Lo strano caso di Mixer Jane

Articolo di Laura

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Stasera vi racconterò una storia interessante, così, giusto per fare insieme una riflessione.

Alla fine di marzo del lontano 1969 una studentessa di diritto presso l’Università del Michigan di nome Jane Mixer fu ritrovata cadavere nel cimitero di Denton, appena fuori di Michigan Avenue, a pochi km a est di Ypsilanti, in Van Buren Township, Michigan.
Jane era stata colpita due volte alla testa con un revolver calibro 22 e strangolata con una calza di nylon; i suoi collant erano stati tirati giù, ma il medico legale non certificò nessun segno di violenza sessuale.
Il suo impermeabile, coperto di scaglie di sapone di un detersivo per bucato, era stato tirato su sul volto della giovane.
Le sue scarpe assieme ad una copia del romanzo di Joseph Heller, Catch – 22 vennero rinvenuti deposti accanto a lei.
Alcuni testimoni parlarono di una Chevrolet Caprice station wagon verde e bianca avvistata nei pressi del cimitero la sera prima.
Inizialmente la morte della studentessa fu collegata ad una sequenza di omicidi perpetrati da John Norman Collins, che, tuttavia, venne condannato solo per un delitto risalente al 1970; altre morti a lui attribuite rimasero senza un colpevole.
Anche se John Norman Collins fu accusato solo di un omicidio, e solo per quello fu processato, fu ampiamente ipotizzato che fosse stato responsabile di sei omicidi simili in Michigan, tra cui l’omicidio di Mixer Jane, e forse anche di un paio in California.

Le cose rimasero invariate fino al 2001, quando il detective Eric Schroeder, che non aveva mai creduto Jane Mixer rispondente al profilo delle altre vittime, fu messo a capo dell’unità casi irrisolti e decise di riaprire il fascicolo, mandando gli elementi di prova del caso Mixer agli esperti di DNA presso i laboratori forensi.

A causa di un grave ritardo nella lavorazione dei campioni di DNA nei laboratori del Michigan, trascorse un anno prima che il Detective Schroeder ricevesse i risultati e quando li ebbe ciò che lesse aveva davvero dello straordinario.
Su tre punti del collant di Jane Mixer era presente un profilo genetico rispondente a quello di un pensionato di 62 anni, un infermiere di nome Gary Lieterman di Gobles, Washington. Il DNA non era stato estrapolato da una traccia di sangue o liquido seminale, era certamente riconducibile a tracce di sudore, saliva o pelle.

Fin qui il racconto della triste morte della giovane Jane Mixer e dell’arresto di un assassino, avvenuto dopo più di trent’anni grazie alle tracce prelevate dal suo cadavere, non sembra avere niente di diverso da tanti altri casi di cui si sente parlare che hanno scritto la storia degli omicidi risolti grazie all’apporto della scienza.

Qui arriva lo straordinario.

Il laboratorio, come è ovvio che sia, aveva analizzato anche una abbondante traccia ematica presente sulla mano della vittima e il DNA corrispondente era quello di un altro assassino condannato per il pestaggio e per l’omicidio dell’anziana madre.
L’unico problema era che Giovanni Ruelas aveva solo quattro anni nel 1969.
Il Procuratore Steven Hiller nel chiedere la condanna di Gary Lieterman ammetteva che John Ruelas non poteva essere materialmente coinvolto nell’omicidio di Mixer Jane ma si oppose strenuamente alla teoria della contaminazione incrociata dimostrandosi certo che il laboratorio criminale del Michigan non avesse mai potuto commettere un errore.
Hiller sostenne che, anche se John Ruelas non aveva ancora compiuto il suo quinto compleanno, in qualche modo doveva essere stato lì.

“Il suo sangue era su di lei”, disse Hiller.

I casi Mixer e Ruelas erano stati in laboratorio nello stesso periodo circa e molti si chiesero se ci fosse stata una contaminazione.
Il timore da parte del Procuratore di vedersi inficiare un caso a causa della disattenzione degli esperti di genetica del laboratorio forense lo portò ad asserire che un bambino di quattro anni che abitava a più di 40 miglia dalla scena del crimine si trovasse sul posto al momento del delitto della giovane Mixer.

Qual’è la morale?
Che insegnamento dovremmo trarre da questa triste storia?
Gli scienziati sono esseri umani e, in quanto tali, è possibile che sbaglino.
I Procuratori sono esseri umani, né più né meno degli scienziati, quindi è lecito che sbaglino anche loro.
Non è grave l’errore in sé ma è grave il fatto che, pur di non ammettere di aver sbagliato, ci si ostini a battere la pista sbagliata, forse anche forti del fatto di poter rimanere impuniti. Nel caso di Jane Mixer il tempo passato ha lasciato dietro di sé, inevitabilmente, molte più domande che risposte.
Ora come ora in carcere c’è un infermiere di 62 anni il cui DNA era presente sulla vittima. Forse è stato lui ad uccidere la povera Jane o forse no.
Quello che io leggo tra le righe è che c’è qualcosa che non va, c’è un ingranaggio che si è inceppato.
Nel momento stesso in cui la scienza ha fatto un enorme passo in avanti il buon senso ne ha fatti dieci indietro.

Conclusioni (di Alessandra Pilloni)

Perché citare oggi questa storia in relazione al caso Massimo Bossetti?
E’ una storia diversa, molto diversa, ma tra le righe si può leggere lo stesso monito: la scienza alla quale si presta fede cieca senza badare alle evidenti incongruenze, perdendo il senso stesso della scientificità, mette tutti in pericolo.
La scienza che viene assurta a mezzo di prova in assenza di qualsivoglia altro elemento finanche a volerle far dire ciò che in realtà non dice, mette tutti in pericolo.
Nel caso di Massimo Bossetti, è ormai verità attestata dallo stesso Tribunale del Riesame che ne ha negato la scarcerazione il fatto che non sussista alcun elemento indiziante diverso dal DNA, al quale inizialmente era stati affiancati dal GIP “…alcuni elementi rafforzativi, in quanto non in contraddizione seppur, anche complessivamente considerati, non dirimenti”: la cosa davvero pazzesca è che, ormai, se le dicono da soli!

Nella pronuncia del Riesame viene mantenuto come elemento indiziante solo il DNA, dal quale si inferisce (senza nessun elemento a supporto, ma tagliando corto senza spiegazioni) che sia indice di colpevolezza.
La trasportabilità del DNA viene ridotta, cavillando, al solo trasporto doloso (mai prospettato, da quanto mi risulta, dalla difesa), ovviamente ritenuto inverosimile (e c’era bisogno che lo dicessero loro?), mentre viene completamente taciuto il fatto che il trasporto del DNA che dovrebbe invece essere preso in considerazione in questo caso è quello colposo/fortuito/casuale o comunque lo si voglia definire.
Il passaggio traccia biologica=colpevolezza per omicidio non viene in alcun modo motivato in termini giuridicamente e logicamente accettabili ed il tutto si riduce ad una frase tautologica di tre righe nella quale la fallacia dell’accusatore domina incontrastata.
Sono riuscita ad avere il testo dell’ordinanza del Riesame proprio ieri sera, e sto ancora cercando di autoconvincermi di essere stata beffata da un burlone con un testo scherzoso.
Allo stesso modo, il fatto che l’origine biologica della traccia non sia certa viene aggirato, sostenendo che sia certa l’identificazione: peccato, però, che proprio l’incertezza sulla natura biologica della traccia potrebbe mettere in crisi qualsivoglia ipotesi di correlazione della traccia stessa con l’omicidio.

Il modo in cui senza nessuna motivazione logicamente accettabile dalla presenza di una traccia biologica, per giunta singola e di origine incerta, viene dedotto non solo un contatto diretto (la qual cosa non è certo così pacifica) ma addirittura una colpevolezza per omicidio, senza nessun altro elemento che possa corroborare una simile inferenza (il)logica lascia semplicemente sconcertati.

Finché non si affermerà una sana tendenza ad intendere il grande (se ben utilizzato) apporto della genetica forense alle indagini in modo razionalmente corretto, anche al di là del già inquietante paradosso del iudex peritus peritorum, ricorderemo i tanti casi Jane Mixer, quelli nei quali la scienza, allontanandosi da ogni evidenza logica, ha tradito se stessa trasformandosi in una fede cieca che mette tutti in pericolo.

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