Il DNA della Requisitoria

Ebbene, noi  a disposizione abbiamo sempre e solo le trasmissioni televisive e, vagamente, qualche “cronacaiolo”, per capire cosa accade al processo di Bergamo. Nostro malgrado, ci riguardiamo qualche passaggio per ascoltare con attenzione le parole che – forse – corrispondono a quelle pronunciate in aula. Un po’ perché non vai a Bergamo a fare la fila (perché magari devi lavorare), un po’ perché è tutto segreto, un po’ perché chi ci va si tiene strette le informazioni o le condivide con pochi eletti, questo è ciò che passa al convento. Ma noi ci siamo sempre arrangiati, perciò faremo lo stesso anche stavolta.

È bene cominciare un discorso sulla Scienza, visto e considerato che al programmone del venerdì sera abbiamo potuto ascoltare gli stralci della prima parte di requisitoria riportata dal giornalismo nostrano. Giornalismo che – con non so quale coraggio, data la sempreverde alterazione della realtà del pulpito -, tra le altre, prevede una condanna basata sulla “propensione alla bugia” dell’imputato, oltre che alle lettere scambiate tra lui e la nostra “Gina”.

Che gli inquirenti non sapessero chi fosse Bossetti non stento a crederlo, anche perché altrimenti non sarebbero arrivati a lui 4 anni dopo la morte della piccola Yara, ma resta sempre un mistero per me acceso il come lo abbiano individuato, dato che non credo alla validità di una scienza esatta senza risposte. O è esatta, quindi mi dà risposte precise, o è inesatta e le risposte sono molteplici, oltre che tutte valide, come dice l’accusatore. Riporto alcuni stralci: “L’apparente anomalia della componente Mitocondriale del DNA ci lascia un interrogativoNon conosciamo le dinamiche del Mitocondrio su una traccia mista, nel mondo sono citati solo due studi…in quest’aula sono state delle spiegazioni, non tutti sono d’accordo. Sono state fatte proposte, espresse preferenze, tutte autorevoli. Ma diciamo che ci si lascia con un interrogativo.”

Non so dire se poi, nella continuazione delle 8 ore di requisitoria, sia stato fatto anche il nome dei consulenti della difesa di Bossetti, il cronista ha fumettato solo quelli che stanno dalla parte della Procura. Comunque sia, io dico, interrogativo? Non conosciamo le dinamiche del mitocondrio su una traccia mista? Nel mondo ci sono solo due studi? Proposte, preferenze, interrogativo? E dopo queste affermazioni si può ancora rivendicare la validità di ciò che qualcuno si ostina a chiamare “prova” per condannare un uomo all’ergastolo? Continuare poi a dire: “Il fatto di non vedere il Dna Mitocondriale non vuol dire che non ci sia”, sinceramente, mi sembra incredibile, al limite del paradossale.

Per questo motivo – oltre alla totale incosistenza degli altri indizi -, non posso non rilevare la contraddizione di una scienza che non sbaglia, ma che al contempo non fornisce certezze. Altrimenti è come dire che nella mia mano ci sono 5 dita, ma potrebbe essercene anche un sesto nonostante non si veda, perché in merito sono stati prodotti dei non meglio precisati studi, ogni teoria è valida, ma la mia preferita è quella che ammette l’esistenza del dito invisibile. Io posso capire che in politica non si ammettano mai gli errori (anche se non comprendo fino in fondo questa legge non scritta), ma negli affari della Giustizia no, ne va della civiltà, della democrazia e della libertà degli individui.

Mi disorienta l’ostinazione con cui si vuol chiudere così questo capitolo, non ha per me un senso. Sono la prima a volere assicurata una verità e una giustizia per la povera vittima, ma non a qualunque costo e – malgrado le urla dei pronostici mediatici – io voglio credere che nessun uomo, togato o meno, possa decidere di girare la chiave della cella che potrebbe tenere dentro Bossetti per tanti, lunghi anni. Detesto questa scontatezza sul primo grado che attende il secondo, sulle storie che si ripetono, sui capri espiatori. Ho bisogno di sapere che viviamo in un Paese diverso da quello che ho davanti.

Sashinka

 

P.s. consiglio di guardare questa replica verso 1h 40m, dove la Consulente della Difesa spiega con estrema chiarezza la questione mitocondriale:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9a7ae0a2-9210-443b-ad97-7a813b0d70df.html

 

 

 

Lui è peggio di Me

Articolo di Laura
Consiglio vivamente ai nostri “aficionados” di dedicare cinque minuti alla lettura di questo “parere” espresso dal Consiglio consultivo dei Procuratori europei nel 2013 durante una riunione plenaria. Lo posto perchè da due anni a questa parte mi chiedo come sia stato possibile che intercettazioni ambientali audio-visive acquisite all’interno di un Istituto penitenziario siano potute arrivare in tv prima addirittura della conclusione delle indagini. Mi chiedo come sia potuta sfuggire una così ingente fuga di notizie all’occhio attento della Magistratura la quale deve si perseguire il crimine ma ha, nella stessa misura, il dovere di proteggere l’imputato dall’effetto che potrebbe avere sulla sua sorte processuale il bombardamento da parte dei mass media. Mi chiedo come una Procura così preoccupata di mantenere il riserbo nella fase processuale non abbia avuto la stessa delicatezza nella fase immediatamente precedente nell’ambito dello stesso procedimento. Due pesi e due misure insomma, come al solito, e la cosa grave è che il grande pubblico ha una visione così distorta e viziata della gestione dei processi, dalle indagini al terzo grado di giudizio, che un Procuratore serio come il Dott. Ferrando che sigilla in cassaforte ogni atto inerente il suo caso viene guardato come un alieno. Quella che dovrebbe essere una “malata” eccezione è ormai divenuta la regola. Intorno al caso Gambirasio ruota una moltitudine di personaggi che non saprei definire se non moderni “bravi”. Direttamente da Wikipedia per chi non ricordasse di che foggia fossero “Per bravi si intende la soldataglia al servizio dei signorotti di campagna, che comandavano nell’Italia settentrionale del Cinquecento e Seicento. De facto braccio armato e spesso prepotente del potere locale, avevano il compito di garantire nel contado di spettanza del padrone (riconoscibile per l’appellativo don, che nell’intera penisola era riservato ai personaggi di una certa importanza oltre che ai membri del clero) che il volere di chi comandava fosse rispettato, con le buone o con le cattive.” Tali figuri, moderni bravi per l’appunto, non si sono smentiti nemmeno nella giornata deputata alla requisitoria del P.M. e l’esempio lampante, ultimo in ordine di tempo e di fama, è il Dottor Bocciolini, avvocato in erba, ospite stamani a Uno Mattina. Non c’è mai fine al peggio e persino io che credevo di aver ormai sentito tutto mi sono dovuta ricredere poiché non avevo mai assistito a nulla di più fuorviante. Aveva il sapore di filastrocca mandata a memoria, una triste ballata che partiva dal furgone, sicuramente quello del sig. Bossetti, e finiva col DNA granitico sugli slip, passando dalle celle telefoniche e le bugie. L’ennesimo anonimo figuro, manipolato nella migliore delle ipotesi, prestatosi al gioco sporco di un’accusa conscia dell’inconsistenza degli elementi raccolti contro un “colpevole” di comodo.
Ma il sig. Bossetti però, bisogna dirlo, è sfigato! Si potrebbe dire, così per strappare un sorriso, che “Se si mettesse a fa’ coppole, nascessero ‘e criature senza capa” (Se si mettesse a fabbricare berretti, nascerebbero i bambini senza testa) come recita un vecchio detto napoletano. Egli non ha patito solo l’accanimento di un’accusa innamorata di una tesi fantasiosa che si è ostinata a perseguirlo e a processarlo non si sa bene se guidata da un genuino convincimento o da una forza superiore che impose all’epoca e impone oggi di chiudere il caso Gambirasio una volta per tutte con la sua condanna, egli, il sig. Massimo Giuseppe Bossetti, come scandiva tetramente la voce che stamani introduceva il dibattito a Uno Mattina, ha beccato il jackpot! La sua difesa, e per difesa intendo l’intero pool, non gli ha arrecato meno danno di quanto non abbia fatto la pubblica accusa, una vera manna dal cielo per quest’ultima che non poteva sperare di meglio. Ora dal fantastico pool si levano delle timide vocine di rassegnazione quasi come se la sentenza fosse stata già pronuciata; già perché anche il tempo delle preghiere è scaduto e il miracolo non è avvenuto. Ma quando mai si è vista una linea difensiva divenire materiale da social? Un conto sono le libere opinioni di comuni cittadini, tra i quali mi annovero, un altro sono quelle di chi è chiamato, “ad-vocato” per l’appunto, a svolgere il delicatissimo compito di difendere un accusato che rischia l’ergastolo. La serietà professionale, nello specifico di questo caso, è stata l’unica grande assente e per uno Stato di Diritto è un accadimento gravissimo che segnerà tutti e diverrà una vergognosa pagina di storia che ci bollerà per sempre come una società di barbari. I trapezisti, che più che “pool difesa” chiamerei “pool difensiva”, non hanno mai giocato d’attacco, hanno bluffato in risposta ad ogni singolo bluff dell’accusa, hanno tirato qualche bicchiere d’acqua al loro mulino tramite un branco di squattrinati animali da social, anzi hanno addirittura chiesto aiuto pubblicamente tramite il social palesando così la carenza delle indagini investigative. Hanno delegato altri che a loro volta hanno delegato finendo in una spirale di pettegolezzi, sfottò, baruffe, aste, barricate e fazioni, hanno pontificato, hanno speso tempo tra salotti e salottini, hanno lanciato coppe quando la briscola era a denari ma Dio solo sa se hanno realmente letto gli atti. Si sono moltiplicati e si sono dimezzati, alcuni si sono lasciati intimidire e non sono andati nemmeno a deporre sulle loro stesse perizie per evitare il conflitto di interesse, e a questo abbiamo creduto tutti certo perché siamo zucchine, si sono attorniati di manigoldi e finti criminologi che sfruttano il lavoro di grandi menti e poi hanno l’arroganza di lasciarsele sfuggire per pochi spicci, hanno fatto bella mostra di sé, che non fa mai male per il futuro, hanno lavorato pro-bono, dicono, guadagnandoci sicuramente un nome che altrimenti non avrebbero mai avuto e ora, alla fine dei giochi cantano la filastrocca “Se un ergastolo ci sarà la colpa è dell’accusa che ha fatto il gioco sporco sputtanando dal primo momento l’imputato con tutti i mezzi di comunicazione possibili, fuorviando l’opinione pubblica ed ottenendo una condanna mediatica che ha preceduto di due anni quella emanata da un Tribunale facendo attenzione a mantenere le telecamere fuori dall’aula per blindare il risultato”
E se Massimo Giuseppe Bossetti dovesse essere assolto? Allora sarà solo merito loro!
Codice deontologico forense
Art. 18Rapporti con la stampa.
Nei rapporti con la stampa e con gli altri mezzi di diffusione l’avvocato deve ispirarsi a criteri di equilibrio e misura nel rilasciare interviste, per il rispetto dei doveri di discrezione e riservatezza.
I. Il difensore, con il consenso del proprio assistito e nell’esclusivo interesse dello stesso, può fornire agli organi di informazione e di stampa notizie che non siano coperte dal segreto di indagine.
II. In ogni caso, nei rapporti con gli organi di informazione e con gli altri mezzi di diffusione, è fatto divieto all’avvocato di enfatizzare la propria capacità professionale, di spendere il nome dei propri clienti, di sollecitare articoli di stampa o interviste sia su organi di stampa fatte salve le esigenze di difesa del cliente.
III. E’ consentito all’avvocato, previa comunicazione al Consiglio dell’Ordine di appartenenza, di tenere o curare rubriche fisse su organi di stampa con l’indicazione del proprio nome e di partecipare a rubriche fisse televisive o radiofoniche.

NON LO FO PER PIACER MIO MA PER DAR DEI FIGLI A DIO

Articolo scritto da Laura
teatro-carcere-420x309
Al peggio non c’è mai fine, e questo processo ha tirato fuori, senza esclusione di colpi, l’intera gamma delle sfumature della morbosità umana. Un popolo che tira dritto a vele spiegate verso il decadimento e l’involuzione, elementi che inevitabilmente precedono l’oscurantismo e il conseguente annichilimento, è per forza di cose destinato a scomparire fagocitato dalle stesse brutture insite in sé e proiettate sul prossimo. Non siamo più degni di chiamarci “italiani” se questo sostantivo rimanda ad antenati illuminati che hanno diffuso la civiltà in mezzo mondo quando esso era popolato quasi interamente da barbari; i nostri “padri” si rivoltano nelle tombe e non parlo solo di patrioti o grandi generali ma di legislatori, letterati, giuristi, giornalisti, studiosi, padri della medicine e delle scienze. Dovunque ci si volti la decadenza è peggio di un cancro all’ultimo stadio in un paese ormai alla deriva che non riesce a proteggere i più indifesi e parlo di bambini, di anziani, di malati, di animali e di tutte le altre categorie più fragili. Qualcuno col quale non mi trovo d’accordo nello specifico della vicenda Bossetti una manciata di settimane fa disse, riferendosi ad un altro caso di cronaca, che se le cose fossero andate diversamente da come a lui sembrava che dovessero evolvere avrebbe preso il passaporto e se ne sarebbe andato per sempre dall’Italia senza più farvi ritorno. Non voglio doppiare la sua ipocrisia perché a mio avviso chiunque faccia quest’affermazione mantenendo comportamenti che lasciano presupporre una cecità selettiva è per l’appunto solo un gran commediante ma negli ultimi giorni ho desiderato più che mai di non essere nata in questo paese perché provo una gran vergogna a presentarmi come italiana in qualsiasi parte del mondo io vada. Leggere negli occhi di chiunque oltre confine quel velo di biasimo e deplorazione mi umilia tremendamente e mi fa venir voglia di passare alla storia come quella donna italiana che, nel bel mezzo di un’invasione di disgraziati poveri cristi che chiedevano asilo politico entro i confini della sua patria rischiando la vita per sbarcarvi, strappò il passaporto e chiese asilo politico oltre oceano. La vicenda che vede imputato Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio sta assumendo sempre di più i tratti della storia mitica, della parabola, tramandata non tanto in virtù della sua veridicità o meno quanto per lasciare un messaggio, un lascito ai posteri affinchè non commettano gli stessi errori. Purtroppo qui c’è uno sprotetto italiano medio, un uomo qualunque, rinchiuso da due anni che pare rassegnato anch’egli a diventare un personaggio mitico. Va bene che si è abbandonato ad una corrispondenza da bollino rosso con una donna anch’essa privata della libertà ma qui si perdono davvero di vista tutti gli annessi e connessi che caratterizzano la monotonia di una carcerazione, si perde di vista il principio secondo il quale due adulti consenzienti impegnati in un rapporto epistolare, quindi intimo e privato, sono liberi di scriversi ciò che vogliono. Premesso che io ho convinzioni molto personali sulla natura di questa corrispondenza dal momento che molte cose non mi tornano e quindi penso di più ad un bel trappolone sistemato ad arte nella boscaglia piuttosto che ad un genuino avvicinamento da parte della fantomatica “signora Gina”, va da sé che il signor Massimo ha risposto alle missive e, che sia perché ha abboccato o per fortuita coincidenza, laddove fossi io troppo maliziosa e la signora Gina fosse in totale buona fede, si è esposto in un momento delicatissimo della sua storia processuale. In parole povere ha prestato il fianco ai suoi accusatori, quelli titolati e non, per l’ennesima volta e quindi giù copertine stra-ritoccate, giù offese e sentenze, giù parole per la prima volta pietose verso la moglie fino a ieri messa alla gogna anche peggio di lui. Ma cosa provano queste lettere? Cosa hanno smosso negli animi di questo popolo di vergini e di santi? Mi piacerebbe, ma purtroppo sono atea, che accadesse un miracolo e improvvisamente le chat e ogni altra forma di corrispondenza o accesso alle tv e a internet di tutti gli italiani divenissero pubbliche e scorressero, con tanto di nomi e cognomi, a nastro ovunque, nelle stazioni, sulla metro, sugli schermi delle televisioni, insomma un mega corto circuito con tutte le “sfumature di grigio”. La Procura continua morbosamente a spiare dal buco della serratura senza un velo di ritegno forse nemmeno per guardare cosa avviene nella stanza ma per cercare di capire dove sia la chiave. Ad un passo dalla requisitoria, con questo po’ po’ di prova regina, ovvero un DNA granitico marchiato a fuoco sul lembo degli slip, c’era proprio bisogno di tirar fuori “le ultime lettere di Jacopo Ortis”? Ma non è che questa Procura aveva bisogno della fanfara perché temeva di avere dalla sua meno di una chitarra scordata? Tante sono le domande che non trovano risposta, almeno nella mia testa, in questa pazza pazza inchiesta che mai sarebbe dovuta approdare in un’aula di Corte d’Assise. Questo procedimento ha la stessa credibilità di una zucca che diventa carrozza, è forse per questo che ha avuto così presa su di un popolo di creduloni che ancora spera nelle pensioni e di uscire vivo dagli ospedali. Ho un ultimo interrogativo che mi rimbalza da un lobo ad un altro come una pallina di un flipper. Cos’ è Massimo Bossetti oltre che un X-Man dal DNA mutaforma? E’ un pedofilo fintamente felice del suo matrimonio che usa la famiglia come copertura per i suoi loschi e perversi fuori programma o è un marito ferito che non vede altra soluzione se non seviziare una ragazzina di passaggio per lenire la sua frustrazione? E’ un abile predatore che fiuta la sua vittima, la segue a distanza per mesi fingendo di comprare figurine, birrette e dieci minuti di solarium gustandosi l’attesa per poi attaccare come un boa constrictor oppure è un seduttore capace di irretire una quasi ragazzina, comprovatamente sconosciuta sino ad un momento prima, con tale dimestichezza da convincerla ad accettare un passaggio? E’ un indovino forse che cade in trance e riesce a prevedere che passerà, in un dato momento in una precisa strada buia a novembre e senza margine di errore alcuno, una tredicenne, che laddove fosse rossa non lo si potrebbe nemmeno notare in quel frangente, e la rapisce senza attirare l’attenzione di nessuno con lo scopo di violentarla in preda alle sue fantasie malate ma poi cambia idea e la lascia viva e agonizzante in un campo? E se così fosse come mai tra i capi di imputazione non svetta fiero il sequestro di minore? L’Accusa ha lo stesso problema di quando si fa la pastiera, se la pettola impazzisce la si deve buttare o al massimo farne biscotti e la si deve rifare. Purtroppo chi non conosce questa semplice regola si ostina a lavorare la pettola impazzita nella convinzione che “daglie e daglie la cipolla diventa aglie”. La Procura quindi barcolla ma al punto dov’è non molla, il popolo becero si nasconde dietro ad un paravento di falsa morale e sempre dietro a quel paravento ansima e giudica giudica e ansima, le donnette recitano qualche rosario in più, le scribacchine senza cervello urlano al pervertito strumentalizzando ancora una volta ricerche che non sono mai state digitate e Massimo dimostra un adattamento che mette paura, fatto comprensibile poiché il carcere schiaccia tutti, in tempi diversi, ma ci riesce con tutti, ma resta sé stesso e cioè un uomo come tanti, uno su 14 milioni di maschi adulti in Italia.

Quando la malasanità incontra la malagiustizia nascono i serial killer

Articolo di Alessandra, Laura e Sashinka

È un luogo comune, ma quanto è vero che il sonno della Ragione genera mostri?
Passi l’ignoranza, perché nessuno è onnisciente, diversa è l’arroganza, quel brutto male dal quale nessuno è immune, che quando purtroppo attacca chi sulle spalle ha enormi responsabilità, che riguardino il campo della sanità o quello della giustizia, per citarne un paio, fa danni di indicibile portata.
Qualcuno ebbe a dire che “esiste un’ignoranza degli analfabeti ed un’ignoranza dei dottori”: non si accorse, purtroppo, del fatto che talvolta le due cose coincidono, e che è proprio quest’ultima forma di ignoranza, che tende a configurarsi non già come “mancanza di conoscenza” in senso etimologico, ma come supponenza, ad essere suscettibile di dare adito ai danni più gravi.

Ma andiamo con ordine e, dal momento che ignorare qualcosa come la giurisprudenza o la medicina non è da imputare come reato al cittadino di media cultura, come premessa chiariamo alcuni concetti in termini semplici e alla portata di tutti.

Il Tribunale del Riesame, anche detto Tribunale della libertà, è un organo collegiale chiamato a decidere in merito alla legittimità della richiesta di una misura coercitiva e più specificatamente nel caso di provvedimenti restrittivi della libertà personale emessi nei confronti di un indagato, provvedimenti questi che debbono rispondere ad una o più delle seguenti necessità e cioè scongiurare il pericolo di fuga, l’inquinamento delle prove e, cosa più grave, la reiterazione del reato, nonché presupporre la sussistenza di indizi “gravi, precisi e concordanti”.
L’avvocato difensore ha la facoltà di presentare istanza di scarcerazione nel caso il suo assistito si trovi recluso, o di annullamento di altra forma coercitiva, entro tempi prestabiliti dalla legge e il Tribunale del Riesame entro dieci giorni decide se accogliere l’istanza o rigettarla, riservandosi di comunicare entro trenta giorni, prorogabili a quarantacinque nei casi più complessi, le motivazioni della delibera.
Essere scarcerati dal Tribunale del Riesame non è garanzia di estraneità ai fatti imputati al soggetto.
Troppo spesso, in sede di programmi di intrattenimento, che dovrebbero limitarsi ad intrattenere senza avere la pretesa di fare giornalismo investigativo o l’audacia di vantarsi di apportare un contributo alle indagini, indagini che, scusate la lunga parentetica, dovrebbero essere protette da quel che un tempo dicevasi segreto istruttorio e non date in pasto al pubblico tra una ricetta e un gossip, il maldestro presentatore di turno, rappresentando il pensiero comune, se ne esce con l’infelice frase, trita e ritrita, che puntualmente scatena in me il desiderio di invitarlo a darsi all’ippica.
Il cliché di cui parlo è generalmente espresso con affermazioni di tal fatta: “Beh, se lo hanno scarcerato allora è innocente!”
Cliché, questo, che fa il paio con: “Se lo tengono dentro qualcosa c’entrerà pure e laddove non c’entri qualcosa sa.”
Questa affermazione, all’apparenza innocente, è pericolosissima, nella misura in cui presuppone l’esistenza di una verità assoluta ed incontrovertibile, sia dal punto di vista meramente procedurale sia da quello reale, che tradotta significa che tutti i detenuti (imputati in custodia cautelare, condannati in primo grado, appellanti, ricorrenti e definitivi) sono senza dubbio colpevoli dei reati loro contestati, così come tutti coloro che vengono scarcerati dopo essere stati privati della libertà personale per un periodo sono senza altrettanta ombra di dubbio innocenti.
E se è noto a qualsiasi studente di giurisprudenza, anche alle prime armi, che tra “verità processuale” e “verità storica” non sempre e non necessariamente vi è una effettiva coincidenza, anche chi non è avvezzo al diritto dovrebbe, sia pure intuitivamente e senza indulgere in tecnicismi terminologici, cogliere la differenza.
D’altronde, se chi studia diritto lo apprende dai libri, per tutti gli altri c’è sempre qualche malcapitato Giuseppe Gulotta a ricordarlo.
Ancora, non c’è niente di più sbagliato del confondere la custodia cautelare con una declaratoria anticipata di colpevolezza certa, e qui torniamo al concetto di ignoranza, termine usato nel suo significato etimologico e senza la volontà di offendere, letta nell’ottica di un passaggio che sfugge alle persone comuni che seguono la cronaca in TV e non masticano il diritto.
Un altro triste esempio è l’idea, spesso veicolata dai media, che un imputato che scelga di avvalersi del rito abbreviato stia di fatto, in tal modo, ammettendo implicitamente la propria colpevolezza.
Tale convinzione non è fondata, in quanto possono esserci tantissimi motivi che inducono a chiedere il rito abbreviato, che altro non è che un giudizio “allo stato degli atti”, senza l’ammissione di ulteriori prove.
Un giudizio di questo tipo, ovviamente, comprime i tempi del processo e, quasi in una sorta di “premialità” (seppure tale concetto sia improprio) per lo snellimento procedurale che ne deriva, garantisce al soggetto interessato, laddove si arrivi ad una sentenza di condanna, uno sconto di pena.
Ciò non implica che a chiedere il rito abbreviato siano e possano essere soltanto gli imputati consci di essere colpevoli: il rito abbreviato, ad esempio, può essere una scelta oculata e, nel contempo, evitare lungaggini processuali nel caso in cui il Tribunale del Riesame si sia precedentemente pronunciato abbattendo il quadro indiziario, in quanto, con buona approssimazione, si può ritenere che ove il Riesame non ravvisi elementi indizianti sulla base degli atti, non li ravviserà, sulla base degli stessi atti, neanche un altro tribunale.
Ma può trattarsi altresì di una scelta tristemente dettata da ragioni economiche: pensiamo ad un imputato che non abbia modo di potersi permettere indagini difensive per produrre in dibattimento elementi a proprio favore, e che comunque non possa sopportare economicamente gli oneri di un processo che si protragga per lunghi tempi.
In quest’ultimo caso, sì, spesso il rito abbreviato non è che l’anticamera di una condanna, condanne che però, spesso, non fanno che rivelare quante disparità, anche sotto il profilo economico, ancora colpiscono quanti non possono contare su una difesa davvero equa rispetto ai poteri della parte pubblica; rispetto al potere di pubblici ministeri che, sì, dovrebbero cercare, nel nostro ordinamento, anche elementi a discolpa degli indagati, ma che spesso (e, a quanto pare, volentieri) non lo fanno.

Perché il nostro è il Paese dei latin lovers, e talvolta pare che i colpi di fulmine si concretino nell’innamorarsi di tesi precostituite.

Ma, ai fini di entrare nel vivo della nostra trattazione, è bene per il momento lasciare da parte i tristi esempi di scarsa cultura giuridica e concentrarsi, piuttosto, sulle loro implicazioni.
In una società in cui i processi sono fortemente mediatizzati, il giudice ha difficoltà a pronunciare una sentenza di assoluzione nei confronti di un imputato ristretto proprio per l’impopolarità che ne può derivare e perché ha il timore di esporsi al giudizio del pubblico- e ciò non vale solo per i giudici popolari, ma anche per quelli togati.
Non sono in grado, qui, di esprimere con completezza il concetto di ‘opinione pubblica’, sia perché non è il luogo, sia perché non ci sono riusciti neanche gli studiosi.
Intendo, però, interrogarmi su una definizione convenzionale, per arrivare al dunque. Comunque, con i mezzi di comunicazione di massa, il concetto va piano piano frammentandosi e se già, prima, si avvicinava al verosimile, ora è ancora più distante dalla realtà.
E’ un po’ come la storia dei sondaggi, esprimono tendenze ridotte, dipende da chi sono commissionati, eccetera.
Detto ciò, considerando l’influenza che i media hanno sul pensiero individuale e collettivo, mi sembra oltremodo assurdo pensare che persone in carne e ossa, quali sono i magistrati, i giudici popolari e, insomma, gli attori della Giustizia, possano essere immuni da tale stessa influenza.
Pur non avendo la mania di essere assolutista, mi chiedo ad esempio perché – anche dopo la scarcerazione della signora Fausta Bonino, recentemente balzata, suo malgrado, agli onori delle cronache -, si continui a usare “killer” come aggettivo di “infermiera”. Cosa ne penserà l’opinione pubblica?
Dell’influenza della macchina del fango mediatica sull’animus del giudicante ho d’altronde detto più e più volte, dunque non vogliatemene per una affermazione tanto esplicita, che altro non è, ai fini della tematica che vorrei affrontare, che un corollario ad una triste realtà: il fatto che un indagato,o imputato, stia a casa anziché in carcere rende molto più facile pronunciare una sentenza di assoluzione, perché quando un imputato sta in carcere per anni in attesa di una sentenza definitiva, chi è poi il giudice che ha il coraggio di assolverlo?
La risposta cruda, ma vera, è quasi nessuno!
Può succedere, sia chiaro, però il linea di massima non accade perché in questi casi diventa molto più difficile ammettere l’errore; diversamente quando preesiste una pronuncia da parte del Tribunale del Riesame che non ha ravvisato i presunti elementi indizianti che avevano portato il soggetto in carcere, si può ben sperare che a maggior ragione non li vedrà un Tribunale di primo grado, una Corte d’Appello, o la Cassazione, e come conseguenza si avrà una maggior facilità nel pronunciare una sentenza assolutoria.
Non pensate che si tratti di un meccanismo macchinoso o complesso: il nodo della questione è semplicemente che a nessuno, individuo, collettività o sistema, generalmente piace ammettere i propri errori (anche se talvolta ammettere un errore è cosa ragguardevole e degna di plauso), e questa dinamica la si ritrova, in qualche modo, anche nel sistema giudiziario.
Così, talvolta, a differenza delle fiabe non troviamo un lieto fine: un’indagine preliminare condotta male si cristallizza in una misura cautelare (di cui, in Italia, vi è un abuso impressionante), ed infine in una sentenza di condanna.

E allora, il processo smette di essere ricerca della verità, certamente smette di essere ricerca della verità storica, ma in qualche modo smette anche di essere ricerca di una verità processuale che, specie nei casi in cui si parla di “prova scientifica” (ho citato più volte la cosiddetta sentenza Franzese), richiede comunque, al fine di essere accettabile, un alto grado di probabilità sul piano fattuale, e dunque un alto grado di credibilità razionale, e diviene invece nulla più che una sorta di profezia che si autoavvera.

Quando le cose assumono certe proporzioni, il peso dell’opinione pubblica già orientata verso l’innocenza rende più facile pronunciare una sentenza di assoluzione, tanto quanto un orientamento verso la colpevolezza rende più scontata una sentenza di condanna e alla base di tutto sta proprio la permanenza in carcere contro l’essere processato a piede libero.
Ora, deve essere certamente sottolineato che ogni caso giudiziario è un caso a sé e in quanto tale è ricco di peculiarità che lo distinguono da ogni altro, quindi noi ne confronteremo due per semplificare un discorso che diversamente diventerebbe ingestibile.
Siamo delle inguaribili romantiche, quindi uno dei due casi non poteva che essere quello che vede il sig. Bossetti, moderno prigioniero politico, unico imputato per l’omicidio Gambirasio sottoposto ad un crudele quanto inutile regime di custodia cautelare da quasi due anni.
L’altro caso che ha catturato il nostro interesse, come avrete intuito da un piccolo riferimento sopra, è quello che vede vittime un numero imprecisato di pazienti ricoverati presso l’ospedale di Piombino a cavallo tra il 2014 e il 2015.
La responsabilità con dolo di tali decessi è stata attribuita ad un’infermiera, al secolo Fausta Bonino, immediatamente ribattezzata “l’infermiera killer”.
Fa specie vedere come il pregiudizio alimentato dalla pressione mediatica cresca fino a raggiungere dimensioni ciclopiche, come degli stralci di intercettazioni telefoniche ed ambientali, riportate in forma scritta ed interpretate dai doppiatori delle solite trasmissioni “squalo” private quindi del giusto tono e snaturate, assumano tutt’altro valore prospettando scenari inquietanti dove personaggi degni di un noir si muovono furtivi tra le corsie seminando morte e terrore.
Per non parlare, poi, del fatto che sia emerso che alcune delle frasi attribuite, nelle trascrizioni di tali intercettazioni, alla signora Bonino, non siano neppure state pronunciate dalla medesima: in un contesto normale dovremmo gridare allo scandalo, ma ormai abbiamo capito da tempo di essere ai confini della realtà, e provare sentimenti di stupore dinnanzi a questo e altro è cosa ardua.
E non si deve pensare che la difficoltà nel provare autentico stupore sia semplice frutto di suggestione e sensibilità nei confronti di errori che, certamente, possono capitare.
Perché gli errori possono capitare, ma quando, come accade nella giustizia italiana, sono troppi, non sono più qualificabili come semplici errori, ma divengono piuttosto altrettanti campanelli d’allarme di un sistema che, evidentemente, non funziona.
Incriminata e tratta in arresto, la signora Bonino resta ristretta presso la Casa Circondariale di Pisa per ventuno giorni.
Le accuse che le vengono mosse sono terribili.
Una di queste, forse la più pesante e compromettente, si fonda su un’intercettazione che non lascia spazio ad equivoci, poiché è un chiaro tentativo di inquinamento delle prove ma verrà presto scoperto che proprio questa intercettazione è stata attribuita alla signora Bonino per errore.
In soldoni, grazie ad un provvidenziale errore di trascrizione, parole proferite da un’altra persona le sono state cucite addosso.
Piccolezze, cose che capitano, ça va sans dire.
Un altro punto cardine dell’accusa è la pericolosità sociale della Bonino, che non va lasciata libera perché soffre di bipolarismo, così ha dichiarato il P.M., che ha colto in questo modo l’occasione per ricordare la vecchia formula del “pericoloso a sé e agli altri” che ingenuamente credevamo di aver superato, più o meno, dai tempi di Franco Basaglia.
Questa verità incontestabile, ad ogni buon conto, la si legge anche nel bugiardino di un suo farmaco per l’epilessia, e cioè che uno degli effetti collaterali può essere la depersonalizzazione, quindi il magistrato rincara la dose asserendo che potrebbe uccidere anche il marito.
E, a questo punto, è necessario aprire un’altra parentesi.
Lo abbiamo scritto in incipit: non si può pretendere che l’uomo comune, che non abbia studiato medicina, sia a conoscenza di particolari nozioni mediche.
Tuttavia, se all’uomo comune viene spesso richiesta dalla legge l’accortezza del cosiddetto “bonus pater familias”, ho l’ardire di ritenere che la stessa accortezza dovrebbe essere utilizzata, a maggior ragione, da chi è investito di responsabilità enormi che si riverberano sulla pelle dei cittadini.
Il fatto che la signora Bonino soffra di bipolarismo, cosa non veritiera eppure strombazzata ai quattro venti da giornalisti che hanno dimostrato per giunta di ritenere il bipolarismo (noto disturbo del tono dell’umore) un disturbo consistente nello “sdoppiamento di personalità”, uno strafalcione che in tempi in cui l’ignoranza è una scelta non sarebbe perdonabile neppure alla proverbiale casalinga di Voghera, è stata presumibilmente desunta dal fatto che, soffrendo di epilessia, assume dei farmaci appartenenti alla classe degli anticonvulsivanti, che da anni vengono notoriamente utilizzati anche per il trattamento degli episodi di disturbo bipolare.
Questo non significa, ovviamente, che chi soffre di epilessia sia bipolare, né che chi è affetto da disturbo bipolare soffra di epilessia: significa solo, come può essere appurato da chiunque si informi con l’accortezza del “bonus pater familias”, che molecole un tempo utilizzate soltanto per la cura dell’epilessia hanno mostrato un’efficacia anche nel disturbo bipolare, e che di conseguenza sono attualmente utilizzate anche per il trattamento di episodi di quest’ultimo, che non ha nulla a che vedere con l’epilessia, né con lo sdoppiamento di personalità (sulla cui stessa esistenza nei termini in cui è stato descritto a livello mediatico, per giunta, non vi è neppure accordo nella comunità scientifica), né, ancora, con la depersonalizzazione, che è spesso un comune sintomo di disturbi quali ansia e depressione, consistente nella sensazione di essere “staccati” dal proprio sé, e non implica alcuna “doppia personalità” né tantomeno pericolosità sociale.
Non è raro, d’altronde, trovare tra le indicazioni terapeutiche indicate nei bugiardini dei farmaci una pluralità di patologie differenti.
A questo punto, sono molto felice che la signora Bonino, anziché di epilessia, non soffra di problemi di stomaco, che in compenso rischiano di scatenare un’autentica epidemia tra chi segue la cronaca giudiziaria: infatti, mi sovviene l’esempio di un noto farmaco (principio attivo levosulpiride, nome commerciale Levopraid) molto utilizzato per comuni disturbi gastrici e il cui utilizzo, di recente, è stato esteso, in posologie leggermente superiori, anche ad alcune forme di schizofrenia, oltre che al trattamento di episodi depressivi maggiori.
Non so, e francamente preferisco continuare a non sapere, se la differenza tra gastrite e schizofrenia sia chiara, e mi limito ad augurarmi che nessuna persona affetta da disturbi gastrici abbia, in un prossimo futuro, la sventura di essere coinvolta in un’indagine.
In un contesto in cui i processi si svolgono, oramai, sui mezzi di comunicazione, che spesso si spingono ben oltre il (sacrosanto) diritto all’informazione scadendo in una morbosità di pessimo gusto, e le conseguenti sentenze sono pronunciate a furor di popolo, il marchio dell’ignominia viene imposto anche così: attribuendo al malcapitato presunte (e spesso assolutamente infondate) patologie psichiatriche, per giunta spesso non conosciute né a chi emette ordinanze su questa base senza neppure sincerarsi di aver chiaro cosa sia un determinato disturbo, né alla grancassa addetta alla costante diffusione dei teoremi delle Procure di tutto lo stivale, da Trieste a Pantelleria.
Un meccanismo che ottiene il duplice risultato di creare il mostro mediatico da un lato, e di contribuire a rincarare la già abbondante dose di disinformazione e stigma nei confronti dei disturbi psichici dall’altro.

Un fatto, o meglio due fatti, che francamente ritengo non onorino la nostra civiltà giuridica, né le conoscenze scientifiche ad oggi acquisite, né, da ultimo ma non per importanza, i principi fondamentali di dignità umana (tanto degli indagati quanto delle persone affette da disturbi psichici che già subiscono stigma e pregiudizi, che si aggiungono al fardello delle loro sofferenze) che dovrebbero -condizionale d’obbligo- informare il nostro ordinamento.

“Questa verità incontestabile si legge anche nel bugiardino di un suo farmaco per l’epilessia e cioè che uno degli effetti collaterali può essere la depersonalizzazione quindi il magistrato rincara la dose asserendo che potrebbe uccidere anche il marito. Molte cose si sono dette dell’infermiera Bonino in questi giorni qualcuno ha anche parlato di problemi di alcolismo negati però dal suo primario. Nell’ordinanza contro di lei si leggevano queste frasi “coerenti e specifici indizi di colpevolezza, particolare spessore criminale, spiccata inclinazione a delinquere” poi la clamorosa decisione del Tribunale del riesame ne ordina l’immediata scarcerazione. L’infermiera resta comunque indagata ma la decisione del Riesame pesa come un macigno sull’impianto dell’accusa. Come mai l’ordinanza di carcerazione è stata annullata? Perché i gravi schiaccianti indizi di colpevolezza contro di lei si sono dissolti nel vento?”

Il brano virgolettato fa parte di un lungo servizio andato in onda qualche sera fa nella trasmissione “Quarto Grado”, e mette i brividi il fatto che ci si chieda con disarmante candore come mai i gravissimi indizi di colpevolezza sia siano dissolti nel vento.
Se è vero che l’innocenza non teme giudizio, lo è altrettanto che nessuna riabilitazione è possibile per chi è stato bollato dal pregiudizio, ed è così che anche stavolta gli Italiani si rivelano discepoli di una morale tanto ipocrita quanto bigotta.
Quando si è ingoiati dal sistema si può sperare di riconquistare la libertà ma ci si può scordare di recuperare la dignità.
Tuttavia, volendo salvare il salvabile, avere un buon difensore può fare la differenza tra l’essere dietro le sbarre, lontani dagli affetti e impossibilitati a dire la propria, o fuori dal carcere, che non sarà comunque il massimo se si resta indagati, ma di certo è meglio.
Se si ha la fortuna di essere rappresentati dalla dottoressa Cesarina Barghini, che ha dimostrato all’Italia intera di essere una professionista seria e in gamba, il destino processuale potrebbe prospettarsi più roseo.
Non posso esimermi dall’esprimere profonda ammirazione nei confronti di un difensore la cui motivazione e determinazione si sono dimostrate vincenti e sono andate a segno, ottenendo la scarcerazione della propria assistita in un lasso di tempo brevissimo durante il quale, lette accuratamente le carte, quelli che erano elementi di colpevolezza sono stati completamente stravolti e interpretati come, se ci è concessa la licenza poetica, “indizi di innocenza”.
Certamente la vicenda non si chiude con la scarcerazione ma che si vada a processo o meno la signora Bonino non languirà in carcere, e fino al terzo grado di giudizio sarà libera.
Come detto in principio non esistono verità assolute.
La storia dell’infermiera e del suo scrupoloso e coscienzioso difensore dimostra che avvocati degni di essere chiamati tali esistono e dimostra ancora che non servono super mega pool, bensì basta una singola persona che prenda a cuore il caso, che legga le carte (cosa che, per quanto possa sembrare strano, non sempre avviene), che sappia fare il suo lavoro, e i risultati si vedono, e si vedono nell’immediato.
E’ assurdo presentare decine di istanze alla cieca senza aver studiato gli atti a dovere, perché istanze incapaci di far passare un messaggio chiaro saranno prevedibilmente rigettate con puntualità e si ritorceranno, l’una dopo l’altra, contro il malcapitato malamente assistito.
Nel caso Bonino si è arrivati ad una risoluzione, sia pure temporanea, veloce e quasi indolore, efficace al punto di far stralciare in venti giorni appena un’ordinanza di custodia cautelare- e questo è un dato importantissimo per chi vuole coglierne la valenza.

Vero è anche che nel caso Bossetti tanto ha pesato l’intervento maldestro del Ministro della Giustizia, qui tante volte biasimato, al punto che persino Gianluigi Nuzzi, in uno slancio di garantismo e cautela, ha paragonato la scritta “KILLER IN CORSIA” che campeggiava alle spalle degli Ufficiali dell’arma durante la conferenza stampa alle parole del Ministro che annunciava con orgoglio che era stato arrestato l’assassino di Yara Gambirasio e che stavolta, per fortuna, si è perlomeno risparmiato di annunziare urbi et orbi via Twitter che, finalmente, i pazienti dell’ospedale di Piombino potevano star tranquilli.

Lo abbiamo anticipato: siamo romantiche.
Ed è per questo che abbiamo fatto la scelta titanica di incentrare il presente articolo su due casi con un notevole numero di differenze.
Tra le tante differenze, tuttavia, un punto comune è innegabile ed è quello dell’archetipo del capro espiatorio che, puntualmente, torna a farci visita nei casi giudiziari che affrontiamo in questa sede.
Il capro espiatorio, storicamente legato alla antica tradizione ebraica, descritta nel Levitico, nella quale il sommo sacerdote, nel giorno dell’espiazione, caricava tutti i peccati del popolo su un capro, che veniva poi mandato nel deserto, oggi è diventato la metafora per eccellenza di chi venga a trovarsi coinvolto in indagini sin dal principio lacunose, contraddittorie e basate su elementi suggestivi anziché autenticamente indizianti.
Il deserto è tutto ciò che resta al malcapitato, intorno al quale viene fatta terra bruciata a suon di gogna mediatica.

E se Pisa, che nel medioevo era, insieme a Lucca, un autentico faro nell’ambito della medicina, ora sembra a dispetto del progresso aver perso dimestichezza con la materia, pare che Bergamo non se la cavi meglio per quanto concerne la matematica.
Sul fatto che in natura il DNA mitocondriale di Massimo Bossetti non possa essere sparito da una traccia di DNA al medesimo attribuita sulla base del nucleo, ho già detto e scritto fiumi di parole e, pertanto, preferisco non ripetermi oltre lo stretto necessario a riannodare i fili del discorso.
Mi preme, tuttavia, richiamare l’attenzione su alcuni elementi che qualcuno sembra ancora non vedere, o forse non voler vedere.
Nella “certa attribuzione” al signor Bossetti della traccia di DNA in disamina ,mi pare, infatti, che stiano sfuggendo alcuni elementi di particolare importanza che denotano che tale certezza non sia postulabile.
Qualcuno dopo aver letto alcuni degli articoli e pensieri sul caso Bossetti presenti in questo blog, ha preferito rispondere con offese gratuite disseminate qua e là in rete, senza mai curarsi, però, di rispondere nel merito alle tesi ivi proposte.
A costoro, ma anche a quanti siano mossi da autentico desiderio di riflettere sull’argomento, il primo, umile consiglio non può che essere quello di rileggere molto attentamente l’ordinanza di custodia cautelare in cui sono analiticamente riportati gli esiti delle analisi, e di soffermarsi ancor più attentamente sulle percentuali.
Non si potrà infatti fare a meno di notare immediatamente due cose, ben poco opinabili, trattandosi di dati numerici: la prima è che la compatibilità tra Bossetti e Ignoto1 sulla linea materna è nettamente inferiore a quella in linea paterna; la seconda è che la percentuale di compatibilità globale è sì elevatissima ma solo se la random match probability è riferita a soggetti non imparentati, e questo è ovvio.
Se nel parlare del DNA mitocondriale non coincidente con il DNA nucleare è stato in questa sede ribadito più volte che tale fenomeno, che non può estrinsecarsi in natura è di conseguenza, per forza di cose, o un fenomeno dovuto ad errore (doloso o colposo) umano, o spia del fatto che la corrispondenza ravvisata nel DNA nucleare non è certa, è invece stato fino ad oggi soltanto richiamato en passant il fatto che la cosiddetta random match probability così come espressa negli atti relativi all’inchiesta sul caso Yara Gambirasio, ha il valore attribuitole unicamente se si prende in considerazione la corrispondenza ravvisata tra il DNA nucleare di Massimo Bossetti e quello di Ignoto1 e la si compara con quella tra Ignoto1 ed un soggetto scelto a caso nell’ambito della popolazione (vedi anche l’articolo La festa è finita, liberate Bossetti).
La random match probability, tuttavia, può subire distorsioni, anche notevoli, nel caso in cui l’ipotetico soggetto terzo sottoposto a comparazione con Ignoto1 non sia un soggetto casualmente scelto tra la popolazione, ma un soggetto appartenente alla medesima sottopopolazione o, a maggior ragione, imparentato.
Ora, pare di capire, dalle stesse percentuali espresse con tanto zelo e dovizia negli atti, che il vecchio adagio latino secondo il quale “mater semper certa, pater numquam”, nel caso in disamina vada capovolto, in quanto l’unica certezza (escludendo ipoteticamente l’errore umano) è che Massimo Giuseppe Bossetti è figlio, come Ignoto1, del fu Giuseppe Guerinoni, mentre sul rapporto di filiazione tra la signora Arzuffi e Ignoto1 paiono sussistere dubbi di non poco conto.
Se qualcuno ha fatto notare che solo il DNA nucleare fornisce una identificazione della persona, in quanto il DNA mitocondriale si limita a dare, essendo identico in tutto il ceppo materno, “un indirizzo” (sic), non mi sembra di scadere nell’ironia inopportuna e gratuita se faccio notare che, perlomeno, tale indirizzo non dovrebbe appartenere ad un’altra persona.
Non si comprende, peraltro, per quale ragione se del DNA mitocondriale non importa nulla a nessuno, i consulenti della Procura di Bergamo si siano barcamenati in una clamorosa arrampicata sugli specchi cercando delle (im)possibili spiegazioni al fenomeno, giungendo perfino al tentativo di cambiare ex post le carte in tavola suggerendo che il DNA in disamina fosse riconducibile, a differenza di quanto sempre sostenuto, non ad un commisto sangue-sangue, ma ad un commisto sangue-sperma.

Una tesi, questa, già smentita dai test diagnostici, cosa che infatti, oltre un anno fa, venne fatta notare dal giudice Mocciola del Tribunale del Riesame, nella sua ordinanza, sia pure di rigetto, di cui si allega di seguito un piccolo estratto:

riesamemocciola

Posto che invece, a chi scrive, non piace che le carte in tavola vengano cambiate a posteriori al fine di supportare una tesi precostituita, è necessario a questo punto parlare anche del DNA nucleare, e fare un rewind, al fine di comprendere meglio la questione delle percentuali sopra accennata.
Infatti, se come ironicamente anticipato, in questo caso è il “pater” ad essere “certus”, sulla “mater” di Ignoto1 permangono parecchie perplessità, non solo per il mitocondriale che non appartiene alla madre dell’imputato né di conseguenza all’imputato, ma anche per la compatibilità nucleare di Ester Arzuffi rispetto a Ignoto1, del 99,999%.
Una percentuale, questa, che no, non è prossima alla certezza (è una percentuale certa quella della paternità, che si aggira nell’ordine dei miliardi), ma una percentuale che in termini matematici significa che vi è 1 possibilità su 100.000, che un dato soggetto abbia analoga compatibilità (senza considerare ulteriori possibili effetti distorsivi in popolazioni specifiche, quali possono essere quelle della Val Seriana): questo significa che anche al netto di effetti distorsivi dati dall’appartenenza a specifiche sottopopolazioni ogni 200.000 persone ve ne sono 2 con la stessa compatibilità nucleare registrata tra Ester Arzuffi e Ignoto1, ogni 300.000 persone ve ne sono 3 e via dicendo (ma soprattutto oltre 11 nella provincia di Bergamo, che ha 1.108.762 abitanti) .
Questo significa, in parole povere, che non può essere escluso che vi sia un altro figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni, il quale ha potenzialmente decine di madri compatibili nella regione Lombardia, ed il quale dunque potrebbe avere anche il DNA mitocondriale giusto al posto giusto, essendo figlio, come Massimo Bossetti, del Guerinoni, ma non, a differenza di Bossetti, della signora Ester Arzuffi.
Nel riflettere sulle tante stranezze del DNA di Ignoto1 e del suo DNA mitocondriale non appartenente a Bossetti, con il senno di poi, non si può neppure tralasciare un’altra stranezza: ricorderete tutti il genetista Fabio Buzzi, a capo del Dipartimento di genetica forense dell’Università di Pavia, il quale, qualche giorno dopo il fermo di Bossetti, disse in TV che anche i peli rinvenuti sul cadavere della povera Yara erano riconducibili a Bossetti.
Come è noto, la notizia fu subito smentita dalla stessa Procura di Bergamo: la falsità della dichiarazione è poi stata confermata ufficialmente più di un anno fa quando la famosa perizia venne finalmente depositata.
Perché dare importanza, oggi, ad una notizia smentita da più di un anno?
Forse molti non se ne sono accorti, ma tale questione, ormai dimenticata, in realtà è oggettivamente di fondamentale importanza: nessuno, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, può davvero credere che un illustre professore scelga di -perdonate il Francese!- sputtanarsi volontariamente illustrando dati falsi coram populo per dieci minuti di notorietà in TV.
Ergo, non sembra poi ipotesi così peregrina quella che davvero sulla scrivania del professore in questione passò qualche foglio con dati “errati”, o meglio giusti, secondo i quali quei peli effettivamente coincidevano con quelli di “Ignoto1”, che però (a differenza di quanto si riteneva in quei giorni) non è Massimo Bossetti.
Come è possibile?
La questione è semplice: quei peli erano senza bulbo, ergo fu sequenziato il solo dna mitocondriale.
E sappiamo che”Ignoto1″ ha un dna mitocondriale non coincidente con quello di Bossetti, per cui è ben possibile che i peli in disamina siano compatibili con Ignoto1 ma non con Massimo Bossetti, avendo quest’ultimo un DNA mitocondriale diverso..
Sono sempre stata del parere che il solo dna non sia sufficiente ad incriminare nessuno: ma se qualcuno, oltre ad una traccia biologica, ha lasciato anche i suoi peli, allora le cose potrebbero cambiare.
Peccato che, ancora una volta, alla Procura di Bergamo pare non importi nulla di trovare il “proprietario” di reperti piliferi e dna mitocondriale volante.
Alcuni di quei peli erano perfino dentro gli abiti della povera vittima: quisquilie, perché il capro espiatorio è già stato assicurato alla giustizia e la folla chiede il suo sangue.
E se lascio ad altri, ed in particolare a chi titolato, l’onere di riflettere su eventuali possibili implicazioni dei fatti sopra richiamati ai fini dell’ipotesi “errore” (o di altra ipotesi), è difficile esimersi dal ravvisare come una non compatibilità mitocondriale, di per sé altamente problematica, unita alle perplessità che destano questi dati numerici e non, lasci aperto non uno spiraglio, ma un intero portone a possibili spiegazioni alternative che nessuno sembra interessato ad approfondire, neppure, e lo dico con enorme dispiacere, il Tribunale, che ha rigettato la richiesta di una nuova perizia.
Ed ancor più singolare quanto sopra mi pare nel contesto di una traccia di natura biologica anomala (sembra sangue ma non è, non sembra sperma e non lo è a meno che non sia utile a spiegare che ci sia un mitocondrio di meno), con mtDNA anomalo, con degradazione selettiva anomala.

Una serie di anomalie così singolari -soprattutto laddove presenti in contemporanea- da far impallidire perfino la pretesa “singolarità” della sequenza di nucleotidi in grado di privare un uomo della propria libertà.

Viene allora da pensare che non avesse poi tutti i torti Sciascia, quando suggeriva che dovrebbe far parte della formazione di ogni magistrato la permanenza, sia pure solo per qualche giorno, in carcere, ai fini di comprendere personalmente il significato della privazione della propria libertà e, di conseguenza, le implicazioni delle proprie scelte.
Ma i tempi dei grandi pensatori, evidentemente, non sono immuni agli attuali tempi di crisi, e tra buttachiavi e processi celebrati in pubblica piazza prima ancora che nelle aule dei tribunali, diviene impresa titanica non rimpiangere anche Enzo Biagi, che ai tempi del caso Tortora fu il primo a distaccarsi dalle sottane della Procura, osando proporre un titolo che diceva tutto: “E se fosse innocente?”.
Mi piace pensare, però, che quei tempi non siano finiti, e che voci ostinate e contrarie continuino ancora a levarsi quando ad essere in gioco sono i diritti fondamentali dell’individuo, ed è con questa speranza che ho scelto, oggi, di parlare di Massimo Bossetti e di Fausta Bonino.
Due vicende in qualche modo agli antipodi, ma per altri versi caratterizzate dagli stessi elementi di pressapochismo e, mi sia concesso l’azzardo, da ciò che appare quasi come la poca voglia di ricercare autenticamente la verità.
Forse, in qualche modo, è lo stesso sistema giudiziario, nel quale (e non a torto) sempre meno Italiani hanno fiducia, ad aver smesso di avere fiducia in se stesso, prediligendo il comodo rifugio di una superficialità strombazzata dagli strilloni mediatici, alle mani callose e sanguinanti che implica lo scavare alla ricerca di risposte accettabili.
E di fronte ad un tale scempio, non resta che sperare che l’Italia sia rimasta, perlomeno, terra di santi, affinché “tra un puttino e una colonna, una colonna e un puttino”, per citare Totò in quella che -ahimè- non è più una commedia, possa almeno beneficiare dell’unica cosa che potrebbe restituirle il proprio status di “culla del diritto”: un miracolo.

Interferenze Garantiste

Ci tengo a ringraziare la mia collega Sashinka che oltre a collaborare nella stesura del pezzo, come da consuetudine scritto a quattro mani, questa volta si è superata “sbobinando” la registrazione dell’intervista. Grazie Sashi.

di Laura e Sashinka

 

Se avessi un euro per tutte le volte che sento dire “devono buttare la chiave” salderei il residuo del mutuo. Questo è un discorso che va oltre il sig. Bossetti, non a caso nasciamo come Gruppo garantista dei diritti del singolo cittadino, in un panorama quindi più generale, che trova nell’imputato in oggetto quasi un pretesto, un esempio, per poter esprimere le nostre convinzioni. Da che mondo è mondo, il popolo si adegua alle idee dei pochi che hanno i mezzi per esprimerle, trovo quindi diseducativo un giornalista che si pronunci, nel bel mezzo di un processo, dicendo che l’imputato prenderà l’ergastolo così come lo è chi, ignorando i principi cardine del nostro Codice Penale e della Costituzione stessa, invoca il massimo della pena per persone ancora solo indagate, seppur ree confesse, pretendendo dallo Stato che vengano negati loro a priori i diritti più elementari, la presunzione di non colpevolezza, una difesa, un giusto processo, ogni attenuante e i benefici di legge ai quali ogni detenuto passato in giudicato e quindi “definitivo” ha diritto alla luce della legge stessa. Credo fermamente che non più del 20% degli italiani, in età tale da comprendere le norme, sia a conoscenza delle più elementari leggi che sono alla base della nostra nazione. Si evince dal fatto che spesso, per dirne una, si leggono chiari riferimenti a norme che regolamentano altri stati oltreoceano, la cui conoscenza proviene dalle serie tv ignorando totalmente il fatto che da Noi non esiste la pena di morte, la libertà su cauzione, la libertà sulla parola o la sentenza che non la prevede. Ma come spesso si usa dire questa è tutta un’altra storia. Quella che voglio narrare oggi pretende innanzitutto le dovute premesse. Non ci si venga a dire che predichiamo bene e razzoliamo male, non abbiamo alcuna intenzione di trattare altro caso all’infuori dell’omicidio Gambirasio, ma ci sono dei momenti in cui uno sguardo più generale non fa male, specie se concetti che ribadiamo da quasi due anni sono scolpiti a chiare lettere da chi di giurisprudenza ne mastica quotidianamente, non fosse altro per sottolineare che determinati principi da noi perseguiti non sono piccolezze trascurabili nè sfumature impercettibili, bensì i capisaldi di uno Stato che si auto-proclama “di Diritto”.

Una nota presentatrice onnipresente sul piccolo schermo, che suddivide il tempo a disposizione dei suoi talk show tra la cronaca rosa e quella nera, ha fatto decisamente una figura fucsia quando è stata richiamata all’ordine per essersi spinta, come suo solito, oltre il lecito personale convincimento, perché si sa, un conto è esprimere un’opinione personale al bar, ben altro è farlo di fronte ad una platea di milioni di telespettatori che da casa si infervorano e in studio applaudono. Va bene lo show, comprendiamo le regole della tv commerciale e tolleriamo anche il paravento della pubblica informazione, ma a tutto esiste un limite ed è bene che ogni tanto qualcuno lo rimarchi. Ero rimasta molto colpita quando nella puntata andata in onda il 31 marzo la nostra conduttrice nazionalpopolare aveva riscosso un mega applauso sentenziando che l’indagata, dapprima a piede libero e successivamente ristretta per motivi cautelari con l’accusa di un numero non ben definito di omicidi, aveva perso il suo status di persona assumendo le caratteristiche di mero “essere”, poichè invece di svolgere il suo lavoro faceva ben altro, riferendosi alla presunta recidività nell’uccidere persone indifese. A quanto pare non sono l’unica ad aver trasalito a quest’affermazione e se è poco importante riportare il nome della conduttrice e della trasmissione lo è invece sottolineare il disappunto nato dalle sue parole ed espresso senza veli dall’avvocato difensore dell’imputata, invitata ad intervenire telefonicamente, non per uno slancio di imparzialità o garantismo, ma semplicemente per fare audience poiché anche le “concessioni” di difesa alzano lo share. La dimostrazione della presunzione di certe trasmissioni sta proprio nelle parole, che in questo pezzo abbiamo deciso di riportare fedelmente, di chi conduce che esordisce dicendo: “Proprio perchè ci fidiamo degli inquirenti e della Procura diamo sempre la possibilità a chi è accusato, a chi è indagato, di essere difeso perchè crediamo sia giusto così“, frase questa che la dice lunga sull’essere o meno una sostenitrice della presunzione di non colpevolezza. Come dire: ‘Fatto salvo che se lo dicono gli inquirenti per me sei già colpevole prima anche della chiusura ufficiale delle indagini, ti concedo di avere uno straccio di difesa perchè non sia mai detto che nella mia trasmissione ti venga negata’.

Conduttrice: “Abbiamo al telefono, e la ringraziamo, proprio l’avvocatessa dell’infermiera, avvocato Cesarina Barghini e faccio entrare anche una persona, un giornalista di Panorama, che è convinto che l’infermiera non c’entri niente. […] Noi abbiamo raccolto anche molte testimonianze a favore dell’infermiera ed è giusto farvele ascoltare. Il giornalista di Panorama ha una sua teoria avvocato.”

Giornalista: “Sì, guarda, io ti dico in modo abbastanza schietto e diretto secondo me questa donna va liberata e va liberata subito perché non ci sono i presupposti, a mio avviso, in questa ordinanza che ho letto, per tenerla in carcere! Questa ordinanza non ha le prove certe e provate che questa sia una infermiera killer! Questa ordinanza dei giudici – a mio avviso – può rappresentare al massimo un punto di partenza di questa indagine, ma gli effetti che produce sulla vita di questa donna sono definitivi, devastanti, strutturali. Questa donna verrà sempre ricordata come l’infermiera killer di Piombino. Attenzione: io non dico che lei non possa essere colpevole, che lei non possa essere la killer, io dico semplicemente che noi dobbiamo attenerci agli atti e ai fatti e agli atti nei fatti”.

Conduttrice: “Però se la tengono lì, gli inquirenti avranno delle motivazioni. Mica si divertono a tenere chiusa una persona potenzialmente innocente…”

E qui scusate devo intervenire perché come dice un noto comico napoletano: “Aggià sfugà n’gopp a stu fatt!” Ho imparato, invecchiando, che la Magistratura nel nostro paese incute un timore quasi reverenziale che va oltre il normale “temere il braccio lungo della legge”. Se è ovvio che il cittadino abituato a delinquere avrebbe ben donde di temere un magistrato che fa il suo lavoro, lo è altrettanto che il cittadino modello, che mai si sognerebbe di trasgredire la legge, si dovrebbe sentire doppiamente tutelato da un sistema che oltre a garantire la sua incolumità lo protegge anche dal sistema stesso. L’errore giudiziario può accadere anche nelle “migliori famiglie”, su questo non ci piove, anzi dovrebbe proprio rappresentare l’eccezione che conferma la regola, a patto che esso sia riconsciuto con estrema franchezza in tempi brevi e risarcito come legge prevede. Purtroppo in Italia quella che dovrebbe essere la triste eccezione diventa una regola, osservata ormai a carattere giornaliero. La regola che riempie le carceri di imputati, fatto di per sé già gravissimo, la maggior parte delle volte li vede completamente estranei ai fatti lor attribuiti, ma ciò non impedisce al sistema di trattarli come spazzatura, spogliarli della loro umanità, triturarli e fagocitare tutto ciò che li circonda per poi digerire le loro esistenze e gettarle nel fango come cibo per porci. Non si chiamano tutti Ferrando e Musso e con questo chiudo la parentesi e procedo nell’illustrare gli eventi di cui sopra.

 

Giornalista: “Guarda, io ti dico una cosa, il tribunale del riesame questa cosa qui non l’accetterà e la scarcererà, lo vedremo. Se vuoi ti dico anche perché, in due parole.”

Conduttrice: “Avvocato, stai sentendo tu, sì?

Avvocato (Dottoressa Cesarina Barghini): “Certo, sto sentendo e meno male che c’è qualcuno che difende questa povera signora che è stata vittima, veramente, di una campagna mediatica vergognosa, che l’ha descritta come un mostro e voglio capire chi pagherà poi questi danni, devo capire, perché è una cosa veramente vergognosa. E poi descrivere questa mia assistita come un essere che invece di fare l’infermiera faceva tutt’altro è una frase che, mi creda, non avrei mai voluto sentire, tutti gli sproloqui che si sentono e si continuano a dire su questa persona che si trova in carcere con un’accusa infamante, ingiustamente, senza uno straccio di prova, senza nemmeno indizi – perché se ci fossero almeno degli indizi reali, precisi e concordanti, direi ‘vabbè, non ci sono le prove, ma ci sono gli indizi’ -. Non c’è assolutamente niente, c’è una serie di menzogne inventate, a cominciare da quella dell’alcool, della malattia psichiatrica, e ora abbiamo anche appurato che la ricostruzione che la vede presente e che la vede presente in prossimità dei decessi, anche quella, è totalmente sbagliata. Quindi, come diceva correttamente – e lo ringrazio veramente di cuore – il giornalista in studio, questa signora deve uscire immediatamente da quel carcere, perché non potrà altro che farle dei danni. Le indagini che le facciano gli inquirenti e che le facciano a modo, non in questa maniera. Le faremo anche noi le indagini, perché purtroppo la mia attività, anziché essere puramente difensiva, dovrà essere un’attività investigativa, per andare a colmare le lacune enormi che ci sono in questo procedimento.

Conduttrice: “Scusami avvocato volevo precisare, a parte il fatto che io nello specifico, ho imparato, in 9 anni di lavoro per una testata giornalistica, a usare sempre il condizionale, quindi io non ho mai detto che lei è l’assassina, ma che è la presunta assassina, e noi – credendo nella legge e nelle forze dell’ordine, io in prima persona, ovviamente, se sui giornali c’è scritto che viene indagata, incarcerata, con gli inquirenti che sono certi che sia l’assassina, io ne do la notizia, usando il condizionale, ma ne do la notizia. Fatto sta che – come vedi – sono io, siamo noi che qui in trasmissione, confidando moltissimo nella Procura, nelle forze dell’ordine, stiamo dando la possibilità al giornalista ospite, che non è che sta parlando da solo in mezzo a una strada, ma sta parlando in diretta da me e stiamo dando la possibilità anche a te che stai parlando in diretta per difendere la tua assistita e quindi, questo per precisare, per spiegare insomma anche…”.

Avvocato: “A me non pare che si sia usato molto spesso il condizionale, perché se si definisce una persona come “quell’essere che anziché fare l’infermiera faceva tutt’altro”, io non penso proprio che sia l’uso di un condizionale. Voi avete dato per scontato, come voi tanti altri giornalisti, tanti altri media, avete dato per scontato che la signora è colpevole, confidando proprio sulle certezze della Procura e qui sbagliate, perché la Procura è la prima a non avere certezze, perché questa è un’indagine in corso, ed è vergognoso che con un’indagine in corso – dove ancora le indagini non sono state concluse -, si diano in giro spezzoni ad hoc, scelti ad hoc, delle intercettazioni telefoniche che dovrebbero essere per legge secretate, che vedono estrapolate le frasi prese da un contesto che renderebbe, se letto integralmente, tutta un’altra situazione. Quindi qui addirittura c’è una strumentalizzazione di frasi estrapolate ‘pro domo sua’, per far uscire questa donna un mostro. Questo, mi scusi, ma è veramente vergognoso in uno Stato di Diritto, è proprio quello che io rifiuto con tutte le mie forze!”.

Conduttrice: “Avvocato, scusami, noi mandiamo in onda le intercettazioni che ci vengono fornite e, ripeto, ribadendo il concetto che tu stai, in questo momento davanti a 3 milioni di persone, avendo la possibilità di difendere la tua assistita, appoggiata dal giornalista ospite, cotanto giornalista di Panorama, appoggiata da una vicina di casa che dice che l’infermiera è una brava persona e appoggiata da delle altre testimonianze che se faccio in tempo mando in onda, ribadendo questo concetto io – ripeto -, nel momento in cui viene arrestata una persona e dicono, gli inquirenti, che ci sono evidentemente delle prove, o ci sarà un complotto contro di lei, ma il complotto contro di lei porta lei ad essere arrestata e a essere portata in carcere, tu comprendi, che non so, perché lei e non un’altra infermiera, queste persone sono morte con delle iniezioni eh, le intercettazioni che noi abbiamo mandato in onda sono agli atti. Cioè, io spero che anche tu, avvocato…”.

Avvocato: “È sbagliato anche questo, perché – a parte gli ultimi 4 -, per tutti quegli altri sono semplicemente congetture, congetture che sono state utilizzate per creare 13, 14, 20, 30, quelli che sicuramente diventeranno dopo questa campagna, che sicuramente s’inventeranno tutto per ottenere qualcosa, le posso assicurare le prove di cui lei parla non ci sono, io ho gli atti integrali, quelli svolti fino adesso, voi non li avete. Va bene l’informazione, ma un po’ di rispetto per questa persona forse sarebbe il caso che iniziaste tutti ad adottarlo, con un po’ di cautela. Va bene la cautela, va bene l’informazione, ma qui si sta parlando di reati che sono puniti con l’ergastolo e che se fossimo negli Stati Uniti sarebbero puniti con la pena di morte. Quindi cautela di fronte a zero prove, a zero indizi, con più versioni discordanti e questo glielo posso assicurare perché io ho gli atti integrali.

Conduttrice: “Avvocato, tu fai molto bene il tuo lavoro e mi piacerebbe moltissimo avere un avvocato così nella mia vita, semmai ne avessi bisogno, però ci sono delle famiglie che – nonostante tu dica che non è così -, ci sono delle famiglie che hanno tutto il diritto di sapere qual è la verità. Per ora la tua assistita è in galera, (pur con tutte le ragioni del mondo) e ripeto, ripeto, siamo qui a difenderla, stiamo difendendo lei, stiamo difendendo l’infermiera, voglio dire che…”

Avvocato: “Guardi, forse non ha capito, la verità la voglio anch’io, le posso assicurare che sto lavorando per raggiungerla. Ma da qui a cercare la verità ad averla già trovata, io credo, ci sia una bella differenza”.

Conduttrice: “Nessuno ha mai detto che è stata trovata la verità, avvocato, scusami eh, ma a me, mettermi in polemica con te, dopo che ti ho dato anche la possibilità di difendere, ti sto tendendo la mano per difendere la tua assistita, mi sembra proprio fuori luogo che tu mi dica anche questo”.

Avvocato: “No, io non lo sto dicendo, apprezzo il tentativo di difenderla, ma io sto dicendo che fino a oggi, fino a che non sono uscite tutte le incertezze da parte degli inquirenti, l’avevate già massacrata e l’avevate già qualificata come colpevole. Non mi dica di no, perché, guardi, – per puro caso perché ero sul canale- ho assistito a una parte della trasmissione del 31 marzo e sono rimasta veramente, veramente, perplessa di fronte a questo tipo di informazione”.

Conduttrice: “ Vabbè, guarda, avvocato, ripeto, avvocato, non mi va di mettermi in polemica con te”.

Avvocato: “Nemmeno a me, nemmeno a me piace, perché, guardi, il mio lavoro la polemica la esclude, io lavoro sui dati, sulle certezze dei dati oggettivi, e lo ribadisco, la signora Bonino è innocente”.

Conduttrice: “Io sarei molto felice per la signora Bonino, per i figli – perché so che ha dei figli – e per il marito della signora Bonino che ribadisco, ribadisco per l’ennesima volta che siamo qui a dare la possibilità – andando contro, tra virgolette, alla Procura e agli inquirenti che la tengono dentro -, la possibilità di difenderla, di difendere questa donna. L’unica cosa che ho detto il primo giorno “quest’essere che dovrebbe fare l’infermiera”, perché quando arriva la notizia su tutti i giornali che quest’infermiera ha ucciso – perché questo era scritto -, ha ucciso 13/14 persone, per me è un essere, non è un’infermiera, poi siamo qui a difenderla adesso”.

Avvocato: “Al di là di quello che scrivono i giornali è una valutazione tua personale. Dice ho pronunciato questa frase perché sui giornali è scritto che è già colpevole. Io penso che ognuno di noi, prima di uscirsene con delle illazioni di questo tipo, forse, dovrebbe veramente, veramente, avere una conoscenza un pochino più completa di come stanno le cose”.

Conduttrice: “Guarda avvocato – e chiudo la polemica -, io non sono qui a fare la pura giornalista”.

Avvocato: “Non è polemica questa”.

Conduttrice: “Io sono qui ‘di pancia’, ok? E nel momento in cui mi viene data dai giornalisti che lavorano con me e sta su tutte le agenzie una notizia del genere, io ho tutto il diritto di dire “per me questo per il momento è un essere”, proprio perché questo è il mio lavoro, non conduco il Tg, capito? Poi, sono la prima a chiedere ai miei giornalisti “per favore, fate intervenire l’avvocato? Per favore, chiamate ****che è convinto invece che l’infermiera sia innocente?” Io lavoro in questo modo, mi dispiace che lei sia rimasta male per l’altro giorno. Io volevo, “scusami, Tiziana” – che è una sorella della vittima -, perché volente o nolente gli inquirenti hanno chiesto di riesumare otto corpi. Ci sarà un motivo, no, oltretutto? Scusami, avvocato, forse vuole intervenire la sorella della quattordicesima vittima.

Non crediamo in tutta onestà che ci sia altro da aggiungere al pietoso quadro che viene fuori da questo botta e risposta. Se da un lato ci consola che di tanto in tanto qualche voce autorevole venga fuori dal coro ribadendo concetti che andiamo predicando da anni, concetti alla base della democrazia quindi di facile comprensione, non certo equazioni formulate dal dottor David Saltzberg professore di fisica e astronomia alla University of California di Los Angeles, concetti che dovrebbero fare da fondamenta alla società e che dovrebbero essere insiti in ognuno di noi, dettati dall’etica e non da un insegnamento impartitoci a scuola, dall’altro ci deprime il fatto che tali concetti siano alieni alla maggioranza dei nostri concittadini.

Eva contro Eva

dal-film

 

 

Donne contro donne

Ieri sera, a cena da amici, per puro caso m’imbatto nella copia di un – chiamiamolo così – giornale. Nell’immagine, lo sguardo di Marita, seppur sempre intelligente, denota ormai una tristezza di fondo che mi spezza il cuore ogni volta che lo vedo. Con un senso di angoscia sfoglio le pagine fino all’articolo, per capire cosa significa quella domanda oscena, scritta senza vergogna.

“Le toglieranno i figli”?

Dopo quanto è accaduto, sostiene una delle interpellate, ci sarebbe da stupirsi se il Tribunale dei minori non aprisse, d’ufficio, un fascicolo di monitoraggio, perché – prosegue – potrebbe costituire una situazione pregiudizievole per la salute dei bambini. Non credo ai miei, di occhi, questa volta, non mi riesce di farlo, soprattutto quando si aggiungono termini come “atteggiamento cautelativo” e quando a pronunciarli è nuovamente una donna.

Non si capisce bene che cosa porterebbe un tribunale dei minori a mettere in dubbio le capacità genitoriali di Marita Comi. Una madre che da quasi due anni resiste allo tsunami che le è grandinato addosso, trovando la forza di continuare a crescere i suoi figli con dignità e determinazione, che siede sul banco dei testimoni affrontando domande pesantissime sulle sue abitudini sessuali e sui termini digitati nei motori di ricerca, da sola o con suo marito, adesso deve anche sentirsi minacciata di avere tolti i figli? Ma, scusate, come mai un’assurdità di questo tipo non è mai emersa prima di quell’udienza? È strano l’articolo, in particolar modo quando dice: “Tutti tacciono dunque quando Marita afferma che ha deciso di non avvalersi della facoltà di non rispondere…”.

Ho capito bene? Marita, secondo l’autrice dell’articolo (e coadiuvata dalle persone da lei interpellate), potrebbe perdere i figli perché ha deciso di non stare zitta, ma anzi di ribattere a tutte le domande che impunemente contenevano vocaboli strettamente legati al sesso e perché ha scelto di difendere suo marito che FINO A PROVA CONTRARIA E FINO AL TERZO GRADO DI GIUDIZIO gode della presunzione di non colpevolezza? No, non solo. Perché – dice-, se nella migliore delle ipotesi il padre fosse innocente, ormai è troppo pesante portare un cognome come il suo e i modelli familiari sono comunque quelli. Ma, scusate se insisto, fino a prima che Marita decidesse di testimoniare, la stampa che cos’ha fatto?

Ricordo per l’ennesima volta che il Garante della Privacy ha dovuto bloccare la diffusione di un articolo che riportava stralci di un interrogatorio in cui si parlava di uno dei tre figli*. Quindi, insomma, finché a dirne di tutti i colori – in televisione, sui giornali, online, a tutte le ore – è l’esercito della cronaca, i figli di Bossetti nemmeno li calcoliamo. Quando invece la loro madre va a testimoniare a un processo senza telecamere né registratori – blindato teoricamente, per tutelare la famiglia della vittima e i testi non maggiorenni – le bocche si spalancano e quegli stessi minorenni di cui sidovrebbe occupare il tribunale, sono alla mercé dell’ennesima “lapidazione mediatica” ai danni della madre, il prurito sconfina e, come fosse una festa, c’è chi pubblica anche gli elenchi dei siti visitati dal computer di casa Bossetti, tutti rigorosamente pornografici. E sempre sull’articolo che disgraziatamente mi è capitato sottomano, non manca la foto di quei piccoli – sì, certo, ci mancherebbe, con il viso coperto, ma perché farlo?

È un dramma sul dramma, pensavo, che contro Marita si siano trovate o si siano “offerte”delle donne. Sarà che sono stata educata alla solidarietà femminile e al riconoscimento delle battaglie per l’emancipazione e non riesco proprio ad accettare certe posizioni. In particolare – senza voler minimamente dare giudizi anche perché non è questa la sede -, quando i bèn pensanti spendono pagine e pagine di soliloqui per altri casi di cronaca, dove la potestà genitoriale non si dovrebbe mettere in discussione nemmeno di fronte alla rea confessa di turno. Non si può non notare, poi, che la scala di valori cambia spesso in base all’estrazione sociale di chi finisce in prima pagina e a farne le spese è chi ha meno mezzi economici. Finché è qualche opinionista col viso contratto dal moralismo, a sconvolgersi per come decidono di vivere la sessualità due adulti sposati e consenzienti è un conto, ma quando è un gruppo di donne la mia preoccupazione aumenta.

Chi la fa l’aspetti

Quando Colonna Infame ha cominciato a parlare di “pennivendoli” non lo ha fatto a cuor leggero, perché sapevamo e sappiamo quanto sarebbe importante avere una libertà di stampa reale a raccontare il mondo. Siamo andati a scuola e abbiamo studiato il ruolo fondamentale dei mass media nella guerraccia del Vietnam, così come – però -, abbiamo approfondito la posizione della stampa nei vari colpi di Stato della storia. È una questione di scelte, di stare da una o dall’altra parte. Con il diritto o contro il diritto, col garantismo o contro il garantismo, con l’onestà o contro di essa. Sarò anche impopolare, ma non provo alcuna pena per chi cambia bandiera ogni settimana – massacrando famiglie intere e mentendo sapendo di mentire -, e poi fa gli appelli lacrimosi perché il Tribunale chiude la porta a televisioni, registratori e cellulari pigliatutto. Anzi, mi stupisce e quasi mi fa ridere il coraggio di certuni che vanno a “rivendicare” il diritto di cronaca, dopo averne fatto polpette della domenica. Probabilmente pensano che la gente sia tutta scema, ignorante e senza memoria, se credono che certe scene siano già nel dimenticatoio. Scene e parole digitate su tastiere impazzite, senza capo né coda, con dati errati e con un condimento artefatto e costante. Qualche sporadica eccezione c’è, ma nemmeno troppo eccezionale, che si è ritirata pensando forse a quel che poteva capitare se avesse continuato a scrivere in un certo modo di questa vicenda: non trovare più spazio dove pubblicare e trasmettere, non portare più la pagnotta a casa,subire l’isolamento.

 

Conclusioni

 C’è un solo modo per dare un messaggio forte al “venditore”: non comprare.

* Art. 114 del Codice di Procedura Penale: “È vietata la pubblicazione delle generalità e dell’immagine dei minorenni testimoni, persone offese o danneggiati dal reato fino a quando non sono divenuti maggiorenni. Il tribunale per i minorenni, nell’interesse esclusivo del minorenne, o il minorenne che ha compiuto i sedici anni, può consentire la pubblicazione . È altresì vietata la pubblicazione di elementi che anche indirettamente possano comunque portare alla identificazione dei suddetti minorenni”.

 

CATTIVE INTENZIONI E MEZZE VERITÀ

cruel

La linea seguita dal Gruppo Giustizia e Verità: no all’accanimento contro Massimo Bossetti, come quella del Blog “Colonna infame”, è sempre stata quella del rispetto per le convinzioni altrui e non ci smentiremo proprio oggi, ma, oggi, abbiamo deciso di essere un tantino meno criptiche nell’esprimere il nostro pensiero. Lontane dal supportare tesi complottistiche non possiamo fare a meno però di osservare quelle che definirei quantomeno stranezze farcite da frottole e figuracce inanellarsi in una trama degna di un best seller. Nessuno dei protagonisti di questo avvincente giallo è innocente, tranne il personaggio intorno al quale ruota tutta la trama e che, ahinoi, conosciamo davvero troppo poco dal momento che è rinchiuso in carcere da 21 mesi. Sarà quindi volontà esplicita dell’autore tenerlo in ombra affinchè il lettore focalizzi l’attenzione su tutto ciò che avviene intorno alla sua figura e giunga così, passo dopo passo, capitolo dopo capitolo, alla conclusione che vi ho di proposito spoilerato nel principio del capoverso. Questo perché l’autore intende porre l’accento sulle “Cattive Intenzioni” e non sulla storia personale del malcapitato che per quanto ci riguarda si potrebbe chiamare Mario Bianchi o Franco Rossi e non farebbe alcuna differenza.

LE CATTIVE INTENZIONI DELLA STAMPA

Delle cattive intenzioni della stampa abbiamo parlato a lungo sin dalle prime battute del caso, senza mai risparmiarci il biasimo nei confronti di testate giornalistiche e pseudo-tali, le quali hanno deliberatamente posto in essere un comportamento deprecabile sia dal punto di vista umano sia da quello deontologico. Peraltro, dopo aver domandato spiegazioni persino al Garante della privacy e dopo esserci documentate sulle norme che regolano l’ordine dei giornalisti, ci siamo dovute confrontare anche col brutto fatto che la troppa attenzione mediatica rispetto a qualunque caso di cronaca nera non ancora risolto può, oltre che fuorviare l’opinione pubblica, essere d’intralcio al corretto svolgimento delle indagini. Le indagini sono un affare molto delicato ed i preposti a portarle avanti sono gli inquirenti, non di certo i giornalisti. È risaputo che le prime ore successive ad un delitto sono le più prolifiche per la raccolta degli indizi che porteranno alla scrematura delle varie piste che si prospettano osservando l’evento in sé. Tutto il lavoro dalle menti istruite a farlo deve essere svolto nel più assoluto riserbo, tale procedura ha persino un nome, “segreto istruttorio”, dunque è palesemente fuori luogo marcare a uomo gli inquirenti per portare a casa uno scoop, semplicemente perché si rischia di compromettere il buon esito delle indagini e non solo, cosa ancor più grave, si rischia di favorire il colpevole del delitto fornendogli il resoconto in tempo reale dei progressi fatti. Ce lo spiega in maniera direi cristallina il Procuratore Capo di Ivrea Dott. Roberto Ferrando nell’apertura della conferenza stampa indetta dopo la cattura dei presunti responsabili, in un attualissimo caso di cronaca. Non c’è bisogno di sottolineare la mia ammirazione nei confronti di quest’uomo, il quale, con sicurezza e padronanza del mezzo, ha espresso via cavo il suo disappunto sull’invadenza degli stessi giornalisti accorsi lì per ascoltare le sue parole, ponendo l’attenzione sul fatto che si era potuti giungere a degli arresti, “nonostante” il remar contro della stampa, solo grazie all’ottimo lavoro degli investigatori che avevano pensato bene di “lanciare un osso” per poter continuare indisturbati a seguire una pista che avevano di proposito tutelato tenendola all’oscuro di tutti. Secondo me non è affatto giusto che chi ha il sacrosanto dovere di svolgere indagini così delicate debba guardarsi le spalle anche dai giornalisti. Per fortuna ci sono ancora Procuratori come il dott. Ferrando, che oltre ad attribuire il giusto valore alle indagini tradizionali rispetto alle molto più fragili piste scientifiche, portano avanti un’inchiesta senza necessariamente sentire il bisogno di diffondere le registrazioni degli interrogatori, né quello di passare veline ai giornali come se non ci fosse un domani. Va da sé che chi, in questo mare inquinato, fa ancora del buon giornalismo coscienzioso, serio, responsabile e scrupoloso non si sentirà in alcun modo toccato dalle mie, ovvero nostre, parole.

LE CATTIVE INTENZIONI DELLA TIFOSERIA INNOCENTISTA

Non me ne voglia il sig. Massimo Bossetti, che langue in una cella e che quindi per ovvie ragioni si fida di chiunque gli scriva due righe di sostegno, gli innocentisti, o almeno una buona parte di essi, sono più dannosi di un cancro al quarto stadio. Definirei inaccettabile e vergognoso, e di questo mi assumo personalmente la responsabilità, il movimento che si è venuto a creare a sostegno dell’imputato Bossetti. In questa vicenda, come del resto in ogni aspetto della nostra quotidianità da meno di un decennio a questa parte, giocano un ruolo fondamentale le piattaforme dei social media. Spesso trattate come terrae nullius, sono vissute dalla maggior parte degli utenti come luoghi, se pur virtuali, franchi da leggi. Qui si ingaggiano battaglie all’ultimo sangue farcite da offese, diffamazioni e comportamenti che si configurano come reati. Esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento, fosse anche il preferire la compagnia dei gatti a quella dei cani, diventa oggetto di valanghe di commenti censori, questo nella migliore delle ipotesi, se non di vere e proprie minacce. Senza dilungarmi molto, quando il social media incontra la cronaca nera genera mostri. Ogni passo avanti nel cammino verso il progresso porta con sé delle problematiche che affondano le radici nella mancanza di cultura e di educazione di una parte di società che, vuoi per indole vuoi per civiltà, non è pronta ad evolversi. Nella fattispecie del caso in oggetto è purtroppo diventato lampante a chiunque si accosti alle numerose pagine facebook aperte a sostegno dell’imputato che questi “innocentisti del terzo tipo” si coprono di ridicolo ogni giorno di più, mettendo in serio imbarazzo chi dal principio aveva cercato di usare il mezzo per raccogliere informazioni, porsi delle semplici domande e cercare di chiarire punti oscuri della vicenda con l’unico intento di cercare la Verità nel rispetto della presunzione di innocenza, non per il singolo ma in senso più ampio, intesa come diritto inalienabile di ogni cittadino sottoposto ad una misura cautelare preventiva o comunque indagato, anche a piede libero, per un determinato reato. Va bene il sostegno epistolare ed economico, specie nei confronti di una famiglia di mezzi modesti, anzi è lodevole se visto sotto questo aspetto, va male il vanto di tale sostegno, non ci vuole uno scienziato per comprendere che lo stesso gesto può assumere due connotazioni diametralmente opposte. La febbre da protagonismo non fa sconti, solo pochissimi sono risultati dotati degli anticorpi che li hanno immunizzati da quest’epidemia che richiama alla mente la trama di alcune tra le serie tv più in voga al momento. Innocentisti e colpevolisti tutti egualmente contagiati da questo virus mangiacervelli, mossi da una sete insaziabile di particolari scabrosi e dal desiderio di sangue e vendetta, animati dall’odio, pronti a sfogare ogni sorta di aggressività e rabbia repressa. Personaggi indegni che con il benestare di propri simili che li ospitano nella loro pagina pubblica, trafugano pezzi scritti da chi del caso si è sempre occupato senza vanto, senza pretese e senza tornaconti, e qui parlo di noi di Giustizia e Verità, non si sa bene perché ma, visto il pulpito, sospetto con l’unico scopo di schernire chi non si può imbrigliare. Non riesco a percepire nemmeno il barlume della buona fede in questo marasma di menti all’opera, non vedo etica, non vedo morale, non vedo buoni propositi e spero vivamente un giorno di non doverci vedere una serie di interessi personali che spaziano dal desiderio di notorietà alle manie di grandezza, dalla pubblicità per la propria impresa al tornaconto economico. Lettere, fake di lettere, fake di profili facebook, fake di fake, gruppi aperti, segreti e chiusi, hashtag, cronache delle udienze, screen di chat private, offese velate ma anche dirette, minacce di querele, tag impazziti, spionaggio e controspionaggio, lotte intestine, ban, gerarchie di vassalli, valvassori e valvassini, galoppini, medici, genetisti, criminologi e pseudo tali, investigatori privati con manie di grandezza, neo laureati ad honorem, speculatori, gentaglia che gongola e si barcamena, spioni, pulcinella al bisogno, galli cedroni e donnacce, briganti, papponi, cornuti e lacchè divisi in curve, muniti di striscioni e passibili di denunce o qualche volta degni di tapiri sono solo poche tra le categorie che un solo singolo caso di cronaca, di per sé serio e degno di rispetto, non fosse altro per il fatto che c’è di mezzo un morto ammazzato, è riuscito a riunire sotto lo stesso vergognoso tetto. E se non fosse abbastanza squallida l’esistenza tangibile di questa accozzaglia di elementi, visto che per prassi non c’è mai limite al peggio, è bene precisare che, almeno una frangia di essa, vive accampata nelle bacheche di chi dell’imputato dovrebbe fare gli interessi e che quindi, a mio modesto avviso, avrebbe dovuto assicurarsi sin dal principio, impegni permettendo, che si mantenesse un clima di serietà e rispetto almeno nei propri spazi e, laddove non fosse stato possibile, oscurarli fino alla fine del dibattimento. Dai polveroni si esce sconfitti e strumentalizzarli per raggiungere uno scopo è una scelta suicida.
E infatti è quasi logico utilizzare la grande domanda, quella memorabile, e chiederci: a chi giova? Non posso credere che le mosse sbagliate di chi si dice “amico di Massy” siano davvero così puntuali e precise solamente per una serie infinita di coincidenze. Cosa spinge la gente a non considerare il danno mediatico, il piatto servito a giornalacci che venderebbero la propria madre, oltre a un’accusa che probabilmente aveva previsto tutta un’altra storia? Sarebbe potuto diventare un grande movimento sulla presunzione di non colpevolezza, molto più maturo, forse, perché non “gestito” da intellettuali annoiati o politici con bisogno di tornaconto. Sarebbe potuta diventare una campagna di civiltà – partendo da Massimo Bossetti per ricordare gli errori giudiziari di ieri e prevenire quelli di domani -, dal basso, senza pretese salottiere, visto che anche gli stessi signorotti, sulla vicenda, non hanno speso una parola, né le femministe si sono pronunciate sulla “lapidazione” di due donne, Ester e Marita, che sono encomiabili a partire dal fatto che si reggono ancora in piedi. Non giova a Massimo Bossetti la congrega settaria, pronta a spintonarsi per chi ha il diritto di parola sul caso, gelosa marcia delle sue visite al Palazzo di Giustizia, tanto da concedere un paio di informazioni su qualche profilo, nella stessa maniera in cui la tanto odiata stampa ci dà il contentino di due notizie in croce. Duole, non piace, parlare di tifoseria, perché al suo interno ci sono persone nobili, che da mesi supportano l’imputato in tutti i modi possibili, senza emergere, silenziosi, dignitosi e convinti, ma – ripeto – duole, anche perché non tenere conto di ciò che non funziona è mettere il prosciutto sugli occhi, è accontentarsi di difenderlo con le mosche addosso, con un ego gigante parato davanti a un percorso già tortuoso e con il costante rischio di mettere in pericolo lui e la sua famiglia.

LE CATTIVE INTENZIONI DELLA PUBBLICA ACCUSA E DEI PERITI DI PARTE

Senza stare a rivangare il passato che ci ha mostrato un caso di cronaca rimasto nell’oblio delle supposizioni e delle incertezze per un tempo lunghissimo, complice anche il rinvenimento del cadavere della piccola Gambirasio dopo ben tre mesi dalla sua scomparsa, ci dovremmo soffermare su alcuni particolari degni di nota per comprendere dove la buona fede riposta in un’indagine difficile lascia il posto alle cattive intenzioni per necessità. Nella rete di questa pesca con la bomba finisce il malcapitato di cui sopra dopo anni dall’accaduto e rocamboleschi cambi di furgoni, di sospettati e di paternità dubbie. Si è voluti, e fin qui ancora con tanto di buona fede, riporre tutte le speranze nella scienza la quale però, e non lo dico io bensì gli scienziati stessi, non può fornire sempre risposte esatte specialmente se le vengono poste le domande sbagliate. Ma qui si è fatto molto di più, si è scelto scientemente di prendere per buone solo le verità che facevano comodo. Una volta giunti al dibattimento si è assistito, e si sta assistendo tuttora, ad un processo dove a farla da padrone sono le mezze verità e non solo nell’ambito della prova scientifica. Ma riassumiamole ed elenchiamole così da renderne più semplice l’acquisizione. Il furgone verde che diventa bianco, non compie quarantatrè passaggi, ma anche uno solo ci può andare bene. Le ricerche sul pc non sono di carattere pedopornografico, ma l’importante è che passi l’idea che lo potrebbero essere state pur essendo presenti solo ricerche di comune pornografia operata da adulti consenzienti. Il DNA è quantomeno anomalo, ma che importa. Prendiamoci solo quello che ci interessa, e che chissà per quale stravagante motivo non si sposa con la sua diretta metà, tanto la popolazione non è certo composta da genetisti, quindi ci basterà sguinzagliare in tv facce attendibili che ne proclamano la assoluta bontà e la forca è servita. La deposizione in aula di una testimone oculare fortemente voluta dalla pubblica accusa, questa è il massimo, non va assunta nella sua totalità perché questo vorrebbe dire ammettere che la vittima avesse una conoscenza pregressa con il suo presunto carnefice, quindi va “aggiustata”, revisionata e corretta in virtù soprattutto del fatto che non si è mai potuto dimostrare che i due fossero mai venuti in contatto. Quindi l’uomo riconosciuto in aula nella persona dell’imputato era sicuramente lo stesso uomo visto sei anni prima in un parcheggio mentre all’interno della sua autovettura con atteggiamento predatorio attendeva una minorenne che non era imparentata con lui, ma la ragazzina in pantaloncini che con molta nonchalance trotterellava verso l’auto, sciolta e disinvolta mentre si incontrava con un bruto, o quantomeno con un uomo che sarebbe potuto esserle padre, non era nel modo più assoluto la giovane vittima. Pur avendo sostenuto la testimone, sin dal principio, che la giovane fosse proprio la vittima, il suo ricordo in questa circostanza può essere stato viziato dalla massiccia diffusione di foto che la ritraevano nel periodo in cui risultava scomparsa e in quello immediatamente successivo in cui si cercava il suo assassino. La stessa regola non vale però per l’imputato che in quel parcheggio, soccombendo al suo insaziabile desiderio di avere contatti con delle ragazzine, aprì lo sportello ad una bambina con la quale si intrattenne, come era solito fare, in pieno giorno in luoghi pubblici. Insomma, questa testimonianza sarebbe attendibile a metà, ma, e qui faccio tanto di cappello all’avvocato Camporini che ha tutta la mia stima non fosse altro perché oltre ad essere indiscutibilmente preparato mantiene un profilo basso e questo gli fa onore, non si può chiedere ad una giuria di prendere per buona mezza deposizione o quantomeno, laddove la testimone avesse ritrattato la sua certezza riguardo al riconoscimento della ragazzina, chiedere di dare per buono il racconto solo per suffragare la teoria che l’imputato fosse solito a tali comportamenti. A questo punto c’è da puntualizzare anche un altro aspetto che ci dà la misura di quanto sia stata approssimativa tutta l’inchiesta. Alla bisogna l’imputato cambia pelle come un serpente, ossia rientra in due categorie di predatori distinte e separate per non dire opposte. A volte gli esperti che ci elargisco perle di saggezza via cavo possono diventare un’arma a doppio taglio, se appena appena gli si vuole riconoscere un minimo di credito. Perché un predatore audace e disinvolto capace di esercitare il suo fascino sulle vittime, sfidando il mito di Ted Bundy, al punto da non avere alcun problema a dar loro appuntamento in una pubblica via dovrebbe rischiare un rapimento peraltro complesso, considerando il mezzo di trasporto designato al malfatto? Questo profilo non esiste in nessun manuale di criminologia, ergo l’imputato non è soltanto il proprietario di un DNA privo di mitocondriale, ma eccelle anche per essere un modello per la delinazione di una nuova personalità criminale, oltre ad avere un furgone dal colore cangiante. La verità è che questo processo non si sarebbe mai dovuto celebrare e certe castronerie in un’aula di tribunale seria non sarebbero mai dovute approdare. Ma parlando di cattive intenzioni non posso fare sconti ai periti di parte che di fronte alla possibilità di ripetere esami che potrebbero confermare che il DNA denominato Ignoto 1 coincide con quello dell’imputato, conferendo così attendibilità almeno alla colonna portante su cui si regge l’intero impianto accusatorio, perché gli altri pseudo-indizi sono a dir poco ombre di corollari inesistenti, parano le mani avanti ventilando la scusa dei costi in un’inchiesta che è costata milioni di euro. Velo pietoso. O come direbbe un mio carissimo amico napoletano “Non posso stendere nemmeno quello perché ho terminato le mollette”. L’illusione di un proscioglimento da ogni accusa a carico del sig. Bossetti ha lasciato da tempo il posto all’amara accettazione dell’annunciato esito di questo processo-farsa nel quale sono state convogliate una serie di “cattive intenzioni” che si sono autoalimentate fagocitando la Verità tanto auspicata che non vedrà mai la luce. Forse tra vent’anni, come un fulmine a ciel sereno, nelle battute finali di un Tg verrà annunciato, molto in sordina, che la persona che ha scontato la pena per l’omicidio della giovane Gambirasio è risultato innocente, ma per allora gli artefici della sua condanna non avranno più nulla da temere, alcuni si saranno addirittura dimenticati di tutta questa storia e le uniche vittime rimarranno una ragazza che non è mai diventata adulta e un adulto che è invecchiato in prigione. Un anno fa speravo ancora che il buon senso e l’onestà intellettuale di chi è deputato all’esecuzione della legge non lasciasse spazio al pregiudizio di conferma che assale i comuni mortali, mi illudevo che coloro i quali sono investiti da cariche così delicate dalle quali dipende la vita di ogni singolo individuo della società fossero immuni da tali debolezze. Mi sbagliavo. L’elenco dettagliato delle “CATTIVE INTENZIONI” ci fornisce il metro del continuo spostamento del limite della decenza, del buon gusto e, cosa peggiore, della legalità.

Il gruppo Giustizia e Verità