Nuova intervista a Gennaro Francione – Processo indiziario e condanna a Bossetti

  • Carissimo Gennaro, ho pensato di farti questa intervista dato il tuo impegno, o meglio il tuo attivismo, sul fronte della giustizia. Prima di entrare nel vivo del caso specifico di cui si occupano il nostro blog e il nostro gruppo Facebook, vorrei chiederti di spiegarci il concetto di ‘Processo Indiziario’.

Il processo indiziario è frutto del formularismo, (derivazione del formalismo). che non risponde alla sostanza processuale. Il danno fu fatto dalla giurisprudenza che creò il criterio degl’indizi gravi, precisi e concordanti (poi recepito dal codice Vassalli) bypassando il lapidario dettato del codice Rocco: i processi si fanno per prove (non per indizi).

Indiziato Tizio, basta accumulare indizi a gogò; addirittura i supremi con Agatha Christie hanno detto che ne bastano tre e lo si condanna. Questo per parare il fatto che col processo per prove avendo polizie prive di mezzi (costosi) molti delitti anche eclatanti risulterebbero irrisolti. Naturalmente per ottenere quest’efficienza forzata molti innocenti finiscono in carcere pur di dimostrare, almeno inconsciamente, la funzionalità del sistema

Nell’ordinanza di incostituzionalità del processo indiziario che sollevai il 13 giugno del 2000 misi in rilievo tutto questo soprattutto lamentando la mancanza di un sapere epistemologico dei giudici (Popper in particolare), la cui applicazione avrebbe inficiato il sistema indiziario alla radice. La Consulta respinse in malo modo, ovviamente perché avrei fatto crollare l’edificio giustizia.

È chiaro che questo sistema inquisitorio, di fondo antiscientifico, ci ha portato al nuovo medioevo della giustizia italiana dove l’ordalia è rappresentata dal libero convincimento dei giudici che con la logica aristotelica (non scientifica) dimostrano tutto e il contrario di tutto.

Il processo indiziario allo stato è previsto dalla legge (art. 192 2° co. c.p.p.) ma è irrazionale perché di per sé genera sempre un contrapporsi di tesi pro e contro, tant’è che nei casi eclatanti si crea sempre il partito dei colpevolisti e quello degl’innocentisti, mancando quindi a monte la certezza del verdetto finale.

Noi ci battiamo per far dichiarare l’incostituzionalità del processo indiziario riproponendo la questione alla luce proprio del ragionevole dubbio (art. 533 c.p.p.) insito in quel sistema. Questo anche perché contro l’espressione della norma quello che doveva essere un processo eccezionale è diventato la regola, mettendosi dentro con gl’indizi il soggetto più debole e incastrandolo come possibile capro espiatorio di turno. Secondo statistiche col processo puro per prove forti, oggi il 90 % dei processi su base indiziaria verrebbe spazzato via rimanendo solo il 10 % di processi da portare avanti fino all’eventuale condanna. Un sistema rapido ma giusto per smaltire l’arretrato.

  • Che cosa decide la Cassazione?

La Cassazione segue come già detto il filone formalistico del processo indiziario utile per risolvere casi intricati.

Noi riteniamo, invece, che i processi si fanno per prove forti non per indizi che servono solo a creare congetture, invalidate se non si trovano prove. Questo è il processo scientifico popperiano non romanzesco e medioevale.

Quanto ai tre indizi che formerebbero una prova niente di più fallace. Mille indizi non formano una sola prova come 1000 conigli formano una conigliera e non certo un leone!

Scoprire gli autori dei delitti è tutt’altro che semplice. E’ letteratura gialla che non esiste il delitto perfetto. Esiste e come! Ce ne sono tanti! E la giustizia annaspa alla ricerca di colpevoli a tutti i costi per mostrare che funzioni.

Dobbiamo contro gl’indizi costruire una tavola di prove legali come sosteneva anche il mio amico, il compianto professor Ferdinando Imposimato che avallò da ex giudice le mie tesi insegnandole in varie università.

Noi dobbiamo pretendere non solo la confessione e/o la pistola fumante, perché prove forti sono anche intercettazioni telefoniche inequivocabili, testimonianze nette incrociate, percorsi ricostruiti con telecamere a circuito chiuso, marcature post delictum con microspie, sistemi informatici a prova di bomba come Mytutela per inchiodare comunicazioni incriminanti, rilievi scientifici fatti come si deve e sicuri al 100 %.

Non possiamo procedere più come nei casi Cogne, Melania Rea, Meredith Kercher, Yara Gambirasio. Per non parlare di Elena Ceste dove non si sa nemmeno come è morta la donna, o Guerina Piscaglia e Roberta Ragusa di cui non si è trovato addirittura il corpo, non potendosi dire se siano morte e in tal caso se siano state uccise e come e da chi. Se non si procede per prove forti tutto quello che si può fare è innescare processi indiziari a carico di presunti colpevoli, tenendoli, comunque, fuori dalla prigione. Se poi gl’indizi non portano a prove, queste sì gravi precise e concordanti, il processo è fallito.

  • Hai sempre sostenuto che anche il caso Bossetti fosse totalmente indiziario. Puoi dirci perché è in realtà indiziaria quella che l’accusatore ha decretato ‘prova regina’?

Per rispondere devo fare una premessa formale per poi andare alla sostanza.

Riteniamo che gli atti relativi al prelievo e analisi del DNA a carico di Bossetti sono nulli, per mancata osservanza da parte del P. M. delle garanzie di difesa per un atto così importante e decisivo per il verdetto finale.

Abbiamo al riguardo escogitato la figura del consulente e del difensore pro ignoto, già implicita nel sistema sia a livello di costituzione (art. 111: garanzia del contraddittorio nella parità “concreta” delle parti), sia nelle norme ordinarie(art. 360 cod. proc. penale: Accertamenti tecnici non ripetibili.)

Interpretare diversamente (lato iure ma contro la costituzione come oggi si fa) significa creare una falla quanto un buco nero nel sistema perché non si consente a colui che sarà incriminato di essere difeso in una fase d’indagine così delicata come ad es. quella atta ad assumere il suo DNA, prova regina.

È una procedura di controllo a monte della regolarità di acquisizione e analisi delle tracce tanto più indispensabile come nel caso Bossetti in cui il reperto è stato incautamente esaurito per cui nemmeno il controllo a valle (di valore comunque relativo) è consentito.

Un problema più generale che non riguarda solo Bossetti ma tutti coloro che si troveranno indiziati senza che siano stati garantiti nell’atto di raccolta e analisi delle tracce. Ciò crea un profilo di incostituzionalità della procedura che genera anche una disparità di trattamento nelle garanzie tra indiziati e futuri indiziandi (art. 3 Cost.).

De iure condendo abbiamo previsto che il prelievo e le analisi del DNA devono essere garantite dalla creazione di un servizio nazionale di prelievo e indagini con esperti super partes, alle dipendenze della magistratura (noi riteniamo di riesumare il giudice istruttore) e non del P. M. che, malgrado l’ibrido giudice-accusatore, non sembra sfuggire con la P.G. ad una funzione volta peculiarmente alla ricerca di colpevoli.

Nella sostanza il DNA di Bossetti non è una prova regina prima di tutto per l’anomalia insita nel materia prelevata (il mitocondriale è di altro soggetto).

Alla luce della Criminologia Dinamica, teoria da me elaborata col biologo forense Eugenio D’Orio e presentata in congressi e riviste internazionali (https://www.facebook.com/groups/302054647190846/), affinché il DNA sia prova regina è necessario che la traccia, rigorosamente integra, indichi non solo il “chi” ma anche il “come” e il “quando” sia capitata sul cadavere, e che relazione abbia con l’eventuale azione omicidiaria.

Ammesso e non concesso che il DNA sul corpo di Yara sia di Bossetti non c’è risposta alle altre domane oltre a rilevare che ci sono un’altra decina di tracce. Chi può escludere che vi siano stati più assassini prediligendosi Bossetti solo perché identificato? Superati problemi di contaminazione della traccia (che però non si può escludere), non potrebbe egli essersi limitato da aiutare altri a disfarsi del cadavere prima non trovato nel campo dai ricercatori coli cani molecolari e poi improvvisamente apparso?

Nebbia su nebbia. Uguale condanna all’ergastolo su una traccia che con indizi fumosi si avvicina al niente.

  • Seguendo la storia, io ho avuto la sensazione che chi portava avanti le indagini sulla morte della piccola Yara, fino a un certo punto, avesse seguito un ‘protocollo garantista’, tanto da dire che la stessa traccia 31G20 (quella che incastra Bossetti) doveva essere contestualizzata. Se le mie sensazioni fossero corrette, cosa potrebbe aver cambiato il corso della faccenda, facendo partire la pista di Gorno, le donne della Val Seriana, etc?

Non rispondo a questa domanda per mancanza di dati. Dovrei fare delle illazioni ma ricadremmo nel vizio opposto a quello che ha portato a condannare Bossetti su base indiziaria. Posso solo affermare che si possono fare una serie di congetture con individuazioni di altri responsabili. E qua mi fermo.

  • Mass media. Sembra un punto di non ritorno, dove i salotti dell’orrore sono onnipresenti. Eppure io ho visto Pm che hanno saputo tenere a bada le fughe di notizie. Quando è che non si riesce a spettacolarizzare le orribili realtà? Dove finisce il diritto di cronaca?

Siamo inondati da processi in tv che rischiano di minare la neutralità dei magistrati decidenti.

Il giudice con la corazza non esiste tanto più se giudice popolare. Abbiamo esempi di linciaggi da parte del popolo forcaiolo e da parte di colleghi di giudici che hanno osato sfidare la pressione colpevolista di stampa e tv.

Una trasmissione che non consenta la par conditio negli interventi delle parti in causa compromette altamente l’esito del processo reale. La cosa peggiore è che grazie alle tv del reality criminal show il giornalista-star si esprime chiaramente o soffusamente per la colpevolezza dell’indiziato di turno. Questo danneggerà seriamente il giudizio popolare che culminerà in quello dei giurati e forse degli stessi giudici togati se non abbiano il coraggio di contraddire le frotte di colpevolisti e l’esigenza di tutelare l’efficienza del sistema.

Queste trasmissioni dei reality criminal show sono contro l’etica di una tv equidistante nell’informazione, sviluppata a 360°: alzano lo share praticando la pornografia del dolore.

I parenti non dovrebbero essere neppure invitati perché alimentano con l’emozione riscaldata, la rabbia, la voglia eccessiva di giustizia la convinzione che l’incriminato di turno sia colpevole. Se non lo dicono a raffica i conduttori aizzafuoco, gli esperti del tubo catodico, gli avvocaticchi etc. che si è in fase di congetture indiziarie perché i poveri parenti delle vittime dovrebbero dire che il poveraccio incastrato potrebbe non essere colpevole? E col loro dolore espanso i parenti alimentano la catena circolare di pregiudiziali asserzioni di colpevolezza fino a prova contraria.

Di fondo questi programmi dovrebbero essere falcidiati.

Vae victis! Stampa e tv limitino le ore dedicate ai crimini ma intanto insegnino alla gente che vuole conoscere questi fatti di sangue la procedura penale affinché con mezzi critici si possa comprendere come funziona la giustizia. Allora si abbandoneranno verdetti popolari di pancia e ci si indirizzerà verso principi come l’in dubio pro reo o si comprenderà che una prova non presa in contraddittorio reale (non sulla carta) è nulla.

Per condannare ci vogliono prove fortissime e incrociate non bastano gl’indizi che servono solo a creare congetture col processo fallito se non si arrivi a prove. Scoprire gli autori di delitti è molto più difficile di quanto vogliono far credere.

  • Pensi che Bossetti abbia qualche via di uscita?

Sì, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Però, in attesa, la via d’uscita già c’è. La battaglia che continueremo a fare per lui e per tutti quelli che rimangono impigliati nelle maglie del fallace processo indiziario.

È come nel gioco a nascondino. Se l’ultimo giocatore rimasto da trovare riesce a raggiungere e a toccare la “tana”, potrà dichiarare “Tana libera a tutti!”. Liberato un indiziato, uno qualunque rimasto impigliato nella rete di Temi, si libereranno tutti i condannati su base indiziaria senza prove.

Gennaro-Francione-il-giudice-Robin-Hood

Gennaro Francione è nato a Torre del Greco (NA). Ha intrapreso la carriera giudiziaria svolgendo in quel di Monza e a Roma funzioni di Pubblico Ministero, Giudice Istruttore, Giudice di Tribunale, dirigente dell’Amministrazione Penitenziaria. Attualmente vive nella capitale dove, col grado di Consigliere di Corte di Cassazione, è andato in pensione alla fine del 2007 per poi svolgere attività di avvocato penale. In data 15 dicembre 2007 il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma gli ha consegnato la medaglia d’oro alla carriera. Oggi Francione svolge solo attività di drammaturgo e di attivista per il neorinascimento della giustizia.

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