AAA cercasi “un giudice a Berlino”: perché la mancata scarcerazione di Bossetti dovrebbe preoccupare tutti noi

Articolo scritto a quattro mani con Laura.

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“Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello.
Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cercò una causa di litigio.
“Perché – disse – mi hai fatto diventare torbida l’acqua che sto bevendo?
E l’agnello, tremando: “Come posso – chiedo – fare quello di cui ti sei lamentato, o lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!”
Quello, respinto dalla forza della verità: “Sei mesi fa – aggiunse – hai parlato male di me!” Rispose l’agnello: “Ma veramente… non ero ancora nato!”
“Per Ercole! Tuo padre – disse il lupo – ha parlato male di me!”
E così, afferratolo, lo uccide dandogli una morte ingiusta. Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.”
(Fedro)


Superior stabat lupus.

Così recita la massima che gli antichi romani traevano dalla favola di Fedro del lupo e l’agnello.
Stava più in alto, rispetto all’agnello, il lupo della celebre favola di Fedro.
Stava più in alto e, di conseguenza, la sua accusa, rivolta all’agnello che si abbeverava allo stesso torrente, di sporcare la sua acqua, non poteva essere vera.
Ma il lupo non si perse d’animo, e trovò un altro pretesto: la condanna era già scritta.

Di tanto in tanto, c’è chi tira fuori dal cilindro qualche statistica secondo la quale l’Italia sarebbe fanalino di coda, a livello europeo o perfino mondiale, per quanto concerne la preparazione in ambito tecnico-scientifico della popolazione scolarizzata.

In questi casi, si tende puntualmente a puntare il dito contro un’istruzione tradizionalmente imperniata sulle discipline umanistiche.
Il problema, purtroppo, è che anche le discipline umanistiche non vengono adeguatamente recepite dagli studenti: se così non fosse, è sufficiente vedere come, a distanza di due millenni, la celeberrima favola di Fedro non sia stata, evidentemente, in grado di insegnare nulla.
Analoga considerazione può senz’altro farsi in relazione a quel grande pioniere della filosofia occidentale, noto a qualsiasi studente italiano, ma forse non abbastanza: mi riferisco a Socrate, il sapiente consapevole di non sapere.
C’è un dramma che finisce costantemente per piagare la giustizia italiana e che si ripete negli anni senza insegnare nulla: l’ostentazione di certezze da parte di Procure e Pubblici Ministeri.
C’è ben poco in grado di terrorizzarmi quanto le apodittiche convinzioni ostentate da molti PM nostrani: convinzioni che, peraltro, in un gran numero di casi si rivelano inesatte.
A titolo d’esempio, mi sono imbattuta proprio ieri in questo video.
Minuto 1,31, parole della PM “convinta” della colpevolezza di Daniela Stuto… Che però era innocente, ed è stata risarcita (una miseria, perché al danno segue sempre la beffa) a spese dei contribuenti.

Ho mantenuto qualche giorno di “silenzio stampa” prima e dopo il Riesame, per riordinare una serie di idee e considerazioni.
Finora, ho cercato di analizzare la vicenda mantenendo toni in un certo qual modo sommessi.
Alla luce della decisione del Tribunale del Riesame di non scarcerare Massimo Bossetti, urge però una celere e netta presa di posizione nella quale lascerò da parte i mezzi termini.
Esordisco allora, in modo quanto mai esplicito, con quello che è il fulcro dell’opinione che ho maturato: se quanto divulgato da giornali e trasmissioni televisive negli ultimi giorni circa le motivazioni del Riesame (che non sono state divulgate integralmente, ma nei loro contenuti) corrisponde a realtà, la carcerazione preventiva del sig. Massimo Bossetti contrasta con la normativa in materia ed a parere di chi scrive è pertanto illegittima.

Qualora la descrizione dei contenuti delle motivazioni diffusa dai principali quotidiani corrisponda a realtà, la Cassazione dovrà necessariamente fare chiarezza e ripristinare i capisaldi della nostra civiltà giuridica.
Se non lo farà, disponendo l’immediata scarcerazione di Massimo Bossetti, potremmo trarre la conclusione di essere parte di un sistema barbaro nel quale l’abuso di misure cautelari ha ormai superato ogni limite di legge.

E’ noto che l’Italia, quanto ad abuso di misure cautelari, ha un triste primato europeo. Secondo i dati dell’Associazione Antigone il sovraffollamento delle patrie galere è del 147% e quasi la metà dei detenuti è in attesa di giudizio.
Lunedì, il giudice del riesame di Brescia Michele Mocciola ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai legali del sig. Massimo Giuseppe Bossetti.

Come è ovvio che sia, questo è stato un duro colpo per il sig. Massimo che rimane in carcere, sottoposto al regime di isolamento, dove si trova da più di quattro mesi, accusato dell’atroce omicidio della tredicenne Yara Gambirasio.
Bossetti sta perdendo “la speranza in un processo giusto” e questo lo sta “uccidendo giorno dopo giorno”, racconta uno dei suoi avvocati, Claudio Salvagni, dopo averlo visitato nel carcere di Bergamo.

Chi potrebbe biasimarlo? Il sig. Massimo ha capito benissimo la gravità della situazione in cui è venuto a trovarsi, e, ad oggi, non è il solo.
Basta fare un salto  indietro a quattro mesi fa e confrontare l’umore e l’orientamento delle masse, che si nutrono di pane segreti e delitti in salsa gialla, di allora con quello che si avverte oggi per accorgersi che i conti proprio non tornano nemmeno a coloro i quali si ostinavano a volerli far quadrare a tutti i costi.
Ciò che è emerso è che il giudice, il quale aveva richiesto degli approfondimenti per potersi sentire sicuro della decisione da prendere, non ha reputato ammissibile la richiesta della difesa di dichiarare nulli gli atti alla base della consulenza dei RIS che portarono all’individuazione di “ignoto 1” e alla successiva identificazione del sig. Bossetti.

Gli avvocati della difesa hanno provato a indebolire l’unico elemento che collega il sig. Massimo all’omicidio di Yara e cioè il DNA ma il tribunale del riesame sembra invece averlo rafforzato in modo non condivisibile poiché ha sottolineato che se c’è presenza di materiale organico dell’uomo sul corpo della ragazza questo è chiaro indice di un di un contatto contestuale (prima o poi qualcuno dovrà spiegare a tutti noi in virtù di quale nuovo primato scientifico i giudici italiani siano in grado di fare ciò che non sanno fare i genetisti: datare il DNA) alla morte della piccola.Il tribunale della Libertà, se così si può ancora definire, sembrerebbe inoltre aver ignorato i tabulati forniti dalla vodafone dai quali si evince che l’utenza telefonica di Yara agganciò la cella di Brembate alle 18:55 prima di spegnersi per sempre, mentre quella del sig. Massimo rimane vincolata alla cella di Mapello.
Questo dato, ad occhi imparziali, rimanda l’immagine di due persone, o per lo meno di due cellulari, che non si trovano nello stesso posto collocando Yara nei pressi della sua casa a via Rampinelli alle 18:55 di quel 26 novembre e il sig. Bossetti nella sua casa di Mapello dove ha sempre sostenuto di trovarsi all’ora della scomparsa della ragazza.

Quanto trapelato a partire dal Corriere della Sera sulle motivazioni del Riesame è estremamente problematico.
Come peraltro ribadito da altre fonti e dichiarato dallo stesso inviato di Quarto Grado ieri sera, il Riesame ha di fatto ritenuto che i vari pseudo-indizi sui quali si è favoleggiato negli ultimi mesi, di fatto non sussistono, ma ha ritenuto che il solo DNA sia “elemento sufficiente”.
Pare che abbia inoltre tratto delle conclusioni su un qualcosa di non detto né ipotizzato  dalla difesa non so se per giustificare la sua discutibile scelta o perché ha mal interpretato l’ipotesi del trasporto.
In pratica ha cavillato sostenendo che l’ipotesi che il DNA di Bossetti sia finito sugli abiti di Yara in quanto messovi a bella posta da qualcuno sia “inverosimile”, intendendo in tal modo per trasportabilità del DNA solo quella dolosa e non preoccupandosi minimamente del fatto che quest’ultima possa ovviamente, e molto più verosimilmente, essere fortuita.

Gli antichi dicevano “excusatio non petita, accusatio manifesta”: io non so se una tale motivazione debba intendersi come tentativo di giustificare la propria decisione, ma so che i legali di Massimo Bossetti non hanno mai prospettato l’ipotesi di un trasporto doloso del DNA e che, di conseguenza, questa motivazione non sembra rispondere a nessun criterio logico-giuridico accettabile.
Ma questo è solo uno dei tanti punti discutibili.

Perché se nelle motivazioni ci fosse davvero scritto, come qui abbiamo peraltro sempre sostenuto, che oltre al DNA non sussiste alcun vero elemento indiziario, i presupposti richiesti ex lege per la carcerazione preventiva semplicemente non ci sono.
Se sono i magistrati del Tribunale del Riesame di Brescia ad evidenziare come nei confronti di Massimo Bossetti, allo stato, il solo elemento indiziante sia rappresentato dalla traccia biologica rinvenuta sugli indumenti della vittima, allora sono loro stessi ad affermare che manca il primo presupposto richiesto per la custodia cautelare in carcere: gli indizi plurimi e gravi.
Non è giuridicamente accettabile la tesi secondo la quale il DNA, anche se non accompagnato da ulteriori indizi di colpevolezza, abbia di per sé un valore probatorio tale da consentire l’adozione di una misura custodiale nei confronti dell’indagato.

E’ infatti pacifico in giurisprudenza come, ex art 273,2 c.p.p, un solo indizio di colpevolezza non sia di per sé sufficiente all’adozione di una misura cautelare di questo tipo.
Secondo l’impostazione in assoluto maggioritaria è necessario, infatti, che gli indizi siano plurimi e gravi, non potendosi ridurre il quadro indiziario ad un unico elemento.

Non sembra avere senso neppure l’assunto in base al quale tale traccia biologica avrebbe valore di prova e non di mero indizio.

Infatti, non solo l’assunto in questione è di per sé fortemente incondivisibile, ma va evidenziato soprattutto come tale distinzione nella fase delle indagini preliminari non abbia alcuna pregnanza specifica: l’art 273 c.p.p, infatti, nel prescrivere che “nessuno può essere sottoposto a misure cautelari se a suo carico non sussistono gravi indizi di colpevolezza”, non opera né consente di operare distinzioni di sorta tra elementi di prova ed elementi indizianti.
A ciò si aggiunga che nella fase delle indagini preliminari -a meno che non si proceda con l’incidente probatorio – è improprio parlare di prove.
Nel nostro ordinamento le prove si formano in contraddittorio, in presenza di tutte le parti processuali e degli eventuali consulenti tecnici.

Anche gli accertamenti tecnici non ripetibili, ex art 360 c.p.p., devono svolgersi in contraddittorio.
Solo la presenza di tutte le parti (persona offesa, indagato, PM, consulenti di parte) consente di far in modo che le risultanze acquisite in base a quel determinato accertamento (non più ripetibile in fase dibattimentale) possano poi essere utilizzate anche ai fini dell’adozione di una sentenza di condanna.
Se dovesse pertanto risultare che l’estrazione della traccia biologica non potrà più essere posta in essere e che,quindi, quell’accertamento tecnico effettuato nell’anno 2012 (accertamento espletato in assenza del difensore dell’allora indagato Mohammed Fikri, del suo consulente tecnico e senza la presenza della parte offesa e del loro consulente e quindi in violazione dell’art. 360 c.p.p.) non potrà più essere ripetuto, l’elemento indiziario unico del quale si parla è stato inoltre acquisito con modalità non valide, in violazione delle garanzie procedurali.
Se così fosse, il signor Massimo Bossetti, oltre che sottoposto ad una carcerazione preventiva che appare contrastante con il dettato normativo ex art. 273 c.p.p., sarebbe inoltre ristretto in base ad un unico elemento probatorio acquisito illegittimamente.

Per chi non è particolarmente versato in ambito giuridico, potrei fare una semplice considerazione molto pragmatica: immaginate una traccia biologica che semplicemente non esiste più essendo già stata completamente spremuta per effettuare degli accertamenti in vostra assenza in violazione delle garanzie di legge.
Esistono stringhe, tracciati elettroforetici su un pc.
Non c’è bisogno di essere giuristi per cogliere come il solo fatto di privare una persona della propria libertà sulla base di qualcosa che non esiste più in rerum natura vada ben oltre il drammatico immaginario kafkiano.
Va da sé, inoltre, che sono del tutto carenti anche le esigenze cautelari.
Si sostiene, infatti, che Bossetti, ove venisse accolta la richiesta degli arresti domiciliari, potrebbe reiterare il reato.
Tale motivazione è spesso addotta a giustificazione delle troppe carcerazioni preventive che affliggono il nostro Paese, e spesso attraverso l’ausilio di fantasiose formule di stile, come in questo caso.
La domanda sorge spontanea: con quali modalità e per quale motivo tale reiterazione del reato dovrebbe essere posta in essere dall’odierno indagato, che si protesta innocente? Potrebbe evadere dalla propria abitazione e ferire a morte il primo passante a caso?
E da quali elementi concreti si evince una simile follia criminale?

Se è vero quanto trapelato da plurime fonti giornalistiche, ci sarebbe da mettersi le mani sui capelli e, ahimé, da dichiarazioni dei difensori sembrerebbe proprio vero: la vita perfettamente normale di Bossetti dimostrerebbe la sua pericolosità e la sua assenza di freni inibitori.

Ma come?

Per quattro lunghi mesi testate giornalistiche affette dalla brutta malattia del “velinismo”, ossia incapaci di criticare chi dà loro da mangiare, ci hanno martellato con una vergognosa e a tratti addirittura ridicola propaganda tesa, almeno nelle loro intenzioni, a presentare Massimo Bossetti, agli occhi di sessanta milioni di Italiani, come un truce depravato che millantava a suon di menzogne un’inesistente vita normale, ed ora ci dicono così, senza preavviso, che Bossetti ha una vita normale e che, proprio per questo, rischia di reiterare un reato che per giunta non c’è uno straccio di prova che abbia commesso?

Ebbene, è necessario che gli Italiani inizino a far pace con il proprio cervello e, se possibile, con la propria coscienza, e si uniscano alla nostra campagna informativa a tutela della presunzione di innocenza di Massimo Bossetti e dei sacrosanti principi dello Stato di diritto.

Per restare in tema di tendenze giornalistiche al “velinismo”, alle quali abbiamo avuto il disonore di assistere per più di quattro mesi, inserisco una breve descrizione esplicativa data dal Prof. Giorgio Resta:

“Si parta da un fatto difficilmente confutabile. Nel nostro Paese almeno dall’inizio degli anni ’90 (volendo fare della cronaca da “Tangentopoli” in poi) si è creato un circolo vizioso fra autorità giudiziaria (in particolare inquirente) e mezzi di informazione.
Tale rapporto è consistito in:
a) rapporti privilegiati fra taluni magistrati e taluni giornalisti;
b) comunicazione da parte dei primi -direttamente o indirettamente- di atti ma soprattutto di documentazione facente parte del fascicolo giudiziario prima del loro deposito o nell’immediatezza dello stesso;
c) enorme risalto mediatico delle vicende giudiziarie viste attraverso la prospettiva (malevolmente, si direbbe il buco della serratura) dell’accusa, con rappresentazione unilaterale e il più delle volte demonizzante dell’indagato;
d) sostituzione del giudizio mediatico a quello dei Tribunali, il quale giunge -se giunge- solo molti anni dopo, e il cui esito, quasi sempre demolitorio delle ipotesi accusatorie, viene minimizzato se non ignorato;
e) significativi vantaggi vantaggi mediatico-professionali per i partecipanti allo scambio segreto istruttorio/scoop”

Ciò che abbiamo visto negli ultimi quattro mesi è senz’altro inquadrabile all’interno di un simile scenario, con la sola differenza che in questo caso è stato superato ogni pronostico di ridicolo: di recente, il Corriere della Sera ha superato se stesso arrivando a proporre l’esilarante notizia secondo la quale un mese prima del fermo il signor Massimo Bossetti, incontratosi con una donna di quaranta anni suonati per venderle uno specchio, come da accordo su ebay, le avrebbe fatto i complimenti, chiedendole se avesse anche una sorella così bella.
Una frase tanto diffusa da essere un banale gesto di galanteria, ma il Corriere non ha resistito all’idea di titolare in questo modo: “Incontrai Bossetti, mi chiese se era bella la mia sorellina”.

La terribile ruffianeria il titolo con la parola “SORELLINA”, che a chi non legge l’articolo fa pensare che Bossetti abbia, come minimo, abbordato un bambino chiedendogli della sorella, mentre in realtà si tratta di una, per giunta banalissima, battuta ad una donna di quaranta anni suonati, adulta e vaccinata, che non risulta abbia subito nessuna molestia né in quel momento né in seguito, non è passata inosservata, tanto che il giorno dopo Il Giornale ha “risposto” con un suo articolo: Se il Corriere inventa la pedofilia di Bossetti (vedi qui: http://www.ilgiornale.it/news/politica/se-corriere-inventa-pedofilia-bossetti-1060778.html).

La parte finale dell’articolo del Corriere, sul materiale della cornice dello specchio che sarebbe stata spacciata per legno essendo, in realtà, plastica, conferiva all’intero articolo quel tocco di ridicolaggine in più- in realtà il livello era già estremamente elevato, ma si è voluto strafare.
Con la divulgazione di questa “perla” gli inquirenti che hanno fornito la “notizia” al Corriere hanno raschiato il fondo del barile, e i giornalisti che si prestano a questo giochetto meriterebbero di veder divulgati anche all’estero i loro articoli: d’altronde, due risate non si negano a nessuno e sarebbe bello se queste perle del giornalismo nostrano potessero essere apprezzate anche a livello internazionale.

Ma ora recuperiamo la serietà (per quanto sia difficile) e torniamo a noi, perché al di là di tutto ciò che abbiamo scritto ed ipotizzato fino ad ora, in questo ed in altri articoli, il nostro pronostico principale si è rivelato esatto: le mistificazioni dei giornalisti asserviti alla Procura sono servite a prendere in giro qualcuno, ma ora non siamo più solo noi, ma il Tribunale del Riesame a dire che non esiste alcun elemento indiziario oltre a quella minuscola traccia biologica, dalla quale -e il Dott. Mocciola dovrebbe saperlo- non si può inferire, in assenza di altri riscontri idonei, la colpevolezza dell’indagato.

Esistono infatti almeno cinque scenari alternativi rispetto a quello prospettato dalla pubblica accusa:

1) Erronea modalità di repertazione; affannarsi a negare tout court un siffatto scenario non onora l’onestà intellettuale di chi lo fa: non sarebbe certo un’eventualità del tutto inedita nel panorama investigativo nostrano (celebri sono, a tal proposito e a mero titolo esemplificativo, i casi“Sollecito”, “Via Poma”, “Pantani”);
2) Erronea modalità di catalogazione e di conservazione del reperto;
3) Errore durante le analisi di laboratorio per non aver adottato rigorose modalità operative; 4) Errore e contaminazione durante la fase dell’estrazione o dell’amplificazione;
5) Li si potrà definire scenari improbabili o in qualsiasi altro modo, ma negarli senza beneficio del dubbio, specie in caso di accertamento effettuato senza le dovute garanzie di legge, è inaccettabile.
Ed è inaccettabile perché quand’anche in concreto nessuno di questi scenari si fosse verificato, il messaggio che gli elementi di prova possano essere acquisiti in questo modo, senza contraddittorio, non può e non deve passare per il bene di tutti.
Ma vi è di più.
Ammesso che non vi siano stati errori o eventuali contaminazioni nelle fasi di repertazione, estrazione, conservazione, elaborazione e comparazione e che il DNA rinvenuto sia davvero appartenente all’indagato, in assenza di ulteriori riscontri non solo non se ne può inferire la colpevolezza per omicidio, ma non si può neppure ipotizzare con sicumera un contatto diretto.

E’ noto ai genetisti forensi, e qui ne abbiamo parlato molto estesamente, che il fluido biologico può trasferirsi su una superficie non solo e non necessariamente attraverso contatto diretto, ma anche attraverso l’intervento di un vettore esterno che può essere rappresentato da un individuo o da un oggetto.

Tale intervento può essere di matrice dolosa (quella ritenuta “improbabile” dal giudice, ma anche da chi scrive ed anche dalla difesa di Massimo Bossetti, che infatti non risulta abbia mai anche solo menzionato un simile scenario) o fortuita, evenienza che, in questo caso, prenderei invece in serissima considerazione: dagli elementi emersi sino ad ora, appare degna di considerazione l’ipotesi che questo delitto possa essere maturato e abbia come protagonisti soggetti appartenenti al mondo dell’edilizia o in qualche modo legati allo stesso.
E’ allora possibile che la vittima sia stata accompagnata in ambienti – cantieri, furgoni ecc- in cui può essere avvenuto tale trasporto indiretto.
Altrettanto ipotizzabile è che il contatto indiretto possa essere avvenuto mediante attrezzi edili utilizzati come arma del delitto: quest’ultima ipotesi, nel presente blog, è stata da ultimo vagliata, mediante la citazione di studi scientifici, nel’articolo Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno.

Bene, come sopra evidenziato, gli scenari alternativi possono essere diversi e tutti ipotizzabili, anche se non ho mai nascosto la mia netta propensione per l’ultimo, binario più difficile e da percorrere con l’ausilio di indagini difensive (a tal proposito non posso che salutare con grande favore l’ingresso del Dott. Ezio Denti nel pool difensivo), ma più solido e, probabilmente, più vicino di quanto si possa immaginare alla realtà dei fatti.

Quindi, quando si parla di DNA come prova certa e inequivocabile che da sola può essere sufficiente all’adozione di una misura custodiale, nonchè di una successiva sentenza di condanna, si commette un gravissimo errore di fondo, dettato dalla cosiddetta “fallacia dell’accusatore” (ampiamente analizzata anche qui nell’articolo Henri Poincaré e la marmellata d’arance: cronistoria di un’arrampicata sugli specchi).

Signori, insomma, chiariamoci: l’unica cosa scientificamente certa al 99,999999999% sono i rapporti di paternità e filiazione: rapporti dei quali, per giunta, non interessa niente a nessuno diverso dalle persone coinvolte nella “scoperta”.

Non è invece altrettanto certo che il DNA originariamente presente sugli indumenti della vittima appartenesse effettivamente a Bossetti, così come è ipotizzabile che vi possa essere stata una contaminazione nelle varie fasi della repertazione, estrazione, conservazione, elaborazione e comparazione del materiale biologico, ovvero, che vi possa essere stato un trasporto indiretto della sostanza biologica oggetto di indagine.
In relazione alla “febbre scientista” che porta spesso l’opinione pubblica a ritenere ciecamente il DNA prova di colpevolezza, alcuni Autori hanno parlato, negli ultimi anni di “effetto CSI”.

Anche in questo blog ho riportato spesso questa simpatica espressione, ma è bene sottolineare due cose: la prima è che, nel caso di specie, le vittime del grottesco effetto CSI ancor prima (e forse ancor più) dell’opinione pubblica sembrano essere giudici ed inquirenti; la seconda è che, in fondo, questa espressione è impropria e perfino ingenerosa nei confronti della nota serie TV: basterebbe infatti guardarlo bene, CSI, per apprendere qualcosa anche sugli scenari alternativi qui prospettati.

Tanti insigni giuristi si sono occupati del complesso rapporto tra scienza e diritto, e la conclusione è sempre stata, giustamente, che il dato scientifico va sempre calato nella realtà processuale (o procedimentale) onde verificare che esso venga corroborato o frustrato dalle ulteriori emergenze processuali (o procedimentali) e che non vi siano interferenze di decorsi causali alternativi che possano spiegare razionalmente un determinato evento.

La Dott.ssa Maccora nella sua “suggestiva” ordinanza di non convalida del fermo (comunque abbondantemente superata, in termini di discutibilità, dalla pronuncia del Riesame) aveva richiamato un orientamento cassativo secondo il quale il DNA avrebbe valore di prova e non di indizio.
Non ho avuto modo di leggere le motivazioni del Riesame, ma immagino che anche lì sia stato fatto il medesimo riferimento.
Avevo già scritto parecchio sul fatto che tale pronuncia della Cassazione sia abbastanza contraddittoria, così come sul fatto che non essendo l’Italia un Paese di common law e non trattandosi neppure di una sentenza delle Sezioni Unite, l’analisi di questo orientamento andasse fatta con le dovute cautele del caso.
In realtà questo richiamo appare del tutto improprio, in quanto trascura un piccolo dettaglio: secondo l’impostazione maggioritaria, fatta propria (questa sì) anche dalla Cassazione a Sezioni Unite (nella già richiamata in articoli precedenti sentenza Franzese) occorre, infatti, ragionare non solo in termini di probabilità statistica ma anche in termini di probabilità logica: il dato scientifico, e l’elemento indiziante da esso ricavato, da solo non può essere sufficiente e non deve assolutamente portare né ad una sentenza di condanna né, tantomeno, all’adozione di una misura custodiale, ma, a tal fine, deve essere sempre e comunque accompagnato da ulteriori elementi indiziari, in modo tale che si possa pervenire ad un giudizio di colpevolezza con alto grado di credibilità razionale e, quindi, al di là di ogni ragionevole dubbio.
Tali principi valgono a maggior ragione nella fase delle indagini preliminari e nelle “procedure de libertate”, soprattutto quando la piattaforma indiziaria appare formata (come da stessa ammissione del Riesame) da un unico elemento acquisito, se tutto ciò non bastasse, in violazione delle garanzie procedurali ex art. 360 c.p.p.

Tutto questo ovviamente, tralasciando la palese insussistenza della necessità di misure cautelari, dedotta come abbiamo visto ritorcendo contro l’indagato il fatto che questi abbia “una vita normale”.

Nel corso di una recente puntata di Matrix, alla quale abbiamo anche dedicato un articolo in questo spazio, Telese ha parlato di “inchiesta politica”.
E sebbene mi ritenga fondamentalmente e fortemente ostile a tutto ciò che rientra nel novero del cosiddetto “complottismo”, nel venire a conoscenza della mancata scarcerazione del signor Massimo, al quale oggi va la mia più sentita solidarietà per il grave danno che sta subendo a mio parere ad onta di ogni garanzia di legge, e ancor più delle motivazioni cavillose e altamente problematiche, non posso negare di essermi chiesta se la situazione oggi sarebbe davvero la medesima se in data 16 giugno il Ministro Alfano non avesse vergognosamente annunciato urbi et orbi via Twitter l’individuazione dell’ “assassino” causando una pressione mediatica senza precedenti.

Una condanna scritta prima ancora che il malcapitato conoscesse l’infamante accusa a suo carico.

Ma non è certo la polemica sterile il mio obiettivo, e allora non posso che concludere con un invito a tutti a leggere e far leggere questo blog, e soprattutto ad interrogarsi sulle conseguenze, che un giorno potrebbero colpire chiunque, di quanto si sta verificando.
Se passerà il messaggio che una sola traccia biologica, per giunta esigua e di natura non chiara né accertabile, e ancora per giunta non acquisita in maniera legittima, sia sufficiente a privare della libertà un uomo prima del processo, e magari perfino a pronunciare una sentenza di condanna in assenza di qualsiasi altro riscontro, allora da domani saremo tutti in pericolo.
Saremo tutti dei potenziali, ed inconsapevoli, Massimo Bossetti. Rifletteteci, rifletteteci bene.
Pensate anche a come per quattro mesi quest’uomo è stato massacrato dalla macchina del fango mediatica sulla base di elementi (tutte le illazioni diverse dal DNA) ritenuti inutili dallo stesso Tribunale del Riesame che ne ha negato la scarcerazione.

Forse sarebbe il caso di cominciare a preventivare l’acquisto di una sorta di tutina da astronauta, per evitare di lasciare in giro qualsivoglia traccia biologica.
E, soprattutto, di cominciare a pensare a Massimo Bossetti non come un estraneo, ma come uno di noi, della nostra famiglia, della nostra cerchia di amici e conoscenti.
Stanotte, perderemo l’unica cosa legale rimasta nel nostro Paese: l’ora.

Torna l’ora solare, Massimo Bossetti resta in carcere sulla base di un solo elemento che non può affatto dirsi prova di colpevolezza e che, a rigore, non sarebbe utilizzabile in dibattimento, la possibilità di reiterazione di un reato alla base della carcerazione preventiva può essere dedotta dal fatto di avere “una vita normale”.
A partire dal prossimo articolo torneremo probabilmente all’analisi di alcuni dettagli della scena del crimine e dell’insostenibilità logico-fattuale del teorema accusatorio.

Per ora… Pensate davvero di poter dormire sonni tranquilli?

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La giustizia tricolore e la quadratura del cerchio (articolo di Laura)

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A chi mi domanda, con fare ammonitore, perché non  mi senta “italiana” e mi taccia di non provare amor di patria, come se questo fosse il più grave dei delitti, rispondo senza indugio che la patria è come un genitore.
Non è dogma che chiunque ponga in essere l’atto della riproduzione sia automaticamente, per Grazia infusa, un buon genitore.

Un buon genitore che sia egli putativo o naturale (fermo restando che io credo che i figli siano di chi li cresce) ha il dovere di educare, proteggere ed istruire la prole.
Deve altresì provvedere a fornirle un’etica morale, deve lasciarle libertà da ogni condizionamento, deve permetterle di seguire le proprie attitudini e deve plasmarla in modo che essa rappresenti, un domani, una società evoluta che si autopreservi dall’involuzione.
La potestà genitoriale non è un impegno da prendere alla leggera e, come dai genitori si pretende questo genere di attenzione nel crescere i cittadini del domani, lo stesso impegno si richiede alla nazione in quanto patria.
Non è solo la crisi economica a doverci preoccupare; ciò su cui dovremmo concentrarci è la faciloneria e il pressapochismo con cui si amministra la giustizia e con cui si affrontano i processi, i quali, da sondaggi documentati, in Italia hanno un che di tragicomico, al pari di numeri da circo ove il buffo funambulo passeggia senza rete a 10 metri dal suolo ma, cadendo da sprovveduto che è, non paga la sua imprudenza sulla propria pelle,  bensì resta illeso perché a parargli il colpo c’è il povero muratore di turno la cui unica sfortuna è stata prendere la paglia più corta.

In quanto a stranezze il caso “Bossetti” ci ha offerto una vasta gamma di contraddizioni, strumentalizzazioni, distorsioni della realtà, occultamento di informazioni preziosissime le quali, amalgamate e diffuse da una stampa compiacente, dalla palese tendenza a sottomettersi in modo meschino a persone più potenti, per timore o per opportunismo, rimandano il riflesso di una professione ormai morta e sepolta che, per citare Liguori, raccatta i pezzi di carne marcia lanciati da una procura che, cosciente di aver commesso un errore, tenta di inquinare le menti per persuadere e fare pressione.

Ormai sperare in un’informazione trasparente, tesa ad informare il popolo, scevra da opinioni personali o da condizionamenti è semplicemente utopico.

A questo proposito vorrei aprire una piccola parentesi. Prendevo atto, giorni fa, del fatto che più di qualcuno, partendo da un presupposto del tutto errato dal mio punto di vista, invece di condannare il concetto di processo mediatico, auspica quanto meno che se proprio deve tenersi che almeno lo si faccia con gli atti alla mano.

Una sorta di patteggiamento con i media come dire che in medio stat virtus e che ben vengano i processi in tv dove i giudici saranno veline, opinionisti ed ex gieffini purché dietro le quinte diano una scorsa veloce agli atti processuali.
Poi si sa in tv vince chi piace al pubblico da casa quindi il verdetto lo potremmo mandare tramite televoto, non prima però di aver valutato attentamente il profilo facebook dell’indagato, come viene in foto, quanti soldi ha, se ha la laurea o la licenza media, se buca lo schermo, se è abbastanza “personaggio” e se ha una moglie bella, timida e riservata da fare invidia tanto da alimentare l’odio piuttosto che una racchia, volgare e sguaiata con cui nessuno vorrebbe dividere il letto.

Stamattina parlando con Sashinka confrontavamo le nostre impressioni sulla puntata di Matrix che entrambe abbiamo guardato e riguardato per poterne cogliere tutte le sfumature e, nel farle i complimenti per le sue osservazioni, le dicevo di aver apprezzato tantissimo il modo ironico di Telese di porre le domande con le quali già, anticipando le risposte, procedeva a smontare una per una tutte le sciocchezze e le assurdità che inquinano l’aria ormai dal 16 giugno, definite, cito testualmente:

“Una pioggia di indizi senza senso piegati a convenienza in una tesi a senso unico.”

Mi ha colpita tantissimo il fatto che, in una società dove il nucleo familiare pubblicizzato e venduto all’estero è quello del Mulino Bianco che rimanda un’immagine di famiglia perfetta dove mamma e papà dormono nel lettone e i tre bellissimi figli li svegliano preparando loro la colazione, ci si domandi sbalorditi come possa essere corrispondente a verità che i coniugi Bossetti dormano da anni nello stesso letto, anche dopo una discussione familiare, e come sia possibile che un uomo che lavori in un cantiere 12 ore al giorno, alla sera torni a casa e ceni con moglie e figli più o meno sempre alla stessa ora per poi trascorrere un’oretta con i bimbi finendo poi per addormentasi sul divano.
Ma questi qui sono dei mostri!
Come si fa ad avere una vita così anomala?
Ma cosa insegneranno mai questi genitori ai loro figli continuando a farli crescere in un ambiente così malato dove alla domenica si va in bici con papà nei parcheggi mentre mamma resta a casa a preparare la cena?

Dovrebbero come minimo affidare questi tre minori ai servizi sociali.

Questa visione della realtà denuncia una società profondamente malata ed è preoccupante sia nello specifico di questo caso di cronaca sia, in scala più larga, per tutto quello che concerne il quotidiano di ognuno di noi.

Noi abbiamo ripetuto fino alla noia che Bossetti siamo noi, poiché in un clima così incerto, in mezzo a italiani in maggioranza pronti a strappare a morsi la carne dalle ossa di un uomo per cui non è nemmeno stato convalidato il fermo, i quali  bevono, senza chiedere cosa ci sia nel bicchiere, i cocktail di allucinogeni serviti da più trasmissioni e da svariate testate giornalistiche, domani potremmo finire guardati a vista in una cella d’isolamento, privati dei nostri affetti oltre che della libertà, obbligati ad indossare i panni del mostro, temendo per i nostri parenti che sono fuori, avendo come unico sfogo la possibilità di parlare con il cappellano e non tengono le risposte: “mica hanno trovato il mio di DNA nelle mutandine di Yara?”, perché la parte sana della società è stufa di essere presa in giro.

Questo caso cambierà per sempre la giurisprudenza si diceva a Matrix.
Non potrei essere più d’accordo poiché, pur non essendo regolata in base ai precedenti come negli U.S.A., la nostrana giurisprudenza, riceverebbe comunque un duro colpo laddove si dovesse decidere di condannare Massimo Bossetti in base all’unico, dubbio e la cui estrazione è magari non ripetibile in contraddittorio, indizio del profilo genetico.
Si aprirebbe la strada, e la si asfalterebbe anche, a processi unicamente fondati su tracce biologiche senza il supporto di nessun’altra prova, e non importerebbe molto se il campione è deteriorato, misto, trasportato o così infinitesimale da non poter ripetere l’analisi e da dover scegliere se estrarne un profilo genetico o stabilire di che natura sia.

Liguori ha detto che “l’unico modo per processare l’informazione è tramite l’informazione”.
Adoro quell’uomo che senza mezzi termini ha richiamato alle proprie responsabilità i due giornalisti in studio, dalle idee palesemente confuse, vittime loro stessi della cattiva informazione, i quali, sempre citando Liguori,  “limitandosi a girare le veline fatte scivolare sotto la porta da una Procura preoccupata unicamente di coprire gli errori commessi”,non erano minimamente informati sulla realtà degli atti e delle indagini, né si dimostravano disposti ad ammettere che di sicuro qualcosa non va per il verso giusto.
L’unica loro preoccupazione era difendere la categoria, giustificando le ingerenze nella vita privata degli indagati con il diritto di cronaca, e  accusare chi vede del marcio nel loro operato di voler censurare l’informazione processando il “giornalismo”.
Ma ben venga questo processo al giornalismo del quale sembra avere tanta paura la giornalista Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera, così paura da farle perdere la compostezza arrivando al punto offendere Liguori.
Ben venga un processo se i giornalisti si vendono l’anima evitando deliberatamente di verificare le fonti limitandosi a riportare quello che suggeriscono, tra l’altro violando continuamente il segreto istruttorio e calpestando anche dei minorenni.
Liguori dice che il vero giornalista ha il dovere innanzitutto di farsi un’idea e il dovere di assumersi la responsabilità di quello che scrive.

Aggiunge, con non poca fatica nel prendere la parola, un concetto importantissimo che ho riascoltato per essere sicura di non aver frainteso.

Se non c’è una storia una sola prova non basta per trovare la verità.

Ma per storia si auspicherebbe un quadro probatorio concreto e solido non un’accozzaglia di gossip che fanno pensare, ormai spero a molti, che “gli inquirenti stiano lavorando solo per coprire i propri errori”.

Ammiro il coraggio di Liguori nell’essere così esplicito, questo devo sottolinearlo. Non è da tutti esporsi in questo modo.

“Mi hanno detto che sono l’assassino di Yara ma io non ho fatto nulla”

Non riesco nemmeno ad immaginare il panico, la confusione, il terrore di essere catturato come se si trattasse di Pablo Escobar, che hanno investito quell’uomo il giorno del suo arresto vergognoso e non voglio nemmeno parlare del fatto che polizia e carabinieri si siano fotografati a turno accanto a lui per avere un ricordo dell’evento allo stesso modo in cui io fotografo i templi buddhisti quando sono in Asia.
Su questo stendo un tristissimo velo pietoso!

“Questo caso dà l’idea della “quadratura del cerchio“, espressione usata retoricamente per indicare la soluzione  perfetta a un dato problema, peccato che non sia possibile quadrare un cerchio, è ampiamente dimostrato da secoli ormai.

Alla Signora Marita dico solo che le credo non solo per quanto ha testimoniato di sapere in quanto presente ai fatti e in quanto moglie e madre ma anche per ciò che “sente” dentro di sé pur non avendone conferma.
Credo alla moglie che dorme con il marito da anni e credo alla madre che, laddove avesse avuto il minimo dubbio, avrebbe pensato solo a proteggere le sue figlie non certo un marito malato e pericoloso.
Le faccio i complimenti per la sua compostezza, la sua semplicità, la sua superata timidezza nello scendere in campo per difendere l’uomo che ama che, anche se a volte mal celata, ci ha restituito l’immagine reale di una donna violata, emozionata, sconcertata, fiduciosa, e coraggiosa.

Chiudo con questa bellissima frase di Telese al quale va tutta la mia stima per essersi messo contro il sistema pur di dare voce ad una donna vittima dello stesso.

“Non so se Massimo Giuseppe Bossetti sia colpevole o innocente, non spetta a me dirlo, so solo che se quest’inchiesta politica si rivela infondata da domani saremo tutti meno liberi.

Lo strano caso del muratore che acquistava materiali edili

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“Le mie notti sarebbero un solo incubo al solo terribile pensiero di un innocente che sconta tra i tormenti crudelissimi una colpa che non ha commesso.”

(Emile Zola)


Articolo scritto a quattro mani con Sashinka Gorguinpour.

I miei quattro lettori si saranno ormai abituati all’anticonformismo del blog: in fondo, non è poi così comune, in tempi di forche a buon mercato, sostenere la presunzione di innocenza di un cittadino; per questo, sono certa che sapranno cogliere senza incomprensioni di sorta l’irrinunciabile sfumatura ironica del titolo odierno.
Sono stati gli antichi greci, in fondo, ad insegnarci che spesso l’ironia consente di rivelare più verità di quanto non permetta un discorso troppo serio.
La commedia attica, con la sua vitalità tratta da spunti quotidiani, con la sua ritualità simposiaca e le sue invettive mordaci, aveva una funzione apotropaica: l’inserzione della dimensione comica nella trattazione di tematiche intrinsecamente serie (dalle guerre alle carestie, dalla politica al sistema giuridico) era tesa ad allontanare i mali che, volta a volta, si denunciavano.

“Ingiuriare i mascalzoni con la satira è cosa nobile: a ben vedere, significa onorare gli onesti”, è questa una delle frasi più celebri del grande commediografo Aristofane.

In questo blog, come i nostri lettori ben sanno, non siamo soliti ingiuriare nessuno, e non intendiamo cambiare rotta ora: eventuali considerazioni salaci sono dunque da considerarsi espressione di un semplice diritto di critica.

Eppure, man mano che seguo questa intricata vicenda, comincio ad essere colta da qualche dubbio.
Non fraintendetemi: in oltre cento giorni di carcerazione preventiva, il signor Massimo Bossetti non ha mai vacillato, e meno che mai ho vacillato io nel difendere il suo sacrosanto diritto alla presunzione di innocenza.

Il dubbio che mi assale è d’altro tipo.

Certo, mi rendo conto del fatto che rivendicare il diritto al dubbio sia, di questi tempi, cosa abnorme.
Lo spettro del dubbio, a quanto pare, non inficia neppure la premura di voler “riconoscere” come furgone di Massimo Bossetti un furgone ripreso da una telecamera di sorveglianza, per giunta in un orario non compatibile con il delitto, palesemente diverso, se non fosse per l’avere in comune un dettaglio a dir poco risibile: un catarifrangente non di serie, con buona pace della fanaleria incompatibile (a tal proposito vedasi
Obiezione, Vostro Onore: a tre mesi dal fermo di Massimo Bossetti, ancora non ho capito quali siano i “gravi indizi” a suo carico!).

Seguendo il filo logico in disamina, se io avessi una Mercedes con l’adesivo “Bimbo a bordo” ed una telecamera riprendesse una Punto con analogo adesivo, ciò basterebbe per dire che la Punto ripresa è in realtà la mia Mercedes.

D’altronde lo si è capito sin dall’inizio: in quest’inchiesta non c’è spazio per il dubbio, il dubbio è antipatico e per natura un gran guastafeste, soprattutto dopo aver sciorinato certezze apodittiche che dopo l’entusiasmo iniziale si mostrano prive di riscontri oggettivi.
Ma io sono dubbiosa per natura, e nell’ultimo periodo un dubbio in particolare non mi dà pace.
Vedete, cari lettori, io sono sempre stata convinta di essere dotata di un buon quoziente intellettivo, ed allo stesso modo mi è sempre stata riconosciuta una certa conoscenza e padronanza della lingua italiana.
Giorno dopo giorno, nell’imbattermi nelle “notizie” ed indiscrezioni su questa vicenda, però, mi capita di pensare di non essere in grado di comprendere quanto leggo.

In data 24 settembre, ho avuto modo di leggere un articolo pubblicato sul Corriere a firma della signora Fiorenza Sarzanini.

Questo articolo ha una una caratteristica molto particolare, per la quale non posso che fare i miei più sinceri complimenti all’autrice (che qualora volesse rispondere al mio disappunto, può farlo pubblicamente lasciando un commento in calce all’articolo): lo si può leggere per decine e decine di volte consecutive senza capirne il significato ed i nessi di causalità (o anche meramente logici) sottesi.
A quanto pare, un muratore ha acquistato del materiale edile, e nello specifico un mc di sabbia, dal suo solito fornitore e c’è una fattura che lo dimostra.

Ma andiamo con ordine: l’articolo, nel rendere edotti i lettori del fatto che non sussiste alcun dubbio sulla corretta identificazione di Ignoto1 anche se la traccia biologica lasciata dall’assassino (sic) è di origine non accertabile, ci informa del fatto che quindici giorni dopo la scomparsa di Yara Massimo Bossetti avrebbe acquistato un mc di sabbia a Chignolo, ossia da quello da tre mesi sappiamo essere il suo fornitore abituale.
Certamente un grave indizio di colpevolezza, corroborato dal fatto che a distanza di ben quattro anni non ricordi (rectius, non sia in grado di spiegare) l’uso cui l’acquisto era destinato.
Cosa aspettiamo allora, signori, a buttar via la chiave una volta per tutte?
Un muratore ha acquistato un tipico prodotto usato nell’edilizia e a distanza di quattro anni non ricorda il cantiere di destinazione!
Un fatto che vale di per sé una condanna all’ergastolo, anzi, mi chiedo a questo punto perché non riportare in auge i fasti della gloriosa vigenza della pena capitale.
Certo, è vero che la pena di morte è resa vieta nientemeno che dalla nostra Costituzione, ma visto il clima di enorme rispetto per i principi costituzionali (tra i quali è annoverata la presunzione d’innocenza) che da qualche tempo a questa parte si respira in Italia, sono sicura che i presupposti per invocare una modifica costituzionale ricorrano tutti.
D’altro canto, restano ben poche alternative dinnanzi a un muratore che acquista materiali edili: dopo un atto tanto anomalo e scriteriato, non potrà che essere colpevole.

Titolo e sottotitolo dell’articolo meritano di essere riportati paro paro.

articolo_sarzanini

Infatti, ci danno due notizie eclatanti: la prima è che Bossetti è già “imputato” (perché non anche condannato, a questo punto?), la seconda è che la fattura indicherebbe che abbia visitato il campo in cui fu trovata la piccola Yara: probabilmente si tratta di indicazioni tipiche delle fatture della bergamasca, giacché non mi risulta che le fatture rechino menzione del proprio eventuale tragitto o passaggio in un campo.
Eppure questa fattura lo indicherebbe.
Anzi, non solo lo indicherebbe, ma lo indica senza ombra di dubbio: basti guardare l’assenza di condizionale nel titolo.

I più attenti si saranno chiesti quale dovrebbe essere, di grazia, il valore indiziante di un simile elemento.
Il fatto che un muratore acquisti un mc di sabbia non è indizio di nulla più che del normale espletare un’attività legata al proprio lavoro.
Il passaggio a Chignolo potrebbe avere una valenza indiziaria se Chignolo non fosse un paese pressoché limitrofo al comune di residenza dell’indagato e se l’indagato non fosse stato solito acquistare materiali edili proprio a Chignolo.
L’acquisto di un mc di sabbia avrebbe (forse) rilevanza se l’indagato non fosse un muratore, ovvero se sul luogo del delitto fosse stata trovata della sabbia.
Tali requisiti minimi non sono soddisfatti, dunque un articolo ci ha informati del fatto che Massimo Bossetti acquistava materiali pertinenti alla sua attività: se siamo arrivati al punto di voler vedere del torbido anche in questo e se davvero la Procura si muove su questa linea e non si tratta di mere pontificazioni giornalistiche, mi chiedo francamente come si possa anche solo pensare di rinviare a giudizio un cittadino con elementi di questo tenore, che ad un giudice attempato potrebbero perfino causare una qualche funesta reazione di shock emotivo.

A ciò deve essere aggiunta una ulteriore considerazione: la recente testimonianza di Iro Rovedatti, pilota della protezione civile che sorvolando il campo di Chignolo a bassa quota non vide mai il corpo di Yara, che ove presente si sarebbe dovuto vedere, sembra aprire nuovi interrogativi sul luogo del delitto stesso, che molto verosimilmente (come qui abbiamo ipotizzato sin dall’inizio) non è Chignolo.
Anche qualora si ipotizzasse che il signor Rovedatti non abbia visto il corpo, resta infatti molto difficile credere che la medesima “cecità” abbia colpito anche i suoi colleghi.

Per quanto riguarda la sicumera con la quale la signora Sarzanini non esita ad attribuire la traccia biologica all’assassino, in questo blog è stato rimarcato ad nauseam il fatto che il DNA, specialmente in una traccia unica, non dimostra ovviamente colpevolezza, e posto che è trasportabile se ne deduce che non dimostra neppure (necessariamente) contatto diretto; posto poi che non è databile, possiamo dire ancora che non è elemento sufficiente neppure per collocare temporalmente una persona sulla scena criminis.

A livello mediatico, si è parlato di DNA come prova schiacciante, poiché è stato detto che “il DNA non mente”; purtroppo, però, ci si è dimenticati di aggiungere che il DNA non dice ciò che ci si vuole sentir dire, e nello specifico non dice come e quando sia arrivato lì.

Il fatto che il DNA possa essere trasportato, non solo dolosamente, ma anche in via del tutto incidentale, implica che sulla scena del crimine o sul corpo della vittima possano essere isolate tracce biologiche di persone del tutto estranee al delitto: la casistica giudiziaria internazionale contempla perfino casi di tracce biologiche rinvenute sotto le unghie delle vittime e rivelatesi esito di trasporto.
Anche un oggetto, come un’arma sporca, può veicolare sulla scena del crimine il DNA di un precedente utilizzatore non coinvolto a nessun titolo nel delitto.

Dopo aver posto tutti questi elementi, poniamo ancora che è di recente trapelato in modo finalmente chiaro, come ammette (bontà sua) la stessa signora Sarzanini, che la traccia biologica di “Ignoto1” è di origine “non accertabile”: ciò significa, in Italiano, che può essere qualsiasi cosa, incluse sostanze (esempio più banale, urina) che di per sé si dimostrerebbero intrinsecamente slegate dall’azione omicidiaria.

Il DNA può rivelarsi un elemento importante per le indagini, ma di per sé non è né prova di colpevolezza né, tantomeno, prova schiacciante, e se non contestualizzato in maniera critica rischia di condurre a tentativi grossolani di risolvere indagini sulla base di congetture che, puntualmente, finiscono per non reggere al dibattimento o per portare a sentenze di condanna che, lungi dalle certezze richieste al diritto, portano con sé dubbi che pesano come macigni.

Da un punto di vista strettamente giuridico, quanto detto sopra porta alla logica constatazione che l’esame del DNA reca una conoscenza meramente indiziaria, risultando indizio (e non “prova”), tra l’altro, di mera presenza sulla scena criminis e non di colpevolezza per omicidio.

Ed una tale conoscenza, da sola o rimestata con elementi ai limiti del ridicolo, non rende accettabile un simile accanimento mediatico-giudiziario, né il fatto che un uomo sia in carcere da più di tre mesi.

Ci si aspetterebbe, infatti, visto l’accanimento di stampo persecutorio che da tre mesi colpisce un uomo e la sua famiglia, che ci siano perlomeno delle prove dotate di un certo grado di attendibilità a suo carico.
Una tale aspettativa è però vanificata dalla semplice lettura del’ordinanza di custodia cautelare, che definisce ripetutamente i presunti fatti richiamati come “probabili”, “non illogici” e “suggestivi”.
Eppure non dovrebbe essere una mera “probabilità” e “non illogicità”, né tantomeno una qualche forma di “suggestione” a poter costare, in uno stato di diritto, la privazione della libertà ad un cittadino.

E’ notizia di pochi giorni fa che la Cassazione, nelle motivazioni alla sentenza di assoluzione nei confronti di Raniero Busco, per il delitto di Via Poma, ha stigmatizzato il fatto che la condanna di primo grado si fosse basata su mere congetture.
Qui abbiamo parlato spesso del carico di dubbi che tende sempre ad accompagnare il processo indiziario, ma è bene sottolineare che la congettura, per definizione, non è neppure “indizio”, ma supposizione possibilmente infondata che trae legittimazione da altre supposizioni altrettanto infondate.
Nel caso di Massimo Bossetti, è difficile perfino distinguere indizi e congetture da quello che spesso appare come puro e semplice gossip.

Proprio a proposito della fine del calvario di Raniero Busco, leggevo una sua intervista su Il Tempo.
Una frase, in particolar modo, mi ha colpita:
«Un incubo durato sette anni. E il fatto di aver voluto collaborare con la Giustizia si è ritorto contro di me. “Ci servono le sue dichiarazioni spontanee”, mi disse il pm nel 2004. Poi mi fecero bere un caffè, tenendo da parte la tazzina. Io volevo dare una mano, invece nel 2007 mi hanno indagato per l’omicidio di Simonetta. Sono andato da loro tante volte, tante…ho ripetuto sempre le stesse cose. E loro non mi hanno creduto. Uno che ha la coscienza pulita come me pensa che, se dice la verità, gli crederanno. Invece tutto quello che ho detto è stato usato contro di me».

Mi sembra di vedere il ripetersi della medesima storia, insomma, e non solo in relazione alla questione delle “congetture”.
Ripenso a come, negli interrogatori di Massimo Bossetti, perfino le “contraddizioni” relative ai suoi spostamenti di quattro anni prima gli vengano ritorte contro senza criterio e, mi si perdoni, come già precedentemente evidenziato, senza alcuna logica: forse, sarebbe più opportuno che il signor Bossetti evitasse di rispondere a certe domande, perché ogni sua risposta in buona fede viene puntualmente rigirata ad usum delphini.

Si tratta di cose che, per sua natura, nessun essere umano può ricordare senza dare adito a confusioni/contraddizioni puntualmente usate contro di lui.
Un colpevole ricorda cosa ha fatto nel pomeriggio di quattro anni prima, se ha compiuto un delitto probabilmente conserva ricordi nitidi sia del “prima” sia del “dopo”, in quanto trattasi di momenti connotati da una imprescindibile “particolarità”.

Un innocente, invece, va da sé che non può ricordare, meno che mai senza confusioni di sorta, cosa ha fatto nel giorno X dell’anno Y.
Nessuno di noi lo ricorda.
Può provare, sulla base delle sue abitudini, a ipotizzare un quadro verosimile dei propri spostamenti.
Ma se quanto dichiara gli viene puntualmente ritorto contro (nessuno che faccia la semplicissima constatazione del fatto che l’alibi migliore di Massimo Bossetti sia, paradossalmente, il fatto di non avere un alibi: per lui era una giornata come tante, e ovviamente non può ricordare con esattezza cosa ha fatto!!!), allora è meglio non parlare.
Quando si finisce nel tritacarne della giustizia, specie se c’è una certa premura di avere un colpevole ad ogni costo per salvare la faccia, bisogna aver paura, soprattutto -per quanto mi dolga dirlo- se non si è colpevoli.

Ce ne dà prova nuovamente il Corriere, che dimostrando di trovarsi davvero poco a proprio agio con i dizionari della lingua italiana, presenta il mancato riscontro di uno spostamento di quattro anni prima indicato da Massimo Bossetti in un interrogatorio in questi termini:

“Bossetti non andò dal meccanico”
Barcolla anche l’ultimo alibi.

Autrice dell’articolo è la signora Giuliana Ubbiali, la stessa che si prese la briga di portare all’attenzione del popolo italiano i gossip su una presunta infedeltà coniugale.

Ora sono io, cittadina nata nel paese del garantismo che spesso suole definirsi culla del diritto, a voler fare una domanda alla signora Ubbiali: cos’è, secondo la lingua italiana, un alibi?
Potrei riportare la definizione data dallo Zingarelli, ma per non farla giocare “fuori casa”, ho deciso di servirmi del dizionario online del Corriere stesso, che riporta la seguente definizione:

“Prova della propria estraneità a un reato, consistente nel dimostrare che al momento in cui veniva commesso ci si trovava in un luogo diverso”.

Vede, signora Ubbiali, io non so se Massimo Bossetti quel giorno sia stato o meno dal meccanico: personalmente, non ricordo cosa ho fatto il 26 novembre di quattro anni fa, e penso non lo ricordi neppure lei.
Questo semplice elemento, mi fa pensare che anche Massimo Bossetti abbia il diritto di non ricordarlo e di confondersi, non senza evidenziare, inoltre, che non sempre il fatto di andare dal meccanico è provabile: non necessariamente viene fatta una fattura e, anche qualora venisse fatta, sono certa che secondo il Corriere sarebbe comunque indizio di colpevolezza.
In quel caso il titolone sarebbe stato con ogni probabilità: “Massimo Bossetti incastrato da una fattura: era a Brembate il giorno del delitto”.

Resta però un fatto: la ricostruzione degli spostamenti di Massimo Bossetti in quella giornata non costituisce “un alibi”, perché è noto sin dal deposito in cancelleria dell’ordinanza di custodia cautelare il fatto che per quella sera, ossia per il momento in cui si è consumato il delitto, Massimo Bossetti non abbia mai dichiarato di avere un alibi, e che la ricostruzione degli spostamenti riguardi le ore precedenti.
Presentare la notizia in questo modo significa suggerire ai lettori qualcosa di intrinsecamente falso, lasciando intendere che Bossetti sostenesse di avere un alibi e sia stato smentito.

Il diritto di cronaca non può spingersi alla creazione di realtà parallele, né al suggerimento di un quadro diverso da quello effettivo.

Ad ogni nuova notizia, sento ormai dentro di me che il vizio dei pennivendoli, asserviti a “logiche patologiche”, in cui la paura di non appartenere è più forte del bisogno di bere e mangiare, non mi fa più alcun effetto.
Si tratta ormai di notizie vuote, oltre che trite e ritrite, quasi volgari nel loro ripetersi.
Quei trafiletti, ma anche quei lunghi articoli, per più della metà riempiti dalle 5 W del giornalismo, hanno esaurito anche i sinonimi che servirebbero da aggettivi qualificativi per il termine “svolta”.
Grande, clamorosa, impressionante, incredibile, eccezionale, strepitosa, sensazionale.

Così tanto eclatante per un solo fatto: ogni svolta di questa inchiesta, riportata dalla stampa, io la trovo invece semplicemente “rumorosa”, “fragorosa” e “chiassosa”.
E’ da oltre tre mesi che ogni giorno, secondo i giornali c’è una svolta clamorosa.
Eppure, non appena si prova a valutare la situazione con occhio critico, ci si accorge non senza un certo stupore che da altrettanto tempo l’indagine è palesemente ferma nel suo stringere un misero pugno di mosche.
Verrebbe da pensare, tanto per restare in tema di metafore stradali, che le clamorose svolte avvengano su una rotonda, che riporta sempre ed invariabilmente al punto di partenza.

Come diceva una iscritta al nostro gruppo facebook, probabilmente i “forcaioli” sembrano di più perché urlano più forte, imbrattano di commenti i forum, intervengono costantemente e a sproposito, vogliono esserci e sono determinati a esserci.
Dilagano, sono puntuali e sputano sentenze con enorme facilità.
Noi, mi permetto questo plurale, siamo sempre qui, a rivendicare la presunzione di non colpevolezza per tutti quelli che sono stati mangiati vivi da una macchina troppo uguale a se stessa per non chiedersi se, forse, in lei c’è qualcosa che non vada.
Probabilmente non ce ne rendiamo conto, ma siamo esattamente più forti, e per forza non intendo niente più che capacità di non credere all’incredibile “perché sennò il mondo non mi accetta”.
Solo a un certo punto ho avuto un cedimento, quando tra tutti gli scoop degli ultimi giorni, ho scorto un paio di frasi, commoventi.
Venivo a conoscenza della prima telefonata tra Bossetti e suo figlio.
Mi ha stretto lo stomaco, ho provato un profondo sentimento di tristezza.
Ho ripensato al Garante della Privacy, intervenuto per ammonire uno dei giornali più conosciuti del paese, secondo in Italia per diffusione.
Ho avuto nostalgia dei bravi giornalisti, quelli che non si fermavano alle apparenze, che approfondivano, che andavano oltre.
Quelli che mai e poi mai si sarebbero permessi di approfittare di una disgrazia, fino a ledere con la mannaia la dignità umana, quelli che avevano scelto questo lavoro per un principio di libertà e di visione critica della realtà.
Perché questo caso non interessa solo quell’uomo e la sua famiglia, ha a che fare con ognuno di noi, con i principi costituzionali, con la scelta che facciamo come persone.
Il garantismo non è faciloneria e non è una parolaccia, è uno strumento nobile e potente, se usato con criterio.

Sbagliano i blog, i siti “riporta notizie” e, perché no, gli altri quotidiani, a credere che il Garante della Privacy abbia imposto il fermo alla diffusione dell’articolo di Repubblica ove sono riportati stralci dell’interrogatorio a Massimo Bossetti, per i particolari sulla vita sessuale tra l’indagato e la moglie.
O non hanno letto il contenuto del divieto, o la nostra società è andata oltre il solito immaginario di squallore.
Ancora qualche giorno fa, dopo l’intervento del Garante, Quarto Grado riportava stralci di interrogatorio, per giunta calati in una nuova ridicola pantomima con un attore che interpretava Bossetti.

Non ci sarebbe nulla di nuovo se i media avessero sputato addosso a moglie, madre, suocera e parenti vari, lo stanno facendo dal giorno del fermo.
Il Garante della Privacy è intervenuto perché l’indecenza ha toccato anche un minore, la mancanza di pietas ha valicato ogni confine e di un adolescente si è tentato di fare scempio.
Quando una nazione che si crede civile non è più in grado di tutelare i suoi cittadini più piccoli, significa che la ferita è profonda, dilagante, forse insanabile.
Chi ha mai detto che gli inquirenti, in un caso così delicato, non debbano indagare?
Lo sappiamo tutti che per sviscerare la realtà di un atto criminoso bisogna andare a fondo, denudare il cittadino interessato e scavare nei meandri della sua vita privata.
Non siamo stati di certo noi a dire a chi di dovere di non fare il proprio lavoro, anzi!
Poi, però, salta fuori il “diritto di cronaca”, anche questo sacrosanto, inviolabile, senza il quale una repubblica diverrebbe dittatura.
Ma il diritto di cronaca che cos’è?
Ci sono gli armadi della vergogna, ci sono i segreti da mantenere sotto chiave per secoli e c’è il diritto di raccontare al mondo gli affari di un ragazzino già martoriato dalla tragedia capitata alla sua famiglia.
Ebbene, dobbiamo chiarirci le idee.
La vita di questo innocente è già stata messa a dura prova, ma ora, grazie a questi signori che impugnano la penna come fosse la spada nella roccia, lo è una volta di più.

Non sono stupita del tutto, non ho mai pensato che in Italia infanzia e adolescenza fossero protette dalla violenza dell’adulto, però credevo ci fosse una certa differenza tra alcuni “giornaletti” – tipo quello che si spinge fino a modificare i tratti somatici e i capelli della giovane vittima di questa storia drammatica – e un quotidiano che deve il suo nome alla Rivoluzione portoghese dei Garofani, in conseguenza della quale fu abbattuta una delle più temibili dittature europee e che è secondo per diffusione in Italia.
Invece pare proprio di no, sembra sia scomparsa quella linea di demarcazione tra serio e ridicolo, che sia stata cancellata dalla brutta malattia del secolo, il denaro.
Sempre che sia questo il motivo, sempre che il “diritto di cronaca” non stia seguendo altri scenari a noi sconosciuti, ma siccome non amiamo il complottismo, ci fermiamo prima e stendiamo il nostro “J’accuse”, sul terreno che possiamo vedere, non sulle immagini sbiadite di sentieri ignoti.
Infine, per tornare su un punto già trattato, ma non digerito, questa stampa che ci è toccata in sorte, non ha fatto diversamente con la sorella dell’indagato.
Raccogliendo tutti i modi condizionali della lingua italiana ha orribilmente messo in dubbio che questa donna fosse stata aggredita, quando c’erano addirittura dei testimoni che hanno paura di parlare.
Una donna sola e indifesa, minacciata una prima volta, strattonata una seconda e riempita di calci la terza sotto gli occhi di tutti, dopo il danno, ha subito anche la beffa di quelli che rivendicano il proprio diritto calpestando quelli degli altri.

Qui continueremo, dunque, a rivendicare un solo imprescindibile diritto: quello di dubitare.

Talvolta si parla del principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” come un portato dei paesi di common law: non è così.
Non ho grandi tendenze al patriottismo, meno che mai negli ultimi tempi, ma vale la pena di ricordare che era italianissimo il compianto Prof.Federico Stella, eccelso giurista le cui elaborazioni hanno costituito la base dottrinale della sentenza Franzese (2002) che ha sancito alcuni principi fondamentali di civiltà giuridica, fungendo da antidoto alla valutazione acritica ed arbitraria, insita di fallacie, della cosiddetta “prova scientifica”.

La sentenza Franzese è stata volta a volta definita come antidoto contro l’esclusione del contraddittorio in relazione alle prove scientifiche, antidoto contro la totale discrezione del libero convincimento del giudice e antidoto contro la deriva tecnicistica del processo penale.
Intervenne poi il legislatore, che con la cosiddetta legge Pecorella ( L. 46/2006)  positivizzò finalmente in un testo di legge un sommo principio di civiltà giuridica: l’oltre ogni ragionevole dubbio.
Venne così finalmente superato, almeno formalmente, il cosiddetto metodo individualizzante che, ai fini dell’accertamento della responsabilità penale dell’imputato, focalizzava maggiormente l’attenzione sull’intuizione del giudice: se non vi è certezza o quasi certezza di colpevolezza occorre assolvere, come si predica ormai, spesso, evidentemente a vuoto, in tutte le aule accademiche nostrane.

Come ho già detto in più circostanze, il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio implica che debba essere pronunciata sentenza assolutoria in tutti i casi in cui esista una spiegazione alternativa rispetto a quella accusatoria, e non è richiesto che tale spiegazione alternativa superi a propria volta il ragionevole dubbio, dovendo semplicemente essere e possibile in rerum natura e non impossibile o estremamente improbabile nel caso concreto.
Quando i Tribunali si discostano da questa interpretazione (che tra l’altro è l’unica che si può coerentemente ricavare dalla legge) e sembrano di contro sposare una sorta di “dubio pro culpa” (contra legem), puntualmente partoriscono mostri giudiziari.

E’ invalsa la distinzione (giurisprudenziale e di parte della dottrina) tra dubbi “interni” ed “esterni”.
Il “dubbio interno” è quello che rivela l’autocontraddittorietà dell’ipotesi del
pubblico ministero (ipotesi incoerente) o la sua incapacità/insufficienza esplicativa (l’ipotesi dell’accusa spiega solo alcuni fatti, ma non tutti i fatti necessari per un giudizio di colpevolezza); il “dubbio esterno” è invece quello che contrappone all’ipotesi dell’accusa una tesi alternativa, che non abbia la mera caratteristica della possibilità logica ma anche, come dicevo, il fatto di non essere del tutto improbabile nel caso concreto.
Negli elementi relativi a Massimo Bossetti sussistono sia dubbi interni sia dubbi esterni: la ricostruzione dei fatti dell’accusa è intrinsecamente contraddittoria, come dimostra il continuo appigliarsi ad elementi opposti nel tentativo (non riuscito) di dimostrare la stessa cosa, e gli “elementi” non hanno alcuna univocità, in quanto passibili di interpretazioni non solo differenti, ma perfino molto più logiche di quelle accusatorie.

L’unica vera domanda, allora, non è perché un muratore abbia acquistato un tipico materiale usato nell’edilizia né perché non abbia ricordi precisi di una giornata di quattro anni prima come la restante popolazione mondiale, ma piuttosto: cosa ci fa Massimo Bossetti in carcere?

Su quali basi è in carcere?
Non si tratta di una domanda retorica, ma di una questione già approfonditamente affrontata in precedenza.

E’ forse in carcere sulla base di una spesa di tre milioni di euro che ha portato al nulla più assoluto perché, dopo l’entusiasmo per l’identificazione di “Ignoto1”, da tre mesi si ha bisogno di blandire il pubblico consenso correndo dietro a gossip familiari, a notizie ridicole come acquisto di materiale edile (da parte di un muratore), e dando in pasto alla stampa interrogatori in cui si scandaglia la vita intima di un uomo, in completa violazione della dignità umana e della segretezza degli atti?

Lo abbiamo detto tante volte e lo ribadiamo: l’onere della prova incombe sull’accusa, e se la Procura non è in grado (come è ormai evidente) di provare, e di provare “oltre ogni ragionevole dubbio”, la colpevolezza di Massimo Bossetti, Massimo Bossetti non deve stare in carcere, ma in casa propria con la sua famiglia e i suoi bambini.

E’ inaccettabile che se si non riesce a dimostrare la colpevolezza per un delitto si cominci a prendere per il naso l’opinione pubblica spacciando corbellerie per indizi, nonché a scavare nella vita intima altrui per poi darla in pasto a 60 milioni di Italiani, contro ogni decenza e buon senso.

Per concludere, è a dir poco imbarazzante constatare come le tanto decantate indagini “avvenieristiche” sembrino basare le proprie ricostruzioni nientemeno che sui detti popolari, come il vecchio adagio in virtù del quale “l’assassino torna sempre sul luogo del delitto”.
A questo punto, perché non tirar fuori dal cilindro anche il  ben più celebre “l’assassino è sempre il maggiordomo”?
Vero è che, in questo caso, il proverbio non collimerebbe con l’attuale indagato.
Sempre che, beninteso, non vada bene anche sostituire “il maggiordomo” con “il nipote della domestica”.

E in fondo, ironia a parte, non mi sorprenderei se andasse bene anche una tale sostituzione: d’altro canto, in un contesto nel quale non ci si fa scrupolo ad attaccarsi alle più grottesche insulsaggini, sarebbe davvero così strano, pur di avere un “colpevole” ad ogni costo, provvedere ad adeguare alla bisogna anche i proverbi?

Obiezione, Vostro Onore: a tre mesi dal fermo di Massimo Bossetti, ancora non ho capito quali siano i “gravi indizi” a suo carico!

Liberté

“Si chiamava Libertà. Un giorno scese per strada e prese a interrogare la gente che incontrava. Le risposte che ebbe furono di questo genere: «Fatevi i fatti vostri. – Non te ne incaricare. – Impicciati per te. – Lascia perdere. – Chi te lo fa fare? – Te l’ha ordinato il medico? – Ti pagano per questo? – Sei stanca di campare? – Ti puzza di vivere? – Attacca l’asino dove vuole il padrone. – Non fare la stupida. – Non ti mettere nei guai. – Gli stracci vanno per aria. – Passata la festa gabbato il santo. – L’oro non si macchia. – Sta’ coi frati e zappa l’orto».
Libertà disse: «Questa gente è molto saggia, non ha bisogno di me». Infatti cominciò a uscire meno e un giorno annunciò che se ne andava. Ai giornalisti che l’assediavano per conoscere i motivi della sua decisione rispose in modo alquanto enigmatico. Disse sorridendo: «La libertà va tenuta in continua riparazione».”

(Ennio Flaiano, La solitudine del satiro)


TV e giornaletto, forcaiolo perfetto: il teorema del colpevole per forza, ovvero come salvare capra e cavoli.

Il presente blog ha ormai più di due mesi, e nel tempo si sono susseguiti diversi articoli, talvolta tra loro simili, spesso diversi.
Questo articolo, a differenza di altri, avrà la peculiarità di essere fondamentalmente dettato dalla rabbia e dall’amarezza per una situazione ogni giorno più stigmatizzabile che si protrae da ormai tre mesi.

Avrei preferito scrivere qualcos’altro, e sono certa che anche molti dei miei lettori avrebbero preferito leggere qualcos’altro.
Eppure, è inutile girarci intorno: il rigetto dell’istanza di scarcerazione, risalente alle prime ore del pomeriggio di ieri, era nell’aria.

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Quando a fine agosto cominciò a circolare la voce di un’istanza entro metà settembre, alla luce di un lavoro d’analisi che ritengo che, se effettuato con la dovuta perizia e cum grano salis, renda piuttosto chiaro che i “gravi indizi” di cui nell’ordinanza del 19 giugno non sono tali, pensai che il GIP avrebbe valutato la situazione in modo diverso e più obiettivo.

Pensavo, in buona sostanza, che dalle presunte evidenze “non illogiche” e “suggestive” dell’ordinanza, a mente fredda, si potesse fare un salto di qualità e passare a valutazioni realmente logiche e persuasive.

L’assenza di riscontri laddove sarebbero dovuti emergere in maniera finalmente univoca in caso di colpevolezza (nessun riscontro tra i reperti piliferi né tracce sulle autovetture) e, come contraltare, la palese non univocità degli “indizi” di cui nell’ordinanza, che troverebbero ben più logica spiegazione nella semplice vita di una persona nel luogo che non in fantasiose costruzioni che portano con sé il retrogusto dell’arrampicata sugli specchi, alimentavano le mie speranze di poter vedere in breve la fine di un accanimento che comincia ad assumere connotati preoccupanti.

Quando però lo scorso mercoledì l’istanza è stata presentata ed ho visto, ahimè, tirar fuori dal cilindro un cavillo per un presunto vizio procedurale ex art. 299 c.p.p., ho intuito subito che le cose sarebbero andate in questo modo.
Il GIP ha inizialmente dichiarato inammissibile per vizio procedurale l’istanza di scarcerazione, successivamente ripresentata dopo aver sanato il presunto vizio.
Parlo di presunto vizio perché individuato, a parere di chi scrive in modo non del tutto valido, sulla base dell’art. 299 c.p.p., che prevede la notificazione dell’istanza alla parte offesa.
L’art. 299 c.p.p. è stato introdotto lo scorso anno con la cosiddetta legge sul femminicidio del 15 ottobre 2013.

Giacché tuttavia la ratio legis di questa norma era quella di tutelare le vittime di femminicidio, tenuto conto della ratio legis la mancata notificazione non avrebbe dovuto costituire, a mio avviso, vizio procedurale, in quanto non siamo di fronte ad un reato consumato in ambito familiare/affettivo (ambito al quale si riferisce la legge sul femminicidio).

Anche alcuni tribunali hanno dato questa interpretazione.

Ad esempio, Tribunale di Torino, 4 novembre 2013 (Giudice Marra)

“La disciplina contenuta nell’articolo 299, comma 3, del Cpp, laddove si prevede che, nel caso di delitto commesso con violenza alle persone, la richiesta di revoca o di sostituzione della misura coercitiva debba essere, a pena di inammissibilità, contestualmente notificata alla persona offesa, si applica solo nei procedimenti in cui la condotta violenza si caratterizza anche per l’esistenza di un pregresso rapporto relazionale tra autore del reato e vittima, in cui, quindi, la violenza alla persona non è occasionalmente diretta nei confronti della vittima, ma lo è in modo mirato, in ragione di tali pregressi rapporti (da queste premesse, il giudice ha escluso l’applicabilità della suddetta disciplina
nell’ambito di un procedimento per il reato di rapina, in cui l’azione violenta era stata del tutto occasionalmente diretta nei confronti di persone offese sconosciute all’indagato).”

Tutto ciò visto e considerato che in altra circostanza è lo stesso GIP a mostrare di non disdegnare l’interpretazione della legge sulla base della ratio: ad esempio quando nell’ordinanza stabilisce che sono pienamente utilizzabili gli atti di indagine nonostante la scadenza dei termini ex art. 407 c.p.p.
In tale frangente il GIP richiama infatti la ratio legis ripresa da parte della giurisprudenza secondo la quale tali termini non si applicano per i procedimenti iscritti a carico di ignoti (cito dall’ordinanza: “Al riguardo infatti occorre richiamare l’orientamento prevalente della giurisprudenza che evidenzia la ratio della normativa dettata daIl’art. 407 comma terzo c.p.p. che prevede che l’inutilizzabilità di atti d’indagine per inosservanza dei termini non può riguardare i procedimenti iscritti a carico di ignoti.”).

Al di là di queste considerazioni de iure dalle quali mi è, per (de)formazione personale, impossibile astenermi, vorrei ora provare a fare qualche riflessione sul rigetto dell’istanza a partire dalla solita caciara mediatica contornata dalla diffusione di “indiscrezioni” e presunti “indizi” (sempre i soliti, se non bastasse) malamente rimestati.
In dottrina ci si pone da tempo un annoso quesito: le pressioni mediatiche hanno un peso, o comunque un effetto deleterio, sulle decisioni degli organi giudicanti?
Rispondere ad una tale domanda è difficilissimo, ma una cosa la si può dire senza alcuna remora: l’accanimento mediatico può rovinare la vita a persone innocenti, e sono del fermo parere che questo sia, purtroppo, uno di quei casi.

In diversi articoli precedenti provai a porre una domanda: cosa accadrà non appena la serie di gossip e indiscrezioni relative ad elementi privi di qualsivoglia valore probatorio sarà terminata?
Cosa accadrà quando non ci sarà più nulla da scarnificare nella vita di Massimo Bossetti?
Avevo ipotizzato che, a quel punto, sarebbe tardivamente calato il silenzio, sic et simpliciter.
Sbagliavo.
La realtà si sta rivelando ben peggiore: terminati gli “elementi” nuovi, si torna con nonchalance a quelli vecchi e perfino già smentiti.

Colpevole contro ogni ragionevole dubbio, non “oltre” ogni ragionevole dubbio: è questo Massimo Bossetti.

Che la giustizia italiana non sia esattamente la migliore del mondo è cosa nota da tempo, ma di recente stiamo raggiungendo vette inusitate.

In questo blog parliamo di una persona privata della sua libertà sulla base di elementi a dir poco dubbi, di un uomo in carcere, in isolamento, da ormai tre mesi, sbattuto senza un briciolo di umana pietà sulle pagine dei giornali e nei palinsesti televisivi, condannato in anteprima a reti unificate, distrutto da un tweet sul solco delle nuove condanne sommarie in versione 2.0 prima ancora di potere proferir parola a sua discolpa, capro espiatorio di un accanimento mediatico schizofrenico che non presta attenzione alcuna alla veridicità delle notizie dove perfino indiscrezioni all’apparenza del tutto credibili ed accertate (si pensi alla questione “reperti piliferi”) si rivelano clamorose bufale, colpevole costruito a tavolino piuttosto che cercato.

Colpevole per forza, appunto.
E’ questo il verdetto, e a mò del pollice verso di Nerone è condanna a morte inappellabile.

Bossetti è colpevole perché “incastrato” (termine assai gradito a molti giornalisti nostrani, che generosamente lo utilizzano senza cognizione di causa alcuna) ogni giorno da una castroneria diversa, riproposta a cadenza settimanale perfino dopo la smentita o la confutazione dell’elemento, è colpevole perché ultimo appiglio di un’indagine che ha già prodotto un presunto colpevole sbagliato e i cui termini erano già scaduti, è colpevole perché massacrato nella sua vita privata quando mancano elementi concreti, è colpevole perché un GIP lo ha stabilito essere “privo di freni inibitori” per l’addebito di un reato che non è provato abbia commesso, è colpevole perché così scriteriato da passare talvolta in un paese che dista la bellezza di 2,72 km dal suo luogo di residenza, è colpevole perché ha perfino agganciato una cella telefonica compatibile nientemeno che con l’area della propria abitazione, ed è colpevole perché quando gli elementi mancano è solo perché in qualche modo non documentato deve sicuramente averli eliminati.

Ci si accorge di essere davanti a un “colpevole contro ogni ragionevole dubbio” quando si assiste alla ricerca di indizi che quando non ci sono sembrano essere quasi artificiosamente montati: è il caso del furgone ripreso da una telecamera di sorveglianza, che è evidentissimo abbia una incompatibilità strutturale insanabile (fanali rettangolari, in casa mianon possono produrre un fascio di luce a losanga arrotondata) ma è “simile”, e soprattutto con un po’ di immaginazione pare si possa vedere un catarifrangente simile (pazzesco, mica per riconoscere un furgone si guarda la carrozzeria, no!, si guarda la presenza di un catarifrangente, magari guardando un po’ meglio all’interno si vede pure se c’è un Arbre Magique compatibile con quello del furgone di Massimo Bossetti!).

Avevamo già affrontato l’argomento, ma lo riprendiamo perché qualche giorno fa, i nostri organi di stampa, dal Corriere a TGCOM24 sono tornati a parlare del fantomatico furgone ripreso il 26 novembre 2010 a Brembate dalle telecamere di sorveglianza di una banca.
La ripresa del furgone, risalente alle ore 18,01, è stata tra l’altro collocata, dalle suddette fonti, che alla tentazione di allungare il pesce evidentemente non sanno proprio resistere, alle 18,30.

Il furgone di cui si torna a parlare dopo due mesi, ha solo un piccolo problema, ossia il fatto di non essere quello di Massimo Bossetti.
Le differenze di fanaleria accennate sopra sono evidenti ictu oculi, e già da tempo sono state evidenziate in modo chiaro da un esperimento effettuato dal Dott. Ezio Denti, proprio in via Rampinelli e con le medesime condizioni di luce.
Ecco un eloquente fermoimmagine della videosimulazione [1]: in alto, si può vedere il furgone ripreso dalla telecamera di sorveglianza, al centro un Iveco Daily di modello successivo al 2006 e in basso un Iveco Daily di modello identico a quello in uso al Bossetti.

Videosimulazione_furgoni
L’incompatibilità strutturale è evidente a chiunque, eccetto che ai nostri organi di stampa e salotti televisivi che continuano con immutato fervore a propinare la notizia che il furgone sia di Bossetti.
In realtà, come evidenziato già a luglio da Ezio Denti, è chiaro che non solo no può trattarsi del furgone di Massimo Bossetti (modello del 1999 con fanali rettangolari), ma con ogni probabilità non si tratta neppure di un Iveco Daily ma di un Ford Transit.

Oppure è il caso di chi va a sostenere che la traccia di DNA, definita esigua e di natura non accertata con certezza da chi ha svolto le analisi [2], sia in realtà abbondante e derivi nientemeno che da epistassi: non importa, poi, se si tratta della medesima fonte che a luglio cercava maldestramente di smentire che Bossetti soffrisse di epistassi.
Un quadro, in ogni caso, così ridicolo da poter essere smentito dalla logica più elementare: se così fosse non solo bisognerebbe postulare che il disgraziato abbia un’epistassi in una sera di autunno inoltrato, e per giunta proprio mentre compie un omicidio, ma anche che il sangue proveniente dall’epistassi sia “telecomandato” e vada a finire in un solo punto, guarda caso attiguo ad uno dei margini recisi degli indumenti indossati dalla vittima!
Sappiamo tutti che in caso di epistassi il primo, naturale riflesso è quello di portarsi le mani al naso, sporcandosele: ma Bossetti riesce a non lasciare nessuna traccia ulteriore.
Di più: la ferita sulla quale è stato isolato il profilo genetico di Ignoto1 è nella parte posteriore del corpo, ed il corpo è stato ritrovato supino.
Dunque, se è valida la relazione della Cattaneo, avrebbe perfino dovuto girarlo senza lasciare nessun’altra traccia.
Se tutto questo non bastasse, non solo non occulta il cadavere nonostante capisca certamente di aver lasciato tracce (è impossibile non accorgersi di un’epistassi), ma fa molto di più: sapendo che il suo DNA è finito sulla scena criminis a causa di un’epistassi ma volendosi mostrare estraneo ai fatti, a inizio luglio chiede sua sponte di essere interrogato dalla PM e dichiara… Di soffrire di epistassi!!!

Io, essendo per natura ottimista e fiduciosa nel genere umano, vorrei davvero confidare nella malafede di alcune fonti d’informazione, perché qualora ci siano persone che prospettano tesi simili in buona fede, e dunque ritenendole attendibili, sarebbe davvero il caso di chiedersi cosa esattamente sia andato storto nell’evoluzione umana.

Vorrei anzi cogliere la palla al balzo per suggerire a tutti i miei lettori di mostrarsi sempre ottimisti e felici: qualora dovesse capitare una disgrazia, infatti, anche una eventuale timidezza o un malumore può diventare, secondo alcuni organi di informazione, un indizio a proprio carico.

tristeUna recente puntata di Quarto Grado mi spinge inoltre a suggerirvi di non digitare mai su Google la parola “pelo”: anche questo pare sia un indizio, anche se, nonostante gli ingenti sforzi, non ho ancora ben capito di cosa.
Concedetemi di sdrammatizzare: è forse indizio di “tricofilia”?

Ancora, ci si accorge di essere davanti a un “colpevole contro ogni ragionevole dubbio” quando sia un elemento sia l’elemento contrario vengono interpretati come indizio di colpevolezza.

Negli ultimi giorni ne abbiamo avuto alcuni esempi eclatanti: nei prossimi giorni tornerò in argomento in modo più incisivo dalle pagine de L’Osservatore d’Italia, ma comincio ad esprimere qualche doverosa considerazione.
L’ultimo esempio di come tutto e il contrario di tutto possa essere inteso come indizio di colpevolezza è quello relativo all’assenza di Massimo Bossetti dal cantiere il pomeriggio del 26 novembre 2010, elemento trapelato solo qualche giorno fa, a ridosso del rigetto dell’istanza da parte del GIP.
Anzitutto, l’assenza in sé: fino a pochi giorni fa si riteneva che la presenza in cantiere di Massimo Bossetti, che lo avrebbe portato quel pomeriggio a passare per Brembate Sopra al suo ritorno fosse indizio di colpevolezza.
Ora che è venuta fuori la sua assenza, diventa la sua assenza un indizio di colpevolezza.

Infatti pare, udite udite!, che Massimo Bossetti si sia contraddetto.
Chiunque abbia seguito il caso sin dall’inizio con occhio critico e vigile ricorderà però che fino a poco tempo fa si riteneva un indizio il fatto che avesse ricordi troppo chiari e non contraddittori riguardo fatti di quattro anni prima, chiaro indice di colpevolezza.

In realtà, è sufficiente leggere l’ordinanza stessa per vedere come i suoi ricordi non fossero poi così chiari, ma fossero soggetti alla normale confusione dovuta al troppo tempo trascorso.
Ma anche questo non va bene ed è indice di colpevolezza.

Cito ad esempio dall’ordinanza:
“Qualche incongruenza nel racconto si riscontra quando Bossetti afferma di ricordare i suoi movimenti la sera dcl 26.11.2010 perché proprio quella sera aveva visto di fronte al centro sportivo di Brembate dei furgoni con delle grosse parabole e di essere stato attirato da tale presenza.
Ha poi precisato di non essere sicuro che il giorno fosse il 26 novembre potendo forse essere il 27 novembre 2010.
Affermazione che andrà verificata nel proseguo delle indagini dato che la denuncia della scomparsa di Yara Gambirasio avviene la mattina del 27.11.2010, quindi difficilmente tali furgoni dotati di parabole possono essere collegati a mezzi di telecomunicazioni ivi presenti a causa della scomparsa di Yara Gambirasio.”

La “contraddizione” di Bossetti si è originata molto probabilmente proprio dall’aver confuso, in prima battuta, tra 26 e 27 novembre.
Interrogato dal GIP disse di ricordare cosa aveva fatto il 26 (cioè “essere andato al lavoro e tornato a casa passando per Brembate come tutti i giorni”) perché era stato colpito dalla presenza, nei pressi della palestra, di una serie di furgoni con grosse parabole relativi presumibilmente a mezzi di telecomunicazioni presenti sul luogo proprio per la scomparsa di Yara.
Ma è chiaro che non poteva essere il 26, ma il 27, perché solo in quella data la notizia fu diffusa.
Ecco infatti che poi Bossetti, riflettendo sul periodo in analisi, scopre che il 26 novembre era l’ultimo venerdì del mese, giorno da lui deputato, nel pomeriggio, alle commissioni, e lo dichiara alla PM, “contraddicendosi”, altro chiaro segno di colpevolezza, perché ovviamente tutti noi ricorderemmo cosa abbiamo fatto, ad esempio, il 19 agosto 2009 senza contraddirci.
Così come non andava bene la memoria di ferro, neanche la confusione trova il beneficio del dubbio.

Volendo proprio focalizzare l’attenzione sull’assenza dal cantiere di Massimo Bossetti in data 26 novembre 2010, bisognerebbe poi aggiungere due ulteriori considerazioni.
La prima è che si tratta di un elemento assolutamente neutro in quanto l’orario in cui si colloca l’aggressione alla piccola Yara è comunque incompatibile con i normali orari di lavoro di un muratore: in buona sostanza, giacché alle ore 18,30-19,00 un muratore ha già terminato di lavorare, il fatto che Massimo Bossetti quel pomeriggio fosse stato al lavoro non avrebbe potuto costituire un alibi in suo favore, ma allo stesso modo il fatto contrario non può ovviamente costituire un elemento a suo carico.
La seconda, di contro, è che questo elemento potrebbe essere perfino utile a scagionare Bossetti: infatti, tra i presunti indizi che deporrebbero contro quest’uomo, vi sono le polveri di calce rinvenute nell’albero bronchiale della piccola Yara, la cui presenza sarebbe, cito l’ordinanza del GIP, dovuta alla permanenza in ambienti “saturi” di calce ovvero “ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tale sostanza”.

Questo elemento è stato correlato alla professione svolta da Massimo Bossetti.
Ma se quel pomeriggio Massimo Bossetti non era al lavoro non poteva avere né mani né abiti imbrattati di calce.

In tutta questa caciara senza capo né coda la giustizia è andata, una volta per tutte, a farsi benedire, e in ottima compagnia: con essa, infatti, se ne sono andati il buon senso e l’umiltà di ammettere che i conti non tornano proprio e che ciò che si sta registrando è un palese accanimento verso un colpevole per forza, contro il quale, quando non sarà rimasto più alcun dettaglio della sua vita da distorcere e scarnificare, ci si ritroverà inermi con una piccola traccia di DNA che non potrà provarne la colpevolezza in quanto sarà impossibile dimostrarne al di là di ogni ragionevole dubbio che sia davvero correlata all’azione omicidiaria.

Una domanda, a questo punto, non si può non farla: questo processo mediatico senza precedenti è legittimo?

Abbiamo già visto più volte, in queste pagine, alcuni estratti dal titolo II del codice deontologico dei giornalisti, e ci siamo altresì soffermati sulla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che non lascia adito a dubbio alcuno sull’illegittimità di quanto da tre mesi si sta impunemente consumando sotto gli occhi attoniti e, ahimè, spesso conniventi, dell’intero Paese.

Ne approfitto allora per segnalare altresì la delibera dell’AGCOM (Autorità Garante per le comunicazioni) n. 13/08/CSP- Atto di indirizzo sulle corrette modalità di rappresentazione dei procedimenti giudiziari nelle trasmissioni radiotelevisive [3].
Leggendo il testo di intuisce immediatamente come queste regole siano state ripetutamente violate.
Perché nessuno interviene con le dovute sanzioni?
A questa domanda è impossibile rispondere, ma una cosa è certa: questo codice è stato violato e nessuno, ma proprio nessuno, ha minimamente ritenuto di dover intervenire.

“Considerato che i programmi televisivi mostrano la tendenza a trasmettere in forma spettacolare vere e proprie ricostruzioni di vicende giudiziarie in corso, impossessandosi di schemi, riti e tesi tipicamente processuali che vengono riprodotti, peraltro, con i tempi, le modalità e il linguaggio televisivo, ben diversi da quelli giudiziari, ricreando un foro mediatico non equilibrato che perviene ad una sorta di convincimento pubblico sulla fondatezza o meno di una certa ipotesi accusatoria, aggravato dal fatto che, nella percezione di massa, la comunicazione televisiva svolge una sorta di funzione di validazione della realtà;
considerato che la tecnica della spettacolarizzazione dei processi, che le trasmissioni televisive utilizzano a fini di audience, amplifica a dismisura la risonanza di iniziative giudiziarie con il rischio della degenerazione della trasmissione in una sorta di “gogna mediatica” a scapito della presunzione di non colpevolezza dell’imputato e, in ultima analisi, della tutela della dignità umana e del diritto al “giusto processo”, garantiti dalla nostra Costituzione e dai principi comunitari, costituendo una condanna preventiva, inappellabile e indelebile;
considerato che l’attenzione distorta, insistente e talora parossistica dedicata a taluni pur gravi fatti delittuosi comporta notevoli rischi di alterazione, vuoi sul versante della deturpazione dell’immagine vuoi sul versante di un’enfatizzata notorietà che regala a protagonisti negativi una celebrità distorsiva dei valori di una società civile;
considerato che non è da escludere o da sottovalutare il pericolo che una siffatta rappresentazione “mediatica” del processo -ispirata più dall’amore per l’audience che dall’amore per la verità in programmi delle principali emittenti televisive che occupano con grande ascolto la prima e la seconda serata- possa influenzare indebitamente il regolare e sereno esercizio della funzione di giustizia;
considerato che la vigente normativa sul sistema radiotelevisivo pone tra i principi fondamentali del settore la garanzia della libertà e del pluralismo dei mezzi di comunicazione, la tutela della libertà di espressione di ogni individuo (inclusa la libertà di opinione e quella di ricevere o di comunicare informazioni), l’obiettività, la completezza, la lealtà e l’imparzialità dell’informazione, nel rispetto delle libertà e dei diritti, in particolare della dignità della persona e dell’armonico sviluppo dei minori, garantiti dalla Costituzione, dalle regole di base dell’Unione europea, dalle norme e convenzioni internazionali e dalle leggi nazionali;
tutto ciò considerato, le emittenti radiotelevisive si attengono, in particolare, ai seguenti criteri:
a) va evitata un’esposizione mediatica sproporzionata, eccessiva e/o artificiosamente suggestiva, anche per le modalità adoperate, delle vicende di giustizia, che non possono in alcun modo divenire oggetto di “processi” condotti fuori dal processo. In particolare vanno evitati “processi mediatici”, che, perseguendo il fine di un incremento di audience, rendano difficile al telespettatore l’appropriata comprensione della vicenda e che potrebbero andare a detrimento dei diritti individuali tutelati dalla Costituzione e delle garanzie del “giusto processo”;
b) l’informazione, fermo restando il diritto di cronaca, deve fornire notizie con modalità tali da mettere in luce la valenza centrale del processo, celebrato nella sede sua propria, quale luogo deputato alla ricerca e all’accertamento della “verità”: dovranno pertanto essere seguite modalità tali da tenere conto della presunzione di innocenza dell’imputato e dei vari gradi esperibili di giudizio, evitando in particolare che una misura cautelare o una comunicazione di “garanzia” possano rivestire presso l’opinione pubblica un significato e una concludenza che per legge non hanno;
c) la cronaca giudiziaria deve sempre rispettare i principi di obiettività, completezza, correttezza e imparzialità dell’informazione e di tutela della dignità umana, evitando tra l’altro di trasformare il dolore privato in uno spettacolo pubblico che amplifichi le sofferenze delle vittime e rifuggendo da aspetti di spettacolarizzazione suscettibili di portare a qualsivoglia forma di “divizzazione” dell’indagato, dell’imputato o di altri soggetti del processo; deve inoltre porre sempre in essere una tutela rafforzata quando sono coinvolti minori, dei quali va salvaguardato lo sviluppo fisico, psichico e morale;
d) restando salva la facoltà di sviluppare sui temi in esame dibattiti tra soggetti diversi dalle parti del processo nel rispetto del principio del contraddittorio ed assicurando pari opportunità nel confronto dialettico tra i soggetti intervenienti, vanno evitate le manipolazioni tese a rappresentare una realtà virtuale del processo tale da ingenerare suggestione o confusione nel telespettatore con nocumento dei principi di lealtà, obiettività e buona fede nella corretta ricostruzione degli avvenimenti;
e) quando la trasmissione possa inferire sui diritti della persona, l’informazione sulle vicende processuali deve svolgersi in aderenza a principi di “proporzionalità”, accordando pertanto alle informative e alle analisi uno spazio equilibratamente commisurato alla presenza e all’entità dell’interesse pubblico leso e raccordando la comunicazione al grado di sviluppo dell’iter giudiziario, e quindi al livello di attendibilità delle indicazioni disponibili sulla verità dei fatti.”

Se dovessi fare un pronostico sul caso Yara Gambirasio, dovrei dire che, a mio parere, al colpevole non si arriverà mai.
Contro Massimo Bossetti non emergerà alcun elemento univoco e gli inquirenti resteranno (come già sono) con in mano il solo DNA.

Il DNA, quand’anche l’estrazione fosse ripetibile (qualora non lo fosse sorgerebbe un evidente problema in quanto le prove si formano, ai sensi della disciplina codicistica, in contraddittorio) e desse i medesimi risultati, in traccia unica, non sarà sufficiente a superare il ragionevole dubbio, e così, se non in primo grado perlomeno in appello, Massimo Bossetti verrà assolto.
Nel frattempo la sua vita sarà stata rovinata, e a causa delle pressioni mediatiche il messaggio che passerà a livello di opinione pubblica sarà che il giudice ha assolto un colpevole.

Una verità processuale non sempre corrisponde ad una verità sostanziale, e questo è un dato di fatto.
Nel nostro ordinamento, il principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” non è applicabile in relazione alla difesa, ma solo all’accusa, e ciò sta a significare che l’ordinamento deve necessariamente prediligere, nel dubbio, l’assoluzione di un colpevole piuttosto che la condanna di un innocente.

L’accusa deve vincere la presunzione d’innocenza “oltre ogni ragionevole dubbio”, nel senso che il teorema accusatorio deve resistere ad obiezioni e spiegazioni alternative prospettate dalla difesa.
La difesa invece non soggiace al limite del “ragionevole dubbio”, ma può vincere il teorema accusatorio “semplicemente” prospettando alternative che siano possibili in rerum natura e non impossibili o estremamente improbabili nel caso concreto, senza altra limitazione.

Questo perché l’ordinamento opera una scelta: il non trovare un colpevole per un fatto delittuoso denota un fallimento del sistema, ma la condanna di un innocente implica la -ben peggiore- criminalizzazione del sistema stesso, nel momento in cui va a compromettere erroneamente un principio inviolabile quale la libertà personale.

Per me che credo nell’innocenza di Bossetti alla luce delle mie analisi del caso che mi portano a ritenere del tutto inverosimile il castello accusatorio, verità processuale e sostanziale, se le cose andranno in questo modo che ho prospettato, collimeranno.

Ma la vita e la dignità di un individuo saranno irrimediabilmente distrutte.
E a quel punto non varranno a salvarci dall’onta di aver avventatamente linciato un innocente né le parole pronunciate in prima serata dal signor Carmelo Abbate che, avendo evidentemente già sentenziato (non si sa su quali basi), sostiene che la Procura abbia nientemeno che “un quadro indiziario completo” (salvo, ovviamente, lasciar cadere nel dimenticatoio la richiesta di giudizio immediato sbandierata nei primi giorni), né la pretesa possibilità di una reiterazione del reato che giustifichi la custodia cautelare (che è chiaro a tutti, tranne che alla Dott.ssa Maccora, non sussistere in alcun modo), né quella pericolosa forma di autosuggestione che spinge i più a rifiutare tout court il garantismo in quanto significherebbe mettere in dubbio la bontà della macchina giudiziaria.

Scrive il Prof. Eraldo Stefani che:
“E’ naturale che in ognuno di noi ci sia una forte resistenza a credere che la giustizia, non possa e non debba mai sbagliare; essa infatti assicura, attraverso l’osservanza della legge, l’ordine fra i consociati e dunque assicura la sopravvivenza della società stessa ed il suo miglioramento sotto il profilo dei valori.
Perciò ammettere l’errore da parte dell’istituzione preposta ad assicurare l’ordine, pone in dubbio la solidità dell’ordine stesso e con esso la nostra sopravvivenza.
(…)
Di qui l’esigenza talvolta di trovare un colpevole, a tutti i costi, come se la macchina della giustizia dovesse dimostrare di aver svolto il proprio compito portando un risultato concreto, come se la società che guarda attonita l’orrore del delitto trovasse una sorta di rassicurazione e compensazione per la perdita subita, attraverso l’individuazione di un capro espiatorio, più o meno effettivamente colpevole.
Tuttavia, la tranquillità che infonde una condanna, o un’assoluzione, se non supportata dalla verità, può diventare la più destabilizzante delle menzogne.”

La conclusione del caso Yara-Bossetti metterà l’Italia intera con le spalle al muro, ognuno con le proprie responsabilità.
Massimo Bossetti, stante l’attuale quadro che non potrà reggere al dibattimento, sarà assolto: quella singola traccia biologica avulsa da un quadro di indizi concreti ed univoci non potrà mai dimostrare la sua colpevolezza.
Il quadro indiziario, comunque la si rigiri, è estremamente debole, e se nei giornali ed in tv, non essendoci contraddittorio, sembra tutto semplice, in un’aula di Tribunale sarà invece terribilmente complicato per la Procura fare reggere una costruzione ai limiti del teatro dell’assurdo, e non saranno certo i maldestri tentativi di cercare indizi ridicoli in tutto e il contrario di tutto a venire in soccorso: la saggezza popolare lo sa da tempo, salvare capra e cavoli è impossibile, e lo è ancor di più se insieme a capra e cavoli si vuole salvare pure la faccia.

Massimo Bossetti verrà dichiarato innocente.
E a quel punto, purtroppo, sarà l’Italia intera a scoprirsi colpevole.

Alessandra Pilloni


1- Videosimulazione furgoni del Dott. Ezio Denti:
-Filmato comparativo girato con i fari abbaglianti:
http://www.ecodibergamo.it/videos/video/1005929/?attach_m
-Filmato comparativo girato con i fari anabbaglianti:
http://www.ecodibergamo.it/videos/video/1005930/?attach_m

2- Testuale dichiarazione del Prof. Novelli, genetista che ha svolto le analisi, alla Stampa:

«A quel punto ci si è chiesti se la quantità ricavata fosse sufficiente per sottoporla a successive analisi che avrebbero permesso di confermare la natura biologica del campione: sangue, urina, sperma e così via. Ma, vista la quantità esigua e il rischio di compromettere quell’unica traccia, si è deciso di proseguire direttamente con le analisi del Dna»

http://www.lastampa.it/2014/06/18/scienza/tuttoscienze/polimorfismi-e-computer-cos-ho-letto-il-dna-dove-c-la-firma-del-killer-di-yara-TgU7fRRT7WuexElqtPCMoN/pagina.html

3- Delibera dell’AGCOM n. 13/08/CSP: Delibera 13-08-CSP

Tutte le bugie di Massimo Bossetti… O su Massimo Bossetti?

Ebbene sì, signore e signori, devo darvi una notizia inaspettata, e dopo questa notizia tanto inattesa, dovrò forse gettare la spugna e ritenere esaurito il ruolo di questo blog informativo: Massimo Bossetti dice bugie.

A darci la notizia, una serie di trasmissioni televisive, rotocalchi, e chi meno ne ha più ne metta.

Non solo quest’uomo, della cui vita conosciamo ormai ogni singolo dettaglio con una dovizia di particolari che ha dell’aberrante, avrebbe seviziato e ucciso la povera Yara, ma il suo crimine continuerebbe ad essere marchiato, ogni giorno di più, dal segno dell’ignominia per il suo continuo mentire spudoratamente.

Come ho detto tante volte, io non posso affermare con oggettiva certezza che Massimo Bossetti sia colpevole o innocente: io non credo nella sua colpevolezza, e ritengo che gli indizi finora trapelati a suo carico siano insufficienti ed equivoci, in quanto passibili di essere interpretati -a mio avviso in modo più logico- in altro senso.

Un Tribunale dovrà poi stabilire la sua verità, che a sua volta sarà una verità processuale, che non sempre e non necessariamente collima con la realtà fattuale, e che né io né nessun altro, ad oggi, può sapere quale sarà.

Io non so neppure come si reagisca, quando si è innocenti o perlomeno così ci si proclama a gran voce, ad essere rinchiusi in carcere in isolamento da 27 giorni, lontani dalla propria famiglia e dai propri affetti, strappati alla propria vita, ma posso immaginare che in casi di questo tipo l’innocenza divenga quasi un macigno, con il quale fare i conti giorno dopo giorno.

Se oggi potessi parlare con il signor Massimo Bossetti e con la sua famiglia, mi piacerebbe dirgli che non tutti lo hanno avventatamente condannato, e che c’è chi cerca di seguire l’evolversi dei fatti in modo critico e nel rispetto dei diritti umani e della presunzione di innocenza.

In data 11 luglio, l’approfondimento sul caso Yara nella trasmissione Estate in Diretta è stato, per alcuni aspetti, degno di nota.
Mi permetto quindi di inserire il link dal quale è possibile rivedere la puntata in streaming: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-bbf689fa-004e-4b5e-8448-3fc736c13275.html#p=0

Nella puntata in questione, i conduttori sembrano non farsi grandi scrupoli nel manifestare un palese scetticismo dinnanzi all’ipotesi che Bossetti possa non essere colpevole, e la parola “bugia” è ripetuta a più riprese, ma su questo aspetto torneremo in seguito.

Il primo aspetto sul quale invece vorrei richiamare l’attenzione, è la notizia di un furgone bianco ripreso dalle telecamere di sorveglianza, intorno alle ore 18,00, nei pressi della palestra in cui si allenava Yara.

Non sappiamo se il furgone di cui si parla sia o meno quello di Bossetti, ma vale la pena di richiamare almeno un elemento: il fatto che un furgone bianco sia passato da quelle parti alle ore 18,00, non dice molto, in quanto stando all’analisi delle celle telefoniche come descritta nell’ordinanza del GIP, il cellulare di Yara aggancia la cella telefonica di Ponte San Pietro, compatibile con la palestra, rispettivamente alle ore 18,25 ed alle ore 18,44.
E’ dunque lecito ipotizzare che alle ore 18,00 potesse anche non trovarsi in palestra, ed è ancor più lecito supporre che la sua scomparsa debba collocarsi ad un orario ben più tardo, posto che fino alle 18,44 non risulta, secondo le celle telefoniche, essersi spostata.

Del furgone in esame non si vede né la targa né il conducente (e per gli osservatori più maliziosi non si vede neppure il furgone, tanto è sfocato), ragion per cui cominciare subito a dar fiato alle trombe parlando di furgone di Bossetti è quantomeno azzardato.
Volendo ulteriormente sottilizzare, è necessario anche dire che il furgone non è stato ripreso “davanti alla palestra” come è stato detto dai media, se non altro perché le telecamere di sorveglianza del distributore guardavano verso l’interno dell’area di servizio per questioni di privacy.

Prendiamo però in esame la prospettiva più svantaggiosa per Bossetti, ossia supponiamo che quel furgone, del quale non si vede la targa né chi sta alla guida, sia proprio il suo.

Per vedere a quale livello di collasso mediatico siamo giunti, non ci si può esimere dall’osservare come titola Libero:

“Yara, la rivelazione di Tgcom 24: “Una telecamera incastra Bossetti”
“Le immagini collocherebbero il muratore in luoghi dove ha detto di non essere stato.”

Al di là del fatto che quell’ “incastra” nel titolone mal si sposa con il condizionale “collocherebbero”, soprassediamo sui peccati veniali ai quali Libero non sa proprio resistere e pensiamo alla “sostanza”.

Leggendo il titolone, qualcuno potrebbe pensare che Bossetti sia andato a far benzina in qualche viuzza pur di poter vedere la sua vittima.

Le cose però non stanno propriamente così.
In effetti, nei pressi della palestra frequentata dalla piccola Yara c’è un distributore di carburanti (http://www.paginegialle.it/brembate-di-sopra-bg/stazioni-di-servizio/distributori-carburanti-shell_4): è in via Locatelli, come la palestra stessa.

Peccato che via Locatelli sia null’altro che la strada principale, in cui Bossetti passava, per sua stessa ammissione, tutti i giorni mentre tornava dal lavoro (http://www.tuttocitta.it/mappa/brembate-di-sopra/via-bruno-locatelli).

Nell’ipotesi (comunque assai dubbia) in cui il furgone risultasse essere proprio di Bossetti, insomma, a differenza di quanto paventato da Libero, le immagini non collocherebbero il muratore in luoghi dove ha detto di non essere stato”, ma lo collocherebbero, quasi un’ora prima della scomparsa di Yara, in un luogo in cui, per sua stessa ammissione risultante nientemeno che dall’ordinanza del GIP (nella quale testualmente si legge che Bossetti passava tutti i giorni, tornando dal lavoro, davanti al centro sportivo… “come da lui dichiarato nell’interrogatorio”), passava tutti i giorni di ritorno dal lavoro, in un orario, tra l’altro, perfettamente compatibile con il ritorno dal lavoro.

E’ comunque utile sottolineare che il fantomatico “furgone bianco”, di per sé rischia di significare ben poco.
Il punto è che chiunque lavori nell’edilizia (e non solo) ha un furgone bianco.

Il tanto vituperato sistema di mappatura di google può essere molto utile per comprendere come nella zona i furgoni bianchi fossero tutt’altro che un’eccezione.

Ecco ad esempio un’immagine casuale di Brembate, angolo via Rampinelli (nella cui zona vi erano vari cantieri), immagini del 6/2011.
vr.

A proposito di furgoni bianchi, però, un’analisi oserei dire ancor più discutibile è pervenuta nel corso dell’ultima puntata di Segreti e Delitti, in cui si è passati, con dubbia soluzione di continuità, dalla ricerca di un furgone bianco a quella di un’auto grigia, sulla scorta forse del vecchio adagio per cui “se non è zuppa è pan bagnato”.

Sia chiaro che il mio intento non è quello di polemizzare sterilmente.
Sono una sostenitrice della più piena libertà di informazione, tuttavia credo che questa tendenza al processo mediatico non debba degenerare: a mio parere, soprattutto, vi è una differenza sostanziale tra il tentativo di informare, in modo completo di contraddittorio, al fine di inquadrare gli elementi a carico del presunto colpevole di un delitto e l’accanimento verso un “colpevole per forza”.
In quest’ultimo caso non abbiamo una serie di indizi che portano ad un presunto colpevole, ma una serie di “indizi” tagliati e cuciti su misura per farli coincidere con un colpevole.
Da questo modo di fare informazione non posso che dissociarmi apertamente e nel modo più assoluto, esprimendo anzi la più completa contrarietà e riprovazione.

Ma torniamo alla puntata di Estate in diretta e all’altra fantomatica bugia di Massimo Bossetti.
Nel corso della puntata viene detto che Massimo Bossetti ha agganciato la cella telefonica di Chignolo d’Isola in data 6 dicembre, un’evidenza da lui spiegata con il fatto di essere verosimilmente andato a comprare del materiale (lo acquistava lì).
Tuttavia, in quella data non risulta alcuna fattura e soprattutto il titolare del negozio non vide Bossetti il 6 dicembre 2010.
Non ci vuole un genio per capire che nessuno ricorda né può ricordare chi ha visto il 6 dicembre 2010, ma molti Italiani a questo punto stanno già accendendo la pira per bruciare al rogo il malcapitato.
Nota giustamente il Dott. Fusaro, criminologo, che non solo ricordare un dato simile è impossibile, ma anche che non necessariamente quando si acquista qualcosa viene rilasciata una fattura: non si tratta solo del solito problema dell’evasione fiscale, sul quale ovviamente non ci si può esprimere, ma del semplice fatto che spesso viene fatta una fattura definitiva (cosiddetta contro fattura) dopo diversi acquisti, ossia quando il prezzo della merce acquistata ha raggiunto un certo valore.

Prima di elargire l’infamante epiteto di “bugiardo” ad un uomo che grida la propria innocenza, e dinnanzi all’ennesimo “indizio” che rischia di essere un buco nell’acqua perché Chignolo d’Isola confina con Mapello, ragion per cui non è certo strano che Bossetti che ci passasse con una certa frequenza, ci si dovrebbe interrogare con attenzione su questi elementi.

Lascia inoltre spiazzati il fatto che all’opinione pubblica venga proposto prima che Bossetti spegneva il cellulare (circostanza già ampiamente messa in discussione qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/11/la-questione-delle-celle-telefoniche-tanto-rumore-per-nulla/) per non essere localizzato e poi che si recasse, in barba alla sua fredda e truce accortezza, con il cellulare evidentemente acceso, nel (presunto) luogo del delitto.

Oltre all’intervento del Dott.Fusaro, il quale ha inoltre ricordato, semmai ce ne fosse bisogno, che “il sonno della ragione genera mostri”, merita di essere evidenziato anche l’illuminante intervento della Dott.ssa Marina Baldi, nota genetista.

In relazione alle dichiarazioni di Bossetti circa la sua epistassi ed al possibile trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, la Dott.ssa Baldi ha infatti spiegato in termini molto semplici e concisi che, stando alle conoscenze del caso in analisi ad oggi disponibili (che riferiscono di un’unica traccia, presumibilmente ematica, di Ignoto1), un tale trasporto del DNA è scientificamente possibile; ha inoltre sottolineato come la contestazione circa il fatto che il sangue eventualmente presente sull’arma del delitto sarebbe stato secco, ha poco senso poiché il sangue secco, venendo a contatto con del sangue fresco (della vittima) andrebbe incontro a liquefazione.

Nel rivolgere un plauso alla schiettezza ed alla correttezza professionale della Dott.ssa Baldi, che emergono in maniera chiara anche dal suo evitare qualsivoglia commento sulla sua personale posizione sull’innocenza ovvero la colpevolezza dell’indiziato, non posso non ricordare con una certa soddisfazione che già avevo proposto un’analoga ipotesi in questo blog (vedi qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/09/sbatti-il-mostro-in-prima-pagina-e-non-far-notare-le-incongruenze/), ma soprattutto non posso non evidenziare come le parole della nota genetista sembrino contrastare nettamente con opinioni giornalistiche che parlavano ad esempio di “una ricostruzione in primis paradossale, difficile da prendere in considerazione” (vedi qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/10/garantisti-fino-a-tiratura-contraria/).

Tutto questo vale a ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, quanto i processi mediatici rischino di essere approssimativi e di basarsi su nozioni fallaci e facilmente smentibili presentate all’opinione pubblica come veritiere.

Come molti avranno avuto modo di leggere, inoltre, oggi Repubblica ha pubblicato i contenuti del verbale dell’interrogatorio di (non) convalida del fermo del GIP avvenuto in data 19 giugno.
Leggo su Il Sussidiario (http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/7/12/YARA-GAMBIRASIO-News-i-colleghi-smentiscono-Bossetti-dal-cantiere-non-spari-nulla-oggi-12-luglio-/513866/) che Bossetti ha fornito in questo interrogatorio una “nuova” versione sulle lampade solari: ha infatti dichiarato di farle.
L’articolo dice a tal proposito che “fino a pochi giorni fa, Bossetti aveva dichiarato di non essere mai stato al centro estetico, ma era stato smentito dal titolare […]”.
Vorrei però ricordare all’articolista che l’interrogatorio con le affermazioni di Bossetti, sebbene pubblicato oggi, risale al 19 giugno: ragion per cui, “fino a pochi giorni fa”, non era Bossetti ad aver negato di essere stato al centro estetico, ma erano stati i media a sostenere che lo negasse, nonostante Bossetti nell’interrogatorio avesse dichiarato il contrario.

Un altro esempio calzante di bugia “di Bossetti”, ci arriva dal Corriere.
Dal Corriere di ieri si apprende infatti che Bossetti è stato smentito dai colleghi:http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_12/bossetti-smentito-colleghi-dal-cantiere-non-spari-nulla-b23e8d88-098c-11e4-bfee-4a37bea40287.shtml .
Quindi è bugiardo.
Perché sarebbe stato smentito?
Semplice: perché aveva detto che soffre di epistassi, e che quindi è possibile, qualora il DNA sia suo, che qualcuno possa aver usato come arma del delitto un suo taglierino “contaminato”.
Leggendo l’articolo si scopre però che i colleghi hanno confermato che soffre di epistassi, e negato che vi siano stati furti in cantiere a Palazzago.
Ciò che evidentemente sfugge è che, dicendo questo, non hanno smentito Bossetti, che non ha mai parlato di furti avvenuti in cantiere: chi non ci credesse può fare un rapido confronto con quanto riportato dai vari media in data 26 giugno, in cui si dice all’unanimità che Bossetti aveva menzionato un furto di attrezzi che avvenne dall’ “Iveco Daily parcheggiato sotto la casa di via Piana di Sopra a Mapello“.

Per chi volesse dilettarsi ad esaminare ulteriori discrasie mediatiche, se ne trovano anche di precedenti.
Ad esempio, in data 18 giugno, Oggi informava i lettori che era stata fatta la comparazione tra DNA di Massimo Bossetti e del suo padre legittimo per escludere il rapporto di filiazione e confortare l’esito del test precedente che vedeva in Bossetti “Ignoto1”.
“Oggi” forniva anche del risultato del test, che avrebbe dato esito negativo: Bossetti non è figlio del padre legittimo (http://www.oggi.it/attualita/notizie/2014/06/18/yara-gambirasio-il-caso-non-e-chiuso-bossetti-e-senza-alibi-ma-e-scontro-tra-giudici/)

Interessante però notare che l’ordinanza del GIP, del giorno successivo, smentisca che sia stata fatta la summenzionata comparazione.
Cito testualmente:
“Nel proseguo delle indagini potranno essere utilmente effettuati accertamenti volti a confrontare il DNA di Bossetti Giovanni e di Bossetti Massimo per stabilire il rapporto di filiazione tra gli stessi”.
Dunque quando è stata emessa l’ordinanza, il 19 giugno, il DNA al signor Giovanni Bossetti non era stato ancora prelevato e meno che mai comparato con quello di Massimo Bossetti: e pensare che i giornali il giorno prima conoscevano perfino il risultato della comparazione (stando all’ordinanza, non ancora avvenuta).

A questo punto non resta altra scelta che contattare il CICAP: se non è una prova di preveggenza questa!

In definitiva, sarebbe forse auspicabile, per chi è cattolico nel nome del principio in base al quale solo chi è “senza peccato” dovrebbe scagliare la prima pietra, per chi non lo è nel nome di un ordinario appello al buon senso, che sugli altari del sensazionalismo non si finisse per sacrificare quello che è attualmente un presunto innocente e che tale si dichiara, definendolo impropriamente “bugiardo” o con epiteti analoghi.

L’errore è stato forse il troppo clamore iniziale, che ha fatto perdere di vista, tra le tante cose, la lucidità d’analisi e ancor più il senso di empatia.

E’ stato facile accettare supinamente che Bossetti fosse il mostro, ed è stato facile attaccarlo senza pietà, con un atteggiamento spesso meschino, e lontano anni luce dal riserbo e dalla correttezza della famiglia della povera Yara Gambirasio, che ha mostrato una compostezza dalla quale tutti dovrebbero prendere esempio.

E’ stato facile convincersi avventatamente della colpevolezza di Massimo Bossetti, ma talvolta, come ebbe a dire Nietzsche,
“le convinzionipiù delle bugie, sono nemiche pericolose della verità”.

Alessandra Pilloni