DIREI QUALCOSA…

di Laura Clemente

Lo dico fiera, ma comunque sempre con gli occhi bassi nei confronti del sig. MASSIMO, l’unico a pagare per uno scempio di cui siamo colpevoli tutti, non c’è niente nelle motivazioni che ci dovrebbe sconvolgere più di tanto.

Non ve lo chiedo attenzione! Ve lo dico.

Quello che io invece mi chiedo è cosa vi aspettavate tutti Voi. Riflettete, provate a tornare agli albori di questa vicenda quando già non vi sembrava vero e vi faceva sorridere “la pista dell’autista di Gorno riesumato per accertare lo sputo sulla patente!”, con tutto il rispetto per la buonanima, anche lui infangato dopo morto.

Se non vi bastasse a digerire le motivazioni allora pensate alle centinaia di prelievi a tappeto supportati da una traccia che faceva schifo già prima di subire tutte le analisi o al giorno dell’arresto che manco nei film di Bruce Willis ci sono quegli spiegamenti, e poi focalizzate la faccia di quell’uomo che non capiva come era finito su un set cinematografico!

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E che set! Questo palcoscenico poi si è arricchito di quei simpatici personaggi di contorno che hanno recitato, male anche, i loro ruoli per arrivare a quelle quattro misere pagine che avete letto. Di più non avevano da offrirci eh! E lo sapevamo, anche questo, e cioè che su quel mezzo DNA “mitico”, nel senso stretto del termine, si basava tutto l’impianto accusatorio. Tutto sta a sapersi accontentare, in un paese dove non vige la regola del “fino a prova contraria”, un magistrato potrà sempre sostenere che sia possibile datare un deposito di materiale genetico su di un corpo che, ahimè, non si riesce a capire nemmeno di cosa sia morto, quando, come e da quanto tempo si trovi esposto alle intemperie. Perché questo non ce lo hanno spiegato, è forse questo che vi aspettavate dalle motivazioni? Che vi dessero una risposta a queste domande? Se così fosse comprenderei il coro di voci deluse che si è alzato. No, perché io sono una tipa curiosa e mi chiedo tante cose, alle quali forse non riceverò mai risposte, tipo come si fa a far combaciare la personalità del sig. Bossetti, timido marito innamorato di sua moglie e padre di tre bimbi, di cui due femmine, con quella di un molestatore che come caratteristica peculiare ha la dipendenza da questo genere di azioni. Se si fosse trattato di quel “genere di uomo”, come si vuole sostenere, in un centro così piccolo si sarebbe sentito molto prima parlare di lui, non si diventa assassino di tredicenni da un giorno all’altro a meno che non ci sia nessun “orco”, come ho sempre sospettato, e si tratti di un banale incidente finito in tragedia, sfruttato per fini poco chiari solo in un secondo momento. Perché, non so voi, ma io ho sempre notato una forzatura in tutti gli anni in cui nelle stanze segrete si consigliavano, ho notato una giovane Pm molto motivata e cauta in principio che poi ha virato bruscamente anche lei rotta, e per questo non ha scuse, ho notato proprio come è stata costruita piano piano e con lodevole meticolosità questa favola che ormai avrà fatto il giro del mondo, (e se ne parlerà prima o poi e tutto verrà a galla perché una stronzata così atomica solo noi italiani potevamo farla), ho notato che davvero pochi hanno chiaro il concetto che domani potrebbe essere il loro turno se non si ferma in tempo questo virus della lettura del codice genetico come “profezia”.

Dopotutto che motivazioni ci si poteva aspettare quando un intero processo è stato celebrato con ancor meno del sogno di un fioraio? È come si è solo potuti arrivarci al processo! Questa è un’altra vera domanda da porsi. Certo le pressioni erano tante e nessun giudice si è voluto imbrattare di letame, hanno tutti demandato, e come dargli torto? Le tv e i giornali esplodono di servizi strampalati e assurdi, ovviamente pilotati, e chi sono io giudice di turno per mettermi contro chi manipola l’opinione pubblica? Non è più epoca di prodi cavalieri, ognuno pensa a sé in quest’era così buia. E quei pochi immuni dal virus che dicono di credergli? Quelli che dovrebbero aiutarlo per intenderci. Quelli staranno come me (che però sono in ferie, non sto a fare un tubo e non potrei pur volendo essere impegnata più di così nel far sentire ancora la voce del loro assistito da questo gruppo), su facebook a mettere l’acqua ai piccioni. Mai visto uno scempio simile. Voglio svegliarmi in una puntata di Law and Order, se proprio devo bermi tutto quello che dice la tv, almeno potrò illudermi di trovarmi in un posto dove davvero le giurie si confrontano anche per giorni per raggiungere l’unanimità, dove non devono esistere i dubbi, dove se non si riesce a montare un caso con delle fondamenta o non si celebra un processo serio, non mediatico, il sospettato resta libero e non viene ammutolito per sempre, o fatto parlare solo per bocca di chi è diventato la sua voce.

Signor Bossetti, potessi davvero dirle qualcosa e spero le arrivi, le direi “prenda in mano la sua vicenda processuale ora che ha ancora la possibilità di dimostrare qualcosa in Appello, trovi un difensore “cazzuto” che fa tremare i muri dove passa, che non da confidenza né agli amici e né ai nemici, che si mette lì, senza social né codazzi, e si studia l’intera storia a partire dal 26 novembre 2010 e ne tira le somme con tanto di indagini difensive con il botto, se non vuole leggere le stesse motivazioni 2.0 al termine dell’ennesimo grado di giudizio.”

L’uso delle minuscole anche dove erano d’obbligo le maiuscole è stato voluto.

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…E ANCHE ALTRO

(I social)

Sapevo che avrei dovuto lasciare in sospensione il primo pezzo “DIREI QUALCOSA” perché mi conosco e so che non voglio farlo nei commenti perché odio il gruppo quando prende le fattezze di altri luoghi in cui si ciarla e non dobbiamo essere proprio noi, amici miei di Giustizia e Verità, a farlo. Ciancio alle bade (lic.) queste motivazioni continuano a offrirmi spunti. Partiamo dal principio, mi spiego perché a volte risulto contorta, esistono i “personaggi”, “le persone”, “quelli che stanno intorno ai personaggi” e “i personaggi loro malgrado” a meno che questi ultimi non se lo facciano piacere troppo e decidano di trasformarsi in “personaggi”. A volte, i “personaggi” scelgono una “persona” da sacrificare per il loro tornaconto e poi danno in pasto alla folla accecata alcuni “personaggi loro malgrado” per sedarla.

I “personaggi” non perdono mai, loro sono il banco, “le persone” ci smenano sempre, quello è il loro forte e “i personaggi loro malgrado” si prendono la responsabilità dell’esposizione mediatica. Attenzione però, abbiamo detto che “i personaggi loro malgrado” spesso scelgono di esporsi per diventare “personaggi” senza badare alle proprie responsabilità, ma a volte non lo fanno e si ritrovano in una situazione davvero grottesca. In qualità di cittadini che godono di diritti, Il nostro Stato di Diritto ci impone il dovere di rispondere alla chiamata per ricoprire il ruolo di giudice popolare, ma non ci non tutela nella nostra privacy, nell’ambito di un processo che ne ha vantata tanta, rendendo pubbliche le motivazioni di una sentenza tanto sentita, che di certo qualsiasi fosse stata avrebbe creato dissensi, completa dei nomi di tutti i giudici popolari senza minimamente farsi sfiorare dal pensiero che le loro vite sarebbero diventate impossibili. Quante vittime deve mietere ancora questo folle caso, dopo quella povera bimba, prima di fermarsi?

Ora, io non mi trovo d’accordo con la decisione presa da queste “persone”, che si presume sia unanime e svuotata di ogni ragionevole dubbio, ma non posso evitare di pensare che si sia data in pasto alla folla la loro identità per creare altro caos, distogliendo nuovamente l’attenzione dal vero problema, la pochezza di questa indagine. Non si fa del bene all’immagine di Bossetti sputtanando le foto del profilo di uno dei giurati, l’ennesima “persona” triturata dai giornaletti, perché così si fa il gioco della Procura, si aiuta a far cadere nel dimenticatoio di chiacchiere, che schifa anche “Giallo”, le vere grandi domande sulla morte di Yara e la condanna di Massimo Giuseppe Bossetti, le prime due “persone”, di una lunga lista di “persone” che non vogliono essere “personaggi”, a rimetterci in questa pessima storia di “persone” e “personaggi”.

 

N.B. la prima immagine a partire dall’alto è tratta dalla pagina https://farefilm.it/tecniche-e-tecnologie/scaricare-film-senza-diritti-dautore-ecco-come-si-pu-fare-molti-siti-5940  mentre la seconda è presa dalla pagina http://psichedintorni.it/facebook-e-social-network-connessi-o-disconnessi/
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LETTERA APERTA A CHI CONOSCE LA VERITÀ SULLA MORTE DI YARA GAMBIRASIO

 

di Laura e Sashinka

Era tanto che accarezzavamo l’idea di scrivere una lettera aperta usando il blog e il gruppo come tramite, tuttavia abbiamo deciso di attendere la pronuncia della sentenza nella vana speranza che il numero delle vittime di uno sconsiderato comportamento si fermasse ad una. Non che per importanza la piccola ginnasta sia da meno, lei purtroppo ha perso la vita oltre alla libertà di viverla come invece è successo al signor Bossetti.

Noi non abbiamo idea di chi si celi dietro le quinte di questo torbido delitto, ma abbiamo sempre scartato, sin da subito, la possibilità “del singolo responsabile” perché – a nostro parere – per far sparire una ragazza, occultarne il corpo senza vita, cercare di confondere le acque– depistare direbbe qualcuno -, e farla ritrovare in un campo, una persona sola non è sufficiente. Nel mondo delle nostre idee siete un numero non ben definito di giovani, e lo eravate molto di più allora, siete stati aiutati da degli adulti e avete avuto l’appoggio di un silenzio diffuso.

Premesso ciò ci assumeremo la responsabilità di rivolgerVi il nostro accorato appello parlando al plurale.

Essendo i nostri un blog e un gruppo accessibili a tutti, magari Vi sarà capitato di accederVi mossi da mera curiosità o per comprendere quanto fosse cospicuo il numero di persone che non si sono lasciate abbindolare dal “Mangiafuoco” mediatico, il quale, per una serie di circostanze a Voi propizie, ha tessuto una trama ben lontana dalla realtà che Vi vedeva responsabili.

Ebbene siamo in netta minoranza, lo dice una sentenza, il caso è chiuso, l’udienza è tolta, il Vostro segreto è al sicuro tra le quattro mura di una casa di Brembate, ma non è poi tanto segreto se qualcuno, usando solo un filo di logica, è arrivato a comprendere la verità. Sarà che siamo delle disincantate, ma non abbiamo mai creduto nell’uomo nero che si muove misterioso col favore delle tenebre, che esce dal nulla e ti porta via senza motivo e, per di più, senza conoscerti. La vita ci ha insegnato che chi ti prende ha, la maggior parte delle volte, un viso familiare, un’apparenza innocua, ti abita accanto, è un figlio o un genitore proprio come te, cena con i suoi e ha persino un bell’aspetto. Questa è una triste storia di genitori e figli, da ogni lato la si guardi. C’è chi un figlio l’ha perso per sempre in una fredda notte di novembre, chi i figli li ha persi perché un giudice glieli ha tolti e c’è chi pur non avendoli persi di fatto, con la morte di Yara, ha dovuto dire addio alla loro ingenuità e alla loro anima, perdendo così anche un po’ della propria.

Bisogna essere genitori per riuscire a comprendere l’istinto animale che ci spinge ad operare determinate scelte in luogo di altre, non ce la sentiamo di biasimare i Vostri genitori non essendolo noi per prime, non sappiamo che avremmo fatto ritrovandoci al loro posto. Ci preme specificare questo perché Vi parliamo in maniera molto franca, ma sappiamo per certo che al loro posto, a quest’ora, saremmo morte senza esserlo, avremmo perso la nostra anima comunque, che Voi aveste confessato o meno. Certo, c’è da dire, che in quanto a esempio non è stata un’idea geniale, perché quando si fanno i figli sarebbe meglio essere lungimiranti e pensare che un giorno anche loro potrebbero diventare genitori, e diventarlo con una macchia e una paura così forti non è il migliore auspicio.

Abbiamo immaginato che Vi abbiano rassicurati fin dal primo momento successivo a quello che speriamo sia stato un banale incidente, supponiamo che Vi abbiano ripetuto, fino allo stremo, che non sareste finiti in prigione, che le Vostre brillanti vite sarebbero proseguite come se quella notte non fosse mai arrivata, che piuttosto si sarebbero accollati le Vostre colpe pur di salvaguardare il Vostro futuro, che non avevate nulla da temere, che avrebbero pensato a tutto ed è lì che si sono spalancate per loro, fino ad un’ora prima comuni genitori come tanti, le porte dell’Inferno, perché, Voi lo sapete e ci pensate ogni sera prima di addormentarVi, hanno dapprima nascosto il corpo e poi, dovendo decidere in fretta e terrorizzati dal perderVi, si sono macchiati di una serie di infami colpe che hanno ripulito le Vostre mani dal sangue di una bambina sporcando senza speranza di assoluzione le loro.

Non Vi chiediamo come Vi sentite ad aver distrutto quattro o cinque famiglie, non Vi chiediamo come fate a prendere sonno e a continuare le Vostre esistenze tra probabili viaggi, vacanze e studi, non Vi chiediamo come sono stati gli ultimi sei anni quando, tutti assieme, Vi sedevate a tavola a cenare, non ve lo chiediamo perché qualsiasi risposta non cambierebbe la realtà delle cose oggi, a quattro giorni dalla sentenza che vede condannato il signor Bossetti come unico colpevole dell’omicidio Gambirasio.
Qualcuno, da un pulpito, aveva levato in alto l’epico quesito: “Preferite essere i genitori di Yara o di chi ha ucciso Yara?” salvo poi rintanarsi in un religioso silenzio appena resosi conto che la domanda non era stata gradita.

A fare la differenza sarebbe stato il porsi queste domande molti anni fa, prima che gli eventi travolgessero un’intera nazione e un innocente venisse accusato per le Vostre colpe, ormai poco cambia sapere come siano andate realmente le cose, ha vinto un mezzo “DNA schiacciante”, frutto di menzogne e abbagli che passerà alla storia con tutte le sue mancanze, quando di schiacciante, in questa storia, c’è solo il grosso peso che portate sul petto e con il quale, Vostro malgrado, dovrete convivere tutti perché quello nemmeno una Giustizia ottusa e malata può cancellarlo e Vi ritroverete a dover indossare una maschera per il resto della vostra vita.

 

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Il DNA della Requisitoria

Ebbene, noi  a disposizione abbiamo sempre e solo le trasmissioni televisive e, vagamente, qualche “cronacaiolo”, per capire cosa accade al processo di Bergamo. Nostro malgrado, ci riguardiamo qualche passaggio per ascoltare con attenzione le parole che – forse – corrispondono a quelle pronunciate in aula. Un po’ perché non vai a Bergamo a fare la fila (perché magari devi lavorare), un po’ perché è tutto segreto, un po’ perché chi ci va si tiene strette le informazioni o le condivide con pochi eletti, questo è ciò che passa al convento. Ma noi ci siamo sempre arrangiati, perciò faremo lo stesso anche stavolta.

È bene cominciare un discorso sulla Scienza, visto e considerato che al programmone del venerdì sera abbiamo potuto ascoltare gli stralci della prima parte di requisitoria riportata dal giornalismo nostrano. Giornalismo che – con non so quale coraggio, data la sempreverde alterazione della realtà del pulpito -, tra le altre, prevede una condanna basata sulla “propensione alla bugia” dell’imputato, oltre che alle lettere scambiate tra lui e la nostra “Gina”.

Che gli inquirenti non sapessero chi fosse Bossetti non stento a crederlo, anche perché altrimenti non sarebbero arrivati a lui 4 anni dopo la morte della piccola Yara, ma resta sempre un mistero per me acceso il come lo abbiano individuato, dato che non credo alla validità di una scienza esatta senza risposte. O è esatta, quindi mi dà risposte precise, o è inesatta e le risposte sono molteplici, oltre che tutte valide, come dice l’accusatore. Riporto alcuni stralci: “L’apparente anomalia della componente Mitocondriale del DNA ci lascia un interrogativoNon conosciamo le dinamiche del Mitocondrio su una traccia mista, nel mondo sono citati solo due studi…in quest’aula sono state delle spiegazioni, non tutti sono d’accordo. Sono state fatte proposte, espresse preferenze, tutte autorevoli. Ma diciamo che ci si lascia con un interrogativo.”

Non so dire se poi, nella continuazione delle 8 ore di requisitoria, sia stato fatto anche il nome dei consulenti della difesa di Bossetti, il cronista ha fumettato solo quelli che stanno dalla parte della Procura. Comunque sia, io dico, interrogativo? Non conosciamo le dinamiche del mitocondrio su una traccia mista? Nel mondo ci sono solo due studi? Proposte, preferenze, interrogativo? E dopo queste affermazioni si può ancora rivendicare la validità di ciò che qualcuno si ostina a chiamare “prova” per condannare un uomo all’ergastolo? Continuare poi a dire: “Il fatto di non vedere il Dna Mitocondriale non vuol dire che non ci sia”, sinceramente, mi sembra incredibile, al limite del paradossale.

Per questo motivo – oltre alla totale incosistenza degli altri indizi -, non posso non rilevare la contraddizione di una scienza che non sbaglia, ma che al contempo non fornisce certezze. Altrimenti è come dire che nella mia mano ci sono 5 dita, ma potrebbe essercene anche un sesto nonostante non si veda, perché in merito sono stati prodotti dei non meglio precisati studi, ogni teoria è valida, ma la mia preferita è quella che ammette l’esistenza del dito invisibile. Io posso capire che in politica non si ammettano mai gli errori (anche se non comprendo fino in fondo questa legge non scritta), ma negli affari della Giustizia no, ne va della civiltà, della democrazia e della libertà degli individui.

Mi disorienta l’ostinazione con cui si vuol chiudere così questo capitolo, non ha per me un senso. Sono la prima a volere assicurata una verità e una giustizia per la povera vittima, ma non a qualunque costo e – malgrado le urla dei pronostici mediatici – io voglio credere che nessun uomo, togato o meno, possa decidere di girare la chiave della cella che potrebbe tenere dentro Bossetti per tanti, lunghi anni. Detesto questa scontatezza sul primo grado che attende il secondo, sulle storie che si ripetono, sui capri espiatori. Ho bisogno di sapere che viviamo in un Paese diverso da quello che ho davanti.

Sashinka

 

P.s. consiglio di guardare questa replica verso 1h 40m, dove la Consulente della Difesa spiega con estrema chiarezza la questione mitocondriale:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9a7ae0a2-9210-443b-ad97-7a813b0d70df.html

 

 

 

NON LO FO PER PIACER MIO MA PER DAR DEI FIGLI A DIO

Articolo scritto da Laura
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Al peggio non c’è mai fine, e questo processo ha tirato fuori, senza esclusione di colpi, l’intera gamma delle sfumature della morbosità umana. Un popolo che tira dritto a vele spiegate verso il decadimento e l’involuzione, elementi che inevitabilmente precedono l’oscurantismo e il conseguente annichilimento, è per forza di cose destinato a scomparire fagocitato dalle stesse brutture insite in sé e proiettate sul prossimo. Non siamo più degni di chiamarci “italiani” se questo sostantivo rimanda ad antenati illuminati che hanno diffuso la civiltà in mezzo mondo quando esso era popolato quasi interamente da barbari; i nostri “padri” si rivoltano nelle tombe e non parlo solo di patrioti o grandi generali ma di legislatori, letterati, giuristi, giornalisti, studiosi, padri della medicine e delle scienze. Dovunque ci si volti la decadenza è peggio di un cancro all’ultimo stadio in un paese ormai alla deriva che non riesce a proteggere i più indifesi e parlo di bambini, di anziani, di malati, di animali e di tutte le altre categorie più fragili. Qualcuno col quale non mi trovo d’accordo nello specifico della vicenda Bossetti una manciata di settimane fa disse, riferendosi ad un altro caso di cronaca, che se le cose fossero andate diversamente da come a lui sembrava che dovessero evolvere avrebbe preso il passaporto e se ne sarebbe andato per sempre dall’Italia senza più farvi ritorno. Non voglio doppiare la sua ipocrisia perché a mio avviso chiunque faccia quest’affermazione mantenendo comportamenti che lasciano presupporre una cecità selettiva è per l’appunto solo un gran commediante ma negli ultimi giorni ho desiderato più che mai di non essere nata in questo paese perché provo una gran vergogna a presentarmi come italiana in qualsiasi parte del mondo io vada. Leggere negli occhi di chiunque oltre confine quel velo di biasimo e deplorazione mi umilia tremendamente e mi fa venir voglia di passare alla storia come quella donna italiana che, nel bel mezzo di un’invasione di disgraziati poveri cristi che chiedevano asilo politico entro i confini della sua patria rischiando la vita per sbarcarvi, strappò il passaporto e chiese asilo politico oltre oceano. La vicenda che vede imputato Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio sta assumendo sempre di più i tratti della storia mitica, della parabola, tramandata non tanto in virtù della sua veridicità o meno quanto per lasciare un messaggio, un lascito ai posteri affinchè non commettano gli stessi errori. Purtroppo qui c’è uno sprotetto italiano medio, un uomo qualunque, rinchiuso da due anni che pare rassegnato anch’egli a diventare un personaggio mitico. Va bene che si è abbandonato ad una corrispondenza da bollino rosso con una donna anch’essa privata della libertà ma qui si perdono davvero di vista tutti gli annessi e connessi che caratterizzano la monotonia di una carcerazione, si perde di vista il principio secondo il quale due adulti consenzienti impegnati in un rapporto epistolare, quindi intimo e privato, sono liberi di scriversi ciò che vogliono. Premesso che io ho convinzioni molto personali sulla natura di questa corrispondenza dal momento che molte cose non mi tornano e quindi penso di più ad un bel trappolone sistemato ad arte nella boscaglia piuttosto che ad un genuino avvicinamento da parte della fantomatica “signora Gina”, va da sé che il signor Massimo ha risposto alle missive e, che sia perché ha abboccato o per fortuita coincidenza, laddove fossi io troppo maliziosa e la signora Gina fosse in totale buona fede, si è esposto in un momento delicatissimo della sua storia processuale. In parole povere ha prestato il fianco ai suoi accusatori, quelli titolati e non, per l’ennesima volta e quindi giù copertine stra-ritoccate, giù offese e sentenze, giù parole per la prima volta pietose verso la moglie fino a ieri messa alla gogna anche peggio di lui. Ma cosa provano queste lettere? Cosa hanno smosso negli animi di questo popolo di vergini e di santi? Mi piacerebbe, ma purtroppo sono atea, che accadesse un miracolo e improvvisamente le chat e ogni altra forma di corrispondenza o accesso alle tv e a internet di tutti gli italiani divenissero pubbliche e scorressero, con tanto di nomi e cognomi, a nastro ovunque, nelle stazioni, sulla metro, sugli schermi delle televisioni, insomma un mega corto circuito con tutte le “sfumature di grigio”. La Procura continua morbosamente a spiare dal buco della serratura senza un velo di ritegno forse nemmeno per guardare cosa avviene nella stanza ma per cercare di capire dove sia la chiave. Ad un passo dalla requisitoria, con questo po’ po’ di prova regina, ovvero un DNA granitico marchiato a fuoco sul lembo degli slip, c’era proprio bisogno di tirar fuori “le ultime lettere di Jacopo Ortis”? Ma non è che questa Procura aveva bisogno della fanfara perché temeva di avere dalla sua meno di una chitarra scordata? Tante sono le domande che non trovano risposta, almeno nella mia testa, in questa pazza pazza inchiesta che mai sarebbe dovuta approdare in un’aula di Corte d’Assise. Questo procedimento ha la stessa credibilità di una zucca che diventa carrozza, è forse per questo che ha avuto così presa su di un popolo di creduloni che ancora spera nelle pensioni e di uscire vivo dagli ospedali. Ho un ultimo interrogativo che mi rimbalza da un lobo ad un altro come una pallina di un flipper. Cos’ è Massimo Bossetti oltre che un X-Man dal DNA mutaforma? E’ un pedofilo fintamente felice del suo matrimonio che usa la famiglia come copertura per i suoi loschi e perversi fuori programma o è un marito ferito che non vede altra soluzione se non seviziare una ragazzina di passaggio per lenire la sua frustrazione? E’ un abile predatore che fiuta la sua vittima, la segue a distanza per mesi fingendo di comprare figurine, birrette e dieci minuti di solarium gustandosi l’attesa per poi attaccare come un boa constrictor oppure è un seduttore capace di irretire una quasi ragazzina, comprovatamente sconosciuta sino ad un momento prima, con tale dimestichezza da convincerla ad accettare un passaggio? E’ un indovino forse che cade in trance e riesce a prevedere che passerà, in un dato momento in una precisa strada buia a novembre e senza margine di errore alcuno, una tredicenne, che laddove fosse rossa non lo si potrebbe nemmeno notare in quel frangente, e la rapisce senza attirare l’attenzione di nessuno con lo scopo di violentarla in preda alle sue fantasie malate ma poi cambia idea e la lascia viva e agonizzante in un campo? E se così fosse come mai tra i capi di imputazione non svetta fiero il sequestro di minore? L’Accusa ha lo stesso problema di quando si fa la pastiera, se la pettola impazzisce la si deve buttare o al massimo farne biscotti e la si deve rifare. Purtroppo chi non conosce questa semplice regola si ostina a lavorare la pettola impazzita nella convinzione che “daglie e daglie la cipolla diventa aglie”. La Procura quindi barcolla ma al punto dov’è non molla, il popolo becero si nasconde dietro ad un paravento di falsa morale e sempre dietro a quel paravento ansima e giudica giudica e ansima, le donnette recitano qualche rosario in più, le scribacchine senza cervello urlano al pervertito strumentalizzando ancora una volta ricerche che non sono mai state digitate e Massimo dimostra un adattamento che mette paura, fatto comprensibile poiché il carcere schiaccia tutti, in tempi diversi, ma ci riesce con tutti, ma resta sé stesso e cioè un uomo come tanti, uno su 14 milioni di maschi adulti in Italia.

Eva contro Eva

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Donne contro donne

Ieri sera, a cena da amici, per puro caso m’imbatto nella copia di un – chiamiamolo così – giornale. Nell’immagine, lo sguardo di Marita, seppur sempre intelligente, denota ormai una tristezza di fondo che mi spezza il cuore ogni volta che lo vedo. Con un senso di angoscia sfoglio le pagine fino all’articolo, per capire cosa significa quella domanda oscena, scritta senza vergogna.

“Le toglieranno i figli”?

Dopo quanto è accaduto, sostiene una delle interpellate, ci sarebbe da stupirsi se il Tribunale dei minori non aprisse, d’ufficio, un fascicolo di monitoraggio, perché – prosegue – potrebbe costituire una situazione pregiudizievole per la salute dei bambini. Non credo ai miei, di occhi, questa volta, non mi riesce di farlo, soprattutto quando si aggiungono termini come “atteggiamento cautelativo” e quando a pronunciarli è nuovamente una donna.

Non si capisce bene che cosa porterebbe un tribunale dei minori a mettere in dubbio le capacità genitoriali di Marita Comi. Una madre che da quasi due anni resiste allo tsunami che le è grandinato addosso, trovando la forza di continuare a crescere i suoi figli con dignità e determinazione, che siede sul banco dei testimoni affrontando domande pesantissime sulle sue abitudini sessuali e sui termini digitati nei motori di ricerca, da sola o con suo marito, adesso deve anche sentirsi minacciata di avere tolti i figli? Ma, scusate, come mai un’assurdità di questo tipo non è mai emersa prima di quell’udienza? È strano l’articolo, in particolar modo quando dice: “Tutti tacciono dunque quando Marita afferma che ha deciso di non avvalersi della facoltà di non rispondere…”.

Ho capito bene? Marita, secondo l’autrice dell’articolo (e coadiuvata dalle persone da lei interpellate), potrebbe perdere i figli perché ha deciso di non stare zitta, ma anzi di ribattere a tutte le domande che impunemente contenevano vocaboli strettamente legati al sesso e perché ha scelto di difendere suo marito che FINO A PROVA CONTRARIA E FINO AL TERZO GRADO DI GIUDIZIO gode della presunzione di non colpevolezza? No, non solo. Perché – dice-, se nella migliore delle ipotesi il padre fosse innocente, ormai è troppo pesante portare un cognome come il suo e i modelli familiari sono comunque quelli. Ma, scusate se insisto, fino a prima che Marita decidesse di testimoniare, la stampa che cos’ha fatto?

Ricordo per l’ennesima volta che il Garante della Privacy ha dovuto bloccare la diffusione di un articolo che riportava stralci di un interrogatorio in cui si parlava di uno dei tre figli*. Quindi, insomma, finché a dirne di tutti i colori – in televisione, sui giornali, online, a tutte le ore – è l’esercito della cronaca, i figli di Bossetti nemmeno li calcoliamo. Quando invece la loro madre va a testimoniare a un processo senza telecamere né registratori – blindato teoricamente, per tutelare la famiglia della vittima e i testi non maggiorenni – le bocche si spalancano e quegli stessi minorenni di cui sidovrebbe occupare il tribunale, sono alla mercé dell’ennesima “lapidazione mediatica” ai danni della madre, il prurito sconfina e, come fosse una festa, c’è chi pubblica anche gli elenchi dei siti visitati dal computer di casa Bossetti, tutti rigorosamente pornografici. E sempre sull’articolo che disgraziatamente mi è capitato sottomano, non manca la foto di quei piccoli – sì, certo, ci mancherebbe, con il viso coperto, ma perché farlo?

È un dramma sul dramma, pensavo, che contro Marita si siano trovate o si siano “offerte”delle donne. Sarà che sono stata educata alla solidarietà femminile e al riconoscimento delle battaglie per l’emancipazione e non riesco proprio ad accettare certe posizioni. In particolare – senza voler minimamente dare giudizi anche perché non è questa la sede -, quando i bèn pensanti spendono pagine e pagine di soliloqui per altri casi di cronaca, dove la potestà genitoriale non si dovrebbe mettere in discussione nemmeno di fronte alla rea confessa di turno. Non si può non notare, poi, che la scala di valori cambia spesso in base all’estrazione sociale di chi finisce in prima pagina e a farne le spese è chi ha meno mezzi economici. Finché è qualche opinionista col viso contratto dal moralismo, a sconvolgersi per come decidono di vivere la sessualità due adulti sposati e consenzienti è un conto, ma quando è un gruppo di donne la mia preoccupazione aumenta.

Chi la fa l’aspetti

Quando Colonna Infame ha cominciato a parlare di “pennivendoli” non lo ha fatto a cuor leggero, perché sapevamo e sappiamo quanto sarebbe importante avere una libertà di stampa reale a raccontare il mondo. Siamo andati a scuola e abbiamo studiato il ruolo fondamentale dei mass media nella guerraccia del Vietnam, così come – però -, abbiamo approfondito la posizione della stampa nei vari colpi di Stato della storia. È una questione di scelte, di stare da una o dall’altra parte. Con il diritto o contro il diritto, col garantismo o contro il garantismo, con l’onestà o contro di essa. Sarò anche impopolare, ma non provo alcuna pena per chi cambia bandiera ogni settimana – massacrando famiglie intere e mentendo sapendo di mentire -, e poi fa gli appelli lacrimosi perché il Tribunale chiude la porta a televisioni, registratori e cellulari pigliatutto. Anzi, mi stupisce e quasi mi fa ridere il coraggio di certuni che vanno a “rivendicare” il diritto di cronaca, dopo averne fatto polpette della domenica. Probabilmente pensano che la gente sia tutta scema, ignorante e senza memoria, se credono che certe scene siano già nel dimenticatoio. Scene e parole digitate su tastiere impazzite, senza capo né coda, con dati errati e con un condimento artefatto e costante. Qualche sporadica eccezione c’è, ma nemmeno troppo eccezionale, che si è ritirata pensando forse a quel che poteva capitare se avesse continuato a scrivere in un certo modo di questa vicenda: non trovare più spazio dove pubblicare e trasmettere, non portare più la pagnotta a casa,subire l’isolamento.

 

Conclusioni

 C’è un solo modo per dare un messaggio forte al “venditore”: non comprare.

* Art. 114 del Codice di Procedura Penale: “È vietata la pubblicazione delle generalità e dell’immagine dei minorenni testimoni, persone offese o danneggiati dal reato fino a quando non sono divenuti maggiorenni. Il tribunale per i minorenni, nell’interesse esclusivo del minorenne, o il minorenne che ha compiuto i sedici anni, può consentire la pubblicazione . È altresì vietata la pubblicazione di elementi che anche indirettamente possano comunque portare alla identificazione dei suddetti minorenni”.