DIREI QUALCOSA…

di Laura Clemente

Lo dico fiera, ma comunque sempre con gli occhi bassi nei confronti del sig. MASSIMO, l’unico a pagare per uno scempio di cui siamo colpevoli tutti, non c’è niente nelle motivazioni che ci dovrebbe sconvolgere più di tanto.

Non ve lo chiedo attenzione! Ve lo dico.

Quello che io invece mi chiedo è cosa vi aspettavate tutti Voi. Riflettete, provate a tornare agli albori di questa vicenda quando già non vi sembrava vero e vi faceva sorridere “la pista dell’autista di Gorno riesumato per accertare lo sputo sulla patente!”, con tutto il rispetto per la buonanima, anche lui infangato dopo morto.

Se non vi bastasse a digerire le motivazioni allora pensate alle centinaia di prelievi a tappeto supportati da una traccia che faceva schifo già prima di subire tutte le analisi o al giorno dell’arresto che manco nei film di Bruce Willis ci sono quegli spiegamenti, e poi focalizzate la faccia di quell’uomo che non capiva come era finito su un set cinematografico!

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E che set! Questo palcoscenico poi si è arricchito di quei simpatici personaggi di contorno che hanno recitato, male anche, i loro ruoli per arrivare a quelle quattro misere pagine che avete letto. Di più non avevano da offrirci eh! E lo sapevamo, anche questo, e cioè che su quel mezzo DNA “mitico”, nel senso stretto del termine, si basava tutto l’impianto accusatorio. Tutto sta a sapersi accontentare, in un paese dove non vige la regola del “fino a prova contraria”, un magistrato potrà sempre sostenere che sia possibile datare un deposito di materiale genetico su di un corpo che, ahimè, non si riesce a capire nemmeno di cosa sia morto, quando, come e da quanto tempo si trovi esposto alle intemperie. Perché questo non ce lo hanno spiegato, è forse questo che vi aspettavate dalle motivazioni? Che vi dessero una risposta a queste domande? Se così fosse comprenderei il coro di voci deluse che si è alzato. No, perché io sono una tipa curiosa e mi chiedo tante cose, alle quali forse non riceverò mai risposte, tipo come si fa a far combaciare la personalità del sig. Bossetti, timido marito innamorato di sua moglie e padre di tre bimbi, di cui due femmine, con quella di un molestatore che come caratteristica peculiare ha la dipendenza da questo genere di azioni. Se si fosse trattato di quel “genere di uomo”, come si vuole sostenere, in un centro così piccolo si sarebbe sentito molto prima parlare di lui, non si diventa assassino di tredicenni da un giorno all’altro a meno che non ci sia nessun “orco”, come ho sempre sospettato, e si tratti di un banale incidente finito in tragedia, sfruttato per fini poco chiari solo in un secondo momento. Perché, non so voi, ma io ho sempre notato una forzatura in tutti gli anni in cui nelle stanze segrete si consigliavano, ho notato una giovane Pm molto motivata e cauta in principio che poi ha virato bruscamente anche lei rotta, e per questo non ha scuse, ho notato proprio come è stata costruita piano piano e con lodevole meticolosità questa favola che ormai avrà fatto il giro del mondo, (e se ne parlerà prima o poi e tutto verrà a galla perché una stronzata così atomica solo noi italiani potevamo farla), ho notato che davvero pochi hanno chiaro il concetto che domani potrebbe essere il loro turno se non si ferma in tempo questo virus della lettura del codice genetico come “profezia”.

Dopotutto che motivazioni ci si poteva aspettare quando un intero processo è stato celebrato con ancor meno del sogno di un fioraio? È come si è solo potuti arrivarci al processo! Questa è un’altra vera domanda da porsi. Certo le pressioni erano tante e nessun giudice si è voluto imbrattare di letame, hanno tutti demandato, e come dargli torto? Le tv e i giornali esplodono di servizi strampalati e assurdi, ovviamente pilotati, e chi sono io giudice di turno per mettermi contro chi manipola l’opinione pubblica? Non è più epoca di prodi cavalieri, ognuno pensa a sé in quest’era così buia. E quei pochi immuni dal virus che dicono di credergli? Quelli che dovrebbero aiutarlo per intenderci. Quelli staranno come me (che però sono in ferie, non sto a fare un tubo e non potrei pur volendo essere impegnata più di così nel far sentire ancora la voce del loro assistito da questo gruppo), su facebook a mettere l’acqua ai piccioni. Mai visto uno scempio simile. Voglio svegliarmi in una puntata di Law and Order, se proprio devo bermi tutto quello che dice la tv, almeno potrò illudermi di trovarmi in un posto dove davvero le giurie si confrontano anche per giorni per raggiungere l’unanimità, dove non devono esistere i dubbi, dove se non si riesce a montare un caso con delle fondamenta o non si celebra un processo serio, non mediatico, il sospettato resta libero e non viene ammutolito per sempre, o fatto parlare solo per bocca di chi è diventato la sua voce.

Signor Bossetti, potessi davvero dirle qualcosa e spero le arrivi, le direi “prenda in mano la sua vicenda processuale ora che ha ancora la possibilità di dimostrare qualcosa in Appello, trovi un difensore “cazzuto” che fa tremare i muri dove passa, che non da confidenza né agli amici e né ai nemici, che si mette lì, senza social né codazzi, e si studia l’intera storia a partire dal 26 novembre 2010 e ne tira le somme con tanto di indagini difensive con il botto, se non vuole leggere le stesse motivazioni 2.0 al termine dell’ennesimo grado di giudizio.”

L’uso delle minuscole anche dove erano d’obbligo le maiuscole è stato voluto.

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…E ANCHE ALTRO

(I social)

Sapevo che avrei dovuto lasciare in sospensione il primo pezzo “DIREI QUALCOSA” perché mi conosco e so che non voglio farlo nei commenti perché odio il gruppo quando prende le fattezze di altri luoghi in cui si ciarla e non dobbiamo essere proprio noi, amici miei di Giustizia e Verità, a farlo. Ciancio alle bade (lic.) queste motivazioni continuano a offrirmi spunti. Partiamo dal principio, mi spiego perché a volte risulto contorta, esistono i “personaggi”, “le persone”, “quelli che stanno intorno ai personaggi” e “i personaggi loro malgrado” a meno che questi ultimi non se lo facciano piacere troppo e decidano di trasformarsi in “personaggi”. A volte, i “personaggi” scelgono una “persona” da sacrificare per il loro tornaconto e poi danno in pasto alla folla accecata alcuni “personaggi loro malgrado” per sedarla.

I “personaggi” non perdono mai, loro sono il banco, “le persone” ci smenano sempre, quello è il loro forte e “i personaggi loro malgrado” si prendono la responsabilità dell’esposizione mediatica. Attenzione però, abbiamo detto che “i personaggi loro malgrado” spesso scelgono di esporsi per diventare “personaggi” senza badare alle proprie responsabilità, ma a volte non lo fanno e si ritrovano in una situazione davvero grottesca. In qualità di cittadini che godono di diritti, Il nostro Stato di Diritto ci impone il dovere di rispondere alla chiamata per ricoprire il ruolo di giudice popolare, ma non ci non tutela nella nostra privacy, nell’ambito di un processo che ne ha vantata tanta, rendendo pubbliche le motivazioni di una sentenza tanto sentita, che di certo qualsiasi fosse stata avrebbe creato dissensi, completa dei nomi di tutti i giudici popolari senza minimamente farsi sfiorare dal pensiero che le loro vite sarebbero diventate impossibili. Quante vittime deve mietere ancora questo folle caso, dopo quella povera bimba, prima di fermarsi?

Ora, io non mi trovo d’accordo con la decisione presa da queste “persone”, che si presume sia unanime e svuotata di ogni ragionevole dubbio, ma non posso evitare di pensare che si sia data in pasto alla folla la loro identità per creare altro caos, distogliendo nuovamente l’attenzione dal vero problema, la pochezza di questa indagine. Non si fa del bene all’immagine di Bossetti sputtanando le foto del profilo di uno dei giurati, l’ennesima “persona” triturata dai giornaletti, perché così si fa il gioco della Procura, si aiuta a far cadere nel dimenticatoio di chiacchiere, che schifa anche “Giallo”, le vere grandi domande sulla morte di Yara e la condanna di Massimo Giuseppe Bossetti, le prime due “persone”, di una lunga lista di “persone” che non vogliono essere “personaggi”, a rimetterci in questa pessima storia di “persone” e “personaggi”.

 

N.B. la prima immagine a partire dall’alto è tratta dalla pagina https://farefilm.it/tecniche-e-tecnologie/scaricare-film-senza-diritti-dautore-ecco-come-si-pu-fare-molti-siti-5940  mentre la seconda è presa dalla pagina http://psichedintorni.it/facebook-e-social-network-connessi-o-disconnessi/

Il DNA della Requisitoria

Ebbene, noi  a disposizione abbiamo sempre e solo le trasmissioni televisive e, vagamente, qualche “cronacaiolo”, per capire cosa accade al processo di Bergamo. Nostro malgrado, ci riguardiamo qualche passaggio per ascoltare con attenzione le parole che – forse – corrispondono a quelle pronunciate in aula. Un po’ perché non vai a Bergamo a fare la fila (perché magari devi lavorare), un po’ perché è tutto segreto, un po’ perché chi ci va si tiene strette le informazioni o le condivide con pochi eletti, questo è ciò che passa al convento. Ma noi ci siamo sempre arrangiati, perciò faremo lo stesso anche stavolta.

È bene cominciare un discorso sulla Scienza, visto e considerato che al programmone del venerdì sera abbiamo potuto ascoltare gli stralci della prima parte di requisitoria riportata dal giornalismo nostrano. Giornalismo che – con non so quale coraggio, data la sempreverde alterazione della realtà del pulpito -, tra le altre, prevede una condanna basata sulla “propensione alla bugia” dell’imputato, oltre che alle lettere scambiate tra lui e la nostra “Gina”.

Che gli inquirenti non sapessero chi fosse Bossetti non stento a crederlo, anche perché altrimenti non sarebbero arrivati a lui 4 anni dopo la morte della piccola Yara, ma resta sempre un mistero per me acceso il come lo abbiano individuato, dato che non credo alla validità di una scienza esatta senza risposte. O è esatta, quindi mi dà risposte precise, o è inesatta e le risposte sono molteplici, oltre che tutte valide, come dice l’accusatore. Riporto alcuni stralci: “L’apparente anomalia della componente Mitocondriale del DNA ci lascia un interrogativoNon conosciamo le dinamiche del Mitocondrio su una traccia mista, nel mondo sono citati solo due studi…in quest’aula sono state delle spiegazioni, non tutti sono d’accordo. Sono state fatte proposte, espresse preferenze, tutte autorevoli. Ma diciamo che ci si lascia con un interrogativo.”

Non so dire se poi, nella continuazione delle 8 ore di requisitoria, sia stato fatto anche il nome dei consulenti della difesa di Bossetti, il cronista ha fumettato solo quelli che stanno dalla parte della Procura. Comunque sia, io dico, interrogativo? Non conosciamo le dinamiche del mitocondrio su una traccia mista? Nel mondo ci sono solo due studi? Proposte, preferenze, interrogativo? E dopo queste affermazioni si può ancora rivendicare la validità di ciò che qualcuno si ostina a chiamare “prova” per condannare un uomo all’ergastolo? Continuare poi a dire: “Il fatto di non vedere il Dna Mitocondriale non vuol dire che non ci sia”, sinceramente, mi sembra incredibile, al limite del paradossale.

Per questo motivo – oltre alla totale incosistenza degli altri indizi -, non posso non rilevare la contraddizione di una scienza che non sbaglia, ma che al contempo non fornisce certezze. Altrimenti è come dire che nella mia mano ci sono 5 dita, ma potrebbe essercene anche un sesto nonostante non si veda, perché in merito sono stati prodotti dei non meglio precisati studi, ogni teoria è valida, ma la mia preferita è quella che ammette l’esistenza del dito invisibile. Io posso capire che in politica non si ammettano mai gli errori (anche se non comprendo fino in fondo questa legge non scritta), ma negli affari della Giustizia no, ne va della civiltà, della democrazia e della libertà degli individui.

Mi disorienta l’ostinazione con cui si vuol chiudere così questo capitolo, non ha per me un senso. Sono la prima a volere assicurata una verità e una giustizia per la povera vittima, ma non a qualunque costo e – malgrado le urla dei pronostici mediatici – io voglio credere che nessun uomo, togato o meno, possa decidere di girare la chiave della cella che potrebbe tenere dentro Bossetti per tanti, lunghi anni. Detesto questa scontatezza sul primo grado che attende il secondo, sulle storie che si ripetono, sui capri espiatori. Ho bisogno di sapere che viviamo in un Paese diverso da quello che ho davanti.

Sashinka

 

P.s. consiglio di guardare questa replica verso 1h 40m, dove la Consulente della Difesa spiega con estrema chiarezza la questione mitocondriale:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9a7ae0a2-9210-443b-ad97-7a813b0d70df.html

 

 

 

CATTIVE INTENZIONI E MEZZE VERITÀ

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La linea seguita dal Gruppo Giustizia e Verità: no all’accanimento contro Massimo Bossetti, come quella del Blog “Colonna infame”, è sempre stata quella del rispetto per le convinzioni altrui e non ci smentiremo proprio oggi, ma, oggi, abbiamo deciso di essere un tantino meno criptiche nell’esprimere il nostro pensiero. Lontane dal supportare tesi complottistiche non possiamo fare a meno però di osservare quelle che definirei quantomeno stranezze farcite da frottole e figuracce inanellarsi in una trama degna di un best seller. Nessuno dei protagonisti di questo avvincente giallo è innocente, tranne il personaggio intorno al quale ruota tutta la trama e che, ahinoi, conosciamo davvero troppo poco dal momento che è rinchiuso in carcere da 21 mesi. Sarà quindi volontà esplicita dell’autore tenerlo in ombra affinchè il lettore focalizzi l’attenzione su tutto ciò che avviene intorno alla sua figura e giunga così, passo dopo passo, capitolo dopo capitolo, alla conclusione che vi ho di proposito spoilerato nel principio del capoverso. Questo perché l’autore intende porre l’accento sulle “Cattive Intenzioni” e non sulla storia personale del malcapitato che per quanto ci riguarda si potrebbe chiamare Mario Bianchi o Franco Rossi e non farebbe alcuna differenza.

LE CATTIVE INTENZIONI DELLA STAMPA

Delle cattive intenzioni della stampa abbiamo parlato a lungo sin dalle prime battute del caso, senza mai risparmiarci il biasimo nei confronti di testate giornalistiche e pseudo-tali, le quali hanno deliberatamente posto in essere un comportamento deprecabile sia dal punto di vista umano sia da quello deontologico. Peraltro, dopo aver domandato spiegazioni persino al Garante della privacy e dopo esserci documentate sulle norme che regolano l’ordine dei giornalisti, ci siamo dovute confrontare anche col brutto fatto che la troppa attenzione mediatica rispetto a qualunque caso di cronaca nera non ancora risolto può, oltre che fuorviare l’opinione pubblica, essere d’intralcio al corretto svolgimento delle indagini. Le indagini sono un affare molto delicato ed i preposti a portarle avanti sono gli inquirenti, non di certo i giornalisti. È risaputo che le prime ore successive ad un delitto sono le più prolifiche per la raccolta degli indizi che porteranno alla scrematura delle varie piste che si prospettano osservando l’evento in sé. Tutto il lavoro dalle menti istruite a farlo deve essere svolto nel più assoluto riserbo, tale procedura ha persino un nome, “segreto istruttorio”, dunque è palesemente fuori luogo marcare a uomo gli inquirenti per portare a casa uno scoop, semplicemente perché si rischia di compromettere il buon esito delle indagini e non solo, cosa ancor più grave, si rischia di favorire il colpevole del delitto fornendogli il resoconto in tempo reale dei progressi fatti. Ce lo spiega in maniera direi cristallina il Procuratore Capo di Ivrea Dott. Roberto Ferrando nell’apertura della conferenza stampa indetta dopo la cattura dei presunti responsabili, in un attualissimo caso di cronaca. Non c’è bisogno di sottolineare la mia ammirazione nei confronti di quest’uomo, il quale, con sicurezza e padronanza del mezzo, ha espresso via cavo il suo disappunto sull’invadenza degli stessi giornalisti accorsi lì per ascoltare le sue parole, ponendo l’attenzione sul fatto che si era potuti giungere a degli arresti, “nonostante” il remar contro della stampa, solo grazie all’ottimo lavoro degli investigatori che avevano pensato bene di “lanciare un osso” per poter continuare indisturbati a seguire una pista che avevano di proposito tutelato tenendola all’oscuro di tutti. Secondo me non è affatto giusto che chi ha il sacrosanto dovere di svolgere indagini così delicate debba guardarsi le spalle anche dai giornalisti. Per fortuna ci sono ancora Procuratori come il dott. Ferrando, che oltre ad attribuire il giusto valore alle indagini tradizionali rispetto alle molto più fragili piste scientifiche, portano avanti un’inchiesta senza necessariamente sentire il bisogno di diffondere le registrazioni degli interrogatori, né quello di passare veline ai giornali come se non ci fosse un domani. Va da sé che chi, in questo mare inquinato, fa ancora del buon giornalismo coscienzioso, serio, responsabile e scrupoloso non si sentirà in alcun modo toccato dalle mie, ovvero nostre, parole.

LE CATTIVE INTENZIONI DELLA TIFOSERIA INNOCENTISTA

Non me ne voglia il sig. Massimo Bossetti, che langue in una cella e che quindi per ovvie ragioni si fida di chiunque gli scriva due righe di sostegno, gli innocentisti, o almeno una buona parte di essi, sono più dannosi di un cancro al quarto stadio. Definirei inaccettabile e vergognoso, e di questo mi assumo personalmente la responsabilità, il movimento che si è venuto a creare a sostegno dell’imputato Bossetti. In questa vicenda, come del resto in ogni aspetto della nostra quotidianità da meno di un decennio a questa parte, giocano un ruolo fondamentale le piattaforme dei social media. Spesso trattate come terrae nullius, sono vissute dalla maggior parte degli utenti come luoghi, se pur virtuali, franchi da leggi. Qui si ingaggiano battaglie all’ultimo sangue farcite da offese, diffamazioni e comportamenti che si configurano come reati. Esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento, fosse anche il preferire la compagnia dei gatti a quella dei cani, diventa oggetto di valanghe di commenti censori, questo nella migliore delle ipotesi, se non di vere e proprie minacce. Senza dilungarmi molto, quando il social media incontra la cronaca nera genera mostri. Ogni passo avanti nel cammino verso il progresso porta con sé delle problematiche che affondano le radici nella mancanza di cultura e di educazione di una parte di società che, vuoi per indole vuoi per civiltà, non è pronta ad evolversi. Nella fattispecie del caso in oggetto è purtroppo diventato lampante a chiunque si accosti alle numerose pagine facebook aperte a sostegno dell’imputato che questi “innocentisti del terzo tipo” si coprono di ridicolo ogni giorno di più, mettendo in serio imbarazzo chi dal principio aveva cercato di usare il mezzo per raccogliere informazioni, porsi delle semplici domande e cercare di chiarire punti oscuri della vicenda con l’unico intento di cercare la Verità nel rispetto della presunzione di innocenza, non per il singolo ma in senso più ampio, intesa come diritto inalienabile di ogni cittadino sottoposto ad una misura cautelare preventiva o comunque indagato, anche a piede libero, per un determinato reato. Va bene il sostegno epistolare ed economico, specie nei confronti di una famiglia di mezzi modesti, anzi è lodevole se visto sotto questo aspetto, va male il vanto di tale sostegno, non ci vuole uno scienziato per comprendere che lo stesso gesto può assumere due connotazioni diametralmente opposte. La febbre da protagonismo non fa sconti, solo pochissimi sono risultati dotati degli anticorpi che li hanno immunizzati da quest’epidemia che richiama alla mente la trama di alcune tra le serie tv più in voga al momento. Innocentisti e colpevolisti tutti egualmente contagiati da questo virus mangiacervelli, mossi da una sete insaziabile di particolari scabrosi e dal desiderio di sangue e vendetta, animati dall’odio, pronti a sfogare ogni sorta di aggressività e rabbia repressa. Personaggi indegni che con il benestare di propri simili che li ospitano nella loro pagina pubblica, trafugano pezzi scritti da chi del caso si è sempre occupato senza vanto, senza pretese e senza tornaconti, e qui parlo di noi di Giustizia e Verità, non si sa bene perché ma, visto il pulpito, sospetto con l’unico scopo di schernire chi non si può imbrigliare. Non riesco a percepire nemmeno il barlume della buona fede in questo marasma di menti all’opera, non vedo etica, non vedo morale, non vedo buoni propositi e spero vivamente un giorno di non doverci vedere una serie di interessi personali che spaziano dal desiderio di notorietà alle manie di grandezza, dalla pubblicità per la propria impresa al tornaconto economico. Lettere, fake di lettere, fake di profili facebook, fake di fake, gruppi aperti, segreti e chiusi, hashtag, cronache delle udienze, screen di chat private, offese velate ma anche dirette, minacce di querele, tag impazziti, spionaggio e controspionaggio, lotte intestine, ban, gerarchie di vassalli, valvassori e valvassini, galoppini, medici, genetisti, criminologi e pseudo tali, investigatori privati con manie di grandezza, neo laureati ad honorem, speculatori, gentaglia che gongola e si barcamena, spioni, pulcinella al bisogno, galli cedroni e donnacce, briganti, papponi, cornuti e lacchè divisi in curve, muniti di striscioni e passibili di denunce o qualche volta degni di tapiri sono solo poche tra le categorie che un solo singolo caso di cronaca, di per sé serio e degno di rispetto, non fosse altro per il fatto che c’è di mezzo un morto ammazzato, è riuscito a riunire sotto lo stesso vergognoso tetto. E se non fosse abbastanza squallida l’esistenza tangibile di questa accozzaglia di elementi, visto che per prassi non c’è mai limite al peggio, è bene precisare che, almeno una frangia di essa, vive accampata nelle bacheche di chi dell’imputato dovrebbe fare gli interessi e che quindi, a mio modesto avviso, avrebbe dovuto assicurarsi sin dal principio, impegni permettendo, che si mantenesse un clima di serietà e rispetto almeno nei propri spazi e, laddove non fosse stato possibile, oscurarli fino alla fine del dibattimento. Dai polveroni si esce sconfitti e strumentalizzarli per raggiungere uno scopo è una scelta suicida.
E infatti è quasi logico utilizzare la grande domanda, quella memorabile, e chiederci: a chi giova? Non posso credere che le mosse sbagliate di chi si dice “amico di Massy” siano davvero così puntuali e precise solamente per una serie infinita di coincidenze. Cosa spinge la gente a non considerare il danno mediatico, il piatto servito a giornalacci che venderebbero la propria madre, oltre a un’accusa che probabilmente aveva previsto tutta un’altra storia? Sarebbe potuto diventare un grande movimento sulla presunzione di non colpevolezza, molto più maturo, forse, perché non “gestito” da intellettuali annoiati o politici con bisogno di tornaconto. Sarebbe potuta diventare una campagna di civiltà – partendo da Massimo Bossetti per ricordare gli errori giudiziari di ieri e prevenire quelli di domani -, dal basso, senza pretese salottiere, visto che anche gli stessi signorotti, sulla vicenda, non hanno speso una parola, né le femministe si sono pronunciate sulla “lapidazione” di due donne, Ester e Marita, che sono encomiabili a partire dal fatto che si reggono ancora in piedi. Non giova a Massimo Bossetti la congrega settaria, pronta a spintonarsi per chi ha il diritto di parola sul caso, gelosa marcia delle sue visite al Palazzo di Giustizia, tanto da concedere un paio di informazioni su qualche profilo, nella stessa maniera in cui la tanto odiata stampa ci dà il contentino di due notizie in croce. Duole, non piace, parlare di tifoseria, perché al suo interno ci sono persone nobili, che da mesi supportano l’imputato in tutti i modi possibili, senza emergere, silenziosi, dignitosi e convinti, ma – ripeto – duole, anche perché non tenere conto di ciò che non funziona è mettere il prosciutto sugli occhi, è accontentarsi di difenderlo con le mosche addosso, con un ego gigante parato davanti a un percorso già tortuoso e con il costante rischio di mettere in pericolo lui e la sua famiglia.

LE CATTIVE INTENZIONI DELLA PUBBLICA ACCUSA E DEI PERITI DI PARTE

Senza stare a rivangare il passato che ci ha mostrato un caso di cronaca rimasto nell’oblio delle supposizioni e delle incertezze per un tempo lunghissimo, complice anche il rinvenimento del cadavere della piccola Gambirasio dopo ben tre mesi dalla sua scomparsa, ci dovremmo soffermare su alcuni particolari degni di nota per comprendere dove la buona fede riposta in un’indagine difficile lascia il posto alle cattive intenzioni per necessità. Nella rete di questa pesca con la bomba finisce il malcapitato di cui sopra dopo anni dall’accaduto e rocamboleschi cambi di furgoni, di sospettati e di paternità dubbie. Si è voluti, e fin qui ancora con tanto di buona fede, riporre tutte le speranze nella scienza la quale però, e non lo dico io bensì gli scienziati stessi, non può fornire sempre risposte esatte specialmente se le vengono poste le domande sbagliate. Ma qui si è fatto molto di più, si è scelto scientemente di prendere per buone solo le verità che facevano comodo. Una volta giunti al dibattimento si è assistito, e si sta assistendo tuttora, ad un processo dove a farla da padrone sono le mezze verità e non solo nell’ambito della prova scientifica. Ma riassumiamole ed elenchiamole così da renderne più semplice l’acquisizione. Il furgone verde che diventa bianco, non compie quarantatrè passaggi, ma anche uno solo ci può andare bene. Le ricerche sul pc non sono di carattere pedopornografico, ma l’importante è che passi l’idea che lo potrebbero essere state pur essendo presenti solo ricerche di comune pornografia operata da adulti consenzienti. Il DNA è quantomeno anomalo, ma che importa. Prendiamoci solo quello che ci interessa, e che chissà per quale stravagante motivo non si sposa con la sua diretta metà, tanto la popolazione non è certo composta da genetisti, quindi ci basterà sguinzagliare in tv facce attendibili che ne proclamano la assoluta bontà e la forca è servita. La deposizione in aula di una testimone oculare fortemente voluta dalla pubblica accusa, questa è il massimo, non va assunta nella sua totalità perché questo vorrebbe dire ammettere che la vittima avesse una conoscenza pregressa con il suo presunto carnefice, quindi va “aggiustata”, revisionata e corretta in virtù soprattutto del fatto che non si è mai potuto dimostrare che i due fossero mai venuti in contatto. Quindi l’uomo riconosciuto in aula nella persona dell’imputato era sicuramente lo stesso uomo visto sei anni prima in un parcheggio mentre all’interno della sua autovettura con atteggiamento predatorio attendeva una minorenne che non era imparentata con lui, ma la ragazzina in pantaloncini che con molta nonchalance trotterellava verso l’auto, sciolta e disinvolta mentre si incontrava con un bruto, o quantomeno con un uomo che sarebbe potuto esserle padre, non era nel modo più assoluto la giovane vittima. Pur avendo sostenuto la testimone, sin dal principio, che la giovane fosse proprio la vittima, il suo ricordo in questa circostanza può essere stato viziato dalla massiccia diffusione di foto che la ritraevano nel periodo in cui risultava scomparsa e in quello immediatamente successivo in cui si cercava il suo assassino. La stessa regola non vale però per l’imputato che in quel parcheggio, soccombendo al suo insaziabile desiderio di avere contatti con delle ragazzine, aprì lo sportello ad una bambina con la quale si intrattenne, come era solito fare, in pieno giorno in luoghi pubblici. Insomma, questa testimonianza sarebbe attendibile a metà, ma, e qui faccio tanto di cappello all’avvocato Camporini che ha tutta la mia stima non fosse altro perché oltre ad essere indiscutibilmente preparato mantiene un profilo basso e questo gli fa onore, non si può chiedere ad una giuria di prendere per buona mezza deposizione o quantomeno, laddove la testimone avesse ritrattato la sua certezza riguardo al riconoscimento della ragazzina, chiedere di dare per buono il racconto solo per suffragare la teoria che l’imputato fosse solito a tali comportamenti. A questo punto c’è da puntualizzare anche un altro aspetto che ci dà la misura di quanto sia stata approssimativa tutta l’inchiesta. Alla bisogna l’imputato cambia pelle come un serpente, ossia rientra in due categorie di predatori distinte e separate per non dire opposte. A volte gli esperti che ci elargisco perle di saggezza via cavo possono diventare un’arma a doppio taglio, se appena appena gli si vuole riconoscere un minimo di credito. Perché un predatore audace e disinvolto capace di esercitare il suo fascino sulle vittime, sfidando il mito di Ted Bundy, al punto da non avere alcun problema a dar loro appuntamento in una pubblica via dovrebbe rischiare un rapimento peraltro complesso, considerando il mezzo di trasporto designato al malfatto? Questo profilo non esiste in nessun manuale di criminologia, ergo l’imputato non è soltanto il proprietario di un DNA privo di mitocondriale, ma eccelle anche per essere un modello per la delinazione di una nuova personalità criminale, oltre ad avere un furgone dal colore cangiante. La verità è che questo processo non si sarebbe mai dovuto celebrare e certe castronerie in un’aula di tribunale seria non sarebbero mai dovute approdare. Ma parlando di cattive intenzioni non posso fare sconti ai periti di parte che di fronte alla possibilità di ripetere esami che potrebbero confermare che il DNA denominato Ignoto 1 coincide con quello dell’imputato, conferendo così attendibilità almeno alla colonna portante su cui si regge l’intero impianto accusatorio, perché gli altri pseudo-indizi sono a dir poco ombre di corollari inesistenti, parano le mani avanti ventilando la scusa dei costi in un’inchiesta che è costata milioni di euro. Velo pietoso. O come direbbe un mio carissimo amico napoletano “Non posso stendere nemmeno quello perché ho terminato le mollette”. L’illusione di un proscioglimento da ogni accusa a carico del sig. Bossetti ha lasciato da tempo il posto all’amara accettazione dell’annunciato esito di questo processo-farsa nel quale sono state convogliate una serie di “cattive intenzioni” che si sono autoalimentate fagocitando la Verità tanto auspicata che non vedrà mai la luce. Forse tra vent’anni, come un fulmine a ciel sereno, nelle battute finali di un Tg verrà annunciato, molto in sordina, che la persona che ha scontato la pena per l’omicidio della giovane Gambirasio è risultato innocente, ma per allora gli artefici della sua condanna non avranno più nulla da temere, alcuni si saranno addirittura dimenticati di tutta questa storia e le uniche vittime rimarranno una ragazza che non è mai diventata adulta e un adulto che è invecchiato in prigione. Un anno fa speravo ancora che il buon senso e l’onestà intellettuale di chi è deputato all’esecuzione della legge non lasciasse spazio al pregiudizio di conferma che assale i comuni mortali, mi illudevo che coloro i quali sono investiti da cariche così delicate dalle quali dipende la vita di ogni singolo individuo della società fossero immuni da tali debolezze. Mi sbagliavo. L’elenco dettagliato delle “CATTIVE INTENZIONI” ci fornisce il metro del continuo spostamento del limite della decenza, del buon gusto e, cosa peggiore, della legalità.

Il gruppo Giustizia e Verità

La festa è finita, liberate Bossetti

debt-money-dna “Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato.”

(Albert Einstein, lettera a Max Born del 4 dicembre 1926)


In principio fu la menzogna.
Se la vicenda mediatico-giudiziaria relativa al sig. Massimo Bossetti fosse collocata in un testo religioso, senza dubbio si aprirebbe con queste parole.

D’altro canto, gli elementi di stampo mitologico sembrano non mancare: dal misterioso furgone bianco che cambia volta a volta i propri connotati strutturali quel tanto che basta per adeguarli alla bisogna, alla “magica” polvere di calce che si ritiene il muratore porti sempre con sé, ed in effetti tanto magica da comparire nell’alveo bronchiale nell’ordinanza del GIP e da non essere invece evidenziata, nello stesso punto, dalla relazione autoptica. Non è un caso che la maggior parte dello spazio su questo blog sia stata dedicata a smentire una lunga serie di notizie distorte e insussistenti, ma la madre di tutte le inesattezze, quella che ha dato sin dall’inizio un manto d’infallibilità a questa indagine costellata di errori è stata quella secondo la quale l’analisi del DNA sarebbe stata ripetuta da quattro diversi laboratori.
Ce lo hanno ripetuto per mesi, in tutti i modi e in tutte le salse, ma non corrisponde al vero. C’è infatti una differenza sostanziale tra il fare un’analisi (cosa fatta da un solo laboratorio) e il controllarne i risultati su carta al fine di “certificarla”: e c’è una differenza sostanziale, perché se c’è un errore a monte in una qualsiasi fase precedente, in questo modo l’errore verrebbe semplicemente replicato, sic et simpliciter.

Qualche giorno fa è stato pubblicato in questo blog l’articolo Ignoto1? Un DNA impossibile in natura. Ed ora affannatevi meno nell’arrampicata sugli specchi e liberate Massimo Bossetti: questo articolo, che tanti ha fatto saltare sulla sedia in quanto meno diplomatico del solito, è stato pubblicato sulla base di presupposti ben precisi, e nessuna considerazione è stata lasciata al caso.

Di recente, qualcuno ha ben pensato di provare a sostenere, naturalmente senza alcuna valida argomentazione sottesa, che quanto recentemente divulgato in relazione alla non corrispondenza del dna mitocondriale di Ignoto1 con quello di Massimo Bossetti sia poco più che una quisquilia, o un cavillo difensivo.
E’ intervenuto perfino il Procuratore di Bergamo, Dott. Francesco Dettori, il quale ha affermato quanto segue:
«Sulle notizie apparse sui mezzi di comunicazione di massa in ordine alla valenza probatoria del dna repertato e utilizzato nel processo a carico di Massimo Giuseppe Bosseti, mettendola in qualche modo in discussione e incentrando le relative critiche sulla distinzione tra dna mitocondriale e dna nucleare, la procura di Bergamo ribadisce che tale profilo è stato già oggetto di ampia e approfondita valutazione in sede di accertamenti tecnici, con i risultati ampiamente conosciuti e che tali evidentemente rimangono».

Sembra quasi voler dire, il Dott. Dettori, nel suo palesare un certo fastidio in relazione alla notizie apparse circa la non corrispondenza del dna mitocondriale, che i panni sporchi si lavano in famiglia.
Chi scrive, in realtà, avrebbe ben gradito una situazione nella quale le vicende giudiziarie sono appannaggio dei tribunali e non di giornali e trasmissioni televisive, ma deve essere rammentato che chi ha portato fuori dalla famiglia i proverbiali panni sporchi (e che in questo caso sembrano essere davvero molto sporchi) non è certo stata la difesa del sig. Bossetti.
Deve essere rammentato anche che non c’è stato alcun intervento del Procuratore nel momento in cui, ad esempio, sono stati dati in pasto ai giornali stralci di interrogatori i cui contenuti, privi non solo di qualsivoglia valenza indiziante ma anche di qualsivoglia interesse pubblico sotteso, si configuravano come palesemente lesivi della privacy e della dignità di un’intera famiglia (oltre che, ovviamente, dell’indagato, il quale è pure una persona che deve essere, ove possibile, tutelata).

In questo caso, però, non siamo di fronte alla divulgazione di un elemento inutile, ma di un elemento che in qualsiasi Paese civile (per inferenza logica è dunque evidente che l’Italia non possa definirsi tale) avrebbe comportato l’immediata scarcerazione dell’indagato: infatti, come vedremo nel corso dell’articolo, da un punto di vista strettamente logico e perfino scientifico, non si può assolutamente ritenere alla luce delle nuove risultanze che “i risultati ampiamente conosciuti” rimangano tali e l’unica conclusione possibile e, a parere di chi scrive, irrefutabile, sembra essere il fatto che il sig. Bossetti non possa essere considerato Ignoto1.

Ora, in qualità di curatrice di questo blog, vorrei fare alcune doverose premesse.
La prima è che non mi sono mai limitata, in questo spazio, a riportare acriticamente tesi difensive, come pure qualcuno ha provato a sostenere.
Se mi desse una qualche soddisfazione personale divulgare veline preconfezionate, allora di certo, anziché scrivere (ben volentieri) a titolo gratuito su questo blog, lavorerei per qualche grande ed importante testata giornalistica, magari finanziata dai contribuenti.
Tra le linee guida di una tale testata giornalistica comparirebbero certo, sciorinati con veemenza ma raramente rispettati, ideali di correttezza deontologica e accuratezza delle notizie, magari anche riferimenti all’uguaglianza e ai principi democratici, ostentati in vetrina ma solertemente dimenticati.
In quel caso avrei potuto riportare per mesi, certa o quasi di una totale impunità, una lunga serie di pseudonotizie tese unicamente a ingenerare nell’opinione pubblica la convinzione che il sig. Massimo Bossetti sia colpevole, pur accorgendomi della fallacia delle stesse e senza mai offrire contraddittorio.
Avrei dedicato lungo spazio alle lampade solari fatte dal sig. Bossetti in un centro estetico “vicino alla fermata del bus di Yara”, naturalmente fingendo di dimenticare che i centri estetici sono chiusi nelle fasce orarie in cui gli studenti prendono l’autobus, e ancora avrei provato a sostenere, senza alcuna vergogna, che costituisca un fatto sospetto e del tutto inusuale l’acquisto di materiali edili da parte di un muratore.
Di contro, al venir fuori una notizia clamorosa come la non corrispondenza del dna mitocondriale di Ignoto1 con quello di Massimo Bossetti, anziché fare quanto dovuto, ossia mettere in discussione l’operato degli inquirenti, sarei corsa immediatamente non da un genetista esterno al caso per chiedere ragguagli sulle implicazioni di un fatto simile, ma dai consulenti della Procura, per dare loro la possibilità di salvare il salvabile (e tutelare i propri scranni) arrampicandosi sugli specchi, e soprattutto tranquillizzando i lettori del fatto che, no, non c’è nessun errore e che, parafrasando le eloquenti parole dell’Avv. Claudio Salvagni, sia cosa del tutto normale avere nelle proprie cellule un dna nucleare riconducibile ai propri genitori e un dna mitocondriale del proprio vicino di casa.

In data 30 gennaio su Il Garantista Errico Novi ha intervistato il Prof. Alessandro Meluzzi (vedi qui: http://ilgarantista.it/2015/01/30/quel-dna-e-costato-troppo-lo-difenderanno-coi-denti-anche-se-e-una-bufala/).

L’intervista, intitolata “Quel Dna è costato troppo: lo difenderanno coi denti, anche se è una bufala“, un titolo da me apprezzato, essendo ormai chiaro che le cose stanno proprio in questo modo -e lo dico da persona ben poco amante delle dietrologie, ma anche abbastanza acuta da comprendere quando sia il vil denaro a muovere determinati meccanismi-, proponeva una serie di considerazioni interessanti, ma ai fini di questa trattazione ne richiamerò due in particolare.
Con riferimento alla improponibile (e verrà spiegato anche il perché di un aggettivo così categorico) linea difensiva adottata dai consulenti della Procura, il Prof. Meluzzi sottolineava come tale linea non risponda al quesito di base che viene posto, ed evidenziava inoltre come il sostenere la “bontà” e la valenza probatoria di quella traccia, alla luce degli ultimi riscontri, sembri rispondere ad un criterio di tipo “esoterico” piuttosto che scientifico.

Ora, non so effettivamente se il Professore si sia lasciato andare ad una considerazione spontanea o se ci fosse, a monte, un percorso riflessivo più complesso, tuttavia penso che questa constatazione riassuma un concetto fondamentale, che poi è lo stesso sotteso alla battuta (ironica solo in minima parte) riportata nell’articolo precedente, secondo la quale, a questo punto, solo il Divino Otelma potrebbe risolvere il busillis.

Il grande antropologo Lucien Lévy-Bruhl dedicò una serie di studi ai popoli primitivi, caratterizzati da culture con una netta preponderanza di un pensiero di tipo “magico”.
Lo studioso parlava, a tal proposito, di “prelogismo”, volendo con ciò evidenziare la differenza ed il distacco di simili concezioni rispetto al pensiero sviluppatosi a partire dalla nascita della logica classica, in seno alla quale vennero elaborati, per la prima volta, i principi di identità e non contraddizione.

Il principio di non contraddizione, alla base del pensiero razionale e scientifico, afferma la falsità di ogni proposizione che implichi un fatto e, in concomitanza, la sua negazione. Aristotele definisce il principio in questi termini:

“È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo .”

Applicando questo criterio razionale al caso in disamina, è chiaro che debba essere rigettato l’assurdo sulla base del quale il sig. Bossetti possa trovarsi ad essere (sulla base del DNA nucleare), e contemporaneamente a non essere (sulla base del DNA mitocondriale), Ignoto1.

E’ un criterio di tipo logico e scientifico a portare a questa conclusione, mentre la conclusione opposta risponde ad una concezione sottesa che disconosce palesemente i cardini della scienza.
A nulla vale sostenere che il dna mitocondriale abbia minor potere identificativo.
Sia chiaro: nessuno mette in dubbio questa affermazione, trattandosi di una constatazione acclarata, in quanto, mentre il dna nucleare contiene informazioni ereditate sia in linea materna sia in linea paterna, il dna mitocondriale è ereditato unicamente dalla madre ed è condiviso dall’intero ceppo materno (identico).
Se sul luogo di un delitto fosse rinvenuto il mio dna mitocondriale sarebbe dunque impossibile (essendo identico) stabilire se è mio, di mia madre, di mia nonna materna, di mio fratello e così via- mentre il dubbio si chiarirebbe definitivamente con il dna nucleare. Un’evidenza altrettanto inoppugnabile, tuttavia, è il fatto che in natura non esiste e non può esistere nessuna cellula che abbia un corredo di informazioni che rimandi a soggetti diversi nel nucleo e nel mitocondrio.

La mattina del 28 gennaio, su Radio Padania, è stato intervistato il Dott. Marzio Capra, biologo e genetista forense di chiara fama, con particolare riferimento al caso Yara e all’ultima novità del dna mitocondriale.

Il Dott. Capra, in relazione all’assurdità di questa anomalia, ha proposto il significativo paragone di una persona che si guardi allo specchio e, normalmente, vi si riconosca, ma poi si accorga, voltandosi di spalle, di essere un altro soggetto completamente diverso.
Il Dott. Capra ha anche sottolineato che già da anni era noto che quella traccia presentasse alcune grosse anomalie “difficilmente spiegabili o inspiegabili”.

Inserisco, di seguito, la trasmissione menzionata, segnalando che la parte relativa al caso Yara comincia al minuto 47:

Alcune delle anomalie cui il Dott. Capra fa riferimento furono segnatamente evidenziate dai RIS, e riprese dalla difesa del signor Massimo Bossetti nell’istanza di scarcerazione presentata a settembre.

Relazione RIS Anche in questo caso, come da copione, ci si affannò immediatamente a sminuire la cosa, tuttavia quanto sottolineato dalla difesa del sig. Bossetti rimandava ad alcune considerazioni non di poco conto.

Ci si chiedeva infatti se tale traccia dovesse davvero considerarsi “oltre ogni ragionevole dubbio”, e ce lo si chiedeva in quanto appare chiaro, dalla relazione dei RIS, ed anche il Dott. Marzio Capra ha avuto modo di soffermarsi sull’argomento, che ci troviamo quantomeno di fronte ad un campionamento ambiguo, nel quale la traccia biologica riscontrata non è visibile a occhio, a causa della forte degradazione del materiale, ma nel contempo non emerge una corrispettiva degradazione del DNA, che infatti consente non solo di estrarre un profilo completo ma si presenta, addirittura, “abbondantemente cellularizzato”, salvo poi non consentire di diagnosticarne l’origine biologica.

Tuttavia, se in relazione a queste anomalie si poteva obiettare (e si è obiettato) che non potessero inficiare i risultati ottenuti, posto che era stato in ogni caso estratto un profilo completo, non si può rispondere altrettanto di fronte all’evidenza di un dna mitcondriale non coincidente con quello dell’indagato, e nondimeno perfettamente chiaro e appartenente a persona specifica, diversa dall’indagato e allo stato non identificata.

Al fine di spiegare meglio questa anomalia, ho chiesto delucidazioni ad alcuni biologi e genetisti, e le spiegazioni ricevute mi sembrano del tutto incompatibili con la linea assunta dai consulenti della Procura di Bergamo e dai loro amici e colleghi; cosa peraltro del tutto comprensibile: in tempi non sospetti inserii nel blog una traduzione, fatta dall’amico Rocco Cerchiara, di Forensic DNA Evidence. The Myth of Infallibility, del Prof. William C. Thompson, che stigmatizzava a più riprese (con riferimento a casi concreti nella casistica statunitense) la reticenza dei laboratori coinvolti nell’ammissione di eventuali errori.

A tal proposito è interessante notare come questa evidenza paia turbare i sonni di molti, causando una serie di imbarazzanti inversioni di tendenza.
Così, c’è chi fino a qualche giorno fa riteneva che, nel caso di specie, fosse impossibile (peraltro non si capisce su quale base) che potesse configurasi un’ipotesi di trasferimento secondario del dna o una contaminazione, ed ora sostiene con veemenza queste ipotesi, ovviamente -ça va sans dire- limitandole al solo DNA mitocondriale, e senza che alcuna considerazione realmente scientifica di fondo possa avvalorare un simile quadro.
Allo stesso modo, c’è anche chi fino a poco tempo fa si palesava garantista ritenendo prospettabile l’ipotesi del trasporto ma, alla luce della non corrispondenza del dna mitocondriale, sembra aver maturato un inspiegabile livore nei confronti della difesa del sig. Bossetti, arroccandosi in una posizione che potrebbe essere riassunta in questi termini: “difendetelo pure, ma nessuno parli di dna mitocondriale!”

Esempi che ben mostrano, purtroppo, il volto di una scienza che si risolve in malleabili formule di stile, un contenitore vuoto nel quale inserire tutto e il contrario di tutto secondo la convenienza del momento.

Dopo aver evidenziato tutto questo, la questione che vorrei sollevare è, di fatto, una sola. Orbene, se qualcuno nei salottini televisivi non ha avuto molti peli sulla lingua nel dichiarare che gli importa relativamente poco del sig. Bossetti, io ne ho ancor meno nell’affermare che a me non importa assolutamente nulla di quanti, di fronte ad una clamorosa cantonata, potrebbero vedere stroncata la propria fiorente carriera.

Detto questo, e posto altresì che di fronte ad una Procura (il cui discutibile modus operandi è stato, in queste pagine, abbondantemente illustrato) che ha avuto ed ha a disposizione milioni di euro pubblici, e ad un operaio che protesta la propria innocenza e al quale non posso che credere, a questo punto per ragioni palesi, non ho dubbi su quale posizione sia dovere etico e civile assumere, penso che le cose, laddove chiare, debbano essere ribadite, e lo faccio subito, ripetendo che in natura non è scientificamente possibile che nella stessa (e poi vedremo perché ribadisco la parola stessa) cellula ci sia il dna mitocondriale di un soggetto e quello nucleare di un altro.

Vorrei a questo punto riportare alcune considerazioni scientifiche, scusandomi anticipatamente per l’eventuale inadeguatezza terminologica o altre piccole “sbavature” in tal senso, ma si tratta di cose che mi sono state spiegate, da esperti di settore, per mezzo di esempi adeguati ai “non addetti ai lavori”.

Come anticipato, è del tutto inutile sostenere che sia maggiormente identificativo il dna nucleare, in quanto caratteristica precipua della scienza e del metodo scientifico è la ripetibilità di esperimenti e risultati: è proprio a questo che la scienza deve la sua robustezza, ed è in virtù di questo che si distingue dalla superstizione e dalla ciarlataneria.

In un contesto scientifico, se si ha un protocollo e lo si ripete, il risultato è sempre il medesimo, ed in caso contrario è l’intero procedimento a risultare travolto.
Insomma, mettiamoci d’accordo: se, come ci è stato ripetuto per mesi, “la scienza non mente”, non mente neppure quando scagiona l’indagato e neppure quando, evidenziando un errore a monte, mette a rischio gli scranni di tanti illustri signori.

Alla luce dei presupposti sui quali si basa il metodo scientifico, implicante appunto la riproducibilità degli esperimenti e la compatibilità dei risultati ottenuti, se si ha una cellula con il dna nucleare di X, anche il dna mitocondriale deve essere di X.

Se ciò non accade qualcosa non va e anche se di norma l’identificazione si fa per mezzo del dna nucleare (in quanto contenente un maggior numero di informazioni), ovviamente la si fa nella prospettiva che il dna mitocondriale sia della stessa persona, essendo il contrario impossibile in natura: ribadisco il concetto “impossibile in natura” perché, nel caso di specie, vi è una impossibilità per ragioni squisitamente scientifiche di qualsivoglia ipotesi alternativa, come illustrerò nelle righe successive.

“Merita” a questo punto di essere richiamata un’altra ipotesi prospettata dai consulenti della Procura, secondo i quali il mtDNA del sig. Bossetti sarebbe stato “coperto”: questa tesi propone un caso che appare non prospettabile nel caso di specie.

Anzitutto, è chiaro che se un dna mitcondriale può essere coperto, di certo non può materializzarsene un altro ex nihilo, cosa che invece dovrebbe essere evidentemente accaduta in questo caso.
Su questo aspetto, non credo si possano sollevare obiezioni, se non proponendo un Ignoto2, con il mtDNA di Ignoto1 che scompare, mentre nel contempo scompare il dna nucleare di Ignoto2.

Se si vuole proporre una soluzione di questo tipo, o siamo di fronte ad un miracolo tanto grande ed evidente da far annichilire qualunque adepto del CICAP, oppure, più prosaicamente, ci troviamo di fronte ad una clamorosa arrampicata sui vetri.

La prima considerazione da fare, infatti, può essere riassunta in termini molto spicci: non prendiamoci in giro.
Un’ipotesi di questo tipo implicherebbe una serie di avvenimenti tanto incredibili da non avere neppure la minima parvenza di credibilità sul piano sostanziale: bisognerebbe infatti postulare due diversi agenti che lascino una traccia biologica esattamente nel medesimo punto ed in secondo luogo bisognerebbe postulare una scomparsa “selettiva” delle parti “scomode” dei rispettivi dna.

Ci troviamo di per sé dinnanzi ad una ipotesi estremamente risibile, ma in realtà esistono anche ragioni di tipo scientifico che portano a ritenere che questa soluzione nel caso in disamina sia del tutto impossibile.
Affinché una parte del dna venga “coperta” devono ricorrere una serie di condizioni che in questo caso non sono soddisfatte.
Per mostrare come una parte del dna di un soggetto possa essere “coperta”, faccio un esempio pratico, lo stesso che è stato fatto a me.

Si tratta di un esempio “scolastico” e diverso dal caso in esame, finalizzato unicamente a comprendere il meccanismo di fondo.
Il mio sangue gocciola sul campione di tessuto epidermico di X.
Supponendo che accada che nella mia goccia di sangue non ci siano globuli bianchi ma solo piastrine e globuli rossi, nel momento in cui andassi ad analizzare la traccia troverei una popolazione finale mista, con nuclei solo di X ma con mitocondri miei e suoi, perché i globuli rossi non hanno nucleo.
Questo accadrebbe perché quando si sequenzia un frammento di DNA la popolazione minore in una situazione mista è sfavorita, a volte tanto da sembrare un rumore di fondo e (questo dipende molto dai kit utilizzati) da non essere rilevata.

Allontanandoci dall’esempio scolastico e prospettando un caso autentico, la possibilità astratta si configura in questi termini: sia il nucleo sia i mitocondri sono protetti da una membrana, per cui una rottura della cellula non implica necessariamente anche la rottura del nucleo o dei mitocondri; di conseguenza, nel caso di una traccia mista, con più contributori, può verificarsi che nuclei e mitocondri di persone diverse si mischino nella medesima traccia e che la componente minore, sfavorita, non venga rilevata.

Affinché un’ipotesi di questo tipo possa in concreto verificarsi, è però necessario che le cellule non siano integre (devono essere spezzate, ridotte in frammenti), condizione che non è affatto soddisfatta nel caso di Ignoto1.

A dirlo, ancora una volta, non sono i consulenti della difesa, ma la relazione dei RIS richiamata nell’ordinanza che definisce la traccia come “abbondantemente cellularizzata”. Fluido-cellularizzato Abbondantemente cellularizzata significa, in genetica forense ma anche in Italiano, che le cellule sono integre, in caso contrario il fluido non potrebbe mai essere definito cellularizzato, perché non ci sarebbero cellule, ma frammenti, e meno ancora potrebbe definirsi “abbondantemente cellularizzato”.

Posto dunque che il dna mitocondriale del sig. Bossetti non può, nel caso concreto, essere stato “coperto” dalla componente biologica di Yara o di un terzo, è evidente che ci troviamo di fronte ad una situazione nella quale è impossibile sostenere con sicumera che il sig. Bossetti sia Ignoto1.

Appare peraltro strano un errore interpretativo sul dna mitocondriale perché, come evidenziato nel precedente articolo, sussistono elementi di fatto che fanno sospettare che tale esito negativo non sia stato ottenuto ora per la prima volta.

A questo punto le spiegazioni mi pare siano solo due, ed entrambe portano alla medesima conclusione: Massimo Bossetti non può essere scientificamente considerato Ignoto1.

Il teorema viene travolto sin dalle fondamenta, in quanto se in una cellula il dna mitocondriale non appartiene all’indagato, non ci può essere, nella parte nucleare, nessuna decantata “naturale corrispondenza su 21 marcatori autosomici STR”.

Infatti, posto che in natura, come sopra evidenziato, non esiste e non può esistere nessuna cellula che abbia un corredo di informazioni che rimandi a soggetti diversi nel nucleo e nel mitocondrio, o siamo di fronte ad un frutto di laboratorio, nel qual caso la corrispondenza non può dirsi “naturale”, o -se si vuole sostenere che si tratta di un dna naturale e posto che nessuno sembra contestare la non corrispondenza mitocondriale, peraltro messa nero su bianco da consulente della pubblica accusa- c’è un errore (di tipo procedurale o meramente interpretativo) per quanto attiene alla parte nucleare e non c’è, consequenzialmente, la corrispondenza su tutti i 21 marcatori autosomici.

In questo caso, che tuttavia è una semplice ipotesi al momento non suffragata da elementi certi e che dunque suggerisco di prendere con il dovuto beneficio di inventario, potrebbe darsi che la corrispondenza esista ma sia in realtà inferiore a quella prospettata, magari comunque alta ma non completa, cosa che potrebbe trovare spiegazioni congrue nelle “sottopopolazioni”: è attestato, infatti, che gli appartenenti a sottopopolazioni (quale potrebbe essere, ad esempio, quella della Val Seriana) tendono ad avere dna simili, tanto da provocare, talvolta, effetti distorsivi considerevoli sulla random match probability (Jobling&Gill, 2004).
Per il resto, c’è da sottolineare altresì che una sopravvalutazione della corrispondenza potrebbe essere dovuta al fatto che mi pare chiaro che la comparazione non sia stata effettuata in cieco, ossia tra il 15 e il 16 giugno si sapeva bene di star comparando il dna di Ignoto1 con quello della persona sospettata di essere Ignoto1: questa consapevolezza può causare, anche del tutto involontariamente, errori interpretativi, dei quali la casistica statunitense è costellata.

In conclusione mi pare si possa dunque affermare che il tanto decantato cavallo di battaglia della Procura di Bergamo si sia rivelato un cavallo zoppo, o forse dovremmo dire un cavallo inesistente.
Lascio ai lettori la valutazione dell’atteggiamento tenuto, in merito, dalla Procura di Bergamo, e mi limito ad una considerazione giuridica.

L’articolo 25 della nostra Costituzione sancisce il principio di riserva di legge delle norme penali, di ascendenza illuministica, che porta con sé un triplice corollario: il principio di precisione, che vincola il legislatore a formulare le norme penali nel modo più chiaro possibile, il principio di tassatività, che lo vincola a formulare norme incriminatrici rispettose del divieto di analogia della legge penale, e infine il principio di determinatezza, che impone al legislatore di incriminare solo fatti suscettibili di essere accertati e provati nel processo.

Tale principio fu elaborato da Montesquieu e successivamente approfondito da Feuerbach e dall’italiano Beccaria.
In questa sede non parliamo di legislazione, dunque il richiamo potrebbe apparire improprio, ma se si riflette sulla ratio di questo principio e dei suoi corollari, i quali implicano che le decisioni sulla libertà di un individuo non possano e non debbano essere rimesse all’arbitrio di un giudice privo di limiti ben delineati, diviene chiaro il perché la scrivente ritenga che, sulla base delle ultime risultanze, il sig. Massimo Bossetti non dovrebbe, in un Paese civile, neppure essere rinviato a giudizio, ma scarcerato con tante scuse, che dovrebbero quanto prima prendere il posto della strenua negazione dell’evidenza.
Ho parlato più volte, in questa pagine, del paradosso del iudex peritus peritorum in relazione alla prova scientifica: ma se la prova scientifica si configura come prova insussistente e piegata ad interessi d’altro calibro, la questione diviene ben più grave, e il rischio è proprio che si decida inaccettabilmente ad libitum sulle sorti di un cittadino.

Questa vicenda è costellata di troppi errori e di troppi dubbi.
Dubbi che si sono conficcati come spine nella coscienza di chiunque abbia seguito il caso in maniera autenticamente critica sin dall’inizio.
Dubbi che portano ad un’unica conclusione: da oltre sette mesi, nella casa circondariale di Bergamo, è rinchiuso un innocente.
Per mesi ci è stato ripetuto che “il dna non vola” (frase peraltro del tutto risibile, posto che il dna, pur non volando, è trasportabile e la prova scientifica dovrebbe essere decisamente demistificata), ora la prospettiva di mitocondri volanti sembra allettare gli stessi solerti sostenitori della prima ora della frase di cui sopra.

Io credo che ci sia più di una persona che dovrebbe farsi, quanto prima, un accurato esame di coscienza.
Nelle aule dei nostri Tribunali campeggia la scritta secondo la quale “la legge è uguale per tutti”.
Anche le leggi scientifiche sono uguali per tutti, e lo sono anche quando scagionano Massimo Bossetti.

La festa è finita, e siete stati voi a metterlo nero su bianco: scarceratelo, perché nessuna carriera e nessuna spesa, per quanto ingente, vale quanto la libertà umana.

Alessandra Pilloni

Ignoto1? Un DNA impossibile in natura. Ed ora affannatevi meno nell’arrampicata sugli specchi e liberate Massimo Bossetti

necrologio_ignoto1 “I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera.” (Edoardo Mori, giudice)


Articolo scritto a sei mani con Laura e Sashinka.

In data primo agosto, pubblicai su questo blog un articolo intitolato Il re è nudo: siamo tutti Massimo Bossetti: in questo articolo, nell’evidenziare la crescente disinformazione sulla vicenda, qui stigmatizzata sin dai primi tempi, mi permettevo di ascriverla espressamente all’assenza di qualsivoglia elemento probatorio concreto che potesse giustificare la carcerazione del sig. Massimo Bossetti.
In quell’occasione avevo altresì evidenziato una forte somiglianza della vicenda mediatico-giudiziaria relativa al sig. Bossetti con la celebre fiaba di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore, segnatamente per la nonchalance con la quale il sovrano della fiaba, conscio di essere in mutande, continuava tronfio a sfilare tra la folla.

I frequentatori abituali di questo blog saranno certamente già a conoscenza delle ultime informazioni emerse, in particolare della clamorosa non corrispondenza del DNA mitocondriale di Ignoto1 con quello di Massimo Bossetti, evidenziata non dai periti della difesa, ma dall’ultima relazione depositata dai consulenti della pubblica accusa, ed in particolare dal Dott. Carlo Previderè.
Tuttavia, dal momento che in questa sede abbiamo sempre cercato di procedere per gradi al fine di collocare ogni elemento in quadro più ampio, non rinunceremo neppure stavolta all’analisi delle notizie e pseudonotizie susseguitesi negli ultimi tempi.

Perdonate l’ironia racchiusa nell’immagine introduttiva, essa nasconde invero un’indicibile amarezza.
Ci siamo lambiccate il cervello immaginando una ricostruzione degli eventi che spiegasse un trasporto accidentale di materiale organico, ed in effetti siamo riuscite anche a trovare una cospicua casistica scientifica (nell’articolo Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno abbiamo anche inserito specifiche tabelle con dati tecnici, tratte da una nota pubblicazione nell’ambito della genetica forense) e giudiziaria, che non manca di episodi eclatanti.

Naturalmente non ci rimangiamo nulla di quanto scritto fino ad ora, in quanto ci siamo sempre preoccupate di proporre ipotesi giuridicamente e scientificamente accurate, che restano dunque del tutto valide.
Dobbiamo però dire, a questo punto, che proprio nel nome dell’accuratezza delle informazioni e intimorite dalla prospettiva di potere, ventilando ipotesi infondate, arrecare al sig. Bossetti più danni che benefici, abbiamo sempre cercato di respingere in fondo allo stomaco il dubbio di un errore di laboratorio commesso a monte, perché sarebbe stato troppo anche per noi, ipercritiche nei confronti degli investigatori e diffidenti verso la Procura, credere che si lasciasse marcire un uomo in galera per una questione che si riduce al detto “mors tua vita mea”.

Certo lo avevamo ipotizzato, ma più per esorcizzare il pensiero di una simile bestialità che per la convinzione che stesse avvenendo davvero.
Avevamo tuttavia più di una volta, sia pure con discrezione, lasciato trasparire la possibilità di un errore in tal senso, specie dovuto a contaminazione, sottolineando come la cosa, sempre rabbiosamente respinta da opinionisti e presunti esperti negli ultimi mesi, non avrebbe certo costituito una novità nel panorama investigativo e giudiziario nostrano. Gongolare non fa onore e, a dire il vero, non è nemmeno giunto il tempo per farlo, nonostante si possa ormai affermare con sufficiente tranquillità che la traccia biologica che da sette mesi tiene (peraltro indebitamente, vedi qui: AAA cercasi “un giudice a Berlino”: perché la mancata scarcerazione di Bossetti dovrebbe preoccupare tutti noi) in carcere il signor Bossetti, è quantomeno –nella più rosea delle prospettive che si profilano ormai all’orizzonte della pubblica accusacontaminata, dunque inutilizzabile e priva di qualsivoglia valore probatorio.

In ogni caso, finché il sig. Massimo non sarà “dissequestrato”, come ha simpaticamente scritto Luca, un iscritto al nostro gruppo facebook, in un suo commento, e non verrà prosciolto da ogni accusa, non si mangeranno confetti in questa casa.

Deve essere anche chiaro che la nostra scelta di attendere ed auspicare l’immediata, specie alla luce delle ultime risultanze, scarcerazione di Massimo Bossetti non è frutto di simpatie o prese di posizione personali, né tantomeno del fatto che siamo un club di persone invasate e sovversive, come la Dott.ssa Matone, magistrato, sembra considerare (vedi l’articolo Libera espressione: chimera o realtà?) i promotori di gruppi in difesa di questo o quell’indagato.
Dal canto nostro, siamo liete per le grandi e inattese manifestazioni di stima ricevute da più parti nel corso dei mesi, ma qualora ce ne fosse bisogno ricordiamo che abbiamo sempre perorato questa causa senza alcun tornaconto, diretto o indiretto, e per pura convinzione e idealismo personale.

Questo blog è il frutto del lavoro individuale e collettivo di una serie di persone che hanno deciso, dopo aver letto l’ordinanza di custodia cautelare del GIP Ezia Maccora, considerandola, ad onta del linciaggio mediatico senza pari, assolutamente fumosa, di voler discutere il caso, partendo dai propri dubbi, per capirne di più.

Nonostante alcuni di noi abbiano una formazione giuridica, in questa sede abbiamo cercato di valutare la questione sia dal punto di vista formale, sia da quello sostanziale, cercando di ricostruire i fatti: certamente, possiamo allora dire che dietro il nostro progetto c’è di più del semplice garantismo, perché mentre il garantismo è una questione meramente “formale”, noi siamo altresì convinte, sulla base di osservazioni alle quali abbiamo dedicato uno spazio considerevole, dell’innocenza sul piano fattuale del signor Bossetti.
E noi non crediamo a Massimo Bossetti -attenzione!- al fine di ostacolare il corretto svolgimento delle indagini né tantomeno per partito preso, ma gli crediamo per la semplice constatazione del fatto che in oltre sette mesi questa indagine non è riuscita a darci una sola ragione per la quale non credergli, ma anzi ha fatto di tutto per renderci sempre più convinte di quanto già pensavamo.
Nel già menzionato articolo Libera espressione: chimera o realtà?, in particolare, abbiamo individuato e discusso, tra il serio e il faceto, otto pseudonotizie spacciate per indizi a carico del sig. Bossetti dai nostri media, e in realtà autentiche fanfaluche, alcune delle quali molto imbarazzanti; al fine di capire meglio quanto accaduto negli ultimi tempi, è arrivato il momento di offrirvi qualche “nuova” (si fa per dire, perché giornali e Procura di Bergamo sembrano affetti da un’inguaribile carenza di fantasia) perla, ed in particolare di coglierne il meccanismo crono-logico di fondo, ormai chiaro a qualsiasi osservatore dotato di un Q.I. superiore a quello del fratello scemo di Mr. Bean.

Come affermato anche dall’Avv. Claudio Salvagni in un’intervista rilasciata in data 19 dicembre al Garantista con il titolo “Basta sciocchezze Tv, così rovinate un uomo” (http://ilgarantista.it/2014/12/19/lavvocato-di-bossetti-basta-sciocchezze-tv-cosi-rovinate-un-uomo/) la “macchina del fango” si è sempre attivata prontamente ogniqualvolta stessero emergendo o fossero emersi elementi a favore di Massimo Bossetti, da ultimo l’assenza di qualsivoglia riscontro negli accertamenti tecnici condotti su auto, furgone, oggetti sequestrati, telefoni cellulari.

Crediamo che questa dinamica sia ormai chiara a chiunque segua con attenzione il caso, ma di recente il tempismo e i contenuti delle pseudonotizie/veline della Procura sono stati così profondamente imbarazzanti che crediamo valga la pena di riportarli, foss’anche per non togliere ai nostri affezionati lettori il piacere di una sana risata.
In data 12 dicembre i giornali hanno diffuso, un po’ sottovoce ma su questo soprassediamo, la notizia del fatto che è stata depositata la perizia su auto, furgone e oggetti sequestrati a Massimo Bossetti, i cui risultati parlano chiaro: non è stata trovata nessuna traccia riconducibile a Yara.

Una certezza, questa, che non può essere rigirata in alcun modo, trattandosi di un accertamento tecnico irripetibile e regolarmente condotto in contraddittorio.
Appena qualche giorno dopo, in data 16 dicembre, sono arrivati i 180 giorni dal fermo, e con essi è scaduto il termine utile per la richiesta di giudizio immediato, che non è stato chiesto.
Un fatto, questo, di significato e peso notevole.
Il giudizio immediato viene chiesto, ai sensi dell’art. 453 c.p.p., “quando la prova appare evidente”.
La mancata richiesta di giudizio immediato, indica dunque che neppure la Procura di Bergamo ritiene di avere in mano prove evidenti a carico del sig. Bossetti.

I più attenti ricorderanno che per settimane, dopo il fermo del sig. Massimo Bossetti, venne strombazzata ai quattro venti la notizia secondo la quale sarebbe stato chiesto il giudizio immediato.
Le cose, evidentemente, non sono andate così, e il tempo ha dato ragione ai pochi che avevano sempre avuto l’ardire di sostenere che la Procura di Bergamo non avesse in mano nessun autentico elemento probatorio idoneo a superare il vaglio processuale.
Dal momento che per mesi e mesi era stato sostenuto l’opposto, in un mondo ideale ci sarebbe aspettato, il 17 dicembre, qualche articolo giornalistico pronto a fare mea culpa. D’altronde, se dispongono di prove solide, se tutto è chiaro sulla colpevolezza di Massimo Bossetti, per quale motivo non chiudere i faldoni e andare a giudizio?

Ma ecco che accade la sorpresa (si fa per dire), e il 17 dicembre la mancata richiesta di giudizio immediato viene, secondo i soliti moduli ormai noti, coperta con una velina che ha letteralmente dell’incredibile.

Esordiamo nella nostra analisi sottolineando che il modus operandi manifestato nella diffusione ad arte di veline, ha seguito un criterio davvero scientifico, anche se non per veridicità: sembra infatti rispondere perfettamente al terzo principio della dinamica (3ª legge di Newton).

La 3ª legge di Newton può essere espressa formalmente così: 

Le forze si presentano sempre a coppie. Se un oggetto A esercita una forza F su un oggetto B, allora l’oggetto B eserciterà sull’oggetto A una forza -F uguale e contraria”

o in termini più correnti:

“Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”

Dopo questa chicca scientifica possiamo iniziare la nostra puntata.

Non vogliamo illudere i lettori con la vana speranza di un nuovo elemento, e allora diciamo subito che il 17 dicembre, mentre tutto tace sulla mancata richiesta di giudizio immediato, rispunta, a partire dalla Stampa, la solita e sempre più imbarazzante minestra (sur)riscaldata del furgone bianco, per l’occasione con un vestitino seminuovo: i giornali e la TV ci informano di “nuovi filmati” che mostrerebbero “il furgone di Massimo Bossetti per ben un’ora ripreso a circolare nei pressi della palestra di Yara dalla videocamera di sorveglianza di un distributore” e soprattutto, cosa più divertente di tutte, “riconosciuto grazie ad una macchia di ruggine”.

Smentire la notizia è molto semplice: soprassediamo sul “riconoscimento furgoni a mezzo ruggine” (noi, poco avvezze alle nuove diavolerie delle indagini avvenieristiche, eravamo convinte che gli autoveicoli si riconoscessero sulla base della targa), che riportiamo solo al fine di scatenare l’ilarità dei lettori, e limitiamoci ad evidenziare che la notizia non può essere vera per due motivi semplicissimi.
Anzitutto la videocamera del distributore nei pressi della palestra non può mostrare nessun furgone che gira “intorno alla palestra per un’ora”, in quanto per ragioni di privacy tale videocamera “guarda” esclusivamente all’interno dell’area di servizio.
Dunque, a meno che un furgone non sia rimasto per un’ora a far benzina, quella videocamera non può aver ripreso nessun furgone “per un’ora” né tantomeno “circolare vicino alla palestra”.

L’unica cosa che può aver ripreso è uno delle decine e decine di furgoni che ogni giorno, transitando sulla strada principale di Brembate, si fermano a far benzina. In secondo luogo, non c’è nessun “nuovo filmato” né dai filmati non può saltar fuori nulla di nuovo, perché i filmati sono stati acquisiti 4 anni fa (si resettano dopo qualche mese), dunque ciò che mostrano ora è esattamente ciò che mostravano prima, ossia nulla, tanto che proprio l’assenza di qualsivoglia ancoraggio che consentisse un’indagine “tradizionale” ha portato a spendere sette milioni di euro, riesumare morti, prelevare campioni di DNA alla cieca per anni.

Pensate che le fandonie siano finite qui?
Magari!

Il Giornale ha voluto strafare pubblicando “le foto” (in realtà una sola) che “inchiodano Bossetti” mostrando il suo furgone a Brembate per 50 minuti prima della scomparsa di Yara.
Così, perlomeno, in data 17 dicembre, leggevamo sulla pagina facebook del Giornale.

mgb Alla ricerca di emozioni forti, aprivamo l’articolo, e lì scoprivamo, finalmente, la foto “che inchioda Bossetti” mostrando il suo furgone a Brembate nei 50 minuti precedenti alla scomparsa di Yara.
Eccola:

foto-furgone Non è uno scherzo, secondo Il Giornale questa foto mostra il furgone di Bossetti a Brembate in un orario compreso tra le 18 e le 18,55 circa, in data 26 novembre: è noto a tutti, infatti, che in quell’orario e in quel periodo dell’anno sia pieno giorno!

In realtà, come può essere verificato tranquillamente, c’è solo una cosa vera in quanto scritto: il furgone della foto appartiene a Massimo Bossetti.
L’immagine non risale, ovviamente, al 26 novembre di quattro anni fa, ma a pochissimo tempo prima del fermo, e non è ripresa da una videocamera vicina alla palestra: è un’immagine di google maps mostrante il furgone di Bossetti, nell’anno 2014, parcheggiato accanto all’abitazione del fratello, a Brembate.
L’immagine non è in alcun modo utile all’accusa, anzi tende ad essere utile alla difesa, in quanto mostra chiaramente che ben dopo la scomparsa di Yara il sig. Bossetti era solito passare per Brembate.

Non dobbiamo neppure sorprenderci, in quanto appare ormai chiaro che la trattazione mediatica della cronaca nera è ridotta a poco più che ad una squallida barzelletta.

Tra faide familiari, parenti serpenti, cani cercati (e di questo siamo felici pur dissociandoci dal modus operandi dell’associazione AIDAA e del suo presidente), supertestimoni passati da Medjugorje, immagini piangenti, inversioni di tendenza e, finalmente, cani ritrovati, nulla di strano che trovi spazio anche un furgone uscito direttamente dalla prima, storica serie del 1984 nota in Italia come Transformers.

Tale furgone, oltre a cambiare colore, catarifrangenti, serbatoio e forma dei fari ha evidentemente anche la facoltà di autoigienizzarsi e sterilizzarsi da solo.

Per capirci meglio, in data 9 gennaio Tiziana Maiolo ha pubblicato un interessante articolo su Il Garantista, che dato voce ad una serie di crescenti preoccupazioni e perplessità sul caso Bossetti, evidenziando il fatto che, ad onta del gran parlare di furgoni, sul furgone di Massimo Bossetti, pure rivoltato come un calzino, non si è trovata neppure una minuscola traccia di Yara.

Ci permettiamo dunque di riproporre la domanda della Maiolo: “I dati di fatto ci dicono che né sull’auto né sul furgone di Bossetti sono state trovate tracce di Yara. Quindi, se il muratore è colui che l’ha rapita, l’ha portata via a piedi o in canna a una bicicletta?”

Ora ci chiediamo: “cui prodest” tutto ciò? A chi può arrecare beneficio questo caos di informazioni distorte? I media esercitano un potere non indifferente sulle masse, e purtroppo anche sull’animus dei giudici.

Allora viene da pensare e da dire, senza timore di sorta, che non può ridursi tutto al bilancio delle vendite di materassi e impianti doccia che nel giro di qualche giorno torneranno a prezzo pieno; c’è sotto qualcosa di più grosso.

Certo è che la cronaca nera è calamita di attenzione morbosa da parte del grande pubblico e quindi fonte di grossi guadagni ma è altrettanto vero che, specialmente nei casi che non si risolvono con una confessione o con una pistola fumante tra le mani, diventa un grosso aiuto affinché le forze dell’ordine e gli inquirenti arrivino all’agognato epilogo.
E non ci sarebbe alcunché di sbagliato se il giornalismo si limitasse a narrare i fatti avvenuti senza prendere posizioni e evitasse di pontificare.
Ma purtroppo non è così. Si assiste ogni giorno ad un uso scorretto della professione (per chi è della professione aggiungo) che diviene abuso e noi, poveri don Chisciotte, ci ritroviamo inevitabilmente a portare avanti la nostra battaglia contro i mulini a vento.

Tra l’altro, come ben spiegato nel già citato e apprezzatissimo articolo di Tiziana Maiolo, le pressioni subite da Massimo Bossetti sono quanto di più indicativo possa esserci dell’assenza di prove a suo carico.

Ne riportiamo, a beneficio dei lettori, i punti salienti, che spiegano in modo davvero magistrale i motivi che ci spingono, da mesi, a ritenere questa situazione e l’intera vicenda inaccettabile:

“Alla fine lo dice anche lui: “Dal 16 giugno, il giorno del mio arresto, le hanno provate tutte per farmi confessare. Speravano che prima o poi sarei crollato… Ho ricevuto pressioni fortissime, hanno cercato di convincermi in ogni modo a confessare, hanno provato a allettarmi con il conto degli anni…”.
Lo dice anche lui, per la prima volta, Massimo Bossetti, indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio, in un’intervista a Repubblica.
Non è un processo per fatti di mafia, il suo, né per terrorismo.
Pure, manca solo l’applicazione dell’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario e il trattamento sarebbe completo. In lingua italiana si chiama “tortura”.
L’isolamento per 134 giorni, sei mesi di custodia cautelare, la gogna mediatica con la diffusione di notizia pruriginose sulla sua vita personale, su quella di sua moglie e quella di sua madre, le minacce e le violenze subite da lui e dai suoi familiari.
E la pressione continua, insistente, soffocante, perché confessi, alla faccia della presunzione di non colpevolezza prevista dalla Costituzione.
Lui resiste come solo gli innocenti sanno fare, a meno che non siano terroristi o mafiosi. (…) Nella data dell’anniversario della scomparsa di Yara, alla fine di novembre, il pubblico ministero aveva organizzato una grande parata trionfale, presentandosi all’interrogatorio dell’indagato con un corteo di accompagnatori gallonati (…)
E’ vero, c’è la coincidenza del DNA, ma non è una prova dell’omicidio, al massimo può comportare il fatto che ci sia stato un contatto (diretto o indiretto) tra l’indiziato e la vittima. Oltretutto, se non sarà possibile, per mancanza di materiale genetico, ripetere l’esame con la presenza dei periti della difesa, al dibattimento questo indizio sarà molto indebolito.
Ma soprattutto, vien da chiedersi, se gli inquirenti ritengono che quella del dna sia una prova solida, perché non andare al processo con il rito immediato? Perché insistono tanto sulla confessione se ritengono di avere ben altre frecce nel proprio arco? (…)
La situazione pare destinata ad un inquietante immobilismo.
Il mito fideistico della prova scientifica non ha trovato finora altro supporto probatorio.
La vita del carpentiere quarantenne è stata, come lui stesso ricorda nell’intervista, radiografata in ogni suo lato: non è stato trovato nulla, né prima né dopo la morte di Yara, che possa gettare ombre sui suoi comportamenti. Massimo Bossetti non è un pedofilo, non ci sono tracce di violenza sessuale sul corpo della ragazzina, non c’è movente plausibile per quell’omicidio (…).
E allora? Fatevi una bella autocritica, cari magistrati inquirenti con annesse forze dell’ordine che tanti errori hanno fatto nelle indagini fin dal primo giorno, quel 26 novembre del 2010, quando Yara sparì e non si sapeva neppure se fosse viva o morta. Fate l’autocritica e cominciate con lo scarcerare Massimo Bossetti, invece di torturarlo per un’improbabile confessione. Il 25 febbraio ci sarà la discussione in cassazione, dove i giudici, dopo i dinieghi del gip e del tribunale del riesame, dovranno decidere sulla richiesta di scarcerazione presentata dal legali di Bossetti.
Ci sarà un giudice a Berlino? A noi basterebbe un giudice Corrado Carnevale ad applicare la legge.”

In attesa del nostro giudice a Berlino, comunque, portiamo avanti la nostra trattazione e vediamo un altro interessante caso di applicazione della terza legge di Newton.

Qualche tempo fa, il pool difensivo del sig. Massimo Bossetti, ha fatto sapere di star seguendo una pista alternativa.
Per una trattazione più puntuale dell’argomento, vi rimandiamo all’articolo C’è una testimone che scagiona Bossetti, pubblicato su Il Garantista e ripreso in questo blog: ai fini del nostro articolo, ci limitiamo a riassumere brevemente la vicenda.
Il pool difensivo ha rintracciato una donna (che, ci teniamo a sottolineare, non spunta dal nulla dopo quattro anni, ma già anni fa raccontò la vicenda) che anni fa aveva conosciuto un giovane operaio romeno in cerca di alloggio.
Questo operaio le raccontò di una ragazza, della quale si diceva innamorato, chiamata Yara. La donna, incuriosita dal nome, le chiese se si trattasse di una ragazza straniera, e lui rispose che no, era una ragazza minorenne della provincia di Bergamo, una ginnasta.

Il 26 novembre, giorno della scomparsa di Yara, il giovane operaio chiamò la signora, chiedendole se poteva andare da lei a fare la doccia perché in partenza per la Romania. Il giorno dopo chiamò la signora per dire di essere arrivato, ma la chiamata apparve brusca e frettolosa, tanto che la donna, stupita, provò a richiamarlo, trovando per tutta risposta una segreteria estera.
Tale testimonianza, come chiaro a chiunque legga integralmente l’articolo sopra citato, potrebbe essere dotata di fondamento, ma la Procura di Bergamo, innamorata della sua tesi, evidentemente conduce un’indagine a senso unico.
Ecco, infatti, cosa ha dichiarato a Sky l’Avv. Claudio Salvagni: “La Procura non ci è venuta incontro: avevamo chiesto un elenco di telefoni per vedere se questa persona fosse passata di lì ma ci è stato negato. Ricordo a tutti che il pm deve cercare anche gli elementi a favore dell’indagato.”

Bisogna a questo punto aggiungere una cosa: poco male se la Procura si limitasse a non cercare eventuali elementi a favore dell’indagato, il punto è che anche in questa occasione, dopo la diffusione della notizia sui giornali, si è attivato il solito meccanismo della “legge di Newton”: ebbene, a noi piacerebbe che la Procura smettesse di trincerarsi dietro uno squallido gossip e rendesse conto al Paese intero di cosa ha fatto e non fatto per quattro anni e di cosa sta facendo ora.
Ecco, infatti, che arriva la contromossa.

Notizia shock, titolano giornali e giornaletti, una supertestimone “spunta” e dopo quattro anni ricorda di aver visto Yara e Bossetti in auto nei pressi della palestra.
Peccato che le cose non stiano così: una donna, dopo quattro anni e mesi dopo lo stesso fermo di Bossetti, senza mai aver fatto prima una sola parola del fatto, sostiene di aver visto in un’auto un uomo biondo (che non ha alcuna certezza sia Bossetti) e una ragazza (che non ha alcuna certezza sia Yara).
Il sospetto di trovarsi di fronte ad una barzelletta di cattivo gusto è d’obbligo, e lo stigma va, in parti uguali, a chi ha dato in pasto ai media una simile “notizia” e a chi, cosciente del suo valore pari a zero, non solo l’ha pubblicata, ma l’ha altresì distorta incollandola all’indagato.

Per riassumere lo squallore della vicenda, ci permettiamo di inserire un ottimo commento, che condividiamo appieno, scritto su facebook da un amico, l’avvocato Arles Calabrò: “Alle tue riflessioni vorrei aggiungere un mio pensiero. Potrei farlo in modo diplomatico, moderatamente, come si addice a tutte le persone sagge (forse un po’ bugiarde), ma in realtà lo voglio esprimere in tutta sincerità , perché spesso, a mio avviso, il confine tra diplomazia e ipocrisia è davvero labile e non si può sempre far finta di nulla, essere falsi, moderati, diplomatici (soprattutto quando si parla della morte di una ragazza, della libertà di una persona forse innocente e della vita di intere famiglie: c’è un limite alla diplomazia e c’è anche un limite al disinteresse verso certe dinamiche.) Ovviamente anche questa testimonianza, come tu hai ben evidenziato, altro non è che una grande bufala (una delle tantissime) che ci hanno propinato per raggiungere un duplice obiettivo: chi ha diffuso la notizia cerca in tutti i modi possibili – anche con questo giochetto- di influenzare l’opinione pubblica (e i giudici) della colpevolezza di Bossetti, mentre chi l’ha resa pubblica, oltre a questo obiettivo, ha anche quello di fare quanto più audience possibile, o di vendere qualche copia in più. Ovviamente tutti coloro che l’hanno diffusa e tutti coloro che l’hanno resa pubblica sanno benissimo che si tratta di una notizia vera, ma palesemente gonfiata ad arte, visibilmente tendenziosa, che, per giunta, offende anche l’intelligenza di chi guarda certi programmi o di chi legge certi giornali. Un esempio per capirci meglio (si usa dire così, ma già so che noi ci capiamo benissimo). Anche nel caso della povera Elena Ceste si registrarono DECINE e DECINE di “testimonianze” di persone pronte a giurare di aver visto la povera donna in giro per l’Italia, (e nel mondo, addirittura), queste persone erano sicurissime e alcune di queste “testimonianze” furono riportate pedissequamente dai media, anche per intere settimane. Tantissimi programmi televisivi all’epoca camparono propinandoci a raffica queste notizie. Ovviamente tutti sapevano e sanno che si tratta di persone influenzate dai media, suggestionate, le quali, magari anche in buona fede, credono di vedere persone o cose che in realtà non si trovavano lì in quel momento. Per ogni caso mediatico di queste “testimonianze” ce ne sono DECINE E DECINE. Questo lo sanno benissimo coloro i quali diffondono la notizia ma lo sanno benissimo anche coloro i quali la pubblicizzano. Ma conviene loro far finta di niente e farle passare come “notizie bomba”, “novità clamorose”. Ieri un famoso programma televisivo intitolava: “clamorosa testimonianza”, “testimonianza choc di una donna che ha visto Yara e Bossetti parlare in macchina”. Ovviamente la signora in questione non ha alcuna certezza – e lo ha detto- che quelle due persone fossero realmente Yara e Bossetti, ma per i nostri giornalisti e per chi l’ha diffusa la notizia è “clamorosa”, “choc,” “bomba”. Con questo non voglio dire che tali testimonianze non vadano acquisite da chi di dovere (ogni strada va tentata, ci mancherebbe) ma voglio solo sottolineare la malafede di taluni e lo squallore che ormai inonda i nostri schermi. Le tragedie si trasformano in business (di ascolti e di copie vendute) e la forte sinergia tra taluni (quelli che diffondono le notizie) e talaltri (quelle che le pubblicizzano) è talmente forte che diventa quasi impossibile per i collegi difensivi replicare a cotante fandonie, idiozie, falsità, bugie e nefandezze. Un altro esempio. Poco tempo fa, come tu sai benissimo, sempre sullo stesso caso, molte testate giornalistiche intitolavano: “Incontrai Bossetti al cimitero, mi chiese se era bella la mia sorellina”. (testate nazionali, sia ben chiaro). Anche qui, l’obiettivo di chi diffuse la notizia e di chi poi la pubblicizzò era sempre lo stesso: chi l’ha diffusa voleva convincere il popolo (e i giudici popolari e togati) che Bossetti sia un pedofilo (o comunque uno a cui piacciono le bambine), mentre chi l’ha pubblicata aveva lo stesso obiettivo a cui si univa anche lo scopo di vendere quante più copie possibili. Ovviamente, anche in questo caso, la notizia era palesemente tendenziosa: la sorellina in questione aveva oltre quaranta anni e Bossetti si era limitato a fare un complimento alla signora, chiedendole, appunto, se la di lei sorella fosse affascinante come la sua interlocutrice. Un ultimo esempio. Dopo la notizia vera e di assoluta rilevanza relativa alla mancanza di tracce di Yara sul furgone, sugli oggetti, nell’auto ecc, con una puntualità davvero imbarazzante, dall’altra parte, ci hanno propinato un’altra notizia palesemente gonfiata e tendenziosa. Bossetti si sarebbe aggirato per 50 minuti con il suo furgone nei pressi della palestra di Yara proprio nell’orario in cui Yara sparì. Questa è un’altra notizia-immondizia. Non vi è alcun bisogno di aspettare il dibattimento, per verificarne la veridicità: palle di questo genere vanno immediatamente cestinate, respinte subito al mittente, perché hanno sempre e quell’unico obiettivo di cui sopra. In quella via, quel giorno, come ogni giorno, passarono centinaia di furgoni. E (e sottolineo se) anche Bossetti passò di là, passò unicamente per tornare a casa, quindi una sola volta (come faceva tantissime volte tornando dal lavoro). Questa ulteriore balla va smentita subito (e lo si è fatto), perché se lo si fa dopo è troppo tardi. E’ evidente che si tratta di notizie false e tendenziose tese a ingenerare nell’opinione pubblica (e nei giudici) la convinzione che quell’uomo sia colpevole. Le immagini di quelle telecamere sono in possesso degli inquirenti da ben 4 anni, quindi è davvero squallido che taluni (con una puntualità impressionante, cioè subito dopo le risultanze di cui sopra) ce le propinino dopo tutto questo tempo facendole passare come delle verità assolute quando anche il più ingenuo di tutti gli ingenui sa benissimo che identificare con precisione il furgone di Bossetti per 50 minuti nei pressi della palestra è praticamente impossibile. Potrei andare avanti all’infinito con questi esempi per sottolineare lo squallore che connota tutti (nessuno escluso) i processi mediatici: con il caso Bossetti, poi, a mio avviso, abbiamo davvero raggiunto la vetta assoluta. Ma tutti questi aspetti, tu già li conosci e anche meglio di me. Purtroppo le autorità che dovrebbero controllare (privacy, minori, comunicazioni) stentano molto ad intervenire e anche la stragrandissima maggioranza degli addetti ai lavori (avvocati, magistrati, criminologi ecc) si fanno appassionatamente i fatti loro, perché nessuno osa toccare questi due poteri fortissimi. Molto hanno paura, tanti altri sono servili e si inzittiscono per convenienza (le riflessioni, sul punto, sono sempre molto diplomatiche, moderate e, quindi, false). Il risultato? Il risultato è che la verità storica viene completamente stravolta da una veritià mediatica costellata da finti scoop, notizie palesemente false, gonfiate e tendenziose, tese unicamente a mostrificare la figura dell’indagato e ad ingenerare nell’opinione pubblica (e nei giudici) la convinzione che quello stesso soggetto sia davvero colpevole (ovviamente in mancanza assoluta di prove, perché laddove le prove ci fossero davvero non vi sarebbe alcuna necessità di avvalersi di questi squallidi giochetti).”

Crediamo che sul punto non siano necessari ulteriori commenti, oltre al sentito consiglio ai nostri lettori di farsi prescrivere dal proprio medico curante un buon antiemetico da assumere prima della lettura di alcuni giornali o la visione di alcune trasmissioni.

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Vorremmo però sottolineare un altro aspetto che si lega al suddetto meccanismo e che porta, appunto, alla sostanziale distorsione delle notizie originarie nel momento in cui rimbalzano da una fonte giornalistica all’altra.
Che non esistano più i giornalisti di una volta, autenticamente mossi da spirito critico e desiderio di informare, lo abbiamo detto tante volte: non esiste più, con buona pace di Hayek, neppure la concorrenza nel mondo del giornalismo.

Lo scopo di quanti si occupano di cronaca giudiziaria, ed in particolare di cronaca nera, infatti, non è quello di fare informazione, ma di restare nella cricca dei cronisti ammessi alla “indiscrezioni” degli inquirenti, vere o false che siano.

Così, accade che i giornali riportino tutti la stessa velina preconfezionata, spesso senza verificarne la veridicità, parandosi il sederino a vicenda, in quanto se qualcuno scegliesse, sciaguratamente, di allontanarsi per un attimo dalle sottane delle Procure, resterebbe privo della “notizia shock” (o la bufala shock) quotidiana con la quale compiacere i magistrati e solleticare la pruderie del popolino.
A titolo d’esempio, ci limitiamo a citare un caso relativo alla vicenda.

In data 22 settembre, La Repubblica, violando il segreto istruttorio e la privacy di un’intera famiglia, pubblicò stralci dell’interrogatorio a Massimo Bossetti.

In questo interrogatorio al sig. Bossetti (che nell’interrogatorio successivo, comprendendo l’andazzo, ha pensato bene di avvalersi della facoltà di non rispondere: ne approfittiamo per fargli i nostri più sentiti complimenti, dal momento che la sua buona fede è sempre stata travisata ed anzi ritorta contro di lui, come ben evidenziato nell’articolo Lo strano caso del muratore che acquistava materiali edili) vennero rivolte domande relative alla vita familiare, nonché alla vita sessuale con la moglie: uno squallore mediatico così eclatante che intervenne al Garante della Privacy imponendo il blocco alla divulgazione dell’articolo e redarguendo la stessa Procura di Bergamo.
Inutile dire che l’appello cadde nel vuoto.

Comunque, in questi stralci c’era anche un’altra domanda, eccola:

PM: come mai, Bossetti, ha avuto paura quando l’hanno portato in carcere?

Sull’acume della domanda evitiamo di commentare …”che è meglio”, direbbe qualcuno, ma la cosa incredibile è un’altra.
Dopo qualche giorno, questa domanda viene manipolata così tanto dai media fino a trasformarsi nella notizia-bufala secondo la quale Bossetti, impaurito, avrebbe cercato di scappare vedendo la polizia.
Smentire la notizia è semplicissimo: basta leggere l’ordinanza di non convalida del fermo. Non a caso il fermo non è stato convalidato, non sussistendo alcun pericolo di fuga giacché l’indagato non ha mai dato segno di voler fuggire.

ord.maccora ord.maccora1 Ma chi va a leggere l’ordinanza del GIP, e soprattutto a mettere in discussione i taglia e cuci di giornali e salottini? Nessuno.

Ed è così che dell’informazione non resta che una tomba.

Segnaliamo questo esempio anche per mostrare quanto i media abusino delle scarse conoscenze tecniche e settoriali, in questo caso giuridiche, della maggior parte dell’opinione pubblica (che non sa quali siano i presupposti richiesti per la convalida del fermo) per propinarle scientemente una marea di fandonie.

Per quanto riguarda un ultimo aspetto relativo alla questione della testimone della difesa e alla “legge di Newton” in azione, vorremmo anche sottolineare l’aplomb con il quale pare presentarsi la malattia del secolo: l’ipocrisia.
In un noto salottino televisivo, infatti, ecco che il conduttore afferma, con  palese tono di disapprovazione e un’espressione di disgusto, in opposizione alle dichiarazioni del dott. Denti che illustra la pista seguita nel corso di indagini difensive durante le quali sarebbe emersa l’esistenza di un uomo intenzionato a prendere in affitto un appartamento per sé e per la sua ragazza (una minore di nome Yara a suo dire), che a lui importa relativamente poco di Bossetti (e su questo non avevamo dubbi), poiché gli preme maggiormente non infangare la memoria di una ragazzina che non va “bollata” come una che poteva aver allacciato una relazione sentimentale alla luce della sua giovane età.

Respiro.

C’è mancato poco che, come un professore di matematica isterico, cacciasse Denti dall’aula.

Ora, qui nessuno ha dimenticato che una ragazzina che si affacciava alla vita è stata strappata agli affetti e nessuno vorrebbe mai che un assassino o comunque un molestatore restasse a piede libero.
Detto questo non capiamo l’ipocrisia, a senso unico peraltro, sia del conduttore che di altri commentatori-vendicatori-giustizieri del web, nel sostenere l’impossibilità assoluta di una storia d’amore giovanile che coinvolga un’adolescente laddove “lui” sia l’anonimo affittuario, mentre vige una necessaria e di comodo accettazione dello stesso medesimo fatto se questo si configura tra la stessa ed il Bossetti.

Agli occhi di una persona imparziale e dotata di onestà intellettuale in ognuna delle due ipotesi non si configura un comportamento immorale da parte della bambina in quanto tale, bensì da parte di qualsiasi adulto che intraprenda una relazione con una giovane donna non intellettivamente matura per vivere una situazione del genere.
Quindi questa ostentata moralità non è altro che ipocrisia vestita da buonismo da quattro soldi.

Ma vale la pena di soffermarsi anche su un altro paio di osservazioni.
La prima è che basterebbe essere un po’ meno ipocriti per notare come né la testimone della difesa, né gli appartenenti al pool difensivo, abbiano mai detto di essere a conoscenza di una relazione di Yara.
In effetti non c’è alcuna prova del fatto che Yara frequentasse qualcuno, né la testimonianza prospettata dalla difesa dice questo: la signora sostiene che il giovane operaio romeno dicesse, magari millantasse, di stare con una ginnasta di nome Yara, cosa diversa del fatto effettivo che stessero insieme.

Infatti, se quanto dichiarato dalla testimone fosse vero, chi ci dice che il giovane frequentasse davvero Yara e non fosse, piuttosto, qualcuno che ne era invaghito e profondamente ossessionato?

Anche un quadro di questo tipo sarebbe pienamente compatibile con la testimonianza della donna e anche altrettanto interessante ai fini investigativi.

Inoltre, mentre non si capisce cosa ci sia di offensivo nell’eventualità che ad una ragazza adolescente possa battere il cuore per un ragazzo comunque giovane, di qualche anno in più, cosa capitata a tutti nell’adolescenza, ben più strano è certamente sostenere che una ragazzina frequentasse un quarantenne sposato e con prole, cosa per giunta impossibile in piccoli paesini senza che la cosa finisca rapidamente sulla bocca di tutti.

Abbandoniamo ora media e ipocrisia e inauguriamo la seconda parte della nostra puntata. Il DNA mitocondriale di Ignoto1 non è di Massimo Bossetti: non lo diciamo noi, né lo dice una perizia di parte.

Sta scritto, nero su bianco, sull’ultima relazione depositata dal consulente dell’accusa, Dott. Carlo Previderè.

In realtà la relazione dice anche altre cose molto importanti: anzitutto mette definitivamente la parola fine sulla questione dei reperti piliferi.
Nessuno di questi, infatti, appartiene a Bossetti (anche se due appartengono alla stessa persona, non identificata, cosa che evidentemente alla Procura di Bergamo pare di poco conto).

Non solo: si è anche stabilito che è la parte minoritaria della traccia mista (Yara+Ignoto1) ad appartenere ad Ignoto1 e non, come erroneamente scritto fino ad ora, quella maggioritaria: prendiamo dunque atto di aver sempre avuto ragione nel sostenere che la traccia fosse esigua, e suggeriamo a chi, tra una foto e l’altra della piccola Yara in copertina oscenamente modificata con photoshop, titolava “Bossetti perse tanto sangue” (sic), di rinunciare alla cronaca nera, onde evitare di danneggiare persone e cose, e di tornare ad occuparsi di “tartarughe sexy” e slacciamento di reggiseni su For Men Magazine.

Tornando a noi, dalla relazione si scopre anche che il dna di Ignoto1 è terminato: nessuna possibilità di ripetere il test in contraddittorio, e sappiamo bene che l’estrazione fu compiuta illegittimamente, in assenza delle parti, ossia in violazione di quanto prescritto dal nostro codice di procedura penale.

Ma non è solo la traccia a non esistere più, perché il fatto clamoroso è che anche Ignoto1 non esiste.

Non esiste ora, e probabilmente non esiste da anni.

Il DNA mitocondriale, infatti, non è di Massimo Bossetti.

L’arrampicata sugli specchi di Procura e giornalisti, nel momento in cui scriviamo, è già cominciata.
Sostengono che sia sufficiente la corrispondenza sul DNA nucleare, che il DNA mitocondriale di Bossetti sia “sparito” perché coperto da quello di Yara.

Le cose non stanno così, e non stanno così per motivi ben precisi.
Il punto è che nella relazione non c’è scritto che  il DNA mitocondriale nella traccia denominata Ignoto1, non c’è: il DNA mitocondriale c’è, ed è anche del tutto “leggibile”.

Ha solo un problema: non è di Massimo Bossetti.

In natura, ovviamente, è impossibile che una medesima cellula abbia il DNA nucleare di un soggetto e il DNA mitocondriale di un altro: e allora cosa succede, fino a ieri la scienza non mentiva, ed oggi è diventata un optional?

Pur di non ammettere l’errore s’agitano e si dimenano, arrivando a sostenere che a causa delle intemperie un campione può degradarsi, ma ovviamente solo per quanto riguarda il dna mitocondriale, dimenticando che la cosa non risolve il problema, perché anche se a causa della degradazione un DNA mitocondriale può “sparire” di certo non può materializzarsene un altro, e dimenticando, per giunta del fatto che il dna mitocondriale si degrada molto meno rispetto a quello nucleare, in quanto protetto da una doppia membrana: una caratteristica, questa, che fa sì che si riveli utilissimo, in ambito forense, proprio in caso di campioni degradati.

Leggiamo ad esempio sul sito dell’Università di Tor Vergata, e proprio a firma del Prof. Emiliano Giardina, consulente della Procura, che:

“Per le sue proprietà biologiche il DNA mitocondriale rappresenta uno strumento importante per le applicazioni forensi. Consideriamo innanzitutto le caratteristiche morfologico-strutturali. In particolare, la doppia membrana del mitocondrio protegge efficacemente il DNA da rotture e danni indotti dagli stress ambientali. In aggiunta, la natura circolare del DNA garantisce una minore suscettibilità alle esonucleasi (enzimi che tagliano il DNA), permettendo alla molecola di DNA mitocondriale di conservarsi meglio nel corso del tempo. A tutto ciò si aggiunga il notevole vantaggio di poter disporre di un numero di genomi mitocondriali per cellula enormemente maggiore rispetto al DNA nucleare, aumentando le possibilità di successo della tipizzazione. Il mtDNA è spesso usato nei casi in cui il materiale biologico è degradato o disponibile in limitata quantità. ”
figura 1 Più chiaro di così: interessante come anche la scienza sembri piegarsi ad altro genere di interessi, modificando volta a volta le proprie regole secondo la convenienza.

E’ bene anche sottolineare, per chi dice che il DNA nucleare ha “maggiore potenziale identificativo”, che la cosa non è data dalla sua maggiore affidabilità intrinseca, ma solo dal fatto che è diverso in ogni soggetto, derivando sia dal ceppo materno sia da quello paterno, mentre il DNA mitocondriale è ereditato unicamente dalla madre e per giunta è uguale, ad esempio, tra madre e figli e tra fratelli.
Ma la cosa non ha, in questo caso, nessuna rilevanza: il problema infatti non è che il dna mitocondriale può essere di Bossetti o di persona a lui imparentata nel ceppo matrilineare, il problema è che il dna mitocondriale di Ignoto1 non è di Massimo Bossetti.

Se i processi italiani proseguiranno sulla strada della tecnicizzazione esasperata, a breve potremmo annoverare casi giudiziari con aneddoti migliori di quelli statunitensi, in cui sono celebri i casi di esperti di settore tecnico-scientifico che nelle aule dei Tribunali finiscono per dire l’esatto opposto secondo che, per l’occasione, siano consulenti dell’accusa o della difesa.

Ma è bene rimarcare che queste disquisizioni sono del tutto inutili.

E’ evidente che se cellule con la caratteristica di DNA nucleare e mitocondriale diversi non esistono in natura, semplicemente la traccia di “Ignoto1” non poteva essere, ab origine, come è oggi, dunque può ormai trovare spazio solo in un’ipotetica barzelletta sui carabinieri, non certo in un’aula di Tribunale.

Non si tratta del DNA di un soggetto, né di due DNA misti, ma di un DNA impossibile: se un DNA con tali caratteristiche non esiste in natura, non può che essere esito di un intervento umano (di matrice dolosa e colposa che sia, ai fini di quanto rileva oggi in questa sede non ha importanza).

E quale sia questo intervento umano, per giunta, non potremmo mai stabilirlo essendo terminati i campioni.

“Ignoto1” non è un DNA naturale, è un pastiche di laboratorio, esito di contaminazione o d’altro scenario, e nulla significa il fatto che il DNA nucleare continui a coincidere con quello del signor Bossetti, perché quel dna nel suo complesso, in origine e in natura, non poteva e non può essere così, dunque non sappiamo cosa ci fosse e di chi fosse la traccia originariamente presente sugli abiti della piccola Yara, né lo sapremo mai essendo terminato il materiale.

Certo sarebbe stato bello, in un’Italietta in cui nessuno ammette mai i propri errori, se fosse stata la stessa Procura di Bergamo (che ora sostiene l’impossibile e pensa di portare a dibattimento “mezzo DNA” inesistente in natura e acquisito in violazione delle garanzie procedurali) dinnanzi ad un’evidenza tanto eclatante, a disporre, non prima di avergli posto le dovute scuse, l’immediata scarcerazione di Massimo Bossetti.
La cosa avrebbe contribuito forse anche a dare, una volta tanto, il buon esempio ai cittadini italiani, da parte di chi dovrebbe essere preposto alla tutela del rispetto delle regole.

Ci sia consentito, a questo punto, di portare le nostre osservazioni alle estreme conseguenze, e di interpretare la reticenza ad ammettere un errore laddove è la scienza a metterlo nero su bianco come indice di consapevolezza, da parte di qualcuno, di essere ormai disposto a tutto pur di salvare la faccia.

Così, dopo la miracolosa transustanziazione di indizi in prove e di fandonie in indizi, siamo forse giunti al punto in cui si dovrà trasformare un DNA impossibile in natura in un DNA credibile.
Non possiamo allora che suggerire una consulenza del Divino Otelma, Primo Teurgo della Chiesa dei Viventi e Gran Maestro dell’Ordine Teurgico di Elios.

mago-otelma-2- Alla difesa suggeriamo invece, ben più seriamente, di valutare la possibilità che la non coincidenza del DNA mitocondriale fosse già nota a qualcuno e sia stata scientemente omessa per sette mesi, cosa che tra l’altro spiegherebbe, in buona misura, anche accanimento e torture psicologiche finalizzate ad ottenere dal signor Bossetti una confessione (di ciò che non ha fatto).
Il nostro suggerimento non è legato ad antipatia o semplice diffidenza nei confronti della Procura, ma ad una considerazione ben più tecnica, che riportiamo anche per i lettori. Sappiamo tutti che il DNA mitocondriale viene normalmente usato al fine di effettuare i test di maternità: infatti, il dna mitocondriale si eredita dalla madre ed è del tutto identico tra madre e figli.

Dall’ordinanza sembra però ricavarsi che il rapporto di maternità tra la signora Ester Arzuffi e “Ignoto1” non è stato effettuato, come da prassi consolidata, attraverso la corrispondenza del dna mitocondriale, ma attraverso il DNA nucleare (si parla, infatti, di marcatori autosomici e alleli). comparazione_Arzuffi_Ignoto1 Sarebbe davvero interessante scoprire se si tratta di una, per quanto strana e ironica, coincidenza, o se, consapevoli della non coincidenza mitocondriale, si sia ripiegato sul DNA nucleare omettendo la circostanza nella speranza che nessuno facesse verifiche più approfondite.

Posto che il DNA del soggetto noto (perdonate il gioco di parole) come “Ignoto1”, per quanto ci si ostini ad arrampicarsi sugli specchi, è semplicemente impossibile in natura, crediamo dal canto nostro che sia giunto il momento, per qualcuno, di ammettere l’errore.

Ovviamente, andare in dibattimento con simili risultanze significherebbe solo protrarre nel tempo una pagliacciata, per giunta in modo pericoloso per la libertà di un cittadino innocente.

L’articolo 3 della nostra Costituzione, nel sancire il principio fondamentale della dignità umana porta come corollario il principio secondo il quale l’individuo non possa e non debba mai essere ridotto a mezzo per il raggiungimento di fini esterni alla sua persona: sono stati spesi milioni di euro nella spasmodica ricerca, durata anni, di un sospettato sostanzialmente mai esistito.

Noi crediamo che gli errori siano abbastanza, e che non sia necessario salvare la faccia sacrificando un capro espiatorio.

Ci permettiamo di concludere il nostro articolo rivolgendo la nostra solidarietà e le nostre parole a Massimo Bossetti, nella speranza che il buon senso di qualcuno trovi al più presto la strada di casa e torni presto ad essere un uomo libero.

Caro Massimo, questo nostro articolo oggi è scritto con la consapevolezza di saperti dietro le sbarre, stremato, stanco e forse sulla via della rassegnazione, che per fortuna, cerchi di non intraprendere per la tua famiglia e, speriamo, per noi che crediamo, ormai a ragione, che tu non sia colpevole, ma vittima di un grosso errore.

Un uomo che ha fatto sempre parlare di sé, molto tempo fa, ha scritto un libercolo dal titolo “La storia mi assolverà”, nel quale esponeva le sue idee e i motivi per cui un giorno sarebbe stato “assolto” da tutte le accuse che gli venivano rivolte.

Dedichiamo a te questo titolo oggi.

E nel dedicartelo comprendiamo, oggi più che mai, che i più pericolosi, come ben mostra la Storia, sono sempre stati i “dotti” che si nascondevano dietro alla “massa”, per giustificare le loro “oculate” nefandezze. Illustri professori, giornalisti quotati, esimi uomini di scienza che, forse, dentro di sé pensavano che ci fosse sempre bisogno di un capro espiatorio, un qualcuno per qualche motivo alto che si sacrifichi per qualche sorta di “bene” astratto.
Queste credenze medievali, per cui esistono ancora potenti convinti di virare il destino dei più deboli, a nostro avviso, possono elegantemente andare a farsi fottere.

Ora dobbiamo occuparci del dissequestro di un uomo che ha il diritto di uscire di galera e di recuperare una parte della sua vita, rubata e distrutta senza umana pietà.

Riprendendo la tendenza degli ultimi tempi, nel nostro gruppo facebook in tanti abbiamo affermato “Je Suis Bossetti”, parafrasando la frase diventata celebre in segno di solidarietà alla redazione di Charlie Hebdo. jsCi teniamo però a sottolineare che non ci sarà nessuna puntata successiva intitolata “tout est pardonné“: non chiediamo vendetta, ma vorremmo vedere, alla luce delle ultime risultanze, meno arrampicate sugli specchi, e più occhi bassi da parte di chi dovrebbe, per decenza, uscire di scena.

E come a suo tempo propose la nostra amica e collaboratrice Dott.ssa Chiara Rimmaudo, chimica d’esperienza molto attiva nel nostro gruppo facebook e che in tempi non sospetti avanzò l’ipotesi di un “pasticcio di laboratorio”, chiediamo una legge che tuteli gli indagati dall’esecrazione della pubblica piazza, dalla gogna, dal linciaggio morale: chiediamo una legge che sia denominata, esemplarmente, “legge Bossetti”, che tuteli le troppe vittime di una giustizia morta e sepolta da tempo.

Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno

“Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”

(Prof. Guglielmo Gulotta)
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In queste pagine ho parlato spesso di processi mediatici e di tutto ciò che suole denominarsi, con un simpatico neologismo, “brunovespismo”. E in effetti, ai fini di questo articolo, non c’è termine più adatto di “brunovespismo”, poiché è giunto il momento di parlare della puntata di Porta a Porta andata in onda in data 2 ottobre. Siamo in tempi di austerity, è cosa nota, ma non credevo che le nuove politiche economiche avrebbero toccato perfino i principi dello Stato di diritto. Invece, pare sia proprio così; si sa che a pensar male si fa peccato ma, come si suole aggiungere, spesso ci si azzecca, e alla luce della disparità di trattamento osservata in alcune trasmissioni televisive, verrebbe da pensare che la giustizia dei tribunali mediatici abbia fissato un’imposta anche sulla presunzione di innocenza. Un’imposta a scaglioni, come l’Irpef, ma regressiva: paga di più chi ha meno. Così, ci sono i “dottor Stasi” e i “muratori”: per i primi si fa sfoggio di un sano garantismo, per i secondi si perviene a condanne di piazza sulla base di “prove” immaginarie sbandierando tesi colpevoliste e perfino scientificamente inesatte come se non ci fosse un domani. Avevo già notato queste palesi disparità di trattamento in altre trasmissioni, ma mi permetto di evidenziarle oggi per un semplice motivo: vorrei infatti dire, pubblicamente, che finché davanti alla giustizia televisiva ci saranno i “dottor Stasi” e i “muratori”, mi sentirò pienamente legittimata a considerarla espressione di una società malata. Nulla di personale nei confronti di Alberto Stasi, che ha diritto come tutti ad un equo processo e al contraddittorio, ça va sans dire, ma è avvilente osservare come nel suo caso sia stato riservato un accurato servizio sulla difesa con l’esposizione puntuale delle contestazioni all’accusa, mentre nel caso di Massimo Bossetti tale servizio sia stato un’autentica farsa, nel quale le possibili tesi difensive venivano presentate solo per essere, almeno in apparenza, smontate senza licenza di contraddittorio. E’ bene sottolineare infatti sin dall’inizio che nella summenzionata puntata di Porta a Porta, al fine di affrontare il caso Bossetti, Bruno Vespa, forse dimenticando che il contraddittorio è uno dei principi fondanti di ogni democrazia, ha avuto la brillante idea di invitare in studio quattro volti noti (Barbara Benedettelli, Roberta Bruzzone, Simonetta Matone e Andrea Biavardi) e notoriamente colpevolisti. Il contraddittorio avrebbe forse dovuto essere dato dall’unico garantista, tra l’altro ampiamente penalizzato dal collegamento esterno, il Prof. Guglielmo Gulotta, encomiabile per i suoi interventi, ma sistematicamente interrotto senza ritegno. In una trasmissione a sfondo religioso in una teocrazia islamica il confronto sarebbe stato sicuramente maggiore. Il Prof. Gulotta, nonostante le innumerevoli interruzioni, ha detto una frase che mi ha colpita, e che ho segnalato in incipit: “Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”. E non avrebbe potuto usare termine più adeguato di “ridicola” per definire la caciara di affermazioni che sono state fatte, non in una discussione tra amici, vale la pena di sottolinearlo, ma in una trasmissione mandata in onda dal Servizio Pubblico pagato dai contribuenti. Potrei esordire, a titolo d’esempio, richiamando l’attenzione sul fatto che il signor Biavardi abbia dato prova di “conoscere” una relazione dei RIS diversa dalla relazione dei RIS, oppure dalle fini esternazioni della Dott.ssa Bruzzone, che riferendosi alla signora Ester Arzuffi, ed in particolare al fatto che la signora nega il contatto sessuale con Guerinoni, ha affermato che questo sarebbe il secondo caso di Immacolata Concezione. In queste pagine mi sono sempre guardata bene dal porre l’accento sulle questioni relative ai rapporti di filiazione, se non altro perché trattasi di qualcosa che non ha nulla a che vedere con le indagini, posto che il “problema” di Massimo Bossetti non è quello di essere o meno figlio di Giuseppe Guerinoni, ma la corrispondenza con la traccia biologica di “Ignoto1”, tuttavia ho voluto sottolineare questo passaggio perché da tempo non mi capitava di imbattermi in cotanta empatia nei confronti di una donna il cui figlio è in carcere da quasi quattro mesi con un’accusa infamante (e a sostegno della quale non ci sono prove), mentre il marito è malato terminale. Per il resto, chi sia il padre dei figli della signora Arzuffi, è qualcosa che non mi interessa, e che non dovrebbe interessare neppure al resto degli Italiani, anche se la cosa pare solleticare la pruderie del popolino, che dimostra, ahimè, come non sia cambiato proprio nulla rispetto all’Italietta che nel ’68 condannava per “plagio” il Prof. Braibanti, “reo”, di fatto, di essere omosessuale. A beneficio dei posteri inserisco comunque un link con le interessanti parole affidate, in data 20 giugno, dalla stessa Dott.ssa Bruzzone a Io Donna, che offrono un interessante spaccato sulla tendenza, tutta italiana, a balzare da un carro all’altro con estrema facilità: http://www.iodonna.it/attualita/primo-piano/2014/yara_bruzzone_intervista-402147644485.shtml. E’ difficile capire cosa sia cambiato dal 20 giugno ai giorni immediatamente successivi per causare nella criminologa un’inversione a U di questa portata, ma a tal proposito mi si potrà dire che cambiare opinione su un determinato argomento è una libera scelta individuale. Concordo pienamente su questo, decisamente meno su altri aspetti: se infatti dobbiamo rendere conto del fatto che, come ormai tutti dicono, “la scienza non mente”, diviene meno chiaro come sia possibile che, nel cambiare idea, nel susseguirsi di dichiarazioni una traccia biologica “esigua e di origine non accertata” si trasformi in una traccia biologica “abbondante ed ematica”, la qual cosa ricorda un po’ la barzelletta del papà di Pierino, che dopo essere andato a pesca torna a casa con un pesce che “si allunga di qualche cm ogni volta che ne parla”. Ironia a parte, non riprendo le considerazioni sul fatto che la traccia fosse notoriamente esigua, deteriorata e di natura non accertabile: basta scorrere i precedenti articoli per trovare dei riferimenti, tratti non da opinionisti, ma dalla documentazione e dalle parole degli stessi che hanno svolto le analisi. Sulla natura non accertabile della traccia mi limito ad inserire uno stralcio della relazione dei RIS: ” (…) Tale evidenza rende di per sè non agevole la diagnosi dei singoli contributi biologici all’interno di una mistura prodotta da più soggetti; può talvolta risultare utile, in casi del genere, un approccio deduttivo, per esclusione di esiti oggettivamente verificati (es. negatività a determinati test), ma mancherebbe comunque il legame univoco: profilo dell’unico donatore — diagnosi della traccia” e questo perché nessuno dei test diagnostici “prescinde dalla integrità della struttura molecolare delle proteine che costituiscono i marcatori “bersaglio” della maggior parte di tali saggi diagnostici (emoglobina, PSA, semenogelina, ecc.)”. Mi preme di più, però, concentrarmi sulle altre considerazioni in ambito di genetica forense fatte dalla Dott.ssa Bruzzone, che genetista non è, quindi, non essendo genetista neppure io, direi che partiamo ad armi pari. Se la Dott.ssa Bruzzone vuole dunque affermare nella radiotelevisione pubblica che la traccia è “coeva” all’omicidio e che “non può essere esito di trasferimento secondario” perché in quel caso non avrebbe potuto restituire un profilo completo, a rigor di logica dovrebbe perlomeno citare degli studi scientifici che avvalorino le sue affermazioni, non da ultimo perché non stiamo parlando di questioni mondane, trucco e parrucco, ma stiamo sentenziando contro un uomo incensurato a carico del quale ci sono indizi che potremmo definire immaginari. Dal momento che non lo fa, di fronte al nuovo spettacolo del “diritto alla rovescia” e dell’onere della prova capovolto, mi prendo però la briga di citarli io, gli studi, che ben lungi dall’avvalorare alcunché smentiscono le sue affermazioni. Che il DNA non sia databile, a meno che la Bruzzone non abbia fatto la scoperta scientifica del secolo, lo sanno tutti e lo abbiamo ripetuto più volte: basta leggere qualsiasi testo di genetica per appurarlo. L’unica soluzione che trovo per ribadirlo, a questo punto, è inserire le parole a caratteri cubitali che si possono leggere sul sito dell’Associazione Identificazioni Forensi – A.I.Fo. AIFO Richiamo anche l’attenzione sul fatto che è la stessa relazione dei RIS ad affermare che non esiste ad oggi alcun metodo che consenta di datare con precisione una traccia. Nel fare riferimento a traccia “non coeva” la relazione dei RIS mirava infatti semplicemente ad escludere che vi fosse stata una contaminazione recente della traccia da parte delle stesse forze dell’ordine e nello specifico “dovute a semplice contatto manuale o ad imprudente approccio al reperto da parte del personale operante senza le cautele che il caso impone”: in quel caso infatti la traccia sarebbe stata probabilmente meno deteriorata. Passiamo alle altre note dolenti. Parto dal presupposto che, come già scrissi come introduzione all’articolo La necessità di cautela nell’uso del test del DNA per evitare la condanna di innocenti, del Prof.Michael Naughton, Università di Bristol – Sintesi di Rocco Cerchiara, una contaminazione (che può essere avvenuta in più di una fase) non può essere esclusa. Chiariamoci: nella “ricostruzione” dell’accusa ci sono dei buchi e delle contraddizioni evidenti, che farebbero annichilire in un sol colpo le presunte contraddizioni di Bossetti sui suoi spostamenti di quattro anni prima (sic). Sostenere che il corpo di Yara sia rimasto all’aperto a Chignolo per tre mesi (con la traccia nella parte posteriore del corpo e a contatto con il terreno umido) e che non ci sia stata contaminazione è scientificamente risibile. Non c’è nessuno studio che attesti una possibilità di questo tipo e, al contrario, ci sono studi (citati nell’articolo inserito sopra) che la smentiscono clamorosamente: una traccia ematica a contatto con il terreno (asciutto) non restituisce profili già dopo trenta giorni. Questo senza l’azione ulteriore di acqua, fluidi prodotti dalla decomposizione del cadavere, saprofiti. Se ci si vuole basare sulla scienza, non si possono salvare capra e cavoli: o Yara non è rimasta a Chignolo per tre mesi, o la traccia non era lì sin dall’inizio. Tertium non datur. Ad ogni buon conto, nel ricordare che la piena compatibilità di cui si parla non è propriamente tra Bossetti e la traccia di Ignoto1, ma tra Bossetti e l’amplificazione del DNA di Ignoto1 estratto da una traccia (una apparente sottigliezza che in alcuni casi può rilevare) la cui estrazione è con ogni probabilità non ripetibile in contraddittorio, ai venditori di certezze non posso che consigliare un ottimo testo: Application of Low Copy Number DNA Profiling, Forensic Science Service, Trident Court, Birmingham, UK, del Prof. Peter Gill [1]. Parla dei rischi presenti nel DNA “low copy number”, ossia estremamente esigui e degradati. Il Prof. Gill sottolinea che in questi casi ci sono diverse conseguenze che non possono essere evitate: casi di allelic dropout, cosiddetti “falsi alleli” analizzati, e contaminazioni. Sono gli stessi kit di amplificazione e gli stessi strumenti utilizzati per l’analisi di tracce particolarmente problematiche in quanto esigue e deteriorate ad esporre ai rischi di contaminazione a causa della loro particolare sensibilità. Questo per ricordare, sebbene io non abbia mai propeso particolarmente per dinamiche di questo tipo ed abbia sempre preferito basarmi sull’evidenza che il DNA è trasportabile, come il solo sciorinare certezze assolute sia ridicolo. Meritano di essere riportate le considerazioni finali dello studio del Prof. Gill, quanto mai adatte al nostro caso: “Quando vengono analizzate piccole quantità di DNA, si impongono considerazioni particolari come le seguenti: a) Anche se è stato ottenuto un profilo del DNA, non è possibile identificare il tipo di cellule da cui il DNA ha origine, né è possibile affermare quando sono state depositate le cellule. b) non è possibile fare alcuna conclusione circa il trasferimento e la persistenza del DNA in questo caso. (…) c) Poiché il test del DNA è molto sensibile, non è raro trovare dei commisti. Se le potenziali fonti dei profili di DNA non possono essere identificate, non ne consegue necessariamente che siano pertinenti nel caso di specie, dal momento che il trasferimento di cellule può essere esito di contatto casuale. In effetti, il valore della prova del DNA LCN è diminuito rispetto al DNA convenzionale. Ciò deriva inevitabilmente dalle incertezze relative al metodo di trasferimento di DNA su una superficie e dalle incertezze relative al quando il DNA è stato trasferito. Si sottolinea che la rilevanza della prova del DNA in un caso può essere valutata solo sulla base di una considerazione simultanea di tutti gli altri elementi di prova diversi dal DNA”. Stando alle conclusioni del Prof. Peter Gill, va da sé che diviene palese il motivo per il quale c’è chi, come la sottoscritta, non riesce a capire per quale ragione Massimo Bossetti sia in carcere: infatti, nel caso di Massimo Bossetti, gli elementi di prova diversi dal DNA semplicemente non esistono, a meno che non si voglia parlare di gossip e dei summenzionati indizi immaginari. Non entro nel merito della problematicità di per sé del processo indiziario, e vado direttamente alla questione indizi, perché in questo caso siamo ben al di là del processo indiziario. Chi segue il caso, ed anche chi segue questo blog, sa che c’è una “querelle” sul valore degli elementi dell’ordinanza, che ho sollevato sin dall’inizio. Il GIP li ritiene indizi perché assumerebbero, a suo dire, rilievo “in una valutazione globale” e non valutati singolarmente. Il nocciolo della questione è che gli indizi, per essere tali, non possono essere corbellerie di per sé insignificanti unite tra loro: certo, deve procedersi ad una valutazione globale, ma prima gli indizi devono già essere indizi. E quelli “a carico” di Massimo Bossetti, per giunta anche smontabili in altro modo (nel caso in cui fossero indizi), non sono indizi, perché del tutto carenti di univocità. L’esempio più eclatante è quello delle celle telefoniche: quale univocità può avere l’aggancio di una cella telefonica compatibile con la propria abitazione? Messa in questi termini, la questione delle celle telefoniche di per sé è neutra, perché non è univoca, nel senso che è passibile di plurime interpretazioni che, fuor di retorica e mistificazioni, in mano all’accusa non lasciano davvero un bel nulla. Questo anche senza aggiungere la discrasia cronologica evidente (di oltre un’ora) nell’aggancio della medesima cella telefonica da parte di Yara, ed anche senza aggiungere il fatto (guarda caso omesso nell’ordinanza di custodia cautelare), già trapelato dalle fonti giornalistiche dell’epoca e ora provato dai tabulati Vodafone, che l’ultima cella telefonica agganciata da Yara non è, come riportato nell’ordinanza, quella di Mapello alle ore 18,49, ma quella di Brembate alle 18,55. Partiamo da una considerazione: la distanza in linea retta tra Mapello e Brembate di Sopra è 2.72 km, ma la distanza di guida è 4.7 km. In auto, ci vogliono 10 minuti circa per andare da Brembate a Mapello. Alle 18,44 Yara aggancia (per la seconda volta) la cella telefonica di Ponte S. Pietro, compatibile con il cortile della palestra. Se per spostarsi da Brembate a Mapello ci vogliono dieci minuti in auto, e se Yara alle 18,44 era ancora in un’area compatibile con il cortile della palestra dal quale ha agganciato la cella di Ponte S. Pietro, come poteva trovarsi a Mapello alle 18,49, dopo solo 5 minuti? Quindi, se davvero Yara fosse stata a Mapello alle 18,49, non solo il tragitto in auto sarebbe durato la metà del tempo medio necessario, ma in questi 5 minuti dovrebbe collocarsi anche il rapimento o il “convincimento” della ragazza teso a farla salire sull’auto di uno sconosciuto. Ma il problema più grave resta ciò che manca nell’ordinanza. 18,55, Yara aggancia la cella telefonica di Brembate. E’ di nuovo a Brembate, ancora una volta in tempi inferiori a quelli richiesti? E perché andare avanti e indietro tra i due paesi? L’unico scenario verosimile è che l’aggancio della cella telefonica di Mapello sia stato del tutto “incidentale”, dovuto a sovraccarico della cella miglior servente, e che prima delle 18,55 Yara sia sempre stata a Brembate. Il fatto che l’aggancio della cella di Mapello sia circondato dall’aggancio di celle telefoniche compatibili con l’area di Brembate, induce a pensare che la cella telefonica agganciata incidentalmente sia proprio quella di Mapello alle ore 18,49. In soldoni, le celle telefoniche non sono suggestive del fatto che Yara e Bossetti si trovassero nella stessa area (al di là del fatto che parlare della stessa area in spazi geografici così ridotti ha poco senso), ma dell’esatto opposto. Tale considerazione fa a cadere, a mò di tifone, un intero “indizio”, ma è bene sottolineare che tale indizio già non era tale, come avevo già notato da tempo (vedi La questione delle celle telefoniche: tanto rumore per nulla?). Il grande Prof. Alfredo Gaito, nel suo saggio“La prova penale”, si sofferma estesamente proprio sul fatto che gli indizi debbano prima essere valutati singolarmente ed essere, appunto, indizi. Leggendo questa descrizione risulterà immediatamente evidente che quelli contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare, in virtù dei quali un uomo è in carcere da oltre cento giorni, non sono neppure valutabili come elementi indiziari. Riporto parte del testo: “(…) Per gli indizi sono prefigurati requisiti ulteriori, in mancanza dei quali resta de iure esclusa la legittimazione di un giudizio di colpevolezza. Permangono, per vero, alcune difficoltà ermeneutiche, giacché le qualifiche di gravità, precisione e concordanza non possono essere caratterizzate da un sicuro ed univoco referente; va, comunque, evocato l’insegnamento della giurisprudenza di cassazione, per cui gli indizi: a) sono precisi solo quando sono non generici e non suscettibili di diversa ed antitetica interpretazione e, perciò, non equivoci nonché quando sono considerati certi i relativi elementi indiziari (…); b) sono gravi solo quando sono dotati di un elevato grado di fondatezza e, quindi, di un’elevata intensità persuasiva di ogni singolo strumento gnoseologico indiziario; c) sono concordanti solo quando i loro risultati, basati su singoli elementi indiziari, lungi dal porsi in antitesi con altri dati o elementi certi, confluiscono verso una ricostruzione unitaria del fatto cui si riferiscono. Considerato che la prova indiziaria è ontologicamente (e normativamente) composita, richiedendo l’art. 192 c.p.p. la presenza di una pluralità di indizi, tra di loro precisi e concordanti, e di conseguenza gravi, si impone al giudice di merito di verificare la rispondenza degli elementi conoscitivi acquisiti alla regola di giudizio codificata, mediante un accertamento di routine della sussistenza del requisito della concordanza con tutti gli altri elementi indiziari presenti agli atti, e soprattutto di valutare (id est: non ignorare) la rilevanza delle prove contrarie, al fine di articolare un ragionato giudizio di prevalenza delle une rispetto alle altre, singolarmente e nella loro globalità. A fronte della molteplicità degli indizi, si deve procedere in primo luogo all’esame parcellare di ciascuno di essi, definendolo nei suoi contorni, valutandone la precisione (che è inversamente proporzionale al numero dei collegamenti possibili col fatto da accertare e con ogni altra possibile ipotesi di fatto) nonché la gravità; si deve quindi procedere alla sintesi finale accertando se gli indizi, così esaminati possono essere collegati tutti ad una sola causa o ad un solo effetto e collocati tutti, armonicamente, in un unico contesto dal quale possa per tale via essere desunta l’esistenza o, per converso, l’inesistenza di un fatto. (…) Nella valutazione complessiva, ciascun indizio si somma e si integra con gli altri, onde il limite della valenza di ognuno risulta superato, sicché ove il giudice collochi in un contesto indiziario circostanze che non rispondono ai requisiti normativi, è l’intero quadro indiziario che deve essere riconsiderato, al fine di accertare se la caducazione di taluno degli indizi non determini il venir meno della conclusione finale. Simmetricamente, così come non è dato procedere a scomposizioni di comodo della c.d. costellazione indiziaria per contestare la validità del discorso accertativo, allo stesso tempo non è consentito assemblare risultanze singolarmente imprecise per poi apoditticamente tagliare corto che la complessità degli indizi vale a dimostrare alcunché: stando ancorati all’insegnamento giurisprudenziale collaudato, i singoli indizi devono essere anzitutto precisi; che anzi, valendo la precisione a requisito indefettibile della gravità, è logicamente precluso definire grave un indizio non preciso. Le parole del Prof. Gaito sono sostanzialmente adatte a comprendere i termini del problema. E’ il GIP stesso nell’ordinanza ad ammettere che gli elementi hanno rilevanza solo in una valutazione globale e non isolata. Infatti, singolarmente considerati non sono ontologicamente indizi perché non hanno nessuna univocità. Ne discende che non ci sono indizi “precisi”, e di conseguenza non ci sono indizi “gravi”, e ancora di conseguenza non ci sono “indizi”. La valutazione della prova è sempre una tematica estremamente complessa e, vista l’attinenza con il nome del blog mi permetto di richiamare anche un calzante monito del Prof. Tonini ( Manuale breve di diritto processuale penale, V edizione, Giuffrè 2010): “in questa materia l’aspetto problematico sta nel fatto che, al posto di regole di esperienza ricostruite mediante criteri razionali, il giudice (come ogni persona umana) è portato ad utilizzare, a volte inconsciamente, pregiudizi e luoghi comuni. La storia è piena di esempi in tal senso, a cominciare da quei processi agli untori che sono stati descritti da Alessandro Manzoni”. Appurato per l’ennesima volta che il DNA non è accompagnato da elementi indiziari dotati di sussistenza ontologica, sposterei a questo punto la querelle sull’ultima affermazione della Dott.ssa Bruzzone: a suo parere (parlo di parere, dal momento che non ha citato alcuno studio in grado di avvalorare una simile esternazione) una traccia di DNA esito di trasferimento secondario non restituisce profili completi. Davvero? Sarei curiosa di sapere allora per quale ragione la casistica giudiziaria contempli casi in cui ciò si è verificato, e sarei ancora più curiosa di sapere da dove la Bruzzone abbia tratto questa informazione, dal momento che è sufficiente cercare qualche studio scientifico per appurare l’esatto opposto. Evito scientemente giri di parole, e imposto subito la questione nei termini (sia pure, come abbiamo visto, non avvalorati) più graditi alla Bruzzone e a chi ostenta certezze colpevoliste: la traccia è senza alcun dubbio ematica, la contaminazione è esclusa tout court, il DNA è diventato databile e ci permette di dire che la traccia è stata depositata contestualmente all’omicidio. Ebbene, non è difficile reperire studi che hanno accertato non solo il trasferimento secondario di traccia ematica, ma perfino quello terziario (e più), ricavando sulle superfici finali profili completi, perfino a partire da sangue essiccato su superfici non porose (come il vetro). A titolo di esempio, sul trasferimento terziario: “Il trasferimento di sangue liquido ha dato un profilo genetico completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario sia su substrati di cotone sia su vetro. Il sangue secco ha dato un profilo completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario solo su vetro, ma in misura minore rispetto al sangue liquido. Il DNA da contatto ha prodotto solo un profilo completo sul substrato primario sia su cotone sia su vetro, e le quantità rilevabili al di là dell’evento trasferimento secondario solo su vetro. I nostri risultati contribuiranno ad una migliore comprensione del trasferimento terziario e successivo del DNA, che consentirà una migliore valutazione della probabilità di scenari alternativi che spieghino perché il DNA di un individuo è stato trovato sulla scena del crimine.” (da Following the transfer of DNA: How far can it go?, da Forensic Science International Genetics Supplement Series 01/2013, V.J. Lehmann, R.J. Mitchell, K.N. Ballantyne, R.A.H. van Oorschot). Ma non spingiamoci al trasferimento terziario, ed occupiamoci di quello secondario, che nel caso in esame a livello giornalistico si è spesso supposto derivare, ad esempio, dall’uso di un’arma del delitto sporca, come un attrezzo da lavoro. C’è uno studio interessantissimo, che inserisco [2] e che a breve inserirò anche in traduzione integrale, Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions (M. Goray et al. / Forensic Science International, 2009) Si tratta di uno studio finalizzato all’analisi dei fattori che possono influenzare il trasferimento secondario del DNA, con particolare riferimento al tipo di sostanza biologica depositata, alla natura del substrato primario e secondario ed al contenuto di umidità della sostanza depositata. Le componenti biologiche utilizzate sono state DNA puro, sangue e saliva, i substrati primari e secondari plastica (non porosa), lana e cotone (porosi), e sono stati provati tre tipi di contatto: contatto passivo, pressione e frizione. I risultati hanno mostrato che il trasferimento secondario risulta influenzato sia dal tipo di substrato primario sia dall’umidità del campione biologico, e che risulta inoltre essere maggiore in caso di frizione/attrito. Sebbene le tre diverse fonti biologiche testate (DNA puro, saliva e sangue) abbiano viscosità diverse, non sono emerse fra loro differenze importanti nella quantità di trasferimento secondario, cosa che spinge ad ipotizzare che materiali biologici diversi, come sperma, lacrime e urine produrrebbero risultati simili. Nel caso di campioni umidi il substrato ha mostrato un forte impatto sulla percentuale di trasferimento, maggiormente agevolato dalla plastica (non porosa) come substrato primario e dal cotone (poroso) come substrato secondario, fino a tassi di trasferimento, per il sangue fresco, del 97% del materiale iniziale nel caso di frizionamento.

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Ipotizzando uno scenario come il trasferimento secondario a mezzo arma, il substrato primario sarebbe non poroso (arma), il substrato secondario poroso (indumenti), e la modalità di trasferimento frizione/attrito: condizioni che, come abbiamo visto, sono proprio quelle che sperimentalmente agevolano il trasferimento secondario di traccia ematica. C’è da introdurre una variabile: il sangue su un’arma sporca non sarebbe liquido ma essiccato, anche se verosimilmente potrebbe reidratarsi, almeno in parte, venendo a contatto con il sangue fresco della vittima, in quantità intuibilmente ben maggiore. Comunque, voglio spingermi fino in fondo nel prendere per buone tutte le tesi sciorinate nei salotti televisivi da persone che sentenziano senza citare studi, e allora parliamo di sangue essiccato tout court senza tener conto della possibile reidratazione. Il grafico parla da sé: in condizioni di frizionamento/attrito il trasferimento secondario del sangue secco da substrato primario non poroso (plastica) a substrato secondario poroso (cotone) è del 16,1%, una percentuale certo non paragonabile a quella del sangue fresco, ma che permette comunque senza nessun dubbio di trovare una quantità ancora considerevole di materiale biologico sulla superficie finale, certamente idonea ad estrarre un profilo completo (che ormai si ricava perfino da un paio di cellule!).

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Detto ciò, si consideri semplicemente che 1 ml di sangue contiene ben 20.000 ng di DNA, e che è possibile ottenere un profilo da un solo nanogrammo di DNA. Basta fare qualche calcolo per inferire come un trasferimento a mezzo arma possa lasciare sulla superficie finale anche più di quanto necessario all’estrazione di un profilo. Il mio campo (proprio come quello della Dott.ssa Bruzzone) non è la scienza, quindi trovo doveroso citare studi a sostegno delle mie affermazioni anziché presentare opinioni personali come verità assodate, anche se vorrei sottolineare che in casa mia esiste un principio, che gli antichi romani erano soliti compendiare nei termini “affirmanti incumbit probatio”: la prova spetta a chi afferma. Non dovrei essere io a citare degli studi, ma gli studi dovrebbero essere citati da chi, nel Servizio Pubblico pagato dai contribuenti, fa affermazioni in contrasto con i principi costituzionali, come il diritto alla presunzione di innocenza e, a quanto pare, anche con la tanto decantata scienza. Nel cercare una giustificazione alla legge ed agli ordinamenti stessi, la filosofia del diritto avanza diverse ipotesi con altrettanti principi. Uno di questi è la coerenza, ossia la capacità di applicare a se stessi le norme che si vorrebbero imporre agli altri. Ebbene, se si vuole che per Massimo Bossetti la scienza non menta, allora non deve mentire per nessuno: neanche per chi nei saloni televisivi si erge a giudice di un uomo da quasi quattro mesi protesta la propria innocenza mentre è in carcere sulla base di un quadro probatorio di per sé nullo e di un quadro indiziario insussistente. Non posso che concludere con una bellissima citazione di Richard P. Feynman che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che è proprio la scienza a nutrirsi di dubbi piuttosto che di certezze: chissà che queste parole non possano ancora insegnare qualcosa e restituirci una parvenza di civiltà. “Questa libertà di dubitare è fondamentale nella scienza e, credo, in altri campi. C’è voluta una lotta di secoli per conquistarci il diritto al dubbio, all’incertezza: vorrei che non ce ne dimenticassimo e non lasciassimo pian piano cadere la cosa. Come scienziato, conosco il grande pregio di una soddisfacente filosofia dell’ignoranza, e so che una tale filosofia rende possibile il progresso, frutto della libertà di pensiero”. Alessandra Pilloni

Bibliografia: 1-Application of Low Copy Number DNA Profiling, Prof. Peter Gill: lcn dna article gill 2- Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, M. Goray et al. : Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions

La caccia alle streghe e il monito di Beccaria dimenticato (riflessione di Laura)

“Nella terminologia moderna, per estensione, con “caccia alle streghe” si indicano fenomeni persecutori di determinate categorie di persone basati sul fanatismo ideologico e su un presunto pericolo sociale atto a scatenare il panico, per cui si giunge a negare i normali diritti di difesa agli accusati e ad avere scarsa considerazione della loro reale colpevolezza o innocenza, come nel caso del Maccartismo negli anni cinquanta del Novecento negli Stati Uniti.”

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Il termine Maccartismo, entrato in uso come termine generale per i fenomeni di pressioni di massa, persecuzioni, e schedature utilizzati per instillare il conformismo con il credo politico prevalente, porta con sé una connotazione di accusa falsa, addirittura isterica, e d’attacco governativo alle minoranze politiche, ma in senso ancora più lato può adattarsi benissimo al nostro caso.

Premetto che il signor Massimo, circondato da belle donne dagli occhi di ghiaccio e dai corpi sinuosi, promiscue, accattivanti e bugiarde, ritratto in foto con quel suo sguardo freddo e a dir poco inquietante, su uno sfondo rosso fuoco come il tappeto che sua madre era usa sbandierare in gioventù prima di ogni sabba, circondato da animali tra cui un odiosissimo gatto nero, ce ne ha messo del suo nell’ostentare la sua palese fratellanza con il signore delle tenebre.

Non me ne voglia il sig. Massimo, ovviamente scherzo, ma non mi meraviglierei se in quel di Bergamo venissero rinvenute copie del Malleus Maleficarum, il capolavoro dei due monaci domenicani  Heinrich Kramer e Johann Sprenger  su come imbastire un ingiusto processo divenuto il manuale investigativo della Santa Inquisizione.

Negli ultimi anni, sempre più spesso, ahimè, ho sentito puzza di Medioevo nell’ambito di molti processi penali e devo riconoscere che il dottor Saverio Fortunato, il quale non me ne voglia cito liberamente, è sin troppo buono nell’auspicare la terzietà del giudice giudicante.
La realtà dei fatti, condanne alla mano, smentisce almeno in parte la sua visione, già di per sé catastrofica, della moderna giustizia la quale, incostituzionalmente e a cuor leggero, miete vittime al pari della peste nera.
Gran parte dei processi penali in Italia versa in condizioni drammatiche e queste ultime non vanno a toccare solo chi rimane intrappolato nelle trame oscure di una Giustizia cieca ma intere famiglie e chi come noi decide di non accettare questo modus operandi.

“Fatta salva l’opera del giudice giudicante, che per fortuna nel complesso si salva e garantisce la terzietà, molti processi penali attuali, invece, sotto il profilo del giudice inquirente, sono generati da un’Investigazione la cui metodologia inquisitoria o peritale, sembra avere origine antropologica nel Manuale per l’Ingiusto-Processo, il Malleus Maleficarum.”

Il punto più triste dell’analisi del professore, affrontata con grande senso critico a sua volta dettato dalla profonda amarezza che destano questi casi di cronaca sempre più frequenti, è che tortura fisica a parte, agli inquisitori moderni è permesso tutto poiché è palese che partano sin dal principio dall’assunto che il sospettato sia certamente colpevole oltre ogni ragionevole dubbio.
Questa presunzione cancerogena consente il “salto di qualità” del sospettato che assume le caratteristiche del condannato molto prima che tre gradi di giudizio abbiano avuto luogo.

“Il reo deve accusarsi da solo e se non lo fa volontariamente, qualsiasi mezzo è lecito”

I fantasiosi metodi di tortura fisica sono stati sostituiti dai più cervellotici metodi di tortura psicologica.
La musica di sottofondo è comunque sempre la stessa di 600 anni fa, opera dello stesso menestrello.
La colpevolezza del sospettato viene dedotta da qualsiasi cosa dica o non dica, a prescindere dal fatto che egli si impegni, ad esempio, a tentare di ricostruire una giornata di quattro anni prima o che dica semplicemente di non ricordare, indipendentemente dal fatto che egli si professi innocente per tutta la durata di una carcerazione preventiva priva delle più elementari motivazioni atte a giustificarla e nonostante il fatto che la privacy di un’intera famiglia sia stata violata ed esposta al pubblico ludibrio senza che ve ne fosse un tornaconto dal punto di vista investigativo.

A  questo proposito apro una parentesi. Mi è tornato alla mente un concetto che mi fa piacere condividere perché è calzante con il caso di cui ci occupiamo.
Parto dal presupposto che un indagato ha diritto al rispetto della propria dignità, (così come ha diritto alla difesa ed eventualmente si ritenga di rinviarlo a giudizio, sulla base di prove certe, ad un processo equo); questo già di per sé è un fatto che ha il suo peso e la sua valenza.
Come se questo fosse poca cosa sottolineo il concetto che c’è sicuramente bisogno di trovare, in ogni singola indagine, una sorta di un bilanciamento tra diritti fondamentali quali la privacy, la sicurezza e la libertà di informazione.
Per far sì che i piatti della bilancia restino sempre in perfetto equilibrio, dando ad ognuno di questi diritti il suo giusto spazio, c’è bisogno di un grande senso di responsabilità da parte di tutti gli attori (avvocati,giudici,giornalisti).

Se non bastasse al lettore sapere che un indagato gode di tutti questi diritti allora è bene chiarire che persino ad un condannato passato in giudicato non va negata la possibilità di poter  recuperare un minimo di serenità e di privacy.

“Con la locuzione “diritto all’oblio” si intende, in diritto, una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità, senza particolari motivi, di precedentipregiudizievoli dell’onore di una persona, per tali intendendosi principalmente i precedenti giudiziari di una persona.

In base a questo principio, ad esempio, non è legittimo diffondere dati circa condanne ricevute o comunque altri dati sensibili di analogo argomento, salvo che si tratti di casi particolari ricollegabili a fatti di cronaca ed anche in tali casi la pubblicità del fatto deve essere proporzionata all’importanza dell’evento ed al tempo trascorso dall’accaduto.”

La giurisprudenza ha da tempo affermato che «è riconosciuto un “diritto all’oblio”, cioè il diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all’onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione.

Si tratta quindi del diritto di un individuo ad essere dimenticato, o meglio, a non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronaca.
In sostanza, un individuo che abbia commesso un reato in passato ha il pieno diritto di richiedere che quel reato non venga più divulgato dalla stampa e dagli altri canali di informazione;  questo a condizione che il pubblico sia già stato ampiamente informato sul fatto e che sia trascorso un tempo sufficiente dall’evento, tale da far scemare il pubblico interesse all’informazione per i casi meno eclatanti.
 

Questo principio, alla base di una corretta applicazione dei principi generali del diritto di cronaca, parte dal presupposto che, quando un determinato fatto è stato assimilato e conosciuto da un’intera comunità, cessa di essere utile per l’interesse pubblico: smette di essere oggetto di cronaca e ritorna ad essere fatto privato.

In questo modo, nel momento in cui l’interesse pubblico si affievolisce, fino a scomparire del tutto, si cerca di tutelare la reputazione delle persone coinvolte nel fatto restituendo loro il diritto alla riservatezza: se la lesione personale, per i protagonisti in negativo della vicenda, è inizialmente giustificata dalla necessità di informare il pubblico, non lo è più dopo che la notizia risulta largamente acquisita.

Bisogna guardare tra le pieghe della legge molto più spesso di quanto non si creda ed è per questo che cito il Principio della Pertinenza.

La Legge non è carente dal punto di vista teorico, viene trovata mancante dal punto di vista pratico.

Il diritto di riprodurre fatti negativi, purché veritieri, da parte di organi di stampa ed assimilati trova un limite nel principio della pertinenza:

i fatti possono essere riproposti, anche a distanza di tempo, solo se hanno una stretta relazione con nuovi fatti di cronaca e se vi è un interesse pubblico alla loro diffusione.

Questo principio, pur consapevole di averlo spostato sul sig. Massimo per estensione essendo lui ancora indagato, ci dà la misura della differenza tra la teoria e la pratica in tema di diritti e doveri della stampa come dell’autorità giudiziaria, e non è cosa da poco!

Chiusa questa non breve parentesi ci tengo a scomodare una delle figure più importanti della nostra storia.

Egli, con grande lungimiranza rispetto a come si sarebbe involuto il concetto di Giustizia con l’andare del tempo o forse mosso dalla speranza in un futuro ove tale concetto fosse finalmente ben interpretato alla luce della sua delicatezza, pose l’accento su argomenti che rivivono nello stivale con sempre rinnovata attualità.

Il Beccaria delinea un teorema generale per ben determinare l’utilità della pena.

“Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi”.

Questo vale per la pena da comminare a chi oltre ogni ragionevole dubbio sia stato giudicato colpevole di un delitto.
Ma il Beccaria non si limita a lanciare questo monito, bensì ci mette in guardia dal commettere l’errore più grande nel quale una società che si dice civile non dovrebbe mai incappare.

“Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violati i patti col quale fu accordata. Quale è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia la potestà ad un giudice di dare una pena ad un cittadino, mentre si dubita se sia reo o innocente? Non è nuovo questo dilemma: o il delitto è certo o incerto; se certo, non gli conviene altra pena che la stabilita dalle leggi, ed inutili sono i tormenti, perché inutile è la confessione del reo; se è incerto, è non devesi tormentare un innocente, perché tale è secondo le leggi un uomo i di cui delitti non sono provati.”                     

Suona come la quinta di Beethoven.

Un uomo i cui delitti non siano stati provati è un innocente.
Nessuna pontificazione, idea, ricostruzione logica o convincimento dell’accusa può valere da scusante quando si commina una pena ad un uomo la cui colpevolezza non è stata ancora provata.

Il Beccaria ci fa anche dono di una perla.
Denuncia l’inutilità della tortura da un duplice punto di vista.
Nell’ottica meramente giuridica è pressoché ovvio che  un uomo non può rappresentare sia l’accusatore che l’accusato in quanto nessuno accuserebbe sé stesso a meno che questi non venga sottoposto a patimenti fisici che nella gran parte delle volte sortiscono l’effetto voluto di piegare la volontà ed estorcere la confessione.
Dal punto di vista spirituale il Beccaria supera sé stesso partendo dall’assunto che carnefice e giudice sono esseri umani e quindi soggiacciono alle stesse regole di colui che commette un delitto.
L’infamia commessa non può trovare espiazione morale nelle torture che purgano il fisico poiché non esiste una correlazione tra il dolore fisico e la remissione di un qualsivoglia peccato e,  tutto considerato,  sarebbe paradossale lavare un’infamia commettendone un’altra.
Riguardo all’aspetto “mistico” della tortura non si può non riportare una frase che porta con sé tutto il peso della responsabilità intrinseca nel potere di cui dispone colui che giudica.

“L’infamia è un sentimento non soggetto né alle leggi né alla ragione, ma alla opinione comune. La tortura medesima cagiona una reale infamia a chi ne è la vittima”.

Purtroppo per la giurisprudenza, che rappresenta il biglietto da visita di una società e di una nazione, in Italia, per quanto ci si sia sforzati di uscire dal buio di una cultura fiorita all’ombra delle lampade ad olio e ci si sia messi al passo con l’era dei lumi, essa è rimasta prigioniera del più oscuro periodo storico mai documentato.

Alla tortura fisica è subentrata, mi ripeto, una più sottile violenza psicologica che unita alla privazione della libertà diventa la più crudele delle armi in mano agli inquirenti.
Non da meno che in passato essa risulta però fallace in egual misura poiché questo disumano strumento, al quale si ricorre prima di dimostrare l’effettiva responsabilità dell’imputato, non giova al processo che ne determinerà o meno la colpevolezza, sia perché le persone sensibili potrebbero essere inclini a confessare anche il falso per sfuggire alla pena, sia perché, per la stessa speculare logica, le persone più dure potrebbero essere considerate oneste nel caso dimostrassero una resistenza maggiore alla pressione.

Il regime di terrore durato cinque secoli e dilagato in tutt’Europa con il benestare della Chiesa non cessa di rappresentarci agli occhi del mondo come un triste crisantemo all’occhiello; ha subito varie metamorfosi ma la logica binaria del “o sei colpevole o sei colpevole”  lo ripropone con un’attualità disarmante e preoccupante.

Il professor Saverio Fortunato tratta l’argomento esponendo dei parallelismi tra il passato e il presente che fanno tremare le gambe, raggelare il sangue e svegliare le coscienze.

Li definisce “residui culturali arcaici” che riaffiorano nelle moderne investigazioni e nei processi.

Li ritroviamo lampanti in “quei castelli accusatori che perseguono il reo per ciò che è e non per ciò che fa.”

Li ritroviamo in “quell’Inquirente che s’innamora della propria tesi accusatoria e non riesce a vedere nel reo in ugual peso tanto gli elementi d’innocenza quanto quelli di colpevolezza.”

Li ritroviamo in “tutti quei giudici che in udienza accolgono sempre ad occhi chiusi quanto prodotto dal Pm e sempre con insofferenza quanto prodotto dagli avvocati di parte.”

Li ritroviamo in “quegli assistenti sociali, periti e giudici dei minori, che tolgono i figli ai genitori senza capire che non è la soluzione, ma il problema del problema.”

E ancora li ritroviamo in “ogni errore “scientifico” investigativo o peritale che poi si trasforma in errore o inganno giudiziario e, quindi, in un ingiusto-processo.”

Non me ne voglia il professore se riporto fedelmente le sue parole, mi permetto solo ed esclusivamente perché non ci sarebbe un modo più diretto ed efficace di arrivare al lettore.
Il parallelismo tra le “streghe” che per la loro stessa natura non godevano di diritto alcuno con imputati come il sig. Bossetti regge eccome!
Le streghe si potevano impunemente imprigionare, maltrattare, le si poteva indurre a contraddirsi, le si poteva manipolare e persino uccidere, durante le  inchieste e negli interrogatori.

“La regola che veniva applicata alle prove era semplicissima: qualunque fatto su cui giurassero due o tre testimoni veniva accettato come vero e anche come definitivamente provato. Si faceva largo uso di domande trabocchetto, escogitate allo scopo di raggirare sia il sospettato che il testimone.”

Il processo veniva portato avanti con una conoscenza piuttosto sofisticata della psicologia.
Le tecniche impiegate riflettevano la notevole esperienza acquisita nell’ottenere e nell’estorcere informazioni.
Gli inquisitori sapevano che la mente dell’indagato spesso era il suo peggior nemico, che la paura nasce nella solitudine e nell’isolamento, e che spesso può produrre risultati soddisfacenti quanto la violenza fisica.
Così, la paura della tortura, per citare l’esempio più ovvio, veniva provocata e alimentata fino a che non si trasformava in uno stato talmente parossistico di panico da vanificare la necessità della tortura stessa.
Se l’accusato non confessava subito, gli veniva detto che sarebbe seguito un interrogatorio sotto tortura, però solo dopo un certo periodo di tempo.

In principio, ci spiega il professore, l’inquisitore adoperava la persuasione verbale.

Solo dopo aver tenuto per un lungo periodo l’accusato in uno snervante stato di attesa gli interrogatori cominciavano e le torture fisiche venivano solo minacciate sortendo un effetto così persuasivo da “vanificare la necessità della tortura stessa”.
Inoltre era cosa nota sin da allora che l’uomo fosse un animale sociale e che per questo motivo la solitudine e l’isolamento ne minavano l’integrità mentale più efficacemente di una qualsivoglia tortura fisica.
Erano dei veri e propri psicologi e le  tecniche impiegate riflettevano la notevole esperienza acquisita nell’ottenere e nell’estorcere informazioni.
Gli inquisitori sapevano che “la mente dell’indagato spesso era il suo peggior nemico” e sfruttavano il miraggio di una scarcerazione in cambio di una confessione utilizzando persino tecniche paragonabili all’attuale schema “poliziotto buono, poliziotto cattivo”.

Le vittime delle Sante Inquisizioni furono il larga parte donne, più di trentamila furono le vittime nel giro di centocinquant’anni e questo numero comprende il larga scala anche adolescenti e bambine.

“La Chiesa aveva sempre manifestato una tutt’altro che piccola tendenza alla misoginia e l’operazione contro la stregoneria le fornì un mandato su larga scala per una crociata contro le donne e tutto ciò che era femminile.”

Quello in cui viviamo oggi è un secolo ancora troppo giovane per esprimere giudizi ma quello immediatamente precedente è stato caratterizzato da un repentino progresso, che ci ha permesso un enorme salto in avanti, concentrato in un brevissimo lasso di tempo specialmente se paragonato al  blocco ristagnante dei secoli che lo avevano preceduto.
Il 900 è stato caratterizzato da incisivi cambiamenti per non dire da veri e propri capovolgimenti di tendenze sotto i più svariati aspetti, alcuni dei quali, fortemente positivi. Per quanto riguarda l’emancipazione femminile, da donna, non posso che essere grata a tutte coloro le quali hanno dedicato la vita a combattere affinché noi, donne di oggi, potessimo godere dell’uguaglianza tanto agognata.

Mi rincresce enormemente, nel XXI secolo, assistere inerme a fatti di cronaca come quello che vede protagonista il nostro Sig. Bossetti, in cui si scorge la premura di voler a tutti i costi processare un indagato sulla base di elementi a dir poco problematici.

Questa controversa maniera di amministrare la giustizia non colpisce solo le famiglie delle vittime che non ricevono giustizia, né si limita a distruggere le  famiglie colpite dal “martello delle streghe” bensì genera un’isteria di massa, instillata nelle menti grazie all’appoggio dei media compiacenti, in tutta la Nazione.

Un giusto processo è un atto dovuto in una società civile e per avere un giusto processo bisogna che non vengano meno i diritti basilari di un imputato.
In caso contrario non si può più definire processo, diventa automaticamente un’inquisizione che di santo non ha nulla.

“Perché non s’ era il cavaliere accorto, che ancora combatteva, ed era morto”

Sul movente sessuale, il pedofilo, il molestatore di bambini e Massimo Bossetti: analisi del sospettato numero uno nel caso di omicidio di Yara Gambirasio (di Rocco Cerchiara).

Inserisco una interessantissima analisi di Rocco Cerchiara, finalizzata alla decostruzione definitiva del presunto “movente sessuale” in relazione al caso Yara Gambirasio: un movente che, per quanto si scavi, non trova alcun riscontro concreto, e ci appare, al contrario un debole tentativo di far quadrare forzatamente i conti giacché non si riesce a trovare alcun movente specifico in relazione all’attuale indagato.

Chi è il pedofilo:
La pedofilia è una parafilia (parafilie sono definite  le tendenze  a  provare attrazione sessuale per persone, oggetti e situazioni che  si discostano spiccatamente dalla sessualità ordinaria, quella che ha a che fare con il coito e l’atto riproduttivo) che comporta l’attrazione sessuale, da parte di un soggetto adulto o sessualmente maturo, per soggetti sessualmente non maturi, quindi in età prepuberale (sotto i 13 anni in media).

Il DSM-IV – Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali ci dice esattamente questo:

“ La focalizzazione parafilica della Pedofilia comporta attività sessuale con bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli). Il soggetto con Pedofilia deve avere almeno 16 o più anni, e deve essere di almeno 5 anni maggiore del bambino. Per i soggetti tardo-adolescenti con Pedofilia, non viene specificata una precisa differenza di età, e si deve ricorrere alla valutazione clinica; bisogna tenere conto sia della maturità sessuale del bambino che della differenza di età. I soggetti con Pedofilia di solito riferiscono attrazione per i bambini di una particolare fascia di età. Alcuni soggetti preferiscono i maschi, altri le femmine, e alcuni sono eccitati sia dai maschi che dalle femmine. Quelli attratti dalle femmine di solito preferiscono quelle tra 8 e 10 anni, mentre quelli attratti dai maschi di solito preferiscono bambini un po’ più grandi. La Pedofilia che coinvolge vittime di sesso femminile si riscontra più spesso di quella che coinvolge vittime di sesso maschile. Alcuni soggetti con Pedofilia sono attratti sessualmente solo da bambini (Tipo Esclusivo), mentre altri sono talvolta attratti da adulti (Tipo Non Esclusivo). I soggetti con Pedofilia che sfogano i propri impulsi con bambini possono limitarsi a spogliare il bambino e a guardarlo, a mostrarsi, a masturbarsi in presenza del bambino, a toccarlo con delicatezza e a carezzarlo. Altri, comunque, sottopongono il bambino a fellatio o cunnilingus, o penetrano la vagina, la bocca o l’ano del bambino con le dita, con corpi estranei, o col pene, e usano vari gradi di violenza per fare ciò. Queste attività sono di solito giustificate o razionalizzate sostenendo che esse hanno valore educativo per il bambino, che il bambino ne ricava piacere sessuale, o che il bambino era sessualmente provocante – argomenti comuni anche nella pornografia pedofilica.

I soggetti possono limitare le loro attività ai propri figli, a figliastri, o a parenti oppure possono scegliere come vittime bambini al di fuori della propria famiglia. Alcuni soggetti con Pedofilia minacciano il bambino per evitare che parli. Altri, specie coloro che abusano spesso dei bambini, sviluppano complicate tecniche per avere accesso ai bambini, che possono includere guadagnare la fiducia della madre del bambino, sposare una donna con un bambino attraente, scambiarsi bambini con altri soggetti con Pedofilia, o, in casi rari, adottare bambini di paesi sottosviluppati o rapire bambini ad estranei. Tranne i casi in cui il disturbo è associato a Sadismo Sessuale, il soggetto può essere attento ai bisogni del bambino per ottenere l’affetto, l’interesse, e la fedeltà del bambino stesso, e per evitare che questi riveli l’attività sessuale. Il disturbo inizia di solito nell’adolescenza, sebbene alcuni soggetti con Pedofilia riferiscano di non essere stati eccitati da bambini fino alla mezza età. La frequenza del comportamento pedofilico varia spesso a seconda dello stress psicosociale. Il decorso è di solito cronico, specie in coloro che sono attratti dai maschi. Il tasso di recidive dei soggetti con Pedofilia con preferenza per i maschi è all’incirca doppio rispetto a coloro che preferiscono le femmine. “

L’uomo della strada tuttavia tende a confondere e sovrapporre, erroneamente, il pedofilo con il molestatore di bambini (child molester come lo chiamano gli anglosassoni) poiché non è detto che un pedofilo debba per forza agire violenza sessuale nei confronti di minori, anzi, non sono pochi i pedofili che non hanno mai sfiorato un bambino in vita loro.

Secondo il  Sex Crime investigations: the complete investigator’s  handbook di F.D.Jordan:

“Pedofilo” è un termine diagnostico utilizzato per descrivere un disturbo del carattere o di personalità. Per questo motivo, le forze dell’ordine dovrebbero evitare di utilizzarlo  quando ci si riferisce a un individuo, a meno che la persona sia stata diagnosticata da qualificati professionisti come avente un tale disordine. E’ molto più sicuro e più appropriato  riferirsi a tali individui come a molestatori di bambini.
Un pedofilo può intraprendere attività sessuali esclusivamente con adulti, pur non trovandole completamente soddisfacenti o appaganti, oppure può possedere materiale pedopornografico e fantasticare sul sesso con bambini ma non attuarlo mai, di contro un non pedofilo in particolari condizioni di stress o sotto l’influenza di alcol o sostanze stupefacenti potrebbe approfittare dell’immediata disponibilità di un bambino e trarne gratificazione sessuale, questo è un molestatore di bambini ma non necessariamente un pedofilo.
Sono molte le teorie relative alla struttura mentale del child molester ma principalmente il SCI prende in considerazione due grandi macrocategorie  in relazione alle modalità di interazione con vittima : il child molester violento e quello non violento ,il primo attira moltissima attenzione, il secondo sta bene attento a non attirarne e può quindi fare un gran numero di vittime rimanendo inosservato per anni.

Ruben De Luca nel suo testo Anatomia del serial killer 2000 nel capitolo in cui parla dell’omicida seriale pedofilo in relazione a queste due macrocategorie di child molester si esprime così  :

Pedofilo violento :
Di questa categoria fanno parte gli stupratori e i soggetti che, alla violenza del minore, fanno seguire l’omicidio con modalità particolarmente cruente ( uso della tortura ecc);Ci troviamo di fronte a quello che Borneman (1988) ha definito pedosadismo, una perversione in cui il piacere sessuale è dato dal maltrattare e seviziare i bambini. Di solito, questi soggetti riferiscono di aver subito nell’infanzia esperienze traumatiche accompagnate da paura.
Pedofilo non violento: utilizza principalmente la modalità della seduzione , riuscendo ad individuare i minori che hanno gravi carenze affettive; in questi casi, il pedofilo può rappresentare per loro un mezzo per riempire il vuoto affettivo ed emotivo lasciato dai genitori.

Sono molti i termini con cui si cerca di categorizzare i vari tipi di child molester così come molti sono i tratti che si cerca di individuare per categorizzarne i comportamenti e le personalità, cosa in realtà tutt’altro che semplice visto che tali tratti spesso sono presenti in categorie differenti.
Il Sex Crime investigations ci elenca le categorie ed i tratti più comuni:

Fissato:
Si può dire che questo child molester abbia uno schema persistente e preciso per quel che riguarda la sua modalità di abuso sessuale del bambino. Egli prova attrazione per i bambini fin da giovanissimo e spesso la sua attività di molestatore comincia molto presto, quando è ancora giovanissimo. Crescendo l’attrazione sessuale per i bambini non diminuisce, per cui la porta con sé nell’età adulta. La sua evoluzione sessuale rimane quindi fissata al periodo infantile.

Regredito:
Cresce con una sessualità normale ma per una serie di motivi questa può regredire portandolo ad essere attratto dai bambini, può mal sopportare lo stress dovuto al confronto sessuale con un adulto e ricorrere al bambino per evitare la minaccia di critiche o rifiuti. Ha bassa autostima e scarse capacità di reazione allo stress. Il principale criterio di scelta della vittima è la disponibilità, spesso infatti le vittime principali sono proprio i suoi figli o comunque bambini appartenenti alla famiglia.

Situazionale:
Non ha una preferenza esclusiva per il bambino come oggetto del desiderio sessuale, tuttavia per ragioni varie e a volte complesse può attuare molestie sessuali nei confronti di bambini per quanto in realtà molto sporadicamente.

Preferenziale:
Questo individuo è altamente prevedibile nel suo comportamento sessuale e di solito è sessualmente coinvolto con un gran numero di bambini. Questo tipo di molestatore coinvolge bambini in attività sessuali seducendoli e corteggiandoli con attenzione, doni o affetto con lo scopo di eliminare gradualmente le loro inibizioni sessuali, ha molta pazienza e spesso usa la pornografia per “indottrinare” le sue vittime, spesso fotografa i bambini nel corso di atti osceni e mostra le foto ad altri bambini per sedurli e “indottrinarli” oppure le usa come mezzo di ricatto affinchè non parlino. Lo scopo finale è portare il bambino a concedersi volontariamente così da offrire il sesso in cambio dei benefici che la relazione con l’adulto offre.
E’ un abilissimo seduttore di bambini poiché è capace di identificarsi con loro ed empatizzare, sa come parlar loro e sa come ascoltarli ed interagire. Il suo problema principale è come chiudere una relazione con un bambino che ha ormai superato la sua età preferita.

Moralmente indiscriminato:
Abusare del bambino per lui è semplicemente parte della sua tendenza all’abuso in generale. I criteri di selezione della vittima sono la disponibilità, la vulnerabilità e l’opportunità, tipicamente usa la violenza, l’inganno o la manipolazione per procurarsi le vittime, può avere tendenze sessuali sadomasochistiche e preferire soggetti preadolescenti piuttosto che propriamente bambini.
Spesso i genitori incestuosi fanno parte di questa categoria.
Fred e Rosemary west attiravano ragazze adolescenti nella loro casa a Gloucester con lo scopo di torturarle e stuprarle ripetutamente per poi ucciderle e seppellirne i corpi nello scantinato, Rose inoltre si prostituiva con clienti procurati da Fred il quale spesso assisteva alle performances masturbandosi. Hanno abusato di almeno due delle loro varie figlie dall’età di 8 anni in poi.

 

Sessualmente indiscriminato:
Sostanzialmente “uno vale l’altro”, non ha una preferenza per i bambini ma può fare sesso con loro per provare, così come potrebbe farlo con un anziano o con chiunque altro.

Inadeguato:
Il suo schema comportamentale è difficile da definire, si tratta a volte di soggetti psicotici, con gravi disturbi della personalità o affetti da ritardo mentale. In linguaggio profano è il tipo strano del quartiere, l’eccentrico. Può essere tanto l’adolescente patologicamente solitario quanto l’adulto solitario che vive coi genitori. Può abusare sessualmente del bambino per soddisfare le proprie curiosità sessuali con un soggetto non minaccioso, a differenza di un adulto. Molti sono tendenzialmente innocui ma alcuni sono noti per aver ucciso le proprie vittime, spesso con metodi abbastanza cruenti. Oltre che bambini possono molestare anche anziani o disabili.
Introverso:
I bambini sono le sue vittime d’elezione ma non ha le capacità sociali e verbali necessarie a sedurli, è lo stereotipo del molestatore che si aggira nei parchi o nei luoghi in cui i bambini aggregano e tende a preferire  bambini che non conosce  o molto piccoli.
Può mostrare i genitali ai bambini per strada o fare telefonate oscene se trova il numero di telefono, può sposare una donna che ha figli dell’età che lui preferisce o addirittura sposarsi e avere dei figli con lo scopo di molestarli.

Sadico:
Il molestatore di bambini sadico non solo è attratto sessualmente dai bambini ma per essere sessualmente soddisfatto ha anche bisogno di infliggere dolore. Abbastanza raro, si procaccia le vittime con la violenza o con l’inganno, normalmente le sue azioni attirano moltissima attenzione e possono gettare nel panico l’intera comunità.
A proposito di questa categoria Ruben De Luca ci dice inoltre che il child molester sadico, se è anche preferenziale, seppur raro  fa della vittimizzazione del bambino uno stile di vita, può diventare un omicida seriale e fa un larghissimo uso di pedopornografia per alimentare le proprie fantasie.

Wesley Allan Dodd : fin dall’età di 13 anni ha cominciato a molestare bambini più piccoli mostrando loro i genitali e coinvolgendoli in attività sessuali. Crescendo i suoi impulsi sessuali crescono con lui e colleziona varie denunce per molestie e a minori, ma la fa sempre franca, ha una preferenza per i maschi di età inferiore ai 10 anni, le sue fantasie col tempo prendono una piega sempre più sadica e trascorre le notti masturbandosi furiosamente mentre appunta in un diario i suoi piani di sequestro abuso di bambini ricchi di dettagli sulle torture che intende infliggere.
Quasi trentenne una sera decide di andare in un parco per cercare un bambino, ne incontra due, due fratelli di 11 e 10 anni, sono un po’ troppo grandi ma si accontenta, li conduce in un’area isolata e abusa di loro poi li uccide a coltellate.
Non è soddisfatto così poco tempo dopo rapisce sempre da un parco un bambino di 4 anni,lo porta a casa e abusa di lui per tutta la notte alla fine lo uccide impiccandolo, scatta varie fotografie e scarica il corpo fuori città. Viene colto in flagrante mentre cerca di portare via un bambino da un cinema. Arrestato confessa, verrà condannato a morte e giustiziato nel 1990.

 

Durante il periodo in carcere invia anche un documento al giornale mirato a spiegare ai bambini come comportarsi quando incontrano un child molester:

 

Quando incontri uno sconosciuto.
di Wesley Allan Dodd.

“Ci sono cose che funzionano che i bambini possono fare per proteggersi. Non ho mai molestato o danneggiato nessun bambino che abbia resistito. A volte è bastato solo un no, a volte c’è voluto qualcosa in più.
Che cosa devi fare?
A molti bambini e bambine viene detto di non accettare caramelle da uno sconosciuto, o di non entrare nella macchina di un estraneo.
Ma cosa devi fare quando sei da solo ed uno sconosciuto vuole che vada in macchina con lui, o che ti abbassi i pantaloni o vuole che tu faccia qualche altra cosa che sai essere sbagliata? Cosa fai se non c’è nessun adulto che ti può aiutare nei dintorni? Fai quello che vuole lo sconosciuto e mandi all’inferno ogni speranza?
NO!
Lo sconosciuto è più grande e più forte di te e tu potresti avere paura, ma è possibile farlo scappare via!
A volte lui ha tanta paura quanta ne hai tu, ha paura che tu possa far qualcosa che porti alla sua cattura.
Cosa devono fare un bambino  o una bambina quando un adulto vuol fare loro qualcosa di male?
DIRGLI DI NO!

Potrebbero averti detto di dire di no alla droga, puoi dire di no anche a qualcuno che vuole portarti via, o che vuole che ti abbassi i pantaloni o che ti tolga i vestiti.
Ci sono altre persone come me, ti facciamo togliere i vestiti, alcuni di noi vogliono che tu salga in macchina, possiamo essere gentili con te ma possiamo essere anche cattivi. Alcuni di noi possono volerti fare del male, alcuni addirittura ucciderti. Ma tu puoi ancora scappare via.
Una volta un bambino mi ha detto di no e poi è scappato via…
…ed io sono scappato via nell’altra direzione. Non volevo essere visto mentre lo inseguivo, non volevo che lui mandasse la polizia a cercarmi.
Dì sempre di NO!E poi SCAPPA!
Un altro bambino mi ha detto di no, allora io gli ho preso un braccio e non lo lasciavo scappare, gli ho fatto abbassare i pantaloni e l’ho toccato.
C’era qualcos’altro che poteva fare per proteggersi? Che cosa?
Un altro bambino di sei anni mi aveva detto di NO e voleva scappare, io allora l’ho preso e ho cominciato a portarlo via, lui sapeva di non poter scappare ma non ha rinunciato, ha cominciato a gridare “aiuto, qualcuno mi aiuti mi vuole ammazzare!”
Continuava a gridare e avevo paura che qualcuno potesse sentirlo, così l’ho lasciato ed è scappato via, non volevo essere preso ma lui corse a dirlo a qualcuno e la polizia mi ha preso 10 minuti dopo.
Quel bambino di sei anni non sapeva cosa stavo per fare, sapeva solo che lo stavo portando via e potevo fargli qualcosa di male e invece di avere paura e venire con me ha gridato per chiedere aiuto!
Lui adesso è un eroe perché anche se aveva paura di me ha gridato aiuto quando ne aveva bisogno.
Dì sempre di NO! Poi SCAPPA! GRIDA e lo farai spaventare! GRIDA AIUTO! Corri subito a dire a qualcuno che cosa è successo. Dillo sempre a qualcuno, sii un eroe.”

In ogni caso un child molester può avere una combinazione di disordini psicosessuali, della personalità o psicosi o può essere coinvolto in varie attività criminali.
Inoltre la tendenza sessuale pedofila può essere combinata anche con altre parafilie.
Le categorie sopra elencate sono abbastanza schematiche, il che è abbastanza normale nel momento in cui si categorizza con lo scopo di facilitare le dinamiche d’indagine, la cosa importante è comprendere che lo schema e le categorie sono solo una base da cui partire e bisogna tener presente che, come già detto, molte categorie hanno tratti in comunque e molte ancora sono reciprocamente integrabili.

Gli scopi principali per cui parliamo di pedofilia e di molestia a danno di minori in questa sede sono fondamentalmente due:
Il primo è chiarire la differenza e la relazione tra le due cose.

Il secondo è far notare quanto queste due cose abbiano poco a che vedere col caso di cui ci stiamo occupando.

Ricapitoliamo: Massimo Bossetti è il sospettato numero uno per l’omicidio di Yara Gambirasio avvenuto il 26 novembre del 2010, ciò che lo lega al delitto è la corrispondenza tra il suo profilo DNA e quello estratto da una piccola traccia biologica ritrovata sui leggings della vittima in corrispondenza di una lacerazione degli stessi:

  • Il cadavere rinvenuto nei campi di Chignolo d’Isola in data 26 febbraio 2011 apparteneva in vita a Yara Gambirasio.
  • Il cadavere presenta segni di almeno otto lesioni da taglio e una da punta e taglio a collo, polsi, torace, dorso e gamba destra relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso. Non sono presenti lesioni tipicamente da difesa. Per ciò che riguarda il mezzo produttivo delle lesioni da arma bianca, trattasi di strumento da punta e taglio, con spessore della lama minimo di 0,2 mm, lunghezza di almeno 2 cm, con possibile copertura in titanio, che per le caratteristiche rilevate è meno provabile trattarsi di un taglierino (cutter) ma piuttosto di un coltello.
  • Il cadavere presenta segni di lesività contusiva al capo (nuca, angolo destro della mandibola e zigomo sinistro)
  • Il corpo ed alcuni indumenti. unitamente al livello dell’albero bronchiale, di Yara Gambirasio riportano polveri riconducibili a calce, che del tutto verosimilmente rappresentano il frutto di contaminazione dovuta al soggiorno della stessa in un ambiente saturo di tali sostanze ovvero dovuta ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tali sostanze.
    Al fine di valutare l’origine di tali polveri è stato realizzato un confronto con prelievi effettuati, nelle sedi che Yara Gambirasio avrebbe potuto frequentare nei giorni antecedenti la sua scomparsa. I dati ottenuti dimostrano che le polveri rinvenute su Yara Gambirasio non si ritrovano nella stessa forma nei diversi luoghi controllati (casa, palestra, piscina, sterrato vicino al campo di Chignolo) se non in parte per i campioni del cantiere di Mapello, ove in un primo momento si sono concentrate le indagini. Le polveri repertate sui cadavere di Yara appaiono simili ai materiali campionati nel cantiere di Mapello, ma non perfettamente corrispondenti. Non è stato possibile ottenere una “Impronta digitale” più dettagliata di suddetto materiale per la scarsa quantità in cui è presente sul corpo della ragazza.

• Altre microparticelle rinvenute alle analisi condotte e che analogamente riportano ad attività legate (ma non esclusivamente). all’edilizia sono le piccole sfere di ferrocromo-nichel repertate sulle scarpe e in alcune sedi degli indumenti

  • Tali reperti (polveri di calce e sfere metalliche rivenute), sono riconducibili a materiali e pratiche tipiche delle attività legate al mondo dell’edilizia.

La relazione evidenzia come slip, reggiseno e calze indossate da Yara Gambiarsio non sono state testate relativamente alla presenza delle polveri perché al momento del rinvenimento del reperto questi indumenti erano già stati inviati al Ris per indagini merceologiche e genetiche.

  • Le indagini naturalistiche convergono nel concludere che il corpo di Yara Gambirasio in via di elevata probabilità sia rimasto nel campo di Chignolo d’Isola dal momento della sua morte, avvenuta poche ore dopo la sua scomparsa, fino al momento del suo rinvenimento.

Le indagini geologiche sulla suola delle scarpe mostrano che molto probabilmente esse sono venute in contatto con il terreno del campo di Chignolo d’Isola ovvero con terreni con caratteristiche naturalistiche analoghe. Ciò è suggestivo del fatto che abbia camminato in un simile ambiente.

  • Non vi sono elementi emergenti dalle indagini che indichino con certezza violenza o attività sessuale. Nella relazione si dà atto che al momento dell’autopsia il reggiseno si trovava slacciato e che all’analisi i gancetti posteriori risultano integri e resistenti alla trazione (pag. 180)
  • I rilievi relativi al contenuto gastrico consentono di ritenere che la morte risale a poche ore dopo la scomparsa la sera del 26 novembre 2010, ed in particolare appare collocabile nel range temporale compreso tra le 19 e le 24… tenuto conto di una fase agonica protratta, questo limite potrebbe estendersi alle prime ore del giorno successivo.
  • Non è possibile per il cattivo stato di conservazione della salma stabilire con certezza la causa della morte. Tuttavia si propende per una morte concausata da ipotermia e dagli effetti combinati delle lesioni da arma bianca e contusiva.

Dunque, abbiamo un cadavere in un campo.
Almeno 8 ferite da taglio inferte probabilmente con un coltello, ma non mortali.
Tre contusioni, anche queste non mortali.
La morte viene attribuita alla combinazione delle lesioni elencate e dall’ipotermia.
Il cadavere è vestito. Non ha i pantaloni abbassati o la gonna alzata, i pantaloni tagliati o strappati in corrispondenza dei genitali. Il reggiseno era slacciato… sotto gli indumenti, cosa che in corso di una colluttazione può capitare facilmente. Io in una scena del crimine così il movente sessuale non lo vedo.

E non lo vede neanche l’autopsia: “non vi sono elementi emergenti dalle indagini che indichino con certezza violenza o attività sessuale”.

Ma la Procura sembra proprio attaccata al movente sessuale, nonostante non ci sia nulla che lo faccia supporre e nella scena del crimine e dai risultati dell’autopsia.
Abbiamo comunque un sospettato offertoci dalla genetica forense, la quale da sola in questo caso non è sufficiente a gettare la chiave della sua cella ma lo mette semplicemente in relazione con la scena del crimine, al di là di tutti i problemi, gli eventuali errori, le dinamiche intricate relative agli esami del DNA che abbiamo visto in questi mesi studiando come funzionano, diamo per buoni i risultati.

Mettiamo che quella piccola traccia di DNA trovata su Yara appartenga a Massimo Bossetti: tocca a chi indaga costruire un solido caso con le dovute prove ottenute con accurate indagini in cui andare ad incastrare anche il tassello genetico.
E allora indaghiamo.

Chi è Massimo Bossetti?
Un muratore quarantatreenne sposato e con tre figli.

Cosa fa? E’ un uomo dalla vita abbastanza regolare: va al lavoro, torna dal lavoro, ogni tanto si fa una lampada, ogni tanto esce con la moglie e con i figli.
Cerchiamo il movente sessuale nella vita di Massimo Bossetti, cerchiamolo a tutti i costi anche se non c’è nulla che faccia pensare ad un movente sessuale:
stiamo indagando, dobbiamo essere per forza di cose indiscreti… Interroghiamo allora tutti i familiari e i parenti, interroghiamo gli amici, i conoscenti, i colleghi di lavoro.
Interroghiamo i fornitori e i commercianti da cui si serve, interroghiamo i vicini di casa, interroghiamo chiunque possa avere qualcosa da dirci su questa persona.
Se stiamo cercando di capire se è un child molester e più generalmente un sex offender, visto che insistiamo sul movente sessuale, siamo tenuti a fare domande sulle sue abitudini sessuali a coloro i quali supponiamo possano saperne qualcosa: la moglie in primis, gli amici, le ex, le donne che lo conoscono.
Dobbiamo fare domande sulla sua sessualità, dobbiamo chiedere alla moglie se ha mai proposto qualcosa di strano, sul piano sessuale, se la sua sessualità ha connotazioni violente, se richiede più rapporti sessuali al giorno, se quando gli vengono negati s’incazza.
Dobbiamo chiedere alle prostitute della zona se lo conoscevano come cliente e se era un cliente strano, con strane richieste, che andava a caparsi quelle più giovani o dall’aspetto più infantile, se il rapporto con lui era impostato sul controllo da parte sua e se era violento e abusante.
Dobbiamo chiedere alle donne che lo conoscono se fa mai delle avances o delle proposte sessuali, se ha mai allungato le mani e ha manifestato una reazione eccessiva di fronte al rifiuto.
Dobbiamo chiedere se gli interessavano le ragazze molto giovani, se ha mai molestato i figli, propri o quelli dei vicini, se era noto per spiare adolescenti o attaccare discorso insistentemente con loro.
Dobbiamo controllare accuratamente il suo pc, vedere se ha materiale pornografico e che tipo di materiale pornografico, se è iscritto a forum a tema sessuale, se chatta con donne e cosa si dicono, dobbiamo scoprire cosa cerca su internet.
Dobbiamo perquisire accuratamente casa sua e i mezzi di trasporto che usa, dobbiamo sapere che luoghi frequentava abitualmente, dobbiamo interrogare tutti gli altri che frequentano quei luoghi.
Dobbiamo scoprire tutto su di lui.

Perché?
Beh, perché nessuno esce dal lavoro, si carica la prima tredicenne che incontra con l’idea di abusarne sessualmente e ammazzarla in un campo.
L’idea di abusare sessualmente di qualcuno non viene dal nulla, non nasce all’improvviso senza aver lasciato nessun tipo di traccia nella vita e nelle attività di una persona.
In particolar modo se cerchiamo un child molester.
In tre mesi di indagini fatte su quest’uomo non abbiamo ottenuto nulla che ci faccia pensare che sia un child molester (né tantomeno un sexual predator in generale).
Confrontiamo quel che sappiamo di Massimo Bossetti con le categorie di child molesters sopra elencate.

Fissato?
No, non credo proprio, non è venuto fuori niente che faccia pensare ad un’attrazione per soggetti prepuberi presente fin dall’adolescenza. E qualcosa sarebbe venuto fuori di certo visto che spesso questo tipo di CM comincia a molestare soggetti puberi e prepuberi fin dalla prima adolescenza.

Regredito?
Non direi, abbiamo un uomo che conduce una vita tranquilla e che da tre mesi in carcere sostiene la propria innocenza senza smuoversi di un millimetro, è in grado di gestire una situazione di grande stress. Ci sembra forse questo un uomo che ha bassa autostima e sotto stress cerca un bersaglio facile da abbattere? O ci sembra una persona assertiva in grado di gestire e gestirsi?

Situazionale, Moralmente indiscriminato, Sessualmente indiscriminato?
Non ci risulta che il nostro sospettato sia una persona abusante da un punto di vista sociale o sessuale, se così fosse stato lo avremmo scoperto interrogando la famiglia e le persone che lo conoscono meglio. Non ci risulta che la sua vita sessuale sia così movimentata, che cerchi sesso ovunque indiscriminatamente, che abbia voglie sessuali particolari e un forte desiderio di soddisfarle e provare qualcosa di nuovo.

Preferenziale?
E’ da escludere. Nessuno si è mai fatto avanti per dire che Bossetti aveva l’abitudine di frequentare soggetti puberi o prepuberi, che sia diventato capo scout per entrare in contatto con loro o qualcosa del genere. Non risultano comunicazioni particolari con minori e del resto non ne avrebbe neanche avuto il tempo visto il suo stile di vita. Certe cose richiedono molto tempo a disposizione.

Inadeguato?
Assolutamente no e non occorrono ulteriori spiegazioni.

Introverso?
Come sopra. A parte che l’introverso punta bambini molto piccoli e Yara era già praticamente adolescente, non è mai stato visto andare in giro a mostrare i genitali nei parchi.
Non risulta inoltre che abbia mai molestato i propri figli.

Sadico?
Né come sex offender né come child molester. Il sadismo sessuale non passa inosservato, specie con mogli, amanti e fidanzate. Normalmente in seguito all’arresto di un sex offender con tendenze sadiche in corso d’indagine saltano fuori molte persone, specialmente ex partners o partners, a dare dettagli sulla sessualità violenta dell’indagato.

Nel caso di Dayton Leroy Rogers (un caso un po’ più pesante del nostro: omicida seriale sadico, feticista parzialista del piede, appassionato di bondage, 8 vittime accertate in Oregon negli anni 80. Usava proporre il bondage alle prostitute che frequentava per poi torturarle con i morsi ed un coltello) una volta arrestato durante le indagini si fecero vive decine di prostitute, uscite vive dagli incontri, a confermare le sue abitudini sessuali.

Non corrisponde a nessuna delle categorie descritte.
Personalmente escludo in toto un orientamento sessuale verso fanciulle puberi o prepuberi.
E da quello che siamo venuti a sapere (anzi, che non siamo venuti a sapere) facciamo parecchia fatica ad immaginare Bossetti come predatore sessuale.
Soprattutto colpevole di un omicidio che non mostra alcun movente sessuale, perlomeno un movente sessuale espresso.

Il nostro sospettato non sembra avere una sessualità incontenibile tale da portarlo a cercare sesso al di fuori del matrimonio, non pare avere poi quel tipo di sessualità mista a rabbia e odio per l’altro sesso che porta a cercare a cercare lo sfogo sessuale violento, non ci sembra poi il tipo di stupratore che in condizioni di stress in seguito ad eventi seccanti e stressanti esce e va a cercare una vittima su cui scaricarsi, non è il tipo che concepisce lo stupro come unica modalità relazionale in ambito sessuale.
Non è un voyeur, mai sorpreso a guardare le coppiette o a spiar le donne dalla finestra, non è un esibizionista, non ci risulta che abbia mai mostrato le pudenda in giro, non è un frotteurista: mai beccato a toccare con falsa casualità donne non consenzienti.
Anzi, pare che costui sia un uomo che, per dirla in un linguaggio estremamente semplice da bar della periferia romana “da si e no du corpi alla moje quando proprio je va e non è troppo stanco”… Per stessa ammissione di lei in un’intervista concessa ad un giornale:

“Mi creda, mio marito non può essere un maniaco. I suoi comportamenti, anche quelli sessuali, sono sempre stati al di sopra di ogni sospetto. E’ normalissimo anche nell’intimità. Nessuno mai, come per esempio una piscina affollata, ha mai potuto cogliere uno sguardo disdicevole, un’attenzione strana verso le ragazzine. Lo chieda a chi vuole, in famiglia o in paese.”

Quindi abbiamo:
– Una scena del crimine che non ha nulla che faccia pensare ad un movente sessuale.
– Un referto autoptico che non rileva la presenza di violenza sessuale o attività sessuale in genere.
– Un sospetto nella cui vita non abbiamo trovato niente che possa anche solo far ipotizzare che possa essere un sex offender e né tantomeno un child molester.

Inoltre l’esame del computer non ha rivelato se non pochi rari accessi a siti pornografici.
Moltissimi uomini fanno uso di pornografia, è una cosa abbastanza normale.
Ma il criminale sessuale tende a farne un uso ancora maggiore e soprattutto di un particolare tipo di pornografia, a seconda dei gusti personali.
Inoltre parlando di pedopornografia, cosa che ci aspetteremmo di trovare con un certo grado di certezza nel pc di un child molester, trovo risibile l’ancorarsi della Procura alla parola “tredicenni” rilevata tra le ricerche effettuate dal pc di Bossetti.
Pensare che una persona possa andare su google, digitare la parola “tredicenni” e trovarsi davanti pagine e pagine di links a siti che mostrano soggetti di tredici anni impegnati in attività sessuale è assolutamente ridicolo.
Persino cercando su portali di pornografia amatoriale e non, come “imagefap” o “clips4sale”, per citarne un paio tra i tanti, è impossibile trovare materiale pedopornografico.
Oggigiorno per trovare tale tipo di materiale bisogna essere in grado di accedere al deep web, e neppure lì è così facile, o avere i giusti contatti.
E’ un affare che frutta moltissimi soldi e i produttori stanno bene attenti a non attirare troppo l’attenzione su internet e altrettanto attenti sono i fruitori.

La Procura tuttavia sembra volere accollare a tutti i costi a Bossetti l’etichetta di maniaco sessuale, e la stampa le dà man forte, trascurando altre piste che potrebbero rivelarsi ben più produttive.

Ancora oggi non riesco a comprendere se si tratti di incapacità investigative o se stiano cercando d’incastrarlo col peggior movente immaginabile.

La necessità di cautela nell’uso del test del DNA per evitare la condanna di innocenti, del Prof.Michael Naughton, Università di Bristol – Sintesi di Rocco Cerchiara

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Nel ringraziare tantissimo Rocco Cerchiara per il (non semplice) lavoro di traduzione e sintesi, inserisco in questo articolo uno studio del Prof. Michael Naughton, dell’Università di Bristol.
Vorrei farlo precedere, però, da una premessa fondamentale.
I più informati, leggendo questo testo, capiranno che solo una piccola parte delle considerazioni ivi presentate può essere raffrontata al caso del quale ci occupiamo in questo blog.
Allora, perché inserirlo integralmente (o quasi)?

Perché chi scrive ritiene che sia necessario uno sforzo collettivo al fine di diffondere qualche conoscenza base, di stampo giuridico ed in particolar modo in relazione alla cosiddetta prova scientifica, in quanto la vicenda relativa al signor Massimo Bossetti sta mostrando la diffusione, nell’ambito di una parte consistente dell’opinione pubblica, di una totale assenza di conoscenze sull’argomento.
La non conoscenza di un argomento, di per sé, non è nulla di cui vergognarsi: tutti noi abbiamo delle lacune più o meno profonde in alcuni ambiti; diviene però estremamente insidiosa quando si trasforma in una “conoscenza sommaria” e del tutto presunta che porta a vergognose condanne di piazza.

Ieri, dopo le ferie estive, è tornata la trasmissione Quarto Grado.
Non mi dilungherò troppo in questa sede, in quanto la puntata “merita” una disamina apposita che mi riservo di inserire nei prossimi giorni.

A proposito di condanne di piazza vorrei unicamente segnalare le reazioni, ai limiti dell’incredibile, verificatesi nel corso della puntata sulla pagina facebook di Quarto Grado, che -mentre in TV si perpetrava la solita macelleria messicana, con tanto di imbarazzanti pantomime nelle quali c’era perfino un’attrice che impersonava la signora Comi, e della quale venivano ripetutamente inquadrate le gambe- aveva l’ardire di pubblicare un simile “stato”:

quartogradoE se massimo (nome proprio scritto con la minuscola loro) Bossetti stesse dicendo la verità? Se fosse davvero innocente?
Una domanda bizzarra visti i toni del processo mediatico in pieno svolgimento, ma le reazioni sono state tanto deliranti da superare ogni aspettativa: si va da (errori sintattici e grammaticali riportati testualmente) “se lui e inocente io sono la madona ma per favore”, a “si innocente e io sono vergine”, fino al solito capovolgimento dell’onere probatorio con “lui deve spiegare cosa ci faceva il suo dna sulla piccola punto il resto della sua vita non c’è ne frega” e “con una mamma così bugiarda… il figlio nega come la madre… tutti bugiardi! !! Pero una bambina e stata uccisa e deve avere giustizia! !!!”, o ancora il must “il DNA non mente! E’ colpevole!!!” (da quando il DNA indica di per sé colpevolezza?).

La domanda che mi sorge è se davvero l’Italia è tutto questo.
La scarsa conoscenza di un argomento non è un crimine, ma condannare un uomo sulla base della propria ignoranza, specie se, in un’epoca nella quale chiunque può facilmente informarsi sui principi basilari del nostro diritto, l’ignoranza è una scelta, dovrebbe esserlo, tanto più che, nel delirio mediatico, c’è perfino chi crede di conoscere risultati di un test mai effettuato:

testDavvero un’ampia fetta dei miei connazionali sarebbe pronta a condannare un uomo su queste basi?

Per oggi non indulgerò oltre su questi aspetti, tuttavia, dal momento che in questo articolo si parla specificamente di DNA, vorrei cominciare a fare un breve commento delle dichiarazioni rese, nel corso della puntata, dal Gen. Garofano, ex comandante del RIS.

Il Gen. Garofano avrebbe dovuto, almeno secondo le intenzioni, chiarire alcuni dubbi dei telespettatori sul DNA.
Le sue dichiarazioni possono essere compendiate in questo modo:
1- il DNA è certamente di Massimo Bossetti;
2- l’ipotesi di una contaminazione appare poco logica e poco sostenibile, se non fantascientifica;
3- “il DNA non vola”.

Dal momento che non amo pronunciarmi su ciò che non conosco e non posso conoscere, e non avendo ad oggi alcun elemento tale da sollevare dubbi in merito, evito volontariamente di mettere in discussione il primo dei tre punti.

Il secondo e il terzo punto, di contro, sono senz’altro meritevoli di approfondimento.
Con tutto il rispetto per il Gen. Garofano e la sua divisa, infatti, non ci si può esimere da alcune considerazioni (in relazione alle quali resto disponibile a qualsiasi confronto o smentita).
Ritenere poco logica una contaminazione della traccia biologica nel contesto specifico di cui si tratta, a qualcuno potrebbe infatti apparire ben più fantascientifico dell’ipotesi stessa.

Sappiamo bene che gli inquirenti ritengono che la piccola Yara sia morta a Chignolo, e sia dunque rimasta, per ben tre mesi, all’aperto, con la ferita (nella parte posteriore del corpo, sull’area di un gluteo) sulla quale è stata rinvenuta la traccia di “Ignoto1” a contatto con la nuda terra, sulla quale in tre lunghi mesi invernali si sono abbattute forti piogge.

Stavolta, sorvolerò sul fatto che, fino a meno di un anno fa, tutte le fonti concordassero nel definire “esigua e deteriorata” la traccia di DNA di Ignoto1, e mi limiterò a sottolineare che ci sono diversi studi sul tasso di decadimento del DNA esposto a determinate condizioni fisico-chimiche, e in nessuno di questi (se vi fosse anche un solo studio attestante il contrario sono pronta a fare pubblica ammenda) viene prospettato il caso di una traccia di DNA rimasta integra e non contaminata se esposta al contatto con acqua, terra e/o sole per tre mesi.

“La quantità di DNA recuperato da buffy-coat su superfici all’aperto dopo due settimane diminuisce di circa la metà, dopo sei settimane è trascurabile. Dopo due settimane non possono essere ottenuti profili” (Raymond e altri, FSI dic. 2009).
(Nel testo originale: “The amount of DNA recovered from buffy coat on the outdoor surfaces declined by approximately half over two weeks, to a negligible amount after six weeks. Profiles could not be obtained after two weeks”).

Ancora, si potrebbe citare uno studio pubblicato su Forensic Science International nel 2009 (Effect of blood stained soils and time period on DNA and allele drop out using
Promega 16 Powerplex kit, M.S. Shahzad, Ozlem Bulbul, Gonul Filoglu, Mujgan Cengiz, Salih Cengiz, Institute of Forensic Science, Istanbul University, Turkey) [1].

Questo studio è stato effettuato sul terreno secco (dunque, in assenza degli effetti ancor più compromettenti della pioggia), ed evidenzia come dopo soli 30 giorni il DNA derivante da traccia ematica sia estremamente esiguo, contaminato, deteriorato ed estremamente difficile da amplificare.
Da queste tracce di DNA non si è riusciti ad estrarre un profilo.
Dopo 30 giorni.
Come può allora, una traccia di DNA di natura che si suppone (per esclusione) essere ematica, aver resistito, a contatto con il terreno bagnato per ben novanta giorni, restituendo un profilo e presentandosi addirittura come “abbondantemente cellularizzata”?

Il corpo della povera Yara è davvero rimasto a Chignolo per tutto quel tempo?
La traccia di DNA di Ignoto1 è davvero stata depositata contestualmente all’omicidio e non in seguito?

Il solo supporre che la traccia sia stata depositata contestualmente all’omicidio e che il cadavere sia rimasto per 90 giorni all’aperto sembra sfidare la scienza.
Ma ammettiamo che per la presenza di qualche circostanza particolare ciò sia potuto avvenire.
Nella fantascientifica (questa sì) ipotesi in cui ciò sia avvenuto, è davvero così “poco logico” ritenere, che la traccia fosse, perlomeno, contaminata?

Veniamo al terzo punto, ossia al DNA che “non vola”.
Su questa ormai tristemente nota frase fatta mi ero già espressa precedentemente e in termini piuttosto robusti nell’articolo Il DNA vola… Ma non parla! Quando il circo mediatico va a nozze con la fiera della banalità.

Tuttavia, se quando questa frase è pronunciata da un opinionista senza competenze specifiche in ambito scientifico si può sorvolare, non si può fare altrettanto quando a pronunciarla è un ex comandante del RIS.

Ribadendo il mio pieno rispetto al Gen. Garofano, se tali considerazioni dovevano considerarsi una risposta alle domande dei telespettatori, anche io avrei una domanda: cosa significa, esattamente ed in termini scientifici, che il DNA non vola?

Perché non affrontare la questione in termini scientifici?
Perché nessuno afferma che “il DNA non è trasportabile”?
Perché tutti i testi dicono il contrario, ossia che il DNA è trasportabile (ho inserito io stessa diverse fonti sul trasporto del DNA)?

Allora, se il DNA è trasportabile, come tutti i testi sostengono, cosa significa “il DNA non vola”?
Il trasporto, o trasferimento secondario che dir si voglia, del DNA non solo è ipotesi scientificamente possibile, ma è anche ipotesi in relazione alla quale esiste già una casistica giudiziaria concreta.

Il criminologo Ezio Denti, ad esempio, ha illustrato un caso concretamente verificatosi, in cui il DNA di un uomo fu trovato sul corpo della vittima, uccisa a colpi di cacciavite.
L’uomo al quale era riconducibile il DNA, tuttavia, non era l’assassino: era semplicemente stato ferito in una rissa due giorni prima dell’omicidio, con lo stesso cacciavite poi usato come arma del delitto, ed il suo aggressore risultò essere il vero colpevole.

D’altro canto, che una traccia di DNA non sia di per sé prova di colpevolezza non è solo conseguenza logica della trasportabilità del DNA (o del fatto che il DNA possa essere esito di un contatto del tutto “innocente”), ma è anche un dato di fatto talmente evidente che non si capisce neppure come sia possibile discuterne.

In effetti, quando nel 2011 venne isolata la traccia di DNA di Ignoto1, era la stessa PM Dott.ssa Letizia Ruggeri ad affermare, giustamente, ai microfoni di Chi l’ha visto?, che sarebbe stato imprudente affermare con certezza di essere in possesso del DNA dell’assassino.

Nel lasciarvi, finalmente ed in attesa del prossimo articolo, nel quale esamineremo estesamente la puntata di Quarto Grado e le teorie presentate, alla sintesi del testo del Prof. Naughton, vi auguro buona lettura, ribadendo ancora una volta l’invito ad eventuali contestazioni e confutazioni di quanto qui sostenuto,

Alessandra Pilloni


Michael Naughton

Senior Lecturer, Facoltà di Giurisprudenza e Facoltà di Sociologia, Politica e Studi Internazionali (Spais), Università di Bristol.

Gabe Tan
Assistente di Ricerca, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Bristol.

I profili di DNA (profili genetici) vengono ottenuti, nelle analisi forensi, dall’identificazione delle variazioni (note come alleli o marcatori) in regioni specifiche note come “loci” (s. locus) all’interno del genoma umano, i profili così ottenuti vengono aggiunti al NDNAD (Database nazionale del DNA) o confrontati con quelli in esso già presenti.
Nei primi anni della fondazione del NDNAD  si utilizzava un sistema di definizione del DNA noto come  Second Generation Multiplex (SMG) il quale misurava sei microsatelliti (Short Tandem Repeat) per produrre un profilo genetico.
Questo sistema veniva inizialmente ritenuto quasi infallibile  con una rivendicata probabilità di corrispondenza (cioè le probabilità di due individui che condividono lo stesso profilo SGM) di 1 su svariati milioni.

La fiducia nell’affidabilità della SGM tuttavia ebbe vita breve in seguito a casi di corrispondenza falsa o casuale come ad esempio quello di Raymond Easton:
Nel 1999 il quarantottenne  Easton, di Swindon, fu arrestato per un furto con scasso a Bolton, a 200 chilometri da casa sua, dopo che  un profilo SGM prodotto dal DNA  recuperato dalla scena del crimine si rivelò corrispondente al suo già inserito anni prima nel NDNAD in seguito ad un incidente domestico per il quale aveva ricevuto una segnalazione.
Sebbene Easton soffrisse di morbo di Parkinson e non potesse guidare (riusciva a malapena a vestirsi da solo)  la polizia e la procura erano convinti della sua colpevolezza a causa della corrispondenza apparente del DNA.
Le accuse contro Easton furono ritirate, tuttavia, quando le sue proteste di innocenza, supportate da forti alibi, costrinsero all’esecuzione di test più rigorosi con 10 punti di corrispondenza anziché 6 i cui risultati presentarono un profilo i cui 4 loci addizionali non corrispondevano a quelli del profilo di Easton.

Nello stesso anno, il sistema SGM a sei loci è stato cambiato in un 10-loci (SGM+) e si diceva che avesse un potenziale di discriminazione di oltre 1 su un miliardo fornendo quindi una stima più sicura.
Comunque non tutti i profili DNA recuperati dalle scene del crimine e caricati nel NDNAD  sono profili completi SMG+ provenienti da singole fonti.
Il più delle volte  si tratta di campioni di DNA  parziali, degradati o misti e per lo più in piccolissime quantità; per ovviare a queste limitazioni, in anni recenti, sono stati sviluppati test come il Low Copy Number (LCN) il quale può produrre un profilo da quantità di DNA minori rispetto a quelle richieste da SGM ed SGM+ e le prove ottenute da DNA misto sono state ammesse nei tribunali.

In questo contesto questo documento vi mostrerà che tale utilizzo del DNA e dei database del DNA può produrre risultati che possono potenzialmente causare l’arresto e la condanna di persone di fatto innocenti.

Low Copy Number  DNA:

Dal 1999 il LCN può produrre un profilo a partire da sole 15-20 cellule laddove ad SMG ed SMG+ ne occorrono almeno un centinaio permettendo dunque di ottenere un profilo da quantità di materiale biologico infinitamente piccole come ad esempio da cellule della pelle o da residui di sudore presenti in una singola impronta digitale o reperibili sugli oggetti toccati dal donatore o da quelli con cui è entrato in contatto.
Ma questa grande sensibilità è accompagnata da una serie di rischi in quanto può sviare le indagini e/o portare a possibili errori giudiziari.

Primo – il numero di cicli di reazioni a catena della polimerasi (Polymerase Chain Reaction – PCR) deve essere sensibilmente  aumentato per ottenere  profili con la LCN, il che amplifica notevolmente il rischio di errori dovuti alla contaminazione  e  anomalie di tipo statistico.

Secondo – anche se un profilo di DNA è prodotto con accuratezza, ci sono difficoltà legate alle proposizioni e alle interpretazioni che si possono trarre dall’analisi dei risultati.
Dato che il profilo DNA LCN può essere ottenuto dalle cellule  lasciate dal singolo tocco di un individuo innocente non connesso al crimine e prima del crimine può facilmente verificarsi un fenomeno comunemente noto come “ trasferimento accidentale “

Terzo – Bassi livelli di DNA possono anche derivare da trasferimento secondario.
Per esempio se il perpetratore che è un cattivo dispersore di DNA ha, prima del crimine, un contatto casuale con un innocente che è un buon dispersore di DNA  il perpetratore può lasciare sulla scena del crimine una traccia di DNA appartenente all’innocente senza spargere nessuna delle proprie cellule.

I limiti della LCN sono stati messi in risalto in seguito al proscioglimento di Sean Hoey, alla fine del 2007, inizialmente accusato dell’attentato dinamitardo rivendicato dal Real Irish Republican  Army (RIRA) ad Omagh in Irlanda del nord nel 1998 e che causò 29 morti e più di 200 feriti.
All’epoca dell’arresto di Hoey, più di 8 anni dopo l’attentato, la Royal Ulster Constabulary  (RUC) era sotto forte pressione da parte del pubblico perché trovasse i colpevoli dato che tutti i 12 uomini arrestati nel settembre del 98 erano stati rilasciati senza accuse.
Ulteriori 7 persone vennero arrestate l’anno successivo ma solo uno di loro venne condannato, Colm Murphy.
Tuttavia nel 2005 la condanna di Murphy venne revocata a causa di irregolarità delle prove contro di lui.
Hoey venne accusato nel 2005 sulla base di un apparente collegamento tra il suo DNA e quello ritrovato su molti oggetti sulla scena del crimine; queste prove vennero comunque screditate dai periti della difesa,i professori Allan Jamieson e Dan Krane sulla base del fatto che i risultati del test  LCN possono essere molto facilmente distorti e in generale soggetti a contaminazione.
Le conseguenze dell’assoluzione di Hoey portarono alla stesura di un rapporto, da parte dell’Autorità Regolatrice delle scienze forensi in cui veniva affermato che il test LCN è “adatto allo scopo” anche se “migliori pratiche standard” scarseggiavano.
Ne conseguì una sospensione dell’utilizzo del test LCN dato il dubbio sollevato tra le forze di polizia sulla sua affidabilità.

Ma in seguito il Crown Prosecution Service (CPS) effettuò un cosiddetto “ esame precauzionale interno” dei casi in cui era coinvolta la la LCN tra il 21 dicembre 2007 e il 14 gennaio 2008 che lo portò a dichiarare di non aver trovato nessun particolare problema e quindi a reinstituire l’utilizzo della LCN stessa  lasciando però alcune domande cruciali senza risposta:
– perché era un esame intero e non un più esteso e trasparente esame dei 21000 casi in cui la LCN era stata utilizzata?
– perché questo esame era stato condotto nel periodo di Natale e Capodanno quando pochi casi potevano essere, ovviamente, inclusi?
-quanti casi erano stati alla fine effettivamente esaminati?

Probabilmente, l’approccio adottato dal CPS rivela un impegno a mantenere condanne penali a scapito del tentativo di scovare possibili condanne  errate e di mettere in atto i protocolli necessari per impedire che se ne potessero verificare in futuro.

Più di recente, un parere su come i tribunali dovrebbero occuparsi di analisi del DNA LCN  è stato espresso nei ricorsi combinati di David e Terence  Reed e Neil Garmson  tra continue preoccupazioni sulla sua affidabilità. Nel complesso il giudizio è stato :
“(…) Una sfida alla validità del sistema LCN non dovrebbe essere più consentita in quei procedimenti in cui la  la quantità di DNA analizzato è superiore alla soglia stocastica di 100-200 picogrammi [con picogrammo si intende un  millesimo di miliardesimo di grammo] in assenza di nuove  prove scientifiche.”

La decisione fissa così uno standard minimo per quando la prova del DNA LCN può essere considerata affidabile dai tribunali nei processi futuri e allo stesso tempo apre potenzialmente la strada alle contestazioni a condanne penali basate sul LCN se si riesce a dimostrare che è stato eseguito su campioni con quantità di DNA inferiori ai 100-200 picogrammi.

Tuttavia, i casi di R vs Reed e Reed; R vs Garmson sembrano inadeguati nell’affrontare la questione di come i tribunali devono gestire la prova del DNA LCN.

Gli appelli in genere hanno a che fare con i motivi dell’appello che alla fine vengono presentati dagli appellanti nelle loro contestazioni alle condanne ricevute.
Nei casi R vs Reed e Reed; R vs Garmson anche se la prova LCN è stata presentata in entrambi i casi al processo la discussione sull’affidabilità della LCN è stata abbandonata dai tre appellanti o nei giorni precedenti il ricorso (Reed) o nella fase preliminare del ricorso.
Il metodo LCN era stato usato quando c’era in effetti una quantità sufficiente di DNA per effettuare un test SGM+  il quale è stato poi condotto sulla quantità di DNA disponibile  rimanente  confermando il risultato precedentemente ottenuto con la LCN presentato al processo di David e Terence  Reed.

Similmente la questione nel caso Garmson era relativa più alla presentazione e alla rappresentazione fuorviante di prove basate su DNA parziale o misto al processo e alle metodologie usate per illustrare e interpretare le prove piuttosto che al metodo LCN usato per ottenerle.

Visti in questa luce gli appelli illustrati sono discutibili.
Sembra che questa sentenza possa  essere letta più come una rappresaglia generale contro quello che il giudice ha visto come ‘attacco’ sull’affidabilità del DNA LCN nel caso R vs S.Hoey.
Questo potrebbe spiegare perché la testimonianza del dottor Bruce Budowle  e del  professor Allan Jamieson (la cui testimonianza sui limiti di LCN DNA era stata determinante per l’assoluzione di Sean Hoey per l’attentato di Omagh) era stata accolta dalla Corte d’Appello de bene esse, che significa “condizionalmente o ​​“in anticipo di futura necessità”’.

Come tale, il giudice ha colto l’occasione per affrontare la questione delle contestazioni all’affidabilità del DNA LCN indipendentemente dall’apparente mancanza di pertinenza del DNA LCN nella motivazione finali per gli appelli di Reed e Reed e Garmson.
Eppure non doveva tener conto di qualsiasi rilevanza che le prove accettata de bene esse possono avere sulla sicurezza delle condanne dei ricorrenti.

Questo sembra trasmettere una nozione di giustizia in contrasto con l’opinione pubblica anziché un vero e proprio tentativo di valutare l’affidabilità del DNA LCN per evitare future condanne illecite, la sentenza può essere concepita come un esplicito tentativo di disegnare una linea giurisdizionale di sfide in corso per l’uso del DNA LCN nel processo penale post-Hoey.

Ciò  legittima ulteriormente il suo uso continuo in indagini di polizia e dai CPS, nonostante i suoi limiti intrinseci.

Profili DNA parziali:

Anche i profili DNA parziali possono essere discutibili nelle indagini penali, anche se questo è ancora ufficialmente ammesso in forma di assoluzioni nei processi penali o condanne ribaltate.

È abbastanza comune che la quantità di DNA in un campione biologico recuperato dalla scena del crimine possa essere di quantità talmente piccola e / o così degradata che che né SGM + né LCN siano in grado di produrre un profilo del DNA completo.
Piuttosto si ottiene un profilo incompleto o parziale  analogo a quello ottenibile con la SGM sopra descritta,che non ha neanche i 10 loci di un profilo  SGM+ completo.
Infatti, il CPS riferisce  che circa il 50 per cento dei profili DNA, ottenuti da campioni recuperati dalle scene del crimine sono profili parziali.
Secondo gli attuali criteri del NDNAD perché un profilo possa essere caricato nel database deve avere almeno 8 markers STR, ciononostante anche i profili che contengono troppi pochi alleli per soddisfare i requisiti del NDNAD possono essere confrontati con quelli in esso già contenuti anche se non possono esservi inclusi.

L’uso di di profili DNA parziali per rafforzare il caso in un  procedimento penale e anche la condanna di di un sospetto già individuato, in particolare se vi sono altre forme preesistenti di prove per sostenere la sua colpevolezza, è di per sé non
problematico.
Ciò che può essere causa di preoccupazione è il caso in cui questa metodologia investigativa è invertita: piuttosto che confrontare il profilo parziale con quello di un sospetto già individuato lo si confronta con quelli presenti nel database usandolo come una specie di rete da traino per potenziali sospetti.

Questa pratica presenta almeno tre problemi chiave:
Primo – ovviamente se il profilo recuperato dalla scena del crimine non è completo è impossibile determinare con assoluta certezza se combacia realmente in toto con quello di un potenziale sospetto pescato nel database (Vedi l’esempio di Raymond Easton citato sopra).

Secondo – il confronto tra un profilo parziale con dei profili completi contenuti in un database accresce enormemente la probabilità di trovare corrispondenze multiple, un fenomeno verificatosi circa 50.000 volte dal 2001.

Terzo – il confronto di profili parziali trovati sulla scena del crimine con profili contenuti in un database o con quello di un potenziale sospetto aumentano di parecchio il rischio che innocenti vengano erroneamente indagati, sospettati o addirittura ingiustamente condannati.

Il CPS rende noto che :
Un sospetto non deve essere accusato esclusivamente sulla base di una corrispondenza tra il suo profilo DNA e un profilo del DNA trovato sulla scena del crimine, a meno che non ci siano motivi validi per farlo.

Tuttavia tali sospetti possono essere  tracciati, interrogati e casomai eliminati dalla lista, ma se non possono fornire un alibi in relazione ad un caso avvenuto per esempio anni o decenni prima o se hanno commesso in passato reati simili possono essere facilmente accusati e perfino condannati.
Nonostante le riconosciute limitazioni dell’utilizzo di profili DNA parziali la possibilità che un innocente possa essere condannato sulla base dei medesimi è più che concreta.
Contemporaneamente è estremamente facile che l’effettivo autore di un crimine possa sfuggire tranquillamente alla cattura se il suo profilo non è presente in un database.

Profili DNA misti.

I campioni di DNA raccolti su una scena del crimine non sempre provengono da un’unica fonte, piuttosto spesso il materiale biologico raccolto sulla scena del crimine può contenere DNA appartenente a più di una persona.
Nonostante ciò non c’è ancora un criterio generale che stabilisca come i profili DNA misti debbano essere interpretati.

Il National Policing Improvement Agency (NPIA) che è l’organo responsabile della supervisione del NDNAD fornisce, sul proprio sito web, la seguente descrizione di come i profili misti vengono trattati:

Se due persone lasciano il proprio DNA sulla scena di un crimine e questo DNA viene recuperato si può ottenere un profilo misto.
Ci sono regole severe per l’inserimento di un profilo nel NDNAD nel caso in cui sia stato ottenuto da DNA misto: se conosci il profilo DNA di un contributore è possibile rimuoverlo dalla mistura lasciando il profilo DNA dell’altro contributore. Questo è possibile quando i DNA della vittima e quello dell’aggressore sono mescolati insieme, l’eliminazione del DNA della vittima è sufficiente ad identificare il profilo DNA dell’aggressore.

Il problema di questa descrizione è che semplifica eccessivamente la complessità legata all’interpretazione di profili DNA misti, come detto in precedenza il DNA profiling è fatto comparando alleli in loci specifici. Tipicamente nel DNA proveniente da una singola fonte ogni locus contiene due alleli ognuno dei quali viene ereditato da uno dei due genitori. Un DNA misto è caratterizzato dalla presenza di tre o più alleli in un locus. Tuttavia dato che  vari individui possono condividere molti alleli è difficile dire con assoluta certezza quante persone hanno contribuito ad un profilo DNA misto.

Inoltre è spesso difficile identificare come contributore un sospetto.
Greg Hampikian fornisce un’utile analogia descrivendo il problema dell’analisi di campioni di DNA misti.
Per Hampikian, gli alleli possono essere visti come le lettere di un nome e il tentativo di identificare sospetti da profili misti può essere paragonato al tentativo di inchiodare un sospetto basandosi sul fatto che il suo nome possa derivare totalmente o, pensando ai profili DNA, parzialmente dalle lettere.
Utilizziamo noi autori come esempi, i nostri nomi sono MICHAEL JOSEPH NAUGHTON e GABE SI HAN TAN, se mescoliamo le lettere dei nostri nomi possiamo ottenere i seguenti nomi completi e questi sospetti non possono essere esclusi: CAIN and ABEL, JOSEPH STALIN, PLATO, TOM JONES e/o JANE AUSTEN, se invece cerchiamo tra i profili parziali i seguenti sospetti non possono essere esclusi TON(Y) BLAI(R),AM(Y) (W)INEHOUSE e/o MOTHE(R) THE(R)ESA.

Allo stesso modo, Jamieson afferma che un profilo DNA misto di due individui con i profili AB e CD (nonostante il fatto che più di una persona potrebbe condividere gli stessi alleli) risultino nel profilo ABCD misto che potrebbe produrre almeno sei
diversi potenziali contributori: AB, CD, AC, BD, AD e BC. Jamieson osserva che attraverso 10 loci, con due alleli per ogni contributore, ci sono oltre un milione di modi per interpretare una miscela di due contributori, cioè una miscela di DNA  derivante da due fonti potrebbe produrre un milione di possibili profili.

Come per altre prove basate sul DNA il significato probatorio di un presunto legame tra un individuo con un profilo DNA misto è comunemente misurato da quello che viene definito il “rapporto di verosimiglianza”, confrontando l’ipotesi dell’accusa che vede l’imputato come contributore di un profilo DNA misto con ipotesi alternative lo escludono.

Tuttavia, l’analisi di Jamieson delle relazioni DNA ha mostrato che gli scienziati forensi spesso non riescono a tener conto di altre possibili spiegazioni che escludono l’imputato.

Spesso non è evidente da cosa uno scienziato tragga l’opinione che favorisce una di queste opzioni rispetto a tutte le altre. Perlomeno la possibilità di altre interpretazioni dovrebbe figurare nei reports ma, tristemente, ciò non avviene.
Spesso ci imbattiamo in reports che riferiscono tutto ma ignorano ogni altra possibile interpretazione oltre quella che offre il miglior valore probatorio contro l’imputato.
La spiegazione più ovvia è che lo scienziato sia stato influenzato dalla conoscenza dei profili dei soggetti coinvolti, il denunciante e l’imputato.

Il rapporto di verosimiglianza derivato da questa modalità di valutazione statistica può essere sopravvalutato ed ha causato noti errori giudiziari negli stati uniti:
Nel 1993 Timothy Durham venne accusato dello stupro di una bambina ad Oklahoma City.
Durham al processo produsse 11 testimoni, inclusi i suoi genitori, che asserirono all’unanimità che mentre lo stupro avveniva, lui si trovava a Dallas, cosa confermata anche dalle ricevute delle carte di credito.
Ma l’accusa aveva dalla sua l’identificazione da parte della vittima e prove basate sul DNA, quindi Durham venne condannato.
Ma Durham ebbe fortuna: una parte del DNA prelevato dal seme ritrovato sulla vittima era ancora disponibile e la famiglia di Durham poteva permettersi le spese per rifare il test e così non solo lui venne escluso come fonte del DNA trovato sulla vittima ma venne dimostrato che il precedente test era sbagliato.

Similmente, nel 1998, Josiah Sutton venne identificato da una donna che era stata rapita e violentata da due uomini a Houston, Texas.
In seguito all’insistenza di Sutton sull’esecuzione di un test del DNA per essere  scagionato, vennero esaminati i campioni di sperma recuperati dalla scena del crimine.
Tuttavia, i test produssero una corrispondenza tra il profilo di Sutton e profili di DNA misti ottenuti dal tampone vaginale della vittima e da una macchia di sperma trovato sul sedile posteriore della sua auto, che il Dipartimento di Polizia di Houston Crime Laboratory sosteneva essere di 1 su 694.000.
Dopo aver scontato quattro anni e mezzo di condanna dei 25 ricevuti, la condanna di Sutton fu annullata quando un ulteriore esame del DNA mostrò non solo che la probabilità di una corrispondenza casuale era  in realtà più di 1 su 8, ma anche che la macchia di sperma trovata sul sedile posteriore della sua auto non apparteneva affatto a lui.

Conclusioni:

Il test del DNA non è infallibile e non ci sono limiti alla sua applicazione nelle indagini.
Come evidenziato dalla ricerca scientifica e nei casi discussi precedentemente, ci sono insidie ​​associate al NDNAD e all’uso dei test del DNA , vale a dire, LCN, profili di DNA parziali e misti, per condannare i sospetti di crimini. L’uso di tali mezzi ì, quindi, deve essere trattato con cautela al fine di evitare l’identificazione e la condanna illecita di individui innocenti.

Inoltre, il DNA, anche quando identificato con certezza, è la prova attendibile solo di un’associazione con una scena del crimine o con  la vittima di un crimine.
Non è una prova prima facie di colpevolezza per un reato penale.
Ci può essere anche una spiegazione del motivo per cui il DNA di una persona innocente viene trovato sulla scena del crimine.
Come tutte le prove traccia, il DNA è facilmente  trasferibile, non può essere datato, è suscettibile di contaminazione e può essere male interpretato.
Nonostante questi profili di fallibilità, gli investigatori e i tribunali penali sembrano similmente non prestare attenzione  a scienza e giurisprudenza sui difetti intrinseci nelle applicazioni di tecniche di genetica forense.

La conclusione generale che si può trarre da quanto precedentemente analizzato è che le persone che affermano di essere innocenti nonostante i test del DNA che li collegano ai reati per cui sono stati o condannati potrebbero benissimo star dicendo la verità.
Il DNA e i database del DNA non sono la panacea investigativa come invece popolarmente si crede.

La presunzione di innocenza che si dice essere al centro di tutte le indagini e delle azioni penali impone che ciò sia più adeguatamente riconosciuto e messo in pratica da parte del sistema di giustizia penale per evitare nuovi errori giudiziari e risolvere quelli che si sono già verificati.


1 – Effect of blood stained soils and time period on DNA and allele drop out using
Promega 16 Powerplex kit, M.S. Shahzad, Ozlem Bulbul, Gonul Filoglu, Mujgan Cengiz, Salih Cengiz, Institute of Forensic Science, Istanbul University, Turkey
1-s2.0-S1875176809002054-main (2)

Sul test del DNA in ambito forense (da Forensic DNA Evidence: The Myth of Infallibility, di William C. Thompson)- Sintesi di Rocco Cerchiara

In questo blog abbiamo parlato più volte degli aspetti legati al valore indiziario/probatorio del DNA nel processo penale.
Avendo personalmente una formazione giuridica, mi sono espressa a più riprese sulla spinosa tematica dei rapporti tra “prova scientifica” e ragionevole dubbio; invece, per quanto riguarda gli aspetti più prettamente tecnico-scientifici della questione, mi è stato giocoforza, ovviamente, citare studi o affermazioni di terzi (è il caso ad esempio delle parole della Dott.ssa Marina Baldi e del Dott. Vincenzo Nigro, citate in precedenti articoli).

A scopo divulgativo, sono felice di poter inserire oggi una interessante sintesi del saggio Forensic DNA Evidence: The Myth of Infallibility, di William C. Thompson (University of California, Irvine – Department of Criminology, Law and Society), che contiene diverse osservazioni interessanti anche al fine di valutare meglio il caso relativo al signor Massimo Bossetti e che ci sarà molto utile, in alcune sue parti, per affrontare meglio la seconda parte del dossier Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte), che vedrà la luce nei prossimi giorni.

La sintesi, a partire dal testo originale in Inglese, che inserisco in calce in formato pdf per gli interessati, è stata fatta da Rocco Cerchiara, iscritto al nostro gruppo facebook, che ringrazio tantissimo per l’impegno profuso ed il risultato.

Con l’auspicio che la divulgazione di questo materiale possa contribuire a sensibilizzare opinione pubblica e media sulla valenza non certo infallibile del DNA (che nel “nostro” caso, come abbiamo visto, ad oggi non sembra confortato da nessun altro elemento che appaia fondato né tantomeno univoco), auguro a tutti buona lettura,

Alessandra Pilloni

DNAsampleJail

La prova forense del DNA- Il mito dell’infallibilità (Prof. William C. Thompson)

Fin dall’inizio i promotori del test del DNA in ambito forense ne hanno dichiarato l’infallibilità, sostenendo che si tratta di test che producono il risultato esatto oppure nessun risultato.
Largamente acclamata come assoluta macchina della verità, pubblicizzata come test dalle infinitamente ridotte probabilità d’errore nelle aule di tribunale, la prova del DNA è stata usata sia per mandare in galera i colpevoli sia per scagionare persone innocenti cancellando ogni dubbio dalle teste dei giurati ormai convinti della sua assoluta autorità nel determinare chi ha fatto cosa.
Questa retorica dell’infallibilità ha giocato un ruolo chiave nel rendere accettabile per la gente la possibilità di banche dati nazionali del DNA: una persona innocente non ha nulla da temere nel farsi inserire nel database, il test del DNA è esatto.
Nel 2009 il Consiglio Nazionale della Ricerca ha rilasciato una relazione in cui afferma di aver trovato varie carenze nelle scienze forensi, gli analisti non si curano di limitare errori procedurali né di non farsi influenzare da pregiudizi…ma il rapporto tende ad escludere il test del DNA da queste critiche eleggendo anzi la genetica forense a scienza da prendere come esempio.
Certo il test del DNA è una prova molto forte, ma solo se ben eseguito nelle giuste condizioni, poiché a dispetto della sua fama, in realtà di errori ne vengono commessi parecchi e anche abbastanza spesso.
Uno dei tormentoni della retorica dell’infallibilità della prova del DNA in ambito forense è l’affermazione secondo la quale il test in sé non comporta possibilità di errore, se mai si verifica un errore si tratta di errore umano, ma la distinzione tra errore umano ed errore intrinseco del test è artificiale e fuorviante in quanto per commettere un errore l’umano deve necessariamente essere coinvolto nelle procedure per la conduzione del test e nell’interpretazione dei risultati.
Per coloro i quali hanno bisogno di stimare la validità della prova del DNA, giudici, giurati e addetti ai lavori, il problema non è tanto incolpare il test in sé o l’essere umano degli eventuali errori quanto stabilire quanto frequentemente gli errori si verificano e quali sono le misure necessarie a minimizzarli.
Il sopracitato report del Consiglio Nazionale della Ricerca è d’accordo col fatto che sia necessario determinare una media statistica degli errori nei test forensi e riconosce che tali errori possono manifestarsi in due modi: “I due campioni potrebbero effettivamente provenire da diversi individui il cui DNA sembra essere la stesso entro la capacità discriminatoria delle prove, o due diversi profili genetici potrebbero erroneamente essere considerati corrispondenti tra loro” e il report dichiara anche che “ entrambe le fonti errore devono essere esplorate e quantificate con lo scopo di giungere ad ottenere una statistica affidabile nell’ambito delle analisi del DNA ”.
Il report del CNR secondo l’autore tuttavia sbaglia nell’asserire che oggi disponiamo di sufficienti prove per accertare la probabilità di falsi positivi e sempre secondo il report uno dei motivi per cui la genetica forense è più affidabile di altre discipline è il fatto che “ le probabilità di falsi positivi sono state esplorate e quantificate in qualche contesto (seppur solo approssimativamente), ma il report non cita alcun dato al riguardo.

  • Tipi di erroreContaminazione dei  campioni biologici raccolti sulla scena del crimine :
    Non è infrequente la contaminazione dei campioni di DNA con materiale genetico proveniente da altri campioni o materiale cellulare del tutto estraneo proveniente, ad esempio, da addetti ai lavori che maneggiano i campioni con scarsa attenzione.
    La contaminazione dei campioni di DNA non di rado porta conseguenze disastrose non ultima la corrispondenza tra due campioni provenienti da persone diverse con conseguente accusa e condanna di innocenti.

    Il Fantasma di Heilbronn:
    La polizia tedesca impiegò innumerevoli ore ed ingenti fondi per dare la caccia e catturare la misteriosa donna il cui DNA era stato ritrovato su innumerevoli reperti sulle scene dei più svariati crimini, dalla rapina all’omicidio.
    Vennero anche offerti 300.000 euro di ricompensa a chi avesse fornito informazioni utili alla cattura di questa terribile minaccia alla società: come poteva viaggiare così rapidamente da un punto all’altro del paese e commettere ogni sorta di crimine senza mai essere presa?
    Semplicemente venne fuori dopo test approfonditi che il DNA proveniente da così tante scene del crimine apparteneva ad un’impiegata della fabbrica che produceva i tamponi di cotone con cui i campioni di materiale biologico venivano raccolti.
    Questo è un caso tra i più eclatanti, ma la contaminazione dei campioni è uno degli errori più frequenti nei laboratori in quanto può essere causato da chiunque maneggi il campione, dal tecnico che raccoglie materiale biologico sulla scena del crimine al tecnico che effettua il test in laboratorio.

    Errori nell’etichettare i campioni :
    Troviamo del DNA sulla scena del crimine, lo raccogliamo e lo cataloghiamo come appartenente ad Unsub1, abbiamo due possibili sospetti, il signor Rossi e il signor Marchi: chi dei due è il colpevole?
    Beh, semplice: facciamo un test e compariamo i loro DNA con quello  di Unsub1.
    Il test ci dice che Unsub1 e il signor Rossi sono la stessa persona, in quanto i due campioni di DNA coincidono con una probabilità di errore pari allo 0.
    Ma dalle indagini effettuate risulta che il signor Rossi nel momento in cui stava avvenendo il crimine si trovava con la famiglia al mare, e la famiglia lo conferma.
    Ha pagato lo stabilimento balneare con la carta di credito, il personale conferma la sua presenza così come anche quello dell’albergo… Lo hanno visto tutti il signor Rossi alla località balneare, ci ha passato una settimana intera. Allora come ha fatto a lasciare il DNA sulla scena di un crimine avvenuto a 300 km di distanza?
    Probabilmente c’è stato un errore nel catalogare i campioni e le etichette Marchi e Rossi sono state scambiate.
    In un caso come questo basta ripetere il test.
    Ma cosa succede se i campioni raccolti e catalogati durante una particolare indagine sono migliaia, perché si è deciso di comparare il DNA di Unsub1 con quello dei 20.000 abitanti di una certa zona?
    E cosa succede se un errore di catalogazione dei campioni viene commesso durante la compilazione di un archivio generale del DNA?
    Che succede se scambiamo il DNA trovato sulla scena di un omicidio con quello trovato sulla scena di una rapina mentre stiamo compilando il database?

    The Night Stalker:
    Londra, uno stupratore seriale ha commesso oltre 140 aggressioni sessuali lasciandosi dietro una lunga scia di materiale biologico; per fortuna, esiste il mezzo per inchiodare il colpevole tra i tanti sospetti ed indagati.
    Tra questi ci sono due omonimi, uno venne escluso, l’altro finì dietro le sbarre.
    Ci vollero mesi e mesi di ulteriori stupri e aggressioni sessuali  perché la polizia si rendesse conto che probabilmente c’era stato un errore e che The Night  Stalker era ancora a piede libero.
    Come nel caso dell’esempio dei signori Rossi e Marchi c’era stato un errore nella catalogazione dei campioni, facilitato dall’ omonimia dei due sospettati, ed era stato arrestato e condannato l’uomo sbagliato… Nonostante avesse un solido alibi.

    Errata “interpretazione” del profilo genetico:
    Sacramento, California, abbiamo un caso di stupro, ed abbiamo un campione di DNA estratto da materiale biologico raccolto dal seno della vittima.
    Da questo DNA il tecnico di laboratorio “sviluppa” un profilo genetico che viene confrontato con quelli raccolti e catalogati nel database della California e risulta corrispondente a quello di un uomo che vive proprio nell’area di Sacramento.
    Parte quindi un’investigazione più approfondita nei confronti di quest’uomo ma l’operazione anziché certezze solleva solo grossi dubbi, dunque un supervisore del laboratorio torna a studiare i report del test effettuato e scopre che il tecnico interpretando il profilo derivato dal campione aveva deciso che il campione conteneva una mistura di DNA provenienti da un maschio e da una femmina, mentre in realtà proveniva da due maschi.
    Quando un campione presenta DNA misti provenienti da diversi individui è difficile sia stabilirne il numero sia identificare i profili specifici, quando poi il materiale a disposizione è poco o degradato la possibilità di commettere degli errori d’interpretazione è altissima.
    In queste circostanze molto facilmente si verifica quello che gli americani chiamano “allelic dropout” che consiste nel non riuscire ad identificare tutti gli alleli dei contributori, cioè delle due o più persone i cui DNA sono mescolati nel campione e altrettanto frequentemente può verificarsi  l’ “allelic dropin” cioè si può essere ingannati dal ritrovamento di alleli incompleti o falsi alleli.
    Determinare quali alleli assegnare a quale contributore specialmente quando non si sa né quali alleli sono validi e quanti sono andati persi né quanti sono i possibili contributori rende molto difficile approdare ad una precisa identificazione dei medesimi in quanto il tipo di dati ottenibili e il numero di incertezze rendono l’esame un po’ troppo soggettivo e dipendente dalle capacità interpretative del tecnico piuttosto che da criteri solidamente oggettivi.

    Uno studio del 2011 ha messo alla luce l’alto grado di soggettività nell’interpretazione di campioni DNA misti e nella conseguente potenziale possibilità di false incriminazioni e condanne di innocenti :
    Itel Grior e Greg  Hampikian  chiesero a 17 analisti qualificati provenienti da altrettanti laboratori accreditati di valutare indipendentemente le prove basate sul DNA utilizzate per provare che un Georgiano aveva partecipato ad uno stupro di gruppo.
    Agli analisti vennero consegnati il profilo genetico del Georgiano ed i risultati dei test effettuati sul DNA prelevato dalla vittima dello stupro e non venne detto loro nient’altro su altri aspetti del caso eccetto le informazioni scientifiche utili all’interpretazione dei risultati del test e venne chiesto loro di giudicare unicamente con dati scientifici se il Georgiano dovesse essere incluso o escluso come possibile contributore del campione di DNA misto.

    Dodici analisti dissero che doveva essere escluso.
    Quattro giudicarono le prove non decisive e solo uno si trovò d’accordo con l’interpretazione che aveva causato l’incarcerazione del Georgiano e cioè che dovesse essere incluso tra i contributori.

    E’ interessante notare come differenti analisti giungano a conclusioni contrastanti pur utilizzando dati identici.
    Non era improbabile che gli analisti che avevano  testimoniato contro il Georgiano al processo fossero stati influenzati da materiale investigativo che già suggeriva la colpevolezza dell’imputato.

    Come identificare gli errori:

    Non sempre è facile provare che durante i test del DNA è stato commesso un errore, l’autorità e l’inconfutabilità attribuita alle prove basate sul DNA sono tali da far sorgere dei dubbi solo quando molte altre prove in qualche modo tendono a contraddirle.

    Timothy Durham venne accusato dello stupro di una bambina ad Oklahoma City.
    Durham al processo produsse 11 testimoni, inclusi i suoi genitori, che asserirono all’unanimità che mentre lo stupro avveniva, lui si trovava a Dallas, cosa confermata anche dalle ricevute delle carte di credito.
    Ma l’accusa aveva dalla sua l’identificazione da parte della vittima e prove basate sul DNA, quindi Durham venne condannato.
    Ma Durham ebbe fortuna: una parte del DNA prelevato dal seme ritrovato sulla vittima era ancora disponibile e la famiglia di Durham poteva permettersi le spese per rifare il test e così non solo lui venne escluso come fonte del DNA trovato sulla vittima ma venne dimostrato che il precedente test era sbagliato.
    Durham è uno dei tre uomini inizialmente incarcerati sulla prova del DNA e successivamente scarcerati perché i test effettuati inizialmente erano sbagliati.
    Gli altri due sono Josiah Sutton, incriminato a causa di un errore d’interpretazione del profilo genetico e Gilbert Alejandro incarcerato sulla base di un test volutamente falsato dall’analista.

    Non basta però rifare il test.
    Spesso gli errori originati da contaminazione dei campioni, cattiva catalogazione e coincidenze nella corrispondenza non vengono rilevati poiché il nuovo test semplicemente replica l’erroneo risultato del primo.
    In molti casi il primo test esaurisce il materiale genetico a disposizione e non rimane niente su cui rifare un nuovo test inoltre spesso chi è incriminato da prove del DNA difficilmente ottiene la possibilità di effettuare un altro test anche quando il materiale è disponibile.

    Altre volte gli errori vengono alla luce in seguito all’ammissione da parte del laboratorio che ha eseguito il test sbagliando:

    A Philadelphia nel 2000 tale Joseph McNeil venne accusato di stupro e sottoposto a custodia cautelare.
    Il suo profilo genetico corrispondeva a quello trovato in ben tre campioni prelevati dalla vittima: un tampone vaginale, un tampone della cervice uterina e una macchia di liquido seminale sulla biancheria della vittima.
    McNeil fu inflessibile nel dichiararsi innocente e rifiutò un conveniente patteggiamento.
    Il suo stesso avvocato trovava inconcepibile che un test del DNA eseguito su tre diversi campioni potesse rivelarsi sbagliato ma quando esperti indipendenti notarono delle strane discrepanze nei report, l’avvocato chiese e  ottenne l’accesso al materiale genetico perché si effettuasse un nuovo test ad opera di esperti di parte.
    Ne risultò che chi aveva effettuato il primo test aveva erroneamente scambiato i due campioni di riferimento, di McNeil e della vittima, e quindi il profilo genetico trovato in tutti e tre i campioni non era quello di McNeil ma quello della vittima stessa.

    Un terzo metodo per scoprire gli errori sono i test di competenza (proficiency  test).
    Nei laboratori accreditati gli analisti devono fare due test di competenza l’anno che generalmente consistono nella comparazione di campioni di DNA provenienti da fonti note.
    In genere gli analisti sanno di essere sottoposti a test ma non viene loro svelato il risultato esatto finché non hanno tratto le proprie conclusioni.
    Al solito  gli errori sorgono in seguito a contaminazione incrociata o erronea etichettatura dei campioni e talvolta per errata interpretazione di materiale genetico degradato in scarse quantità ma molti laboratori trattano i risultati dei test di competenza come riservati.
    Probabilmente le migliori fonti per ottenere dati inerenti gli errori nei test di competenza sono i report sulle contaminazioni stesse e quelli sulle azioni correttive, i quali vengono conservati da alcuni laboratori.
    Le linee guida fornite dalla FBI DNA Advisory Board raccomandano ai laboratori forensi di eseguire azioni correttive ogni volta che vengono riscontrati errori durante i test di competenza  o nei casi di studio e mantenere tutta la documentazione sulle azioni correttive.
    Molti laboratori ignorano queste linee guida  ma alcuni tengono accurate registrazioni nelle quali si descrivono dettagliatamente situazioni in cui i campioni vengono per esempio mescolati o parte del materiale genetico di un campione finisce su un altro causando falsi positivi.
    Seppur trattati normalmente come confidenziali questi dati possono essere rilasciati in seguito a specifici ordini del tribunale se utili in qualche caso specifico.
    Analizzando i suddetti report si può notare una non indifferente frequenza di errori dovuti alla contaminazione dei campioni con DNA estraneo, spesso di chi li maneggia o proveniente da altri campioni.
    Nel 2008 il Los Angeles Times ha ottenuto documenti sulle azioni correttive da vari laboratori della California trovando molti casi di errori dovuti alle suddette cause.
    Ad esempio tra il 2003 e il 2007 il Laboratorio della Procura Distrettuale della Contea di Santa Clara (California) trovò 14 casi in cui i campioni erano contaminati dal DNA di membri dello staff, 2 in cui erano contaminati dal DNA di sconosciuti e ben 6 in cui il DNA di campioni relativi ad un caso contaminava campioni relativi ad altri casi, tre reports rivelavano scambi di campioni, uno in cui gli analisti riportavano il risultato sbagliato e tre errori nel calcolare le statistiche da riportare in aula per descrivere ai giurati la rarità di un profilo genetico.
    Ma come già detto molti laboratori mantengono riservatezza sui reports relativi agli errori commessi e relative azioni correttive e molti di più ignorano le linee guida non documentando affatto, forse per poter mantenere intorno ai test forensi del DNA una certa aura d’infallibilità.

    Un episodio avvenuto a San Francisco nel 2010 supporta questa interpretazione :
    Un anonimo inviò al San Francisco Public Defender’s Office e alla American Society of Crime Laboratory Director’s Accreditation Board (ASCLD-LAB).
    L’autore della lettera supponeva che i managers del laboratorio di San Francisco avessero volutamente coperto un errore di scambio di campioni costituenti prove in un caso di omicidio.
    In seguito ad un’inchiesta avviata dalla ASCLD-LAB i manager negarono che tale errore fosse mai avvenuto ma un’ispezione rivelò che l’errore c’era stato e che i report erano stati falsificati per coprirlo.
    Simili incidenti sono stati riscontrati in svariati laboratori negli USA.

  • Gravi negligenze, cattiva condotta scientifica e frode

    Dalla metà degli anni 90 c’è un continuo flusso di notizie riguardanti negligenze, cattiva condotta scientifica e frodi nei laboratori forensi americani, e molti eventi coinvolgono il test del DNA.
    Uno dei più frequenti esempi di cattiva condotta è la tendenza a modificare i dati scientifici per  renderli più coerenti con quello che l’analista ritiene essere vero.
    Per esempio l’analista può omettere discrepanze minori (o che lui ritiene tali) tra due profili, problemi con le verifiche o altre incongruenze tra i risultati con la scusa di voler evitare di confondere avvocati e giurati con informazioni superflue e di scarsa importanza; il problema è che l’idea dell’analista su ciò che è vero (e quindi ciò che è rilevante) è spesso basata su informazioni investigative fornitegli da ufficiali di polizia e pubblici ministeri.
    Il fatto che spesso gli analisti siano ampiamente informati su fatti relativi al caso e al sospetto contribuisce a creare pregiudizio nell’analista stesso e di conseguenza influenzare la sua capacità d’interpretazione dei risultati del test, specialmente quando questi sono già  poco chiari a causa di campioni di DNA misti o con scarso materiale genetico o degradati, il pregiudizio interpretativo può del resto operare al di fuori della diretta volontà dell’analista :
    “questo tizio è accusato di stupro e la borsa della vittima è stata trovata nel suo appartamento è abbastanza ovvio quale sarà il risultato del test del DNA”.
    Molti analisti credono che a volte sia necessario forzare i risultati nella direzione desiderata poiché pensano che serva ad aiutare la polizia e togliere dalle strade “il tizio giusto” o spesso tendono a farlo per coprire i propri errori dovuti alla contaminazione dei campioni che come si è già detto sono abbastanza frequenti.
    Molti analisti sono stati licenziati in quanto sorpresi a falsificare documenti di laboratorio per coprire la propria negligenza nell’effettuare i necessari controlli di sicurezza e in particolare la presenza di falsi positivi dovuti alla contaminazione  e a nessuno piace l’imbarazzo professionale recato da report che documentano una frequente presenza di errori nel proprio operato e che mettono in pericolo la propria reputazione in fatto di competenza .
  • Corrispondenze casuali

    Gli impressionanti numeri che accompagnano in aula le prove basate sul DNA contribuiscono a sostenerne la fama d’infallibilità e il potere persuasivo.
    La cosiddetta Random Match Probabilities  (Probabilità di Corrispondenza Casuale) è il numero che rappresenta la frequenza di un particolare profilo genetico in una popolazione di riferimento.
    L’esperto di statistica Bruce Weir ha stimato che la probabilità che due estranei abbiano lo stesso profilo genetico è tra 1 in 200 trilioni e 1 in 2 quadrilioni secondo il livello di struttura genetica della popolazione.
    Numeri così enormemente piccoli rendono facile pensare che non valga neanche la pena di considerare le possibilità di errore… Ma per svariate ragioni è un’idea errata:Primo –  la RMPs  descrive solo la probabilità che due estranei a caso abbiano quel particolare profilo genetico  cioè una corrispondenza casuale, una coincidenza genetica… che è solo una delle possibili cause d’errore, ma non ha niente a che vedere con la probabilità che il profilo di cui si cerca la fonte corrisponda con quello della persona sbagliata per tutta la serie di motivi finora descritti (contaminazione, errata catalogazione, errata interpretazione, risultati volutamente falsati); in altre parole in nessun modo è garanzia che un certo tipo di errori non siano stati commessi.

    Secondo – probabilità così basse come quelle calcolate da Weir sono applicabili con un certo grado di sicurezza a situazioni ideali in cui il laboratorio trova una corrispondenza tra due profili genetici completi provenienti da due singole fonti di DNA.
    Ma abbiamo visto che sulla scena del crimine è molto più frequente trovare campioni contenenti materiale genetico incompleto  o degradato e profili DNA parziali che contengono pochi alleli (marcatori genetici) o misture di DNA provenienti da diverse fonti che non profili completi, chiari e nettamente definiti e spesso un profilo misto può arrivare a coincidere con quello della persona sbagliata (come abbiamo visto prima a proposito degli errori dovuti all’interpretazione soprattutto del materiale genetico misto).
    I laboratori per decifrare e definire un profilo DNA utilizzano una procedura nota in USA come Analisi STR (short tandem repeats) o analisi dei microsatelliti la cui descrizione è facilmente reperibile su wikipedia:

    Si definiscono microsatelliti (o short tandem repeats o STR, anche conosciuti come simple sequence repeats o SSR) sequenze ripetute di DNA non codificante costituiti da unità di ripetizione molto corte (1-5 bp) disposte secondo una ripetizione in tandem, utilizzabili come marcatori molecolari di loci. La loro presenza nel genoma umano non influisce per più del 3%, ma si pensa che comunque essi svolgano una funzione essenziale per la struttura dei cromosomi.
    I microsatelliti presentano un alto livello di polimorfismo e sono marcatori informativi negli studi di genetica di popolazione comprendenti approfondimenti dal livello individuale a quello di specie strettamente affini. Infatti, grazie allo studio dei microsatelliti, è possibile creare un profilo del DNA ( DNA profiling o impronta genetica ) grazie al quale individuare un individuo. Il confronto genetico potrà essere effettuato confrontando la diversa lunghezza dei microsatelliti presenti in individui differenti. Tali differenze caratterizzano il polimorfismo di ripetizione.Essi sono inoltre utilizzati come marcatori molecolari negli studi sulla duplicazione dei geni o sulla loro eliminazione e sulla selezione assistita da marcatori.

 

Analisi di microsatelliti
Negli USA esiste un database criminalistico del DNA, chiamato CODIS (COmbined Dna Indexing System), che prevede l’analisi di 13 STR presenti su 11 dei 23 cromosomi. I loci STR utilizzati nel CODIS, 13 su 11 cromosomi, sono:

STR        Cromosoma      Numero di ripetizioni

TAGA    5             da 5 a 16 volte

TCAT     11           da 3 a 14 volte

GAAT    2             da 4 a 16 volte

CTTT      4             da 12 a 51 volte

TCTG/TCTA        12           da 10 a 25 volte

TCTG/TCTA        3             da 8 a 21 volte

TCTG/TCTA        8             da 7 a 20 volte

TCTG/TCTA        21           da 12 a 41 volte

AGAT    5             da 7 a 18 volte

GATA    7             da 5 a 16 volte

TACT     13           da 13 a 16 volte

GATA    18           da 5 a 16 volte

AGAA   18           da 7 a 39 volte

 

Un altro marcatore, la amelogenina (AMEL) identifica il sesso dell’individuo, in quanto il gene è fiancheggiato da sequenze leggermente diverse sugli eterocromosomi X e Y, e determinandole, si può quindi risalire al sesso. Tutte le varie STR sono precedute e seguite da sequenze specifiche per ogni STR e identiche nei vari individui, tranne eventuali, rare mutazioni. Ibridando tali sequenze con primer, appositamente progettati per non interferire tra loro e per far risaltare le diversità di lunghezza delle varie STR, si sottopone a PCR. Ottenuta così una quantità di STR adeguata, l’elettroforesi capillare darà una serie di bande corrispondenti alle diverse lunghezze degli STR stessi. Confrontando tali bande nel DNA di un sospettato con quelle nel DNA reperito nella scena del crimine, si può arrivare ad una attribuzione o esclusione di responsabilità. Si noti che i cromosomi omologhi materno e paterno possono essere omozigoti o eterozigoti per la sequenza di STR: nel 1º caso avremo una sola banda per il marcatore, nel 2° invece due sfalsate, (e magari un po’meno marcate) in quanto diverso è il numero delle rispettive ripetizioni nell’omologo paterno e in quello materno.

La tabella 15.1 mostra il profilo A, un profilo completo su 13 loci, a confrontato con i profili B e C  che sono incompleti come spesso succede ai profili trovati sulle scene del crimine, a causa di degrado, poco materiale, mistura o presenza di contaminazioni fattori che rendono impossibile determinare il genotipo in ogni locus.
Poiché i profili parziali contengono meno alleli di quelli completi  essi sono più propensi a corrispondere a qualcuno per caso.
Le probabilità che un americano bianco scelto a caso abbia un profilo genetico corrispondente a quelli nella tabella sono di 1 su 250 miliardi per il profilo A, 1 su 2,2 milioni per il profilo B e 1 su 16000 per il profilo C.
Poiché i profili D ed E contengono più di due alleli per ogni locus si tratta di profili genetici misti provenienti da almeno due persone.
Il profilo A coincide con il profilo D, il che significa che il donatore del profilo A potrebbe essere uno dei contributori del profilo misto D… Ma lo stesso potrebbe valere per moltissimi altri profili.

Per esempio se osserviamo il locus D3S1358 l’eventuale contributore della mistura potrebbe avere uno qualsiasi di questi genotipi : 15,16; 15,17; 16,17; 15,15; 16,16; 17,17.

Quindi, visto che così tanti profili potrebbero coincidere con un profilo misto, la probabilità che un non contributore possa essere incluso come contributore e quindi come sospetto è enormemente più alta che in una situazione ideale di confronto tra profili completi provenienti da fonti ben distinte.
Inoltre quando profili incompleti come B e C sono anche profili misti la RMP può essere abbastanza alta da includere migliaia se non milioni di possibili sospetti.

Terzo: altra cosa da notare in relazione alle RMP basse come quelle calcolate da Weir è il fatto che si tratta di probabilità di corrispondenza tra profili di estranei che non hanno alcuna relazione di parentela col donatore del profilo preso in esame.
Ma in condizioni non ideali come quelle che si presentano in ambito forense il pool di possibili sospetti può tranquillamente contenere anche individui in vario grado imparentati tra loro.
In casi del genere la probabilità di corrispondenza casuale tra due profili può essere ben più alta di quelle suggerite dalle RMP.
Prendiamo di nuovo come esempio il profilo A nella precedente tabella: anche se questo profilo ha una probabilità di corrispondere con quello di una persona a caso che non sia parente del donatore di 1 su 250 miliardi, la probabilità di trovare questo profilo in un parente del donatore è assolutamente molto più alta:
Cugini: 1 su 14 miliardi, Zio, nipoti, zia:  1 su 1,4 miliardi, Genitore o figlio: 1 su 38 milioni, Fratelli : 1 su 81.000.
Possiamo quindi immaginare che in caso di profili misti o incompleti considerando gli eventuali gradi di parentela col donatore le RMP possono essere enormemente più alte.

Quarto – Il rischio di corrispondenza casuale di due profili è ancora più alto nel caso in cui il profilo corrispondente a quello del donatore venga cercato in un database nazionale contenente milioni di altri profili, senza contare che potrebbe corrispondere al profilo, contenuto nel suddetto database, di qualcuno che è già stato schedato per altri crimini.
Supponiamo di avere un profilo ottenuto da DNA parziale ritrovato su una scena del crimine e che nella popolazione generale questo profilo abbia una frequenza di 1 su 10 milioni, la probabilità che esso corrisponda a quello di un estraneo innocente  è di appunto 1 su 10 milioni.
Se coincide con il profilo di una persona già sospettata o incriminata in passato per altri crimini viene quasi spontaneo pensare che la corrispondenza non sia casuale.
Nelle ricerche in grandi database come quello del FBI (NDIS – National DNA Index System) che contiene più di 8 milioni di profili ci sono letteralmente milioni di possibilità di trovare una corrispondenza casuale, anche se ciascuno dei profili contenuti nel database corrisponde ad un innocente è altamente probabile che uno o più profili corrispondano al profilo del donatore che ha una frequenza media di 1 a 10 milioni nella popolazione.
Perciò una corrispondenza ottenuta in una ricerca del genere può ben essere accidentale, specialmente se non esistono altre prove che possano confermare un eventuale sospettato.
Quando la media stimata è di 1 su n dove n è un numero assai maggiore della popolazione del pianeta molte persone danno per scontato che quel profilo debba per forza essere unico…in realtà se la frequenza di un profilo è meno di uno ma non arriva allo zero non importa quanto raro il profilo sia. Per esempio se la frequenza di un profilo è di 1 su 10 miliardi la probabilità di trovare un duplicato in una popolazione di 250 milioni di individui non imparentati è di 1 su 40, considerando il fatto che ogni anno la migliaia di profili vengono confrontati con i milioni di profili contenuti nei database le probabilità di trovare corrispondenze casuali sono parecchio elevate… Soprattutto come accade la maggior parte delle volte se cerchiamo profili corrispondenti a profili parziali, degradati o misti che abbiamo trovato sulle scene del crimine.

Statistiche fuorvianti:
Talvolta gli analisti presentano statistiche fuorvianti che esagerano la validità della prova del DNA, ad esempio spesso quando il profilo di sospetto viene confrontato con un campione di DNA misto gli analisti presentano in aula la frequenza del profilo del sospetto piuttosto che quella dei profili che dovrebbero essere inclusi come possibili contributori alla mistura.
E’ una pratica fuorviante poiché il problema rilevante in una situazione del genere è la corrispondenza casuale con la miscela non la corrispondenza casuale col profilo del sospettato.
In un caso in cui il profilo del sospetto è A (tornando a prendere i profili della tabella 15.1 come esempio) e viene confrontato con una mistura come il profilo D la statistica rilevante è 1 su 790.000 non 1 su 250 miliardi.
Un problema altrettanto subdolo sorge nel momento in cui il profilo di un sospettato A viene confrontato con un profilo parziale in cui molti alleli (marcatori genetici) sono andati persi (allelic dropout) E, ogni reale discrepanza tra i profili significa che potrebbero non provenire dalla stessa persona, ma un analista potrebbe tranquillamente affermare che nonostante le discrepanze il sospettato potrebbe benissimo essere un contributore al profilo E.

Testimonianza fallace:
Talvolta succede che un analista in aula fornisca una testimonianza consistente in un errore logico noto come “fallacia del condizionale trasposto” o “fallacia del procuratore” che confonde la RMP con un’altra statistica, la Probabilità della fonte di provenienza che è la probabilità che la persona con un profilo genetico corrispondente a quello ricavato dal campione ritrovato sulla scena del crimine ne sia la fonte.
La RMP può essere calcolata dall’analista utilizzando unicamente i dati relativi al materiale genetico che sta analizzando, mentre l’altra statistica può essere calcolata solo sulla base di tutte le prove a disposizione anche quelle non scientifiche per cui anche se gli scienziati forensi possono presentare  la RMP ( se opportunamente calcolata ed espressa) è improprio per loro testimoniare anche sulla Probabilità della fonte, ma molto spesso lo fanno comunque.

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