Eva contro Eva

dal-film

 

 

Donne contro donne

Ieri sera, a cena da amici, per puro caso m’imbatto nella copia di un – chiamiamolo così – giornale. Nell’immagine, lo sguardo di Marita, seppur sempre intelligente, denota ormai una tristezza di fondo che mi spezza il cuore ogni volta che lo vedo. Con un senso di angoscia sfoglio le pagine fino all’articolo, per capire cosa significa quella domanda oscena, scritta senza vergogna.

“Le toglieranno i figli”?

Dopo quanto è accaduto, sostiene una delle interpellate, ci sarebbe da stupirsi se il Tribunale dei minori non aprisse, d’ufficio, un fascicolo di monitoraggio, perché – prosegue – potrebbe costituire una situazione pregiudizievole per la salute dei bambini. Non credo ai miei, di occhi, questa volta, non mi riesce di farlo, soprattutto quando si aggiungono termini come “atteggiamento cautelativo” e quando a pronunciarli è nuovamente una donna.

Non si capisce bene che cosa porterebbe un tribunale dei minori a mettere in dubbio le capacità genitoriali di Marita Comi. Una madre che da quasi due anni resiste allo tsunami che le è grandinato addosso, trovando la forza di continuare a crescere i suoi figli con dignità e determinazione, che siede sul banco dei testimoni affrontando domande pesantissime sulle sue abitudini sessuali e sui termini digitati nei motori di ricerca, da sola o con suo marito, adesso deve anche sentirsi minacciata di avere tolti i figli? Ma, scusate, come mai un’assurdità di questo tipo non è mai emersa prima di quell’udienza? È strano l’articolo, in particolar modo quando dice: “Tutti tacciono dunque quando Marita afferma che ha deciso di non avvalersi della facoltà di non rispondere…”.

Ho capito bene? Marita, secondo l’autrice dell’articolo (e coadiuvata dalle persone da lei interpellate), potrebbe perdere i figli perché ha deciso di non stare zitta, ma anzi di ribattere a tutte le domande che impunemente contenevano vocaboli strettamente legati al sesso e perché ha scelto di difendere suo marito che FINO A PROVA CONTRARIA E FINO AL TERZO GRADO DI GIUDIZIO gode della presunzione di non colpevolezza? No, non solo. Perché – dice-, se nella migliore delle ipotesi il padre fosse innocente, ormai è troppo pesante portare un cognome come il suo e i modelli familiari sono comunque quelli. Ma, scusate se insisto, fino a prima che Marita decidesse di testimoniare, la stampa che cos’ha fatto?

Ricordo per l’ennesima volta che il Garante della Privacy ha dovuto bloccare la diffusione di un articolo che riportava stralci di un interrogatorio in cui si parlava di uno dei tre figli*. Quindi, insomma, finché a dirne di tutti i colori – in televisione, sui giornali, online, a tutte le ore – è l’esercito della cronaca, i figli di Bossetti nemmeno li calcoliamo. Quando invece la loro madre va a testimoniare a un processo senza telecamere né registratori – blindato teoricamente, per tutelare la famiglia della vittima e i testi non maggiorenni – le bocche si spalancano e quegli stessi minorenni di cui sidovrebbe occupare il tribunale, sono alla mercé dell’ennesima “lapidazione mediatica” ai danni della madre, il prurito sconfina e, come fosse una festa, c’è chi pubblica anche gli elenchi dei siti visitati dal computer di casa Bossetti, tutti rigorosamente pornografici. E sempre sull’articolo che disgraziatamente mi è capitato sottomano, non manca la foto di quei piccoli – sì, certo, ci mancherebbe, con il viso coperto, ma perché farlo?

È un dramma sul dramma, pensavo, che contro Marita si siano trovate o si siano “offerte”delle donne. Sarà che sono stata educata alla solidarietà femminile e al riconoscimento delle battaglie per l’emancipazione e non riesco proprio ad accettare certe posizioni. In particolare – senza voler minimamente dare giudizi anche perché non è questa la sede -, quando i bèn pensanti spendono pagine e pagine di soliloqui per altri casi di cronaca, dove la potestà genitoriale non si dovrebbe mettere in discussione nemmeno di fronte alla rea confessa di turno. Non si può non notare, poi, che la scala di valori cambia spesso in base all’estrazione sociale di chi finisce in prima pagina e a farne le spese è chi ha meno mezzi economici. Finché è qualche opinionista col viso contratto dal moralismo, a sconvolgersi per come decidono di vivere la sessualità due adulti sposati e consenzienti è un conto, ma quando è un gruppo di donne la mia preoccupazione aumenta.

Chi la fa l’aspetti

Quando Colonna Infame ha cominciato a parlare di “pennivendoli” non lo ha fatto a cuor leggero, perché sapevamo e sappiamo quanto sarebbe importante avere una libertà di stampa reale a raccontare il mondo. Siamo andati a scuola e abbiamo studiato il ruolo fondamentale dei mass media nella guerraccia del Vietnam, così come – però -, abbiamo approfondito la posizione della stampa nei vari colpi di Stato della storia. È una questione di scelte, di stare da una o dall’altra parte. Con il diritto o contro il diritto, col garantismo o contro il garantismo, con l’onestà o contro di essa. Sarò anche impopolare, ma non provo alcuna pena per chi cambia bandiera ogni settimana – massacrando famiglie intere e mentendo sapendo di mentire -, e poi fa gli appelli lacrimosi perché il Tribunale chiude la porta a televisioni, registratori e cellulari pigliatutto. Anzi, mi stupisce e quasi mi fa ridere il coraggio di certuni che vanno a “rivendicare” il diritto di cronaca, dopo averne fatto polpette della domenica. Probabilmente pensano che la gente sia tutta scema, ignorante e senza memoria, se credono che certe scene siano già nel dimenticatoio. Scene e parole digitate su tastiere impazzite, senza capo né coda, con dati errati e con un condimento artefatto e costante. Qualche sporadica eccezione c’è, ma nemmeno troppo eccezionale, che si è ritirata pensando forse a quel che poteva capitare se avesse continuato a scrivere in un certo modo di questa vicenda: non trovare più spazio dove pubblicare e trasmettere, non portare più la pagnotta a casa,subire l’isolamento.

 

Conclusioni

 C’è un solo modo per dare un messaggio forte al “venditore”: non comprare.

* Art. 114 del Codice di Procedura Penale: “È vietata la pubblicazione delle generalità e dell’immagine dei minorenni testimoni, persone offese o danneggiati dal reato fino a quando non sono divenuti maggiorenni. Il tribunale per i minorenni, nell’interesse esclusivo del minorenne, o il minorenne che ha compiuto i sedici anni, può consentire la pubblicazione . È altresì vietata la pubblicazione di elementi che anche indirettamente possano comunque portare alla identificazione dei suddetti minorenni”.

 

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CATTIVE INTENZIONI E MEZZE VERITÀ

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La linea seguita dal Gruppo Giustizia e Verità: no all’accanimento contro Massimo Bossetti, come quella del Blog “Colonna infame”, è sempre stata quella del rispetto per le convinzioni altrui e non ci smentiremo proprio oggi, ma, oggi, abbiamo deciso di essere un tantino meno criptiche nell’esprimere il nostro pensiero. Lontane dal supportare tesi complottistiche non possiamo fare a meno però di osservare quelle che definirei quantomeno stranezze farcite da frottole e figuracce inanellarsi in una trama degna di un best seller. Nessuno dei protagonisti di questo avvincente giallo è innocente, tranne il personaggio intorno al quale ruota tutta la trama e che, ahinoi, conosciamo davvero troppo poco dal momento che è rinchiuso in carcere da 21 mesi. Sarà quindi volontà esplicita dell’autore tenerlo in ombra affinchè il lettore focalizzi l’attenzione su tutto ciò che avviene intorno alla sua figura e giunga così, passo dopo passo, capitolo dopo capitolo, alla conclusione che vi ho di proposito spoilerato nel principio del capoverso. Questo perché l’autore intende porre l’accento sulle “Cattive Intenzioni” e non sulla storia personale del malcapitato che per quanto ci riguarda si potrebbe chiamare Mario Bianchi o Franco Rossi e non farebbe alcuna differenza.

LE CATTIVE INTENZIONI DELLA STAMPA

Delle cattive intenzioni della stampa abbiamo parlato a lungo sin dalle prime battute del caso, senza mai risparmiarci il biasimo nei confronti di testate giornalistiche e pseudo-tali, le quali hanno deliberatamente posto in essere un comportamento deprecabile sia dal punto di vista umano sia da quello deontologico. Peraltro, dopo aver domandato spiegazioni persino al Garante della privacy e dopo esserci documentate sulle norme che regolano l’ordine dei giornalisti, ci siamo dovute confrontare anche col brutto fatto che la troppa attenzione mediatica rispetto a qualunque caso di cronaca nera non ancora risolto può, oltre che fuorviare l’opinione pubblica, essere d’intralcio al corretto svolgimento delle indagini. Le indagini sono un affare molto delicato ed i preposti a portarle avanti sono gli inquirenti, non di certo i giornalisti. È risaputo che le prime ore successive ad un delitto sono le più prolifiche per la raccolta degli indizi che porteranno alla scrematura delle varie piste che si prospettano osservando l’evento in sé. Tutto il lavoro dalle menti istruite a farlo deve essere svolto nel più assoluto riserbo, tale procedura ha persino un nome, “segreto istruttorio”, dunque è palesemente fuori luogo marcare a uomo gli inquirenti per portare a casa uno scoop, semplicemente perché si rischia di compromettere il buon esito delle indagini e non solo, cosa ancor più grave, si rischia di favorire il colpevole del delitto fornendogli il resoconto in tempo reale dei progressi fatti. Ce lo spiega in maniera direi cristallina il Procuratore Capo di Ivrea Dott. Roberto Ferrando nell’apertura della conferenza stampa indetta dopo la cattura dei presunti responsabili, in un attualissimo caso di cronaca. Non c’è bisogno di sottolineare la mia ammirazione nei confronti di quest’uomo, il quale, con sicurezza e padronanza del mezzo, ha espresso via cavo il suo disappunto sull’invadenza degli stessi giornalisti accorsi lì per ascoltare le sue parole, ponendo l’attenzione sul fatto che si era potuti giungere a degli arresti, “nonostante” il remar contro della stampa, solo grazie all’ottimo lavoro degli investigatori che avevano pensato bene di “lanciare un osso” per poter continuare indisturbati a seguire una pista che avevano di proposito tutelato tenendola all’oscuro di tutti. Secondo me non è affatto giusto che chi ha il sacrosanto dovere di svolgere indagini così delicate debba guardarsi le spalle anche dai giornalisti. Per fortuna ci sono ancora Procuratori come il dott. Ferrando, che oltre ad attribuire il giusto valore alle indagini tradizionali rispetto alle molto più fragili piste scientifiche, portano avanti un’inchiesta senza necessariamente sentire il bisogno di diffondere le registrazioni degli interrogatori, né quello di passare veline ai giornali come se non ci fosse un domani. Va da sé che chi, in questo mare inquinato, fa ancora del buon giornalismo coscienzioso, serio, responsabile e scrupoloso non si sentirà in alcun modo toccato dalle mie, ovvero nostre, parole.

LE CATTIVE INTENZIONI DELLA TIFOSERIA INNOCENTISTA

Non me ne voglia il sig. Massimo Bossetti, che langue in una cella e che quindi per ovvie ragioni si fida di chiunque gli scriva due righe di sostegno, gli innocentisti, o almeno una buona parte di essi, sono più dannosi di un cancro al quarto stadio. Definirei inaccettabile e vergognoso, e di questo mi assumo personalmente la responsabilità, il movimento che si è venuto a creare a sostegno dell’imputato Bossetti. In questa vicenda, come del resto in ogni aspetto della nostra quotidianità da meno di un decennio a questa parte, giocano un ruolo fondamentale le piattaforme dei social media. Spesso trattate come terrae nullius, sono vissute dalla maggior parte degli utenti come luoghi, se pur virtuali, franchi da leggi. Qui si ingaggiano battaglie all’ultimo sangue farcite da offese, diffamazioni e comportamenti che si configurano come reati. Esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento, fosse anche il preferire la compagnia dei gatti a quella dei cani, diventa oggetto di valanghe di commenti censori, questo nella migliore delle ipotesi, se non di vere e proprie minacce. Senza dilungarmi molto, quando il social media incontra la cronaca nera genera mostri. Ogni passo avanti nel cammino verso il progresso porta con sé delle problematiche che affondano le radici nella mancanza di cultura e di educazione di una parte di società che, vuoi per indole vuoi per civiltà, non è pronta ad evolversi. Nella fattispecie del caso in oggetto è purtroppo diventato lampante a chiunque si accosti alle numerose pagine facebook aperte a sostegno dell’imputato che questi “innocentisti del terzo tipo” si coprono di ridicolo ogni giorno di più, mettendo in serio imbarazzo chi dal principio aveva cercato di usare il mezzo per raccogliere informazioni, porsi delle semplici domande e cercare di chiarire punti oscuri della vicenda con l’unico intento di cercare la Verità nel rispetto della presunzione di innocenza, non per il singolo ma in senso più ampio, intesa come diritto inalienabile di ogni cittadino sottoposto ad una misura cautelare preventiva o comunque indagato, anche a piede libero, per un determinato reato. Va bene il sostegno epistolare ed economico, specie nei confronti di una famiglia di mezzi modesti, anzi è lodevole se visto sotto questo aspetto, va male il vanto di tale sostegno, non ci vuole uno scienziato per comprendere che lo stesso gesto può assumere due connotazioni diametralmente opposte. La febbre da protagonismo non fa sconti, solo pochissimi sono risultati dotati degli anticorpi che li hanno immunizzati da quest’epidemia che richiama alla mente la trama di alcune tra le serie tv più in voga al momento. Innocentisti e colpevolisti tutti egualmente contagiati da questo virus mangiacervelli, mossi da una sete insaziabile di particolari scabrosi e dal desiderio di sangue e vendetta, animati dall’odio, pronti a sfogare ogni sorta di aggressività e rabbia repressa. Personaggi indegni che con il benestare di propri simili che li ospitano nella loro pagina pubblica, trafugano pezzi scritti da chi del caso si è sempre occupato senza vanto, senza pretese e senza tornaconti, e qui parlo di noi di Giustizia e Verità, non si sa bene perché ma, visto il pulpito, sospetto con l’unico scopo di schernire chi non si può imbrigliare. Non riesco a percepire nemmeno il barlume della buona fede in questo marasma di menti all’opera, non vedo etica, non vedo morale, non vedo buoni propositi e spero vivamente un giorno di non doverci vedere una serie di interessi personali che spaziano dal desiderio di notorietà alle manie di grandezza, dalla pubblicità per la propria impresa al tornaconto economico. Lettere, fake di lettere, fake di profili facebook, fake di fake, gruppi aperti, segreti e chiusi, hashtag, cronache delle udienze, screen di chat private, offese velate ma anche dirette, minacce di querele, tag impazziti, spionaggio e controspionaggio, lotte intestine, ban, gerarchie di vassalli, valvassori e valvassini, galoppini, medici, genetisti, criminologi e pseudo tali, investigatori privati con manie di grandezza, neo laureati ad honorem, speculatori, gentaglia che gongola e si barcamena, spioni, pulcinella al bisogno, galli cedroni e donnacce, briganti, papponi, cornuti e lacchè divisi in curve, muniti di striscioni e passibili di denunce o qualche volta degni di tapiri sono solo poche tra le categorie che un solo singolo caso di cronaca, di per sé serio e degno di rispetto, non fosse altro per il fatto che c’è di mezzo un morto ammazzato, è riuscito a riunire sotto lo stesso vergognoso tetto. E se non fosse abbastanza squallida l’esistenza tangibile di questa accozzaglia di elementi, visto che per prassi non c’è mai limite al peggio, è bene precisare che, almeno una frangia di essa, vive accampata nelle bacheche di chi dell’imputato dovrebbe fare gli interessi e che quindi, a mio modesto avviso, avrebbe dovuto assicurarsi sin dal principio, impegni permettendo, che si mantenesse un clima di serietà e rispetto almeno nei propri spazi e, laddove non fosse stato possibile, oscurarli fino alla fine del dibattimento. Dai polveroni si esce sconfitti e strumentalizzarli per raggiungere uno scopo è una scelta suicida.
E infatti è quasi logico utilizzare la grande domanda, quella memorabile, e chiederci: a chi giova? Non posso credere che le mosse sbagliate di chi si dice “amico di Massy” siano davvero così puntuali e precise solamente per una serie infinita di coincidenze. Cosa spinge la gente a non considerare il danno mediatico, il piatto servito a giornalacci che venderebbero la propria madre, oltre a un’accusa che probabilmente aveva previsto tutta un’altra storia? Sarebbe potuto diventare un grande movimento sulla presunzione di non colpevolezza, molto più maturo, forse, perché non “gestito” da intellettuali annoiati o politici con bisogno di tornaconto. Sarebbe potuta diventare una campagna di civiltà – partendo da Massimo Bossetti per ricordare gli errori giudiziari di ieri e prevenire quelli di domani -, dal basso, senza pretese salottiere, visto che anche gli stessi signorotti, sulla vicenda, non hanno speso una parola, né le femministe si sono pronunciate sulla “lapidazione” di due donne, Ester e Marita, che sono encomiabili a partire dal fatto che si reggono ancora in piedi. Non giova a Massimo Bossetti la congrega settaria, pronta a spintonarsi per chi ha il diritto di parola sul caso, gelosa marcia delle sue visite al Palazzo di Giustizia, tanto da concedere un paio di informazioni su qualche profilo, nella stessa maniera in cui la tanto odiata stampa ci dà il contentino di due notizie in croce. Duole, non piace, parlare di tifoseria, perché al suo interno ci sono persone nobili, che da mesi supportano l’imputato in tutti i modi possibili, senza emergere, silenziosi, dignitosi e convinti, ma – ripeto – duole, anche perché non tenere conto di ciò che non funziona è mettere il prosciutto sugli occhi, è accontentarsi di difenderlo con le mosche addosso, con un ego gigante parato davanti a un percorso già tortuoso e con il costante rischio di mettere in pericolo lui e la sua famiglia.

LE CATTIVE INTENZIONI DELLA PUBBLICA ACCUSA E DEI PERITI DI PARTE

Senza stare a rivangare il passato che ci ha mostrato un caso di cronaca rimasto nell’oblio delle supposizioni e delle incertezze per un tempo lunghissimo, complice anche il rinvenimento del cadavere della piccola Gambirasio dopo ben tre mesi dalla sua scomparsa, ci dovremmo soffermare su alcuni particolari degni di nota per comprendere dove la buona fede riposta in un’indagine difficile lascia il posto alle cattive intenzioni per necessità. Nella rete di questa pesca con la bomba finisce il malcapitato di cui sopra dopo anni dall’accaduto e rocamboleschi cambi di furgoni, di sospettati e di paternità dubbie. Si è voluti, e fin qui ancora con tanto di buona fede, riporre tutte le speranze nella scienza la quale però, e non lo dico io bensì gli scienziati stessi, non può fornire sempre risposte esatte specialmente se le vengono poste le domande sbagliate. Ma qui si è fatto molto di più, si è scelto scientemente di prendere per buone solo le verità che facevano comodo. Una volta giunti al dibattimento si è assistito, e si sta assistendo tuttora, ad un processo dove a farla da padrone sono le mezze verità e non solo nell’ambito della prova scientifica. Ma riassumiamole ed elenchiamole così da renderne più semplice l’acquisizione. Il furgone verde che diventa bianco, non compie quarantatrè passaggi, ma anche uno solo ci può andare bene. Le ricerche sul pc non sono di carattere pedopornografico, ma l’importante è che passi l’idea che lo potrebbero essere state pur essendo presenti solo ricerche di comune pornografia operata da adulti consenzienti. Il DNA è quantomeno anomalo, ma che importa. Prendiamoci solo quello che ci interessa, e che chissà per quale stravagante motivo non si sposa con la sua diretta metà, tanto la popolazione non è certo composta da genetisti, quindi ci basterà sguinzagliare in tv facce attendibili che ne proclamano la assoluta bontà e la forca è servita. La deposizione in aula di una testimone oculare fortemente voluta dalla pubblica accusa, questa è il massimo, non va assunta nella sua totalità perché questo vorrebbe dire ammettere che la vittima avesse una conoscenza pregressa con il suo presunto carnefice, quindi va “aggiustata”, revisionata e corretta in virtù soprattutto del fatto che non si è mai potuto dimostrare che i due fossero mai venuti in contatto. Quindi l’uomo riconosciuto in aula nella persona dell’imputato era sicuramente lo stesso uomo visto sei anni prima in un parcheggio mentre all’interno della sua autovettura con atteggiamento predatorio attendeva una minorenne che non era imparentata con lui, ma la ragazzina in pantaloncini che con molta nonchalance trotterellava verso l’auto, sciolta e disinvolta mentre si incontrava con un bruto, o quantomeno con un uomo che sarebbe potuto esserle padre, non era nel modo più assoluto la giovane vittima. Pur avendo sostenuto la testimone, sin dal principio, che la giovane fosse proprio la vittima, il suo ricordo in questa circostanza può essere stato viziato dalla massiccia diffusione di foto che la ritraevano nel periodo in cui risultava scomparsa e in quello immediatamente successivo in cui si cercava il suo assassino. La stessa regola non vale però per l’imputato che in quel parcheggio, soccombendo al suo insaziabile desiderio di avere contatti con delle ragazzine, aprì lo sportello ad una bambina con la quale si intrattenne, come era solito fare, in pieno giorno in luoghi pubblici. Insomma, questa testimonianza sarebbe attendibile a metà, ma, e qui faccio tanto di cappello all’avvocato Camporini che ha tutta la mia stima non fosse altro perché oltre ad essere indiscutibilmente preparato mantiene un profilo basso e questo gli fa onore, non si può chiedere ad una giuria di prendere per buona mezza deposizione o quantomeno, laddove la testimone avesse ritrattato la sua certezza riguardo al riconoscimento della ragazzina, chiedere di dare per buono il racconto solo per suffragare la teoria che l’imputato fosse solito a tali comportamenti. A questo punto c’è da puntualizzare anche un altro aspetto che ci dà la misura di quanto sia stata approssimativa tutta l’inchiesta. Alla bisogna l’imputato cambia pelle come un serpente, ossia rientra in due categorie di predatori distinte e separate per non dire opposte. A volte gli esperti che ci elargisco perle di saggezza via cavo possono diventare un’arma a doppio taglio, se appena appena gli si vuole riconoscere un minimo di credito. Perché un predatore audace e disinvolto capace di esercitare il suo fascino sulle vittime, sfidando il mito di Ted Bundy, al punto da non avere alcun problema a dar loro appuntamento in una pubblica via dovrebbe rischiare un rapimento peraltro complesso, considerando il mezzo di trasporto designato al malfatto? Questo profilo non esiste in nessun manuale di criminologia, ergo l’imputato non è soltanto il proprietario di un DNA privo di mitocondriale, ma eccelle anche per essere un modello per la delinazione di una nuova personalità criminale, oltre ad avere un furgone dal colore cangiante. La verità è che questo processo non si sarebbe mai dovuto celebrare e certe castronerie in un’aula di tribunale seria non sarebbero mai dovute approdare. Ma parlando di cattive intenzioni non posso fare sconti ai periti di parte che di fronte alla possibilità di ripetere esami che potrebbero confermare che il DNA denominato Ignoto 1 coincide con quello dell’imputato, conferendo così attendibilità almeno alla colonna portante su cui si regge l’intero impianto accusatorio, perché gli altri pseudo-indizi sono a dir poco ombre di corollari inesistenti, parano le mani avanti ventilando la scusa dei costi in un’inchiesta che è costata milioni di euro. Velo pietoso. O come direbbe un mio carissimo amico napoletano “Non posso stendere nemmeno quello perché ho terminato le mollette”. L’illusione di un proscioglimento da ogni accusa a carico del sig. Bossetti ha lasciato da tempo il posto all’amara accettazione dell’annunciato esito di questo processo-farsa nel quale sono state convogliate una serie di “cattive intenzioni” che si sono autoalimentate fagocitando la Verità tanto auspicata che non vedrà mai la luce. Forse tra vent’anni, come un fulmine a ciel sereno, nelle battute finali di un Tg verrà annunciato, molto in sordina, che la persona che ha scontato la pena per l’omicidio della giovane Gambirasio è risultato innocente, ma per allora gli artefici della sua condanna non avranno più nulla da temere, alcuni si saranno addirittura dimenticati di tutta questa storia e le uniche vittime rimarranno una ragazza che non è mai diventata adulta e un adulto che è invecchiato in prigione. Un anno fa speravo ancora che il buon senso e l’onestà intellettuale di chi è deputato all’esecuzione della legge non lasciasse spazio al pregiudizio di conferma che assale i comuni mortali, mi illudevo che coloro i quali sono investiti da cariche così delicate dalle quali dipende la vita di ogni singolo individuo della società fossero immuni da tali debolezze. Mi sbagliavo. L’elenco dettagliato delle “CATTIVE INTENZIONI” ci fornisce il metro del continuo spostamento del limite della decenza, del buon gusto e, cosa peggiore, della legalità.

Il gruppo Giustizia e Verità