Torturatelo, torturatelo, vedrete che alla fine parlerà (di Tiziana Maiolo)

Riporto molto volentieri un articolo a firma di Tiziana Maiolo pubblicato stamane sul Garantista.
Nei prossimi giorni torneremo all’analisi della vicenda del caso Yara-Bossetti alla luce delle novità più importanti.
Prima di lasciarvi all’articolo della Maiolo, inserisco una breve anticipazione e considerazione: negli ultimi giorni, guardacaso a ridosso dell’interrogatorio previsto per ieri 24 novembre, nel quale Massimo Bossetti si è avvalso (e ha il pieno sostegno di chi scrive) della facoltà di non rispondere, era circolata la notizia secondo la quale una “supertestimone”, già nota all’epoca dei fatti, avrebbe riconosciuto in Bossetti uno degli uomini della sua testimonianza, ossia due uomini che, il giorno del delitto, avrebbe visto aggirarsi nei pressi dell’abitazione della piccola Yara.
Avevo provato a recuperare da fonti dell’epoca la testimonianza, notando non senza un certo sconcerto come facesse riferimento ad un uomo “robusto e tarchiato”: in definitiva, l’esatto opposto di Massimo Bossetti!
Come ormai abbiamo appreso, però, le bufale hanno le gambe corte, ed è così che ieri pomeriggio, nel corso de La Vita in Diretta, Lucilla Masucci ha intervistato telefonicamente la “supertestimone” la quale ha smentito categoricamente di aver mai dichiarato che l’uomo da lei visto fosse Bossetti.

La signora ha detto che l’individuo visto da lei era castano, non biondo, aveva il viso squadrato e… non era Bossetti.
Si è mostrata anche molto molto contrariata e ha detto di voler agire contro quei giornali che le hanno attribuito frasi inventate di sana pianta.

Appare dunque chiaro, a chi scrive, come si sia trattato dell’ennesimo episodio di notizia falsa diffusa ad arte al fine di esercitare indebite pressioni psicologiche sull’indagato.
Che la prassi sia questa, è stato d’altro canto affermato proprio ieri anche dai difensori del signor Massimo, i quali hanno espresso rabbia denunciando le “inaccettabili pressioni”- finalizzate ad ottenere una confessione- alle quali il signor Massimo sarebbe costantemente sottoposto, anche da parte di addetti alla sua custodia.

Qualche mese fa scrissi un intero articolo incentrato sulla fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen: alla luce degli sviluppi odierni, che mostrano una Procura ancorata alla flebile speranza di una confessione da estorcere in qualsiasi modo, credo si possa ormai dire con certezza che al nostro “re nudo” non siano rimaste neppure le mutande.
I difensori di Bossetti hanno detto che è arrivato il momento di finirla con l’atteggiamento collaborativo, e di certo non gli si può dar torto, posto che i contenuti del penultimo interrogatorio (che verteva, per giunta, sulla vita intima dell’indagato), furono dati in pasto ai giornali spingendo perfino il Garante della Privacy ad intervenire.
E’ evidente che il presunto “cavallo di battaglia” della pubblica accusa sia un cavallo zoppo, ed è altrettanto evidente che la Procura di Bergamo ne sia consapevole quanto me e i miei quattro lettori: è questa l’unica spiegazione alla tortura psicologica che Bossetti subisce da oltre cinque mesi a questa parte.
E allora ben venga la scelta di Bossetti di avvalersi della facoltà di non rispondere, tutelando in questo modo la sua presunzione d’innocenza e la sua dignità umana: e se la Procura vuole delle prove, se le cerchi… Ammesso che ci siano e non abbia preso -come qui sempre ipotizzato- un grosso, grosso granchio…
In attesa della prossima analisi, vi lascio all’articolo della Maiolo,

Alessandra Pilloni


Torturatelo, torturatelo, vedrete che alla fine parlerà (di Tiziana Maiolo)
Da Il Garantista, 25 novembre 2014

Se stanno sperimentando sulla cavia Bossetti una lenta forma di tortura che dovrà portarlo a una sorta di ritrovata pena di morte, lo dicano chiaro. Non si spiega diversamente il trattamento riservato al muratore bergamasco, unico sospettato dell’omicidio di Yara Gambirasio. Bossetti è in carcere da cinque mesi (di cui quattro trascorsi in isolamento totale) senza che sia stato ancora neppure chiesto il rinvio a giudizio. Si dichiara estraneo al delitto.

Fino a ora non esiste nei suoi confronti la “pistola fumante”, non c’è movente né arma del delitto. C’è l’esame del dna, e non è poco. Ma i magistrati non si decidono a chiedere il giudizio immediato, cioè quel rito processuale che consente di abbreviare i tempi, andando subito al dibattimento quando si ritiene si avere in mano solide prove. Ma ci sono le prove?

Così, mentre è ancora avvolta nel mistero la morte della ragazzina di Brembate, si avvicina la data che segna il triste ricordo del giorno in cui lei sparì, il 26 novembre di quattro anni fa. Un anniversario che forse il Pubblico Ministero pensava di ricordare con un colpo di scena, visto che si è presentata al carcere ieri mattina accompagnata da uno squadrone di investigatori degno delle grandi occasioni dal comandante del nucleo investigativo dei carabinieri al capo della squadra mobile di Bergamo fino a un certo numero di dirigenti del Ros e dello Sco. Che cosa significa questo schieramento? È motivato solo dalla necessità di mostrare unità tra gli investigatori, quella che non c’è stata nel corso delle prime indagini e tanti danni ho portato ai risultati?

O forse la rappresentante della Pubblica Accusa sperava nell’agognata confessione dell’indagato, che le avrebbe consentito di esibirla nell’anniversario della sparizione di Yara? Alle proteste dei difensori di Bossetti, che a quel punto si è avvalso della facoltà di non rispondere, è uscito subito allo scoperto il procuratore capo di Bergamo Dettori, che si è affrettato a rinnovare la fiducia nei suoi sostituti.

Il che pare alquanto singolare, visto che si tratta di persone da lui delegate e che della fiducia del capo dovrebbero godere sempre, senza bisogno di pubbliche manifestazioni. Rimane il fatto che le pressioni psicologiche sull’indagato perché confessi qualcosa che lui dice di non aver commesso si fanno sempre più insistenti. Una forma di tortura che abbiamo riscontrato solo nei processi contro la criminalità organizzata. Con risultati spesso tragici, con persone che hanno accusato altri, ma anche se stessi, per delitti non commessi.

Se l’esame del dna, unico indizio finora raccolto contro Bossetti, viene ritenuto sufficiente, si vada in giudizio. Altrimenti si proceda almeno alla scarcerazione. Ma le indiscrezioni che escono dagli inquirenti ci dicono che loro stessi hanno troppi dubbi.

Dopo aver detto ai quattro venti che il furgone di Bossetti era sicuramente in zona il giorno in cui Yara sparì, ora si scopre che stanno esaminando altre decine di furgoni simili. Nessuna spiegazione viene data inoltre al fatto che i tagli trovati sul corpo della ragazzina sono stati effettuati da diversi coltelli, forse impugnati da diverse persone, E come mai gli indumenti di Yara non sono tagliati nei punti corrispondenti alle ferite sul corpo?

E ancora: dove è morta Yara e di che cosa? Non per le ferite, forse di freddo. Ma il suo corpo è stato ritrovato supino, con braccia e gambe allargate e distese. Chi muore di ipotermia al contrario in genere si rannicchia, per proteggersi. E ancora non ci sono le analisi sui peli (senza bulbo, però) trovati vicino al suo corpo. Così come non si sa se ci sono tracce di Dna della ragazza sul furgone e l’auto di Bossetti. Evidentemente no, altrimenti un argomento così forte sarebbe stato già strombazzato ai quattro venti. E allora? E allora non resta che la speranza della confessione. Che i magistrati vogliono raggiungere a ogni costo.

Che cosa significherebbe se no il fatto che a Bossetti siano stati negati colloqui straordinari con i figli? Chi conosce il carcere sa quanto siano importanti per il detenuto i rapporti con il “fuori”, in particolare con la famiglia. Se si recidono quei legami, il carcerato entra in depressione, diventa più fragile, quindi più malleabile, più disponibile. È forse su questo che puntava il Pm Ruggeri quando, alle dieci del mattino, ha bussato al portone del carcere di Bergamo con il suo squadrone. Cosa da chiamare con urgenza Amnesty International.

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La questione delle celle telefoniche: tanto rumore per nulla?

“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato. 
[…]
K. prestò scarsa attenzione a questi discorsi, non dava gran peso al diritto, che forse ancora possedeva, di disporre delle proprie cose, molto più importante per lui era vedere chiaro nella sua situazione; alla presenza di quella gente, però, non riusciva nemmeno a riflettere, la pancia della seconda guardia – perché non potevano che essere guardie – lo urtava di continuo quasi amichevolmente, ma se alzava lo sguardo vedeva un viso secco, ossuto, con un naso grosso e storto, che non si accordava per niente con quel corpo grasso, che s’intendeva con l’altra guardia senza badare a lui. Che gente era quella? Di che cosa parlavano? Da quale autorità dipendevano? Eppure K. viveva in uno stato di diritto…”

(Da Il Processo, Franz Kafka)

Se in questo blog mi occupassi di politica, probabilmente dovrei usare l’espressione “convergenze parallele”.
La userò comunque, sia pure impropriamente, per definire un certo atteggiamento mediatico al quale stiamo assistendo in relazione a Massimo Bossetti.
Si tratta di un’espressione ossimorica, paradossale, in quanto secondo la logica comune ed i principi della geometria euclidea è impossibile che due rette parallele possano convergere.

Ieri qualcuno faceva notare, nel mio gruppo facebook, che per quanto riguarda il caso Bossetti, a differenza di quanto comunemente accade, non si leva una voce contraria neanche per fare dispetto alla TV rivale.

E’ come se nel caso di Bossetti una serie di posizioni divergenti avessero trovato un punto di raccordo: si va dai garantisti di facciata agli sciacalli mediatici in cerca di mostri e tragedie, dall’opinione pubblica arroccata nel suo tradizionale bisogno di un colpevole a chi, contestando il concetto di “famiglia tradizionale” ha trovato nell’immagine di un Bossetti “casa, Chiesa e famiglia” un perfetto capro espiatorio da strumentalizzare.

Un atteggiamento spesso sfociante perfino in un’escalation di violenza verbale e minacce sui social network, contro le quali nessuno ha ritenuto di dover prendere posizione.

Dal momento che ho già affrontato a più riprese la questione del DNA, e che oggi ho perfino avuto modo di leggere con piacere, sull’Espresso, un lungo ed accurato editoriale del Dott. Giancarlo De Cataldo che, con un’onestà intellettuale rara di questi tempi, invitava doverosamente ad un’estrema cautela, credo sia giunto il momento di affrontare un’altra tematica che ha provocato i più fragorosi rulli di tamburi e le più grottesche sviolinate di televisioni e stampa: mi riferisco alla questione delle celle telefoniche.

Prima di vedere come la tematica è stata affrontata, assai maldestramente, dagli organi di informazione, è necessario inquadrare la questione concreta nei suoi contorni reali, ossia sulla base di quanto emerge dagli atti.

Ecco dunque quanto risulta in merito dall’ordinanza del GIP Vincenza Maccora:
“In particolare risulta che Yara Gambirasio,che aveva a disposizione l’utenza *omissis* scambia tre sms”, rispettivamente alle ore 18,25-18,44 e infine 18,49.
“I primi due sms agganciano la cella di Ponte San Pietro, cella compatibile con la palestra di Brembate Sopra ove la ragazza si trovava, mentre il terzo sms viene agganciato dalla cella di Mapello, via Natta, area più lontana dalla palestra di Brembate, area opposta rispetto tragitto che la ragazza avrebbe dovuto fare per ritornare a casa e comunque compatibile con la presenza di Yara Gambirasio nell’area di Mapello”.

Come si collega tutto ciò con Massimo Bossetti?
La risposta la si ricava dalla stessa ordinanza:
“Infatti il pomeriggio della scomparsa di Yara Gambirasio l’utenza nr.
omissis, intestata a Bossetti Massimo, attivata il 03.01.2009, ha agganciato alle ore 17.45 la cella di via Natta di Mapello (BG), compatibile con le celle agganciate dall’utenza cellulare in uso a Yara Gambirasio nello stesso pomeriggio, prima della sua scomparsa, dato
che anche il cellulare della ragazzina risulta abbia agganciato la sera del 26.11 alle ore 18,49 la medesima cella. L’indagato si trovava quindi, quantomeno alle 17,45 proprio nella zona in cui si trovava Yara Gambirasio e nelle ore successive e fino alle ore 7.34 del mattino
successivo il suo cellulare non ha più generato traffico telefonico.
Tale ultima circostanza assume rilievo in una valutazione globale e non isolata degli indizi a carico di Bossetti.
Perché se è possibile che il suo cellulare abbia agganciate la cella di
Mapello via Natta alle 17,45 del 26.11.2010 perché per rientrare a casa dal lavoro l’indagato transitava di fronte al centro sportivo di Mapello (come è dichiarato nel corso del suo interrogatorio), se dalla valutazione isolata dell ‘indizio si passa a quella globale e si collega
tale dato a quelli fin qui illustrati…[…]”

Nell’ordinanza, dunque, il GIP sottolinea espressamente come questa circostanza di per sé sia piuttosto labile, ed assuma rilevanza in un contesto globale.
Ci sono tuttavia almeno due osservazioni da fare, che personalmente credo possano far sorgere qualche dubbio anche sulla rilevanza globale della circostanza.
La prima è un’evidente discrasia cronologica: il dato avrebbe potuto acquistare rilevanza globale se vi fosse una marcata compatibilità tra gli orari in cui i cellulari di Bossetti e di Yara hanno agganciato la cella telefonica di Mapello/Via Natta, ovvero se la cella telefonica in questione fosse sita altrove.
In parole povere, il fatto che un abitante di Mapello come Bossetti agganci la cella telefonica di Mapello non è un indizio, né singolarmente né globalmente considerato: è una mera ovvietà, dal momento che quella cella telefonica copre la sua abitazione e parte del tragitto che compie per tornare a casa dal lavoro.

Ed è anzi estremamente significativo il fatto che il cellulare di Yara agganci la cella telefonica di Mapello ad oltre un’ora di distanza, perché ciò indica che prima della scomparsa si trovava in luogo diverso rispetto a Bossetti, gettando un certo discredito sull’ipotesi che Bossetti fosse “appostato” per spiare le mosse della ragazza, come qualche solerte teleimbonitore non ha incautamente mancato di suggerire.

Infatti, se Yara aggancia le prime due volte la cella telefonica di Ponte San Pietro (ore 18,25 e 18,44) compatibile con il cortile della sua palestra, e se Bossetti aggancia nella sua ultima telefonata alle ore 17,45 quella di Mapello, si può pacificamente dedurre che Bossetti era a Mapello (o in prossimità di Mapello) mentre Yara era a Brembate Sopra.

Sarebbe stato molto più logico, se Bossetti fosse colpevole, che alle 17,45 si trovasse nei pressi della palestra di Brembate piuttosto che, verosimilmente stando alle celle telefoniche, in casa sua a Mapello ovvero in auto in direzione di Mapello.

Inutile però dire che i fautori del linciaggio mediatico ai danni di Bossetti non si sono fermati a riportare questo presunto indizio, ossia il fatto che quest’uomo abbia agganciato una cella telefonica compatibile con la propria abitazione e ad oltre un’ora di distanza rispetto alla vittima, ma, come al solito, hanno voluto ricamare, dar fiato alle trombe attraverso particolari rococò che definire falsi non è diffamazione, ma semplice inferenza logica.

Un articolo pubblicato sulla Stampa qualche settimana fa, ad esempio, informava i lettori, già dal titolo, che “il telefono di Bossetti era spento solo quella sera”, e proseguiva spiegando, con dovizia di particolari, che “un’ipotesi avanzata dagli investigatori è anche quella che Bossetti dopo aver fatto la telefonata vicino alla palestra di Brembate, sia andato a casa, abbia spento l’apparecchio telefonico e sia uscito senza portarlo con sé per andare a prendere Yara che lasciò la palestra verso le 18,30. Tre quarti d’ora in cui potrebbe avere avuto il tempo di sbarazzarsi dell’unico strumento che avrebbe potuto renderlo tracciabile (un messaggio, una telefonata ricevuta per caso) anche davanti al campo di Chignolo. E alle 9 di sera, di nuovo a casa, a cena con moglie e figli come un padre esemplare.”

Io non so se esista, o sia mai esistita di fatto, una deontologia della professione per i giornalisti: ma so per certo, stando agli atti, che Bossetti non ha fatto alcuna telefonata “vicino alla palestra di Brembate”, dal momento che la cella telefonica agganciata dal suo telefono cellulare alle ore 17,45 è quella di Mapello/Via Natta, e non quella di Ponte San Pietro che copre la palestra di Brembate.
Non si capisce poi per quale ragione avrebbe dovuto fare una telefonata proprio in prossimità della palestra, quasi la cosa potesse dargli un alibi anziché creare un indizio a suo carico, ma la questione è così palesemente assurda che, per quanto ci si sforzi, è difficile perfino trovare una spiegazione logica all’evidente erroneità della notizia.

Capite, gentili lettori, che un’informazione corretta su una questione tanto delicata non può basarsi sul “venghino siori venghino”, ma deve rendere conto di quelli che sono i dati effettivi?
E se i dati effettivi sono così poco appetibili da rendere necessaria una sistematica manipolazione delle notizie, allora sarebbe forse il caso di cominciare a porsi qualche domanda.

Perché dinnanzi ad un quadro accusatorio di questo tipo le contraddizioni sembrano insormontabili, ed ogni pezza sembra fare più danni del buco.

Ci troviamo di fronte ad un Bossetti freddo e astuto calcolatore, che aveva pianificato tutto così bene da conoscere le celle telefoniche perfettamente al pari di un tecnico, salvo poi:

-fregarsi da solo chiamando il cognato poco prima di spegnere il telefono con solerzia sospetta.

-uccidere senza movente una ragazzina, o meglio, non ucciderla, ma lasciarla viva e agonizzante, dopo averla colpita in modo “relativamente superficiale” (vedasi ordinanza) e maldestro, dando spazio alla possibilità (non trascurabile visto che non era lontana da casa) che la trovassero in tempo e raccontasse tutto.

La verità, sempre molto più prosaica degli articoli dei nostri organi di stampa, è semplicemente che un uomo che vive a Mapello ha agganciato la cella telefonica che copre Mapello anche nel giorno in cui c’è stato un tragico omicidio, la cui giovane vittima ha agganciato (tra l’altro) la cella telefonica di Mapello ad oltre un’ora di distanza.
Ed è ben difficile ritenere che “globalmente” questo fatto possa acquistare una sua validità.
Può acquistare validità, e senza dubbio la acquista, il fatto che l’ultima cella telefonica agganciata dalla povera Yara sia quella di Mapello, ai fini di chiarire ad esempio dove debba collocarsi l’aggressione ai danni della stessa.

A tal proposito gioverà ricordare che sin dall’inizio i cani molecolari puntarono proprio al cantiere di Mapello, e se fosse proprio quel cantiere il luogo del delitto, si spiegherebbero perfino le tracce di calce nei polmoni della piccola Yara senza alcun bisogno di ricorrere al “teorema Bossetti”, che sembra vacillare sempre più non appena si incrociano i dati disponibili.

Ma c’è un’altra cosa che deve necessariamente essere sottolineata: se la grancassa non ci ha risparmiati per un solo giorno la solfa del cellulare di Bossetti spento “proprio quella sera”, bisogna infatti sottolineare che niente e nessuno ci dice che fosse spento.
Ne danno atto gli stessi documenti relativi al fermo, che riporto integralmente, che parlano molto più prosaicamente del fatto che dopo la telefonata delle ore 17,45 “quell’utenza non faceva più comunicazioni fino alle 7,34 del mattino successivo”.

E’ davvero così strano?
Tutti voi fate o ricevete ogni sera delle telefonate?
E se vi chiedessero per quale ragione il giorno X dell’anno Y non avete fatto alcuna telefonata di sera e fino al mattino successivo, sapreste rispondere con certezza?
O vi accanite, cari giornalisti-opinionisti-teleimbonitori, contro un semplice Bossetti, riversando sulla sua persona a mò di capro espiatorio, tutti i mali del mondo, accusandolo di essere “contraddittorio” solo perché ha difficoltà a ricordare qualcosa che non potrebbe ricordare nessuno?
E quanti di voi hanno mai chiamato un muratore di sera, o meglio ancora in piena notte?

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Se non bastasse, è sufficiente fare una piccola ricerca sulle pagine bianche per scoprire che Bossetti avesse a disposizione anche un telefono fisso, ragion per cui non si comprende per quale ragione, una volta tornato a casa dopo una giornata di lavoro, non potesse concedersi quello strano lusso di spegnere il cellulare per passare una serata tranquilla con la sua famiglia in santa pace

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Vedete, io non sono un inquirente, sono una cittadina comune.
Ma nel momento in cui mi si presenta come indizio il fatto di aver agganciato una cella telefonica che copre nientemeno che la propria abitazione, e dinnanzi ad un indiziato che spiega apertamente che in quella fascia oraria tornava a casa dal lavoro passando per il paese (vicinissimo al suo) in cui viveva una povera ragazza che è stata uccisa, siete voi che dovete dimostrarmi che le giustificazioni addotte da Bossetti sono colpevoli, non il contrario.

Siete voi che dovete dimostrarmi che Bossetti passò per Brembate solo quel giorno e non tutti i giorni tornando dal lavoro, e siete ancora voi che dovete dimostrarmi che in tutti gli altri giorni Bossetti stava al telefono per tutta la sera e tutta la notte.

Altrimenti è più che legittimo, in uno stato di diritto in cui l’onere della prova incombe sull’accusa, ritenere che questi indizi non significhino proprio nulla, e che i media stiano scavando la fossa ad uomo a suon di notizie superficiali ed inesatte, quando non palesemente menzognere.

Prima di concludere anche quest’analisi, infine, non posso non inserire una considerazione ulteriore.
Mi è stato segnalato, alcuni giorni or sono, un articolo del Giornale (leggibile qui: http://www.ilgiornale.it/news/tre-giorni-dare-nome-all-assassino.html) scritto in tempi “non sospetti”, ossia nel 2011.
Dopo il ritrovamento del cadavere della povera Yara Gambirasio si cercarono, ovviamente, eventuali tracce di DNA.
Il resto della storia lo conosciamo, ossia tra le diverse tracce di DNA ci si è concentrati in particolare su una traccia derivante da materiale biologico, presumibilmente sangue, dalla quale si è ricavato il DNA di Ignoto 1, che ora ci dicono essere Bossetti.

Da questo articolo risalente al 2011 (e da altre fonti dell’epoca) si ricava che il DNA ricavato dalla ormai nota traccia (presumbilmente) ematica doveva essere confrontato con quello di una serie di persone della zona di Brembate-Mapello-Chignolo (i tre luoghi in cui il tutto sembra essersi svolto) il cui DNA era già stato preso dagli inquirenti sulla base del controllo delle celle telefoniche: in altre parole, era stato preso (non so se all’insaputa degli stessi “possibili sospettati”) il DNA di una serie di persone che sulla base dell’analisi delle celle telefoniche avrebbero potuto avere astrattamente un ruolo nella vicenda.

Gli stessi documenti relativi al fermo di Bossetti, che ho inserito integralmente sopra, nella parte che ho sottolineato in rosso, affermano che fu proprio in quel contesto che per la prima volta emerse l’utenza intestata a Bossetti.

Se le cose sono andate in questo modo, però, ci si trova dinnanzi a due alternative piuttosto scomode.

La prima è che tra i DNA che vennero presi in quell’occasione (e che sappiamo che alla fine sono risultati essere ben 18.000) non sia mai stato preso quello di Bossetti.

La seconda è che il DNA di Bossetti fosse stato preso ma fosse risultato non compatibile con quello di Ignoto1.

In entrambi i casi la domanda è una sola, ma è molto pressante: perché?

Mi auguro di cuore che mi sia sfuggito qualcosa -qualcosa di grosso- nel valutare questi documenti e trarre le mie conclusioni.
A tal proposito, invito chiunque notasse eventuali imprecisioni a contattarmi.
Ma qualora non mi fosse sfuggito nulla, non può non sorgere spontanea una domanda: sono questi gli indizi a carico di Massimo Bossetti sulla cui base si sta consumando un terribile linciaggio mediatico da ormai venticinque giorni?
Se la risposta a tale domanda dovesse essere affermativa, la mia mente non può che correre al grande Claudio Villa, ed in particolare al suo celebre “Ammazzate oh!”
Claudio_Villa

Ma qualcuno potrà forse trovare eccessivo e fuori luogo un riferimento ironico a Claudio Villa: e allora, mi si permetta almeno un riferimento, molto meno ironico e molto più amaro, a Giorgio Gaber e al suo “io non mi sento Italiano”.
Ieri ho parlato di come una semplice dichiarazione di Bossetti, che ha cercato di dare una spiegazione alternativa alla presenza del suo DNA dichiarando di soffrire di epistassi, sia da alcuni stata intesa come un’ammissione della presenza del suo stesso DNA.
E se davvero l’Italia è ridotta a questo, ossia ad un Paese nel quale con la connivenza, quando non con il plauso, di buona parte dell’opinione pubblica si può arrivare all’artificioso stravolgimento di qualsiasi dichiarazione di un indiziato, per colpirlo alle spalle profittando delle sue scarse conoscenze tecniche e di fatto delle prove a suo carico, allora con il cuore in mano credo di non potermi più sentire Italiana.