Un’attenta analisi sulla sentenza di appello

via Orgoglio e pregiudizio

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LE NOSTRE RESPONSABILITÀ

Era da molto che non scrivevo, non nego che la batosta dell’appello ha creato in me – come in molti altri del resto – una sorta di angoscia senza pari. Chi ci ha seguito fin dall’inizio sa quanto questo spazio, insieme al gruppo facebook, si sia adoperato per cercare di dimostrare l’innocenza di Massimo Bossetti. In prima battuta volevamo solo sottolineare il principio di non colpevolezza, non sapevamo se Massimo fosse innocente o colpevole. Ci interessava ribadire che non si deve mai gridare al mostro senza che ci siano delle prove che giustificano una sentenza di condanna. Col tempo, scandagliando tutto quello che emergeva dalle notizie, si faceva largo la convinzione che Bossetti, con la morte della piccola Yara, non c’entrasse per niente. Oggi, per quel che mi riguarda, lo penso con ancora più forza, perché le motivazioni delle due condanne non hanno prove, ma solo credenze quasi religiose a cui appellarsi per sbattere un uomo dietro le sbarre a vita.
A mio modesto parere – e senza voler innescare polemiche sterili e inutili, visto che da questo punto di vista è già stato sforato ferocemente il limite -, leggendo la sentenza di appello (http://www.giurisprudenzapenale.com/2017/11/01/omicidio-yara-la-sentenza-della-corte-assise-appello-brescia/), mi viene spontaneo pensare che le raccomandazioni fatte su questo blog e sul gruppo facebook ‘Giustizia e Verità: no all’accanimento mediatico contro Massimo Bossetti’, da me e dalle altre amministratrici, sulla necessità di mantenere un basso profilo per non alimentare il delirio mediatico, fossero sacrosante. Potete pensare che io sia presuntuosa nel fare quest’affermazione e, pur magari dispiacendomi, sinceramente poco mi importa. Non è a quelli che hanno fatto della vicenda una cosa ‘propria’, una questione personale, che sto parlando, ma a chi ha voglia di sentire un altro parere, diverso da quello dei ‘protagonisti’ di un certo fronte, che ha fatto parlare MALE di sé, danneggiando ulteriormente la figura dell’accusato. Consigliandolo male, non dandogli tutti gli strumenti idonei per evitare di essere tritato ulteriormente.
Mi spiego, io non divido le persone tra ‘studiate’ e ‘non studiate’, anzi, questo caso dimostra come gente piena di lauree sia totalmente disconnessa dalla realtà, incapace di fare un ragionamento serio quando in ballo ci sono degli interessi; quindi non considero Bossetti meno di qualcun altro. Massimo è un uomo intelligente che però, per sua sfortuna, si è ritrovato in una situazione dove non aveva esperienza e per cui bisognava consigliarlo e affiancarlo costantemente. Qualcuno mi direbbe che qualunque cosa avesse detto, lo avrebbero criticato lo stesso. Appunto, risponderei, proprio per questo era necessario – è necessario, visto che la partita non è ancora conclusa -, limitare i danni. E così doveva avvenire anche fuori dalla prigione, dove bisognava avere una marcia in più, bisognava stare con occhi bene aperti e orecchie tese, calcolare le conseguenze prima di azionare le lettere di una tastiera e la lingua. Prima che la situazione sfuggisse di mano e prima che qualunque persona, millantando sostegno a Bossetti, si arrogasse il diritto di parlare per lui o per chi lo difende realmente.
Perché dico questo? Perché, sempre nelle motivazioni, c’è un chiaro riferimento alla cosa, perché spesso nei tribunali si punisce per interposta persona ed è sempre l’assistito a farne le spese.
Detto ciò, non è mai tardi, anche se siamo ben oltre i limiti che era meglio non valicare. Nessuno, qui, mette in dubbio la tragica ingiustizia in atto e nemmeno ignora che nelle motivazioni della sentenza ci siano scritte cose assolutamente contestabili, ma visto il tono e l’uso dei termini in essa contenuti, è più che mai chiaro come fosse doveroso non dare mai il fianco anziché porlo come un’altra guancia. Chi ha veramente a cuore il destino di Massimo Bossetti deve comprendere fino in fondo che le parole da noi espresse tanto tempo fa, e per tanto tempo, avevano un senso e lo hanno ancora di più alla luce della seconda sentenza. I giudici – togati e non -, oltre a dover esaminare gli atti, guardano la televisione, navigano in rete, leggono i giornali e sono persone come tutte le altre. Tra loro c’è sicuramente chi è riuscito ad andare oltre, visto che da quella camera di consiglio non venivano più fuori, ma non è stato sufficiente, perché al famoso DNA si sono aggiunte le cose che ho detto finora e ignorarle significa mettere in pericolo, per sempre, la possibilità di vedere Massimo uscire da uomo libero.
Insisto sul fatto che noi lo avevamo previsto, ma non è servito a nulla. Ci hanno detto che volevamo primeggiare, ci hanno apostrofato con epiteti da non ripetere, soprannominato ‘signorine Bon Ton’. Il nostro spazio è stato osteggiato per fare largo a oltraggiatori di professione, maniaci di se stessi ed egocentrici a cui Massimo Bossetti interessa solo per dare sfogo alla lingua o per scrivergli lettere di cui mostrare in giro le risposte, senza curarsi MAI della sua privacy, del suo ‘diritto privato’, rendendo pubbliche confidenze che tali dovevano rimanere. Tutta questa gente ha fatto in modo che l’accusa non muovesse un dito, perché c’era già una mano armata di tastiere e un esercito di lingue biforcute pronto a darle manforte, danneggiando ulteriormente un innocente ingiustamente accusato di omicidio. Mi sono chiesta quanti di loro fossero/siano in buonafede – si fa per dire – e quanti invece avessero/abbiano il chiaro scopo di fingere una difesa sotto la quale si cela la più feroce delle accuse.
Concludo dicendo che la rabbia di Bossetti e della sua famiglia è sacrosanta, non lo è quella di chi ha reso un’esperienza solidale una piaga pericolosa, fonte d’ispirazione per parte delle motivazioni della sentenza di appello che cercherò di commentare prossimamente, sempre qui e nel gruppo. Questo blog non chiuderà i battenti, anche se per ovvi motivi è stato silente a lungo. Chi ha capito, non abbia dubbi: interrompa fin da ora il contributo al circo mediatico e lo faccia senza mezzi termini.
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