Lettera aperta di solidarietà a Massimo Bossetti (scritta da Laura il 5 settembre)

Inserisco una lettera scritta da Laura, amministratrice, con me e Sashinka, del nostro gruppo facebook, ed originariamente pubblicata, la sera del 5 settembre, nel gruppo stesso.
E’ una lettera che, come tutti gli scritti di Laura, spicca per umanità ed empatia, e che inserisco con piacere, sia pure a distanza di un mese, perché ritengo che, ogni tanto, si debba anche osservare la vicenda sotto il profilo umano.
Tornerò alla mia solita verve polemica nell’analisi dei fatti nei prossimi giorni (ho scritto di recente, ma ho di nuovo tantissimo da dire e soprattutto da smentire, non da ultimo alla luce di una recente puntata di Porta a Porta); per oggi, mi limito a dire che pur non avendo scritto questa lettera di mio pugno, ne condivido i contenuti e sono certa che queste parole rispecchino anche il pensiero di tanti iscritti al nostro gruppo facebook.
Al signor Massimo Bossetti sono state sin dal principio negate le garanzie fondamentali: noi stigmatizziamo questo approccio mediatico-giudiziario e, con una lettera aperta, vorremmo dirgli che non tutti i suoi concittadini lo hanno avventatamente “condannato”.

Alessandra Pilloni

Spettabile sig. Massimo,
Ho pensato tante volte, sin dal principio di questa Sua odissea, di scriverle una lettera.
Lo faccio stanotte augurandomi che Lei possa leggerla da uomo libero.
Lei non ci conosce ma, cosa tristissima, noi conosciamo Lei.
Chiaramente conosciamo il Suo nome e quello di gran parte dei Suoi familiari, minori compresi.
Siamo stati, nostro malgrado, messi al corrente sulle Sue abitudini e sul Suo modus vivendi poiché la Sua vita è stata resa pubblica senza alcun riguardo.
È l’alba del tracollo di una società che ormai di civile non ha più nulla e dalla quale Noi, come gruppo, ed io come cittadina ci dissociamo a gran voce.
Ci tengo che Lei sappia, innanzitutto, che sin dal primo istante successivo al vergognoso arresto, ho avuto la certezza della Sua estraneità ai fatti che la vedono protagonista.
Sono, come penso tutti in seno al gruppo nato in Suo nome, in sua difesa ed in quella della presunzione d’innocenza, mortificata, sconcertata e allibita dal trattamento giuridico/mediatico che Le è stato riservato.
Nutro una grande ammirazione nei confronti della Sua compostezza, considerata dai di più indice di rassegnazione e di colpevolezza, che, diversamente, io ho letto fin da subito come il comportamento di un uomo di sani principi il quale crede nella Giustizia ed è fiducioso che su un errore di tale portata verrà fatta presto chiarezza.
Mai dimenticando la famiglia della giovane vittima, la quale anch’essa ha mantenuto un comportamento esemplare, non posso non pensare alle altre vittime generate dalla presunzione e dal delirio di onnipotenza di chi, pur di non ammettere i propri errori, ha finito per azzerare l’esistenza, la quiete domestica e la privacy di un’altra famiglia, la Sua.
Voglio che Lei sappia che esiste una piccola percentuale di italiani che ha sofferto e soffre con Lei e per Lei, per la sua condizione d’isolamento, per il distacco forzato dai Suoi tre meravigliosi bambini, per le oscenità dette e scritte sul Suo conto e su quello della Sua bellissima moglie, per il modo invasivo ed inaccettabile con cui sono state condotte le indagini.
Con il Suo caso siamo piombati nel caos, ci siamo messi in ridicolo di fronte al mondo intero, si sono scatenati gli impulsi più biechi che animano i “nostri”, ahimè, connazionali. Se questo scempio si potesse attribuire all’ignoranza, intesa nel senso stretto del termine, potrei anche farmene una ragione, giacché trattasi di un male incurabile, purtroppo però la sete di sangue ha colpito come un virus tutti i ceti sociali e tutti i livelli culturali.
Mi sembra, giorno dopo giorno, di vivere in un film apocalittico dove i “mangiacervelli” si moltiplicano a vista d’occhio mentre i sopravvissuti alla pandemia si cercano disperatamente tra loro e, quando si trovano, si stringono per fronteggiare il pericolo di essere risucchiati in una realtà nella quale sarà loro precluso il pensare liberamente. Bisogna sempre combattere per le proprie convinzioni anche rischiando di diventare impopolari, bisogna avere la forza di remare contro corrente se si è consapevoli che sarebbe un errore seguirla.
Dall’alba dei tempi la storia ci narra di minoranze che sono riuscite a cambiare il corso degli eventi, così come ci narra che il mito del capro espiatorio è sempre esistito; non c’è però alcuna giustificazione, in un’era evoluta come la nostra, alla gogna a cui è stato esposto.
Il suo processo si è tenuto in tv, la quale si è trasformata in una pubblica piazza medioevale, e Lei, ha ascoltato la Sua sentenza già col cappio al collo.
Noi, spettatori increduli, francamente ci dissociamo e ci mettiamo la faccia nel farlo; ogni giorno Le dedichiamo quasi tutto il nostro tempo libero, anche se stanchi alla fine di una giornata lavorativa, e, grazie ad Alessandra abbiamo unito le forze e i cervelli, buttato giù milioni di parole, smontato ogni accusa che Le è stata mossa, abbiamo sollevato dubbi, denunciato apertamente trasmissioni televisive e relativi conduttori, smascherato voltagabbana, ingaggiato discussioni interminabili con forcaioli fuori controllo e censurato ampiamente la maniera di fare giornalismo e quella di condurre le indagini da parte di coloro i quali si sono sporcati le mani aizzando una folle folla contro un uomo innocente a carico del quale non hanno trovato terreno fertile nemmeno i più fantasiosi pettegolezzi. Lei è davvero una persona ammirevole, una perla rara di questi tempi, un uomo casa e lavoro che si rimbocca le maniche per dare sicurezza e stabilità alla famiglia.
Non disperi Le chiedo, abbia ancora fiducia e pazienza, questo incubo finirà.
Noi non ci fermeremo mai finché non sarà fatta giustizia e le sarà restituita la Sua Vita e la Sua Libertà.
La Dignità, invece, le garantisco, non gliela potranno mai portare via perché Lei ha saputo conservarla anche nell’Inferno in cui è stato confinato.
Con la speranza di poterLe presto stringere la mano le auguro intanto una buonanotte e la saluto caramente anche a nome di tutti i membri del gruppo.

Laura.

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Lo strano caso del muratore che acquistava materiali edili

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“Le mie notti sarebbero un solo incubo al solo terribile pensiero di un innocente che sconta tra i tormenti crudelissimi una colpa che non ha commesso.”

(Emile Zola)


Articolo scritto a quattro mani con Sashinka Gorguinpour.

I miei quattro lettori si saranno ormai abituati all’anticonformismo del blog: in fondo, non è poi così comune, in tempi di forche a buon mercato, sostenere la presunzione di innocenza di un cittadino; per questo, sono certa che sapranno cogliere senza incomprensioni di sorta l’irrinunciabile sfumatura ironica del titolo odierno.
Sono stati gli antichi greci, in fondo, ad insegnarci che spesso l’ironia consente di rivelare più verità di quanto non permetta un discorso troppo serio.
La commedia attica, con la sua vitalità tratta da spunti quotidiani, con la sua ritualità simposiaca e le sue invettive mordaci, aveva una funzione apotropaica: l’inserzione della dimensione comica nella trattazione di tematiche intrinsecamente serie (dalle guerre alle carestie, dalla politica al sistema giuridico) era tesa ad allontanare i mali che, volta a volta, si denunciavano.

“Ingiuriare i mascalzoni con la satira è cosa nobile: a ben vedere, significa onorare gli onesti”, è questa una delle frasi più celebri del grande commediografo Aristofane.

In questo blog, come i nostri lettori ben sanno, non siamo soliti ingiuriare nessuno, e non intendiamo cambiare rotta ora: eventuali considerazioni salaci sono dunque da considerarsi espressione di un semplice diritto di critica.

Eppure, man mano che seguo questa intricata vicenda, comincio ad essere colta da qualche dubbio.
Non fraintendetemi: in oltre cento giorni di carcerazione preventiva, il signor Massimo Bossetti non ha mai vacillato, e meno che mai ho vacillato io nel difendere il suo sacrosanto diritto alla presunzione di innocenza.

Il dubbio che mi assale è d’altro tipo.

Certo, mi rendo conto del fatto che rivendicare il diritto al dubbio sia, di questi tempi, cosa abnorme.
Lo spettro del dubbio, a quanto pare, non inficia neppure la premura di voler “riconoscere” come furgone di Massimo Bossetti un furgone ripreso da una telecamera di sorveglianza, per giunta in un orario non compatibile con il delitto, palesemente diverso, se non fosse per l’avere in comune un dettaglio a dir poco risibile: un catarifrangente non di serie, con buona pace della fanaleria incompatibile (a tal proposito vedasi
Obiezione, Vostro Onore: a tre mesi dal fermo di Massimo Bossetti, ancora non ho capito quali siano i “gravi indizi” a suo carico!).

Seguendo il filo logico in disamina, se io avessi una Mercedes con l’adesivo “Bimbo a bordo” ed una telecamera riprendesse una Punto con analogo adesivo, ciò basterebbe per dire che la Punto ripresa è in realtà la mia Mercedes.

D’altronde lo si è capito sin dall’inizio: in quest’inchiesta non c’è spazio per il dubbio, il dubbio è antipatico e per natura un gran guastafeste, soprattutto dopo aver sciorinato certezze apodittiche che dopo l’entusiasmo iniziale si mostrano prive di riscontri oggettivi.
Ma io sono dubbiosa per natura, e nell’ultimo periodo un dubbio in particolare non mi dà pace.
Vedete, cari lettori, io sono sempre stata convinta di essere dotata di un buon quoziente intellettivo, ed allo stesso modo mi è sempre stata riconosciuta una certa conoscenza e padronanza della lingua italiana.
Giorno dopo giorno, nell’imbattermi nelle “notizie” ed indiscrezioni su questa vicenda, però, mi capita di pensare di non essere in grado di comprendere quanto leggo.

In data 24 settembre, ho avuto modo di leggere un articolo pubblicato sul Corriere a firma della signora Fiorenza Sarzanini.

Questo articolo ha una una caratteristica molto particolare, per la quale non posso che fare i miei più sinceri complimenti all’autrice (che qualora volesse rispondere al mio disappunto, può farlo pubblicamente lasciando un commento in calce all’articolo): lo si può leggere per decine e decine di volte consecutive senza capirne il significato ed i nessi di causalità (o anche meramente logici) sottesi.
A quanto pare, un muratore ha acquistato del materiale edile, e nello specifico un mc di sabbia, dal suo solito fornitore e c’è una fattura che lo dimostra.

Ma andiamo con ordine: l’articolo, nel rendere edotti i lettori del fatto che non sussiste alcun dubbio sulla corretta identificazione di Ignoto1 anche se la traccia biologica lasciata dall’assassino (sic) è di origine non accertabile, ci informa del fatto che quindici giorni dopo la scomparsa di Yara Massimo Bossetti avrebbe acquistato un mc di sabbia a Chignolo, ossia da quello da tre mesi sappiamo essere il suo fornitore abituale.
Certamente un grave indizio di colpevolezza, corroborato dal fatto che a distanza di ben quattro anni non ricordi (rectius, non sia in grado di spiegare) l’uso cui l’acquisto era destinato.
Cosa aspettiamo allora, signori, a buttar via la chiave una volta per tutte?
Un muratore ha acquistato un tipico prodotto usato nell’edilizia e a distanza di quattro anni non ricorda il cantiere di destinazione!
Un fatto che vale di per sé una condanna all’ergastolo, anzi, mi chiedo a questo punto perché non riportare in auge i fasti della gloriosa vigenza della pena capitale.
Certo, è vero che la pena di morte è resa vieta nientemeno che dalla nostra Costituzione, ma visto il clima di enorme rispetto per i principi costituzionali (tra i quali è annoverata la presunzione d’innocenza) che da qualche tempo a questa parte si respira in Italia, sono sicura che i presupposti per invocare una modifica costituzionale ricorrano tutti.
D’altro canto, restano ben poche alternative dinnanzi a un muratore che acquista materiali edili: dopo un atto tanto anomalo e scriteriato, non potrà che essere colpevole.

Titolo e sottotitolo dell’articolo meritano di essere riportati paro paro.

articolo_sarzanini

Infatti, ci danno due notizie eclatanti: la prima è che Bossetti è già “imputato” (perché non anche condannato, a questo punto?), la seconda è che la fattura indicherebbe che abbia visitato il campo in cui fu trovata la piccola Yara: probabilmente si tratta di indicazioni tipiche delle fatture della bergamasca, giacché non mi risulta che le fatture rechino menzione del proprio eventuale tragitto o passaggio in un campo.
Eppure questa fattura lo indicherebbe.
Anzi, non solo lo indicherebbe, ma lo indica senza ombra di dubbio: basti guardare l’assenza di condizionale nel titolo.

I più attenti si saranno chiesti quale dovrebbe essere, di grazia, il valore indiziante di un simile elemento.
Il fatto che un muratore acquisti un mc di sabbia non è indizio di nulla più che del normale espletare un’attività legata al proprio lavoro.
Il passaggio a Chignolo potrebbe avere una valenza indiziaria se Chignolo non fosse un paese pressoché limitrofo al comune di residenza dell’indagato e se l’indagato non fosse stato solito acquistare materiali edili proprio a Chignolo.
L’acquisto di un mc di sabbia avrebbe (forse) rilevanza se l’indagato non fosse un muratore, ovvero se sul luogo del delitto fosse stata trovata della sabbia.
Tali requisiti minimi non sono soddisfatti, dunque un articolo ci ha informati del fatto che Massimo Bossetti acquistava materiali pertinenti alla sua attività: se siamo arrivati al punto di voler vedere del torbido anche in questo e se davvero la Procura si muove su questa linea e non si tratta di mere pontificazioni giornalistiche, mi chiedo francamente come si possa anche solo pensare di rinviare a giudizio un cittadino con elementi di questo tenore, che ad un giudice attempato potrebbero perfino causare una qualche funesta reazione di shock emotivo.

A ciò deve essere aggiunta una ulteriore considerazione: la recente testimonianza di Iro Rovedatti, pilota della protezione civile che sorvolando il campo di Chignolo a bassa quota non vide mai il corpo di Yara, che ove presente si sarebbe dovuto vedere, sembra aprire nuovi interrogativi sul luogo del delitto stesso, che molto verosimilmente (come qui abbiamo ipotizzato sin dall’inizio) non è Chignolo.
Anche qualora si ipotizzasse che il signor Rovedatti non abbia visto il corpo, resta infatti molto difficile credere che la medesima “cecità” abbia colpito anche i suoi colleghi.

Per quanto riguarda la sicumera con la quale la signora Sarzanini non esita ad attribuire la traccia biologica all’assassino, in questo blog è stato rimarcato ad nauseam il fatto che il DNA, specialmente in una traccia unica, non dimostra ovviamente colpevolezza, e posto che è trasportabile se ne deduce che non dimostra neppure (necessariamente) contatto diretto; posto poi che non è databile, possiamo dire ancora che non è elemento sufficiente neppure per collocare temporalmente una persona sulla scena criminis.

A livello mediatico, si è parlato di DNA come prova schiacciante, poiché è stato detto che “il DNA non mente”; purtroppo, però, ci si è dimenticati di aggiungere che il DNA non dice ciò che ci si vuole sentir dire, e nello specifico non dice come e quando sia arrivato lì.

Il fatto che il DNA possa essere trasportato, non solo dolosamente, ma anche in via del tutto incidentale, implica che sulla scena del crimine o sul corpo della vittima possano essere isolate tracce biologiche di persone del tutto estranee al delitto: la casistica giudiziaria internazionale contempla perfino casi di tracce biologiche rinvenute sotto le unghie delle vittime e rivelatesi esito di trasporto.
Anche un oggetto, come un’arma sporca, può veicolare sulla scena del crimine il DNA di un precedente utilizzatore non coinvolto a nessun titolo nel delitto.

Dopo aver posto tutti questi elementi, poniamo ancora che è di recente trapelato in modo finalmente chiaro, come ammette (bontà sua) la stessa signora Sarzanini, che la traccia biologica di “Ignoto1” è di origine “non accertabile”: ciò significa, in Italiano, che può essere qualsiasi cosa, incluse sostanze (esempio più banale, urina) che di per sé si dimostrerebbero intrinsecamente slegate dall’azione omicidiaria.

Il DNA può rivelarsi un elemento importante per le indagini, ma di per sé non è né prova di colpevolezza né, tantomeno, prova schiacciante, e se non contestualizzato in maniera critica rischia di condurre a tentativi grossolani di risolvere indagini sulla base di congetture che, puntualmente, finiscono per non reggere al dibattimento o per portare a sentenze di condanna che, lungi dalle certezze richieste al diritto, portano con sé dubbi che pesano come macigni.

Da un punto di vista strettamente giuridico, quanto detto sopra porta alla logica constatazione che l’esame del DNA reca una conoscenza meramente indiziaria, risultando indizio (e non “prova”), tra l’altro, di mera presenza sulla scena criminis e non di colpevolezza per omicidio.

Ed una tale conoscenza, da sola o rimestata con elementi ai limiti del ridicolo, non rende accettabile un simile accanimento mediatico-giudiziario, né il fatto che un uomo sia in carcere da più di tre mesi.

Ci si aspetterebbe, infatti, visto l’accanimento di stampo persecutorio che da tre mesi colpisce un uomo e la sua famiglia, che ci siano perlomeno delle prove dotate di un certo grado di attendibilità a suo carico.
Una tale aspettativa è però vanificata dalla semplice lettura del’ordinanza di custodia cautelare, che definisce ripetutamente i presunti fatti richiamati come “probabili”, “non illogici” e “suggestivi”.
Eppure non dovrebbe essere una mera “probabilità” e “non illogicità”, né tantomeno una qualche forma di “suggestione” a poter costare, in uno stato di diritto, la privazione della libertà ad un cittadino.

E’ notizia di pochi giorni fa che la Cassazione, nelle motivazioni alla sentenza di assoluzione nei confronti di Raniero Busco, per il delitto di Via Poma, ha stigmatizzato il fatto che la condanna di primo grado si fosse basata su mere congetture.
Qui abbiamo parlato spesso del carico di dubbi che tende sempre ad accompagnare il processo indiziario, ma è bene sottolineare che la congettura, per definizione, non è neppure “indizio”, ma supposizione possibilmente infondata che trae legittimazione da altre supposizioni altrettanto infondate.
Nel caso di Massimo Bossetti, è difficile perfino distinguere indizi e congetture da quello che spesso appare come puro e semplice gossip.

Proprio a proposito della fine del calvario di Raniero Busco, leggevo una sua intervista su Il Tempo.
Una frase, in particolar modo, mi ha colpita:
«Un incubo durato sette anni. E il fatto di aver voluto collaborare con la Giustizia si è ritorto contro di me. “Ci servono le sue dichiarazioni spontanee”, mi disse il pm nel 2004. Poi mi fecero bere un caffè, tenendo da parte la tazzina. Io volevo dare una mano, invece nel 2007 mi hanno indagato per l’omicidio di Simonetta. Sono andato da loro tante volte, tante…ho ripetuto sempre le stesse cose. E loro non mi hanno creduto. Uno che ha la coscienza pulita come me pensa che, se dice la verità, gli crederanno. Invece tutto quello che ho detto è stato usato contro di me».

Mi sembra di vedere il ripetersi della medesima storia, insomma, e non solo in relazione alla questione delle “congetture”.
Ripenso a come, negli interrogatori di Massimo Bossetti, perfino le “contraddizioni” relative ai suoi spostamenti di quattro anni prima gli vengano ritorte contro senza criterio e, mi si perdoni, come già precedentemente evidenziato, senza alcuna logica: forse, sarebbe più opportuno che il signor Bossetti evitasse di rispondere a certe domande, perché ogni sua risposta in buona fede viene puntualmente rigirata ad usum delphini.

Si tratta di cose che, per sua natura, nessun essere umano può ricordare senza dare adito a confusioni/contraddizioni puntualmente usate contro di lui.
Un colpevole ricorda cosa ha fatto nel pomeriggio di quattro anni prima, se ha compiuto un delitto probabilmente conserva ricordi nitidi sia del “prima” sia del “dopo”, in quanto trattasi di momenti connotati da una imprescindibile “particolarità”.

Un innocente, invece, va da sé che non può ricordare, meno che mai senza confusioni di sorta, cosa ha fatto nel giorno X dell’anno Y.
Nessuno di noi lo ricorda.
Può provare, sulla base delle sue abitudini, a ipotizzare un quadro verosimile dei propri spostamenti.
Ma se quanto dichiara gli viene puntualmente ritorto contro (nessuno che faccia la semplicissima constatazione del fatto che l’alibi migliore di Massimo Bossetti sia, paradossalmente, il fatto di non avere un alibi: per lui era una giornata come tante, e ovviamente non può ricordare con esattezza cosa ha fatto!!!), allora è meglio non parlare.
Quando si finisce nel tritacarne della giustizia, specie se c’è una certa premura di avere un colpevole ad ogni costo per salvare la faccia, bisogna aver paura, soprattutto -per quanto mi dolga dirlo- se non si è colpevoli.

Ce ne dà prova nuovamente il Corriere, che dimostrando di trovarsi davvero poco a proprio agio con i dizionari della lingua italiana, presenta il mancato riscontro di uno spostamento di quattro anni prima indicato da Massimo Bossetti in un interrogatorio in questi termini:

“Bossetti non andò dal meccanico”
Barcolla anche l’ultimo alibi.

Autrice dell’articolo è la signora Giuliana Ubbiali, la stessa che si prese la briga di portare all’attenzione del popolo italiano i gossip su una presunta infedeltà coniugale.

Ora sono io, cittadina nata nel paese del garantismo che spesso suole definirsi culla del diritto, a voler fare una domanda alla signora Ubbiali: cos’è, secondo la lingua italiana, un alibi?
Potrei riportare la definizione data dallo Zingarelli, ma per non farla giocare “fuori casa”, ho deciso di servirmi del dizionario online del Corriere stesso, che riporta la seguente definizione:

“Prova della propria estraneità a un reato, consistente nel dimostrare che al momento in cui veniva commesso ci si trovava in un luogo diverso”.

Vede, signora Ubbiali, io non so se Massimo Bossetti quel giorno sia stato o meno dal meccanico: personalmente, non ricordo cosa ho fatto il 26 novembre di quattro anni fa, e penso non lo ricordi neppure lei.
Questo semplice elemento, mi fa pensare che anche Massimo Bossetti abbia il diritto di non ricordarlo e di confondersi, non senza evidenziare, inoltre, che non sempre il fatto di andare dal meccanico è provabile: non necessariamente viene fatta una fattura e, anche qualora venisse fatta, sono certa che secondo il Corriere sarebbe comunque indizio di colpevolezza.
In quel caso il titolone sarebbe stato con ogni probabilità: “Massimo Bossetti incastrato da una fattura: era a Brembate il giorno del delitto”.

Resta però un fatto: la ricostruzione degli spostamenti di Massimo Bossetti in quella giornata non costituisce “un alibi”, perché è noto sin dal deposito in cancelleria dell’ordinanza di custodia cautelare il fatto che per quella sera, ossia per il momento in cui si è consumato il delitto, Massimo Bossetti non abbia mai dichiarato di avere un alibi, e che la ricostruzione degli spostamenti riguardi le ore precedenti.
Presentare la notizia in questo modo significa suggerire ai lettori qualcosa di intrinsecamente falso, lasciando intendere che Bossetti sostenesse di avere un alibi e sia stato smentito.

Il diritto di cronaca non può spingersi alla creazione di realtà parallele, né al suggerimento di un quadro diverso da quello effettivo.

Ad ogni nuova notizia, sento ormai dentro di me che il vizio dei pennivendoli, asserviti a “logiche patologiche”, in cui la paura di non appartenere è più forte del bisogno di bere e mangiare, non mi fa più alcun effetto.
Si tratta ormai di notizie vuote, oltre che trite e ritrite, quasi volgari nel loro ripetersi.
Quei trafiletti, ma anche quei lunghi articoli, per più della metà riempiti dalle 5 W del giornalismo, hanno esaurito anche i sinonimi che servirebbero da aggettivi qualificativi per il termine “svolta”.
Grande, clamorosa, impressionante, incredibile, eccezionale, strepitosa, sensazionale.

Così tanto eclatante per un solo fatto: ogni svolta di questa inchiesta, riportata dalla stampa, io la trovo invece semplicemente “rumorosa”, “fragorosa” e “chiassosa”.
E’ da oltre tre mesi che ogni giorno, secondo i giornali c’è una svolta clamorosa.
Eppure, non appena si prova a valutare la situazione con occhio critico, ci si accorge non senza un certo stupore che da altrettanto tempo l’indagine è palesemente ferma nel suo stringere un misero pugno di mosche.
Verrebbe da pensare, tanto per restare in tema di metafore stradali, che le clamorose svolte avvengano su una rotonda, che riporta sempre ed invariabilmente al punto di partenza.

Come diceva una iscritta al nostro gruppo facebook, probabilmente i “forcaioli” sembrano di più perché urlano più forte, imbrattano di commenti i forum, intervengono costantemente e a sproposito, vogliono esserci e sono determinati a esserci.
Dilagano, sono puntuali e sputano sentenze con enorme facilità.
Noi, mi permetto questo plurale, siamo sempre qui, a rivendicare la presunzione di non colpevolezza per tutti quelli che sono stati mangiati vivi da una macchina troppo uguale a se stessa per non chiedersi se, forse, in lei c’è qualcosa che non vada.
Probabilmente non ce ne rendiamo conto, ma siamo esattamente più forti, e per forza non intendo niente più che capacità di non credere all’incredibile “perché sennò il mondo non mi accetta”.
Solo a un certo punto ho avuto un cedimento, quando tra tutti gli scoop degli ultimi giorni, ho scorto un paio di frasi, commoventi.
Venivo a conoscenza della prima telefonata tra Bossetti e suo figlio.
Mi ha stretto lo stomaco, ho provato un profondo sentimento di tristezza.
Ho ripensato al Garante della Privacy, intervenuto per ammonire uno dei giornali più conosciuti del paese, secondo in Italia per diffusione.
Ho avuto nostalgia dei bravi giornalisti, quelli che non si fermavano alle apparenze, che approfondivano, che andavano oltre.
Quelli che mai e poi mai si sarebbero permessi di approfittare di una disgrazia, fino a ledere con la mannaia la dignità umana, quelli che avevano scelto questo lavoro per un principio di libertà e di visione critica della realtà.
Perché questo caso non interessa solo quell’uomo e la sua famiglia, ha a che fare con ognuno di noi, con i principi costituzionali, con la scelta che facciamo come persone.
Il garantismo non è faciloneria e non è una parolaccia, è uno strumento nobile e potente, se usato con criterio.

Sbagliano i blog, i siti “riporta notizie” e, perché no, gli altri quotidiani, a credere che il Garante della Privacy abbia imposto il fermo alla diffusione dell’articolo di Repubblica ove sono riportati stralci dell’interrogatorio a Massimo Bossetti, per i particolari sulla vita sessuale tra l’indagato e la moglie.
O non hanno letto il contenuto del divieto, o la nostra società è andata oltre il solito immaginario di squallore.
Ancora qualche giorno fa, dopo l’intervento del Garante, Quarto Grado riportava stralci di interrogatorio, per giunta calati in una nuova ridicola pantomima con un attore che interpretava Bossetti.

Non ci sarebbe nulla di nuovo se i media avessero sputato addosso a moglie, madre, suocera e parenti vari, lo stanno facendo dal giorno del fermo.
Il Garante della Privacy è intervenuto perché l’indecenza ha toccato anche un minore, la mancanza di pietas ha valicato ogni confine e di un adolescente si è tentato di fare scempio.
Quando una nazione che si crede civile non è più in grado di tutelare i suoi cittadini più piccoli, significa che la ferita è profonda, dilagante, forse insanabile.
Chi ha mai detto che gli inquirenti, in un caso così delicato, non debbano indagare?
Lo sappiamo tutti che per sviscerare la realtà di un atto criminoso bisogna andare a fondo, denudare il cittadino interessato e scavare nei meandri della sua vita privata.
Non siamo stati di certo noi a dire a chi di dovere di non fare il proprio lavoro, anzi!
Poi, però, salta fuori il “diritto di cronaca”, anche questo sacrosanto, inviolabile, senza il quale una repubblica diverrebbe dittatura.
Ma il diritto di cronaca che cos’è?
Ci sono gli armadi della vergogna, ci sono i segreti da mantenere sotto chiave per secoli e c’è il diritto di raccontare al mondo gli affari di un ragazzino già martoriato dalla tragedia capitata alla sua famiglia.
Ebbene, dobbiamo chiarirci le idee.
La vita di questo innocente è già stata messa a dura prova, ma ora, grazie a questi signori che impugnano la penna come fosse la spada nella roccia, lo è una volta di più.

Non sono stupita del tutto, non ho mai pensato che in Italia infanzia e adolescenza fossero protette dalla violenza dell’adulto, però credevo ci fosse una certa differenza tra alcuni “giornaletti” – tipo quello che si spinge fino a modificare i tratti somatici e i capelli della giovane vittima di questa storia drammatica – e un quotidiano che deve il suo nome alla Rivoluzione portoghese dei Garofani, in conseguenza della quale fu abbattuta una delle più temibili dittature europee e che è secondo per diffusione in Italia.
Invece pare proprio di no, sembra sia scomparsa quella linea di demarcazione tra serio e ridicolo, che sia stata cancellata dalla brutta malattia del secolo, il denaro.
Sempre che sia questo il motivo, sempre che il “diritto di cronaca” non stia seguendo altri scenari a noi sconosciuti, ma siccome non amiamo il complottismo, ci fermiamo prima e stendiamo il nostro “J’accuse”, sul terreno che possiamo vedere, non sulle immagini sbiadite di sentieri ignoti.
Infine, per tornare su un punto già trattato, ma non digerito, questa stampa che ci è toccata in sorte, non ha fatto diversamente con la sorella dell’indagato.
Raccogliendo tutti i modi condizionali della lingua italiana ha orribilmente messo in dubbio che questa donna fosse stata aggredita, quando c’erano addirittura dei testimoni che hanno paura di parlare.
Una donna sola e indifesa, minacciata una prima volta, strattonata una seconda e riempita di calci la terza sotto gli occhi di tutti, dopo il danno, ha subito anche la beffa di quelli che rivendicano il proprio diritto calpestando quelli degli altri.

Qui continueremo, dunque, a rivendicare un solo imprescindibile diritto: quello di dubitare.

Talvolta si parla del principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” come un portato dei paesi di common law: non è così.
Non ho grandi tendenze al patriottismo, meno che mai negli ultimi tempi, ma vale la pena di ricordare che era italianissimo il compianto Prof.Federico Stella, eccelso giurista le cui elaborazioni hanno costituito la base dottrinale della sentenza Franzese (2002) che ha sancito alcuni principi fondamentali di civiltà giuridica, fungendo da antidoto alla valutazione acritica ed arbitraria, insita di fallacie, della cosiddetta “prova scientifica”.

La sentenza Franzese è stata volta a volta definita come antidoto contro l’esclusione del contraddittorio in relazione alle prove scientifiche, antidoto contro la totale discrezione del libero convincimento del giudice e antidoto contro la deriva tecnicistica del processo penale.
Intervenne poi il legislatore, che con la cosiddetta legge Pecorella ( L. 46/2006)  positivizzò finalmente in un testo di legge un sommo principio di civiltà giuridica: l’oltre ogni ragionevole dubbio.
Venne così finalmente superato, almeno formalmente, il cosiddetto metodo individualizzante che, ai fini dell’accertamento della responsabilità penale dell’imputato, focalizzava maggiormente l’attenzione sull’intuizione del giudice: se non vi è certezza o quasi certezza di colpevolezza occorre assolvere, come si predica ormai, spesso, evidentemente a vuoto, in tutte le aule accademiche nostrane.

Come ho già detto in più circostanze, il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio implica che debba essere pronunciata sentenza assolutoria in tutti i casi in cui esista una spiegazione alternativa rispetto a quella accusatoria, e non è richiesto che tale spiegazione alternativa superi a propria volta il ragionevole dubbio, dovendo semplicemente essere e possibile in rerum natura e non impossibile o estremamente improbabile nel caso concreto.
Quando i Tribunali si discostano da questa interpretazione (che tra l’altro è l’unica che si può coerentemente ricavare dalla legge) e sembrano di contro sposare una sorta di “dubio pro culpa” (contra legem), puntualmente partoriscono mostri giudiziari.

E’ invalsa la distinzione (giurisprudenziale e di parte della dottrina) tra dubbi “interni” ed “esterni”.
Il “dubbio interno” è quello che rivela l’autocontraddittorietà dell’ipotesi del
pubblico ministero (ipotesi incoerente) o la sua incapacità/insufficienza esplicativa (l’ipotesi dell’accusa spiega solo alcuni fatti, ma non tutti i fatti necessari per un giudizio di colpevolezza); il “dubbio esterno” è invece quello che contrappone all’ipotesi dell’accusa una tesi alternativa, che non abbia la mera caratteristica della possibilità logica ma anche, come dicevo, il fatto di non essere del tutto improbabile nel caso concreto.
Negli elementi relativi a Massimo Bossetti sussistono sia dubbi interni sia dubbi esterni: la ricostruzione dei fatti dell’accusa è intrinsecamente contraddittoria, come dimostra il continuo appigliarsi ad elementi opposti nel tentativo (non riuscito) di dimostrare la stessa cosa, e gli “elementi” non hanno alcuna univocità, in quanto passibili di interpretazioni non solo differenti, ma perfino molto più logiche di quelle accusatorie.

L’unica vera domanda, allora, non è perché un muratore abbia acquistato un tipico materiale usato nell’edilizia né perché non abbia ricordi precisi di una giornata di quattro anni prima come la restante popolazione mondiale, ma piuttosto: cosa ci fa Massimo Bossetti in carcere?

Su quali basi è in carcere?
Non si tratta di una domanda retorica, ma di una questione già approfonditamente affrontata in precedenza.

E’ forse in carcere sulla base di una spesa di tre milioni di euro che ha portato al nulla più assoluto perché, dopo l’entusiasmo per l’identificazione di “Ignoto1”, da tre mesi si ha bisogno di blandire il pubblico consenso correndo dietro a gossip familiari, a notizie ridicole come acquisto di materiale edile (da parte di un muratore), e dando in pasto alla stampa interrogatori in cui si scandaglia la vita intima di un uomo, in completa violazione della dignità umana e della segretezza degli atti?

Lo abbiamo detto tante volte e lo ribadiamo: l’onere della prova incombe sull’accusa, e se la Procura non è in grado (come è ormai evidente) di provare, e di provare “oltre ogni ragionevole dubbio”, la colpevolezza di Massimo Bossetti, Massimo Bossetti non deve stare in carcere, ma in casa propria con la sua famiglia e i suoi bambini.

E’ inaccettabile che se si non riesce a dimostrare la colpevolezza per un delitto si cominci a prendere per il naso l’opinione pubblica spacciando corbellerie per indizi, nonché a scavare nella vita intima altrui per poi darla in pasto a 60 milioni di Italiani, contro ogni decenza e buon senso.

Per concludere, è a dir poco imbarazzante constatare come le tanto decantate indagini “avvenieristiche” sembrino basare le proprie ricostruzioni nientemeno che sui detti popolari, come il vecchio adagio in virtù del quale “l’assassino torna sempre sul luogo del delitto”.
A questo punto, perché non tirar fuori dal cilindro anche il  ben più celebre “l’assassino è sempre il maggiordomo”?
Vero è che, in questo caso, il proverbio non collimerebbe con l’attuale indagato.
Sempre che, beninteso, non vada bene anche sostituire “il maggiordomo” con “il nipote della domestica”.

E in fondo, ironia a parte, non mi sorprenderei se andasse bene anche una tale sostituzione: d’altro canto, in un contesto nel quale non ci si fa scrupolo ad attaccarsi alle più grottesche insulsaggini, sarebbe davvero così strano, pur di avere un “colpevole” ad ogni costo, provvedere ad adeguare alla bisogna anche i proverbi?

Tanto va l’inchiesta al gossip che ci lascia lo zampino!

“Ma quando, nel guardar più attentamente a que’ fatti, ci si scopre un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell’azioni opposte ai lumi che non solo c’erano al loro tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostraron d’avere, è un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può bensì esser forzatamente vittime, ma non autori.”
(Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame)

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Due recentissimi articoli pubblicati su Il Garantista e su Repubblica, mi spingono a scrivere questa riflessione.
Non mi capita spesso di trovarmi d’accordo con gli scritti di Oriana Fallaci, ma onestà intellettuale vuole che debba ammettere come in alcuni casi la sua sensibilità umana fosse proverbiale.

Uno di questi casi mi sembra essere la sua atroce definizione dell’abitudine:

“L’abitudine è la più infame delle malattie
perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia,
qualsiasi dolore, qualsiasi morte.
Per abitudine si vive accanto a persone odiose,
si impara a portar le catene, a subir ingiustizie,
a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto.
L’abitudine è il più spietato dei veleni
perché entra in noi lentamente, silenziosamente,
cresce a poco a poco
nutrendosi della nostra inconsapevolezza
e quando scopriamo di averla addosso
ogni fibra di noi s’è adeguata,
ogni gesto s’è condizionato,
non esiste più medicina che possa guarirci.”

Ciò che da più di tre mesi a questa parte sta succedendo a livello mediatico è qualcosa di allucinante.
Un’intera famiglia è stata data da subito in pasto al popolo, con annessi gossip su presunti fedifraghi, complici, conniventi (?).
Hanno fatto strame di tutta la famiglia Bossetti, senza che nessuno abbia emesso un fiato.
E il fatto che nessuno abbia levato la propria voce vuol dire che, in qualche modo, un simile orrore è entrato a far parte dell’abitudine, degli usi e costumi accettati.
Ciò che sconcerta non è tanto questo atteggiamento meschino, gretto, inqualificabile, ma l’abitudine a considerare queste violazioni dei diritti umani più sacrosanti come ordinaria routine.
Dovevamo vedere una schiera di forcaioli patentati condurre programmi TV e scrivere su giornaletti che spacciano gossip per indizi, e dovevamo anche imbatterci nelle scelte di un GIP che bolla l’indagato, incensurato, come persona dotata di “ferocia tale” da rendere “estremamente probabile la reiterazione di reati della stessa indole”, senza basarsi su alcuna evidenza clinica, ma su una sorta di condanna preprocessuale che presuppone che Bossetti sia colpevole del reato contestatogli, con buona pace della presunzione di innocenza.

Dal momento che nessuno sembra stupirsi né dell’atteggiamento mediatico né delle motivazioni del GIP in virtù delle quali un cittadino è in carcere da tre mesi, ne dovremmo dedurre che questa è la prassi, il brodo nel quale l’Italia sguazza quotidianamente.

Come anticipavo, ieri sul Il Garantista è stato pubblicato un editoriale di fuoco di Pietro Sansonetti [1], calzantemente intitolato “Snobbati i penalisti, i giornali prendono ordini dalle procure”.

Dall’articolo emergeva che a Venezia è in corso una discussione molto seria sui problemi della Giustizia, che vede la partecipazione di centinaia di avvocati penalisti.
A questa iniziativa non è stato dato spazio dai principali quotidiani (con la sola eccezione del Sole e del Messaggero), come il Corriere, la Stampa, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, che pure sono sempre ghiotti di questioni giudiziarie.
Ebbene sì, avete capito bene: un congresso nazionale con centinaia di delegati e neppure un inviato delle maggiori testate giornalistiche italiane.

Scrive Sansonetti:

Penso che persino il mio amico Marco Ferrando, se tiene il congresso del suo partito comunista dei lavoratori, un po’ di giornalisti li raggruppa.

E allora c’è una sola spiegazione. Si chiama così: boicottaggio.

I giornali italiani hanno boicottato il congresso. E perché lo hanno fatto? Ve lo dico: a un congresso di avvocati si mandano i giornalisti della giudiziaria, ma – da circa 20 anni – i giornalisti giudiziari italiani sono – praticamente al gran completo – alle dipendenze dirette dalle Procure.

Si iscrivono alla Procura territoriale, come una volta ci si iscriveva alla sezione di un partito. E da quella Procura prendono ordini, in modo militare, blindato. Ma le Procure, si sa, non gradiscono che i loro giornalisti seguano un congresso degli avvocati penalisti, perché le Procure non sopportano gli avvocati penalisti, e pensano che vadano messi in condizione di non nuocere.

E i direttori dei giornali – e gli editori stessi – in gran parte dipendono dai loro giornalisti giudiziari – con un singolare rovesciamento delle gerarchie tradizionali – da loro prendono ordini e non sono in grado di darne.

In nessun altro campo dell’informazione è così: certo non nella politica, o negli esteri, ma neppure nell’economia dove in fondo le cordate sono tante, sono tante le lobby, e nessuna – come nel caso della magistratura – è in grado di controllare tutti i giornali. (…)”

Vi starete chiedendo per quale ragione abbia deciso di riportare una notizia di questo tipo.
Ebbene, non avrei voluto scrivere alcun riferimento alla vicenda per non dare ulteriore visibilità a cotanto patetismo, ma dal momento che la “notizia” è finita sotto gli occhi di sessanta milioni di Italiani, a nulla varrebbe tacere.

La Repubblica ha dato prova di sé e del proprio entusiasmante voyeurismo pubblicando ieri la trascrizione dei verbali dell’interrogatorio del 6 agosto, nel corso del quale al signor Massimo Bossetti sono state ripetutamente rivolte domande attinenti alla sua sfera intima.
Lungi da me riportare i contenuti anche qui, per il semplice motivo che non interessano a nessuno.

Faccio riferimento all’accaduto unicamente per segnalare come Massimo Bossetti sia un uomo che è stato privato non solo della libertà (e su quali “basi” lo abbiamo visto più volte e lo rivedremo), ma anche delle più basilari garanzie di legge.
Visto e considerato che anche uno studente di giurisprudenza iscritto al primo anno è perfettamente a conoscenza del fatto che le normative internazionali sulla privacy, rientrante tra i diritti fondamentali dell’individuo, sono estremamente chiare nel rendere vieta la divulgazione di qualsivoglia notizia che non sia dotata di interesse pubblico, e dal momento che resta difficile ritenere che la vita intima del signor Massimo Bossetti rivesta un qualche interesse pubblico, mi rivolgo ai lettori: vi pare normale che trascrizioni di verbali con contenuti di quel tipo vengano date in pasto ai media?

Scrivo “vengano date in pasto”, perché mi sembra abbastanza chiaro che non si divulghino da sole.

A questo punto sorge una domanda: perché?
L’intera dinamica dell’interrogatorio, per quanto si è potuto appurare, appariva incentrata sul tentativo di blandire una confessione facendo leva su possibili “attenuanti” e, successivamente, sul crollo psicologico dell’indagato.

Francamente, tutto questo sembra confermare in maniera plateale quanto vado dicendo e mostrando da mesi.
Che la Procura non abbia nulla di concreto in mano e si appigli alla speranza di un crollo psicologico dell’indagato credo sia ormai evidente, e nonostante questo mi è giocoforza, purtroppo, affermare che Massimo Bossetti rischi di essere condannato, almeno in primo grado, sulla base di un quadro pseudoindiziario contraddittorio e fumoso.

Ed ecco che, finalmente, è accaduto il miracolo, e il Garante della Privacy è intervenuto con questo comunicato, che mi auguro non cada nel vuoto:

“Il Garante privacy ha disposto in via d’urgenza il blocco di ogni ulteriore diffusione dell’articolo pubblicato, anche on line, sul quotidiano “la Repubblica” in cui sono riportati ampi stralci dell’interrogatorio del 6 agosto scorso di Massimo Giuseppe Bossetti.

L’articolo pubblicato dal quotidiano riporta, tra l’altro, informazioni relative ai familiari dell’indagato, quali la moglie, il figlio, la madre, il fratello e il padre, con particolare attenzione a quelle inerenti le abitudini sessuali. Tali informazioni incidono gravemente sulla dignità delle persone terze estranee alla vicenda processuale. In particolare del figlio minore, che rischia di subire un nuovo pregiudizio a causa della possibile ulteriore diffusione delle notizie.

L’articolo pubblicato dal quotidiano contiene, inoltre, ampie citazioni virgolettate dell’interrogatorio, dalle quali si può configurare anche una violazione degli articoli 114 e 329 del codice di procedura penale.

Con il medesimo provvedimento l’Autorità ha prescritto a tutte le testate di conformare l’utilizzo delle informazioni sulla vicenda di cronaca alle norme poste dal Codice sulla privacy, dal Codice deontologico dei giornalisti e dalla Carta di Treviso a garanzia della dignità dei familiari dell’indagato. E ha invitato tutti i media a procedere ad una valutazione più attenta ed approfondita circa l’oggettiva essenzialità di dettagli e informazioni attinenti ad aspetti intimi, omettendone la pubblicazione quando non rispondono ad un’esigenza di giustificata informazione su vicende di interesse pubblico ed evitando altresì ogni forma di accanimento informativo intorno ad aspetti intimi delle persone coinvolte, in particolare quando queste lo sono solo in mondo indiretto e marginale.

Il provvedimento del Garante è stato inviato alla Procura della Repubblica competente e al Consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti per la valutazioni di rispettiva competenza.”

Al di là di questo tardivo intervento del Garante, nessuno sembra aver avuto un sussulto di dignità tale da dissociarsi dalla divulgazione di notizie di questo tenore.
Questa è, per restare in tema, la prova schiacciante che negli arti incancreniti di una Nazione imbarbarita prolifera il DNA dell’inciviltà.

Ed è qualcosa che lascia esterrefatti il vedere come quasi nessuno (ancora una volta, un’eccezione è arrivata dal Garantista con un articolo a firma di Tiziana Maiolo) sembri avere il coraggio di dire, da una testata giornalistica, ciò che qui sosteniamo da mesi, ossia che è evidente che l’omicidio di Yara Gambirasio non abbia lasciato nulla che lasci intendere l’esistenza di un movente sessuale e che il modo in cui si cerca di inserire nel puzzle un movente sessuale che non esiste, cercando appigli in considerazioni che non avrebbero nessun nesso causale con un delitto di quel tipo, sia estremamente imbarazzante e metta a nudo il fatto che l’indagine brancoli nel buio, con buona pace della presunta “prova regina” del caso, che non prova e non può provare colpevolezza, e che, visto il tenore degli interrogatori, ha evidentemente abdicato sotto gli occhi attoniti degli inquirenti stessi.
In tempi di spending review, probabilmente, rendersi conto della possibilità di aver preso un granchio dopo una spesa di tre milioni di euro per seguire un’indagine per molti aspetti irrituale interamente basata su una traccia biologica di natura incerta e di altrettanto incerta valenza probatoria, non è esattamente uno degli eventi più auspicabili.
Ciò mettendo bene in chiaro che chi scrive non contesta la spesa fatta, ma le sue conseguenze: una spesa simile è giustificata dalla semplice ricerca della verità, ma non dal presupposto che a tale verità si debba arrivare necessariamente né, tantomeno, dal cercare di “arrivarci” in maniera forzata.

Il vedere come un’intera famiglia venga messa alla berlina dalle stesse autorità che dovrebbero tutelarla è talmente sconcertante da lasciarmi ogni giorno più incredula.
Mark Twain direbbe che stiamo piastrellandoci la strada per l’Inferno o che la più grande differenza fra la realtà e la fantasia è che quest’ultima deve essere credibile.
A questo punto, non ci si può che augurare che De Andrè avesse ragione con il suo “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”.
Ora come ora, ad un occhio attento, appare infatti lampante come si stia raschiando il fondo del barile per accaparrarsi qualche titolone insulso e blandire, in assenza di prove e confessione, almeno il consenso dell’opinione pubblica e non si può che sperare tutto ciò, prima o poi, cominci a scuotere qualcuno dal torpore.

Alessandra Pilloni


1- http://ilgarantista.it/2014/09/21/snobbati-i-penalisti-i-giornali-prendono-ordini-dalle-procure/

I media italiani e i dubbi a targhe alterne: solidarietà alla signora Laura Letizia Bossetti

“Chiamiamo con l’appellativo di “verme” chi assume comportamenti ignobili e meschini nei confronti del prossimo; del resto, pare che i vermi indichino con l’epiteto di “umano” quei loro simili che si comportano allo stesso modo.”
(Giovanni Soriano, Malomondo)

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Articolo scritto a quattro mani con Laura

In genere riserviamo questo spazio virtuale all’analisi di fatti ed elementi relativi alla vicenda mediatico-giudiziaria del signor Massimo Bossetti.
Oggi vorremmo però fare qualcosa di diverso ed occuparci del caso in senso più prettamente umano: abbiamo appreso dai giornali di ieri dell’aggressione subita dalla signora Laura Letizia Bossetti, ricoverata in ospedale dopo essere stata colpita a pugni e calci sulla pancia.
Secondo quanto riportato da Repubblica e altre testate giornalistiche era già stata aggredita due volte, anche se non in modo così violento.

repubblica

Esordiamo dunque esprimendo la nostra più profonda e sentita solidarietà alla signora Laura Letizia.

Questa vile aggressione, che ci permettiamo di ritenere e definire espressamente causata da un accanimento mediatico che ha superato ogni decenza nonché dalla continua diffusione di notizie orientate e tendenziose, in completa violazione di presunzione d’innocenza e dignità umana, del codice deontologico della professione dei giornalisti e di ogni basilare regola della società civile, è sintomo di un sistema intero che deve essere cambiato sin dalle fondamenta a partire dall’educazione degli individui.

Disinformazione e meschinità nei confronti di un uomo che ha tutto il diritto di essere considerato innocente fino al terzo grado di giudizio, sono esacerbati dal vil denaro che spinge anche a divulgare notizie false (si pensi alla bufala dei reperti piliferi o alla notizia del “furgone” che, smentita da due mesi, continua ad essere propinata coram populo da alcune testate giornalistiche) pur di vendere qualche copia in più o incrementare lo share, e si estendono perfino alla famiglia, velatamente accusata, in modo surrettizio ma continuo, di “coprire”, in qualche modo che non è dato sapere, Massimo Bossetti.

E’ ormai chiaro a tutti che su una tragedia dai contorni ancora avvolti dal mistero si possa speculare fino a cadere nel ridicolo.
Se così non fosse, ovvero se qualcuno avesse ancora qualche dubbio in merito, basta accostarsi alla prima edicola e sbirciare le oscene copertine e gli esilaranti titoloni a caratteri cubitali di un certo settimanale, che neppure menzioniamo in quanto sarebbe pubblicità gratuita ed immeritata.
Poniamo innanzitutto l’accento sulla differenza di aggettivi usati per qualificare e distinguere il cattivo gusto delle copertine dalla squallida ed esilarante miseria dei contenuti, così ben anticipati dai titoli.
In una casa di cura per depressi cronici, cui gli antidepressivi di ultima generazione non fanno più effetto, un tale giornaletto dovrebbe essere distribuito contestualmente alla terapia serale.
Di certo contribuirebbe alla guarigione di molti pazienti che ormai non credevano ci potesse essere miseria più grande del loro stato d’animo, e perché no, una fragorosa e sana risata potrebbe anche rompere il silenzio notturno del reparto.
Per altri usi cui potrebbe tornare utile rimandiamo alla fantasia del lettore.

Giacché questo blog è visibile a tutti, e chiunque può leggere, vorremmo “approfittare” di questa visibilità per porre ai lettori una domanda.
Quando, settimana dopo settimana, vi imbattete nelle foto oscenamente ritoccate dei malcapitati protagonisti delle fantascientifiche “inchieste” non provate un senso di disgusto?
Ritoccare la somatica e l’esile corpo di una bambina, che aveva un’immagine acqua e sapone, curandosi di truccarla come una donna e di darle un aspetto “ambiguo” ben lontano dalla realtà non depone molto bene per un giornale; se la bambina è una vittima allora il comportamento diviene inqualificabile e degno di segnalazione.

Passi il Sig. Bossetti appollaiato in secondo piano, con la faccia di uno al quale non resta altra scelta che denunciare il solarium per aver regolato male le lampade e passi anche l’avergli irrigidito i tratti del viso per renderlo torvo; noi, sapendo di essere autorizzate a violare il codice deontologico dei giornalisti, avremmo fatto di meglio.
Gli avremmo orientato lo sguardo verso la figura posta in primo piano alternando uno sguardo cùpido ad uno sottomesso e intimorito così da far più presa nei passanti che sfilano davanti alle edicole.

Ma al di là di questo, c’è un fatto davvero sconcertante che ha accompagnato la notizia dell’aggressione alla signora Laura Letizia, ed è la caterva di dubbi e condizionali nei quali alcuni salottieri e pennivendoli nostrani sembrano essersi rifugiati: sarà tutto vero?

Nonostante gli sforzi, non riusciamo proprio a comprendere i condizionali: chissà, se li sarà mica dati da sola i calci sulla pancia?

E si tratta, ahimè, degli stessi personaggi mai colti dal dubbio quando si tratta di condannare in diretta TV un uomo contro il quale non c’è alcuna prova di colpevolezza, ma ogni giorno una corbelleria diversa, ai limiti della vergogna, tra le quali prima o poi verrà annoverato come indizio perfino il fatto che all’epoca il Bossetti fosse vivo e respirasse.

Ed è ben difficile ritenere, sulla scorta della Dott.ssa Maccora che ha disposto la custodia cautelare e rigettato l’istanza di scarcerazione, che un tale “quadro indiziario” acquisti diverso valore se valutato in senso globale: sommando qualche 0, infatti, il risultato finale è sempre e solo 0!

La custodia cautelare, a parere di chi scrive, andrebbe di per sé confinata ad extrema ratio, non sulla carta ma nella realtà, perché è la stessa misura cautelare, spesso, ad alimentare il furore di buona parte delle persone che, ignorando del tutto certe dinamiche (e certe patologie) giudiziarie invalse nel nostro paese, confondono la misura cautelare con una dichiarazione di colpevolezza.

Questa è solo la punta di un iceberg, è la manifestazione esteriore di una patologia mediatico-giudiziaria che ha messo radici ovunque, e che viene esternata nel livore che colpisce in modo sommario e senza cognizione di causa alcuna un indiziato di delitto che si proclama innocente e contro il quale non c’è alcuna prova certa di colpevolezza, è l’epitome di un’ “informazione” che consente di trasformare formiche in elefanti, confondendo un quadro indiziario di per sé debole con delle “prove”, portando alla vigenza di una sorta di “dubio pro culpa” ove se di prove non se ne trovano le si forma sommando il nulla, quasi mille elementi del tutto irrilevanti e privi delle caratteristiche proprie degli indizi messi insieme possano assumere un valore probatorio del quale sono del tutto privi.

Ma se dal linciaggio mediatico si è passati a quello fisico, allora è davvero giunto il momento che qualcuno intervenga, e ci chiediamo, nella fattispecie, dove mai sia finito il Garante della Privacy.

La responsabilità morale dell’accaduto è di quanti da tre mesi stanno imbastendo un processo mediatico ben oltre i limiti della vergogna che disonora l’Italia intera e, non paghi, manifestano poi il coraggio barbaro di farsi affliggere dai dubbi: dubbi che non trovano spazio alcuno, ahimè, quando si tratta di sentenziare in anteprima contro un uomo che da tre mesi grida la propria innocenza, foss’anche necessario, pur di manifestare il proprio forcaiolismo saccente, continuare a ribadire come veritieri elementi già smentiti.

Già nel momento in cui un uomo viene prelevato dal luogo di lavoro e ripreso in manette dalle telecamere, si aizzano le reazioni sconsiderate della folla: ci riferiamo alla sostanziale ineducazione che affligge tutti coloro che, in casi di questo tipo, si appostano fuori dalle questure e urlano all’indagato di turno epiteti irripetibili, considerando forse il processo e l’accertamento dei fatti, o la semplice informazione sugli stessi che dovrebbe precedere l’aprir bocca, un inutile orpello.
E non si tratta di semplice meschinità personale, ma di atteggiamenti socialmente accettati che paiono non ingenerare riprovazione alcuna.

La presunzione di innocenza non è un concetto inventato da chi scrive su questo blog, ma è un principio che trae fondamento dalla Costituzione, prima legge dello Stato, e che mal si concilia con il continuo far trapelare presunte indiscrezioni tagliate ed orientate, lesive della dignità umana nel momento in cui si tratta di notizie inutili ai fini delle indagini e tese solo a mostrare un vero o presunto torbido, ravanando nella vita privata altrui per distruggere moralmente il malcapitato di turno, affidandolo alla macelleria messicana di farabutti che ergendosi a detentori della verità si sentono in diritto di umiliare il prossimo dai propri salotti televisivi e dalle colonne dei propri giornali finanziati dai contribuenti.

Giacché si fa un gran parlare di indagini avvenieristiche, male non sarebbe che al progresso scientifico si accompagnasse quello civile e umano, che non può non passare attraverso i principi cardine dello Stato di Diritto.
In caso contrario, le indagini forensi -ben lungi dal divenire panacea- diventeranno in breve la nuova arma della malagiustizia.

Concludiamo dicendo che i vili autori di questo gesto dovrebbero vergognarsi, e ci auguriamo che la Procura indaghi con la stessa premura con la quale da ben tre mesi presunte indiscrezioni si susseguono su media che definire spazzatura non è affatto un’offesa ma è, al contrario, un generosissimo complimento.

I principi dello Stato di Diritto vanno difesi con le unghie e con i denti, e noi siamo qui proprio per questo, perché a chi grida la propria innocenza, anche a costo di vendere qualche copia in meno, deve essere concesso il beneficio del dubbio.
Un dubbio sempre dimenticato, salvo poi essere ipocritamente chiamato in causa quando di dubitare non c’è alcun bisogno.

Obiezione, Vostro Onore: a tre mesi dal fermo di Massimo Bossetti, ancora non ho capito quali siano i “gravi indizi” a suo carico!

Liberté

“Si chiamava Libertà. Un giorno scese per strada e prese a interrogare la gente che incontrava. Le risposte che ebbe furono di questo genere: «Fatevi i fatti vostri. – Non te ne incaricare. – Impicciati per te. – Lascia perdere. – Chi te lo fa fare? – Te l’ha ordinato il medico? – Ti pagano per questo? – Sei stanca di campare? – Ti puzza di vivere? – Attacca l’asino dove vuole il padrone. – Non fare la stupida. – Non ti mettere nei guai. – Gli stracci vanno per aria. – Passata la festa gabbato il santo. – L’oro non si macchia. – Sta’ coi frati e zappa l’orto».
Libertà disse: «Questa gente è molto saggia, non ha bisogno di me». Infatti cominciò a uscire meno e un giorno annunciò che se ne andava. Ai giornalisti che l’assediavano per conoscere i motivi della sua decisione rispose in modo alquanto enigmatico. Disse sorridendo: «La libertà va tenuta in continua riparazione».”

(Ennio Flaiano, La solitudine del satiro)


TV e giornaletto, forcaiolo perfetto: il teorema del colpevole per forza, ovvero come salvare capra e cavoli.

Il presente blog ha ormai più di due mesi, e nel tempo si sono susseguiti diversi articoli, talvolta tra loro simili, spesso diversi.
Questo articolo, a differenza di altri, avrà la peculiarità di essere fondamentalmente dettato dalla rabbia e dall’amarezza per una situazione ogni giorno più stigmatizzabile che si protrae da ormai tre mesi.

Avrei preferito scrivere qualcos’altro, e sono certa che anche molti dei miei lettori avrebbero preferito leggere qualcos’altro.
Eppure, è inutile girarci intorno: il rigetto dell’istanza di scarcerazione, risalente alle prime ore del pomeriggio di ieri, era nell’aria.

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Quando a fine agosto cominciò a circolare la voce di un’istanza entro metà settembre, alla luce di un lavoro d’analisi che ritengo che, se effettuato con la dovuta perizia e cum grano salis, renda piuttosto chiaro che i “gravi indizi” di cui nell’ordinanza del 19 giugno non sono tali, pensai che il GIP avrebbe valutato la situazione in modo diverso e più obiettivo.

Pensavo, in buona sostanza, che dalle presunte evidenze “non illogiche” e “suggestive” dell’ordinanza, a mente fredda, si potesse fare un salto di qualità e passare a valutazioni realmente logiche e persuasive.

L’assenza di riscontri laddove sarebbero dovuti emergere in maniera finalmente univoca in caso di colpevolezza (nessun riscontro tra i reperti piliferi né tracce sulle autovetture) e, come contraltare, la palese non univocità degli “indizi” di cui nell’ordinanza, che troverebbero ben più logica spiegazione nella semplice vita di una persona nel luogo che non in fantasiose costruzioni che portano con sé il retrogusto dell’arrampicata sugli specchi, alimentavano le mie speranze di poter vedere in breve la fine di un accanimento che comincia ad assumere connotati preoccupanti.

Quando però lo scorso mercoledì l’istanza è stata presentata ed ho visto, ahimè, tirar fuori dal cilindro un cavillo per un presunto vizio procedurale ex art. 299 c.p.p., ho intuito subito che le cose sarebbero andate in questo modo.
Il GIP ha inizialmente dichiarato inammissibile per vizio procedurale l’istanza di scarcerazione, successivamente ripresentata dopo aver sanato il presunto vizio.
Parlo di presunto vizio perché individuato, a parere di chi scrive in modo non del tutto valido, sulla base dell’art. 299 c.p.p., che prevede la notificazione dell’istanza alla parte offesa.
L’art. 299 c.p.p. è stato introdotto lo scorso anno con la cosiddetta legge sul femminicidio del 15 ottobre 2013.

Giacché tuttavia la ratio legis di questa norma era quella di tutelare le vittime di femminicidio, tenuto conto della ratio legis la mancata notificazione non avrebbe dovuto costituire, a mio avviso, vizio procedurale, in quanto non siamo di fronte ad un reato consumato in ambito familiare/affettivo (ambito al quale si riferisce la legge sul femminicidio).

Anche alcuni tribunali hanno dato questa interpretazione.

Ad esempio, Tribunale di Torino, 4 novembre 2013 (Giudice Marra)

“La disciplina contenuta nell’articolo 299, comma 3, del Cpp, laddove si prevede che, nel caso di delitto commesso con violenza alle persone, la richiesta di revoca o di sostituzione della misura coercitiva debba essere, a pena di inammissibilità, contestualmente notificata alla persona offesa, si applica solo nei procedimenti in cui la condotta violenza si caratterizza anche per l’esistenza di un pregresso rapporto relazionale tra autore del reato e vittima, in cui, quindi, la violenza alla persona non è occasionalmente diretta nei confronti della vittima, ma lo è in modo mirato, in ragione di tali pregressi rapporti (da queste premesse, il giudice ha escluso l’applicabilità della suddetta disciplina
nell’ambito di un procedimento per il reato di rapina, in cui l’azione violenta era stata del tutto occasionalmente diretta nei confronti di persone offese sconosciute all’indagato).”

Tutto ciò visto e considerato che in altra circostanza è lo stesso GIP a mostrare di non disdegnare l’interpretazione della legge sulla base della ratio: ad esempio quando nell’ordinanza stabilisce che sono pienamente utilizzabili gli atti di indagine nonostante la scadenza dei termini ex art. 407 c.p.p.
In tale frangente il GIP richiama infatti la ratio legis ripresa da parte della giurisprudenza secondo la quale tali termini non si applicano per i procedimenti iscritti a carico di ignoti (cito dall’ordinanza: “Al riguardo infatti occorre richiamare l’orientamento prevalente della giurisprudenza che evidenzia la ratio della normativa dettata daIl’art. 407 comma terzo c.p.p. che prevede che l’inutilizzabilità di atti d’indagine per inosservanza dei termini non può riguardare i procedimenti iscritti a carico di ignoti.”).

Al di là di queste considerazioni de iure dalle quali mi è, per (de)formazione personale, impossibile astenermi, vorrei ora provare a fare qualche riflessione sul rigetto dell’istanza a partire dalla solita caciara mediatica contornata dalla diffusione di “indiscrezioni” e presunti “indizi” (sempre i soliti, se non bastasse) malamente rimestati.
In dottrina ci si pone da tempo un annoso quesito: le pressioni mediatiche hanno un peso, o comunque un effetto deleterio, sulle decisioni degli organi giudicanti?
Rispondere ad una tale domanda è difficilissimo, ma una cosa la si può dire senza alcuna remora: l’accanimento mediatico può rovinare la vita a persone innocenti, e sono del fermo parere che questo sia, purtroppo, uno di quei casi.

In diversi articoli precedenti provai a porre una domanda: cosa accadrà non appena la serie di gossip e indiscrezioni relative ad elementi privi di qualsivoglia valore probatorio sarà terminata?
Cosa accadrà quando non ci sarà più nulla da scarnificare nella vita di Massimo Bossetti?
Avevo ipotizzato che, a quel punto, sarebbe tardivamente calato il silenzio, sic et simpliciter.
Sbagliavo.
La realtà si sta rivelando ben peggiore: terminati gli “elementi” nuovi, si torna con nonchalance a quelli vecchi e perfino già smentiti.

Colpevole contro ogni ragionevole dubbio, non “oltre” ogni ragionevole dubbio: è questo Massimo Bossetti.

Che la giustizia italiana non sia esattamente la migliore del mondo è cosa nota da tempo, ma di recente stiamo raggiungendo vette inusitate.

In questo blog parliamo di una persona privata della sua libertà sulla base di elementi a dir poco dubbi, di un uomo in carcere, in isolamento, da ormai tre mesi, sbattuto senza un briciolo di umana pietà sulle pagine dei giornali e nei palinsesti televisivi, condannato in anteprima a reti unificate, distrutto da un tweet sul solco delle nuove condanne sommarie in versione 2.0 prima ancora di potere proferir parola a sua discolpa, capro espiatorio di un accanimento mediatico schizofrenico che non presta attenzione alcuna alla veridicità delle notizie dove perfino indiscrezioni all’apparenza del tutto credibili ed accertate (si pensi alla questione “reperti piliferi”) si rivelano clamorose bufale, colpevole costruito a tavolino piuttosto che cercato.

Colpevole per forza, appunto.
E’ questo il verdetto, e a mò del pollice verso di Nerone è condanna a morte inappellabile.

Bossetti è colpevole perché “incastrato” (termine assai gradito a molti giornalisti nostrani, che generosamente lo utilizzano senza cognizione di causa alcuna) ogni giorno da una castroneria diversa, riproposta a cadenza settimanale perfino dopo la smentita o la confutazione dell’elemento, è colpevole perché ultimo appiglio di un’indagine che ha già prodotto un presunto colpevole sbagliato e i cui termini erano già scaduti, è colpevole perché massacrato nella sua vita privata quando mancano elementi concreti, è colpevole perché un GIP lo ha stabilito essere “privo di freni inibitori” per l’addebito di un reato che non è provato abbia commesso, è colpevole perché così scriteriato da passare talvolta in un paese che dista la bellezza di 2,72 km dal suo luogo di residenza, è colpevole perché ha perfino agganciato una cella telefonica compatibile nientemeno che con l’area della propria abitazione, ed è colpevole perché quando gli elementi mancano è solo perché in qualche modo non documentato deve sicuramente averli eliminati.

Ci si accorge di essere davanti a un “colpevole contro ogni ragionevole dubbio” quando si assiste alla ricerca di indizi che quando non ci sono sembrano essere quasi artificiosamente montati: è il caso del furgone ripreso da una telecamera di sorveglianza, che è evidentissimo abbia una incompatibilità strutturale insanabile (fanali rettangolari, in casa mianon possono produrre un fascio di luce a losanga arrotondata) ma è “simile”, e soprattutto con un po’ di immaginazione pare si possa vedere un catarifrangente simile (pazzesco, mica per riconoscere un furgone si guarda la carrozzeria, no!, si guarda la presenza di un catarifrangente, magari guardando un po’ meglio all’interno si vede pure se c’è un Arbre Magique compatibile con quello del furgone di Massimo Bossetti!).

Avevamo già affrontato l’argomento, ma lo riprendiamo perché qualche giorno fa, i nostri organi di stampa, dal Corriere a TGCOM24 sono tornati a parlare del fantomatico furgone ripreso il 26 novembre 2010 a Brembate dalle telecamere di sorveglianza di una banca.
La ripresa del furgone, risalente alle ore 18,01, è stata tra l’altro collocata, dalle suddette fonti, che alla tentazione di allungare il pesce evidentemente non sanno proprio resistere, alle 18,30.

Il furgone di cui si torna a parlare dopo due mesi, ha solo un piccolo problema, ossia il fatto di non essere quello di Massimo Bossetti.
Le differenze di fanaleria accennate sopra sono evidenti ictu oculi, e già da tempo sono state evidenziate in modo chiaro da un esperimento effettuato dal Dott. Ezio Denti, proprio in via Rampinelli e con le medesime condizioni di luce.
Ecco un eloquente fermoimmagine della videosimulazione [1]: in alto, si può vedere il furgone ripreso dalla telecamera di sorveglianza, al centro un Iveco Daily di modello successivo al 2006 e in basso un Iveco Daily di modello identico a quello in uso al Bossetti.

Videosimulazione_furgoni
L’incompatibilità strutturale è evidente a chiunque, eccetto che ai nostri organi di stampa e salotti televisivi che continuano con immutato fervore a propinare la notizia che il furgone sia di Bossetti.
In realtà, come evidenziato già a luglio da Ezio Denti, è chiaro che non solo no può trattarsi del furgone di Massimo Bossetti (modello del 1999 con fanali rettangolari), ma con ogni probabilità non si tratta neppure di un Iveco Daily ma di un Ford Transit.

Oppure è il caso di chi va a sostenere che la traccia di DNA, definita esigua e di natura non accertata con certezza da chi ha svolto le analisi [2], sia in realtà abbondante e derivi nientemeno che da epistassi: non importa, poi, se si tratta della medesima fonte che a luglio cercava maldestramente di smentire che Bossetti soffrisse di epistassi.
Un quadro, in ogni caso, così ridicolo da poter essere smentito dalla logica più elementare: se così fosse non solo bisognerebbe postulare che il disgraziato abbia un’epistassi in una sera di autunno inoltrato, e per giunta proprio mentre compie un omicidio, ma anche che il sangue proveniente dall’epistassi sia “telecomandato” e vada a finire in un solo punto, guarda caso attiguo ad uno dei margini recisi degli indumenti indossati dalla vittima!
Sappiamo tutti che in caso di epistassi il primo, naturale riflesso è quello di portarsi le mani al naso, sporcandosele: ma Bossetti riesce a non lasciare nessuna traccia ulteriore.
Di più: la ferita sulla quale è stato isolato il profilo genetico di Ignoto1 è nella parte posteriore del corpo, ed il corpo è stato ritrovato supino.
Dunque, se è valida la relazione della Cattaneo, avrebbe perfino dovuto girarlo senza lasciare nessun’altra traccia.
Se tutto questo non bastasse, non solo non occulta il cadavere nonostante capisca certamente di aver lasciato tracce (è impossibile non accorgersi di un’epistassi), ma fa molto di più: sapendo che il suo DNA è finito sulla scena criminis a causa di un’epistassi ma volendosi mostrare estraneo ai fatti, a inizio luglio chiede sua sponte di essere interrogato dalla PM e dichiara… Di soffrire di epistassi!!!

Io, essendo per natura ottimista e fiduciosa nel genere umano, vorrei davvero confidare nella malafede di alcune fonti d’informazione, perché qualora ci siano persone che prospettano tesi simili in buona fede, e dunque ritenendole attendibili, sarebbe davvero il caso di chiedersi cosa esattamente sia andato storto nell’evoluzione umana.

Vorrei anzi cogliere la palla al balzo per suggerire a tutti i miei lettori di mostrarsi sempre ottimisti e felici: qualora dovesse capitare una disgrazia, infatti, anche una eventuale timidezza o un malumore può diventare, secondo alcuni organi di informazione, un indizio a proprio carico.

tristeUna recente puntata di Quarto Grado mi spinge inoltre a suggerirvi di non digitare mai su Google la parola “pelo”: anche questo pare sia un indizio, anche se, nonostante gli ingenti sforzi, non ho ancora ben capito di cosa.
Concedetemi di sdrammatizzare: è forse indizio di “tricofilia”?

Ancora, ci si accorge di essere davanti a un “colpevole contro ogni ragionevole dubbio” quando sia un elemento sia l’elemento contrario vengono interpretati come indizio di colpevolezza.

Negli ultimi giorni ne abbiamo avuto alcuni esempi eclatanti: nei prossimi giorni tornerò in argomento in modo più incisivo dalle pagine de L’Osservatore d’Italia, ma comincio ad esprimere qualche doverosa considerazione.
L’ultimo esempio di come tutto e il contrario di tutto possa essere inteso come indizio di colpevolezza è quello relativo all’assenza di Massimo Bossetti dal cantiere il pomeriggio del 26 novembre 2010, elemento trapelato solo qualche giorno fa, a ridosso del rigetto dell’istanza da parte del GIP.
Anzitutto, l’assenza in sé: fino a pochi giorni fa si riteneva che la presenza in cantiere di Massimo Bossetti, che lo avrebbe portato quel pomeriggio a passare per Brembate Sopra al suo ritorno fosse indizio di colpevolezza.
Ora che è venuta fuori la sua assenza, diventa la sua assenza un indizio di colpevolezza.

Infatti pare, udite udite!, che Massimo Bossetti si sia contraddetto.
Chiunque abbia seguito il caso sin dall’inizio con occhio critico e vigile ricorderà però che fino a poco tempo fa si riteneva un indizio il fatto che avesse ricordi troppo chiari e non contraddittori riguardo fatti di quattro anni prima, chiaro indice di colpevolezza.

In realtà, è sufficiente leggere l’ordinanza stessa per vedere come i suoi ricordi non fossero poi così chiari, ma fossero soggetti alla normale confusione dovuta al troppo tempo trascorso.
Ma anche questo non va bene ed è indice di colpevolezza.

Cito ad esempio dall’ordinanza:
“Qualche incongruenza nel racconto si riscontra quando Bossetti afferma di ricordare i suoi movimenti la sera dcl 26.11.2010 perché proprio quella sera aveva visto di fronte al centro sportivo di Brembate dei furgoni con delle grosse parabole e di essere stato attirato da tale presenza.
Ha poi precisato di non essere sicuro che il giorno fosse il 26 novembre potendo forse essere il 27 novembre 2010.
Affermazione che andrà verificata nel proseguo delle indagini dato che la denuncia della scomparsa di Yara Gambirasio avviene la mattina del 27.11.2010, quindi difficilmente tali furgoni dotati di parabole possono essere collegati a mezzi di telecomunicazioni ivi presenti a causa della scomparsa di Yara Gambirasio.”

La “contraddizione” di Bossetti si è originata molto probabilmente proprio dall’aver confuso, in prima battuta, tra 26 e 27 novembre.
Interrogato dal GIP disse di ricordare cosa aveva fatto il 26 (cioè “essere andato al lavoro e tornato a casa passando per Brembate come tutti i giorni”) perché era stato colpito dalla presenza, nei pressi della palestra, di una serie di furgoni con grosse parabole relativi presumibilmente a mezzi di telecomunicazioni presenti sul luogo proprio per la scomparsa di Yara.
Ma è chiaro che non poteva essere il 26, ma il 27, perché solo in quella data la notizia fu diffusa.
Ecco infatti che poi Bossetti, riflettendo sul periodo in analisi, scopre che il 26 novembre era l’ultimo venerdì del mese, giorno da lui deputato, nel pomeriggio, alle commissioni, e lo dichiara alla PM, “contraddicendosi”, altro chiaro segno di colpevolezza, perché ovviamente tutti noi ricorderemmo cosa abbiamo fatto, ad esempio, il 19 agosto 2009 senza contraddirci.
Così come non andava bene la memoria di ferro, neanche la confusione trova il beneficio del dubbio.

Volendo proprio focalizzare l’attenzione sull’assenza dal cantiere di Massimo Bossetti in data 26 novembre 2010, bisognerebbe poi aggiungere due ulteriori considerazioni.
La prima è che si tratta di un elemento assolutamente neutro in quanto l’orario in cui si colloca l’aggressione alla piccola Yara è comunque incompatibile con i normali orari di lavoro di un muratore: in buona sostanza, giacché alle ore 18,30-19,00 un muratore ha già terminato di lavorare, il fatto che Massimo Bossetti quel pomeriggio fosse stato al lavoro non avrebbe potuto costituire un alibi in suo favore, ma allo stesso modo il fatto contrario non può ovviamente costituire un elemento a suo carico.
La seconda, di contro, è che questo elemento potrebbe essere perfino utile a scagionare Bossetti: infatti, tra i presunti indizi che deporrebbero contro quest’uomo, vi sono le polveri di calce rinvenute nell’albero bronchiale della piccola Yara, la cui presenza sarebbe, cito l’ordinanza del GIP, dovuta alla permanenza in ambienti “saturi” di calce ovvero “ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tale sostanza”.

Questo elemento è stato correlato alla professione svolta da Massimo Bossetti.
Ma se quel pomeriggio Massimo Bossetti non era al lavoro non poteva avere né mani né abiti imbrattati di calce.

In tutta questa caciara senza capo né coda la giustizia è andata, una volta per tutte, a farsi benedire, e in ottima compagnia: con essa, infatti, se ne sono andati il buon senso e l’umiltà di ammettere che i conti non tornano proprio e che ciò che si sta registrando è un palese accanimento verso un colpevole per forza, contro il quale, quando non sarà rimasto più alcun dettaglio della sua vita da distorcere e scarnificare, ci si ritroverà inermi con una piccola traccia di DNA che non potrà provarne la colpevolezza in quanto sarà impossibile dimostrarne al di là di ogni ragionevole dubbio che sia davvero correlata all’azione omicidiaria.

Una domanda, a questo punto, non si può non farla: questo processo mediatico senza precedenti è legittimo?

Abbiamo già visto più volte, in queste pagine, alcuni estratti dal titolo II del codice deontologico dei giornalisti, e ci siamo altresì soffermati sulla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che non lascia adito a dubbio alcuno sull’illegittimità di quanto da tre mesi si sta impunemente consumando sotto gli occhi attoniti e, ahimè, spesso conniventi, dell’intero Paese.

Ne approfitto allora per segnalare altresì la delibera dell’AGCOM (Autorità Garante per le comunicazioni) n. 13/08/CSP- Atto di indirizzo sulle corrette modalità di rappresentazione dei procedimenti giudiziari nelle trasmissioni radiotelevisive [3].
Leggendo il testo di intuisce immediatamente come queste regole siano state ripetutamente violate.
Perché nessuno interviene con le dovute sanzioni?
A questa domanda è impossibile rispondere, ma una cosa è certa: questo codice è stato violato e nessuno, ma proprio nessuno, ha minimamente ritenuto di dover intervenire.

“Considerato che i programmi televisivi mostrano la tendenza a trasmettere in forma spettacolare vere e proprie ricostruzioni di vicende giudiziarie in corso, impossessandosi di schemi, riti e tesi tipicamente processuali che vengono riprodotti, peraltro, con i tempi, le modalità e il linguaggio televisivo, ben diversi da quelli giudiziari, ricreando un foro mediatico non equilibrato che perviene ad una sorta di convincimento pubblico sulla fondatezza o meno di una certa ipotesi accusatoria, aggravato dal fatto che, nella percezione di massa, la comunicazione televisiva svolge una sorta di funzione di validazione della realtà;
considerato che la tecnica della spettacolarizzazione dei processi, che le trasmissioni televisive utilizzano a fini di audience, amplifica a dismisura la risonanza di iniziative giudiziarie con il rischio della degenerazione della trasmissione in una sorta di “gogna mediatica” a scapito della presunzione di non colpevolezza dell’imputato e, in ultima analisi, della tutela della dignità umana e del diritto al “giusto processo”, garantiti dalla nostra Costituzione e dai principi comunitari, costituendo una condanna preventiva, inappellabile e indelebile;
considerato che l’attenzione distorta, insistente e talora parossistica dedicata a taluni pur gravi fatti delittuosi comporta notevoli rischi di alterazione, vuoi sul versante della deturpazione dell’immagine vuoi sul versante di un’enfatizzata notorietà che regala a protagonisti negativi una celebrità distorsiva dei valori di una società civile;
considerato che non è da escludere o da sottovalutare il pericolo che una siffatta rappresentazione “mediatica” del processo -ispirata più dall’amore per l’audience che dall’amore per la verità in programmi delle principali emittenti televisive che occupano con grande ascolto la prima e la seconda serata- possa influenzare indebitamente il regolare e sereno esercizio della funzione di giustizia;
considerato che la vigente normativa sul sistema radiotelevisivo pone tra i principi fondamentali del settore la garanzia della libertà e del pluralismo dei mezzi di comunicazione, la tutela della libertà di espressione di ogni individuo (inclusa la libertà di opinione e quella di ricevere o di comunicare informazioni), l’obiettività, la completezza, la lealtà e l’imparzialità dell’informazione, nel rispetto delle libertà e dei diritti, in particolare della dignità della persona e dell’armonico sviluppo dei minori, garantiti dalla Costituzione, dalle regole di base dell’Unione europea, dalle norme e convenzioni internazionali e dalle leggi nazionali;
tutto ciò considerato, le emittenti radiotelevisive si attengono, in particolare, ai seguenti criteri:
a) va evitata un’esposizione mediatica sproporzionata, eccessiva e/o artificiosamente suggestiva, anche per le modalità adoperate, delle vicende di giustizia, che non possono in alcun modo divenire oggetto di “processi” condotti fuori dal processo. In particolare vanno evitati “processi mediatici”, che, perseguendo il fine di un incremento di audience, rendano difficile al telespettatore l’appropriata comprensione della vicenda e che potrebbero andare a detrimento dei diritti individuali tutelati dalla Costituzione e delle garanzie del “giusto processo”;
b) l’informazione, fermo restando il diritto di cronaca, deve fornire notizie con modalità tali da mettere in luce la valenza centrale del processo, celebrato nella sede sua propria, quale luogo deputato alla ricerca e all’accertamento della “verità”: dovranno pertanto essere seguite modalità tali da tenere conto della presunzione di innocenza dell’imputato e dei vari gradi esperibili di giudizio, evitando in particolare che una misura cautelare o una comunicazione di “garanzia” possano rivestire presso l’opinione pubblica un significato e una concludenza che per legge non hanno;
c) la cronaca giudiziaria deve sempre rispettare i principi di obiettività, completezza, correttezza e imparzialità dell’informazione e di tutela della dignità umana, evitando tra l’altro di trasformare il dolore privato in uno spettacolo pubblico che amplifichi le sofferenze delle vittime e rifuggendo da aspetti di spettacolarizzazione suscettibili di portare a qualsivoglia forma di “divizzazione” dell’indagato, dell’imputato o di altri soggetti del processo; deve inoltre porre sempre in essere una tutela rafforzata quando sono coinvolti minori, dei quali va salvaguardato lo sviluppo fisico, psichico e morale;
d) restando salva la facoltà di sviluppare sui temi in esame dibattiti tra soggetti diversi dalle parti del processo nel rispetto del principio del contraddittorio ed assicurando pari opportunità nel confronto dialettico tra i soggetti intervenienti, vanno evitate le manipolazioni tese a rappresentare una realtà virtuale del processo tale da ingenerare suggestione o confusione nel telespettatore con nocumento dei principi di lealtà, obiettività e buona fede nella corretta ricostruzione degli avvenimenti;
e) quando la trasmissione possa inferire sui diritti della persona, l’informazione sulle vicende processuali deve svolgersi in aderenza a principi di “proporzionalità”, accordando pertanto alle informative e alle analisi uno spazio equilibratamente commisurato alla presenza e all’entità dell’interesse pubblico leso e raccordando la comunicazione al grado di sviluppo dell’iter giudiziario, e quindi al livello di attendibilità delle indicazioni disponibili sulla verità dei fatti.”

Se dovessi fare un pronostico sul caso Yara Gambirasio, dovrei dire che, a mio parere, al colpevole non si arriverà mai.
Contro Massimo Bossetti non emergerà alcun elemento univoco e gli inquirenti resteranno (come già sono) con in mano il solo DNA.

Il DNA, quand’anche l’estrazione fosse ripetibile (qualora non lo fosse sorgerebbe un evidente problema in quanto le prove si formano, ai sensi della disciplina codicistica, in contraddittorio) e desse i medesimi risultati, in traccia unica, non sarà sufficiente a superare il ragionevole dubbio, e così, se non in primo grado perlomeno in appello, Massimo Bossetti verrà assolto.
Nel frattempo la sua vita sarà stata rovinata, e a causa delle pressioni mediatiche il messaggio che passerà a livello di opinione pubblica sarà che il giudice ha assolto un colpevole.

Una verità processuale non sempre corrisponde ad una verità sostanziale, e questo è un dato di fatto.
Nel nostro ordinamento, il principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” non è applicabile in relazione alla difesa, ma solo all’accusa, e ciò sta a significare che l’ordinamento deve necessariamente prediligere, nel dubbio, l’assoluzione di un colpevole piuttosto che la condanna di un innocente.

L’accusa deve vincere la presunzione d’innocenza “oltre ogni ragionevole dubbio”, nel senso che il teorema accusatorio deve resistere ad obiezioni e spiegazioni alternative prospettate dalla difesa.
La difesa invece non soggiace al limite del “ragionevole dubbio”, ma può vincere il teorema accusatorio “semplicemente” prospettando alternative che siano possibili in rerum natura e non impossibili o estremamente improbabili nel caso concreto, senza altra limitazione.

Questo perché l’ordinamento opera una scelta: il non trovare un colpevole per un fatto delittuoso denota un fallimento del sistema, ma la condanna di un innocente implica la -ben peggiore- criminalizzazione del sistema stesso, nel momento in cui va a compromettere erroneamente un principio inviolabile quale la libertà personale.

Per me che credo nell’innocenza di Bossetti alla luce delle mie analisi del caso che mi portano a ritenere del tutto inverosimile il castello accusatorio, verità processuale e sostanziale, se le cose andranno in questo modo che ho prospettato, collimeranno.

Ma la vita e la dignità di un individuo saranno irrimediabilmente distrutte.
E a quel punto non varranno a salvarci dall’onta di aver avventatamente linciato un innocente né le parole pronunciate in prima serata dal signor Carmelo Abbate che, avendo evidentemente già sentenziato (non si sa su quali basi), sostiene che la Procura abbia nientemeno che “un quadro indiziario completo” (salvo, ovviamente, lasciar cadere nel dimenticatoio la richiesta di giudizio immediato sbandierata nei primi giorni), né la pretesa possibilità di una reiterazione del reato che giustifichi la custodia cautelare (che è chiaro a tutti, tranne che alla Dott.ssa Maccora, non sussistere in alcun modo), né quella pericolosa forma di autosuggestione che spinge i più a rifiutare tout court il garantismo in quanto significherebbe mettere in dubbio la bontà della macchina giudiziaria.

Scrive il Prof. Eraldo Stefani che:
“E’ naturale che in ognuno di noi ci sia una forte resistenza a credere che la giustizia, non possa e non debba mai sbagliare; essa infatti assicura, attraverso l’osservanza della legge, l’ordine fra i consociati e dunque assicura la sopravvivenza della società stessa ed il suo miglioramento sotto il profilo dei valori.
Perciò ammettere l’errore da parte dell’istituzione preposta ad assicurare l’ordine, pone in dubbio la solidità dell’ordine stesso e con esso la nostra sopravvivenza.
(…)
Di qui l’esigenza talvolta di trovare un colpevole, a tutti i costi, come se la macchina della giustizia dovesse dimostrare di aver svolto il proprio compito portando un risultato concreto, come se la società che guarda attonita l’orrore del delitto trovasse una sorta di rassicurazione e compensazione per la perdita subita, attraverso l’individuazione di un capro espiatorio, più o meno effettivamente colpevole.
Tuttavia, la tranquillità che infonde una condanna, o un’assoluzione, se non supportata dalla verità, può diventare la più destabilizzante delle menzogne.”

La conclusione del caso Yara-Bossetti metterà l’Italia intera con le spalle al muro, ognuno con le proprie responsabilità.
Massimo Bossetti, stante l’attuale quadro che non potrà reggere al dibattimento, sarà assolto: quella singola traccia biologica avulsa da un quadro di indizi concreti ed univoci non potrà mai dimostrare la sua colpevolezza.
Il quadro indiziario, comunque la si rigiri, è estremamente debole, e se nei giornali ed in tv, non essendoci contraddittorio, sembra tutto semplice, in un’aula di Tribunale sarà invece terribilmente complicato per la Procura fare reggere una costruzione ai limiti del teatro dell’assurdo, e non saranno certo i maldestri tentativi di cercare indizi ridicoli in tutto e il contrario di tutto a venire in soccorso: la saggezza popolare lo sa da tempo, salvare capra e cavoli è impossibile, e lo è ancor di più se insieme a capra e cavoli si vuole salvare pure la faccia.

Massimo Bossetti verrà dichiarato innocente.
E a quel punto, purtroppo, sarà l’Italia intera a scoprirsi colpevole.

Alessandra Pilloni


1- Videosimulazione furgoni del Dott. Ezio Denti:
-Filmato comparativo girato con i fari abbaglianti:
http://www.ecodibergamo.it/videos/video/1005929/?attach_m
-Filmato comparativo girato con i fari anabbaglianti:
http://www.ecodibergamo.it/videos/video/1005930/?attach_m

2- Testuale dichiarazione del Prof. Novelli, genetista che ha svolto le analisi, alla Stampa:

«A quel punto ci si è chiesti se la quantità ricavata fosse sufficiente per sottoporla a successive analisi che avrebbero permesso di confermare la natura biologica del campione: sangue, urina, sperma e così via. Ma, vista la quantità esigua e il rischio di compromettere quell’unica traccia, si è deciso di proseguire direttamente con le analisi del Dna»

http://www.lastampa.it/2014/06/18/scienza/tuttoscienze/polimorfismi-e-computer-cos-ho-letto-il-dna-dove-c-la-firma-del-killer-di-yara-TgU7fRRT7WuexElqtPCMoN/pagina.html

3- Delibera dell’AGCOM n. 13/08/CSP: Delibera 13-08-CSP

La necessità di cautela nell’uso del test del DNA per evitare la condanna di innocenti, del Prof.Michael Naughton, Università di Bristol – Sintesi di Rocco Cerchiara

dna_crime

Nel ringraziare tantissimo Rocco Cerchiara per il (non semplice) lavoro di traduzione e sintesi, inserisco in questo articolo uno studio del Prof. Michael Naughton, dell’Università di Bristol.
Vorrei farlo precedere, però, da una premessa fondamentale.
I più informati, leggendo questo testo, capiranno che solo una piccola parte delle considerazioni ivi presentate può essere raffrontata al caso del quale ci occupiamo in questo blog.
Allora, perché inserirlo integralmente (o quasi)?

Perché chi scrive ritiene che sia necessario uno sforzo collettivo al fine di diffondere qualche conoscenza base, di stampo giuridico ed in particolar modo in relazione alla cosiddetta prova scientifica, in quanto la vicenda relativa al signor Massimo Bossetti sta mostrando la diffusione, nell’ambito di una parte consistente dell’opinione pubblica, di una totale assenza di conoscenze sull’argomento.
La non conoscenza di un argomento, di per sé, non è nulla di cui vergognarsi: tutti noi abbiamo delle lacune più o meno profonde in alcuni ambiti; diviene però estremamente insidiosa quando si trasforma in una “conoscenza sommaria” e del tutto presunta che porta a vergognose condanne di piazza.

Ieri, dopo le ferie estive, è tornata la trasmissione Quarto Grado.
Non mi dilungherò troppo in questa sede, in quanto la puntata “merita” una disamina apposita che mi riservo di inserire nei prossimi giorni.

A proposito di condanne di piazza vorrei unicamente segnalare le reazioni, ai limiti dell’incredibile, verificatesi nel corso della puntata sulla pagina facebook di Quarto Grado, che -mentre in TV si perpetrava la solita macelleria messicana, con tanto di imbarazzanti pantomime nelle quali c’era perfino un’attrice che impersonava la signora Comi, e della quale venivano ripetutamente inquadrate le gambe- aveva l’ardire di pubblicare un simile “stato”:

quartogradoE se massimo (nome proprio scritto con la minuscola loro) Bossetti stesse dicendo la verità? Se fosse davvero innocente?
Una domanda bizzarra visti i toni del processo mediatico in pieno svolgimento, ma le reazioni sono state tanto deliranti da superare ogni aspettativa: si va da (errori sintattici e grammaticali riportati testualmente) “se lui e inocente io sono la madona ma per favore”, a “si innocente e io sono vergine”, fino al solito capovolgimento dell’onere probatorio con “lui deve spiegare cosa ci faceva il suo dna sulla piccola punto il resto della sua vita non c’è ne frega” e “con una mamma così bugiarda… il figlio nega come la madre… tutti bugiardi! !! Pero una bambina e stata uccisa e deve avere giustizia! !!!”, o ancora il must “il DNA non mente! E’ colpevole!!!” (da quando il DNA indica di per sé colpevolezza?).

La domanda che mi sorge è se davvero l’Italia è tutto questo.
La scarsa conoscenza di un argomento non è un crimine, ma condannare un uomo sulla base della propria ignoranza, specie se, in un’epoca nella quale chiunque può facilmente informarsi sui principi basilari del nostro diritto, l’ignoranza è una scelta, dovrebbe esserlo, tanto più che, nel delirio mediatico, c’è perfino chi crede di conoscere risultati di un test mai effettuato:

testDavvero un’ampia fetta dei miei connazionali sarebbe pronta a condannare un uomo su queste basi?

Per oggi non indulgerò oltre su questi aspetti, tuttavia, dal momento che in questo articolo si parla specificamente di DNA, vorrei cominciare a fare un breve commento delle dichiarazioni rese, nel corso della puntata, dal Gen. Garofano, ex comandante del RIS.

Il Gen. Garofano avrebbe dovuto, almeno secondo le intenzioni, chiarire alcuni dubbi dei telespettatori sul DNA.
Le sue dichiarazioni possono essere compendiate in questo modo:
1- il DNA è certamente di Massimo Bossetti;
2- l’ipotesi di una contaminazione appare poco logica e poco sostenibile, se non fantascientifica;
3- “il DNA non vola”.

Dal momento che non amo pronunciarmi su ciò che non conosco e non posso conoscere, e non avendo ad oggi alcun elemento tale da sollevare dubbi in merito, evito volontariamente di mettere in discussione il primo dei tre punti.

Il secondo e il terzo punto, di contro, sono senz’altro meritevoli di approfondimento.
Con tutto il rispetto per il Gen. Garofano e la sua divisa, infatti, non ci si può esimere da alcune considerazioni (in relazione alle quali resto disponibile a qualsiasi confronto o smentita).
Ritenere poco logica una contaminazione della traccia biologica nel contesto specifico di cui si tratta, a qualcuno potrebbe infatti apparire ben più fantascientifico dell’ipotesi stessa.

Sappiamo bene che gli inquirenti ritengono che la piccola Yara sia morta a Chignolo, e sia dunque rimasta, per ben tre mesi, all’aperto, con la ferita (nella parte posteriore del corpo, sull’area di un gluteo) sulla quale è stata rinvenuta la traccia di “Ignoto1” a contatto con la nuda terra, sulla quale in tre lunghi mesi invernali si sono abbattute forti piogge.

Stavolta, sorvolerò sul fatto che, fino a meno di un anno fa, tutte le fonti concordassero nel definire “esigua e deteriorata” la traccia di DNA di Ignoto1, e mi limiterò a sottolineare che ci sono diversi studi sul tasso di decadimento del DNA esposto a determinate condizioni fisico-chimiche, e in nessuno di questi (se vi fosse anche un solo studio attestante il contrario sono pronta a fare pubblica ammenda) viene prospettato il caso di una traccia di DNA rimasta integra e non contaminata se esposta al contatto con acqua, terra e/o sole per tre mesi.

“La quantità di DNA recuperato da buffy-coat su superfici all’aperto dopo due settimane diminuisce di circa la metà, dopo sei settimane è trascurabile. Dopo due settimane non possono essere ottenuti profili” (Raymond e altri, FSI dic. 2009).
(Nel testo originale: “The amount of DNA recovered from buffy coat on the outdoor surfaces declined by approximately half over two weeks, to a negligible amount after six weeks. Profiles could not be obtained after two weeks”).

Ancora, si potrebbe citare uno studio pubblicato su Forensic Science International nel 2009 (Effect of blood stained soils and time period on DNA and allele drop out using
Promega 16 Powerplex kit, M.S. Shahzad, Ozlem Bulbul, Gonul Filoglu, Mujgan Cengiz, Salih Cengiz, Institute of Forensic Science, Istanbul University, Turkey) [1].

Questo studio è stato effettuato sul terreno secco (dunque, in assenza degli effetti ancor più compromettenti della pioggia), ed evidenzia come dopo soli 30 giorni il DNA derivante da traccia ematica sia estremamente esiguo, contaminato, deteriorato ed estremamente difficile da amplificare.
Da queste tracce di DNA non si è riusciti ad estrarre un profilo.
Dopo 30 giorni.
Come può allora, una traccia di DNA di natura che si suppone (per esclusione) essere ematica, aver resistito, a contatto con il terreno bagnato per ben novanta giorni, restituendo un profilo e presentandosi addirittura come “abbondantemente cellularizzata”?

Il corpo della povera Yara è davvero rimasto a Chignolo per tutto quel tempo?
La traccia di DNA di Ignoto1 è davvero stata depositata contestualmente all’omicidio e non in seguito?

Il solo supporre che la traccia sia stata depositata contestualmente all’omicidio e che il cadavere sia rimasto per 90 giorni all’aperto sembra sfidare la scienza.
Ma ammettiamo che per la presenza di qualche circostanza particolare ciò sia potuto avvenire.
Nella fantascientifica (questa sì) ipotesi in cui ciò sia avvenuto, è davvero così “poco logico” ritenere, che la traccia fosse, perlomeno, contaminata?

Veniamo al terzo punto, ossia al DNA che “non vola”.
Su questa ormai tristemente nota frase fatta mi ero già espressa precedentemente e in termini piuttosto robusti nell’articolo Il DNA vola… Ma non parla! Quando il circo mediatico va a nozze con la fiera della banalità.

Tuttavia, se quando questa frase è pronunciata da un opinionista senza competenze specifiche in ambito scientifico si può sorvolare, non si può fare altrettanto quando a pronunciarla è un ex comandante del RIS.

Ribadendo il mio pieno rispetto al Gen. Garofano, se tali considerazioni dovevano considerarsi una risposta alle domande dei telespettatori, anche io avrei una domanda: cosa significa, esattamente ed in termini scientifici, che il DNA non vola?

Perché non affrontare la questione in termini scientifici?
Perché nessuno afferma che “il DNA non è trasportabile”?
Perché tutti i testi dicono il contrario, ossia che il DNA è trasportabile (ho inserito io stessa diverse fonti sul trasporto del DNA)?

Allora, se il DNA è trasportabile, come tutti i testi sostengono, cosa significa “il DNA non vola”?
Il trasporto, o trasferimento secondario che dir si voglia, del DNA non solo è ipotesi scientificamente possibile, ma è anche ipotesi in relazione alla quale esiste già una casistica giudiziaria concreta.

Il criminologo Ezio Denti, ad esempio, ha illustrato un caso concretamente verificatosi, in cui il DNA di un uomo fu trovato sul corpo della vittima, uccisa a colpi di cacciavite.
L’uomo al quale era riconducibile il DNA, tuttavia, non era l’assassino: era semplicemente stato ferito in una rissa due giorni prima dell’omicidio, con lo stesso cacciavite poi usato come arma del delitto, ed il suo aggressore risultò essere il vero colpevole.

D’altro canto, che una traccia di DNA non sia di per sé prova di colpevolezza non è solo conseguenza logica della trasportabilità del DNA (o del fatto che il DNA possa essere esito di un contatto del tutto “innocente”), ma è anche un dato di fatto talmente evidente che non si capisce neppure come sia possibile discuterne.

In effetti, quando nel 2011 venne isolata la traccia di DNA di Ignoto1, era la stessa PM Dott.ssa Letizia Ruggeri ad affermare, giustamente, ai microfoni di Chi l’ha visto?, che sarebbe stato imprudente affermare con certezza di essere in possesso del DNA dell’assassino.

Nel lasciarvi, finalmente ed in attesa del prossimo articolo, nel quale esamineremo estesamente la puntata di Quarto Grado e le teorie presentate, alla sintesi del testo del Prof. Naughton, vi auguro buona lettura, ribadendo ancora una volta l’invito ad eventuali contestazioni e confutazioni di quanto qui sostenuto,

Alessandra Pilloni


Michael Naughton

Senior Lecturer, Facoltà di Giurisprudenza e Facoltà di Sociologia, Politica e Studi Internazionali (Spais), Università di Bristol.

Gabe Tan
Assistente di Ricerca, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Bristol.

I profili di DNA (profili genetici) vengono ottenuti, nelle analisi forensi, dall’identificazione delle variazioni (note come alleli o marcatori) in regioni specifiche note come “loci” (s. locus) all’interno del genoma umano, i profili così ottenuti vengono aggiunti al NDNAD (Database nazionale del DNA) o confrontati con quelli in esso già presenti.
Nei primi anni della fondazione del NDNAD  si utilizzava un sistema di definizione del DNA noto come  Second Generation Multiplex (SMG) il quale misurava sei microsatelliti (Short Tandem Repeat) per produrre un profilo genetico.
Questo sistema veniva inizialmente ritenuto quasi infallibile  con una rivendicata probabilità di corrispondenza (cioè le probabilità di due individui che condividono lo stesso profilo SGM) di 1 su svariati milioni.

La fiducia nell’affidabilità della SGM tuttavia ebbe vita breve in seguito a casi di corrispondenza falsa o casuale come ad esempio quello di Raymond Easton:
Nel 1999 il quarantottenne  Easton, di Swindon, fu arrestato per un furto con scasso a Bolton, a 200 chilometri da casa sua, dopo che  un profilo SGM prodotto dal DNA  recuperato dalla scena del crimine si rivelò corrispondente al suo già inserito anni prima nel NDNAD in seguito ad un incidente domestico per il quale aveva ricevuto una segnalazione.
Sebbene Easton soffrisse di morbo di Parkinson e non potesse guidare (riusciva a malapena a vestirsi da solo)  la polizia e la procura erano convinti della sua colpevolezza a causa della corrispondenza apparente del DNA.
Le accuse contro Easton furono ritirate, tuttavia, quando le sue proteste di innocenza, supportate da forti alibi, costrinsero all’esecuzione di test più rigorosi con 10 punti di corrispondenza anziché 6 i cui risultati presentarono un profilo i cui 4 loci addizionali non corrispondevano a quelli del profilo di Easton.

Nello stesso anno, il sistema SGM a sei loci è stato cambiato in un 10-loci (SGM+) e si diceva che avesse un potenziale di discriminazione di oltre 1 su un miliardo fornendo quindi una stima più sicura.
Comunque non tutti i profili DNA recuperati dalle scene del crimine e caricati nel NDNAD  sono profili completi SMG+ provenienti da singole fonti.
Il più delle volte  si tratta di campioni di DNA  parziali, degradati o misti e per lo più in piccolissime quantità; per ovviare a queste limitazioni, in anni recenti, sono stati sviluppati test come il Low Copy Number (LCN) il quale può produrre un profilo da quantità di DNA minori rispetto a quelle richieste da SGM ed SGM+ e le prove ottenute da DNA misto sono state ammesse nei tribunali.

In questo contesto questo documento vi mostrerà che tale utilizzo del DNA e dei database del DNA può produrre risultati che possono potenzialmente causare l’arresto e la condanna di persone di fatto innocenti.

Low Copy Number  DNA:

Dal 1999 il LCN può produrre un profilo a partire da sole 15-20 cellule laddove ad SMG ed SMG+ ne occorrono almeno un centinaio permettendo dunque di ottenere un profilo da quantità di materiale biologico infinitamente piccole come ad esempio da cellule della pelle o da residui di sudore presenti in una singola impronta digitale o reperibili sugli oggetti toccati dal donatore o da quelli con cui è entrato in contatto.
Ma questa grande sensibilità è accompagnata da una serie di rischi in quanto può sviare le indagini e/o portare a possibili errori giudiziari.

Primo – il numero di cicli di reazioni a catena della polimerasi (Polymerase Chain Reaction – PCR) deve essere sensibilmente  aumentato per ottenere  profili con la LCN, il che amplifica notevolmente il rischio di errori dovuti alla contaminazione  e  anomalie di tipo statistico.

Secondo – anche se un profilo di DNA è prodotto con accuratezza, ci sono difficoltà legate alle proposizioni e alle interpretazioni che si possono trarre dall’analisi dei risultati.
Dato che il profilo DNA LCN può essere ottenuto dalle cellule  lasciate dal singolo tocco di un individuo innocente non connesso al crimine e prima del crimine può facilmente verificarsi un fenomeno comunemente noto come “ trasferimento accidentale “

Terzo – Bassi livelli di DNA possono anche derivare da trasferimento secondario.
Per esempio se il perpetratore che è un cattivo dispersore di DNA ha, prima del crimine, un contatto casuale con un innocente che è un buon dispersore di DNA  il perpetratore può lasciare sulla scena del crimine una traccia di DNA appartenente all’innocente senza spargere nessuna delle proprie cellule.

I limiti della LCN sono stati messi in risalto in seguito al proscioglimento di Sean Hoey, alla fine del 2007, inizialmente accusato dell’attentato dinamitardo rivendicato dal Real Irish Republican  Army (RIRA) ad Omagh in Irlanda del nord nel 1998 e che causò 29 morti e più di 200 feriti.
All’epoca dell’arresto di Hoey, più di 8 anni dopo l’attentato, la Royal Ulster Constabulary  (RUC) era sotto forte pressione da parte del pubblico perché trovasse i colpevoli dato che tutti i 12 uomini arrestati nel settembre del 98 erano stati rilasciati senza accuse.
Ulteriori 7 persone vennero arrestate l’anno successivo ma solo uno di loro venne condannato, Colm Murphy.
Tuttavia nel 2005 la condanna di Murphy venne revocata a causa di irregolarità delle prove contro di lui.
Hoey venne accusato nel 2005 sulla base di un apparente collegamento tra il suo DNA e quello ritrovato su molti oggetti sulla scena del crimine; queste prove vennero comunque screditate dai periti della difesa,i professori Allan Jamieson e Dan Krane sulla base del fatto che i risultati del test  LCN possono essere molto facilmente distorti e in generale soggetti a contaminazione.
Le conseguenze dell’assoluzione di Hoey portarono alla stesura di un rapporto, da parte dell’Autorità Regolatrice delle scienze forensi in cui veniva affermato che il test LCN è “adatto allo scopo” anche se “migliori pratiche standard” scarseggiavano.
Ne conseguì una sospensione dell’utilizzo del test LCN dato il dubbio sollevato tra le forze di polizia sulla sua affidabilità.

Ma in seguito il Crown Prosecution Service (CPS) effettuò un cosiddetto “ esame precauzionale interno” dei casi in cui era coinvolta la la LCN tra il 21 dicembre 2007 e il 14 gennaio 2008 che lo portò a dichiarare di non aver trovato nessun particolare problema e quindi a reinstituire l’utilizzo della LCN stessa  lasciando però alcune domande cruciali senza risposta:
– perché era un esame intero e non un più esteso e trasparente esame dei 21000 casi in cui la LCN era stata utilizzata?
– perché questo esame era stato condotto nel periodo di Natale e Capodanno quando pochi casi potevano essere, ovviamente, inclusi?
-quanti casi erano stati alla fine effettivamente esaminati?

Probabilmente, l’approccio adottato dal CPS rivela un impegno a mantenere condanne penali a scapito del tentativo di scovare possibili condanne  errate e di mettere in atto i protocolli necessari per impedire che se ne potessero verificare in futuro.

Più di recente, un parere su come i tribunali dovrebbero occuparsi di analisi del DNA LCN  è stato espresso nei ricorsi combinati di David e Terence  Reed e Neil Garmson  tra continue preoccupazioni sulla sua affidabilità. Nel complesso il giudizio è stato :
“(…) Una sfida alla validità del sistema LCN non dovrebbe essere più consentita in quei procedimenti in cui la  la quantità di DNA analizzato è superiore alla soglia stocastica di 100-200 picogrammi [con picogrammo si intende un  millesimo di miliardesimo di grammo] in assenza di nuove  prove scientifiche.”

La decisione fissa così uno standard minimo per quando la prova del DNA LCN può essere considerata affidabile dai tribunali nei processi futuri e allo stesso tempo apre potenzialmente la strada alle contestazioni a condanne penali basate sul LCN se si riesce a dimostrare che è stato eseguito su campioni con quantità di DNA inferiori ai 100-200 picogrammi.

Tuttavia, i casi di R vs Reed e Reed; R vs Garmson sembrano inadeguati nell’affrontare la questione di come i tribunali devono gestire la prova del DNA LCN.

Gli appelli in genere hanno a che fare con i motivi dell’appello che alla fine vengono presentati dagli appellanti nelle loro contestazioni alle condanne ricevute.
Nei casi R vs Reed e Reed; R vs Garmson anche se la prova LCN è stata presentata in entrambi i casi al processo la discussione sull’affidabilità della LCN è stata abbandonata dai tre appellanti o nei giorni precedenti il ricorso (Reed) o nella fase preliminare del ricorso.
Il metodo LCN era stato usato quando c’era in effetti una quantità sufficiente di DNA per effettuare un test SGM+  il quale è stato poi condotto sulla quantità di DNA disponibile  rimanente  confermando il risultato precedentemente ottenuto con la LCN presentato al processo di David e Terence  Reed.

Similmente la questione nel caso Garmson era relativa più alla presentazione e alla rappresentazione fuorviante di prove basate su DNA parziale o misto al processo e alle metodologie usate per illustrare e interpretare le prove piuttosto che al metodo LCN usato per ottenerle.

Visti in questa luce gli appelli illustrati sono discutibili.
Sembra che questa sentenza possa  essere letta più come una rappresaglia generale contro quello che il giudice ha visto come ‘attacco’ sull’affidabilità del DNA LCN nel caso R vs S.Hoey.
Questo potrebbe spiegare perché la testimonianza del dottor Bruce Budowle  e del  professor Allan Jamieson (la cui testimonianza sui limiti di LCN DNA era stata determinante per l’assoluzione di Sean Hoey per l’attentato di Omagh) era stata accolta dalla Corte d’Appello de bene esse, che significa “condizionalmente o ​​“in anticipo di futura necessità”’.

Come tale, il giudice ha colto l’occasione per affrontare la questione delle contestazioni all’affidabilità del DNA LCN indipendentemente dall’apparente mancanza di pertinenza del DNA LCN nella motivazione finali per gli appelli di Reed e Reed e Garmson.
Eppure non doveva tener conto di qualsiasi rilevanza che le prove accettata de bene esse possono avere sulla sicurezza delle condanne dei ricorrenti.

Questo sembra trasmettere una nozione di giustizia in contrasto con l’opinione pubblica anziché un vero e proprio tentativo di valutare l’affidabilità del DNA LCN per evitare future condanne illecite, la sentenza può essere concepita come un esplicito tentativo di disegnare una linea giurisdizionale di sfide in corso per l’uso del DNA LCN nel processo penale post-Hoey.

Ciò  legittima ulteriormente il suo uso continuo in indagini di polizia e dai CPS, nonostante i suoi limiti intrinseci.

Profili DNA parziali:

Anche i profili DNA parziali possono essere discutibili nelle indagini penali, anche se questo è ancora ufficialmente ammesso in forma di assoluzioni nei processi penali o condanne ribaltate.

È abbastanza comune che la quantità di DNA in un campione biologico recuperato dalla scena del crimine possa essere di quantità talmente piccola e / o così degradata che che né SGM + né LCN siano in grado di produrre un profilo del DNA completo.
Piuttosto si ottiene un profilo incompleto o parziale  analogo a quello ottenibile con la SGM sopra descritta,che non ha neanche i 10 loci di un profilo  SGM+ completo.
Infatti, il CPS riferisce  che circa il 50 per cento dei profili DNA, ottenuti da campioni recuperati dalle scene del crimine sono profili parziali.
Secondo gli attuali criteri del NDNAD perché un profilo possa essere caricato nel database deve avere almeno 8 markers STR, ciononostante anche i profili che contengono troppi pochi alleli per soddisfare i requisiti del NDNAD possono essere confrontati con quelli in esso già contenuti anche se non possono esservi inclusi.

L’uso di di profili DNA parziali per rafforzare il caso in un  procedimento penale e anche la condanna di di un sospetto già individuato, in particolare se vi sono altre forme preesistenti di prove per sostenere la sua colpevolezza, è di per sé non
problematico.
Ciò che può essere causa di preoccupazione è il caso in cui questa metodologia investigativa è invertita: piuttosto che confrontare il profilo parziale con quello di un sospetto già individuato lo si confronta con quelli presenti nel database usandolo come una specie di rete da traino per potenziali sospetti.

Questa pratica presenta almeno tre problemi chiave:
Primo – ovviamente se il profilo recuperato dalla scena del crimine non è completo è impossibile determinare con assoluta certezza se combacia realmente in toto con quello di un potenziale sospetto pescato nel database (Vedi l’esempio di Raymond Easton citato sopra).

Secondo – il confronto tra un profilo parziale con dei profili completi contenuti in un database accresce enormemente la probabilità di trovare corrispondenze multiple, un fenomeno verificatosi circa 50.000 volte dal 2001.

Terzo – il confronto di profili parziali trovati sulla scena del crimine con profili contenuti in un database o con quello di un potenziale sospetto aumentano di parecchio il rischio che innocenti vengano erroneamente indagati, sospettati o addirittura ingiustamente condannati.

Il CPS rende noto che :
Un sospetto non deve essere accusato esclusivamente sulla base di una corrispondenza tra il suo profilo DNA e un profilo del DNA trovato sulla scena del crimine, a meno che non ci siano motivi validi per farlo.

Tuttavia tali sospetti possono essere  tracciati, interrogati e casomai eliminati dalla lista, ma se non possono fornire un alibi in relazione ad un caso avvenuto per esempio anni o decenni prima o se hanno commesso in passato reati simili possono essere facilmente accusati e perfino condannati.
Nonostante le riconosciute limitazioni dell’utilizzo di profili DNA parziali la possibilità che un innocente possa essere condannato sulla base dei medesimi è più che concreta.
Contemporaneamente è estremamente facile che l’effettivo autore di un crimine possa sfuggire tranquillamente alla cattura se il suo profilo non è presente in un database.

Profili DNA misti.

I campioni di DNA raccolti su una scena del crimine non sempre provengono da un’unica fonte, piuttosto spesso il materiale biologico raccolto sulla scena del crimine può contenere DNA appartenente a più di una persona.
Nonostante ciò non c’è ancora un criterio generale che stabilisca come i profili DNA misti debbano essere interpretati.

Il National Policing Improvement Agency (NPIA) che è l’organo responsabile della supervisione del NDNAD fornisce, sul proprio sito web, la seguente descrizione di come i profili misti vengono trattati:

Se due persone lasciano il proprio DNA sulla scena di un crimine e questo DNA viene recuperato si può ottenere un profilo misto.
Ci sono regole severe per l’inserimento di un profilo nel NDNAD nel caso in cui sia stato ottenuto da DNA misto: se conosci il profilo DNA di un contributore è possibile rimuoverlo dalla mistura lasciando il profilo DNA dell’altro contributore. Questo è possibile quando i DNA della vittima e quello dell’aggressore sono mescolati insieme, l’eliminazione del DNA della vittima è sufficiente ad identificare il profilo DNA dell’aggressore.

Il problema di questa descrizione è che semplifica eccessivamente la complessità legata all’interpretazione di profili DNA misti, come detto in precedenza il DNA profiling è fatto comparando alleli in loci specifici. Tipicamente nel DNA proveniente da una singola fonte ogni locus contiene due alleli ognuno dei quali viene ereditato da uno dei due genitori. Un DNA misto è caratterizzato dalla presenza di tre o più alleli in un locus. Tuttavia dato che  vari individui possono condividere molti alleli è difficile dire con assoluta certezza quante persone hanno contribuito ad un profilo DNA misto.

Inoltre è spesso difficile identificare come contributore un sospetto.
Greg Hampikian fornisce un’utile analogia descrivendo il problema dell’analisi di campioni di DNA misti.
Per Hampikian, gli alleli possono essere visti come le lettere di un nome e il tentativo di identificare sospetti da profili misti può essere paragonato al tentativo di inchiodare un sospetto basandosi sul fatto che il suo nome possa derivare totalmente o, pensando ai profili DNA, parzialmente dalle lettere.
Utilizziamo noi autori come esempi, i nostri nomi sono MICHAEL JOSEPH NAUGHTON e GABE SI HAN TAN, se mescoliamo le lettere dei nostri nomi possiamo ottenere i seguenti nomi completi e questi sospetti non possono essere esclusi: CAIN and ABEL, JOSEPH STALIN, PLATO, TOM JONES e/o JANE AUSTEN, se invece cerchiamo tra i profili parziali i seguenti sospetti non possono essere esclusi TON(Y) BLAI(R),AM(Y) (W)INEHOUSE e/o MOTHE(R) THE(R)ESA.

Allo stesso modo, Jamieson afferma che un profilo DNA misto di due individui con i profili AB e CD (nonostante il fatto che più di una persona potrebbe condividere gli stessi alleli) risultino nel profilo ABCD misto che potrebbe produrre almeno sei
diversi potenziali contributori: AB, CD, AC, BD, AD e BC. Jamieson osserva che attraverso 10 loci, con due alleli per ogni contributore, ci sono oltre un milione di modi per interpretare una miscela di due contributori, cioè una miscela di DNA  derivante da due fonti potrebbe produrre un milione di possibili profili.

Come per altre prove basate sul DNA il significato probatorio di un presunto legame tra un individuo con un profilo DNA misto è comunemente misurato da quello che viene definito il “rapporto di verosimiglianza”, confrontando l’ipotesi dell’accusa che vede l’imputato come contributore di un profilo DNA misto con ipotesi alternative lo escludono.

Tuttavia, l’analisi di Jamieson delle relazioni DNA ha mostrato che gli scienziati forensi spesso non riescono a tener conto di altre possibili spiegazioni che escludono l’imputato.

Spesso non è evidente da cosa uno scienziato tragga l’opinione che favorisce una di queste opzioni rispetto a tutte le altre. Perlomeno la possibilità di altre interpretazioni dovrebbe figurare nei reports ma, tristemente, ciò non avviene.
Spesso ci imbattiamo in reports che riferiscono tutto ma ignorano ogni altra possibile interpretazione oltre quella che offre il miglior valore probatorio contro l’imputato.
La spiegazione più ovvia è che lo scienziato sia stato influenzato dalla conoscenza dei profili dei soggetti coinvolti, il denunciante e l’imputato.

Il rapporto di verosimiglianza derivato da questa modalità di valutazione statistica può essere sopravvalutato ed ha causato noti errori giudiziari negli stati uniti:
Nel 1993 Timothy Durham venne accusato dello stupro di una bambina ad Oklahoma City.
Durham al processo produsse 11 testimoni, inclusi i suoi genitori, che asserirono all’unanimità che mentre lo stupro avveniva, lui si trovava a Dallas, cosa confermata anche dalle ricevute delle carte di credito.
Ma l’accusa aveva dalla sua l’identificazione da parte della vittima e prove basate sul DNA, quindi Durham venne condannato.
Ma Durham ebbe fortuna: una parte del DNA prelevato dal seme ritrovato sulla vittima era ancora disponibile e la famiglia di Durham poteva permettersi le spese per rifare il test e così non solo lui venne escluso come fonte del DNA trovato sulla vittima ma venne dimostrato che il precedente test era sbagliato.

Similmente, nel 1998, Josiah Sutton venne identificato da una donna che era stata rapita e violentata da due uomini a Houston, Texas.
In seguito all’insistenza di Sutton sull’esecuzione di un test del DNA per essere  scagionato, vennero esaminati i campioni di sperma recuperati dalla scena del crimine.
Tuttavia, i test produssero una corrispondenza tra il profilo di Sutton e profili di DNA misti ottenuti dal tampone vaginale della vittima e da una macchia di sperma trovato sul sedile posteriore della sua auto, che il Dipartimento di Polizia di Houston Crime Laboratory sosteneva essere di 1 su 694.000.
Dopo aver scontato quattro anni e mezzo di condanna dei 25 ricevuti, la condanna di Sutton fu annullata quando un ulteriore esame del DNA mostrò non solo che la probabilità di una corrispondenza casuale era  in realtà più di 1 su 8, ma anche che la macchia di sperma trovata sul sedile posteriore della sua auto non apparteneva affatto a lui.

Conclusioni:

Il test del DNA non è infallibile e non ci sono limiti alla sua applicazione nelle indagini.
Come evidenziato dalla ricerca scientifica e nei casi discussi precedentemente, ci sono insidie ​​associate al NDNAD e all’uso dei test del DNA , vale a dire, LCN, profili di DNA parziali e misti, per condannare i sospetti di crimini. L’uso di tali mezzi ì, quindi, deve essere trattato con cautela al fine di evitare l’identificazione e la condanna illecita di individui innocenti.

Inoltre, il DNA, anche quando identificato con certezza, è la prova attendibile solo di un’associazione con una scena del crimine o con  la vittima di un crimine.
Non è una prova prima facie di colpevolezza per un reato penale.
Ci può essere anche una spiegazione del motivo per cui il DNA di una persona innocente viene trovato sulla scena del crimine.
Come tutte le prove traccia, il DNA è facilmente  trasferibile, non può essere datato, è suscettibile di contaminazione e può essere male interpretato.
Nonostante questi profili di fallibilità, gli investigatori e i tribunali penali sembrano similmente non prestare attenzione  a scienza e giurisprudenza sui difetti intrinseci nelle applicazioni di tecniche di genetica forense.

La conclusione generale che si può trarre da quanto precedentemente analizzato è che le persone che affermano di essere innocenti nonostante i test del DNA che li collegano ai reati per cui sono stati o condannati potrebbero benissimo star dicendo la verità.
Il DNA e i database del DNA non sono la panacea investigativa come invece popolarmente si crede.

La presunzione di innocenza che si dice essere al centro di tutte le indagini e delle azioni penali impone che ciò sia più adeguatamente riconosciuto e messo in pratica da parte del sistema di giustizia penale per evitare nuovi errori giudiziari e risolvere quelli che si sono già verificati.


1 – Effect of blood stained soils and time period on DNA and allele drop out using
Promega 16 Powerplex kit, M.S. Shahzad, Ozlem Bulbul, Gonul Filoglu, Mujgan Cengiz, Salih Cengiz, Institute of Forensic Science, Istanbul University, Turkey
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Henri Poincaré e la marmellata d’arance: cronistoria di un’arrampicata sugli specchi

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Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore
e i cui pastori sono guide cattive
Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi
i cui saggi sono messi a tacere
Pietà per la nazione che non alza la propria voce
tranne che per lodare i conquistatori
e acclamare i prepotenti come eroi
e che aspira a comandare il mondo
con la forza e la tortura
Pietà per la nazione che non conosce
nessun’altra lingua se non la propria
nessun’altra cultura se non la propria
Pietà per la nazione il cui fiato è danaro
e che dorme il sonno di quelli
con la pancia troppo piena
Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini
che permettono che i propri diritti vengano erosi
e le proprie libertà spazzate via
Patria mia, lacrime di te
dolce terra di libertà!

Lawrence Ferlighetti


Un ringraziamento particolare a Rocco Cerchiara per le preziose osservazioni su movente sessuale e pedofilia.

Pietà: la fallacia è servita, non c’è trucco non c’è inganno!

Non a caso esordisco con i celebri versi di Ferlighetti (spesso erroneamente attribuiti a Pasolini): vorrei farli miei, fermarmi un attimo e invocare pietà.
Pietà per ciò che da quasi tre mesi a questa parte l’opinione pubblica italiana si trova ad ascoltare, pietà per l’imbarazzo che suscita il vedere come un tristissimo caso di cronaca nera si stia vergognosamente trasformando in qualcosa di sempre più simile ad una barzelletta a puntate, pietà per un Paese che ha perduto, in un sol colpo, civiltà, capacità critica e buon senso.

“Una donna viene trovata strangolata e parzialmente bruciata nella sua casa.
Un DNA coincidente con quello del suo ex compagno – che sostiene di non averla vista per diversi mesi – viene isolato nel suo pigiama.
L’uomo afferma che il suo DNA deve essere arrivato attraverso i vestiti o i giocattoli del loro bambino. 
Gli credereste? Continuate a leggere prima di prendere la vostra decisione.”

Con queste parole esordisce un articolo del New Scientist (http://www.newscientist.com/article/mg21328475.000-how-dna-contamination-can-affect-court-cases.html#.VAiCi8V_vzl) pubblicato in data 13 gennaio 2012.

L’articolo prosegue con l’elencazione di alcuni esempi di trasporto del DNA, e si conclude con una considerazione del Prof.Peter Gill, scienziato presso l’Università di Oslo e precedentemente presso il Forensic Science Service del Regno Unito, che afferma:

“Penso che quando abbiamo a che fare con piccole quantità di DNA dobbiamo segnalare che un profilo di DNA corrisponde, ma come e quando sia arrivato lì proprio non lo sappiamo”.

Sebbene l’articolo sia incentrato principalmente sul cosiddetto touch DNA, spesso indicato in Italiano come DNA da contatto, cioè il DNA che viene generalmente lasciato toccando oggetti o persone, che secondo un recente studio dell’Università “La Sapienza” di Roma deriverebbe non -come si credeva- dalle cellule localizzate nello strato più superficiale della pelle per effetto del loro sfaldamento, ma dalle ghiandole sebacee, le considerazioni ivi esposte possono rivelarsi del tutto valide anche per il trasporto di DNA derivante da materiale biologico d’altra natura, passibile di trasferimento secondario.

“Il trasferimento secondario si verifica quando il DNA depositato su un elemento o una persona è, a sua volta, trasferito su un altro oggetto o su un’altra persona, oppure su un punto diverso dello stesso oggetto/persona.
Non c’è stato alcun contatto fisico tra il depositante originale e la superficie finale in cui si trova il profilo del DNA.
Qualsiasi sostanza biologica come sangue, sperma, capelli, saliva e urine
potrebbe essere trasferita in questo modo.”
(da Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, di Mariya Goray, Ece Eken, Robert J. Mitchell, Roland A.H. van Oorschot).

Ancora, nelle conclusioni dello studio del Prof. Michael Naughton, dell’Università di Bristol, “La necessità di cautela nell’uso della prova del DNA per evitare condanne di innocenti”, si legge chiaramente che:

“Il test del DNA non è infallibile e ci sono limiti alla sua applicazione nelle indagini.

Come evidenziato dalla ricerca scientifica e dai casi precedentemente esaminati, ci sono insidie associate alle banche dati del DNA e all’uso di alcune forme di DNA, come LCN, profili di DNA parziali e misti, per condannare i sospettati di crimini.
L’uso di tali mezzi di prova, quindi, deve essere trattato con cautela
al fine di evitare identificazioni errate e condanne di individui innocenti.

Inoltre, il DNA, anche quando porta a identificazioni corrette, è prova attendibile solo di un’associazione con una scena del crimine o una vittima di un crimine.
Non è una prova prima facie di colpevolezza per un reato penale.
Ci può anche essere una spiegazione del perché il DNA di una persona innocente venga trovato sulla scena del crimine.
Infatti, come altre prove, il DNA è facilmente trasportabile, non può essere datato, è suscettibile di contaminazione e può essere mal interpretato.
Nonostante questi profili di fallibilità, investigatori penali e tribunali
sembrano non essere riusciti a prendere coscienze dei difetti intrinseci nelle applicazioni tecniche del DNA mostrate dalla scienza e dai casi giudiziari.

La conclusione generale che si può trarre dalla precedente analisi è che è ben possibile che le persone che sostengono di essere innocenti nonostante la prova del DNA li colleghi ad un reato del quale sono accusate/condannate stiano dicendo la verità.

DNA e banche dati non sono la panacea dell’identificazione criminale come a livello popolare si crede.
La presunzione di innocenza che si afferma sia il cuore di tutte le indagini ed azioni penali impone che di questo si debba tener conto in maniera più
adeguata da parte del sistema di giustizia penale al fine di evitare errori giudiziari.”
(The need for caution in the use of DNA evidence to avoid convicting the innocent, THE INTERNATIONAL JOURNAL OF EVIDENCE & PROOF, 2011).

La vicenda relativa al signor Massimo Bossetti, ai più disillusi, fa tirare un sospiro di sollievo per l’assenza nel nostro Paese di una banca dati del DNA, in quanto da quasi tre mesi buona parte degli Italiani (e non mi riferisco ad un ipotetico idraulico che mentre beve un grappino al bar si lascia andare a qualche avventata considerazione sulla cronaca nera, ma anche ad una nutrita schiera di opinionisti che affollano i nostri salotti televisivi e giornalisti che tanto peso hanno nella formazione della cosiddetta opinione pubblica) sta facendo costante sfoggio di una tanto sconcertante quanto pericolosa disinformazione in materia.

Volendo indulgere a termini espliciti, il 99% degli Italiani sembra cascare a mò di pera cotta dinnanzi alla cosiddetta fallacia dell’accusatore, nota altresì come fallacia del condizionale trasposto, che può essere compendiata in questi termini [1]:

“Se X fosse colpevole
allora N sarebbe molto probabile;
se fosse innocente, allora N sarebbe molto improbabile;
ma si è verificato;
perciò è molto improbabile che X sia innocente,
ovvero è molto probabile che sia colpevole.”

Nel nostro caso, l’esempio concreto diviene “Se il DNA non fosse di Tizio, la probabilità che un’altra persona a caso abbia quei markers genetici è piccolissima, perciò è stato certamente lui”.

Cosa non quadra in questo ragionamento?
E’ semplice: la fallacia dell’accusatore si annida nel confondere la probabilità che il DNA sia di un determinato soggetto (rectius, che possa appartenere ad un altro soggetto su base casuale) con la probabilità che il soggetto sia colpevole.
In parole povere, una probabilità statistica viene attribuita ad una classe di fatti diversa da quella alla quale si riferisce.

L’esempio storico per eccellenza di fallacia dell’accusatore (con tanto di relativo errore giudiziario) è il caso Dreyfus.

L’accusa sostenne che un documento trovato dal controspionaggio francese in un cestino dell’ambasciata tedesca e scritto, per sua stessa ammissione, da Dreyfus, contenesse dei messaggi cifrati, poiché in quel documento le lettere dell’alfabeto comparivano con una frequenza diversa da quella con cui sarebbero comparse nella prosa francese “normale”.
Nel processo del 1894 lo scienziato forense Alphonse Bertillon calcolò la probabilità che quella particolare combinazione di lettere trovata nel documento si fosse prodotta in modo casuale, ossia supponendo che Dreyfus fosse innocente e non avesse scritto alcun messaggio cifrato.
Giacché dai calcoli di Bertillon tale probabilità risultò infinitesimale, si concluse erroneamente, sulla base della fallacia del condizionale trasposto, che dovesse essere infinitesimale anche la probabilità che Dreyfus fosse innocente.

Ma Dreyfus era innocente e la fallacia fu smascherata da Henri Poincaré nel secondo processo d’appello.

Oggi, come già visto in vari articoli precedenti, la fallacia dell’accusatore è tipicamente rilevata nei processi penali in relazione alla prova scientifica, ed in particolare al DNA.

Nel nostro caso, al Tribunale non si è ancora arrivati, e mi auguro non si arrivi, ritenendo personalmente che non vi siano elementi tali da giustificare neppure il rinvio a giudizio dell’attuale indagato, ma i media ci hanno regalato dei clamorosi, e spesso piuttosto imbarazzanti, esempi di fallacia del condizionale trasposto.
Uno dei più evidenti, in quanto colpisce perfino il titolo, è a firma Stefano Zurlo su Il Giornale in data 21 giugno, con evidente confusione della probabilità statistica relativa all’appartenenza del DNA con la probabilità statistica di colpevolezza.

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Poincaré si sarà intuibilmente rivoltato nella tomba più e più volte, in quanto non si tratta di un esempio isolato, anzi: la fallacia ha finito inesorabilmente per colpire anche tanti (troppi) garantisti, che si sono limitati unicamente ad ipotizzare la possibilità di un errore di laboratorio, dimenticando tout court che il DNA di per sé dimostra solo appartenenza e non colpevolezza e che l’onere della prova dovrebbe essere ancora a carico dell’accusa, che ben difficilmente riuscirà a dimostrare che quell’unica traccia, attribuita a Massimo Bossetti, sia indice di colpevolezza, non essendo emerso alcun corollario di indizi univoci a sostegno di tale ipotesi.

Da Poincaré alla marmellata d’arance, ovvero il movente tappabuchi che non c’è

“La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé”.
(Ennio Flaiano, Ombre grigie tratto dall’elzeviro sul Corriere della sera, 13 marzo 1969)

In data 19 giugno, sui polverosi scaffali della cancelleria di un Tribunale, con il deposito dell’ordinanza di non convalida del fermo e disposizione di custodia cautelare del GIP Dott.ssa Vincenza Maccora, è stato approssimativamente ed avventatamente impacchettato il destino di un uomo che si dichiara innocente, procedendo al sequestro della sua vita.

I media si sono affrettati, sulla base di una traccia di DNA interpretata come prova di colpevolezza secondo i tipici moduli della fallacia dell’accusatore, a cucire addosso a quest’uomo, papà di tre bambini incensurato e con una vita perfettamente ordinaria, la veste dell’assassino.
Nonostante l’estenuante lavoro di sartoria, però, dopo quasi tre mesi, quell’abito continua ad andargli stretto, e l’inchiesta arranca, aggrappandosi al gossip come ultimo colpo di reni.

Oggi è stato pubblicato su Panorama un articolo di taglio che definirei garantista, sia pure con qualche profilo di ambiguità, giacché ancora una volta, nessuno spiega ai lettori che il DNA è trasportabile e non indica colpevolezza.

Panorama

Vedasi qui: http://news.panorama.it/cronaca/Nessuna-nuova-prova-contro-Bossetti-Lo-si-inchiodi-sul-gossip

Dall’articolo si apprende che la signora Marita resta orfana del primo amante (che pare non esistesse), ma viene ribadito il secondo, in modo piuttosto discutibile: in primis poiché non si capisce da cosa derivi la certezza essendo la parola di questo signore (che a questo punto non so nemmeno se sia certa visto che il primo pare fosse inventato) contro quella della signora Marita, in secondo luogo perché una coerente critica al gossip, almeno in linea teorica, imporrebbe di evitarlo a propria volta.

Però, “Allegria!”, finalmente si è riusciti a dire ciò che io scrissi seduta stante, in data 23 agosto (mi fa fede l’articolo Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (seconda parte)), ossia che, in relazione all’indiscrezione sulla pedopornografia non è stato trovato né materiale pedopornografico né accessi a siti del genere, e che la ricerca su google delle parole “tredicenne” e “sesso”, attribuibile logicamente al figlio tredicenne o al limite ad un genitore che fa una ricerca per aiutare il proprio figlio adolescente ad affrontare un tema delicato, rimandi appunto a risultati google di forum per adolescenti, tra i quali spicca in prima battuta Yahoo Answers, dove sciami di ragazzini alle prese con le prime curiosità sul mondo del sesso pongono le loro domande, e non certo a materiale pedopornografico.
Davvero ci sono volute due settimane per arrivarci, ossia per capire che i siti pedopornografici sono illegali ed oscurati e non si raggiungono sicuramente dai motori di ricerca?
Meglio tardi che mai, dice il proverbio, ma in questo caso il ritardo, giacché si trattava di arrivare all’ovvio, è piuttosto imbarazzante.
Gli Italiani peccano notoriamente di creduloneria, e questa è cosa nota, ma che la “notizia” (senza offesa al concetto di notizia) come fornita da Repubblica fosse un nonsense logico era evidente sin da una prima lettura.

Nonostante questo, ancora ieri su Pomeriggio5, la signora Barbara D’Urso, anziché porsi la legittima domanda sul significato di una simile ricerca su Google in un mondo in cui qualsiasi adulto sa che la pedopornografia è reato e un certo tipo di materiale non si trova sui motori di ricerca e in una famiglia nella quale, guarda caso!, c’è un adolescente di tredici anni (e, guarda caso ancora una volta, la ricerca è stata effettuata proprio nel maggio di quest’anno e non certo nel periodo del delitto), ha preferito la frase ad effetto.
Mica ha cercato la ricetta della marmellata d’arance.

In realtà, si potrebbe malignare che anche se avesse cercato la ricetta della marmellata qualcuno vi avrebbe visto comunque un indizio di colpevolezza: possibile che la signora Marita, essendo una frana in cucina e trascorrendo troppo poco tempo ai fornelli, abbia ingenerato nell’uomo una spinta all’omicidio?
In fondo, non sarebbe certo un’ipotesi più ridicola della maggior parte di quelle sentite finora, dalle sopracciglia ossigenate (al di là dell’irrilevanza palese della questione, è chiaro che trattasi di un semplice schiarimento causato dall’esposizione al sole) alle cene in trattoria.

Il plauso va invece, e sentitamente, a Giangavino Sulas, che nello stesso salottino televisivo, scegliendo vesti impopolari piuttosto esplicite e ben argomentate (nonché coerenti, giacché la sua linea garantista è stata palese sin dall’inizio), ha espressamente dichiarato di essere convinto dell’innocenza di Massimo Bossetti.

Tornando al’articolo di Panorama, comunque, ciò che è apprezzabile è che viene sottolineato in maniera robusta che in due mesi gli inquirenti non hanno trovato un bel nulla e che il gossip è una palese arrampicata sugli specchi, che più passa il tempo più diviene clamorosa.

“Le indagini languono e gli investigatori corrono dietro a corna e mutandine”.

Fin qui ci siamo, e con il passare del tempo quella che all’inizio pareva una mera impressione dei soliti beceri garantisti sta diventando un’evidenza innegabile.

Causa di quello che appare ormai un buco nell’acqua è, a parere di scrive, un’inchiesta che, probabilmente a causa della sua intrinseca difficoltà (cosa della quale, per onestà, è assolutamente necessario dare atto senza se e senza ma), ha seguito direttrici irrituali e rovesciate focalizzandosi per anni su un’unica traccia biologica che non dava certezza alcuna di appartenere all’assassino della piccola Yara.
Quando la traccia è stata finalmente attribuita, dopo anni di mancati riscontri, l’entusiasmo ha avuto la meglio sulla prudenza e si è tratta la fallace conclusione che appartenesse necessariamente all’assassino, ma tale fallacia sta emergendo ora prepotentemente dall’assenza di riscontri probatori/indiziari univoci, giacché è chiaro che né gli elementi contenuti nell’ordinanza (come la cella telefonica di Mapello agganciata da Bossetti che è residente nientemeno che a Mapello) né quelli emersi in seguito e solertemente riportati da salotti televisivi e organi di stampa possano avere un nesso logico ed univoco con l’omicidio, apparendo anzi, spesso, molto problematici o ai limiti del ridicolo.

La stessa ricerca (infruttuosa) di elementi che possano suffragare un presunto movente sessuale è indice di grandi difficoltà a far quadrare i conti.
L’impressione è che si cerchi un movente sessuale come “tappabuchi”, nel senso che non trovando alcun nesso tra Yara e Bossetti, giacché non emerge un movente specifico in virtù del quale un quarantenne senza precedenti potesse avercela con una bambina che neppure conosceva, si è costretti a cercare una sorta di movente passepartout.
Il problema è che i conti non tornano lo stesso.

La scena del crimine non ha nulla che possa far pensare ad un movente sessuale e il sospettato sembra non avere alcuna caratteristica del sex offender.
Come già ribadito in articoli precedenti (in particolare vedasi i primi due punti diTra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).), l’omicidio a sfondo sessuale non è un atto posto in essere da un giorno all’altro da un soggetto clinicamente sano, ma un atto che trae origine da disturbi psichiatrici del soggetto agente e sul quale si “fantastica” per anni, specie nel caso di “predilezione” per vittime appena adolescenti.

Ad oggi, dopo quasi tre mesi di indagini, non risulta che sia saltato fuori nulla che faccia pensare a qualcosa del genere: non una ex che ne abbia raccontato strane abitudini o desideri sessuali, non una donna che abbia detto “quel signor Bossetti mi ha fatto più volte delle proposte/mi ha toccata/mi ha molestata”, non una sola adolescente che abbia detto che lui si fermava con la macchina e la guardava insistentemente o che abbia offerto passaggi o addirittura doni e piccoli favori in cambio di prestazioni sessuali di vario genere, neppure un amico intimo o conoscente che abbia parlato di una certa passione, anche solo occasionale, per le prostitute.

La casistica giudiziaria, in casi analoghi, indica che in tre mesi sarebbero venute fuori parecchie di cose del genere… Se ce ne fossero stati i presupposti.

Dalla perizia dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, citata in alcune sue parti anche nell’ordinanza del GIP, da tempo si sa che Yara è morta di stenti, di freddo, e comunque non dissanguata.
Yara non è morta dissanguata poiché nessuna delle lesioni è stata giudicata letale, nemmeno quella inferta alla gola.
Sulla ragazza non è stato riscontrato alcun segno di violenza sessuale, e il corpo è stato trovato completamente vestito.
Unico particolare, il reggiseno risultava essere slacciato, ma con i lacci “integri e resistenti alla trazione” (dalla relazione agli atti nella parte citata nell’ordinanza del GIP), sui quali non sono state rinvenute impronte di estranei né frammenti di cellule epiteliali.
Ciò rende abbastanza palese che si sia slacciato da solo, come spesso accade a causa di movimenti bruschi, soprattutto nel caso di reggiseni con le coppe preformate e le spalline sottili (come quello indossato da Yara, ripetutamente mostrato in TV).

Per quanto atletica, una tredicenne avrebbe potuto fare ben poco contro un muratore quarantenne determinato a stuprarla e ucciderla e lui, di contro, sarebbe andato fino in fondo o perlomeno avrebbe lasciato una scena del crimine ben differente (vittima nuda o parzialmente nuda, quantomeno leggins e mutande abbassati, sarebbero stati presenti segni di violenza sessuale abbastanza evidenti) e avrebbe ucciso con molta più determinazione: ferite da arma da taglio in numero maggiore e certamente mortali, colpi alla testa più violenti e ripetuti, segni di strangolamento (tipici degli omicidi a sfondo sessuale).

Le evidenze peritali sembrano suggerire che questo omicidio è stato invece commesso da qualcuno che si è trovato in serie difficoltà nel commetterlo, che ha usato il coltello con mano debole e malferma, che non era abbastanza forte e determinato per avere la meglio in breve tempo.

Il quadro dell’omicidio non sembra suggerire neppure uno stupro non riuscito, che avrebbe ingenerato una forte aggressività nell’agente (in casi di questo tipo, la correlazione sesso-aggressività è sempre marcata) in quanto non sembra esserci un overkilling dovuto alla rabbia e alla frustrazione di chi riesce dopo molto sforzo a sopraffare la vittima: in parole povere, in un caso del genere non sarebbero emerse ferite “relativamente superficiali”, ma di tutt’altro tipo.

Il modello bipartito proposto dall’FBI in relazione agli omicidi a sfondo sessuale mostra bene come le differenze siano irreconciliabili.
In tale frangente, si suole distinguere tra omicidio a sfondo sessuale organizzato e disorganizzato: ai due modelli corrispondono due distinti profili di sex offender e differenti caratteristiche della scena del crimine.
Al di là del fatto che il profilo dell’indagato non corrisponde né al sex offender organizzato né a quello disorganizzato, poiché da ciò che sappiamo della sua vita (cioè, “grazie” ai media, tutto) il Bossetti si colloca all’interno di una “media” personale più ordinaria tra i due estremi (sex offender organizzato: soggetto d’intelligenza spiccata, generalmente con famiglia, con livello di istruzione medio-alto, alta estrazione sociale, lavoro di medio-alta qualifica ma con tendenza a frequenti cambiamenti; sex offender disorganizzato: scarsa intelligenza, situazione familiare multiproblematica, basso livello di istruzione, disoccupazione, scarsa cura di sé), ancora una volta è l’analisi della scena criminis a far risultare molto problematica questa pista.
Nel caso di sex offender organizzato la scena criminis è sempre piuttosto chiara, mostra segni di limitazioni della vittima (nastro adesivo, bende, catene, corde, indumenti, manette, bavagli), che viene sottomessa prima di essere uccisa con
mezzi di costrizione  e soprattutto restano evidenti tracce di atti sessuali- che nell’omicidio sessuale organizzato sono sempre presenti e diretti.
L’offender disorganizzato sceglie invece le vittime in modo completamente casuale, tanto che le vittime del sexual offender disorganizzato sono delle vere e proprie “vittime del caso”, mai selezionate, ad esempio, sulla base di età o caratteristiche fisiche: in tal caso sarebbe molto difficile supporre un’ossessione dell’agente per la vittima, e del tutto inutile cercare riscontri in tal senso.
In questi casi, però, l’arma del delitto è di norma lasciata ben in vista nel luogo del delitto, l’attacco è d’impeto, aggressivo, segnato da atti sessuali dopo la morte, anche se spesso manca la penetrazione diretta della vittima (sostituita da penetrazione tramite oggetti).

In questo caso, la scena del crimine non ha lasciato nulla che rimandi ad un omicidio a sfondo sessuale, e la pista non trova alcun riscontro nel profilo personale dell’indagato.

Volendo per forza vedere un movente sessuale, purtroppo, si perdono di vista tutte le altre piste possibili.

Per restare in tema di omicidi a sfondo sessuale e DNA, volendo fare un esempio che mostri platealmente le differenze, si potrebbe citare il caso di Altemio Sanchez, stupratore ed omicida seriale americano che si muoveva nella zona di Buffalo.
Sanchez venne incastrato dal DNA: erano state isolate diverse tracce di sperma sulle vittime, e il suo DNA venne prelevato da alcuni agenti che lo avevano seguito allo scopo in un ristorante nel quale si era recato con la moglie (gli agenti sequestrarono allo scopo bicchieri e posate).
Nel caso di Sanchez, però, non solo le tracce repertate nei luoghi del delitto erano plurime e di natura chiara, ma il DNA fu la verifica finale di un quadro indiziario già molto forte: vi erano fibre, impronte parziali, descrizioni di vittime sopravvissute e di persone che frequentavano i luoghi dei delitti.
Questo per rimarcare come qua non si voglia contestare l’uso della scienza nel processo penale, ma i suoi metodi.
La prova scientifica utilizzata per confermare un quadro già univoco è un ottimo strumento nelle mani degli inquirenti, ma se avulsa da un corollario che possa avvalorarla rischia di essere uno strumento pericoloso per la libertà di individui innocenti.
Se la sorte di un uomo non si decide con un tiro di dadi e si vuole usare la scienza nel processo, la si deve usare cum grano salis, logica ferrea, e freddezza tale da evitare di cadere in comode fallacie.Il trasferimento di DNA secondario (e perfino terziario, in alcuni casi) non è fantasia o cavillo difensivo, ma è scienza, e di questo prima o poi qualcuno dovrà rendere conto alla totalità dell’opinione pubblica che si è vista presentare come prova regina qualcosa che tale non era e che si sta dimostrando unica roccaforte di una colpevolezza data immediatamente per certa, il 16 giugno, senza alcuna possibilità d’appello, e che invece si sta rivelando ogni giorno più insussistente.

L’onere della prova incombe sull’accusa!

PeterGill(estratto da Misleading DNA Evidence: Reasons for Miscarriages of Justice, del Prof.Peter Gill; indica la possibilità di diversi modi di trasferimento del DNA, ed evidenzia come nel DNA non vi sia alcuna informazione utile a identificare la modalità di trasferimento dello stesso).

Sono passati ormai quattro anni dal momento in cui, purtroppo, la piccola Yara ci ha lasciati.
Il bisogno di giustizia è forte, ma non sarà la “giustizia” sommaria a dare a Yara la pace che merita.
Non saranno i gossip sulle lampade solari o le tanto presunte quanto inverificabili ed inutili ai fini delle indagini corna della famiglia Bossetti a garantire giustizia ad una bimba strappata alla sua vita e al suo futuro in modo atroce.
E non sarà neppure il linciaggio mediatico o la condanna di un uomo contro il quale non sta emergendo alcuna prova, che anzi rischia di aggiungere ingiustizia ad ingiustizia e sofferenza a sofferenza.

EcoDiBergamoEntro martedì la difesa di Massimo Bossetti presenterà istanza di scarcerazione.

Nella speculazione giuridica dottrinale, negli ultimi anni, ci si è spesso interrogati sull’eventuale influenza dei media sul processo penale.
Questo blog è nato per invertire la tendenza, cioè per ripristinare uno spazio civile nel quale dare nuovo significato e nuovo valore ai principi dello stato di diritto che i nostri media hanno, in questo caso anche più del solito, abbondantemente calpestato.
In un articolo letto qualche tempo fa sul blog di Massimo Prati, Gilberto Migliorini scriveva, emblematicamente, questa frase:
“Che gli inquirenti non abbiano in mano niente è evidente, salvo per la stampa che si è buttata come al solito sull’osso cercando di rosicchiare tutto quello che si può rosicchiare, cioè centrifugando il niente.”

Ottanta giorni sono sufficienti a valutare la situazione, e a notare come il tempo non abbia fatto altro che confermare questa considerazione.
A carico di Massimo Bossetti non c’è nessun elemento univoco, e dunque, giacché gli indizi per inchiodare una persona alle proprie responsabilità dovrebbero essere univoci, principi di ascendenza illuministica, e non dell’altro ieri, vogliono che l’istanza che verrà presentata dai suoi legali venga accolta.
D’altronde, come già mostrato nell’articolo Ecce homo, ecce mutanda!, i presupposti per la custodia cautelare in carcere sembrano davvero discutibili ed insussistenti.

Un ulteriore passo avanti sarebbe quello di una globale rivalutazione, da parte della Procura, ma anche dei media e dei comuni cittadini, dell’intera vicenda, che potrebbe insegnare davvero tanto.
Una cosa fra tutte: la presunzione di innocenza è una conquista da difendere, ed esiste non come grida di manzoniana memoria affidata alla carta e senza alcun valore concreto, ma perché nei secoli il suo valore si è rivelato imprescindibile affinché la Giustizia possa ancora, a buon diritto, chiamarsi in questo modo.

Alessandra Pilloni


1- Il superamento della fallacia della trasposizione del condizionale attraverso un processo argomentativo–operazionale- congetturale, del Prof. Sergio Novani.