Informazioni su alessandrap91

Appassionata di arte, filosofia, letteratura, scrittura e diritto. Spirito libero e curioso alla ricerca di qualcosa di indefinito. Sono molto sensibile ai temi della malagiustizia e degli errori giudiziari.

Nuovo video sul caso Erostrato: incongruenze, distorsioni e capri espiatori.

Cosa pensereste se nel vostro circondario venisse commesso qualche atto vandalico, vi trovaste ad essere indagati, un giorno la polizia suonasse alla vostra porta per perquisirvi la casa e leggeste che tra i motivi della perquisizione figura il fatto che siete iscritti al forum “Atei italiani”?

È solo un esempio, purtroppo reale, tratto dal caso di cui si parla nel video.

Come già sa chi segue Colonna Infame, in quanto la vicenda è stata oggetto nei mesi scorsi di una lunga trattazione su queste pagine, il 23 marzo di quest’anno il Tribunale di Belluno ha condannato in primo grado due persone che ritengo essere completamente estranee ai fatti: spero di essere riuscita, nel video, a spiegarvi ancora più chiaramente il perché.

Ho realizzato questo video per agevolare ulteriormente la possibilità di reperire trattazioni critiche sulla vicenda in esame: infatti, mi rendo conto che non tutti abbiano il tempo e la possibilità di trascorrere molto tempo nella lettura di lunghi articoli e lo strumento video, più adatto ad una fruizione “passiva”, mi è sembrato idoneo a rispondere alle esigenze di chiunque volesse conoscere meglio il caso ma, nel contempo, non avesse la possibilità di leggere a lungo il blog.

Il video, come potrete constatare, è stato realizzato per un canale personale, di conseguenza sono presenti una serie di preamboli rivolti a chiunque non conosca il blog Colonna Infame: ho tuttavia provveduto a suddividere il video in capitoli, sia per consentirne una visione frazionata sia per permettere a chiunque non necessiti di premesse di poter passare direttamente alla esposizione dei fatti.

Essendo lo strumento video ovviamente diverso rispetto ad un blog, troverete alcune differenze rispetto agli articoli: troverete ovviamente qualcosa in meno, in quanto Youtube non è certo sede adatta a soffermarsi su particolari tecnicismi, ma troverete anche qualcosa in più: ai fini della realizzazione del video ho infatti letto una recente pubblicazione del Prof. Manes intitolata “Giustizia mediatica”, incentrata sul tema dei processi mediatici e sui loro effetti distorsivi sulla giustizia reale.

Infatti, in questo video ho voluto denunciare delle gravissime mistificazioni e mancanze, perpetrate dai mass media, che hanno ingenerato una pressione distorsiva tale da creare nel caso in esame una autentica realtà parallela.

Mi riferisco ad una gogna mediatica tale da colpire non solo il principio di presunzione di innocenza, ma anche tutta una serie di altri principi e diritti, a partire dal diritto alla riservatezza.
Tale gogna mediatica si è tradotta in una pressione che ha gravato, in primis, sugli inquirenti, rendendoli ciechi dinnanzi a macroscopiche incongruenze e impedendo loro di vedere tutte le altre possibili piste; in secondo luogo, ha gravato sul giudicante, che non solo ha condannato due persone evidentemente estranee ai fatti (si parla anche di evidenti impossibilità fisiche), ma ha altresì condannato a una pena draconiana.

In attesa che la Corte d’Appello faccia la dovuta chiarezza, condivido anche qui questo contributo video, realizzato a titolo personale e del quale mi assumo l’intera responsabilità.

La realizzazione del video mi ha richiesto tempo e impegno, ma soprattutto mi ha richiesto coraggio: spero ne abbiate altrettanto nell’ascoltarmi e, se ritenete che la mia analisi sia corretta e meriti divulgazione, nell’aiutarmi a condividere.

Alessandra Pilloni

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Il caso Erostrato: l’insostenibile pesantezza dei processi indiziari (seconda parte)

Articolo scritto a sei mani da Alessandra, Laura e Sashinka, a prosieguo del precedente


Le ragioni del peso

“Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire. (…) La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso. (Italo Calvino, Lezioni americane)

Quando, nel 1984, Italo Calvino ricevette dall’Università di Harvard un invito a tenere un ciclo di conferenze, predispose una serie di lezioni, confluite in un’opera postuma intitolata “Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio”.
Nella prima lezione, ebbe modo di soffermarsi approfonditamente sul binomio leggerezza-peso, ed è proprio dalle sue parole che ho scelto di trarre spunto per introdurre la seconda parte dell’articolo.
D’altro canto, dopo aver cercato, nella prima parte, di cominciare a mostrare come abbandonarsi all’ormai perduto piacere della lettura debba considerarsi una nota di merito e non certo un reato né un indizio, recuperare la vecchia abitudine di introdurre gli articoli con un’opera letteraria mi è sembrato doveroso.
La scelta dell’opera non è stata casuale, in quanto il tema si collega al titolo dell’articolo, che fa riferimento, riecheggiando un celebre romanzo di Kundera, all’insostenibile pesantezza dei processi indiziari.
Nel corso di questa seconda parte dell’articolo, cercherò di mostrarvi a più riprese, e sotto svariati punti di vista, cosa abbia voluto intendere con insostenibile pesantezza dei processi indiziari.

Per il momento, è sufficiente notare che, se nel cominciare la sua prima conferenza Calvino affermava di aver più cose da dire sulla leggerezza, io ho scelto -giocoforza- di fare l’esatto opposto e porre l’accento sul peso.
Nella vicenda in esame, infatti, per quanto ci si sforzi, non è possibile trovare nulla che rimandi al concetto di leggerezza, neppure in quella che appare come una plateale vaghezza del presunto quadro indiziario a carico dei due imputati.
È lo stesso Calvino, d’altronde, ad avvertirci del fatto che la vaghezza, ciò che è impreciso e indeterminato, ricade a pieno titolo nel regno del peso, non in quello della leggerezza: e per questa ragione, al peso della vaghezza sarà dedicato il prossimo paragrafo.
E d’altro canto, trasponendo il concetto nell’ambito di questa vicenda giudiziaria, è difficile dargli torto: il peso di elementi vaghi si ripercuote su indagati e imputati, finendo per gravare sugli stessi come un macigno.

Sul punto, ritengo valga la pena di indugiare in una piccola riflessione.
Da sempre il blog Colonna Infame ha avuto tra i suoi obiettivi quello di contribuire ad abbattere alcuni “miti”, spesso dannosi o comunque fuorvianti, che circondano la trattazione di molti casi di cronaca giudiziaria.
Tali miti sono usualmente riassumibili in slogan, tanto d’effetto quanto concretamente vuoti.
Su uno di questi usuali slogan fuorvianti (“se li hanno condannati qualcosa avranno fatto”) ho avuto modo di soffermarmi nella prima parte dell’articolo.
Ora, vorrei spendere qualche parola ulteriore su un mito sensibilmente diverso, ma almeno altrettanto dannoso: l’idea che in presenza di un quadro indiziario debole, lacunoso, o finanche fondato su suggestioni piuttosto che su autentici elementi indiziari, difendersi sia semplice.
Certamente, nel nostro ordinamento sono stati introdotti una serie di principi, regole e paradigmi, tra i quali la regola di giudizio dell’oltre ogni ragionevole dubbio accolta dal nostro codice di rito, ma anche una serie di principi di diritto sostanziale a monte, volti a fungere da correttivo e da meccanismo di superamento di criteri intuizionistici, basati su opinioni personali, stereotipi o suggestioni, che potrebbero condurre alla condanna dell’innocente.
Tuttavia, la realtà dei fatti si rivela spesso ben più prosaica di quella illustrata dai principi che permeano i codici, che talvolta finiscono per restare concretamente lettera morta.
Spostandosi dal piano dei principi a quello della realtà, è un dato di fatto, osservato già alcuni secoli fa da Feuerbach in relazione ai processi per stregoneria, che quanto più le accuse sono vaghe, lacunose, fantasiose e, in sostanza, impossibili da dimostrare, tanto più risulta difficile difendersi. [1]
E sebbene in alcuni casi, per fortuna, arrivi -sia pure tardivamente- il proverbiale “giudice a Berlino” a bacchettare ricostruzioni infondate, ma accolte dai tribunali, come recentemente accaduto per un caso che citammo, anni fa, anche su Colonna Infame [2], l’aleatorietà insita nei processi indiziari rende necessario non soprassedere e, soprattutto, non tacere.
In definitiva, il titolo di questo ciclo di articoli sul caso Erostrato vuole essere un memorandum, ma anche un implicito omaggio a chiunque quel peso insostenibile si sia trovato o si trovi a portarlo sulle spalle.
Perché in quel peso, che per i più diviene motivo di derisione, di linciaggio, di invocazioni della forca, io, dopo tanto tempo passato a studiare casi di errori giudiziari e con occhi ormai disillusi, vedo solo il peso di una persistente inciviltà che finisce per gravare sui malcapitati di turno.

D’altro canto, è stata proprio la presa di coscienza di questo peso ad avermi spinta a riprendere in mano questo blog, a riaffacciarmi qui dopo tanti anni di assenza, cosa non semplice, e non solo per il legame affettivo che, nonostante tutto, conservo nei confronti di queste pagine, che hanno rappresentato nel bene e nel male un tassello della mia vita, ma anche per la consapevolezza dei cambiamenti che, specie negli ultimi anni, hanno interessato la comunicazione, rendendola sempre più distante, sempre più iper-semplificata (tipico l’esempio dei meme) e, di conseguenza, sempre più snaturata dal suo autentico significato di “mettere in comune” informazioni.
Questi cambiamenti, in un primo momento, mi hanno portata a chiedermi se avesse ancora senso scrivere in questo blog, impegnarmi nella stesura di un articolo che fosse frutto di ricerche, riflessioni, argomentazioni.
Tuttavia, sono giunta alla conclusione che questo modo di comunicare, attraverso articoli lunghi, ragionati, perfino sofferti, costituisca in qualche modo un antidoto a quelle semplificazioni logiche e argomentative che spesso connotano l’informazione e, per quanto concerne i temi affrontati in questo blog, la cronaca giudiziaria.

Nella prima parte dell’articolo, ho cercato di documentare come nella vicenda giudiziaria in esame, relativa al mitomane Erostrato, il quadro indiziario a carico dei due imputati, i Sig. Nemesio e Samuele Aquini, sembri basarsi su una serie di piccole suggestioni che, unite tra loro, hanno generato l’impressione infondata di poter essere assurte a indizi.
Nello specifico, mi sono soffermata su una serie di anomalie che, a mio parere, avrebbero reso fisicamente impossibile ai due imputati commettere gli atti loro attribuiti, sul fatto che il quadro indiziario sembri essere stato oggetto di un “taglia e cuci” volto ad eliminare gli atti, pure rivendicati dal mitomane, palesemente non riconducibili ai due imputati (vedasi paragrafo relativo agli incendi) e, infine, sulla natura non indiziaria ma meramente suggestiva, in quanto intrinsecamente contraddittoria e priva di qualsivoglia univocità, di uno degli elementi che hanno portato agli Aquini.
In questa seconda parte, mantenendo la precedente promessa, avrò modo di soffermarmi su altri elementi che considero sintomatici del fatto che ci troviamo di fronte ad un errore giudiziario.

Fumo negli occhi: il peso della vaghezza

Quando nella prima parte dell’articolo, nell’introdurre la vicenda relativa a Erostrato, ho osservato che al giorno d’oggi “letteralmente chiunque può senza troppa fatica mettere insieme una serie di riferimenti apparentemente dotti che tuttavia, ad una più attenta analisi, si rivelano fumo negli occhi, nulla più che una sorta di artifizio per attirare l’attenzione”, non mi sono lasciata andare ad una osservazione casuale: sapevo già, infatti, che avrei successivamente sviluppato il tema, e non a caso, tra le mie precedenti promesse per questa seconda parte, figurava anche quella di motivare la risposta negativa che siamo giunte a dare a una domanda: Erostrato è, come gli Aquini, un lettore?

A questo punto, condivido con voi un aneddoto relativo alla stesura di questo articolo.
Quando, ormai più di un mese fa, dissi a Laura e Sashinka che avrei voluto scrivere sul caso Erostrato e loro decisero di contribuire, elaborai una scaletta in base alla quale avremmo dovuto procedere.
Durante una prima fase, avremmo dovuto reperire tutto il materiale possibile relativo alla vicenda, confrontare le diverse fonti e, qualora da questo confronto fossero sopraggiunte idee, argomentazioni e ipotesi interessanti, svolgere ulteriori ricerche per verificarne la fondatezza.
Una seconda fase del nostro lavoro, prima della stesura dell’articolo, avrebbe invece dovuto vedere Laura e Sashinka nei panni di due ostinate accusatrici: in buona sostanza, la scaletta prevedeva che, una volta reperito tutto il materiale utile sia a ricostruire la vicenda sia a presentare ipotesi alternative o confutazioni, Laura e Sashinka dovessero cercare in ogni modo possibile di persuadermi della colpevolezza dei due imputati.
L’obiettivo era quello di mettere alla prova la robustezza della mia convinzione in merito all’estraneità ai fatti degli Aquini, ma anche di consentirmi di verificare se e fino a che punto fossi in grado di sostenere la mia tesi, verificandone così punti di forza e di debolezza.
Questa seconda fase, tuttavia, concretamente non c’è stata.
Non perché Laura e Sashinka si siano tirate indietro di fronte al -sia pure ingrato- compito, bensì perché, nel confrontarsi sul materiale raccolto, si sono rese conto che troppe e troppo evidenti risultavano essere le anomalie e le contraddizioni per riuscire a sostenere seriamente che i due imputati fossero Erostrato.
Ho deciso di raccontarvi questo aneddoto ora in quanto le contraddizioni che cercherò di mostrarvi in questo paragrafo sono tra quelle che hanno contribuito a rendere concretamente inattuabile la seconda fase della nostra scaletta.

Deve essere premesso, anzitutto, che nelle perquisizioni effettuate nell’abitazione degli Aquini non è emerso nulla di autenticamente rilevante.
In particolare, non sono stati trovati una serie di elementi che, invece, ci si sarebbe aspettati di trovare a casa di Erostrato.
Nello specifico, non è stata trovata la vernice usata per i murales, non è stato trovato il pennarello con il quale sono state scritte le lettere, non è stato trovato il manganato di potassio tirato in ballo nelle stesse missive di Erostrato.
Di contro, deve essere parimenti premesso che da tali perquisizioni sono emersi elementi, non autenticamente indizianti, che si sono rivelati in qualche modo utili a tenere in piedi il mal assortito castello di suggestioni, intrinsecamente contraddittorio, sul quale ergere ancora una volta una “colonna infame”.
Tra gli elementi in questione, naturalmente, qualcosa che non poteva mancare in una casa di accaniti lettori come gli Aquini: libri.
Certo, non posso fare a meno di dirlo, è un vero peccato che tra i libri non ne sia stato trovato almeno uno relativo ai metodi per sviluppare il potere della levitazione o quello del teletrasporto, che quantomeno spiegherebbe come Samuele abbia potuto realizzare murales incompatibili con la sua statura o collocati in località tutt’altro che agevolmente raggiungibili a piedi.

Al di là di ogni possibile battuta che -ci tengo a precisarlo- è tutt’altro che mossa da reale ironia, in quanto questa è una vicenda che, per una serie di ragioni che spiegherò meglio nel paragrafo seguente, non può che suscitarmi una profonda tristezza, è giunto il momento di soffermarci sui libri effettivamente trovati e sequestrati in casa degli Aquini.
Uno lo ho già menzionato nel paragrafo conclusivo della prima parte dell’articolo: si tratta di “Hitler e il nazismo magico”, un’opera molto nota del politologo Giorgio Galli.
Come ho già avuto modo di spiegare, quel libro, probabilmente ritenuto “sospetto” in considerazione delle simpatie neonaziste manifestate da Erostrato in lettere e murales, non solo si rivela piuttosto inadatto a sostenere la tesi del “neonazismo” (non si può certo sostenere che il Prof. Galli avesse una qualche simpatia per il nazismo), ma porta addirittura a ravvisare un indizio di innocenza a favore degli Aquini: infatti, contiene al suo interno per ben 106 volte la parola “Führer”, di cui Erostrato sbaglia ripetutamente la grafia.

Un secondo libro sequestrato, sul quale è giunto il momento di spendere qualche parola, è il Mein Kampf di Adolf Hitler.
Sul punto, è necessario premettere che si tratta di un libro presente in tantissime collezioni private.
In una intervista, il Sig. Nemesio disse, in risposta ad una domanda in merito, che nella sua abitazione vi erano, allo stesso modo, tantissimi altri libri, di autori di destra, di sinistra e, in ogni caso, non legati a una specifica ideologia.
In buona sostanza, ciò che cerco di mostrare è che trovare dei libri in casa di persone che frequentano la biblioteca, e che in generale amano leggere, non deve essere poi un’impresa tanto ardua e di certo non può considerarsi un indizio.
Ci sono però alcuni punti ulteriori, relativamente al Mein Kampf, sui quali ritengo sia doverosa una riflessione, in quanto ritengo che vi sia almeno un elemento che spinge a ritenere che Erostrato non abbia letto il Mein Kampf.
Anzitutto, deve essere segnalato che il libro in questione, specialmente in anni recenti, è stato oggetto di un numero di acquisti notevole, tanto che la circostanza è stata ripetutamente oggetto di articoli giornalistici, che si sono interrogati sul perché di questo crescente interesse per il Mein Kampf: peraltro, le medesime inchieste giornalistiche, spesso condotte “da sinistra”, hanno mostrato che spesso questo libro viene acquistato non già da estimatori del nazionalsocialismo, bensì da clienti interessati in generale a temi storici e politici, del tutto distanti da ideologie reazionarie (fonte: https://left.it/2017/01/03/mein-kampf-bestseller-2016-fascismo/).



In buona sostanza, deve essere evidenziato sin da ora come ritenere elemento indiziante il possesso del Mein Kampf si riveli intrinsecamente illogico, per almeno due ragioni.
La prima è che possedere una copia del Mein Kampf di per sé non dimostra simpatie neonaziste.
La seconda è che il fatto che una persona possa avere simpatie neonaziste non dimostrerebbe comunque, di per sé, che tale persona sia Erostrato.
Ho voluto fare un piccolo cenno a questi due passaggi, anche a titolo esemplificativo, per una ragione specifica: mentre mi informavo su questa vicenda, infatti, ho avuto ripetutamente la sensazione che l’intero castello accusatorio contro gli Aquini non si regga su deduzioni logicamente concatenate e in grado di rafforzarsi vicendevolmente, bensì su deduzioni di per sé infondate sulle quali si innestano ulteriori deduzioni a propria volta infondate.
Ho scelto di porre l’accento sulla parola deduzioni non casualmente, in quanto tale metodo, in sede di accertamento processual-penalistico, non porta a nulla di buono e, in particolare, spalanca le porte all’intuizionismo giudiziale.

Ora, però, vorrei mostrarvi una terza ragione che mi spinge a ritenere non solo che l’elemento in questione sia illogico, ma anche che si riveli incompatibile con l’idea che gli Aquini siano Erostrato.
L’elemento che ha attirato più di ogni altro la mia attenzione, infatti, è legato a un particolare contenuto degli scritti di Erostrato, di cui, a questo punto, non posso che reinserire l’immagine, invitandovi a leggere con attenzione: vedete anche voi qualcosa che vi fa pensare che Erostrato non abbia letto il Mein Kampf?



Come potete vedere, in questo scritto Erostrato, oltre a sbagliare la grafia della parola “Führer”, la qual cosa di per sé spinge a dubitare che il vero Erostrato legga effettivamente libri sul nazionalsocialismo, cita tra i suoi ispiratori anche Salvatore Meloni.
Per chi non lo sapesse, Salvatore Meloni, meglio noto come Doddore Meloni, è stato un indipendentista sardo, deceduto nel carcere di Uta il 5 luglio del 2017, ossia pochi giorni prima che Erostrato facesse la sua comparsa.
La sua morte, avvenuta in condizioni sulle quali sorvolo per carità di patria, fu oggetto di notevole attenzione mediatica in quel periodo, ma su questa coincidenza cronologica tornerò in seguito.
Per il momento, ciò che mi preme sottolineare è che citare un indipendentista accanto ad Adolf Hitler sarebbe, per qualsiasi persona che abbia letto il Mein Kampf, una macroscopica contraddizione.
Infatti, se anche un bravo studente liceale sa che pressoché tutti i regimi politici di ispirazione fascista del XX secolo hanno represso ogni spinta e rivendicazione autonomista, chiunque abbia letto il Mein Kampf sa, in aggiunta, che proprio in quel libro vi è un capitolo piuttosto aggressivo contro le istanze separatiste (parte II, capitolo X, La Falsità del Federalismo).

Ora, dunque , vorrei approfondire e portare alle estreme conseguenze quanto appena visto con riferimento ai vari elementi che depongono per il fatto che Erostrato non abbia letto né il Mein Kampf né altri libri sul nazionalsocialismo.
Infatti, mentre osservavo le incongruenze già esposte, pian piano nella mia mente cominciava a far capolino qualche domanda: siamo davvero sicuri che Erostrato sia un lettore?
È possibile che Erostrato non legga proprio un bel nulla?
È possibile che perfino le citazioni che riporta nelle sue lettere non siano frutto della lettura di libri, ma siano state reperite altrove, ad esempio sul Web o su vari organi di informazioni e messe insieme al solo fine di attirare l’attenzione e/o confondere, magari perfino ignorandone il reale significato?

E per quanto chiedersi se un mitomane che infarcisce le sue lettere di citazioni tratte da opere letterarie possa non essere affatto un lettore possa apparire, a primo impatto, quasi un’insolenza, ad una più attenta analisi si rivela tutt’altro che una domanda peregrina.
Devo premettere, sul punto, di essermi posta questa domanda anche per deformazione professionale.
Infatti, avendo lavorato in passato nel settore delle investigazioni private e delle indagini difensive, ho avuto modo di leggere decine, se non centinaia, di lettere di mitomani, e posso affermare che questo genere di lettere è usualmente infarcito di citazioni di libri e/o riferimenti religiosi, specie a tema apocalittico.
Di conseguenza, le tante citazioni presenti nelle lettere di Erostrato e lo stesso riferimento al “katechon”, sin dall’inizio, mi hanno impressionata davvero poco.

In ogni caso, quando cominciai a ragionare sulla questione, il primo elemento a catturare la mia attenzione fu la citazione tratta dalla favola di Fedro “La volpe e la maschera tragica”, ossia la frase “sed cerebrum non habet” (“ma non ha il cervello”), in quanto mi resi conto del fatto che l’originale favola di Fedro non contiene il “sed” (“ma”), anche se lo sottintende.
Nell’immagine potete osservare la lettera di Erostrato (in cui ho cerchiato il “sed”).


Nell’immagine seguente vi propongo invece il testo originale della favola di Fedro “La volpe e la maschera tragica” che, come potete vedere, non contiene il “sed”, mentre la traduzione italiana richiede necessariamente il “ma” (fonte: https://docu.plus/it/doc/latino/fedro-favole-traduzione-dal-latino/34906/view/).



Infatti, dal momento che a differenza del Latino in Italiano non avrebbe senso rendere una proposizione avversativa senza il “ma”, spesso questa frase di Fedro viene riportata nel contesto di articoli in Italiano con il “sed”, pur non contenendolo nel testo originale.
A questo punto, riuscivo a trovare due possibili spiegazioni alla presenza del “sed” nella lettera di Erostrato.
La prima era la possibilità che Erostrato non conoscesse o comunque non avesse letto la favola di Fedro originale ma avesse trovato la citazione in qualche articolo o scritto in Italiano: una possibilità tutt’altro che remota, trattandosi di una citazione piuttosto celebre.
La seconda possibilità, diametralmente opposta, era che Erostrato fosse invece piuttosto preparato e, pur conoscendo o potendo conoscere la favola originale di Fedro, “masticasse” sia il Latino sia la grammatica italiana a sufficienza per sapere che, inserendo una tale citazione all’interno di un testo in Italiano e rivolto a lettori italiani, con il “sed” sarebbe stata più incisiva.
Sebbene questa seconda ipotesi, relativa alla particolare cultura di Erostrato, mi sembrasse contrastante con alcuni errori ortografici (non solo la parola “Führer” è oggetto di ripetuti errori ortografici, ma anche la parola “Barbie” in una delle lettere di Erostrato è erroneamente scritta “Barbi”, come potete osservare nell’immagine successiva), non riuscivo ancora ad escluderla completamente.


Dunque, non l’ho esclusa fin quando non mi sono resa conto di un errore, stavolta sesquipedale, relativo ad una ulteriore citazione tratta da un’opera classica, e nello specifico dall’Eneide di Virgilio.
Per aiutarvi a comprendere meglio la questione, inserisco ancora una volta l’immagine della lettera di Erostrato contenente le parole “infandum renovare dolorem”, tratte dall’Eneide.



In merito a questa citazione, va detto anzitutto che la frase integrale presente nell’opera di Virgilio è “Infandum, regina, iubes renovare dolorem“, ovvero, letteralmente, “(mi) comandi, regina, di rinnovare un indicibile dolore”: sono le parole, celeberrime, con le quali Enea comincia, su richiesta di Didone, a raccontare della caduta di Troia.
Il problema della citazione nel modo in cui viene riportata di Erostrato è che, grammaticalmente, è priva di senso: passi, infatti, eliminare dalla citazione il vocativo “regina”, ma omettere il verbo reggente (“iubes”) fa sì che la frase, pur riconoscibile, non abbia senso compiuto, come non avrebbe senso compiuto qualsiasi subordinata in assenza della reggente.
Ora, non è certo questa la sede per scendere nel dettaglio dell’analisi grammaticale e logica della locuzione presente nell’Eneide, ma per chi, conoscendo un po’ il Latino, volesse capire meglio cosa intendo o avere un riferimento grafico, inserisco nell’immagine di seguito una analisi grammaticale, logica e del periodo della frase in esame.



Come si può constatare dagli esempi riportati, dunque, non solo risulta insostenibile che Erostrato abbia alle spalle particolari letture sul nazionalsocialismo, ma risulta piuttosto fondato il sospetto che non abbia alle spalle letture di alcun tipo: un elemento, ancora una volta, in netto contrasto con il profilo dei due imputati.

Ma, a questo punto, vorrei soffermarmi su una circostanza ulteriore: se Erostrato non è un lettore, non legge libri, non conosce neppure i libri che cita, da dove potrebbe aver tratto spunto?
Dare una risposta a questa domanda non è semplice o, per meglio dire, non è semplice dare a questa domanda una risposta univoca.
Certamente, nel mare magnum della Rete, chiunque può ormai agevolmente reperire e mettere insieme una serie di citazioni, ottenendo non solo il risultato di attirare l’attenzione, probabilmente ricercato sin dall’inizio e conseguito, ma anche quello di fuorviare chi indaga, probabilmente non ricercato ma -alla luce di quanto osservato in questo ciclo di articoli- comunque tristemente conseguito, a scapito di Samuele e Nemesio Aquini.

Tuttavia, prima di chiudere la trattazione di questo argomento, vorrei suggerire una ulteriore possibilità, ossia quella che Erostrato, anche per le citazioni, abbia tratto spunto e messo insieme una serie di elementi carpiti dai mass media, e specificamente da giornali e telegiornali del tempo: per quanto questa idea possa sembrare bizzarra, infatti, è non solo del tutto possibile, ma anche -in considerazione di una serie di elementi- probabile.
L’idea di una simile possibilità è nata, sostanzialmente, da alcuni elementi.
Il primo è il riferimento a Salvatore Meloni, la cui morte, avvenuta non molti giorni prima della comparsa di Erostrato, fu oggetto di una certa attenzione mediatica.
Il secondo è il riferimento, presente in vari scritti di Erostrato, ad Anders Breivik, che fu parimenti oggetto di articoli giornalistici e servizi televisivi in quel periodo, non solo perché nell’estate del 2017 ricorreva il sesto anniversario della strage di Utoya, ma anche perché un suo ricorso venne rigettato dalla Corte Suprema norvegese (fonte: https://www.repubblica.it/esteri/2017/06/08/news/breivik_utoya_corte_europea_diritti_umani-167576967/).

C’è anche un ulteriore elemento che depone fortemente per il fatto che Erostrato avesse letto o ascoltato delle notizie relative ad Anders Breivik.
Infatti, se è vero (e non ho motivo per dubitarne) quanto riportato nel libro di Gigi Sosso “Erostrato: caramelle (con gli spilli) da uno sconosciuto” in merito al fatto che nel murales dietro il cimitero di Cesiomaggiore comparisse, tra l’altro, la frase “gloria al solo Dio dei gentili”, che precede immediatamente un’apologia di Breivik, quella frase diventa molto più chiara se valutata alla luce di alcune notizie su Breivik circolate anche in quel periodo.
Infatti Breivik, che all’epoca della strage di Utoya si definiva integralista cristiano, ha successivamente dichiarato di aver abbracciato il culto di Odino, oltre ad aver rilasciato una serie di dichiarazioni nelle quali ha definito il Cristianesimo e Cristo “patetici”.
Naturalmente, tengo a precisare che questa osservazione non ha certo lo scopo di associare gli atti di Breivik a una qualche idea religiosa, sia essa cristiana o pagana, trattandosi di una attitudine che, come avrò modo di spiegare meglio in seguito, mi ripugna: sarebbe infatti del tutto pretestuoso usare i gesti di un folle per screditare qualsivoglia credo religioso.
Ho però ritenuto opportuno segnalare questa circostanza perché penso che la copertura mediatica di questa notizia aiuti a spiegare alcuni riferimenti che compaiono negli scritti di Erostrato, guarda caso affiancati a riferimenti espliciti a Breivik.
Nell’immagine seguente, ecco uno dei tanti titoli relativi a questa notizia (se volete leggere la notizia integrale, cliccate sul link: https://www.affaritaliani.it/esteri/norvegia-breivik-non-sono-piu–cristiano-mio-dio-e–odino-393618.html).



La cosa davvero interessante, inoltre, è che questa notizia fu ripresa più volte in seguito, con riferimenti più o meno ampi, anche in articoli cronologicamente più vicini agli atti di Erostrato che menzionano tale “conversione” di Breivik (a titolo d’esempio: https://www.repubblica.it/esteri/2017/03/01/news/norvegia_corte_d_appello_in_carcere_breivik_non_e_trattato_in_modo_disumano-159503628/).
Ora, sebbene i pochi mezzi a disposizione purtroppo non mi consentano di verificarlo con certezza, suppongo altresì che non sia da escludere che la medesima circostanza, oltre che sulla carta stampata, sia stata menzionata in quel periodo anche in sede radio-televisiva, rendendo ulteriormente ampia la platea delle possibili fonti dalle quali Erostrato potrebbe aver preso ispirazione.
Ciò che, invece, mi preme sin da ora sottolineare è che la frase “gloria al solo Dio dei gentili” non sia certamente riconducibile alla passione di Samuele Aquini per libri di esoterismo ed occultismo.
Non solo perché palesemente legata a questo filone di notizie su Anders Breivik, a cui Erostrato fa continui ed espliciti riferimenti, non solo perché Samuele, proprio in quanto appassionato di esoterismo non può non sapere che la frase in questione non ha alcun senso, in quanto i Gentili non avevano un “solo Dio”, ma anche perché, come vedremo nel prossimo paragrafo, la passione di Samuele per l’esoterismo è a propria volta sia una delle tante suggestioni che accompagnano questa vicenda sia uno degli elementi che contribuiscono a rendere ancora più opprimente e tangibile il fumus di errore giudiziario.

Gli spunti che Erostrato potrebbe aver tratto da semplici notizie di cronaca per riempire i suoi scritti di riferimenti, inoltre, potrebbero non fermarsi alle notizie su Salvatore Meloni e Breivik.
Infatti, sebbene per ragioni di spazio sia impensabile riportare qui ogni possibile riferimento comparso sui media all’epoca, vi è qualche “coincidenza” che ritengo meriti menzione.
A titolo d’esempio, nel giugno del 2017 ricorreva il settantesimo anniversario della pubblicazione del libro “La Peste” di Camus, e della circostanza fu dato atto da alcune testate giornalistiche nazionali (ne riporto uno, a mero titolo esemplificativo: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/12/la-peste-di-camus-a-70-anni-dalla-pubblicazione-un-romanzo-che-cambia-la-vita/3654395/).
Inoltre, nello stesso periodo, diverse testate giornalistiche diedero notizia di una nuova traduzione del celebre romanzo di Camus .
Ancora, nell’estate 2017, su Il Venerdì di Repubblica fu pubblicato un articolo/recensione a firma di Corrado Augias in cui si cita la frase dell’Eneide che compare in una delle lettere di Erostrato.



Perfino il Miles Gloriosus di Plauto venne menzionato nell’estate del 2017 in un articolo del Corriere sui vanitosi (fonte: https://www.corriere.it/sette/17_agosto_31/vanita-social-network-d687c20c-8c17-11e7-b9bf-f9bee7e83ed2.shtml).
Questi ultimi esempi, a differenza di quello relativo a Breivik, non mirano ad essere esaustivi e non hanno lo scopo di dimostrare che Erostrato abbia certamente preso spunto, per le citazioni letterarie, da articoli giornalistici di quel periodo.
Ciò che, tuttavia, ho voluto provare mostrare una volta in più con questi esempi, è che non è necessario essere lettori o amanti dei libri per citare libri: se si desidera attirare l’attenzione infarcendo di citazioni letterarie le proprie comunicazioni, non solo è sufficiente una comunissima connessione ad Internet, ma anche la semplice lettura dei quotidiani può fornire ampi spunti relativi alle opere di cui cercare sul Web le citazioni.
E se non è -e probabilmente non sarà mai- possibile determinare con assoluta certezza quali siano state le reali “fonti” di Erostrato (quotidiani, televisione, radio, Internet), spero di aver contribuito a mostrare quanto tali fonti possano essere variegate e, soprattutto, ben più accessibili a chiunque rispetto alla lettura di libri.

Questa vicenda giudiziaria, però, non si è fermata alla -pur discutibile- contestazione delle letture: anche la scrittura, infatti, è stata a propria volta resa “indizio”, ancorché non sia dato comprendere bene di cosa.
A seguito della prima perquisizione, infatti, vengono installate nell’abitazione degli Aquini delle cimici.
In forza di quanto emerge dall’ascolto delle conversazioni così registrate, si arriva a una seconda perquisizione con il sequestro di un ulteriore elemento divenuto oggetto di dibattimento.
A questo punto, vi chiederete cosa sia emerso di così scabroso.
In realtà, ma forse lo avrete già intuito, si tratta di una ennesima suggestione priva di qualsivoglia reale valore indiziante.
Infatti, dopo aver appreso di essere indagato, il Sig. Nemesio comincia a scrivere un libro, contenente una sua autobiografia romanzata, nella quale ad un certo punto egli incontra il soggetto poi divenuto Erostrato, di cui parimenti viene proposta una biografia, intuibilmente inventata.
È in questo modo che anche un innocente tentativo di ingannare il tempo, o magari di gestire i troppi pensieri vertenti sulla vicenda (d’altronde, non deve essere semplice pensare ad altro quando la propria vita viene sconvolta da situazioni di questo genere), diviene non solo parte del “quadro indiziario” ma perfino oggetto di perizia psichiatrica.
Ma che senso può avere sottoporre a perizia psichiatrica un testo di fantasia? Cosa emergerebbe da qualsiasi romanzo sottoposto a perizia psichiatrica, specie laddove sull’autore gravi il sospetto di essere responsabile di un reato?
Va sottolineato, a conferma della natura -ancora una volta- di mera suggestione di tale elemento, che non appena ci si discosti da ciò che può apparire suggestivo e si cerchi un appiglio che sia oggettivamente, incontrovertibilmente idoneo a mostrare un legame tra gli Aquini ed Erostrato, ecco che ci si scontra con una scomoda ma chiara evidenza: tale appiglio non esiste.
Nel caso di specie, al di là dei racconti di fantasia in essa contenuti, la carta dei quaderni sequestrati si rivela diversa da quella usata da Erostrato per le sue lettere: insomma, in casa degli Aquini vengono trovati, come in ogni abitazione, dei quaderni a quadretti, ma nessuno di questi è il quaderno dal quale sono stati strappati i fogli usati da Erostrato per le sue missive.
Spesso, dinnanzi a questa o quella suggestione emersa nel corso della vicenda, ho avuto modo di osservare come la stampa, indefettibilmente avvezza al colpevolismo, si chiedesse se elementi di tale tenore potessero essere delle semplici coincidenze.
A tale domanda, penso si possa serenamente rispondere che non solo è ben possibile che si tratti di coincidenze ma anche che, ad uno sguardo più attento, non si tratta neppure di coincidenze: le coincidenze, infatti, come rivela la parola stessa, concordano, “coincidono”, appunto.
Gli elementi in esame, al contrario, coincidono solo in apparenza, salvo poi rivelarsi fondamentalmente incongruenti e contraddittori.
Allora, se proprio ci si vuol fare qualche domanda sulle coincidenze, ne propongo una: è solo una coincidenza che a collimare (e neanche più di tanto, come abbiamo visto) con gli Aquini siano sempre e solo elementi la cui portata è rimessa ad un ampio apprezzamento soggettivo mentre, di contro, ogni possibile elemento oggettivo (dalla carta alla presenza di DNA) non dà alcun esito che confermi questa ricostruzione?
Non dovrebbe questa stessa constatazione costituire un campanello d’allarme?

Con l’argomento affrontato in questo paragrafo, abbiamo dunque visto il peso della vaghezza, osservando ancora una volta quanto, in relazione ad altri elementi della vicenda, avevamo già constatato nella prima parte: i presunti elementi a carico degli Aquini non solo sono del tutto carenti di gravità, univocità e precisione, non solo non indiziano alcunché (né se considerati isolatamente né se sommati), ma hanno anche la sconcertante prerogativa per cui, se accostati tra loro, anziché restituire un quadro più chiaro, lo complicano, semplicemente in quanto un elemento ne contraddice un altro.
Così, come la proverbiale pezza che fa più danno del buco, ognuno degli elementi utilizzati contro gli Aquini, se osservato attentamente, ne fa crollare degli altri: lo abbiamo visto in merito agli incendi, in merito alla testimone, in merito agli “Adelphi della Dissoluzione” e, da ultimo, in merito ai libri sequestrati in casa degli Aquini.


Ceci n’est pas une pipe. “Questa non è una pipa”, scriveva René Magritte come didascalia di sua celebre opera d’arte raffigurante una pipa, divenuta emblema del surrealismo ed eloquentemente intitolata “Il tradimento delle immagini”.
Se il quadro indiziario contro Nemesio e Samuele Aquini fosse un dipinto, lo intitolerei proprio “Il tradimento delle immagini”, e scriverei in didascalia “questo non è un quadro indiziario”.
Nulla, infatti, più del concetto di tradimento, rende l’idea di ciò che provo constatando come elementi di questo tenore abbiano potuto portare a un rinvio a giudizio e perfino a una sentenza di condanna in primo grado.
Mi sento tradita in primo luogo come cittadina e, in secondo luogo, come persona che ha trascorso tanti anni sui libri di diritto, salvo poi doversi scontrare con una realtà ben diversa da quella illustrata dai principi di civiltà che si predicano, invano, nelle aule accademiche.

Non mi ha dunque sorpresa in modo particolare apprendere che in questa vicenda giudiziaria caratterizzata da una somma di “zeri” metaforici, a tali zeri in senso metaforico si sia aggiunto perfino uno zero in senso letterale o, per meglio dire, matematico.
Mi riferisco, nello specifico, al pacchetto di caramelle (“appartenente allo stesso lotto” di quello rinvenuto, con gli spilli, alla scuola materna di Cergnai) che sarebbe stato acquistato con la tessera fedeltà della famiglia Aquini al supermercato di Cesiomaggiore ventisei giorni prima dei fatti di Cergnai.
Per inquadrare meglio questo elemento che, come anticipato, costruisce uno zero in senso letterale, deve essere premesso anzitutto che, ovviamente, l’acquisto di un pacchetto di caramelle non costituisce, di per sé, un fatto anomalo o strano.
Al fine di comprendere, però, fino a che punto tale elemento, che fu strombazzato ai quattro venti da molteplici organi di informazione, costituisca letteralmente uno zero, è necessario soffermarsi su una serie di ulteriori circostanze.
In primo luogo, va sottolineato che, se di per sé l’acquisto di una confezione di caramelle non è certamente un fatto singolare, lo è ancor meno in alcuni periodi dell’anno.
Infatti, se l’acquisto risale a ventisei giorni prima rispetto ai fatti della scuola materna di Cergnai, avvenuti il 22 gennaio, tale acquisto da parte degli Aquini è avvenuto in data 27 dicembre, ossia in piene festività natalizie, periodo in cui pressoché ogni famiglia acquista caramelle e dolciumi di ogni genere.
Peraltro, non si può fare a meno di sottolineare che, per quanto si possa essere sprovveduti, è davvero difficile credere che, se si intende utilizzare qualcosa per la commissione di un reato, la si acquisti con una tessera punti: soprattutto, in considerazione del fatto che Erostrato non sembra affatto essere uno sprovveduto dal momento che, tra l’altro, è riuscito a non lasciare né DNA né impronte nelle sue lettere.
Tuttavia, i problemi non finiscono certo qui: c’è anche un altro aspetto sul quale è impossibile non soffermarsi.
Sebbene il fatto che tali caramelle appartenessero “allo stesso lotto” sia stato presentato come un indicatore di corrispondenza, deve essere aggiunto che i sacchetti di caramelle simili e dello stesso lotto ammontano a ben 5128 (fonte: Corriere delle Alpi, 24 marzo 2022).
Non è un errore di battitura e non avete capito male. Cinquemilacentoventotto.
Per chi volesse osservare questo numero (un sacchetto di caramelle su 5128 dello stesso lotto e della stessa tipologia in circolazione nella stessa area geografica) in percentuale e non avesse sotto mano una calcolatrice, non posso che inserire un’immagine con il calcolo svolto.


0,0195%: uno zero in senso letterale, appunto, un numero che mostra, impietosamente, un ennesimo elemento caratterizzato da assoluta inconsistenza.
Un “indizio” che, in sostanza, non è un indizio, in quanto visti i numeri è intuibile che un “indizio” analogo si troverebbe a carico di un gran numero di famiglie della zona.
Ed è proprio questa inconsistenza che, personalmente, mi sembra di ravvisare nella totalità degli elementi finora osservati, ad avermi spinta a prendere in particolare considerazione alcuni aspetti che saranno oggetto del prossimo paragrafo.

Il peso del pregiudizio

Dopo aver preso in esame una serie di elementi, mostranti -talvolta in maniera plateale- quanto la vicenda giudiziaria in questione sembri reggersi più su suggestioni che su indizi propriamente detti, ritengo sia d’obbligo una parentesi, che potrebbe essere infinita, su come e quanto agisca sull’inconscio collettivo il flagello del pregiudizio.
Mentre mi accingevo a scrivere e, nel frattempo, cercavo di raccogliere il maggior numero di notizie possibile per affrontare l’argomento, più materiale esaminavo e più mi rendevo conto di provare la sgradevole sensazione che la cifra stilistica di questa vicenda giudiziaria, o per meglio dire mediatico-giudiziaria, fosse la suggestione unita, in una miscela potenzialmente dannosa, al pregiudizio.
Per la precisione, è come se tutte le suggestioni, tutti gli “zeri”, metaforici e non, visti finora, fossero tenuti insieme dal pericoloso collante dello stereotipo.

Per cominciare a darvi un’idea di ciò che intendo, inserisco l’immagine di un vecchio articolo pubblicato dal Corriere delle Alpi, promettendovi sin da ora che la circostanza, evidenziata al tempo e richiamata perfino -dalla medesima testata giornalistica- nel sottotitolo di un articolo del 24 marzo di quest’anno in merito alla sentenza di primo grado, sarà uno degli oggetti (anche se non l’unico) di questo paragrafo.



Infatti, sebbene la circostanza, in sé considerata, non sia oggetto di dibattimento e non dovrebbe avere la benché minima attinenza con l’accertamento dei fatti e di eventuali responsabilità, si trova purtroppo ad averne nel momento in cui viene data in pasto, per giunta spesso in maniera inadeguata (e per constatarlo è sufficiente osservare le reazioni di rabbia e scherno), all’opinione pubblica: se non altro perché anche i giudici, piaccia o meno, sono parte dell’opinione pubblica e, proprio come ogni altra persona, sono esposti al veleno del pregiudizio.

Il pregiudizio, in apparenza e sia pure a targhe alterne, non gode di buona reputazione nella nostra società, eppure ognuno di noi a suo modo ne è vittima inconsapevole, portatore insano di credenze esterne e interiori che possono determinare problemi e danni incalcolabili.
Lo è il maestro che ha antipatia per l’alunno dal primo momento in cui lo vede entrare in classe, il capoufficio che detesta il suo sottoposto assunto da poco, lo può essere perfino il genitore con un figlio appena nato.
Ancora oggi, che ne abbiamo viste di tutti i colori, parlo di inconsapevolezza perché non riesco a credere che un essere umano possa basare il suo giudizio su preconcetti.

Se da un lato, come alcuni dicono, l’adagio secondo il quale “la prima impressione è quella conta” a volte funziona, almeno in apparenza, dall’altro è purtroppo una frase che non porta a nulla di buono.
Il pregiudizio è insidioso, ed è ancor più insidioso laddove non venga esplicitato in maniera chiara, ma sia lasciato libero di agire in sordina.
Ed è così insidioso che, ve lo confesso, ho indugiato nel momento in cui mi sono trovata a dover fare una scelta in merito alla opportunità di affrontare o meno, su Colonna Infame, il tema oggetto di questo paragrafo.
Il motivo principale della mia esitazione dinnanzi alla prospettiva di soffermarmi anche su questo aspetto, era dovuto al timore di poter contribuire, sia pure involontariamente, a dare pubblicità ad elementi che, di per sé, non dovrebbero essere oggetto di dibattimento né, tantomeno, di attenzione mediatica.
Dopo una lunga riflessione, ho tuttavia deciso di dare spazio anche al tema di questo paragrafo, per alcune ragioni che intendo esplicitare.

La prima è legata al fatto che, come da tempo insegna la sociologia del diritto, il diritto concretamente applicato spesso non è tanto quello dei codici, quanto quello dei mass media: si tratta di una presa di coscienza triste, ma nondimeno necessaria al fine di provare, nel proprio piccolo, ad innescare una riflessione che possa quantomeno cercare, facendo appello al senso critico, di invertire la rotta.
La seconda, più banale ma non meno rilevante, è il fatto che il blog Colonna Infame, pur potendo contare su uno zoccolo duro di affezionati lettori, non ha neanche alla lontana la copertura di testate giornalistiche (anche locali) e trasmissioni televisive, che pure degli argomenti oggetto di questo paragrafo hanno -sia pure a sproposito– parlato: in buona sostanza, non sarà certo questo articolo a dare pubblicità a determinati elementi, alla cui impropria e dannosa divulgazione qui cercheremo anzi di contribuire a porre rimedio.
La terza, che capirete meglio nel prosieguo, è il fatto che proprio la presenza di elementi di questo genere, in quella che è stata la presentazione del caso all’opinione pubblica, oltre a non deporre in alcun modo per la colpevolezza degli imputati (né del più giovane di loro, al quale tali elementi si riferiscono), suggerisce una ancora maggiore cautela, in quanto acuisce il sospetto di essere di fronte ad un errore giudiziario: infatti, sebbene questo fenomeno sia perlopiù ignoto al grande pubblico, esiste un ampio filone di errore giudiziari inscindibilmente legati a questo specifico genere di pregiudizio.
Una quarta ragione, è il fatto che, da alcune fonti dell’epoca, risulta perfino che una delle perquisizioni domiciliari presso l’abitazione degli Aquini sia stata motivata, tra l’altro, con riferimento al fatto che Samuele fosse iscritto al forum “Atei italiani”: una circostanza (la perquisizione così motivata, e non certo l’iscrizione al forum) che trovo, sinceramente, inquietante.
Ancora, una quinta ragione, che è il caso di richiamare se non altro per ricordare ai nostri lettori di appuntare nel metaforico block notes tra gli indizi contro gli Aquini un ulteriore “zero”, è il fatto che un altro libro sequestrato in casa degli Aquini, è stato un celebre libro sul Satanismo scritto dal sociologo (per giunta cattolico) Massimo Introvigne, che venne imprudentemente presentato dalla grancassa come non si sa bene quale misterioso testo occulto: anche tale circostanza, infatti, evidenzia piuttosto bene un certo clima che, a parere di chi scrive, non ha giovato alle indagini.
Infine, l’ultimo motivo, è una riflessione nata dalla lettura di un vecchio articolo del sociologo Patrizio Paolinelli (questo: https://www.sociologiaonweb.it/esoterismo-sicurezza-e-comunicazione-il-caso-dei-bambini-di-satana/?fbclid=IwAR2FBzlM63eHdit9JzSB-4s06tIYbXIh641DN0azPMZRn2B0VW_vVfeWxkw) relativo proprio a un caso di errore giudiziario innestato su questo genere di pregiudizio che, per un caso fortuito, stavo leggendo proprio nei giorni in cui ho appreso della sentenza di primo grado, e che ha contribuito a far sì che maturasse in me la convinzione secondo la quale il fatto che soggetti terzi cerchino di creare un minimo di contraddittorio possa essere utile ad un accertamento dei fatti corretto e ripulito da isterie e stereotipi.

Con questo paragrafo, dunque, non intendo certo offendere quelli che io credo vittime di un clamoroso errore giudiziario, anche se mi trovo costretta a soffermarmi su qualche loro caratteristica per spiegarmi meglio.
E, sia chiaro, non intendo nemmeno offendere chi ha portato avanti le indagini, ma è impossibile non vedere che, oltre all’assenza di prove, gli indizi non mi paiono gravi, sono assolutamente imprecisi e, manco a dirlo, discordanti.
Così, per mostrarvi come i pregiudizi possano incidere, anche in maniera consistente, su qualsiasi vicenda giudiziaria in generale, e come potrebbero aver inciso su questa in particolare, ho pensato di ispirarmi a un celebre personaggio, che certamente conoscerete tutti, frutto della fervida fantasia di Carlo Collodi: il Grillo Parlante.



Tuttavia, se il Grillo Parlante di Collodi simboleggia la voce della coscienza, che parla con calma e dispensa parole di saggezza, ma troppo spesso viene messa a tacere, il “nostro” Grillo Parlante, che ci accompagnerà in questo paragrafo, avrà l’onere di rappresentare l’esatto opposto: la voce del pregiudizio, chiassosa dispensatrice di consigli ben poco saggi, ma sin troppo ascoltata.
La voce del pregiudizio tende a mostrare la realtà attraverso una lente deformante, che dà una connotazione negativa caratteristiche personali, magari statisticamente poco comuni, ma del tutto lecite.
Peggio ancora, la voce del pregiudizio, spesso, tende non solo ad ingigantire tali caratteristiche personali, ma perfino a travisarle.

Gli unici “indizi” che vedo, tornando a noi, si riflettono su due uomini privi di patente e/o automobile.
Proviamo ad ascoltare, per un momento, la voce del pregiudizio: cosa potrebbe dirci?
Avanzo qualche proposta, non importa quanto poco avveduta, anzi: come abbiamo detto, infatti, la voce del pregiudizio non lo è affatto.
“Ma come si fa a non guidare al giorno d’oggi?”
Ancora.
“Sono padre e figlio che fanno, insieme, passeggiate quotidiane: che problemi hanno queste generazioni che invece di separarsi si mescolano in un inquietante sodalizio?”
Ancora.
“Perché un giovane uomo, anziché frequentare persone della sua età, se ne a casa a leggere libri di dubbia moralità, a navigare in Rete e scrivere su forum in materia di ateismo o -peggio che mai- a consultare pagine sul Satanismo?”
Infine, la ciliegina sulla torta, come si è appreso dai media, il più giovane degli imputati “soffre anche di depressione”: altro non potrà essere, quindi, che qualcuno da cui guardarsi, qualcuno che una società come la nostra sceglie agevolmente come preda facile dei diversi e tanti accusatori che la compongono.

Chissenefrega se non ci sono né indizi né prove, la nostra colonna infame ha bisogno di essere occupata da qualcuno che abbiamo già condannato nelle nostre, risibili ed orripilanti, concezioni.

In merito alla “ciliegina sulla torta” poc’anzi citata, la depressione, considero un imperativo etico spendere qualche parola, in quanto è un elemento che tocca profondamente la mia sensibilità.
Se in questa vicenda, globalmente considerata, non c’è davvero nulla che possa, anche alla lontana, far sorridere, c’è un aspetto che trovo più triste di ogni altro e che più di ogni altro mi ha colpita.
Da tempo, sono una appassionata lettrice di saggi su svariati temi di diritto penale, ma in particolar modo in materia di funzione e giustificazione della pena.
Pur senza scendere nel dettaglio delle varie concezioni filosofiche che, sull’argomento, si affiancano o si contestano a vicenda, è sufficiente qui richiamare un concetto che mi ha sempre colpita molto.
Spesso, le giustificazioni filosofiche della pena e dello stesso ordinamento penale, fanno riferimento anche alle pulsioni di vendetta che sorgono nella popolazione dinnanzi ad un reato: in buona sostanza, si dice, l’ordinamento penale e la pena esistono in quanto, in loro assenza, le pulsioni di vendetta si tradurrebbero in un Far West, con conseguenze ben più dannose e, soprattutto, incontrollabili.
Ancora, capita che facciano riferimento a esigenze inerenti la conservazione del sistema: il sistema deve essere credibile, e non lo sarebbe nel caso in cui minacciasse una pena per un reato per poi non applicarla.
C’è però un altro concetto, che costituisce principio fondamentale, e che in quanto tale si affianca a quelli ora citati, costituendone un limite invalicabile.
Infatti, per quanto l’ordinamento penale possa essere giustificato, alla sua giustificazione esiste pur sempre un limite, dato dal fatto che l’individuo non possa mai essere considerato uno strumento per raggiungere finalità ulteriori, fosse anche per appagare la sete di vendetta di tutti gli altri o per rispondere alla “ragion di Stato”.
Tali principi dovrebbero valere non solo in ambito giudiziario, ma anche nelle trattazioni di cronaca: abbiamo già visto più volte, d’altronde, come e quanto i due piani rischino di intersecarsi.
Ed è proprio perché l’individuo non può essere un mezzo che non si può tollerare l’idea (prima ancora che il fatto) che, per blandire il consenso dell’opinione pubblica impressionata da notizie inerenti un reato, delle persone possano essere messe alla gogna ed esposte al pubblico ludibrio, quasi usate, se mi è concessa un’immagine forte, a mo’ di scudi umani per rassicurare l’opinione pubblica dandole un mostro contro il quale scagliarsi, specie se tali persone sono, di per sé, già indebolite da problemi che potrebbero rendere letteralmente insostenibile un peso di questo tipo.

Sebbene l’insegnamento che dovremmo trarre dall’antico racconto che vede protagonista il cortigiano Damocle sarebbe di non considerare oro tutto ciò che luccica senza valutare le responsabilità e i pericoli ai quali si è esposti se si gode del privilegio di essere un tiranno, personalmente ho sempre dato alla “Spada di Damocle” una lettura polivalente.
Come al solito, guardo il lato umano e, grazie alla semplice osservazione delle peculiarità di ognuno, ho avuto modo di rendermi conto negli anni che -per quanto possa sembrare banale- così come non tutti hanno la stessa soglia di sopportazione del dolore fisico, allo stesso modo non tutti riescono a reggere con la stessa forza d’animo la pressione che può comportare l’essere coinvolti in un procedimento penale.
Tutti noi abbiamo avuto modo di osservare, in tanti anni di bombardamento mediatico in materia di cronaca, le reazioni di indagati, eventualmente divenuti imputati e condannati. Le reazioni alla violenza delle accuse, all’accanimento mediatico e alla ostilità dell’opinione pubblica sono diverse, come diverso è ognuno di noi.
Su questa considerazione non ci si sofferma mai abbastanza quando si muovono accuse, e questa leggerezza può portare a conseguenze disastrose, perché sappiamo benissimo che la macchina del fango, una volta messa in moto, è molto difficile da fermare.
Il fango, come farebbe in natura, riesce a deviare indagini anche inconsapevolmente, copre ogni altra pista che risulterebbe molto più plausibile e in ultima battuta, quella più tragica, trascina con sé le vite dei poveri malcapitati di turno in un burrone dal quale sarebbe difficile risalire perfino se venisse ritrattato tutto con un proclama a reti unificate. Questo perché l’animo violentato da una vicenda simile stenta a riprendersi, dal momento che una ingiusta accusa provoca delle ferite indelebili.

Se la persona o, come in questo caso, le persone colpite da una ingiusta accusa hanno poi alcuni attributi, come un profondo affetto che lega i componenti della famiglia, uno stile di vita semplice e scevro di malizia, una semplice quotidianità simile ad una nicchia protettiva e, nel caso del più giovane, una depressione che, se pur ammirevolmente affrontata con metodi efficaci, resta pur sempre una depressione, ci si dovrebbe interrogare sulla necessità di affrontare accuse così delicate con un approccio totalmente diverso.
Ora, come sapete, personalmente ho voluto essere chiara sin dall’inizio, scrivendo espressamente di ritenere i due imputati estranei ai fatti.
Sebbene non possa pretendere che tutti abbiano la mia stessa convinzione, un dato di fatto incontestabile è che questo caso giudiziario verta su meri indizi, e non su prove: una circostanza, per giunta, pacificamente riconosciuta da vari organi di stampa.
Per questo, mi viene da dire che non si può sparare a zero, nel dubbio, in un implicito “tanto delle vite degli altri chissenefrega”, perché non tutti riescono a sostenere anni e anni con una spada di Damocle sulla testa.
Una società che voglia definirsi civile non dovrebbe mettere nessun cittadino in queste assurde condizioni, e ribadisco, nessun cittadino, senza distinzione alcuna, perché la dignità di ognuno va sempre tutelata e mai e poi mai calpestata.
In questa circostanza, per l’ennesima volta, ho dovuto costatare -e mi rincresce dirlo- che la società italiana è ancora molto lontana dal potersi definire civile.

Basti solo pensare a quale ruolo potrebbe aver giocato, in questo caso, il peso del pregiudizio.
Quella vocina insistente, di cui ho provato sopra ad intuire e riportare alcune parole, è una voce che mai dovrebbe trovare spazio, in generale, ma soprattutto in situazioni di per sé connotate da una intrinseca e particolare delicatezza.
Quella voce, come anticipato sopra, è una lente deformante, che può portare a travisare anche le cose più semplici e banali, ad esempio l’amore per i libri o la sacrosanta scelta personale di non prendere la patente: ed così che perfino delle semplici passeggiate, magari volte proprio ad alleviare la sofferenza di una persona che combatte contro la depressione, possono diventare, se unite a suggestioni di vario genere, sospette.
E quella voce è una lente deformante che non può, in quanto tale, che contribuire a intorbidire le acque, le stesse acque dalle quali tutti noi, successivamente, ci troveremo, volenti o nolenti, a dissetarci.
Infatti, se quando ci si occupa, anche semplicemente in qualità di blogger, di una vicenda di cronaca, ritenendo che si tratti di un errore giudiziario, il primo pensiero non può che essere rivolto alle persone direttamente coinvolte, è anche vero che ogni errore giudiziario non riguarda mai solo imputati e condannati.
Un errore giudiziario riguarda sempre, che ne siamo o meno consapevoli, l’intera società, per la quale costituisce una ferita profonda.
E non si tratta solo di una considerazione astratta e di principio, ma anche di un problema concreto, perché per quanto sia sgradevole pensarci, un errore giudiziario può coinvolgere letteralmente chiunque.

Nel caso di specie, inoltre, il problema potrebbe essere particolarmente rilevante in concreto.
Infatti, come ho avuto modo di anticipare a più riprese, uno dei sospetti che, via via che mi documentavo sulla vicenda, hanno cominciato a farsi strada nella mia mente, è che questo caso possa ricadere, almeno in una certa misura e nonostante alcuni profili di atipicità, in un fenomeno noto come “satanic panic“: un fenomeno spesso completamente ignoto all’opinione pubblica, ma particolarmente studiato dalla sociologia, specie anglofona, anche e soprattutto in quanto è stato storicamente ed è usualmente legato (indovinate un po’?) a errori giudiziari che innescano, in quanto improntati a isteria di massa, spirali estremamente pericolose.
Sebbene in questa sede sia impossibile una trattazione dettagliata della materia, è quantomeno necessario definire il fenomeno ed i suoi contorni.
Con la locuzione “satanic panic” o, in Italiano, “panico satanico”, si fa riferimento a una specifica tipologia di panico morale.
Il concetto di panico morale, a propria volta, fa riferimento a un meccanismo, ascrivibile alla categoria delle isterie collettive, in base al quale stereotipi, incidenti aneddotici o, in alcuni casi, vere e proprie leggende metropolitane prive di qualsivoglia fondamento, tendono ad apparire, nella coscienza collettiva (spesso aizzata in tal senso anche da disinformazione o sensazionalismi mediatici) come pericoli diffusi, gravi ed incombenti.
Il panico satanico, come anticipato, è una peculiare forma di panico morale, basata su una serie di stereotipi e, spesso, leggende metropolitane di matrice cospirazionista destituite di fondamento, incentrato su una percezione di pericolo, in realtà infondata, legata a presunti crimini riconducibili al Satanismo.
Alla fine del secolo scorso, un’ondata di isteria collettiva riconducibile a panico satanico colpì gli Stati Uniti e, successivamente, molti Paesi europei, tra i quali l’Italia, sfociando in centinaia di indagini a carico di persone innocenti e in relativi processi, nella generalità dei casi culminati con assoluzioni, non prima di aver rovinato la vita alle persone colpite.
Ho ritenuto opportuno un richiamo all’argomento, in quanto proprio in concomitanza con l’inizio delle azioni di Erostrato, ossia negli anni 2017-2018, vi è stata, a livello globale, come sottolineato da diversi studiosi, un vero e proprio revival di alcuni temi tipici del panico satanico.
Sebbene i presunti crimini ai quali fa riferimento generalmente l’isteria legata a panico satanico siano reati di indole completamente diversa rispetto a quelli di Erostrato (per questo ho parlato di atipicità), l’osservazione di come i mass media abbiano talvolta ostinatamente insistito, in relazione alla vicenda, nel porre l’accento su alcune determinazioni personali del più giovane dei due imputati, mi spinge a ritenere che, nonostante gli aspetti di atipicità, possa essere comunque riscontrabile anche nel caso di specie un retroterra di stereotipi e panico morale a tema satanico, quantomeno come collante che tiene insieme la serie di suggestioni che abbiamo visto nei paragrafi precedenti.

A tal proposito, pur senza dilungarmi troppo sull’argomento, cosa che renderebbe l’articolo dispersivo, per quanto il tema sia di interesse date le sue implicazioni collettive, mi limito qui a qualche osservazione relativa al caso di specie, e in particolare al modo in cui elementi di tale isteria abbiano connotato la comunicazione con specifico riferimento al più giovane degli imputati.
In prima battuta, deve essere sottolineato che sebbene esista, statisticamente, qualche crimine riconducibile al cosiddetto “satanismo acido”, perfino tali crimini sono aneddotici e sono spesso oggetto di abbondanti mistificazioni mediatiche, come anche recentemente dimostrato da studi e inchieste, tra cui una recente pubblicazione di Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani.
Al di là di questo, però, va sottolineato che il Satanismo razionalista, di cui tanto si è parlato in relazione a Samuele Aquini, al pari di altre forme di Satanismo, non ha nulla a che vedere con quei, sia pure rarissimi e aneddotici, fenomeni criminali.
Il Satanismo razionalista è una filosofia di stampo sostanzialmente ateo o agnostico, senza la benché minima connotazione criminale, che considera Satana come simbolo (e non come una entità o divinità) di una serie di valori: si tratta di una realtà che, per quanto minoritaria e magari, in quanto poco nota, facile bersaglio di pregiudizi, è del tutto legalitaria.
Statisticamente, la probabilità che un individuo che segue tale forma di filosofia o ne è appassionato commetta un illecito non è superiore alla media sociale.
Inoltre, giacché siamo in argomento, mi sembra a questo punto interessante far notare che il Satanismo razionalista presenta una serie di incompatibilità rispetto alle idee veicolate negli scritti di Erostrato.
Limitandomi a pochi esempi, si tratta di una filosofia che non ha alcuna posizione omofoba ma è anzi “gay-friendly” e tendenzialmente in linea con posizioni politiche progressiste. [3]
Di contro, e lo specifico per chiunque non conoscendo bene l’argomento potrebbe essere a propria volta vittima di certe suggestioni, il Satanismo razionalista, non contempla riferimenti all’Anticristo, al katechon, e similari: insomma, i riferimenti di Erostrato di ispirazione millenarista non hanno alcuna attinenza con le idee filosofico-religiose di Samuele Aquini.
Per questa ragione, soffermarsi tendenziosamente su un tale aspetto personale, che in un’opinione pubblica generalmente poco informata su filosofie e culti emergenti può ingenerare una ingiustificata ostilità ai danni di una persona, già in una situazione delicata in quanto colpita da un procedimento penale che, per consentire un corretto accertamento dei fatti, dovrebbe svolgersi all’insegna della serenità e non dell’isteria, è un atteggiamento che a mio avviso merita un particolare biasimo.
Tale accanimento, infatti, potendo compromettere l’imparzialità del giudicante, rischia di costituire un concreto pericolo e, in ogni caso, appare come una ingiustificata forma di lesione della libertà e dignità di un individuo che, pur essendo coinvolto in un procedimento penale, deve essere per quanto possibile tutelato.

Il mio augurio è un generale recupero della lucidità che colga tutti in sincrono in occasione dell’appello. Con un pizzico di umiltà e buona volontà si potrebbe anche ridimensionare una faccenda che ha preso vita dal nulla, facendo cadere le accuse e restituendo quel minimo di serenità ad una famiglia che merita, quantomeno, di lasciarsi questa brutta storia alle spalle e riprendere il controllo della propria esistenza.

Il peso dell’intuizionismo giudiziale: la fallacia della fascina

“Non mi aspettavo un vostro errore
Uomini e donne di tribunale
Se fossi stato al vostro posto…
Ma al vostro posto non ci so stare.”
(Fabrizio De André, Nella mia ora di libertà)

In conclusione di questo ciclo di articoli sul caso Erostrato, anche se, come avrò modo di spiegarvi meglio, con ogni probabilità non sarà questa l’ultima volta in cui Colonna Infame si occuperà della vicenda, ho deciso di dedicare un paragrafo a quello che considero un ulteriore aspetto che merita una particolare attenzione.
Con questo paragrafo, manterrò l’ultima delle mie promesse: spiegare cosa ho voluto intendere esternando il mio timore di vedere in fiamme -con l’Erostrato bellunese del XXI secolo- non il tempio di Artemide, bensì il tempio di Themis, la Giustizia.
In queste ultime pagine, infine, proprio in quanto argomento intrinsecamente collegato al tema del paragrafo, confluiranno le prime riflessioni relative alle perizie grafologiche che hanno caratterizzato -e, in buona misura, segnato- l’andamento processuale della vicenda in esame.
Parlo necessariamente di “prime riflessioni” in quanto, per il momento, potrò svolgerne solo alcune: questa, tra l’altro, è anche la ragione per cui ho anticipato che, con ogni probabilità, questo non sarà l’ultimo articolo.
Infatti, mentre reperivo il materiale disponibile sulla vicenda per la stesura di questo articolo, ho notato, nelle notizie relative alle perizie grafologiche, una serie di punti a mio avviso meritevoli di un approfondimento ulteriore.
Tuttavia, non avendo personalmente una particolare competenza in materia, dovrò qui limitarmi, oltre alle considerazioni prettamente giuridiche, solo ad alcune osservazioni che, sulla base di miei precedenti studi ed esperienze professionali che si sono “incrociati” con le discipline forensi, ritengo di essere in grado di svolgere.
Per approfondire gli ulteriori aspetti che, nel corso delle ricerche, ho individuato come possibilmente problematici, ho deciso di coinvolgere una ulteriore persona: si tratta di un amico, in passato già collaboratore del blog Colonna Infame per alcuni aspetti “tecnici” relativi alle discipline forensi, che avendo accesso a un certo numero di pubblicazioni specialistiche, potrà reperire probabilmente informazioni degne di un ulteriore articolo.

Tornando a noi, se dovessi spiegarvi i motivi della mia apprensione, alla luce di questa vicenda, per il tempio di Themis, non partirei affatto dalla regola processuale secondo la quale la colpevolezza degli imputati deve essere provata oltre ogni ragionevole dubbio.
Non partirei da questa regola perché, stavolta, sarebbe ozioso e superfluo.
Sono infatti convinta che in questa vicenda non solo vi sia il “ragionevole dubbio”, che do per scontato, ma ci siano, di fatto, soltanto dubbi: paradossalmente, la più grande certezza è che il quadro indiziario a carico dei due imputati non si regga in piedi.
Lo abbiamo visto, in ogni modo possibile, soffermandoci sulle tantissime anomalie e contraddizioni che sembrano costituire l’unico vero punto fermo di una vicenda che, per quanto ci si possa sforzare, porta con sé il retrogusto amaro di un grande errore.
Ogniqualvolta mi trovi dinnanzi a casi di questo genere, in cui troppe e plateali mi paiono le incongruenze, anziché soffermarmi sui principi processuali, preferisco interrogarmi sui principi di diritto sostanziale.
D’altro canto, etimologicamente, la sostanza è ciò che “sta sotto”, alla base, alle fondamenta: e quando si osserva un edificio che proprio non si regge in piedi, il primo sospetto dovrebbe essere che ci sia qualcosa che non va già nelle fondamenta, prima ancora che nella struttura.
Per questa ragione, anche in questo caso, non ho potuto fare a meno di dare uno sguardo alla sostanza, alle fondamenta, nutrendo il sospetto che proprio in quel punto si potessero trovare le prime falle, quasi una sorta di “peccato originale”, per usare un linguaggio forse più congruo a una vicenda che, per certi versi, lascia il sospetto di essere stata, sia pure inconsapevolmente e in buona fede, inficiata da pregiudizi di tipo religioso.

Ora, mi rendo conto di non potermi permettere di scendere troppo nel dettaglio di questioni giuridiche che risulterebbero, per un blog, eccessivamente tecniche e complesse: cercherò, dunque, di essere lieve.
Ai fini di comprendere i termini della questione, basti sapere che, poiché in un procedimento penale si pone la necessità di accertare se un fatto lesivo sia riferibile alla condotta di un soggetto, sorge la conseguente necessità di individuare degli standard probatori adeguati, ed è per questa ragione che il diritto deve interfacciarsi con modelli scientifici che godano di una particolare attendibilità. [4]

Già alla luce di questo primo tassello, mi sembra quasi superfluo osservare che, nel caso preso in esame, vi siano degli elementi che sfuggono in maniera plateale a un accertamento di questo tipo, se non altro perché un simile accertamento non è concretamente possibile.
Basti pensare, a titolo d’esempio, alla questione relativa agli incendi, trattata nella prima parte dell’articolo, che richiamo qui in quanto penso sia quella che mostra in maniera più chiara ciò a cui mi riferisco.
Infatti, anche al di là di tutte le altre molteplici contraddizioni relative agli incendi, che ho già avuto modo di osservare, è del tutto evidente che se non è dimostrabile neppure l’origine di tali incendi, che pertanto potrebbero essere stati dovuti perfino a cause naturali, a maggior ragione non è certamente possibile affermare “oltre ogni ragionevole dubbio” che siano stati appiccati dolosamente da persone specifiche, chiunque esse siano.
Con questa considerazione, intendo porre l’accento sul fatto che, per quanto riguarda gli incendi, a rigore non dovrebbe essere possibile neppure ascriverli al vero “Erostrato”.
Ma, in realtà, non è questo il motivo per cui ho scelto di scrivere questo paragrafo.
Infatti, se per ragioni di principio non posso fare a meno di evidenziare anche anomalie di questo genere, il motivo per cui ho scelto di scrivere su questa vicenda e ho scritto ad oggi oltre cinquanta pagine, cosa che ha richiesto un impegno significativo, non è certo quello di alleggerire la responsabilità del vero Erostrato.
Certamente, anche il vero Erostrato dovrebbe avere, come ogni altro individuo che abbia commesso un reato, il diritto ad un equo processo, cosa che implica il rispetto di una serie di garanzie: questa potrebbe suonare ai più “giustizialisti” come un’affermazione spiacevole e infelice, ma se c’è un punto fermo che ho potuto trarre dall’aver studiato diritto, è che proprio dalle garanzie accordate al reo si desume il livello di civiltà di una nazione: non a caso, uno studioso tedesco dell’Ottocento definì il codice penale come “Magna Charta del reo”.

Tuttavia, non mi sarei presa la briga di scrivere un ciclo di articoli su Colonna Infame per contestare aspetti come questo: se non altro, perché non sono tanto le questioni di principio il tema del blog.
Il motivo per cui ho scelto di scrivere, come ho detto sin dall’inizio, è la profonda convinzione che la vicenda in esame sia un errore giudiziario.
Per questo motivo, se il 23 marzo avessi letto sui giornali che Nemesio e Samuele Aquini erano stati condannati in primo grado per i reati commessi da “Erostrato”, ma che era caduta l’accusa relativa agli incendi, in quanto di origine non dimostrabile, questi articoli li avrei scritti comunque.
Il perché penso di averlo ormai abbondantemente spiegato, soffermandomi, in ognuno dei paragrafi precedenti, su un numero di anomalie e incongruenze tale da avermi spinta a parlare di “zeri” e di “somma tra zeri”.
Questo riferimento alla “somma tra zeri”, dopo aver cercato di mostrare come zero sia il sostanziale valore di ognuno degli elementi considerati parte del quadro indiziario contro gli Aquini, non è casuale.
Mentre cercavo di apprendere e comprendere il più possibile su questa vicenda, mi è tornato in mente spesso il concetto di “fallacia della fascina”, locuzione usata dall’epistemologa Susaan Haack per indicare la fallacia che consiste nel ritenere che una serie di evidenze deboli, per semplice sommatoria, possa restituire un quadro indiziario forte, e vorrei invitarvi a tenere a mente questo concetto, in particolar modo, nella lettura di questo paragrafo, in quanto vi sarà utile ricordare in quale quadro siano andate a inserirsi le perizie calligrafiche, di cui parlerò a breve.
Anche il fatto che abbia lasciato la questione relativa alle perizie calligrafiche alla fine non è un caso, né è un caso che abbia scelto di trattare l’argomento dopo il paragrafo relativo al peso del pregiudizio.
Volevo che fossero chiari, infatti, alcuni elementi, tra i quali il clima generale in cui tali perizie hanno avuto luogo e la sostanziale inconsistenza di ogni altro indizio e dunque il nulla che, a tali perizie, fa da contorno.
Per quanto riguarda, nello specifico, le perizie calligrafiche che hanno caratterizzato questa vicenda processuale, va premesso che le perizie svolte dal consulente dell’accusa e quelle svolte dai consulenti della difesa sono pervenute a risultati opposti in merito alla compatibilità degli scritti di Erostrato con la grafia degli Aquini.
In ragione di tali risultati contrapposti delle perizie di parte, è stata disposta e svolta una CTU dalla Dott.ssa Nives Andreani, con esiti sostanzialmente sovrapponibili a quelli della perizia dell’accusa.
Il mio intento non è, naturalmente, quello di mancare di rispetto ai periti di parte pubblica o di metterne in dubbio la professionalità, bensì quello di spingere i lettori ad inquadrare alcuni aspetti che potrebbero essere molto rilevanti.

Per spiegare il primo di questi aspetti, è necessaria una breve digressione nella quale cercherò di fornire, per quanto possibile, gli strumenti per una valutazione critica della questione relativa alle perizie calligrafiche in questo processo.
In questo blog, nel corso degli anni, è stata affrontata ripetutamente la questione delle discipline forensi nel processo penale, evidenziandone talvolta i limiti.
Si afferma spesso che l’introduzione delle scienze forensi nell’ambito del processo penale abbia portato ad un aumento delle garanzie, in quanto le scienze forensi tenderebbero a far scagionare l’innocente e a far condannare il colpevole.
Tale affermazione ha un fondo di verità (è sufficiente pensare ai tanti casi di errore giudiziario che, negli USA, hanno potuto essere corretti grazie al DNA) ma, se non contestualizzata e se non letta con un doveroso approccio critico, rischia di essere completamente fuorviante.
È infatti divenuto sempre più evidente, nel corso degli anni, che una buona parte degli errori giudiziari risulti inscindibilmente legata proprio a processi che hanno visto come protagoniste le scienze forensi: e con questa considerazione si apre, tra l’altro, una pubblicazione del Prof. Gary Edmond, che allego per chiunque fosse interessato ad approfondire (chi volesse leggere l’intera pubblicazione, può farlo al seguente URL: http://classic.austlii.edu.au/au/journals/UNSWLawJl/2014/15.html).



La contraddizione tra la maggiore affidabilità che le discipline forensi dovrebbero apportare e il venire in considerazione di un gran numero di errori giudiziari proprio in cui processi che vedono il contributo di tali discipline, a ben vedere, è solo apparente: il vero problema, infatti, non è rappresentato tanto dalle scienze forensi in sé considerate, bensì dal fatto che in casi di tesi scientifiche contrapposte, bassi coefficienti probabilistici e dunque, in definitiva, irrisolutività delle scienze forensi, si spalanchino di fatto le porte all’intuizionismo giudiziale, cosa che accade sia nel caso in cui il giudice rifiuti gli apporti peritali nel nome della mera intuizione, sia nel caso in cui, al contrario, il giudice subisca acriticamente gli apporti peritali senza entrare nel merito della loro affidabilità. Constatazioni di questo genere sono state alla base di un crescendo di correttivi, attraverso i quali si è cercato di porre rimedio a questo genere di problematiche: sono stati conseguentemente indicati degli standard atti a fungere da basi epistemologiche affinché la valutazione degli apporti peritali possa essere fondata su criteri rigorosi e idonei a offrire il grado di certezza preteso dal processo penale. [5]
Tra questi standard, risultano di particolare importanza e devono essere qui richiamati i criteri Daubert, elaborati originariamente dalla giurisprudenza statunitense e, infine, accolti dalla nostra Suprema Corte di Cassazione nel 2010 con la cosiddetta sentenza Cozzini.

Spero siate riusciti a seguire bene queste premesse, che ho cercato di semplificare quanto più possibile: esse saranno infatti necessarie per una maggiore comprensione delle considerazioni seguenti.
Come ben sa chi segue da tempo Colonna Infame, il tema delle scienze forensi nel processo penale è stato affrontato qui, in passato, con riferimento quasi esclusivo alla genetica forense.
Sebbene proprio in relazione alla genetica forense su Colonna Infame abbiamo spesso avuto modo di osservare una serie limiti, deve essere precisato che in linea di massima e in condizioni ottimali (ossia in presenza di campioni di DNA buoni a livello quantitativo e qualitativo, in quei casi in cui non emergano anomalie e si possano ragionevolmente escludere ipotesi di contaminazione) un test del DNA, pur non dimostrando di per sé necessariamente la colpevolezza per un reato, garantisce risultati attendibili quantomeno sulla appartenenza ad uno specifico soggetto.

Nel caso di discipline forensi come la grafologia, invece, ci si trova già in partenza di fronte ad una situazione diversa, data dal fatto che di per sé si tratta di discipline che, anche in condizioni ottimali, non garantiscono uno standard di certezza assimilabile a quello di un test del DNA e di altre cosiddette “prove scientifiche”, in quanto includono margini decisamente rilevanti di apprezzamento soggettivo.
In effetti, nel panorama statunitense, a seguito della enunciazione dei criteri Daubert non sempre le perizie calligrafiche sono state considerate sufficientemente attendibili per poter essere ammesse nelle Corti.
Sebbene sia impossibile procedere qui ad una analisi dettagliata della giurisprudenza italiana in merito alla attendibilità delle perizie calligrafiche, dal momento che non basterebbero decine di pagine, è necessario ricordare che tali perizie non sono considerate “prova” ma semplice indizio e che il fatto che non siano in grado (neppure in condizioni ottimali) di offrire certezze è stato più volte, anche di recente, ribadito dai Tribunali.


Questa, tuttavia, è una considerazione di ordine generale: va da sé, infatti, che a seconda dei casi considerati l’attendibilità potrà essere maggiore o minore, così come potrà essere maggiore o minore il grado di certezza offerto da una specifica perizia.

Anzitutto, va sottolineato che l’alto grado di soggettività nella valutazione implica, tra le altre cose, che discipline come la grafologia siano di per sé più esposte al rischio di cosiddetto “bias di conferma”, concetto che fa rifermento a quel fenomeno in base al quale si tende a concentrarsi maggiormente sui dati che confermano le proprie convinzioni preesistenti e a scartare le evidenze contrarie.
Questa problematica, che può riguardare anche i migliori laboratori e professionisti ed è esacerbata da un retroterra, per quanto inconsapevole, di pregiudizi, è studiata anche in relazione all’ambito delle discipline forensi, in cui è spesso venuta in considerazione come causa o concausa di errori peritali.
Per far comprendere meglio la portata di questo aspetto, allego un’immagine tratta da una rivista scientifica con la descrizione di un caso di errore peritale concausato da “bias di conferma” (si noti, peraltro, che il caso fa riferimento a una tipologia di perizia considerata tendenzialmente ben più attendibile di una perizia calligrafica; se qualcuno volesse leggere l’intera pubblicazione, inserisco un link da cui risulta liberamente scaricabile: https://web.williams.edu/Psychology/Faculty/Kassin/files/Kassin%20Dror%20Kukucka%20(2013)%20-%20Forensic%20Confirmation%20Bias.pdf).


Tuttavia, le perplessità in merito alla questione delle perizie calligrafiche non si fermano al possibile ruolo del bias di conferma, che pure nel caso di specie potrebbe aver rivestito un ruolo decisamente ampio.
Vorrei infatti permettermi sin da ora, a questo punto, una riflessione su una serie di altri elementi, limitatamente al poco che so in materia di discipline forensi, che potrebbero aver inciso in maniera significativa.
Per comprendere il nocciolo della questione che desidero già da oggi sottoporvi, è necessario far riferimento al concetto di random match probability, che quanti seguono Colonna Infame da tempo già conoscono.
In ogni caso, spiego brevemente il concetto, sia per chi non lo conoscesse, sia per “inserirlo” nel contesto della grafologia.
Nelle discipline forensi, per random match probability si intende la probabilità che un soggetto casualmente scelto tra la popolazione presenti le stesse caratteristiche che emergono nel materiale oggetto di una determinata perizia.
Ad esempio, se si parla di un DNA che coincide in 15 marcatori autosomici con quello di un imputato, la random match probability esprime la probabilità che un soggetto scelto a caso tra la popolazione possa avere la stessa compatibilità.
Per quanto riguarda le perizie calligrafiche, pur dovendosi sottolineare che a livello quantitativo la random match probability è in partenza completamente diversa a causa della già evidenziata minore oggettività della disciplina in questione, il concetto è analogo, e la random match probability esprime la probabilità che un soggetto scelto a caso tra la popolazione generale possa avere la medesima compatibilità, rispetto ad un testo scritto, di un imputato identificato come probabile autore di quello scritto.

Chiarito preliminarmente questo concetto, va aggiunta una considerazione, che non è un’opinione personale, bensì un dato di fatto, ossia che la random match probability subisce variazioni significative a seconda del numero di elementi preso in considerazione in una perizia: minore è il numero di elementi che può essere preso in considerazione in una valutazione peritale, maggiore è la probabilità che un soggetto casualmente scelto tra la popolazione risulti compatibile.
Per far capire meglio anche questo concetto, farò nuovamente un esempio relativo al DNA, che ritengo più “concreto” e quindi di più facile comprensione: come vedemmo anni fa presentando ai nostri lettori la sintesi di una interessante pubblicazione scientifica (https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/08/18/sul-test-del-dna-in-ambito-forense-da-forensic-dna-evidence-the-myth-of-infallibility-di-william-c-thompson-sintesi-di-rocco-cerchiara/) laddove sul luogo di un delitto venga rivenuto materiale genetico incompleto e possano dunque essere presi in considerazione pochi alleli, la probabilità di una corrispondenza casuale aumenta in misura considerevole, causando un serio rischio di errori giudiziari.
Ora, questo problema naturalmente non riguarda solo il DNA, ma qualsiasi disciplina forense.
Venendo alla vicenda oggetto dell’articolo, la problematica è di enorme rilevanza: infatti, nelle perizie calligrafiche in questione un certo numero di elementi normalmente esaminati in questo genere di perizie non può essere preso in considerazione, per motivi evidenti.

Deve essere infatti ovviamente considerato che gli scritti di Erostrato sono realizzati con grafia artefatta (le lettere sembrano suppergiù squadrate seguendo i quadretti del foglio): conseguentemente, la comparazione può avere ad oggetto solo un numero ridotto di elementi, ossia quegli elementi che presumibilmente, nonostante ogni tentativo di modificare la propria grafia, restano invariati in quanto frutto di automatismo.
Tuttavia, neanche tutti questi elementi “automatici” possono essere oggetto di valutazione nel caso in esame.
Ad esempio, di norma una perizia calligrafica tiene conto della pressione esercitata sul foglio: è chiaro che questo elemento non possa essere preso in considerazione se si parla di murales (peraltro, viene difficile pensare che possa essere preso in considerazione anche per le lettere, dal momento che sono scritte con un pennarello, e che di certo la pressione esercitata sul foglio con un pennarello non sarà la stessa esercitata con una penna).
A tutto questo deve essere aggiunto un elemento: la perizia calligrafica relativa ai murales non è stata effettuata sui murales, dal momento che furono ovviamente rimossi quasi subito, bensì su fotografie.
Ora, benché non sia di per sé vietato effettuare una perizia calligrafica su fotografie o comunque su copie fotostatiche, e benché l’incidenza di questo elemento sulla affidabilità del risultato dipenda anche dalla qualità delle copie in questione (sulla quale non posso esprimermi, non avendo visto né le copie né l’originale), in linea generale è pacifico che una perizia effettuata su copie fotostatiche, ancorché di buona qualità, sia in ogni caso meno attendibile: infatti, alcuni dettagli vanno inevitabilmente persi.
Per questa ragione, il fatto che il materiale sottoposto a perizia calligrafica non sia originale è pacificamente considerato un limite.



Nel caso specifico va inoltre aggiunto che effettuare tali perizie su fotografie ha anche un ulteriore effetto collaterale, ossia quello di non poter prendere in considerazione in maniera adeguata il movimento che l’imputato avrebbe dovuto eseguire per tracciare le lettere: un problema non certo di poco conto, vista anche l’altezza dei murales, sulla quale ho già avuto modo di scrivere.

Quanto visto, tuttavia, non sembra essere l’unico limite evidenziabile nel caso in questione. Infatti, un ulteriore limite è rappresentato dai campioni di scrittura, certamente riconducibili agli imputati, oggetto di comparazione con gli scritti di Erostrato: tali campioni dovrebbero essere della stessa tipologia di quelli contestati.


Nel caso in questione, evidentemente, non lo sono: i graffiti o le scritte in pennarello realizzati da Erostrato con grafia artefatta difficilmente potrebbero infatti considerarsi appartenenti alla stessa tipologia dei campioni di scritti degli imputati presi in esame.
Anche in questo caso, il mio intento non è quello di sostenere che la comparazione nel caso di specie sia impossibile, bensì è quello di mostrare che, se già di norma una comparazione tra documenti non può essere in grado di restituire le medesime certezze offerte da altre scienze forensi, lo è ancor meno in un caso in cui vi sono degli evidenti limiti oggettivi alla comparazione.

In conclusione, vorrei fare un cenno a un ulteriore elemento sul quale non ho potuto fare a meno di interrogarmi.
Mi riferisco ad una frase della consulente d’ufficio Nives Andreani, riportata da Il Gazzettino in un articolo del 2 dicembre 2021, che riporto testualmente: “(…) si tratta in ogni caso di una certezza tecnica, non assoluta. A livello scientifico non ci sono probabilità in termini quantitativi ma qualitativi in base alle evidenze riscontrate.”
Ora, io non so se la frase in questione sia stata davvero pronunciata in questo modo esatto o se, sia pure virgolettata e attribuita alla Dott.ssa Andreani nell’articolo del Gazzettino, sia frutto di una rielaborazione o perfino di una incomprensione del giornalista.
Se però fossero state davvero pronunciate queste parole, non posso che trovarle significative: infatti, parlare di certezza “non quantitativa”, oltre a costituire a mio avviso un ossimoro, mi sembra una dichiarazione confessoria del fatto che le perizie in questione non siano adeguate agli standard di certezza richiesti dai criteri Daubert.
Cos’è, infatti, una certezza non ancorabile a un rigoroso parametro quantitativo se non un lasciapassare per il più sfrenato e arbitrario intuizionismo giudiziale?
Ed è con questa domanda che, per il momento, vorrei chiudere questa serie di prime osservazioni in merito alle perizie calligrafiche, in attesa di poter scrivere qualcosa di più. La domanda, d’altronde, esprime un dubbio- ed è di dubbi, non già di certezze (quantitative o qualitative) che questa vicenda giudiziaria è costellata.

Se qualcuno mi chiedesse perché ho scritto queste pagine, con ogni probabilità non saprei dare una risposta certa.
Per quanto ami scrivere, non posso affermare di aver scritto queste pagine “volentieri”: non certo perché scriverle sia stato un peso, ma perché avrei scritto volentieri solo se avessi potuto raccontarvi di una sentenza di assoluzione.
Forse potrei dire di aver considerato doveroso scrivere, in quanto la vicenda mi ha colpita profondamente, e in quanto ho sempre pensato che esistano dei limiti oltrepassati i quali, semplicemente, non si può non prendere posizione.
Ancora, forse, potrei dire che tanti e troppi ricordi di celebri e terribili errori del passato mi sono sembrati sin dall’inizio riecheggiare in questa storia: non a caso, ho voluto aprire la prima parte dell’articolo con una dedica al Chevalier de La Barre.
O forse, meglio, potrei dire di aver scelto di scrivere nella speranza contribuire, nel mio piccolo, a offrire un antidoto, perché scrivere e leggere significa sempre, in qualche modo, mantenere viva la creatività.
E come scrisse Jacques Vergès (e come d’altro canto mostrato dall’astio e dal sospetto che hanno finito per circondare indebitamente il manoscritto del Sig. Nemesio), “gli errori giudiziari sono storie immaginarie nate dal cervello di individui senza immaginazione”.


Note:
1) Sulle affermazioni di Feuerbach in merito ad accuse vaghe e processi per stregoneria, cfr. G. Marinucci – E. Dolcini, Manuale di diritto penale, parte generale, Giuffrè.

2) Il recente caso nel quale i giudici d’appello, assolvendo l’imputata, hanno “bacchettato” il tribunale di primo grado (https://www.ildubbio.news/2022/05/06/altro-che-infermiera-killer-fausta-bonino-travolta-da-un-teorema-destituito-di-fondamento/?fbclid=IwAR0F2DOg6joXkx8WG9CLxVqBmZHIQKyQSItTe8f6PxGTT8f9qeVmF9RMl9I), al quale si fa riferimento è quello relativo alla Sig.ra Fausta Bonino, un caso sul quale scrivemmo anche su Colonna Infame.

3) Sulle idee gay-friendly nel Satanismo razionalista: The Satanic Scriptures, Peter H. Gilmore, capitolo “Founding Family: “morality” versus same-sex marriage”, pp. 128 ss.

4) G. Manca, Rapporto di Causalità, in Trattato Breve di Diritto Penale, diretto da G. Cocco e E.M. Ambrosetti, Il reato

5) G. Manca, ibidem

Il caso Erostrato: l’insostenibile pesantezza dei processi indiziari (prima parte)

Al Chevalier de La Barre              
A tutte le vittime del bigottismo              
A tutte le vittime di errori giudiziari        


Articolo scritto a quattro mani da Alessandra e Laura

A volte ritornano: ma perché?

Chi segue o ha seguito Colonna Infame in passato sa che questo blog nacque in un momento ben preciso, in cui vi era una particolare pressione mediatica in relazione a uno specifico caso giudiziario. E, in un certo qual modo, questo blog nacque proprio dal timore che tale forma di accanimento mediatico potesse tradursi in una indebita influenza sull’animus del giudicante, compromettendo un lucido accertamento dei fatti.

Nel corso degli anni, sono state talvolta fatte delle eccezioni, ospitando articoli su vicende giudiziarie completamente diverse o su tematiche di più ampio respiro, come ad esempio i processi indiziari o la cosiddetta prova scientifica.
Stavolta, ho deciso di fare un’eccezione ulteriore, per affrontare un caso giudiziario per certi versi molto distante da quelli usualmente affrontati in queste pagine. In questo caso, infatti, non parlerò di un delitto di sangue.
A ben vedere, ma sul punto avrò modo di tornare in seguito, si tratta di un caso che a mio avviso non sarebbe neppure dovuto approdare sugli organi di stampa nazionali (cosa che invece è puntualmente accaduta), trattandosi di una vicenda nella quale, fortunatamente e passatemi l’espressione informale, “non si è fatto male nessuno”.
Mi sembra opportuno, dunque, spiegare ai lettori per quale ragione questo caso così “anomalo” rispetto a quelli usualmente trattati in queste pagine abbia attirato la mia attenzione.

Non ho mai seguito la cronaca giudiziaria perché incuriosita dall’efferatezza del reato: quella, in realtà, è l’ultima cosa che prendo in considerazione.
Non mi incuriosisce, perché ho accumulato negli anni un certo bagaglio culturale e di vissuto rispetto alle efferatezze di cui è capace il genere umano, e conseguentemente, proprio a causa della lunga esposizione alla violenza, alla conoscenza diretta di fatti e circostanze specifiche, quasi nulla riesce ad impressionarmi: chiamatela pure deformazione professionale, mista forse ad un certo pelo sullo stomaco.    
Questa, naturalmente, è una caratteristica che varia da persona a persona, ed è influenzata dalla formazione e dalle esperienze professionali, ma mi mette nella condizione di riuscire ad analizzare gli eventi delittuosi in maniera più oggettiva, avendo sviluppato un meccanismo di difesa tale da riuscire in qualche modo a “tenere a bada” momentaneamente la naturale empatia per le vittime a unico beneficio di un’analisi che, in quanto distaccata dai sentimenti, cerchi di muovere sul piano della razionalità.
Unica eccezione, a causa di una esacerbata sensibilità personale in merito, la faccio sugli animali, poiché qualsiasi azione, anche non particolarmente grave, compiuta contro di loro, mi provoca un malessere fisico tale da rendere impossibile l’accostarmi ad un caso di cronaca che comprenda episodi di questo tipo.     
Per il resto, e sia pure facendo appello a tutta la mia forza di volontà, nel tempo ho in qualche modo dovuto imparare a mantenermi lucida perfino dinnanzi a casi riguardanti minori: non perché sia un’aliena cattiva ma perché, molto più banalmente, ho maturato la consapevolezza che soprattutto nel caso di minori, quanto più si lascia spazio al lato emotivo più ci si fa prendere dal panico e si corre il rischio di commettere enormi errori di valutazione.           
       
I casi di cronaca mi interessano dal punto di vista investigativo in primis, seguito ovviamente da quello giuridico, nel senso che la mia attenzione viene catturata dallo svolgimento delle indagini, o meglio, come mi piace dire tra me e me, dalla piega che prendono le indagini, e quest’ultimo è un punto da tenere bene a mente, perché è ciò che può fare la differenza tra la cattura del colpevole e la condanna di un innocente.
In subordine, dei casi di cronaca mi interessa il lato antropologico-sociale, ossia, per dirla in termini più semplici, monitorare l’andamento delle opinioni, cosa al giorno d’oggi resa facile dai social che consentono a migliaia di signor nessuno, senza nome e senza volto, di sfogare le proprie frustrazioni in rete con facili giudizi forcaioli nemmeno corroborati da motivazioni valide – ammesso che esistano motivazioni tali da giustificare tanto veleno diffuso.      
Le opinioni che su base suggestiva prendono più largamente piede (e si noti la similitudine dei commenti da Aosta a Pantelleria, senza differenza alcuna tra classi sociali e livello di istruzione) mi interessano perché sono loro, la cui unica forza è il numero, che definiscono purtroppo, ahimè e Shiva aiutami, l’andamento di numerosi processi all’italiana, dove la folla reclama la sua oncia di carne, la magistratura ha il fiato sul collo, le suggestioni prendono forma, le fantasie diventano realtà, collegamenti impossibili diventano probabili, la follia popolare prende il sopravvento sul buon senso, e si additano sempre gli “ultimi”, quelli che non difenderebbe nessuno, gli sprovveduti di turno, quelli che su questo blog abbiamo spesso chiamato “gli sprotetti”, e così si tessono gli abiti del mostro.     

Altro aspetto da tenere fortemente in considerazione, e al cui pensiero trasalisco perché, purtroppo, ingenera in me sempre più sfiducia nel futuro, è che in un’epoca che di sé vuole lasciar passare un’idea di millantato ultraliberalismo e superamento dei preconcetti si continui a cadere sempre negli stessi errori “culturali”, che continuano ad essere sin troppo spesso facili pietre d’inciampo, sicché può capitare ed effettivamente capita che, mentre sempre più si diffondono visioni del mondo ispirate al più estremo scientismo, inteso come superamento di vecchi dogmi, d’altra parte si continui in alcuni contesti ad usare metri di giudizio condizionati dalle solite immortali paure popolari legate a doppio filo al mondo religioso.
Non so se orientare indagini o collegare semplici deduzioni a questo genere di tematiche sia un fatto legato a scarsa informazione, o se semplicemente la forma mentis collettiva abbia generato nel tempo questo golem contro il quale ho notato schiantarsi e naufragare parecchie inchieste.
Ora, io non voglio risultare offensiva per chiunque abbia un credo, qualsiasi esso sia, perché rispetto tantissimo il fatto di avere un “credo”: mi spaventa, però, il fatto che religioni e superstizioni possano entrare nei luoghi in cui si svolgono le indagini, tra l’altro in modo silente, tanto che un osservatore poco attento nemmeno riuscirebbe a sospettare che alcune vicende giudiziarie possano, per quanto in buona fede, esserne inficiate.               
Il caso che mi ha riportata qui dopo anni di assenza mi ha letteralmente folgorata: per questo, ci siamo riunite e vorremmo condividere con voi tutte le nostre perplessità.

Stavolta, non partirò dal Manzoni, alla cui opera questo blog deve il nome, ma in virtù di “corsi e ricorsi storici”, mi sia concesso prendere le mosse da una vicenda che, sia pure incidentalmente, fu oggetto di una missiva che giunse a suo nonno, Cesare Beccaria.           
Ci sono delle vicende che ci colpiscono così profondamente da non poter più essere dimenticate.
Non sono mai riuscita a dimenticare, ad esempio, una vicenda raccontata dal mio professore di diritto penale durante una delle prime lezioni, citata in quanto emblematica del cattivo diritto e processo penale. Mi riferisco alla storia del Chevalier de La Barre, un giovane aristocratico francese condannato a morte per blasfemia nel 1766.  

Statua in memoria del Chevalier de La Barre a Montmartre, Parigi

   

Nel 1765, nella cittadina francese di Abbeville, un crocifisso venne vandalizzato, distrutto a colpi di spada. Determinare l’autore di tale gesto non era affatto semplice: nessuno lo aveva visto. Ad un certo punto, però, i sospetti finirono per concentrarsi sul Chevalier de La Barre e su alcuni suoi amici.
Sebbene non vi fossero effettive prove a suo carico e nessuno lo avesse visto commettere l’atto vandalico, infatti, un testimone disse di aver sentito de La Barre pronunciare frasi blasfeme, e qualcun altro riferì di aver notato che, al passaggio di una processione, tanto lui quanto alcuni suoi amici non si erano tolti il cappello in segno di saluto e reverenza.         
Le “prove” raccolte a carico del giovane furono minime e molto contraddittorie. Tuttavia, perquisendo l’alloggio di de La Barre, si fece una scoperta: venne infatti rinvenuta una copia del Dizionario Filosofico di Voltaire, all’epoca pubblicato in forma anonima, e il ritrovamento di questo libro, decisamente empio secondo il costume dell’epoca, ebbe l’effetto di corroborare i sospetti a suo carico.        
Qualche tempo dopo, Voltaire scrisse una lettera a Beccaria per raccontargli la vicenda, illustrando quanto fosse caduta in basso la giustizia francese.         

Vi chiederete perché abbia scelto di partire da questa vicenda, apparentemente lontana nello spazio e nel tempo.
In questo articolo, mi sono ripromessa di evitare eccessi, in quanto non è mio scopo quello di condurre una polemica sterile ma, al contrario, il mio intento è quello di incentivare una riflessione lucida e critica su un caso giudiziario del tempo attuale. Il richiamo alla vicenda di de La Barre è dunque un monito, che a ben vedere rivolgo anche -e forse soprattutto- a me stessa, nella solida convinzione che esistano principi fondamentali non negoziabili e che sia non solo un diritto, ma anche un dovere di chiunque li abbia a cuore, evidenziare quelle semplificazioni e quei luoghi comuni che, sia pure inconsapevolmente, potrebbero allontanare da un lucido accertamento dei fatti. 

Erostrato e il tempio in fiamme             

Da tempo, la psicologia indaga i meccanismi in forza dei quali ricordiamo gli eventi negativi con maggiore facilità rispetto a quelli positivi o neutri. 
Probabilmente, si tratta di un sistema di difesa utile alla sopravvivenza. È il motivo per cui molti di noi sono in grado di ricordare con esattezza cosa facevano l’11 settembre del 2001 e, se vogliamo, potrebbe essere il motivo per cui la Colonna Infame di manzoniana memoria è ancora oggi ricordata: anche un grave errore giudiziario, d’altronde, è un evento negativo che, quando emerge, è destinato a pesare sulla coscienza collettiva; ma è anche il motivo per cui, nonostante la condanna alla damnatio memoriae, è giunto fino a noi il nome del pastore greco che, per eternare il proprio nome, diede fuoco al tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico: Erostrato.   

Conoscere questo nome, e sul punto esprimo un’idea sensibilmente diversa da quella che sembra emergere nel libro del giornalista Gigi Sosso “Erostrato: caramelle (con gli spilli) da uno sconosciuto”, non deve essere poi un’impresa così titanica, specie in un’epoca in cui la quasi totalità delle persone ha accesso a Internet, e letteralmente chiunque può senza troppa fatica mettere insieme una serie di riferimenti apparentemente dotti che tuttavia, ad una più attenta analisi, si rivelano fumo negli occhi, nulla più che una sorta di artifizio per attirare l’attenzione.  
Non deve dunque sorprendere così tanto che la firma di Erostrato, tra il 2017 e il 2018, abbia potuto essere utilizzata in una serie di atti illeciti (e relative rivendicazioni) che hanno colpito Cesiomaggiore e, in misura minore, altri piccoli centri nella medesima zona del Bellunese.

Incendi, lettere e murales contenenti minacce, affermazioni diffamatorie nonché contenuti di stampo omofobo e neonazista, lettere recapitate in municipio e alle scuole medie contenenti polvere bianca, poi rivelatasi innocua, un pacchetto di caramelle trafitte da spilli nel cortile di una scuola materna: sono questi, sostanzialmente, gli atti commessi e/o rivendicati da Erostrato, che riporto qui sommariamente solo al fine di ricordare ai lettori la vicenda, della quale avranno certamente sentito parlare in quanto nel 2018 fu oggetto di notevole attenzione mediatica.   
Attenzione mediatica che, come ho già avuto modo di sottolineare all’inizio di questo articolo, a mio parere è stata eccessiva e, per certi versi, poco opportuna.   
 
Per amor di verità, va detto che i primi atti di Erostrato, i quali sembravano perlopiù essere dettati da rabbia nei confronti dell’allora sindaco di Cesiomaggiore Carlo Zanella, a seguito del fraintendimento di alcune sue dichiarazioni, passarono quasi in sordina e, in ogni caso, per un pezzo le vicende relative al mitomane non varcarono i confini delle cronache locali.  
A far approdare la vicenda su tutti i media nazionali fu il ritrovamento di un pacchetto di caramelle trafitte da spilli, accompagnato da una delle usuali lettere di Erostrato, nel cortile della scuola materna di Cergnai, il 22 gennaio del 2018.                
Un fatto indubbiamente grave vista la collocazione in un luogo frequentato da bambini, anche se con ogni probabilità teso più a spaventare e a costituire una minaccia “visiva” che a ledere effettivamente qualcuno (gli spilli erano ben visibili dall’esterno) ma che, se vogliamo, avrebbe potuto continuare ad essere trattato a livello locale.          
Con questa considerazione, non intendo certamente sminuire il fatto, bensì intendo richiamare l’attenzione su un elemento da sempre al centro delle riflessioni portate avanti in questo blog, ossia la portata deteriore dell’informazione sensazionalistica sulle vicende di cronaca giudiziaria.

Con ciò non si vuole, naturalmente, mettere in discussione il diritto di cronaca: se ne vogliono contestare, semmai, le degenerazioni, che puntualmente si verificano nel momento in cui la cronaca smette di essere “cronaca” e si riduce a megafono delle Procure o, in alcuni casi, si spinge perfino oltre questo ruolo già poco lusinghiero.
Da un lato, infatti, il sensazionalismo è dannoso in quanto, facendo leva sulla impressione piuttosto che sui fatti, suggerisce surrettiziamente scenari ancora più gravi di quelli effettivi (nel caso di specie, ad esempio, sono parecchie le persone persuase che gli spilli fossero spezzati e nascosti all’interno delle caramelle e non interi e ben visibili all’esterno).
Qualcosa di cui, francamente, ritengo non ci sia alcun bisogno: la realtà delle cronache, d’altronde, riesce ad essere abbastanza brutta di suo, sicché non si vede alcuna giustificazione al suo ulteriore peggioramento.
Fin qui, tuttavia, ci si fermerebbe ad una semplice “inopportunità”.
Dall’altro lato, certe forme di sensazionalismo mediatico divengono non solo inopportune ma anche nettamente inaccettabili nel momento in cui si traducono in un accanimento ai danni di indagati e imputati, solertemente additati al pubblico odio.
Infatti tale atteggiamento, oltre ad avere effetti devastanti sulla vita di persone che, anche laddove successivamente assolte, dovranno convivere non solo con le inevitabili cicatrici lasciate dall’essere state sottoposte a un procedimento penale, ma anche con quelle -molto spesso evitabili- lasciate dalla gogna mediatica, porta con sé il rischio di sfociare in una forma subdola di pressione e condizionamento dei giudici.

Ho voluto aprire questa piccola parentesi relativa all’atteggiamento spesso poco equilibrato dei mass-media in quanto anche nel caso Erostrato si è arrivati, ad un certo punto, a degli indagati, attualmente imputati (e recentemente condannati in primo grado di giudizio dal Tribunale di Belluno), che di certo non sono andati esenti dalla ormai sin troppo usuale gogna mediatica.
Infatti, se all’indomani dell’episodio relativo al sacchetto di caramelle non emergevano ancora troppe certezze, anche se segnalo l’idea, da un articolo di quel periodo, che vedeva in Erostrato “uno spilungone” in quanto alcuni dei murales erano ad un’altezza consistente (fonte: https://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/cronaca/18_febbraio_01/erostrato-c-sospettole-minacce-bambininascoste-le-lettere-0164738c-071d-11e8-b7a9-d5e7585c6d70.shtml), non molto tempo dopo, e in un clima improntato a panico collettivo, si arrivò a due indagati: Nemesio e Samuele Aquini, rispettivamente padre e figlio.

Qualcuno potrebbe forse trovare poco elegante il fatto di fornire la soluzione ad un giallo prima di arrivare alle battute conclusive di un testo.
Tuttavia, uno scrittore del calibro di Edgar Allan Poe poté concedersi questa licenza in suo celebre racconto, La Lettera Rubata, che conosceremo meglio nel seguito dell’articolo. Dunque, in omaggio a Poe, ho pensato di fare la stessa cosa, svelandovi fin da ora la mia posizione, che proverò a spiegarvi e documentarvi meglio nelle prossime pagine.
La mia idea, che intendo esprimere stavolta senza troppi fronzoli o giri di parole, è che i due imputati siano del tutto estranei agli atti commessi da Erostrato.
Ho nutrito questo sospetto sin dalle prime battute dell’indagine, tanto che pensai di scrivere sull’argomento già nell’estate del 2018.
Non lo feci, in quanto all’epoca ritenevo ingenuamente poco plausibile lo stesso rinvio a giudizio degli indagati.
Avendo recentemente appreso della condanna in primo grado, tuttavia, ho deciso di provvedere a mettere in ordine le idee e le informazioni reperite.

So bene che in genere si tende a considerare non solo inelegante, ma perfino poco professionale se non abietto il fatto di criticare indagini o, peggio ancora, sentenze, ancorché non definitive.
Io stessa, in passato, ho preferito concetti, sia pure sacrosanti, quali “garantismo” o “presunzione di innocenza”, rifiutando nella maggior parte dei casi di esprimere un’opinione tranchant sulla colpevolezza o innocenza di chicchessia.
In questo caso, però, alla luce delle argomentazioni elaborate e di una serie di elementi che in questa vicenda giudiziaria -ve lo dico con il cuore in mano- mi turbano e mi preoccupano, riterrei l’uso concetti formali quali “garantismo” e “presunzione di innocenza” nulla più che un comodo paravento per dare un colpo alla botte ed uno al cerchio ed è qualcosa che la mia coscienza, stavolta, non può tollerare.

Il personaggio di Erostrato passò alla Storia per l’incendio del tempio di Artemide, che non poté essere salvato.
Stavolta, il mio timore è quello di veder bruciare (metaforicamente, ma in modo non meno doloroso) il tempio di Themis, la Giustizia: ed è per questo che ho voluto provare a condividere con voi le mie osservazioni.

Indagine su due cittadini al di sotto di ogni sospetto

Andiamo pertanto a conoscere meglio i due “spilungoni” imputati: i Signori Nemesio e Samuele Aquini, alti rispettivamente 1.59 e 1.69 m.: decisamente poco per essere considerati “spilungoni”.
Mi perdonerà dunque il compianto Gian Maria Volonté per il titolo del paragrafo, ma la prima volta in cui sentii parlare della vicenda vidi proprio quest’immagine dei due indagati, oggi imputati, e rimasi così interdetta da non riuscire, ancora oggi, ad evitare di sottolineare questa circostanza.

Quando vidi questa immagine, mostrante i due indagati accanto al luogo in cui era stato realizzato uno dei murales di Erostrato (il muro del cimitero di Cesiomaggiore) non riuscivo infatti a capacitarmi di come fosse possibile ritenere che i due avessero potuto realizzare un murales che raggiungeva, nel suo punto più alto, un’altezza palesemente superiore a quella raggiungibile con la loro statura, anche laddove lo avessero voluto realizzare distendendosi completamente sul muro, cosa che peraltro avrebbe reso pressoché impossibile la realizzazione stessa.
Ritengo non si possa neppure prendere in considerazione la possibilità che un imputato abbia potuto prendere l’altro sulle spalle per consentirgli di realizzare il murale (peraltro lungo circa 40 m!), in quanto il murale viene attribuito a Samuele, ossia il più giovane dei due imputati: l’ipotesi deve di conseguenza essere scartata per ragioni evidenti ictu oculi, dal momento che il giovane ha una stazza senz’altro più imponente di quella di suo padre Nemesio. Si tratta, in sostanza, di un’ipotesi che nessuno potrebbe considerare plausibile.

Ho avuto modo di leggere sul punto che, sebbene inizialmente si pensasse che “Erostrato” dovesse essere uno spilungone, si è successivamente compreso che, in realtà, i murales avrebbero potuto essere realizzati anche da una persona di statura inferiore a quella inizialmente immaginata, in quanto un appuntato di statura simile a quella di Samuele sarebbe “arrivato” al punto più alto.
Ora, io non ho motivo, oggettivamente, di dubitare che sia così, sicché immagino che l’appuntato abbia delle braccia particolarmente lunghe o che, viceversa, Samuele abbia braccia più corte della media: ciò non cambia però quanto si può oggettivamente osservare.
In buona sostanza, non mi sembra particolarmente rilevante il fatto che un appuntato alto 1.70 abbia potuto toccare il punto più alto del murale: mi sembra invece piuttosto rilevante il fatto che, visibilmente, non riesca a toccarlo la persona accusata di averlo realizzato.
Un altro aspetto che deve essere considerato, è il fatto che, visti i contenuti, il murale venne rimosso pressoché subito, cosa che potrebbe aver avuto delle evidenti conseguenze in ordine non solo alla misurazione dell’altezza ma anche al materiale sul quale sono state successivamente effettuate le perizie calligrafiche (intuibilmente, fotografie, con possibili conseguenze sulla qualità del materiale e diminuzione del grado di attendibilità dei risultati): circostanze sulle quali, ad ogni buon conto, avrò modo di soffermarmi in seguito.

Ora, infatti, vorrei fare un cenno alle anomalie relative a un altro dei murales di Erostrato, quello sulla chiesetta di Sant’Agapito, anch’esso attribuito a Samuele Aquini, a dimostrazione ulteriore di quanto, in relazione a questo caso giudiziario, possano ravvisarsi dei punti oscuri, perlopiù non presi in considerazione da chi commenta sulla base di mere impressioni e senza un doveroso approccio critico.
Al fine di darvi anche visivamente un’idea dell’anomalia, inserisco di seguito alcune foto.

Chiesetta di Sant’Agapito
Visuale più ampia dell’area in cui è collocata la chiesetta


In buona sostanza, la chiesetta dista alcuni km dal centro di Cesiomaggiore e ci si arriva passando per una strada decisamente ripida.
Deve essere segnalato, a questo punto, che nessuno dei due imputati ha l’automobile o comunque guida: entrambi, non hanno né la macchina né la patente e il più giovane dei due, Samuele, al quale viene tra l’altro attribuito il murale sulla chiesetta di S. Agapito ha una miopia piuttosto severa.
Questo significa che, oltre a dover fare a piedi la camminata, cosa che di per sé richiederebbe alcune ore e probabilmente un certo allenamento, l’imputato avrebbe dovuto portare a spasso con sé, dall’uscio della propria abitazione fino alla chiesetta, la vernice.
Il tutto in pieno giorno, correndo il rischio di essere scoperto in flagrante da qualche escursionista, giacché non è sostenibile che un percorso di quel tipo possa essere effettuato, a piedi, nottetempo, specie con un serio problema alla vista, dal momento che non sembra di poter osservare impianti di illuminazione, né nei pressi della chiesetta né nella parte asfaltata della salita.



Lo so, qualcuno starà certamente pensando che, in effetti, la statura dei due imputati sembra troppo bassa e che l’idea di un imbrattatore “maratoneta” è bizzarra, ma che “se sono stati condannati in primo grado qualcosa avranno fatto”.
Sul punto, come si suol dire, ho una notizia buona ed una cattiva.
La notizia buona, quantomeno per chi ama leggere, è che quanto detto finora di fatto costituisce uno solo dei tantissimi elementi che non quadrano nell’intera vicenda e che, pertanto, l’articolo è ben lungi dal concludersi.
La notizia cattiva, quantomeno per chi crede nel vecchio adagio “male non fare, paura non avere”, adagio che purtroppo ha la peculiarità di arrecare tantissimi danni al senso critico quando applicato a questioni giudiziarie, è che verità processuale e verità storica non necessariamente coincidono.
Naturalmente, nel caso di specie, la vicenda processuale è ancora lontana da un epilogo, ed è dunque ben possibile che, nei successivi gradi di giudizio si giunga (auspicabilmente) a un ribaltamento della sentenza di primo grado.
Ciò su cui, tuttavia, vorrei spingere a riflettere, è che -paradossalmente, ma non troppo- neppure una sentenza irrevocabile garantisce un corretto accertamento della verità storica.
Meno che mai, può garantirlo una sentenza di primo grado.

Questa precisazione, che trovo perfino sciocca, ho voluto farla in quanto ho avuto modo di leggere, in particolare sui social, una serie di commenti alla vicenda (e alla notizia della sentenza di condanna in primo grado) che ho trovato decisamente disturbanti, ivi inclusi commenti con invocazioni dell’ergastolo o perfino della pena di morte.
E per quanto poco possa aver senso soffermarsi troppo su certi commenti, devo ammettere che mi hanno profondamente colpita, in quanto al di là del fatto che la pena di morte sia di per sé inaccettabile, ho trovato abnorme e preoccupante il fatto che l’opinione pubblica possa essere aizzata, attraverso la spettacolarizzazione mediatica spesso tendenziosa dei casi di cronaca, non solo fino al punto di non contemplare la possibilità che un imputato non sia colpevole, ma addirittura fino al punto di non essere neppure in grado di “calibrare”, sia pure per sommi capi e in termini da profani, una risposta sanzionatoria adeguata: come se, nella “società dello spettacolo”, citando Guy Debord, non vi fosse più alcuna differenza tra le diverse tipologie di reato, e le scorribande di un mitomane, per quanto oggettivamente esecrabili, fossero equiparabili, ad esempio, a una strage.

Possono le parole di un mitomane costituire indizio?

Quanto osservato in conclusione del precedente paragrafo, è motivo di dispiacere e sconcerto anche per un’altra ragione.
Il giornalismo è stato talvolta descritto come “cane da guardia della democrazia”, o perlomeno questo dovrebbe essere in un mondo ideale.
Con il richiamo al ruolo di sorveglianza della “democrazia” da parte del giornalismo, naturalmente, non si intende solo un’attenzione rivolta alla forma di Stato in senso stretto, bensì anche a tutto ciò che dovrebbe farvi da contorno.
In un mondo ideale, ad esempio, dinnanzi ad un caso giudiziario nel quale possono ravvisarsi profili poco chiari, compito di un giornalismo che voglia ambire al ruolo di “cane da guardia della democrazia” dovrebbe essere quello di soffermarsi sulle incongruenze. Essere “cani da guardia della democrazia”, infatti, dovrebbe significare anzitutto rifiutarsi di suggellare, in casi di “conflitto”, la prevalenza del potere di coercizione statuale sui diritti fondamentali dell’individuo, fra i quali si annovera il diritto alla difesa: l’atteggiamento opposto, di fatto, non può che tradire un modus operandi tendenzialmente autocratico.
È evidente, tuttavia, che non viviamo in un mondo ideale, ma in un mondo reale con il quale, volenti o nolenti, ci troviamo a dover fare i conti.

Per giungere gradualmente al tema di questo paragrafo, inizio col dire che, in ambito giudiziario, la prova ha un valore intrinseco oggettivo, ed in quanto tale è idonea a dimostrare in maniera diretta la colpevolezza di un imputato, mentre gli indizi, che non a caso devono essere molteplici, hanno l’onere di dover essere gravi, precisi e concordanti. Nel caso in esame, dando un attento sguardo ai vari elementi squisitamente indiziari o forse, come vedremo meglio in questo paragrafo e nel prossimo, meno che indiziari, non trovo nulla che collimi col profilo degli imputati e cercherò dunque di mostrare, come con una lente d’ingrandimento immaginaria, qualche macroscopica incongruenza.

Quando mi lamento dello stato comatoso-degenerativo che sta portando alla morte della lingua italiana, non mi riferisco solo all’arbitrario aborto dell’articolo determinativo femminile davanti alla parola “settimana” che fa tanta tendenza: quello sarebbe il minimo.
Il cattivo uso della lingua scritta e parlata è un vero e proprio cancro, perché può portare a conseguenze irreversibili e dannose.
Le parole hanno un valore importantissimo, vanno analizzate con attenzione, scandagliate se necessario, osservate dal punto di vista etimologico e da quello culturale.
Anche il più colto di noi può cadere nel tranello del mal interpretare un termine, e questo errore può generare delle convinzioni errate, magari formulate in buona fede, ma pur sempre errate.
Adesso vi parlerò di un termine che conosciamo tutti, e magari vi stupirete rendendovi conto di averlo usato, ascoltato, scritto, pensato centinaia di volte e solo in una bassissima percentuale di queste nel modo corretto, perché rientra in quella categoria di parole che io definisco, nel mio mondo, “suggestive”: mi riferisco a quelle parole un po’ evanescenti, che di per sé definirebbero un concetto preciso ma che purtroppo vengono viste, quasi romanticamente, come termini acchiappatutto, il qual fatto le rende tendenzialmente pericolose, in quanto capaci di creare suggestioni che a loro volta generano mostri. Sia in questo paragrafo, sia nel prossimo, sia nella seconda parte di questo articolo, avremo modo di vedere come, nel caso in esame, questo fenomeno sembri essersi verificato più volte.

Ma torniamo a noi, non vi rivelerò subito la parola, sarebbe troppo facile: essa si materializzerà nella vostra testa come una scritta al neon, piuttosto, io mi limiterò ad accompagnarvi in un viaggio alla scoperta di un argomento molto vasto, che sinterizzerò a vostro beneficio.
Va premesso, ovviamente, che non sempre un incendio si propaga in modo naturale: in alcuni casi la responsabilità è dell’uomo, per negligenza o per dolo.
In questi casi, le possibilità di individuare il responsabile sono generalmente basse, tanto che spesso questo genere di eventi/reati resta impunito.
È arrivata la scritta al neon con la parolina?
Bene. Chiunque appicchi un incendio, in Italiano -rullo di tamburi- si definisce incendiario, ed esistono svariate categorie di incendiari.
L’incendiario per vandalismo che, solitamente adolescente, lo fa per noia o per divertimento, per poi abbandonare subito la scena; l’incendiario per altro crimine che utilizza il fuoco per coprire le sue tracce; l’incendiario per profitto; l’incendiario per vendetta; l’incendiario per delirio o allucinazioni dovute ad abuso di farmaci, alcool e droga o a patologie psichiatriche in forza delle quali il soggetto si persuade di aver ricevuto l’ordine da una voce esterna o interna; l’incendiario per terrorismo.
Potrei aggiungere ulteriori categorie all’elenco ma, nel caso di specie, è sufficiente sottolineare che in nessuno dei casi citati sopra è corretto adoperare la parola italiana piromane.

Il piromane, ovvero l’incendiario per eccitazione, è un soggetto che ricerca gratificazione ed eccitamento, attenzione e riconoscimento sociale.
È ossessionato dal fuoco, dal brillio delle fiamme, dal crepitio del fuoco, si trattiene ad ammirare la propria opera giungendo perfino a mescolarsi alla folla di curiosi, magari adoperandosi per aiutare i soccorritori.
Adora tutto ciò che concerne il fuoco, perfino ciò che gli è connesso come gli strumenti per accenderlo, propagarlo o spegnerlo.
Agisce da solo, ed è spinto da un bisogno irrefrenabile che deve appagare per ottenere piacere ed eccitazione emotiva: solo così la tensione si appaga e prova sollievo.
Si tratta, in effetti, dello stesso elemento scatenante che porta all’autolesionismo e alle dipendenze: trovare sollievo nel tagliarsi o trovarlo nell’appiccare incendi hanno la stessa matrice, cioè trovare sollievo da qualcosa che altrimenti diverrebbe insopportabile. Possiamo facilmente intuire che il piromane non si fermerà mai se non viene fermato e che, durante la sua “carriera”, generalmente non si macchierà di reati d’indole diversa.

Questo preambolo per dire che l’uso disinvolto ed improprio che nella vicenda relativa a Erostrato è stato fatto, spesso a sproposito, della parola piromane, ha contribuito a rendere ulteriormente torbide le acque, facendo perdere di vista una serie di elementi che considero, invece, di notevole importanza.
La conseguenza, nel caso di specie, sembra essere stata quella di glissare, forse con eccessiva facilità, su una serie di domande rimaste senza risposta. Basti pensare che non è dato individuare un movente chiaro e persuasivo.

Va inoltre detto che il numero di incendi attribuiti ad Erostrato si è, nel corso del tempo e in forza di motivazioni che considero quantomeno discutibili, ridotto.
Senza scendere nel dettaglio degli eventi oltre il necessario, è qui sufficiente segnalare che ai due imputati vengono attribuiti due incendi, entrambi avvenuti a Cesiomaggiore in località Morzanch, a circa 1.5 km dalla loro abitazione, il primo nell’estate del 2017, il secondo il 27 novembre 2017.
Incendi che gli imputati avrebbero appiccato recandosi a piedi nel luogo del fatto, peraltro in pieno giorno. Tali incendi vengono effettivamente rivendicati da Erostrato.
Nell’immagine seguente, tratta da Telebelluno, una rivendicazione dell’incendio estivo in località Morzanch:



A questo punto della trattazione, è necessario aggiungere una nota dolente che, tuttavia, risulta piuttosto utile per comprendere come e su quali basi si arrivi agli Aquini.
Deve essere precisato, anzitutto, che nel corso del tempo ci sono state diverse persone “attenzionate”, per un totale, secondo quanto emerso da vari organi di stampa, di circa una decina.
Il nome degli Aquini, con ogni probabilità, giunge per la prima volta all’attenzione degli inquirenti a fine novembre 2017.
Infatti, in base a ciò che si riesce a ricostruire dalle fonti dell’epoca, i due uomini erano/sono soliti uscire quotidianamente per una passeggiata.
Conseguentemente, escono anche in data 27 novembre, giorno in cui scoppia il secondo incendio rivendicato da Erostrato.
Durante la camminata, incontrano una signora che passeggia con il cane e scambiano qualche parola con la signora stessa, nonché con un’altra donna parimenti di passaggio.
Deve essere precisato che il luogo in cui avviene questo “incontro” fortuito non è vicino al luogo in cui scoppia l’incendio.
Ad un certo punto, la signora con il cane, sentendo odore di fumo, con ogni probabilità non riconducibile all’incendio di Morzanch in considerazione della distanza, si impressiona a causa del timore legato a Erostrato (timore, peraltro, del tutto comprensibile in considerazione dell’impatto emotivo che possono avere, in zone generalmente molto tranquille, certi atti che turbano l’usuale serenità).
Sicché, venendo poi a sapere che vi è stato un incendio a Morzanch si reca presumibilmente dai Carabinieri a raccontare l’accaduto.
Si noti, peraltro, che la signora non ha in realtà assistito a nulla di oggettivamente rilevante, anche se, come anzidetto, è comprensibile e non sorprende che nel clima di panico scatenato dagli atti di Erostrato possa essersi impressionata o aver ritenuto doveroso riferire all’autorità: in effetti, ha soltanto visto gli Aquini intenti a fare la loro usuale camminata, in un luogo diverso da quello dell’incendio ed evidentemente neanche così tanto fuori mano (dal momento che vi erano contemporaneamente quattro persone, lei inclusa).
Aggiunto doverosamente questo ulteriore tassello, possiamo ora tornare agli incendi, e non solo ai due incendi di Morzanch.

Infatti, ed è qui che dovrebbe suonare il primo campanello d’allarme, Erostrato non si limita a rivendicare i due incendi di Morzanch ma, contestualmente alla rivendicazione dell’incendio del 27 novembre, in una lettera indirizzata al Corriere delle Alpi, rivendica un ulteriore incendio, avvenuto il 28 novembre in un magazzino in località Norcen (Pedavena).
Nell’immagine seguente, potete vedere la lettera contenente la rivendicazione:


Ammettiamo, per il momento, che Erostrato rivendichi atti effettivamente compiuti.
Ci si dovrebbe chiedere, a questo punto, per quale ragione non addebitare ai due imputati anche il rogo del magazzino di Norcen.
La risposta suona spiacevolmente tautologica: il rogo del magazzino di Norcen non viene addebitato agli imputati (e si ritiene, dunque, che gli stessi abbiano rivendicato un atto non commesso) in quanto situato a 16 km dal luogo in cui gli imputati risiedono.
Dunque, non avendo nessuno dei due la patente, l’automobile, o altro mezzo di locomozione, ed essendo scoppiato tale incendio, perlomeno stando agli articoli di cronaca reperibili, in piena notte, i due non potrebbero esserne responsabili.
Sia chiaro: che Nemesio e Samuele Aquini non siano responsabili dell’incendio del magazzino di Norcen è di palmare evidenza.
Il problema, tuttavia, è un altro, ed è dato dal fatto che non è tollerabile che alle rivendicazioni del mitomane si presti orecchio selettivamente, ossia soltanto laddove tali rivendicazioni siano almeno in astratto compatibili con i due imputati, salvo considerarle mere millanterie laddove, invece, mandino a gambe all’aria il teorema accusatorio.

Questa argomentazione appare dunque del tutto tautologica in quanto muove dall’idea che gli Aquini siano Erostrato, laddove questo dovrebbe essere, invece, il thema decidendum del processo, e non certo il suo punto di partenza.
Qualche considerazione ulteriore deve essere necessariamente svolta in merito agli inneschi ai quali fa riferimento Erostrato nella lettera riportata poc’anzi.
Erostrato scrive che gli inneschi c’erano, e prosegue elencandoli, in evidente polemica con la notizia, circolata sui media, secondo la quale non erano stati rinvenuti inneschi né acceleranti, né nell’incendio di Morzanch né in quello di Norcen.
Di conseguenza, appare piuttosto evidente come Erostrato, d’altronde secondo i moduli tipici dei mitomani, non esiti ad affermare il falso (si noti, peraltro, che laddove affermasse il vero, sarebbe letteralmente incredibile che due persone a piedi possano attraversare il paese in pieno giorno portando con sé taniche di combustibili).

Quanto detto finora, in ogni caso, pone di fronte ad un dubbio ulteriore.
Deve essere infatti precisato, in proposito, che per quanto concerne gli incendi di Morzanch, non esiste alcuna effettiva prova della loro matrice dolosa, in quanto non se ne conosce l’origine.
L’unico “elemento” a deporre per la loro matrice dolosa sono proprio le deliranti rivendicazioni di Erostrato, le quali peraltro, come abbiamo visto, descrivono uno scenario (la presenza di inneschi) che non ha trovato la benché minima conferma empirica.

Ho intitolato il paragrafo con una domanda, e con una domanda ulteriore vorrei concluderlo: ma se davvero, gli Aquini fossero Erostrato, avessero appiccato gli incendi a Morzanch (o anche se semplicemente avessero voluto rivendicare un incendio scoppiato per altra causa) e, il giorno dell’incendio, fossero stati visti in una situazione compromettente da una signora, a vostro parere e utilizzando l’ordinario buon senso, avrebbero rivendicato l’incendio?
Spero che l’unica possibile risposta a questo interrogativo, così chiara da non meritare di essere esplicitata, vi aiuti a comprendere perché ho ritenuto doveroso cimentarmi in questo lungo articolo.
Il timore che nutro per il tempio di Themis, relativo alle implicazioni giuridiche degli elementi affrontati in questo paragrafo e non solo, saprò invece spiegarvelo meglio nella seconda parte dell’articolo.

Gli Adelphi della Suggestione

Nel precedente paragrafo, ho avuto modo di segnalare come, con ogni probabilità, il nome degli Aquini sia giunto per la prima volta all’attenzione degli inquirenti.
Sembra però abbastanza plausibile che gli stessi inquirenti, almeno in un primo momento, non abbiano dato un eccessivo peso alle dichiarazioni della testimone citata, tanto che solo a febbraio arriva la “svolta” e gli Aquini diventano ufficialmente indagati.
Ma cosa accade nel frattempo per indurre gli inquirenti a dare maggiore importanza alla “pista” relativa agli Aquini?
La questione sembra potersi riassumere in modo relativamente semplice.
I mass media nazionali cominciano ad occuparsi del caso Erostrato e, in particolare, nella trasmissione “Quarto Grado” vengono mostrate alcune delle deliranti lettere di Erostrato, tra le quali quella riportata nell’immagine seguente, indirizzata al Dott. Sosso, giornalista del Corriere delle Alpi.



La puntata della trasmissione viene vista, tra gli altri, da un poliziotto di Milano, Edoardo Riva, accanito lettore e con un’ottima memoria, tanto da essere stato campione del quiz televisivo “Caduta Libera”.



Ad ogni buon conto, Edoardo Riva, vedendo la lettera di Erostrato riportata poc’anzi, ha un’illuminazione, in quanto osserva che nella lettera compare la parola “Katechon”: una parola a suo parere (vedremo poi quanto fondato) poco comune ma che compare in un libro, sempre a suo parere, poco noto: Gli Adelphi della Dissoluzione di Maurizio Blondet. Conseguentemente, dopo aver constatato la presenza del citato libro di Blondet nella biblioteca di Cesiomaggiore, segnala la circostanza agli inquirenti in modo tale che possano verificare chi lo abbia preso in prestito.
Gli inquirenti, a quel punto, verificano che il libro è stato in passato preso in prestito dal Sig. Nemesio Aquini e, di conseguenza, incrociando questo riscontro con la precedente dichiarazione della signora, ritengono che la pista relativa agli Aquini meriti di essere approfondita.
Alla luce del contenuto della lettera in esame, ne approfitto dunque per introdurre un elemento che inizieremo ad affrontare in questo paragrafo ma che sarà anche oggetto di ulteriore e successiva trattazione, ossia il fatto che Erostrato, nelle sue missive, faccia un abbondante uso di citazioni tratte da opere letterarie.
Le citazioni letterarie presenti nelle lettere Erostrato sono, usualmente, esplicite, come avremo modo di vedere.
Solo nel caso degli Adelphi della Dissoluzione non abbiamo alcuna citazione esplicita, ma solo l’idea, suggestiva ma ben poco fondata, che la parola “katechon” possa essere stata tratta, dall’autore delle missive, dal menzionato libro di Blondet.

Va premesso, anzitutto, che il libro “Gli Adelphi della Dissoluzione” non è affatto un libro poco noto.
Certo, al giorno d’oggi è più difficile da reperire, ma quando fu pubblicato, negli anni ’90, ebbe un discreto successo tanto da andare abbastanza rapidamente in ristampa e non mancò di sollevare qualche polemica.

Ad ogni modo, a sembrare argomento capzioso è soprattutto l’idea secondo la quale la parola “Katechon” dovrebbe essere tratta proprio da quel libro.
A ben vedere, la parola Katechon è citata, tra l’altro, in un libro che non può certo definirsi poco noto e che è presente, stando ad alcune statistiche, nell’abitazione di otto famiglie su dieci: la Bibbia.
La parola Katechon, infatti, che deriva dal Greco τὸ κατέχον (“ciò che trattiene”) compare per la prima volta nella Seconda Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, per indicare la forza frenante che tiene a bada l’avanzata dell’Anticristo: per questa ragione, in virtù del significato e del contesto escatologico in cui compare, tale parola è spesso citata, in particolare, da persone appartenenti a frange millenariste.
Segnalo questa circostanza in quanto, giacché Erostrato comincia ad operare nella seconda metà del 2017, non ho potuto fare a meno di notare la coincidenza cronologica con il diffondersi di alcuni cospirazionismi di stampo millenarista, che hanno effettivamente, e proprio a partire da quell’anno, riportato in auge il concetto di Katechon.

Basti qui segnalare che, prima di risolvermi a scrivere questo articolo, ho provato ad effettuare una semplice ricerca della parola Katechon sulla barra di ricerca di Facebook, ottenendo tantissimi risultati, non solo in termini di post, ma anche di gruppi con migliaia di iscritti.
Risultati parimenti interessanti, in merito a quanto la parola Katechon sia “poco nota”, si ottengono facendo una ricerca su Google, che mostra peraltro un notevole incremento di risultati relativo ad anni recenti.
Ad ogni buon conto, per chiunque desiderasse approfondire il tema del revival di millenarismi cospirazionisti, non posso che suggerire l’ottimo libro di Wu Ming 1 “La Q di Qomplotto”, pubblicato lo scorso anno, nel quale viene peraltro affrontato anche uno degli argomenti che sarà in qualche modo oggetto della seconda parte del nostro articolo in cui, tra le altre cose, ci chiederemo se la vicenda giudiziaria che ha coinvolto gli Aquini possa essere, in maggiore o minor misura, influenzata da un fenomeno, notoriamente e tristemente foriero di errori giudiziari, noto come “satanic panic”.


Ma soffermiamoci, per ora, sulla parola “Katechon”.
Quanto detto finora in merito alla Seconda Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi e ai contesti millenaristi, infatti, non esaurisce affatto gli usi del termine in questione, né i testi in cui la parola compare.
A ben vedere, non si comprende neppure per quale ragione tirare in ballo un libro degli anni ’90 se, in anni ben più recenti, filosofi del calibro di Cacciari e Agamben hanno scritto dei libri di fatto incentrati sul concetto di Katechon.
Tali pubblicazioni, in particolare, risalgono al 2013, e hanno avuto un’ampia eco (tanto da essere citati dalla stampa nazionale, vedasi ad esempio qui: https://www.ilgiornale.it/news/cultura/i-profeti-dellapocalisse-sedotti-nichilismo-918888.html, e da essere stati oggetto di conferenze pubbliche, reperibili perfino su Youtube), anche perché allusivi alla profonda riflessione, filosofica e non, innescata dalle dimissioni di Papa Benedetto XVI.

A questo punto, tuttavia, Edoardo Riva direbbe (rectius, ha effettivamente detto) che gli elementi che collegano le lettere di Erostrato al libro “Gli Adelphi della Dissoluzione” in realtà sono due: il primo, lo abbiamo visto, è la parola Katechon; il secondo è un elemento citato a pagina 63 degli Adelphi della Dissoluzione, in cui si fa riferimento a una “lettera” scritta in inchiostro rosso.
Volendo capire meglio la questione, mi sono presa la briga di leggere “Gli Adelphi della Dissoluzione” al fine di verificare meglio la portata di questo secondo elemento. Successivamente, ho cercato di capire se, ammesso e non concesso che tra le lettere di Erostrato e il libro di Blondet si possano ravvisare due punti in comune, tale elemento possa ritenersi indiziante nel senso proprio del termine, e dunque presenti caratteri di gravità, precisione e concordanza.

La mia risposta, ve lo anticipo prima di accingermi a condividere con voi le ragioni, è un sereno ma netto “no”.

Vediamo, anzitutto, le pagine 62 e 63 del libro di Blondet:



Come potete vedere, la menzione della “Lettera Rossa” è nella prima parte della pagina 63. Tuttavia, si può rilevare immediatamente qualche problema.
In primo luogo, non è affatto chiaro che la “Lettera Rossa” sia effettivamente una missiva: viene infatti descritta genericamente come un documento che compendia un più ampio testo precedente, la cui natura epistolare non è indicata.
La parola “lettera”, in effetti, in Italiano non designa esclusivamente documenti di natura epistolare.
Possiamo inoltre notare che le similitudini con le lettere di Erostrato non ci sono proprio: le lettere di Erostrato sono un coacervo di deliri, non sono il compendio di un testo perduto e non profetizzano alcunché, bensì contengono rivendicazioni e affermazioni minatorie e/o gravemente lesive di esponenti di spicco della comunità locale.
Peraltro, non si capisce per quale motivo, se Erostrato volesse in qualche modo e per ragioni del tutto ignote emulare un documento risalente, come quello citato nel libro di Blondet, dovrebbe utilizzare un pennarello (strumento relativamente moderno) e non una penna.
Di contro, e in conclusione, la “Lettera Rossa” menzionata nel libro di Blondet non contiene la parola “Katechon” al suo interno, collocata da tutt’altra parte nel testo.

Prima di andare avanti con la disamina, desidero inoltre richiamare l’attenzione su un ulteriore fatto.
Deve essere segnalato, infatti, che è decisamente discutibile che capacità soggettive eccedenti l’ordinario, quali ad esempio le ottime capacità mnemoniche del Dott. Riva che, non a caso, è stato campione di “Caduta Libera”, come evidenziato in apertura del paragrafo, possano essere in qualche modo utilizzate come “parametro”.
Questa osservazione, naturalmente, non vuole di certo essere un’offesa nei confronti del Dott. Riva che ha semplicemente ritenuto di adempiere al proprio dovere condividendo con gli inquirenti una sua intuizione ma, anzi, un riconoscimento delle sue particolari capacità.
Ciò che intendo dire, in sostanza, è che se persone con capacità particolari possono effettivamente ricordare perfino particolari dettagli dei libri che leggono, quali la veloce menzione della “Lettera Rossa” del libro di Blondet, che non è certo un elemento centrale del testo, bensì un elemento menzionato di sfuggita, lo stesso non può dirsi per la generalità degli individui.

Sul punto, non mi soffermerò più del dovuto, in quanto finirei per rendere l’articolo sin troppo prolisso: è sufficiente, ai fini di questa trattazione, riportare a titolo d’esempio uno schema in merito alla cosiddetta “curva dell’oblio” elaborata dallo psicologo tedesco Ebbinghaus.



Come spiegato nelle didascalie la curva di Ebbinghaus mostra che la maggior parte delle informazioni acquisite viene dimenticata dopo qualche ora e, dopo solo un mese, il numero di informazioni “conservate” è minimo.
Se è vero che vi è un sensibile aumento delle informazioni immagazzinate con successive letture, tali letture devono essere (affinché l’incremento sia significativo) almeno tre e, soprattutto, il materiale da memorizzare deve essere ripreso sistematicamente a scadenze ben determinate: infatti, non bastano due o tre letture distanziate nel tempo senza una revisione del materiale nelle 24 ore successive (fonte: https://www.csustan.edu/sites/default/files/groups/Writing%20Program/forgetting_curve.pdf).

In buona sostanza, ciò che intendo mostrare con questi grafici è che, in ogni caso, le probabilità che una persona comune, dopo aver letto “Gli Adelphi della Dissoluzione”, possa ricordare un’informazione marginale come quella relativa alla “Lettera Rossa”, sono pressoché nulle.
Tra l’altro, mi permetto sul punto relativo alla memoria una ulteriore piccola digressione per mostrare una volta in più l’intrinseca contraddittorietà delle accuse a carico degli Aquini.
Si è appreso, ad esempio, dai media, che nell’ambito di una perquisizione domiciliare presso l’abitazione della famiglia è stato sequestrato, tra l’altro, il libro “Hitler e il nazismo magico” del compianto politologo Giorgio Galli.
Con un po’ di fantasia (un bel po’, essendo sempre stato il Prof. Galli tutt’altro che un estimatore del nazionalsocialismo) si può immaginare che quel libro, peraltro piuttosto noto, sia stato ritenuto sospetto in considerazione delle simpatie neonaziste di Erostrato.
Ciò che però sorprende, è che mentre si considera del tutto plausibile la circostanza, straordinaria, che gli Aquini ricordino la famigerata “Lettera Rossa” citata di sfuggita nel libro di Blondet, si consideri nel contempo normale il fatto che, laddove fossero Erostrato, non sappiano scrivere correttamente la parola “Führer” che, nel libro di Galli sequestrato nella loro abitazione, compare per ben 106 (CENTOSEI) volte, e che Erostrato scrive in maniera scorretta.

Ecco, dunque, tornando a noi, che gli Adelphi della Dissoluzione comincia a mostrarsi per ciò che effettivamente è: pura suggestione.
Una suggestione tale da poter essere replicata, peraltro con risultati nettamente migliori, con testi completamente diversi.
Non avete capito male: per mostrarvi la differenza tra mere suggestioni e veri indizi (che, ricordiamolo ancora una volta, devono essere gravi, precisi e concordanti), ho deciso di farvi vedere quanto sia facile sostenere che le lettere di Erostrato possano avere punti in comune qualche libro, perfino celebre, in misura perfino nettamente maggiore rispetto agli Adelphi della Dissoluzione.
Ovviamente, lo specifico a scanso di equivoci, tale esempio avrà un’utilità unicamente negativa (ossia, volta a mostrare che la lettura del libro di Blondet non abbia alcun valore indiziante a carico degli Aquini) e non certo positiva: per intenderci, l’esempio è a propria volta suggestivo, non è volto in alcun modo a sostenere che Erostrato abbia letto il libro oggetto dell’esempio (anche perché, come vedremo, è altamente probabile che Erostrato non abbia letto proprio nessun libro, neanche quelli che cita espressamente), ma è volto unicamente a dimostrare l’assoluta inconsistenza degli elementi usati contro gli Aquini.

Dunque, abbiamo visto come sia stato usato contro gli Aquini il fatto che abbiano letto, o comunque preso in prestito in biblioteca, il libro “Gli Adelphi della Dissoluzione” di Blondet, che avrebbe in comune con le lettere di Erostrato due punti (il colore rosso dell’inchiostro usato per le lettere e la parola “Katechon”).
Ora, è dunque con grande piacere che vi mostro come le lettere di Erostrato somiglino molto di più a un celebre racconto di Edgar Allan Poe: La Lettera Rubata.

La Lettera Rubata è uno dei racconti di Edgar Allan Poe che hanno come protagonista l’investigatore Dupin.
Il racconto ruota intorno al furto di una lettera contenente affermazioni gravemente lesive dell’onore di una potente nobildonna. Del furto, si conosce sin dall’inizio il responsabile. Il problema che porta il prefetto che indaga sul caso a rivolgersi all’investigatore Dupin è il fatto che le ricerche della lettera nell’abitazione dell’autore del furto, seppure minuziose, non abbiano dato alcun esito.
Ebbene, non vi tengo sulle spine: la lettera, in conclusione, viene ritrovata. Non era affatto nascosta, ma era anzi ben visibile. Era solo stata leggermente camuffata: il sigillo di colore rosso che aveva impresso nella parte anteriore era stato sostituito con un sigillo diverso, un monogramma di colore nero.
Quando la lettera viene finalmente rinvenuta, al fine di beffare il ladro, essa viene sostituita con una lettera diversa, al cui interno viene scritta una citazione dall’Atreo e Tieste di Crébillon.

Bene, provvediamo ora a calcolare quanti punti in comune è possibile trovare tra il racconto di Poe e le lettere di Erostrato.
Primo: il colore rosso del sigillo visibile sulla lettera originale.
Secondo: il monogramma, con le iniziali del nome, sulla lettera camuffata. Le lettere di Erostrato, infatti, recano un monogramma: la sigla “Er” inserita in un cerchio, come potete osservare nell’immagine seguente.


Siamo dunque a due elementi: in parità con gli Adelphi della Dissoluzione. Ma riusciamo ad andare ben oltre con i punti in comune.
Terzo: la citazione da un’opera inserita nella lettera lasciata come beffa al ladro in sostituzione di quella rubata, giacché, come abbiamo visto, Erostrato inserisce abitualmente citazioni nelle sue lettere.
Quarto: i contenuti della lettera, lesivi dell’onore e della reputazione di un personaggio in vista.
Quinto: il fatto che nel racconto di Poe compaiano, proprio come nelle lettere di Erostrato, alcune citazioni in Latino, tra le quali due citazioni dall’Eneide di Virgilio, da cui anche Erostrato ha tratto -sia pure male, come vedremo- una citazione (vedasi la parte finale dell’immagine seguente, “infandum renovare dolorem”).



Forse, l’elenco potrebbe perfino continuare, ma credo possa essere sufficiente a mostrare la palese inconsistenza del presunto elemento usato contro gli Aquini: non ha la benché minima specificità, non solo in quanto intrinsecamente contraddittorio e ben poco credibile, ma anche in quanto, sulla medesima falsariga, si potrebbe sostenere, perfino con maggiori elementi a sostegno, che Erostrato abbia tratto ispirazione da libri completamente diversi.

Nella seconda parte dell’articolo, in uscita nei prossimi giorni, cercheremo, tra le altre cose, di motivare abbondantemente la risposta negativa che siamo giunte a dare a una interessante domanda: Erostrato è, come gli Aquini, un lettore?

Per il momento, nel congedarci, rassicuriamo chiunque, passando su Colonna Infame, dovesse trovarsi a leggere questa nostra analisi della vicenda: per la stesura di questo articolo nessun lettore è stato maltrattato.


Aggiornamento: è stata pubblicata la seconda parte dell’articolo, che trovate qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2022/05/22/il-caso-erostrato-linsostenibile-pesantezza-dei-processi-indiziari-seconda-parte/

Quando la malasanità incontra la malagiustizia nascono i serial killer

Articolo di Alessandra, Laura e Sashinka

È un luogo comune, ma quanto è vero che il sonno della Ragione genera mostri?
Passi l’ignoranza, perché nessuno è onnisciente, diversa è l’arroganza, quel brutto male dal quale nessuno è immune, che quando purtroppo attacca chi sulle spalle ha enormi responsabilità, che riguardino il campo della sanità o quello della giustizia, per citarne un paio, fa danni di indicibile portata.
Qualcuno ebbe a dire che “esiste un’ignoranza degli analfabeti ed un’ignoranza dei dottori”: non si accorse, purtroppo, del fatto che talvolta le due cose coincidono, e che è proprio quest’ultima forma di ignoranza, che tende a configurarsi non già come “mancanza di conoscenza” in senso etimologico, ma come supponenza, ad essere suscettibile di dare adito ai danni più gravi.

Ma andiamo con ordine e, dal momento che ignorare qualcosa come la giurisprudenza o la medicina non è da imputare come reato al cittadino di media cultura, come premessa chiariamo alcuni concetti in termini semplici e alla portata di tutti.

Il Tribunale del Riesame, anche detto Tribunale della libertà, è un organo collegiale chiamato a decidere in merito alla legittimità della richiesta di una misura coercitiva e più specificatamente nel caso di provvedimenti restrittivi della libertà personale emessi nei confronti di un indagato, provvedimenti questi che debbono rispondere ad una o più delle seguenti necessità e cioè scongiurare il pericolo di fuga, l’inquinamento delle prove e, cosa più grave, la reiterazione del reato, nonché presupporre la sussistenza di indizi “gravi, precisi e concordanti”.
L’avvocato difensore ha la facoltà di presentare istanza di scarcerazione nel caso il suo assistito si trovi recluso, o di annullamento di altra forma coercitiva, entro tempi prestabiliti dalla legge e il Tribunale del Riesame entro dieci giorni decide se accogliere l’istanza o rigettarla, riservandosi di comunicare entro trenta giorni, prorogabili a quarantacinque nei casi più complessi, le motivazioni della delibera.
Essere scarcerati dal Tribunale del Riesame non è garanzia di estraneità ai fatti imputati al soggetto.
Troppo spesso, in sede di programmi di intrattenimento, che dovrebbero limitarsi ad intrattenere senza avere la pretesa di fare giornalismo investigativo o l’audacia di vantarsi di apportare un contributo alle indagini, indagini che, scusate la lunga parentetica, dovrebbero essere protette da quel che un tempo dicevasi segreto istruttorio e non date in pasto al pubblico tra una ricetta e un gossip, il maldestro presentatore di turno, rappresentando il pensiero comune, se ne esce con l’infelice frase, trita e ritrita, che puntualmente scatena in me il desiderio di invitarlo a darsi all’ippica.
Il cliché di cui parlo è generalmente espresso con affermazioni di tal fatta: “Beh, se lo hanno scarcerato allora è innocente!”
Cliché, questo, che fa il paio con: “Se lo tengono dentro qualcosa c’entrerà pure e laddove non c’entri qualcosa sa.”
Questa affermazione, all’apparenza innocente, è pericolosissima, nella misura in cui presuppone l’esistenza di una verità assoluta ed incontrovertibile, sia dal punto di vista meramente procedurale sia da quello reale, che tradotta significa che tutti i detenuti (imputati in custodia cautelare, condannati in primo grado, appellanti, ricorrenti e definitivi) sono senza dubbio colpevoli dei reati loro contestati, così come tutti coloro che vengono scarcerati dopo essere stati privati della libertà personale per un periodo sono senza altrettanta ombra di dubbio innocenti.
E se è noto a qualsiasi studente di giurisprudenza, anche alle prime armi, che tra “verità processuale” e “verità storica” non sempre e non necessariamente vi è una effettiva coincidenza, anche chi non è avvezzo al diritto dovrebbe, sia pure intuitivamente e senza indulgere in tecnicismi terminologici, cogliere la differenza.
D’altronde, se chi studia diritto lo apprende dai libri, per tutti gli altri c’è sempre qualche malcapitato Giuseppe Gulotta a ricordarlo.
Ancora, non c’è niente di più sbagliato del confondere la custodia cautelare con una declaratoria anticipata di colpevolezza certa, e qui torniamo al concetto di ignoranza, termine usato nel suo significato etimologico e senza la volontà di offendere, letta nell’ottica di un passaggio che sfugge alle persone comuni che seguono la cronaca in TV e non masticano il diritto.
Un altro triste esempio è l’idea, spesso veicolata dai media, che un imputato che scelga di avvalersi del rito abbreviato stia di fatto, in tal modo, ammettendo implicitamente la propria colpevolezza.
Tale convinzione non è fondata, in quanto possono esserci tantissimi motivi che inducono a chiedere il rito abbreviato, che altro non è che un giudizio “allo stato degli atti”, senza l’ammissione di ulteriori prove.
Un giudizio di questo tipo, ovviamente, comprime i tempi del processo e, quasi in una sorta di “premialità” (seppure tale concetto sia improprio) per lo snellimento procedurale che ne deriva, garantisce al soggetto interessato, laddove si arrivi ad una sentenza di condanna, uno sconto di pena.
Ciò non implica che a chiedere il rito abbreviato siano e possano essere soltanto gli imputati consci di essere colpevoli: il rito abbreviato, ad esempio, può essere una scelta oculata e, nel contempo, evitare lungaggini processuali nel caso in cui il Tribunale del Riesame si sia precedentemente pronunciato abbattendo il quadro indiziario, in quanto, con buona approssimazione, si può ritenere che ove il Riesame non ravvisi elementi indizianti sulla base degli atti, non li ravviserà, sulla base degli stessi atti, neanche un altro tribunale.
Ma può trattarsi altresì di una scelta tristemente dettata da ragioni economiche: pensiamo ad un imputato che non abbia modo di potersi permettere indagini difensive per produrre in dibattimento elementi a proprio favore, e che comunque non possa sopportare economicamente gli oneri di un processo che si protragga per lunghi tempi.
In quest’ultimo caso, sì, spesso il rito abbreviato non è che l’anticamera di una condanna, condanne che però, spesso, non fanno che rivelare quante disparità, anche sotto il profilo economico, ancora colpiscono quanti non possono contare su una difesa davvero equa rispetto ai poteri della parte pubblica; rispetto al potere di pubblici ministeri che, sì, dovrebbero cercare, nel nostro ordinamento, anche elementi a discolpa degli indagati, ma che spesso (e, a quanto pare, volentieri) non lo fanno.

Perché il nostro è il Paese dei latin lovers, e talvolta pare che i colpi di fulmine si concretino nell’innamorarsi di tesi precostituite.

Ma, ai fini di entrare nel vivo della nostra trattazione, è bene per il momento lasciare da parte i tristi esempi di scarsa cultura giuridica e concentrarsi, piuttosto, sulle loro implicazioni.
In una società in cui i processi sono fortemente mediatizzati, il giudice ha difficoltà a pronunciare una sentenza di assoluzione nei confronti di un imputato ristretto proprio per l’impopolarità che ne può derivare e perché ha il timore di esporsi al giudizio del pubblico- e ciò non vale solo per i giudici popolari, ma anche per quelli togati.
Non sono in grado, qui, di esprimere con completezza il concetto di ‘opinione pubblica’, sia perché non è il luogo, sia perché non ci sono riusciti neanche gli studiosi.
Intendo, però, interrogarmi su una definizione convenzionale, per arrivare al dunque. Comunque, con i mezzi di comunicazione di massa, il concetto va piano piano frammentandosi e se già, prima, si avvicinava al verosimile, ora è ancora più distante dalla realtà.
E’ un po’ come la storia dei sondaggi, esprimono tendenze ridotte, dipende da chi sono commissionati, eccetera.
Detto ciò, considerando l’influenza che i media hanno sul pensiero individuale e collettivo, mi sembra oltremodo assurdo pensare che persone in carne e ossa, quali sono i magistrati, i giudici popolari e, insomma, gli attori della Giustizia, possano essere immuni da tale stessa influenza.
Pur non avendo la mania di essere assolutista, mi chiedo ad esempio perché – anche dopo la scarcerazione della signora Fausta Bonino, recentemente balzata, suo malgrado, agli onori delle cronache -, si continui a usare “killer” come aggettivo di “infermiera”. Cosa ne penserà l’opinione pubblica?
Dell’influenza della macchina del fango mediatica sull’animus del giudicante ho d’altronde detto più e più volte, dunque non vogliatemene per una affermazione tanto esplicita, che altro non è, ai fini della tematica che vorrei affrontare, che un corollario ad una triste realtà: il fatto che un indagato,o imputato, stia a casa anziché in carcere rende molto più facile pronunciare una sentenza di assoluzione, perché quando un imputato sta in carcere per anni in attesa di una sentenza definitiva, chi è poi il giudice che ha il coraggio di assolverlo?
La risposta cruda, ma vera, è quasi nessuno!
Può succedere, sia chiaro, però il linea di massima non accade perché in questi casi diventa molto più difficile ammettere l’errore; diversamente quando preesiste una pronuncia da parte del Tribunale del Riesame che non ha ravvisato i presunti elementi indizianti che avevano portato il soggetto in carcere, si può ben sperare che a maggior ragione non li vedrà un Tribunale di primo grado, una Corte d’Appello, o la Cassazione, e come conseguenza si avrà una maggior facilità nel pronunciare una sentenza assolutoria.
Non pensate che si tratti di un meccanismo macchinoso o complesso: il nodo della questione è semplicemente che a nessuno, individuo, collettività o sistema, generalmente piace ammettere i propri errori (anche se talvolta ammettere un errore è cosa ragguardevole e degna di plauso), e questa dinamica la si ritrova, in qualche modo, anche nel sistema giudiziario.
Così, talvolta, a differenza delle fiabe non troviamo un lieto fine: un’indagine preliminare condotta male si cristallizza in una misura cautelare (di cui, in Italia, vi è un abuso impressionante), ed infine in una sentenza di condanna.

E allora, il processo smette di essere ricerca della verità, certamente smette di essere ricerca della verità storica, ma in qualche modo smette anche di essere ricerca di una verità processuale che, specie nei casi in cui si parla di “prova scientifica” (ho citato più volte la cosiddetta sentenza Franzese), richiede comunque, al fine di essere accettabile, un alto grado di probabilità sul piano fattuale, e dunque un alto grado di credibilità razionale, e diviene invece nulla più che una sorta di profezia che si autoavvera.

Quando le cose assumono certe proporzioni, il peso dell’opinione pubblica già orientata verso l’innocenza rende più facile pronunciare una sentenza di assoluzione, tanto quanto un orientamento verso la colpevolezza rende più scontata una sentenza di condanna e alla base di tutto sta proprio la permanenza in carcere contro l’essere processato a piede libero.
Ora, deve essere certamente sottolineato che ogni caso giudiziario è un caso a sé e in quanto tale è ricco di peculiarità che lo distinguono da ogni altro, quindi noi ne confronteremo due per semplificare un discorso che diversamente diventerebbe ingestibile.
Siamo delle inguaribili romantiche, quindi uno dei due casi non poteva che essere quello che vede il sig. Bossetti, moderno prigioniero politico, unico imputato per l’omicidio Gambirasio sottoposto ad un crudele quanto inutile regime di custodia cautelare da quasi due anni.
L’altro caso che ha catturato il nostro interesse, come avrete intuito da un piccolo riferimento sopra, è quello che vede vittime un numero imprecisato di pazienti ricoverati presso l’ospedale di Piombino a cavallo tra il 2014 e il 2015.
La responsabilità con dolo di tali decessi è stata attribuita ad un’infermiera, al secolo Fausta Bonino, immediatamente ribattezzata “l’infermiera killer”.
Fa specie vedere come il pregiudizio alimentato dalla pressione mediatica cresca fino a raggiungere dimensioni ciclopiche, come degli stralci di intercettazioni telefoniche ed ambientali, riportate in forma scritta ed interpretate dai doppiatori delle solite trasmissioni “squalo” private quindi del giusto tono e snaturate, assumano tutt’altro valore prospettando scenari inquietanti dove personaggi degni di un noir si muovono furtivi tra le corsie seminando morte e terrore.
Per non parlare, poi, del fatto che sia emerso che alcune delle frasi attribuite, nelle trascrizioni di tali intercettazioni, alla signora Bonino, non siano neppure state pronunciate dalla medesima: in un contesto normale dovremmo gridare allo scandalo, ma ormai abbiamo capito da tempo di essere ai confini della realtà, e provare sentimenti di stupore dinnanzi a questo e altro è cosa ardua.
E non si deve pensare che la difficoltà nel provare autentico stupore sia semplice frutto di suggestione e sensibilità nei confronti di errori che, certamente, possono capitare.
Perché gli errori possono capitare, ma quando, come accade nella giustizia italiana, sono troppi, non sono più qualificabili come semplici errori, ma divengono piuttosto altrettanti campanelli d’allarme di un sistema che, evidentemente, non funziona.
Incriminata e tratta in arresto, la signora Bonino resta ristretta presso la Casa Circondariale di Pisa per ventuno giorni.
Le accuse che le vengono mosse sono terribili.
Una di queste, forse la più pesante e compromettente, si fonda su un’intercettazione che non lascia spazio ad equivoci, poiché è un chiaro tentativo di inquinamento delle prove ma verrà presto scoperto che proprio questa intercettazione è stata attribuita alla signora Bonino per errore.
In soldoni, grazie ad un provvidenziale errore di trascrizione, parole proferite da un’altra persona le sono state cucite addosso.
Piccolezze, cose che capitano, ça va sans dire.
Un altro punto cardine dell’accusa è la pericolosità sociale della Bonino, che non va lasciata libera perché soffre di bipolarismo, così ha dichiarato il P.M., che ha colto in questo modo l’occasione per ricordare la vecchia formula del “pericoloso a sé e agli altri” che ingenuamente credevamo di aver superato, più o meno, dai tempi di Franco Basaglia.
Questa verità incontestabile, ad ogni buon conto, la si legge anche nel bugiardino di un suo farmaco per l’epilessia, e cioè che uno degli effetti collaterali può essere la depersonalizzazione, quindi il magistrato rincara la dose asserendo che potrebbe uccidere anche il marito.
E, a questo punto, è necessario aprire un’altra parentesi.
Lo abbiamo scritto in incipit: non si può pretendere che l’uomo comune, che non abbia studiato medicina, sia a conoscenza di particolari nozioni mediche.
Tuttavia, se all’uomo comune viene spesso richiesta dalla legge l’accortezza del cosiddetto “bonus pater familias”, ho l’ardire di ritenere che la stessa accortezza dovrebbe essere utilizzata, a maggior ragione, da chi è investito di responsabilità enormi che si riverberano sulla pelle dei cittadini.
Il fatto che la signora Bonino soffra di bipolarismo, cosa non veritiera eppure strombazzata ai quattro venti da giornalisti che hanno dimostrato per giunta di ritenere il bipolarismo (noto disturbo del tono dell’umore) un disturbo consistente nello “sdoppiamento di personalità”, uno strafalcione che in tempi in cui l’ignoranza è una scelta non sarebbe perdonabile neppure alla proverbiale casalinga di Voghera, è stata presumibilmente desunta dal fatto che, soffrendo di epilessia, assume dei farmaci appartenenti alla classe degli anticonvulsivanti, che da anni vengono notoriamente utilizzati anche per il trattamento degli episodi di disturbo bipolare.
Questo non significa, ovviamente, che chi soffre di epilessia sia bipolare, né che chi è affetto da disturbo bipolare soffra di epilessia: significa solo, come può essere appurato da chiunque si informi con l’accortezza del “bonus pater familias”, che molecole un tempo utilizzate soltanto per la cura dell’epilessia hanno mostrato un’efficacia anche nel disturbo bipolare, e che di conseguenza sono attualmente utilizzate anche per il trattamento di episodi di quest’ultimo, che non ha nulla a che vedere con l’epilessia, né con lo sdoppiamento di personalità (sulla cui stessa esistenza nei termini in cui è stato descritto a livello mediatico, per giunta, non vi è neppure accordo nella comunità scientifica), né, ancora, con la depersonalizzazione, che è spesso un comune sintomo di disturbi quali ansia e depressione, consistente nella sensazione di essere “staccati” dal proprio sé, e non implica alcuna “doppia personalità” né tantomeno pericolosità sociale.
Non è raro, d’altronde, trovare tra le indicazioni terapeutiche indicate nei bugiardini dei farmaci una pluralità di patologie differenti.
A questo punto, sono molto felice che la signora Bonino, anziché di epilessia, non soffra di problemi di stomaco, che in compenso rischiano di scatenare un’autentica epidemia tra chi segue la cronaca giudiziaria: infatti, mi sovviene l’esempio di un noto farmaco (principio attivo levosulpiride, nome commerciale Levopraid) molto utilizzato per comuni disturbi gastrici e il cui utilizzo, di recente, è stato esteso, in posologie leggermente superiori, anche ad alcune forme di schizofrenia, oltre che al trattamento di episodi depressivi maggiori.
Non so, e francamente preferisco continuare a non sapere, se la differenza tra gastrite e schizofrenia sia chiara, e mi limito ad augurarmi che nessuna persona affetta da disturbi gastrici abbia, in un prossimo futuro, la sventura di essere coinvolta in un’indagine.
In un contesto in cui i processi si svolgono, oramai, sui mezzi di comunicazione, che spesso si spingono ben oltre il (sacrosanto) diritto all’informazione scadendo in una morbosità di pessimo gusto, e le conseguenti sentenze sono pronunciate a furor di popolo, il marchio dell’ignominia viene imposto anche così: attribuendo al malcapitato presunte (e spesso assolutamente infondate) patologie psichiatriche, per giunta spesso non conosciute né a chi emette ordinanze su questa base senza neppure sincerarsi di aver chiaro cosa sia un determinato disturbo, né alla grancassa addetta alla costante diffusione dei teoremi delle Procure di tutto lo stivale, da Trieste a Pantelleria.
Un meccanismo che ottiene il duplice risultato di creare il mostro mediatico da un lato, e di contribuire a rincarare la già abbondante dose di disinformazione e stigma nei confronti dei disturbi psichici dall’altro.

Un fatto, o meglio due fatti, che francamente ritengo non onorino la nostra civiltà giuridica, né le conoscenze scientifiche ad oggi acquisite, né, da ultimo ma non per importanza, i principi fondamentali di dignità umana (tanto degli indagati quanto delle persone affette da disturbi psichici che già subiscono stigma e pregiudizi, che si aggiungono al fardello delle loro sofferenze) che dovrebbero -condizionale d’obbligo- informare il nostro ordinamento.

“Questa verità incontestabile si legge anche nel bugiardino di un suo farmaco per l’epilessia e cioè che uno degli effetti collaterali può essere la depersonalizzazione quindi il magistrato rincara la dose asserendo che potrebbe uccidere anche il marito. Molte cose si sono dette dell’infermiera Bonino in questi giorni qualcuno ha anche parlato di problemi di alcolismo negati però dal suo primario. Nell’ordinanza contro di lei si leggevano queste frasi “coerenti e specifici indizi di colpevolezza, particolare spessore criminale, spiccata inclinazione a delinquere” poi la clamorosa decisione del Tribunale del riesame ne ordina l’immediata scarcerazione. L’infermiera resta comunque indagata ma la decisione del Riesame pesa come un macigno sull’impianto dell’accusa. Come mai l’ordinanza di carcerazione è stata annullata? Perché i gravi schiaccianti indizi di colpevolezza contro di lei si sono dissolti nel vento?”

Il brano virgolettato fa parte di un lungo servizio andato in onda qualche sera fa nella trasmissione “Quarto Grado”, e mette i brividi il fatto che ci si chieda con disarmante candore come mai i gravissimi indizi di colpevolezza sia siano dissolti nel vento.
Se è vero che l’innocenza non teme giudizio, lo è altrettanto che nessuna riabilitazione è possibile per chi è stato bollato dal pregiudizio, ed è così che anche stavolta gli Italiani si rivelano discepoli di una morale tanto ipocrita quanto bigotta.
Quando si è ingoiati dal sistema si può sperare di riconquistare la libertà ma ci si può scordare di recuperare la dignità.
Tuttavia, volendo salvare il salvabile, avere un buon difensore può fare la differenza tra l’essere dietro le sbarre, lontani dagli affetti e impossibilitati a dire la propria, o fuori dal carcere, che non sarà comunque il massimo se si resta indagati, ma di certo è meglio.
Se si ha la fortuna di essere rappresentati dalla dottoressa Cesarina Barghini, che ha dimostrato all’Italia intera di essere una professionista seria e in gamba, il destino processuale potrebbe prospettarsi più roseo.
Non posso esimermi dall’esprimere profonda ammirazione nei confronti di un difensore la cui motivazione e determinazione si sono dimostrate vincenti e sono andate a segno, ottenendo la scarcerazione della propria assistita in un lasso di tempo brevissimo durante il quale, lette accuratamente le carte, quelli che erano elementi di colpevolezza sono stati completamente stravolti e interpretati come, se ci è concessa la licenza poetica, “indizi di innocenza”.
Certamente la vicenda non si chiude con la scarcerazione ma che si vada a processo o meno la signora Bonino non languirà in carcere, e fino al terzo grado di giudizio sarà libera.
Come detto in principio non esistono verità assolute.
La storia dell’infermiera e del suo scrupoloso e coscienzioso difensore dimostra che avvocati degni di essere chiamati tali esistono e dimostra ancora che non servono super mega pool, bensì basta una singola persona che prenda a cuore il caso, che legga le carte (cosa che, per quanto possa sembrare strano, non sempre avviene), che sappia fare il suo lavoro, e i risultati si vedono, e si vedono nell’immediato.
E’ assurdo presentare decine di istanze alla cieca senza aver studiato gli atti a dovere, perché istanze incapaci di far passare un messaggio chiaro saranno prevedibilmente rigettate con puntualità e si ritorceranno, l’una dopo l’altra, contro il malcapitato malamente assistito.
Nel caso Bonino si è arrivati ad una risoluzione, sia pure temporanea, veloce e quasi indolore, efficace al punto di far stralciare in venti giorni appena un’ordinanza di custodia cautelare- e questo è un dato importantissimo per chi vuole coglierne la valenza.

Vero è anche che nel caso Bossetti tanto ha pesato l’intervento maldestro del Ministro della Giustizia, qui tante volte biasimato, al punto che persino Gianluigi Nuzzi, in uno slancio di garantismo e cautela, ha paragonato la scritta “KILLER IN CORSIA” che campeggiava alle spalle degli Ufficiali dell’arma durante la conferenza stampa alle parole del Ministro che annunciava con orgoglio che era stato arrestato l’assassino di Yara Gambirasio e che stavolta, per fortuna, si è perlomeno risparmiato di annunziare urbi et orbi via Twitter che, finalmente, i pazienti dell’ospedale di Piombino potevano star tranquilli.

Lo abbiamo anticipato: siamo romantiche.
Ed è per questo che abbiamo fatto la scelta titanica di incentrare il presente articolo su due casi con un notevole numero di differenze.
Tra le tante differenze, tuttavia, un punto comune è innegabile ed è quello dell’archetipo del capro espiatorio che, puntualmente, torna a farci visita nei casi giudiziari che affrontiamo in questa sede.
Il capro espiatorio, storicamente legato alla antica tradizione ebraica, descritta nel Levitico, nella quale il sommo sacerdote, nel giorno dell’espiazione, caricava tutti i peccati del popolo su un capro, che veniva poi mandato nel deserto, oggi è diventato la metafora per eccellenza di chi venga a trovarsi coinvolto in indagini sin dal principio lacunose, contraddittorie e basate su elementi suggestivi anziché autenticamente indizianti.
Il deserto è tutto ciò che resta al malcapitato, intorno al quale viene fatta terra bruciata a suon di gogna mediatica.

E se Pisa, che nel medioevo era, insieme a Lucca, un autentico faro nell’ambito della medicina, ora sembra a dispetto del progresso aver perso dimestichezza con la materia, pare che Bergamo non se la cavi meglio per quanto concerne la matematica.
Sul fatto che in natura il DNA mitocondriale di Massimo Bossetti non possa essere sparito da una traccia di DNA al medesimo attribuita sulla base del nucleo, ho già detto e scritto fiumi di parole e, pertanto, preferisco non ripetermi oltre lo stretto necessario a riannodare i fili del discorso.
Mi preme, tuttavia, richiamare l’attenzione su alcuni elementi che qualcuno sembra ancora non vedere, o forse non voler vedere.
Nella “certa attribuzione” al signor Bossetti della traccia di DNA in disamina ,mi pare, infatti, che stiano sfuggendo alcuni elementi di particolare importanza che denotano che tale certezza non sia postulabile.
Qualcuno dopo aver letto alcuni degli articoli e pensieri sul caso Bossetti presenti in questo blog, ha preferito rispondere con offese gratuite disseminate qua e là in rete, senza mai curarsi, però, di rispondere nel merito alle tesi ivi proposte.
A costoro, ma anche a quanti siano mossi da autentico desiderio di riflettere sull’argomento, il primo, umile consiglio non può che essere quello di rileggere molto attentamente l’ordinanza di custodia cautelare in cui sono analiticamente riportati gli esiti delle analisi, e di soffermarsi ancor più attentamente sulle percentuali.
Non si potrà infatti fare a meno di notare immediatamente due cose, ben poco opinabili, trattandosi di dati numerici: la prima è che la compatibilità tra Bossetti e Ignoto1 sulla linea materna è nettamente inferiore a quella in linea paterna; la seconda è che la percentuale di compatibilità globale è sì elevatissima ma solo se la random match probability è riferita a soggetti non imparentati, e questo è ovvio.
Se nel parlare del DNA mitocondriale non coincidente con il DNA nucleare è stato in questa sede ribadito più volte che tale fenomeno, che non può estrinsecarsi in natura è di conseguenza, per forza di cose, o un fenomeno dovuto ad errore (doloso o colposo) umano, o spia del fatto che la corrispondenza ravvisata nel DNA nucleare non è certa, è invece stato fino ad oggi soltanto richiamato en passant il fatto che la cosiddetta random match probability così come espressa negli atti relativi all’inchiesta sul caso Yara Gambirasio, ha il valore attribuitole unicamente se si prende in considerazione la corrispondenza ravvisata tra il DNA nucleare di Massimo Bossetti e quello di Ignoto1 e la si compara con quella tra Ignoto1 ed un soggetto scelto a caso nell’ambito della popolazione (vedi anche l’articolo La festa è finita, liberate Bossetti).
La random match probability, tuttavia, può subire distorsioni, anche notevoli, nel caso in cui l’ipotetico soggetto terzo sottoposto a comparazione con Ignoto1 non sia un soggetto casualmente scelto tra la popolazione, ma un soggetto appartenente alla medesima sottopopolazione o, a maggior ragione, imparentato.
Ora, pare di capire, dalle stesse percentuali espresse con tanto zelo e dovizia negli atti, che il vecchio adagio latino secondo il quale “mater semper certa, pater numquam”, nel caso in disamina vada capovolto, in quanto l’unica certezza (escludendo ipoteticamente l’errore umano) è che Massimo Giuseppe Bossetti è figlio, come Ignoto1, del fu Giuseppe Guerinoni, mentre sul rapporto di filiazione tra la signora Arzuffi e Ignoto1 paiono sussistere dubbi di non poco conto.
Se qualcuno ha fatto notare che solo il DNA nucleare fornisce una identificazione della persona, in quanto il DNA mitocondriale si limita a dare, essendo identico in tutto il ceppo materno, “un indirizzo” (sic), non mi sembra di scadere nell’ironia inopportuna e gratuita se faccio notare che, perlomeno, tale indirizzo non dovrebbe appartenere ad un’altra persona.
Non si comprende, peraltro, per quale ragione se del DNA mitocondriale non importa nulla a nessuno, i consulenti della Procura di Bergamo si siano barcamenati in una clamorosa arrampicata sugli specchi cercando delle (im)possibili spiegazioni al fenomeno, giungendo perfino al tentativo di cambiare ex post le carte in tavola suggerendo che il DNA in disamina fosse riconducibile, a differenza di quanto sempre sostenuto, non ad un commisto sangue-sangue, ma ad un commisto sangue-sperma.

Una tesi, questa, già smentita dai test diagnostici, cosa che infatti, oltre un anno fa, venne fatta notare dal giudice Mocciola del Tribunale del Riesame, nella sua ordinanza, sia pure di rigetto, di cui si allega di seguito un piccolo estratto:

riesamemocciola

Posto che invece, a chi scrive, non piace che le carte in tavola vengano cambiate a posteriori al fine di supportare una tesi precostituita, è necessario a questo punto parlare anche del DNA nucleare, e fare un rewind, al fine di comprendere meglio la questione delle percentuali sopra accennata.
Infatti, se come ironicamente anticipato, in questo caso è il “pater” ad essere “certus”, sulla “mater” di Ignoto1 permangono parecchie perplessità, non solo per il mitocondriale che non appartiene alla madre dell’imputato né di conseguenza all’imputato, ma anche per la compatibilità nucleare di Ester Arzuffi rispetto a Ignoto1, del 99,999%.
Una percentuale, questa, che no, non è prossima alla certezza (è una percentuale certa quella della paternità, che si aggira nell’ordine dei miliardi), ma una percentuale che in termini matematici significa che vi è 1 possibilità su 100.000, che un dato soggetto abbia analoga compatibilità (senza considerare ulteriori possibili effetti distorsivi in popolazioni specifiche, quali possono essere quelle della Val Seriana): questo significa che anche al netto di effetti distorsivi dati dall’appartenenza a specifiche sottopopolazioni ogni 200.000 persone ve ne sono 2 con la stessa compatibilità nucleare registrata tra Ester Arzuffi e Ignoto1, ogni 300.000 persone ve ne sono 3 e via dicendo (ma soprattutto oltre 11 nella provincia di Bergamo, che ha 1.108.762 abitanti) .
Questo significa, in parole povere, che non può essere escluso che vi sia un altro figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni, il quale ha potenzialmente decine di madri compatibili nella regione Lombardia, ed il quale dunque potrebbe avere anche il DNA mitocondriale giusto al posto giusto, essendo figlio, come Massimo Bossetti, del Guerinoni, ma non, a differenza di Bossetti, della signora Ester Arzuffi.
Nel riflettere sulle tante stranezze del DNA di Ignoto1 e del suo DNA mitocondriale non appartenente a Bossetti, con il senno di poi, non si può neppure tralasciare un’altra stranezza: ricorderete tutti il genetista Fabio Buzzi, a capo del Dipartimento di genetica forense dell’Università di Pavia, il quale, qualche giorno dopo il fermo di Bossetti, disse in TV che anche i peli rinvenuti sul cadavere della povera Yara erano riconducibili a Bossetti.
Come è noto, la notizia fu subito smentita dalla stessa Procura di Bergamo: la falsità della dichiarazione è poi stata confermata ufficialmente più di un anno fa quando la famosa perizia venne finalmente depositata.
Perché dare importanza, oggi, ad una notizia smentita da più di un anno?
Forse molti non se ne sono accorti, ma tale questione, ormai dimenticata, in realtà è oggettivamente di fondamentale importanza: nessuno, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, può davvero credere che un illustre professore scelga di -perdonate il Francese!- sputtanarsi volontariamente illustrando dati falsi coram populo per dieci minuti di notorietà in TV.
Ergo, non sembra poi ipotesi così peregrina quella che davvero sulla scrivania del professore in questione passò qualche foglio con dati “errati”, o meglio giusti, secondo i quali quei peli effettivamente coincidevano con quelli di “Ignoto1”, che però (a differenza di quanto si riteneva in quei giorni) non è Massimo Bossetti.
Come è possibile?
La questione è semplice: quei peli erano senza bulbo, ergo fu sequenziato il solo dna mitocondriale.
E sappiamo che”Ignoto1″ ha un dna mitocondriale non coincidente con quello di Bossetti, per cui è ben possibile che i peli in disamina siano compatibili con Ignoto1 ma non con Massimo Bossetti, avendo quest’ultimo un DNA mitocondriale diverso..
Sono sempre stata del parere che il solo dna non sia sufficiente ad incriminare nessuno: ma se qualcuno, oltre ad una traccia biologica, ha lasciato anche i suoi peli, allora le cose potrebbero cambiare.
Peccato che, ancora una volta, alla Procura di Bergamo pare non importi nulla di trovare il “proprietario” di reperti piliferi e dna mitocondriale volante.
Alcuni di quei peli erano perfino dentro gli abiti della povera vittima: quisquilie, perché il capro espiatorio è già stato assicurato alla giustizia e la folla chiede il suo sangue.
E se lascio ad altri, ed in particolare a chi titolato, l’onere di riflettere su eventuali possibili implicazioni dei fatti sopra richiamati ai fini dell’ipotesi “errore” (o di altra ipotesi), è difficile esimersi dal ravvisare come una non compatibilità mitocondriale, di per sé altamente problematica, unita alle perplessità che destano questi dati numerici e non, lasci aperto non uno spiraglio, ma un intero portone a possibili spiegazioni alternative che nessuno sembra interessato ad approfondire, neppure, e lo dico con enorme dispiacere, il Tribunale, che ha rigettato la richiesta di una nuova perizia.
Ed ancor più singolare quanto sopra mi pare nel contesto di una traccia di natura biologica anomala (sembra sangue ma non è, non sembra sperma e non lo è a meno che non sia utile a spiegare che ci sia un mitocondrio di meno), con mtDNA anomalo, con degradazione selettiva anomala.

Una serie di anomalie così singolari -soprattutto laddove presenti in contemporanea- da far impallidire perfino la pretesa “singolarità” della sequenza di nucleotidi in grado di privare un uomo della propria libertà.

Viene allora da pensare che non avesse poi tutti i torti Sciascia, quando suggeriva che dovrebbe far parte della formazione di ogni magistrato la permanenza, sia pure solo per qualche giorno, in carcere, ai fini di comprendere personalmente il significato della privazione della propria libertà e, di conseguenza, le implicazioni delle proprie scelte.
Ma i tempi dei grandi pensatori, evidentemente, non sono immuni agli attuali tempi di crisi, e tra buttachiavi e processi celebrati in pubblica piazza prima ancora che nelle aule dei tribunali, diviene impresa titanica non rimpiangere anche Enzo Biagi, che ai tempi del caso Tortora fu il primo a distaccarsi dalle sottane della Procura, osando proporre un titolo che diceva tutto: “E se fosse innocente?”.
Mi piace pensare, però, che quei tempi non siano finiti, e che voci ostinate e contrarie continuino ancora a levarsi quando ad essere in gioco sono i diritti fondamentali dell’individuo, ed è con questa speranza che ho scelto, oggi, di parlare di Massimo Bossetti e di Fausta Bonino.
Due vicende in qualche modo agli antipodi, ma per altri versi caratterizzate dagli stessi elementi di pressapochismo e, mi sia concesso l’azzardo, da ciò che appare quasi come la poca voglia di ricercare autenticamente la verità.
Forse, in qualche modo, è lo stesso sistema giudiziario, nel quale (e non a torto) sempre meno Italiani hanno fiducia, ad aver smesso di avere fiducia in se stesso, prediligendo il comodo rifugio di una superficialità strombazzata dagli strilloni mediatici, alle mani callose e sanguinanti che implica lo scavare alla ricerca di risposte accettabili.
E di fronte ad un tale scempio, non resta che sperare che l’Italia sia rimasta, perlomeno, terra di santi, affinché “tra un puttino e una colonna, una colonna e un puttino”, per citare Totò in quella che -ahimè- non è più una commedia, possa almeno beneficiare dell’unica cosa che potrebbe restituirle il proprio status di “culla del diritto”: un miracolo.

Eva contro Eva

dal-film

 

 

Donne contro donne

Ieri sera, a cena da amici, per puro caso m’imbatto nella copia di un – chiamiamolo così – giornale. Nell’immagine, lo sguardo di Marita, seppur sempre intelligente, denota ormai una tristezza di fondo che mi spezza il cuore ogni volta che lo vedo. Con un senso di angoscia sfoglio le pagine fino all’articolo, per capire cosa significa quella domanda oscena, scritta senza vergogna.

“Le toglieranno i figli”?

Dopo quanto è accaduto, sostiene una delle interpellate, ci sarebbe da stupirsi se il Tribunale dei minori non aprisse, d’ufficio, un fascicolo di monitoraggio, perché – prosegue – potrebbe costituire una situazione pregiudizievole per la salute dei bambini. Non credo ai miei, di occhi, questa volta, non mi riesce di farlo, soprattutto quando si aggiungono termini come “atteggiamento cautelativo” e quando a pronunciarli è nuovamente una donna.

Non si capisce bene che cosa porterebbe un tribunale dei minori a mettere in dubbio le capacità genitoriali di Marita Comi. Una madre che da quasi due anni resiste allo tsunami che le è grandinato addosso, trovando la forza di continuare a crescere i suoi figli con dignità e determinazione, che siede sul banco dei testimoni affrontando domande pesantissime sulle sue abitudini sessuali e sui termini digitati nei motori di ricerca, da sola o con suo marito, adesso deve anche sentirsi minacciata di avere tolti i figli? Ma, scusate, come mai un’assurdità di questo tipo non è mai emersa prima di quell’udienza? È strano l’articolo, in particolar modo quando dice: “Tutti tacciono dunque quando Marita afferma che ha deciso di non avvalersi della facoltà di non rispondere…”.

Ho capito bene? Marita, secondo l’autrice dell’articolo (e coadiuvata dalle persone da lei interpellate), potrebbe perdere i figli perché ha deciso di non stare zitta, ma anzi di ribattere a tutte le domande che impunemente contenevano vocaboli strettamente legati al sesso e perché ha scelto di difendere suo marito che FINO A PROVA CONTRARIA E FINO AL TERZO GRADO DI GIUDIZIO gode della presunzione di non colpevolezza? No, non solo. Perché – dice-, se nella migliore delle ipotesi il padre fosse innocente, ormai è troppo pesante portare un cognome come il suo e i modelli familiari sono comunque quelli. Ma, scusate se insisto, fino a prima che Marita decidesse di testimoniare, la stampa che cos’ha fatto?

Ricordo per l’ennesima volta che il Garante della Privacy ha dovuto bloccare la diffusione di un articolo che riportava stralci di un interrogatorio in cui si parlava di uno dei tre figli*. Quindi, insomma, finché a dirne di tutti i colori – in televisione, sui giornali, online, a tutte le ore – è l’esercito della cronaca, i figli di Bossetti nemmeno li calcoliamo. Quando invece la loro madre va a testimoniare a un processo senza telecamere né registratori – blindato teoricamente, per tutelare la famiglia della vittima e i testi non maggiorenni – le bocche si spalancano e quegli stessi minorenni di cui sidovrebbe occupare il tribunale, sono alla mercé dell’ennesima “lapidazione mediatica” ai danni della madre, il prurito sconfina e, come fosse una festa, c’è chi pubblica anche gli elenchi dei siti visitati dal computer di casa Bossetti, tutti rigorosamente pornografici. E sempre sull’articolo che disgraziatamente mi è capitato sottomano, non manca la foto di quei piccoli – sì, certo, ci mancherebbe, con il viso coperto, ma perché farlo?

È un dramma sul dramma, pensavo, che contro Marita si siano trovate o si siano “offerte”delle donne. Sarà che sono stata educata alla solidarietà femminile e al riconoscimento delle battaglie per l’emancipazione e non riesco proprio ad accettare certe posizioni. In particolare – senza voler minimamente dare giudizi anche perché non è questa la sede -, quando i bèn pensanti spendono pagine e pagine di soliloqui per altri casi di cronaca, dove la potestà genitoriale non si dovrebbe mettere in discussione nemmeno di fronte alla rea confessa di turno. Non si può non notare, poi, che la scala di valori cambia spesso in base all’estrazione sociale di chi finisce in prima pagina e a farne le spese è chi ha meno mezzi economici. Finché è qualche opinionista col viso contratto dal moralismo, a sconvolgersi per come decidono di vivere la sessualità due adulti sposati e consenzienti è un conto, ma quando è un gruppo di donne la mia preoccupazione aumenta.

Chi la fa l’aspetti

Quando Colonna Infame ha cominciato a parlare di “pennivendoli” non lo ha fatto a cuor leggero, perché sapevamo e sappiamo quanto sarebbe importante avere una libertà di stampa reale a raccontare il mondo. Siamo andati a scuola e abbiamo studiato il ruolo fondamentale dei mass media nella guerraccia del Vietnam, così come – però -, abbiamo approfondito la posizione della stampa nei vari colpi di Stato della storia. È una questione di scelte, di stare da una o dall’altra parte. Con il diritto o contro il diritto, col garantismo o contro il garantismo, con l’onestà o contro di essa. Sarò anche impopolare, ma non provo alcuna pena per chi cambia bandiera ogni settimana – massacrando famiglie intere e mentendo sapendo di mentire -, e poi fa gli appelli lacrimosi perché il Tribunale chiude la porta a televisioni, registratori e cellulari pigliatutto. Anzi, mi stupisce e quasi mi fa ridere il coraggio di certuni che vanno a “rivendicare” il diritto di cronaca, dopo averne fatto polpette della domenica. Probabilmente pensano che la gente sia tutta scema, ignorante e senza memoria, se credono che certe scene siano già nel dimenticatoio. Scene e parole digitate su tastiere impazzite, senza capo né coda, con dati errati e con un condimento artefatto e costante. Qualche sporadica eccezione c’è, ma nemmeno troppo eccezionale, che si è ritirata pensando forse a quel che poteva capitare se avesse continuato a scrivere in un certo modo di questa vicenda: non trovare più spazio dove pubblicare e trasmettere, non portare più la pagnotta a casa,subire l’isolamento.

 

Conclusioni

 C’è un solo modo per dare un messaggio forte al “venditore”: non comprare.

* Art. 114 del Codice di Procedura Penale: “È vietata la pubblicazione delle generalità e dell’immagine dei minorenni testimoni, persone offese o danneggiati dal reato fino a quando non sono divenuti maggiorenni. Il tribunale per i minorenni, nell’interesse esclusivo del minorenne, o il minorenne che ha compiuto i sedici anni, può consentire la pubblicazione . È altresì vietata la pubblicazione di elementi che anche indirettamente possano comunque portare alla identificazione dei suddetti minorenni”.

 

CATTIVE INTENZIONI E MEZZE VERITÀ

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La linea seguita dal Gruppo Giustizia e Verità: no all’accanimento contro Massimo Bossetti, come quella del Blog “Colonna infame”, è sempre stata quella del rispetto per le convinzioni altrui e non ci smentiremo proprio oggi, ma, oggi, abbiamo deciso di essere un tantino meno criptiche nell’esprimere il nostro pensiero. Lontane dal supportare tesi complottistiche non possiamo fare a meno però di osservare quelle che definirei quantomeno stranezze farcite da frottole e figuracce inanellarsi in una trama degna di un best seller. Nessuno dei protagonisti di questo avvincente giallo è innocente, tranne il personaggio intorno al quale ruota tutta la trama e che, ahinoi, conosciamo davvero troppo poco dal momento che è rinchiuso in carcere da 21 mesi. Sarà quindi volontà esplicita dell’autore tenerlo in ombra affinchè il lettore focalizzi l’attenzione su tutto ciò che avviene intorno alla sua figura e giunga così, passo dopo passo, capitolo dopo capitolo, alla conclusione che vi ho di proposito spoilerato nel principio del capoverso. Questo perché l’autore intende porre l’accento sulle “Cattive Intenzioni” e non sulla storia personale del malcapitato che per quanto ci riguarda si potrebbe chiamare Mario Bianchi o Franco Rossi e non farebbe alcuna differenza.

LE CATTIVE INTENZIONI DELLA STAMPA

Delle cattive intenzioni della stampa abbiamo parlato a lungo sin dalle prime battute del caso, senza mai risparmiarci il biasimo nei confronti di testate giornalistiche e pseudo-tali, le quali hanno deliberatamente posto in essere un comportamento deprecabile sia dal punto di vista umano sia da quello deontologico. Peraltro, dopo aver domandato spiegazioni persino al Garante della privacy e dopo esserci documentate sulle norme che regolano l’ordine dei giornalisti, ci siamo dovute confrontare anche col brutto fatto che la troppa attenzione mediatica rispetto a qualunque caso di cronaca nera non ancora risolto può, oltre che fuorviare l’opinione pubblica, essere d’intralcio al corretto svolgimento delle indagini. Le indagini sono un affare molto delicato ed i preposti a portarle avanti sono gli inquirenti, non di certo i giornalisti. È risaputo che le prime ore successive ad un delitto sono le più prolifiche per la raccolta degli indizi che porteranno alla scrematura delle varie piste che si prospettano osservando l’evento in sé. Tutto il lavoro dalle menti istruite a farlo deve essere svolto nel più assoluto riserbo, tale procedura ha persino un nome, “segreto istruttorio”, dunque è palesemente fuori luogo marcare a uomo gli inquirenti per portare a casa uno scoop, semplicemente perché si rischia di compromettere il buon esito delle indagini e non solo, cosa ancor più grave, si rischia di favorire il colpevole del delitto fornendogli il resoconto in tempo reale dei progressi fatti. Ce lo spiega in maniera direi cristallina il Procuratore Capo di Ivrea Dott. Roberto Ferrando nell’apertura della conferenza stampa indetta dopo la cattura dei presunti responsabili, in un attualissimo caso di cronaca. Non c’è bisogno di sottolineare la mia ammirazione nei confronti di quest’uomo, il quale, con sicurezza e padronanza del mezzo, ha espresso via cavo il suo disappunto sull’invadenza degli stessi giornalisti accorsi lì per ascoltare le sue parole, ponendo l’attenzione sul fatto che si era potuti giungere a degli arresti, “nonostante” il remar contro della stampa, solo grazie all’ottimo lavoro degli investigatori che avevano pensato bene di “lanciare un osso” per poter continuare indisturbati a seguire una pista che avevano di proposito tutelato tenendola all’oscuro di tutti. Secondo me non è affatto giusto che chi ha il sacrosanto dovere di svolgere indagini così delicate debba guardarsi le spalle anche dai giornalisti. Per fortuna ci sono ancora Procuratori come il dott. Ferrando, che oltre ad attribuire il giusto valore alle indagini tradizionali rispetto alle molto più fragili piste scientifiche, portano avanti un’inchiesta senza necessariamente sentire il bisogno di diffondere le registrazioni degli interrogatori, né quello di passare veline ai giornali come se non ci fosse un domani. Va da sé che chi, in questo mare inquinato, fa ancora del buon giornalismo coscienzioso, serio, responsabile e scrupoloso non si sentirà in alcun modo toccato dalle mie, ovvero nostre, parole.

LE CATTIVE INTENZIONI DELLA TIFOSERIA INNOCENTISTA

Non me ne voglia il sig. Massimo Bossetti, che langue in una cella e che quindi per ovvie ragioni si fida di chiunque gli scriva due righe di sostegno, gli innocentisti, o almeno una buona parte di essi, sono più dannosi di un cancro al quarto stadio. Definirei inaccettabile e vergognoso, e di questo mi assumo personalmente la responsabilità, il movimento che si è venuto a creare a sostegno dell’imputato Bossetti. In questa vicenda, come del resto in ogni aspetto della nostra quotidianità da meno di un decennio a questa parte, giocano un ruolo fondamentale le piattaforme dei social media. Spesso trattate come terrae nullius, sono vissute dalla maggior parte degli utenti come luoghi, se pur virtuali, franchi da leggi. Qui si ingaggiano battaglie all’ultimo sangue farcite da offese, diffamazioni e comportamenti che si configurano come reati. Esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento, fosse anche il preferire la compagnia dei gatti a quella dei cani, diventa oggetto di valanghe di commenti censori, questo nella migliore delle ipotesi, se non di vere e proprie minacce. Senza dilungarmi molto, quando il social media incontra la cronaca nera genera mostri. Ogni passo avanti nel cammino verso il progresso porta con sé delle problematiche che affondano le radici nella mancanza di cultura e di educazione di una parte di società che, vuoi per indole vuoi per civiltà, non è pronta ad evolversi. Nella fattispecie del caso in oggetto è purtroppo diventato lampante a chiunque si accosti alle numerose pagine facebook aperte a sostegno dell’imputato che questi “innocentisti del terzo tipo” si coprono di ridicolo ogni giorno di più, mettendo in serio imbarazzo chi dal principio aveva cercato di usare il mezzo per raccogliere informazioni, porsi delle semplici domande e cercare di chiarire punti oscuri della vicenda con l’unico intento di cercare la Verità nel rispetto della presunzione di innocenza, non per il singolo ma in senso più ampio, intesa come diritto inalienabile di ogni cittadino sottoposto ad una misura cautelare preventiva o comunque indagato, anche a piede libero, per un determinato reato. Va bene il sostegno epistolare ed economico, specie nei confronti di una famiglia di mezzi modesti, anzi è lodevole se visto sotto questo aspetto, va male il vanto di tale sostegno, non ci vuole uno scienziato per comprendere che lo stesso gesto può assumere due connotazioni diametralmente opposte. La febbre da protagonismo non fa sconti, solo pochissimi sono risultati dotati degli anticorpi che li hanno immunizzati da quest’epidemia che richiama alla mente la trama di alcune tra le serie tv più in voga al momento. Innocentisti e colpevolisti tutti egualmente contagiati da questo virus mangiacervelli, mossi da una sete insaziabile di particolari scabrosi e dal desiderio di sangue e vendetta, animati dall’odio, pronti a sfogare ogni sorta di aggressività e rabbia repressa. Personaggi indegni che con il benestare di propri simili che li ospitano nella loro pagina pubblica, trafugano pezzi scritti da chi del caso si è sempre occupato senza vanto, senza pretese e senza tornaconti, e qui parlo di noi di Giustizia e Verità, non si sa bene perché ma, visto il pulpito, sospetto con l’unico scopo di schernire chi non si può imbrigliare. Non riesco a percepire nemmeno il barlume della buona fede in questo marasma di menti all’opera, non vedo etica, non vedo morale, non vedo buoni propositi e spero vivamente un giorno di non doverci vedere una serie di interessi personali che spaziano dal desiderio di notorietà alle manie di grandezza, dalla pubblicità per la propria impresa al tornaconto economico. Lettere, fake di lettere, fake di profili facebook, fake di fake, gruppi aperti, segreti e chiusi, hashtag, cronache delle udienze, screen di chat private, offese velate ma anche dirette, minacce di querele, tag impazziti, spionaggio e controspionaggio, lotte intestine, ban, gerarchie di vassalli, valvassori e valvassini, galoppini, medici, genetisti, criminologi e pseudo tali, investigatori privati con manie di grandezza, neo laureati ad honorem, speculatori, gentaglia che gongola e si barcamena, spioni, pulcinella al bisogno, galli cedroni e donnacce, briganti, papponi, cornuti e lacchè divisi in curve, muniti di striscioni e passibili di denunce o qualche volta degni di tapiri sono solo poche tra le categorie che un solo singolo caso di cronaca, di per sé serio e degno di rispetto, non fosse altro per il fatto che c’è di mezzo un morto ammazzato, è riuscito a riunire sotto lo stesso vergognoso tetto. E se non fosse abbastanza squallida l’esistenza tangibile di questa accozzaglia di elementi, visto che per prassi non c’è mai limite al peggio, è bene precisare che, almeno una frangia di essa, vive accampata nelle bacheche di chi dell’imputato dovrebbe fare gli interessi e che quindi, a mio modesto avviso, avrebbe dovuto assicurarsi sin dal principio, impegni permettendo, che si mantenesse un clima di serietà e rispetto almeno nei propri spazi e, laddove non fosse stato possibile, oscurarli fino alla fine del dibattimento. Dai polveroni si esce sconfitti e strumentalizzarli per raggiungere uno scopo è una scelta suicida.
E infatti è quasi logico utilizzare la grande domanda, quella memorabile, e chiederci: a chi giova? Non posso credere che le mosse sbagliate di chi si dice “amico di Massy” siano davvero così puntuali e precise solamente per una serie infinita di coincidenze. Cosa spinge la gente a non considerare il danno mediatico, il piatto servito a giornalacci che venderebbero la propria madre, oltre a un’accusa che probabilmente aveva previsto tutta un’altra storia? Sarebbe potuto diventare un grande movimento sulla presunzione di non colpevolezza, molto più maturo, forse, perché non “gestito” da intellettuali annoiati o politici con bisogno di tornaconto. Sarebbe potuta diventare una campagna di civiltà – partendo da Massimo Bossetti per ricordare gli errori giudiziari di ieri e prevenire quelli di domani -, dal basso, senza pretese salottiere, visto che anche gli stessi signorotti, sulla vicenda, non hanno speso una parola, né le femministe si sono pronunciate sulla “lapidazione” di due donne, Ester e Marita, che sono encomiabili a partire dal fatto che si reggono ancora in piedi. Non giova a Massimo Bossetti la congrega settaria, pronta a spintonarsi per chi ha il diritto di parola sul caso, gelosa marcia delle sue visite al Palazzo di Giustizia, tanto da concedere un paio di informazioni su qualche profilo, nella stessa maniera in cui la tanto odiata stampa ci dà il contentino di due notizie in croce. Duole, non piace, parlare di tifoseria, perché al suo interno ci sono persone nobili, che da mesi supportano l’imputato in tutti i modi possibili, senza emergere, silenziosi, dignitosi e convinti, ma – ripeto – duole, anche perché non tenere conto di ciò che non funziona è mettere il prosciutto sugli occhi, è accontentarsi di difenderlo con le mosche addosso, con un ego gigante parato davanti a un percorso già tortuoso e con il costante rischio di mettere in pericolo lui e la sua famiglia.

LE CATTIVE INTENZIONI DELLA PUBBLICA ACCUSA E DEI PERITI DI PARTE

Senza stare a rivangare il passato che ci ha mostrato un caso di cronaca rimasto nell’oblio delle supposizioni e delle incertezze per un tempo lunghissimo, complice anche il rinvenimento del cadavere della piccola Gambirasio dopo ben tre mesi dalla sua scomparsa, ci dovremmo soffermare su alcuni particolari degni di nota per comprendere dove la buona fede riposta in un’indagine difficile lascia il posto alle cattive intenzioni per necessità. Nella rete di questa pesca con la bomba finisce il malcapitato di cui sopra dopo anni dall’accaduto e rocamboleschi cambi di furgoni, di sospettati e di paternità dubbie. Si è voluti, e fin qui ancora con tanto di buona fede, riporre tutte le speranze nella scienza la quale però, e non lo dico io bensì gli scienziati stessi, non può fornire sempre risposte esatte specialmente se le vengono poste le domande sbagliate. Ma qui si è fatto molto di più, si è scelto scientemente di prendere per buone solo le verità che facevano comodo. Una volta giunti al dibattimento si è assistito, e si sta assistendo tuttora, ad un processo dove a farla da padrone sono le mezze verità e non solo nell’ambito della prova scientifica. Ma riassumiamole ed elenchiamole così da renderne più semplice l’acquisizione. Il furgone verde che diventa bianco, non compie quarantatrè passaggi, ma anche uno solo ci può andare bene. Le ricerche sul pc non sono di carattere pedopornografico, ma l’importante è che passi l’idea che lo potrebbero essere state pur essendo presenti solo ricerche di comune pornografia operata da adulti consenzienti. Il DNA è quantomeno anomalo, ma che importa. Prendiamoci solo quello che ci interessa, e che chissà per quale stravagante motivo non si sposa con la sua diretta metà, tanto la popolazione non è certo composta da genetisti, quindi ci basterà sguinzagliare in tv facce attendibili che ne proclamano la assoluta bontà e la forca è servita. La deposizione in aula di una testimone oculare fortemente voluta dalla pubblica accusa, questa è il massimo, non va assunta nella sua totalità perché questo vorrebbe dire ammettere che la vittima avesse una conoscenza pregressa con il suo presunto carnefice, quindi va “aggiustata”, revisionata e corretta in virtù soprattutto del fatto che non si è mai potuto dimostrare che i due fossero mai venuti in contatto. Quindi l’uomo riconosciuto in aula nella persona dell’imputato era sicuramente lo stesso uomo visto sei anni prima in un parcheggio mentre all’interno della sua autovettura con atteggiamento predatorio attendeva una minorenne che non era imparentata con lui, ma la ragazzina in pantaloncini che con molta nonchalance trotterellava verso l’auto, sciolta e disinvolta mentre si incontrava con un bruto, o quantomeno con un uomo che sarebbe potuto esserle padre, non era nel modo più assoluto la giovane vittima. Pur avendo sostenuto la testimone, sin dal principio, che la giovane fosse proprio la vittima, il suo ricordo in questa circostanza può essere stato viziato dalla massiccia diffusione di foto che la ritraevano nel periodo in cui risultava scomparsa e in quello immediatamente successivo in cui si cercava il suo assassino. La stessa regola non vale però per l’imputato che in quel parcheggio, soccombendo al suo insaziabile desiderio di avere contatti con delle ragazzine, aprì lo sportello ad una bambina con la quale si intrattenne, come era solito fare, in pieno giorno in luoghi pubblici. Insomma, questa testimonianza sarebbe attendibile a metà, ma, e qui faccio tanto di cappello all’avvocato Camporini che ha tutta la mia stima non fosse altro perché oltre ad essere indiscutibilmente preparato mantiene un profilo basso e questo gli fa onore, non si può chiedere ad una giuria di prendere per buona mezza deposizione o quantomeno, laddove la testimone avesse ritrattato la sua certezza riguardo al riconoscimento della ragazzina, chiedere di dare per buono il racconto solo per suffragare la teoria che l’imputato fosse solito a tali comportamenti. A questo punto c’è da puntualizzare anche un altro aspetto che ci dà la misura di quanto sia stata approssimativa tutta l’inchiesta. Alla bisogna l’imputato cambia pelle come un serpente, ossia rientra in due categorie di predatori distinte e separate per non dire opposte. A volte gli esperti che ci elargisco perle di saggezza via cavo possono diventare un’arma a doppio taglio, se appena appena gli si vuole riconoscere un minimo di credito. Perché un predatore audace e disinvolto capace di esercitare il suo fascino sulle vittime, sfidando il mito di Ted Bundy, al punto da non avere alcun problema a dar loro appuntamento in una pubblica via dovrebbe rischiare un rapimento peraltro complesso, considerando il mezzo di trasporto designato al malfatto? Questo profilo non esiste in nessun manuale di criminologia, ergo l’imputato non è soltanto il proprietario di un DNA privo di mitocondriale, ma eccelle anche per essere un modello per la delinazione di una nuova personalità criminale, oltre ad avere un furgone dal colore cangiante. La verità è che questo processo non si sarebbe mai dovuto celebrare e certe castronerie in un’aula di tribunale seria non sarebbero mai dovute approdare. Ma parlando di cattive intenzioni non posso fare sconti ai periti di parte che di fronte alla possibilità di ripetere esami che potrebbero confermare che il DNA denominato Ignoto 1 coincide con quello dell’imputato, conferendo così attendibilità almeno alla colonna portante su cui si regge l’intero impianto accusatorio, perché gli altri pseudo-indizi sono a dir poco ombre di corollari inesistenti, parano le mani avanti ventilando la scusa dei costi in un’inchiesta che è costata milioni di euro. Velo pietoso. O come direbbe un mio carissimo amico napoletano “Non posso stendere nemmeno quello perché ho terminato le mollette”. L’illusione di un proscioglimento da ogni accusa a carico del sig. Bossetti ha lasciato da tempo il posto all’amara accettazione dell’annunciato esito di questo processo-farsa nel quale sono state convogliate una serie di “cattive intenzioni” che si sono autoalimentate fagocitando la Verità tanto auspicata che non vedrà mai la luce. Forse tra vent’anni, come un fulmine a ciel sereno, nelle battute finali di un Tg verrà annunciato, molto in sordina, che la persona che ha scontato la pena per l’omicidio della giovane Gambirasio è risultato innocente, ma per allora gli artefici della sua condanna non avranno più nulla da temere, alcuni si saranno addirittura dimenticati di tutta questa storia e le uniche vittime rimarranno una ragazza che non è mai diventata adulta e un adulto che è invecchiato in prigione. Un anno fa speravo ancora che il buon senso e l’onestà intellettuale di chi è deputato all’esecuzione della legge non lasciasse spazio al pregiudizio di conferma che assale i comuni mortali, mi illudevo che coloro i quali sono investiti da cariche così delicate dalle quali dipende la vita di ogni singolo individuo della società fossero immuni da tali debolezze. Mi sbagliavo. L’elenco dettagliato delle “CATTIVE INTENZIONI” ci fornisce il metro del continuo spostamento del limite della decenza, del buon gusto e, cosa peggiore, della legalità.

Il gruppo Giustizia e Verità

Intervista a Edoardo Mori, ex Giudice

Ringraziamo Edoardo Mori per averci concesso di rispondere alla nostra intervista. Per informazioni biografiche potete visitare il suo interessante sito web:

http://www.earmi.it/autore.htm

 

– Gentilissimo Edoardo Mori, come già anticipato, il nostro blog e il nostro gruppo facebook (https://www.facebook.com/groups/bossettipresuntoinnocente/ ), è nato principalmente per con l’intento di opporsi all’accanimento mediatico operato contro Massimo Bossetti, l’allora indagato e ora imputato per l’omicidio della piccola Yara Gambirasio. Accanimento che ha poi coinvolto intere famiglie, nonché bambini, e che invece di scemare col tempo, ha visto una escalation a tratti aberrante. Sappiamo che per arrivare alla verità è necessario scandagliare la privacy della persona coinvolta, ma lei considera normale e corretto dal punto legislativo il lavoro dei mass media in questo e in altri casi di cronaca giudiziaria? Qual è secondo lei il confine tra “diritto di cronaca” e “gogna mediatica”?

 

E. Mori: Faccio una premessa: il nostro sistema è indegno, viola ogni norma sul segreto istruttorio, sul dovere di riservatezza degli uffici pubblici, sulla privacy, sui diritti umani. Purtroppo però questo disordine e il modo con cui vengono condotte le indagini, bisogna dire che talvolta servono anche ad aiutare chi è stato ingiustamente accusato.
In merito al segreto istruttorio ricordo che l’Italia è totalmente inadempiente alle sentenze della corte di giustizia e ad una direttiva europea specifica che trovate qui: http://www.earmi.it/varie/segreto%20istruttorio.html.
Sulla base della normativa vigente è certo che dagli uffici di polizia e dagli uffici giudiziari non dovrebbe uscire una sola parola sul caso su cui essi indagano; se poi il difensore dell’indagato ritiene utile divulgare certe notizie, se ne assume la responsabilità e deve comunque rispettare la privacy di tutti coloro che non sono indagati. Può dire, ad esempio, che l’imputato aveva un’amante, ma non può certo permettersi di fare il nome di questa persona.
Il diritto di cronaca consiste nel diritto del giornalista di acquisire informazioni sul caso e di pubblicarle; in un sistema in cui queste notizie non arrivano direttamente dagli investigatori, è il giornalista che deve svolgere un’attività di tipo investigativo, può sentire chiunque, ma il limite invalicabile è la privacy di coloro che non consentono che venga fatto il proprio nome. Si deroga a questi principi solo in casi in cui la persona interessata abbia già una sua immagine pubblica come politico, artista, eccetera.
In certi Stati il diritto di parlare pubblicamente di un processo è però più ristretto. Ad esempio è vietato diffondere le immagini delle persone che si vengono a trovare nell’aula di udienza. Negli Stati Uniti, ove il processo viene deciso da una giuria, si adottano mezzi adeguati per evitare che i giurati possono essere troppo influenzati dai media.
– Secondo Lei, per quale motivo, negli ultimi anni, le Procure non aprono fascicoli per le puntuali fughe di notizie che portano gli atti delle indagini (compresi di audio o video di intercettazioni in carcere e interrogatori), ancora coperti dal segreto istruttorio, direttamente sulle scrivanie delle redazioni di Tv e giornali? Per caso non è più reato trafugare gli atti e passarli ai media ancor prima di essere nelle mani dei legali degli indagati?

 

 

E. Mori: L’unico motivo per cui le Procure non indagano sulle fughe di notizie è che poi dovrebbero imputare se stesse e chi ha investigato. Ad esempio, il sistema delle intercettazioni telefoniche era ben regolato fin dall’inizio dal nuovo Codice di Procedura Penale del 1989 ed esse avrebbero dovuto essere rese note alla difesa solo dopo aver eliminato tutte le parti che non erano attinenti all’accusa o alla difesa dell’imputato. Era un lavoro che avrebbe comportato un notevole impegno e non è mai stato fatto, con violazione di precise norme processuali.
– Cosa ne pensa del video preparato a beneficio dei media, ai quali è stato inviato via e-mail, che mostra decine di riprese in cui appare un furgone chiaro, attribuite tutte al furgone di Bossetti, ben sapendo che, forse, una sola di quelle immagini potrebbe corrispondere al furgone dell’imputato? La legge contempla questo tipo di strategie mediatiche?
E. Mori: La procura della Repubblica deve fare le indagini rispettando il segreto istruttorio e non ha e non deve avere nessuna strategia; il suo compito è di far giustizia nel rispetto delle norme di legge e non certo quello di far vedere quanto sono bravi. La procura non deve curarsi affatto di ciò che viene detto sui giornali e in televisione. Come ho già scritto, è stata una scelta disastrosa quella di mettere a dirigere le indagini dei procuratori che non hanno nessuna esperienza in materia e quella di non evitare che tale compito si potesse utilizzare per protagonismo.
– Cosa pensa della questione banca-dati del Dna? Ne esiste una? Il caso Bossetti ha dei legami con questo?
E. Mori: Non esiste nessuna banca del DNA e non abbiamo i soldi per farla!
– Restando nei limiti di ciò che sappiamo da Tv e giornali, pensa che gli indizi (continuiamo a definirli tali perché a nostro avviso è difficile chiamarli prove) a carico di Bossetti sarebbero sufficienti a giustificare una condanna?
E. Mori: Non seguo mai casi in televisione e sui giornali perché ho imparato che è estremamente difficile decidere non avendo tutte le carte in mano e guai a decidere solo su frammenti di informazione. Spesso sono intervenuto su casi famosi, anticipando quasi sempre l’esito del processo, ma ho sempre discusso le prove senza mai permettermi di dire se l’imputato era davvero colpevole o innocente. Nel caso Bosetti avevo immediatamente anticipato i miei dubbi sul valore della prova del DNA, cosa poi confermata, solo capito male da un perito universitario (da non confondere con i periti delle forze di polizia, non sempre muniti di adeguata preparazione scientifica). E credo di non essermi sbagliato di molto perché tutte le altre indagini sono state svolte proprio per trovare una prova che potesse superare la debolezza della prova del DNA.
Mi pare che ormai la questione si sia ridotta a due sole incognite: la prova del DNA e la prova del furgone, entrambe discutibili e discusse; tutte le altre sono chiacchiere o pettegolezzi che non possono avere nessun valore probatorio. Fate bene a parlare sempre solo di indizi perché nel moderno sistema della prova della colpevolezza, le prove di un tempo (confessione, riconoscimento, chiamata in correità) non hanno più valore autonomo ma devono essere sempre inquadrate e spiegate nel quadro generale degli elementi acquisiti.
– Da ciò che abbiamo letto, sembra che per acquisire una parte di materiale, la difesa di un imputato (quindi lo stesso imputato) debba spendere molti soldi. Questo non crea di per sé una differenza di classe sostanziale? Come fa una persona semplice, di disponibilità modeste, ad affrontare spese legali così esose che gli servirebbero ad avere garantita una difesa equa?
E. Mori: Questo è un problema d’ordine generale che non è soltanto italiano. Indubbiamente il problema esiste, ma non è stata ancora trovata una soluzione adeguata. Come minimo, però, dovrebbe essere stato chiaramente stabilito che l’imputato assolto ha il diritto al risarcimento del danno e quindi anche al rimborso dei costi sostenuti per far riconoscere la propria innocenza.
– In diverse sue interviste, lei ha usato parole molto forti per descrivere il funzionamento della Giustizia, ragion per cui ha deciso di lasciare la toga prima del tempo. Ne riporto un passaggio «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm (fonte: http://www.ilgiornale.it/news/e-giudice-si-tolse-toga-non-sopportavo-pi-l-idiozia-troppi.html ) Lei se n’è andato totalmente rassegnato o pensa sia ancora possibile fare qualcosa? In caso affermativo, che cosa in concreto?
E. Mori: Il testo completo del mio studio sui problemi della giustizia penale lo trovate a questo link http://www.earmi.it/varie/scienze%20forensi.html
non posso che ripetere quello che ho già detto e cioè che non può essere consentito al pubblico ministero, che nel processo è parte come la difesa, di procedere senza nessun controllo e mettere sotto accusa una persona e a trascinarla in un processo con tutti i problemi materiali e morali che ciò comporta. È assolutamente necessario creare un sistema in cui il pubblico ministero indaga come meglio crede e in assoluta segretezza sui casi in cui è necessario indagare; però, prima di poter elevare un’accusa, e quindi compiere un atto che può essere devastante per l’accusato, prima di trasformare le sue indagini in una istruttoria penale, deve presentare le sue prove ad un organo speciale composto da giudici, meglio se non dello stesso ufficio (potrebbe essere individuato nel cosiddetto tribunale della libertà, con alcune migliorie) il quale lo autorizza o meno a procedere. Se non lo autorizza il caso rimane segreto e il pm ha la scelta fra chiudere le sue carte in un cassetto o fare appello, sempre nel rispetto del segreto istruttorio.

La festa è finita, liberate Bossetti

debt-money-dna “Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato.”

(Albert Einstein, lettera a Max Born del 4 dicembre 1926)


In principio fu la menzogna.
Se la vicenda mediatico-giudiziaria relativa al sig. Massimo Bossetti fosse collocata in un testo religioso, senza dubbio si aprirebbe con queste parole.

D’altro canto, gli elementi di stampo mitologico sembrano non mancare: dal misterioso furgone bianco che cambia volta a volta i propri connotati strutturali quel tanto che basta per adeguarli alla bisogna, alla “magica” polvere di calce che si ritiene il muratore porti sempre con sé, ed in effetti tanto magica da comparire nell’alveo bronchiale nell’ordinanza del GIP e da non essere invece evidenziata, nello stesso punto, dalla relazione autoptica. Non è un caso che la maggior parte dello spazio su questo blog sia stata dedicata a smentire una lunga serie di notizie distorte e insussistenti, ma la madre di tutte le inesattezze, quella che ha dato sin dall’inizio un manto d’infallibilità a questa indagine costellata di errori è stata quella secondo la quale l’analisi del DNA sarebbe stata ripetuta da quattro diversi laboratori.
Ce lo hanno ripetuto per mesi, in tutti i modi e in tutte le salse, ma non corrisponde al vero. C’è infatti una differenza sostanziale tra il fare un’analisi (cosa fatta da un solo laboratorio) e il controllarne i risultati su carta al fine di “certificarla”: e c’è una differenza sostanziale, perché se c’è un errore a monte in una qualsiasi fase precedente, in questo modo l’errore verrebbe semplicemente replicato, sic et simpliciter.

Qualche giorno fa è stato pubblicato in questo blog l’articolo Ignoto1? Un DNA impossibile in natura. Ed ora affannatevi meno nell’arrampicata sugli specchi e liberate Massimo Bossetti: questo articolo, che tanti ha fatto saltare sulla sedia in quanto meno diplomatico del solito, è stato pubblicato sulla base di presupposti ben precisi, e nessuna considerazione è stata lasciata al caso.

Di recente, qualcuno ha ben pensato di provare a sostenere, naturalmente senza alcuna valida argomentazione sottesa, che quanto recentemente divulgato in relazione alla non corrispondenza del dna mitocondriale di Ignoto1 con quello di Massimo Bossetti sia poco più che una quisquilia, o un cavillo difensivo.
E’ intervenuto perfino il Procuratore di Bergamo, Dott. Francesco Dettori, il quale ha affermato quanto segue:
«Sulle notizie apparse sui mezzi di comunicazione di massa in ordine alla valenza probatoria del dna repertato e utilizzato nel processo a carico di Massimo Giuseppe Bosseti, mettendola in qualche modo in discussione e incentrando le relative critiche sulla distinzione tra dna mitocondriale e dna nucleare, la procura di Bergamo ribadisce che tale profilo è stato già oggetto di ampia e approfondita valutazione in sede di accertamenti tecnici, con i risultati ampiamente conosciuti e che tali evidentemente rimangono».

Sembra quasi voler dire, il Dott. Dettori, nel suo palesare un certo fastidio in relazione alla notizie apparse circa la non corrispondenza del dna mitocondriale, che i panni sporchi si lavano in famiglia.
Chi scrive, in realtà, avrebbe ben gradito una situazione nella quale le vicende giudiziarie sono appannaggio dei tribunali e non di giornali e trasmissioni televisive, ma deve essere rammentato che chi ha portato fuori dalla famiglia i proverbiali panni sporchi (e che in questo caso sembrano essere davvero molto sporchi) non è certo stata la difesa del sig. Bossetti.
Deve essere rammentato anche che non c’è stato alcun intervento del Procuratore nel momento in cui, ad esempio, sono stati dati in pasto ai giornali stralci di interrogatori i cui contenuti, privi non solo di qualsivoglia valenza indiziante ma anche di qualsivoglia interesse pubblico sotteso, si configuravano come palesemente lesivi della privacy e della dignità di un’intera famiglia (oltre che, ovviamente, dell’indagato, il quale è pure una persona che deve essere, ove possibile, tutelata).

In questo caso, però, non siamo di fronte alla divulgazione di un elemento inutile, ma di un elemento che in qualsiasi Paese civile (per inferenza logica è dunque evidente che l’Italia non possa definirsi tale) avrebbe comportato l’immediata scarcerazione dell’indagato: infatti, come vedremo nel corso dell’articolo, da un punto di vista strettamente logico e perfino scientifico, non si può assolutamente ritenere alla luce delle nuove risultanze che “i risultati ampiamente conosciuti” rimangano tali e l’unica conclusione possibile e, a parere di chi scrive, irrefutabile, sembra essere il fatto che il sig. Bossetti non possa essere considerato Ignoto1.

Ora, in qualità di curatrice di questo blog, vorrei fare alcune doverose premesse.
La prima è che non mi sono mai limitata, in questo spazio, a riportare acriticamente tesi difensive, come pure qualcuno ha provato a sostenere.
Se mi desse una qualche soddisfazione personale divulgare veline preconfezionate, allora di certo, anziché scrivere (ben volentieri) a titolo gratuito su questo blog, lavorerei per qualche grande ed importante testata giornalistica, magari finanziata dai contribuenti.
Tra le linee guida di una tale testata giornalistica comparirebbero certo, sciorinati con veemenza ma raramente rispettati, ideali di correttezza deontologica e accuratezza delle notizie, magari anche riferimenti all’uguaglianza e ai principi democratici, ostentati in vetrina ma solertemente dimenticati.
In quel caso avrei potuto riportare per mesi, certa o quasi di una totale impunità, una lunga serie di pseudonotizie tese unicamente a ingenerare nell’opinione pubblica la convinzione che il sig. Massimo Bossetti sia colpevole, pur accorgendomi della fallacia delle stesse e senza mai offrire contraddittorio.
Avrei dedicato lungo spazio alle lampade solari fatte dal sig. Bossetti in un centro estetico “vicino alla fermata del bus di Yara”, naturalmente fingendo di dimenticare che i centri estetici sono chiusi nelle fasce orarie in cui gli studenti prendono l’autobus, e ancora avrei provato a sostenere, senza alcuna vergogna, che costituisca un fatto sospetto e del tutto inusuale l’acquisto di materiali edili da parte di un muratore.
Di contro, al venir fuori una notizia clamorosa come la non corrispondenza del dna mitocondriale di Ignoto1 con quello di Massimo Bossetti, anziché fare quanto dovuto, ossia mettere in discussione l’operato degli inquirenti, sarei corsa immediatamente non da un genetista esterno al caso per chiedere ragguagli sulle implicazioni di un fatto simile, ma dai consulenti della Procura, per dare loro la possibilità di salvare il salvabile (e tutelare i propri scranni) arrampicandosi sugli specchi, e soprattutto tranquillizzando i lettori del fatto che, no, non c’è nessun errore e che, parafrasando le eloquenti parole dell’Avv. Claudio Salvagni, sia cosa del tutto normale avere nelle proprie cellule un dna nucleare riconducibile ai propri genitori e un dna mitocondriale del proprio vicino di casa.

In data 30 gennaio su Il Garantista Errico Novi ha intervistato il Prof. Alessandro Meluzzi (vedi qui: http://ilgarantista.it/2015/01/30/quel-dna-e-costato-troppo-lo-difenderanno-coi-denti-anche-se-e-una-bufala/).

L’intervista, intitolata “Quel Dna è costato troppo: lo difenderanno coi denti, anche se è una bufala“, un titolo da me apprezzato, essendo ormai chiaro che le cose stanno proprio in questo modo -e lo dico da persona ben poco amante delle dietrologie, ma anche abbastanza acuta da comprendere quando sia il vil denaro a muovere determinati meccanismi-, proponeva una serie di considerazioni interessanti, ma ai fini di questa trattazione ne richiamerò due in particolare.
Con riferimento alla improponibile (e verrà spiegato anche il perché di un aggettivo così categorico) linea difensiva adottata dai consulenti della Procura, il Prof. Meluzzi sottolineava come tale linea non risponda al quesito di base che viene posto, ed evidenziava inoltre come il sostenere la “bontà” e la valenza probatoria di quella traccia, alla luce degli ultimi riscontri, sembri rispondere ad un criterio di tipo “esoterico” piuttosto che scientifico.

Ora, non so effettivamente se il Professore si sia lasciato andare ad una considerazione spontanea o se ci fosse, a monte, un percorso riflessivo più complesso, tuttavia penso che questa constatazione riassuma un concetto fondamentale, che poi è lo stesso sotteso alla battuta (ironica solo in minima parte) riportata nell’articolo precedente, secondo la quale, a questo punto, solo il Divino Otelma potrebbe risolvere il busillis.

Il grande antropologo Lucien Lévy-Bruhl dedicò una serie di studi ai popoli primitivi, caratterizzati da culture con una netta preponderanza di un pensiero di tipo “magico”.
Lo studioso parlava, a tal proposito, di “prelogismo”, volendo con ciò evidenziare la differenza ed il distacco di simili concezioni rispetto al pensiero sviluppatosi a partire dalla nascita della logica classica, in seno alla quale vennero elaborati, per la prima volta, i principi di identità e non contraddizione.

Il principio di non contraddizione, alla base del pensiero razionale e scientifico, afferma la falsità di ogni proposizione che implichi un fatto e, in concomitanza, la sua negazione. Aristotele definisce il principio in questi termini:

“È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo .”

Applicando questo criterio razionale al caso in disamina, è chiaro che debba essere rigettato l’assurdo sulla base del quale il sig. Bossetti possa trovarsi ad essere (sulla base del DNA nucleare), e contemporaneamente a non essere (sulla base del DNA mitocondriale), Ignoto1.

E’ un criterio di tipo logico e scientifico a portare a questa conclusione, mentre la conclusione opposta risponde ad una concezione sottesa che disconosce palesemente i cardini della scienza.
A nulla vale sostenere che il dna mitocondriale abbia minor potere identificativo.
Sia chiaro: nessuno mette in dubbio questa affermazione, trattandosi di una constatazione acclarata, in quanto, mentre il dna nucleare contiene informazioni ereditate sia in linea materna sia in linea paterna, il dna mitocondriale è ereditato unicamente dalla madre ed è condiviso dall’intero ceppo materno (identico).
Se sul luogo di un delitto fosse rinvenuto il mio dna mitocondriale sarebbe dunque impossibile (essendo identico) stabilire se è mio, di mia madre, di mia nonna materna, di mio fratello e così via- mentre il dubbio si chiarirebbe definitivamente con il dna nucleare. Un’evidenza altrettanto inoppugnabile, tuttavia, è il fatto che in natura non esiste e non può esistere nessuna cellula che abbia un corredo di informazioni che rimandi a soggetti diversi nel nucleo e nel mitocondrio.

La mattina del 28 gennaio, su Radio Padania, è stato intervistato il Dott. Marzio Capra, biologo e genetista forense di chiara fama, con particolare riferimento al caso Yara e all’ultima novità del dna mitocondriale.

Il Dott. Capra, in relazione all’assurdità di questa anomalia, ha proposto il significativo paragone di una persona che si guardi allo specchio e, normalmente, vi si riconosca, ma poi si accorga, voltandosi di spalle, di essere un altro soggetto completamente diverso.
Il Dott. Capra ha anche sottolineato che già da anni era noto che quella traccia presentasse alcune grosse anomalie “difficilmente spiegabili o inspiegabili”.

Inserisco, di seguito, la trasmissione menzionata, segnalando che la parte relativa al caso Yara comincia al minuto 47:

Alcune delle anomalie cui il Dott. Capra fa riferimento furono segnatamente evidenziate dai RIS, e riprese dalla difesa del signor Massimo Bossetti nell’istanza di scarcerazione presentata a settembre.

Relazione RIS Anche in questo caso, come da copione, ci si affannò immediatamente a sminuire la cosa, tuttavia quanto sottolineato dalla difesa del sig. Bossetti rimandava ad alcune considerazioni non di poco conto.

Ci si chiedeva infatti se tale traccia dovesse davvero considerarsi “oltre ogni ragionevole dubbio”, e ce lo si chiedeva in quanto appare chiaro, dalla relazione dei RIS, ed anche il Dott. Marzio Capra ha avuto modo di soffermarsi sull’argomento, che ci troviamo quantomeno di fronte ad un campionamento ambiguo, nel quale la traccia biologica riscontrata non è visibile a occhio, a causa della forte degradazione del materiale, ma nel contempo non emerge una corrispettiva degradazione del DNA, che infatti consente non solo di estrarre un profilo completo ma si presenta, addirittura, “abbondantemente cellularizzato”, salvo poi non consentire di diagnosticarne l’origine biologica.

Tuttavia, se in relazione a queste anomalie si poteva obiettare (e si è obiettato) che non potessero inficiare i risultati ottenuti, posto che era stato in ogni caso estratto un profilo completo, non si può rispondere altrettanto di fronte all’evidenza di un dna mitcondriale non coincidente con quello dell’indagato, e nondimeno perfettamente chiaro e appartenente a persona specifica, diversa dall’indagato e allo stato non identificata.

Al fine di spiegare meglio questa anomalia, ho chiesto delucidazioni ad alcuni biologi e genetisti, e le spiegazioni ricevute mi sembrano del tutto incompatibili con la linea assunta dai consulenti della Procura di Bergamo e dai loro amici e colleghi; cosa peraltro del tutto comprensibile: in tempi non sospetti inserii nel blog una traduzione, fatta dall’amico Rocco Cerchiara, di Forensic DNA Evidence. The Myth of Infallibility, del Prof. William C. Thompson, che stigmatizzava a più riprese (con riferimento a casi concreti nella casistica statunitense) la reticenza dei laboratori coinvolti nell’ammissione di eventuali errori.

A tal proposito è interessante notare come questa evidenza paia turbare i sonni di molti, causando una serie di imbarazzanti inversioni di tendenza.
Così, c’è chi fino a qualche giorno fa riteneva che, nel caso di specie, fosse impossibile (peraltro non si capisce su quale base) che potesse configurasi un’ipotesi di trasferimento secondario del dna o una contaminazione, ed ora sostiene con veemenza queste ipotesi, ovviamente -ça va sans dire- limitandole al solo DNA mitocondriale, e senza che alcuna considerazione realmente scientifica di fondo possa avvalorare un simile quadro.
Allo stesso modo, c’è anche chi fino a poco tempo fa si palesava garantista ritenendo prospettabile l’ipotesi del trasporto ma, alla luce della non corrispondenza del dna mitocondriale, sembra aver maturato un inspiegabile livore nei confronti della difesa del sig. Bossetti, arroccandosi in una posizione che potrebbe essere riassunta in questi termini: “difendetelo pure, ma nessuno parli di dna mitocondriale!”

Esempi che ben mostrano, purtroppo, il volto di una scienza che si risolve in malleabili formule di stile, un contenitore vuoto nel quale inserire tutto e il contrario di tutto secondo la convenienza del momento.

Dopo aver evidenziato tutto questo, la questione che vorrei sollevare è, di fatto, una sola. Orbene, se qualcuno nei salottini televisivi non ha avuto molti peli sulla lingua nel dichiarare che gli importa relativamente poco del sig. Bossetti, io ne ho ancor meno nell’affermare che a me non importa assolutamente nulla di quanti, di fronte ad una clamorosa cantonata, potrebbero vedere stroncata la propria fiorente carriera.

Detto questo, e posto altresì che di fronte ad una Procura (il cui discutibile modus operandi è stato, in queste pagine, abbondantemente illustrato) che ha avuto ed ha a disposizione milioni di euro pubblici, e ad un operaio che protesta la propria innocenza e al quale non posso che credere, a questo punto per ragioni palesi, non ho dubbi su quale posizione sia dovere etico e civile assumere, penso che le cose, laddove chiare, debbano essere ribadite, e lo faccio subito, ripetendo che in natura non è scientificamente possibile che nella stessa (e poi vedremo perché ribadisco la parola stessa) cellula ci sia il dna mitocondriale di un soggetto e quello nucleare di un altro.

Vorrei a questo punto riportare alcune considerazioni scientifiche, scusandomi anticipatamente per l’eventuale inadeguatezza terminologica o altre piccole “sbavature” in tal senso, ma si tratta di cose che mi sono state spiegate, da esperti di settore, per mezzo di esempi adeguati ai “non addetti ai lavori”.

Come anticipato, è del tutto inutile sostenere che sia maggiormente identificativo il dna nucleare, in quanto caratteristica precipua della scienza e del metodo scientifico è la ripetibilità di esperimenti e risultati: è proprio a questo che la scienza deve la sua robustezza, ed è in virtù di questo che si distingue dalla superstizione e dalla ciarlataneria.

In un contesto scientifico, se si ha un protocollo e lo si ripete, il risultato è sempre il medesimo, ed in caso contrario è l’intero procedimento a risultare travolto.
Insomma, mettiamoci d’accordo: se, come ci è stato ripetuto per mesi, “la scienza non mente”, non mente neppure quando scagiona l’indagato e neppure quando, evidenziando un errore a monte, mette a rischio gli scranni di tanti illustri signori.

Alla luce dei presupposti sui quali si basa il metodo scientifico, implicante appunto la riproducibilità degli esperimenti e la compatibilità dei risultati ottenuti, se si ha una cellula con il dna nucleare di X, anche il dna mitocondriale deve essere di X.

Se ciò non accade qualcosa non va e anche se di norma l’identificazione si fa per mezzo del dna nucleare (in quanto contenente un maggior numero di informazioni), ovviamente la si fa nella prospettiva che il dna mitocondriale sia della stessa persona, essendo il contrario impossibile in natura: ribadisco il concetto “impossibile in natura” perché, nel caso di specie, vi è una impossibilità per ragioni squisitamente scientifiche di qualsivoglia ipotesi alternativa, come illustrerò nelle righe successive.

“Merita” a questo punto di essere richiamata un’altra ipotesi prospettata dai consulenti della Procura, secondo i quali il mtDNA del sig. Bossetti sarebbe stato “coperto”: questa tesi propone un caso che appare non prospettabile nel caso di specie.

Anzitutto, è chiaro che se un dna mitcondriale può essere coperto, di certo non può materializzarsene un altro ex nihilo, cosa che invece dovrebbe essere evidentemente accaduta in questo caso.
Su questo aspetto, non credo si possano sollevare obiezioni, se non proponendo un Ignoto2, con il mtDNA di Ignoto1 che scompare, mentre nel contempo scompare il dna nucleare di Ignoto2.

Se si vuole proporre una soluzione di questo tipo, o siamo di fronte ad un miracolo tanto grande ed evidente da far annichilire qualunque adepto del CICAP, oppure, più prosaicamente, ci troviamo di fronte ad una clamorosa arrampicata sui vetri.

La prima considerazione da fare, infatti, può essere riassunta in termini molto spicci: non prendiamoci in giro.
Un’ipotesi di questo tipo implicherebbe una serie di avvenimenti tanto incredibili da non avere neppure la minima parvenza di credibilità sul piano sostanziale: bisognerebbe infatti postulare due diversi agenti che lascino una traccia biologica esattamente nel medesimo punto ed in secondo luogo bisognerebbe postulare una scomparsa “selettiva” delle parti “scomode” dei rispettivi dna.

Ci troviamo di per sé dinnanzi ad una ipotesi estremamente risibile, ma in realtà esistono anche ragioni di tipo scientifico che portano a ritenere che questa soluzione nel caso in disamina sia del tutto impossibile.
Affinché una parte del dna venga “coperta” devono ricorrere una serie di condizioni che in questo caso non sono soddisfatte.
Per mostrare come una parte del dna di un soggetto possa essere “coperta”, faccio un esempio pratico, lo stesso che è stato fatto a me.

Si tratta di un esempio “scolastico” e diverso dal caso in esame, finalizzato unicamente a comprendere il meccanismo di fondo.
Il mio sangue gocciola sul campione di tessuto epidermico di X.
Supponendo che accada che nella mia goccia di sangue non ci siano globuli bianchi ma solo piastrine e globuli rossi, nel momento in cui andassi ad analizzare la traccia troverei una popolazione finale mista, con nuclei solo di X ma con mitocondri miei e suoi, perché i globuli rossi non hanno nucleo.
Questo accadrebbe perché quando si sequenzia un frammento di DNA la popolazione minore in una situazione mista è sfavorita, a volte tanto da sembrare un rumore di fondo e (questo dipende molto dai kit utilizzati) da non essere rilevata.

Allontanandoci dall’esempio scolastico e prospettando un caso autentico, la possibilità astratta si configura in questi termini: sia il nucleo sia i mitocondri sono protetti da una membrana, per cui una rottura della cellula non implica necessariamente anche la rottura del nucleo o dei mitocondri; di conseguenza, nel caso di una traccia mista, con più contributori, può verificarsi che nuclei e mitocondri di persone diverse si mischino nella medesima traccia e che la componente minore, sfavorita, non venga rilevata.

Affinché un’ipotesi di questo tipo possa in concreto verificarsi, è però necessario che le cellule non siano integre (devono essere spezzate, ridotte in frammenti), condizione che non è affatto soddisfatta nel caso di Ignoto1.

A dirlo, ancora una volta, non sono i consulenti della difesa, ma la relazione dei RIS richiamata nell’ordinanza che definisce la traccia come “abbondantemente cellularizzata”. Fluido-cellularizzato Abbondantemente cellularizzata significa, in genetica forense ma anche in Italiano, che le cellule sono integre, in caso contrario il fluido non potrebbe mai essere definito cellularizzato, perché non ci sarebbero cellule, ma frammenti, e meno ancora potrebbe definirsi “abbondantemente cellularizzato”.

Posto dunque che il dna mitocondriale del sig. Bossetti non può, nel caso concreto, essere stato “coperto” dalla componente biologica di Yara o di un terzo, è evidente che ci troviamo di fronte ad una situazione nella quale è impossibile sostenere con sicumera che il sig. Bossetti sia Ignoto1.

Appare peraltro strano un errore interpretativo sul dna mitocondriale perché, come evidenziato nel precedente articolo, sussistono elementi di fatto che fanno sospettare che tale esito negativo non sia stato ottenuto ora per la prima volta.

A questo punto le spiegazioni mi pare siano solo due, ed entrambe portano alla medesima conclusione: Massimo Bossetti non può essere scientificamente considerato Ignoto1.

Il teorema viene travolto sin dalle fondamenta, in quanto se in una cellula il dna mitocondriale non appartiene all’indagato, non ci può essere, nella parte nucleare, nessuna decantata “naturale corrispondenza su 21 marcatori autosomici STR”.

Infatti, posto che in natura, come sopra evidenziato, non esiste e non può esistere nessuna cellula che abbia un corredo di informazioni che rimandi a soggetti diversi nel nucleo e nel mitocondrio, o siamo di fronte ad un frutto di laboratorio, nel qual caso la corrispondenza non può dirsi “naturale”, o -se si vuole sostenere che si tratta di un dna naturale e posto che nessuno sembra contestare la non corrispondenza mitocondriale, peraltro messa nero su bianco da consulente della pubblica accusa- c’è un errore (di tipo procedurale o meramente interpretativo) per quanto attiene alla parte nucleare e non c’è, consequenzialmente, la corrispondenza su tutti i 21 marcatori autosomici.

In questo caso, che tuttavia è una semplice ipotesi al momento non suffragata da elementi certi e che dunque suggerisco di prendere con il dovuto beneficio di inventario, potrebbe darsi che la corrispondenza esista ma sia in realtà inferiore a quella prospettata, magari comunque alta ma non completa, cosa che potrebbe trovare spiegazioni congrue nelle “sottopopolazioni”: è attestato, infatti, che gli appartenenti a sottopopolazioni (quale potrebbe essere, ad esempio, quella della Val Seriana) tendono ad avere dna simili, tanto da provocare, talvolta, effetti distorsivi considerevoli sulla random match probability (Jobling&Gill, 2004).
Per il resto, c’è da sottolineare altresì che una sopravvalutazione della corrispondenza potrebbe essere dovuta al fatto che mi pare chiaro che la comparazione non sia stata effettuata in cieco, ossia tra il 15 e il 16 giugno si sapeva bene di star comparando il dna di Ignoto1 con quello della persona sospettata di essere Ignoto1: questa consapevolezza può causare, anche del tutto involontariamente, errori interpretativi, dei quali la casistica statunitense è costellata.

In conclusione mi pare si possa dunque affermare che il tanto decantato cavallo di battaglia della Procura di Bergamo si sia rivelato un cavallo zoppo, o forse dovremmo dire un cavallo inesistente.
Lascio ai lettori la valutazione dell’atteggiamento tenuto, in merito, dalla Procura di Bergamo, e mi limito ad una considerazione giuridica.

L’articolo 25 della nostra Costituzione sancisce il principio di riserva di legge delle norme penali, di ascendenza illuministica, che porta con sé un triplice corollario: il principio di precisione, che vincola il legislatore a formulare le norme penali nel modo più chiaro possibile, il principio di tassatività, che lo vincola a formulare norme incriminatrici rispettose del divieto di analogia della legge penale, e infine il principio di determinatezza, che impone al legislatore di incriminare solo fatti suscettibili di essere accertati e provati nel processo.

Tale principio fu elaborato da Montesquieu e successivamente approfondito da Feuerbach e dall’italiano Beccaria.
In questa sede non parliamo di legislazione, dunque il richiamo potrebbe apparire improprio, ma se si riflette sulla ratio di questo principio e dei suoi corollari, i quali implicano che le decisioni sulla libertà di un individuo non possano e non debbano essere rimesse all’arbitrio di un giudice privo di limiti ben delineati, diviene chiaro il perché la scrivente ritenga che, sulla base delle ultime risultanze, il sig. Massimo Bossetti non dovrebbe, in un Paese civile, neppure essere rinviato a giudizio, ma scarcerato con tante scuse, che dovrebbero quanto prima prendere il posto della strenua negazione dell’evidenza.
Ho parlato più volte, in questa pagine, del paradosso del iudex peritus peritorum in relazione alla prova scientifica: ma se la prova scientifica si configura come prova insussistente e piegata ad interessi d’altro calibro, la questione diviene ben più grave, e il rischio è proprio che si decida inaccettabilmente ad libitum sulle sorti di un cittadino.

Questa vicenda è costellata di troppi errori e di troppi dubbi.
Dubbi che si sono conficcati come spine nella coscienza di chiunque abbia seguito il caso in maniera autenticamente critica sin dall’inizio.
Dubbi che portano ad un’unica conclusione: da oltre sette mesi, nella casa circondariale di Bergamo, è rinchiuso un innocente.
Per mesi ci è stato ripetuto che “il dna non vola” (frase peraltro del tutto risibile, posto che il dna, pur non volando, è trasportabile e la prova scientifica dovrebbe essere decisamente demistificata), ora la prospettiva di mitocondri volanti sembra allettare gli stessi solerti sostenitori della prima ora della frase di cui sopra.

Io credo che ci sia più di una persona che dovrebbe farsi, quanto prima, un accurato esame di coscienza.
Nelle aule dei nostri Tribunali campeggia la scritta secondo la quale “la legge è uguale per tutti”.
Anche le leggi scientifiche sono uguali per tutti, e lo sono anche quando scagionano Massimo Bossetti.

La festa è finita, e siete stati voi a metterlo nero su bianco: scarceratelo, perché nessuna carriera e nessuna spesa, per quanto ingente, vale quanto la libertà umana.

Alessandra Pilloni

Ignoto1? Un DNA impossibile in natura. Ed ora affannatevi meno nell’arrampicata sugli specchi e liberate Massimo Bossetti

necrologio_ignoto1 “I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera.” (Edoardo Mori, giudice)


Articolo scritto a sei mani con Laura e Sashinka.

In data primo agosto, pubblicai su questo blog un articolo intitolato Il re è nudo: siamo tutti Massimo Bossetti: in questo articolo, nell’evidenziare la crescente disinformazione sulla vicenda, qui stigmatizzata sin dai primi tempi, mi permettevo di ascriverla espressamente all’assenza di qualsivoglia elemento probatorio concreto che potesse giustificare la carcerazione del sig. Massimo Bossetti.
In quell’occasione avevo altresì evidenziato una forte somiglianza della vicenda mediatico-giudiziaria relativa al sig. Bossetti con la celebre fiaba di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore, segnatamente per la nonchalance con la quale il sovrano della fiaba, conscio di essere in mutande, continuava tronfio a sfilare tra la folla.

I frequentatori abituali di questo blog saranno certamente già a conoscenza delle ultime informazioni emerse, in particolare della clamorosa non corrispondenza del DNA mitocondriale di Ignoto1 con quello di Massimo Bossetti, evidenziata non dai periti della difesa, ma dall’ultima relazione depositata dai consulenti della pubblica accusa, ed in particolare dal Dott. Carlo Previderè.
Tuttavia, dal momento che in questa sede abbiamo sempre cercato di procedere per gradi al fine di collocare ogni elemento in quadro più ampio, non rinunceremo neppure stavolta all’analisi delle notizie e pseudonotizie susseguitesi negli ultimi tempi.

Perdonate l’ironia racchiusa nell’immagine introduttiva, essa nasconde invero un’indicibile amarezza.
Ci siamo lambiccate il cervello immaginando una ricostruzione degli eventi che spiegasse un trasporto accidentale di materiale organico, ed in effetti siamo riuscite anche a trovare una cospicua casistica scientifica (nell’articolo Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno abbiamo anche inserito specifiche tabelle con dati tecnici, tratte da una nota pubblicazione nell’ambito della genetica forense) e giudiziaria, che non manca di episodi eclatanti.

Naturalmente non ci rimangiamo nulla di quanto scritto fino ad ora, in quanto ci siamo sempre preoccupate di proporre ipotesi giuridicamente e scientificamente accurate, che restano dunque del tutto valide.
Dobbiamo però dire, a questo punto, che proprio nel nome dell’accuratezza delle informazioni e intimorite dalla prospettiva di potere, ventilando ipotesi infondate, arrecare al sig. Bossetti più danni che benefici, abbiamo sempre cercato di respingere in fondo allo stomaco il dubbio di un errore di laboratorio commesso a monte, perché sarebbe stato troppo anche per noi, ipercritiche nei confronti degli investigatori e diffidenti verso la Procura, credere che si lasciasse marcire un uomo in galera per una questione che si riduce al detto “mors tua vita mea”.

Certo lo avevamo ipotizzato, ma più per esorcizzare il pensiero di una simile bestialità che per la convinzione che stesse avvenendo davvero.
Avevamo tuttavia più di una volta, sia pure con discrezione, lasciato trasparire la possibilità di un errore in tal senso, specie dovuto a contaminazione, sottolineando come la cosa, sempre rabbiosamente respinta da opinionisti e presunti esperti negli ultimi mesi, non avrebbe certo costituito una novità nel panorama investigativo e giudiziario nostrano. Gongolare non fa onore e, a dire il vero, non è nemmeno giunto il tempo per farlo, nonostante si possa ormai affermare con sufficiente tranquillità che la traccia biologica che da sette mesi tiene (peraltro indebitamente, vedi qui: AAA cercasi “un giudice a Berlino”: perché la mancata scarcerazione di Bossetti dovrebbe preoccupare tutti noi) in carcere il signor Bossetti, è quantomeno –nella più rosea delle prospettive che si profilano ormai all’orizzonte della pubblica accusacontaminata, dunque inutilizzabile e priva di qualsivoglia valore probatorio.

In ogni caso, finché il sig. Massimo non sarà “dissequestrato”, come ha simpaticamente scritto Luca, un iscritto al nostro gruppo facebook, in un suo commento, e non verrà prosciolto da ogni accusa, non si mangeranno confetti in questa casa.

Deve essere anche chiaro che la nostra scelta di attendere ed auspicare l’immediata, specie alla luce delle ultime risultanze, scarcerazione di Massimo Bossetti non è frutto di simpatie o prese di posizione personali, né tantomeno del fatto che siamo un club di persone invasate e sovversive, come la Dott.ssa Matone, magistrato, sembra considerare (vedi l’articolo Libera espressione: chimera o realtà?) i promotori di gruppi in difesa di questo o quell’indagato.
Dal canto nostro, siamo liete per le grandi e inattese manifestazioni di stima ricevute da più parti nel corso dei mesi, ma qualora ce ne fosse bisogno ricordiamo che abbiamo sempre perorato questa causa senza alcun tornaconto, diretto o indiretto, e per pura convinzione e idealismo personale.

Questo blog è il frutto del lavoro individuale e collettivo di una serie di persone che hanno deciso, dopo aver letto l’ordinanza di custodia cautelare del GIP Ezia Maccora, considerandola, ad onta del linciaggio mediatico senza pari, assolutamente fumosa, di voler discutere il caso, partendo dai propri dubbi, per capirne di più.

Nonostante alcuni di noi abbiano una formazione giuridica, in questa sede abbiamo cercato di valutare la questione sia dal punto di vista formale, sia da quello sostanziale, cercando di ricostruire i fatti: certamente, possiamo allora dire che dietro il nostro progetto c’è di più del semplice garantismo, perché mentre il garantismo è una questione meramente “formale”, noi siamo altresì convinte, sulla base di osservazioni alle quali abbiamo dedicato uno spazio considerevole, dell’innocenza sul piano fattuale del signor Bossetti.
E noi non crediamo a Massimo Bossetti -attenzione!- al fine di ostacolare il corretto svolgimento delle indagini né tantomeno per partito preso, ma gli crediamo per la semplice constatazione del fatto che in oltre sette mesi questa indagine non è riuscita a darci una sola ragione per la quale non credergli, ma anzi ha fatto di tutto per renderci sempre più convinte di quanto già pensavamo.
Nel già menzionato articolo Libera espressione: chimera o realtà?, in particolare, abbiamo individuato e discusso, tra il serio e il faceto, otto pseudonotizie spacciate per indizi a carico del sig. Bossetti dai nostri media, e in realtà autentiche fanfaluche, alcune delle quali molto imbarazzanti; al fine di capire meglio quanto accaduto negli ultimi tempi, è arrivato il momento di offrirvi qualche “nuova” (si fa per dire, perché giornali e Procura di Bergamo sembrano affetti da un’inguaribile carenza di fantasia) perla, ed in particolare di coglierne il meccanismo crono-logico di fondo, ormai chiaro a qualsiasi osservatore dotato di un Q.I. superiore a quello del fratello scemo di Mr. Bean.

Come affermato anche dall’Avv. Claudio Salvagni in un’intervista rilasciata in data 19 dicembre al Garantista con il titolo “Basta sciocchezze Tv, così rovinate un uomo” (http://ilgarantista.it/2014/12/19/lavvocato-di-bossetti-basta-sciocchezze-tv-cosi-rovinate-un-uomo/) la “macchina del fango” si è sempre attivata prontamente ogniqualvolta stessero emergendo o fossero emersi elementi a favore di Massimo Bossetti, da ultimo l’assenza di qualsivoglia riscontro negli accertamenti tecnici condotti su auto, furgone, oggetti sequestrati, telefoni cellulari.

Crediamo che questa dinamica sia ormai chiara a chiunque segua con attenzione il caso, ma di recente il tempismo e i contenuti delle pseudonotizie/veline della Procura sono stati così profondamente imbarazzanti che crediamo valga la pena di riportarli, foss’anche per non togliere ai nostri affezionati lettori il piacere di una sana risata.
In data 12 dicembre i giornali hanno diffuso, un po’ sottovoce ma su questo soprassediamo, la notizia del fatto che è stata depositata la perizia su auto, furgone e oggetti sequestrati a Massimo Bossetti, i cui risultati parlano chiaro: non è stata trovata nessuna traccia riconducibile a Yara.

Una certezza, questa, che non può essere rigirata in alcun modo, trattandosi di un accertamento tecnico irripetibile e regolarmente condotto in contraddittorio.
Appena qualche giorno dopo, in data 16 dicembre, sono arrivati i 180 giorni dal fermo, e con essi è scaduto il termine utile per la richiesta di giudizio immediato, che non è stato chiesto.
Un fatto, questo, di significato e peso notevole.
Il giudizio immediato viene chiesto, ai sensi dell’art. 453 c.p.p., “quando la prova appare evidente”.
La mancata richiesta di giudizio immediato, indica dunque che neppure la Procura di Bergamo ritiene di avere in mano prove evidenti a carico del sig. Bossetti.

I più attenti ricorderanno che per settimane, dopo il fermo del sig. Massimo Bossetti, venne strombazzata ai quattro venti la notizia secondo la quale sarebbe stato chiesto il giudizio immediato.
Le cose, evidentemente, non sono andate così, e il tempo ha dato ragione ai pochi che avevano sempre avuto l’ardire di sostenere che la Procura di Bergamo non avesse in mano nessun autentico elemento probatorio idoneo a superare il vaglio processuale.
Dal momento che per mesi e mesi era stato sostenuto l’opposto, in un mondo ideale ci sarebbe aspettato, il 17 dicembre, qualche articolo giornalistico pronto a fare mea culpa. D’altronde, se dispongono di prove solide, se tutto è chiaro sulla colpevolezza di Massimo Bossetti, per quale motivo non chiudere i faldoni e andare a giudizio?

Ma ecco che accade la sorpresa (si fa per dire), e il 17 dicembre la mancata richiesta di giudizio immediato viene, secondo i soliti moduli ormai noti, coperta con una velina che ha letteralmente dell’incredibile.

Esordiamo nella nostra analisi sottolineando che il modus operandi manifestato nella diffusione ad arte di veline, ha seguito un criterio davvero scientifico, anche se non per veridicità: sembra infatti rispondere perfettamente al terzo principio della dinamica (3ª legge di Newton).

La 3ª legge di Newton può essere espressa formalmente così: 

Le forze si presentano sempre a coppie. Se un oggetto A esercita una forza F su un oggetto B, allora l’oggetto B eserciterà sull’oggetto A una forza -F uguale e contraria”

o in termini più correnti:

“Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”

Dopo questa chicca scientifica possiamo iniziare la nostra puntata.

Non vogliamo illudere i lettori con la vana speranza di un nuovo elemento, e allora diciamo subito che il 17 dicembre, mentre tutto tace sulla mancata richiesta di giudizio immediato, rispunta, a partire dalla Stampa, la solita e sempre più imbarazzante minestra (sur)riscaldata del furgone bianco, per l’occasione con un vestitino seminuovo: i giornali e la TV ci informano di “nuovi filmati” che mostrerebbero “il furgone di Massimo Bossetti per ben un’ora ripreso a circolare nei pressi della palestra di Yara dalla videocamera di sorveglianza di un distributore” e soprattutto, cosa più divertente di tutte, “riconosciuto grazie ad una macchia di ruggine”.

Smentire la notizia è molto semplice: soprassediamo sul “riconoscimento furgoni a mezzo ruggine” (noi, poco avvezze alle nuove diavolerie delle indagini avvenieristiche, eravamo convinte che gli autoveicoli si riconoscessero sulla base della targa), che riportiamo solo al fine di scatenare l’ilarità dei lettori, e limitiamoci ad evidenziare che la notizia non può essere vera per due motivi semplicissimi.
Anzitutto la videocamera del distributore nei pressi della palestra non può mostrare nessun furgone che gira “intorno alla palestra per un’ora”, in quanto per ragioni di privacy tale videocamera “guarda” esclusivamente all’interno dell’area di servizio.
Dunque, a meno che un furgone non sia rimasto per un’ora a far benzina, quella videocamera non può aver ripreso nessun furgone “per un’ora” né tantomeno “circolare vicino alla palestra”.

L’unica cosa che può aver ripreso è uno delle decine e decine di furgoni che ogni giorno, transitando sulla strada principale di Brembate, si fermano a far benzina. In secondo luogo, non c’è nessun “nuovo filmato” né dai filmati non può saltar fuori nulla di nuovo, perché i filmati sono stati acquisiti 4 anni fa (si resettano dopo qualche mese), dunque ciò che mostrano ora è esattamente ciò che mostravano prima, ossia nulla, tanto che proprio l’assenza di qualsivoglia ancoraggio che consentisse un’indagine “tradizionale” ha portato a spendere sette milioni di euro, riesumare morti, prelevare campioni di DNA alla cieca per anni.

Pensate che le fandonie siano finite qui?
Magari!

Il Giornale ha voluto strafare pubblicando “le foto” (in realtà una sola) che “inchiodano Bossetti” mostrando il suo furgone a Brembate per 50 minuti prima della scomparsa di Yara.
Così, perlomeno, in data 17 dicembre, leggevamo sulla pagina facebook del Giornale.

mgb Alla ricerca di emozioni forti, aprivamo l’articolo, e lì scoprivamo, finalmente, la foto “che inchioda Bossetti” mostrando il suo furgone a Brembate nei 50 minuti precedenti alla scomparsa di Yara.
Eccola:

foto-furgone Non è uno scherzo, secondo Il Giornale questa foto mostra il furgone di Bossetti a Brembate in un orario compreso tra le 18 e le 18,55 circa, in data 26 novembre: è noto a tutti, infatti, che in quell’orario e in quel periodo dell’anno sia pieno giorno!

In realtà, come può essere verificato tranquillamente, c’è solo una cosa vera in quanto scritto: il furgone della foto appartiene a Massimo Bossetti.
L’immagine non risale, ovviamente, al 26 novembre di quattro anni fa, ma a pochissimo tempo prima del fermo, e non è ripresa da una videocamera vicina alla palestra: è un’immagine di google maps mostrante il furgone di Bossetti, nell’anno 2014, parcheggiato accanto all’abitazione del fratello, a Brembate.
L’immagine non è in alcun modo utile all’accusa, anzi tende ad essere utile alla difesa, in quanto mostra chiaramente che ben dopo la scomparsa di Yara il sig. Bossetti era solito passare per Brembate.

Non dobbiamo neppure sorprenderci, in quanto appare ormai chiaro che la trattazione mediatica della cronaca nera è ridotta a poco più che ad una squallida barzelletta.

Tra faide familiari, parenti serpenti, cani cercati (e di questo siamo felici pur dissociandoci dal modus operandi dell’associazione AIDAA e del suo presidente), supertestimoni passati da Medjugorje, immagini piangenti, inversioni di tendenza e, finalmente, cani ritrovati, nulla di strano che trovi spazio anche un furgone uscito direttamente dalla prima, storica serie del 1984 nota in Italia come Transformers.

Tale furgone, oltre a cambiare colore, catarifrangenti, serbatoio e forma dei fari ha evidentemente anche la facoltà di autoigienizzarsi e sterilizzarsi da solo.

Per capirci meglio, in data 9 gennaio Tiziana Maiolo ha pubblicato un interessante articolo su Il Garantista, che dato voce ad una serie di crescenti preoccupazioni e perplessità sul caso Bossetti, evidenziando il fatto che, ad onta del gran parlare di furgoni, sul furgone di Massimo Bossetti, pure rivoltato come un calzino, non si è trovata neppure una minuscola traccia di Yara.

Ci permettiamo dunque di riproporre la domanda della Maiolo: “I dati di fatto ci dicono che né sull’auto né sul furgone di Bossetti sono state trovate tracce di Yara. Quindi, se il muratore è colui che l’ha rapita, l’ha portata via a piedi o in canna a una bicicletta?”

Ora ci chiediamo: “cui prodest” tutto ciò? A chi può arrecare beneficio questo caos di informazioni distorte? I media esercitano un potere non indifferente sulle masse, e purtroppo anche sull’animus dei giudici.

Allora viene da pensare e da dire, senza timore di sorta, che non può ridursi tutto al bilancio delle vendite di materassi e impianti doccia che nel giro di qualche giorno torneranno a prezzo pieno; c’è sotto qualcosa di più grosso.

Certo è che la cronaca nera è calamita di attenzione morbosa da parte del grande pubblico e quindi fonte di grossi guadagni ma è altrettanto vero che, specialmente nei casi che non si risolvono con una confessione o con una pistola fumante tra le mani, diventa un grosso aiuto affinché le forze dell’ordine e gli inquirenti arrivino all’agognato epilogo.
E non ci sarebbe alcunché di sbagliato se il giornalismo si limitasse a narrare i fatti avvenuti senza prendere posizioni e evitasse di pontificare.
Ma purtroppo non è così. Si assiste ogni giorno ad un uso scorretto della professione (per chi è della professione aggiungo) che diviene abuso e noi, poveri don Chisciotte, ci ritroviamo inevitabilmente a portare avanti la nostra battaglia contro i mulini a vento.

Tra l’altro, come ben spiegato nel già citato e apprezzatissimo articolo di Tiziana Maiolo, le pressioni subite da Massimo Bossetti sono quanto di più indicativo possa esserci dell’assenza di prove a suo carico.

Ne riportiamo, a beneficio dei lettori, i punti salienti, che spiegano in modo davvero magistrale i motivi che ci spingono, da mesi, a ritenere questa situazione e l’intera vicenda inaccettabile:

“Alla fine lo dice anche lui: “Dal 16 giugno, il giorno del mio arresto, le hanno provate tutte per farmi confessare. Speravano che prima o poi sarei crollato… Ho ricevuto pressioni fortissime, hanno cercato di convincermi in ogni modo a confessare, hanno provato a allettarmi con il conto degli anni…”.
Lo dice anche lui, per la prima volta, Massimo Bossetti, indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio, in un’intervista a Repubblica.
Non è un processo per fatti di mafia, il suo, né per terrorismo.
Pure, manca solo l’applicazione dell’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario e il trattamento sarebbe completo. In lingua italiana si chiama “tortura”.
L’isolamento per 134 giorni, sei mesi di custodia cautelare, la gogna mediatica con la diffusione di notizia pruriginose sulla sua vita personale, su quella di sua moglie e quella di sua madre, le minacce e le violenze subite da lui e dai suoi familiari.
E la pressione continua, insistente, soffocante, perché confessi, alla faccia della presunzione di non colpevolezza prevista dalla Costituzione.
Lui resiste come solo gli innocenti sanno fare, a meno che non siano terroristi o mafiosi. (…) Nella data dell’anniversario della scomparsa di Yara, alla fine di novembre, il pubblico ministero aveva organizzato una grande parata trionfale, presentandosi all’interrogatorio dell’indagato con un corteo di accompagnatori gallonati (…)
E’ vero, c’è la coincidenza del DNA, ma non è una prova dell’omicidio, al massimo può comportare il fatto che ci sia stato un contatto (diretto o indiretto) tra l’indiziato e la vittima. Oltretutto, se non sarà possibile, per mancanza di materiale genetico, ripetere l’esame con la presenza dei periti della difesa, al dibattimento questo indizio sarà molto indebolito.
Ma soprattutto, vien da chiedersi, se gli inquirenti ritengono che quella del dna sia una prova solida, perché non andare al processo con il rito immediato? Perché insistono tanto sulla confessione se ritengono di avere ben altre frecce nel proprio arco? (…)
La situazione pare destinata ad un inquietante immobilismo.
Il mito fideistico della prova scientifica non ha trovato finora altro supporto probatorio.
La vita del carpentiere quarantenne è stata, come lui stesso ricorda nell’intervista, radiografata in ogni suo lato: non è stato trovato nulla, né prima né dopo la morte di Yara, che possa gettare ombre sui suoi comportamenti. Massimo Bossetti non è un pedofilo, non ci sono tracce di violenza sessuale sul corpo della ragazzina, non c’è movente plausibile per quell’omicidio (…).
E allora? Fatevi una bella autocritica, cari magistrati inquirenti con annesse forze dell’ordine che tanti errori hanno fatto nelle indagini fin dal primo giorno, quel 26 novembre del 2010, quando Yara sparì e non si sapeva neppure se fosse viva o morta. Fate l’autocritica e cominciate con lo scarcerare Massimo Bossetti, invece di torturarlo per un’improbabile confessione. Il 25 febbraio ci sarà la discussione in cassazione, dove i giudici, dopo i dinieghi del gip e del tribunale del riesame, dovranno decidere sulla richiesta di scarcerazione presentata dal legali di Bossetti.
Ci sarà un giudice a Berlino? A noi basterebbe un giudice Corrado Carnevale ad applicare la legge.”

In attesa del nostro giudice a Berlino, comunque, portiamo avanti la nostra trattazione e vediamo un altro interessante caso di applicazione della terza legge di Newton.

Qualche tempo fa, il pool difensivo del sig. Massimo Bossetti, ha fatto sapere di star seguendo una pista alternativa.
Per una trattazione più puntuale dell’argomento, vi rimandiamo all’articolo C’è una testimone che scagiona Bossetti, pubblicato su Il Garantista e ripreso in questo blog: ai fini del nostro articolo, ci limitiamo a riassumere brevemente la vicenda.
Il pool difensivo ha rintracciato una donna (che, ci teniamo a sottolineare, non spunta dal nulla dopo quattro anni, ma già anni fa raccontò la vicenda) che anni fa aveva conosciuto un giovane operaio romeno in cerca di alloggio.
Questo operaio le raccontò di una ragazza, della quale si diceva innamorato, chiamata Yara. La donna, incuriosita dal nome, le chiese se si trattasse di una ragazza straniera, e lui rispose che no, era una ragazza minorenne della provincia di Bergamo, una ginnasta.

Il 26 novembre, giorno della scomparsa di Yara, il giovane operaio chiamò la signora, chiedendole se poteva andare da lei a fare la doccia perché in partenza per la Romania. Il giorno dopo chiamò la signora per dire di essere arrivato, ma la chiamata apparve brusca e frettolosa, tanto che la donna, stupita, provò a richiamarlo, trovando per tutta risposta una segreteria estera.
Tale testimonianza, come chiaro a chiunque legga integralmente l’articolo sopra citato, potrebbe essere dotata di fondamento, ma la Procura di Bergamo, innamorata della sua tesi, evidentemente conduce un’indagine a senso unico.
Ecco, infatti, cosa ha dichiarato a Sky l’Avv. Claudio Salvagni: “La Procura non ci è venuta incontro: avevamo chiesto un elenco di telefoni per vedere se questa persona fosse passata di lì ma ci è stato negato. Ricordo a tutti che il pm deve cercare anche gli elementi a favore dell’indagato.”

Bisogna a questo punto aggiungere una cosa: poco male se la Procura si limitasse a non cercare eventuali elementi a favore dell’indagato, il punto è che anche in questa occasione, dopo la diffusione della notizia sui giornali, si è attivato il solito meccanismo della “legge di Newton”: ebbene, a noi piacerebbe che la Procura smettesse di trincerarsi dietro uno squallido gossip e rendesse conto al Paese intero di cosa ha fatto e non fatto per quattro anni e di cosa sta facendo ora.
Ecco, infatti, che arriva la contromossa.

Notizia shock, titolano giornali e giornaletti, una supertestimone “spunta” e dopo quattro anni ricorda di aver visto Yara e Bossetti in auto nei pressi della palestra.
Peccato che le cose non stiano così: una donna, dopo quattro anni e mesi dopo lo stesso fermo di Bossetti, senza mai aver fatto prima una sola parola del fatto, sostiene di aver visto in un’auto un uomo biondo (che non ha alcuna certezza sia Bossetti) e una ragazza (che non ha alcuna certezza sia Yara).
Il sospetto di trovarsi di fronte ad una barzelletta di cattivo gusto è d’obbligo, e lo stigma va, in parti uguali, a chi ha dato in pasto ai media una simile “notizia” e a chi, cosciente del suo valore pari a zero, non solo l’ha pubblicata, ma l’ha altresì distorta incollandola all’indagato.

Per riassumere lo squallore della vicenda, ci permettiamo di inserire un ottimo commento, che condividiamo appieno, scritto su facebook da un amico, l’avvocato Arles Calabrò: “Alle tue riflessioni vorrei aggiungere un mio pensiero. Potrei farlo in modo diplomatico, moderatamente, come si addice a tutte le persone sagge (forse un po’ bugiarde), ma in realtà lo voglio esprimere in tutta sincerità , perché spesso, a mio avviso, il confine tra diplomazia e ipocrisia è davvero labile e non si può sempre far finta di nulla, essere falsi, moderati, diplomatici (soprattutto quando si parla della morte di una ragazza, della libertà di una persona forse innocente e della vita di intere famiglie: c’è un limite alla diplomazia e c’è anche un limite al disinteresse verso certe dinamiche.) Ovviamente anche questa testimonianza, come tu hai ben evidenziato, altro non è che una grande bufala (una delle tantissime) che ci hanno propinato per raggiungere un duplice obiettivo: chi ha diffuso la notizia cerca in tutti i modi possibili – anche con questo giochetto- di influenzare l’opinione pubblica (e i giudici) della colpevolezza di Bossetti, mentre chi l’ha resa pubblica, oltre a questo obiettivo, ha anche quello di fare quanto più audience possibile, o di vendere qualche copia in più. Ovviamente tutti coloro che l’hanno diffusa e tutti coloro che l’hanno resa pubblica sanno benissimo che si tratta di una notizia vera, ma palesemente gonfiata ad arte, visibilmente tendenziosa, che, per giunta, offende anche l’intelligenza di chi guarda certi programmi o di chi legge certi giornali. Un esempio per capirci meglio (si usa dire così, ma già so che noi ci capiamo benissimo). Anche nel caso della povera Elena Ceste si registrarono DECINE e DECINE di “testimonianze” di persone pronte a giurare di aver visto la povera donna in giro per l’Italia, (e nel mondo, addirittura), queste persone erano sicurissime e alcune di queste “testimonianze” furono riportate pedissequamente dai media, anche per intere settimane. Tantissimi programmi televisivi all’epoca camparono propinandoci a raffica queste notizie. Ovviamente tutti sapevano e sanno che si tratta di persone influenzate dai media, suggestionate, le quali, magari anche in buona fede, credono di vedere persone o cose che in realtà non si trovavano lì in quel momento. Per ogni caso mediatico di queste “testimonianze” ce ne sono DECINE E DECINE. Questo lo sanno benissimo coloro i quali diffondono la notizia ma lo sanno benissimo anche coloro i quali la pubblicizzano. Ma conviene loro far finta di niente e farle passare come “notizie bomba”, “novità clamorose”. Ieri un famoso programma televisivo intitolava: “clamorosa testimonianza”, “testimonianza choc di una donna che ha visto Yara e Bossetti parlare in macchina”. Ovviamente la signora in questione non ha alcuna certezza – e lo ha detto- che quelle due persone fossero realmente Yara e Bossetti, ma per i nostri giornalisti e per chi l’ha diffusa la notizia è “clamorosa”, “choc,” “bomba”. Con questo non voglio dire che tali testimonianze non vadano acquisite da chi di dovere (ogni strada va tentata, ci mancherebbe) ma voglio solo sottolineare la malafede di taluni e lo squallore che ormai inonda i nostri schermi. Le tragedie si trasformano in business (di ascolti e di copie vendute) e la forte sinergia tra taluni (quelli che diffondono le notizie) e talaltri (quelle che le pubblicizzano) è talmente forte che diventa quasi impossibile per i collegi difensivi replicare a cotante fandonie, idiozie, falsità, bugie e nefandezze. Un altro esempio. Poco tempo fa, come tu sai benissimo, sempre sullo stesso caso, molte testate giornalistiche intitolavano: “Incontrai Bossetti al cimitero, mi chiese se era bella la mia sorellina”. (testate nazionali, sia ben chiaro). Anche qui, l’obiettivo di chi diffuse la notizia e di chi poi la pubblicizzò era sempre lo stesso: chi l’ha diffusa voleva convincere il popolo (e i giudici popolari e togati) che Bossetti sia un pedofilo (o comunque uno a cui piacciono le bambine), mentre chi l’ha pubblicata aveva lo stesso obiettivo a cui si univa anche lo scopo di vendere quante più copie possibili. Ovviamente, anche in questo caso, la notizia era palesemente tendenziosa: la sorellina in questione aveva oltre quaranta anni e Bossetti si era limitato a fare un complimento alla signora, chiedendole, appunto, se la di lei sorella fosse affascinante come la sua interlocutrice. Un ultimo esempio. Dopo la notizia vera e di assoluta rilevanza relativa alla mancanza di tracce di Yara sul furgone, sugli oggetti, nell’auto ecc, con una puntualità davvero imbarazzante, dall’altra parte, ci hanno propinato un’altra notizia palesemente gonfiata e tendenziosa. Bossetti si sarebbe aggirato per 50 minuti con il suo furgone nei pressi della palestra di Yara proprio nell’orario in cui Yara sparì. Questa è un’altra notizia-immondizia. Non vi è alcun bisogno di aspettare il dibattimento, per verificarne la veridicità: palle di questo genere vanno immediatamente cestinate, respinte subito al mittente, perché hanno sempre e quell’unico obiettivo di cui sopra. In quella via, quel giorno, come ogni giorno, passarono centinaia di furgoni. E (e sottolineo se) anche Bossetti passò di là, passò unicamente per tornare a casa, quindi una sola volta (come faceva tantissime volte tornando dal lavoro). Questa ulteriore balla va smentita subito (e lo si è fatto), perché se lo si fa dopo è troppo tardi. E’ evidente che si tratta di notizie false e tendenziose tese a ingenerare nell’opinione pubblica (e nei giudici) la convinzione che quell’uomo sia colpevole. Le immagini di quelle telecamere sono in possesso degli inquirenti da ben 4 anni, quindi è davvero squallido che taluni (con una puntualità impressionante, cioè subito dopo le risultanze di cui sopra) ce le propinino dopo tutto questo tempo facendole passare come delle verità assolute quando anche il più ingenuo di tutti gli ingenui sa benissimo che identificare con precisione il furgone di Bossetti per 50 minuti nei pressi della palestra è praticamente impossibile. Potrei andare avanti all’infinito con questi esempi per sottolineare lo squallore che connota tutti (nessuno escluso) i processi mediatici: con il caso Bossetti, poi, a mio avviso, abbiamo davvero raggiunto la vetta assoluta. Ma tutti questi aspetti, tu già li conosci e anche meglio di me. Purtroppo le autorità che dovrebbero controllare (privacy, minori, comunicazioni) stentano molto ad intervenire e anche la stragrandissima maggioranza degli addetti ai lavori (avvocati, magistrati, criminologi ecc) si fanno appassionatamente i fatti loro, perché nessuno osa toccare questi due poteri fortissimi. Molto hanno paura, tanti altri sono servili e si inzittiscono per convenienza (le riflessioni, sul punto, sono sempre molto diplomatiche, moderate e, quindi, false). Il risultato? Il risultato è che la verità storica viene completamente stravolta da una veritià mediatica costellata da finti scoop, notizie palesemente false, gonfiate e tendenziose, tese unicamente a mostrificare la figura dell’indagato e ad ingenerare nell’opinione pubblica (e nei giudici) la convinzione che quello stesso soggetto sia davvero colpevole (ovviamente in mancanza assoluta di prove, perché laddove le prove ci fossero davvero non vi sarebbe alcuna necessità di avvalersi di questi squallidi giochetti).”

Crediamo che sul punto non siano necessari ulteriori commenti, oltre al sentito consiglio ai nostri lettori di farsi prescrivere dal proprio medico curante un buon antiemetico da assumere prima della lettura di alcuni giornali o la visione di alcune trasmissioni.

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Vorremmo però sottolineare un altro aspetto che si lega al suddetto meccanismo e che porta, appunto, alla sostanziale distorsione delle notizie originarie nel momento in cui rimbalzano da una fonte giornalistica all’altra.
Che non esistano più i giornalisti di una volta, autenticamente mossi da spirito critico e desiderio di informare, lo abbiamo detto tante volte: non esiste più, con buona pace di Hayek, neppure la concorrenza nel mondo del giornalismo.

Lo scopo di quanti si occupano di cronaca giudiziaria, ed in particolare di cronaca nera, infatti, non è quello di fare informazione, ma di restare nella cricca dei cronisti ammessi alla “indiscrezioni” degli inquirenti, vere o false che siano.

Così, accade che i giornali riportino tutti la stessa velina preconfezionata, spesso senza verificarne la veridicità, parandosi il sederino a vicenda, in quanto se qualcuno scegliesse, sciaguratamente, di allontanarsi per un attimo dalle sottane delle Procure, resterebbe privo della “notizia shock” (o la bufala shock) quotidiana con la quale compiacere i magistrati e solleticare la pruderie del popolino.
A titolo d’esempio, ci limitiamo a citare un caso relativo alla vicenda.

In data 22 settembre, La Repubblica, violando il segreto istruttorio e la privacy di un’intera famiglia, pubblicò stralci dell’interrogatorio a Massimo Bossetti.

In questo interrogatorio al sig. Bossetti (che nell’interrogatorio successivo, comprendendo l’andazzo, ha pensato bene di avvalersi della facoltà di non rispondere: ne approfittiamo per fargli i nostri più sentiti complimenti, dal momento che la sua buona fede è sempre stata travisata ed anzi ritorta contro di lui, come ben evidenziato nell’articolo Lo strano caso del muratore che acquistava materiali edili) vennero rivolte domande relative alla vita familiare, nonché alla vita sessuale con la moglie: uno squallore mediatico così eclatante che intervenne al Garante della Privacy imponendo il blocco alla divulgazione dell’articolo e redarguendo la stessa Procura di Bergamo.
Inutile dire che l’appello cadde nel vuoto.

Comunque, in questi stralci c’era anche un’altra domanda, eccola:

PM: come mai, Bossetti, ha avuto paura quando l’hanno portato in carcere?

Sull’acume della domanda evitiamo di commentare …”che è meglio”, direbbe qualcuno, ma la cosa incredibile è un’altra.
Dopo qualche giorno, questa domanda viene manipolata così tanto dai media fino a trasformarsi nella notizia-bufala secondo la quale Bossetti, impaurito, avrebbe cercato di scappare vedendo la polizia.
Smentire la notizia è semplicissimo: basta leggere l’ordinanza di non convalida del fermo. Non a caso il fermo non è stato convalidato, non sussistendo alcun pericolo di fuga giacché l’indagato non ha mai dato segno di voler fuggire.

ord.maccora ord.maccora1 Ma chi va a leggere l’ordinanza del GIP, e soprattutto a mettere in discussione i taglia e cuci di giornali e salottini? Nessuno.

Ed è così che dell’informazione non resta che una tomba.

Segnaliamo questo esempio anche per mostrare quanto i media abusino delle scarse conoscenze tecniche e settoriali, in questo caso giuridiche, della maggior parte dell’opinione pubblica (che non sa quali siano i presupposti richiesti per la convalida del fermo) per propinarle scientemente una marea di fandonie.

Per quanto riguarda un ultimo aspetto relativo alla questione della testimone della difesa e alla “legge di Newton” in azione, vorremmo anche sottolineare l’aplomb con il quale pare presentarsi la malattia del secolo: l’ipocrisia.
In un noto salottino televisivo, infatti, ecco che il conduttore afferma, con  palese tono di disapprovazione e un’espressione di disgusto, in opposizione alle dichiarazioni del dott. Denti che illustra la pista seguita nel corso di indagini difensive durante le quali sarebbe emersa l’esistenza di un uomo intenzionato a prendere in affitto un appartamento per sé e per la sua ragazza (una minore di nome Yara a suo dire), che a lui importa relativamente poco di Bossetti (e su questo non avevamo dubbi), poiché gli preme maggiormente non infangare la memoria di una ragazzina che non va “bollata” come una che poteva aver allacciato una relazione sentimentale alla luce della sua giovane età.

Respiro.

C’è mancato poco che, come un professore di matematica isterico, cacciasse Denti dall’aula.

Ora, qui nessuno ha dimenticato che una ragazzina che si affacciava alla vita è stata strappata agli affetti e nessuno vorrebbe mai che un assassino o comunque un molestatore restasse a piede libero.
Detto questo non capiamo l’ipocrisia, a senso unico peraltro, sia del conduttore che di altri commentatori-vendicatori-giustizieri del web, nel sostenere l’impossibilità assoluta di una storia d’amore giovanile che coinvolga un’adolescente laddove “lui” sia l’anonimo affittuario, mentre vige una necessaria e di comodo accettazione dello stesso medesimo fatto se questo si configura tra la stessa ed il Bossetti.

Agli occhi di una persona imparziale e dotata di onestà intellettuale in ognuna delle due ipotesi non si configura un comportamento immorale da parte della bambina in quanto tale, bensì da parte di qualsiasi adulto che intraprenda una relazione con una giovane donna non intellettivamente matura per vivere una situazione del genere.
Quindi questa ostentata moralità non è altro che ipocrisia vestita da buonismo da quattro soldi.

Ma vale la pena di soffermarsi anche su un altro paio di osservazioni.
La prima è che basterebbe essere un po’ meno ipocriti per notare come né la testimone della difesa, né gli appartenenti al pool difensivo, abbiano mai detto di essere a conoscenza di una relazione di Yara.
In effetti non c’è alcuna prova del fatto che Yara frequentasse qualcuno, né la testimonianza prospettata dalla difesa dice questo: la signora sostiene che il giovane operaio romeno dicesse, magari millantasse, di stare con una ginnasta di nome Yara, cosa diversa del fatto effettivo che stessero insieme.

Infatti, se quanto dichiarato dalla testimone fosse vero, chi ci dice che il giovane frequentasse davvero Yara e non fosse, piuttosto, qualcuno che ne era invaghito e profondamente ossessionato?

Anche un quadro di questo tipo sarebbe pienamente compatibile con la testimonianza della donna e anche altrettanto interessante ai fini investigativi.

Inoltre, mentre non si capisce cosa ci sia di offensivo nell’eventualità che ad una ragazza adolescente possa battere il cuore per un ragazzo comunque giovane, di qualche anno in più, cosa capitata a tutti nell’adolescenza, ben più strano è certamente sostenere che una ragazzina frequentasse un quarantenne sposato e con prole, cosa per giunta impossibile in piccoli paesini senza che la cosa finisca rapidamente sulla bocca di tutti.

Abbandoniamo ora media e ipocrisia e inauguriamo la seconda parte della nostra puntata. Il DNA mitocondriale di Ignoto1 non è di Massimo Bossetti: non lo diciamo noi, né lo dice una perizia di parte.

Sta scritto, nero su bianco, sull’ultima relazione depositata dal consulente dell’accusa, Dott. Carlo Previderè.

In realtà la relazione dice anche altre cose molto importanti: anzitutto mette definitivamente la parola fine sulla questione dei reperti piliferi.
Nessuno di questi, infatti, appartiene a Bossetti (anche se due appartengono alla stessa persona, non identificata, cosa che evidentemente alla Procura di Bergamo pare di poco conto).

Non solo: si è anche stabilito che è la parte minoritaria della traccia mista (Yara+Ignoto1) ad appartenere ad Ignoto1 e non, come erroneamente scritto fino ad ora, quella maggioritaria: prendiamo dunque atto di aver sempre avuto ragione nel sostenere che la traccia fosse esigua, e suggeriamo a chi, tra una foto e l’altra della piccola Yara in copertina oscenamente modificata con photoshop, titolava “Bossetti perse tanto sangue” (sic), di rinunciare alla cronaca nera, onde evitare di danneggiare persone e cose, e di tornare ad occuparsi di “tartarughe sexy” e slacciamento di reggiseni su For Men Magazine.

Tornando a noi, dalla relazione si scopre anche che il dna di Ignoto1 è terminato: nessuna possibilità di ripetere il test in contraddittorio, e sappiamo bene che l’estrazione fu compiuta illegittimamente, in assenza delle parti, ossia in violazione di quanto prescritto dal nostro codice di procedura penale.

Ma non è solo la traccia a non esistere più, perché il fatto clamoroso è che anche Ignoto1 non esiste.

Non esiste ora, e probabilmente non esiste da anni.

Il DNA mitocondriale, infatti, non è di Massimo Bossetti.

L’arrampicata sugli specchi di Procura e giornalisti, nel momento in cui scriviamo, è già cominciata.
Sostengono che sia sufficiente la corrispondenza sul DNA nucleare, che il DNA mitocondriale di Bossetti sia “sparito” perché coperto da quello di Yara.

Le cose non stanno così, e non stanno così per motivi ben precisi.
Il punto è che nella relazione non c’è scritto che  il DNA mitocondriale nella traccia denominata Ignoto1, non c’è: il DNA mitocondriale c’è, ed è anche del tutto “leggibile”.

Ha solo un problema: non è di Massimo Bossetti.

In natura, ovviamente, è impossibile che una medesima cellula abbia il DNA nucleare di un soggetto e il DNA mitocondriale di un altro: e allora cosa succede, fino a ieri la scienza non mentiva, ed oggi è diventata un optional?

Pur di non ammettere l’errore s’agitano e si dimenano, arrivando a sostenere che a causa delle intemperie un campione può degradarsi, ma ovviamente solo per quanto riguarda il dna mitocondriale, dimenticando che la cosa non risolve il problema, perché anche se a causa della degradazione un DNA mitocondriale può “sparire” di certo non può materializzarsene un altro, e dimenticando, per giunta del fatto che il dna mitocondriale si degrada molto meno rispetto a quello nucleare, in quanto protetto da una doppia membrana: una caratteristica, questa, che fa sì che si riveli utilissimo, in ambito forense, proprio in caso di campioni degradati.

Leggiamo ad esempio sul sito dell’Università di Tor Vergata, e proprio a firma del Prof. Emiliano Giardina, consulente della Procura, che:

“Per le sue proprietà biologiche il DNA mitocondriale rappresenta uno strumento importante per le applicazioni forensi. Consideriamo innanzitutto le caratteristiche morfologico-strutturali. In particolare, la doppia membrana del mitocondrio protegge efficacemente il DNA da rotture e danni indotti dagli stress ambientali. In aggiunta, la natura circolare del DNA garantisce una minore suscettibilità alle esonucleasi (enzimi che tagliano il DNA), permettendo alla molecola di DNA mitocondriale di conservarsi meglio nel corso del tempo. A tutto ciò si aggiunga il notevole vantaggio di poter disporre di un numero di genomi mitocondriali per cellula enormemente maggiore rispetto al DNA nucleare, aumentando le possibilità di successo della tipizzazione. Il mtDNA è spesso usato nei casi in cui il materiale biologico è degradato o disponibile in limitata quantità. ”
figura 1 Più chiaro di così: interessante come anche la scienza sembri piegarsi ad altro genere di interessi, modificando volta a volta le proprie regole secondo la convenienza.

E’ bene anche sottolineare, per chi dice che il DNA nucleare ha “maggiore potenziale identificativo”, che la cosa non è data dalla sua maggiore affidabilità intrinseca, ma solo dal fatto che è diverso in ogni soggetto, derivando sia dal ceppo materno sia da quello paterno, mentre il DNA mitocondriale è ereditato unicamente dalla madre e per giunta è uguale, ad esempio, tra madre e figli e tra fratelli.
Ma la cosa non ha, in questo caso, nessuna rilevanza: il problema infatti non è che il dna mitocondriale può essere di Bossetti o di persona a lui imparentata nel ceppo matrilineare, il problema è che il dna mitocondriale di Ignoto1 non è di Massimo Bossetti.

Se i processi italiani proseguiranno sulla strada della tecnicizzazione esasperata, a breve potremmo annoverare casi giudiziari con aneddoti migliori di quelli statunitensi, in cui sono celebri i casi di esperti di settore tecnico-scientifico che nelle aule dei Tribunali finiscono per dire l’esatto opposto secondo che, per l’occasione, siano consulenti dell’accusa o della difesa.

Ma è bene rimarcare che queste disquisizioni sono del tutto inutili.

E’ evidente che se cellule con la caratteristica di DNA nucleare e mitocondriale diversi non esistono in natura, semplicemente la traccia di “Ignoto1” non poteva essere, ab origine, come è oggi, dunque può ormai trovare spazio solo in un’ipotetica barzelletta sui carabinieri, non certo in un’aula di Tribunale.

Non si tratta del DNA di un soggetto, né di due DNA misti, ma di un DNA impossibile: se un DNA con tali caratteristiche non esiste in natura, non può che essere esito di un intervento umano (di matrice dolosa e colposa che sia, ai fini di quanto rileva oggi in questa sede non ha importanza).

E quale sia questo intervento umano, per giunta, non potremmo mai stabilirlo essendo terminati i campioni.

“Ignoto1” non è un DNA naturale, è un pastiche di laboratorio, esito di contaminazione o d’altro scenario, e nulla significa il fatto che il DNA nucleare continui a coincidere con quello del signor Bossetti, perché quel dna nel suo complesso, in origine e in natura, non poteva e non può essere così, dunque non sappiamo cosa ci fosse e di chi fosse la traccia originariamente presente sugli abiti della piccola Yara, né lo sapremo mai essendo terminato il materiale.

Certo sarebbe stato bello, in un’Italietta in cui nessuno ammette mai i propri errori, se fosse stata la stessa Procura di Bergamo (che ora sostiene l’impossibile e pensa di portare a dibattimento “mezzo DNA” inesistente in natura e acquisito in violazione delle garanzie procedurali) dinnanzi ad un’evidenza tanto eclatante, a disporre, non prima di avergli posto le dovute scuse, l’immediata scarcerazione di Massimo Bossetti.
La cosa avrebbe contribuito forse anche a dare, una volta tanto, il buon esempio ai cittadini italiani, da parte di chi dovrebbe essere preposto alla tutela del rispetto delle regole.

Ci sia consentito, a questo punto, di portare le nostre osservazioni alle estreme conseguenze, e di interpretare la reticenza ad ammettere un errore laddove è la scienza a metterlo nero su bianco come indice di consapevolezza, da parte di qualcuno, di essere ormai disposto a tutto pur di salvare la faccia.

Così, dopo la miracolosa transustanziazione di indizi in prove e di fandonie in indizi, siamo forse giunti al punto in cui si dovrà trasformare un DNA impossibile in natura in un DNA credibile.
Non possiamo allora che suggerire una consulenza del Divino Otelma, Primo Teurgo della Chiesa dei Viventi e Gran Maestro dell’Ordine Teurgico di Elios.

mago-otelma-2- Alla difesa suggeriamo invece, ben più seriamente, di valutare la possibilità che la non coincidenza del DNA mitocondriale fosse già nota a qualcuno e sia stata scientemente omessa per sette mesi, cosa che tra l’altro spiegherebbe, in buona misura, anche accanimento e torture psicologiche finalizzate ad ottenere dal signor Bossetti una confessione (di ciò che non ha fatto).
Il nostro suggerimento non è legato ad antipatia o semplice diffidenza nei confronti della Procura, ma ad una considerazione ben più tecnica, che riportiamo anche per i lettori. Sappiamo tutti che il DNA mitocondriale viene normalmente usato al fine di effettuare i test di maternità: infatti, il dna mitocondriale si eredita dalla madre ed è del tutto identico tra madre e figli.

Dall’ordinanza sembra però ricavarsi che il rapporto di maternità tra la signora Ester Arzuffi e “Ignoto1” non è stato effettuato, come da prassi consolidata, attraverso la corrispondenza del dna mitocondriale, ma attraverso il DNA nucleare (si parla, infatti, di marcatori autosomici e alleli). comparazione_Arzuffi_Ignoto1 Sarebbe davvero interessante scoprire se si tratta di una, per quanto strana e ironica, coincidenza, o se, consapevoli della non coincidenza mitocondriale, si sia ripiegato sul DNA nucleare omettendo la circostanza nella speranza che nessuno facesse verifiche più approfondite.

Posto che il DNA del soggetto noto (perdonate il gioco di parole) come “Ignoto1”, per quanto ci si ostini ad arrampicarsi sugli specchi, è semplicemente impossibile in natura, crediamo dal canto nostro che sia giunto il momento, per qualcuno, di ammettere l’errore.

Ovviamente, andare in dibattimento con simili risultanze significherebbe solo protrarre nel tempo una pagliacciata, per giunta in modo pericoloso per la libertà di un cittadino innocente.

L’articolo 3 della nostra Costituzione, nel sancire il principio fondamentale della dignità umana porta come corollario il principio secondo il quale l’individuo non possa e non debba mai essere ridotto a mezzo per il raggiungimento di fini esterni alla sua persona: sono stati spesi milioni di euro nella spasmodica ricerca, durata anni, di un sospettato sostanzialmente mai esistito.

Noi crediamo che gli errori siano abbastanza, e che non sia necessario salvare la faccia sacrificando un capro espiatorio.

Ci permettiamo di concludere il nostro articolo rivolgendo la nostra solidarietà e le nostre parole a Massimo Bossetti, nella speranza che il buon senso di qualcuno trovi al più presto la strada di casa e torni presto ad essere un uomo libero.

Caro Massimo, questo nostro articolo oggi è scritto con la consapevolezza di saperti dietro le sbarre, stremato, stanco e forse sulla via della rassegnazione, che per fortuna, cerchi di non intraprendere per la tua famiglia e, speriamo, per noi che crediamo, ormai a ragione, che tu non sia colpevole, ma vittima di un grosso errore.

Un uomo che ha fatto sempre parlare di sé, molto tempo fa, ha scritto un libercolo dal titolo “La storia mi assolverà”, nel quale esponeva le sue idee e i motivi per cui un giorno sarebbe stato “assolto” da tutte le accuse che gli venivano rivolte.

Dedichiamo a te questo titolo oggi.

E nel dedicartelo comprendiamo, oggi più che mai, che i più pericolosi, come ben mostra la Storia, sono sempre stati i “dotti” che si nascondevano dietro alla “massa”, per giustificare le loro “oculate” nefandezze. Illustri professori, giornalisti quotati, esimi uomini di scienza che, forse, dentro di sé pensavano che ci fosse sempre bisogno di un capro espiatorio, un qualcuno per qualche motivo alto che si sacrifichi per qualche sorta di “bene” astratto.
Queste credenze medievali, per cui esistono ancora potenti convinti di virare il destino dei più deboli, a nostro avviso, possono elegantemente andare a farsi fottere.

Ora dobbiamo occuparci del dissequestro di un uomo che ha il diritto di uscire di galera e di recuperare una parte della sua vita, rubata e distrutta senza umana pietà.

Riprendendo la tendenza degli ultimi tempi, nel nostro gruppo facebook in tanti abbiamo affermato “Je Suis Bossetti”, parafrasando la frase diventata celebre in segno di solidarietà alla redazione di Charlie Hebdo. jsCi teniamo però a sottolineare che non ci sarà nessuna puntata successiva intitolata “tout est pardonné“: non chiediamo vendetta, ma vorremmo vedere, alla luce delle ultime risultanze, meno arrampicate sugli specchi, e più occhi bassi da parte di chi dovrebbe, per decenza, uscire di scena.

E come a suo tempo propose la nostra amica e collaboratrice Dott.ssa Chiara Rimmaudo, chimica d’esperienza molto attiva nel nostro gruppo facebook e che in tempi non sospetti avanzò l’ipotesi di un “pasticcio di laboratorio”, chiediamo una legge che tuteli gli indagati dall’esecrazione della pubblica piazza, dalla gogna, dal linciaggio morale: chiediamo una legge che sia denominata, esemplarmente, “legge Bossetti”, che tuteli le troppe vittime di una giustizia morta e sepolta da tempo.

C’è una testimone che scagiona Bossetti

Un muratore rumeno, ha fatto lavoretti a casa Gambirasio e ha un furgone bianco.
Nel 2010 raccontava di avere una ragazza molto giovane, minorenne, che viveva in provincia di Bergamo, faceva la “danzatrice” e si chiamava Yara.
Sembra l’identikit perfetto dell’alter- Bossetti.
E, come lui, non va criminalizzato. Ma la storia va raccontata.
E’ dai difensori di Bossetti che arriva la notizia di un’indagine difensiva che ha rintracciato una testimone “molto attendibile”, la quale ha parlato, nella sua deposizione, del giovane muratore rumeno.

La testimone, una signora di una certa età, lo aveva conosciuto quando lui cercava una stanza dove alloggiare. Non si sa, per ora, in quale città. Prima di aver perfezionato l’accordo (complicato dal fatto che il ragazzo rumeno voleva anche spostare a casa della signora la residenza), il giovane muratore un paio di volte le aveva chiesto la possibilità di ripulirsi o fare una doccia. Le aveva anche raccontato di questa ragazza, che lui rispettava, tanto che mostrava un medaglione e giurava “sul suo dio” che mai l’avrebbe toccata finché lei non fosse stata maggiorenne.
Ma come mai si chiama Yara, aveva chiesto la signora incuriosita, è straniera? No no, aveva risposto lui, è di Bergamo, anzi di un paese vicino a Bergamo. E’ una danzatrice, aveva aggiunto, fa ginnastica e vince premi con le sue compagne.
Il ragazzo dice anche che lui e Yara si vedevano di nascosto dalla famiglia, anche perché tra loro c’era una certa differenza di età.

Questi discorsi erano avvenuti tra settembre e novembre del 2010. Il 26 novembre, proprio il giorno in cui la ragazzina sparì, il muratore rumeno chiama la signora, chiede se può andare da lei a fare una doccia perché è in partenza per la Romania e prima deve andare a salutare la sua ragazza. Poi parte con un’altra persona. Il giorno dopo chiama la signora per dire che è arrivato bene, ma lo fa in modo frettoloso e con un tono brusco che non aveva mai avuto, poi chiude la telefonata. La sua interlocutrice, stupita per il tono e per la fretta, lo richiama, ma trova una segreteria estera. Nel frattempo nelle valli bergamasche tutti cercano Yara. Quando la nostra testimone apprende la notizia della sparizione fa due più due e deduce che i due ragazzi siano scappati insieme, che abbiano fatto la “fuitina”.

Tre giorni dopo però, quando apprende dell’arresto scenografico in mezzo al mare del muratore marocchino Fikri, immagina che gli inquirenti siano fuori strada e abbiano fermato un innocente. Che cosa fa dunque? Quello che viene in mente a una persona non pratica di questure e palazzi di giustizia. Ferma un carabiniere per strada, ingenuamente gli dice “avete arrestato un innocente”, lui la invita ad andare a deporre, lei si scoccia e gli fornisce le proprie generalità, il numero di telefono e l’indirizzo. Che caratterino! Se vi interessa, sapete dove sono, chiude. Non sarà mai una testimone, nessuno la chiamerà.

Si farà viva di nuovo nei mesi scorsi, quando, dal suo punto di vista, un altro innocente finirà in carcere, Massimo Bossetti. Questa volta impugna carta e penna e scrive all’avvocato.
Così nascono le indagini difensive, incontri diversi nel corso delle settimane,decine di viaggi all’estero del dottor Denti, il criminologo che assiste l’avvocato Salvagni nella difesa di Bossetti. Il muratore rumeno è individuato, anche se non ancora contattato. Il resto è ancora notizia riservata. Ma interesserà tutto ciò gli inquirenti, o sono così affezionati alla propria ipotesi inquisitoria da non avere nessuna curiosità?

Intanto arrivano i risultati ufficiali delle perizie disposte su una serie di oggetti sequestrati a Massimo Bossetti, dall’auto al furgone al telefonino: tutti negativi, da nessuna parte ci sono tracce di Yara. Nei confronti del muratore bergamasco rimane solo la prova del dna. Che è parsa troppo poco persino agli inquirenti, tanto che hanno lasciato scadere il termine di 180 giorni entro cui avrebbero potuto far celebrare il processo con il rito immediato. E Bossetti è in custodia cautelare da sette mesi.

di Tiziana Maiolo
Fonte: Il Garantista
URL: http://ilgarantista.it/2015/01/17/ce-una-testimone-che-scagiona-bossetti/