AAA cercasi “un giudice a Berlino”: perché la mancata scarcerazione di Bossetti dovrebbe preoccupare tutti noi

Articolo scritto a quattro mani con Laura.

485424062_c3a81d0ba9

“Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello.
Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cercò una causa di litigio.
“Perché – disse – mi hai fatto diventare torbida l’acqua che sto bevendo?
E l’agnello, tremando: “Come posso – chiedo – fare quello di cui ti sei lamentato, o lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!”
Quello, respinto dalla forza della verità: “Sei mesi fa – aggiunse – hai parlato male di me!” Rispose l’agnello: “Ma veramente… non ero ancora nato!”
“Per Ercole! Tuo padre – disse il lupo – ha parlato male di me!”
E così, afferratolo, lo uccide dandogli una morte ingiusta. Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.”
(Fedro)


Superior stabat lupus.

Così recita la massima che gli antichi romani traevano dalla favola di Fedro del lupo e l’agnello.
Stava più in alto, rispetto all’agnello, il lupo della celebre favola di Fedro.
Stava più in alto e, di conseguenza, la sua accusa, rivolta all’agnello che si abbeverava allo stesso torrente, di sporcare la sua acqua, non poteva essere vera.
Ma il lupo non si perse d’animo, e trovò un altro pretesto: la condanna era già scritta.

Di tanto in tanto, c’è chi tira fuori dal cilindro qualche statistica secondo la quale l’Italia sarebbe fanalino di coda, a livello europeo o perfino mondiale, per quanto concerne la preparazione in ambito tecnico-scientifico della popolazione scolarizzata.

In questi casi, si tende puntualmente a puntare il dito contro un’istruzione tradizionalmente imperniata sulle discipline umanistiche.
Il problema, purtroppo, è che anche le discipline umanistiche non vengono adeguatamente recepite dagli studenti: se così non fosse, è sufficiente vedere come, a distanza di due millenni, la celeberrima favola di Fedro non sia stata, evidentemente, in grado di insegnare nulla.
Analoga considerazione può senz’altro farsi in relazione a quel grande pioniere della filosofia occidentale, noto a qualsiasi studente italiano, ma forse non abbastanza: mi riferisco a Socrate, il sapiente consapevole di non sapere.
C’è un dramma che finisce costantemente per piagare la giustizia italiana e che si ripete negli anni senza insegnare nulla: l’ostentazione di certezze da parte di Procure e Pubblici Ministeri.
C’è ben poco in grado di terrorizzarmi quanto le apodittiche convinzioni ostentate da molti PM nostrani: convinzioni che, peraltro, in un gran numero di casi si rivelano inesatte.
A titolo d’esempio, mi sono imbattuta proprio ieri in questo video.
Minuto 1,31, parole della PM “convinta” della colpevolezza di Daniela Stuto… Che però era innocente, ed è stata risarcita (una miseria, perché al danno segue sempre la beffa) a spese dei contribuenti.

Ho mantenuto qualche giorno di “silenzio stampa” prima e dopo il Riesame, per riordinare una serie di idee e considerazioni.
Finora, ho cercato di analizzare la vicenda mantenendo toni in un certo qual modo sommessi.
Alla luce della decisione del Tribunale del Riesame di non scarcerare Massimo Bossetti, urge però una celere e netta presa di posizione nella quale lascerò da parte i mezzi termini.
Esordisco allora, in modo quanto mai esplicito, con quello che è il fulcro dell’opinione che ho maturato: se quanto divulgato da giornali e trasmissioni televisive negli ultimi giorni circa le motivazioni del Riesame (che non sono state divulgate integralmente, ma nei loro contenuti) corrisponde a realtà, la carcerazione preventiva del sig. Massimo Bossetti contrasta con la normativa in materia ed a parere di chi scrive è pertanto illegittima.

Qualora la descrizione dei contenuti delle motivazioni diffusa dai principali quotidiani corrisponda a realtà, la Cassazione dovrà necessariamente fare chiarezza e ripristinare i capisaldi della nostra civiltà giuridica.
Se non lo farà, disponendo l’immediata scarcerazione di Massimo Bossetti, potremmo trarre la conclusione di essere parte di un sistema barbaro nel quale l’abuso di misure cautelari ha ormai superato ogni limite di legge.

E’ noto che l’Italia, quanto ad abuso di misure cautelari, ha un triste primato europeo. Secondo i dati dell’Associazione Antigone il sovraffollamento delle patrie galere è del 147% e quasi la metà dei detenuti è in attesa di giudizio.
Lunedì, il giudice del riesame di Brescia Michele Mocciola ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai legali del sig. Massimo Giuseppe Bossetti.

Come è ovvio che sia, questo è stato un duro colpo per il sig. Massimo che rimane in carcere, sottoposto al regime di isolamento, dove si trova da più di quattro mesi, accusato dell’atroce omicidio della tredicenne Yara Gambirasio.
Bossetti sta perdendo “la speranza in un processo giusto” e questo lo sta “uccidendo giorno dopo giorno”, racconta uno dei suoi avvocati, Claudio Salvagni, dopo averlo visitato nel carcere di Bergamo.

Chi potrebbe biasimarlo? Il sig. Massimo ha capito benissimo la gravità della situazione in cui è venuto a trovarsi, e, ad oggi, non è il solo.
Basta fare un salto  indietro a quattro mesi fa e confrontare l’umore e l’orientamento delle masse, che si nutrono di pane segreti e delitti in salsa gialla, di allora con quello che si avverte oggi per accorgersi che i conti proprio non tornano nemmeno a coloro i quali si ostinavano a volerli far quadrare a tutti i costi.
Ciò che è emerso è che il giudice, il quale aveva richiesto degli approfondimenti per potersi sentire sicuro della decisione da prendere, non ha reputato ammissibile la richiesta della difesa di dichiarare nulli gli atti alla base della consulenza dei RIS che portarono all’individuazione di “ignoto 1” e alla successiva identificazione del sig. Bossetti.

Gli avvocati della difesa hanno provato a indebolire l’unico elemento che collega il sig. Massimo all’omicidio di Yara e cioè il DNA ma il tribunale del riesame sembra invece averlo rafforzato in modo non condivisibile poiché ha sottolineato che se c’è presenza di materiale organico dell’uomo sul corpo della ragazza questo è chiaro indice di un di un contatto contestuale (prima o poi qualcuno dovrà spiegare a tutti noi in virtù di quale nuovo primato scientifico i giudici italiani siano in grado di fare ciò che non sanno fare i genetisti: datare il DNA) alla morte della piccola.Il tribunale della Libertà, se così si può ancora definire, sembrerebbe inoltre aver ignorato i tabulati forniti dalla vodafone dai quali si evince che l’utenza telefonica di Yara agganciò la cella di Brembate alle 18:55 prima di spegnersi per sempre, mentre quella del sig. Massimo rimane vincolata alla cella di Mapello.
Questo dato, ad occhi imparziali, rimanda l’immagine di due persone, o per lo meno di due cellulari, che non si trovano nello stesso posto collocando Yara nei pressi della sua casa a via Rampinelli alle 18:55 di quel 26 novembre e il sig. Bossetti nella sua casa di Mapello dove ha sempre sostenuto di trovarsi all’ora della scomparsa della ragazza.

Quanto trapelato a partire dal Corriere della Sera sulle motivazioni del Riesame è estremamente problematico.
Come peraltro ribadito da altre fonti e dichiarato dallo stesso inviato di Quarto Grado ieri sera, il Riesame ha di fatto ritenuto che i vari pseudo-indizi sui quali si è favoleggiato negli ultimi mesi, di fatto non sussistono, ma ha ritenuto che il solo DNA sia “elemento sufficiente”.
Pare che abbia inoltre tratto delle conclusioni su un qualcosa di non detto né ipotizzato  dalla difesa non so se per giustificare la sua discutibile scelta o perché ha mal interpretato l’ipotesi del trasporto.
In pratica ha cavillato sostenendo che l’ipotesi che il DNA di Bossetti sia finito sugli abiti di Yara in quanto messovi a bella posta da qualcuno sia “inverosimile”, intendendo in tal modo per trasportabilità del DNA solo quella dolosa e non preoccupandosi minimamente del fatto che quest’ultima possa ovviamente, e molto più verosimilmente, essere fortuita.

Gli antichi dicevano “excusatio non petita, accusatio manifesta”: io non so se una tale motivazione debba intendersi come tentativo di giustificare la propria decisione, ma so che i legali di Massimo Bossetti non hanno mai prospettato l’ipotesi di un trasporto doloso del DNA e che, di conseguenza, questa motivazione non sembra rispondere a nessun criterio logico-giuridico accettabile.
Ma questo è solo uno dei tanti punti discutibili.

Perché se nelle motivazioni ci fosse davvero scritto, come qui abbiamo peraltro sempre sostenuto, che oltre al DNA non sussiste alcun vero elemento indiziario, i presupposti richiesti ex lege per la carcerazione preventiva semplicemente non ci sono.
Se sono i magistrati del Tribunale del Riesame di Brescia ad evidenziare come nei confronti di Massimo Bossetti, allo stato, il solo elemento indiziante sia rappresentato dalla traccia biologica rinvenuta sugli indumenti della vittima, allora sono loro stessi ad affermare che manca il primo presupposto richiesto per la custodia cautelare in carcere: gli indizi plurimi e gravi.
Non è giuridicamente accettabile la tesi secondo la quale il DNA, anche se non accompagnato da ulteriori indizi di colpevolezza, abbia di per sé un valore probatorio tale da consentire l’adozione di una misura custodiale nei confronti dell’indagato.

E’ infatti pacifico in giurisprudenza come, ex art 273,2 c.p.p, un solo indizio di colpevolezza non sia di per sé sufficiente all’adozione di una misura cautelare di questo tipo.
Secondo l’impostazione in assoluto maggioritaria è necessario, infatti, che gli indizi siano plurimi e gravi, non potendosi ridurre il quadro indiziario ad un unico elemento.

Non sembra avere senso neppure l’assunto in base al quale tale traccia biologica avrebbe valore di prova e non di mero indizio.

Infatti, non solo l’assunto in questione è di per sé fortemente incondivisibile, ma va evidenziato soprattutto come tale distinzione nella fase delle indagini preliminari non abbia alcuna pregnanza specifica: l’art 273 c.p.p, infatti, nel prescrivere che “nessuno può essere sottoposto a misure cautelari se a suo carico non sussistono gravi indizi di colpevolezza”, non opera né consente di operare distinzioni di sorta tra elementi di prova ed elementi indizianti.
A ciò si aggiunga che nella fase delle indagini preliminari -a meno che non si proceda con l’incidente probatorio – è improprio parlare di prove.
Nel nostro ordinamento le prove si formano in contraddittorio, in presenza di tutte le parti processuali e degli eventuali consulenti tecnici.

Anche gli accertamenti tecnici non ripetibili, ex art 360 c.p.p., devono svolgersi in contraddittorio.
Solo la presenza di tutte le parti (persona offesa, indagato, PM, consulenti di parte) consente di far in modo che le risultanze acquisite in base a quel determinato accertamento (non più ripetibile in fase dibattimentale) possano poi essere utilizzate anche ai fini dell’adozione di una sentenza di condanna.
Se dovesse pertanto risultare che l’estrazione della traccia biologica non potrà più essere posta in essere e che,quindi, quell’accertamento tecnico effettuato nell’anno 2012 (accertamento espletato in assenza del difensore dell’allora indagato Mohammed Fikri, del suo consulente tecnico e senza la presenza della parte offesa e del loro consulente e quindi in violazione dell’art. 360 c.p.p.) non potrà più essere ripetuto, l’elemento indiziario unico del quale si parla è stato inoltre acquisito con modalità non valide, in violazione delle garanzie procedurali.
Se così fosse, il signor Massimo Bossetti, oltre che sottoposto ad una carcerazione preventiva che appare contrastante con il dettato normativo ex art. 273 c.p.p., sarebbe inoltre ristretto in base ad un unico elemento probatorio acquisito illegittimamente.

Per chi non è particolarmente versato in ambito giuridico, potrei fare una semplice considerazione molto pragmatica: immaginate una traccia biologica che semplicemente non esiste più essendo già stata completamente spremuta per effettuare degli accertamenti in vostra assenza in violazione delle garanzie di legge.
Esistono stringhe, tracciati elettroforetici su un pc.
Non c’è bisogno di essere giuristi per cogliere come il solo fatto di privare una persona della propria libertà sulla base di qualcosa che non esiste più in rerum natura vada ben oltre il drammatico immaginario kafkiano.
Va da sé, inoltre, che sono del tutto carenti anche le esigenze cautelari.
Si sostiene, infatti, che Bossetti, ove venisse accolta la richiesta degli arresti domiciliari, potrebbe reiterare il reato.
Tale motivazione è spesso addotta a giustificazione delle troppe carcerazioni preventive che affliggono il nostro Paese, e spesso attraverso l’ausilio di fantasiose formule di stile, come in questo caso.
La domanda sorge spontanea: con quali modalità e per quale motivo tale reiterazione del reato dovrebbe essere posta in essere dall’odierno indagato, che si protesta innocente? Potrebbe evadere dalla propria abitazione e ferire a morte il primo passante a caso?
E da quali elementi concreti si evince una simile follia criminale?

Se è vero quanto trapelato da plurime fonti giornalistiche, ci sarebbe da mettersi le mani sui capelli e, ahimé, da dichiarazioni dei difensori sembrerebbe proprio vero: la vita perfettamente normale di Bossetti dimostrerebbe la sua pericolosità e la sua assenza di freni inibitori.

Ma come?

Per quattro lunghi mesi testate giornalistiche affette dalla brutta malattia del “velinismo”, ossia incapaci di criticare chi dà loro da mangiare, ci hanno martellato con una vergognosa e a tratti addirittura ridicola propaganda tesa, almeno nelle loro intenzioni, a presentare Massimo Bossetti, agli occhi di sessanta milioni di Italiani, come un truce depravato che millantava a suon di menzogne un’inesistente vita normale, ed ora ci dicono così, senza preavviso, che Bossetti ha una vita normale e che, proprio per questo, rischia di reiterare un reato che per giunta non c’è uno straccio di prova che abbia commesso?

Ebbene, è necessario che gli Italiani inizino a far pace con il proprio cervello e, se possibile, con la propria coscienza, e si uniscano alla nostra campagna informativa a tutela della presunzione di innocenza di Massimo Bossetti e dei sacrosanti principi dello Stato di diritto.

Per restare in tema di tendenze giornalistiche al “velinismo”, alle quali abbiamo avuto il disonore di assistere per più di quattro mesi, inserisco una breve descrizione esplicativa data dal Prof. Giorgio Resta:

“Si parta da un fatto difficilmente confutabile. Nel nostro Paese almeno dall’inizio degli anni ’90 (volendo fare della cronaca da “Tangentopoli” in poi) si è creato un circolo vizioso fra autorità giudiziaria (in particolare inquirente) e mezzi di informazione.
Tale rapporto è consistito in:
a) rapporti privilegiati fra taluni magistrati e taluni giornalisti;
b) comunicazione da parte dei primi -direttamente o indirettamente- di atti ma soprattutto di documentazione facente parte del fascicolo giudiziario prima del loro deposito o nell’immediatezza dello stesso;
c) enorme risalto mediatico delle vicende giudiziarie viste attraverso la prospettiva (malevolmente, si direbbe il buco della serratura) dell’accusa, con rappresentazione unilaterale e il più delle volte demonizzante dell’indagato;
d) sostituzione del giudizio mediatico a quello dei Tribunali, il quale giunge -se giunge- solo molti anni dopo, e il cui esito, quasi sempre demolitorio delle ipotesi accusatorie, viene minimizzato se non ignorato;
e) significativi vantaggi vantaggi mediatico-professionali per i partecipanti allo scambio segreto istruttorio/scoop”

Ciò che abbiamo visto negli ultimi quattro mesi è senz’altro inquadrabile all’interno di un simile scenario, con la sola differenza che in questo caso è stato superato ogni pronostico di ridicolo: di recente, il Corriere della Sera ha superato se stesso arrivando a proporre l’esilarante notizia secondo la quale un mese prima del fermo il signor Massimo Bossetti, incontratosi con una donna di quaranta anni suonati per venderle uno specchio, come da accordo su ebay, le avrebbe fatto i complimenti, chiedendole se avesse anche una sorella così bella.
Una frase tanto diffusa da essere un banale gesto di galanteria, ma il Corriere non ha resistito all’idea di titolare in questo modo: “Incontrai Bossetti, mi chiese se era bella la mia sorellina”.

La terribile ruffianeria il titolo con la parola “SORELLINA”, che a chi non legge l’articolo fa pensare che Bossetti abbia, come minimo, abbordato un bambino chiedendogli della sorella, mentre in realtà si tratta di una, per giunta banalissima, battuta ad una donna di quaranta anni suonati, adulta e vaccinata, che non risulta abbia subito nessuna molestia né in quel momento né in seguito, non è passata inosservata, tanto che il giorno dopo Il Giornale ha “risposto” con un suo articolo: Se il Corriere inventa la pedofilia di Bossetti (vedi qui: http://www.ilgiornale.it/news/politica/se-corriere-inventa-pedofilia-bossetti-1060778.html).

La parte finale dell’articolo del Corriere, sul materiale della cornice dello specchio che sarebbe stata spacciata per legno essendo, in realtà, plastica, conferiva all’intero articolo quel tocco di ridicolaggine in più- in realtà il livello era già estremamente elevato, ma si è voluto strafare.
Con la divulgazione di questa “perla” gli inquirenti che hanno fornito la “notizia” al Corriere hanno raschiato il fondo del barile, e i giornalisti che si prestano a questo giochetto meriterebbero di veder divulgati anche all’estero i loro articoli: d’altronde, due risate non si negano a nessuno e sarebbe bello se queste perle del giornalismo nostrano potessero essere apprezzate anche a livello internazionale.

Ma ora recuperiamo la serietà (per quanto sia difficile) e torniamo a noi, perché al di là di tutto ciò che abbiamo scritto ed ipotizzato fino ad ora, in questo ed in altri articoli, il nostro pronostico principale si è rivelato esatto: le mistificazioni dei giornalisti asserviti alla Procura sono servite a prendere in giro qualcuno, ma ora non siamo più solo noi, ma il Tribunale del Riesame a dire che non esiste alcun elemento indiziario oltre a quella minuscola traccia biologica, dalla quale -e il Dott. Mocciola dovrebbe saperlo- non si può inferire, in assenza di altri riscontri idonei, la colpevolezza dell’indagato.

Esistono infatti almeno cinque scenari alternativi rispetto a quello prospettato dalla pubblica accusa:

1) Erronea modalità di repertazione; affannarsi a negare tout court un siffatto scenario non onora l’onestà intellettuale di chi lo fa: non sarebbe certo un’eventualità del tutto inedita nel panorama investigativo nostrano (celebri sono, a tal proposito e a mero titolo esemplificativo, i casi“Sollecito”, “Via Poma”, “Pantani”);
2) Erronea modalità di catalogazione e di conservazione del reperto;
3) Errore durante le analisi di laboratorio per non aver adottato rigorose modalità operative; 4) Errore e contaminazione durante la fase dell’estrazione o dell’amplificazione;
5) Li si potrà definire scenari improbabili o in qualsiasi altro modo, ma negarli senza beneficio del dubbio, specie in caso di accertamento effettuato senza le dovute garanzie di legge, è inaccettabile.
Ed è inaccettabile perché quand’anche in concreto nessuno di questi scenari si fosse verificato, il messaggio che gli elementi di prova possano essere acquisiti in questo modo, senza contraddittorio, non può e non deve passare per il bene di tutti.
Ma vi è di più.
Ammesso che non vi siano stati errori o eventuali contaminazioni nelle fasi di repertazione, estrazione, conservazione, elaborazione e comparazione e che il DNA rinvenuto sia davvero appartenente all’indagato, in assenza di ulteriori riscontri non solo non se ne può inferire la colpevolezza per omicidio, ma non si può neppure ipotizzare con sicumera un contatto diretto.

E’ noto ai genetisti forensi, e qui ne abbiamo parlato molto estesamente, che il fluido biologico può trasferirsi su una superficie non solo e non necessariamente attraverso contatto diretto, ma anche attraverso l’intervento di un vettore esterno che può essere rappresentato da un individuo o da un oggetto.

Tale intervento può essere di matrice dolosa (quella ritenuta “improbabile” dal giudice, ma anche da chi scrive ed anche dalla difesa di Massimo Bossetti, che infatti non risulta abbia mai anche solo menzionato un simile scenario) o fortuita, evenienza che, in questo caso, prenderei invece in serissima considerazione: dagli elementi emersi sino ad ora, appare degna di considerazione l’ipotesi che questo delitto possa essere maturato e abbia come protagonisti soggetti appartenenti al mondo dell’edilizia o in qualche modo legati allo stesso.
E’ allora possibile che la vittima sia stata accompagnata in ambienti – cantieri, furgoni ecc- in cui può essere avvenuto tale trasporto indiretto.
Altrettanto ipotizzabile è che il contatto indiretto possa essere avvenuto mediante attrezzi edili utilizzati come arma del delitto: quest’ultima ipotesi, nel presente blog, è stata da ultimo vagliata, mediante la citazione di studi scientifici, nel’articolo Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno.

Bene, come sopra evidenziato, gli scenari alternativi possono essere diversi e tutti ipotizzabili, anche se non ho mai nascosto la mia netta propensione per l’ultimo, binario più difficile e da percorrere con l’ausilio di indagini difensive (a tal proposito non posso che salutare con grande favore l’ingresso del Dott. Ezio Denti nel pool difensivo), ma più solido e, probabilmente, più vicino di quanto si possa immaginare alla realtà dei fatti.

Quindi, quando si parla di DNA come prova certa e inequivocabile che da sola può essere sufficiente all’adozione di una misura custodiale, nonchè di una successiva sentenza di condanna, si commette un gravissimo errore di fondo, dettato dalla cosiddetta “fallacia dell’accusatore” (ampiamente analizzata anche qui nell’articolo Henri Poincaré e la marmellata d’arance: cronistoria di un’arrampicata sugli specchi).

Signori, insomma, chiariamoci: l’unica cosa scientificamente certa al 99,999999999% sono i rapporti di paternità e filiazione: rapporti dei quali, per giunta, non interessa niente a nessuno diverso dalle persone coinvolte nella “scoperta”.

Non è invece altrettanto certo che il DNA originariamente presente sugli indumenti della vittima appartenesse effettivamente a Bossetti, così come è ipotizzabile che vi possa essere stata una contaminazione nelle varie fasi della repertazione, estrazione, conservazione, elaborazione e comparazione del materiale biologico, ovvero, che vi possa essere stato un trasporto indiretto della sostanza biologica oggetto di indagine.
In relazione alla “febbre scientista” che porta spesso l’opinione pubblica a ritenere ciecamente il DNA prova di colpevolezza, alcuni Autori hanno parlato, negli ultimi anni di “effetto CSI”.

Anche in questo blog ho riportato spesso questa simpatica espressione, ma è bene sottolineare due cose: la prima è che, nel caso di specie, le vittime del grottesco effetto CSI ancor prima (e forse ancor più) dell’opinione pubblica sembrano essere giudici ed inquirenti; la seconda è che, in fondo, questa espressione è impropria e perfino ingenerosa nei confronti della nota serie TV: basterebbe infatti guardarlo bene, CSI, per apprendere qualcosa anche sugli scenari alternativi qui prospettati.

Tanti insigni giuristi si sono occupati del complesso rapporto tra scienza e diritto, e la conclusione è sempre stata, giustamente, che il dato scientifico va sempre calato nella realtà processuale (o procedimentale) onde verificare che esso venga corroborato o frustrato dalle ulteriori emergenze processuali (o procedimentali) e che non vi siano interferenze di decorsi causali alternativi che possano spiegare razionalmente un determinato evento.

La Dott.ssa Maccora nella sua “suggestiva” ordinanza di non convalida del fermo (comunque abbondantemente superata, in termini di discutibilità, dalla pronuncia del Riesame) aveva richiamato un orientamento cassativo secondo il quale il DNA avrebbe valore di prova e non di indizio.
Non ho avuto modo di leggere le motivazioni del Riesame, ma immagino che anche lì sia stato fatto il medesimo riferimento.
Avevo già scritto parecchio sul fatto che tale pronuncia della Cassazione sia abbastanza contraddittoria, così come sul fatto che non essendo l’Italia un Paese di common law e non trattandosi neppure di una sentenza delle Sezioni Unite, l’analisi di questo orientamento andasse fatta con le dovute cautele del caso.
In realtà questo richiamo appare del tutto improprio, in quanto trascura un piccolo dettaglio: secondo l’impostazione maggioritaria, fatta propria (questa sì) anche dalla Cassazione a Sezioni Unite (nella già richiamata in articoli precedenti sentenza Franzese) occorre, infatti, ragionare non solo in termini di probabilità statistica ma anche in termini di probabilità logica: il dato scientifico, e l’elemento indiziante da esso ricavato, da solo non può essere sufficiente e non deve assolutamente portare né ad una sentenza di condanna né, tantomeno, all’adozione di una misura custodiale, ma, a tal fine, deve essere sempre e comunque accompagnato da ulteriori elementi indiziari, in modo tale che si possa pervenire ad un giudizio di colpevolezza con alto grado di credibilità razionale e, quindi, al di là di ogni ragionevole dubbio.
Tali principi valgono a maggior ragione nella fase delle indagini preliminari e nelle “procedure de libertate”, soprattutto quando la piattaforma indiziaria appare formata (come da stessa ammissione del Riesame) da un unico elemento acquisito, se tutto ciò non bastasse, in violazione delle garanzie procedurali ex art. 360 c.p.p.

Tutto questo ovviamente, tralasciando la palese insussistenza della necessità di misure cautelari, dedotta come abbiamo visto ritorcendo contro l’indagato il fatto che questi abbia “una vita normale”.

Nel corso di una recente puntata di Matrix, alla quale abbiamo anche dedicato un articolo in questo spazio, Telese ha parlato di “inchiesta politica”.
E sebbene mi ritenga fondamentalmente e fortemente ostile a tutto ciò che rientra nel novero del cosiddetto “complottismo”, nel venire a conoscenza della mancata scarcerazione del signor Massimo, al quale oggi va la mia più sentita solidarietà per il grave danno che sta subendo a mio parere ad onta di ogni garanzia di legge, e ancor più delle motivazioni cavillose e altamente problematiche, non posso negare di essermi chiesta se la situazione oggi sarebbe davvero la medesima se in data 16 giugno il Ministro Alfano non avesse vergognosamente annunciato urbi et orbi via Twitter l’individuazione dell’ “assassino” causando una pressione mediatica senza precedenti.

Una condanna scritta prima ancora che il malcapitato conoscesse l’infamante accusa a suo carico.

Ma non è certo la polemica sterile il mio obiettivo, e allora non posso che concludere con un invito a tutti a leggere e far leggere questo blog, e soprattutto ad interrogarsi sulle conseguenze, che un giorno potrebbero colpire chiunque, di quanto si sta verificando.
Se passerà il messaggio che una sola traccia biologica, per giunta esigua e di natura non chiara né accertabile, e ancora per giunta non acquisita in maniera legittima, sia sufficiente a privare della libertà un uomo prima del processo, e magari perfino a pronunciare una sentenza di condanna in assenza di qualsiasi altro riscontro, allora da domani saremo tutti in pericolo.
Saremo tutti dei potenziali, ed inconsapevoli, Massimo Bossetti. Rifletteteci, rifletteteci bene.
Pensate anche a come per quattro mesi quest’uomo è stato massacrato dalla macchina del fango mediatica sulla base di elementi (tutte le illazioni diverse dal DNA) ritenuti inutili dallo stesso Tribunale del Riesame che ne ha negato la scarcerazione.

Forse sarebbe il caso di cominciare a preventivare l’acquisto di una sorta di tutina da astronauta, per evitare di lasciare in giro qualsivoglia traccia biologica.
E, soprattutto, di cominciare a pensare a Massimo Bossetti non come un estraneo, ma come uno di noi, della nostra famiglia, della nostra cerchia di amici e conoscenti.
Stanotte, perderemo l’unica cosa legale rimasta nel nostro Paese: l’ora.

Torna l’ora solare, Massimo Bossetti resta in carcere sulla base di un solo elemento che non può affatto dirsi prova di colpevolezza e che, a rigore, non sarebbe utilizzabile in dibattimento, la possibilità di reiterazione di un reato alla base della carcerazione preventiva può essere dedotta dal fatto di avere “una vita normale”.
A partire dal prossimo articolo torneremo probabilmente all’analisi di alcuni dettagli della scena del crimine e dell’insostenibilità logico-fattuale del teorema accusatorio.

Per ora… Pensate davvero di poter dormire sonni tranquilli?

Annunci

Il DNA vola… Ma non parla! Quando il circo mediatico va a nozze con la fiera della banalità.

A ormai due mesi dal fermo del signor Massimo Bossetti, credo si renda necessario sviluppare ed approfondire qualche considerazione sulla gogna mediatica alla quale stiamo tristemente assistendo.

C’è un filo sottile, in questo caso, che lega forcaioli, sciacalli mediatici e linciatori morali di ogni risma, che fa da collante come un laconico “volemose bene” che tiene tutti uniti.
Si tratta di una frase: “il DNA non vola.”

Anche in data 12 agosto, il Servizio Pubblico ci ha offerto su un piatto d’argento questa ormai famosa perla.
Uno Mattina Estate, intervista alla nota giornalista Grazia Longo.
La signora Longo ci avverte: “Sul corpo di Yara c’era il sangue di questo signore, non è che il sangue vola. Il dna è una prova inconfutabile.”
Ora sì che possiamo stare davvero tranquilli: le certezze giornalistiche superano, a quanto pare, anche quelle dei periti: non c’è infatti certezza alcuna che la traccia sia ematica, e la natura biologica del materiale genetico rinvenuto è stata ricavata solo per esclusione, eppure Grazia Longo conosce con precisione perfino la natura della traccia (oltre a sapere che non vola).
Quisquilie, immagino, per chi sentenzia dai saloni televisivi.

E se il DNA non vola non si può avere pietà nei confronti di Massimo Bossetti, che non può che essere colpevole del terribile delitto ascrittogli.
Che il DNA non voli lo ripetono davvero tutti i colpevolisti: dagli opinionisti televisivi alle casalinghe annoiate in cerca di mostro edizione estate 2014, da esponenti del mondo della cultura ad anziane comari estimatrici di Umperi Bogart ed attente a seguire un’alimentazione povera di grassi a causa del “polistirolo” alto, tutti uniti nel nome della forca, da levare sempre più alto e con sempre maggior protervia.
E’ il nuovo slogan del forcaiolismo democratico: forcaiolismo a buon mercato per grandi e piccini, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

forche

Insomma, signore e signori, sappiatelo: siete tutti invitati alle nozze tra circo mediatico e fiera della banalità!

Non dimenticate: il DNA non vola.

E’ un vero tormentone… Ma è anche un tormentone vero?

Appena qualche giorno fa, l’indimenticabile Robin Williams ci ha lasciati, ed ho visto circolare con insistenza sulla home di facebook una celebre frase tratta dal film “L’attimo fuggente”, una frase così bella che vale davvero la pena di riportare:

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva”.

Una lezione di vita tanto grandiosa e facile da postare su facebook quanto difficile da mettere in pratica.

O forse, in questo caso, piuttosto che salire sulla cattedra vi si dovrebbe scendere, perché se è facile ergersi ad esperti, soprattutto in materie che esulano dalle proprie competenze, non è accettabile che lo si faccia a cuor leggero sulla pelle di un uomo che ha tutto il diritto di essere considerato innocente fino al terzo grado di giudizio.

In data 29 luglio, su Tgcom24, il Dott. Paolo Liguori ha condotto una puntata magistrale di Fatti e Misfatti, che riporto e consiglio ai lettori.

http://fattiemisfatti.tgcom24.it/wpmu/2014/07/29/presunto/

Tra gli ospiti, anche il genetista Dott.Vincenzo Nigro, che pur affermando che una traccia di DNA consente di identificare con certezza pressoché assoluta una persona, ha detto anche ciò che in pochi si sono presi la briga di sottolineare.

Non si tratta di chissà quale rivelazione, in effetti, ma di una semplice quanto scomoda ovvietà: la presenza di una traccia di DNA nel luogo del delitto indica solo ed esclusivamente la presenza della traccia stessa, e nulla più.

La presenza di una traccia di DNA, per quanto ai “buttachiavi” possa dispiacere, finisce in tal modo per rivelarsi tautologica: non indica colpevolezza, e come coerentemente evidenziato dalla Dott.ssa Cristina Brondoni, criminologa anch’essa presente in studio, non implica ovviamente capovolgimento dell’onere probatorio.

A proposito di prova “scientifica”, mistificazioni e diritto alla difesa, non posso che inserire un brillante intervento del Prof. Sergio Lorusso, che mostra molto bene alcune insidie e fallacie comuni che, anche a causa della fortissima mediatizzazione della giustizia, rischiano di creare realtà potenzialmente pericolose non solo per i cittadini, ma per i principi stessi dello stato di diritto:

“Dico cd. ‘prova scientifica’ perché in realtà – a dispetto del titolo dato a questo bel Convegno – possiamo affermare che la prova scientifica non esiste.
O, almeno, non esiste nell’accezione invalsa in questi ultimi anni anche nel nostro Paese, fortemente alimentata dai
media.
Vi sembrerà un’affermazione forte, ma cercherò di darne conto in questa mia relazione introduttiva.
Ricordo, intanto, che dell’espressione ‘prova scientifica’ non troviamo traccia alcuna nel codice di rito né in altre leggi che disciplinano lo svolgimento del processo penale.
Si parla tutt’al più di prova atipica, o per meglio dire di prove non disciplinate dalla legge, nell’art. 189 c.p.p., ma quest’ultimo concetto non va confuso con quello di prova scientifica.
(…)
Dobbiamo realisticamente prendere atto, in ogni caso, che espressioni come “investigazioni scientifiche” e “prova scientifica” sono divenute ormai di uso comune non soltanto da parte di chi opera in ambito giudiziario ma anche da parte dell’opinione pubblica, grazie soprattutto alla risonanza mediatica di alcuni casi in cui il ricorso alle conoscenze tecnico-scientifiche nel processo penale è stato massivo; anche se, come sappiamo, non sempre risolutivo, come i processi per i delitti di Perugia e di Garlasco ci insegnano.
“Investigazioni scientifiche”: una formula che in questi ultimi tempi è diventata quasi una ‘formula magica’, idonea a risolvere i più intricati ed efferati casi giudiziari.
Ma è proprio così?
E davvero la cd. “prova scientifica” è in grado di sciogliere tutti i dubbi e le incertezze che da sempre accompagnano la difficile arte del giudicare?
E ancora, in quale maniera il diritto alla prova viene ad essere condizionato dalle conoscenze tecnico-scientifiche applicate al processo? Sono interrogativi ai quali occorre rispondere per fare chiarezza sull’argomento, per comprendere fino a che punto l’apporto delle scienze stia condizionando l’accertamento giurisdizionale, quanto incida sulla nascita di una ‘nuova’ cultura dell’investigazione, in che misura – e questo mi sembra un aspetto di particolare interesse per una platea di avvocati – i diritti e le garanzie individuali siano davvero tutelati nella più recente stagione del processo penale caratterizzata dall’exploit della scienza applicata al processo.
Affinché a farne le spese non sia l’effettività del diritto di difesa.

Il ricorso poco meditato alla scienza e alle sue applicazioni investigative può infatti tradursi in un vulnus per l’intero sistema di garanzie delineato dal codice di rito, eludendo le griglie probatorie e decisorie tracciate dal legislatore.
Ciò non significa, naturalmente, rinunciare per partito preso all’indubbio contributo che la scienza e la tecnica possono fornire all’accertamento giurisdizionale.
Già alla fine dell’ottocento, del resto, era maturata la consapevolezza del valore fondamentale di un’investigazione penale svolta con metodo e rigore, sfruttando anche le potenzialità offerte dalla scienza.
(…)
Più potere alla scienza, quindi?
E se sì, a quale prezzo per il processo penale e per le sue garanzie?
Per poter rispondere compiutamente a tali domande è necessario partire da una riflessione sui rapporti tra scienza e prova penale, per sfatare alcuni miti e far affiorare le insidie insite in una materia che presenta un indubbio fascino.
Evitando così di cadere vittime di credenze e luoghi comuni potenzialmente molto pericolosi.

“Siamo tutti molto ignoranti. Ma non tutti ignoriamo le stesse cose”, afferma Albert Einstein (1879-1955), il padre della fisica moderna, uno dei pensatori simbolo del XX secolo, esplicitando il suo approccio relativistico alla conoscenza scientifica.
E al contempo rimarcando l’importanza della condivisione del sapere e delle competenze, il valore aggiunto derivante dalle sinergie tra gli apporti individuali: una visione che risulta fondamentale in ambiti quale quello in esame.
L’apporto degli esperti – periti e consulenti tecnici – che si muovono sulla scena del crimine e nel processo penale avvalendosi sia di strumenti tecnico-scientifici consolidati che di metodi innovativi talvolta non ancora avallati dalla comunità scientifica internazionale, può risultare decisivo per la soluzione di casi giudiziari altrimenti inestricabili.
Ciò non significa,tuttavia, che la scienza sia oggi (come ieri) in grado di fornire tutte le risposte che l’accertamento giurisdizionale rivendica: il risultato dell’azione degli esperti nel processo penale, difatti, per quanto attendibile possa essere si traduce pur sempre in ‘certezze provvisorie’, che necessitano di un attento e meditato vaglio giudiziario, nel rispetto delle regole dettate dal codice di rito: il procedimento probatorio, come dicevo, ha le sue scansioni e i suoi canoni, che devono essere osservati sempre e comunque, senza che il progresso scientifico e la sua proiezione processuale possano alimentare facili entusiasmi, che rischierebbero di mettere in crisi le linee portanti dell’ordinamento.
“I media, le fiction, la cronaca offrono oggi un’immagine idealizzata della scienza, e il suo metodo viene spesso visto dalla gente comune come infallibile”, le scienze forensi appaiono investite di aspettative che “spesso superano le loro reali potenzialità” e come ha affermato una nota antropologa forense impegnata nelle più importanti indagini di questi ultimi anni, Cristina Cattaneo, “l’equivoco che attribuisce a queste discipline, che [certo] possono fare molto ma non sono prive di limiti e imprecisioni, una sorta di ‘onnipotenza’ può nuocere davvero non solo agli ‘scienziati forensi’ stessi, ma alla giustizia e alle vittime.

Il vero volto delle investigazioni forensi, insomma, è ben distante “dalle versioni patinate che ne danno alcune fiction o dall’immagine completamente falsata che emerge dai casi di cronaca o dai salotti televisivi”.”

Se dobbiamo, in ogni caso, ritenere ancora validi i principi fondamentali dello stato di diritto, ne consegue che, come tante volte ho avuto modo di sottolineare su queste pagine, non è il signor Massimo Bossetti a dover dimostrare di essere estraneo al delitto ascrittogli o a dover dimostrare come la traccia sia giunta lì, ma è l’accusa a dover provare al di là di ogni ragionevole dubbio che la presenza di quella traccia dimostra la sua colpevolezza.

La sensazione, che ogni giorno che passa tende a trasformarsi sempre più marcatamente in una vera e propria certezza, è che l’accusa non sarà in grado di adempiere all’arduo compito.

Temo che in troppi, forse a causa dell’ottundimento causato dalla marea di gossip diffusi, non abbiano capito che l’unico vero e grande scoop dell’intera vicenda è che, al di là della traccia di DNA, in ben due mesi non sia emerso alcun indizio dotato di fondamento a carico del Bossetti.

Negli ultimi giorni, alcune testate giornalistiche ci hanno regalato un curioso dietrofront: da grandi accusatori a prudenti garantisti.
Ecco, ad esempio, rispettivamente, alcuni articoli pubblicati da “Oggi”, Corriere e perfino il Fatto Quotidiano.

fr

corriere

fq

Come dovremmo interpretare queste inversioni a U?
Non c’è nulla di male nel cambiare idea, anzi è segno di grande intelligenza e coraggio, tuttavia mi chiedo, se davvero di un sincero cambiamento d’idea si tratta (e non della ennesima strategia comunicativa per vendere qualche copia in più) dove fosse tutta questa intelligenza quando le stesse testate giornalistiche spacciavano come prove, per fare qualche esempio (e neppure tra i più imbarazzanti):

-una testimonianza anonima e inverificabile su presunte assenze dal lavoro di Massimo Bossetti;
-cene alla Trattoria “La Toscanaccia” (su questo “indizio” così imbarazzante scherzò perfino Feltri, dicendo che in quel caso anche lui dovrebbe considerarsi un omicida, avendo frequentato il locale);
-presunta frequentazione di una discoteca smentita dal titolare della discoteca stessa.

Un metodo di costruzione del mostro mediatico ben noto alla sociologia e anche piuttosto datato: chi ha un background di studi classici ricorderà certamente la descrizione che Cicerone faceva di Catilina, per dipingerlo come un uomo dissoluto e perverso.
La differenza, neppure troppo sottile, è che in quel caso Cicerone aveva in mano delle prove tangibili per dimostrare la congiura di Catilina, prove tangibili che sembrano invece platealmente mancare nel caso del signor Massimo Bossetti.

Insomma, se cambiare idea è del tutto legittimo, meno encomiabile è il dilazionato tentativo di resuscitare un uomo dopo averlo ucciso nel più brutale dei modi, linciato a mezzo stampa forti delle proprie certezze e posizioni, sottoposto a gogna e marchiato d’infamia senza contraddittorio e senza pietà, spesso sulla base di gossip inverificati, inverificabili e meschini.

Il DNA non vola?
Il DNA non vola, forse, ma in troppi sembrano aver dimenticato che non parla neppure: e dal momento che non è databile e nulla dice se la traccia in disamina possa essere esito di una veicolazione per trasporto (come già avvenuto in altri casi), la cautela sarebbe stata auspicabile, ben più della mistificazione alla quale abbiamo invece avuto il disonore di assistere.
Il DNA non vola, ma onestà intellettuale vuole che non si possa negare che non databilità e facile trasportabilità del DNA siano perfino i principali e più evidenti limiti tecnico-scientifici della prova in questione (vedasi ad esempio U. RICCI, C. PREVIDERÈ, P. FATTORINI, F. CORRADI, La prova del DNA per la ricerca della verità. Aspetti giuridici, biologici e probabilistici).

Non è affatto difficile trovare esempi di casi giudiziari in cui la circostanza del trasporto del DNA si è concretamente verificata, anche all’estero, come ben mostra questo articolo (http://www.abajournal.com/news/article/is_dna_infallible_proof_contamination_stats_can_lead_to_injustice), che illustra un caso emblematico in cui il DNA trovato addirittura sotto le unghie della vittima portò dritti dritti ad un 26enne, Lukis Anderson, che trascorse più di 5 mesi in carcere prima che i pubblici ministeri riconoscessero che non potesse essere l’autore del reato.
Anderson, infatti, aveva un alibi di ferro: la notte del delitto era ricoverato in ospedale, preso in cura dai paramedici per una grave intossicazione.
Presumibilmente il suo DNA finì sulla vittima per trasporto, veicolato attraverso strumenti paramedici.
L’articolo si conclude con una considerazione assai amara del Prof. Osagie Obasogie, che riporto paro paro in tutta la sua crudezza:
“Il prossimo Lukis Anderson potresti essere tu. Spera di poter contare su un alibi forte come il suo”.

“Bisogna inoltre considerare che l’uomo comune, dal suo canto, non è in grado, spesso di fare un uso critico dell’informazione: la prevalente disinformazione sulla giustizia dilaga in Italia anche perché la scolarizzazione è insufficiente e non esiste alfabetizzazione funzionale (culturale, civile, tecnica).”
Così si esprime la Prof. P. Bellucci nel suo “A onor del vero. Fondamenti di linguistica giudiziaria”.

E se la Dott.ssa Cristina Cattaneo, nella sua opera “Certezze provvisorie” avverte del fatto che la scienza non fornisce alcuna prova regina è sempre più chiaro che, in fondo, quale fosse l’unica vera prova regina lo si era capito ben prima dell’avvento della genetica, delle indagini forensi e di CSI.

Confessio est regina probationum“, la confessione è la regina delle prove, come recita l’annoso brocardo.
E’ proprio la mancata confessione, nonostante gogna mediatica e regime di isolamento da ormai due mesi che, insieme alla sempre più plateale assenza di riscontri, sta gettando nel panico un po’ tutti, inclusi i nostri giornalisti.
Qualcuno riteneva forse di andare a colpo sicuro, ma probabilmente aveva fatto, come si suol dire, i conti senza l’oste: così, dopo il fermo in pompa magna, gli annunci trionfalistici con quella piccola traccia di DNA erta ad inequivocabile indizio di colpevolezza, i giorni sono cominciati a passare e i riscontri attesi, ahimè, non sono arrivati, nessun elemento è emerso a confortare il castello accusatorio.
Peggio ancora, è emerso che l’indagato soffre di epistassi.

C’è chi ha affermato che ci vuole una gran sfortuna per essere, da non colpevoli, incastrati da una traccia di DNA veicolata attraverso l’arma del delitto, ma volendo seguire questa linea è innegabile che ci voglia una certa dose di sfortuna anche nel concentrarsi sulla traccia di DNA che poi si scopre appartenere ad un uomo che soffre di epistassi.

Il tempo passa, e la probatio probatissima non arriva.
Forse si comincia a temere che non arriverà mai.
Massimo Bossetti, sia pure prostrato da due mesi di isolamento, non vacilla.
Sono innocente, fatemi pure tutte le domande che volete.

E se di pensiero scientifico applicato alle indagini si vuole parlare, ancora una volta non si potrà dimenticare Sherlock Holmes, il quale evidenziava come la verità stia in genere nella spiegazione più semplice.
Nel nostro caso, la spiegazione più semplice potrebbe essere quella che Bossetti non confessa perché non ha nulla da confessare.

Mi è giunta notizia che il solito settimanale Giallo ha recentemente sfornato l’ennesimo titolone: ora si cerca di ipotizzare un trauma subìto da Bossetti negli anni dell’adolescenza.

Giallo_trauma

L’articolo rende edotti i lettori del fatto che una sera di trent’anni fa il signor Massimo si sentì male e venne chiamata un’ambulanza, come avrebbe raccontato una vicina di casa dell’epoca.
“Cosa accadde davvero?”.
Chissà, sono certa del fatto che la cosa sia di vitale importanza ai fini dell’indagine, e soprattutto che rivesta un incomparabile interesse pubblico che ne legittima la divulgazione.
Mi dicono che il nuovo numero sia, ahimè, già approdato in edicola, stavolta con un nuovo titolone su una presunta crisi coniugale.
Mi permetto a questo punto di suggerire, per prossima settimana, l’intervista a qualche altra vicina (meglio se anonima) per informarci se quando Massimo era piccolo la signora Ester gli abbia mai dato una sculacciata per aver fatto i capricci: non sia mai che la chiave del mistero possa nascondersi proprio lì!

A tal proposito, oltre ai diversi casi in precedenza citati, mi è stata segnalata dall’amico Salvatore Massa una sentenza della V sezione penale della nostra Suprema Corte, che ha ben evidenziato come il diritto di cronaca non possa spingersi alla creazione di realtà parallele, specie se indimostrabili, in chiave colpevolista.

Cass. Pen., Sez. V, 3674/11 – la massima: “La reputazione del soggetto coinvolto in indagini e accertamenti penali non è tutelata rispetto all’indicazione di fatti e alla espressione di giudizi critici, a condizione che questi siano in correlazione con l’andamento del procedimento. Rientra cioè nell’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori, provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tale attività”.
Rientra nell’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tali attività. E’ quindi in stridente contrasto con il diritto/dovere di narrare fatti già accaduti, senza indulgere a narrazioni e valutazioni “a futura memoria”, l’opera del giornalista che confonda cronaca su eventi accaduti e prognosi su eventi a venire.
In tal modo, egli, in maniera autonoma, prospetta e anticipa l’evoluzione e l’esito di indagini in chiave colpevolista, a fronte di indagini ufficiali né iniziate né concluse, senza essere in grado di dimostrare la affidabilità di queste indagini private e la corrispondenza a verità storica del loro esito. Si propone ai cittadini un processo agarantista, dinanzi al quale il cittadino interessato ha, come unica garanzia di difesa, la querela per diffamazione. A ciascuno il suo: agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici il compito di verificarne la fondatezza, al giornalista il compito di darne notizia, nell’esercizio del diritto di informare, ma non di suggestionare, la collettività.”

Mi si dirà che i media non fanno che rispondere alla richiesta dei lettori, e che la tendenza popolare al colpevolismo è comprensibile perché, in fondo, la cosa che più spaventa dinnanzi a fatti di un’atrocità inaudita sia il fatto di non avere un colpevole.
Eppure, credo che il caso relativo a Massimo Bossetti sia stato, e sia, molto di più: è stato il banco di prova in cui alcuni hanno mostrato la propria professionalità e correttezza, altri la propria meschinità.

D’altro canto, come qualcuno ha recentemente ricordato, siamo pur sempre il Paese del caso Tortora, e ancora siamo il Paese dei cappi in Parlamento.

Siamo il Paese in cui prima si uccidono gli inermi, poi si prova, invano, a resuscitarli.
Siamo una terra di santi che ha perso ogni santità.

E a due mesi dal fermo di Massimo Bossetti, siamo anche il Paese che si conferma maestro nell’abuso scriteriato di misure cautelari.

La disposizione della misura cautelare, appare di per sé discutibile, non solo perché come già avevo avuto modo di sottolineare, il preteso pericolo di reiterazione del reato sembra contrastare ampiamente con il fatto che signor Massimo sia incensurato e non abbia reiterato il reato (ammesso e non concesso che mai abbia commesso un reato) per ben quattro anni, ragion per cui appare quantomeno assurdo che possa reiterarlo ora con gli occhi di 60 milioni di italiani puntati addosso, ma anche e soprattutto perché dalla lettura dell’ordinanza sembra emergere come per disporre la custodia cautelare in carcere il GIP abbia sostanzialmente provato a fare una valutazione psicologica (ritenendo il signor Massimo “privo di freni inibitori”) che sicuramente esula dalle sue competenze, in assenza di qualsivoglia accertamento psicologico che abbia dimostrato quella che, fino a prova contraria, resta una sua mera opinione.

E allora, per finire, siamo anche il Paese in cui una domanda resta sempre drammaticamente attuale: qui custodiet ipsos custodes?

Alessandra Pilloni