Il lupo che sfamiamo

di Laura Clemente

 

Quanta cattiveria e malafede permea tutta questa storia? Che società alimentiamo? Credo di essere nota per la franchezza e oggi, insonne e ferma su quesiti senza risposta che mi porto dietro da più di due anni, mi domando se vi siete mai chiesti perchè un innocente sia stato condannato al carcere a vita senza uno straccio di prova.
La Giurisprudenza “last generation” ha decretato che un indizio genetico già fortemente compromesso, che in altri paesi civili non sarebbe stato preso nemmeno in considerazione, privo di fondamento e non inquadrabile nel quadro generale degli eventi, quindi senza alcun valore probatorio, sia in grado di reggere un intero impianto accusatorio e portare ad una condanna con un fine pena mai.
Domani prenderanno il dna di un altro povero cristo e lo sbatteranno dentro e quel cristo potrebbe essere ognuno di noi perchè quando si sposta il confine tutto diventa possibile.
Snocciolo qualche pensiero alla maniera di chi va parlando per strada da solo, parla da solo e parla al mondo intero. Una condanna, epilogo di una storia pre-processuale e processuale di questa portata, non è facilmente ribaltabile perchè pregiudicherebbe una serie di eventi che sono stati messi in moto di proposito per spianare la strada all’utilizzo scriteriato del materiale genetico dei cittadini.
Accettando la condanna del sig. Bossetti, sostenendola addirittura, si sta dando il permesso al Governo di procedere ad una forma di terrorismo psicologico e di controllo delle masse che comincia con l’influenza dei mass-media e termina con l’attribuzione di materiale genetico, dubbio e a caso, ad una scena del crimine qualsiasi senza possibilità di godere del beneficio del dubbio.
Pensateci solo per un attimo, quanto è importante, nel momento in cui si ha a che fare con la legge, il concetto di “beneficio del dubbio”? Credetemi se vi dico che sulla propria pelle questa importanza si fa sentire eccome!
Il rinvenimento di un campione di materiale genetico non basta da solo a decretare la colpevolezza del donatore.

Il caso di Tiffany Hambleton, assassinata nel 1986 all’età di 14 anni, che vedeva come unico sospettato Dan Peterson, l’ultimo ad averla vista viva tra le altre cose, quindi un uomo adulto che rientrava nel numero di persone note alla vittima, è a dir poco emblematico.
L’uomo, ventitrè anni all’epoca, aveva conosciuto la ragazza proprio la sera della sua scomparsa e aveva intrattenuto con lei una relazione intima, cosa che aveva fermamente negato alle forze dell’ordine che lo ascoltarono, come atto dovuto, all’epoca dei fatti. Con l’avvento dell’applicazione della scienza forense alle indagini, riaperto il caso ben venti anni dopo, si scoprì il codice genetico del sospettato sotto le unghie e sugli indumenti della vittima e la pubblica Accusa fu lietissima di citarlo in giudizio per richiamarlo a saldare il suo debito. In poche parole era colpevole, bisognava solo ufficializzare il fatto.
A discolpa della pubblica Accusa debbo dire che almeno non ebbe la felice idea di basare l’intero impianto accusatorio unicamente sul reperto di pelle trovato sotto le unghie della ragazza nel senso che non incolpò un uomo a caso che nemmeno conosceva la vittima come avviene invece per il caso Gambirasio.
Tutto sommato per condannarlo non bastò né la conoscenza, né il rapporto intimo intercorso tra i due e nemmeno il fatto che lui avesse mentito a riguardo, tantomeno che il suo dna si trovasse sulla vittima.
La Giuria, e qui mi sparo una maiuscola di tutto rispetto, lo assolse con formula piena!

Il senso del discorso è che nel dubbio una società sana deve assolvere, non può farsi soggiogare dalle parole dei media o da quelle di un procuratore troppo zelante che vuole solo aggiungere una testa alla sua collezione anche dove questo non rende giustizia a nessuno. Tutti noi, anche dopo trent’anni, proviamo una profonda empatia per la quattordicenne brutalizzata e per la sua famiglia avida di giustizia e verità, ma non per questo ci possiamo accontentare di un colpevole a caso o di un “forse” colpevole.
Le condanne vengono pronunciate in nome del popolo sovrano in una democrazia, quindi ne siamo tutti responsabili.
Per il procuratore del caso Hambleton il dna bastava dal momento che, come tutti ripetono, non mente ma la difesa era di tutt’altro avviso. Una volta scovato il profilo genetico del loro assistito gli inquirenti si erano messi i paraocchi e non avevano scavato più a fondo.
“Non basta dire che c’era il dna, qual è la storia di quel dna?” cito testualmente uno degli avvocati della difesa. Non basta la sua presenza a dirci chi ha commesso il crimine, affinchè ci parli e ci dica la verità bisogna contestualizzarlo.
Sei settimane dopo la scomparsa il cadavere della povera Tiffany venne ritrovato da un allevatore. Era stato abbandonato in un campo parzialmente vestito e brutalizzato da profonde pugnalate. Il coroner potè stabilire con assoluta certezza l’identità e le cause del decesso ma non potè pronunciarsi sul momento esatto della morte, tuttavia il livello di deterioramento del corpo era compatibile con il tempo intercorso tra la sparizione ed il rinvenimento.

(Per stabilire l’esatto momento della morte serve avere l’abbonamento a Sky e cercare una buona serie tv su FOX Crime. Scusate la parentetica sarcastica).

L’uomo, questo per dovere di cronaca visto che vi sto narrando fatti realmente avvenuti, era un muratore incensurato e guidava un furgone bianco su cui aveva fatto salire la ragazza per accompagnarla a casa. Ovviamente il furgone venne ispezionato ma non risultò nulla di probante dall’esame.
Intanto egli si era trasferito per motivi di lavoro e quando venne incriminato un gran numero di conoscenti ed amici di vecchia data si mosse per sostenere la sua innocenza.
Ovviamente il rinvenimento di sperma sugli indumenti della ragazza aggiunto alle numerose ferite da difesa e alle tracce di tessuto epiteliale sotto le unghie non deponeva affatto bene, come sarebbe ovvio desumere, nei confronti di un uomo adulto che per anni aveva sostenuto di non aver mai toccato la giovane. Il potere della suggestione è forte in questi casi e per il sig. Peterson fu come ustionarsi con l’acqua santa. Non erano presenti altri dna estranei sul corpo, a detta della pubblica accusa, e questo bastava per citare Dan in giudizio ma non era sufficiente a dimostrare che il deposito era stato contestuale all’omicidio.

Il P.M. aveva una teoria. Il rilascio di sperma sulla coppa del reggiseno e le numerose ferite da arma da taglio inferte sul busto dovevano essere avvenuti contestualmente perché in caso contrario, e cioè se il rapporto sessuale con Peterson fosse stato consenziente e precedente all’aggressione, la posizione della maglietta e i relativi tagli non avrebbero corrisposto con tanta precisione. In parole povere uno scenario alternativo era ben lontano dal configurarsi.
Le bugie di Dan e l’alibi inconsistente aumentavano lo scetticismo del procuratore.
Le indagini investigative non restituivano il profilo di un predatore sessuale, a dimostrazione di ciò parlavano anche e paradossalmente i tanti anni successivi al delitto durante i quali il sig. Peterson non era stato mai sospettato di alcun crimine, aveva mantenuto il lavoro e il suo status di incensurato, e non restituivano nemmeno il profilo di un bugiardo patologico perché, se contestualizzata, la sua reticenza ad ammettere il rapporto sessuale era dovuta unicamente al timore di essere piazzato il cima alla lista dei sospettati.
Cit. Glenn Cook Avv. Dif.
“Ci aveva fatto sesso ma questo non significava che l’aveva uccisa”
Cit. Dott. James Gaskill scienziato forense
“Uno dei maggiori pericoli durante un’indagine è giungere ad una conclusione e poi fare in modo che le prove la confermino, ma è l’investigatore a dover ascoltare le prove, non il contrario”

Che musica queste parole no? Sono le stesse parole che riecheggiano nelle nostre menti da anni ogni qual volta che rivolgiamo i nostri pensieri al detenuto Bossetti.
Lo scienziato forense nel riesaminare gli indumenti, che gli vennero messi a disposizione senza obiezioni dopo vent’anni, rinvenne altre tracce di dna, non appartenenti all’imputato, sulla maglia della ragazza e la interpretò come una grave omissione da parte dell’accusa che avrebbe dovuto procedere all’attento esame di ogni singola traccia per garantire la trasparenza delle indagini; e non fu l’unica omissione portata all’attenzione della giuria, la traccia di sperma rinvenuta sul reggiseno era, già all’epoca dei fatti, troppo esigua per poter procedere ad un esame identificativo quindi veniva meno la ricostruzione che l’accusa forniva. C’era la possibilità di un secondo donatore.

Persino la natura delle tracce rinvenute sotto le unghie non era chiara. Si era supposto essere pelle ma non si poteva escludere che fosse sudore o sperma e questo dava spazio ad uno scenario completamente diverso. Il ragazzo era rientrato con gli stessi abiti che indossava la sera precedente e la sua coinquilina testimoniò di non aver notato niente di insolito nel suo aspetto o nelle condizioni del furgone.
Secondo la difesa la pubblica accusa non ha prove per fugare ogni ragionevole dubbio sulla colpevolezza del proprio assistito. Attenzione non sostiene che le prove non siano sufficienti ma che non ve ne siano affatto per dimostrare un’azione omicidiaria dal momento che il dato più importante di tutta l’intera inchiesta non si può stabilire, e sarebbe l’orario preciso della morte della giovane. Il corpo fu ritrovato sei settimane dopo ed era assolutamente impossibile stabilire che fosse morta proprio la notte che aveva trascorso in compagnia di Dan. L’unica cosa che il P.M. può dimostrare è che i due hanno avuto un incontro sessuale.
Alla domanda “ma ammettendo che non sia stato lui allora chi è stato?” la difesa scelse la strategia del non tentare di accusare qualcun altro per concentrarsi sul discutere l’estraneità del proprio assistito ai fatti.

Agosto 2007 Peterson sale alla sbarra e ammette il rapporto sessuale con la quattordicenne.
La paura della difesa è che la giuria possa rimanere così sconvolta dal rapporto sessuale tra un adulto e una minore da giudicare questo fatto sufficiente per condannarlo.
La Giuria sembra però essere consapevole delle proprie responsabilità e decisa ad emettere il giusto verdetto conscia di avere la vita di un uomo nelle proprie mani; dopo tre giorni di testimonianze e cinque ore di consultazione, esaminate le prove forensi, dichiarerà l’imputato Dan Peterson non colpevole. Secondo dodici cittadini l’accusa era riuscita a dimostrare soltanto che l’imputato aveva mentito e che aveva avuto rapporti sessuali con la vittima e non era sufficiente, non c’erano prove per fugare ogni ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza. Nessun altro è stato accusato dell’omicidio di Tiffany Hambleton e si spera che questo caso non resti irrisolto ma deve risponderne la persona giusta e questi non era Dan Peterson. Un assassino è ancora in libertà.
I fatti narrati si sono svolti nell’arco di tempo intercorso tra il 1986 e il 2007 a Salt Lake City Utah.

Ho deciso di condividere con Voi questa storia per farVi riflettere sul come, già da un decennio ormai, negli U.S.A. la coscienza civile sia orientata a concedere meno enfasi alla mera prova scientifica in luogo di un tessuto investigativo più spesso e consistente. Per noi “itagliani macaroni” potrebbe essere tardi perché abbiamo deciso di sfamare il lupo dello sputtanamento mediatico, della suggestione, del pettegolezzo tv, e della giustizia fatta in casa affamando il lupo dell’integrità morale, della correttezza processuale e della discrezione. Certo chi muove i fili ha ben altri piani che festeggiare, con la pasta fatta a mano la domenica, la condanna del secolo. Chi muove i fili non ha compreso che nei paesi anni luce più avanti di noi la credibilità della prova forense è scemata e vuole a tutti i costi la banca dati che ben vale il sacrificio di un unico cittadino, almeno per ora. Magari altro sangue dovrà essere versato e altri innocenti dovranno subire un’ingiusta condanna ma la strada è spianata, ormai è tutta in discesa. Chissà che un giorno non decidano di intitolare l’agognata Banca Dati proprio a Massimo Giuseppe Bossetti.
Buon pro Vi faccia!

 

cherookee

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