Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno

“Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”

(Prof. Guglielmo Gulotta)
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In queste pagine ho parlato spesso di processi mediatici e di tutto ciò che suole denominarsi, con un simpatico neologismo, “brunovespismo”. E in effetti, ai fini di questo articolo, non c’è termine più adatto di “brunovespismo”, poiché è giunto il momento di parlare della puntata di Porta a Porta andata in onda in data 2 ottobre. Siamo in tempi di austerity, è cosa nota, ma non credevo che le nuove politiche economiche avrebbero toccato perfino i principi dello Stato di diritto. Invece, pare sia proprio così; si sa che a pensar male si fa peccato ma, come si suole aggiungere, spesso ci si azzecca, e alla luce della disparità di trattamento osservata in alcune trasmissioni televisive, verrebbe da pensare che la giustizia dei tribunali mediatici abbia fissato un’imposta anche sulla presunzione di innocenza. Un’imposta a scaglioni, come l’Irpef, ma regressiva: paga di più chi ha meno. Così, ci sono i “dottor Stasi” e i “muratori”: per i primi si fa sfoggio di un sano garantismo, per i secondi si perviene a condanne di piazza sulla base di “prove” immaginarie sbandierando tesi colpevoliste e perfino scientificamente inesatte come se non ci fosse un domani. Avevo già notato queste palesi disparità di trattamento in altre trasmissioni, ma mi permetto di evidenziarle oggi per un semplice motivo: vorrei infatti dire, pubblicamente, che finché davanti alla giustizia televisiva ci saranno i “dottor Stasi” e i “muratori”, mi sentirò pienamente legittimata a considerarla espressione di una società malata. Nulla di personale nei confronti di Alberto Stasi, che ha diritto come tutti ad un equo processo e al contraddittorio, ça va sans dire, ma è avvilente osservare come nel suo caso sia stato riservato un accurato servizio sulla difesa con l’esposizione puntuale delle contestazioni all’accusa, mentre nel caso di Massimo Bossetti tale servizio sia stato un’autentica farsa, nel quale le possibili tesi difensive venivano presentate solo per essere, almeno in apparenza, smontate senza licenza di contraddittorio. E’ bene sottolineare infatti sin dall’inizio che nella summenzionata puntata di Porta a Porta, al fine di affrontare il caso Bossetti, Bruno Vespa, forse dimenticando che il contraddittorio è uno dei principi fondanti di ogni democrazia, ha avuto la brillante idea di invitare in studio quattro volti noti (Barbara Benedettelli, Roberta Bruzzone, Simonetta Matone e Andrea Biavardi) e notoriamente colpevolisti. Il contraddittorio avrebbe forse dovuto essere dato dall’unico garantista, tra l’altro ampiamente penalizzato dal collegamento esterno, il Prof. Guglielmo Gulotta, encomiabile per i suoi interventi, ma sistematicamente interrotto senza ritegno. In una trasmissione a sfondo religioso in una teocrazia islamica il confronto sarebbe stato sicuramente maggiore. Il Prof. Gulotta, nonostante le innumerevoli interruzioni, ha detto una frase che mi ha colpita, e che ho segnalato in incipit: “Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”. E non avrebbe potuto usare termine più adeguato di “ridicola” per definire la caciara di affermazioni che sono state fatte, non in una discussione tra amici, vale la pena di sottolinearlo, ma in una trasmissione mandata in onda dal Servizio Pubblico pagato dai contribuenti. Potrei esordire, a titolo d’esempio, richiamando l’attenzione sul fatto che il signor Biavardi abbia dato prova di “conoscere” una relazione dei RIS diversa dalla relazione dei RIS, oppure dalle fini esternazioni della Dott.ssa Bruzzone, che riferendosi alla signora Ester Arzuffi, ed in particolare al fatto che la signora nega il contatto sessuale con Guerinoni, ha affermato che questo sarebbe il secondo caso di Immacolata Concezione. In queste pagine mi sono sempre guardata bene dal porre l’accento sulle questioni relative ai rapporti di filiazione, se non altro perché trattasi di qualcosa che non ha nulla a che vedere con le indagini, posto che il “problema” di Massimo Bossetti non è quello di essere o meno figlio di Giuseppe Guerinoni, ma la corrispondenza con la traccia biologica di “Ignoto1”, tuttavia ho voluto sottolineare questo passaggio perché da tempo non mi capitava di imbattermi in cotanta empatia nei confronti di una donna il cui figlio è in carcere da quasi quattro mesi con un’accusa infamante (e a sostegno della quale non ci sono prove), mentre il marito è malato terminale. Per il resto, chi sia il padre dei figli della signora Arzuffi, è qualcosa che non mi interessa, e che non dovrebbe interessare neppure al resto degli Italiani, anche se la cosa pare solleticare la pruderie del popolino, che dimostra, ahimè, come non sia cambiato proprio nulla rispetto all’Italietta che nel ’68 condannava per “plagio” il Prof. Braibanti, “reo”, di fatto, di essere omosessuale. A beneficio dei posteri inserisco comunque un link con le interessanti parole affidate, in data 20 giugno, dalla stessa Dott.ssa Bruzzone a Io Donna, che offrono un interessante spaccato sulla tendenza, tutta italiana, a balzare da un carro all’altro con estrema facilità: http://www.iodonna.it/attualita/primo-piano/2014/yara_bruzzone_intervista-402147644485.shtml. E’ difficile capire cosa sia cambiato dal 20 giugno ai giorni immediatamente successivi per causare nella criminologa un’inversione a U di questa portata, ma a tal proposito mi si potrà dire che cambiare opinione su un determinato argomento è una libera scelta individuale. Concordo pienamente su questo, decisamente meno su altri aspetti: se infatti dobbiamo rendere conto del fatto che, come ormai tutti dicono, “la scienza non mente”, diviene meno chiaro come sia possibile che, nel cambiare idea, nel susseguirsi di dichiarazioni una traccia biologica “esigua e di origine non accertata” si trasformi in una traccia biologica “abbondante ed ematica”, la qual cosa ricorda un po’ la barzelletta del papà di Pierino, che dopo essere andato a pesca torna a casa con un pesce che “si allunga di qualche cm ogni volta che ne parla”. Ironia a parte, non riprendo le considerazioni sul fatto che la traccia fosse notoriamente esigua, deteriorata e di natura non accertabile: basta scorrere i precedenti articoli per trovare dei riferimenti, tratti non da opinionisti, ma dalla documentazione e dalle parole degli stessi che hanno svolto le analisi. Sulla natura non accertabile della traccia mi limito ad inserire uno stralcio della relazione dei RIS: ” (…) Tale evidenza rende di per sè non agevole la diagnosi dei singoli contributi biologici all’interno di una mistura prodotta da più soggetti; può talvolta risultare utile, in casi del genere, un approccio deduttivo, per esclusione di esiti oggettivamente verificati (es. negatività a determinati test), ma mancherebbe comunque il legame univoco: profilo dell’unico donatore — diagnosi della traccia” e questo perché nessuno dei test diagnostici “prescinde dalla integrità della struttura molecolare delle proteine che costituiscono i marcatori “bersaglio” della maggior parte di tali saggi diagnostici (emoglobina, PSA, semenogelina, ecc.)”. Mi preme di più, però, concentrarmi sulle altre considerazioni in ambito di genetica forense fatte dalla Dott.ssa Bruzzone, che genetista non è, quindi, non essendo genetista neppure io, direi che partiamo ad armi pari. Se la Dott.ssa Bruzzone vuole dunque affermare nella radiotelevisione pubblica che la traccia è “coeva” all’omicidio e che “non può essere esito di trasferimento secondario” perché in quel caso non avrebbe potuto restituire un profilo completo, a rigor di logica dovrebbe perlomeno citare degli studi scientifici che avvalorino le sue affermazioni, non da ultimo perché non stiamo parlando di questioni mondane, trucco e parrucco, ma stiamo sentenziando contro un uomo incensurato a carico del quale ci sono indizi che potremmo definire immaginari. Dal momento che non lo fa, di fronte al nuovo spettacolo del “diritto alla rovescia” e dell’onere della prova capovolto, mi prendo però la briga di citarli io, gli studi, che ben lungi dall’avvalorare alcunché smentiscono le sue affermazioni. Che il DNA non sia databile, a meno che la Bruzzone non abbia fatto la scoperta scientifica del secolo, lo sanno tutti e lo abbiamo ripetuto più volte: basta leggere qualsiasi testo di genetica per appurarlo. L’unica soluzione che trovo per ribadirlo, a questo punto, è inserire le parole a caratteri cubitali che si possono leggere sul sito dell’Associazione Identificazioni Forensi – A.I.Fo. AIFO Richiamo anche l’attenzione sul fatto che è la stessa relazione dei RIS ad affermare che non esiste ad oggi alcun metodo che consenta di datare con precisione una traccia. Nel fare riferimento a traccia “non coeva” la relazione dei RIS mirava infatti semplicemente ad escludere che vi fosse stata una contaminazione recente della traccia da parte delle stesse forze dell’ordine e nello specifico “dovute a semplice contatto manuale o ad imprudente approccio al reperto da parte del personale operante senza le cautele che il caso impone”: in quel caso infatti la traccia sarebbe stata probabilmente meno deteriorata. Passiamo alle altre note dolenti. Parto dal presupposto che, come già scrissi come introduzione all’articolo La necessità di cautela nell’uso del test del DNA per evitare la condanna di innocenti, del Prof.Michael Naughton, Università di Bristol – Sintesi di Rocco Cerchiara, una contaminazione (che può essere avvenuta in più di una fase) non può essere esclusa. Chiariamoci: nella “ricostruzione” dell’accusa ci sono dei buchi e delle contraddizioni evidenti, che farebbero annichilire in un sol colpo le presunte contraddizioni di Bossetti sui suoi spostamenti di quattro anni prima (sic). Sostenere che il corpo di Yara sia rimasto all’aperto a Chignolo per tre mesi (con la traccia nella parte posteriore del corpo e a contatto con il terreno umido) e che non ci sia stata contaminazione è scientificamente risibile. Non c’è nessuno studio che attesti una possibilità di questo tipo e, al contrario, ci sono studi (citati nell’articolo inserito sopra) che la smentiscono clamorosamente: una traccia ematica a contatto con il terreno (asciutto) non restituisce profili già dopo trenta giorni. Questo senza l’azione ulteriore di acqua, fluidi prodotti dalla decomposizione del cadavere, saprofiti. Se ci si vuole basare sulla scienza, non si possono salvare capra e cavoli: o Yara non è rimasta a Chignolo per tre mesi, o la traccia non era lì sin dall’inizio. Tertium non datur. Ad ogni buon conto, nel ricordare che la piena compatibilità di cui si parla non è propriamente tra Bossetti e la traccia di Ignoto1, ma tra Bossetti e l’amplificazione del DNA di Ignoto1 estratto da una traccia (una apparente sottigliezza che in alcuni casi può rilevare) la cui estrazione è con ogni probabilità non ripetibile in contraddittorio, ai venditori di certezze non posso che consigliare un ottimo testo: Application of Low Copy Number DNA Profiling, Forensic Science Service, Trident Court, Birmingham, UK, del Prof. Peter Gill [1]. Parla dei rischi presenti nel DNA “low copy number”, ossia estremamente esigui e degradati. Il Prof. Gill sottolinea che in questi casi ci sono diverse conseguenze che non possono essere evitate: casi di allelic dropout, cosiddetti “falsi alleli” analizzati, e contaminazioni. Sono gli stessi kit di amplificazione e gli stessi strumenti utilizzati per l’analisi di tracce particolarmente problematiche in quanto esigue e deteriorate ad esporre ai rischi di contaminazione a causa della loro particolare sensibilità. Questo per ricordare, sebbene io non abbia mai propeso particolarmente per dinamiche di questo tipo ed abbia sempre preferito basarmi sull’evidenza che il DNA è trasportabile, come il solo sciorinare certezze assolute sia ridicolo. Meritano di essere riportate le considerazioni finali dello studio del Prof. Gill, quanto mai adatte al nostro caso: “Quando vengono analizzate piccole quantità di DNA, si impongono considerazioni particolari come le seguenti: a) Anche se è stato ottenuto un profilo del DNA, non è possibile identificare il tipo di cellule da cui il DNA ha origine, né è possibile affermare quando sono state depositate le cellule. b) non è possibile fare alcuna conclusione circa il trasferimento e la persistenza del DNA in questo caso. (…) c) Poiché il test del DNA è molto sensibile, non è raro trovare dei commisti. Se le potenziali fonti dei profili di DNA non possono essere identificate, non ne consegue necessariamente che siano pertinenti nel caso di specie, dal momento che il trasferimento di cellule può essere esito di contatto casuale. In effetti, il valore della prova del DNA LCN è diminuito rispetto al DNA convenzionale. Ciò deriva inevitabilmente dalle incertezze relative al metodo di trasferimento di DNA su una superficie e dalle incertezze relative al quando il DNA è stato trasferito. Si sottolinea che la rilevanza della prova del DNA in un caso può essere valutata solo sulla base di una considerazione simultanea di tutti gli altri elementi di prova diversi dal DNA”. Stando alle conclusioni del Prof. Peter Gill, va da sé che diviene palese il motivo per il quale c’è chi, come la sottoscritta, non riesce a capire per quale ragione Massimo Bossetti sia in carcere: infatti, nel caso di Massimo Bossetti, gli elementi di prova diversi dal DNA semplicemente non esistono, a meno che non si voglia parlare di gossip e dei summenzionati indizi immaginari. Non entro nel merito della problematicità di per sé del processo indiziario, e vado direttamente alla questione indizi, perché in questo caso siamo ben al di là del processo indiziario. Chi segue il caso, ed anche chi segue questo blog, sa che c’è una “querelle” sul valore degli elementi dell’ordinanza, che ho sollevato sin dall’inizio. Il GIP li ritiene indizi perché assumerebbero, a suo dire, rilievo “in una valutazione globale” e non valutati singolarmente. Il nocciolo della questione è che gli indizi, per essere tali, non possono essere corbellerie di per sé insignificanti unite tra loro: certo, deve procedersi ad una valutazione globale, ma prima gli indizi devono già essere indizi. E quelli “a carico” di Massimo Bossetti, per giunta anche smontabili in altro modo (nel caso in cui fossero indizi), non sono indizi, perché del tutto carenti di univocità. L’esempio più eclatante è quello delle celle telefoniche: quale univocità può avere l’aggancio di una cella telefonica compatibile con la propria abitazione? Messa in questi termini, la questione delle celle telefoniche di per sé è neutra, perché non è univoca, nel senso che è passibile di plurime interpretazioni che, fuor di retorica e mistificazioni, in mano all’accusa non lasciano davvero un bel nulla. Questo anche senza aggiungere la discrasia cronologica evidente (di oltre un’ora) nell’aggancio della medesima cella telefonica da parte di Yara, ed anche senza aggiungere il fatto (guarda caso omesso nell’ordinanza di custodia cautelare), già trapelato dalle fonti giornalistiche dell’epoca e ora provato dai tabulati Vodafone, che l’ultima cella telefonica agganciata da Yara non è, come riportato nell’ordinanza, quella di Mapello alle ore 18,49, ma quella di Brembate alle 18,55. Partiamo da una considerazione: la distanza in linea retta tra Mapello e Brembate di Sopra è 2.72 km, ma la distanza di guida è 4.7 km. In auto, ci vogliono 10 minuti circa per andare da Brembate a Mapello. Alle 18,44 Yara aggancia (per la seconda volta) la cella telefonica di Ponte S. Pietro, compatibile con il cortile della palestra. Se per spostarsi da Brembate a Mapello ci vogliono dieci minuti in auto, e se Yara alle 18,44 era ancora in un’area compatibile con il cortile della palestra dal quale ha agganciato la cella di Ponte S. Pietro, come poteva trovarsi a Mapello alle 18,49, dopo solo 5 minuti? Quindi, se davvero Yara fosse stata a Mapello alle 18,49, non solo il tragitto in auto sarebbe durato la metà del tempo medio necessario, ma in questi 5 minuti dovrebbe collocarsi anche il rapimento o il “convincimento” della ragazza teso a farla salire sull’auto di uno sconosciuto. Ma il problema più grave resta ciò che manca nell’ordinanza. 18,55, Yara aggancia la cella telefonica di Brembate. E’ di nuovo a Brembate, ancora una volta in tempi inferiori a quelli richiesti? E perché andare avanti e indietro tra i due paesi? L’unico scenario verosimile è che l’aggancio della cella telefonica di Mapello sia stato del tutto “incidentale”, dovuto a sovraccarico della cella miglior servente, e che prima delle 18,55 Yara sia sempre stata a Brembate. Il fatto che l’aggancio della cella di Mapello sia circondato dall’aggancio di celle telefoniche compatibili con l’area di Brembate, induce a pensare che la cella telefonica agganciata incidentalmente sia proprio quella di Mapello alle ore 18,49. In soldoni, le celle telefoniche non sono suggestive del fatto che Yara e Bossetti si trovassero nella stessa area (al di là del fatto che parlare della stessa area in spazi geografici così ridotti ha poco senso), ma dell’esatto opposto. Tale considerazione fa a cadere, a mò di tifone, un intero “indizio”, ma è bene sottolineare che tale indizio già non era tale, come avevo già notato da tempo (vedi La questione delle celle telefoniche: tanto rumore per nulla?). Il grande Prof. Alfredo Gaito, nel suo saggio“La prova penale”, si sofferma estesamente proprio sul fatto che gli indizi debbano prima essere valutati singolarmente ed essere, appunto, indizi. Leggendo questa descrizione risulterà immediatamente evidente che quelli contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare, in virtù dei quali un uomo è in carcere da oltre cento giorni, non sono neppure valutabili come elementi indiziari. Riporto parte del testo: “(…) Per gli indizi sono prefigurati requisiti ulteriori, in mancanza dei quali resta de iure esclusa la legittimazione di un giudizio di colpevolezza. Permangono, per vero, alcune difficoltà ermeneutiche, giacché le qualifiche di gravità, precisione e concordanza non possono essere caratterizzate da un sicuro ed univoco referente; va, comunque, evocato l’insegnamento della giurisprudenza di cassazione, per cui gli indizi: a) sono precisi solo quando sono non generici e non suscettibili di diversa ed antitetica interpretazione e, perciò, non equivoci nonché quando sono considerati certi i relativi elementi indiziari (…); b) sono gravi solo quando sono dotati di un elevato grado di fondatezza e, quindi, di un’elevata intensità persuasiva di ogni singolo strumento gnoseologico indiziario; c) sono concordanti solo quando i loro risultati, basati su singoli elementi indiziari, lungi dal porsi in antitesi con altri dati o elementi certi, confluiscono verso una ricostruzione unitaria del fatto cui si riferiscono. Considerato che la prova indiziaria è ontologicamente (e normativamente) composita, richiedendo l’art. 192 c.p.p. la presenza di una pluralità di indizi, tra di loro precisi e concordanti, e di conseguenza gravi, si impone al giudice di merito di verificare la rispondenza degli elementi conoscitivi acquisiti alla regola di giudizio codificata, mediante un accertamento di routine della sussistenza del requisito della concordanza con tutti gli altri elementi indiziari presenti agli atti, e soprattutto di valutare (id est: non ignorare) la rilevanza delle prove contrarie, al fine di articolare un ragionato giudizio di prevalenza delle une rispetto alle altre, singolarmente e nella loro globalità. A fronte della molteplicità degli indizi, si deve procedere in primo luogo all’esame parcellare di ciascuno di essi, definendolo nei suoi contorni, valutandone la precisione (che è inversamente proporzionale al numero dei collegamenti possibili col fatto da accertare e con ogni altra possibile ipotesi di fatto) nonché la gravità; si deve quindi procedere alla sintesi finale accertando se gli indizi, così esaminati possono essere collegati tutti ad una sola causa o ad un solo effetto e collocati tutti, armonicamente, in un unico contesto dal quale possa per tale via essere desunta l’esistenza o, per converso, l’inesistenza di un fatto. (…) Nella valutazione complessiva, ciascun indizio si somma e si integra con gli altri, onde il limite della valenza di ognuno risulta superato, sicché ove il giudice collochi in un contesto indiziario circostanze che non rispondono ai requisiti normativi, è l’intero quadro indiziario che deve essere riconsiderato, al fine di accertare se la caducazione di taluno degli indizi non determini il venir meno della conclusione finale. Simmetricamente, così come non è dato procedere a scomposizioni di comodo della c.d. costellazione indiziaria per contestare la validità del discorso accertativo, allo stesso tempo non è consentito assemblare risultanze singolarmente imprecise per poi apoditticamente tagliare corto che la complessità degli indizi vale a dimostrare alcunché: stando ancorati all’insegnamento giurisprudenziale collaudato, i singoli indizi devono essere anzitutto precisi; che anzi, valendo la precisione a requisito indefettibile della gravità, è logicamente precluso definire grave un indizio non preciso. Le parole del Prof. Gaito sono sostanzialmente adatte a comprendere i termini del problema. E’ il GIP stesso nell’ordinanza ad ammettere che gli elementi hanno rilevanza solo in una valutazione globale e non isolata. Infatti, singolarmente considerati non sono ontologicamente indizi perché non hanno nessuna univocità. Ne discende che non ci sono indizi “precisi”, e di conseguenza non ci sono indizi “gravi”, e ancora di conseguenza non ci sono “indizi”. La valutazione della prova è sempre una tematica estremamente complessa e, vista l’attinenza con il nome del blog mi permetto di richiamare anche un calzante monito del Prof. Tonini ( Manuale breve di diritto processuale penale, V edizione, Giuffrè 2010): “in questa materia l’aspetto problematico sta nel fatto che, al posto di regole di esperienza ricostruite mediante criteri razionali, il giudice (come ogni persona umana) è portato ad utilizzare, a volte inconsciamente, pregiudizi e luoghi comuni. La storia è piena di esempi in tal senso, a cominciare da quei processi agli untori che sono stati descritti da Alessandro Manzoni”. Appurato per l’ennesima volta che il DNA non è accompagnato da elementi indiziari dotati di sussistenza ontologica, sposterei a questo punto la querelle sull’ultima affermazione della Dott.ssa Bruzzone: a suo parere (parlo di parere, dal momento che non ha citato alcuno studio in grado di avvalorare una simile esternazione) una traccia di DNA esito di trasferimento secondario non restituisce profili completi. Davvero? Sarei curiosa di sapere allora per quale ragione la casistica giudiziaria contempli casi in cui ciò si è verificato, e sarei ancora più curiosa di sapere da dove la Bruzzone abbia tratto questa informazione, dal momento che è sufficiente cercare qualche studio scientifico per appurare l’esatto opposto. Evito scientemente giri di parole, e imposto subito la questione nei termini (sia pure, come abbiamo visto, non avvalorati) più graditi alla Bruzzone e a chi ostenta certezze colpevoliste: la traccia è senza alcun dubbio ematica, la contaminazione è esclusa tout court, il DNA è diventato databile e ci permette di dire che la traccia è stata depositata contestualmente all’omicidio. Ebbene, non è difficile reperire studi che hanno accertato non solo il trasferimento secondario di traccia ematica, ma perfino quello terziario (e più), ricavando sulle superfici finali profili completi, perfino a partire da sangue essiccato su superfici non porose (come il vetro). A titolo di esempio, sul trasferimento terziario: “Il trasferimento di sangue liquido ha dato un profilo genetico completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario sia su substrati di cotone sia su vetro. Il sangue secco ha dato un profilo completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario solo su vetro, ma in misura minore rispetto al sangue liquido. Il DNA da contatto ha prodotto solo un profilo completo sul substrato primario sia su cotone sia su vetro, e le quantità rilevabili al di là dell’evento trasferimento secondario solo su vetro. I nostri risultati contribuiranno ad una migliore comprensione del trasferimento terziario e successivo del DNA, che consentirà una migliore valutazione della probabilità di scenari alternativi che spieghino perché il DNA di un individuo è stato trovato sulla scena del crimine.” (da Following the transfer of DNA: How far can it go?, da Forensic Science International Genetics Supplement Series 01/2013, V.J. Lehmann, R.J. Mitchell, K.N. Ballantyne, R.A.H. van Oorschot). Ma non spingiamoci al trasferimento terziario, ed occupiamoci di quello secondario, che nel caso in esame a livello giornalistico si è spesso supposto derivare, ad esempio, dall’uso di un’arma del delitto sporca, come un attrezzo da lavoro. C’è uno studio interessantissimo, che inserisco [2] e che a breve inserirò anche in traduzione integrale, Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions (M. Goray et al. / Forensic Science International, 2009) Si tratta di uno studio finalizzato all’analisi dei fattori che possono influenzare il trasferimento secondario del DNA, con particolare riferimento al tipo di sostanza biologica depositata, alla natura del substrato primario e secondario ed al contenuto di umidità della sostanza depositata. Le componenti biologiche utilizzate sono state DNA puro, sangue e saliva, i substrati primari e secondari plastica (non porosa), lana e cotone (porosi), e sono stati provati tre tipi di contatto: contatto passivo, pressione e frizione. I risultati hanno mostrato che il trasferimento secondario risulta influenzato sia dal tipo di substrato primario sia dall’umidità del campione biologico, e che risulta inoltre essere maggiore in caso di frizione/attrito. Sebbene le tre diverse fonti biologiche testate (DNA puro, saliva e sangue) abbiano viscosità diverse, non sono emerse fra loro differenze importanti nella quantità di trasferimento secondario, cosa che spinge ad ipotizzare che materiali biologici diversi, come sperma, lacrime e urine produrrebbero risultati simili. Nel caso di campioni umidi il substrato ha mostrato un forte impatto sulla percentuale di trasferimento, maggiormente agevolato dalla plastica (non porosa) come substrato primario e dal cotone (poroso) come substrato secondario, fino a tassi di trasferimento, per il sangue fresco, del 97% del materiale iniziale nel caso di frizionamento.

Mgor

Ipotizzando uno scenario come il trasferimento secondario a mezzo arma, il substrato primario sarebbe non poroso (arma), il substrato secondario poroso (indumenti), e la modalità di trasferimento frizione/attrito: condizioni che, come abbiamo visto, sono proprio quelle che sperimentalmente agevolano il trasferimento secondario di traccia ematica. C’è da introdurre una variabile: il sangue su un’arma sporca non sarebbe liquido ma essiccato, anche se verosimilmente potrebbe reidratarsi, almeno in parte, venendo a contatto con il sangue fresco della vittima, in quantità intuibilmente ben maggiore. Comunque, voglio spingermi fino in fondo nel prendere per buone tutte le tesi sciorinate nei salotti televisivi da persone che sentenziano senza citare studi, e allora parliamo di sangue essiccato tout court senza tener conto della possibile reidratazione. Il grafico parla da sé: in condizioni di frizionamento/attrito il trasferimento secondario del sangue secco da substrato primario non poroso (plastica) a substrato secondario poroso (cotone) è del 16,1%, una percentuale certo non paragonabile a quella del sangue fresco, ma che permette comunque senza nessun dubbio di trovare una quantità ancora considerevole di materiale biologico sulla superficie finale, certamente idonea ad estrarre un profilo completo (che ormai si ricava perfino da un paio di cellule!).

mgoray

Detto ciò, si consideri semplicemente che 1 ml di sangue contiene ben 20.000 ng di DNA, e che è possibile ottenere un profilo da un solo nanogrammo di DNA. Basta fare qualche calcolo per inferire come un trasferimento a mezzo arma possa lasciare sulla superficie finale anche più di quanto necessario all’estrazione di un profilo. Il mio campo (proprio come quello della Dott.ssa Bruzzone) non è la scienza, quindi trovo doveroso citare studi a sostegno delle mie affermazioni anziché presentare opinioni personali come verità assodate, anche se vorrei sottolineare che in casa mia esiste un principio, che gli antichi romani erano soliti compendiare nei termini “affirmanti incumbit probatio”: la prova spetta a chi afferma. Non dovrei essere io a citare degli studi, ma gli studi dovrebbero essere citati da chi, nel Servizio Pubblico pagato dai contribuenti, fa affermazioni in contrasto con i principi costituzionali, come il diritto alla presunzione di innocenza e, a quanto pare, anche con la tanto decantata scienza. Nel cercare una giustificazione alla legge ed agli ordinamenti stessi, la filosofia del diritto avanza diverse ipotesi con altrettanti principi. Uno di questi è la coerenza, ossia la capacità di applicare a se stessi le norme che si vorrebbero imporre agli altri. Ebbene, se si vuole che per Massimo Bossetti la scienza non menta, allora non deve mentire per nessuno: neanche per chi nei saloni televisivi si erge a giudice di un uomo da quasi quattro mesi protesta la propria innocenza mentre è in carcere sulla base di un quadro probatorio di per sé nullo e di un quadro indiziario insussistente. Non posso che concludere con una bellissima citazione di Richard P. Feynman che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che è proprio la scienza a nutrirsi di dubbi piuttosto che di certezze: chissà che queste parole non possano ancora insegnare qualcosa e restituirci una parvenza di civiltà. “Questa libertà di dubitare è fondamentale nella scienza e, credo, in altri campi. C’è voluta una lotta di secoli per conquistarci il diritto al dubbio, all’incertezza: vorrei che non ce ne dimenticassimo e non lasciassimo pian piano cadere la cosa. Come scienziato, conosco il grande pregio di una soddisfacente filosofia dell’ignoranza, e so che una tale filosofia rende possibile il progresso, frutto della libertà di pensiero”. Alessandra Pilloni

Bibliografia: 1-Application of Low Copy Number DNA Profiling, Prof. Peter Gill: lcn dna article gill 2- Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, M. Goray et al. : Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions

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Il DNA vola… Ma non parla! Quando il circo mediatico va a nozze con la fiera della banalità.

A ormai due mesi dal fermo del signor Massimo Bossetti, credo si renda necessario sviluppare ed approfondire qualche considerazione sulla gogna mediatica alla quale stiamo tristemente assistendo.

C’è un filo sottile, in questo caso, che lega forcaioli, sciacalli mediatici e linciatori morali di ogni risma, che fa da collante come un laconico “volemose bene” che tiene tutti uniti.
Si tratta di una frase: “il DNA non vola.”

Anche in data 12 agosto, il Servizio Pubblico ci ha offerto su un piatto d’argento questa ormai famosa perla.
Uno Mattina Estate, intervista alla nota giornalista Grazia Longo.
La signora Longo ci avverte: “Sul corpo di Yara c’era il sangue di questo signore, non è che il sangue vola. Il dna è una prova inconfutabile.”
Ora sì che possiamo stare davvero tranquilli: le certezze giornalistiche superano, a quanto pare, anche quelle dei periti: non c’è infatti certezza alcuna che la traccia sia ematica, e la natura biologica del materiale genetico rinvenuto è stata ricavata solo per esclusione, eppure Grazia Longo conosce con precisione perfino la natura della traccia (oltre a sapere che non vola).
Quisquilie, immagino, per chi sentenzia dai saloni televisivi.

E se il DNA non vola non si può avere pietà nei confronti di Massimo Bossetti, che non può che essere colpevole del terribile delitto ascrittogli.
Che il DNA non voli lo ripetono davvero tutti i colpevolisti: dagli opinionisti televisivi alle casalinghe annoiate in cerca di mostro edizione estate 2014, da esponenti del mondo della cultura ad anziane comari estimatrici di Umperi Bogart ed attente a seguire un’alimentazione povera di grassi a causa del “polistirolo” alto, tutti uniti nel nome della forca, da levare sempre più alto e con sempre maggior protervia.
E’ il nuovo slogan del forcaiolismo democratico: forcaiolismo a buon mercato per grandi e piccini, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

forche

Insomma, signore e signori, sappiatelo: siete tutti invitati alle nozze tra circo mediatico e fiera della banalità!

Non dimenticate: il DNA non vola.

E’ un vero tormentone… Ma è anche un tormentone vero?

Appena qualche giorno fa, l’indimenticabile Robin Williams ci ha lasciati, ed ho visto circolare con insistenza sulla home di facebook una celebre frase tratta dal film “L’attimo fuggente”, una frase così bella che vale davvero la pena di riportare:

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva”.

Una lezione di vita tanto grandiosa e facile da postare su facebook quanto difficile da mettere in pratica.

O forse, in questo caso, piuttosto che salire sulla cattedra vi si dovrebbe scendere, perché se è facile ergersi ad esperti, soprattutto in materie che esulano dalle proprie competenze, non è accettabile che lo si faccia a cuor leggero sulla pelle di un uomo che ha tutto il diritto di essere considerato innocente fino al terzo grado di giudizio.

In data 29 luglio, su Tgcom24, il Dott. Paolo Liguori ha condotto una puntata magistrale di Fatti e Misfatti, che riporto e consiglio ai lettori.

http://fattiemisfatti.tgcom24.it/wpmu/2014/07/29/presunto/

Tra gli ospiti, anche il genetista Dott.Vincenzo Nigro, che pur affermando che una traccia di DNA consente di identificare con certezza pressoché assoluta una persona, ha detto anche ciò che in pochi si sono presi la briga di sottolineare.

Non si tratta di chissà quale rivelazione, in effetti, ma di una semplice quanto scomoda ovvietà: la presenza di una traccia di DNA nel luogo del delitto indica solo ed esclusivamente la presenza della traccia stessa, e nulla più.

La presenza di una traccia di DNA, per quanto ai “buttachiavi” possa dispiacere, finisce in tal modo per rivelarsi tautologica: non indica colpevolezza, e come coerentemente evidenziato dalla Dott.ssa Cristina Brondoni, criminologa anch’essa presente in studio, non implica ovviamente capovolgimento dell’onere probatorio.

A proposito di prova “scientifica”, mistificazioni e diritto alla difesa, non posso che inserire un brillante intervento del Prof. Sergio Lorusso, che mostra molto bene alcune insidie e fallacie comuni che, anche a causa della fortissima mediatizzazione della giustizia, rischiano di creare realtà potenzialmente pericolose non solo per i cittadini, ma per i principi stessi dello stato di diritto:

“Dico cd. ‘prova scientifica’ perché in realtà – a dispetto del titolo dato a questo bel Convegno – possiamo affermare che la prova scientifica non esiste.
O, almeno, non esiste nell’accezione invalsa in questi ultimi anni anche nel nostro Paese, fortemente alimentata dai
media.
Vi sembrerà un’affermazione forte, ma cercherò di darne conto in questa mia relazione introduttiva.
Ricordo, intanto, che dell’espressione ‘prova scientifica’ non troviamo traccia alcuna nel codice di rito né in altre leggi che disciplinano lo svolgimento del processo penale.
Si parla tutt’al più di prova atipica, o per meglio dire di prove non disciplinate dalla legge, nell’art. 189 c.p.p., ma quest’ultimo concetto non va confuso con quello di prova scientifica.
(…)
Dobbiamo realisticamente prendere atto, in ogni caso, che espressioni come “investigazioni scientifiche” e “prova scientifica” sono divenute ormai di uso comune non soltanto da parte di chi opera in ambito giudiziario ma anche da parte dell’opinione pubblica, grazie soprattutto alla risonanza mediatica di alcuni casi in cui il ricorso alle conoscenze tecnico-scientifiche nel processo penale è stato massivo; anche se, come sappiamo, non sempre risolutivo, come i processi per i delitti di Perugia e di Garlasco ci insegnano.
“Investigazioni scientifiche”: una formula che in questi ultimi tempi è diventata quasi una ‘formula magica’, idonea a risolvere i più intricati ed efferati casi giudiziari.
Ma è proprio così?
E davvero la cd. “prova scientifica” è in grado di sciogliere tutti i dubbi e le incertezze che da sempre accompagnano la difficile arte del giudicare?
E ancora, in quale maniera il diritto alla prova viene ad essere condizionato dalle conoscenze tecnico-scientifiche applicate al processo? Sono interrogativi ai quali occorre rispondere per fare chiarezza sull’argomento, per comprendere fino a che punto l’apporto delle scienze stia condizionando l’accertamento giurisdizionale, quanto incida sulla nascita di una ‘nuova’ cultura dell’investigazione, in che misura – e questo mi sembra un aspetto di particolare interesse per una platea di avvocati – i diritti e le garanzie individuali siano davvero tutelati nella più recente stagione del processo penale caratterizzata dall’exploit della scienza applicata al processo.
Affinché a farne le spese non sia l’effettività del diritto di difesa.

Il ricorso poco meditato alla scienza e alle sue applicazioni investigative può infatti tradursi in un vulnus per l’intero sistema di garanzie delineato dal codice di rito, eludendo le griglie probatorie e decisorie tracciate dal legislatore.
Ciò non significa, naturalmente, rinunciare per partito preso all’indubbio contributo che la scienza e la tecnica possono fornire all’accertamento giurisdizionale.
Già alla fine dell’ottocento, del resto, era maturata la consapevolezza del valore fondamentale di un’investigazione penale svolta con metodo e rigore, sfruttando anche le potenzialità offerte dalla scienza.
(…)
Più potere alla scienza, quindi?
E se sì, a quale prezzo per il processo penale e per le sue garanzie?
Per poter rispondere compiutamente a tali domande è necessario partire da una riflessione sui rapporti tra scienza e prova penale, per sfatare alcuni miti e far affiorare le insidie insite in una materia che presenta un indubbio fascino.
Evitando così di cadere vittime di credenze e luoghi comuni potenzialmente molto pericolosi.

“Siamo tutti molto ignoranti. Ma non tutti ignoriamo le stesse cose”, afferma Albert Einstein (1879-1955), il padre della fisica moderna, uno dei pensatori simbolo del XX secolo, esplicitando il suo approccio relativistico alla conoscenza scientifica.
E al contempo rimarcando l’importanza della condivisione del sapere e delle competenze, il valore aggiunto derivante dalle sinergie tra gli apporti individuali: una visione che risulta fondamentale in ambiti quale quello in esame.
L’apporto degli esperti – periti e consulenti tecnici – che si muovono sulla scena del crimine e nel processo penale avvalendosi sia di strumenti tecnico-scientifici consolidati che di metodi innovativi talvolta non ancora avallati dalla comunità scientifica internazionale, può risultare decisivo per la soluzione di casi giudiziari altrimenti inestricabili.
Ciò non significa,tuttavia, che la scienza sia oggi (come ieri) in grado di fornire tutte le risposte che l’accertamento giurisdizionale rivendica: il risultato dell’azione degli esperti nel processo penale, difatti, per quanto attendibile possa essere si traduce pur sempre in ‘certezze provvisorie’, che necessitano di un attento e meditato vaglio giudiziario, nel rispetto delle regole dettate dal codice di rito: il procedimento probatorio, come dicevo, ha le sue scansioni e i suoi canoni, che devono essere osservati sempre e comunque, senza che il progresso scientifico e la sua proiezione processuale possano alimentare facili entusiasmi, che rischierebbero di mettere in crisi le linee portanti dell’ordinamento.
“I media, le fiction, la cronaca offrono oggi un’immagine idealizzata della scienza, e il suo metodo viene spesso visto dalla gente comune come infallibile”, le scienze forensi appaiono investite di aspettative che “spesso superano le loro reali potenzialità” e come ha affermato una nota antropologa forense impegnata nelle più importanti indagini di questi ultimi anni, Cristina Cattaneo, “l’equivoco che attribuisce a queste discipline, che [certo] possono fare molto ma non sono prive di limiti e imprecisioni, una sorta di ‘onnipotenza’ può nuocere davvero non solo agli ‘scienziati forensi’ stessi, ma alla giustizia e alle vittime.

Il vero volto delle investigazioni forensi, insomma, è ben distante “dalle versioni patinate che ne danno alcune fiction o dall’immagine completamente falsata che emerge dai casi di cronaca o dai salotti televisivi”.”

Se dobbiamo, in ogni caso, ritenere ancora validi i principi fondamentali dello stato di diritto, ne consegue che, come tante volte ho avuto modo di sottolineare su queste pagine, non è il signor Massimo Bossetti a dover dimostrare di essere estraneo al delitto ascrittogli o a dover dimostrare come la traccia sia giunta lì, ma è l’accusa a dover provare al di là di ogni ragionevole dubbio che la presenza di quella traccia dimostra la sua colpevolezza.

La sensazione, che ogni giorno che passa tende a trasformarsi sempre più marcatamente in una vera e propria certezza, è che l’accusa non sarà in grado di adempiere all’arduo compito.

Temo che in troppi, forse a causa dell’ottundimento causato dalla marea di gossip diffusi, non abbiano capito che l’unico vero e grande scoop dell’intera vicenda è che, al di là della traccia di DNA, in ben due mesi non sia emerso alcun indizio dotato di fondamento a carico del Bossetti.

Negli ultimi giorni, alcune testate giornalistiche ci hanno regalato un curioso dietrofront: da grandi accusatori a prudenti garantisti.
Ecco, ad esempio, rispettivamente, alcuni articoli pubblicati da “Oggi”, Corriere e perfino il Fatto Quotidiano.

fr

corriere

fq

Come dovremmo interpretare queste inversioni a U?
Non c’è nulla di male nel cambiare idea, anzi è segno di grande intelligenza e coraggio, tuttavia mi chiedo, se davvero di un sincero cambiamento d’idea si tratta (e non della ennesima strategia comunicativa per vendere qualche copia in più) dove fosse tutta questa intelligenza quando le stesse testate giornalistiche spacciavano come prove, per fare qualche esempio (e neppure tra i più imbarazzanti):

-una testimonianza anonima e inverificabile su presunte assenze dal lavoro di Massimo Bossetti;
-cene alla Trattoria “La Toscanaccia” (su questo “indizio” così imbarazzante scherzò perfino Feltri, dicendo che in quel caso anche lui dovrebbe considerarsi un omicida, avendo frequentato il locale);
-presunta frequentazione di una discoteca smentita dal titolare della discoteca stessa.

Un metodo di costruzione del mostro mediatico ben noto alla sociologia e anche piuttosto datato: chi ha un background di studi classici ricorderà certamente la descrizione che Cicerone faceva di Catilina, per dipingerlo come un uomo dissoluto e perverso.
La differenza, neppure troppo sottile, è che in quel caso Cicerone aveva in mano delle prove tangibili per dimostrare la congiura di Catilina, prove tangibili che sembrano invece platealmente mancare nel caso del signor Massimo Bossetti.

Insomma, se cambiare idea è del tutto legittimo, meno encomiabile è il dilazionato tentativo di resuscitare un uomo dopo averlo ucciso nel più brutale dei modi, linciato a mezzo stampa forti delle proprie certezze e posizioni, sottoposto a gogna e marchiato d’infamia senza contraddittorio e senza pietà, spesso sulla base di gossip inverificati, inverificabili e meschini.

Il DNA non vola?
Il DNA non vola, forse, ma in troppi sembrano aver dimenticato che non parla neppure: e dal momento che non è databile e nulla dice se la traccia in disamina possa essere esito di una veicolazione per trasporto (come già avvenuto in altri casi), la cautela sarebbe stata auspicabile, ben più della mistificazione alla quale abbiamo invece avuto il disonore di assistere.
Il DNA non vola, ma onestà intellettuale vuole che non si possa negare che non databilità e facile trasportabilità del DNA siano perfino i principali e più evidenti limiti tecnico-scientifici della prova in questione (vedasi ad esempio U. RICCI, C. PREVIDERÈ, P. FATTORINI, F. CORRADI, La prova del DNA per la ricerca della verità. Aspetti giuridici, biologici e probabilistici).

Non è affatto difficile trovare esempi di casi giudiziari in cui la circostanza del trasporto del DNA si è concretamente verificata, anche all’estero, come ben mostra questo articolo (http://www.abajournal.com/news/article/is_dna_infallible_proof_contamination_stats_can_lead_to_injustice), che illustra un caso emblematico in cui il DNA trovato addirittura sotto le unghie della vittima portò dritti dritti ad un 26enne, Lukis Anderson, che trascorse più di 5 mesi in carcere prima che i pubblici ministeri riconoscessero che non potesse essere l’autore del reato.
Anderson, infatti, aveva un alibi di ferro: la notte del delitto era ricoverato in ospedale, preso in cura dai paramedici per una grave intossicazione.
Presumibilmente il suo DNA finì sulla vittima per trasporto, veicolato attraverso strumenti paramedici.
L’articolo si conclude con una considerazione assai amara del Prof. Osagie Obasogie, che riporto paro paro in tutta la sua crudezza:
“Il prossimo Lukis Anderson potresti essere tu. Spera di poter contare su un alibi forte come il suo”.

“Bisogna inoltre considerare che l’uomo comune, dal suo canto, non è in grado, spesso di fare un uso critico dell’informazione: la prevalente disinformazione sulla giustizia dilaga in Italia anche perché la scolarizzazione è insufficiente e non esiste alfabetizzazione funzionale (culturale, civile, tecnica).”
Così si esprime la Prof. P. Bellucci nel suo “A onor del vero. Fondamenti di linguistica giudiziaria”.

E se la Dott.ssa Cristina Cattaneo, nella sua opera “Certezze provvisorie” avverte del fatto che la scienza non fornisce alcuna prova regina è sempre più chiaro che, in fondo, quale fosse l’unica vera prova regina lo si era capito ben prima dell’avvento della genetica, delle indagini forensi e di CSI.

Confessio est regina probationum“, la confessione è la regina delle prove, come recita l’annoso brocardo.
E’ proprio la mancata confessione, nonostante gogna mediatica e regime di isolamento da ormai due mesi che, insieme alla sempre più plateale assenza di riscontri, sta gettando nel panico un po’ tutti, inclusi i nostri giornalisti.
Qualcuno riteneva forse di andare a colpo sicuro, ma probabilmente aveva fatto, come si suol dire, i conti senza l’oste: così, dopo il fermo in pompa magna, gli annunci trionfalistici con quella piccola traccia di DNA erta ad inequivocabile indizio di colpevolezza, i giorni sono cominciati a passare e i riscontri attesi, ahimè, non sono arrivati, nessun elemento è emerso a confortare il castello accusatorio.
Peggio ancora, è emerso che l’indagato soffre di epistassi.

C’è chi ha affermato che ci vuole una gran sfortuna per essere, da non colpevoli, incastrati da una traccia di DNA veicolata attraverso l’arma del delitto, ma volendo seguire questa linea è innegabile che ci voglia una certa dose di sfortuna anche nel concentrarsi sulla traccia di DNA che poi si scopre appartenere ad un uomo che soffre di epistassi.

Il tempo passa, e la probatio probatissima non arriva.
Forse si comincia a temere che non arriverà mai.
Massimo Bossetti, sia pure prostrato da due mesi di isolamento, non vacilla.
Sono innocente, fatemi pure tutte le domande che volete.

E se di pensiero scientifico applicato alle indagini si vuole parlare, ancora una volta non si potrà dimenticare Sherlock Holmes, il quale evidenziava come la verità stia in genere nella spiegazione più semplice.
Nel nostro caso, la spiegazione più semplice potrebbe essere quella che Bossetti non confessa perché non ha nulla da confessare.

Mi è giunta notizia che il solito settimanale Giallo ha recentemente sfornato l’ennesimo titolone: ora si cerca di ipotizzare un trauma subìto da Bossetti negli anni dell’adolescenza.

Giallo_trauma

L’articolo rende edotti i lettori del fatto che una sera di trent’anni fa il signor Massimo si sentì male e venne chiamata un’ambulanza, come avrebbe raccontato una vicina di casa dell’epoca.
“Cosa accadde davvero?”.
Chissà, sono certa del fatto che la cosa sia di vitale importanza ai fini dell’indagine, e soprattutto che rivesta un incomparabile interesse pubblico che ne legittima la divulgazione.
Mi dicono che il nuovo numero sia, ahimè, già approdato in edicola, stavolta con un nuovo titolone su una presunta crisi coniugale.
Mi permetto a questo punto di suggerire, per prossima settimana, l’intervista a qualche altra vicina (meglio se anonima) per informarci se quando Massimo era piccolo la signora Ester gli abbia mai dato una sculacciata per aver fatto i capricci: non sia mai che la chiave del mistero possa nascondersi proprio lì!

A tal proposito, oltre ai diversi casi in precedenza citati, mi è stata segnalata dall’amico Salvatore Massa una sentenza della V sezione penale della nostra Suprema Corte, che ha ben evidenziato come il diritto di cronaca non possa spingersi alla creazione di realtà parallele, specie se indimostrabili, in chiave colpevolista.

Cass. Pen., Sez. V, 3674/11 – la massima: “La reputazione del soggetto coinvolto in indagini e accertamenti penali non è tutelata rispetto all’indicazione di fatti e alla espressione di giudizi critici, a condizione che questi siano in correlazione con l’andamento del procedimento. Rientra cioè nell’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori, provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tale attività”.
Rientra nell’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tali attività. E’ quindi in stridente contrasto con il diritto/dovere di narrare fatti già accaduti, senza indulgere a narrazioni e valutazioni “a futura memoria”, l’opera del giornalista che confonda cronaca su eventi accaduti e prognosi su eventi a venire.
In tal modo, egli, in maniera autonoma, prospetta e anticipa l’evoluzione e l’esito di indagini in chiave colpevolista, a fronte di indagini ufficiali né iniziate né concluse, senza essere in grado di dimostrare la affidabilità di queste indagini private e la corrispondenza a verità storica del loro esito. Si propone ai cittadini un processo agarantista, dinanzi al quale il cittadino interessato ha, come unica garanzia di difesa, la querela per diffamazione. A ciascuno il suo: agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici il compito di verificarne la fondatezza, al giornalista il compito di darne notizia, nell’esercizio del diritto di informare, ma non di suggestionare, la collettività.”

Mi si dirà che i media non fanno che rispondere alla richiesta dei lettori, e che la tendenza popolare al colpevolismo è comprensibile perché, in fondo, la cosa che più spaventa dinnanzi a fatti di un’atrocità inaudita sia il fatto di non avere un colpevole.
Eppure, credo che il caso relativo a Massimo Bossetti sia stato, e sia, molto di più: è stato il banco di prova in cui alcuni hanno mostrato la propria professionalità e correttezza, altri la propria meschinità.

D’altro canto, come qualcuno ha recentemente ricordato, siamo pur sempre il Paese del caso Tortora, e ancora siamo il Paese dei cappi in Parlamento.

Siamo il Paese in cui prima si uccidono gli inermi, poi si prova, invano, a resuscitarli.
Siamo una terra di santi che ha perso ogni santità.

E a due mesi dal fermo di Massimo Bossetti, siamo anche il Paese che si conferma maestro nell’abuso scriteriato di misure cautelari.

La disposizione della misura cautelare, appare di per sé discutibile, non solo perché come già avevo avuto modo di sottolineare, il preteso pericolo di reiterazione del reato sembra contrastare ampiamente con il fatto che signor Massimo sia incensurato e non abbia reiterato il reato (ammesso e non concesso che mai abbia commesso un reato) per ben quattro anni, ragion per cui appare quantomeno assurdo che possa reiterarlo ora con gli occhi di 60 milioni di italiani puntati addosso, ma anche e soprattutto perché dalla lettura dell’ordinanza sembra emergere come per disporre la custodia cautelare in carcere il GIP abbia sostanzialmente provato a fare una valutazione psicologica (ritenendo il signor Massimo “privo di freni inibitori”) che sicuramente esula dalle sue competenze, in assenza di qualsivoglia accertamento psicologico che abbia dimostrato quella che, fino a prova contraria, resta una sua mera opinione.

E allora, per finire, siamo anche il Paese in cui una domanda resta sempre drammaticamente attuale: qui custodiet ipsos custodes?

Alessandra Pilloni

Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).

Il presente scritto è esito di un lavoro condotto a quattro mani con Laura, che ringrazio infinitamente.

Mi sono spesso chiesta, in questi ultimi giorni, cosa possano mai fare 80 persone motivate e dedite alla causa, alla quale si sono spontaneamente e senza nessun tornaconto votate, affinché la loro flebile voce possa essere udita dalle masse incerte e poco attente.
Abbiamo un blog, un gruppo ed una pagina nei quali riversiamo tutte le nostre osservazioni e convogliamo l’enorme mole di materiale che raccogliamo, ma non basta!

Mentre noi, animati da un altissimo senso di civiltà, devo dirlo, ci lambicchiamo il cervello, la maggioranza degli italiani è imbrigliata come una mosca in una ragnatela, incapace di pensare, prigioniera di un torpore che definirei mass-mediatico.
A noi, dunque, spetta il compito di insinuare dei dubbi.
Dopotutto come si dice, l’anima risvegliata da un dubbio è migliore dell’anima che dorme sicura di sé.
Di seguito ne elencherò alcuni, che nel prosieguo dell’articolo verranno sviluppati singolarmente fino al punto 8 (per non gravare troppo sulla pesantezza dello scritto, che potrebbe inficiarne un’adeguata fruizione da parte del lettore, rimandiamo l’analisi dei punti successivi ad una secondo parte): si tratta di punti in alcuni casi già presi in esame precedentemente, che non vengono riproposti per ripetere l’ovvio, ma con l’intento di organizzare una ricerca più selettiva e porci ulteriori domande per non lasciare nulla di intentato e battere ogni pista.

1) Assenza di movente

2) Mancata reiterazione del reato

3) Modalità dell’aggressione incompatibili con un agente adulto e dotato di una certa prestanza fisica

4) Mancato occultamento del cadavere

5) Omissione di accertamenti sulle altre tracce biologiche repertate

6) Ritardo nel circoscrivere il luogo del rinvenimento

7) Mancata identificazione dell’arma del delitto e dubbi perfino sulla natura della medesima

8) Incompatibilità degli orari in cui i cellulari hanno agganciato le celle

9) Impossibilità (o comunque incertezze sulla possibilità) di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire dalla traccia originale sugli abiti

10) Palesi incongruenze nelle testimonianze su “Ignoto1”

11) Accreditamento di soli elementi e testimonianze a sfavore, costanti fughe di notizie parziali tendenti a suggerire una lettura sfavorevole all’attuale indagato

12) Incongruenze nell’ordinanza del GIP circa la natura probatoria ovvero meramente indiziaria del DNA

13) Oscillazioni della giurisprudenza cassativa sul valore probatorio ovvero indiziario del DNA, assenza di pronunce a Sezioni Unite, contestazioni dottrinali e implicazioni processuali e fattuali della cosiddetta “fallacia dell’accusatore”

I primi due punti (assenza di movente e mancata reiterazione del reato) vanno esaminati contestualmente poiché si spiegano a vicenda.
Dopo ore passate ad esaminare decine di studi inerenti agli omicidi a sfondo sessuale sono giunta alla conclusione che le possibilità che una persona possa compiere un unico e isolato atto di violenza sessuale, che sfoci o meno in omicidio, sono prossime allo zero.
La violenza sessuale perpetrata ai danni di una donna, o peggio di una bambina, non è posta in essere da un giorno all’altro da un soggetto clinicamente sano.
Tali comportamenti sono il risultato di  disturbi psichiatrici di gravità variabile i quali trovano la loro origine nell’infanzia del soggetto.
Non si potrà mai stabilire con certezza perché un essere umano decida di seviziare e uccidere un suo simile, ma si può, nel nostro caso specifico, prendere atto del fatto che sia apparentemente, sia a detta di tutte le persone che lo conoscono e interagiscono con lui, sia da accreditate voci di figure professionali operanti all’interno delle mura del carcere, il sig. Bossetti non mostra nessun sintomo riconducibile al profilo del “mostro”.

Dal momento in cui si stabilisce che questo genere di omicidi si manifestano in una maniera seriale andiamo a conoscere, solo per curiosità, la figura del serial-killer.

A tal fine, traggo alcuni contenuti dall’interessantissimo saggio “La figura del Serial Killer tra diritto e criminologia”, del Dott. Gianluca Massaro:

“Il termine serial killer è piuttosto recente, ma il fenomeno è risalente nel tempo: gli assassini seriali ci sono sempre stati, anche se l’omicidio seriale non veniva riconosciuto e definito come tale ed anche se può sembrare un fenomeno dei nostri tempi visto che, oggi, se ne sente parlare così di frequente.
Gli assassini seriali sono a detta di chi è “del mestiere”, cioè  di chi si occupa di criminologia e di psicopatologia forense, soltanto coloro che hanno ucciso più persone in momenti successivi, per il ripetersi di una particolare motivazione: “la distruttiva e sadica associazione di sesso e morte”.
Quest’ultimo è un binomio esplosivo, niente di meglio per suscitare in tanti curiosità, per alimentare morbosi interessi o per scatenare fantasie proibite. L’uccidere per sesso o facendo sesso è dunque ciò che, tradizionalmente, ha definito il serial killer, anche se, come vedremo, questa è soltanto una delle motivazioni alla base del comportamento omicidiario seriale.
Del resto, i più moderni ed innovativi studi relativi all’omicidio seriale, hanno dimostrato come questo sia un fenomeno molto più complesso.”

Ancora, dallo stesso studio emerge che:

“In questo secolo, il problema dell’omicidio seriale è diventato particolarmente evidente, sia a causa di un notevole incremento numerico degli assassini seriali, sia a causa della maggiore attenzione prestata dai mass media a casi di questo genere. Fino all’inizio degli anni ’80, il termine serial killer non esisteva e questo tipo di criminale veniva genericamente definito multiple killer (assassino multiplo). Sotto questa denominazione erano raggruppati tutti gli assassini che uccidevano più di una vittima, senza però operare alcuna distinzione fra i diversi eventi delittuosi. L’espressione serial killer venne coniata negli Stati Uniti e, precisamente, dagli agenti dell’F.B.I.; la paternità di questo termine non è casuale, dato che gli Stati Uniti sono il paese che presenta il numero più alto di assassini seriali nel mondo. La definizione data dall’F.B.I., che tuttavia si rivela minimalistica e piuttosto asettica, è la seguente: “un serial killer è un soggetto che uccide più persone, generalmente più di due, in tempi e luoghi diversi, senza che sia immediatamente chiaro il perché, anche se lo sfondo sessuale del delitto è quasi sempre riconoscibile”.

Riprendo un significativo punto del trattato, pubblicato anche sul sito Altro Diritto, per chiarire ulteriormente in che modo un assassino seriale diviene tale, ovviamente per grandi linee visto che ogni essere umano ha le sue peculiarità ed è unico pur rientrando in una categoria significativamente definita dagli studiosi:

” […] Comunque sia, gli autori che si sono occupati di questo argomento concordano tutti su un punto, cioè l’importanza della presenza di esperienze traumatiche nell’infanzia e nell’adolescenza degli assassini seriali.
Bisogna però notare che molti bambini traumatizzati durante l’infanzia e molti adolescenti cresciuti in condizioni di emarginazione e di abbandono, non diventano assassini seriali, preferendo invece mettere in atto altre modalità comportamentali, devianti o meno.

Perché allora, alcuni diventano proprio dei serial killer?

Probabilmente la prospettiva teorica che fornisce una spiegazione migliore è quella basata sul modello sistemico- relazionale; secondo tale spiegazione, l’individuo, tenuto conto delle sue caratteristiche innate, che hanno la loro importanza, subisce tuttavia l’influenza dei sistemi nei quali è inserito e delle relazioni che ha instaurato con gli altri nell’ambiente.

Secondo questa teoria, gli assassini seriali sono il prodotto della famiglia di provenienza e del sistema di pensiero genitoriale ed a questo elemento si unisce la personalità individuale ed eventuali caratteristiche fisiologiche particolari.
Quando poi le relazioni diventano negative e disgreganti, non tengono più insieme il sistema dell’assassino seriale, che quindi va a pezzi ed il soggetto perde così il senso della realtà.

L’azione omicidiaria ricompone temporaneamente il sistema del soggetto, fino a quando altre relazioni negative non ne compromettono nuovamente l’esistenza.
In quest’ottica, il comportamento omicidiario seriale può essere visto come la risultante di tre fattori (individuale, socio-ambientale, relazionale), che si intrecciano tra loro, con importanza diversa da soggetto a soggetto. Il fattore individuale include tutte le caratteristiche personali dell’assassino seriale.
Il fattore socio-ambientale comprende tutte le componenti sociali che possono influenzare il comportamento di un assassino seriale.
Il fattore relazionale è una sintesi dei due fattori, il loro punto d’incontro;questo fattore è una misura del grado di scambio esistente tra individuo e ambiente e del modo in cui il soggetto si rapporta agli altri. Un pò come dire, in termini spiccioli, che “l’ambiente” fornisce “l’arma”, “il soggetto” la “carica” e la maniera distorta del soggetto di rapportarsi con l’ambiente che lo circonda tira il grilletto.In questo campo, si nota la tendenza di molti autori, primi tra tutti gli esperti dell’F.B.I., a considerare assassini seriali solo quei soggetti i cui omicidi sono, in qualche modo, collegati a turbe di natura sessuale.
In realtà, una spiegazione unica per tutti gli assassini seriali non esiste, in quanto le motivazioni alla base del comportamento omicidiario seriale possono essere molteplici […]”.

Quindi mi sento di concludere dicendo, non prima di aver rielaborato un concetto tratto dagli studi del Prof. Nicola Malizia, che gli aspetti caratteriali  e il “modus vivendi” del sig. Bossetti, per quanto ci si sforzi analizzando persino oggetti intimi come biglietti di auguri scritti da e per sua moglie, proprio non coincidono con i tratti dell’omicida seriale sessuale, in primis per l’assenza di crimini simili in zona o fuori attribuibili a lui e secondo perché nessuno dei tratti sottoelencati è stato evidenziato durante le indagini, nonostante esse siano state particolarmente invasive e, a tratti, morbose.

“Esistono milioni di uomini in tutto il mondo che, pur avendo subìto nella loro esistenza esperienze analoghe o anche peggiori, non sono per questo divenuti dei criminali pericolosi. Il terrore di perdere il controllo sulla propria esistenza spinge tali soggetti ad immergersi in attività definiti elementi facilitanti, cioè una serie di attività “devianti”, come abuso di droga ed alcol e fruizione ossessiva di materiale pornografico.

Ed ancora:

  • i soggetti hanno avuto esperienza di eventi traumatici più o meno gravi;
  • queste esperienze hanno portato delle conseguenze psicologiche;
  • si manifesta un progressivo isolamento dei soggetti dal gruppo dei pari e dalla società. Si sviluppa un progressivo ed intenso sentimento di perdita del controllo sulla propria esistenza; si affacciano pratiche devianti (abuso di alcol, droga e pornografia). E’ possibile dire che un soggetto diviene un sadico sessuale in serie solo perché ha subìto dei traumi infantili, ha utilizzato, nell’adolescenza, materiale pornografico, poi, ha fatto uso di sostanze alcoliche e stupefacenti?

Molti individui hanno subìto traumi, abusano di alcol e fruiscono ossessivamente di pornografia, senza divenire però assassini.

L’ipotesi del bisogno di dominio e di possesso, amplificato dal quadro psicopatologico sovente riscontrabile in tali soggetti, sembra essere la base motivazionale più verosimile.

Tale spinta motivazionale dovrebbe articolarsi nelle seguenti dinamiche psicologiche:

  • percezione da parte del soggetto che l’ambiente non si cura di lui;
  • ricerca ossessiva dell’attenzione, del rinforzo positivo, della gratificazione, del riconoscimento del proprio valore.

Tutte le ricerche effettuate sui serial killer hanno infatti evidenziato come punto centrale della vita di questi soggetti la loro fantasia violenta, ritualizzata e compulsiva.
La fantasia violenta non deve essere intesa come una violenza votata alla distruzione, ma al controllo e al dominio.

Questi criminali sognano di uccidere, di violentare, fantasticando di dominare, di avere il potere sulla vita altrui, quasi come se, controllando l’esistenza delle vittime, potessero riprendere il controllo che sentono di aver perso sulla propria vita.
Il serial killer tortura, mutila, lega ed interagisce con la vittima per dominarla e solo quando la fantasia di dominio è raggiunta la vittima non ha più alcun valore come oggetto di piacere e può essere uccisa.

Il dialogo con la vittima

Dopo avere ucciso, il serial dialoga con la vittima, questa è solo nelle sue mani, è la sua preda, annientata, giace inerme, può infierire, continuare a distruggere; la sua morte lo fa riappropriare della sua vita.
Ciò non vuol dire che il sesso non entri in gioco, infatti, in alcuni casi, tali soggetti divengono serial killer sessuali, anche se non rappresentano la maggioranza. Il sesso e la fantasia sessuale, violenta e sadica, entrano in gioco perché la sfera sessuale sembra al killer la più eccitante e la più denigratoria per la vittima. Il Serial si rende conto che attraverso un crimine sessuale e sadico riesce a raggiungere il massimo obiettivo in riferimento alla soddisfazione personale legata al dominio e alla denigrazione della vittima a semplice ed inutile oggetto da controllare.

Il primo omicidio

Il primo omicidio produce nei criminali sentimenti contrapposti.
Cosa provano? Dal piacere alla repulsione, dalla paura all’ansia, ma invariabilmente tutti provano anche un’intensa sensazione di potere. Ed è allora che, spesso, la fantasia riprende il sopravvento con forza sempre maggiore, il killer fantastica, uccide e fantastica, incapace di fermarsi, come un tossicodipendente che è caduto nel vizio, che in questo caso è il vizio dato dal potere di scegliere a chi dare la morte e a chi la vita. l’omicida comincia a fantasticare un nuovo omicidio,magari con condotte di controllo e manipolazione della vittima più accentuati. Più il soggetto fantastica, più sente il bisogno compulsivo di attuare in vivo tale fantasia,finché non decide che è giunto il momento di agire di nuovo.

Nel nostro caso sembra abbastanza evidente che l’indagato, il sig. Massimo Giuseppe Bossetti, non rientri nel profilo dell’omicida seriale e, giacché l’assenza di movente specifico sarebbe motivabile solo nel caso di serial killer con movente sessuale, che però in questo caso non trova riscontro, si dovrebbe ricercare per l’appunto un movente specifico.
Questo cane che si morde la coda diventa, per l’accusa, un bella gatta da pelare dal momento che rimane difficile credere che un uomo regolare, senza precedenti penali possa avere un “conto in sospeso” con una bambina che nemmeno c’è prova che conoscesse.

Se dai primi due punti in disamina ci spostiamo al terzo, relativo alle particolari modalità dell’aggressione, la sensazione che qualcosa non quadri nel teorema colpevolista diviene inevitabilmente più forte.
Infatti, se in precedenza qualcuno avrebbe forse potuto provare ad avanzare il sospetto di trovarsi dinnanzi ad un caso del tutto atipico, far quadrare i conti in presenza di una modalità di aggressione tanto anomala per un agente adulto risulta pressoché impossibile.

Il nocciolo della questione è che, per quanto ci si sforzi, il quadro attualmente disponibile sembra suggerire pressantemente la spasmodica ricerca di una colpevolezza che non esiste.

Il problema è dato forse dal fatto che rinunciare ad un’idea supinamente accettata può essere molto difficile.
Nell’opera di N. Gregory Mankiw, Principi di economia, vi è una sezione dedicata alla psicologia del consumatore.
Quando lessi l’opera in questione, rimasi estremamente colpita da alcuni esempi miranti a dimostrare come, in genere, la maggior parte delle persone sia poco propensa a mettere in discussione le proprie convinzioni.
Ricordo, in particolare, che veniva presentato a tal fine il resoconto di un esperimento effettuato anni addietro negli USA: ad una serie di persone era stato fatto leggere un documento con dei dati statistici (e quindi numerici) sull’impatto della presenza/assenza della pena di morte in vari Stati, e sorprendentemente era risultato che coloro che erano favorevoli alla pena capitale traevano dal documento una conferma alle proprie posizioni… Ma la stessa cosa (sulla base degli stessi dati!) avveniva per coloro che erano in partenza contrari.
Ciò indica come la propensione al dubbio sia appannaggio di pochi: l’uomo, per propria natura, tende a crogiolarsi nelle proprie certezze senza metterle in discussione.

A ciò si aggiungano i risultati che può avere la pressione mediatica, posto che l’istinto gregario riveste un ruolo preminente nella psicologia sociale.
Il celebre esperimento condotto alcuni decenni or sono dal noto psicologo Solomon Asch mostra come spesso l’istinto gregario finisca per avere la meglio perfino su ciò che si può appurare con i propri sensi.
L’assunto di base dell’esperimento di Asch consisteva nel fatto che l’essere membro di un gruppo è una condizione sufficiente a modificare le azioni e, in una certa misura, anche i giudizi e le percezioni visive di una persona.
L’esperimento si focalizzava sulla possibilità di influire sulle percezioni e sulle valutazioni di dati oggettivi, senza ricorrere a false informazioni sulla realtà o a distorsioni oggettive palesi.
Il protocollo sperimentale prevedeva che 8 soggetti, di cui 7 complici dello sperimentatore all’insaputa dell’ottavo, si incontrassero in un laboratorio, per quello che veniva presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva.
Lo sperimentatore presentava loro delle schede con tre linee di diversa lunghezza in ordine decrescente; su un’altra scheda aveva disegnato un’altra linea, di lunghezza uguale alla prima linea della prima scheda.
Chiedeva a quel punto ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente nelle due schede.
Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente errata; il vero soggetto sperimentale, che doveva rispondere per ultimo o penultimo, in un’ampia serie di casi iniziava regolarmente a rispondere anche lui in maniera scorretta, conformemente alla risposta sbagliata data dalla maggioranza di persone che aveva risposto prima di lui. in sintesi, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva, consapevolmente e pur sulla base di un dato oggettivo, di assumere la posizione esplicita della maggioranza (solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente e non ciò che sentiva di “dover” dire).

Cionondimeno, nel momento in cui non si parla del tempo, ma di un uomo incensurato che grida la propria innocenza, è necessario uno sforzo per far sì che quel dubbio, così sgradito, possa sopraggiungere, consentendo di analizzare i fatti con la lucidità necessaria ed in maniera autenticamente scevra di preconcetti di sorta.

L’ordinanza del GIP Dott.ssa Vincenza Maccora, riprendendo le risultanze dell’esame autoptico, descrive le lesioni riscontrate sul cadavere della piccola Yara (almeno otto da taglio e una da punta e taglio) come “relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso”.
Infatti, come emerge dalla stessa ordinanza, stando all’analisi dei contenuti gastrici la morte della piccola Yara sembra collocarsi alcune ore dopo la sua scomparsa, e nonostante lo stato di avanzata decomposizione del corpo renda difficile pervenire a conclusioni certe, si suppone sia stata concausata da ipotermia.

Di contro, non dovrebbero essere riconducibili a lesioni causate dall’arma bianca da punta e taglio quelli che appaiono descritti come “segni di lesività contusiva al capo (nuca, angolo destro della mandibola e zigomo sinistro)”: ciò per l’ovvia constatazione che per azione contusiva si intende pacificamente “l’incontro violento (urto) del corpo con una superficie resistente, piana od ottusa”, e risulta essere corpo contundente “ogni oggetto non pungente, non tagliente e non fendente” (definizioni tratte da “Lesività contusiva”, del Dott. Roberto Molteni).

Riconoscendo dunque come esito di ferite procurate con arma bianca da punta e taglio le sole summenzionate lesioni “relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso”, appare lecito chiedersi come possano essere attribuite ad un muratore quarantenne per forza di cose abituato all’uso di un certo tipo di strumenti e dotato di una certa forza fisica.
La stessa collocazione delle ferite (situate su collo, polsi, torace, dorso e gamba destra) appare piuttosto disordinata, e nel complesso il quadro sembra suggerire il fatto che l’aggressore avesse scarsa forza fisica e scarsa manualità con l’arma del delitto.
Il quadro generale delle modalità dell’aggressione, insomma, piuttosto che un agente adulto, sembrerebbe suggerire un possibile atto di bullismo degenerato, o comunque un atto compiuto da persona/e molto giovane/i, non necessariamente di sesso maschile.

A ciò potrebbe essere aggiunta la logica considerazione che, se si suppone che Yara conoscesse il suo aggressore, sembra piuttosto anomalo che una tredicenne accetti di incontrarsi con un quarantenne, per di più senza dare nell’occhio.
Allo stesso modo, ammesso e non concesso un quadro di questo tipo, sarebbe ancor più anomalo che una giovane, appena adolescente, provi un’attrazione o una semplice curiosità nei confronti di un adulto e non ne parli con neppure con l’amichetta del cuore: una trasgressione di questa portata, oltre ad apparire difficilmente conciliabile sia con la figura della piccola Yara sia con quella del signor Massimo Bossetti, non potrebbe certamente passare inosservata e mal si concilia con tutto il resto.

Ma c’è di più: recentemente è emerso che ci sarebbe una misteriosa data da tenere in considerazione, emersa a più riprese nel corso degli interrogatori: si tratta del 20 novembre 2010.
“Forse una ricorrenza o un indizio dato – pare – da una persona vicina alla famiglia Bossetti che ha dato una pista, forse l’ipotesi di un movente. Eppure tutti rispondono allo stesso modo: “Quel giorno non mi dice nulla”.
Così si legge, ad esempio, in questo articolo: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/yara-spunta-data-misteriosa-1037739.html
Ma tralasciamo il 20 novembre per un attimo e torniamo sull’eventualità che Yara e il sig. Bossetti si conoscessero.

C’è chi sostiene si tratti di un delitto occasionale compiuto appunto da un pedofilo occasionale che sceglie a caso la sua vittima, la punta e l’aggredisce, salvo poi lasciarla in vita per sopraggiunto panico, questo perché non essendoci alcun legame accertato tra vittima e presunto carnefice, né numeri di telefono, né persone che li abbiano visti insieme, la spiegazione più semplice è che non si siano mai visti prima dell’aggressione.

Ma allora cosa sarebbe mai potuto succedere sei giorni prima?

Ammesso che fosse il sig. Bossetti l’assassino occasionale e che non conoscesse Yara prima di quel tragico venerdì in cui è stato colto da un raptus, come si può far risalire a sei giorni prima un segnale da parte sua che aprirebbe l’ipotesi di un movente?
Stando alle illuminanti ipotesi presentate nel corso di Segreti e Delitti, sorvolando sul modo inappropriato di gesticolare con fare canzonatorio del conduttore il quale precisa che tutte le incongruenze “dovranno essere spiegate dal Bossetti agli inquirenti” (l’onere della prova a carico dell’accusa è, ahimè, un lontano ricordo dell’Italia che fu) si presuppone che in data 20 novembre sia la famiglia Gambirasio che la famiglia Bossetti si trovassero entrambe all’osservatorio astronomico di Brembate per un evento riportato anche dal’Eco di Bergamo e sarebbe stato in quell’occasione che l’uomo, vedendo la ragazza per la prima volta, avrebbe maturato il proposito di farle del male posto in essere appena sei giorni dopo.

Ma se così fosse e la segnalazione di questa data fosse venuta da qualcuno vicino al Bossetti sarebbe stato lui stesso a riferire a questo qualcuno le sue intenzioni o quantomeno di aver provato una pulsione improvvisa per una bimba sconosciuta sino a quel momento?
L’ipotesi sembra a dir poco assurda.
Incredibilmente nell’ambito della stessa trasmissione, andando avanti, si ipotizza però che Yara, trovandosi in una strada trafficata, non sia stata rapita, bensì, sia salita di sua spontanea volontà in auto data la sua conoscenza con l’imputato, “una conoscenza non tanto approfondita da permettergli di inviarle messaggi, infatti non c’è il numero del muratore tra i contatti di Yara, ma abbastanza solida da far sentire al sicuro lei che era ben educata e diffidente”, dice il giornalista.
Quindi una comoda via di mezzo per giustificare il mancato scambio del cellulare e l’ingenuità di consegnarsi al lupo cattivo.
Più o meno sarebbe andata così: “Ciao, ti ricordi di me? Ci siamo visti sabato scorso all’osservatorio…”.

Quanto a plausibilità dell’ipotesi, di male in peggio.

E’ plausibile che un uomo con famiglia a seguito avvicini e conosca una bimba, accompagnata dai genitori, in pubblico, senza destare sospetti o dare nell’occhio come può accadere a due adulti al bar?
Questa notizia “blindata” della soffiata sul 20 novembre sembra molto forzata, specialmente nello svolgersi di un fatto di cronaca abbondantemente pubblicizzato ove non trova collocazione un silenzio stampa di questa portata.
Per questo motivo sono andata a leggere tutti gli articoli riguardanti questo 20 novembre, ed ho notato che c’è chi ha parlato di “annotazione riconducibile a Bossetti”.
Non ci si può non chiedere cosa possa significare un’espressione di questo tipo.
Non potrei sopravvivere alla divulgazione di una notizia del tipo “Gli inquirenti, durante il sopralluogo nell’abitazione del Bossetti, hanno rinvenuto un calendario dell’anno 2010 dove la data del 20 novembre era cerchiata in rosso”.
A questo punto si potrebbe tranquillamente portare alla sbarra Frate Indovino!

Insomma, se la prova regina deve essere di tipo scientifico, è bene che la scienza non si allontani dal suo presupposto primario: il logos, da cui deriva il concetto di “logica”.
Logica che, per quanto ci si sforzi, non sembra in alcun modo ravvisabile nel castello accusatorio a carico del signor Massimo Bossetti.

Riguardo al punto quattro (mancato occultamento del corpo) voglio provare a ragionare per assurdo.
Il sig. Bossetti, mosso da non si sa che movente, tende un agguato alla giovane ginnasta.
Questo posto che abbiamo abbondantemente ragionato sulle inverosimili e contraddittorie  modalità con cui si suppone l’abbia avvicinata.
Al termine dell’aggressione, in un luogo ancora non ben definito, egli ferisce la bambina, senza causare la di lei morte, almeno nell’immediato, e non si preoccupa delle conseguenze del suo folle gesto.
A rigor di logica chi si macchia di un delitto così orrendo, a meno che non si tratti di un minorato mentale o di un adolescente, vede come prima necessaria mossa l’accertarsi dell’avvenuto decesso e, successivamente, si adopera per occultare il cadavere.
Questo mi spinge a dubitare fortemente di una serie di circostanze, che sono state trattate come fossero secondarie, quali il luogo del rinvenimento, la permanenza del cadavere in quello stesso posto per la durata di tre lunghi mesi e la stessa causa del decesso.
A mio profano parere questi tre elementi sono la chiave di volta di questo interminabile giallo ma, purtroppo,non è stata data loro la giusta considerazione dal principio e, a furia di abbozzare, la comprensibile confusione iniziale si è trasformata in un caos.
È ormai persa ogni speranza di venirne a capo, il bandolo è irrecuperabile un po’ come quando si lascia un gomitolo in balia di un gatto.
Per quanto mi sforzi non riesco a capire il perché il sig. Bossetti, complice il buio della serata, non avrebbe scelto di caricare il corpo in auto o sul furgone per poterlo occultare mettendosi al sicuro.
Un adulto automunito non opera una scelta così avventata, lo fa un ragazzo a cui sono sfuggite le cose di mano e comunque il fatto che ci siano voluti tre mesi per ritrovare Yara o è mera coincidenza,per quanto strana, o più plausibilmente, è morta altrove e solo successivamente è stata lasciata lì a Chignolo.
Questo dato, se vogliamo dare per buono il risultato del test del DNA sulla traccia incriminata e vogliamo quindi ragionare come se fossimo in una puntata di CSI, sarebbe dovuto emergere dall’autopsia che come minimo, vista la tecnologia fantascientifica della quale disponiamo, avrebbe dovuto rivelare se il corpo è stato tenuto altrove (all’aperto o al coperto) e per quanto tempo.
Tralasciamo per un momento tutte le considerazioni possibili riguardo alle domande che non trovano risposte nel referto autoptico, reso difficoltoso anche dall’avanzato stato di decomposizione del corpo, non mancando di tornarci in un secondo momento e teniamoci da parte anche un’attenta analisi sulla dubbia localizzazione della scena primaria del crimine, la quale è via via diventata più itinerante di un circo, per spendere qualche parola sul profilo di DNA preso in esame, ovvero quello di IGNOTO 1.

Non è dato sapere come mai l’attenzione delle analisi forensi si sia focalizzata solo su di esso dal momento che, sin dal primo momento, si è parlato di molteplici e diverse tracce, e, giustamente aggiungerei, si  è sospettato che l’omicidio fosse stato opera di più agenti denominati appunto IGNOTO 1, IGNOTO 2 e IGNOTO 3 (punto 5 in disamina).
Questo ragionamento, dettato dalla logica, si è perso lasciando il posto ad una sorta di lotteria dove IGNOTO 1 ha vinto il primo premio.
Si disse che, così come l’arma del delitto, non fu mai ritrovato il cellulare della ragazza e che, fatto davvero strano e degno di nota, nelle tasche del giubbotto vi erano i guanti ordinatamente piegati nella maniera in cui ognuno di noi li infila in tasca, la scheda SIM e la batteria del telefono.
Ora, pur volendo supporre che il Sig. Bossetti agì da solo e quindi che le restanti tracce biologiche non identificate non siano degne di nota, l’uomo si sarebbe ferito durante l’aggressione ma non avrebbe lasciato il suo DNA né sulla sim né sulla batteria.
Facciamo un passo indietro ponendoci delle domande.
Se i DNA restanti non sono degni di nota vuol dire che gli inquirenti hanno concesso loro  il beneficio del dubbio di un trasporto casuale magari dovuto alla lunga esposizione alle intemperie?
Li hanno forse esclusi data la loro posizione sulla parte anteriore del corpo dando più importanza alla traccia presente nella parte posteriore ipotizzando che questa fosse l’unica attendibile in quanto la vittima si trovasse in quella posizione e in quel preciso posto sin dalla sera del 26 novembre?
E ancora, se l’uomo si fosse ferito un dito sferrando un fendente, che dovrebbe essere necessariamente l’ultimo, e il suo sangue si fosse trasferito sul corpo, come mai non ve ne è traccia né sulla sim né sulla batteria?
Avrebbe dovuto rimuoverli prima di ferirsi ma dopo aver stordito la ragazza se non fosse che appare più plausibile che i colpi inferti con l’arma da taglio siano precedenti al colpo alla testa, trattandosi di ferite da arma bianca incerte e poco profonde compatibili con un soggetto ricevente in movimento che prova a sfuggire all’aggressione.
Questo è facilmente deducibile, non serve un esperto, dal fatto che le ferite sono molteplici e distribuite su tutto il corpo, sia nella parte anteriore che in quella posteriore, quindi appare davvero difficile pensare che siano state inferte su un corpo già disteso e privo di sensi.
Ciò comporterebbe la stranezza di averlo dovuto girare per infierire, debolmente, su entrambi i lati.
Altra circostanza stranissima, se il sig. Bossetti non è Wolverine perché se lo è allora si spiega, è quella del ferimento accidentale nel momento dell’aggressione a mezzo lama.
Chiunque si sia mai ferito una mano o peggio un dito sa benissimo che la perdita di sangue è consistente trattandosi di estremità e, pur restando fermi e tamponando, passerà un certo lasso di tempo prima che il sanguinamento si arresti del tutto, figuriamoci durante il concitamento di un’aggressione!
La pressione sanguigna, il battito accelerato e i movimenti bruschi compatibili con una colluttazione averebbero lasciato agli inquirenti ben più di una esigua traccia di DNA.
Tornando alle altre tracce biologiche presenti sul corpo perché non sono state anch’esse confrontate con i DNA prelevati a tappeto?
Non è strano che disponendo di ben tre termini di paragone si sia preferito usarne uno?
Dal momento in cui si è deciso di mettere la soluzione di questo giallo nelle mani di una scienza, affidabile sì ma che pretende elementi con determinate caratteristiche al fine di ottenere risposte altrettanto affidabili, in Italia oso definire ancora a livelli di esperienza embrionali perché non alzare il tiro e non cercare di stabilire l’identità di tutti gli IGNOTI?

Inoltre, da accanita lettrice di gialli, non disdegno l’uso della scienza purché accompagnata dal buon vecchio ragionamento stile Poirot.

Avvicinare, convincere a farsi seguire su un mezzo di trasporto, guidare e, allo stesso tempo, mantenere il controllo di una ragazzina sconosciuta, o volendo proprio crederci conosciuta superficialmente, recarsi in un luogo appartato con la probabilità di destare il sospetto della passeggera e scatenare un suo conseguente tentativo di scendere o di chiamare aiuto, perpetrare un tentativo di violenza fuori dall’abitacolo (visto che in nessuna autovettura del sig. Bossetti è stata rinvenuta traccia di Yara e il DNA così come non vola neppure si smaterializza) sono una serie di circostanze inverosimili, incredibili che, laddove si fossero verificate davvero in questa sequenza, sarebbero molto più uniche della sequenza del DNA.

Sempre usando il ragionamento, visto che il “popolino” più passa il tempo più ricordi matura, (procedimento inversamente proporzionale alla logica messo in atto puntualmente in circostanze del genere e cioè laddove ci sia un “mostro” da inchiodare alle sue responsabilità) come mai nessuno ricorda ferite, cerotti o bendaggi sulle mani del sig. Bossetti nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Yara?
E ancora come ha fatto quest’uomo a compiere un gesto tanto agghiacciante, che solo il pensarlo per provare a  ricostruire gli eventi mette i brividi, senza lasciar trasparire un’ombra di emozione addirittura recandosi puntuale al lavoro il giorno seguente?

Nessuno ricorda un uomo che, in un piccolo centro, chiacchiera con una bambina, nessuna compagna di palestra ha mai visto il sig. Massimo “appostato” fuori al centro sportivo, e volendo considerare che non sia saltato all’occhio delle piccole ginnaste, vedo davvero difficile che la stessa cecità abbia colpito le madri, i padri e le insegnanti.

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“Ma questa è un’altra storia” direbbe Michael Ende e non esiste la possibilità di raccontarla un’altra volta poiché tutti gli “elementi” che depongono a favore del sig. Bossetti sono stati abilmente occultati agli occhi dei telespettatori famelici da parte dei giornalisti sensazionalisti, poiché non appetibili quanto quelle ridicole bassezze definite, sembra quasi una bestemmia, niente poco di meno che “prove”.

Dunque quale modalità di interazione tra i due è più accreditata?
Nemmeno i giornalisti macellai più fantasiosi sono riusciti a proporcene una credibile, ma approfittando di un pubblico a cui poco interessa la verità purché ci sia del torbido, laddove non riescono a proporre una sequenza di fatti plausibile, hanno in cantina dei candelotti fumogeni da lanciare tra una pubblicità e un furgone fantasma.

Agli occhi dei più attenti però non è assolutamente pensabile che il sig. Massimo abbia architettato di rapire una bambina che precedentemente ha sorvegliato e pedinato al pari di un provetto 007, senza però licenza di uccidere, barcamenandosi tra una doccia solare, dalla quale aveva una visuale perfetta su non si sa bene cosa, sospetti rifornimenti di carburante alla sua autovettura, buche al lavoro con la scusa del medico, e, tenetevi forte, l’acquisto compulsivo di figurine di Yu-Gi-Oh!
E poi, perdonatemi l’azzardo, ma se quest’uomo avesse sul serio avuto un’ossessione per Yara, come mai, durante il giorno non si è mai aggirato nei dintorni della scuola dove sarebbe di certo passato più inosservato?
Altro particolare davvero degno di nota è il fatto che gli inquirenti insistono su questa linea dell’ossessione malata, che pretende una qual forma di controllo e consapevolezza dei movimenti della vittima da parte del suo carnefice, ma dimenticano che proprio quella sera lei non sarebbe dovuta uscire.

Il-Giorno Da “Il Giorno” del 16 dicembre 2010

Allora ci spiegassero una volta per tutte, il sig. Massimo è un maniaco goffo ed impedito, tremendamente astuto, o sfacciatamente fortunato?

Parliamo ora delle reazioni psico-fisiche di un soggetto che porta a termine un disegno criminoso sfociante in un’aggressione fisica nei confronti della persona che alimenta la sua ossessione; esse sono svariate e ritengo che illustrarle potrebbe far riflettere il lettore sul fatto che c’è un’enorme differenza tra il rappresentarsi un fatto, immaginandolo alla stregua di un film, e viverlo mettendo in atto fantasie perverse. Tutti hanno delle fantasie e guai a volerle sindacare,non a caso si chiamano fantasie, ed infatti la gran parte delle persone non le mette mai in atto perché significherebbe snaturale.
Vero è che, da che è nato il mondo, c’è sempre stato chi si è macchiato del reato più orribile che esista e vero è anche che intorno a noi ci sono persone prive completamente di empatia che riescono a prendersi l’innocenza e la vita di un bambino con la stessa naturalezza con cui caricano una lavatrice.
Ma l’accusa confusa ha riconosciuto, ancor prima di riconoscere il sig. Bossetti come IGNOTO 1, che l’aggressione denotava insicurezza, esitazione e che le ferite, da sole, non sarebbero state sufficienti a cagionare la morte se non “aiutate” dall’ipotermia.
In poche parole chi aggredì Yara non rientra propriamente nel profilo della persona di ghiaccio con tendenze psicopatiche.
Posto che l’Italia tutta, a mò di pulcino che seguirebbe la chioccia anche in un fosso, è persuasa che la morte di Yara sia avvenuta per mano del sig. Bossetti allora l’Italia tutta deve almeno considerare l’idea che una qualche reazione, se pur minima, sia seguita ad un gesto così efferato.
Da numerosi studi emerge che, psicopatici a parte, chiunque compia un gesto che provochi la morte di un suo simile attraversa nell’immediato e nei giorni e settimane successive, dipende poi dal soggetto, delle fasi di sofferenze che si manifestano a livello fisico.
Nell’immediatezza, ad esempio, può accadere di vomitare o di essere presi da crampi allo stomaco e alle articolazioni, può subentrare un forte tremore, scoordinazione nei movimenti e nei pensieri.
I polemici risponderanno che Lui ha avuto quattro lunghi anni per “perdonarsi” e “rimuovere” ma a caldo può essere rimasto così freddo?
Può essere rientrato in tempo per la cena e aver mangiato come se nulla fosse?
E se pure decidessimo di non credere che sia tornato a casa per cena e che invece abbia preferito eclissarsi per alcune ore come è riuscito, fisicamente, ad alzarsi alle 7 l’indomani e, senza batter ciglio, mettersi a dar di cazzuola?
Eppure, che lo abbiano visto far benzina o che non lo abbiano MAI visto in un dato bar, che lo abbiano visto in cantiere o che non lo ricordino per niente dal grossista di materiali edili, nessuno, e dico nessuno, ha mai sostenuto di ricordarlo sconvolto, agitato o almeno turbato.

Sapete perché?
Perché questo non è un film, diamine se non lo è!
Quello che si vede nei film non corrisponde al vero.
Non si può rapinare un tir a 200 all’ora come in Fast and Furious, non si può correre tra le pallottole senza beccarne una o prendere decine di calci nelle costole e rialzarsi come in Charlie’s Angels perché lo vediamo in TV.
Allo stesso modo non si può essere il Sig. Massimo Giuseppe Bossetti, figlio di una relazione extra-coniugale, morboso pedinatore della notte, assassino di bambini, “mostro”, incastrato e inchiodato alle sue responsabilità da una prova incontestabile, che da sola vale una condanna all’ergastolo, solo perché lo dice la TV.

Se la scelta della maxi comparazione a tappeto fosse ricaduta sulla traccia 2 o sulla 3 adesso avremmo un altro uomo o una donna a caso dietro le sbarre.
Il sig. Massimo, al quale va tutto il mio sostegno morale, è un uomo forte e sicuro della sua innocenza, sicuro del fatto che mai e poi mai torcerebbe un capello ad anima viva, un uomo mite e gentile che non ha mai avuto in vita sua precedenti di violenza, un uomo metodico senza grilli per la testa che ama sua moglie, i suoi figli e i suoi familiari, un uomo umile ma con una grandissima dignità che ancora crede che non si possa punire un innocente per un crimine che non ha commesso e che quindi tutto si aggiusterà.
Nel suo isolamento non vacilla e non strilla poiché non ha rimorsi e nulla di cui pentirsi.
Spero che la solitudine non gli mini il fisico e la mente perché chi dovrà pagare per gli errori commessi non riuscirebbe comunque a restituirgli la salute persa.

Ricordo un racconto del quale non rivelerò la fonte.
Parla di un prigioniero tenuto in isolamento per mesi che di punto in bianco scorge un ragno su di una parete della sua buia prigione. Viene colto da un turbinio di pensieri. Vorrebbe tenerlo con sé, impedirgli di andare via attraverso una minuscola fessura perché non ha nessuno con cui parlare e quel ragno potrebbe ascoltarlo e tenergli compagnia.
Potrebbe dividere la sbobba con lui e farne il suo migliore amico, offrirgli un giaciglio per la notte.
D’altronde cosa dovrebbe tornare a fare in quel mondo pazzo e malvagio lì fuori? Starà senz’altro meglio con lui. NO!
“Lui non farà del ragno un prigioniero, chi è lui per privare un essere vivente della sua libertà.” dice a se stesso.
Guarda il ragno scivolare via e sorride, lui non è fatto della stessa pasta di chi lo ha rinchiuso e dimenticato lì in quella cella buia e fredda. LUI è diverso, LUI è un uomo perbene.

Il sesto punto, relativo al ritardo nel circoscrivere il luogo del rinvenimento, acquista importanza sotto due profili distinti: il primo attiene alle sue cause, ed in particolare alla possibilità che il luogo del rinvenimento non coincida con il luogo del delitto, il secondo è invece intrinsecamente legato alle sue conseguenze, alla luce della considerazione che tale ritardo nel rinvenimento potrebbe aver inciso sulla qualità della traccia di DNA attribuita al soggetto convenzionalmente denominato “Ignoto1”.

Dal momento che dai documenti relativi al fermo di Bossetti sembra emergere che ora gli inquirenti tendano a collocare il delitto proprio a Chignolo, vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che la questione è ancora dubbia, come emerge in effetti dal fatto che la stessa ordinanza del GIP non sembri fornire in merito certezza alcuna.
In tutta sincerità, collocare il delitto a Chignolo sembra quasi un modo per far quadrare forzatamente i conti.
Riporto alcuni punti interessanti dell’ordinanza del GIP Vincenza Maccora, che mostrano come in realtà la cosa sia piuttosto incerta:
“Il corpo ed alcuni indumenti unitamente al livello dell’albero bronchiale, di Yara Gambirasio riportano polveri riconducibili a calce, che del tutto verosimilmente rappresentano il frutto di contaminazione dovuta al soggiorno della stessa in un ambiente saturo di tali sostanze ovvero dovuta ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tale sostanze. Al fine di valutare l’origine di tali polveri è stato realizzato un confronto con prelievi effettuati, nelle sedi che Yara Gambirasio avrebbe potuto frequentare nei giorni antecedenti la sua scomparsa.
I dati ottenuti dimostrano che le polveri rinvenute su Yara Gambirasio non si ritrovano nella stessa forma nei diversi luoghi controllati (casa, palestra, piscina, sterrato vicino al campo di Chignolo) se non in parte per i campioni del cantiere di Mapello, ove in un primo momento si sono concentrate le indagini.”

Ancora:
“Le indagini geologiche sulla suola delle scarpe mostrano che molto probabilmente esse sono venute in contatto con il terreno del campo di Chignolo d’Isola ovvero con terreni con caratteristiche naturalistiche analoghe. Ciò è suggestivo fatto che abbia camminato in un simile ambiente.”

Ricapitolando, pare di capire che qualora l’aggressione fosse avvenuta o cominciata a Mapello (dove tra l’altro inizialmente puntarono tutti i cani molecolari) si spiegherebbero anzitutto le tracce di calce nei polmoni, senza ricorrere al teorema Bossetti.
D’altro canto, ritenere che le tracce di calce rinvenute nell’albero bronchiale di Yara costituiscano un indizio a carico del signor Massimo Bossetti è di per sé piuttosto azzardato: in parole povere, sembra di essere dinnanzi ad un puzzle costruito a partire da una traccia di DNA, alla quale vengono accostai altri presunti indizi che di per sé non significano nulla.
Qualcuno ha scritto che sarebbe un po’ come rinvenire un panino nello stomaco di una vittima e ritenerlo un indizio a carico di un panettiere, ovvero rinvenire uno spillo nel luogo del delitto e considerarlo indizio contro un sarto.
Di più: sembra quasi che spostando il luogo del delitto a Chignolo si acquisti un indizio contro Bossetti.
In secondo luogo, quanto mostrato dalle scarpe indica probabilmente (ma non “certamente”) che Yara possa aver camminato a Chignolo o in terreni con caratteristiche analoghe, ergo non è una certezza, ma ancora una volta un’ennesima incertezza.

Vale ulteriormente la pena di sottolineare che (cito sempre l’ordinanza):
“I rilievi relativi al contenuto gastrico consentono di ritenere che la morte risale a poche ore dopo la scomparsa la sera del 26 novembre 2010, ed in particolare appare collocabile nel range temporale compreso tra le 19 e le 24 … tenuto conto di una fase agonica protratta, questo limite potrebbe estendersi alle prime ore del giorno successivo.”

Partiamo dal presupposto che l’aggressione potrebbe essere cominciata a Mapello, ed in seguito la ragazza potrebbe essere stata spostata a Chignolo, magari già priva di sensi e trascinata di peso- questo già di per sé potrebbe spiegare le tracce sotto le suole.
Se la morte è sopraggiunta qualche ora dopo, o perfino il giorno successivo, non si può escludere neppure che Yara sia stata trasportata a Chignolo quando ancora era almeno semicosciente, ed abbia provato ad alzarsi, a Chignolo, magari riuscendo a fare qualche passo.
Si tratta, naturalmente, si semplici ipotesi, che in quanto tali non ambiscono ad ergersi a certezze di sorta: tuttavia, il fatto stesso che si presentino come “ragionevoli dubbi” dovrebbe spingere a non escluderle in maniera avventata.
D’altro canto, è la stessa ordinanza ad evidenziare come il cellulare della piccola Yara abbia agganciato la cella telefonica di Mapello alle ore 18,49: un ulteriore dato da non sottovalutare, in quanto in caso contrario il rischio più evidente potrebbe essere quello di notare le discrasie dopo aver già completato il puzzle.
A questo punto, dopo il can-can mediatico e le dichiarazioni di Alfano ne verrebbe fuori una commedia irresistibile, ma ancora una volta a spese di due famiglie distrutte: una da un clamoroso errore nelle indagini, un’altra dal dolore immenso causato dall’illusione di essere vicini ad una soluzione che non arriva.

Come anticipavo, il ritardo nel rinvenimento del corpo, potrebbe aver influito anche sulla traccia di DNA in disamina.
In precedenza, avevamo avuto modo di rimarcare l’aura di mistero che circonda la qualità della traccia in esame: secondo l’ordinanza, la sua qualità è ottima, e dello stesso avviso si è dimostrato in data 22 luglio, ai microfoni del Tg1 delle ore 20,00, il genetista Dott. Portera.
Il mistero è dato dal fatto che lo stesso Dott. Portera all’Eco di Bergamo in data 28 febbraio 2013, definiva la medesima traccia “quantitativamente scarsa e qualitativamente deteriorata”.

Chi crede che le parole del Dott. Portera possano attribuirsi ad una sorta di errore isolato, sbaglia: in effetti, basta procurarsi tutte le fonti relative a prima del fermo del signor Bossetti per appurare come la traccia di DNA di Ignoto1 fosse globalmente considerata esigua e deteriorata.
Sebbene il settimanale Giallo, dopo il fermo di Massimo Bossetti, non abbia esitato a convertirsi alla nuova DNAe religio, lo stesso settimanale, nel numero 29 dell’anno 2013, ospitò una interessante intervista alla biologa e specialista in genetica medica Marina Baldi.

L’intervista era così interessante che vale la pena riportarla paro paro nei suoi punti salienti:
«L’analisi del Dna», spiega la genetista Baldi, «ha un grosso limite quando si parla di indagini forensi. Anche se il profilo è chiaro e il materiale è concentrato – cosa che in questo caso non è – non avremo mai modo di stabilire quando quel reperto è stato lasciato. Il Dna di Ignoto 1, infatti, è stato trovato sugli indumenti della ragazzina dopo tre mesi che la piccola era distesa, morta in un campo incolto. Era inverno: Yara è stata infatti ritrovata il 26 febbraio del 2011». Il Dna, dunque, era annacquato da mesi di piogge e neve, ed era compromesso da batteri di ogni genere. Continua la genetista Marina Baldi: «E’ impossibile dunque stabilire che quello di Ignoto 1 sia il Dna dell’assassino, o che invece non si sia trovato lì perché frutto della contaminazione da contatto degli indumenti con il terreno o con qualsiasi altra fonte di Dna. Non sappiamo se il corpo della piccola sia stato toccato, successivamente all’omicidio, da qualcuno che ha lasciato inconsapevolmente le sue tracce e poi non ha avuto il coraggio di denunciare il ritrovamento». Il Dna di Ignoto 1, tra l’altro, non è l’unico trovato sul corpo di Yara: perché ci si è concentrati solo su questo e non sugli altri Dna? Di chi sono gli altri? Non si è mai scoperto. Dice ancora la Baldi: «Se anche dovessero trovare a chi appartiene Ignoto 1, il lavoro dei consulenti sarà poi quello di dimostrare come e perché quel Dna sia finito su quei reperti. Un lavoro estremamente complicato ». Dal quale, comunque, siamo ancora infinitamente lontani.

I punti evidenziati dalla Dott.ssa Baldi non possono e non devono essere dimenticati ora, in quanto il fermo del signor Bossetti, pur procurando un certo entusiasmo, entro certi limiti comprensibile e legittimo, non cambia i termini del problema: se la traccia di DNA relativa ad Ignoto1 era deteriorata ed esigua prima, è deteriorata ed esigua anche ora.
Al di là delle mistificazioni date dall’effetto CSI, infatti, il DNA può essere considerato prova scientifica certa, in particolare in un forensic context, solo in presenza di alcuni presupposti che ne garantiscano la piena attendibilità: presupposti che in questo caso palesemente mancano.
Anzitutto occorre che la traccia sia integra.
A seguito di tre mesi di intemperie abbattutesi su di essa, è praticamente scontato che l’integrità della traccia costituente la prova scientifica sia compromessa e deteriorata.

Altro punto da richiamare per doveroso approfondimento è il fatto che non si può affermare con assoluta certezza che la traccia di Ignoto 1 sia stata depositata al momento dell’omicidio di Yara.
Nonostante, per parafrasare l’ordinanza del GIP, non sia illogico supporre che sia stata depositata contestualmente all’aggressione (la qual cosa, peraltro, è altresì compatibile con un’ipotesi di veicolazione attraverso arma del delitto precedentemente contaminata), una certezza in tal senso non esiste, sia perché il DNA non è databile, sia per le possibili rimanipolazioni post-omicidiarie della scena del delitto da parte di terzi coinvolti o assolutamente estranei all’azione omicidiaria, e sia perché manca l’accertamento dell’origine biologica della traccia- che ricordiamo è dedotto solo in via di esclusione, anche se si continua a parlare di traccia ematica senza rendere conto all’opinione pubblica che tale elemento non è certo.
L’assenza di un tale accertamento induce a pensare che possa trattarsi anche, fino a prova contraria, di un’origine tale da facilitare il secondary e anche il tertiary tranfer del DNA di un perfetto estraneo.
Il fatto che la circostanza sia improbabile in virtù di una supposta abbondante cellularizzazione della traccia, è infatti cosa diversa dalla certezza che si richiede nel momento in cui si parla non del moscerino della frutta, ma di un uomo incensurato che grida la propria innocenza.
Ancora, non è possibile neppure escludere una contaminazione della traccia, che potrebbe essersi verificato in più di una fase d’indagine, anche del tutto involontariamente: una probabilità che aumenta in maniera esponenziale in un laboratorio forense in cui si analizzano la bellezza di 18.000 campioni.
Allo stesso modo, non è possibile escludere, ad oggi, che vi sia stata contaminazione del DNA dello stesso Massimo Bossetti, stante l’anomala modalità di prelievo del campione salivare.
Per fugare ogni dubbio, il prelievo del DNA di Bossetti dovrà essere ripetuto in condizioni scientificamente e legalmente accettabili ed appropriate, e subito confrontato non con il vecchio campione già estratto di Ignoto1, ma con un nuovo campione di DNA prelevato dalla traccia originale sugli abiti (cosa che, ahimè, non è certo che si possa fare, come vedremo in seguito).
In assenza di ripetizione degli accertamenti e di silenzio di tomba dinnanzi ai quesiti di cui sopra, la sgradevole impressione è che nessuno sappia che pesci prendere per districarsi dall’imbarazzo dell’aver cantato vittoria in modo troppo avventato.

Questioni di questo tipo sono state affrontate ripetutamente anche negli USA, in particolare in seguito ad un grave scandalo che nel 2005 ha coinvolto lo stato della Virginia, il cui laboratorio di analisi “ufficiale” usato dalle autorità locali per l’esame del DNA al fine di identificare gli autori di delitti, produceva risultati falsi o comunque non precisi al fine di agevolare le incriminazioni dei sospettati e mantenere così un alto tasso di incriminazioni, elettoralmente utile ai politici locali (cfr. Dott. Daniele Zamperini su scienzaeprofessione.it).

Nello studio “Tarnish on the “Gold Standard”: Understanding Recent Problems in Forensic DNA Testing” by William C. Thompson, (J.D. University of California, Berkeley; Ph.D. Stanford University. Department of Criminology, Law & Society, University of California, Irvine) [1], oltre a porre l’accento sui possibili errori dovuti a contaminazione del DNA, l’autore osserva che in genere è riscontrabile una forte resistenza all’ammissione di aver commesso un errore di laboratorio.

D’altro canto, quali siano i limiti “ordinari” del DNA nelle indagini è ben evidenziato anche dalla Prof. Paola Felicioni, che nel saggio “La prova del dna tra esaltazione mediatica e realtà applicativa” elenca in modo semplice ed immediato non solo i limiti processuali ma anche quelli tecnico-scientifici (quelli che per l’Italiano medio, ovviamente, non esistono).

“Alla categoria dei limiti tecnico-scientifici che riguardano specifica-mente la peculiare struttura della prova del DNA si riconducono alcuni fattori oggettivi ovvero soggettivi in quanto riferibili all’uomo: 1) la non databilità della traccia biologica dalla quale è estratto il profilo genetico; 2) la facile trasportabilità del DNA: chiunque, infatti, potrebbe inquinare la scena del crimine introducendovi elementi o tracce raccolti da altri luoghi; 3) la degradazione enzimatica del DNA causata dalle componenti fungine e/o batteriche che possono attaccare il reperto; 4) il decadimento fisico-chimico del DNA causato da fattori ambientali (raggi ultravioletti, radicali liberi presenti nell’ossigeno, formaldeide); 5) la contaminazione cd. esogena in cui la commistione di componenti biologiche è riconducibile ad errori umani (es. il campione di sangue è inquinato da altri substrati biologici come nel caso dell’operatore che interviene con strumenti biologicamente contaminati o senza guanti); 6) la contaminazione c.d. endogena dovuta alla presenza, iniziale o da inidonea repertazione, di più materiali organici (sudore, saliva, sangue) appartenenti a diversi soggetti che possono essere coinvolti o meno nel reato; 7) la contaminazione cd. sporadica relativa a esigue quantità di substrato genetico (es. una sola formazione pilifera, ovvero oggetti solo “toccati”, oppure degradazione enzimatica).”

Ed è inutile che giornalisti e teleimbonitori s’affannino nella loro solerte campagna di mitizzazione della certezza della prova scientifica, perché se è la voce più autorevole delle indagini forensi, ossia la Dott.ssa Cristina Cattaneo, nella sua opera “Certezze provvisorie” ad avvertire del fatto che la scienza non fornisce alcuna prova regina e mettere in guardia dal rischio che alla Corte della Giustizia la scienza, da Gran Consigliere, possa trasformarsi in un mero cortigiano “nel senso deteriore del termine”, cercare di irretire l’opinione pubblica a suon di mistificazioni non onora la nostra civiltà.

Così, se la Prof. Felicioni (op. cit.) parla di opinione pubblica instupidita dall’effetto CSI, non meno degne di nota sono le parole delle Prof. Sergio Lorusso (tratte da “Il contributo degli esperti alla formazione del convincimento giudiziale”):

“Occorre prudenza e una consistente dose di immunizzazione rispetto ai
facili entusiasmi, talvolta mediaticamente indotti o alimentati, che circondano la materia della c.d. “prova scientifica” e che dilagano anche tra quegli addetti ai lavori pervasi dalla sindrome scientista.
Senza per questo ‘criminalizzare’ il ricorso alle nuove conoscenze tecnico-scientifiche nella ricostruzione del fatto penalmente rilevante e nell’individuazione dei suoi autori, il cui apporto è oggi ormai ineludibile. Necessario però ricondurlo su binari più corretti, senza alimentare una degiuridicizzazione del processo penale che emerge più o meno consapevolmente da determinati approcci.
La relatività del sapere scientifico del resto è un dato acquisito per la stessa scienza, al pari della consapevolezza della sua intrinseca difformità rispetto al sapere giudiziale.
La scienza non è nata per essere applicata al processo, né tanto meno può essere invocata oggi quale rassicurante pietra filosofale del terzo millennio da porgere generosamente al giudicante per lenire l’inevitabile travaglio che da sempre accompagna ogni operazione decisoria. Unicuique suum, verrebbe da dire.”

Se il castello accusatorio appare caratterizzato sin dalle fondamenta da alcune incolmabili lacune, penso di potere affermare con una certa tranquillità che l’assenza dell’arma del delitto (punto sette), insieme all’assenza di movente, è uno dei più evidenti buchi nella ricostruzione del fatto: un buco che si rivela ancor più vistoso del previsto in un caso in cui è possibile che ci sia stata veicolazione del DNA attraverso l’arma stessa.

Davanti ad una situazione del genere, probabilmente Totò e Peppino si sarebbero guardati negli occhi e Peppino avrebbe doverosamente esclamato un eloquente “…e ho detto tutto!”.
In questo caso, è lecito tuttavia ritenere che Totò non avrebbe seguito il copione rispondendo con il suo celebre: “Ma che ho detto tutto? Ma che dici con questo ho detto tutto, che non dici mai niente?”.
Infatti, in questo caso, temo che l’assenza dell’arma del delitto, specie alla luce del caso concreto, sia una lacuna così evidente da rendere superflua ogni ulteriore considerazione: parlando di assenza di arma del delitto, insomma, si è davvero detto tutto.
Si potrebbe comunque aggiungere qualche utile osservazione che mostra molto bene le incertezze del caso: l’arma, infatti, non manca solo in concreto, ma anche in astratto, in quanto la sua stessa natura è ricavata per esclusione e non senza incertezze di sorta.
Si legge nell’ordinanza che “Per ciò che riguarda il mezzo produttivo delle lesioni da arma bianca, trattasi di strumento da punta e taglio, con spessore della lama minimo di 0,2 mm, lunghezza di almeno 2 cm,con possibile copertura in titanio, che per le caratteristiche rilevate è meno provabile trattarsi di un taglierino (cutter) ma piuttosto di un coltello.”

Insomma, in soldoni: l’arma non c’è, non trova, e non si sa bene neppure cosa sia.
Davanti alla possibilità della veicolazione della traccia genetica attraverso l’arma del delitto, è difficile comprendere come quest’assenza possa essere utilizzata in dibattimento.

Alla luce del dubio pro reo, probabilmente, non dovrebbero esserci dilemmi di sorta, ma in un contesto storico in cui la giurisprudenza indugia e vacilla ed i principi fondamentali dello stato di diritto sembrano talvolta configurare la “cacata carta” di catulliana memoria, è molto difficile azzardare un pronostico, e ancor più difficile essere ottimisti.

Nei precedenti articoli ho già incidentalmente messo il dito in una dolorosissima piaga, ossia quella relativa alle evidenti incongruenze che caratterizzano il presunto indizio delle celle telefoniche  (ottavo punto in esame).

Sebbene l’ “indizio” delle celle telefoniche sia stato uno di quelli considerati maggiormente appetibili dagli sciacalli e gli avvoltoi che popolano i nostri organi di informazione senza che, ad oggi,  alcun veterinario sia stato in grado di porre rimedio a cotale perniciosa presenza, si tratta probabilmente anche di quello che, se analizzato a dovere, si rivela più inconsistente ed oserei aggiungere imbarazzante.

Per vedere con esattezza quanto imbarazzante, inserisco qui una “notizia” pubblicata dalla Stampa in data 26 giugno, che ho conservato a memoria dei posteri come esempio molto calzante di informazione scorretta:

la-stampa

“Il telefono di Bossetti spento solo quella sera”.

Una notizia davvero appetibile, con il solo piccolo problema di essere falsa sin dalle fondamenta, perché non vi è certezza alcuna neppure del fatto che “quella sera” il telefono di Massimo Bossetti fosse spento.
Semplicemente, non ricevette né fece comunicazioni telefoniche dopo le 17,45, come emerge chiaramente sia dal fermo

fermo

sia dall’ordinanza del GIP in cui testualmente si legge che dopo una chiamata avvenuta alle ore 17,45 “fino alle ore 7.34 del mattino successivo il suo cellulare non ha più generato traffico telefonico”.

Come i giornalisti facciano a sapere (non è in nessun modo possibile scoprirlo a posteriori) che il telefono fosse spento, e addirittura che fosse spento solo quella sera è forse uno dei misteri della fede della nuova religione del DNA.

Sicuramente non si tratta di una notizia dotata di fondamento o coerentemente tratta dalla documentazione: ma su questo aspetto, conoscendo oramai bene le “nostre pecore”, mettiamoci per ora il cuore in pace.

Se volessimo comunque provare a sviluppare logicamente l’assunto della Stampa, cosa avrebbe intelligentemente fatto il nostro campione di truce freddezza?

Prima di spegnere il suo cellulare avrebbe effettuato (questa è risultanza acclarata) una chiamata al cognato nientemeno che da un paese vicino a quello in cui sarebbe stato compiuto il delitto: più fesso di così!

Quindi, il nostro Massimo Bossetti non solo avrebbe dimostrato un alto grado di criminalità, macchiandosi di truce premeditazione nel suo spegnere il cellulare per non essere localizzato, ma soprattutto avrebbe sfoggiato in tale frangente un livello di idiozia che definire abnorme è ben poca cosa.

I milioni e milioni di italiani che sperano e invocano una condanna esemplare nella loro cieca smania “buttachiavi” non potranno che restare profondamente delusi: infatti, se mai dovesse essere confermata una simile ricostruzione dei fatti in chiave colpevolista, Massimo Bossetti non potrà che essere assolto per manifesta infermità mentale!

Mi si dirà che si tratta di un semplice peccato veniale dei giornalisti nostrani, una ricostruzione giornalistica fallace superficialmente propinata all’opinione pubblica nel nome dell’audience, che in quanto tale può essere perdonata.
Il problema è che se si mettono a confronto le tesi giornalistiche con quelle scritte nell’ordinanza, sfido chiunque a stabilire quali siano più bizzarre.

L’ordinanza non parla, ovviamente, di telefono spento, ma ecco cosa dice testualmente:

“Infatti il pomeriggio della scomparsa di Yara Gambirasio l’utenza nr.
omissis, intestata a Bossetti Massimo, attivata il 03.01.2009, ha agganciato alle ore 17.45 la cella di via Natta di Mapello (BG), compatibile con le celle agganciate dall’utenza cellulare in uso a Yara Gambirasio nello stesso pomeriggio, prima della sua scomparsa, dato che anche il cellulare della ragazzina risulta abbia agganciato la sera del 26.11 alle ore 18,49 la medesima cella. L’indagato si trovava quindi, quantomeno alle 17,45 proprio nella zona in cui si trovava Yara Gambirasio e nelle ore successive e fino alle ore 7.34 del mattino successivo il suo cellulare non ha più generato traffico telefonico.
Tale ultima circostanza assume rilievo in una valutazione globale e non isolata degli indizi a carico di Bossetti.
Perché se è possibile che il suo cellulare abbia agganciate la cella di
Mapello via Natta alle 17,45 del 26.11.2010 perché per rientrare a casa dal lavoro l’indagato transitava di fronte al centro sportivo di Mapello (come è dichiarato nel corso del suo interrogatorio), se dalla valutazione isolata dell ‘indizio si passa a quella globale e si collega tale dato a quelli fin qui illustrati…[…]”

Un giro di parole enorme per esprimere qualche concetto semplicissimo:

– Massimo Bossetti, residente a Mapello, aggancia la cella telefonica di Mapello (guardate voi che stranezza!);

-Yara Gambirasio aggancia la cella telefonica di Mapello… Oltre un’ora dopo!

Infatti, sempre dall’ordinanza:
“In particolare risulta che Yara Gambirasio,che aveva a disposizione l’utenza *omissis* scambia tre sms”, rispettivamente alle ore 18,25-18,44 e infine 18,49.
“I primi due sms agganciano la cella di Ponte San Pietro, cella compatibile con la palestra di Brembate Sopra ove la ragazza si trovava, mentre il terzo sms viene agganciato dalla cella di Mapello, via Natta, area più lontana dalla palestra di Brembate, area opposta rispetto tragitto che la ragazza avrebbe dovuto fare per ritornare a casa e comunque compatibile con la presenza di Yara Gambirasio nell’area di Mapello”.

Le aree geografiche sono dunque compatibili, ma con il “trascurabile” dettaglio di una discrasia cronologica di oltre un’ora.

“Ammazzate oh!”, esclamerebbe Claudio Villa.

La questione in realtà è ancora più complessa, perché Brembate e Mapello distano un paio di chilometri, e in caso di distanze geografiche così ravvicinate non è possibile capire con certezza da dove esattamente sia stata agganciata una cella telefonica.
Comunque, dal momento che la questione non sembra interessare, o per meglio dire sembra interessare solo se e quando si tratta di volgerla in senso colpevolista, con tutto l’assurdo corollario che la cosa implica inevitabilmente (vedasi a tal proposito il precedente articolo Il re è nudo: siamo tutti Massimo Bossetti), supponiamo che sia sempre stata agganciata la cella telefonica “miglior servente”.

In questa ipotesi, ciò che resta è una discrasia cronologica visibile anche al più accanito colpevolista, ed una cella telefonica agganciata da Bossetti nel paese in cui risiede.
Della debolezza (ed aggiungerei della risibilità) del presunto indizio in questione, deve essersi accorto anche il GIP, che infatti mette nero su bianco il fatto che tale circostanza assume rilievo in una valutazione globale”.

Una considerazione, questa,che tuttavia non sana la evidente incompatibilità cronologica, né la plateale assurdità alla quale si andrebbe incontro, come visto sopra, nel caso in cui si ipotizzasse lo spegnimento ad arte del cellulare da parte di Massimo Bossetti.

Come avevo già scritto in precedenza, il fatto che un abitante di Mapello come Bossetti agganci la cella telefonica di Mapello non è un indizio, né singolarmente né globalmente considerato: è una mera ovvietà, ed a nulla vale inserire il dato in un contesto globale, perché trattasi di un dato fornito dalla pura e semplice evidenza che Bossetti risiedesse a Mapello, e che di conseguenza, per quanto sia scomodo ammetterlo, una mera ovvietà rimane comunque si voglia rigirare la frittata.

Sarebbe forse maggiormente sensato chiedersi se il fatto che la povera Yara abbia agganciato la cella telefonica di Mapello alle ore 18,49 non possa essere correlato ad un suo (probabilmente coattivo) passaggio, in quella fascia oraria, nel cantiere di Mapello, la qual cosa potrebbe spiegare anche le tracce di calce nell’albero bronchiale e fornire, magari, una pista più logica di quella attuale che potrebbe finalmente portare un’autentica speranza di giustizia per la piccola ginnasta.

Gli elementi a carico di Massimo Bossetti superano il limite del ragionevole dubbio?
Alla luce delle considerazioni fin qui sviluppate, mi permetto di ritenere che non solo non lo superino, ma siano infinitamente lontani dal celebre “oltre”.

Personalmente, ho l’ardire di considerarmi fedele per principio etico ai capisaldi del pensiero illuminista dai quali è nato lo Stato di diritto: in dubio pro reo, non in dubio pro culpa.

Negli USA, in occasione del processo contro O. J. Simpson uno dei giurati, che aveva sostenuto di essere personalmente convinto della colpevolezza dell’imputato, scelse comunque il verdetto assolutorio nel nome del ragionevole dubbio, dando un clamoroso esempio di civiltà e di corretta amministrazione della giustizia nel proprio porre il ragionevole dubbio dinnanzi al principio del libero convincimento.

Ed è bene sottolineare che si tratta di un paragone del tutto inadatto, poiché gli elementi a carico del signor Massimo Bossetti sono il nulla più assoluto se raffrontati a quelli a carico di Simpson.

D’altronde, se di indagini certosine e scientifiche ci si vuole avvalere, sarebbe bene non dimenticare i principi che ne stanno alla base: il metodo squisitamente deduttivo reso celebre da Sherlock Holmes, il quale nelle sue rocambolesche indagini sui delitti non si tirava indietro di fronte alla necessità di “esporne ogni pollice”, per quanto scomodo, e coerentemente metteva in guardia:

“Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”.

Una verità che, alla luce dell’esposizione degli elementi di cui sopra, sembra portare molto lontani dal signor Massimo Bossetti.

[1] DNA Problems1

Il re è nudo: siamo tutti Massimo Bossetti

Negli ultimi giorni mi è tornata più volte alla memoria la celebre fiaba di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore.

La fiaba racconta di un imperatore vanitoso abilmente raggirato da due sedicenti tessitori, che giunti in città sostengono di avere a disposizione un meraviglioso tessuto con la peculiarità di essere invisibile agli stolti.
L’imperatore chiama i due truffatori alla sua reggia, chiedendo loro un abito su misura.
Ultimato l’abito, l’imperatore non lo vede, ma non volendo fare la figura dello stolto, finge di vederlo e di essere incantato dalla sua bellezza; stessa cosa fanno i suoi cortigiani, che lodano estasiati la bellezza dell’inesistente abito.
Un bel giorno, l’imperatore decide finalmente di sfilare per le vie della città con il nuovo abito, ed anche i sudditi, pur non vedendo alcunché, si lanciano in lodi sperticate della magnificenza del tessuto.
Questo clima idilliaco viene però repentinamente spezzato da un bimbo, che in tutta la sua innocenza non può fare a meno di esclamare a gran voce: “Il re è nudo!”.

Tuttavia, la beffa sembra non essere tanto questa, quanto il fatto che nonostante tutto l’imperatore continui tronfio ed imperterrito a sfilare in mutande.

Ecco, questa fiaba di Andersen sembra avere una qualche somiglianza con l’atteggiamento mediatico al quale stiamo assistendo da quarantasei giorni a questa parte.

Nel saggio Comunicazione mediatica e processo penale- Quale impatto sul processo e quale squilibrio tra le parti (di Susanna De Nicola, Simona Ingrosso e Riccardo Lombardo), si può leggere una frase tristemente vera: “se sono sempre più diffusi i dubbi circa il funzionamento delle indagini in Italia, l’unica cosa che funziona in realtà sembrerebbe essere la velocità dell’informazione, poco importa della veridicità o meno del messaggio trasmesso.”

Nel saggio in questione viene ben evidenziato come i processi mediatici, che sempre più spesso si instaurano parallelamente ai processi penali, possano avere effetti distorsivi e “divenire uno strumento di pressione a danno del giusto ed equo processo”, svuotando di fatto ogni garanzia costituzionale entro la quale la libertà di informazione in realtà dovrebbe muovere.

Se come egregiamente notato dal Prof.Glauco Giostra i processi mediatici rispondono ad una mera logica dell’apparenza, infatti, non ci si può non domandare quai debbano essere i limiti entro i quali un processo mediatico dovrebbe potersi svolgere.

Nel 1993, l’avvocato Daniel Soulez Larivière, scrisse una lettera a due quotidiani per denunciare la sostanziale impossibilità di difendere gli imputati oggetto di gogne mediatiche: in questi casi, infatti, scrisse Larivière, gli stessi atti giudiziari finivano per essere “pieni di dettagli ininfluenti, ma appetitosi per il pubblico. Sembrava che il problema fosse quello di divertire la gente con scandali assortiti che giravano intorno all’indagine, ma non la riguardavano direttamente. Per chi si trova coinvolto, è come andare contro un muro di cemento armato. L’innocenza magari viene anche dimostrata, ma ormai il danno è fatto”.

Se la giustizia viene generalmente rappresentata come una Dea con una benda che ne copre gli occhi è perché, come scrisse Hanna Arendt, “giudicare impone di non vedere, perché solo chiudendo gli occhi si diventa spettatori imparziali, operazione impossibile in un universo saturo di immagini (spesso ritoccate) come nel nostro”.
Le (sacrosante) parole della Arendt, mostrano molto bene quale sia nei fatti il rischio dei processi mediatici.
E a nulla vale schermarsi dietro la libertà dell’informazione: perché se il Costituente doverosamente la riconosce, è impensabile che nel nome della libertà di informazione si possano calpestare e stuprare a cuor leggero altri diritti fondamentali ed inalienabili garantiti dalla nostra Carta Costituzionale, tra i quali spicca, oltre alla presunzione di innocenza, la dignità umana.

Viepiù che potenzialmente pericolosi e lesivi di alcuni importanti diritti umani per propria intrinseca natura, i processi mediatici incontrollati o per meglio dire i loro attori, sembrano dimenticare, nel caso in questione, che non si sta parlando della prova costume né dei tagli di capelli di tendenza per l’estate 2014, tematiche che possono essere affrontate superficialmente senza rischio alcuno, ma di un uomo incensurato, buon lavoratore e padre di tre bambini che proclama a gran voce la propria totale estraneità ad un atroce delitto del quale è sospettato.

Chi si ostina a ripetere che su quanto viene affermato dai media si può soprassedere in quanto i processi mediatici sono, per fortuna, privi di effetti giuridici, in realtà sbaglia: se è vero che ovviamente il processo mediatico non ha effetti penali diretti, può manifestare indirettamente effetti molto pericolosi, tanto che sull’intricato rapporto che intercorre tra libertà di informazione e diritto alla presunzione di innocenza si è pronunciata a più riprese perfino la Corte di Strasburgo.

Nella sentenza Allenet de Ribemont, che purtroppo ricorda molto il “nostro” caso relativamente ad incaute ed avventate dichiarazioni provenienti da voci istituzionali, la Corte di Strasburgo ha condannato la Francia a risarcire i danni morali e materiali a un cittadino a seguito delle incaute dichiarazioni rese dal Ministro dell’Interno circa la sua responsabilità come mandante per omicidio.
Qualche mese dopo l’uomo è stato scagionato con formula piena da tutti i capi di imputazione.
La Corte di Strasburgo ha affermato che l’informazione da parte degli organi procedenti è protetta dall’art.10 della CEDU, ma tale informazione deve essere resa “con tutta la discrezione e tutto il riserbo che il rispetto della presunzione di innocenza impone”.

Successive pronunce della Corte hanno confermato questa linea, e nel 2003 una Raccomandazione del Consiglio d’Europa ha stabilito che nella diffusione di informazioni relative ai processi penali “opinioni e informazioni relativi a procedimenti penali in corso possono essere veicolati o diffusi attraverso i media solo se questo non arreca pregiudizio alla presunzione di innocenza del sospettato o dell’accusato”.
La Corte di Strasburgo ha inoltre evidenziato che tale principio deve ritenersi valido a dall’esito del processo.

E se qualcuno potrebbe obiettare che le Raccomandazioni non sono atti giuridicamente vincolanti, è pur vero che esse hanno l’obiettivo di invitare i destinatari a seguire un determinato comportamento ritenuto utile per la tutela dei diritti umani, ed è altresì innegabile che la linea giurisprudenziale della Corte di Strasburgo è in perfetta armonia con i nostri principi costituzionali, che pongono la dignità umana al centro del proprio raggio d’azione.

Nel nostro Paese, il primo ad indossare la toga in TV fu Giuliano Ferrara ne L’Istruttoria, nel 1987.
Con il senno di poi si potrebbe esclamare un sentito “Mai lo avesse fatto!”, ed in effetti lo stesso Ferrara, nell’introduzione del libro “Il circo mediatico giudiziario” di Daniel Soulez Larivière, è tornato sulla sua esperienza in questi termini:
“Mi accadde di indossare una toga e di fare una dozzina di processi televisivi.
Ma io scherzavo.
Anzi, credevo di scherzare e ora non mi resta che chiedere perdono. Perché sapete tutti com’è andata a finire: le tv e i giornali la toga l’hanno indossata sul serio.
[…]
Io scherzavo, ma quel travestimento era una grottesca premonizione”.

Come tutti sappiamo, lo scorso 16 giugno abbiamo assistito ad un fermo eseguito in pompa magna con un dispiegamento di forze degno di un’operazione di sicurezza internazionale e seguito dal trionfalistico annuncio via twitter del ministro Angelino Alfano.

Prima di proseguire col discorso è necessario spendere nuovamente qualche parola sulla storia degna di CSI che ha portato a questo fermo.

La corrispondenza del DNA è stata strombazzata ai quattro venti sin dai primi giorni senza approfondire quasi mai la questione: probabilmente la cosa suonava troppo bene così com’era per rischiare di rovinare il tutto con spiegazioni più accurate.

Il 30 luglio, due giorni fa, durante la trasmissione “Estate in Diretta”  la TV di stato (Rai 1) ha dato un esempio molto chiaro di cosa sia un tribunale mediatico.

Si è tornati ancora sulla cella telefonica di Chignolo agganciata il 6 dicembre.
Per quanto mi riguarda si può essere colpevolisti quanto si vuole, ma non si può prendere per il naso il pubblico.
Il 26 novembre sappiamo tutti che Massimo Bossetti aggancia la cella di Mapello, compatibile con la propria abitazione.
Siccome però fa comodo dipingerlo come colpevole, e il re nudo deve continuare la propria sfilata, allora si ipotizza che in realtà non fosse a casa sua, ma vicino alla palestra di Brembate, e che la cella telefonica locale fosse “intasata” cosicché ha agganciato quella di Mapello (che -guarda caso!- è la stessa che copre nientemeno che la sua abitazione).
Questo fatto, in effetti, per quanto singolare nelle sue implicazioni inverse, potrebbe anche essere plausibile.

Cito ad esempio un saggio del Dott. Paolo Reale pubblicato su Digital Forensic:

Da quanto precedentemente descritto, è evidente che l’analisi delle celle si fonda su una valutazione di tipo probabilistico, per cui è fondamentale comprendere quali siano i fattori da tenere in considerazione, per stimare l’affidabilità dei risultati.
Questi fattori possono essere sintetizzati in:
1) la qualità delle mappe disponibili (accuratezza della
modellizzazione del territorio, definizione della
simulazione), che forniscono un’indicazione statistica
della cosiddetta “cella miglior servente”;
2) lo stato effettivo della/e stazione/i base nel periodo di
interesse, incluso il livello di traffico totale gestito: la rete
prevede logiche di instradamento delle chiamate, e di
aggancio delle celle, anche in funzione del carico servito;
3) gli algoritmi utilizzati dalla rete e dai terminali in modo
dinamico per stabilire l’aggancio e lo scambio con le
altre celle;
4) la peculiarità di alcune posizioni geografiche, che per
varie ragioni (posizionamento degli edifici, riflessioni
di segnale etc.) possono far sì che, a dispetto di quanto
rappresentato nella mappa, si possa avere una cella
miglior servente diversa da quella prevista. Questo vale
in particolare negli ambienti indoor;
5) altri fattori specifici ambientali (es. meteorologici).
Tutti i fattori sopra descritti possono influire nel meccanismo di “aggancio” tra cella e terminale, facendo sì che in un dato punto geografico ed in un dato momento la cella
che effettivamente sta servendo il cellulare possa essere differente da quella rappresentata dalla mappa di copertura analizzata.

E’ quindi possibile agganciare una cella telefonica diversa quella “miglior servente”, specie se si tratta di spazi geografici ridotti.
Tuttavia, a questo punto, logica vuole che se è possibile fare un discorso di questo tipo per le celle telefoniche agganciate da Bossetti, un discorso analogo possa essere fatto in relazione a Yara, che aggancia alle ore 18,49 la cella telefonica di Mapello: stante la logica di cui sopra, nulla vieta di pensare a questo punto che l’abbia agganciate da Brembate o da altra zona limitrofa.

Ma soprattutto, è impensabile di poter fare un “taglia e cuci” su misura dei presunti indizi, e dire che se Bossetti il 26 novembre aggancia la cella telefonica di Mapello era a Brembate e non in casa sua, mentre se il 6 dicembre aggancia quella di Chignolo, allora era certamente a Chignolo.
A questo punto, infatti, si potrebbe tranquillamente prospettare che Bossetti abbia agganciato la cella telefonica di Chignolo da Mapello.
Ma soprattutto non si capisce perché dieci giorni dopo la scomparsa di Yara quest’uomo non potesse stare in un paese che confina con il suo: cosa dovrebbe provare questo fatto?
Chiunque viva in piccole realtà geografiche sa bene che non è certo una rarità passare per un paese limitrofo: a questo punto, sono certa che un simile indizio finirebbe per collimare con la quasi totalità della popolazione locale.

[Per un quadro più dettagliato della questione relativa alle celle telefoniche rimando in ogni caso al mio precedente articolo La questione delle celle telefoniche: tanto rumore per nulla?]

Ciò che pare non venga capito con facilità è che avere i media contro non è bello per nessuno.
Essere dentro un carcere, in isolamento, e non poter controbattere a tutte le accuse basate sul nulla che vengono giornalmente spacciate come indizi schiaccianti, è un incubo.
E se i giornali dicono che il tuo cellulare ha agganciato la cella di Mapello dove abiti e per questo ti trovavi non nel tuo paese ma a Brembate, pensi che devi essere pazzo per non capire; se poi dicono che il 6 dicembre hai agganciato la cella telefonica di un paese che confina con il tuo, e che anche questo è un indizio, allora pensi che forse sei l’unica persona sana al mondo e che sono tutti gli altri ad essere pazzi.

Se poi ti viene chiesto cosa hai fatto il 6 dicembre di quattro anni prima, e hai la sfortuna di essere così smemorato da non ricordarlo (come non lo ricorderebbe il resto del mondo), magari provi a dire che potresti essere stato a Chignolo per acquistare del materiale edile, dal momento che eri solito acquistarlo lì: ma il titolare del negozio non ricorda di averti visto il 6 dicembre di quattro anni prima (ancora una volta, come non lo ricorderebbe il resto del mondo, perché nessuno può ricordare chi ha visto un giorno specifico di quattro anni prima), e anche la barista non ti ricorda, quindi è chiaro, secondo i media, che sei inequivocabilmente un assassino.

E di questo non puoi e non devi sorprenderti, perché che tu fossi un assassino era già stato annunciato su Twitter contestualmente al tuo fermo, e a nulla varrà ricordare un triste precedente che il nostro Paese può “vantare”: correva infatti il 1996 quando Oscar Luigi Scalfaro si lasciò andare ad affermazioni di stampo colpevolista sull’allora indagato Marco Dimitri, successivamente assolto con formula piena da tutte le accuse e in tutti i gradi di giudizio per insussistenza del fatto, nonché profumatamente -e doverosamente- risarcito a spese dei contribuenti per 400 giorni di ingiusta detenzione in custodia cautelare.

Se si annoverano inoltre tra gli indizi della tua colpevolezza perfino quelle innocenti sedute al solarium per cancellare i tipici segni della “abbronzatura da muratore”, qualche cena alla trattoria “La Toscanaccia”, e perfino gli “occhi di ghiaccio” dei quali Madre Natura ti ha gentilmente fatto dono, cosa mai potresti ribattere, da semplice operaio senza alcuna nozione in materia, dinnanzi ad un puntiglioso tecnicismo come quello delle celle telefoniche?

Ma siccome, ancora una volta, il re nudo deve continuare la sfilata perché dopo gli annunci in pompa magna fare un passo indietro sarebbe forse troppo imbarazzante, ci si appiglia imperterriti a quella traccia di DNA, sulla quale tanto abbiamo detto e scritto.

Sempre ad Estate in Diretta, il direttore della solita rivista “Giallo”, Biavardi, ha continuato con ostinazione a ripetere che Bossetti ha subito un furto di attrezzi successivamente all’omicidio, la qual cosa dunque smentirebbe la possibilità di trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto.

Davvero?

Ciò che sembra sfuggire è, ancora una volta, il nocciolo della questione: è necessario un furto di attrezzi per motivare la veicolazione del DNA attraverso un’arma del delitto precedentemente contaminata?
Ovviamente no.
O il signor Biavardi ritiene così peregrina l’ipotesi che un muratore possa perdere un taglierino sul luogo di lavoro, cosa tutt’altro che infrequente e per la quale nessuno -ovviamente- sporgerebbe denuncia?
Forse basterebbe semplicemente pensare che la rivista “Giallo” è la stessa che qualche settimana fa ha scritto in copertina, erroneamente, che i colleghi di Bossetti hanno smentito che soffrisse di epistassi, cosa che invece hanno confermato all’unanimità (come si può tranquillamente leggere su tutti gli organi di stampa diversi da Giallo), per farsi un’idea più completa, ma per carità di patria, mi fermo qui: in realtà mi chiedo se l’unico “giallo” non sia il fatto che il settimanale in questione pubblichi notizie prive di riscontro in qualsiasi altro mezzo di informazione, ma trovo che sparare sulla Croce Rossa sia fondamentalmente indice di pochezza, quindi lascio ad altri l’ingrato compito di indagare su questo curioso mistero.

Per par condicio, comunque, dal momento che oltre ai vizi è sempre bene richiamare anche le virtù, è doveroso segnalare, nella summenzionata puntata di Estate in diretta, l’interessante intervento dell’avvocato Ettore Tacchini, che ha doverosamente espresso seri dubbi sul fatto che una traccia di DNA possa essere sufficiente ad una sentenza di condanna, se avulsa da un corollario di altri indizi che, ad oggi, sembrano mancare.

Oggi Estate in diretta ha chiuso i battenti, e vista la sua caratura non molto imparziale (per usare un generoso eufemismo) me ne potrei quasi rallegrare: eppure sarebbe inutile, perché a prescindere da quanto potrà accadere in seguito, il danno è fatto.

L’immagine di Massimo Bossetti come assassino, come “uomo nero”, come mostro, è stata fissata come punto fermo nella coscienza degli Italiani, e quand’anche si arrivasse ad una sentenza assolutoria, per quanto sia triste dirlo, buona parte dell’opinione pubblica continuerebbe a considerare Massimo Bossetti colpevole.

Nel saggio antropologico Capri espiatori di massa del Dott. Osvaldo Duilio Rossi è ben descritto il processo di spersonalizzazione che accompagna la costruzione del mostro mediatico nei casi di cronaca nera: si comincia in modo semplice, destituendo i sospettati di tutti quei titoli personali (Dott., Prof., Sig.) che costituiscono la base delle interazioni sociali, ed indicandoli generalmente per cognome (mentre per le vittime si predilige il nome), e in seguito “i loro passati personali e professionali sono stralciati dall’informazione; solo vaghi accenni aprono uno spiraglio sulla loro storia certa e, invece, tutta l’attenzione viene concentrata sulle ipotesi incerte relative alla malefatta. [… ]
Questa spogliazione potrebbe essere un sistema per istituire il capro espiatorio: non più membri della società perché destituiti dei loro ruoli sociali, i sospettati pubblicati in prima pagina sarebbero pronti per essere accettati come vittime sacrificali; sarebbero allontanati simbolicamente dalla società, pronti per essere precipitati dalla rupe”.

Per questo motivo, trovo assai discutibile l’atteggiamento di coloro che, di fronte alle evidenti incongruenze del caso, non volendo esporsi troppo si schermano dietro un ipocrita “non per difendere Bossetti, ma…”.
Questa frase non significa nulla: se c’è un ma, in uno stato di diritto deve essere fatto valere.
Perché se il “ma” esprime un dubbio, in uno stato di diritto il dubbio si valuta pro reo.
Quindi se io ho dei dubbi non parlo “non per difendere Massimo Bossetti, ma”: se ho dubbi io parlo proprio per difendere Massimo Bossetti.

Nella tesi “IL PROCESSO MASS-MEDIATICO
QUANDO LA COLLETTIVITA’ SI IDENTIFICA
NELLA CRONACA NERA” (Relatore: Dott. Massimo Numa, Candidato Dott. Alessandro Scherillo) si parla ancora di ragionevole dubbio in relazione alla prova scientifica, e si evidenziano alcune problematiche salienti, delle quali cito un passo estremamente evocativo, che nel caso in esame non dovrebbe essere dimenticato:

“Le ricostruzioni perfette rischiano di essere mere utopie.
I giudici che sono maggiormente influenzati dalle varie serie televisive
CSI, RIS, etc trasferiscono sugli esperti della scientifica quello che dovrebbe essere il proprio ruolo; si aspettano che, in sede di processo, la presentazione delle fonti di prova sia seguita da una precisa, assoluta, inconfutabile ricostruzione dei fatti, ancor prima che tutte le altre parti in causa (testimoni, psichiatri, etc) siano state sentite.
Come dice Henri Poincaré “La scienza si fa con i fatti come una casa si fa con i mattoni, ma l’accumulazione dei fatti non è scienza più di quanto un mucchio di mattoni non sia una casa”.
Le serie dedicate alla polizia scientifica hanno un enorme successo, ma
spingono a credere che basti solo un esame del DNA per incastrare i colpevoli.”

La verità è che il DNA non basta, specie se in un’unica traccia esigua e di origine dubbia, specie se in una traccia mista con tutte le sorprese che ne potrebbero derivare (si pensi al clamoroso errore avvenuto negli USA proprio a causa di una traccia mista nel caso Timothy Durham, opportunamente citato sul Messaggero in un editoriale del primo luglio dall’Avv. Pierluigi Porazzi), specie se l’imputato soffre di epistassi e fa un lavoro che lo espone allo smarrimento di oggetto passibili di essere utilizzati come arma del delitto, specie se ci si trova nella plateale assenza di movente e di altri riscontri dotati di logica che spingono a tappare i buchi sguazzando in un gossip di infima lega.

D’altro canto, come evidenziato in un saggio relativo al processo di Perugia (Il processo di Perugia tra conoscenza istintuale e scienza del dubbio) dai Dott. Paolo Tonini e Carlotta Conti, mentre le prove dell’accusa devono vincere il ragionevole dubbio, non è invece necessario che l’ipotesi alternativa proposta “risulti caratterizzata da una probabilità logica al di là del ragionevole dubbio. Proprio in virtù del canone in dubio pro reo è sufficiente che essa appaia “non irragionevolmente ipotizzabile”, sempre con riferimento -s’intende- al caso concreto”.

Nel medesimo saggio si evidenzia come la “conoscenza istintuale”, nel seno del quale nasce il colpevolismo di quella parte dell’opinione pubblica che ne è irrimediabilmente affetta, non conosca il concetto di dubbio, e si configuri sostanzialmente come un meccanismo di difesa psichica tutt’altro che ragionevole.

In conclusione, i due Autori evidenziano come essi stessi abbiano proposto ai giornali la pubblicazione di un articolo che illustrasse il corretto modo di ragionare in relazione al processo in analisi, ottenendo in tutta risposta un netto rifiuto: la triste verità è che quanto si basa sulla logica e l’uso della ragione non sempre risulta appetibile al grande pubblico, che, in fondo, preferisce del mostro e ne ha un costante bisogno per esorcizzare le proprie paure più ataviche- quasi i processi mediatici possano assumere una sorta di ruolo “catartico” per lo spettatore esterno, ovviamente a spese del “mostro” volta a volta oltraggiato senza pietà prima che se ne accerti la eventuale colpevolezza ed esposto impunemente al pubblico ludibrio.

Il saggio si conclude con l’auspicio degli autori che l’aver toccato il fondo possa servire da monito per il futuro.

Un auspicio che, ad oggi, non sembra purtroppo aver trovato accoglimento, e non solo nei media: perché se il fatto che i media non esitino a ritagliare una serie di “notizie” (e non-notizie) appetibili ma incomplete e incongrue, per quanto stigmatizzabile, rientra ahimè tra le pecche del sistema mediatico, non sembra invece incoraggiante né razionalmente spiegabile leggere in un’ordinanza che venga preso per buono il racconto del fratello minore di Yara nel momento in cui, con una psicologa, afferma che la sorella aveva paura di un signore con una macchina grigia e “una barbettina” (stante il fatto che il signor Massimo Bossetti risulta avere una Volvo di colore grigio e il pizzetto), ma venga liquidato sommariamente in quanto trattasi di “un teste di minore età la cui capacità di rappresentazione dei fatti non può essere equiparata a quello di un adulto” il fatto che l’uomo descritto dal fratellino di Yara fosse “cicciottello” (aggettivo che senza dubbio non corrisponde affatto alla fisionomia di Massimo Bossetti) e addirittura il fatto che il bambino, quando gli hanno mostrato una foto, non ha riconosciuto l’indagato nell’uomo che aveva precedentemente descritto e che sostiene che la sorella gli avesse mostrato in Chiesa.

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Insomma, il re è nudo, e la petulanza con la quale continua a portare avanti attraverso i media un grottesco teatro dell’assurdo (o degli orrori?) è la prova del fatto che lo ha perlomeno subodorato.
Forse servirebbe una voce dell’innocenza, quale il bambino della fiaba di Andersen, per farlo notare coram populo, ma proprio come nella celebre fiaba temo, ahimè, che la sfilata degli orrori continuerebbe.

Per questo, non mi sembra eccessivo concludere l’articolo dicendo che siamo tutti Massimo Bossetti: e non si tratta di una semplice frase ad effetto, perché se si accetta passivamente che principi come il dubio pro reo vengano sacrificati sugli altari del circo mediatico, il prossimo mostro sbattuto in prima pagina senza alcun pudore e senza alcuna garanzia potremmo essere noi.
E forse allora, per parafrasare i celebri versi del pastore Martin Niemöller, non sarà rimasto nessuno a protestare.

Alessandra Pilloni

 

 

Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco: tra sindrome di CSI e analfabetismo di ritorno

Qualche giorno fa, sul sito di Giustizia Giusta, mi è capitato di leggere un interessante articolo dell’Avv.Mauro Mellini, emblematicamente intitolato “l’umanità ha bisogno del diavolo”.
L’articolo in questione non era collegato in alcun modo a Massimo Bossetti, e si riferiva anzi in buona parte alla politica, ma le sue conclusioni, neutre e valevoli anche per il cittadino comune, meritano di essere riportate pari pari:
“[…] C’è un vuoto incolmabile. E’ quello del “nemico” da distruggere, da esorcizzare, da considerare l’antagonista, l’altro, quello da mandare sul rogo, da sperare che incappi in qualche malanno.

In fondo si sente la mancanza di “quelli dell’altra parte”. Siamo pur sempre il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini.

La speculazione della finanza europea e mondiale è abbastanza priva di contorni netti per poterne parlare e dirne di tutto e di più. Ma non è un nemico da poter mettere alla gogna. E’ abbastanza vaga da poter essere temuta, sentita come incombente, ma non c’è possibilità di immaginarne il rogo, la gogna. Non ci sono, malgrado qualche sforzo fatto per cercarne i diabolici affiliati tra noi, possibilità di soddisfare la voglia di nemico.

Che cosa sarebbe la “squadra del cuore” se non ci fossero “quelli fiji de’ mignotta” di un’altra squadra, di un altro colore?

C’è una dimensione ottimale anche per il demonio: deve essere a portata di mano del suo contrario.”

Chiunque abbia avuto modo di leggere l’interessante saggio di Umberto Eco “Costruire il Nemico”, non avrà alcuna difficoltà ad inquadrare le parole del Dott. Mellini.

Mentre scrivo questo articolo, il Sig. Massimo Bossetti è in carcere in isolamento da ormai un mese: un mese nel quale è stata compiuta una feroce campagna mediatica colpevolista nei suoi confronti, una campagna mediatica nella quale, al di là di pochissime gradite eccezioni spesso prontamente messe a tacere nei saloni televisivi, ha suonato una sola campana, ancorché spesso piuttosto stonata.

Il sistema dei media nelle società attuali è innegabilmente di enorme importanza nella costruzione sociale della realtà e nel determinare l’idea che le masse hanno del mondo e di se stesse.
I media, tuttavia, per necessità di spazi, devono necessariamente attuare un’operazione di selezione e di sintesi.

In questo processo di scrematura, essi ritagliano da tutta una serie di immagini e avvenimenti alcune loro parti, proponendo, in questo modo, una rappresentazione della realtà che non è la realtà stessa, ed attraverso la selezione delle notizie ed il ricorso a tecniche narrativo-retoriche che amplificano (o minimizzano) determinate notizie, si rivelano importanti veicoli nel trasmettere immagini, stereotipi, opinioni e pregiudizi.

Diffondendo certi tipi di messaggi a scapito di altri, i media influiscono in modo rilevante sulla percezione degli eventi, soprattutto quelli non immediatamente verificabili dai singoli individui, e propongono una visione del mondo per forza di cose parziale e spesso, conseguentemente, distorta.

Mi è stato segnalato ieri, sul sito Archivio Penale, un interessante dossier della Prof. Paola Felicioni, docente di diritto processuale penale nella facoltà di giurisprudenza dell’università degli studi di Firenze, che nella sua carriera si è occupata a più riprese del valore della prova scientifica nel processo penale.

Il dossier al quale specificamente mi riferisco, emblematicamente intitolato “La prova del DNA tra esaltazione mediatica e realtà applicativa”, è estremamente utile anche per inquadrare, oltre i limiti del DNA, anche la distorsione che viene puntualmente operata dai media.

Oltre alle problematiche di stampo tecnico-scientifico, il dossier in questione mette infatti in luce anche le distorsioni massmediatiche, in termini che sembrano descrivere perfettamente quanto sta accadendo da un mese a questa parte.

Come avevo già detto in un precedente articolo, di recente sull’Espresso è stato pubblicato un robusto editoriale del Dott. Giancarlo De Cataldo, giudice della Corte d’Assise di Roma, che con la problematica relativa al DNA nel processo penale si è “scontrato” personalmente in relazione all’omicidio di Via Poma.

“Il DNA non è Vangelo”, ha giustamente sostenuto De Cataldo.
La notizia, ovviamente, ha fatto il giro del mondo della carta stampata ed io, costantemente vigile, ho fatto altrettanto.

Sulla testata Bergamonews, in particolare, tra i commenti in calce all’articolo, ho trovato delle reazioni che definire aberranti è poco: schiere di colpevolisti, che probabilmente fino al giorno prima non avevano idea neanche di cosa fosse il DNA, pronti a dar contro al Dott. De Cataldo, ovviamente senza opporre alcuna argomentazione valida, ma accusandolo vilmente di essere “in cerca di notorietà”, come se un giudice nonché scrittore del suo calibro ne avesse bisogno.

E’ incredibile notare come nessuno di questi fedeli alla “gaia scienza” abbia ritenuto di tener conto, ad esempio, delle parole della Dott.ssa Baldi, genetista di chiara fama, che come avevo evidenziato in un precedente articolo, ha affermato con grande correttezza professionale che nel caso di un’unica traccia di DNA il trasporto attraverso l’arma del delitto è scientificamente possibile, e ancora nessuno che abbia avuto l’accortezza di notare come, sebbene la scienza in sé non sbagli, gli uomini siano notoriamente fallibili.

Dinnanzi a queste novelle schiere di autoproclamatisi genetisti, che nel nome della scienza sfidano in realtà ogni metodo scientifico, che presuppone dubbio, curiosità e vaglio di più ipotesi, non fideistica adesione ad una tesi, non posso che gettare la spugna e trovare una sola spiegazione plausibile, ossia quella data dalla Prof. Felicioni nel suo pregevole dossier:

“E’ evidente l’effetto negativo del fenomeno: la fascinazione prodotta 
dal tema evocativo della prova del DNA, potenziata dalla sovraesposizione 
mediatica dei processi penali, ottunde il senso critico dello spettatore che, instupidito dall’effetto CSI, si schiera nell’ideologia di massa a favore o contro l’accusato: si abbatte il giudizio individuale”.

Il rischio più evidente di una situazione simile è che a quello che personalmente chiamo “analfabetismo di ritorno” della folla inferocita segua come spiacevole corollario un’influenza indebita sul processo.

Infatti, sottolinea ancora la Prof. Felicioni nel suo dossier che:

“In linea di principio ciò che avviene fuori delle aule di giustizia è una 
sorta di patologia che non dovrebbe minimamente sfiorare il giudice, né gli
altri soggetti della vicenda processuale.
Tuttavia è innegabile che la fiducia nella giustizia da parte della società si fonda anche sulla percezione che della prima hanno gli uomini: su tale percezione incide la qualità dell’informazione sul processo penale.”

Non dovremmo dimenticare, presi come siamo dalla nostra “gaia scienza” di essere di fronte ad un uomo che si proclama innocente e che da un mese è invece sottoposto a custodia cautelare in carcere, una misura che qualcuno ha contestato definendola già “anticipatrice della sentenza”.

Leggo, ad esempio, dalle pagine del Garantista (http://ilgarantista.it/2014/06/22/riforma-della-giustizia-subito-il-caso-yara-insegna/):

“Anche questo dovevamo vedere: un pubblico ministero, parte d’accusa, che, pur forte delle sue scoperte e delle sue certezze, invita a non esprimere giudizi avventati, e un giudice terzo, un Gip, che bolla l’imputato, giuridicamente presunto non colpevole, come persona dotata di “tale ferocia” da rendere “estremamente probabile la reiterazione di reati della stessa indole”. Così inserendo nell’ordinanza con cui dispone la custodia cautelare per Giuseppe Bossetti, imputato per l’omicidio di Yara Gambirasio, una anticipatrice sentenza definitiva. Dopo di che uno può chiedersi a cosa servano un processo, una difesa legale, e soprattutto, in prospettiva, una riforma dell’ordinamento giudiziario che contempli la separazione delle carriere insieme alla creazione di Csm separati per giudici e pubblici accusatori e alla sostituzione dell’obbligatorietà dell’azione penale con una meno discrezionale selezione di priorità.

Visto che nessuno o quasi si è stupito dell’argomentazione del giudice di Bergamo, è da supporre che questa sia la prassi, il costume e la regola nelle fasi preliminari di un processo. Dopotutto non è forse questa l’indole italiana, tutta luce o tutta tenebra? (…)”.

E se dinnanzi ad una persona che si dichiara innocente, ed alle forti argomentazioni, sia pure fatte passare in sordina, di giudici, genetisti e criminologi che invitano alla cautela piuttosto che ad un morboso accanimento che potrebbe rivelarsi errato, ciò che si vede è un’ampia fetta dell’opinione pubblica che preferisce arroccarsi dietro il dogma del colpevole per forza maldestramente camuffato con le vesti della “scienza”, pur di non mettere in discussione le proprie convinzioni maturate unicamente sulla scorta di un insano giustizialismo mediatico, non sono scioccata, non sono indignata, e in fondo non sono neppure arrabbiata: sono solo costretta ad aggiungere alla vecchia invettiva ciceroniana (“fin quando, dunque, abuserete della nostra pazienza?”) un accorato “ma quanto sei stato fesso!” dinnanzi al celebre dipinto del nostro Risorgimento che ritrae un patriota che, nell’esalare il suo ultimo respiro sul plotone d’esecuzione, riusciva ancora a gridare “viva l’Italia!”

Alessandra Pilloni