare che Bossetti abbia agganciato la cella telefonica di Chignolo da Mapello.
Ma soprattutto non si capisce perché dieci giorni dopo la scomparsa di Yara quest’uomo non potesse stare in un paese che confina con il suo: cosa dovrebbe provare questo fatto?
Chiunque viva in piccole realtà geografiche sa bene che non è certo una rarità passare per un paese limitrofo: a questo punto, sono certa che un simile indizio finirebbe per collimare con la quasi totalità della popolazione locale.

[Per un quadro più dettagliato della questione relativa alle celle telefoniche rimando in ogni caso al mio precedente articolo La questione delle celle telefoniche: tanto rumore per nulla?]

Ciò che pare non venga capito con facilità è che avere i media contro non è bello per nessuno.
Essere dentro un carcere, in isolamento, e non poter controbattere a tutte le accuse basate sul nulla che vengono giornalmente spacciate come indizi schiaccianti, è un incubo.
E se i giornali dicono che il tuo cellulare ha agganciato la cella di Mapello dove abiti e per questo ti trovavi non nel tuo paese ma a Brembate, pensi che devi essere pazzo per non capire; se poi dicono che il 6 dicembre hai agganciato la cella telefonica di un paese che confina con il tuo, e che anche questo è un indizio, allora pensi che forse sei l’unica persona sana al mondo e che sono tutti gli altri ad essere pazzi.

Se poi ti viene chiesto cosa hai fatto il 6 dicembre di quattro anni prima, e hai la sfortuna di essere così smemorato da non ricordarlo (come non lo ricorderebbe il resto del mondo), magari provi a dire che potresti essere stato a Chignolo per acquistare del materiale edile, dal momento che eri solito acquistarlo lì: ma il titolare del negozio non ricorda di averti visto il 6 dicembre di quattro anni prima (ancora una volta, come non lo ricorderebbe il resto del mondo, perché nessuno può ricordare chi ha visto un giorno specifico di quattro anni prima), e anche la barista non ti ricorda, quindi è chiaro, secondo i media, che sei inequivocabilmente un assassino.

E di questo non puoi e non devi sorprenderti, perché che tu fossi un assassino era già stato annunciato su Twitter contestualmente al tuo fermo, e a nulla varrà ricordare un triste precedente che il nostro Paese può “vantare”: correva infatti il 1996 quando Oscar Luigi Scalfaro si lasciò andare ad affermazioni di stampo colpevolista sull’allora indagato Marco Dimitri, successivamente assolto con formula piena da tutte le accuse e in tutti i gradi di giudizio per insussistenza del fatto, nonché profumatamente -e doverosamente- risarcito a spese dei contribuenti per 400 giorni di ingiusta detenzione in custodia cautelare.

Se si annoverano inoltre tra gli indizi della tua colpevolezza perfino quelle innocenti sedute al solarium per cancellare i tipici segni della “abbronzatura da muratore”, qualche cena alla trattoria “La Toscanaccia”, e perfino gli “occhi di ghiaccio” dei quali Madre Natura ti ha gentilmente fatto dono, cosa mai potresti ribattere, da semplice operaio senza alcuna nozione in materia, dinnanzi ad un puntiglioso tecnicismo come quello delle celle telefoniche?

Ma siccome, ancora una volta, il re nudo deve continuare la sfilata perché dopo gli annunci in pompa magna fare un passo indietro sarebbe forse troppo imbarazzante, ci si appiglia imperterriti a quella traccia di DNA, sulla quale tanto abbiamo detto e scritto.

Sempre ad Estate in Diretta, il direttore della solita rivista “Giallo”, Biavardi, ha continuato con ostinazione a ripetere che Bossetti ha subito un furto di attrezzi successivamente all’omicidio, la qual cosa dunque smentirebbe la possibilità di trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto.

Davvero?

Ciò che sembra sfuggire è, ancora una volta, il nocciolo della questione: è necessario un furto di attrezzi per motivare la veicolazione del DNA attraverso un’arma del delitto precedentemente contaminata?
Ovviamente no.
O il signor Biavardi ritiene così peregrina l’ipotesi che un muratore possa perdere un taglierino sul luogo di lavoro, cosa tutt’altro che infrequente e per la quale nessuno -ovviamente- sporgerebbe denuncia?
Forse basterebbe semplicemente pensare che la rivista “Giallo” è la stessa che qualche settimana fa ha scritto in copertina, erroneamente, che i colleghi di Bossetti hanno smentito che soffrisse di epistassi, cosa che invece hanno confermato all’unanimità (come si può tranquillamente leggere su tutti gli organi di stampa diversi da Giallo), per farsi un’idea più completa, ma per carità di patria, mi fermo qui: in realtà mi chiedo se l’unico “giallo” non sia il fatto che il settimanale in questione pubblichi notizie prive di riscontro in qualsiasi altro mezzo di informazione, ma trovo che sparare sulla Croce Rossa sia fondamentalmente indice di pochezza, quindi lascio ad altri l’ingrato compito di indagare su questo curioso mistero.

Per par condicio, comunque, dal momento che oltre ai vizi è sempre bene richiamare anche le virtù, è doveroso segnalare, nella summenzionata puntata di Estate in diretta, l’interessante intervento dell’avvocato Ettore Tacchini, che ha doverosamente espresso seri dubbi sul fatto che una traccia di DNA possa essere sufficiente ad una sentenza di condanna, se avulsa da un corollario di altri indizi che, ad oggi, sembrano mancare.

Oggi Estate in diretta ha chiuso i battenti, e vista la sua caratura non molto imparziale (per usare un generoso eufemismo) me ne potrei quasi rallegrare: eppure sarebbe inutile, perché a prescindere da quanto potrà accadere in seguito, il danno è fatto.

L’immagine di Massimo Bossetti come assassino, come “uomo nero”, come mostro, è stata fissata come punto fermo nella coscienza degli Italiani, e quand’anche si arrivasse ad una sentenza assolutoria, per quanto sia triste dirlo, buona parte dell’opinione pubblica continuerebbe a considerare Massimo Bossetti colpevole.

Nel saggio antropologico Capri espiatori di massa del Dott. Osvaldo Duilio Rossi è ben descritto il processo di spersonalizzazione che accompagna la costruzione del mostro mediatico nei casi di cronaca nera: si comincia in modo semplice, destituendo i sospettati di tutti quei titoli personali (Dott., Prof., Sig.) che costituiscono la base delle interazioni sociali, ed indicandoli generalmente per cognome (mentre per le vittime si predilige il nome), e in seguito “i loro passati personali e professionali sono stralciati dall’informazione; solo vaghi accenni aprono uno spiraglio sulla loro storia certa e, invece, tutta l’attenzione viene concentrata sulle ipotesi incerte relative alla malefatta. [… ]
Questa spogliazione potrebbe essere un sistema per istituire il capro espiatorio: non più membri della società perché destituiti dei loro ruoli sociali, i sospettati pubblicati in prima pagina sarebbero pronti per essere accettati come vittime sacrificali; sarebbero allontanati simbolicamente dalla società, pronti per essere precipitati dalla rupe”.

Per questo motivo, trovo assai discutibile l’atteggiamento di coloro che, di fronte alle evidenti incongruenze del caso, non volendo esporsi troppo si schermano dietro un ipocrita “non per difendere Bossetti, ma…”.
Questa frase non significa nulla: se c’è un ma, in uno stato di diritto deve essere fatto valere.
Perché se il “ma” esprime un dubbio, in uno stato di diritto il dubbio si valuta pro reo.
Quindi se io ho dei dubbi non parlo “non per difendere Massimo Bossetti, ma”: se ho dubbi io parlo proprio per difendere Massimo Bossetti.

Nella tesi “IL PROCESSO MASS-MEDIATICO
QUANDO LA COLLETTIVITA’ SI IDENTIFICA
NELLA CRONACA NERA” (Relatore: Dott. Massimo Numa, Candidato Dott. Alessandro Scherillo) si parla ancora di ragionevole dubbio in relazione alla prova scientifica, e si evidenziano alcune problematiche salienti, delle quali cito un passo estremamente evocativo, che nel caso in esame non dovrebbe essere dimenticato:

“Le ricostruzioni perfette rischiano di essere mere utopie.
I giudici che sono maggiormente influenzati dalle varie serie televisive
CSI, RIS, etc trasferiscono sugli esperti della scientifica quello che dovrebbe essere il proprio ruolo; si aspettano che, in sede di processo, la presentazione delle fonti di prova sia seguita da una precisa, assoluta, inconfutabile ricostruzione dei fatti, ancor prima che tutte le altre parti in causa (testimoni, psichiatri, etc) siano state sentite.
Come dice Henri Poincaré “La scienza si fa con i fatti come una casa si fa con i mattoni, ma l’accumulazione dei fatti non è scienza più di quanto un mucchio di mattoni non sia una casa”.
Le serie dedicate alla polizia scientifica hanno un enorme successo, ma
spingono a credere che basti solo un esame del DNA per incastrare i colpevoli.”

La verità è che il DNA non basta, specie se in un’unica traccia esigua e di origine dubbia, specie se in una traccia mista con tutte le sorprese che ne potrebbero derivare (si pensi al clamoroso errore avvenuto negli USA proprio a causa di una traccia mista nel caso Timothy Durham, opportunamente citato sul Messaggero in un editoriale del primo luglio dall’Avv. Pierluigi Porazzi), specie se l’imputato soffre di epistassi e fa un lavoro che lo espone allo smarrimento di oggetto passibili di essere utilizzati come arma del delitto, specie se ci si trova nella plateale assenza di movente e di altri riscontri dotati di logica che spingono a tappare i buchi sguazzando in un gossip di infima lega.

D’altro canto, come evidenziato in un saggio relativo al processo di Perugia (Il processo di Perugia tra conoscenza istintuale e scienza del dubbio) dai Dott. Paolo Tonini e Carlotta Conti, mentre le prove dell’accusa devono vincere il ragionevole dubbio, non è invece necessario che l’ipotesi alternativa proposta “risulti caratterizzata da una probabilità logica al di là del ragionevole dubbio. Proprio in virtù del canone in dubio pro reo è sufficiente che essa appaia “non irragionevolmente ipotizzabile”, sempre con riferimento -s’intende- al caso concreto”.

Nel medesimo saggio si evidenzia come la “conoscenza istintuale”, nel seno del quale nasce il colpevolismo di quella parte dell’opinione pubblica che ne è irrimediabilmente affetta, non conosca il concetto di dubbio, e si configuri sostanzialmente come un meccanismo di difesa psichica tutt’altro che ragionevole.

In conclusione, i due Autori evidenziano come essi stessi abbiano proposto ai giornali la pubblicazione di un articolo che illustrasse il corretto modo di ragionare in relazione al processo in analisi, ottenendo in tutta risposta un netto rifiuto: la triste verità è che quanto si basa sulla logica e l’uso della ragione non sempre risulta appetibile al grande pubblico, che, in fondo, preferisce del mostro e ne ha un costante bisogno per esorcizzare le proprie paure più ataviche- quasi i processi mediatici possano assumere una sorta di ruolo “catartico” per lo spettatore esterno, ovviamente a spese del “mostro” volta a volta oltraggiato senza pietà prima che se ne accerti la eventuale colpevolezza ed esposto impunemente al pubblico ludibrio.

Il saggio si conclude con l’auspicio degli autori che l’aver toccato il fondo possa servire da monito per il futuro.

Un auspicio che, ad oggi, non sembra purtroppo aver trovato accoglimento, e non solo nei media: perché se il fatto che i media non esitino a ritagliare una serie di “notizie” (e non-notizie) appetibili ma incomplete e incongrue, per quanto stigmatizzabile, rientra ahimè tra le pecche del sistema mediatico, non sembra invece incoraggiante né razionalmente spiegabile leggere in un’ordinanza che venga preso per buono il racconto del fratello minore di Yara nel momento in cui, con una psicologa, afferma che la sorella aveva paura di un signore con una macchina grigia e “una barbettina” (stante il fatto che il signor Massimo Bossetti risulta avere una Volvo di colore grigio e il pizzetto), ma venga liquidato sommariamente in quanto trattasi di “un teste di minore età la cui capacità di rappresentazione dei fatti non può essere equiparata a quello di un adulto” il fatto che l’uomo descritto dal fratellino di Yara fosse “cicciottello” (aggettivo che senza dubbio non corrisponde affatto alla fisionomia di Massimo Bossetti) e addirittura il fatto che il bambino, quando gli hanno mostrato una foto, non ha riconosciuto l’indagato nell’uomo che aveva precedentemente descritto e che sostiene che la sorella gli avesse mostrato in Chiesa.

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Insomma, il re è nudo, e la petulanza con la quale continua a portare avanti attraverso i media un grottesco teatro dell’assurdo (o degli orrori?) è la prova del fatto che lo ha perlomeno subodorato.
Forse servirebbe una voce dell’innocenza, quale il bambino della fiaba di Andersen, per farlo notare coram populo, ma proprio come nella celebre fiaba temo, ahimè, che la sfilata degli orrori continuerebbe.

Per questo, non mi sembra eccessivo concludere l’articolo dicendo che siamo tutti Massimo Bossetti: e non si tratta di una semplice frase ad effetto, perché se si accetta passivamente che principi come il dubio pro reo vengano sacrificati sugli altari del circo mediatico, il prossimo mostro sbattuto in prima pagina senza alcun pudore e senza alcuna garanzia potremmo essere noi.
E forse allora, per parafrasare i celebri versi del pastore Martin Niemöller, non sarà rimasto nessuno a protestare.

Alessandra Pilloni