Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno

“Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”

(Prof. Guglielmo Gulotta)
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In queste pagine ho parlato spesso di processi mediatici e di tutto ciò che suole denominarsi, con un simpatico neologismo, “brunovespismo”. E in effetti, ai fini di questo articolo, non c’è termine più adatto di “brunovespismo”, poiché è giunto il momento di parlare della puntata di Porta a Porta andata in onda in data 2 ottobre. Siamo in tempi di austerity, è cosa nota, ma non credevo che le nuove politiche economiche avrebbero toccato perfino i principi dello Stato di diritto. Invece, pare sia proprio così; si sa che a pensar male si fa peccato ma, come si suole aggiungere, spesso ci si azzecca, e alla luce della disparità di trattamento osservata in alcune trasmissioni televisive, verrebbe da pensare che la giustizia dei tribunali mediatici abbia fissato un’imposta anche sulla presunzione di innocenza. Un’imposta a scaglioni, come l’Irpef, ma regressiva: paga di più chi ha meno. Così, ci sono i “dottor Stasi” e i “muratori”: per i primi si fa sfoggio di un sano garantismo, per i secondi si perviene a condanne di piazza sulla base di “prove” immaginarie sbandierando tesi colpevoliste e perfino scientificamente inesatte come se non ci fosse un domani. Avevo già notato queste palesi disparità di trattamento in altre trasmissioni, ma mi permetto di evidenziarle oggi per un semplice motivo: vorrei infatti dire, pubblicamente, che finché davanti alla giustizia televisiva ci saranno i “dottor Stasi” e i “muratori”, mi sentirò pienamente legittimata a considerarla espressione di una società malata. Nulla di personale nei confronti di Alberto Stasi, che ha diritto come tutti ad un equo processo e al contraddittorio, ça va sans dire, ma è avvilente osservare come nel suo caso sia stato riservato un accurato servizio sulla difesa con l’esposizione puntuale delle contestazioni all’accusa, mentre nel caso di Massimo Bossetti tale servizio sia stato un’autentica farsa, nel quale le possibili tesi difensive venivano presentate solo per essere, almeno in apparenza, smontate senza licenza di contraddittorio. E’ bene sottolineare infatti sin dall’inizio che nella summenzionata puntata di Porta a Porta, al fine di affrontare il caso Bossetti, Bruno Vespa, forse dimenticando che il contraddittorio è uno dei principi fondanti di ogni democrazia, ha avuto la brillante idea di invitare in studio quattro volti noti (Barbara Benedettelli, Roberta Bruzzone, Simonetta Matone e Andrea Biavardi) e notoriamente colpevolisti. Il contraddittorio avrebbe forse dovuto essere dato dall’unico garantista, tra l’altro ampiamente penalizzato dal collegamento esterno, il Prof. Guglielmo Gulotta, encomiabile per i suoi interventi, ma sistematicamente interrotto senza ritegno. In una trasmissione a sfondo religioso in una teocrazia islamica il confronto sarebbe stato sicuramente maggiore. Il Prof. Gulotta, nonostante le innumerevoli interruzioni, ha detto una frase che mi ha colpita, e che ho segnalato in incipit: “Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”. E non avrebbe potuto usare termine più adeguato di “ridicola” per definire la caciara di affermazioni che sono state fatte, non in una discussione tra amici, vale la pena di sottolinearlo, ma in una trasmissione mandata in onda dal Servizio Pubblico pagato dai contribuenti. Potrei esordire, a titolo d’esempio, richiamando l’attenzione sul fatto che il signor Biavardi abbia dato prova di “conoscere” una relazione dei RIS diversa dalla relazione dei RIS, oppure dalle fini esternazioni della Dott.ssa Bruzzone, che riferendosi alla signora Ester Arzuffi, ed in particolare al fatto che la signora nega il contatto sessuale con Guerinoni, ha affermato che questo sarebbe il secondo caso di Immacolata Concezione. In queste pagine mi sono sempre guardata bene dal porre l’accento sulle questioni relative ai rapporti di filiazione, se non altro perché trattasi di qualcosa che non ha nulla a che vedere con le indagini, posto che il “problema” di Massimo Bossetti non è quello di essere o meno figlio di Giuseppe Guerinoni, ma la corrispondenza con la traccia biologica di “Ignoto1”, tuttavia ho voluto sottolineare questo passaggio perché da tempo non mi capitava di imbattermi in cotanta empatia nei confronti di una donna il cui figlio è in carcere da quasi quattro mesi con un’accusa infamante (e a sostegno della quale non ci sono prove), mentre il marito è malato terminale. Per il resto, chi sia il padre dei figli della signora Arzuffi, è qualcosa che non mi interessa, e che non dovrebbe interessare neppure al resto degli Italiani, anche se la cosa pare solleticare la pruderie del popolino, che dimostra, ahimè, come non sia cambiato proprio nulla rispetto all’Italietta che nel ’68 condannava per “plagio” il Prof. Braibanti, “reo”, di fatto, di essere omosessuale. A beneficio dei posteri inserisco comunque un link con le interessanti parole affidate, in data 20 giugno, dalla stessa Dott.ssa Bruzzone a Io Donna, che offrono un interessante spaccato sulla tendenza, tutta italiana, a balzare da un carro all’altro con estrema facilità: http://www.iodonna.it/attualita/primo-piano/2014/yara_bruzzone_intervista-402147644485.shtml. E’ difficile capire cosa sia cambiato dal 20 giugno ai giorni immediatamente successivi per causare nella criminologa un’inversione a U di questa portata, ma a tal proposito mi si potrà dire che cambiare opinione su un determinato argomento è una libera scelta individuale. Concordo pienamente su questo, decisamente meno su altri aspetti: se infatti dobbiamo rendere conto del fatto che, come ormai tutti dicono, “la scienza non mente”, diviene meno chiaro come sia possibile che, nel cambiare idea, nel susseguirsi di dichiarazioni una traccia biologica “esigua e di origine non accertata” si trasformi in una traccia biologica “abbondante ed ematica”, la qual cosa ricorda un po’ la barzelletta del papà di Pierino, che dopo essere andato a pesca torna a casa con un pesce che “si allunga di qualche cm ogni volta che ne parla”. Ironia a parte, non riprendo le considerazioni sul fatto che la traccia fosse notoriamente esigua, deteriorata e di natura non accertabile: basta scorrere i precedenti articoli per trovare dei riferimenti, tratti non da opinionisti, ma dalla documentazione e dalle parole degli stessi che hanno svolto le analisi. Sulla natura non accertabile della traccia mi limito ad inserire uno stralcio della relazione dei RIS: ” (…) Tale evidenza rende di per sè non agevole la diagnosi dei singoli contributi biologici all’interno di una mistura prodotta da più soggetti; può talvolta risultare utile, in casi del genere, un approccio deduttivo, per esclusione di esiti oggettivamente verificati (es. negatività a determinati test), ma mancherebbe comunque il legame univoco: profilo dell’unico donatore — diagnosi della traccia” e questo perché nessuno dei test diagnostici “prescinde dalla integrità della struttura molecolare delle proteine che costituiscono i marcatori “bersaglio” della maggior parte di tali saggi diagnostici (emoglobina, PSA, semenogelina, ecc.)”. Mi preme di più, però, concentrarmi sulle altre considerazioni in ambito di genetica forense fatte dalla Dott.ssa Bruzzone, che genetista non è, quindi, non essendo genetista neppure io, direi che partiamo ad armi pari. Se la Dott.ssa Bruzzone vuole dunque affermare nella radiotelevisione pubblica che la traccia è “coeva” all’omicidio e che “non può essere esito di trasferimento secondario” perché in quel caso non avrebbe potuto restituire un profilo completo, a rigor di logica dovrebbe perlomeno citare degli studi scientifici che avvalorino le sue affermazioni, non da ultimo perché non stiamo parlando di questioni mondane, trucco e parrucco, ma stiamo sentenziando contro un uomo incensurato a carico del quale ci sono indizi che potremmo definire immaginari. Dal momento che non lo fa, di fronte al nuovo spettacolo del “diritto alla rovescia” e dell’onere della prova capovolto, mi prendo però la briga di citarli io, gli studi, che ben lungi dall’avvalorare alcunché smentiscono le sue affermazioni. Che il DNA non sia databile, a meno che la Bruzzone non abbia fatto la scoperta scientifica del secolo, lo sanno tutti e lo abbiamo ripetuto più volte: basta leggere qualsiasi testo di genetica per appurarlo. L’unica soluzione che trovo per ribadirlo, a questo punto, è inserire le parole a caratteri cubitali che si possono leggere sul sito dell’Associazione Identificazioni Forensi – A.I.Fo. AIFO Richiamo anche l’attenzione sul fatto che è la stessa relazione dei RIS ad affermare che non esiste ad oggi alcun metodo che consenta di datare con precisione una traccia. Nel fare riferimento a traccia “non coeva” la relazione dei RIS mirava infatti semplicemente ad escludere che vi fosse stata una contaminazione recente della traccia da parte delle stesse forze dell’ordine e nello specifico “dovute a semplice contatto manuale o ad imprudente approccio al reperto da parte del personale operante senza le cautele che il caso impone”: in quel caso infatti la traccia sarebbe stata probabilmente meno deteriorata. Passiamo alle altre note dolenti. Parto dal presupposto che, come già scrissi come introduzione all’articolo La necessità di cautela nell’uso del test del DNA per evitare la condanna di innocenti, del Prof.Michael Naughton, Università di Bristol – Sintesi di Rocco Cerchiara, una contaminazione (che può essere avvenuta in più di una fase) non può essere esclusa. Chiariamoci: nella “ricostruzione” dell’accusa ci sono dei buchi e delle contraddizioni evidenti, che farebbero annichilire in un sol colpo le presunte contraddizioni di Bossetti sui suoi spostamenti di quattro anni prima (sic). Sostenere che il corpo di Yara sia rimasto all’aperto a Chignolo per tre mesi (con la traccia nella parte posteriore del corpo e a contatto con il terreno umido) e che non ci sia stata contaminazione è scientificamente risibile. Non c’è nessuno studio che attesti una possibilità di questo tipo e, al contrario, ci sono studi (citati nell’articolo inserito sopra) che la smentiscono clamorosamente: una traccia ematica a contatto con il terreno (asciutto) non restituisce profili già dopo trenta giorni. Questo senza l’azione ulteriore di acqua, fluidi prodotti dalla decomposizione del cadavere, saprofiti. Se ci si vuole basare sulla scienza, non si possono salvare capra e cavoli: o Yara non è rimasta a Chignolo per tre mesi, o la traccia non era lì sin dall’inizio. Tertium non datur. Ad ogni buon conto, nel ricordare che la piena compatibilità di cui si parla non è propriamente tra Bossetti e la traccia di Ignoto1, ma tra Bossetti e l’amplificazione del DNA di Ignoto1 estratto da una traccia (una apparente sottigliezza che in alcuni casi può rilevare) la cui estrazione è con ogni probabilità non ripetibile in contraddittorio, ai venditori di certezze non posso che consigliare un ottimo testo: Application of Low Copy Number DNA Profiling, Forensic Science Service, Trident Court, Birmingham, UK, del Prof. Peter Gill [1]. Parla dei rischi presenti nel DNA “low copy number”, ossia estremamente esigui e degradati. Il Prof. Gill sottolinea che in questi casi ci sono diverse conseguenze che non possono essere evitate: casi di allelic dropout, cosiddetti “falsi alleli” analizzati, e contaminazioni. Sono gli stessi kit di amplificazione e gli stessi strumenti utilizzati per l’analisi di tracce particolarmente problematiche in quanto esigue e deteriorate ad esporre ai rischi di contaminazione a causa della loro particolare sensibilità. Questo per ricordare, sebbene io non abbia mai propeso particolarmente per dinamiche di questo tipo ed abbia sempre preferito basarmi sull’evidenza che il DNA è trasportabile, come il solo sciorinare certezze assolute sia ridicolo. Meritano di essere riportate le considerazioni finali dello studio del Prof. Gill, quanto mai adatte al nostro caso: “Quando vengono analizzate piccole quantità di DNA, si impongono considerazioni particolari come le seguenti: a) Anche se è stato ottenuto un profilo del DNA, non è possibile identificare il tipo di cellule da cui il DNA ha origine, né è possibile affermare quando sono state depositate le cellule. b) non è possibile fare alcuna conclusione circa il trasferimento e la persistenza del DNA in questo caso. (…) c) Poiché il test del DNA è molto sensibile, non è raro trovare dei commisti. Se le potenziali fonti dei profili di DNA non possono essere identificate, non ne consegue necessariamente che siano pertinenti nel caso di specie, dal momento che il trasferimento di cellule può essere esito di contatto casuale. In effetti, il valore della prova del DNA LCN è diminuito rispetto al DNA convenzionale. Ciò deriva inevitabilmente dalle incertezze relative al metodo di trasferimento di DNA su una superficie e dalle incertezze relative al quando il DNA è stato trasferito. Si sottolinea che la rilevanza della prova del DNA in un caso può essere valutata solo sulla base di una considerazione simultanea di tutti gli altri elementi di prova diversi dal DNA”. Stando alle conclusioni del Prof. Peter Gill, va da sé che diviene palese il motivo per il quale c’è chi, come la sottoscritta, non riesce a capire per quale ragione Massimo Bossetti sia in carcere: infatti, nel caso di Massimo Bossetti, gli elementi di prova diversi dal DNA semplicemente non esistono, a meno che non si voglia parlare di gossip e dei summenzionati indizi immaginari. Non entro nel merito della problematicità di per sé del processo indiziario, e vado direttamente alla questione indizi, perché in questo caso siamo ben al di là del processo indiziario. Chi segue il caso, ed anche chi segue questo blog, sa che c’è una “querelle” sul valore degli elementi dell’ordinanza, che ho sollevato sin dall’inizio. Il GIP li ritiene indizi perché assumerebbero, a suo dire, rilievo “in una valutazione globale” e non valutati singolarmente. Il nocciolo della questione è che gli indizi, per essere tali, non possono essere corbellerie di per sé insignificanti unite tra loro: certo, deve procedersi ad una valutazione globale, ma prima gli indizi devono già essere indizi. E quelli “a carico” di Massimo Bossetti, per giunta anche smontabili in altro modo (nel caso in cui fossero indizi), non sono indizi, perché del tutto carenti di univocità. L’esempio più eclatante è quello delle celle telefoniche: quale univocità può avere l’aggancio di una cella telefonica compatibile con la propria abitazione? Messa in questi termini, la questione delle celle telefoniche di per sé è neutra, perché non è univoca, nel senso che è passibile di plurime interpretazioni che, fuor di retorica e mistificazioni, in mano all’accusa non lasciano davvero un bel nulla. Questo anche senza aggiungere la discrasia cronologica evidente (di oltre un’ora) nell’aggancio della medesima cella telefonica da parte di Yara, ed anche senza aggiungere il fatto (guarda caso omesso nell’ordinanza di custodia cautelare), già trapelato dalle fonti giornalistiche dell’epoca e ora provato dai tabulati Vodafone, che l’ultima cella telefonica agganciata da Yara non è, come riportato nell’ordinanza, quella di Mapello alle ore 18,49, ma quella di Brembate alle 18,55. Partiamo da una considerazione: la distanza in linea retta tra Mapello e Brembate di Sopra è 2.72 km, ma la distanza di guida è 4.7 km. In auto, ci vogliono 10 minuti circa per andare da Brembate a Mapello. Alle 18,44 Yara aggancia (per la seconda volta) la cella telefonica di Ponte S. Pietro, compatibile con il cortile della palestra. Se per spostarsi da Brembate a Mapello ci vogliono dieci minuti in auto, e se Yara alle 18,44 era ancora in un’area compatibile con il cortile della palestra dal quale ha agganciato la cella di Ponte S. Pietro, come poteva trovarsi a Mapello alle 18,49, dopo solo 5 minuti? Quindi, se davvero Yara fosse stata a Mapello alle 18,49, non solo il tragitto in auto sarebbe durato la metà del tempo medio necessario, ma in questi 5 minuti dovrebbe collocarsi anche il rapimento o il “convincimento” della ragazza teso a farla salire sull’auto di uno sconosciuto. Ma il problema più grave resta ciò che manca nell’ordinanza. 18,55, Yara aggancia la cella telefonica di Brembate. E’ di nuovo a Brembate, ancora una volta in tempi inferiori a quelli richiesti? E perché andare avanti e indietro tra i due paesi? L’unico scenario verosimile è che l’aggancio della cella telefonica di Mapello sia stato del tutto “incidentale”, dovuto a sovraccarico della cella miglior servente, e che prima delle 18,55 Yara sia sempre stata a Brembate. Il fatto che l’aggancio della cella di Mapello sia circondato dall’aggancio di celle telefoniche compatibili con l’area di Brembate, induce a pensare che la cella telefonica agganciata incidentalmente sia proprio quella di Mapello alle ore 18,49. In soldoni, le celle telefoniche non sono suggestive del fatto che Yara e Bossetti si trovassero nella stessa area (al di là del fatto che parlare della stessa area in spazi geografici così ridotti ha poco senso), ma dell’esatto opposto. Tale considerazione fa a cadere, a mò di tifone, un intero “indizio”, ma è bene sottolineare che tale indizio già non era tale, come avevo già notato da tempo (vedi La questione delle celle telefoniche: tanto rumore per nulla?). Il grande Prof. Alfredo Gaito, nel suo saggio“La prova penale”, si sofferma estesamente proprio sul fatto che gli indizi debbano prima essere valutati singolarmente ed essere, appunto, indizi. Leggendo questa descrizione risulterà immediatamente evidente che quelli contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare, in virtù dei quali un uomo è in carcere da oltre cento giorni, non sono neppure valutabili come elementi indiziari. Riporto parte del testo: “(…) Per gli indizi sono prefigurati requisiti ulteriori, in mancanza dei quali resta de iure esclusa la legittimazione di un giudizio di colpevolezza. Permangono, per vero, alcune difficoltà ermeneutiche, giacché le qualifiche di gravità, precisione e concordanza non possono essere caratterizzate da un sicuro ed univoco referente; va, comunque, evocato l’insegnamento della giurisprudenza di cassazione, per cui gli indizi: a) sono precisi solo quando sono non generici e non suscettibili di diversa ed antitetica interpretazione e, perciò, non equivoci nonché quando sono considerati certi i relativi elementi indiziari (…); b) sono gravi solo quando sono dotati di un elevato grado di fondatezza e, quindi, di un’elevata intensità persuasiva di ogni singolo strumento gnoseologico indiziario; c) sono concordanti solo quando i loro risultati, basati su singoli elementi indiziari, lungi dal porsi in antitesi con altri dati o elementi certi, confluiscono verso una ricostruzione unitaria del fatto cui si riferiscono. Considerato che la prova indiziaria è ontologicamente (e normativamente) composita, richiedendo l’art. 192 c.p.p. la presenza di una pluralità di indizi, tra di loro precisi e concordanti, e di conseguenza gravi, si impone al giudice di merito di verificare la rispondenza degli elementi conoscitivi acquisiti alla regola di giudizio codificata, mediante un accertamento di routine della sussistenza del requisito della concordanza con tutti gli altri elementi indiziari presenti agli atti, e soprattutto di valutare (id est: non ignorare) la rilevanza delle prove contrarie, al fine di articolare un ragionato giudizio di prevalenza delle une rispetto alle altre, singolarmente e nella loro globalità. A fronte della molteplicità degli indizi, si deve procedere in primo luogo all’esame parcellare di ciascuno di essi, definendolo nei suoi contorni, valutandone la precisione (che è inversamente proporzionale al numero dei collegamenti possibili col fatto da accertare e con ogni altra possibile ipotesi di fatto) nonché la gravità; si deve quindi procedere alla sintesi finale accertando se gli indizi, così esaminati possono essere collegati tutti ad una sola causa o ad un solo effetto e collocati tutti, armonicamente, in un unico contesto dal quale possa per tale via essere desunta l’esistenza o, per converso, l’inesistenza di un fatto. (…) Nella valutazione complessiva, ciascun indizio si somma e si integra con gli altri, onde il limite della valenza di ognuno risulta superato, sicché ove il giudice collochi in un contesto indiziario circostanze che non rispondono ai requisiti normativi, è l’intero quadro indiziario che deve essere riconsiderato, al fine di accertare se la caducazione di taluno degli indizi non determini il venir meno della conclusione finale. Simmetricamente, così come non è dato procedere a scomposizioni di comodo della c.d. costellazione indiziaria per contestare la validità del discorso accertativo, allo stesso tempo non è consentito assemblare risultanze singolarmente imprecise per poi apoditticamente tagliare corto che la complessità degli indizi vale a dimostrare alcunché: stando ancorati all’insegnamento giurisprudenziale collaudato, i singoli indizi devono essere anzitutto precisi; che anzi, valendo la precisione a requisito indefettibile della gravità, è logicamente precluso definire grave un indizio non preciso. Le parole del Prof. Gaito sono sostanzialmente adatte a comprendere i termini del problema. E’ il GIP stesso nell’ordinanza ad ammettere che gli elementi hanno rilevanza solo in una valutazione globale e non isolata. Infatti, singolarmente considerati non sono ontologicamente indizi perché non hanno nessuna univocità. Ne discende che non ci sono indizi “precisi”, e di conseguenza non ci sono indizi “gravi”, e ancora di conseguenza non ci sono “indizi”. La valutazione della prova è sempre una tematica estremamente complessa e, vista l’attinenza con il nome del blog mi permetto di richiamare anche un calzante monito del Prof. Tonini ( Manuale breve di diritto processuale penale, V edizione, Giuffrè 2010): “in questa materia l’aspetto problematico sta nel fatto che, al posto di regole di esperienza ricostruite mediante criteri razionali, il giudice (come ogni persona umana) è portato ad utilizzare, a volte inconsciamente, pregiudizi e luoghi comuni. La storia è piena di esempi in tal senso, a cominciare da quei processi agli untori che sono stati descritti da Alessandro Manzoni”. Appurato per l’ennesima volta che il DNA non è accompagnato da elementi indiziari dotati di sussistenza ontologica, sposterei a questo punto la querelle sull’ultima affermazione della Dott.ssa Bruzzone: a suo parere (parlo di parere, dal momento che non ha citato alcuno studio in grado di avvalorare una simile esternazione) una traccia di DNA esito di trasferimento secondario non restituisce profili completi. Davvero? Sarei curiosa di sapere allora per quale ragione la casistica giudiziaria contempli casi in cui ciò si è verificato, e sarei ancora più curiosa di sapere da dove la Bruzzone abbia tratto questa informazione, dal momento che è sufficiente cercare qualche studio scientifico per appurare l’esatto opposto. Evito scientemente giri di parole, e imposto subito la questione nei termini (sia pure, come abbiamo visto, non avvalorati) più graditi alla Bruzzone e a chi ostenta certezze colpevoliste: la traccia è senza alcun dubbio ematica, la contaminazione è esclusa tout court, il DNA è diventato databile e ci permette di dire che la traccia è stata depositata contestualmente all’omicidio. Ebbene, non è difficile reperire studi che hanno accertato non solo il trasferimento secondario di traccia ematica, ma perfino quello terziario (e più), ricavando sulle superfici finali profili completi, perfino a partire da sangue essiccato su superfici non porose (come il vetro). A titolo di esempio, sul trasferimento terziario: “Il trasferimento di sangue liquido ha dato un profilo genetico completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario sia su substrati di cotone sia su vetro. Il sangue secco ha dato un profilo completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario solo su vetro, ma in misura minore rispetto al sangue liquido. Il DNA da contatto ha prodotto solo un profilo completo sul substrato primario sia su cotone sia su vetro, e le quantità rilevabili al di là dell’evento trasferimento secondario solo su vetro. I nostri risultati contribuiranno ad una migliore comprensione del trasferimento terziario e successivo del DNA, che consentirà una migliore valutazione della probabilità di scenari alternativi che spieghino perché il DNA di un individuo è stato trovato sulla scena del crimine.” (da Following the transfer of DNA: How far can it go?, da Forensic Science International Genetics Supplement Series 01/2013, V.J. Lehmann, R.J. Mitchell, K.N. Ballantyne, R.A.H. van Oorschot). Ma non spingiamoci al trasferimento terziario, ed occupiamoci di quello secondario, che nel caso in esame a livello giornalistico si è spesso supposto derivare, ad esempio, dall’uso di un’arma del delitto sporca, come un attrezzo da lavoro. C’è uno studio interessantissimo, che inserisco [2] e che a breve inserirò anche in traduzione integrale, Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions (M. Goray et al. / Forensic Science International, 2009) Si tratta di uno studio finalizzato all’analisi dei fattori che possono influenzare il trasferimento secondario del DNA, con particolare riferimento al tipo di sostanza biologica depositata, alla natura del substrato primario e secondario ed al contenuto di umidità della sostanza depositata. Le componenti biologiche utilizzate sono state DNA puro, sangue e saliva, i substrati primari e secondari plastica (non porosa), lana e cotone (porosi), e sono stati provati tre tipi di contatto: contatto passivo, pressione e frizione. I risultati hanno mostrato che il trasferimento secondario risulta influenzato sia dal tipo di substrato primario sia dall’umidità del campione biologico, e che risulta inoltre essere maggiore in caso di frizione/attrito. Sebbene le tre diverse fonti biologiche testate (DNA puro, saliva e sangue) abbiano viscosità diverse, non sono emerse fra loro differenze importanti nella quantità di trasferimento secondario, cosa che spinge ad ipotizzare che materiali biologici diversi, come sperma, lacrime e urine produrrebbero risultati simili. Nel caso di campioni umidi il substrato ha mostrato un forte impatto sulla percentuale di trasferimento, maggiormente agevolato dalla plastica (non porosa) come substrato primario e dal cotone (poroso) come substrato secondario, fino a tassi di trasferimento, per il sangue fresco, del 97% del materiale iniziale nel caso di frizionamento.

Mgor

Ipotizzando uno scenario come il trasferimento secondario a mezzo arma, il substrato primario sarebbe non poroso (arma), il substrato secondario poroso (indumenti), e la modalità di trasferimento frizione/attrito: condizioni che, come abbiamo visto, sono proprio quelle che sperimentalmente agevolano il trasferimento secondario di traccia ematica. C’è da introdurre una variabile: il sangue su un’arma sporca non sarebbe liquido ma essiccato, anche se verosimilmente potrebbe reidratarsi, almeno in parte, venendo a contatto con il sangue fresco della vittima, in quantità intuibilmente ben maggiore. Comunque, voglio spingermi fino in fondo nel prendere per buone tutte le tesi sciorinate nei salotti televisivi da persone che sentenziano senza citare studi, e allora parliamo di sangue essiccato tout court senza tener conto della possibile reidratazione. Il grafico parla da sé: in condizioni di frizionamento/attrito il trasferimento secondario del sangue secco da substrato primario non poroso (plastica) a substrato secondario poroso (cotone) è del 16,1%, una percentuale certo non paragonabile a quella del sangue fresco, ma che permette comunque senza nessun dubbio di trovare una quantità ancora considerevole di materiale biologico sulla superficie finale, certamente idonea ad estrarre un profilo completo (che ormai si ricava perfino da un paio di cellule!).

mgoray

Detto ciò, si consideri semplicemente che 1 ml di sangue contiene ben 20.000 ng di DNA, e che è possibile ottenere un profilo da un solo nanogrammo di DNA. Basta fare qualche calcolo per inferire come un trasferimento a mezzo arma possa lasciare sulla superficie finale anche più di quanto necessario all’estrazione di un profilo. Il mio campo (proprio come quello della Dott.ssa Bruzzone) non è la scienza, quindi trovo doveroso citare studi a sostegno delle mie affermazioni anziché presentare opinioni personali come verità assodate, anche se vorrei sottolineare che in casa mia esiste un principio, che gli antichi romani erano soliti compendiare nei termini “affirmanti incumbit probatio”: la prova spetta a chi afferma. Non dovrei essere io a citare degli studi, ma gli studi dovrebbero essere citati da chi, nel Servizio Pubblico pagato dai contribuenti, fa affermazioni in contrasto con i principi costituzionali, come il diritto alla presunzione di innocenza e, a quanto pare, anche con la tanto decantata scienza. Nel cercare una giustificazione alla legge ed agli ordinamenti stessi, la filosofia del diritto avanza diverse ipotesi con altrettanti principi. Uno di questi è la coerenza, ossia la capacità di applicare a se stessi le norme che si vorrebbero imporre agli altri. Ebbene, se si vuole che per Massimo Bossetti la scienza non menta, allora non deve mentire per nessuno: neanche per chi nei saloni televisivi si erge a giudice di un uomo da quasi quattro mesi protesta la propria innocenza mentre è in carcere sulla base di un quadro probatorio di per sé nullo e di un quadro indiziario insussistente. Non posso che concludere con una bellissima citazione di Richard P. Feynman che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che è proprio la scienza a nutrirsi di dubbi piuttosto che di certezze: chissà che queste parole non possano ancora insegnare qualcosa e restituirci una parvenza di civiltà. “Questa libertà di dubitare è fondamentale nella scienza e, credo, in altri campi. C’è voluta una lotta di secoli per conquistarci il diritto al dubbio, all’incertezza: vorrei che non ce ne dimenticassimo e non lasciassimo pian piano cadere la cosa. Come scienziato, conosco il grande pregio di una soddisfacente filosofia dell’ignoranza, e so che una tale filosofia rende possibile il progresso, frutto della libertà di pensiero”. Alessandra Pilloni

Bibliografia: 1-Application of Low Copy Number DNA Profiling, Prof. Peter Gill: lcn dna article gill 2- Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, M. Goray et al. : Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions

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Lo strano caso del muratore che acquistava materiali edili

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“Le mie notti sarebbero un solo incubo al solo terribile pensiero di un innocente che sconta tra i tormenti crudelissimi una colpa che non ha commesso.”

(Emile Zola)


Articolo scritto a quattro mani con Sashinka Gorguinpour.

I miei quattro lettori si saranno ormai abituati all’anticonformismo del blog: in fondo, non è poi così comune, in tempi di forche a buon mercato, sostenere la presunzione di innocenza di un cittadino; per questo, sono certa che sapranno cogliere senza incomprensioni di sorta l’irrinunciabile sfumatura ironica del titolo odierno.
Sono stati gli antichi greci, in fondo, ad insegnarci che spesso l’ironia consente di rivelare più verità di quanto non permetta un discorso troppo serio.
La commedia attica, con la sua vitalità tratta da spunti quotidiani, con la sua ritualità simposiaca e le sue invettive mordaci, aveva una funzione apotropaica: l’inserzione della dimensione comica nella trattazione di tematiche intrinsecamente serie (dalle guerre alle carestie, dalla politica al sistema giuridico) era tesa ad allontanare i mali che, volta a volta, si denunciavano.

“Ingiuriare i mascalzoni con la satira è cosa nobile: a ben vedere, significa onorare gli onesti”, è questa una delle frasi più celebri del grande commediografo Aristofane.

In questo blog, come i nostri lettori ben sanno, non siamo soliti ingiuriare nessuno, e non intendiamo cambiare rotta ora: eventuali considerazioni salaci sono dunque da considerarsi espressione di un semplice diritto di critica.

Eppure, man mano che seguo questa intricata vicenda, comincio ad essere colta da qualche dubbio.
Non fraintendetemi: in oltre cento giorni di carcerazione preventiva, il signor Massimo Bossetti non ha mai vacillato, e meno che mai ho vacillato io nel difendere il suo sacrosanto diritto alla presunzione di innocenza.

Il dubbio che mi assale è d’altro tipo.

Certo, mi rendo conto del fatto che rivendicare il diritto al dubbio sia, di questi tempi, cosa abnorme.
Lo spettro del dubbio, a quanto pare, non inficia neppure la premura di voler “riconoscere” come furgone di Massimo Bossetti un furgone ripreso da una telecamera di sorveglianza, per giunta in un orario non compatibile con il delitto, palesemente diverso, se non fosse per l’avere in comune un dettaglio a dir poco risibile: un catarifrangente non di serie, con buona pace della fanaleria incompatibile (a tal proposito vedasi
Obiezione, Vostro Onore: a tre mesi dal fermo di Massimo Bossetti, ancora non ho capito quali siano i “gravi indizi” a suo carico!).

Seguendo il filo logico in disamina, se io avessi una Mercedes con l’adesivo “Bimbo a bordo” ed una telecamera riprendesse una Punto con analogo adesivo, ciò basterebbe per dire che la Punto ripresa è in realtà la mia Mercedes.

D’altronde lo si è capito sin dall’inizio: in quest’inchiesta non c’è spazio per il dubbio, il dubbio è antipatico e per natura un gran guastafeste, soprattutto dopo aver sciorinato certezze apodittiche che dopo l’entusiasmo iniziale si mostrano prive di riscontri oggettivi.
Ma io sono dubbiosa per natura, e nell’ultimo periodo un dubbio in particolare non mi dà pace.
Vedete, cari lettori, io sono sempre stata convinta di essere dotata di un buon quoziente intellettivo, ed allo stesso modo mi è sempre stata riconosciuta una certa conoscenza e padronanza della lingua italiana.
Giorno dopo giorno, nell’imbattermi nelle “notizie” ed indiscrezioni su questa vicenda, però, mi capita di pensare di non essere in grado di comprendere quanto leggo.

In data 24 settembre, ho avuto modo di leggere un articolo pubblicato sul Corriere a firma della signora Fiorenza Sarzanini.

Questo articolo ha una una caratteristica molto particolare, per la quale non posso che fare i miei più sinceri complimenti all’autrice (che qualora volesse rispondere al mio disappunto, può farlo pubblicamente lasciando un commento in calce all’articolo): lo si può leggere per decine e decine di volte consecutive senza capirne il significato ed i nessi di causalità (o anche meramente logici) sottesi.
A quanto pare, un muratore ha acquistato del materiale edile, e nello specifico un mc di sabbia, dal suo solito fornitore e c’è una fattura che lo dimostra.

Ma andiamo con ordine: l’articolo, nel rendere edotti i lettori del fatto che non sussiste alcun dubbio sulla corretta identificazione di Ignoto1 anche se la traccia biologica lasciata dall’assassino (sic) è di origine non accertabile, ci informa del fatto che quindici giorni dopo la scomparsa di Yara Massimo Bossetti avrebbe acquistato un mc di sabbia a Chignolo, ossia da quello da tre mesi sappiamo essere il suo fornitore abituale.
Certamente un grave indizio di colpevolezza, corroborato dal fatto che a distanza di ben quattro anni non ricordi (rectius, non sia in grado di spiegare) l’uso cui l’acquisto era destinato.
Cosa aspettiamo allora, signori, a buttar via la chiave una volta per tutte?
Un muratore ha acquistato un tipico prodotto usato nell’edilizia e a distanza di quattro anni non ricorda il cantiere di destinazione!
Un fatto che vale di per sé una condanna all’ergastolo, anzi, mi chiedo a questo punto perché non riportare in auge i fasti della gloriosa vigenza della pena capitale.
Certo, è vero che la pena di morte è resa vieta nientemeno che dalla nostra Costituzione, ma visto il clima di enorme rispetto per i principi costituzionali (tra i quali è annoverata la presunzione d’innocenza) che da qualche tempo a questa parte si respira in Italia, sono sicura che i presupposti per invocare una modifica costituzionale ricorrano tutti.
D’altro canto, restano ben poche alternative dinnanzi a un muratore che acquista materiali edili: dopo un atto tanto anomalo e scriteriato, non potrà che essere colpevole.

Titolo e sottotitolo dell’articolo meritano di essere riportati paro paro.

articolo_sarzanini

Infatti, ci danno due notizie eclatanti: la prima è che Bossetti è già “imputato” (perché non anche condannato, a questo punto?), la seconda è che la fattura indicherebbe che abbia visitato il campo in cui fu trovata la piccola Yara: probabilmente si tratta di indicazioni tipiche delle fatture della bergamasca, giacché non mi risulta che le fatture rechino menzione del proprio eventuale tragitto o passaggio in un campo.
Eppure questa fattura lo indicherebbe.
Anzi, non solo lo indicherebbe, ma lo indica senza ombra di dubbio: basti guardare l’assenza di condizionale nel titolo.

I più attenti si saranno chiesti quale dovrebbe essere, di grazia, il valore indiziante di un simile elemento.
Il fatto che un muratore acquisti un mc di sabbia non è indizio di nulla più che del normale espletare un’attività legata al proprio lavoro.
Il passaggio a Chignolo potrebbe avere una valenza indiziaria se Chignolo non fosse un paese pressoché limitrofo al comune di residenza dell’indagato e se l’indagato non fosse stato solito acquistare materiali edili proprio a Chignolo.
L’acquisto di un mc di sabbia avrebbe (forse) rilevanza se l’indagato non fosse un muratore, ovvero se sul luogo del delitto fosse stata trovata della sabbia.
Tali requisiti minimi non sono soddisfatti, dunque un articolo ci ha informati del fatto che Massimo Bossetti acquistava materiali pertinenti alla sua attività: se siamo arrivati al punto di voler vedere del torbido anche in questo e se davvero la Procura si muove su questa linea e non si tratta di mere pontificazioni giornalistiche, mi chiedo francamente come si possa anche solo pensare di rinviare a giudizio un cittadino con elementi di questo tenore, che ad un giudice attempato potrebbero perfino causare una qualche funesta reazione di shock emotivo.

A ciò deve essere aggiunta una ulteriore considerazione: la recente testimonianza di Iro Rovedatti, pilota della protezione civile che sorvolando il campo di Chignolo a bassa quota non vide mai il corpo di Yara, che ove presente si sarebbe dovuto vedere, sembra aprire nuovi interrogativi sul luogo del delitto stesso, che molto verosimilmente (come qui abbiamo ipotizzato sin dall’inizio) non è Chignolo.
Anche qualora si ipotizzasse che il signor Rovedatti non abbia visto il corpo, resta infatti molto difficile credere che la medesima “cecità” abbia colpito anche i suoi colleghi.

Per quanto riguarda la sicumera con la quale la signora Sarzanini non esita ad attribuire la traccia biologica all’assassino, in questo blog è stato rimarcato ad nauseam il fatto che il DNA, specialmente in una traccia unica, non dimostra ovviamente colpevolezza, e posto che è trasportabile se ne deduce che non dimostra neppure (necessariamente) contatto diretto; posto poi che non è databile, possiamo dire ancora che non è elemento sufficiente neppure per collocare temporalmente una persona sulla scena criminis.

A livello mediatico, si è parlato di DNA come prova schiacciante, poiché è stato detto che “il DNA non mente”; purtroppo, però, ci si è dimenticati di aggiungere che il DNA non dice ciò che ci si vuole sentir dire, e nello specifico non dice come e quando sia arrivato lì.

Il fatto che il DNA possa essere trasportato, non solo dolosamente, ma anche in via del tutto incidentale, implica che sulla scena del crimine o sul corpo della vittima possano essere isolate tracce biologiche di persone del tutto estranee al delitto: la casistica giudiziaria internazionale contempla perfino casi di tracce biologiche rinvenute sotto le unghie delle vittime e rivelatesi esito di trasporto.
Anche un oggetto, come un’arma sporca, può veicolare sulla scena del crimine il DNA di un precedente utilizzatore non coinvolto a nessun titolo nel delitto.

Dopo aver posto tutti questi elementi, poniamo ancora che è di recente trapelato in modo finalmente chiaro, come ammette (bontà sua) la stessa signora Sarzanini, che la traccia biologica di “Ignoto1” è di origine “non accertabile”: ciò significa, in Italiano, che può essere qualsiasi cosa, incluse sostanze (esempio più banale, urina) che di per sé si dimostrerebbero intrinsecamente slegate dall’azione omicidiaria.

Il DNA può rivelarsi un elemento importante per le indagini, ma di per sé non è né prova di colpevolezza né, tantomeno, prova schiacciante, e se non contestualizzato in maniera critica rischia di condurre a tentativi grossolani di risolvere indagini sulla base di congetture che, puntualmente, finiscono per non reggere al dibattimento o per portare a sentenze di condanna che, lungi dalle certezze richieste al diritto, portano con sé dubbi che pesano come macigni.

Da un punto di vista strettamente giuridico, quanto detto sopra porta alla logica constatazione che l’esame del DNA reca una conoscenza meramente indiziaria, risultando indizio (e non “prova”), tra l’altro, di mera presenza sulla scena criminis e non di colpevolezza per omicidio.

Ed una tale conoscenza, da sola o rimestata con elementi ai limiti del ridicolo, non rende accettabile un simile accanimento mediatico-giudiziario, né il fatto che un uomo sia in carcere da più di tre mesi.

Ci si aspetterebbe, infatti, visto l’accanimento di stampo persecutorio che da tre mesi colpisce un uomo e la sua famiglia, che ci siano perlomeno delle prove dotate di un certo grado di attendibilità a suo carico.
Una tale aspettativa è però vanificata dalla semplice lettura del’ordinanza di custodia cautelare, che definisce ripetutamente i presunti fatti richiamati come “probabili”, “non illogici” e “suggestivi”.
Eppure non dovrebbe essere una mera “probabilità” e “non illogicità”, né tantomeno una qualche forma di “suggestione” a poter costare, in uno stato di diritto, la privazione della libertà ad un cittadino.

E’ notizia di pochi giorni fa che la Cassazione, nelle motivazioni alla sentenza di assoluzione nei confronti di Raniero Busco, per il delitto di Via Poma, ha stigmatizzato il fatto che la condanna di primo grado si fosse basata su mere congetture.
Qui abbiamo parlato spesso del carico di dubbi che tende sempre ad accompagnare il processo indiziario, ma è bene sottolineare che la congettura, per definizione, non è neppure “indizio”, ma supposizione possibilmente infondata che trae legittimazione da altre supposizioni altrettanto infondate.
Nel caso di Massimo Bossetti, è difficile perfino distinguere indizi e congetture da quello che spesso appare come puro e semplice gossip.

Proprio a proposito della fine del calvario di Raniero Busco, leggevo una sua intervista su Il Tempo.
Una frase, in particolar modo, mi ha colpita:
«Un incubo durato sette anni. E il fatto di aver voluto collaborare con la Giustizia si è ritorto contro di me. “Ci servono le sue dichiarazioni spontanee”, mi disse il pm nel 2004. Poi mi fecero bere un caffè, tenendo da parte la tazzina. Io volevo dare una mano, invece nel 2007 mi hanno indagato per l’omicidio di Simonetta. Sono andato da loro tante volte, tante…ho ripetuto sempre le stesse cose. E loro non mi hanno creduto. Uno che ha la coscienza pulita come me pensa che, se dice la verità, gli crederanno. Invece tutto quello che ho detto è stato usato contro di me».

Mi sembra di vedere il ripetersi della medesima storia, insomma, e non solo in relazione alla questione delle “congetture”.
Ripenso a come, negli interrogatori di Massimo Bossetti, perfino le “contraddizioni” relative ai suoi spostamenti di quattro anni prima gli vengano ritorte contro senza criterio e, mi si perdoni, come già precedentemente evidenziato, senza alcuna logica: forse, sarebbe più opportuno che il signor Bossetti evitasse di rispondere a certe domande, perché ogni sua risposta in buona fede viene puntualmente rigirata ad usum delphini.

Si tratta di cose che, per sua natura, nessun essere umano può ricordare senza dare adito a confusioni/contraddizioni puntualmente usate contro di lui.
Un colpevole ricorda cosa ha fatto nel pomeriggio di quattro anni prima, se ha compiuto un delitto probabilmente conserva ricordi nitidi sia del “prima” sia del “dopo”, in quanto trattasi di momenti connotati da una imprescindibile “particolarità”.

Un innocente, invece, va da sé che non può ricordare, meno che mai senza confusioni di sorta, cosa ha fatto nel giorno X dell’anno Y.
Nessuno di noi lo ricorda.
Può provare, sulla base delle sue abitudini, a ipotizzare un quadro verosimile dei propri spostamenti.
Ma se quanto dichiara gli viene puntualmente ritorto contro (nessuno che faccia la semplicissima constatazione del fatto che l’alibi migliore di Massimo Bossetti sia, paradossalmente, il fatto di non avere un alibi: per lui era una giornata come tante, e ovviamente non può ricordare con esattezza cosa ha fatto!!!), allora è meglio non parlare.
Quando si finisce nel tritacarne della giustizia, specie se c’è una certa premura di avere un colpevole ad ogni costo per salvare la faccia, bisogna aver paura, soprattutto -per quanto mi dolga dirlo- se non si è colpevoli.

Ce ne dà prova nuovamente il Corriere, che dimostrando di trovarsi davvero poco a proprio agio con i dizionari della lingua italiana, presenta il mancato riscontro di uno spostamento di quattro anni prima indicato da Massimo Bossetti in un interrogatorio in questi termini:

“Bossetti non andò dal meccanico”
Barcolla anche l’ultimo alibi.

Autrice dell’articolo è la signora Giuliana Ubbiali, la stessa che si prese la briga di portare all’attenzione del popolo italiano i gossip su una presunta infedeltà coniugale.

Ora sono io, cittadina nata nel paese del garantismo che spesso suole definirsi culla del diritto, a voler fare una domanda alla signora Ubbiali: cos’è, secondo la lingua italiana, un alibi?
Potrei riportare la definizione data dallo Zingarelli, ma per non farla giocare “fuori casa”, ho deciso di servirmi del dizionario online del Corriere stesso, che riporta la seguente definizione:

“Prova della propria estraneità a un reato, consistente nel dimostrare che al momento in cui veniva commesso ci si trovava in un luogo diverso”.

Vede, signora Ubbiali, io non so se Massimo Bossetti quel giorno sia stato o meno dal meccanico: personalmente, non ricordo cosa ho fatto il 26 novembre di quattro anni fa, e penso non lo ricordi neppure lei.
Questo semplice elemento, mi fa pensare che anche Massimo Bossetti abbia il diritto di non ricordarlo e di confondersi, non senza evidenziare, inoltre, che non sempre il fatto di andare dal meccanico è provabile: non necessariamente viene fatta una fattura e, anche qualora venisse fatta, sono certa che secondo il Corriere sarebbe comunque indizio di colpevolezza.
In quel caso il titolone sarebbe stato con ogni probabilità: “Massimo Bossetti incastrato da una fattura: era a Brembate il giorno del delitto”.

Resta però un fatto: la ricostruzione degli spostamenti di Massimo Bossetti in quella giornata non costituisce “un alibi”, perché è noto sin dal deposito in cancelleria dell’ordinanza di custodia cautelare il fatto che per quella sera, ossia per il momento in cui si è consumato il delitto, Massimo Bossetti non abbia mai dichiarato di avere un alibi, e che la ricostruzione degli spostamenti riguardi le ore precedenti.
Presentare la notizia in questo modo significa suggerire ai lettori qualcosa di intrinsecamente falso, lasciando intendere che Bossetti sostenesse di avere un alibi e sia stato smentito.

Il diritto di cronaca non può spingersi alla creazione di realtà parallele, né al suggerimento di un quadro diverso da quello effettivo.

Ad ogni nuova notizia, sento ormai dentro di me che il vizio dei pennivendoli, asserviti a “logiche patologiche”, in cui la paura di non appartenere è più forte del bisogno di bere e mangiare, non mi fa più alcun effetto.
Si tratta ormai di notizie vuote, oltre che trite e ritrite, quasi volgari nel loro ripetersi.
Quei trafiletti, ma anche quei lunghi articoli, per più della metà riempiti dalle 5 W del giornalismo, hanno esaurito anche i sinonimi che servirebbero da aggettivi qualificativi per il termine “svolta”.
Grande, clamorosa, impressionante, incredibile, eccezionale, strepitosa, sensazionale.

Così tanto eclatante per un solo fatto: ogni svolta di questa inchiesta, riportata dalla stampa, io la trovo invece semplicemente “rumorosa”, “fragorosa” e “chiassosa”.
E’ da oltre tre mesi che ogni giorno, secondo i giornali c’è una svolta clamorosa.
Eppure, non appena si prova a valutare la situazione con occhio critico, ci si accorge non senza un certo stupore che da altrettanto tempo l’indagine è palesemente ferma nel suo stringere un misero pugno di mosche.
Verrebbe da pensare, tanto per restare in tema di metafore stradali, che le clamorose svolte avvengano su una rotonda, che riporta sempre ed invariabilmente al punto di partenza.

Come diceva una iscritta al nostro gruppo facebook, probabilmente i “forcaioli” sembrano di più perché urlano più forte, imbrattano di commenti i forum, intervengono costantemente e a sproposito, vogliono esserci e sono determinati a esserci.
Dilagano, sono puntuali e sputano sentenze con enorme facilità.
Noi, mi permetto questo plurale, siamo sempre qui, a rivendicare la presunzione di non colpevolezza per tutti quelli che sono stati mangiati vivi da una macchina troppo uguale a se stessa per non chiedersi se, forse, in lei c’è qualcosa che non vada.
Probabilmente non ce ne rendiamo conto, ma siamo esattamente più forti, e per forza non intendo niente più che capacità di non credere all’incredibile “perché sennò il mondo non mi accetta”.
Solo a un certo punto ho avuto un cedimento, quando tra tutti gli scoop degli ultimi giorni, ho scorto un paio di frasi, commoventi.
Venivo a conoscenza della prima telefonata tra Bossetti e suo figlio.
Mi ha stretto lo stomaco, ho provato un profondo sentimento di tristezza.
Ho ripensato al Garante della Privacy, intervenuto per ammonire uno dei giornali più conosciuti del paese, secondo in Italia per diffusione.
Ho avuto nostalgia dei bravi giornalisti, quelli che non si fermavano alle apparenze, che approfondivano, che andavano oltre.
Quelli che mai e poi mai si sarebbero permessi di approfittare di una disgrazia, fino a ledere con la mannaia la dignità umana, quelli che avevano scelto questo lavoro per un principio di libertà e di visione critica della realtà.
Perché questo caso non interessa solo quell’uomo e la sua famiglia, ha a che fare con ognuno di noi, con i principi costituzionali, con la scelta che facciamo come persone.
Il garantismo non è faciloneria e non è una parolaccia, è uno strumento nobile e potente, se usato con criterio.

Sbagliano i blog, i siti “riporta notizie” e, perché no, gli altri quotidiani, a credere che il Garante della Privacy abbia imposto il fermo alla diffusione dell’articolo di Repubblica ove sono riportati stralci dell’interrogatorio a Massimo Bossetti, per i particolari sulla vita sessuale tra l’indagato e la moglie.
O non hanno letto il contenuto del divieto, o la nostra società è andata oltre il solito immaginario di squallore.
Ancora qualche giorno fa, dopo l’intervento del Garante, Quarto Grado riportava stralci di interrogatorio, per giunta calati in una nuova ridicola pantomima con un attore che interpretava Bossetti.

Non ci sarebbe nulla di nuovo se i media avessero sputato addosso a moglie, madre, suocera e parenti vari, lo stanno facendo dal giorno del fermo.
Il Garante della Privacy è intervenuto perché l’indecenza ha toccato anche un minore, la mancanza di pietas ha valicato ogni confine e di un adolescente si è tentato di fare scempio.
Quando una nazione che si crede civile non è più in grado di tutelare i suoi cittadini più piccoli, significa che la ferita è profonda, dilagante, forse insanabile.
Chi ha mai detto che gli inquirenti, in un caso così delicato, non debbano indagare?
Lo sappiamo tutti che per sviscerare la realtà di un atto criminoso bisogna andare a fondo, denudare il cittadino interessato e scavare nei meandri della sua vita privata.
Non siamo stati di certo noi a dire a chi di dovere di non fare il proprio lavoro, anzi!
Poi, però, salta fuori il “diritto di cronaca”, anche questo sacrosanto, inviolabile, senza il quale una repubblica diverrebbe dittatura.
Ma il diritto di cronaca che cos’è?
Ci sono gli armadi della vergogna, ci sono i segreti da mantenere sotto chiave per secoli e c’è il diritto di raccontare al mondo gli affari di un ragazzino già martoriato dalla tragedia capitata alla sua famiglia.
Ebbene, dobbiamo chiarirci le idee.
La vita di questo innocente è già stata messa a dura prova, ma ora, grazie a questi signori che impugnano la penna come fosse la spada nella roccia, lo è una volta di più.

Non sono stupita del tutto, non ho mai pensato che in Italia infanzia e adolescenza fossero protette dalla violenza dell’adulto, però credevo ci fosse una certa differenza tra alcuni “giornaletti” – tipo quello che si spinge fino a modificare i tratti somatici e i capelli della giovane vittima di questa storia drammatica – e un quotidiano che deve il suo nome alla Rivoluzione portoghese dei Garofani, in conseguenza della quale fu abbattuta una delle più temibili dittature europee e che è secondo per diffusione in Italia.
Invece pare proprio di no, sembra sia scomparsa quella linea di demarcazione tra serio e ridicolo, che sia stata cancellata dalla brutta malattia del secolo, il denaro.
Sempre che sia questo il motivo, sempre che il “diritto di cronaca” non stia seguendo altri scenari a noi sconosciuti, ma siccome non amiamo il complottismo, ci fermiamo prima e stendiamo il nostro “J’accuse”, sul terreno che possiamo vedere, non sulle immagini sbiadite di sentieri ignoti.
Infine, per tornare su un punto già trattato, ma non digerito, questa stampa che ci è toccata in sorte, non ha fatto diversamente con la sorella dell’indagato.
Raccogliendo tutti i modi condizionali della lingua italiana ha orribilmente messo in dubbio che questa donna fosse stata aggredita, quando c’erano addirittura dei testimoni che hanno paura di parlare.
Una donna sola e indifesa, minacciata una prima volta, strattonata una seconda e riempita di calci la terza sotto gli occhi di tutti, dopo il danno, ha subito anche la beffa di quelli che rivendicano il proprio diritto calpestando quelli degli altri.

Qui continueremo, dunque, a rivendicare un solo imprescindibile diritto: quello di dubitare.

Talvolta si parla del principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” come un portato dei paesi di common law: non è così.
Non ho grandi tendenze al patriottismo, meno che mai negli ultimi tempi, ma vale la pena di ricordare che era italianissimo il compianto Prof.Federico Stella, eccelso giurista le cui elaborazioni hanno costituito la base dottrinale della sentenza Franzese (2002) che ha sancito alcuni principi fondamentali di civiltà giuridica, fungendo da antidoto alla valutazione acritica ed arbitraria, insita di fallacie, della cosiddetta “prova scientifica”.

La sentenza Franzese è stata volta a volta definita come antidoto contro l’esclusione del contraddittorio in relazione alle prove scientifiche, antidoto contro la totale discrezione del libero convincimento del giudice e antidoto contro la deriva tecnicistica del processo penale.
Intervenne poi il legislatore, che con la cosiddetta legge Pecorella ( L. 46/2006)  positivizzò finalmente in un testo di legge un sommo principio di civiltà giuridica: l’oltre ogni ragionevole dubbio.
Venne così finalmente superato, almeno formalmente, il cosiddetto metodo individualizzante che, ai fini dell’accertamento della responsabilità penale dell’imputato, focalizzava maggiormente l’attenzione sull’intuizione del giudice: se non vi è certezza o quasi certezza di colpevolezza occorre assolvere, come si predica ormai, spesso, evidentemente a vuoto, in tutte le aule accademiche nostrane.

Come ho già detto in più circostanze, il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio implica che debba essere pronunciata sentenza assolutoria in tutti i casi in cui esista una spiegazione alternativa rispetto a quella accusatoria, e non è richiesto che tale spiegazione alternativa superi a propria volta il ragionevole dubbio, dovendo semplicemente essere e possibile in rerum natura e non impossibile o estremamente improbabile nel caso concreto.
Quando i Tribunali si discostano da questa interpretazione (che tra l’altro è l’unica che si può coerentemente ricavare dalla legge) e sembrano di contro sposare una sorta di “dubio pro culpa” (contra legem), puntualmente partoriscono mostri giudiziari.

E’ invalsa la distinzione (giurisprudenziale e di parte della dottrina) tra dubbi “interni” ed “esterni”.
Il “dubbio interno” è quello che rivela l’autocontraddittorietà dell’ipotesi del
pubblico ministero (ipotesi incoerente) o la sua incapacità/insufficienza esplicativa (l’ipotesi dell’accusa spiega solo alcuni fatti, ma non tutti i fatti necessari per un giudizio di colpevolezza); il “dubbio esterno” è invece quello che contrappone all’ipotesi dell’accusa una tesi alternativa, che non abbia la mera caratteristica della possibilità logica ma anche, come dicevo, il fatto di non essere del tutto improbabile nel caso concreto.
Negli elementi relativi a Massimo Bossetti sussistono sia dubbi interni sia dubbi esterni: la ricostruzione dei fatti dell’accusa è intrinsecamente contraddittoria, come dimostra il continuo appigliarsi ad elementi opposti nel tentativo (non riuscito) di dimostrare la stessa cosa, e gli “elementi” non hanno alcuna univocità, in quanto passibili di interpretazioni non solo differenti, ma perfino molto più logiche di quelle accusatorie.

L’unica vera domanda, allora, non è perché un muratore abbia acquistato un tipico materiale usato nell’edilizia né perché non abbia ricordi precisi di una giornata di quattro anni prima come la restante popolazione mondiale, ma piuttosto: cosa ci fa Massimo Bossetti in carcere?

Su quali basi è in carcere?
Non si tratta di una domanda retorica, ma di una questione già approfonditamente affrontata in precedenza.

E’ forse in carcere sulla base di una spesa di tre milioni di euro che ha portato al nulla più assoluto perché, dopo l’entusiasmo per l’identificazione di “Ignoto1”, da tre mesi si ha bisogno di blandire il pubblico consenso correndo dietro a gossip familiari, a notizie ridicole come acquisto di materiale edile (da parte di un muratore), e dando in pasto alla stampa interrogatori in cui si scandaglia la vita intima di un uomo, in completa violazione della dignità umana e della segretezza degli atti?

Lo abbiamo detto tante volte e lo ribadiamo: l’onere della prova incombe sull’accusa, e se la Procura non è in grado (come è ormai evidente) di provare, e di provare “oltre ogni ragionevole dubbio”, la colpevolezza di Massimo Bossetti, Massimo Bossetti non deve stare in carcere, ma in casa propria con la sua famiglia e i suoi bambini.

E’ inaccettabile che se si non riesce a dimostrare la colpevolezza per un delitto si cominci a prendere per il naso l’opinione pubblica spacciando corbellerie per indizi, nonché a scavare nella vita intima altrui per poi darla in pasto a 60 milioni di Italiani, contro ogni decenza e buon senso.

Per concludere, è a dir poco imbarazzante constatare come le tanto decantate indagini “avvenieristiche” sembrino basare le proprie ricostruzioni nientemeno che sui detti popolari, come il vecchio adagio in virtù del quale “l’assassino torna sempre sul luogo del delitto”.
A questo punto, perché non tirar fuori dal cilindro anche il  ben più celebre “l’assassino è sempre il maggiordomo”?
Vero è che, in questo caso, il proverbio non collimerebbe con l’attuale indagato.
Sempre che, beninteso, non vada bene anche sostituire “il maggiordomo” con “il nipote della domestica”.

E in fondo, ironia a parte, non mi sorprenderei se andasse bene anche una tale sostituzione: d’altro canto, in un contesto nel quale non ci si fa scrupolo ad attaccarsi alle più grottesche insulsaggini, sarebbe davvero così strano, pur di avere un “colpevole” ad ogni costo, provvedere ad adeguare alla bisogna anche i proverbi?

Il re è nudo: siamo tutti Massimo Bossetti

Negli ultimi giorni mi è tornata più volte alla memoria la celebre fiaba di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore.

La fiaba racconta di un imperatore vanitoso abilmente raggirato da due sedicenti tessitori, che giunti in città sostengono di avere a disposizione un meraviglioso tessuto con la peculiarità di essere invisibile agli stolti.
L’imperatore chiama i due truffatori alla sua reggia, chiedendo loro un abito su misura.
Ultimato l’abito, l’imperatore non lo vede, ma non volendo fare la figura dello stolto, finge di vederlo e di essere incantato dalla sua bellezza; stessa cosa fanno i suoi cortigiani, che lodano estasiati la bellezza dell’inesistente abito.
Un bel giorno, l’imperatore decide finalmente di sfilare per le vie della città con il nuovo abito, ed anche i sudditi, pur non vedendo alcunché, si lanciano in lodi sperticate della magnificenza del tessuto.
Questo clima idilliaco viene però repentinamente spezzato da un bimbo, che in tutta la sua innocenza non può fare a meno di esclamare a gran voce: “Il re è nudo!”.

Tuttavia, la beffa sembra non essere tanto questa, quanto il fatto che nonostante tutto l’imperatore continui tronfio ed imperterrito a sfilare in mutande.

Ecco, questa fiaba di Andersen sembra avere una qualche somiglianza con l’atteggiamento mediatico al quale stiamo assistendo da quarantasei giorni a questa parte.

Nel saggio Comunicazione mediatica e processo penale- Quale impatto sul processo e quale squilibrio tra le parti (di Susanna De Nicola, Simona Ingrosso e Riccardo Lombardo), si può leggere una frase tristemente vera: “se sono sempre più diffusi i dubbi circa il funzionamento delle indagini in Italia, l’unica cosa che funziona in realtà sembrerebbe essere la velocità dell’informazione, poco importa della veridicità o meno del messaggio trasmesso.”

Nel saggio in questione viene ben evidenziato come i processi mediatici, che sempre più spesso si instaurano parallelamente ai processi penali, possano avere effetti distorsivi e “divenire uno strumento di pressione a danno del giusto ed equo processo”, svuotando di fatto ogni garanzia costituzionale entro la quale la libertà di informazione in realtà dovrebbe muovere.

Se come egregiamente notato dal Prof.Glauco Giostra i processi mediatici rispondono ad una mera logica dell’apparenza, infatti, non ci si può non domandare quai debbano essere i limiti entro i quali un processo mediatico dovrebbe potersi svolgere.

Nel 1993, l’avvocato Daniel Soulez Larivière, scrisse una lettera a due quotidiani per denunciare la sostanziale impossibilità di difendere gli imputati oggetto di gogne mediatiche: in questi casi, infatti, scrisse Larivière, gli stessi atti giudiziari finivano per essere “pieni di dettagli ininfluenti, ma appetitosi per il pubblico. Sembrava che il problema fosse quello di divertire la gente con scandali assortiti che giravano intorno all’indagine, ma non la riguardavano direttamente. Per chi si trova coinvolto, è come andare contro un muro di cemento armato. L’innocenza magari viene anche dimostrata, ma ormai il danno è fatto”.

Se la giustizia viene generalmente rappresentata come una Dea con una benda che ne copre gli occhi è perché, come scrisse Hanna Arendt, “giudicare impone di non vedere, perché solo chiudendo gli occhi si diventa spettatori imparziali, operazione impossibile in un universo saturo di immagini (spesso ritoccate) come nel nostro”.
Le (sacrosante) parole della Arendt, mostrano molto bene quale sia nei fatti il rischio dei processi mediatici.
E a nulla vale schermarsi dietro la libertà dell’informazione: perché se il Costituente doverosamente la riconosce, è impensabile che nel nome della libertà di informazione si possano calpestare e stuprare a cuor leggero altri diritti fondamentali ed inalienabili garantiti dalla nostra Carta Costituzionale, tra i quali spicca, oltre alla presunzione di innocenza, la dignità umana.

Viepiù che potenzialmente pericolosi e lesivi di alcuni importanti diritti umani per propria intrinseca natura, i processi mediatici incontrollati o per meglio dire i loro attori, sembrano dimenticare, nel caso in questione, che non si sta parlando della prova costume né dei tagli di capelli di tendenza per l’estate 2014, tematiche che possono essere affrontate superficialmente senza rischio alcuno, ma di un uomo incensurato, buon lavoratore e padre di tre bambini che proclama a gran voce la propria totale estraneità ad un atroce delitto del quale è sospettato.

Chi si ostina a ripetere che su quanto viene affermato dai media si può soprassedere in quanto i processi mediatici sono, per fortuna, privi di effetti giuridici, in realtà sbaglia: se è vero che ovviamente il processo mediatico non ha effetti penali diretti, può manifestare indirettamente effetti molto pericolosi, tanto che sull’intricato rapporto che intercorre tra libertà di informazione e diritto alla presunzione di innocenza si è pronunciata a più riprese perfino la Corte di Strasburgo.

Nella sentenza Allenet de Ribemont, che purtroppo ricorda molto il “nostro” caso relativamente ad incaute ed avventate dichiarazioni provenienti da voci istituzionali, la Corte di Strasburgo ha condannato la Francia a risarcire i danni morali e materiali a un cittadino a seguito delle incaute dichiarazioni rese dal Ministro dell’Interno circa la sua responsabilità come mandante per omicidio.
Qualche mese dopo l’uomo è stato scagionato con formula piena da tutti i capi di imputazione.
La Corte di Strasburgo ha affermato che l’informazione da parte degli organi procedenti è protetta dall’art.10 della CEDU, ma tale informazione deve essere resa “con tutta la discrezione e tutto il riserbo che il rispetto della presunzione di innocenza impone”.

Successive pronunce della Corte hanno confermato questa linea, e nel 2003 una Raccomandazione del Consiglio d’Europa ha stabilito che nella diffusione di informazioni relative ai processi penali “opinioni e informazioni relativi a procedimenti penali in corso possono essere veicolati o diffusi attraverso i media solo se questo non arreca pregiudizio alla presunzione di innocenza del sospettato o dell’accusato”.
La Corte di Strasburgo ha inoltre evidenziato che tale principio deve ritenersi valido a dall’esito del processo.

E se qualcuno potrebbe obiettare che le Raccomandazioni non sono atti giuridicamente vincolanti, è pur vero che esse hanno l’obiettivo di invitare i destinatari a seguire un determinato comportamento ritenuto utile per la tutela dei diritti umani, ed è altresì innegabile che la linea giurisprudenziale della Corte di Strasburgo è in perfetta armonia con i nostri principi costituzionali, che pongono la dignità umana al centro del proprio raggio d’azione.

Nel nostro Paese, il primo ad indossare la toga in TV fu Giuliano Ferrara ne L’Istruttoria, nel 1987.
Con il senno di poi si potrebbe esclamare un sentito “Mai lo avesse fatto!”, ed in effetti lo stesso Ferrara, nell’introduzione del libro “Il circo mediatico giudiziario” di Daniel Soulez Larivière, è tornato sulla sua esperienza in questi termini:
“Mi accadde di indossare una toga e di fare una dozzina di processi televisivi.
Ma io scherzavo.
Anzi, credevo di scherzare e ora non mi resta che chiedere perdono. Perché sapete tutti com’è andata a finire: le tv e i giornali la toga l’hanno indossata sul serio.
[…]
Io scherzavo, ma quel travestimento era una grottesca premonizione”.

Come tutti sappiamo, lo scorso 16 giugno abbiamo assistito ad un fermo eseguito in pompa magna con un dispiegamento di forze degno di un’operazione di sicurezza internazionale e seguito dal trionfalistico annuncio via twitter del ministro Angelino Alfano.

Prima di proseguire col discorso è necessario spendere nuovamente qualche parola sulla storia degna di CSI che ha portato a questo fermo.

La corrispondenza del DNA è stata strombazzata ai quattro venti sin dai primi giorni senza approfondire quasi mai la questione: probabilmente la cosa suonava troppo bene così com’era per rischiare di rovinare il tutto con spiegazioni più accurate.

Il 30 luglio, due giorni fa, durante la trasmissione “Estate in Diretta”  la TV di stato (Rai 1) ha dato un esempio molto chiaro di cosa sia un tribunale mediatico.

Si è tornati ancora sulla cella telefonica di Chignolo agganciata il 6 dicembre.
Per quanto mi riguarda si può essere colpevolisti quanto si vuole, ma non si può prendere per il naso il pubblico.
Il 26 novembre sappiamo tutti che Massimo Bossetti aggancia la cella di Mapello, compatibile con la propria abitazione.
Siccome però fa comodo dipingerlo come colpevole, e il re nudo deve continuare la propria sfilata, allora si ipotizza che in realtà non fosse a casa sua, ma vicino alla palestra di Brembate, e che la cella telefonica locale fosse “intasata” cosicché ha agganciato quella di Mapello (che -guarda caso!- è la stessa che copre nientemeno che la sua abitazione).
Questo fatto, in effetti, per quanto singolare nelle sue implicazioni inverse, potrebbe anche essere plausibile.

Cito ad esempio un saggio del Dott. Paolo Reale pubblicato su Digital Forensic:

Da quanto precedentemente descritto, è evidente che l’analisi delle celle si fonda su una valutazione di tipo probabilistico, per cui è fondamentale comprendere quali siano i fattori da tenere in considerazione, per stimare l’affidabilità dei risultati.
Questi fattori possono essere sintetizzati in:
1) la qualità delle mappe disponibili (accuratezza della
modellizzazione del territorio, definizione della
simulazione), che forniscono un’indicazione statistica
della cosiddetta “cella miglior servente”;
2) lo stato effettivo della/e stazione/i base nel periodo di
interesse, incluso il livello di traffico totale gestito: la rete
prevede logiche di instradamento delle chiamate, e di
aggancio delle celle, anche in funzione del carico servito;
3) gli algoritmi utilizzati dalla rete e dai terminali in modo
dinamico per stabilire l’aggancio e lo scambio con le
altre celle;
4) la peculiarità di alcune posizioni geografiche, che per
varie ragioni (posizionamento degli edifici, riflessioni
di segnale etc.) possono far sì che, a dispetto di quanto
rappresentato nella mappa, si possa avere una cella
miglior servente diversa da quella prevista. Questo vale
in particolare negli ambienti indoor;
5) altri fattori specifici ambientali (es. meteorologici).
Tutti i fattori sopra descritti possono influire nel meccanismo di “aggancio” tra cella e terminale, facendo sì che in un dato punto geografico ed in un dato momento la cella
che effettivamente sta servendo il cellulare possa essere differente da quella rappresentata dalla mappa di copertura analizzata.

E’ quindi possibile agganciare una cella telefonica diversa quella “miglior servente”, specie se si tratta di spazi geografici ridotti.
Tuttavia, a questo punto, logica vuole che se è possibile fare un discorso di questo tipo per le celle telefoniche agganciate da Bossetti, un discorso analogo possa essere fatto in relazione a Yara, che aggancia alle ore 18,49 la cella telefonica di Mapello: stante la logica di cui sopra, nulla vieta di pensare a questo punto che l’abbia agganciate da Brembate o da altra zona limitrofa.

Ma soprattutto, è impensabile di poter fare un “taglia e cuci” su misura dei presunti indizi, e dire che se Bossetti il 26 novembre aggancia la cella telefonica di Mapello era a Brembate e non in casa sua, mentre se il 6 dicembre aggancia quella di Chignolo, allora era certamente a Chignolo.
A questo punto, infatti, si potrebbe tranquillamente prospettare che Bossetti abbia agganciato la cella telefonica di Chignolo da Mapello.
Ma soprattutto non si capisce perché dieci giorni dopo la scomparsa di Yara quest’uomo non potesse stare in un paese che confina con il suo: cosa dovrebbe provare questo fatto?
Chiunque viva in piccole realtà geografiche sa bene che non è certo una rarità passare per un paese limitrofo: a questo punto, sono certa che un simile indizio finirebbe per collimare con la quasi totalità della popolazione locale.

[Per un quadro più dettagliato della questione relativa alle celle telefoniche rimando in ogni caso al mio precedente articolo La questione delle celle telefoniche: tanto rumore per nulla?]

Ciò che pare non venga capito con facilità è che avere i media contro non è bello per nessuno.
Essere dentro un carcere, in isolamento, e non poter controbattere a tutte le accuse basate sul nulla che vengono giornalmente spacciate come indizi schiaccianti, è un incubo.
E se i giornali dicono che il tuo cellulare ha agganciato la cella di Mapello dove abiti e per questo ti trovavi non nel tuo paese ma a Brembate, pensi che devi essere pazzo per non capire; se poi dicono che il 6 dicembre hai agganciato la cella telefonica di un paese che confina con il tuo, e che anche questo è un indizio, allora pensi che forse sei l’unica persona sana al mondo e che sono tutti gli altri ad essere pazzi.

Se poi ti viene chiesto cosa hai fatto il 6 dicembre di quattro anni prima, e hai la sfortuna di essere così smemorato da non ricordarlo (come non lo ricorderebbe il resto del mondo), magari provi a dire che potresti essere stato a Chignolo per acquistare del materiale edile, dal momento che eri solito acquistarlo lì: ma il titolare del negozio non ricorda di averti visto il 6 dicembre di quattro anni prima (ancora una volta, come non lo ricorderebbe il resto del mondo, perché nessuno può ricordare chi ha visto un giorno specifico di quattro anni prima), e anche la barista non ti ricorda, quindi è chiaro, secondo i media, che sei inequivocabilmente un assassino.

E di questo non puoi e non devi sorprenderti, perché che tu fossi un assassino era già stato annunciato su Twitter contestualmente al tuo fermo, e a nulla varrà ricordare un triste precedente che il nostro Paese può “vantare”: correva infatti il 1996 quando Oscar Luigi Scalfaro si lasciò andare ad affermazioni di stampo colpevolista sull’allora indagato Marco Dimitri, successivamente assolto con formula piena da tutte le accuse e in tutti i gradi di giudizio per insussistenza del fatto, nonché profumatamente -e doverosamente- risarcito a spese dei contribuenti per 400 giorni di ingiusta detenzione in custodia cautelare.

Se si annoverano inoltre tra gli indizi della tua colpevolezza perfino quelle innocenti sedute al solarium per cancellare i tipici segni della “abbronzatura da muratore”, qualche cena alla trattoria “La Toscanaccia”, e perfino gli “occhi di ghiaccio” dei quali Madre Natura ti ha gentilmente fatto dono, cosa mai potresti ribattere, da semplice operaio senza alcuna nozione in materia, dinnanzi ad un puntiglioso tecnicismo come quello delle celle telefoniche?

Ma siccome, ancora una volta, il re nudo deve continuare la sfilata perché dopo gli annunci in pompa magna fare un passo indietro sarebbe forse troppo imbarazzante, ci si appiglia imperterriti a quella traccia di DNA, sulla quale tanto abbiamo detto e scritto.

Sempre ad Estate in Diretta, il direttore della solita rivista “Giallo”, Biavardi, ha continuato con ostinazione a ripetere che Bossetti ha subito un furto di attrezzi successivamente all’omicidio, la qual cosa dunque smentirebbe la possibilità di trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto.

Davvero?

Ciò che sembra sfuggire è, ancora una volta, il nocciolo della questione: è necessario un furto di attrezzi per motivare la veicolazione del DNA attraverso un’arma del delitto precedentemente contaminata?
Ovviamente no.
O il signor Biavardi ritiene così peregrina l’ipotesi che un muratore possa perdere un taglierino sul luogo di lavoro, cosa tutt’altro che infrequente e per la quale nessuno -ovviamente- sporgerebbe denuncia?
Forse basterebbe semplicemente pensare che la rivista “Giallo” è la stessa che qualche settimana fa ha scritto in copertina, erroneamente, che i colleghi di Bossetti hanno smentito che soffrisse di epistassi, cosa che invece hanno confermato all’unanimità (come si può tranquillamente leggere su tutti gli organi di stampa diversi da Giallo), per farsi un’idea più completa, ma per carità di patria, mi fermo qui: in realtà mi chiedo se l’unico “giallo” non sia il fatto che il settimanale in questione pubblichi notizie prive di riscontro in qualsiasi altro mezzo di informazione, ma trovo che sparare sulla Croce Rossa sia fondamentalmente indice di pochezza, quindi lascio ad altri l’ingrato compito di indagare su questo curioso mistero.

Per par condicio, comunque, dal momento che oltre ai vizi è sempre bene richiamare anche le virtù, è doveroso segnalare, nella summenzionata puntata di Estate in diretta, l’interessante intervento dell’avvocato Ettore Tacchini, che ha doverosamente espresso seri dubbi sul fatto che una traccia di DNA possa essere sufficiente ad una sentenza di condanna, se avulsa da un corollario di altri indizi che, ad oggi, sembrano mancare.

Oggi Estate in diretta ha chiuso i battenti, e vista la sua caratura non molto imparziale (per usare un generoso eufemismo) me ne potrei quasi rallegrare: eppure sarebbe inutile, perché a prescindere da quanto potrà accadere in seguito, il danno è fatto.

L’immagine di Massimo Bossetti come assassino, come “uomo nero”, come mostro, è stata fissata come punto fermo nella coscienza degli Italiani, e quand’anche si arrivasse ad una sentenza assolutoria, per quanto sia triste dirlo, buona parte dell’opinione pubblica continuerebbe a considerare Massimo Bossetti colpevole.

Nel saggio antropologico Capri espiatori di massa del Dott. Osvaldo Duilio Rossi è ben descritto il processo di spersonalizzazione che accompagna la costruzione del mostro mediatico nei casi di cronaca nera: si comincia in modo semplice, destituendo i sospettati di tutti quei titoli personali (Dott., Prof., Sig.) che costituiscono la base delle interazioni sociali, ed indicandoli generalmente per cognome (mentre per le vittime si predilige il nome), e in seguito “i loro passati personali e professionali sono stralciati dall’informazione; solo vaghi accenni aprono uno spiraglio sulla loro storia certa e, invece, tutta l’attenzione viene concentrata sulle ipotesi incerte relative alla malefatta. [… ]
Questa spogliazione potrebbe essere un sistema per istituire il capro espiatorio: non più membri della società perché destituiti dei loro ruoli sociali, i sospettati pubblicati in prima pagina sarebbero pronti per essere accettati come vittime sacrificali; sarebbero allontanati simbolicamente dalla società, pronti per essere precipitati dalla rupe”.

Per questo motivo, trovo assai discutibile l’atteggiamento di coloro che, di fronte alle evidenti incongruenze del caso, non volendo esporsi troppo si schermano dietro un ipocrita “non per difendere Bossetti, ma…”.
Questa frase non significa nulla: se c’è un ma, in uno stato di diritto deve essere fatto valere.
Perché se il “ma” esprime un dubbio, in uno stato di diritto il dubbio si valuta pro reo.
Quindi se io ho dei dubbi non parlo “non per difendere Massimo Bossetti, ma”: se ho dubbi io parlo proprio per difendere Massimo Bossetti.

Nella tesi “IL PROCESSO MASS-MEDIATICO
QUANDO LA COLLETTIVITA’ SI IDENTIFICA
NELLA CRONACA NERA” (Relatore: Dott. Massimo Numa, Candidato Dott. Alessandro Scherillo) si parla ancora di ragionevole dubbio in relazione alla prova scientifica, e si evidenziano alcune problematiche salienti, delle quali cito un passo estremamente evocativo, che nel caso in esame non dovrebbe essere dimenticato:

“Le ricostruzioni perfette rischiano di essere mere utopie.
I giudici che sono maggiormente influenzati dalle varie serie televisive
CSI, RIS, etc trasferiscono sugli esperti della scientifica quello che dovrebbe essere il proprio ruolo; si aspettano che, in sede di processo, la presentazione delle fonti di prova sia seguita da una precisa, assoluta, inconfutabile ricostruzione dei fatti, ancor prima che tutte le altre parti in causa (testimoni, psichiatri, etc) siano state sentite.
Come dice Henri Poincaré “La scienza si fa con i fatti come una casa si fa con i mattoni, ma l’accumulazione dei fatti non è scienza più di quanto un mucchio di mattoni non sia una casa”.
Le serie dedicate alla polizia scientifica hanno un enorme successo, ma
spingono a credere che basti solo un esame del DNA per incastrare i colpevoli.”

La verità è che il DNA non basta, specie se in un’unica traccia esigua e di origine dubbia, specie se in una traccia mista con tutte le sorprese che ne potrebbero derivare (si pensi al clamoroso errore avvenuto negli USA proprio a causa di una traccia mista nel caso Timothy Durham, opportunamente citato sul Messaggero in un editoriale del primo luglio dall’Avv. Pierluigi Porazzi), specie se l’imputato soffre di epistassi e fa un lavoro che lo espone allo smarrimento di oggetto passibili di essere utilizzati come arma del delitto, specie se ci si trova nella plateale assenza di movente e di altri riscontri dotati di logica che spingono a tappare i buchi sguazzando in un gossip di infima lega.

D’altro canto, come evidenziato in un saggio relativo al processo di Perugia (Il processo di Perugia tra conoscenza istintuale e scienza del dubbio) dai Dott. Paolo Tonini e Carlotta Conti, mentre le prove dell’accusa devono vincere il ragionevole dubbio, non è invece necessario che l’ipotesi alternativa proposta “risulti caratterizzata da una probabilità logica al di là del ragionevole dubbio. Proprio in virtù del canone in dubio pro reo è sufficiente che essa appaia “non irragionevolmente ipotizzabile”, sempre con riferimento -s’intende- al caso concreto”.

Nel medesimo saggio si evidenzia come la “conoscenza istintuale”, nel seno del quale nasce il colpevolismo di quella parte dell’opinione pubblica che ne è irrimediabilmente affetta, non conosca il concetto di dubbio, e si configuri sostanzialmente come un meccanismo di difesa psichica tutt’altro che ragionevole.

In conclusione, i due Autori evidenziano come essi stessi abbiano proposto ai giornali la pubblicazione di un articolo che illustrasse il corretto modo di ragionare in relazione al processo in analisi, ottenendo in tutta risposta un netto rifiuto: la triste verità è che quanto si basa sulla logica e l’uso della ragione non sempre risulta appetibile al grande pubblico, che, in fondo, preferisce del mostro e ne ha un costante bisogno per esorcizzare le proprie paure più ataviche- quasi i processi mediatici possano assumere una sorta di ruolo “catartico” per lo spettatore esterno, ovviamente a spese del “mostro” volta a volta oltraggiato senza pietà prima che se ne accerti la eventuale colpevolezza ed esposto impunemente al pubblico ludibrio.

Il saggio si conclude con l’auspicio degli autori che l’aver toccato il fondo possa servire da monito per il futuro.

Un auspicio che, ad oggi, non sembra purtroppo aver trovato accoglimento, e non solo nei media: perché se il fatto che i media non esitino a ritagliare una serie di “notizie” (e non-notizie) appetibili ma incomplete e incongrue, per quanto stigmatizzabile, rientra ahimè tra le pecche del sistema mediatico, non sembra invece incoraggiante né razionalmente spiegabile leggere in un’ordinanza che venga preso per buono il racconto del fratello minore di Yara nel momento in cui, con una psicologa, afferma che la sorella aveva paura di un signore con una macchina grigia e “una barbettina” (stante il fatto che il signor Massimo Bossetti risulta avere una Volvo di colore grigio e il pizzetto), ma venga liquidato sommariamente in quanto trattasi di “un teste di minore età la cui capacità di rappresentazione dei fatti non può essere equiparata a quello di un adulto” il fatto che l’uomo descritto dal fratellino di Yara fosse “cicciottello” (aggettivo che senza dubbio non corrisponde affatto alla fisionomia di Massimo Bossetti) e addirittura il fatto che il bambino, quando gli hanno mostrato una foto, non ha riconosciuto l’indagato nell’uomo che aveva precedentemente descritto e che sostiene che la sorella gli avesse mostrato in Chiesa.

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Insomma, il re è nudo, e la petulanza con la quale continua a portare avanti attraverso i media un grottesco teatro dell’assurdo (o degli orrori?) è la prova del fatto che lo ha perlomeno subodorato.
Forse servirebbe una voce dell’innocenza, quale il bambino della fiaba di Andersen, per farlo notare coram populo, ma proprio come nella celebre fiaba temo, ahimè, che la sfilata degli orrori continuerebbe.

Per questo, non mi sembra eccessivo concludere l’articolo dicendo che siamo tutti Massimo Bossetti: e non si tratta di una semplice frase ad effetto, perché se si accetta passivamente che principi come il dubio pro reo vengano sacrificati sugli altari del circo mediatico, il prossimo mostro sbattuto in prima pagina senza alcun pudore e senza alcuna garanzia potremmo essere noi.
E forse allora, per parafrasare i celebri versi del pastore Martin Niemöller, non sarà rimasto nessuno a protestare.

Alessandra Pilloni