Tanto va l’inchiesta al gossip che ci lascia lo zampino!

“Ma quando, nel guardar più attentamente a que’ fatti, ci si scopre un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell’azioni opposte ai lumi che non solo c’erano al loro tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostraron d’avere, è un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può bensì esser forzatamente vittime, ma non autori.”
(Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame)

justice


Due recentissimi articoli pubblicati su Il Garantista e su Repubblica, mi spingono a scrivere questa riflessione.
Non mi capita spesso di trovarmi d’accordo con gli scritti di Oriana Fallaci, ma onestà intellettuale vuole che debba ammettere come in alcuni casi la sua sensibilità umana fosse proverbiale.

Uno di questi casi mi sembra essere la sua atroce definizione dell’abitudine:

“L’abitudine è la più infame delle malattie
perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia,
qualsiasi dolore, qualsiasi morte.
Per abitudine si vive accanto a persone odiose,
si impara a portar le catene, a subir ingiustizie,
a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto.
L’abitudine è il più spietato dei veleni
perché entra in noi lentamente, silenziosamente,
cresce a poco a poco
nutrendosi della nostra inconsapevolezza
e quando scopriamo di averla addosso
ogni fibra di noi s’è adeguata,
ogni gesto s’è condizionato,
non esiste più medicina che possa guarirci.”

Ciò che da più di tre mesi a questa parte sta succedendo a livello mediatico è qualcosa di allucinante.
Un’intera famiglia è stata data da subito in pasto al popolo, con annessi gossip su presunti fedifraghi, complici, conniventi (?).
Hanno fatto strame di tutta la famiglia Bossetti, senza che nessuno abbia emesso un fiato.
E il fatto che nessuno abbia levato la propria voce vuol dire che, in qualche modo, un simile orrore è entrato a far parte dell’abitudine, degli usi e costumi accettati.
Ciò che sconcerta non è tanto questo atteggiamento meschino, gretto, inqualificabile, ma l’abitudine a considerare queste violazioni dei diritti umani più sacrosanti come ordinaria routine.
Dovevamo vedere una schiera di forcaioli patentati condurre programmi TV e scrivere su giornaletti che spacciano gossip per indizi, e dovevamo anche imbatterci nelle scelte di un GIP che bolla l’indagato, incensurato, come persona dotata di “ferocia tale” da rendere “estremamente probabile la reiterazione di reati della stessa indole”, senza basarsi su alcuna evidenza clinica, ma su una sorta di condanna preprocessuale che presuppone che Bossetti sia colpevole del reato contestatogli, con buona pace della presunzione di innocenza.

Dal momento che nessuno sembra stupirsi né dell’atteggiamento mediatico né delle motivazioni del GIP in virtù delle quali un cittadino è in carcere da tre mesi, ne dovremmo dedurre che questa è la prassi, il brodo nel quale l’Italia sguazza quotidianamente.

Come anticipavo, ieri sul Il Garantista è stato pubblicato un editoriale di fuoco di Pietro Sansonetti [1], calzantemente intitolato “Snobbati i penalisti, i giornali prendono ordini dalle procure”.

Dall’articolo emergeva che a Venezia è in corso una discussione molto seria sui problemi della Giustizia, che vede la partecipazione di centinaia di avvocati penalisti.
A questa iniziativa non è stato dato spazio dai principali quotidiani (con la sola eccezione del Sole e del Messaggero), come il Corriere, la Stampa, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, che pure sono sempre ghiotti di questioni giudiziarie.
Ebbene sì, avete capito bene: un congresso nazionale con centinaia di delegati e neppure un inviato delle maggiori testate giornalistiche italiane.

Scrive Sansonetti:

Penso che persino il mio amico Marco Ferrando, se tiene il congresso del suo partito comunista dei lavoratori, un po’ di giornalisti li raggruppa.

E allora c’è una sola spiegazione. Si chiama così: boicottaggio.

I giornali italiani hanno boicottato il congresso. E perché lo hanno fatto? Ve lo dico: a un congresso di avvocati si mandano i giornalisti della giudiziaria, ma – da circa 20 anni – i giornalisti giudiziari italiani sono – praticamente al gran completo – alle dipendenze dirette dalle Procure.

Si iscrivono alla Procura territoriale, come una volta ci si iscriveva alla sezione di un partito. E da quella Procura prendono ordini, in modo militare, blindato. Ma le Procure, si sa, non gradiscono che i loro giornalisti seguano un congresso degli avvocati penalisti, perché le Procure non sopportano gli avvocati penalisti, e pensano che vadano messi in condizione di non nuocere.

E i direttori dei giornali – e gli editori stessi – in gran parte dipendono dai loro giornalisti giudiziari – con un singolare rovesciamento delle gerarchie tradizionali – da loro prendono ordini e non sono in grado di darne.

In nessun altro campo dell’informazione è così: certo non nella politica, o negli esteri, ma neppure nell’economia dove in fondo le cordate sono tante, sono tante le lobby, e nessuna – come nel caso della magistratura – è in grado di controllare tutti i giornali. (…)”

Vi starete chiedendo per quale ragione abbia deciso di riportare una notizia di questo tipo.
Ebbene, non avrei voluto scrivere alcun riferimento alla vicenda per non dare ulteriore visibilità a cotanto patetismo, ma dal momento che la “notizia” è finita sotto gli occhi di sessanta milioni di Italiani, a nulla varrebbe tacere.

La Repubblica ha dato prova di sé e del proprio entusiasmante voyeurismo pubblicando ieri la trascrizione dei verbali dell’interrogatorio del 6 agosto, nel corso del quale al signor Massimo Bossetti sono state ripetutamente rivolte domande attinenti alla sua sfera intima.
Lungi da me riportare i contenuti anche qui, per il semplice motivo che non interessano a nessuno.

Faccio riferimento all’accaduto unicamente per segnalare come Massimo Bossetti sia un uomo che è stato privato non solo della libertà (e su quali “basi” lo abbiamo visto più volte e lo rivedremo), ma anche delle più basilari garanzie di legge.
Visto e considerato che anche uno studente di giurisprudenza iscritto al primo anno è perfettamente a conoscenza del fatto che le normative internazionali sulla privacy, rientrante tra i diritti fondamentali dell’individuo, sono estremamente chiare nel rendere vieta la divulgazione di qualsivoglia notizia che non sia dotata di interesse pubblico, e dal momento che resta difficile ritenere che la vita intima del signor Massimo Bossetti rivesta un qualche interesse pubblico, mi rivolgo ai lettori: vi pare normale che trascrizioni di verbali con contenuti di quel tipo vengano date in pasto ai media?

Scrivo “vengano date in pasto”, perché mi sembra abbastanza chiaro che non si divulghino da sole.

A questo punto sorge una domanda: perché?
L’intera dinamica dell’interrogatorio, per quanto si è potuto appurare, appariva incentrata sul tentativo di blandire una confessione facendo leva su possibili “attenuanti” e, successivamente, sul crollo psicologico dell’indagato.

Francamente, tutto questo sembra confermare in maniera plateale quanto vado dicendo e mostrando da mesi.
Che la Procura non abbia nulla di concreto in mano e si appigli alla speranza di un crollo psicologico dell’indagato credo sia ormai evidente, e nonostante questo mi è giocoforza, purtroppo, affermare che Massimo Bossetti rischi di essere condannato, almeno in primo grado, sulla base di un quadro pseudoindiziario contraddittorio e fumoso.

Ed ecco che, finalmente, è accaduto il miracolo, e il Garante della Privacy è intervenuto con questo comunicato, che mi auguro non cada nel vuoto:

“Il Garante privacy ha disposto in via d’urgenza il blocco di ogni ulteriore diffusione dell’articolo pubblicato, anche on line, sul quotidiano “la Repubblica” in cui sono riportati ampi stralci dell’interrogatorio del 6 agosto scorso di Massimo Giuseppe Bossetti.

L’articolo pubblicato dal quotidiano riporta, tra l’altro, informazioni relative ai familiari dell’indagato, quali la moglie, il figlio, la madre, il fratello e il padre, con particolare attenzione a quelle inerenti le abitudini sessuali. Tali informazioni incidono gravemente sulla dignità delle persone terze estranee alla vicenda processuale. In particolare del figlio minore, che rischia di subire un nuovo pregiudizio a causa della possibile ulteriore diffusione delle notizie.

L’articolo pubblicato dal quotidiano contiene, inoltre, ampie citazioni virgolettate dell’interrogatorio, dalle quali si può configurare anche una violazione degli articoli 114 e 329 del codice di procedura penale.

Con il medesimo provvedimento l’Autorità ha prescritto a tutte le testate di conformare l’utilizzo delle informazioni sulla vicenda di cronaca alle norme poste dal Codice sulla privacy, dal Codice deontologico dei giornalisti e dalla Carta di Treviso a garanzia della dignità dei familiari dell’indagato. E ha invitato tutti i media a procedere ad una valutazione più attenta ed approfondita circa l’oggettiva essenzialità di dettagli e informazioni attinenti ad aspetti intimi, omettendone la pubblicazione quando non rispondono ad un’esigenza di giustificata informazione su vicende di interesse pubblico ed evitando altresì ogni forma di accanimento informativo intorno ad aspetti intimi delle persone coinvolte, in particolare quando queste lo sono solo in mondo indiretto e marginale.

Il provvedimento del Garante è stato inviato alla Procura della Repubblica competente e al Consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti per la valutazioni di rispettiva competenza.”

Al di là di questo tardivo intervento del Garante, nessuno sembra aver avuto un sussulto di dignità tale da dissociarsi dalla divulgazione di notizie di questo tenore.
Questa è, per restare in tema, la prova schiacciante che negli arti incancreniti di una Nazione imbarbarita prolifera il DNA dell’inciviltà.

Ed è qualcosa che lascia esterrefatti il vedere come quasi nessuno (ancora una volta, un’eccezione è arrivata dal Garantista con un articolo a firma di Tiziana Maiolo) sembri avere il coraggio di dire, da una testata giornalistica, ciò che qui sosteniamo da mesi, ossia che è evidente che l’omicidio di Yara Gambirasio non abbia lasciato nulla che lasci intendere l’esistenza di un movente sessuale e che il modo in cui si cerca di inserire nel puzzle un movente sessuale che non esiste, cercando appigli in considerazioni che non avrebbero nessun nesso causale con un delitto di quel tipo, sia estremamente imbarazzante e metta a nudo il fatto che l’indagine brancoli nel buio, con buona pace della presunta “prova regina” del caso, che non prova e non può provare colpevolezza, e che, visto il tenore degli interrogatori, ha evidentemente abdicato sotto gli occhi attoniti degli inquirenti stessi.
In tempi di spending review, probabilmente, rendersi conto della possibilità di aver preso un granchio dopo una spesa di tre milioni di euro per seguire un’indagine per molti aspetti irrituale interamente basata su una traccia biologica di natura incerta e di altrettanto incerta valenza probatoria, non è esattamente uno degli eventi più auspicabili.
Ciò mettendo bene in chiaro che chi scrive non contesta la spesa fatta, ma le sue conseguenze: una spesa simile è giustificata dalla semplice ricerca della verità, ma non dal presupposto che a tale verità si debba arrivare necessariamente né, tantomeno, dal cercare di “arrivarci” in maniera forzata.

Il vedere come un’intera famiglia venga messa alla berlina dalle stesse autorità che dovrebbero tutelarla è talmente sconcertante da lasciarmi ogni giorno più incredula.
Mark Twain direbbe che stiamo piastrellandoci la strada per l’Inferno o che la più grande differenza fra la realtà e la fantasia è che quest’ultima deve essere credibile.
A questo punto, non ci si può che augurare che De Andrè avesse ragione con il suo “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”.
Ora come ora, ad un occhio attento, appare infatti lampante come si stia raschiando il fondo del barile per accaparrarsi qualche titolone insulso e blandire, in assenza di prove e confessione, almeno il consenso dell’opinione pubblica e non si può che sperare tutto ciò, prima o poi, cominci a scuotere qualcuno dal torpore.

Alessandra Pilloni


1- http://ilgarantista.it/2014/09/21/snobbati-i-penalisti-i-giornali-prendono-ordini-dalle-procure/

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2 thoughts on “Tanto va l’inchiesta al gossip che ci lascia lo zampino!

  1. Mah, io metterei in discussione anche la spesa (per altro andarebbe rettificata perché ho letto che era di 3milioni d’euro quanto erano stati fatti 13.000 test, ma siamo arrivati a 18.000!), perché, oltre al fatto che sono fondi che inevitabilmente vengono tolti a indagini su altri reati, nella spesa del denaro pubblico bisogna spendere con oculatezze, quindi non fare 1000 dna, su tutto il campione, ma almeno scremare prima con un po’ di indagine tradizionale.

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    • Su questo sono pienamente d’accordo… Sul fatto che l’indagine abbia seguito direttrici rovesciate ed anomale, per non arrivare a capo di nulla come è ogni giorno più evidente, mi sono espressa a più riprese e non ci piove.

      Ma essendo ormai stata sostenuta una tale spesa, perlomeno non divenga questo il motivo principale per il quale un uomo è in carcere da tre mesi sulla base di… ecco, sulla base di cosa?

      Proprio oggi il Prof. Novelli ha confermato (con buona pace di chi è andato cianciando per giornaletti e salottini di traccia “certamente ematica”) che non vi è certezza sull’origine biologica della traccia stessa.

      Una persona esperta nell’ambito mi ha confermato che, come già avevo scritto (non so se qui o altrove) pare che la traccia risulti positiva per emoglobina, ma ciò non dimostri che la traccia sia ematica in quanto tale positività può essere data dalla commistione con sangue della vittima.
      A questo punto mi chiedo, per l’ennesima volta, in virtù di cosa quella traccia dovrebbe provare alcunché.
      Se fosse sicuramente sangue verrebbe da legarlo all’atto di essersi ferito mentre colpiva la vittima con un’arma da punta e taglio, come d’altronde ipotizzato da GIP e Procura (anche in questo caso, tuttavia, non sarebbe prova, vista la possibilità di trasferimento secondario).
      Ma se non può neppure essere definita in modo certo l’origine biologica della traccia, come si fa a considerarla prova di aggressione o prova di appartenenza a colui che taglia il corpo?
      Siamo in uno stato di diritto…
      E’ l’accusa che mi deve dimostrare che Massimo Bossetti ha ucciso Yara, e a me pare che di prove in tal senso non ce ne sia neppure l’ombra…

      Insomma, l’indagine a mio avviso ha seguito direttrici irrituali, illogiche e discutibili. Questo è fondamentalmente in mio parere.
      Comunque, lo si è fatto per una causa nobile, la ricerca di verità.
      Ciò che invece non è nobile è che tale spesa renda imperativo il fatto di voler trovare ad ogni costo una “verità” (le virgolette non sono casuali)…

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