Lo strano caso di Mixer Jane

Articolo di Laura

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Stasera vi racconterò una storia interessante, così, giusto per fare insieme una riflessione.

Alla fine di marzo del lontano 1969 una studentessa di diritto presso l’Università del Michigan di nome Jane Mixer fu ritrovata cadavere nel cimitero di Denton, appena fuori di Michigan Avenue, a pochi km a est di Ypsilanti, in Van Buren Township, Michigan.
Jane era stata colpita due volte alla testa con un revolver calibro 22 e strangolata con una calza di nylon; i suoi collant erano stati tirati giù, ma il medico legale non certificò nessun segno di violenza sessuale.
Il suo impermeabile, coperto di scaglie di sapone di un detersivo per bucato, era stato tirato su sul volto della giovane.
Le sue scarpe assieme ad una copia del romanzo di Joseph Heller, Catch – 22 vennero rinvenuti deposti accanto a lei.
Alcuni testimoni parlarono di una Chevrolet Caprice station wagon verde e bianca avvistata nei pressi del cimitero la sera prima.
Inizialmente la morte della studentessa fu collegata ad una sequenza di omicidi perpetrati da John Norman Collins, che, tuttavia, venne condannato solo per un delitto risalente al 1970; altre morti a lui attribuite rimasero senza un colpevole.
Anche se John Norman Collins fu accusato solo di un omicidio, e solo per quello fu processato, fu ampiamente ipotizzato che fosse stato responsabile di sei omicidi simili in Michigan, tra cui l’omicidio di Mixer Jane, e forse anche di un paio in California.

Le cose rimasero invariate fino al 2001, quando il detective Eric Schroeder, che non aveva mai creduto Jane Mixer rispondente al profilo delle altre vittime, fu messo a capo dell’unità casi irrisolti e decise di riaprire il fascicolo, mandando gli elementi di prova del caso Mixer agli esperti di DNA presso i laboratori forensi.

A causa di un grave ritardo nella lavorazione dei campioni di DNA nei laboratori del Michigan, trascorse un anno prima che il Detective Schroeder ricevesse i risultati e quando li ebbe ciò che lesse aveva davvero dello straordinario.
Su tre punti del collant di Jane Mixer era presente un profilo genetico rispondente a quello di un pensionato di 62 anni, un infermiere di nome Gary Lieterman di Gobles, Washington. Il DNA non era stato estrapolato da una traccia di sangue o liquido seminale, era certamente riconducibile a tracce di sudore, saliva o pelle.

Fin qui il racconto della triste morte della giovane Jane Mixer e dell’arresto di un assassino, avvenuto dopo più di trent’anni grazie alle tracce prelevate dal suo cadavere, non sembra avere niente di diverso da tanti altri casi di cui si sente parlare che hanno scritto la storia degli omicidi risolti grazie all’apporto della scienza.

Qui arriva lo straordinario.

Il laboratorio, come è ovvio che sia, aveva analizzato anche una abbondante traccia ematica presente sulla mano della vittima e il DNA corrispondente era quello di un altro assassino condannato per il pestaggio e per l’omicidio dell’anziana madre.
L’unico problema era che Giovanni Ruelas aveva solo quattro anni nel 1969.
Il Procuratore Steven Hiller nel chiedere la condanna di Gary Lieterman ammetteva che John Ruelas non poteva essere materialmente coinvolto nell’omicidio di Mixer Jane ma si oppose strenuamente alla teoria della contaminazione incrociata dimostrandosi certo che il laboratorio criminale del Michigan non avesse mai potuto commettere un errore.
Hiller sostenne che, anche se John Ruelas non aveva ancora compiuto il suo quinto compleanno, in qualche modo doveva essere stato lì.

“Il suo sangue era su di lei”, disse Hiller.

I casi Mixer e Ruelas erano stati in laboratorio nello stesso periodo circa e molti si chiesero se ci fosse stata una contaminazione.
Il timore da parte del Procuratore di vedersi inficiare un caso a causa della disattenzione degli esperti di genetica del laboratorio forense lo portò ad asserire che un bambino di quattro anni che abitava a più di 40 miglia dalla scena del crimine si trovasse sul posto al momento del delitto della giovane Mixer.

Qual’è la morale?
Che insegnamento dovremmo trarre da questa triste storia?
Gli scienziati sono esseri umani e, in quanto tali, è possibile che sbaglino.
I Procuratori sono esseri umani, né più né meno degli scienziati, quindi è lecito che sbaglino anche loro.
Non è grave l’errore in sé ma è grave il fatto che, pur di non ammettere di aver sbagliato, ci si ostini a battere la pista sbagliata, forse anche forti del fatto di poter rimanere impuniti. Nel caso di Jane Mixer il tempo passato ha lasciato dietro di sé, inevitabilmente, molte più domande che risposte.
Ora come ora in carcere c’è un infermiere di 62 anni il cui DNA era presente sulla vittima. Forse è stato lui ad uccidere la povera Jane o forse no.
Quello che io leggo tra le righe è che c’è qualcosa che non va, c’è un ingranaggio che si è inceppato.
Nel momento stesso in cui la scienza ha fatto un enorme passo in avanti il buon senso ne ha fatti dieci indietro.

Conclusioni (di Alessandra Pilloni)

Perché citare oggi questa storia in relazione al caso Massimo Bossetti?
E’ una storia diversa, molto diversa, ma tra le righe si può leggere lo stesso monito: la scienza alla quale si presta fede cieca senza badare alle evidenti incongruenze, perdendo il senso stesso della scientificità, mette tutti in pericolo.
La scienza che viene assurta a mezzo di prova in assenza di qualsivoglia altro elemento finanche a volerle far dire ciò che in realtà non dice, mette tutti in pericolo.
Nel caso di Massimo Bossetti, è ormai verità attestata dallo stesso Tribunale del Riesame che ne ha negato la scarcerazione il fatto che non sussista alcun elemento indiziante diverso dal DNA, al quale inizialmente era stati affiancati dal GIP “…alcuni elementi rafforzativi, in quanto non in contraddizione seppur, anche complessivamente considerati, non dirimenti”: la cosa davvero pazzesca è che, ormai, se le dicono da soli!

Nella pronuncia del Riesame viene mantenuto come elemento indiziante solo il DNA, dal quale si inferisce (senza nessun elemento a supporto, ma tagliando corto senza spiegazioni) che sia indice di colpevolezza.
La trasportabilità del DNA viene ridotta, cavillando, al solo trasporto doloso (mai prospettato, da quanto mi risulta, dalla difesa), ovviamente ritenuto inverosimile (e c’era bisogno che lo dicessero loro?), mentre viene completamente taciuto il fatto che il trasporto del DNA che dovrebbe invece essere preso in considerazione in questo caso è quello colposo/fortuito/casuale o comunque lo si voglia definire.
Il passaggio traccia biologica=colpevolezza per omicidio non viene in alcun modo motivato in termini giuridicamente e logicamente accettabili ed il tutto si riduce ad una frase tautologica di tre righe nella quale la fallacia dell’accusatore domina incontrastata.
Sono riuscita ad avere il testo dell’ordinanza del Riesame proprio ieri sera, e sto ancora cercando di autoconvincermi di essere stata beffata da un burlone con un testo scherzoso.
Allo stesso modo, il fatto che l’origine biologica della traccia non sia certa viene aggirato, sostenendo che sia certa l’identificazione: peccato, però, che proprio l’incertezza sulla natura biologica della traccia potrebbe mettere in crisi qualsivoglia ipotesi di correlazione della traccia stessa con l’omicidio.

Il modo in cui senza nessuna motivazione logicamente accettabile dalla presenza di una traccia biologica, per giunta singola e di origine incerta, viene dedotto non solo un contatto diretto (la qual cosa non è certo così pacifica) ma addirittura una colpevolezza per omicidio, senza nessun altro elemento che possa corroborare una simile inferenza (il)logica lascia semplicemente sconcertati.

Finché non si affermerà una sana tendenza ad intendere il grande (se ben utilizzato) apporto della genetica forense alle indagini in modo razionalmente corretto, anche al di là del già inquietante paradosso del iudex peritus peritorum, ricorderemo i tanti casi Jane Mixer, quelli nei quali la scienza, allontanandosi da ogni evidenza logica, ha tradito se stessa trasformandosi in una fede cieca che mette tutti in pericolo.

AAA cercasi “un giudice a Berlino”: perché la mancata scarcerazione di Bossetti dovrebbe preoccupare tutti noi

Articolo scritto a quattro mani con Laura.

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“Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello.
Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cercò una causa di litigio.
“Perché – disse – mi hai fatto diventare torbida l’acqua che sto bevendo?
E l’agnello, tremando: “Come posso – chiedo – fare quello di cui ti sei lamentato, o lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!”
Quello, respinto dalla forza della verità: “Sei mesi fa – aggiunse – hai parlato male di me!” Rispose l’agnello: “Ma veramente… non ero ancora nato!”
“Per Ercole! Tuo padre – disse il lupo – ha parlato male di me!”
E così, afferratolo, lo uccide dandogli una morte ingiusta. Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.”
(Fedro)


Superior stabat lupus.

Così recita la massima che gli antichi romani traevano dalla favola di Fedro del lupo e l’agnello.
Stava più in alto, rispetto all’agnello, il lupo della celebre favola di Fedro.
Stava più in alto e, di conseguenza, la sua accusa, rivolta all’agnello che si abbeverava allo stesso torrente, di sporcare la sua acqua, non poteva essere vera.
Ma il lupo non si perse d’animo, e trovò un altro pretesto: la condanna era già scritta.

Di tanto in tanto, c’è chi tira fuori dal cilindro qualche statistica secondo la quale l’Italia sarebbe fanalino di coda, a livello europeo o perfino mondiale, per quanto concerne la preparazione in ambito tecnico-scientifico della popolazione scolarizzata.

In questi casi, si tende puntualmente a puntare il dito contro un’istruzione tradizionalmente imperniata sulle discipline umanistiche.
Il problema, purtroppo, è che anche le discipline umanistiche non vengono adeguatamente recepite dagli studenti: se così non fosse, è sufficiente vedere come, a distanza di due millenni, la celeberrima favola di Fedro non sia stata, evidentemente, in grado di insegnare nulla.
Analoga considerazione può senz’altro farsi in relazione a quel grande pioniere della filosofia occidentale, noto a qualsiasi studente italiano, ma forse non abbastanza: mi riferisco a Socrate, il sapiente consapevole di non sapere.
C’è un dramma che finisce costantemente per piagare la giustizia italiana e che si ripete negli anni senza insegnare nulla: l’ostentazione di certezze da parte di Procure e Pubblici Ministeri.
C’è ben poco in grado di terrorizzarmi quanto le apodittiche convinzioni ostentate da molti PM nostrani: convinzioni che, peraltro, in un gran numero di casi si rivelano inesatte.
A titolo d’esempio, mi sono imbattuta proprio ieri in questo video.
Minuto 1,31, parole della PM “convinta” della colpevolezza di Daniela Stuto… Che però era innocente, ed è stata risarcita (una miseria, perché al danno segue sempre la beffa) a spese dei contribuenti.

Ho mantenuto qualche giorno di “silenzio stampa” prima e dopo il Riesame, per riordinare una serie di idee e considerazioni.
Finora, ho cercato di analizzare la vicenda mantenendo toni in un certo qual modo sommessi.
Alla luce della decisione del Tribunale del Riesame di non scarcerare Massimo Bossetti, urge però una celere e netta presa di posizione nella quale lascerò da parte i mezzi termini.
Esordisco allora, in modo quanto mai esplicito, con quello che è il fulcro dell’opinione che ho maturato: se quanto divulgato da giornali e trasmissioni televisive negli ultimi giorni circa le motivazioni del Riesame (che non sono state divulgate integralmente, ma nei loro contenuti) corrisponde a realtà, la carcerazione preventiva del sig. Massimo Bossetti contrasta con la normativa in materia ed a parere di chi scrive è pertanto illegittima.

Qualora la descrizione dei contenuti delle motivazioni diffusa dai principali quotidiani corrisponda a realtà, la Cassazione dovrà necessariamente fare chiarezza e ripristinare i capisaldi della nostra civiltà giuridica.
Se non lo farà, disponendo l’immediata scarcerazione di Massimo Bossetti, potremmo trarre la conclusione di essere parte di un sistema barbaro nel quale l’abuso di misure cautelari ha ormai superato ogni limite di legge.

E’ noto che l’Italia, quanto ad abuso di misure cautelari, ha un triste primato europeo. Secondo i dati dell’Associazione Antigone il sovraffollamento delle patrie galere è del 147% e quasi la metà dei detenuti è in attesa di giudizio.
Lunedì, il giudice del riesame di Brescia Michele Mocciola ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai legali del sig. Massimo Giuseppe Bossetti.

Come è ovvio che sia, questo è stato un duro colpo per il sig. Massimo che rimane in carcere, sottoposto al regime di isolamento, dove si trova da più di quattro mesi, accusato dell’atroce omicidio della tredicenne Yara Gambirasio.
Bossetti sta perdendo “la speranza in un processo giusto” e questo lo sta “uccidendo giorno dopo giorno”, racconta uno dei suoi avvocati, Claudio Salvagni, dopo averlo visitato nel carcere di Bergamo.

Chi potrebbe biasimarlo? Il sig. Massimo ha capito benissimo la gravità della situazione in cui è venuto a trovarsi, e, ad oggi, non è il solo.
Basta fare un salto  indietro a quattro mesi fa e confrontare l’umore e l’orientamento delle masse, che si nutrono di pane segreti e delitti in salsa gialla, di allora con quello che si avverte oggi per accorgersi che i conti proprio non tornano nemmeno a coloro i quali si ostinavano a volerli far quadrare a tutti i costi.
Ciò che è emerso è che il giudice, il quale aveva richiesto degli approfondimenti per potersi sentire sicuro della decisione da prendere, non ha reputato ammissibile la richiesta della difesa di dichiarare nulli gli atti alla base della consulenza dei RIS che portarono all’individuazione di “ignoto 1” e alla successiva identificazione del sig. Bossetti.

Gli avvocati della difesa hanno provato a indebolire l’unico elemento che collega il sig. Massimo all’omicidio di Yara e cioè il DNA ma il tribunale del riesame sembra invece averlo rafforzato in modo non condivisibile poiché ha sottolineato che se c’è presenza di materiale organico dell’uomo sul corpo della ragazza questo è chiaro indice di un di un contatto contestuale (prima o poi qualcuno dovrà spiegare a tutti noi in virtù di quale nuovo primato scientifico i giudici italiani siano in grado di fare ciò che non sanno fare i genetisti: datare il DNA) alla morte della piccola.Il tribunale della Libertà, se così si può ancora definire, sembrerebbe inoltre aver ignorato i tabulati forniti dalla vodafone dai quali si evince che l’utenza telefonica di Yara agganciò la cella di Brembate alle 18:55 prima di spegnersi per sempre, mentre quella del sig. Massimo rimane vincolata alla cella di Mapello.
Questo dato, ad occhi imparziali, rimanda l’immagine di due persone, o per lo meno di due cellulari, che non si trovano nello stesso posto collocando Yara nei pressi della sua casa a via Rampinelli alle 18:55 di quel 26 novembre e il sig. Bossetti nella sua casa di Mapello dove ha sempre sostenuto di trovarsi all’ora della scomparsa della ragazza.

Quanto trapelato a partire dal Corriere della Sera sulle motivazioni del Riesame è estremamente problematico.
Come peraltro ribadito da altre fonti e dichiarato dallo stesso inviato di Quarto Grado ieri sera, il Riesame ha di fatto ritenuto che i vari pseudo-indizi sui quali si è favoleggiato negli ultimi mesi, di fatto non sussistono, ma ha ritenuto che il solo DNA sia “elemento sufficiente”.
Pare che abbia inoltre tratto delle conclusioni su un qualcosa di non detto né ipotizzato  dalla difesa non so se per giustificare la sua discutibile scelta o perché ha mal interpretato l’ipotesi del trasporto.
In pratica ha cavillato sostenendo che l’ipotesi che il DNA di Bossetti sia finito sugli abiti di Yara in quanto messovi a bella posta da qualcuno sia “inverosimile”, intendendo in tal modo per trasportabilità del DNA solo quella dolosa e non preoccupandosi minimamente del fatto che quest’ultima possa ovviamente, e molto più verosimilmente, essere fortuita.

Gli antichi dicevano “excusatio non petita, accusatio manifesta”: io non so se una tale motivazione debba intendersi come tentativo di giustificare la propria decisione, ma so che i legali di Massimo Bossetti non hanno mai prospettato l’ipotesi di un trasporto doloso del DNA e che, di conseguenza, questa motivazione non sembra rispondere a nessun criterio logico-giuridico accettabile.
Ma questo è solo uno dei tanti punti discutibili.

Perché se nelle motivazioni ci fosse davvero scritto, come qui abbiamo peraltro sempre sostenuto, che oltre al DNA non sussiste alcun vero elemento indiziario, i presupposti richiesti ex lege per la carcerazione preventiva semplicemente non ci sono.
Se sono i magistrati del Tribunale del Riesame di Brescia ad evidenziare come nei confronti di Massimo Bossetti, allo stato, il solo elemento indiziante sia rappresentato dalla traccia biologica rinvenuta sugli indumenti della vittima, allora sono loro stessi ad affermare che manca il primo presupposto richiesto per la custodia cautelare in carcere: gli indizi plurimi e gravi.
Non è giuridicamente accettabile la tesi secondo la quale il DNA, anche se non accompagnato da ulteriori indizi di colpevolezza, abbia di per sé un valore probatorio tale da consentire l’adozione di una misura custodiale nei confronti dell’indagato.

E’ infatti pacifico in giurisprudenza come, ex art 273,2 c.p.p, un solo indizio di colpevolezza non sia di per sé sufficiente all’adozione di una misura cautelare di questo tipo.
Secondo l’impostazione in assoluto maggioritaria è necessario, infatti, che gli indizi siano plurimi e gravi, non potendosi ridurre il quadro indiziario ad un unico elemento.

Non sembra avere senso neppure l’assunto in base al quale tale traccia biologica avrebbe valore di prova e non di mero indizio.

Infatti, non solo l’assunto in questione è di per sé fortemente incondivisibile, ma va evidenziato soprattutto come tale distinzione nella fase delle indagini preliminari non abbia alcuna pregnanza specifica: l’art 273 c.p.p, infatti, nel prescrivere che “nessuno può essere sottoposto a misure cautelari se a suo carico non sussistono gravi indizi di colpevolezza”, non opera né consente di operare distinzioni di sorta tra elementi di prova ed elementi indizianti.
A ciò si aggiunga che nella fase delle indagini preliminari -a meno che non si proceda con l’incidente probatorio – è improprio parlare di prove.
Nel nostro ordinamento le prove si formano in contraddittorio, in presenza di tutte le parti processuali e degli eventuali consulenti tecnici.

Anche gli accertamenti tecnici non ripetibili, ex art 360 c.p.p., devono svolgersi in contraddittorio.
Solo la presenza di tutte le parti (persona offesa, indagato, PM, consulenti di parte) consente di far in modo che le risultanze acquisite in base a quel determinato accertamento (non più ripetibile in fase dibattimentale) possano poi essere utilizzate anche ai fini dell’adozione di una sentenza di condanna.
Se dovesse pertanto risultare che l’estrazione della traccia biologica non potrà più essere posta in essere e che,quindi, quell’accertamento tecnico effettuato nell’anno 2012 (accertamento espletato in assenza del difensore dell’allora indagato Mohammed Fikri, del suo consulente tecnico e senza la presenza della parte offesa e del loro consulente e quindi in violazione dell’art. 360 c.p.p.) non potrà più essere ripetuto, l’elemento indiziario unico del quale si parla è stato inoltre acquisito con modalità non valide, in violazione delle garanzie procedurali.
Se così fosse, il signor Massimo Bossetti, oltre che sottoposto ad una carcerazione preventiva che appare contrastante con il dettato normativo ex art. 273 c.p.p., sarebbe inoltre ristretto in base ad un unico elemento probatorio acquisito illegittimamente.

Per chi non è particolarmente versato in ambito giuridico, potrei fare una semplice considerazione molto pragmatica: immaginate una traccia biologica che semplicemente non esiste più essendo già stata completamente spremuta per effettuare degli accertamenti in vostra assenza in violazione delle garanzie di legge.
Esistono stringhe, tracciati elettroforetici su un pc.
Non c’è bisogno di essere giuristi per cogliere come il solo fatto di privare una persona della propria libertà sulla base di qualcosa che non esiste più in rerum natura vada ben oltre il drammatico immaginario kafkiano.
Va da sé, inoltre, che sono del tutto carenti anche le esigenze cautelari.
Si sostiene, infatti, che Bossetti, ove venisse accolta la richiesta degli arresti domiciliari, potrebbe reiterare il reato.
Tale motivazione è spesso addotta a giustificazione delle troppe carcerazioni preventive che affliggono il nostro Paese, e spesso attraverso l’ausilio di fantasiose formule di stile, come in questo caso.
La domanda sorge spontanea: con quali modalità e per quale motivo tale reiterazione del reato dovrebbe essere posta in essere dall’odierno indagato, che si protesta innocente? Potrebbe evadere dalla propria abitazione e ferire a morte il primo passante a caso?
E da quali elementi concreti si evince una simile follia criminale?

Se è vero quanto trapelato da plurime fonti giornalistiche, ci sarebbe da mettersi le mani sui capelli e, ahimé, da dichiarazioni dei difensori sembrerebbe proprio vero: la vita perfettamente normale di Bossetti dimostrerebbe la sua pericolosità e la sua assenza di freni inibitori.

Ma come?

Per quattro lunghi mesi testate giornalistiche affette dalla brutta malattia del “velinismo”, ossia incapaci di criticare chi dà loro da mangiare, ci hanno martellato con una vergognosa e a tratti addirittura ridicola propaganda tesa, almeno nelle loro intenzioni, a presentare Massimo Bossetti, agli occhi di sessanta milioni di Italiani, come un truce depravato che millantava a suon di menzogne un’inesistente vita normale, ed ora ci dicono così, senza preavviso, che Bossetti ha una vita normale e che, proprio per questo, rischia di reiterare un reato che per giunta non c’è uno straccio di prova che abbia commesso?

Ebbene, è necessario che gli Italiani inizino a far pace con il proprio cervello e, se possibile, con la propria coscienza, e si uniscano alla nostra campagna informativa a tutela della presunzione di innocenza di Massimo Bossetti e dei sacrosanti principi dello Stato di diritto.

Per restare in tema di tendenze giornalistiche al “velinismo”, alle quali abbiamo avuto il disonore di assistere per più di quattro mesi, inserisco una breve descrizione esplicativa data dal Prof. Giorgio Resta:

“Si parta da un fatto difficilmente confutabile. Nel nostro Paese almeno dall’inizio degli anni ’90 (volendo fare della cronaca da “Tangentopoli” in poi) si è creato un circolo vizioso fra autorità giudiziaria (in particolare inquirente) e mezzi di informazione.
Tale rapporto è consistito in:
a) rapporti privilegiati fra taluni magistrati e taluni giornalisti;
b) comunicazione da parte dei primi -direttamente o indirettamente- di atti ma soprattutto di documentazione facente parte del fascicolo giudiziario prima del loro deposito o nell’immediatezza dello stesso;
c) enorme risalto mediatico delle vicende giudiziarie viste attraverso la prospettiva (malevolmente, si direbbe il buco della serratura) dell’accusa, con rappresentazione unilaterale e il più delle volte demonizzante dell’indagato;
d) sostituzione del giudizio mediatico a quello dei Tribunali, il quale giunge -se giunge- solo molti anni dopo, e il cui esito, quasi sempre demolitorio delle ipotesi accusatorie, viene minimizzato se non ignorato;
e) significativi vantaggi vantaggi mediatico-professionali per i partecipanti allo scambio segreto istruttorio/scoop”

Ciò che abbiamo visto negli ultimi quattro mesi è senz’altro inquadrabile all’interno di un simile scenario, con la sola differenza che in questo caso è stato superato ogni pronostico di ridicolo: di recente, il Corriere della Sera ha superato se stesso arrivando a proporre l’esilarante notizia secondo la quale un mese prima del fermo il signor Massimo Bossetti, incontratosi con una donna di quaranta anni suonati per venderle uno specchio, come da accordo su ebay, le avrebbe fatto i complimenti, chiedendole se avesse anche una sorella così bella.
Una frase tanto diffusa da essere un banale gesto di galanteria, ma il Corriere non ha resistito all’idea di titolare in questo modo: “Incontrai Bossetti, mi chiese se era bella la mia sorellina”.

La terribile ruffianeria il titolo con la parola “SORELLINA”, che a chi non legge l’articolo fa pensare che Bossetti abbia, come minimo, abbordato un bambino chiedendogli della sorella, mentre in realtà si tratta di una, per giunta banalissima, battuta ad una donna di quaranta anni suonati, adulta e vaccinata, che non risulta abbia subito nessuna molestia né in quel momento né in seguito, non è passata inosservata, tanto che il giorno dopo Il Giornale ha “risposto” con un suo articolo: Se il Corriere inventa la pedofilia di Bossetti (vedi qui: http://www.ilgiornale.it/news/politica/se-corriere-inventa-pedofilia-bossetti-1060778.html).

La parte finale dell’articolo del Corriere, sul materiale della cornice dello specchio che sarebbe stata spacciata per legno essendo, in realtà, plastica, conferiva all’intero articolo quel tocco di ridicolaggine in più- in realtà il livello era già estremamente elevato, ma si è voluto strafare.
Con la divulgazione di questa “perla” gli inquirenti che hanno fornito la “notizia” al Corriere hanno raschiato il fondo del barile, e i giornalisti che si prestano a questo giochetto meriterebbero di veder divulgati anche all’estero i loro articoli: d’altronde, due risate non si negano a nessuno e sarebbe bello se queste perle del giornalismo nostrano potessero essere apprezzate anche a livello internazionale.

Ma ora recuperiamo la serietà (per quanto sia difficile) e torniamo a noi, perché al di là di tutto ciò che abbiamo scritto ed ipotizzato fino ad ora, in questo ed in altri articoli, il nostro pronostico principale si è rivelato esatto: le mistificazioni dei giornalisti asserviti alla Procura sono servite a prendere in giro qualcuno, ma ora non siamo più solo noi, ma il Tribunale del Riesame a dire che non esiste alcun elemento indiziario oltre a quella minuscola traccia biologica, dalla quale -e il Dott. Mocciola dovrebbe saperlo- non si può inferire, in assenza di altri riscontri idonei, la colpevolezza dell’indagato.

Esistono infatti almeno cinque scenari alternativi rispetto a quello prospettato dalla pubblica accusa:

1) Erronea modalità di repertazione; affannarsi a negare tout court un siffatto scenario non onora l’onestà intellettuale di chi lo fa: non sarebbe certo un’eventualità del tutto inedita nel panorama investigativo nostrano (celebri sono, a tal proposito e a mero titolo esemplificativo, i casi“Sollecito”, “Via Poma”, “Pantani”);
2) Erronea modalità di catalogazione e di conservazione del reperto;
3) Errore durante le analisi di laboratorio per non aver adottato rigorose modalità operative; 4) Errore e contaminazione durante la fase dell’estrazione o dell’amplificazione;
5) Li si potrà definire scenari improbabili o in qualsiasi altro modo, ma negarli senza beneficio del dubbio, specie in caso di accertamento effettuato senza le dovute garanzie di legge, è inaccettabile.
Ed è inaccettabile perché quand’anche in concreto nessuno di questi scenari si fosse verificato, il messaggio che gli elementi di prova possano essere acquisiti in questo modo, senza contraddittorio, non può e non deve passare per il bene di tutti.
Ma vi è di più.
Ammesso che non vi siano stati errori o eventuali contaminazioni nelle fasi di repertazione, estrazione, conservazione, elaborazione e comparazione e che il DNA rinvenuto sia davvero appartenente all’indagato, in assenza di ulteriori riscontri non solo non se ne può inferire la colpevolezza per omicidio, ma non si può neppure ipotizzare con sicumera un contatto diretto.

E’ noto ai genetisti forensi, e qui ne abbiamo parlato molto estesamente, che il fluido biologico può trasferirsi su una superficie non solo e non necessariamente attraverso contatto diretto, ma anche attraverso l’intervento di un vettore esterno che può essere rappresentato da un individuo o da un oggetto.

Tale intervento può essere di matrice dolosa (quella ritenuta “improbabile” dal giudice, ma anche da chi scrive ed anche dalla difesa di Massimo Bossetti, che infatti non risulta abbia mai anche solo menzionato un simile scenario) o fortuita, evenienza che, in questo caso, prenderei invece in serissima considerazione: dagli elementi emersi sino ad ora, appare degna di considerazione l’ipotesi che questo delitto possa essere maturato e abbia come protagonisti soggetti appartenenti al mondo dell’edilizia o in qualche modo legati allo stesso.
E’ allora possibile che la vittima sia stata accompagnata in ambienti – cantieri, furgoni ecc- in cui può essere avvenuto tale trasporto indiretto.
Altrettanto ipotizzabile è che il contatto indiretto possa essere avvenuto mediante attrezzi edili utilizzati come arma del delitto: quest’ultima ipotesi, nel presente blog, è stata da ultimo vagliata, mediante la citazione di studi scientifici, nel’articolo Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno.

Bene, come sopra evidenziato, gli scenari alternativi possono essere diversi e tutti ipotizzabili, anche se non ho mai nascosto la mia netta propensione per l’ultimo, binario più difficile e da percorrere con l’ausilio di indagini difensive (a tal proposito non posso che salutare con grande favore l’ingresso del Dott. Ezio Denti nel pool difensivo), ma più solido e, probabilmente, più vicino di quanto si possa immaginare alla realtà dei fatti.

Quindi, quando si parla di DNA come prova certa e inequivocabile che da sola può essere sufficiente all’adozione di una misura custodiale, nonchè di una successiva sentenza di condanna, si commette un gravissimo errore di fondo, dettato dalla cosiddetta “fallacia dell’accusatore” (ampiamente analizzata anche qui nell’articolo Henri Poincaré e la marmellata d’arance: cronistoria di un’arrampicata sugli specchi).

Signori, insomma, chiariamoci: l’unica cosa scientificamente certa al 99,999999999% sono i rapporti di paternità e filiazione: rapporti dei quali, per giunta, non interessa niente a nessuno diverso dalle persone coinvolte nella “scoperta”.

Non è invece altrettanto certo che il DNA originariamente presente sugli indumenti della vittima appartenesse effettivamente a Bossetti, così come è ipotizzabile che vi possa essere stata una contaminazione nelle varie fasi della repertazione, estrazione, conservazione, elaborazione e comparazione del materiale biologico, ovvero, che vi possa essere stato un trasporto indiretto della sostanza biologica oggetto di indagine.
In relazione alla “febbre scientista” che porta spesso l’opinione pubblica a ritenere ciecamente il DNA prova di colpevolezza, alcuni Autori hanno parlato, negli ultimi anni di “effetto CSI”.

Anche in questo blog ho riportato spesso questa simpatica espressione, ma è bene sottolineare due cose: la prima è che, nel caso di specie, le vittime del grottesco effetto CSI ancor prima (e forse ancor più) dell’opinione pubblica sembrano essere giudici ed inquirenti; la seconda è che, in fondo, questa espressione è impropria e perfino ingenerosa nei confronti della nota serie TV: basterebbe infatti guardarlo bene, CSI, per apprendere qualcosa anche sugli scenari alternativi qui prospettati.

Tanti insigni giuristi si sono occupati del complesso rapporto tra scienza e diritto, e la conclusione è sempre stata, giustamente, che il dato scientifico va sempre calato nella realtà processuale (o procedimentale) onde verificare che esso venga corroborato o frustrato dalle ulteriori emergenze processuali (o procedimentali) e che non vi siano interferenze di decorsi causali alternativi che possano spiegare razionalmente un determinato evento.

La Dott.ssa Maccora nella sua “suggestiva” ordinanza di non convalida del fermo (comunque abbondantemente superata, in termini di discutibilità, dalla pronuncia del Riesame) aveva richiamato un orientamento cassativo secondo il quale il DNA avrebbe valore di prova e non di indizio.
Non ho avuto modo di leggere le motivazioni del Riesame, ma immagino che anche lì sia stato fatto il medesimo riferimento.
Avevo già scritto parecchio sul fatto che tale pronuncia della Cassazione sia abbastanza contraddittoria, così come sul fatto che non essendo l’Italia un Paese di common law e non trattandosi neppure di una sentenza delle Sezioni Unite, l’analisi di questo orientamento andasse fatta con le dovute cautele del caso.
In realtà questo richiamo appare del tutto improprio, in quanto trascura un piccolo dettaglio: secondo l’impostazione maggioritaria, fatta propria (questa sì) anche dalla Cassazione a Sezioni Unite (nella già richiamata in articoli precedenti sentenza Franzese) occorre, infatti, ragionare non solo in termini di probabilità statistica ma anche in termini di probabilità logica: il dato scientifico, e l’elemento indiziante da esso ricavato, da solo non può essere sufficiente e non deve assolutamente portare né ad una sentenza di condanna né, tantomeno, all’adozione di una misura custodiale, ma, a tal fine, deve essere sempre e comunque accompagnato da ulteriori elementi indiziari, in modo tale che si possa pervenire ad un giudizio di colpevolezza con alto grado di credibilità razionale e, quindi, al di là di ogni ragionevole dubbio.
Tali principi valgono a maggior ragione nella fase delle indagini preliminari e nelle “procedure de libertate”, soprattutto quando la piattaforma indiziaria appare formata (come da stessa ammissione del Riesame) da un unico elemento acquisito, se tutto ciò non bastasse, in violazione delle garanzie procedurali ex art. 360 c.p.p.

Tutto questo ovviamente, tralasciando la palese insussistenza della necessità di misure cautelari, dedotta come abbiamo visto ritorcendo contro l’indagato il fatto che questi abbia “una vita normale”.

Nel corso di una recente puntata di Matrix, alla quale abbiamo anche dedicato un articolo in questo spazio, Telese ha parlato di “inchiesta politica”.
E sebbene mi ritenga fondamentalmente e fortemente ostile a tutto ciò che rientra nel novero del cosiddetto “complottismo”, nel venire a conoscenza della mancata scarcerazione del signor Massimo, al quale oggi va la mia più sentita solidarietà per il grave danno che sta subendo a mio parere ad onta di ogni garanzia di legge, e ancor più delle motivazioni cavillose e altamente problematiche, non posso negare di essermi chiesta se la situazione oggi sarebbe davvero la medesima se in data 16 giugno il Ministro Alfano non avesse vergognosamente annunciato urbi et orbi via Twitter l’individuazione dell’ “assassino” causando una pressione mediatica senza precedenti.

Una condanna scritta prima ancora che il malcapitato conoscesse l’infamante accusa a suo carico.

Ma non è certo la polemica sterile il mio obiettivo, e allora non posso che concludere con un invito a tutti a leggere e far leggere questo blog, e soprattutto ad interrogarsi sulle conseguenze, che un giorno potrebbero colpire chiunque, di quanto si sta verificando.
Se passerà il messaggio che una sola traccia biologica, per giunta esigua e di natura non chiara né accertabile, e ancora per giunta non acquisita in maniera legittima, sia sufficiente a privare della libertà un uomo prima del processo, e magari perfino a pronunciare una sentenza di condanna in assenza di qualsiasi altro riscontro, allora da domani saremo tutti in pericolo.
Saremo tutti dei potenziali, ed inconsapevoli, Massimo Bossetti. Rifletteteci, rifletteteci bene.
Pensate anche a come per quattro mesi quest’uomo è stato massacrato dalla macchina del fango mediatica sulla base di elementi (tutte le illazioni diverse dal DNA) ritenuti inutili dallo stesso Tribunale del Riesame che ne ha negato la scarcerazione.

Forse sarebbe il caso di cominciare a preventivare l’acquisto di una sorta di tutina da astronauta, per evitare di lasciare in giro qualsivoglia traccia biologica.
E, soprattutto, di cominciare a pensare a Massimo Bossetti non come un estraneo, ma come uno di noi, della nostra famiglia, della nostra cerchia di amici e conoscenti.
Stanotte, perderemo l’unica cosa legale rimasta nel nostro Paese: l’ora.

Torna l’ora solare, Massimo Bossetti resta in carcere sulla base di un solo elemento che non può affatto dirsi prova di colpevolezza e che, a rigore, non sarebbe utilizzabile in dibattimento, la possibilità di reiterazione di un reato alla base della carcerazione preventiva può essere dedotta dal fatto di avere “una vita normale”.
A partire dal prossimo articolo torneremo probabilmente all’analisi di alcuni dettagli della scena del crimine e dell’insostenibilità logico-fattuale del teorema accusatorio.

Per ora… Pensate davvero di poter dormire sonni tranquilli?

La giustizia tricolore e la quadratura del cerchio (articolo di Laura)

giustizia_tricolore

A chi mi domanda, con fare ammonitore, perché non  mi senta “italiana” e mi taccia di non provare amor di patria, come se questo fosse il più grave dei delitti, rispondo senza indugio che la patria è come un genitore.
Non è dogma che chiunque ponga in essere l’atto della riproduzione sia automaticamente, per Grazia infusa, un buon genitore.

Un buon genitore che sia egli putativo o naturale (fermo restando che io credo che i figli siano di chi li cresce) ha il dovere di educare, proteggere ed istruire la prole.
Deve altresì provvedere a fornirle un’etica morale, deve lasciarle libertà da ogni condizionamento, deve permetterle di seguire le proprie attitudini e deve plasmarla in modo che essa rappresenti, un domani, una società evoluta che si autopreservi dall’involuzione.
La potestà genitoriale non è un impegno da prendere alla leggera e, come dai genitori si pretende questo genere di attenzione nel crescere i cittadini del domani, lo stesso impegno si richiede alla nazione in quanto patria.
Non è solo la crisi economica a doverci preoccupare; ciò su cui dovremmo concentrarci è la faciloneria e il pressapochismo con cui si amministra la giustizia e con cui si affrontano i processi, i quali, da sondaggi documentati, in Italia hanno un che di tragicomico, al pari di numeri da circo ove il buffo funambulo passeggia senza rete a 10 metri dal suolo ma, cadendo da sprovveduto che è, non paga la sua imprudenza sulla propria pelle,  bensì resta illeso perché a parargli il colpo c’è il povero muratore di turno la cui unica sfortuna è stata prendere la paglia più corta.

In quanto a stranezze il caso “Bossetti” ci ha offerto una vasta gamma di contraddizioni, strumentalizzazioni, distorsioni della realtà, occultamento di informazioni preziosissime le quali, amalgamate e diffuse da una stampa compiacente, dalla palese tendenza a sottomettersi in modo meschino a persone più potenti, per timore o per opportunismo, rimandano il riflesso di una professione ormai morta e sepolta che, per citare Liguori, raccatta i pezzi di carne marcia lanciati da una procura che, cosciente di aver commesso un errore, tenta di inquinare le menti per persuadere e fare pressione.

Ormai sperare in un’informazione trasparente, tesa ad informare il popolo, scevra da opinioni personali o da condizionamenti è semplicemente utopico.

A questo proposito vorrei aprire una piccola parentesi. Prendevo atto, giorni fa, del fatto che più di qualcuno, partendo da un presupposto del tutto errato dal mio punto di vista, invece di condannare il concetto di processo mediatico, auspica quanto meno che se proprio deve tenersi che almeno lo si faccia con gli atti alla mano.

Una sorta di patteggiamento con i media come dire che in medio stat virtus e che ben vengano i processi in tv dove i giudici saranno veline, opinionisti ed ex gieffini purché dietro le quinte diano una scorsa veloce agli atti processuali.
Poi si sa in tv vince chi piace al pubblico da casa quindi il verdetto lo potremmo mandare tramite televoto, non prima però di aver valutato attentamente il profilo facebook dell’indagato, come viene in foto, quanti soldi ha, se ha la laurea o la licenza media, se buca lo schermo, se è abbastanza “personaggio” e se ha una moglie bella, timida e riservata da fare invidia tanto da alimentare l’odio piuttosto che una racchia, volgare e sguaiata con cui nessuno vorrebbe dividere il letto.

Stamattina parlando con Sashinka confrontavamo le nostre impressioni sulla puntata di Matrix che entrambe abbiamo guardato e riguardato per poterne cogliere tutte le sfumature e, nel farle i complimenti per le sue osservazioni, le dicevo di aver apprezzato tantissimo il modo ironico di Telese di porre le domande con le quali già, anticipando le risposte, procedeva a smontare una per una tutte le sciocchezze e le assurdità che inquinano l’aria ormai dal 16 giugno, definite, cito testualmente:

“Una pioggia di indizi senza senso piegati a convenienza in una tesi a senso unico.”

Mi ha colpita tantissimo il fatto che, in una società dove il nucleo familiare pubblicizzato e venduto all’estero è quello del Mulino Bianco che rimanda un’immagine di famiglia perfetta dove mamma e papà dormono nel lettone e i tre bellissimi figli li svegliano preparando loro la colazione, ci si domandi sbalorditi come possa essere corrispondente a verità che i coniugi Bossetti dormano da anni nello stesso letto, anche dopo una discussione familiare, e come sia possibile che un uomo che lavori in un cantiere 12 ore al giorno, alla sera torni a casa e ceni con moglie e figli più o meno sempre alla stessa ora per poi trascorrere un’oretta con i bimbi finendo poi per addormentasi sul divano.
Ma questi qui sono dei mostri!
Come si fa ad avere una vita così anomala?
Ma cosa insegneranno mai questi genitori ai loro figli continuando a farli crescere in un ambiente così malato dove alla domenica si va in bici con papà nei parcheggi mentre mamma resta a casa a preparare la cena?

Dovrebbero come minimo affidare questi tre minori ai servizi sociali.

Questa visione della realtà denuncia una società profondamente malata ed è preoccupante sia nello specifico di questo caso di cronaca sia, in scala più larga, per tutto quello che concerne il quotidiano di ognuno di noi.

Noi abbiamo ripetuto fino alla noia che Bossetti siamo noi, poiché in un clima così incerto, in mezzo a italiani in maggioranza pronti a strappare a morsi la carne dalle ossa di un uomo per cui non è nemmeno stato convalidato il fermo, i quali  bevono, senza chiedere cosa ci sia nel bicchiere, i cocktail di allucinogeni serviti da più trasmissioni e da svariate testate giornalistiche, domani potremmo finire guardati a vista in una cella d’isolamento, privati dei nostri affetti oltre che della libertà, obbligati ad indossare i panni del mostro, temendo per i nostri parenti che sono fuori, avendo come unico sfogo la possibilità di parlare con il cappellano e non tengono le risposte: “mica hanno trovato il mio di DNA nelle mutandine di Yara?”, perché la parte sana della società è stufa di essere presa in giro.

Questo caso cambierà per sempre la giurisprudenza si diceva a Matrix.
Non potrei essere più d’accordo poiché, pur non essendo regolata in base ai precedenti come negli U.S.A., la nostrana giurisprudenza, riceverebbe comunque un duro colpo laddove si dovesse decidere di condannare Massimo Bossetti in base all’unico, dubbio e la cui estrazione è magari non ripetibile in contraddittorio, indizio del profilo genetico.
Si aprirebbe la strada, e la si asfalterebbe anche, a processi unicamente fondati su tracce biologiche senza il supporto di nessun’altra prova, e non importerebbe molto se il campione è deteriorato, misto, trasportato o così infinitesimale da non poter ripetere l’analisi e da dover scegliere se estrarne un profilo genetico o stabilire di che natura sia.

Liguori ha detto che “l’unico modo per processare l’informazione è tramite l’informazione”.
Adoro quell’uomo che senza mezzi termini ha richiamato alle proprie responsabilità i due giornalisti in studio, dalle idee palesemente confuse, vittime loro stessi della cattiva informazione, i quali, sempre citando Liguori,  “limitandosi a girare le veline fatte scivolare sotto la porta da una Procura preoccupata unicamente di coprire gli errori commessi”,non erano minimamente informati sulla realtà degli atti e delle indagini, né si dimostravano disposti ad ammettere che di sicuro qualcosa non va per il verso giusto.
L’unica loro preoccupazione era difendere la categoria, giustificando le ingerenze nella vita privata degli indagati con il diritto di cronaca, e  accusare chi vede del marcio nel loro operato di voler censurare l’informazione processando il “giornalismo”.
Ma ben venga questo processo al giornalismo del quale sembra avere tanta paura la giornalista Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera, così paura da farle perdere la compostezza arrivando al punto offendere Liguori.
Ben venga un processo se i giornalisti si vendono l’anima evitando deliberatamente di verificare le fonti limitandosi a riportare quello che suggeriscono, tra l’altro violando continuamente il segreto istruttorio e calpestando anche dei minorenni.
Liguori dice che il vero giornalista ha il dovere innanzitutto di farsi un’idea e il dovere di assumersi la responsabilità di quello che scrive.

Aggiunge, con non poca fatica nel prendere la parola, un concetto importantissimo che ho riascoltato per essere sicura di non aver frainteso.

Se non c’è una storia una sola prova non basta per trovare la verità.

Ma per storia si auspicherebbe un quadro probatorio concreto e solido non un’accozzaglia di gossip che fanno pensare, ormai spero a molti, che “gli inquirenti stiano lavorando solo per coprire i propri errori”.

Ammiro il coraggio di Liguori nell’essere così esplicito, questo devo sottolinearlo. Non è da tutti esporsi in questo modo.

“Mi hanno detto che sono l’assassino di Yara ma io non ho fatto nulla”

Non riesco nemmeno ad immaginare il panico, la confusione, il terrore di essere catturato come se si trattasse di Pablo Escobar, che hanno investito quell’uomo il giorno del suo arresto vergognoso e non voglio nemmeno parlare del fatto che polizia e carabinieri si siano fotografati a turno accanto a lui per avere un ricordo dell’evento allo stesso modo in cui io fotografo i templi buddhisti quando sono in Asia.
Su questo stendo un tristissimo velo pietoso!

“Questo caso dà l’idea della “quadratura del cerchio“, espressione usata retoricamente per indicare la soluzione  perfetta a un dato problema, peccato che non sia possibile quadrare un cerchio, è ampiamente dimostrato da secoli ormai.

Alla Signora Marita dico solo che le credo non solo per quanto ha testimoniato di sapere in quanto presente ai fatti e in quanto moglie e madre ma anche per ciò che “sente” dentro di sé pur non avendone conferma.
Credo alla moglie che dorme con il marito da anni e credo alla madre che, laddove avesse avuto il minimo dubbio, avrebbe pensato solo a proteggere le sue figlie non certo un marito malato e pericoloso.
Le faccio i complimenti per la sua compostezza, la sua semplicità, la sua superata timidezza nello scendere in campo per difendere l’uomo che ama che, anche se a volte mal celata, ci ha restituito l’immagine reale di una donna violata, emozionata, sconcertata, fiduciosa, e coraggiosa.

Chiudo con questa bellissima frase di Telese al quale va tutta la mia stima per essersi messo contro il sistema pur di dare voce ad una donna vittima dello stesso.

“Non so se Massimo Giuseppe Bossetti sia colpevole o innocente, non spetta a me dirlo, so solo che se quest’inchiesta politica si rivela infondata da domani saremo tutti meno liberi.

Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno

“Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”

(Prof. Guglielmo Gulotta)
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In queste pagine ho parlato spesso di processi mediatici e di tutto ciò che suole denominarsi, con un simpatico neologismo, “brunovespismo”. E in effetti, ai fini di questo articolo, non c’è termine più adatto di “brunovespismo”, poiché è giunto il momento di parlare della puntata di Porta a Porta andata in onda in data 2 ottobre. Siamo in tempi di austerity, è cosa nota, ma non credevo che le nuove politiche economiche avrebbero toccato perfino i principi dello Stato di diritto. Invece, pare sia proprio così; si sa che a pensar male si fa peccato ma, come si suole aggiungere, spesso ci si azzecca, e alla luce della disparità di trattamento osservata in alcune trasmissioni televisive, verrebbe da pensare che la giustizia dei tribunali mediatici abbia fissato un’imposta anche sulla presunzione di innocenza. Un’imposta a scaglioni, come l’Irpef, ma regressiva: paga di più chi ha meno. Così, ci sono i “dottor Stasi” e i “muratori”: per i primi si fa sfoggio di un sano garantismo, per i secondi si perviene a condanne di piazza sulla base di “prove” immaginarie sbandierando tesi colpevoliste e perfino scientificamente inesatte come se non ci fosse un domani. Avevo già notato queste palesi disparità di trattamento in altre trasmissioni, ma mi permetto di evidenziarle oggi per un semplice motivo: vorrei infatti dire, pubblicamente, che finché davanti alla giustizia televisiva ci saranno i “dottor Stasi” e i “muratori”, mi sentirò pienamente legittimata a considerarla espressione di una società malata. Nulla di personale nei confronti di Alberto Stasi, che ha diritto come tutti ad un equo processo e al contraddittorio, ça va sans dire, ma è avvilente osservare come nel suo caso sia stato riservato un accurato servizio sulla difesa con l’esposizione puntuale delle contestazioni all’accusa, mentre nel caso di Massimo Bossetti tale servizio sia stato un’autentica farsa, nel quale le possibili tesi difensive venivano presentate solo per essere, almeno in apparenza, smontate senza licenza di contraddittorio. E’ bene sottolineare infatti sin dall’inizio che nella summenzionata puntata di Porta a Porta, al fine di affrontare il caso Bossetti, Bruno Vespa, forse dimenticando che il contraddittorio è uno dei principi fondanti di ogni democrazia, ha avuto la brillante idea di invitare in studio quattro volti noti (Barbara Benedettelli, Roberta Bruzzone, Simonetta Matone e Andrea Biavardi) e notoriamente colpevolisti. Il contraddittorio avrebbe forse dovuto essere dato dall’unico garantista, tra l’altro ampiamente penalizzato dal collegamento esterno, il Prof. Guglielmo Gulotta, encomiabile per i suoi interventi, ma sistematicamente interrotto senza ritegno. In una trasmissione a sfondo religioso in una teocrazia islamica il confronto sarebbe stato sicuramente maggiore. Il Prof. Gulotta, nonostante le innumerevoli interruzioni, ha detto una frase che mi ha colpita, e che ho segnalato in incipit: “Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”. E non avrebbe potuto usare termine più adeguato di “ridicola” per definire la caciara di affermazioni che sono state fatte, non in una discussione tra amici, vale la pena di sottolinearlo, ma in una trasmissione mandata in onda dal Servizio Pubblico pagato dai contribuenti. Potrei esordire, a titolo d’esempio, richiamando l’attenzione sul fatto che il signor Biavardi abbia dato prova di “conoscere” una relazione dei RIS diversa dalla relazione dei RIS, oppure dalle fini esternazioni della Dott.ssa Bruzzone, che riferendosi alla signora Ester Arzuffi, ed in particolare al fatto che la signora nega il contatto sessuale con Guerinoni, ha affermato che questo sarebbe il secondo caso di Immacolata Concezione. In queste pagine mi sono sempre guardata bene dal porre l’accento sulle questioni relative ai rapporti di filiazione, se non altro perché trattasi di qualcosa che non ha nulla a che vedere con le indagini, posto che il “problema” di Massimo Bossetti non è quello di essere o meno figlio di Giuseppe Guerinoni, ma la corrispondenza con la traccia biologica di “Ignoto1”, tuttavia ho voluto sottolineare questo passaggio perché da tempo non mi capitava di imbattermi in cotanta empatia nei confronti di una donna il cui figlio è in carcere da quasi quattro mesi con un’accusa infamante (e a sostegno della quale non ci sono prove), mentre il marito è malato terminale. Per il resto, chi sia il padre dei figli della signora Arzuffi, è qualcosa che non mi interessa, e che non dovrebbe interessare neppure al resto degli Italiani, anche se la cosa pare solleticare la pruderie del popolino, che dimostra, ahimè, come non sia cambiato proprio nulla rispetto all’Italietta che nel ’68 condannava per “plagio” il Prof. Braibanti, “reo”, di fatto, di essere omosessuale. A beneficio dei posteri inserisco comunque un link con le interessanti parole affidate, in data 20 giugno, dalla stessa Dott.ssa Bruzzone a Io Donna, che offrono un interessante spaccato sulla tendenza, tutta italiana, a balzare da un carro all’altro con estrema facilità: http://www.iodonna.it/attualita/primo-piano/2014/yara_bruzzone_intervista-402147644485.shtml. E’ difficile capire cosa sia cambiato dal 20 giugno ai giorni immediatamente successivi per causare nella criminologa un’inversione a U di questa portata, ma a tal proposito mi si potrà dire che cambiare opinione su un determinato argomento è una libera scelta individuale. Concordo pienamente su questo, decisamente meno su altri aspetti: se infatti dobbiamo rendere conto del fatto che, come ormai tutti dicono, “la scienza non mente”, diviene meno chiaro come sia possibile che, nel cambiare idea, nel susseguirsi di dichiarazioni una traccia biologica “esigua e di origine non accertata” si trasformi in una traccia biologica “abbondante ed ematica”, la qual cosa ricorda un po’ la barzelletta del papà di Pierino, che dopo essere andato a pesca torna a casa con un pesce che “si allunga di qualche cm ogni volta che ne parla”. Ironia a parte, non riprendo le considerazioni sul fatto che la traccia fosse notoriamente esigua, deteriorata e di natura non accertabile: basta scorrere i precedenti articoli per trovare dei riferimenti, tratti non da opinionisti, ma dalla documentazione e dalle parole degli stessi che hanno svolto le analisi. Sulla natura non accertabile della traccia mi limito ad inserire uno stralcio della relazione dei RIS: ” (…) Tale evidenza rende di per sè non agevole la diagnosi dei singoli contributi biologici all’interno di una mistura prodotta da più soggetti; può talvolta risultare utile, in casi del genere, un approccio deduttivo, per esclusione di esiti oggettivamente verificati (es. negatività a determinati test), ma mancherebbe comunque il legame univoco: profilo dell’unico donatore — diagnosi della traccia” e questo perché nessuno dei test diagnostici “prescinde dalla integrità della struttura molecolare delle proteine che costituiscono i marcatori “bersaglio” della maggior parte di tali saggi diagnostici (emoglobina, PSA, semenogelina, ecc.)”. Mi preme di più, però, concentrarmi sulle altre considerazioni in ambito di genetica forense fatte dalla Dott.ssa Bruzzone, che genetista non è, quindi, non essendo genetista neppure io, direi che partiamo ad armi pari. Se la Dott.ssa Bruzzone vuole dunque affermare nella radiotelevisione pubblica che la traccia è “coeva” all’omicidio e che “non può essere esito di trasferimento secondario” perché in quel caso non avrebbe potuto restituire un profilo completo, a rigor di logica dovrebbe perlomeno citare degli studi scientifici che avvalorino le sue affermazioni, non da ultimo perché non stiamo parlando di questioni mondane, trucco e parrucco, ma stiamo sentenziando contro un uomo incensurato a carico del quale ci sono indizi che potremmo definire immaginari. Dal momento che non lo fa, di fronte al nuovo spettacolo del “diritto alla rovescia” e dell’onere della prova capovolto, mi prendo però la briga di citarli io, gli studi, che ben lungi dall’avvalorare alcunché smentiscono le sue affermazioni. Che il DNA non sia databile, a meno che la Bruzzone non abbia fatto la scoperta scientifica del secolo, lo sanno tutti e lo abbiamo ripetuto più volte: basta leggere qualsiasi testo di genetica per appurarlo. L’unica soluzione che trovo per ribadirlo, a questo punto, è inserire le parole a caratteri cubitali che si possono leggere sul sito dell’Associazione Identificazioni Forensi – A.I.Fo. AIFO Richiamo anche l’attenzione sul fatto che è la stessa relazione dei RIS ad affermare che non esiste ad oggi alcun metodo che consenta di datare con precisione una traccia. Nel fare riferimento a traccia “non coeva” la relazione dei RIS mirava infatti semplicemente ad escludere che vi fosse stata una contaminazione recente della traccia da parte delle stesse forze dell’ordine e nello specifico “dovute a semplice contatto manuale o ad imprudente approccio al reperto da parte del personale operante senza le cautele che il caso impone”: in quel caso infatti la traccia sarebbe stata probabilmente meno deteriorata. Passiamo alle altre note dolenti. Parto dal presupposto che, come già scrissi come introduzione all’articolo La necessità di cautela nell’uso del test del DNA per evitare la condanna di innocenti, del Prof.Michael Naughton, Università di Bristol – Sintesi di Rocco Cerchiara, una contaminazione (che può essere avvenuta in più di una fase) non può essere esclusa. Chiariamoci: nella “ricostruzione” dell’accusa ci sono dei buchi e delle contraddizioni evidenti, che farebbero annichilire in un sol colpo le presunte contraddizioni di Bossetti sui suoi spostamenti di quattro anni prima (sic). Sostenere che il corpo di Yara sia rimasto all’aperto a Chignolo per tre mesi (con la traccia nella parte posteriore del corpo e a contatto con il terreno umido) e che non ci sia stata contaminazione è scientificamente risibile. Non c’è nessuno studio che attesti una possibilità di questo tipo e, al contrario, ci sono studi (citati nell’articolo inserito sopra) che la smentiscono clamorosamente: una traccia ematica a contatto con il terreno (asciutto) non restituisce profili già dopo trenta giorni. Questo senza l’azione ulteriore di acqua, fluidi prodotti dalla decomposizione del cadavere, saprofiti. Se ci si vuole basare sulla scienza, non si possono salvare capra e cavoli: o Yara non è rimasta a Chignolo per tre mesi, o la traccia non era lì sin dall’inizio. Tertium non datur. Ad ogni buon conto, nel ricordare che la piena compatibilità di cui si parla non è propriamente tra Bossetti e la traccia di Ignoto1, ma tra Bossetti e l’amplificazione del DNA di Ignoto1 estratto da una traccia (una apparente sottigliezza che in alcuni casi può rilevare) la cui estrazione è con ogni probabilità non ripetibile in contraddittorio, ai venditori di certezze non posso che consigliare un ottimo testo: Application of Low Copy Number DNA Profiling, Forensic Science Service, Trident Court, Birmingham, UK, del Prof. Peter Gill [1]. Parla dei rischi presenti nel DNA “low copy number”, ossia estremamente esigui e degradati. Il Prof. Gill sottolinea che in questi casi ci sono diverse conseguenze che non possono essere evitate: casi di allelic dropout, cosiddetti “falsi alleli” analizzati, e contaminazioni. Sono gli stessi kit di amplificazione e gli stessi strumenti utilizzati per l’analisi di tracce particolarmente problematiche in quanto esigue e deteriorate ad esporre ai rischi di contaminazione a causa della loro particolare sensibilità. Questo per ricordare, sebbene io non abbia mai propeso particolarmente per dinamiche di questo tipo ed abbia sempre preferito basarmi sull’evidenza che il DNA è trasportabile, come il solo sciorinare certezze assolute sia ridicolo. Meritano di essere riportate le considerazioni finali dello studio del Prof. Gill, quanto mai adatte al nostro caso: “Quando vengono analizzate piccole quantità di DNA, si impongono considerazioni particolari come le seguenti: a) Anche se è stato ottenuto un profilo del DNA, non è possibile identificare il tipo di cellule da cui il DNA ha origine, né è possibile affermare quando sono state depositate le cellule. b) non è possibile fare alcuna conclusione circa il trasferimento e la persistenza del DNA in questo caso. (…) c) Poiché il test del DNA è molto sensibile, non è raro trovare dei commisti. Se le potenziali fonti dei profili di DNA non possono essere identificate, non ne consegue necessariamente che siano pertinenti nel caso di specie, dal momento che il trasferimento di cellule può essere esito di contatto casuale. In effetti, il valore della prova del DNA LCN è diminuito rispetto al DNA convenzionale. Ciò deriva inevitabilmente dalle incertezze relative al metodo di trasferimento di DNA su una superficie e dalle incertezze relative al quando il DNA è stato trasferito. Si sottolinea che la rilevanza della prova del DNA in un caso può essere valutata solo sulla base di una considerazione simultanea di tutti gli altri elementi di prova diversi dal DNA”. Stando alle conclusioni del Prof. Peter Gill, va da sé che diviene palese il motivo per il quale c’è chi, come la sottoscritta, non riesce a capire per quale ragione Massimo Bossetti sia in carcere: infatti, nel caso di Massimo Bossetti, gli elementi di prova diversi dal DNA semplicemente non esistono, a meno che non si voglia parlare di gossip e dei summenzionati indizi immaginari. Non entro nel merito della problematicità di per sé del processo indiziario, e vado direttamente alla questione indizi, perché in questo caso siamo ben al di là del processo indiziario. Chi segue il caso, ed anche chi segue questo blog, sa che c’è una “querelle” sul valore degli elementi dell’ordinanza, che ho sollevato sin dall’inizio. Il GIP li ritiene indizi perché assumerebbero, a suo dire, rilievo “in una valutazione globale” e non valutati singolarmente. Il nocciolo della questione è che gli indizi, per essere tali, non possono essere corbellerie di per sé insignificanti unite tra loro: certo, deve procedersi ad una valutazione globale, ma prima gli indizi devono già essere indizi. E quelli “a carico” di Massimo Bossetti, per giunta anche smontabili in altro modo (nel caso in cui fossero indizi), non sono indizi, perché del tutto carenti di univocità. L’esempio più eclatante è quello delle celle telefoniche: quale univocità può avere l’aggancio di una cella telefonica compatibile con la propria abitazione? Messa in questi termini, la questione delle celle telefoniche di per sé è neutra, perché non è univoca, nel senso che è passibile di plurime interpretazioni che, fuor di retorica e mistificazioni, in mano all’accusa non lasciano davvero un bel nulla. Questo anche senza aggiungere la discrasia cronologica evidente (di oltre un’ora) nell’aggancio della medesima cella telefonica da parte di Yara, ed anche senza aggiungere il fatto (guarda caso omesso nell’ordinanza di custodia cautelare), già trapelato dalle fonti giornalistiche dell’epoca e ora provato dai tabulati Vodafone, che l’ultima cella telefonica agganciata da Yara non è, come riportato nell’ordinanza, quella di Mapello alle ore 18,49, ma quella di Brembate alle 18,55. Partiamo da una considerazione: la distanza in linea retta tra Mapello e Brembate di Sopra è 2.72 km, ma la distanza di guida è 4.7 km. In auto, ci vogliono 10 minuti circa per andare da Brembate a Mapello. Alle 18,44 Yara aggancia (per la seconda volta) la cella telefonica di Ponte S. Pietro, compatibile con il cortile della palestra. Se per spostarsi da Brembate a Mapello ci vogliono dieci minuti in auto, e se Yara alle 18,44 era ancora in un’area compatibile con il cortile della palestra dal quale ha agganciato la cella di Ponte S. Pietro, come poteva trovarsi a Mapello alle 18,49, dopo solo 5 minuti? Quindi, se davvero Yara fosse stata a Mapello alle 18,49, non solo il tragitto in auto sarebbe durato la metà del tempo medio necessario, ma in questi 5 minuti dovrebbe collocarsi anche il rapimento o il “convincimento” della ragazza teso a farla salire sull’auto di uno sconosciuto. Ma il problema più grave resta ciò che manca nell’ordinanza. 18,55, Yara aggancia la cella telefonica di Brembate. E’ di nuovo a Brembate, ancora una volta in tempi inferiori a quelli richiesti? E perché andare avanti e indietro tra i due paesi? L’unico scenario verosimile è che l’aggancio della cella telefonica di Mapello sia stato del tutto “incidentale”, dovuto a sovraccarico della cella miglior servente, e che prima delle 18,55 Yara sia sempre stata a Brembate. Il fatto che l’aggancio della cella di Mapello sia circondato dall’aggancio di celle telefoniche compatibili con l’area di Brembate, induce a pensare che la cella telefonica agganciata incidentalmente sia proprio quella di Mapello alle ore 18,49. In soldoni, le celle telefoniche non sono suggestive del fatto che Yara e Bossetti si trovassero nella stessa area (al di là del fatto che parlare della stessa area in spazi geografici così ridotti ha poco senso), ma dell’esatto opposto. Tale considerazione fa a cadere, a mò di tifone, un intero “indizio”, ma è bene sottolineare che tale indizio già non era tale, come avevo già notato da tempo (vedi La questione delle celle telefoniche: tanto rumore per nulla?). Il grande Prof. Alfredo Gaito, nel suo saggio“La prova penale”, si sofferma estesamente proprio sul fatto che gli indizi debbano prima essere valutati singolarmente ed essere, appunto, indizi. Leggendo questa descrizione risulterà immediatamente evidente che quelli contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare, in virtù dei quali un uomo è in carcere da oltre cento giorni, non sono neppure valutabili come elementi indiziari. Riporto parte del testo: “(…) Per gli indizi sono prefigurati requisiti ulteriori, in mancanza dei quali resta de iure esclusa la legittimazione di un giudizio di colpevolezza. Permangono, per vero, alcune difficoltà ermeneutiche, giacché le qualifiche di gravità, precisione e concordanza non possono essere caratterizzate da un sicuro ed univoco referente; va, comunque, evocato l’insegnamento della giurisprudenza di cassazione, per cui gli indizi: a) sono precisi solo quando sono non generici e non suscettibili di diversa ed antitetica interpretazione e, perciò, non equivoci nonché quando sono considerati certi i relativi elementi indiziari (…); b) sono gravi solo quando sono dotati di un elevato grado di fondatezza e, quindi, di un’elevata intensità persuasiva di ogni singolo strumento gnoseologico indiziario; c) sono concordanti solo quando i loro risultati, basati su singoli elementi indiziari, lungi dal porsi in antitesi con altri dati o elementi certi, confluiscono verso una ricostruzione unitaria del fatto cui si riferiscono. Considerato che la prova indiziaria è ontologicamente (e normativamente) composita, richiedendo l’art. 192 c.p.p. la presenza di una pluralità di indizi, tra di loro precisi e concordanti, e di conseguenza gravi, si impone al giudice di merito di verificare la rispondenza degli elementi conoscitivi acquisiti alla regola di giudizio codificata, mediante un accertamento di routine della sussistenza del requisito della concordanza con tutti gli altri elementi indiziari presenti agli atti, e soprattutto di valutare (id est: non ignorare) la rilevanza delle prove contrarie, al fine di articolare un ragionato giudizio di prevalenza delle une rispetto alle altre, singolarmente e nella loro globalità. A fronte della molteplicità degli indizi, si deve procedere in primo luogo all’esame parcellare di ciascuno di essi, definendolo nei suoi contorni, valutandone la precisione (che è inversamente proporzionale al numero dei collegamenti possibili col fatto da accertare e con ogni altra possibile ipotesi di fatto) nonché la gravità; si deve quindi procedere alla sintesi finale accertando se gli indizi, così esaminati possono essere collegati tutti ad una sola causa o ad un solo effetto e collocati tutti, armonicamente, in un unico contesto dal quale possa per tale via essere desunta l’esistenza o, per converso, l’inesistenza di un fatto. (…) Nella valutazione complessiva, ciascun indizio si somma e si integra con gli altri, onde il limite della valenza di ognuno risulta superato, sicché ove il giudice collochi in un contesto indiziario circostanze che non rispondono ai requisiti normativi, è l’intero quadro indiziario che deve essere riconsiderato, al fine di accertare se la caducazione di taluno degli indizi non determini il venir meno della conclusione finale. Simmetricamente, così come non è dato procedere a scomposizioni di comodo della c.d. costellazione indiziaria per contestare la validità del discorso accertativo, allo stesso tempo non è consentito assemblare risultanze singolarmente imprecise per poi apoditticamente tagliare corto che la complessità degli indizi vale a dimostrare alcunché: stando ancorati all’insegnamento giurisprudenziale collaudato, i singoli indizi devono essere anzitutto precisi; che anzi, valendo la precisione a requisito indefettibile della gravità, è logicamente precluso definire grave un indizio non preciso. Le parole del Prof. Gaito sono sostanzialmente adatte a comprendere i termini del problema. E’ il GIP stesso nell’ordinanza ad ammettere che gli elementi hanno rilevanza solo in una valutazione globale e non isolata. Infatti, singolarmente considerati non sono ontologicamente indizi perché non hanno nessuna univocità. Ne discende che non ci sono indizi “precisi”, e di conseguenza non ci sono indizi “gravi”, e ancora di conseguenza non ci sono “indizi”. La valutazione della prova è sempre una tematica estremamente complessa e, vista l’attinenza con il nome del blog mi permetto di richiamare anche un calzante monito del Prof. Tonini ( Manuale breve di diritto processuale penale, V edizione, Giuffrè 2010): “in questa materia l’aspetto problematico sta nel fatto che, al posto di regole di esperienza ricostruite mediante criteri razionali, il giudice (come ogni persona umana) è portato ad utilizzare, a volte inconsciamente, pregiudizi e luoghi comuni. La storia è piena di esempi in tal senso, a cominciare da quei processi agli untori che sono stati descritti da Alessandro Manzoni”. Appurato per l’ennesima volta che il DNA non è accompagnato da elementi indiziari dotati di sussistenza ontologica, sposterei a questo punto la querelle sull’ultima affermazione della Dott.ssa Bruzzone: a suo parere (parlo di parere, dal momento che non ha citato alcuno studio in grado di avvalorare una simile esternazione) una traccia di DNA esito di trasferimento secondario non restituisce profili completi. Davvero? Sarei curiosa di sapere allora per quale ragione la casistica giudiziaria contempli casi in cui ciò si è verificato, e sarei ancora più curiosa di sapere da dove la Bruzzone abbia tratto questa informazione, dal momento che è sufficiente cercare qualche studio scientifico per appurare l’esatto opposto. Evito scientemente giri di parole, e imposto subito la questione nei termini (sia pure, come abbiamo visto, non avvalorati) più graditi alla Bruzzone e a chi ostenta certezze colpevoliste: la traccia è senza alcun dubbio ematica, la contaminazione è esclusa tout court, il DNA è diventato databile e ci permette di dire che la traccia è stata depositata contestualmente all’omicidio. Ebbene, non è difficile reperire studi che hanno accertato non solo il trasferimento secondario di traccia ematica, ma perfino quello terziario (e più), ricavando sulle superfici finali profili completi, perfino a partire da sangue essiccato su superfici non porose (come il vetro). A titolo di esempio, sul trasferimento terziario: “Il trasferimento di sangue liquido ha dato un profilo genetico completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario sia su substrati di cotone sia su vetro. Il sangue secco ha dato un profilo completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario solo su vetro, ma in misura minore rispetto al sangue liquido. Il DNA da contatto ha prodotto solo un profilo completo sul substrato primario sia su cotone sia su vetro, e le quantità rilevabili al di là dell’evento trasferimento secondario solo su vetro. I nostri risultati contribuiranno ad una migliore comprensione del trasferimento terziario e successivo del DNA, che consentirà una migliore valutazione della probabilità di scenari alternativi che spieghino perché il DNA di un individuo è stato trovato sulla scena del crimine.” (da Following the transfer of DNA: How far can it go?, da Forensic Science International Genetics Supplement Series 01/2013, V.J. Lehmann, R.J. Mitchell, K.N. Ballantyne, R.A.H. van Oorschot). Ma non spingiamoci al trasferimento terziario, ed occupiamoci di quello secondario, che nel caso in esame a livello giornalistico si è spesso supposto derivare, ad esempio, dall’uso di un’arma del delitto sporca, come un attrezzo da lavoro. C’è uno studio interessantissimo, che inserisco [2] e che a breve inserirò anche in traduzione integrale, Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions (M. Goray et al. / Forensic Science International, 2009) Si tratta di uno studio finalizzato all’analisi dei fattori che possono influenzare il trasferimento secondario del DNA, con particolare riferimento al tipo di sostanza biologica depositata, alla natura del substrato primario e secondario ed al contenuto di umidità della sostanza depositata. Le componenti biologiche utilizzate sono state DNA puro, sangue e saliva, i substrati primari e secondari plastica (non porosa), lana e cotone (porosi), e sono stati provati tre tipi di contatto: contatto passivo, pressione e frizione. I risultati hanno mostrato che il trasferimento secondario risulta influenzato sia dal tipo di substrato primario sia dall’umidità del campione biologico, e che risulta inoltre essere maggiore in caso di frizione/attrito. Sebbene le tre diverse fonti biologiche testate (DNA puro, saliva e sangue) abbiano viscosità diverse, non sono emerse fra loro differenze importanti nella quantità di trasferimento secondario, cosa che spinge ad ipotizzare che materiali biologici diversi, come sperma, lacrime e urine produrrebbero risultati simili. Nel caso di campioni umidi il substrato ha mostrato un forte impatto sulla percentuale di trasferimento, maggiormente agevolato dalla plastica (non porosa) come substrato primario e dal cotone (poroso) come substrato secondario, fino a tassi di trasferimento, per il sangue fresco, del 97% del materiale iniziale nel caso di frizionamento.

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Ipotizzando uno scenario come il trasferimento secondario a mezzo arma, il substrato primario sarebbe non poroso (arma), il substrato secondario poroso (indumenti), e la modalità di trasferimento frizione/attrito: condizioni che, come abbiamo visto, sono proprio quelle che sperimentalmente agevolano il trasferimento secondario di traccia ematica. C’è da introdurre una variabile: il sangue su un’arma sporca non sarebbe liquido ma essiccato, anche se verosimilmente potrebbe reidratarsi, almeno in parte, venendo a contatto con il sangue fresco della vittima, in quantità intuibilmente ben maggiore. Comunque, voglio spingermi fino in fondo nel prendere per buone tutte le tesi sciorinate nei salotti televisivi da persone che sentenziano senza citare studi, e allora parliamo di sangue essiccato tout court senza tener conto della possibile reidratazione. Il grafico parla da sé: in condizioni di frizionamento/attrito il trasferimento secondario del sangue secco da substrato primario non poroso (plastica) a substrato secondario poroso (cotone) è del 16,1%, una percentuale certo non paragonabile a quella del sangue fresco, ma che permette comunque senza nessun dubbio di trovare una quantità ancora considerevole di materiale biologico sulla superficie finale, certamente idonea ad estrarre un profilo completo (che ormai si ricava perfino da un paio di cellule!).

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Detto ciò, si consideri semplicemente che 1 ml di sangue contiene ben 20.000 ng di DNA, e che è possibile ottenere un profilo da un solo nanogrammo di DNA. Basta fare qualche calcolo per inferire come un trasferimento a mezzo arma possa lasciare sulla superficie finale anche più di quanto necessario all’estrazione di un profilo. Il mio campo (proprio come quello della Dott.ssa Bruzzone) non è la scienza, quindi trovo doveroso citare studi a sostegno delle mie affermazioni anziché presentare opinioni personali come verità assodate, anche se vorrei sottolineare che in casa mia esiste un principio, che gli antichi romani erano soliti compendiare nei termini “affirmanti incumbit probatio”: la prova spetta a chi afferma. Non dovrei essere io a citare degli studi, ma gli studi dovrebbero essere citati da chi, nel Servizio Pubblico pagato dai contribuenti, fa affermazioni in contrasto con i principi costituzionali, come il diritto alla presunzione di innocenza e, a quanto pare, anche con la tanto decantata scienza. Nel cercare una giustificazione alla legge ed agli ordinamenti stessi, la filosofia del diritto avanza diverse ipotesi con altrettanti principi. Uno di questi è la coerenza, ossia la capacità di applicare a se stessi le norme che si vorrebbero imporre agli altri. Ebbene, se si vuole che per Massimo Bossetti la scienza non menta, allora non deve mentire per nessuno: neanche per chi nei saloni televisivi si erge a giudice di un uomo da quasi quattro mesi protesta la propria innocenza mentre è in carcere sulla base di un quadro probatorio di per sé nullo e di un quadro indiziario insussistente. Non posso che concludere con una bellissima citazione di Richard P. Feynman che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che è proprio la scienza a nutrirsi di dubbi piuttosto che di certezze: chissà che queste parole non possano ancora insegnare qualcosa e restituirci una parvenza di civiltà. “Questa libertà di dubitare è fondamentale nella scienza e, credo, in altri campi. C’è voluta una lotta di secoli per conquistarci il diritto al dubbio, all’incertezza: vorrei che non ce ne dimenticassimo e non lasciassimo pian piano cadere la cosa. Come scienziato, conosco il grande pregio di una soddisfacente filosofia dell’ignoranza, e so che una tale filosofia rende possibile il progresso, frutto della libertà di pensiero”. Alessandra Pilloni

Bibliografia: 1-Application of Low Copy Number DNA Profiling, Prof. Peter Gill: lcn dna article gill 2- Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, M. Goray et al. : Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions

La caccia alle streghe e il monito di Beccaria dimenticato (riflessione di Laura)

“Nella terminologia moderna, per estensione, con “caccia alle streghe” si indicano fenomeni persecutori di determinate categorie di persone basati sul fanatismo ideologico e su un presunto pericolo sociale atto a scatenare il panico, per cui si giunge a negare i normali diritti di difesa agli accusati e ad avere scarsa considerazione della loro reale colpevolezza o innocenza, come nel caso del Maccartismo negli anni cinquanta del Novecento negli Stati Uniti.”

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Il termine Maccartismo, entrato in uso come termine generale per i fenomeni di pressioni di massa, persecuzioni, e schedature utilizzati per instillare il conformismo con il credo politico prevalente, porta con sé una connotazione di accusa falsa, addirittura isterica, e d’attacco governativo alle minoranze politiche, ma in senso ancora più lato può adattarsi benissimo al nostro caso.

Premetto che il signor Massimo, circondato da belle donne dagli occhi di ghiaccio e dai corpi sinuosi, promiscue, accattivanti e bugiarde, ritratto in foto con quel suo sguardo freddo e a dir poco inquietante, su uno sfondo rosso fuoco come il tappeto che sua madre era usa sbandierare in gioventù prima di ogni sabba, circondato da animali tra cui un odiosissimo gatto nero, ce ne ha messo del suo nell’ostentare la sua palese fratellanza con il signore delle tenebre.

Non me ne voglia il sig. Massimo, ovviamente scherzo, ma non mi meraviglierei se in quel di Bergamo venissero rinvenute copie del Malleus Maleficarum, il capolavoro dei due monaci domenicani  Heinrich Kramer e Johann Sprenger  su come imbastire un ingiusto processo divenuto il manuale investigativo della Santa Inquisizione.

Negli ultimi anni, sempre più spesso, ahimè, ho sentito puzza di Medioevo nell’ambito di molti processi penali e devo riconoscere che il dottor Saverio Fortunato, il quale non me ne voglia cito liberamente, è sin troppo buono nell’auspicare la terzietà del giudice giudicante.
La realtà dei fatti, condanne alla mano, smentisce almeno in parte la sua visione, già di per sé catastrofica, della moderna giustizia la quale, incostituzionalmente e a cuor leggero, miete vittime al pari della peste nera.
Gran parte dei processi penali in Italia versa in condizioni drammatiche e queste ultime non vanno a toccare solo chi rimane intrappolato nelle trame oscure di una Giustizia cieca ma intere famiglie e chi come noi decide di non accettare questo modus operandi.

“Fatta salva l’opera del giudice giudicante, che per fortuna nel complesso si salva e garantisce la terzietà, molti processi penali attuali, invece, sotto il profilo del giudice inquirente, sono generati da un’Investigazione la cui metodologia inquisitoria o peritale, sembra avere origine antropologica nel Manuale per l’Ingiusto-Processo, il Malleus Maleficarum.”

Il punto più triste dell’analisi del professore, affrontata con grande senso critico a sua volta dettato dalla profonda amarezza che destano questi casi di cronaca sempre più frequenti, è che tortura fisica a parte, agli inquisitori moderni è permesso tutto poiché è palese che partano sin dal principio dall’assunto che il sospettato sia certamente colpevole oltre ogni ragionevole dubbio.
Questa presunzione cancerogena consente il “salto di qualità” del sospettato che assume le caratteristiche del condannato molto prima che tre gradi di giudizio abbiano avuto luogo.

“Il reo deve accusarsi da solo e se non lo fa volontariamente, qualsiasi mezzo è lecito”

I fantasiosi metodi di tortura fisica sono stati sostituiti dai più cervellotici metodi di tortura psicologica.
La musica di sottofondo è comunque sempre la stessa di 600 anni fa, opera dello stesso menestrello.
La colpevolezza del sospettato viene dedotta da qualsiasi cosa dica o non dica, a prescindere dal fatto che egli si impegni, ad esempio, a tentare di ricostruire una giornata di quattro anni prima o che dica semplicemente di non ricordare, indipendentemente dal fatto che egli si professi innocente per tutta la durata di una carcerazione preventiva priva delle più elementari motivazioni atte a giustificarla e nonostante il fatto che la privacy di un’intera famiglia sia stata violata ed esposta al pubblico ludibrio senza che ve ne fosse un tornaconto dal punto di vista investigativo.

A  questo proposito apro una parentesi. Mi è tornato alla mente un concetto che mi fa piacere condividere perché è calzante con il caso di cui ci occupiamo.
Parto dal presupposto che un indagato ha diritto al rispetto della propria dignità, (così come ha diritto alla difesa ed eventualmente si ritenga di rinviarlo a giudizio, sulla base di prove certe, ad un processo equo); questo già di per sé è un fatto che ha il suo peso e la sua valenza.
Come se questo fosse poca cosa sottolineo il concetto che c’è sicuramente bisogno di trovare, in ogni singola indagine, una sorta di un bilanciamento tra diritti fondamentali quali la privacy, la sicurezza e la libertà di informazione.
Per far sì che i piatti della bilancia restino sempre in perfetto equilibrio, dando ad ognuno di questi diritti il suo giusto spazio, c’è bisogno di un grande senso di responsabilità da parte di tutti gli attori (avvocati,giudici,giornalisti).

Se non bastasse al lettore sapere che un indagato gode di tutti questi diritti allora è bene chiarire che persino ad un condannato passato in giudicato non va negata la possibilità di poter  recuperare un minimo di serenità e di privacy.

“Con la locuzione “diritto all’oblio” si intende, in diritto, una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità, senza particolari motivi, di precedentipregiudizievoli dell’onore di una persona, per tali intendendosi principalmente i precedenti giudiziari di una persona.

In base a questo principio, ad esempio, non è legittimo diffondere dati circa condanne ricevute o comunque altri dati sensibili di analogo argomento, salvo che si tratti di casi particolari ricollegabili a fatti di cronaca ed anche in tali casi la pubblicità del fatto deve essere proporzionata all’importanza dell’evento ed al tempo trascorso dall’accaduto.”

La giurisprudenza ha da tempo affermato che «è riconosciuto un “diritto all’oblio”, cioè il diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all’onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione.

Si tratta quindi del diritto di un individuo ad essere dimenticato, o meglio, a non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronaca.
In sostanza, un individuo che abbia commesso un reato in passato ha il pieno diritto di richiedere che quel reato non venga più divulgato dalla stampa e dagli altri canali di informazione;  questo a condizione che il pubblico sia già stato ampiamente informato sul fatto e che sia trascorso un tempo sufficiente dall’evento, tale da far scemare il pubblico interesse all’informazione per i casi meno eclatanti.
 

Questo principio, alla base di una corretta applicazione dei principi generali del diritto di cronaca, parte dal presupposto che, quando un determinato fatto è stato assimilato e conosciuto da un’intera comunità, cessa di essere utile per l’interesse pubblico: smette di essere oggetto di cronaca e ritorna ad essere fatto privato.

In questo modo, nel momento in cui l’interesse pubblico si affievolisce, fino a scomparire del tutto, si cerca di tutelare la reputazione delle persone coinvolte nel fatto restituendo loro il diritto alla riservatezza: se la lesione personale, per i protagonisti in negativo della vicenda, è inizialmente giustificata dalla necessità di informare il pubblico, non lo è più dopo che la notizia risulta largamente acquisita.

Bisogna guardare tra le pieghe della legge molto più spesso di quanto non si creda ed è per questo che cito il Principio della Pertinenza.

La Legge non è carente dal punto di vista teorico, viene trovata mancante dal punto di vista pratico.

Il diritto di riprodurre fatti negativi, purché veritieri, da parte di organi di stampa ed assimilati trova un limite nel principio della pertinenza:

i fatti possono essere riproposti, anche a distanza di tempo, solo se hanno una stretta relazione con nuovi fatti di cronaca e se vi è un interesse pubblico alla loro diffusione.

Questo principio, pur consapevole di averlo spostato sul sig. Massimo per estensione essendo lui ancora indagato, ci dà la misura della differenza tra la teoria e la pratica in tema di diritti e doveri della stampa come dell’autorità giudiziaria, e non è cosa da poco!

Chiusa questa non breve parentesi ci tengo a scomodare una delle figure più importanti della nostra storia.

Egli, con grande lungimiranza rispetto a come si sarebbe involuto il concetto di Giustizia con l’andare del tempo o forse mosso dalla speranza in un futuro ove tale concetto fosse finalmente ben interpretato alla luce della sua delicatezza, pose l’accento su argomenti che rivivono nello stivale con sempre rinnovata attualità.

Il Beccaria delinea un teorema generale per ben determinare l’utilità della pena.

“Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi”.

Questo vale per la pena da comminare a chi oltre ogni ragionevole dubbio sia stato giudicato colpevole di un delitto.
Ma il Beccaria non si limita a lanciare questo monito, bensì ci mette in guardia dal commettere l’errore più grande nel quale una società che si dice civile non dovrebbe mai incappare.

“Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violati i patti col quale fu accordata. Quale è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia la potestà ad un giudice di dare una pena ad un cittadino, mentre si dubita se sia reo o innocente? Non è nuovo questo dilemma: o il delitto è certo o incerto; se certo, non gli conviene altra pena che la stabilita dalle leggi, ed inutili sono i tormenti, perché inutile è la confessione del reo; se è incerto, è non devesi tormentare un innocente, perché tale è secondo le leggi un uomo i di cui delitti non sono provati.”                     

Suona come la quinta di Beethoven.

Un uomo i cui delitti non siano stati provati è un innocente.
Nessuna pontificazione, idea, ricostruzione logica o convincimento dell’accusa può valere da scusante quando si commina una pena ad un uomo la cui colpevolezza non è stata ancora provata.

Il Beccaria ci fa anche dono di una perla.
Denuncia l’inutilità della tortura da un duplice punto di vista.
Nell’ottica meramente giuridica è pressoché ovvio che  un uomo non può rappresentare sia l’accusatore che l’accusato in quanto nessuno accuserebbe sé stesso a meno che questi non venga sottoposto a patimenti fisici che nella gran parte delle volte sortiscono l’effetto voluto di piegare la volontà ed estorcere la confessione.
Dal punto di vista spirituale il Beccaria supera sé stesso partendo dall’assunto che carnefice e giudice sono esseri umani e quindi soggiacciono alle stesse regole di colui che commette un delitto.
L’infamia commessa non può trovare espiazione morale nelle torture che purgano il fisico poiché non esiste una correlazione tra il dolore fisico e la remissione di un qualsivoglia peccato e,  tutto considerato,  sarebbe paradossale lavare un’infamia commettendone un’altra.
Riguardo all’aspetto “mistico” della tortura non si può non riportare una frase che porta con sé tutto il peso della responsabilità intrinseca nel potere di cui dispone colui che giudica.

“L’infamia è un sentimento non soggetto né alle leggi né alla ragione, ma alla opinione comune. La tortura medesima cagiona una reale infamia a chi ne è la vittima”.

Purtroppo per la giurisprudenza, che rappresenta il biglietto da visita di una società e di una nazione, in Italia, per quanto ci si sia sforzati di uscire dal buio di una cultura fiorita all’ombra delle lampade ad olio e ci si sia messi al passo con l’era dei lumi, essa è rimasta prigioniera del più oscuro periodo storico mai documentato.

Alla tortura fisica è subentrata, mi ripeto, una più sottile violenza psicologica che unita alla privazione della libertà diventa la più crudele delle armi in mano agli inquirenti.
Non da meno che in passato essa risulta però fallace in egual misura poiché questo disumano strumento, al quale si ricorre prima di dimostrare l’effettiva responsabilità dell’imputato, non giova al processo che ne determinerà o meno la colpevolezza, sia perché le persone sensibili potrebbero essere inclini a confessare anche il falso per sfuggire alla pena, sia perché, per la stessa speculare logica, le persone più dure potrebbero essere considerate oneste nel caso dimostrassero una resistenza maggiore alla pressione.

Il regime di terrore durato cinque secoli e dilagato in tutt’Europa con il benestare della Chiesa non cessa di rappresentarci agli occhi del mondo come un triste crisantemo all’occhiello; ha subito varie metamorfosi ma la logica binaria del “o sei colpevole o sei colpevole”  lo ripropone con un’attualità disarmante e preoccupante.

Il professor Saverio Fortunato tratta l’argomento esponendo dei parallelismi tra il passato e il presente che fanno tremare le gambe, raggelare il sangue e svegliare le coscienze.

Li definisce “residui culturali arcaici” che riaffiorano nelle moderne investigazioni e nei processi.

Li ritroviamo lampanti in “quei castelli accusatori che perseguono il reo per ciò che è e non per ciò che fa.”

Li ritroviamo in “quell’Inquirente che s’innamora della propria tesi accusatoria e non riesce a vedere nel reo in ugual peso tanto gli elementi d’innocenza quanto quelli di colpevolezza.”

Li ritroviamo in “tutti quei giudici che in udienza accolgono sempre ad occhi chiusi quanto prodotto dal Pm e sempre con insofferenza quanto prodotto dagli avvocati di parte.”

Li ritroviamo in “quegli assistenti sociali, periti e giudici dei minori, che tolgono i figli ai genitori senza capire che non è la soluzione, ma il problema del problema.”

E ancora li ritroviamo in “ogni errore “scientifico” investigativo o peritale che poi si trasforma in errore o inganno giudiziario e, quindi, in un ingiusto-processo.”

Non me ne voglia il professore se riporto fedelmente le sue parole, mi permetto solo ed esclusivamente perché non ci sarebbe un modo più diretto ed efficace di arrivare al lettore.
Il parallelismo tra le “streghe” che per la loro stessa natura non godevano di diritto alcuno con imputati come il sig. Bossetti regge eccome!
Le streghe si potevano impunemente imprigionare, maltrattare, le si poteva indurre a contraddirsi, le si poteva manipolare e persino uccidere, durante le  inchieste e negli interrogatori.

“La regola che veniva applicata alle prove era semplicissima: qualunque fatto su cui giurassero due o tre testimoni veniva accettato come vero e anche come definitivamente provato. Si faceva largo uso di domande trabocchetto, escogitate allo scopo di raggirare sia il sospettato che il testimone.”

Il processo veniva portato avanti con una conoscenza piuttosto sofisticata della psicologia.
Le tecniche impiegate riflettevano la notevole esperienza acquisita nell’ottenere e nell’estorcere informazioni.
Gli inquisitori sapevano che la mente dell’indagato spesso era il suo peggior nemico, che la paura nasce nella solitudine e nell’isolamento, e che spesso può produrre risultati soddisfacenti quanto la violenza fisica.
Così, la paura della tortura, per citare l’esempio più ovvio, veniva provocata e alimentata fino a che non si trasformava in uno stato talmente parossistico di panico da vanificare la necessità della tortura stessa.
Se l’accusato non confessava subito, gli veniva detto che sarebbe seguito un interrogatorio sotto tortura, però solo dopo un certo periodo di tempo.

In principio, ci spiega il professore, l’inquisitore adoperava la persuasione verbale.

Solo dopo aver tenuto per un lungo periodo l’accusato in uno snervante stato di attesa gli interrogatori cominciavano e le torture fisiche venivano solo minacciate sortendo un effetto così persuasivo da “vanificare la necessità della tortura stessa”.
Inoltre era cosa nota sin da allora che l’uomo fosse un animale sociale e che per questo motivo la solitudine e l’isolamento ne minavano l’integrità mentale più efficacemente di una qualsivoglia tortura fisica.
Erano dei veri e propri psicologi e le  tecniche impiegate riflettevano la notevole esperienza acquisita nell’ottenere e nell’estorcere informazioni.
Gli inquisitori sapevano che “la mente dell’indagato spesso era il suo peggior nemico” e sfruttavano il miraggio di una scarcerazione in cambio di una confessione utilizzando persino tecniche paragonabili all’attuale schema “poliziotto buono, poliziotto cattivo”.

Le vittime delle Sante Inquisizioni furono il larga parte donne, più di trentamila furono le vittime nel giro di centocinquant’anni e questo numero comprende il larga scala anche adolescenti e bambine.

“La Chiesa aveva sempre manifestato una tutt’altro che piccola tendenza alla misoginia e l’operazione contro la stregoneria le fornì un mandato su larga scala per una crociata contro le donne e tutto ciò che era femminile.”

Quello in cui viviamo oggi è un secolo ancora troppo giovane per esprimere giudizi ma quello immediatamente precedente è stato caratterizzato da un repentino progresso, che ci ha permesso un enorme salto in avanti, concentrato in un brevissimo lasso di tempo specialmente se paragonato al  blocco ristagnante dei secoli che lo avevano preceduto.
Il 900 è stato caratterizzato da incisivi cambiamenti per non dire da veri e propri capovolgimenti di tendenze sotto i più svariati aspetti, alcuni dei quali, fortemente positivi. Per quanto riguarda l’emancipazione femminile, da donna, non posso che essere grata a tutte coloro le quali hanno dedicato la vita a combattere affinché noi, donne di oggi, potessimo godere dell’uguaglianza tanto agognata.

Mi rincresce enormemente, nel XXI secolo, assistere inerme a fatti di cronaca come quello che vede protagonista il nostro Sig. Bossetti, in cui si scorge la premura di voler a tutti i costi processare un indagato sulla base di elementi a dir poco problematici.

Questa controversa maniera di amministrare la giustizia non colpisce solo le famiglie delle vittime che non ricevono giustizia, né si limita a distruggere le  famiglie colpite dal “martello delle streghe” bensì genera un’isteria di massa, instillata nelle menti grazie all’appoggio dei media compiacenti, in tutta la Nazione.

Un giusto processo è un atto dovuto in una società civile e per avere un giusto processo bisogna che non vengano meno i diritti basilari di un imputato.
In caso contrario non si può più definire processo, diventa automaticamente un’inquisizione che di santo non ha nulla.

“Perché non s’ era il cavaliere accorto, che ancora combatteva, ed era morto”

Lettera aperta di solidarietà a Massimo Bossetti (scritta da Laura il 5 settembre)

Inserisco una lettera scritta da Laura, amministratrice, con me e Sashinka, del nostro gruppo facebook, ed originariamente pubblicata, la sera del 5 settembre, nel gruppo stesso.
E’ una lettera che, come tutti gli scritti di Laura, spicca per umanità ed empatia, e che inserisco con piacere, sia pure a distanza di un mese, perché ritengo che, ogni tanto, si debba anche osservare la vicenda sotto il profilo umano.
Tornerò alla mia solita verve polemica nell’analisi dei fatti nei prossimi giorni (ho scritto di recente, ma ho di nuovo tantissimo da dire e soprattutto da smentire, non da ultimo alla luce di una recente puntata di Porta a Porta); per oggi, mi limito a dire che pur non avendo scritto questa lettera di mio pugno, ne condivido i contenuti e sono certa che queste parole rispecchino anche il pensiero di tanti iscritti al nostro gruppo facebook.
Al signor Massimo Bossetti sono state sin dal principio negate le garanzie fondamentali: noi stigmatizziamo questo approccio mediatico-giudiziario e, con una lettera aperta, vorremmo dirgli che non tutti i suoi concittadini lo hanno avventatamente “condannato”.

Alessandra Pilloni

Spettabile sig. Massimo,
Ho pensato tante volte, sin dal principio di questa Sua odissea, di scriverle una lettera.
Lo faccio stanotte augurandomi che Lei possa leggerla da uomo libero.
Lei non ci conosce ma, cosa tristissima, noi conosciamo Lei.
Chiaramente conosciamo il Suo nome e quello di gran parte dei Suoi familiari, minori compresi.
Siamo stati, nostro malgrado, messi al corrente sulle Sue abitudini e sul Suo modus vivendi poiché la Sua vita è stata resa pubblica senza alcun riguardo.
È l’alba del tracollo di una società che ormai di civile non ha più nulla e dalla quale Noi, come gruppo, ed io come cittadina ci dissociamo a gran voce.
Ci tengo che Lei sappia, innanzitutto, che sin dal primo istante successivo al vergognoso arresto, ho avuto la certezza della Sua estraneità ai fatti che la vedono protagonista.
Sono, come penso tutti in seno al gruppo nato in Suo nome, in sua difesa ed in quella della presunzione d’innocenza, mortificata, sconcertata e allibita dal trattamento giuridico/mediatico che Le è stato riservato.
Nutro una grande ammirazione nei confronti della Sua compostezza, considerata dai di più indice di rassegnazione e di colpevolezza, che, diversamente, io ho letto fin da subito come il comportamento di un uomo di sani principi il quale crede nella Giustizia ed è fiducioso che su un errore di tale portata verrà fatta presto chiarezza.
Mai dimenticando la famiglia della giovane vittima, la quale anch’essa ha mantenuto un comportamento esemplare, non posso non pensare alle altre vittime generate dalla presunzione e dal delirio di onnipotenza di chi, pur di non ammettere i propri errori, ha finito per azzerare l’esistenza, la quiete domestica e la privacy di un’altra famiglia, la Sua.
Voglio che Lei sappia che esiste una piccola percentuale di italiani che ha sofferto e soffre con Lei e per Lei, per la sua condizione d’isolamento, per il distacco forzato dai Suoi tre meravigliosi bambini, per le oscenità dette e scritte sul Suo conto e su quello della Sua bellissima moglie, per il modo invasivo ed inaccettabile con cui sono state condotte le indagini.
Con il Suo caso siamo piombati nel caos, ci siamo messi in ridicolo di fronte al mondo intero, si sono scatenati gli impulsi più biechi che animano i “nostri”, ahimè, connazionali. Se questo scempio si potesse attribuire all’ignoranza, intesa nel senso stretto del termine, potrei anche farmene una ragione, giacché trattasi di un male incurabile, purtroppo però la sete di sangue ha colpito come un virus tutti i ceti sociali e tutti i livelli culturali.
Mi sembra, giorno dopo giorno, di vivere in un film apocalittico dove i “mangiacervelli” si moltiplicano a vista d’occhio mentre i sopravvissuti alla pandemia si cercano disperatamente tra loro e, quando si trovano, si stringono per fronteggiare il pericolo di essere risucchiati in una realtà nella quale sarà loro precluso il pensare liberamente. Bisogna sempre combattere per le proprie convinzioni anche rischiando di diventare impopolari, bisogna avere la forza di remare contro corrente se si è consapevoli che sarebbe un errore seguirla.
Dall’alba dei tempi la storia ci narra di minoranze che sono riuscite a cambiare il corso degli eventi, così come ci narra che il mito del capro espiatorio è sempre esistito; non c’è però alcuna giustificazione, in un’era evoluta come la nostra, alla gogna a cui è stato esposto.
Il suo processo si è tenuto in tv, la quale si è trasformata in una pubblica piazza medioevale, e Lei, ha ascoltato la Sua sentenza già col cappio al collo.
Noi, spettatori increduli, francamente ci dissociamo e ci mettiamo la faccia nel farlo; ogni giorno Le dedichiamo quasi tutto il nostro tempo libero, anche se stanchi alla fine di una giornata lavorativa, e, grazie ad Alessandra abbiamo unito le forze e i cervelli, buttato giù milioni di parole, smontato ogni accusa che Le è stata mossa, abbiamo sollevato dubbi, denunciato apertamente trasmissioni televisive e relativi conduttori, smascherato voltagabbana, ingaggiato discussioni interminabili con forcaioli fuori controllo e censurato ampiamente la maniera di fare giornalismo e quella di condurre le indagini da parte di coloro i quali si sono sporcati le mani aizzando una folle folla contro un uomo innocente a carico del quale non hanno trovato terreno fertile nemmeno i più fantasiosi pettegolezzi. Lei è davvero una persona ammirevole, una perla rara di questi tempi, un uomo casa e lavoro che si rimbocca le maniche per dare sicurezza e stabilità alla famiglia.
Non disperi Le chiedo, abbia ancora fiducia e pazienza, questo incubo finirà.
Noi non ci fermeremo mai finché non sarà fatta giustizia e le sarà restituita la Sua Vita e la Sua Libertà.
La Dignità, invece, le garantisco, non gliela potranno mai portare via perché Lei ha saputo conservarla anche nell’Inferno in cui è stato confinato.
Con la speranza di poterLe presto stringere la mano le auguro intanto una buonanotte e la saluto caramente anche a nome di tutti i membri del gruppo.

Laura.

Lo strano caso del muratore che acquistava materiali edili

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“Le mie notti sarebbero un solo incubo al solo terribile pensiero di un innocente che sconta tra i tormenti crudelissimi una colpa che non ha commesso.”

(Emile Zola)


Articolo scritto a quattro mani con Sashinka Gorguinpour.

I miei quattro lettori si saranno ormai abituati all’anticonformismo del blog: in fondo, non è poi così comune, in tempi di forche a buon mercato, sostenere la presunzione di innocenza di un cittadino; per questo, sono certa che sapranno cogliere senza incomprensioni di sorta l’irrinunciabile sfumatura ironica del titolo odierno.
Sono stati gli antichi greci, in fondo, ad insegnarci che spesso l’ironia consente di rivelare più verità di quanto non permetta un discorso troppo serio.
La commedia attica, con la sua vitalità tratta da spunti quotidiani, con la sua ritualità simposiaca e le sue invettive mordaci, aveva una funzione apotropaica: l’inserzione della dimensione comica nella trattazione di tematiche intrinsecamente serie (dalle guerre alle carestie, dalla politica al sistema giuridico) era tesa ad allontanare i mali che, volta a volta, si denunciavano.

“Ingiuriare i mascalzoni con la satira è cosa nobile: a ben vedere, significa onorare gli onesti”, è questa una delle frasi più celebri del grande commediografo Aristofane.

In questo blog, come i nostri lettori ben sanno, non siamo soliti ingiuriare nessuno, e non intendiamo cambiare rotta ora: eventuali considerazioni salaci sono dunque da considerarsi espressione di un semplice diritto di critica.

Eppure, man mano che seguo questa intricata vicenda, comincio ad essere colta da qualche dubbio.
Non fraintendetemi: in oltre cento giorni di carcerazione preventiva, il signor Massimo Bossetti non ha mai vacillato, e meno che mai ho vacillato io nel difendere il suo sacrosanto diritto alla presunzione di innocenza.

Il dubbio che mi assale è d’altro tipo.

Certo, mi rendo conto del fatto che rivendicare il diritto al dubbio sia, di questi tempi, cosa abnorme.
Lo spettro del dubbio, a quanto pare, non inficia neppure la premura di voler “riconoscere” come furgone di Massimo Bossetti un furgone ripreso da una telecamera di sorveglianza, per giunta in un orario non compatibile con il delitto, palesemente diverso, se non fosse per l’avere in comune un dettaglio a dir poco risibile: un catarifrangente non di serie, con buona pace della fanaleria incompatibile (a tal proposito vedasi
Obiezione, Vostro Onore: a tre mesi dal fermo di Massimo Bossetti, ancora non ho capito quali siano i “gravi indizi” a suo carico!).

Seguendo il filo logico in disamina, se io avessi una Mercedes con l’adesivo “Bimbo a bordo” ed una telecamera riprendesse una Punto con analogo adesivo, ciò basterebbe per dire che la Punto ripresa è in realtà la mia Mercedes.

D’altronde lo si è capito sin dall’inizio: in quest’inchiesta non c’è spazio per il dubbio, il dubbio è antipatico e per natura un gran guastafeste, soprattutto dopo aver sciorinato certezze apodittiche che dopo l’entusiasmo iniziale si mostrano prive di riscontri oggettivi.
Ma io sono dubbiosa per natura, e nell’ultimo periodo un dubbio in particolare non mi dà pace.
Vedete, cari lettori, io sono sempre stata convinta di essere dotata di un buon quoziente intellettivo, ed allo stesso modo mi è sempre stata riconosciuta una certa conoscenza e padronanza della lingua italiana.
Giorno dopo giorno, nell’imbattermi nelle “notizie” ed indiscrezioni su questa vicenda, però, mi capita di pensare di non essere in grado di comprendere quanto leggo.

In data 24 settembre, ho avuto modo di leggere un articolo pubblicato sul Corriere a firma della signora Fiorenza Sarzanini.

Questo articolo ha una una caratteristica molto particolare, per la quale non posso che fare i miei più sinceri complimenti all’autrice (che qualora volesse rispondere al mio disappunto, può farlo pubblicamente lasciando un commento in calce all’articolo): lo si può leggere per decine e decine di volte consecutive senza capirne il significato ed i nessi di causalità (o anche meramente logici) sottesi.
A quanto pare, un muratore ha acquistato del materiale edile, e nello specifico un mc di sabbia, dal suo solito fornitore e c’è una fattura che lo dimostra.

Ma andiamo con ordine: l’articolo, nel rendere edotti i lettori del fatto che non sussiste alcun dubbio sulla corretta identificazione di Ignoto1 anche se la traccia biologica lasciata dall’assassino (sic) è di origine non accertabile, ci informa del fatto che quindici giorni dopo la scomparsa di Yara Massimo Bossetti avrebbe acquistato un mc di sabbia a Chignolo, ossia da quello da tre mesi sappiamo essere il suo fornitore abituale.
Certamente un grave indizio di colpevolezza, corroborato dal fatto che a distanza di ben quattro anni non ricordi (rectius, non sia in grado di spiegare) l’uso cui l’acquisto era destinato.
Cosa aspettiamo allora, signori, a buttar via la chiave una volta per tutte?
Un muratore ha acquistato un tipico prodotto usato nell’edilizia e a distanza di quattro anni non ricorda il cantiere di destinazione!
Un fatto che vale di per sé una condanna all’ergastolo, anzi, mi chiedo a questo punto perché non riportare in auge i fasti della gloriosa vigenza della pena capitale.
Certo, è vero che la pena di morte è resa vieta nientemeno che dalla nostra Costituzione, ma visto il clima di enorme rispetto per i principi costituzionali (tra i quali è annoverata la presunzione d’innocenza) che da qualche tempo a questa parte si respira in Italia, sono sicura che i presupposti per invocare una modifica costituzionale ricorrano tutti.
D’altro canto, restano ben poche alternative dinnanzi a un muratore che acquista materiali edili: dopo un atto tanto anomalo e scriteriato, non potrà che essere colpevole.

Titolo e sottotitolo dell’articolo meritano di essere riportati paro paro.

articolo_sarzanini

Infatti, ci danno due notizie eclatanti: la prima è che Bossetti è già “imputato” (perché non anche condannato, a questo punto?), la seconda è che la fattura indicherebbe che abbia visitato il campo in cui fu trovata la piccola Yara: probabilmente si tratta di indicazioni tipiche delle fatture della bergamasca, giacché non mi risulta che le fatture rechino menzione del proprio eventuale tragitto o passaggio in un campo.
Eppure questa fattura lo indicherebbe.
Anzi, non solo lo indicherebbe, ma lo indica senza ombra di dubbio: basti guardare l’assenza di condizionale nel titolo.

I più attenti si saranno chiesti quale dovrebbe essere, di grazia, il valore indiziante di un simile elemento.
Il fatto che un muratore acquisti un mc di sabbia non è indizio di nulla più che del normale espletare un’attività legata al proprio lavoro.
Il passaggio a Chignolo potrebbe avere una valenza indiziaria se Chignolo non fosse un paese pressoché limitrofo al comune di residenza dell’indagato e se l’indagato non fosse stato solito acquistare materiali edili proprio a Chignolo.
L’acquisto di un mc di sabbia avrebbe (forse) rilevanza se l’indagato non fosse un muratore, ovvero se sul luogo del delitto fosse stata trovata della sabbia.
Tali requisiti minimi non sono soddisfatti, dunque un articolo ci ha informati del fatto che Massimo Bossetti acquistava materiali pertinenti alla sua attività: se siamo arrivati al punto di voler vedere del torbido anche in questo e se davvero la Procura si muove su questa linea e non si tratta di mere pontificazioni giornalistiche, mi chiedo francamente come si possa anche solo pensare di rinviare a giudizio un cittadino con elementi di questo tenore, che ad un giudice attempato potrebbero perfino causare una qualche funesta reazione di shock emotivo.

A ciò deve essere aggiunta una ulteriore considerazione: la recente testimonianza di Iro Rovedatti, pilota della protezione civile che sorvolando il campo di Chignolo a bassa quota non vide mai il corpo di Yara, che ove presente si sarebbe dovuto vedere, sembra aprire nuovi interrogativi sul luogo del delitto stesso, che molto verosimilmente (come qui abbiamo ipotizzato sin dall’inizio) non è Chignolo.
Anche qualora si ipotizzasse che il signor Rovedatti non abbia visto il corpo, resta infatti molto difficile credere che la medesima “cecità” abbia colpito anche i suoi colleghi.

Per quanto riguarda la sicumera con la quale la signora Sarzanini non esita ad attribuire la traccia biologica all’assassino, in questo blog è stato rimarcato ad nauseam il fatto che il DNA, specialmente in una traccia unica, non dimostra ovviamente colpevolezza, e posto che è trasportabile se ne deduce che non dimostra neppure (necessariamente) contatto diretto; posto poi che non è databile, possiamo dire ancora che non è elemento sufficiente neppure per collocare temporalmente una persona sulla scena criminis.

A livello mediatico, si è parlato di DNA come prova schiacciante, poiché è stato detto che “il DNA non mente”; purtroppo, però, ci si è dimenticati di aggiungere che il DNA non dice ciò che ci si vuole sentir dire, e nello specifico non dice come e quando sia arrivato lì.

Il fatto che il DNA possa essere trasportato, non solo dolosamente, ma anche in via del tutto incidentale, implica che sulla scena del crimine o sul corpo della vittima possano essere isolate tracce biologiche di persone del tutto estranee al delitto: la casistica giudiziaria internazionale contempla perfino casi di tracce biologiche rinvenute sotto le unghie delle vittime e rivelatesi esito di trasporto.
Anche un oggetto, come un’arma sporca, può veicolare sulla scena del crimine il DNA di un precedente utilizzatore non coinvolto a nessun titolo nel delitto.

Dopo aver posto tutti questi elementi, poniamo ancora che è di recente trapelato in modo finalmente chiaro, come ammette (bontà sua) la stessa signora Sarzanini, che la traccia biologica di “Ignoto1” è di origine “non accertabile”: ciò significa, in Italiano, che può essere qualsiasi cosa, incluse sostanze (esempio più banale, urina) che di per sé si dimostrerebbero intrinsecamente slegate dall’azione omicidiaria.

Il DNA può rivelarsi un elemento importante per le indagini, ma di per sé non è né prova di colpevolezza né, tantomeno, prova schiacciante, e se non contestualizzato in maniera critica rischia di condurre a tentativi grossolani di risolvere indagini sulla base di congetture che, puntualmente, finiscono per non reggere al dibattimento o per portare a sentenze di condanna che, lungi dalle certezze richieste al diritto, portano con sé dubbi che pesano come macigni.

Da un punto di vista strettamente giuridico, quanto detto sopra porta alla logica constatazione che l’esame del DNA reca una conoscenza meramente indiziaria, risultando indizio (e non “prova”), tra l’altro, di mera presenza sulla scena criminis e non di colpevolezza per omicidio.

Ed una tale conoscenza, da sola o rimestata con elementi ai limiti del ridicolo, non rende accettabile un simile accanimento mediatico-giudiziario, né il fatto che un uomo sia in carcere da più di tre mesi.

Ci si aspetterebbe, infatti, visto l’accanimento di stampo persecutorio che da tre mesi colpisce un uomo e la sua famiglia, che ci siano perlomeno delle prove dotate di un certo grado di attendibilità a suo carico.
Una tale aspettativa è però vanificata dalla semplice lettura del’ordinanza di custodia cautelare, che definisce ripetutamente i presunti fatti richiamati come “probabili”, “non illogici” e “suggestivi”.
Eppure non dovrebbe essere una mera “probabilità” e “non illogicità”, né tantomeno una qualche forma di “suggestione” a poter costare, in uno stato di diritto, la privazione della libertà ad un cittadino.

E’ notizia di pochi giorni fa che la Cassazione, nelle motivazioni alla sentenza di assoluzione nei confronti di Raniero Busco, per il delitto di Via Poma, ha stigmatizzato il fatto che la condanna di primo grado si fosse basata su mere congetture.
Qui abbiamo parlato spesso del carico di dubbi che tende sempre ad accompagnare il processo indiziario, ma è bene sottolineare che la congettura, per definizione, non è neppure “indizio”, ma supposizione possibilmente infondata che trae legittimazione da altre supposizioni altrettanto infondate.
Nel caso di Massimo Bossetti, è difficile perfino distinguere indizi e congetture da quello che spesso appare come puro e semplice gossip.

Proprio a proposito della fine del calvario di Raniero Busco, leggevo una sua intervista su Il Tempo.
Una frase, in particolar modo, mi ha colpita:
«Un incubo durato sette anni. E il fatto di aver voluto collaborare con la Giustizia si è ritorto contro di me. “Ci servono le sue dichiarazioni spontanee”, mi disse il pm nel 2004. Poi mi fecero bere un caffè, tenendo da parte la tazzina. Io volevo dare una mano, invece nel 2007 mi hanno indagato per l’omicidio di Simonetta. Sono andato da loro tante volte, tante…ho ripetuto sempre le stesse cose. E loro non mi hanno creduto. Uno che ha la coscienza pulita come me pensa che, se dice la verità, gli crederanno. Invece tutto quello che ho detto è stato usato contro di me».

Mi sembra di vedere il ripetersi della medesima storia, insomma, e non solo in relazione alla questione delle “congetture”.
Ripenso a come, negli interrogatori di Massimo Bossetti, perfino le “contraddizioni” relative ai suoi spostamenti di quattro anni prima gli vengano ritorte contro senza criterio e, mi si perdoni, come già precedentemente evidenziato, senza alcuna logica: forse, sarebbe più opportuno che il signor Bossetti evitasse di rispondere a certe domande, perché ogni sua risposta in buona fede viene puntualmente rigirata ad usum delphini.

Si tratta di cose che, per sua natura, nessun essere umano può ricordare senza dare adito a confusioni/contraddizioni puntualmente usate contro di lui.
Un colpevole ricorda cosa ha fatto nel pomeriggio di quattro anni prima, se ha compiuto un delitto probabilmente conserva ricordi nitidi sia del “prima” sia del “dopo”, in quanto trattasi di momenti connotati da una imprescindibile “particolarità”.

Un innocente, invece, va da sé che non può ricordare, meno che mai senza confusioni di sorta, cosa ha fatto nel giorno X dell’anno Y.
Nessuno di noi lo ricorda.
Può provare, sulla base delle sue abitudini, a ipotizzare un quadro verosimile dei propri spostamenti.
Ma se quanto dichiara gli viene puntualmente ritorto contro (nessuno che faccia la semplicissima constatazione del fatto che l’alibi migliore di Massimo Bossetti sia, paradossalmente, il fatto di non avere un alibi: per lui era una giornata come tante, e ovviamente non può ricordare con esattezza cosa ha fatto!!!), allora è meglio non parlare.
Quando si finisce nel tritacarne della giustizia, specie se c’è una certa premura di avere un colpevole ad ogni costo per salvare la faccia, bisogna aver paura, soprattutto -per quanto mi dolga dirlo- se non si è colpevoli.

Ce ne dà prova nuovamente il Corriere, che dimostrando di trovarsi davvero poco a proprio agio con i dizionari della lingua italiana, presenta il mancato riscontro di uno spostamento di quattro anni prima indicato da Massimo Bossetti in un interrogatorio in questi termini:

“Bossetti non andò dal meccanico”
Barcolla anche l’ultimo alibi.

Autrice dell’articolo è la signora Giuliana Ubbiali, la stessa che si prese la briga di portare all’attenzione del popolo italiano i gossip su una presunta infedeltà coniugale.

Ora sono io, cittadina nata nel paese del garantismo che spesso suole definirsi culla del diritto, a voler fare una domanda alla signora Ubbiali: cos’è, secondo la lingua italiana, un alibi?
Potrei riportare la definizione data dallo Zingarelli, ma per non farla giocare “fuori casa”, ho deciso di servirmi del dizionario online del Corriere stesso, che riporta la seguente definizione:

“Prova della propria estraneità a un reato, consistente nel dimostrare che al momento in cui veniva commesso ci si trovava in un luogo diverso”.

Vede, signora Ubbiali, io non so se Massimo Bossetti quel giorno sia stato o meno dal meccanico: personalmente, non ricordo cosa ho fatto il 26 novembre di quattro anni fa, e penso non lo ricordi neppure lei.
Questo semplice elemento, mi fa pensare che anche Massimo Bossetti abbia il diritto di non ricordarlo e di confondersi, non senza evidenziare, inoltre, che non sempre il fatto di andare dal meccanico è provabile: non necessariamente viene fatta una fattura e, anche qualora venisse fatta, sono certa che secondo il Corriere sarebbe comunque indizio di colpevolezza.
In quel caso il titolone sarebbe stato con ogni probabilità: “Massimo Bossetti incastrato da una fattura: era a Brembate il giorno del delitto”.

Resta però un fatto: la ricostruzione degli spostamenti di Massimo Bossetti in quella giornata non costituisce “un alibi”, perché è noto sin dal deposito in cancelleria dell’ordinanza di custodia cautelare il fatto che per quella sera, ossia per il momento in cui si è consumato il delitto, Massimo Bossetti non abbia mai dichiarato di avere un alibi, e che la ricostruzione degli spostamenti riguardi le ore precedenti.
Presentare la notizia in questo modo significa suggerire ai lettori qualcosa di intrinsecamente falso, lasciando intendere che Bossetti sostenesse di avere un alibi e sia stato smentito.

Il diritto di cronaca non può spingersi alla creazione di realtà parallele, né al suggerimento di un quadro diverso da quello effettivo.

Ad ogni nuova notizia, sento ormai dentro di me che il vizio dei pennivendoli, asserviti a “logiche patologiche”, in cui la paura di non appartenere è più forte del bisogno di bere e mangiare, non mi fa più alcun effetto.
Si tratta ormai di notizie vuote, oltre che trite e ritrite, quasi volgari nel loro ripetersi.
Quei trafiletti, ma anche quei lunghi articoli, per più della metà riempiti dalle 5 W del giornalismo, hanno esaurito anche i sinonimi che servirebbero da aggettivi qualificativi per il termine “svolta”.
Grande, clamorosa, impressionante, incredibile, eccezionale, strepitosa, sensazionale.

Così tanto eclatante per un solo fatto: ogni svolta di questa inchiesta, riportata dalla stampa, io la trovo invece semplicemente “rumorosa”, “fragorosa” e “chiassosa”.
E’ da oltre tre mesi che ogni giorno, secondo i giornali c’è una svolta clamorosa.
Eppure, non appena si prova a valutare la situazione con occhio critico, ci si accorge non senza un certo stupore che da altrettanto tempo l’indagine è palesemente ferma nel suo stringere un misero pugno di mosche.
Verrebbe da pensare, tanto per restare in tema di metafore stradali, che le clamorose svolte avvengano su una rotonda, che riporta sempre ed invariabilmente al punto di partenza.

Come diceva una iscritta al nostro gruppo facebook, probabilmente i “forcaioli” sembrano di più perché urlano più forte, imbrattano di commenti i forum, intervengono costantemente e a sproposito, vogliono esserci e sono determinati a esserci.
Dilagano, sono puntuali e sputano sentenze con enorme facilità.
Noi, mi permetto questo plurale, siamo sempre qui, a rivendicare la presunzione di non colpevolezza per tutti quelli che sono stati mangiati vivi da una macchina troppo uguale a se stessa per non chiedersi se, forse, in lei c’è qualcosa che non vada.
Probabilmente non ce ne rendiamo conto, ma siamo esattamente più forti, e per forza non intendo niente più che capacità di non credere all’incredibile “perché sennò il mondo non mi accetta”.
Solo a un certo punto ho avuto un cedimento, quando tra tutti gli scoop degli ultimi giorni, ho scorto un paio di frasi, commoventi.
Venivo a conoscenza della prima telefonata tra Bossetti e suo figlio.
Mi ha stretto lo stomaco, ho provato un profondo sentimento di tristezza.
Ho ripensato al Garante della Privacy, intervenuto per ammonire uno dei giornali più conosciuti del paese, secondo in Italia per diffusione.
Ho avuto nostalgia dei bravi giornalisti, quelli che non si fermavano alle apparenze, che approfondivano, che andavano oltre.
Quelli che mai e poi mai si sarebbero permessi di approfittare di una disgrazia, fino a ledere con la mannaia la dignità umana, quelli che avevano scelto questo lavoro per un principio di libertà e di visione critica della realtà.
Perché questo caso non interessa solo quell’uomo e la sua famiglia, ha a che fare con ognuno di noi, con i principi costituzionali, con la scelta che facciamo come persone.
Il garantismo non è faciloneria e non è una parolaccia, è uno strumento nobile e potente, se usato con criterio.

Sbagliano i blog, i siti “riporta notizie” e, perché no, gli altri quotidiani, a credere che il Garante della Privacy abbia imposto il fermo alla diffusione dell’articolo di Repubblica ove sono riportati stralci dell’interrogatorio a Massimo Bossetti, per i particolari sulla vita sessuale tra l’indagato e la moglie.
O non hanno letto il contenuto del divieto, o la nostra società è andata oltre il solito immaginario di squallore.
Ancora qualche giorno fa, dopo l’intervento del Garante, Quarto Grado riportava stralci di interrogatorio, per giunta calati in una nuova ridicola pantomima con un attore che interpretava Bossetti.

Non ci sarebbe nulla di nuovo se i media avessero sputato addosso a moglie, madre, suocera e parenti vari, lo stanno facendo dal giorno del fermo.
Il Garante della Privacy è intervenuto perché l’indecenza ha toccato anche un minore, la mancanza di pietas ha valicato ogni confine e di un adolescente si è tentato di fare scempio.
Quando una nazione che si crede civile non è più in grado di tutelare i suoi cittadini più piccoli, significa che la ferita è profonda, dilagante, forse insanabile.
Chi ha mai detto che gli inquirenti, in un caso così delicato, non debbano indagare?
Lo sappiamo tutti che per sviscerare la realtà di un atto criminoso bisogna andare a fondo, denudare il cittadino interessato e scavare nei meandri della sua vita privata.
Non siamo stati di certo noi a dire a chi di dovere di non fare il proprio lavoro, anzi!
Poi, però, salta fuori il “diritto di cronaca”, anche questo sacrosanto, inviolabile, senza il quale una repubblica diverrebbe dittatura.
Ma il diritto di cronaca che cos’è?
Ci sono gli armadi della vergogna, ci sono i segreti da mantenere sotto chiave per secoli e c’è il diritto di raccontare al mondo gli affari di un ragazzino già martoriato dalla tragedia capitata alla sua famiglia.
Ebbene, dobbiamo chiarirci le idee.
La vita di questo innocente è già stata messa a dura prova, ma ora, grazie a questi signori che impugnano la penna come fosse la spada nella roccia, lo è una volta di più.

Non sono stupita del tutto, non ho mai pensato che in Italia infanzia e adolescenza fossero protette dalla violenza dell’adulto, però credevo ci fosse una certa differenza tra alcuni “giornaletti” – tipo quello che si spinge fino a modificare i tratti somatici e i capelli della giovane vittima di questa storia drammatica – e un quotidiano che deve il suo nome alla Rivoluzione portoghese dei Garofani, in conseguenza della quale fu abbattuta una delle più temibili dittature europee e che è secondo per diffusione in Italia.
Invece pare proprio di no, sembra sia scomparsa quella linea di demarcazione tra serio e ridicolo, che sia stata cancellata dalla brutta malattia del secolo, il denaro.
Sempre che sia questo il motivo, sempre che il “diritto di cronaca” non stia seguendo altri scenari a noi sconosciuti, ma siccome non amiamo il complottismo, ci fermiamo prima e stendiamo il nostro “J’accuse”, sul terreno che possiamo vedere, non sulle immagini sbiadite di sentieri ignoti.
Infine, per tornare su un punto già trattato, ma non digerito, questa stampa che ci è toccata in sorte, non ha fatto diversamente con la sorella dell’indagato.
Raccogliendo tutti i modi condizionali della lingua italiana ha orribilmente messo in dubbio che questa donna fosse stata aggredita, quando c’erano addirittura dei testimoni che hanno paura di parlare.
Una donna sola e indifesa, minacciata una prima volta, strattonata una seconda e riempita di calci la terza sotto gli occhi di tutti, dopo il danno, ha subito anche la beffa di quelli che rivendicano il proprio diritto calpestando quelli degli altri.

Qui continueremo, dunque, a rivendicare un solo imprescindibile diritto: quello di dubitare.

Talvolta si parla del principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” come un portato dei paesi di common law: non è così.
Non ho grandi tendenze al patriottismo, meno che mai negli ultimi tempi, ma vale la pena di ricordare che era italianissimo il compianto Prof.Federico Stella, eccelso giurista le cui elaborazioni hanno costituito la base dottrinale della sentenza Franzese (2002) che ha sancito alcuni principi fondamentali di civiltà giuridica, fungendo da antidoto alla valutazione acritica ed arbitraria, insita di fallacie, della cosiddetta “prova scientifica”.

La sentenza Franzese è stata volta a volta definita come antidoto contro l’esclusione del contraddittorio in relazione alle prove scientifiche, antidoto contro la totale discrezione del libero convincimento del giudice e antidoto contro la deriva tecnicistica del processo penale.
Intervenne poi il legislatore, che con la cosiddetta legge Pecorella ( L. 46/2006)  positivizzò finalmente in un testo di legge un sommo principio di civiltà giuridica: l’oltre ogni ragionevole dubbio.
Venne così finalmente superato, almeno formalmente, il cosiddetto metodo individualizzante che, ai fini dell’accertamento della responsabilità penale dell’imputato, focalizzava maggiormente l’attenzione sull’intuizione del giudice: se non vi è certezza o quasi certezza di colpevolezza occorre assolvere, come si predica ormai, spesso, evidentemente a vuoto, in tutte le aule accademiche nostrane.

Come ho già detto in più circostanze, il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio implica che debba essere pronunciata sentenza assolutoria in tutti i casi in cui esista una spiegazione alternativa rispetto a quella accusatoria, e non è richiesto che tale spiegazione alternativa superi a propria volta il ragionevole dubbio, dovendo semplicemente essere e possibile in rerum natura e non impossibile o estremamente improbabile nel caso concreto.
Quando i Tribunali si discostano da questa interpretazione (che tra l’altro è l’unica che si può coerentemente ricavare dalla legge) e sembrano di contro sposare una sorta di “dubio pro culpa” (contra legem), puntualmente partoriscono mostri giudiziari.

E’ invalsa la distinzione (giurisprudenziale e di parte della dottrina) tra dubbi “interni” ed “esterni”.
Il “dubbio interno” è quello che rivela l’autocontraddittorietà dell’ipotesi del
pubblico ministero (ipotesi incoerente) o la sua incapacità/insufficienza esplicativa (l’ipotesi dell’accusa spiega solo alcuni fatti, ma non tutti i fatti necessari per un giudizio di colpevolezza); il “dubbio esterno” è invece quello che contrappone all’ipotesi dell’accusa una tesi alternativa, che non abbia la mera caratteristica della possibilità logica ma anche, come dicevo, il fatto di non essere del tutto improbabile nel caso concreto.
Negli elementi relativi a Massimo Bossetti sussistono sia dubbi interni sia dubbi esterni: la ricostruzione dei fatti dell’accusa è intrinsecamente contraddittoria, come dimostra il continuo appigliarsi ad elementi opposti nel tentativo (non riuscito) di dimostrare la stessa cosa, e gli “elementi” non hanno alcuna univocità, in quanto passibili di interpretazioni non solo differenti, ma perfino molto più logiche di quelle accusatorie.

L’unica vera domanda, allora, non è perché un muratore abbia acquistato un tipico materiale usato nell’edilizia né perché non abbia ricordi precisi di una giornata di quattro anni prima come la restante popolazione mondiale, ma piuttosto: cosa ci fa Massimo Bossetti in carcere?

Su quali basi è in carcere?
Non si tratta di una domanda retorica, ma di una questione già approfonditamente affrontata in precedenza.

E’ forse in carcere sulla base di una spesa di tre milioni di euro che ha portato al nulla più assoluto perché, dopo l’entusiasmo per l’identificazione di “Ignoto1”, da tre mesi si ha bisogno di blandire il pubblico consenso correndo dietro a gossip familiari, a notizie ridicole come acquisto di materiale edile (da parte di un muratore), e dando in pasto alla stampa interrogatori in cui si scandaglia la vita intima di un uomo, in completa violazione della dignità umana e della segretezza degli atti?

Lo abbiamo detto tante volte e lo ribadiamo: l’onere della prova incombe sull’accusa, e se la Procura non è in grado (come è ormai evidente) di provare, e di provare “oltre ogni ragionevole dubbio”, la colpevolezza di Massimo Bossetti, Massimo Bossetti non deve stare in carcere, ma in casa propria con la sua famiglia e i suoi bambini.

E’ inaccettabile che se si non riesce a dimostrare la colpevolezza per un delitto si cominci a prendere per il naso l’opinione pubblica spacciando corbellerie per indizi, nonché a scavare nella vita intima altrui per poi darla in pasto a 60 milioni di Italiani, contro ogni decenza e buon senso.

Per concludere, è a dir poco imbarazzante constatare come le tanto decantate indagini “avvenieristiche” sembrino basare le proprie ricostruzioni nientemeno che sui detti popolari, come il vecchio adagio in virtù del quale “l’assassino torna sempre sul luogo del delitto”.
A questo punto, perché non tirar fuori dal cilindro anche il  ben più celebre “l’assassino è sempre il maggiordomo”?
Vero è che, in questo caso, il proverbio non collimerebbe con l’attuale indagato.
Sempre che, beninteso, non vada bene anche sostituire “il maggiordomo” con “il nipote della domestica”.

E in fondo, ironia a parte, non mi sorprenderei se andasse bene anche una tale sostituzione: d’altro canto, in un contesto nel quale non ci si fa scrupolo ad attaccarsi alle più grottesche insulsaggini, sarebbe davvero così strano, pur di avere un “colpevole” ad ogni costo, provvedere ad adeguare alla bisogna anche i proverbi?