Il DNA vola… Ma non parla! Quando il circo mediatico va a nozze con la fiera della banalità.

A ormai due mesi dal fermo del signor Massimo Bossetti, credo si renda necessario sviluppare ed approfondire qualche considerazione sulla gogna mediatica alla quale stiamo tristemente assistendo.

C’è un filo sottile, in questo caso, che lega forcaioli, sciacalli mediatici e linciatori morali di ogni risma, che fa da collante come un laconico “volemose bene” che tiene tutti uniti.
Si tratta di una frase: “il DNA non vola.”

Anche in data 12 agosto, il Servizio Pubblico ci ha offerto su un piatto d’argento questa ormai famosa perla.
Uno Mattina Estate, intervista alla nota giornalista Grazia Longo.
La signora Longo ci avverte: “Sul corpo di Yara c’era il sangue di questo signore, non è che il sangue vola. Il dna è una prova inconfutabile.”
Ora sì che possiamo stare davvero tranquilli: le certezze giornalistiche superano, a quanto pare, anche quelle dei periti: non c’è infatti certezza alcuna che la traccia sia ematica, e la natura biologica del materiale genetico rinvenuto è stata ricavata solo per esclusione, eppure Grazia Longo conosce con precisione perfino la natura della traccia (oltre a sapere che non vola).
Quisquilie, immagino, per chi sentenzia dai saloni televisivi.

E se il DNA non vola non si può avere pietà nei confronti di Massimo Bossetti, che non può che essere colpevole del terribile delitto ascrittogli.
Che il DNA non voli lo ripetono davvero tutti i colpevolisti: dagli opinionisti televisivi alle casalinghe annoiate in cerca di mostro edizione estate 2014, da esponenti del mondo della cultura ad anziane comari estimatrici di Umperi Bogart ed attente a seguire un’alimentazione povera di grassi a causa del “polistirolo” alto, tutti uniti nel nome della forca, da levare sempre più alto e con sempre maggior protervia.
E’ il nuovo slogan del forcaiolismo democratico: forcaiolismo a buon mercato per grandi e piccini, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

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Insomma, signore e signori, sappiatelo: siete tutti invitati alle nozze tra circo mediatico e fiera della banalità!

Non dimenticate: il DNA non vola.

E’ un vero tormentone… Ma è anche un tormentone vero?

Appena qualche giorno fa, l’indimenticabile Robin Williams ci ha lasciati, ed ho visto circolare con insistenza sulla home di facebook una celebre frase tratta dal film “L’attimo fuggente”, una frase così bella che vale davvero la pena di riportare:

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva”.

Una lezione di vita tanto grandiosa e facile da postare su facebook quanto difficile da mettere in pratica.

O forse, in questo caso, piuttosto che salire sulla cattedra vi si dovrebbe scendere, perché se è facile ergersi ad esperti, soprattutto in materie che esulano dalle proprie competenze, non è accettabile che lo si faccia a cuor leggero sulla pelle di un uomo che ha tutto il diritto di essere considerato innocente fino al terzo grado di giudizio.

In data 29 luglio, su Tgcom24, il Dott. Paolo Liguori ha condotto una puntata magistrale di Fatti e Misfatti, che riporto e consiglio ai lettori.

http://fattiemisfatti.tgcom24.it/wpmu/2014/07/29/presunto/

Tra gli ospiti, anche il genetista Dott.Vincenzo Nigro, che pur affermando che una traccia di DNA consente di identificare con certezza pressoché assoluta una persona, ha detto anche ciò che in pochi si sono presi la briga di sottolineare.

Non si tratta di chissà quale rivelazione, in effetti, ma di una semplice quanto scomoda ovvietà: la presenza di una traccia di DNA nel luogo del delitto indica solo ed esclusivamente la presenza della traccia stessa, e nulla più.

La presenza di una traccia di DNA, per quanto ai “buttachiavi” possa dispiacere, finisce in tal modo per rivelarsi tautologica: non indica colpevolezza, e come coerentemente evidenziato dalla Dott.ssa Cristina Brondoni, criminologa anch’essa presente in studio, non implica ovviamente capovolgimento dell’onere probatorio.

A proposito di prova “scientifica”, mistificazioni e diritto alla difesa, non posso che inserire un brillante intervento del Prof. Sergio Lorusso, che mostra molto bene alcune insidie e fallacie comuni che, anche a causa della fortissima mediatizzazione della giustizia, rischiano di creare realtà potenzialmente pericolose non solo per i cittadini, ma per i principi stessi dello stato di diritto:

“Dico cd. ‘prova scientifica’ perché in realtà – a dispetto del titolo dato a questo bel Convegno – possiamo affermare che la prova scientifica non esiste.
O, almeno, non esiste nell’accezione invalsa in questi ultimi anni anche nel nostro Paese, fortemente alimentata dai
media.
Vi sembrerà un’affermazione forte, ma cercherò di darne conto in questa mia relazione introduttiva.
Ricordo, intanto, che dell’espressione ‘prova scientifica’ non troviamo traccia alcuna nel codice di rito né in altre leggi che disciplinano lo svolgimento del processo penale.
Si parla tutt’al più di prova atipica, o per meglio dire di prove non disciplinate dalla legge, nell’art. 189 c.p.p., ma quest’ultimo concetto non va confuso con quello di prova scientifica.
(…)
Dobbiamo realisticamente prendere atto, in ogni caso, che espressioni come “investigazioni scientifiche” e “prova scientifica” sono divenute ormai di uso comune non soltanto da parte di chi opera in ambito giudiziario ma anche da parte dell’opinione pubblica, grazie soprattutto alla risonanza mediatica di alcuni casi in cui il ricorso alle conoscenze tecnico-scientifiche nel processo penale è stato massivo; anche se, come sappiamo, non sempre risolutivo, come i processi per i delitti di Perugia e di Garlasco ci insegnano.
“Investigazioni scientifiche”: una formula che in questi ultimi tempi è diventata quasi una ‘formula magica’, idonea a risolvere i più intricati ed efferati casi giudiziari.
Ma è proprio così?
E davvero la cd. “prova scientifica” è in grado di sciogliere tutti i dubbi e le incertezze che da sempre accompagnano la difficile arte del giudicare?
E ancora, in quale maniera il diritto alla prova viene ad essere condizionato dalle conoscenze tecnico-scientifiche applicate al processo? Sono interrogativi ai quali occorre rispondere per fare chiarezza sull’argomento, per comprendere fino a che punto l’apporto delle scienze stia condizionando l’accertamento giurisdizionale, quanto incida sulla nascita di una ‘nuova’ cultura dell’investigazione, in che misura – e questo mi sembra un aspetto di particolare interesse per una platea di avvocati – i diritti e le garanzie individuali siano davvero tutelati nella più recente stagione del processo penale caratterizzata dall’exploit della scienza applicata al processo.
Affinché a farne le spese non sia l’effettività del diritto di difesa.

Il ricorso poco meditato alla scienza e alle sue applicazioni investigative può infatti tradursi in un vulnus per l’intero sistema di garanzie delineato dal codice di rito, eludendo le griglie probatorie e decisorie tracciate dal legislatore.
Ciò non significa, naturalmente, rinunciare per partito preso all’indubbio contributo che la scienza e la tecnica possono fornire all’accertamento giurisdizionale.
Già alla fine dell’ottocento, del resto, era maturata la consapevolezza del valore fondamentale di un’investigazione penale svolta con metodo e rigore, sfruttando anche le potenzialità offerte dalla scienza.
(…)
Più potere alla scienza, quindi?
E se sì, a quale prezzo per il processo penale e per le sue garanzie?
Per poter rispondere compiutamente a tali domande è necessario partire da una riflessione sui rapporti tra scienza e prova penale, per sfatare alcuni miti e far affiorare le insidie insite in una materia che presenta un indubbio fascino.
Evitando così di cadere vittime di credenze e luoghi comuni potenzialmente molto pericolosi.

“Siamo tutti molto ignoranti. Ma non tutti ignoriamo le stesse cose”, afferma Albert Einstein (1879-1955), il padre della fisica moderna, uno dei pensatori simbolo del XX secolo, esplicitando il suo approccio relativistico alla conoscenza scientifica.
E al contempo rimarcando l’importanza della condivisione del sapere e delle competenze, il valore aggiunto derivante dalle sinergie tra gli apporti individuali: una visione che risulta fondamentale in ambiti quale quello in esame.
L’apporto degli esperti – periti e consulenti tecnici – che si muovono sulla scena del crimine e nel processo penale avvalendosi sia di strumenti tecnico-scientifici consolidati che di metodi innovativi talvolta non ancora avallati dalla comunità scientifica internazionale, può risultare decisivo per la soluzione di casi giudiziari altrimenti inestricabili.
Ciò non significa,tuttavia, che la scienza sia oggi (come ieri) in grado di fornire tutte le risposte che l’accertamento giurisdizionale rivendica: il risultato dell’azione degli esperti nel processo penale, difatti, per quanto attendibile possa essere si traduce pur sempre in ‘certezze provvisorie’, che necessitano di un attento e meditato vaglio giudiziario, nel rispetto delle regole dettate dal codice di rito: il procedimento probatorio, come dicevo, ha le sue scansioni e i suoi canoni, che devono essere osservati sempre e comunque, senza che il progresso scientifico e la sua proiezione processuale possano alimentare facili entusiasmi, che rischierebbero di mettere in crisi le linee portanti dell’ordinamento.
“I media, le fiction, la cronaca offrono oggi un’immagine idealizzata della scienza, e il suo metodo viene spesso visto dalla gente comune come infallibile”, le scienze forensi appaiono investite di aspettative che “spesso superano le loro reali potenzialità” e come ha affermato una nota antropologa forense impegnata nelle più importanti indagini di questi ultimi anni, Cristina Cattaneo, “l’equivoco che attribuisce a queste discipline, che [certo] possono fare molto ma non sono prive di limiti e imprecisioni, una sorta di ‘onnipotenza’ può nuocere davvero non solo agli ‘scienziati forensi’ stessi, ma alla giustizia e alle vittime.

Il vero volto delle investigazioni forensi, insomma, è ben distante “dalle versioni patinate che ne danno alcune fiction o dall’immagine completamente falsata che emerge dai casi di cronaca o dai salotti televisivi”.”

Se dobbiamo, in ogni caso, ritenere ancora validi i principi fondamentali dello stato di diritto, ne consegue che, come tante volte ho avuto modo di sottolineare su queste pagine, non è il signor Massimo Bossetti a dover dimostrare di essere estraneo al delitto ascrittogli o a dover dimostrare come la traccia sia giunta lì, ma è l’accusa a dover provare al di là di ogni ragionevole dubbio che la presenza di quella traccia dimostra la sua colpevolezza.

La sensazione, che ogni giorno che passa tende a trasformarsi sempre più marcatamente in una vera e propria certezza, è che l’accusa non sarà in grado di adempiere all’arduo compito.

Temo che in troppi, forse a causa dell’ottundimento causato dalla marea di gossip diffusi, non abbiano capito che l’unico vero e grande scoop dell’intera vicenda è che, al di là della traccia di DNA, in ben due mesi non sia emerso alcun indizio dotato di fondamento a carico del Bossetti.

Negli ultimi giorni, alcune testate giornalistiche ci hanno regalato un curioso dietrofront: da grandi accusatori a prudenti garantisti.
Ecco, ad esempio, rispettivamente, alcuni articoli pubblicati da “Oggi”, Corriere e perfino il Fatto Quotidiano.

fr

corriere

fq

Come dovremmo interpretare queste inversioni a U?
Non c’è nulla di male nel cambiare idea, anzi è segno di grande intelligenza e coraggio, tuttavia mi chiedo, se davvero di un sincero cambiamento d’idea si tratta (e non della ennesima strategia comunicativa per vendere qualche copia in più) dove fosse tutta questa intelligenza quando le stesse testate giornalistiche spacciavano come prove, per fare qualche esempio (e neppure tra i più imbarazzanti):

-una testimonianza anonima e inverificabile su presunte assenze dal lavoro di Massimo Bossetti;
-cene alla Trattoria “La Toscanaccia” (su questo “indizio” così imbarazzante scherzò perfino Feltri, dicendo che in quel caso anche lui dovrebbe considerarsi un omicida, avendo frequentato il locale);
-presunta frequentazione di una discoteca smentita dal titolare della discoteca stessa.

Un metodo di costruzione del mostro mediatico ben noto alla sociologia e anche piuttosto datato: chi ha un background di studi classici ricorderà certamente la descrizione che Cicerone faceva di Catilina, per dipingerlo come un uomo dissoluto e perverso.
La differenza, neppure troppo sottile, è che in quel caso Cicerone aveva in mano delle prove tangibili per dimostrare la congiura di Catilina, prove tangibili che sembrano invece platealmente mancare nel caso del signor Massimo Bossetti.

Insomma, se cambiare idea è del tutto legittimo, meno encomiabile è il dilazionato tentativo di resuscitare un uomo dopo averlo ucciso nel più brutale dei modi, linciato a mezzo stampa forti delle proprie certezze e posizioni, sottoposto a gogna e marchiato d’infamia senza contraddittorio e senza pietà, spesso sulla base di gossip inverificati, inverificabili e meschini.

Il DNA non vola?
Il DNA non vola, forse, ma in troppi sembrano aver dimenticato che non parla neppure: e dal momento che non è databile e nulla dice se la traccia in disamina possa essere esito di una veicolazione per trasporto (come già avvenuto in altri casi), la cautela sarebbe stata auspicabile, ben più della mistificazione alla quale abbiamo invece avuto il disonore di assistere.
Il DNA non vola, ma onestà intellettuale vuole che non si possa negare che non databilità e facile trasportabilità del DNA siano perfino i principali e più evidenti limiti tecnico-scientifici della prova in questione (vedasi ad esempio U. RICCI, C. PREVIDERÈ, P. FATTORINI, F. CORRADI, La prova del DNA per la ricerca della verità. Aspetti giuridici, biologici e probabilistici).

Non è affatto difficile trovare esempi di casi giudiziari in cui la circostanza del trasporto del DNA si è concretamente verificata, anche all’estero, come ben mostra questo articolo (http://www.abajournal.com/news/article/is_dna_infallible_proof_contamination_stats_can_lead_to_injustice), che illustra un caso emblematico in cui il DNA trovato addirittura sotto le unghie della vittima portò dritti dritti ad un 26enne, Lukis Anderson, che trascorse più di 5 mesi in carcere prima che i pubblici ministeri riconoscessero che non potesse essere l’autore del reato.
Anderson, infatti, aveva un alibi di ferro: la notte del delitto era ricoverato in ospedale, preso in cura dai paramedici per una grave intossicazione.
Presumibilmente il suo DNA finì sulla vittima per trasporto, veicolato attraverso strumenti paramedici.
L’articolo si conclude con una considerazione assai amara del Prof. Osagie Obasogie, che riporto paro paro in tutta la sua crudezza:
“Il prossimo Lukis Anderson potresti essere tu. Spera di poter contare su un alibi forte come il suo”.

“Bisogna inoltre considerare che l’uomo comune, dal suo canto, non è in grado, spesso di fare un uso critico dell’informazione: la prevalente disinformazione sulla giustizia dilaga in Italia anche perché la scolarizzazione è insufficiente e non esiste alfabetizzazione funzionale (culturale, civile, tecnica).”
Così si esprime la Prof. P. Bellucci nel suo “A onor del vero. Fondamenti di linguistica giudiziaria”.

E se la Dott.ssa Cristina Cattaneo, nella sua opera “Certezze provvisorie” avverte del fatto che la scienza non fornisce alcuna prova regina è sempre più chiaro che, in fondo, quale fosse l’unica vera prova regina lo si era capito ben prima dell’avvento della genetica, delle indagini forensi e di CSI.

Confessio est regina probationum“, la confessione è la regina delle prove, come recita l’annoso brocardo.
E’ proprio la mancata confessione, nonostante gogna mediatica e regime di isolamento da ormai due mesi che, insieme alla sempre più plateale assenza di riscontri, sta gettando nel panico un po’ tutti, inclusi i nostri giornalisti.
Qualcuno riteneva forse di andare a colpo sicuro, ma probabilmente aveva fatto, come si suol dire, i conti senza l’oste: così, dopo il fermo in pompa magna, gli annunci trionfalistici con quella piccola traccia di DNA erta ad inequivocabile indizio di colpevolezza, i giorni sono cominciati a passare e i riscontri attesi, ahimè, non sono arrivati, nessun elemento è emerso a confortare il castello accusatorio.
Peggio ancora, è emerso che l’indagato soffre di epistassi.

C’è chi ha affermato che ci vuole una gran sfortuna per essere, da non colpevoli, incastrati da una traccia di DNA veicolata attraverso l’arma del delitto, ma volendo seguire questa linea è innegabile che ci voglia una certa dose di sfortuna anche nel concentrarsi sulla traccia di DNA che poi si scopre appartenere ad un uomo che soffre di epistassi.

Il tempo passa, e la probatio probatissima non arriva.
Forse si comincia a temere che non arriverà mai.
Massimo Bossetti, sia pure prostrato da due mesi di isolamento, non vacilla.
Sono innocente, fatemi pure tutte le domande che volete.

E se di pensiero scientifico applicato alle indagini si vuole parlare, ancora una volta non si potrà dimenticare Sherlock Holmes, il quale evidenziava come la verità stia in genere nella spiegazione più semplice.
Nel nostro caso, la spiegazione più semplice potrebbe essere quella che Bossetti non confessa perché non ha nulla da confessare.

Mi è giunta notizia che il solito settimanale Giallo ha recentemente sfornato l’ennesimo titolone: ora si cerca di ipotizzare un trauma subìto da Bossetti negli anni dell’adolescenza.

Giallo_trauma

L’articolo rende edotti i lettori del fatto che una sera di trent’anni fa il signor Massimo si sentì male e venne chiamata un’ambulanza, come avrebbe raccontato una vicina di casa dell’epoca.
“Cosa accadde davvero?”.
Chissà, sono certa del fatto che la cosa sia di vitale importanza ai fini dell’indagine, e soprattutto che rivesta un incomparabile interesse pubblico che ne legittima la divulgazione.
Mi dicono che il nuovo numero sia, ahimè, già approdato in edicola, stavolta con un nuovo titolone su una presunta crisi coniugale.
Mi permetto a questo punto di suggerire, per prossima settimana, l’intervista a qualche altra vicina (meglio se anonima) per informarci se quando Massimo era piccolo la signora Ester gli abbia mai dato una sculacciata per aver fatto i capricci: non sia mai che la chiave del mistero possa nascondersi proprio lì!

A tal proposito, oltre ai diversi casi in precedenza citati, mi è stata segnalata dall’amico Salvatore Massa una sentenza della V sezione penale della nostra Suprema Corte, che ha ben evidenziato come il diritto di cronaca non possa spingersi alla creazione di realtà parallele, specie se indimostrabili, in chiave colpevolista.

Cass. Pen., Sez. V, 3674/11 – la massima: “La reputazione del soggetto coinvolto in indagini e accertamenti penali non è tutelata rispetto all’indicazione di fatti e alla espressione di giudizi critici, a condizione che questi siano in correlazione con l’andamento del procedimento. Rientra cioè nell’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori, provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tale attività”.
Rientra nell’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tali attività. E’ quindi in stridente contrasto con il diritto/dovere di narrare fatti già accaduti, senza indulgere a narrazioni e valutazioni “a futura memoria”, l’opera del giornalista che confonda cronaca su eventi accaduti e prognosi su eventi a venire.
In tal modo, egli, in maniera autonoma, prospetta e anticipa l’evoluzione e l’esito di indagini in chiave colpevolista, a fronte di indagini ufficiali né iniziate né concluse, senza essere in grado di dimostrare la affidabilità di queste indagini private e la corrispondenza a verità storica del loro esito. Si propone ai cittadini un processo agarantista, dinanzi al quale il cittadino interessato ha, come unica garanzia di difesa, la querela per diffamazione. A ciascuno il suo: agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici il compito di verificarne la fondatezza, al giornalista il compito di darne notizia, nell’esercizio del diritto di informare, ma non di suggestionare, la collettività.”

Mi si dirà che i media non fanno che rispondere alla richiesta dei lettori, e che la tendenza popolare al colpevolismo è comprensibile perché, in fondo, la cosa che più spaventa dinnanzi a fatti di un’atrocità inaudita sia il fatto di non avere un colpevole.
Eppure, credo che il caso relativo a Massimo Bossetti sia stato, e sia, molto di più: è stato il banco di prova in cui alcuni hanno mostrato la propria professionalità e correttezza, altri la propria meschinità.

D’altro canto, come qualcuno ha recentemente ricordato, siamo pur sempre il Paese del caso Tortora, e ancora siamo il Paese dei cappi in Parlamento.

Siamo il Paese in cui prima si uccidono gli inermi, poi si prova, invano, a resuscitarli.
Siamo una terra di santi che ha perso ogni santità.

E a due mesi dal fermo di Massimo Bossetti, siamo anche il Paese che si conferma maestro nell’abuso scriteriato di misure cautelari.

La disposizione della misura cautelare, appare di per sé discutibile, non solo perché come già avevo avuto modo di sottolineare, il preteso pericolo di reiterazione del reato sembra contrastare ampiamente con il fatto che signor Massimo sia incensurato e non abbia reiterato il reato (ammesso e non concesso che mai abbia commesso un reato) per ben quattro anni, ragion per cui appare quantomeno assurdo che possa reiterarlo ora con gli occhi di 60 milioni di italiani puntati addosso, ma anche e soprattutto perché dalla lettura dell’ordinanza sembra emergere come per disporre la custodia cautelare in carcere il GIP abbia sostanzialmente provato a fare una valutazione psicologica (ritenendo il signor Massimo “privo di freni inibitori”) che sicuramente esula dalle sue competenze, in assenza di qualsivoglia accertamento psicologico che abbia dimostrato quella che, fino a prova contraria, resta una sua mera opinione.

E allora, per finire, siamo anche il Paese in cui una domanda resta sempre drammaticamente attuale: qui custodiet ipsos custodes?

Alessandra Pilloni

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