Articolo da Il Garantista online: “Anche l’imputato Bossetti ha diritto al diritto” (di Astolfo di Amato)

Prima di riflettere sulla notizia, immaginate di stare una intera settimana senza poter scambiare parole, sentimenti, sfoghi con nessuno. C’è da impazzire! Per Bossetti le settimane sono state 19. Oltre quattro mesi. Un tempo certamente reso ancora più pesante dal dover far fronte alla accusa che lo sovrasta. In molti stati degli USA la possibilità di isolamento in carcere è stata bandita come una forma di detenzione crudele e di tortura, contraria ai diritti umani, alla dignità della persona e al valore rieducativo della pena.

E’ noto e documentato clinicamente il rischio di crollo psicologico, specialmente per le persone incensurate, durante i primi giorni di detenzione, con la comparsa di gravi forme di autolesionismo fino al suicidio.

Né la circostanza che si tratti di carcerazione preventiva muta la sostanza degli effetti dell’isolamento in carcere. Anzi, lo stato di incertezza che caratterizza la carcerazione preventiva, ogni carcerazione preventiva, rende ancora più difficile reggere, sul piano psicologico, la condizione di isolamento. Che, è inutile girarci intorno, finisce con l’essere, oggettivamente, una forma di tortura, al di là delle intenzioni e delle motivazioni che l’hanno determinata. È finita, dunque, per Bossetti la tortura costituita dall’isolamento in carcere, pur continuando quella costituita dalla carcerazione preventiva. Va fatto, allora, un bilancio di questo tempo passato. Indubbiamente si tratta di un tema reso estremamente delicato dalla odiosità del delitto per il quale Bossetti è indagato e dalla circostanza che gli inquirenti hanno in mano un elemento di accusa estremamente pesante: la presenza del Dna di Bossetti sugli indumenti della povera Yara. Detto questo, vi sono due considerazioni da fare. La prima è che non può escludersi che il Dna sia giunto sugli indumenti di Yara non per contatto diretto, ma perché portato da un oggetto (Bossetti ha dichiarato di perdere abitualmente sangue dal naso). La seconda è che la odiosità del reato, proprio perché implica una pena maggiore, dovrebbe far aumentare e non diminuire le garanzie.
Fatte queste premesse, diventa inevitabile registrare alcuni dati di fatto. Il primo è che Bossetti ha retto alla tortura dell’isolamento. Non può, certo, questa essere una prova di innocenza. Ma la debolezza psicologica in cui l’isolamento fa sprofondare, associata al senso di colpa, costituisce di regola una molla potentissima per la confessione. Tanto potente che, in questi casi, si rischia che vi sia la confessione anche di ciò che non è stato commesso.

Il secondo è che, nonostante la meticolosità con cui le indagini sono portate avanti, non sono emersi elementi ulteriori di prova a carico di Bossetti, idonei a vivificare e confermare l’elemento costituito dalla presenza del Dna. Anzi, come ha messo in evidenza su questo giornale Tiziana Maiolo, con una analisi esemplare per lucidità e rigore, si è assistito allo stillicidio di notizie su presunti indizi, poi ogni volta smentiti dai fatti. Colpisce, in particolare, che non si siano trovati riscontri né con riguardo all’omicidio in sé, né con riguardo alla personalità deviata che avrebbe dovuto avere Bossetti per commettere quel reato.

E allora? Innanzi tutto le ragioni della carcerazione preventiva, come da tempo sta sottolineando Tiziana Maiolo, perdono consistenza ogni giorno che passa. Poi, l’orrore per il delitto bestiale di cui si di- scute non può e non deve impedire che si guardi al giudizio con la pacatezza della ragione. Il rischio di un errore, in un senso o nell’altro, è altissimo.

Fonte: http://ilgarantista.it/2014/11/02/anche-limputato-bossetti-ha-diritto-al-diritto/

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