Il DNA della Requisitoria

Ebbene, noi  a disposizione abbiamo sempre e solo le trasmissioni televisive e, vagamente, qualche “cronacaiolo”, per capire cosa accade al processo di Bergamo. Nostro malgrado, ci riguardiamo qualche passaggio per ascoltare con attenzione le parole che – forse – corrispondono a quelle pronunciate in aula. Un po’ perché non vai a Bergamo a fare la fila (perché magari devi lavorare), un po’ perché è tutto segreto, un po’ perché chi ci va si tiene strette le informazioni o le condivide con pochi eletti, questo è ciò che passa al convento. Ma noi ci siamo sempre arrangiati, perciò faremo lo stesso anche stavolta.

È bene cominciare un discorso sulla Scienza, visto e considerato che al programmone del venerdì sera abbiamo potuto ascoltare gli stralci della prima parte di requisitoria riportata dal giornalismo nostrano. Giornalismo che – con non so quale coraggio, data la sempreverde alterazione della realtà del pulpito -, tra le altre, prevede una condanna basata sulla “propensione alla bugia” dell’imputato, oltre che alle lettere scambiate tra lui e la nostra “Gina”.

Che gli inquirenti non sapessero chi fosse Bossetti non stento a crederlo, anche perché altrimenti non sarebbero arrivati a lui 4 anni dopo la morte della piccola Yara, ma resta sempre un mistero per me acceso il come lo abbiano individuato, dato che non credo alla validità di una scienza esatta senza risposte. O è esatta, quindi mi dà risposte precise, o è inesatta e le risposte sono molteplici, oltre che tutte valide, come dice l’accusatore. Riporto alcuni stralci: “L’apparente anomalia della componente Mitocondriale del DNA ci lascia un interrogativoNon conosciamo le dinamiche del Mitocondrio su una traccia mista, nel mondo sono citati solo due studi…in quest’aula sono state delle spiegazioni, non tutti sono d’accordo. Sono state fatte proposte, espresse preferenze, tutte autorevoli. Ma diciamo che ci si lascia con un interrogativo.”

Non so dire se poi, nella continuazione delle 8 ore di requisitoria, sia stato fatto anche il nome dei consulenti della difesa di Bossetti, il cronista ha fumettato solo quelli che stanno dalla parte della Procura. Comunque sia, io dico, interrogativo? Non conosciamo le dinamiche del mitocondrio su una traccia mista? Nel mondo ci sono solo due studi? Proposte, preferenze, interrogativo? E dopo queste affermazioni si può ancora rivendicare la validità di ciò che qualcuno si ostina a chiamare “prova” per condannare un uomo all’ergastolo? Continuare poi a dire: “Il fatto di non vedere il Dna Mitocondriale non vuol dire che non ci sia”, sinceramente, mi sembra incredibile, al limite del paradossale.

Per questo motivo – oltre alla totale incosistenza degli altri indizi -, non posso non rilevare la contraddizione di una scienza che non sbaglia, ma che al contempo non fornisce certezze. Altrimenti è come dire che nella mia mano ci sono 5 dita, ma potrebbe essercene anche un sesto nonostante non si veda, perché in merito sono stati prodotti dei non meglio precisati studi, ogni teoria è valida, ma la mia preferita è quella che ammette l’esistenza del dito invisibile. Io posso capire che in politica non si ammettano mai gli errori (anche se non comprendo fino in fondo questa legge non scritta), ma negli affari della Giustizia no, ne va della civiltà, della democrazia e della libertà degli individui.

Mi disorienta l’ostinazione con cui si vuol chiudere così questo capitolo, non ha per me un senso. Sono la prima a volere assicurata una verità e una giustizia per la povera vittima, ma non a qualunque costo e – malgrado le urla dei pronostici mediatici – io voglio credere che nessun uomo, togato o meno, possa decidere di girare la chiave della cella che potrebbe tenere dentro Bossetti per tanti, lunghi anni. Detesto questa scontatezza sul primo grado che attende il secondo, sulle storie che si ripetono, sui capri espiatori. Ho bisogno di sapere che viviamo in un Paese diverso da quello che ho davanti.

Sashinka

 

P.s. consiglio di guardare questa replica verso 1h 40m, dove la Consulente della Difesa spiega con estrema chiarezza la questione mitocondriale:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9a7ae0a2-9210-443b-ad97-7a813b0d70df.html

 

 

 

Intervista a Edoardo Mori, ex Giudice

Ringraziamo Edoardo Mori per averci concesso di rispondere alla nostra intervista. Per informazioni biografiche potete visitare il suo interessante sito web:

http://www.earmi.it/autore.htm

 

– Gentilissimo Edoardo Mori, come già anticipato, il nostro blog e il nostro gruppo facebook (https://www.facebook.com/groups/bossettipresuntoinnocente/ ), è nato principalmente per con l’intento di opporsi all’accanimento mediatico operato contro Massimo Bossetti, l’allora indagato e ora imputato per l’omicidio della piccola Yara Gambirasio. Accanimento che ha poi coinvolto intere famiglie, nonché bambini, e che invece di scemare col tempo, ha visto una escalation a tratti aberrante. Sappiamo che per arrivare alla verità è necessario scandagliare la privacy della persona coinvolta, ma lei considera normale e corretto dal punto legislativo il lavoro dei mass media in questo e in altri casi di cronaca giudiziaria? Qual è secondo lei il confine tra “diritto di cronaca” e “gogna mediatica”?

 

E. Mori: Faccio una premessa: il nostro sistema è indegno, viola ogni norma sul segreto istruttorio, sul dovere di riservatezza degli uffici pubblici, sulla privacy, sui diritti umani. Purtroppo però questo disordine e il modo con cui vengono condotte le indagini, bisogna dire che talvolta servono anche ad aiutare chi è stato ingiustamente accusato.
In merito al segreto istruttorio ricordo che l’Italia è totalmente inadempiente alle sentenze della corte di giustizia e ad una direttiva europea specifica che trovate qui: http://www.earmi.it/varie/segreto%20istruttorio.html.
Sulla base della normativa vigente è certo che dagli uffici di polizia e dagli uffici giudiziari non dovrebbe uscire una sola parola sul caso su cui essi indagano; se poi il difensore dell’indagato ritiene utile divulgare certe notizie, se ne assume la responsabilità e deve comunque rispettare la privacy di tutti coloro che non sono indagati. Può dire, ad esempio, che l’imputato aveva un’amante, ma non può certo permettersi di fare il nome di questa persona.
Il diritto di cronaca consiste nel diritto del giornalista di acquisire informazioni sul caso e di pubblicarle; in un sistema in cui queste notizie non arrivano direttamente dagli investigatori, è il giornalista che deve svolgere un’attività di tipo investigativo, può sentire chiunque, ma il limite invalicabile è la privacy di coloro che non consentono che venga fatto il proprio nome. Si deroga a questi principi solo in casi in cui la persona interessata abbia già una sua immagine pubblica come politico, artista, eccetera.
In certi Stati il diritto di parlare pubblicamente di un processo è però più ristretto. Ad esempio è vietato diffondere le immagini delle persone che si vengono a trovare nell’aula di udienza. Negli Stati Uniti, ove il processo viene deciso da una giuria, si adottano mezzi adeguati per evitare che i giurati possono essere troppo influenzati dai media.
– Secondo Lei, per quale motivo, negli ultimi anni, le Procure non aprono fascicoli per le puntuali fughe di notizie che portano gli atti delle indagini (compresi di audio o video di intercettazioni in carcere e interrogatori), ancora coperti dal segreto istruttorio, direttamente sulle scrivanie delle redazioni di Tv e giornali? Per caso non è più reato trafugare gli atti e passarli ai media ancor prima di essere nelle mani dei legali degli indagati?

 

 

E. Mori: L’unico motivo per cui le Procure non indagano sulle fughe di notizie è che poi dovrebbero imputare se stesse e chi ha investigato. Ad esempio, il sistema delle intercettazioni telefoniche era ben regolato fin dall’inizio dal nuovo Codice di Procedura Penale del 1989 ed esse avrebbero dovuto essere rese note alla difesa solo dopo aver eliminato tutte le parti che non erano attinenti all’accusa o alla difesa dell’imputato. Era un lavoro che avrebbe comportato un notevole impegno e non è mai stato fatto, con violazione di precise norme processuali.
– Cosa ne pensa del video preparato a beneficio dei media, ai quali è stato inviato via e-mail, che mostra decine di riprese in cui appare un furgone chiaro, attribuite tutte al furgone di Bossetti, ben sapendo che, forse, una sola di quelle immagini potrebbe corrispondere al furgone dell’imputato? La legge contempla questo tipo di strategie mediatiche?
E. Mori: La procura della Repubblica deve fare le indagini rispettando il segreto istruttorio e non ha e non deve avere nessuna strategia; il suo compito è di far giustizia nel rispetto delle norme di legge e non certo quello di far vedere quanto sono bravi. La procura non deve curarsi affatto di ciò che viene detto sui giornali e in televisione. Come ho già scritto, è stata una scelta disastrosa quella di mettere a dirigere le indagini dei procuratori che non hanno nessuna esperienza in materia e quella di non evitare che tale compito si potesse utilizzare per protagonismo.
– Cosa pensa della questione banca-dati del Dna? Ne esiste una? Il caso Bossetti ha dei legami con questo?
E. Mori: Non esiste nessuna banca del DNA e non abbiamo i soldi per farla!
– Restando nei limiti di ciò che sappiamo da Tv e giornali, pensa che gli indizi (continuiamo a definirli tali perché a nostro avviso è difficile chiamarli prove) a carico di Bossetti sarebbero sufficienti a giustificare una condanna?
E. Mori: Non seguo mai casi in televisione e sui giornali perché ho imparato che è estremamente difficile decidere non avendo tutte le carte in mano e guai a decidere solo su frammenti di informazione. Spesso sono intervenuto su casi famosi, anticipando quasi sempre l’esito del processo, ma ho sempre discusso le prove senza mai permettermi di dire se l’imputato era davvero colpevole o innocente. Nel caso Bosetti avevo immediatamente anticipato i miei dubbi sul valore della prova del DNA, cosa poi confermata, solo capito male da un perito universitario (da non confondere con i periti delle forze di polizia, non sempre muniti di adeguata preparazione scientifica). E credo di non essermi sbagliato di molto perché tutte le altre indagini sono state svolte proprio per trovare una prova che potesse superare la debolezza della prova del DNA.
Mi pare che ormai la questione si sia ridotta a due sole incognite: la prova del DNA e la prova del furgone, entrambe discutibili e discusse; tutte le altre sono chiacchiere o pettegolezzi che non possono avere nessun valore probatorio. Fate bene a parlare sempre solo di indizi perché nel moderno sistema della prova della colpevolezza, le prove di un tempo (confessione, riconoscimento, chiamata in correità) non hanno più valore autonomo ma devono essere sempre inquadrate e spiegate nel quadro generale degli elementi acquisiti.
– Da ciò che abbiamo letto, sembra che per acquisire una parte di materiale, la difesa di un imputato (quindi lo stesso imputato) debba spendere molti soldi. Questo non crea di per sé una differenza di classe sostanziale? Come fa una persona semplice, di disponibilità modeste, ad affrontare spese legali così esose che gli servirebbero ad avere garantita una difesa equa?
E. Mori: Questo è un problema d’ordine generale che non è soltanto italiano. Indubbiamente il problema esiste, ma non è stata ancora trovata una soluzione adeguata. Come minimo, però, dovrebbe essere stato chiaramente stabilito che l’imputato assolto ha il diritto al risarcimento del danno e quindi anche al rimborso dei costi sostenuti per far riconoscere la propria innocenza.
– In diverse sue interviste, lei ha usato parole molto forti per descrivere il funzionamento della Giustizia, ragion per cui ha deciso di lasciare la toga prima del tempo. Ne riporto un passaggio «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm (fonte: http://www.ilgiornale.it/news/e-giudice-si-tolse-toga-non-sopportavo-pi-l-idiozia-troppi.html ) Lei se n’è andato totalmente rassegnato o pensa sia ancora possibile fare qualcosa? In caso affermativo, che cosa in concreto?
E. Mori: Il testo completo del mio studio sui problemi della giustizia penale lo trovate a questo link http://www.earmi.it/varie/scienze%20forensi.html
non posso che ripetere quello che ho già detto e cioè che non può essere consentito al pubblico ministero, che nel processo è parte come la difesa, di procedere senza nessun controllo e mettere sotto accusa una persona e a trascinarla in un processo con tutti i problemi materiali e morali che ciò comporta. È assolutamente necessario creare un sistema in cui il pubblico ministero indaga come meglio crede e in assoluta segretezza sui casi in cui è necessario indagare; però, prima di poter elevare un’accusa, e quindi compiere un atto che può essere devastante per l’accusato, prima di trasformare le sue indagini in una istruttoria penale, deve presentare le sue prove ad un organo speciale composto da giudici, meglio se non dello stesso ufficio (potrebbe essere individuato nel cosiddetto tribunale della libertà, con alcune migliorie) il quale lo autorizza o meno a procedere. Se non lo autorizza il caso rimane segreto e il pm ha la scelta fra chiudere le sue carte in un cassetto o fare appello, sempre nel rispetto del segreto istruttorio.

AAA cercasi “un giudice a Berlino”: perché la mancata scarcerazione di Bossetti dovrebbe preoccupare tutti noi

Articolo scritto a quattro mani con Laura.

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“Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello.
Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cercò una causa di litigio.
“Perché – disse – mi hai fatto diventare torbida l’acqua che sto bevendo?
E l’agnello, tremando: “Come posso – chiedo – fare quello di cui ti sei lamentato, o lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!”
Quello, respinto dalla forza della verità: “Sei mesi fa – aggiunse – hai parlato male di me!” Rispose l’agnello: “Ma veramente… non ero ancora nato!”
“Per Ercole! Tuo padre – disse il lupo – ha parlato male di me!”
E così, afferratolo, lo uccide dandogli una morte ingiusta. Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.”
(Fedro)


Superior stabat lupus.

Così recita la massima che gli antichi romani traevano dalla favola di Fedro del lupo e l’agnello.
Stava più in alto, rispetto all’agnello, il lupo della celebre favola di Fedro.
Stava più in alto e, di conseguenza, la sua accusa, rivolta all’agnello che si abbeverava allo stesso torrente, di sporcare la sua acqua, non poteva essere vera.
Ma il lupo non si perse d’animo, e trovò un altro pretesto: la condanna era già scritta.

Di tanto in tanto, c’è chi tira fuori dal cilindro qualche statistica secondo la quale l’Italia sarebbe fanalino di coda, a livello europeo o perfino mondiale, per quanto concerne la preparazione in ambito tecnico-scientifico della popolazione scolarizzata.

In questi casi, si tende puntualmente a puntare il dito contro un’istruzione tradizionalmente imperniata sulle discipline umanistiche.
Il problema, purtroppo, è che anche le discipline umanistiche non vengono adeguatamente recepite dagli studenti: se così non fosse, è sufficiente vedere come, a distanza di due millenni, la celeberrima favola di Fedro non sia stata, evidentemente, in grado di insegnare nulla.
Analoga considerazione può senz’altro farsi in relazione a quel grande pioniere della filosofia occidentale, noto a qualsiasi studente italiano, ma forse non abbastanza: mi riferisco a Socrate, il sapiente consapevole di non sapere.
C’è un dramma che finisce costantemente per piagare la giustizia italiana e che si ripete negli anni senza insegnare nulla: l’ostentazione di certezze da parte di Procure e Pubblici Ministeri.
C’è ben poco in grado di terrorizzarmi quanto le apodittiche convinzioni ostentate da molti PM nostrani: convinzioni che, peraltro, in un gran numero di casi si rivelano inesatte.
A titolo d’esempio, mi sono imbattuta proprio ieri in questo video.
Minuto 1,31, parole della PM “convinta” della colpevolezza di Daniela Stuto… Che però era innocente, ed è stata risarcita (una miseria, perché al danno segue sempre la beffa) a spese dei contribuenti.

Ho mantenuto qualche giorno di “silenzio stampa” prima e dopo il Riesame, per riordinare una serie di idee e considerazioni.
Finora, ho cercato di analizzare la vicenda mantenendo toni in un certo qual modo sommessi.
Alla luce della decisione del Tribunale del Riesame di non scarcerare Massimo Bossetti, urge però una celere e netta presa di posizione nella quale lascerò da parte i mezzi termini.
Esordisco allora, in modo quanto mai esplicito, con quello che è il fulcro dell’opinione che ho maturato: se quanto divulgato da giornali e trasmissioni televisive negli ultimi giorni circa le motivazioni del Riesame (che non sono state divulgate integralmente, ma nei loro contenuti) corrisponde a realtà, la carcerazione preventiva del sig. Massimo Bossetti contrasta con la normativa in materia ed a parere di chi scrive è pertanto illegittima.

Qualora la descrizione dei contenuti delle motivazioni diffusa dai principali quotidiani corrisponda a realtà, la Cassazione dovrà necessariamente fare chiarezza e ripristinare i capisaldi della nostra civiltà giuridica.
Se non lo farà, disponendo l’immediata scarcerazione di Massimo Bossetti, potremmo trarre la conclusione di essere parte di un sistema barbaro nel quale l’abuso di misure cautelari ha ormai superato ogni limite di legge.

E’ noto che l’Italia, quanto ad abuso di misure cautelari, ha un triste primato europeo. Secondo i dati dell’Associazione Antigone il sovraffollamento delle patrie galere è del 147% e quasi la metà dei detenuti è in attesa di giudizio.
Lunedì, il giudice del riesame di Brescia Michele Mocciola ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai legali del sig. Massimo Giuseppe Bossetti.

Come è ovvio che sia, questo è stato un duro colpo per il sig. Massimo che rimane in carcere, sottoposto al regime di isolamento, dove si trova da più di quattro mesi, accusato dell’atroce omicidio della tredicenne Yara Gambirasio.
Bossetti sta perdendo “la speranza in un processo giusto” e questo lo sta “uccidendo giorno dopo giorno”, racconta uno dei suoi avvocati, Claudio Salvagni, dopo averlo visitato nel carcere di Bergamo.

Chi potrebbe biasimarlo? Il sig. Massimo ha capito benissimo la gravità della situazione in cui è venuto a trovarsi, e, ad oggi, non è il solo.
Basta fare un salto  indietro a quattro mesi fa e confrontare l’umore e l’orientamento delle masse, che si nutrono di pane segreti e delitti in salsa gialla, di allora con quello che si avverte oggi per accorgersi che i conti proprio non tornano nemmeno a coloro i quali si ostinavano a volerli far quadrare a tutti i costi.
Ciò che è emerso è che il giudice, il quale aveva richiesto degli approfondimenti per potersi sentire sicuro della decisione da prendere, non ha reputato ammissibile la richiesta della difesa di dichiarare nulli gli atti alla base della consulenza dei RIS che portarono all’individuazione di “ignoto 1” e alla successiva identificazione del sig. Bossetti.

Gli avvocati della difesa hanno provato a indebolire l’unico elemento che collega il sig. Massimo all’omicidio di Yara e cioè il DNA ma il tribunale del riesame sembra invece averlo rafforzato in modo non condivisibile poiché ha sottolineato che se c’è presenza di materiale organico dell’uomo sul corpo della ragazza questo è chiaro indice di un di un contatto contestuale (prima o poi qualcuno dovrà spiegare a tutti noi in virtù di quale nuovo primato scientifico i giudici italiani siano in grado di fare ciò che non sanno fare i genetisti: datare il DNA) alla morte della piccola.Il tribunale della Libertà, se così si può ancora definire, sembrerebbe inoltre aver ignorato i tabulati forniti dalla vodafone dai quali si evince che l’utenza telefonica di Yara agganciò la cella di Brembate alle 18:55 prima di spegnersi per sempre, mentre quella del sig. Massimo rimane vincolata alla cella di Mapello.
Questo dato, ad occhi imparziali, rimanda l’immagine di due persone, o per lo meno di due cellulari, che non si trovano nello stesso posto collocando Yara nei pressi della sua casa a via Rampinelli alle 18:55 di quel 26 novembre e il sig. Bossetti nella sua casa di Mapello dove ha sempre sostenuto di trovarsi all’ora della scomparsa della ragazza.

Quanto trapelato a partire dal Corriere della Sera sulle motivazioni del Riesame è estremamente problematico.
Come peraltro ribadito da altre fonti e dichiarato dallo stesso inviato di Quarto Grado ieri sera, il Riesame ha di fatto ritenuto che i vari pseudo-indizi sui quali si è favoleggiato negli ultimi mesi, di fatto non sussistono, ma ha ritenuto che il solo DNA sia “elemento sufficiente”.
Pare che abbia inoltre tratto delle conclusioni su un qualcosa di non detto né ipotizzato  dalla difesa non so se per giustificare la sua discutibile scelta o perché ha mal interpretato l’ipotesi del trasporto.
In pratica ha cavillato sostenendo che l’ipotesi che il DNA di Bossetti sia finito sugli abiti di Yara in quanto messovi a bella posta da qualcuno sia “inverosimile”, intendendo in tal modo per trasportabilità del DNA solo quella dolosa e non preoccupandosi minimamente del fatto che quest’ultima possa ovviamente, e molto più verosimilmente, essere fortuita.

Gli antichi dicevano “excusatio non petita, accusatio manifesta”: io non so se una tale motivazione debba intendersi come tentativo di giustificare la propria decisione, ma so che i legali di Massimo Bossetti non hanno mai prospettato l’ipotesi di un trasporto doloso del DNA e che, di conseguenza, questa motivazione non sembra rispondere a nessun criterio logico-giuridico accettabile.
Ma questo è solo uno dei tanti punti discutibili.

Perché se nelle motivazioni ci fosse davvero scritto, come qui abbiamo peraltro sempre sostenuto, che oltre al DNA non sussiste alcun vero elemento indiziario, i presupposti richiesti ex lege per la carcerazione preventiva semplicemente non ci sono.
Se sono i magistrati del Tribunale del Riesame di Brescia ad evidenziare come nei confronti di Massimo Bossetti, allo stato, il solo elemento indiziante sia rappresentato dalla traccia biologica rinvenuta sugli indumenti della vittima, allora sono loro stessi ad affermare che manca il primo presupposto richiesto per la custodia cautelare in carcere: gli indizi plurimi e gravi.
Non è giuridicamente accettabile la tesi secondo la quale il DNA, anche se non accompagnato da ulteriori indizi di colpevolezza, abbia di per sé un valore probatorio tale da consentire l’adozione di una misura custodiale nei confronti dell’indagato.

E’ infatti pacifico in giurisprudenza come, ex art 273,2 c.p.p, un solo indizio di colpevolezza non sia di per sé sufficiente all’adozione di una misura cautelare di questo tipo.
Secondo l’impostazione in assoluto maggioritaria è necessario, infatti, che gli indizi siano plurimi e gravi, non potendosi ridurre il quadro indiziario ad un unico elemento.

Non sembra avere senso neppure l’assunto in base al quale tale traccia biologica avrebbe valore di prova e non di mero indizio.

Infatti, non solo l’assunto in questione è di per sé fortemente incondivisibile, ma va evidenziato soprattutto come tale distinzione nella fase delle indagini preliminari non abbia alcuna pregnanza specifica: l’art 273 c.p.p, infatti, nel prescrivere che “nessuno può essere sottoposto a misure cautelari se a suo carico non sussistono gravi indizi di colpevolezza”, non opera né consente di operare distinzioni di sorta tra elementi di prova ed elementi indizianti.
A ciò si aggiunga che nella fase delle indagini preliminari -a meno che non si proceda con l’incidente probatorio – è improprio parlare di prove.
Nel nostro ordinamento le prove si formano in contraddittorio, in presenza di tutte le parti processuali e degli eventuali consulenti tecnici.

Anche gli accertamenti tecnici non ripetibili, ex art 360 c.p.p., devono svolgersi in contraddittorio.
Solo la presenza di tutte le parti (persona offesa, indagato, PM, consulenti di parte) consente di far in modo che le risultanze acquisite in base a quel determinato accertamento (non più ripetibile in fase dibattimentale) possano poi essere utilizzate anche ai fini dell’adozione di una sentenza di condanna.
Se dovesse pertanto risultare che l’estrazione della traccia biologica non potrà più essere posta in essere e che,quindi, quell’accertamento tecnico effettuato nell’anno 2012 (accertamento espletato in assenza del difensore dell’allora indagato Mohammed Fikri, del suo consulente tecnico e senza la presenza della parte offesa e del loro consulente e quindi in violazione dell’art. 360 c.p.p.) non potrà più essere ripetuto, l’elemento indiziario unico del quale si parla è stato inoltre acquisito con modalità non valide, in violazione delle garanzie procedurali.
Se così fosse, il signor Massimo Bossetti, oltre che sottoposto ad una carcerazione preventiva che appare contrastante con il dettato normativo ex art. 273 c.p.p., sarebbe inoltre ristretto in base ad un unico elemento probatorio acquisito illegittimamente.

Per chi non è particolarmente versato in ambito giuridico, potrei fare una semplice considerazione molto pragmatica: immaginate una traccia biologica che semplicemente non esiste più essendo già stata completamente spremuta per effettuare degli accertamenti in vostra assenza in violazione delle garanzie di legge.
Esistono stringhe, tracciati elettroforetici su un pc.
Non c’è bisogno di essere giuristi per cogliere come il solo fatto di privare una persona della propria libertà sulla base di qualcosa che non esiste più in rerum natura vada ben oltre il drammatico immaginario kafkiano.
Va da sé, inoltre, che sono del tutto carenti anche le esigenze cautelari.
Si sostiene, infatti, che Bossetti, ove venisse accolta la richiesta degli arresti domiciliari, potrebbe reiterare il reato.
Tale motivazione è spesso addotta a giustificazione delle troppe carcerazioni preventive che affliggono il nostro Paese, e spesso attraverso l’ausilio di fantasiose formule di stile, come in questo caso.
La domanda sorge spontanea: con quali modalità e per quale motivo tale reiterazione del reato dovrebbe essere posta in essere dall’odierno indagato, che si protesta innocente? Potrebbe evadere dalla propria abitazione e ferire a morte il primo passante a caso?
E da quali elementi concreti si evince una simile follia criminale?

Se è vero quanto trapelato da plurime fonti giornalistiche, ci sarebbe da mettersi le mani sui capelli e, ahimé, da dichiarazioni dei difensori sembrerebbe proprio vero: la vita perfettamente normale di Bossetti dimostrerebbe la sua pericolosità e la sua assenza di freni inibitori.

Ma come?

Per quattro lunghi mesi testate giornalistiche affette dalla brutta malattia del “velinismo”, ossia incapaci di criticare chi dà loro da mangiare, ci hanno martellato con una vergognosa e a tratti addirittura ridicola propaganda tesa, almeno nelle loro intenzioni, a presentare Massimo Bossetti, agli occhi di sessanta milioni di Italiani, come un truce depravato che millantava a suon di menzogne un’inesistente vita normale, ed ora ci dicono così, senza preavviso, che Bossetti ha una vita normale e che, proprio per questo, rischia di reiterare un reato che per giunta non c’è uno straccio di prova che abbia commesso?

Ebbene, è necessario che gli Italiani inizino a far pace con il proprio cervello e, se possibile, con la propria coscienza, e si uniscano alla nostra campagna informativa a tutela della presunzione di innocenza di Massimo Bossetti e dei sacrosanti principi dello Stato di diritto.

Per restare in tema di tendenze giornalistiche al “velinismo”, alle quali abbiamo avuto il disonore di assistere per più di quattro mesi, inserisco una breve descrizione esplicativa data dal Prof. Giorgio Resta:

“Si parta da un fatto difficilmente confutabile. Nel nostro Paese almeno dall’inizio degli anni ’90 (volendo fare della cronaca da “Tangentopoli” in poi) si è creato un circolo vizioso fra autorità giudiziaria (in particolare inquirente) e mezzi di informazione.
Tale rapporto è consistito in:
a) rapporti privilegiati fra taluni magistrati e taluni giornalisti;
b) comunicazione da parte dei primi -direttamente o indirettamente- di atti ma soprattutto di documentazione facente parte del fascicolo giudiziario prima del loro deposito o nell’immediatezza dello stesso;
c) enorme risalto mediatico delle vicende giudiziarie viste attraverso la prospettiva (malevolmente, si direbbe il buco della serratura) dell’accusa, con rappresentazione unilaterale e il più delle volte demonizzante dell’indagato;
d) sostituzione del giudizio mediatico a quello dei Tribunali, il quale giunge -se giunge- solo molti anni dopo, e il cui esito, quasi sempre demolitorio delle ipotesi accusatorie, viene minimizzato se non ignorato;
e) significativi vantaggi vantaggi mediatico-professionali per i partecipanti allo scambio segreto istruttorio/scoop”

Ciò che abbiamo visto negli ultimi quattro mesi è senz’altro inquadrabile all’interno di un simile scenario, con la sola differenza che in questo caso è stato superato ogni pronostico di ridicolo: di recente, il Corriere della Sera ha superato se stesso arrivando a proporre l’esilarante notizia secondo la quale un mese prima del fermo il signor Massimo Bossetti, incontratosi con una donna di quaranta anni suonati per venderle uno specchio, come da accordo su ebay, le avrebbe fatto i complimenti, chiedendole se avesse anche una sorella così bella.
Una frase tanto diffusa da essere un banale gesto di galanteria, ma il Corriere non ha resistito all’idea di titolare in questo modo: “Incontrai Bossetti, mi chiese se era bella la mia sorellina”.

La terribile ruffianeria il titolo con la parola “SORELLINA”, che a chi non legge l’articolo fa pensare che Bossetti abbia, come minimo, abbordato un bambino chiedendogli della sorella, mentre in realtà si tratta di una, per giunta banalissima, battuta ad una donna di quaranta anni suonati, adulta e vaccinata, che non risulta abbia subito nessuna molestia né in quel momento né in seguito, non è passata inosservata, tanto che il giorno dopo Il Giornale ha “risposto” con un suo articolo: Se il Corriere inventa la pedofilia di Bossetti (vedi qui: http://www.ilgiornale.it/news/politica/se-corriere-inventa-pedofilia-bossetti-1060778.html).

La parte finale dell’articolo del Corriere, sul materiale della cornice dello specchio che sarebbe stata spacciata per legno essendo, in realtà, plastica, conferiva all’intero articolo quel tocco di ridicolaggine in più- in realtà il livello era già estremamente elevato, ma si è voluto strafare.
Con la divulgazione di questa “perla” gli inquirenti che hanno fornito la “notizia” al Corriere hanno raschiato il fondo del barile, e i giornalisti che si prestano a questo giochetto meriterebbero di veder divulgati anche all’estero i loro articoli: d’altronde, due risate non si negano a nessuno e sarebbe bello se queste perle del giornalismo nostrano potessero essere apprezzate anche a livello internazionale.

Ma ora recuperiamo la serietà (per quanto sia difficile) e torniamo a noi, perché al di là di tutto ciò che abbiamo scritto ed ipotizzato fino ad ora, in questo ed in altri articoli, il nostro pronostico principale si è rivelato esatto: le mistificazioni dei giornalisti asserviti alla Procura sono servite a prendere in giro qualcuno, ma ora non siamo più solo noi, ma il Tribunale del Riesame a dire che non esiste alcun elemento indiziario oltre a quella minuscola traccia biologica, dalla quale -e il Dott. Mocciola dovrebbe saperlo- non si può inferire, in assenza di altri riscontri idonei, la colpevolezza dell’indagato.

Esistono infatti almeno cinque scenari alternativi rispetto a quello prospettato dalla pubblica accusa:

1) Erronea modalità di repertazione; affannarsi a negare tout court un siffatto scenario non onora l’onestà intellettuale di chi lo fa: non sarebbe certo un’eventualità del tutto inedita nel panorama investigativo nostrano (celebri sono, a tal proposito e a mero titolo esemplificativo, i casi“Sollecito”, “Via Poma”, “Pantani”);
2) Erronea modalità di catalogazione e di conservazione del reperto;
3) Errore durante le analisi di laboratorio per non aver adottato rigorose modalità operative; 4) Errore e contaminazione durante la fase dell’estrazione o dell’amplificazione;
5) Li si potrà definire scenari improbabili o in qualsiasi altro modo, ma negarli senza beneficio del dubbio, specie in caso di accertamento effettuato senza le dovute garanzie di legge, è inaccettabile.
Ed è inaccettabile perché quand’anche in concreto nessuno di questi scenari si fosse verificato, il messaggio che gli elementi di prova possano essere acquisiti in questo modo, senza contraddittorio, non può e non deve passare per il bene di tutti.
Ma vi è di più.
Ammesso che non vi siano stati errori o eventuali contaminazioni nelle fasi di repertazione, estrazione, conservazione, elaborazione e comparazione e che il DNA rinvenuto sia davvero appartenente all’indagato, in assenza di ulteriori riscontri non solo non se ne può inferire la colpevolezza per omicidio, ma non si può neppure ipotizzare con sicumera un contatto diretto.

E’ noto ai genetisti forensi, e qui ne abbiamo parlato molto estesamente, che il fluido biologico può trasferirsi su una superficie non solo e non necessariamente attraverso contatto diretto, ma anche attraverso l’intervento di un vettore esterno che può essere rappresentato da un individuo o da un oggetto.

Tale intervento può essere di matrice dolosa (quella ritenuta “improbabile” dal giudice, ma anche da chi scrive ed anche dalla difesa di Massimo Bossetti, che infatti non risulta abbia mai anche solo menzionato un simile scenario) o fortuita, evenienza che, in questo caso, prenderei invece in serissima considerazione: dagli elementi emersi sino ad ora, appare degna di considerazione l’ipotesi che questo delitto possa essere maturato e abbia come protagonisti soggetti appartenenti al mondo dell’edilizia o in qualche modo legati allo stesso.
E’ allora possibile che la vittima sia stata accompagnata in ambienti – cantieri, furgoni ecc- in cui può essere avvenuto tale trasporto indiretto.
Altrettanto ipotizzabile è che il contatto indiretto possa essere avvenuto mediante attrezzi edili utilizzati come arma del delitto: quest’ultima ipotesi, nel presente blog, è stata da ultimo vagliata, mediante la citazione di studi scientifici, nel’articolo Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno.

Bene, come sopra evidenziato, gli scenari alternativi possono essere diversi e tutti ipotizzabili, anche se non ho mai nascosto la mia netta propensione per l’ultimo, binario più difficile e da percorrere con l’ausilio di indagini difensive (a tal proposito non posso che salutare con grande favore l’ingresso del Dott. Ezio Denti nel pool difensivo), ma più solido e, probabilmente, più vicino di quanto si possa immaginare alla realtà dei fatti.

Quindi, quando si parla di DNA come prova certa e inequivocabile che da sola può essere sufficiente all’adozione di una misura custodiale, nonchè di una successiva sentenza di condanna, si commette un gravissimo errore di fondo, dettato dalla cosiddetta “fallacia dell’accusatore” (ampiamente analizzata anche qui nell’articolo Henri Poincaré e la marmellata d’arance: cronistoria di un’arrampicata sugli specchi).

Signori, insomma, chiariamoci: l’unica cosa scientificamente certa al 99,999999999% sono i rapporti di paternità e filiazione: rapporti dei quali, per giunta, non interessa niente a nessuno diverso dalle persone coinvolte nella “scoperta”.

Non è invece altrettanto certo che il DNA originariamente presente sugli indumenti della vittima appartenesse effettivamente a Bossetti, così come è ipotizzabile che vi possa essere stata una contaminazione nelle varie fasi della repertazione, estrazione, conservazione, elaborazione e comparazione del materiale biologico, ovvero, che vi possa essere stato un trasporto indiretto della sostanza biologica oggetto di indagine.
In relazione alla “febbre scientista” che porta spesso l’opinione pubblica a ritenere ciecamente il DNA prova di colpevolezza, alcuni Autori hanno parlato, negli ultimi anni di “effetto CSI”.

Anche in questo blog ho riportato spesso questa simpatica espressione, ma è bene sottolineare due cose: la prima è che, nel caso di specie, le vittime del grottesco effetto CSI ancor prima (e forse ancor più) dell’opinione pubblica sembrano essere giudici ed inquirenti; la seconda è che, in fondo, questa espressione è impropria e perfino ingenerosa nei confronti della nota serie TV: basterebbe infatti guardarlo bene, CSI, per apprendere qualcosa anche sugli scenari alternativi qui prospettati.

Tanti insigni giuristi si sono occupati del complesso rapporto tra scienza e diritto, e la conclusione è sempre stata, giustamente, che il dato scientifico va sempre calato nella realtà processuale (o procedimentale) onde verificare che esso venga corroborato o frustrato dalle ulteriori emergenze processuali (o procedimentali) e che non vi siano interferenze di decorsi causali alternativi che possano spiegare razionalmente un determinato evento.

La Dott.ssa Maccora nella sua “suggestiva” ordinanza di non convalida del fermo (comunque abbondantemente superata, in termini di discutibilità, dalla pronuncia del Riesame) aveva richiamato un orientamento cassativo secondo il quale il DNA avrebbe valore di prova e non di indizio.
Non ho avuto modo di leggere le motivazioni del Riesame, ma immagino che anche lì sia stato fatto il medesimo riferimento.
Avevo già scritto parecchio sul fatto che tale pronuncia della Cassazione sia abbastanza contraddittoria, così come sul fatto che non essendo l’Italia un Paese di common law e non trattandosi neppure di una sentenza delle Sezioni Unite, l’analisi di questo orientamento andasse fatta con le dovute cautele del caso.
In realtà questo richiamo appare del tutto improprio, in quanto trascura un piccolo dettaglio: secondo l’impostazione maggioritaria, fatta propria (questa sì) anche dalla Cassazione a Sezioni Unite (nella già richiamata in articoli precedenti sentenza Franzese) occorre, infatti, ragionare non solo in termini di probabilità statistica ma anche in termini di probabilità logica: il dato scientifico, e l’elemento indiziante da esso ricavato, da solo non può essere sufficiente e non deve assolutamente portare né ad una sentenza di condanna né, tantomeno, all’adozione di una misura custodiale, ma, a tal fine, deve essere sempre e comunque accompagnato da ulteriori elementi indiziari, in modo tale che si possa pervenire ad un giudizio di colpevolezza con alto grado di credibilità razionale e, quindi, al di là di ogni ragionevole dubbio.
Tali principi valgono a maggior ragione nella fase delle indagini preliminari e nelle “procedure de libertate”, soprattutto quando la piattaforma indiziaria appare formata (come da stessa ammissione del Riesame) da un unico elemento acquisito, se tutto ciò non bastasse, in violazione delle garanzie procedurali ex art. 360 c.p.p.

Tutto questo ovviamente, tralasciando la palese insussistenza della necessità di misure cautelari, dedotta come abbiamo visto ritorcendo contro l’indagato il fatto che questi abbia “una vita normale”.

Nel corso di una recente puntata di Matrix, alla quale abbiamo anche dedicato un articolo in questo spazio, Telese ha parlato di “inchiesta politica”.
E sebbene mi ritenga fondamentalmente e fortemente ostile a tutto ciò che rientra nel novero del cosiddetto “complottismo”, nel venire a conoscenza della mancata scarcerazione del signor Massimo, al quale oggi va la mia più sentita solidarietà per il grave danno che sta subendo a mio parere ad onta di ogni garanzia di legge, e ancor più delle motivazioni cavillose e altamente problematiche, non posso negare di essermi chiesta se la situazione oggi sarebbe davvero la medesima se in data 16 giugno il Ministro Alfano non avesse vergognosamente annunciato urbi et orbi via Twitter l’individuazione dell’ “assassino” causando una pressione mediatica senza precedenti.

Una condanna scritta prima ancora che il malcapitato conoscesse l’infamante accusa a suo carico.

Ma non è certo la polemica sterile il mio obiettivo, e allora non posso che concludere con un invito a tutti a leggere e far leggere questo blog, e soprattutto ad interrogarsi sulle conseguenze, che un giorno potrebbero colpire chiunque, di quanto si sta verificando.
Se passerà il messaggio che una sola traccia biologica, per giunta esigua e di natura non chiara né accertabile, e ancora per giunta non acquisita in maniera legittima, sia sufficiente a privare della libertà un uomo prima del processo, e magari perfino a pronunciare una sentenza di condanna in assenza di qualsiasi altro riscontro, allora da domani saremo tutti in pericolo.
Saremo tutti dei potenziali, ed inconsapevoli, Massimo Bossetti. Rifletteteci, rifletteteci bene.
Pensate anche a come per quattro mesi quest’uomo è stato massacrato dalla macchina del fango mediatica sulla base di elementi (tutte le illazioni diverse dal DNA) ritenuti inutili dallo stesso Tribunale del Riesame che ne ha negato la scarcerazione.

Forse sarebbe il caso di cominciare a preventivare l’acquisto di una sorta di tutina da astronauta, per evitare di lasciare in giro qualsivoglia traccia biologica.
E, soprattutto, di cominciare a pensare a Massimo Bossetti non come un estraneo, ma come uno di noi, della nostra famiglia, della nostra cerchia di amici e conoscenti.
Stanotte, perderemo l’unica cosa legale rimasta nel nostro Paese: l’ora.

Torna l’ora solare, Massimo Bossetti resta in carcere sulla base di un solo elemento che non può affatto dirsi prova di colpevolezza e che, a rigore, non sarebbe utilizzabile in dibattimento, la possibilità di reiterazione di un reato alla base della carcerazione preventiva può essere dedotta dal fatto di avere “una vita normale”.
A partire dal prossimo articolo torneremo probabilmente all’analisi di alcuni dettagli della scena del crimine e dell’insostenibilità logico-fattuale del teorema accusatorio.

Per ora… Pensate davvero di poter dormire sonni tranquilli?

Lo strano caso del muratore che acquistava materiali edili

dubito-ergo-cogito-cogito-ergo-sum

“Le mie notti sarebbero un solo incubo al solo terribile pensiero di un innocente che sconta tra i tormenti crudelissimi una colpa che non ha commesso.”

(Emile Zola)


Articolo scritto a quattro mani con Sashinka Gorguinpour.

I miei quattro lettori si saranno ormai abituati all’anticonformismo del blog: in fondo, non è poi così comune, in tempi di forche a buon mercato, sostenere la presunzione di innocenza di un cittadino; per questo, sono certa che sapranno cogliere senza incomprensioni di sorta l’irrinunciabile sfumatura ironica del titolo odierno.
Sono stati gli antichi greci, in fondo, ad insegnarci che spesso l’ironia consente di rivelare più verità di quanto non permetta un discorso troppo serio.
La commedia attica, con la sua vitalità tratta da spunti quotidiani, con la sua ritualità simposiaca e le sue invettive mordaci, aveva una funzione apotropaica: l’inserzione della dimensione comica nella trattazione di tematiche intrinsecamente serie (dalle guerre alle carestie, dalla politica al sistema giuridico) era tesa ad allontanare i mali che, volta a volta, si denunciavano.

“Ingiuriare i mascalzoni con la satira è cosa nobile: a ben vedere, significa onorare gli onesti”, è questa una delle frasi più celebri del grande commediografo Aristofane.

In questo blog, come i nostri lettori ben sanno, non siamo soliti ingiuriare nessuno, e non intendiamo cambiare rotta ora: eventuali considerazioni salaci sono dunque da considerarsi espressione di un semplice diritto di critica.

Eppure, man mano che seguo questa intricata vicenda, comincio ad essere colta da qualche dubbio.
Non fraintendetemi: in oltre cento giorni di carcerazione preventiva, il signor Massimo Bossetti non ha mai vacillato, e meno che mai ho vacillato io nel difendere il suo sacrosanto diritto alla presunzione di innocenza.

Il dubbio che mi assale è d’altro tipo.

Certo, mi rendo conto del fatto che rivendicare il diritto al dubbio sia, di questi tempi, cosa abnorme.
Lo spettro del dubbio, a quanto pare, non inficia neppure la premura di voler “riconoscere” come furgone di Massimo Bossetti un furgone ripreso da una telecamera di sorveglianza, per giunta in un orario non compatibile con il delitto, palesemente diverso, se non fosse per l’avere in comune un dettaglio a dir poco risibile: un catarifrangente non di serie, con buona pace della fanaleria incompatibile (a tal proposito vedasi
Obiezione, Vostro Onore: a tre mesi dal fermo di Massimo Bossetti, ancora non ho capito quali siano i “gravi indizi” a suo carico!).

Seguendo il filo logico in disamina, se io avessi una Mercedes con l’adesivo “Bimbo a bordo” ed una telecamera riprendesse una Punto con analogo adesivo, ciò basterebbe per dire che la Punto ripresa è in realtà la mia Mercedes.

D’altronde lo si è capito sin dall’inizio: in quest’inchiesta non c’è spazio per il dubbio, il dubbio è antipatico e per natura un gran guastafeste, soprattutto dopo aver sciorinato certezze apodittiche che dopo l’entusiasmo iniziale si mostrano prive di riscontri oggettivi.
Ma io sono dubbiosa per natura, e nell’ultimo periodo un dubbio in particolare non mi dà pace.
Vedete, cari lettori, io sono sempre stata convinta di essere dotata di un buon quoziente intellettivo, ed allo stesso modo mi è sempre stata riconosciuta una certa conoscenza e padronanza della lingua italiana.
Giorno dopo giorno, nell’imbattermi nelle “notizie” ed indiscrezioni su questa vicenda, però, mi capita di pensare di non essere in grado di comprendere quanto leggo.

In data 24 settembre, ho avuto modo di leggere un articolo pubblicato sul Corriere a firma della signora Fiorenza Sarzanini.

Questo articolo ha una una caratteristica molto particolare, per la quale non posso che fare i miei più sinceri complimenti all’autrice (che qualora volesse rispondere al mio disappunto, può farlo pubblicamente lasciando un commento in calce all’articolo): lo si può leggere per decine e decine di volte consecutive senza capirne il significato ed i nessi di causalità (o anche meramente logici) sottesi.
A quanto pare, un muratore ha acquistato del materiale edile, e nello specifico un mc di sabbia, dal suo solito fornitore e c’è una fattura che lo dimostra.

Ma andiamo con ordine: l’articolo, nel rendere edotti i lettori del fatto che non sussiste alcun dubbio sulla corretta identificazione di Ignoto1 anche se la traccia biologica lasciata dall’assassino (sic) è di origine non accertabile, ci informa del fatto che quindici giorni dopo la scomparsa di Yara Massimo Bossetti avrebbe acquistato un mc di sabbia a Chignolo, ossia da quello da tre mesi sappiamo essere il suo fornitore abituale.
Certamente un grave indizio di colpevolezza, corroborato dal fatto che a distanza di ben quattro anni non ricordi (rectius, non sia in grado di spiegare) l’uso cui l’acquisto era destinato.
Cosa aspettiamo allora, signori, a buttar via la chiave una volta per tutte?
Un muratore ha acquistato un tipico prodotto usato nell’edilizia e a distanza di quattro anni non ricorda il cantiere di destinazione!
Un fatto che vale di per sé una condanna all’ergastolo, anzi, mi chiedo a questo punto perché non riportare in auge i fasti della gloriosa vigenza della pena capitale.
Certo, è vero che la pena di morte è resa vieta nientemeno che dalla nostra Costituzione, ma visto il clima di enorme rispetto per i principi costituzionali (tra i quali è annoverata la presunzione d’innocenza) che da qualche tempo a questa parte si respira in Italia, sono sicura che i presupposti per invocare una modifica costituzionale ricorrano tutti.
D’altro canto, restano ben poche alternative dinnanzi a un muratore che acquista materiali edili: dopo un atto tanto anomalo e scriteriato, non potrà che essere colpevole.

Titolo e sottotitolo dell’articolo meritano di essere riportati paro paro.

articolo_sarzanini

Infatti, ci danno due notizie eclatanti: la prima è che Bossetti è già “imputato” (perché non anche condannato, a questo punto?), la seconda è che la fattura indicherebbe che abbia visitato il campo in cui fu trovata la piccola Yara: probabilmente si tratta di indicazioni tipiche delle fatture della bergamasca, giacché non mi risulta che le fatture rechino menzione del proprio eventuale tragitto o passaggio in un campo.
Eppure questa fattura lo indicherebbe.
Anzi, non solo lo indicherebbe, ma lo indica senza ombra di dubbio: basti guardare l’assenza di condizionale nel titolo.

I più attenti si saranno chiesti quale dovrebbe essere, di grazia, il valore indiziante di un simile elemento.
Il fatto che un muratore acquisti un mc di sabbia non è indizio di nulla più che del normale espletare un’attività legata al proprio lavoro.
Il passaggio a Chignolo potrebbe avere una valenza indiziaria se Chignolo non fosse un paese pressoché limitrofo al comune di residenza dell’indagato e se l’indagato non fosse stato solito acquistare materiali edili proprio a Chignolo.
L’acquisto di un mc di sabbia avrebbe (forse) rilevanza se l’indagato non fosse un muratore, ovvero se sul luogo del delitto fosse stata trovata della sabbia.
Tali requisiti minimi non sono soddisfatti, dunque un articolo ci ha informati del fatto che Massimo Bossetti acquistava materiali pertinenti alla sua attività: se siamo arrivati al punto di voler vedere del torbido anche in questo e se davvero la Procura si muove su questa linea e non si tratta di mere pontificazioni giornalistiche, mi chiedo francamente come si possa anche solo pensare di rinviare a giudizio un cittadino con elementi di questo tenore, che ad un giudice attempato potrebbero perfino causare una qualche funesta reazione di shock emotivo.

A ciò deve essere aggiunta una ulteriore considerazione: la recente testimonianza di Iro Rovedatti, pilota della protezione civile che sorvolando il campo di Chignolo a bassa quota non vide mai il corpo di Yara, che ove presente si sarebbe dovuto vedere, sembra aprire nuovi interrogativi sul luogo del delitto stesso, che molto verosimilmente (come qui abbiamo ipotizzato sin dall’inizio) non è Chignolo.
Anche qualora si ipotizzasse che il signor Rovedatti non abbia visto il corpo, resta infatti molto difficile credere che la medesima “cecità” abbia colpito anche i suoi colleghi.

Per quanto riguarda la sicumera con la quale la signora Sarzanini non esita ad attribuire la traccia biologica all’assassino, in questo blog è stato rimarcato ad nauseam il fatto che il DNA, specialmente in una traccia unica, non dimostra ovviamente colpevolezza, e posto che è trasportabile se ne deduce che non dimostra neppure (necessariamente) contatto diretto; posto poi che non è databile, possiamo dire ancora che non è elemento sufficiente neppure per collocare temporalmente una persona sulla scena criminis.

A livello mediatico, si è parlato di DNA come prova schiacciante, poiché è stato detto che “il DNA non mente”; purtroppo, però, ci si è dimenticati di aggiungere che il DNA non dice ciò che ci si vuole sentir dire, e nello specifico non dice come e quando sia arrivato lì.

Il fatto che il DNA possa essere trasportato, non solo dolosamente, ma anche in via del tutto incidentale, implica che sulla scena del crimine o sul corpo della vittima possano essere isolate tracce biologiche di persone del tutto estranee al delitto: la casistica giudiziaria internazionale contempla perfino casi di tracce biologiche rinvenute sotto le unghie delle vittime e rivelatesi esito di trasporto.
Anche un oggetto, come un’arma sporca, può veicolare sulla scena del crimine il DNA di un precedente utilizzatore non coinvolto a nessun titolo nel delitto.

Dopo aver posto tutti questi elementi, poniamo ancora che è di recente trapelato in modo finalmente chiaro, come ammette (bontà sua) la stessa signora Sarzanini, che la traccia biologica di “Ignoto1” è di origine “non accertabile”: ciò significa, in Italiano, che può essere qualsiasi cosa, incluse sostanze (esempio più banale, urina) che di per sé si dimostrerebbero intrinsecamente slegate dall’azione omicidiaria.

Il DNA può rivelarsi un elemento importante per le indagini, ma di per sé non è né prova di colpevolezza né, tantomeno, prova schiacciante, e se non contestualizzato in maniera critica rischia di condurre a tentativi grossolani di risolvere indagini sulla base di congetture che, puntualmente, finiscono per non reggere al dibattimento o per portare a sentenze di condanna che, lungi dalle certezze richieste al diritto, portano con sé dubbi che pesano come macigni.

Da un punto di vista strettamente giuridico, quanto detto sopra porta alla logica constatazione che l’esame del DNA reca una conoscenza meramente indiziaria, risultando indizio (e non “prova”), tra l’altro, di mera presenza sulla scena criminis e non di colpevolezza per omicidio.

Ed una tale conoscenza, da sola o rimestata con elementi ai limiti del ridicolo, non rende accettabile un simile accanimento mediatico-giudiziario, né il fatto che un uomo sia in carcere da più di tre mesi.

Ci si aspetterebbe, infatti, visto l’accanimento di stampo persecutorio che da tre mesi colpisce un uomo e la sua famiglia, che ci siano perlomeno delle prove dotate di un certo grado di attendibilità a suo carico.
Una tale aspettativa è però vanificata dalla semplice lettura del’ordinanza di custodia cautelare, che definisce ripetutamente i presunti fatti richiamati come “probabili”, “non illogici” e “suggestivi”.
Eppure non dovrebbe essere una mera “probabilità” e “non illogicità”, né tantomeno una qualche forma di “suggestione” a poter costare, in uno stato di diritto, la privazione della libertà ad un cittadino.

E’ notizia di pochi giorni fa che la Cassazione, nelle motivazioni alla sentenza di assoluzione nei confronti di Raniero Busco, per il delitto di Via Poma, ha stigmatizzato il fatto che la condanna di primo grado si fosse basata su mere congetture.
Qui abbiamo parlato spesso del carico di dubbi che tende sempre ad accompagnare il processo indiziario, ma è bene sottolineare che la congettura, per definizione, non è neppure “indizio”, ma supposizione possibilmente infondata che trae legittimazione da altre supposizioni altrettanto infondate.
Nel caso di Massimo Bossetti, è difficile perfino distinguere indizi e congetture da quello che spesso appare come puro e semplice gossip.

Proprio a proposito della fine del calvario di Raniero Busco, leggevo una sua intervista su Il Tempo.
Una frase, in particolar modo, mi ha colpita:
«Un incubo durato sette anni. E il fatto di aver voluto collaborare con la Giustizia si è ritorto contro di me. “Ci servono le sue dichiarazioni spontanee”, mi disse il pm nel 2004. Poi mi fecero bere un caffè, tenendo da parte la tazzina. Io volevo dare una mano, invece nel 2007 mi hanno indagato per l’omicidio di Simonetta. Sono andato da loro tante volte, tante…ho ripetuto sempre le stesse cose. E loro non mi hanno creduto. Uno che ha la coscienza pulita come me pensa che, se dice la verità, gli crederanno. Invece tutto quello che ho detto è stato usato contro di me».

Mi sembra di vedere il ripetersi della medesima storia, insomma, e non solo in relazione alla questione delle “congetture”.
Ripenso a come, negli interrogatori di Massimo Bossetti, perfino le “contraddizioni” relative ai suoi spostamenti di quattro anni prima gli vengano ritorte contro senza criterio e, mi si perdoni, come già precedentemente evidenziato, senza alcuna logica: forse, sarebbe più opportuno che il signor Bossetti evitasse di rispondere a certe domande, perché ogni sua risposta in buona fede viene puntualmente rigirata ad usum delphini.

Si tratta di cose che, per sua natura, nessun essere umano può ricordare senza dare adito a confusioni/contraddizioni puntualmente usate contro di lui.
Un colpevole ricorda cosa ha fatto nel pomeriggio di quattro anni prima, se ha compiuto un delitto probabilmente conserva ricordi nitidi sia del “prima” sia del “dopo”, in quanto trattasi di momenti connotati da una imprescindibile “particolarità”.

Un innocente, invece, va da sé che non può ricordare, meno che mai senza confusioni di sorta, cosa ha fatto nel giorno X dell’anno Y.
Nessuno di noi lo ricorda.
Può provare, sulla base delle sue abitudini, a ipotizzare un quadro verosimile dei propri spostamenti.
Ma se quanto dichiara gli viene puntualmente ritorto contro (nessuno che faccia la semplicissima constatazione del fatto che l’alibi migliore di Massimo Bossetti sia, paradossalmente, il fatto di non avere un alibi: per lui era una giornata come tante, e ovviamente non può ricordare con esattezza cosa ha fatto!!!), allora è meglio non parlare.
Quando si finisce nel tritacarne della giustizia, specie se c’è una certa premura di avere un colpevole ad ogni costo per salvare la faccia, bisogna aver paura, soprattutto -per quanto mi dolga dirlo- se non si è colpevoli.

Ce ne dà prova nuovamente il Corriere, che dimostrando di trovarsi davvero poco a proprio agio con i dizionari della lingua italiana, presenta il mancato riscontro di uno spostamento di quattro anni prima indicato da Massimo Bossetti in un interrogatorio in questi termini:

“Bossetti non andò dal meccanico”
Barcolla anche l’ultimo alibi.

Autrice dell’articolo è la signora Giuliana Ubbiali, la stessa che si prese la briga di portare all’attenzione del popolo italiano i gossip su una presunta infedeltà coniugale.

Ora sono io, cittadina nata nel paese del garantismo che spesso suole definirsi culla del diritto, a voler fare una domanda alla signora Ubbiali: cos’è, secondo la lingua italiana, un alibi?
Potrei riportare la definizione data dallo Zingarelli, ma per non farla giocare “fuori casa”, ho deciso di servirmi del dizionario online del Corriere stesso, che riporta la seguente definizione:

“Prova della propria estraneità a un reato, consistente nel dimostrare che al momento in cui veniva commesso ci si trovava in un luogo diverso”.

Vede, signora Ubbiali, io non so se Massimo Bossetti quel giorno sia stato o meno dal meccanico: personalmente, non ricordo cosa ho fatto il 26 novembre di quattro anni fa, e penso non lo ricordi neppure lei.
Questo semplice elemento, mi fa pensare che anche Massimo Bossetti abbia il diritto di non ricordarlo e di confondersi, non senza evidenziare, inoltre, che non sempre il fatto di andare dal meccanico è provabile: non necessariamente viene fatta una fattura e, anche qualora venisse fatta, sono certa che secondo il Corriere sarebbe comunque indizio di colpevolezza.
In quel caso il titolone sarebbe stato con ogni probabilità: “Massimo Bossetti incastrato da una fattura: era a Brembate il giorno del delitto”.

Resta però un fatto: la ricostruzione degli spostamenti di Massimo Bossetti in quella giornata non costituisce “un alibi”, perché è noto sin dal deposito in cancelleria dell’ordinanza di custodia cautelare il fatto che per quella sera, ossia per il momento in cui si è consumato il delitto, Massimo Bossetti non abbia mai dichiarato di avere un alibi, e che la ricostruzione degli spostamenti riguardi le ore precedenti.
Presentare la notizia in questo modo significa suggerire ai lettori qualcosa di intrinsecamente falso, lasciando intendere che Bossetti sostenesse di avere un alibi e sia stato smentito.

Il diritto di cronaca non può spingersi alla creazione di realtà parallele, né al suggerimento di un quadro diverso da quello effettivo.

Ad ogni nuova notizia, sento ormai dentro di me che il vizio dei pennivendoli, asserviti a “logiche patologiche”, in cui la paura di non appartenere è più forte del bisogno di bere e mangiare, non mi fa più alcun effetto.
Si tratta ormai di notizie vuote, oltre che trite e ritrite, quasi volgari nel loro ripetersi.
Quei trafiletti, ma anche quei lunghi articoli, per più della metà riempiti dalle 5 W del giornalismo, hanno esaurito anche i sinonimi che servirebbero da aggettivi qualificativi per il termine “svolta”.
Grande, clamorosa, impressionante, incredibile, eccezionale, strepitosa, sensazionale.

Così tanto eclatante per un solo fatto: ogni svolta di questa inchiesta, riportata dalla stampa, io la trovo invece semplicemente “rumorosa”, “fragorosa” e “chiassosa”.
E’ da oltre tre mesi che ogni giorno, secondo i giornali c’è una svolta clamorosa.
Eppure, non appena si prova a valutare la situazione con occhio critico, ci si accorge non senza un certo stupore che da altrettanto tempo l’indagine è palesemente ferma nel suo stringere un misero pugno di mosche.
Verrebbe da pensare, tanto per restare in tema di metafore stradali, che le clamorose svolte avvengano su una rotonda, che riporta sempre ed invariabilmente al punto di partenza.

Come diceva una iscritta al nostro gruppo facebook, probabilmente i “forcaioli” sembrano di più perché urlano più forte, imbrattano di commenti i forum, intervengono costantemente e a sproposito, vogliono esserci e sono determinati a esserci.
Dilagano, sono puntuali e sputano sentenze con enorme facilità.
Noi, mi permetto questo plurale, siamo sempre qui, a rivendicare la presunzione di non colpevolezza per tutti quelli che sono stati mangiati vivi da una macchina troppo uguale a se stessa per non chiedersi se, forse, in lei c’è qualcosa che non vada.
Probabilmente non ce ne rendiamo conto, ma siamo esattamente più forti, e per forza non intendo niente più che capacità di non credere all’incredibile “perché sennò il mondo non mi accetta”.
Solo a un certo punto ho avuto un cedimento, quando tra tutti gli scoop degli ultimi giorni, ho scorto un paio di frasi, commoventi.
Venivo a conoscenza della prima telefonata tra Bossetti e suo figlio.
Mi ha stretto lo stomaco, ho provato un profondo sentimento di tristezza.
Ho ripensato al Garante della Privacy, intervenuto per ammonire uno dei giornali più conosciuti del paese, secondo in Italia per diffusione.
Ho avuto nostalgia dei bravi giornalisti, quelli che non si fermavano alle apparenze, che approfondivano, che andavano oltre.
Quelli che mai e poi mai si sarebbero permessi di approfittare di una disgrazia, fino a ledere con la mannaia la dignità umana, quelli che avevano scelto questo lavoro per un principio di libertà e di visione critica della realtà.
Perché questo caso non interessa solo quell’uomo e la sua famiglia, ha a che fare con ognuno di noi, con i principi costituzionali, con la scelta che facciamo come persone.
Il garantismo non è faciloneria e non è una parolaccia, è uno strumento nobile e potente, se usato con criterio.

Sbagliano i blog, i siti “riporta notizie” e, perché no, gli altri quotidiani, a credere che il Garante della Privacy abbia imposto il fermo alla diffusione dell’articolo di Repubblica ove sono riportati stralci dell’interrogatorio a Massimo Bossetti, per i particolari sulla vita sessuale tra l’indagato e la moglie.
O non hanno letto il contenuto del divieto, o la nostra società è andata oltre il solito immaginario di squallore.
Ancora qualche giorno fa, dopo l’intervento del Garante, Quarto Grado riportava stralci di interrogatorio, per giunta calati in una nuova ridicola pantomima con un attore che interpretava Bossetti.

Non ci sarebbe nulla di nuovo se i media avessero sputato addosso a moglie, madre, suocera e parenti vari, lo stanno facendo dal giorno del fermo.
Il Garante della Privacy è intervenuto perché l’indecenza ha toccato anche un minore, la mancanza di pietas ha valicato ogni confine e di un adolescente si è tentato di fare scempio.
Quando una nazione che si crede civile non è più in grado di tutelare i suoi cittadini più piccoli, significa che la ferita è profonda, dilagante, forse insanabile.
Chi ha mai detto che gli inquirenti, in un caso così delicato, non debbano indagare?
Lo sappiamo tutti che per sviscerare la realtà di un atto criminoso bisogna andare a fondo, denudare il cittadino interessato e scavare nei meandri della sua vita privata.
Non siamo stati di certo noi a dire a chi di dovere di non fare il proprio lavoro, anzi!
Poi, però, salta fuori il “diritto di cronaca”, anche questo sacrosanto, inviolabile, senza il quale una repubblica diverrebbe dittatura.
Ma il diritto di cronaca che cos’è?
Ci sono gli armadi della vergogna, ci sono i segreti da mantenere sotto chiave per secoli e c’è il diritto di raccontare al mondo gli affari di un ragazzino già martoriato dalla tragedia capitata alla sua famiglia.
Ebbene, dobbiamo chiarirci le idee.
La vita di questo innocente è già stata messa a dura prova, ma ora, grazie a questi signori che impugnano la penna come fosse la spada nella roccia, lo è una volta di più.

Non sono stupita del tutto, non ho mai pensato che in Italia infanzia e adolescenza fossero protette dalla violenza dell’adulto, però credevo ci fosse una certa differenza tra alcuni “giornaletti” – tipo quello che si spinge fino a modificare i tratti somatici e i capelli della giovane vittima di questa storia drammatica – e un quotidiano che deve il suo nome alla Rivoluzione portoghese dei Garofani, in conseguenza della quale fu abbattuta una delle più temibili dittature europee e che è secondo per diffusione in Italia.
Invece pare proprio di no, sembra sia scomparsa quella linea di demarcazione tra serio e ridicolo, che sia stata cancellata dalla brutta malattia del secolo, il denaro.
Sempre che sia questo il motivo, sempre che il “diritto di cronaca” non stia seguendo altri scenari a noi sconosciuti, ma siccome non amiamo il complottismo, ci fermiamo prima e stendiamo il nostro “J’accuse”, sul terreno che possiamo vedere, non sulle immagini sbiadite di sentieri ignoti.
Infine, per tornare su un punto già trattato, ma non digerito, questa stampa che ci è toccata in sorte, non ha fatto diversamente con la sorella dell’indagato.
Raccogliendo tutti i modi condizionali della lingua italiana ha orribilmente messo in dubbio che questa donna fosse stata aggredita, quando c’erano addirittura dei testimoni che hanno paura di parlare.
Una donna sola e indifesa, minacciata una prima volta, strattonata una seconda e riempita di calci la terza sotto gli occhi di tutti, dopo il danno, ha subito anche la beffa di quelli che rivendicano il proprio diritto calpestando quelli degli altri.

Qui continueremo, dunque, a rivendicare un solo imprescindibile diritto: quello di dubitare.

Talvolta si parla del principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” come un portato dei paesi di common law: non è così.
Non ho grandi tendenze al patriottismo, meno che mai negli ultimi tempi, ma vale la pena di ricordare che era italianissimo il compianto Prof.Federico Stella, eccelso giurista le cui elaborazioni hanno costituito la base dottrinale della sentenza Franzese (2002) che ha sancito alcuni principi fondamentali di civiltà giuridica, fungendo da antidoto alla valutazione acritica ed arbitraria, insita di fallacie, della cosiddetta “prova scientifica”.

La sentenza Franzese è stata volta a volta definita come antidoto contro l’esclusione del contraddittorio in relazione alle prove scientifiche, antidoto contro la totale discrezione del libero convincimento del giudice e antidoto contro la deriva tecnicistica del processo penale.
Intervenne poi il legislatore, che con la cosiddetta legge Pecorella ( L. 46/2006)  positivizzò finalmente in un testo di legge un sommo principio di civiltà giuridica: l’oltre ogni ragionevole dubbio.
Venne così finalmente superato, almeno formalmente, il cosiddetto metodo individualizzante che, ai fini dell’accertamento della responsabilità penale dell’imputato, focalizzava maggiormente l’attenzione sull’intuizione del giudice: se non vi è certezza o quasi certezza di colpevolezza occorre assolvere, come si predica ormai, spesso, evidentemente a vuoto, in tutte le aule accademiche nostrane.

Come ho già detto in più circostanze, il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio implica che debba essere pronunciata sentenza assolutoria in tutti i casi in cui esista una spiegazione alternativa rispetto a quella accusatoria, e non è richiesto che tale spiegazione alternativa superi a propria volta il ragionevole dubbio, dovendo semplicemente essere e possibile in rerum natura e non impossibile o estremamente improbabile nel caso concreto.
Quando i Tribunali si discostano da questa interpretazione (che tra l’altro è l’unica che si può coerentemente ricavare dalla legge) e sembrano di contro sposare una sorta di “dubio pro culpa” (contra legem), puntualmente partoriscono mostri giudiziari.

E’ invalsa la distinzione (giurisprudenziale e di parte della dottrina) tra dubbi “interni” ed “esterni”.
Il “dubbio interno” è quello che rivela l’autocontraddittorietà dell’ipotesi del
pubblico ministero (ipotesi incoerente) o la sua incapacità/insufficienza esplicativa (l’ipotesi dell’accusa spiega solo alcuni fatti, ma non tutti i fatti necessari per un giudizio di colpevolezza); il “dubbio esterno” è invece quello che contrappone all’ipotesi dell’accusa una tesi alternativa, che non abbia la mera caratteristica della possibilità logica ma anche, come dicevo, il fatto di non essere del tutto improbabile nel caso concreto.
Negli elementi relativi a Massimo Bossetti sussistono sia dubbi interni sia dubbi esterni: la ricostruzione dei fatti dell’accusa è intrinsecamente contraddittoria, come dimostra il continuo appigliarsi ad elementi opposti nel tentativo (non riuscito) di dimostrare la stessa cosa, e gli “elementi” non hanno alcuna univocità, in quanto passibili di interpretazioni non solo differenti, ma perfino molto più logiche di quelle accusatorie.

L’unica vera domanda, allora, non è perché un muratore abbia acquistato un tipico materiale usato nell’edilizia né perché non abbia ricordi precisi di una giornata di quattro anni prima come la restante popolazione mondiale, ma piuttosto: cosa ci fa Massimo Bossetti in carcere?

Su quali basi è in carcere?
Non si tratta di una domanda retorica, ma di una questione già approfonditamente affrontata in precedenza.

E’ forse in carcere sulla base di una spesa di tre milioni di euro che ha portato al nulla più assoluto perché, dopo l’entusiasmo per l’identificazione di “Ignoto1”, da tre mesi si ha bisogno di blandire il pubblico consenso correndo dietro a gossip familiari, a notizie ridicole come acquisto di materiale edile (da parte di un muratore), e dando in pasto alla stampa interrogatori in cui si scandaglia la vita intima di un uomo, in completa violazione della dignità umana e della segretezza degli atti?

Lo abbiamo detto tante volte e lo ribadiamo: l’onere della prova incombe sull’accusa, e se la Procura non è in grado (come è ormai evidente) di provare, e di provare “oltre ogni ragionevole dubbio”, la colpevolezza di Massimo Bossetti, Massimo Bossetti non deve stare in carcere, ma in casa propria con la sua famiglia e i suoi bambini.

E’ inaccettabile che se si non riesce a dimostrare la colpevolezza per un delitto si cominci a prendere per il naso l’opinione pubblica spacciando corbellerie per indizi, nonché a scavare nella vita intima altrui per poi darla in pasto a 60 milioni di Italiani, contro ogni decenza e buon senso.

Per concludere, è a dir poco imbarazzante constatare come le tanto decantate indagini “avvenieristiche” sembrino basare le proprie ricostruzioni nientemeno che sui detti popolari, come il vecchio adagio in virtù del quale “l’assassino torna sempre sul luogo del delitto”.
A questo punto, perché non tirar fuori dal cilindro anche il  ben più celebre “l’assassino è sempre il maggiordomo”?
Vero è che, in questo caso, il proverbio non collimerebbe con l’attuale indagato.
Sempre che, beninteso, non vada bene anche sostituire “il maggiordomo” con “il nipote della domestica”.

E in fondo, ironia a parte, non mi sorprenderei se andasse bene anche una tale sostituzione: d’altro canto, in un contesto nel quale non ci si fa scrupolo ad attaccarsi alle più grottesche insulsaggini, sarebbe davvero così strano, pur di avere un “colpevole” ad ogni costo, provvedere ad adeguare alla bisogna anche i proverbi?

Tanto va l’inchiesta al gossip che ci lascia lo zampino!

“Ma quando, nel guardar più attentamente a que’ fatti, ci si scopre un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell’azioni opposte ai lumi che non solo c’erano al loro tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostraron d’avere, è un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può bensì esser forzatamente vittime, ma non autori.”
(Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame)

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Due recentissimi articoli pubblicati su Il Garantista e su Repubblica, mi spingono a scrivere questa riflessione.
Non mi capita spesso di trovarmi d’accordo con gli scritti di Oriana Fallaci, ma onestà intellettuale vuole che debba ammettere come in alcuni casi la sua sensibilità umana fosse proverbiale.

Uno di questi casi mi sembra essere la sua atroce definizione dell’abitudine:

“L’abitudine è la più infame delle malattie
perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia,
qualsiasi dolore, qualsiasi morte.
Per abitudine si vive accanto a persone odiose,
si impara a portar le catene, a subir ingiustizie,
a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto.
L’abitudine è il più spietato dei veleni
perché entra in noi lentamente, silenziosamente,
cresce a poco a poco
nutrendosi della nostra inconsapevolezza
e quando scopriamo di averla addosso
ogni fibra di noi s’è adeguata,
ogni gesto s’è condizionato,
non esiste più medicina che possa guarirci.”

Ciò che da più di tre mesi a questa parte sta succedendo a livello mediatico è qualcosa di allucinante.
Un’intera famiglia è stata data da subito in pasto al popolo, con annessi gossip su presunti fedifraghi, complici, conniventi (?).
Hanno fatto strame di tutta la famiglia Bossetti, senza che nessuno abbia emesso un fiato.
E il fatto che nessuno abbia levato la propria voce vuol dire che, in qualche modo, un simile orrore è entrato a far parte dell’abitudine, degli usi e costumi accettati.
Ciò che sconcerta non è tanto questo atteggiamento meschino, gretto, inqualificabile, ma l’abitudine a considerare queste violazioni dei diritti umani più sacrosanti come ordinaria routine.
Dovevamo vedere una schiera di forcaioli patentati condurre programmi TV e scrivere su giornaletti che spacciano gossip per indizi, e dovevamo anche imbatterci nelle scelte di un GIP che bolla l’indagato, incensurato, come persona dotata di “ferocia tale” da rendere “estremamente probabile la reiterazione di reati della stessa indole”, senza basarsi su alcuna evidenza clinica, ma su una sorta di condanna preprocessuale che presuppone che Bossetti sia colpevole del reato contestatogli, con buona pace della presunzione di innocenza.

Dal momento che nessuno sembra stupirsi né dell’atteggiamento mediatico né delle motivazioni del GIP in virtù delle quali un cittadino è in carcere da tre mesi, ne dovremmo dedurre che questa è la prassi, il brodo nel quale l’Italia sguazza quotidianamente.

Come anticipavo, ieri sul Il Garantista è stato pubblicato un editoriale di fuoco di Pietro Sansonetti [1], calzantemente intitolato “Snobbati i penalisti, i giornali prendono ordini dalle procure”.

Dall’articolo emergeva che a Venezia è in corso una discussione molto seria sui problemi della Giustizia, che vede la partecipazione di centinaia di avvocati penalisti.
A questa iniziativa non è stato dato spazio dai principali quotidiani (con la sola eccezione del Sole e del Messaggero), come il Corriere, la Stampa, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, che pure sono sempre ghiotti di questioni giudiziarie.
Ebbene sì, avete capito bene: un congresso nazionale con centinaia di delegati e neppure un inviato delle maggiori testate giornalistiche italiane.

Scrive Sansonetti:

Penso che persino il mio amico Marco Ferrando, se tiene il congresso del suo partito comunista dei lavoratori, un po’ di giornalisti li raggruppa.

E allora c’è una sola spiegazione. Si chiama così: boicottaggio.

I giornali italiani hanno boicottato il congresso. E perché lo hanno fatto? Ve lo dico: a un congresso di avvocati si mandano i giornalisti della giudiziaria, ma – da circa 20 anni – i giornalisti giudiziari italiani sono – praticamente al gran completo – alle dipendenze dirette dalle Procure.

Si iscrivono alla Procura territoriale, come una volta ci si iscriveva alla sezione di un partito. E da quella Procura prendono ordini, in modo militare, blindato. Ma le Procure, si sa, non gradiscono che i loro giornalisti seguano un congresso degli avvocati penalisti, perché le Procure non sopportano gli avvocati penalisti, e pensano che vadano messi in condizione di non nuocere.

E i direttori dei giornali – e gli editori stessi – in gran parte dipendono dai loro giornalisti giudiziari – con un singolare rovesciamento delle gerarchie tradizionali – da loro prendono ordini e non sono in grado di darne.

In nessun altro campo dell’informazione è così: certo non nella politica, o negli esteri, ma neppure nell’economia dove in fondo le cordate sono tante, sono tante le lobby, e nessuna – come nel caso della magistratura – è in grado di controllare tutti i giornali. (…)”

Vi starete chiedendo per quale ragione abbia deciso di riportare una notizia di questo tipo.
Ebbene, non avrei voluto scrivere alcun riferimento alla vicenda per non dare ulteriore visibilità a cotanto patetismo, ma dal momento che la “notizia” è finita sotto gli occhi di sessanta milioni di Italiani, a nulla varrebbe tacere.

La Repubblica ha dato prova di sé e del proprio entusiasmante voyeurismo pubblicando ieri la trascrizione dei verbali dell’interrogatorio del 6 agosto, nel corso del quale al signor Massimo Bossetti sono state ripetutamente rivolte domande attinenti alla sua sfera intima.
Lungi da me riportare i contenuti anche qui, per il semplice motivo che non interessano a nessuno.

Faccio riferimento all’accaduto unicamente per segnalare come Massimo Bossetti sia un uomo che è stato privato non solo della libertà (e su quali “basi” lo abbiamo visto più volte e lo rivedremo), ma anche delle più basilari garanzie di legge.
Visto e considerato che anche uno studente di giurisprudenza iscritto al primo anno è perfettamente a conoscenza del fatto che le normative internazionali sulla privacy, rientrante tra i diritti fondamentali dell’individuo, sono estremamente chiare nel rendere vieta la divulgazione di qualsivoglia notizia che non sia dotata di interesse pubblico, e dal momento che resta difficile ritenere che la vita intima del signor Massimo Bossetti rivesta un qualche interesse pubblico, mi rivolgo ai lettori: vi pare normale che trascrizioni di verbali con contenuti di quel tipo vengano date in pasto ai media?

Scrivo “vengano date in pasto”, perché mi sembra abbastanza chiaro che non si divulghino da sole.

A questo punto sorge una domanda: perché?
L’intera dinamica dell’interrogatorio, per quanto si è potuto appurare, appariva incentrata sul tentativo di blandire una confessione facendo leva su possibili “attenuanti” e, successivamente, sul crollo psicologico dell’indagato.

Francamente, tutto questo sembra confermare in maniera plateale quanto vado dicendo e mostrando da mesi.
Che la Procura non abbia nulla di concreto in mano e si appigli alla speranza di un crollo psicologico dell’indagato credo sia ormai evidente, e nonostante questo mi è giocoforza, purtroppo, affermare che Massimo Bossetti rischi di essere condannato, almeno in primo grado, sulla base di un quadro pseudoindiziario contraddittorio e fumoso.

Ed ecco che, finalmente, è accaduto il miracolo, e il Garante della Privacy è intervenuto con questo comunicato, che mi auguro non cada nel vuoto:

“Il Garante privacy ha disposto in via d’urgenza il blocco di ogni ulteriore diffusione dell’articolo pubblicato, anche on line, sul quotidiano “la Repubblica” in cui sono riportati ampi stralci dell’interrogatorio del 6 agosto scorso di Massimo Giuseppe Bossetti.

L’articolo pubblicato dal quotidiano riporta, tra l’altro, informazioni relative ai familiari dell’indagato, quali la moglie, il figlio, la madre, il fratello e il padre, con particolare attenzione a quelle inerenti le abitudini sessuali. Tali informazioni incidono gravemente sulla dignità delle persone terze estranee alla vicenda processuale. In particolare del figlio minore, che rischia di subire un nuovo pregiudizio a causa della possibile ulteriore diffusione delle notizie.

L’articolo pubblicato dal quotidiano contiene, inoltre, ampie citazioni virgolettate dell’interrogatorio, dalle quali si può configurare anche una violazione degli articoli 114 e 329 del codice di procedura penale.

Con il medesimo provvedimento l’Autorità ha prescritto a tutte le testate di conformare l’utilizzo delle informazioni sulla vicenda di cronaca alle norme poste dal Codice sulla privacy, dal Codice deontologico dei giornalisti e dalla Carta di Treviso a garanzia della dignità dei familiari dell’indagato. E ha invitato tutti i media a procedere ad una valutazione più attenta ed approfondita circa l’oggettiva essenzialità di dettagli e informazioni attinenti ad aspetti intimi, omettendone la pubblicazione quando non rispondono ad un’esigenza di giustificata informazione su vicende di interesse pubblico ed evitando altresì ogni forma di accanimento informativo intorno ad aspetti intimi delle persone coinvolte, in particolare quando queste lo sono solo in mondo indiretto e marginale.

Il provvedimento del Garante è stato inviato alla Procura della Repubblica competente e al Consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti per la valutazioni di rispettiva competenza.”

Al di là di questo tardivo intervento del Garante, nessuno sembra aver avuto un sussulto di dignità tale da dissociarsi dalla divulgazione di notizie di questo tenore.
Questa è, per restare in tema, la prova schiacciante che negli arti incancreniti di una Nazione imbarbarita prolifera il DNA dell’inciviltà.

Ed è qualcosa che lascia esterrefatti il vedere come quasi nessuno (ancora una volta, un’eccezione è arrivata dal Garantista con un articolo a firma di Tiziana Maiolo) sembri avere il coraggio di dire, da una testata giornalistica, ciò che qui sosteniamo da mesi, ossia che è evidente che l’omicidio di Yara Gambirasio non abbia lasciato nulla che lasci intendere l’esistenza di un movente sessuale e che il modo in cui si cerca di inserire nel puzzle un movente sessuale che non esiste, cercando appigli in considerazioni che non avrebbero nessun nesso causale con un delitto di quel tipo, sia estremamente imbarazzante e metta a nudo il fatto che l’indagine brancoli nel buio, con buona pace della presunta “prova regina” del caso, che non prova e non può provare colpevolezza, e che, visto il tenore degli interrogatori, ha evidentemente abdicato sotto gli occhi attoniti degli inquirenti stessi.
In tempi di spending review, probabilmente, rendersi conto della possibilità di aver preso un granchio dopo una spesa di tre milioni di euro per seguire un’indagine per molti aspetti irrituale interamente basata su una traccia biologica di natura incerta e di altrettanto incerta valenza probatoria, non è esattamente uno degli eventi più auspicabili.
Ciò mettendo bene in chiaro che chi scrive non contesta la spesa fatta, ma le sue conseguenze: una spesa simile è giustificata dalla semplice ricerca della verità, ma non dal presupposto che a tale verità si debba arrivare necessariamente né, tantomeno, dal cercare di “arrivarci” in maniera forzata.

Il vedere come un’intera famiglia venga messa alla berlina dalle stesse autorità che dovrebbero tutelarla è talmente sconcertante da lasciarmi ogni giorno più incredula.
Mark Twain direbbe che stiamo piastrellandoci la strada per l’Inferno o che la più grande differenza fra la realtà e la fantasia è che quest’ultima deve essere credibile.
A questo punto, non ci si può che augurare che De Andrè avesse ragione con il suo “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”.
Ora come ora, ad un occhio attento, appare infatti lampante come si stia raschiando il fondo del barile per accaparrarsi qualche titolone insulso e blandire, in assenza di prove e confessione, almeno il consenso dell’opinione pubblica e non si può che sperare tutto ciò, prima o poi, cominci a scuotere qualcuno dal torpore.

Alessandra Pilloni


1- http://ilgarantista.it/2014/09/21/snobbati-i-penalisti-i-giornali-prendono-ordini-dalle-procure/

Obiezione, Vostro Onore: a tre mesi dal fermo di Massimo Bossetti, ancora non ho capito quali siano i “gravi indizi” a suo carico!

Liberté

“Si chiamava Libertà. Un giorno scese per strada e prese a interrogare la gente che incontrava. Le risposte che ebbe furono di questo genere: «Fatevi i fatti vostri. – Non te ne incaricare. – Impicciati per te. – Lascia perdere. – Chi te lo fa fare? – Te l’ha ordinato il medico? – Ti pagano per questo? – Sei stanca di campare? – Ti puzza di vivere? – Attacca l’asino dove vuole il padrone. – Non fare la stupida. – Non ti mettere nei guai. – Gli stracci vanno per aria. – Passata la festa gabbato il santo. – L’oro non si macchia. – Sta’ coi frati e zappa l’orto».
Libertà disse: «Questa gente è molto saggia, non ha bisogno di me». Infatti cominciò a uscire meno e un giorno annunciò che se ne andava. Ai giornalisti che l’assediavano per conoscere i motivi della sua decisione rispose in modo alquanto enigmatico. Disse sorridendo: «La libertà va tenuta in continua riparazione».”

(Ennio Flaiano, La solitudine del satiro)


TV e giornaletto, forcaiolo perfetto: il teorema del colpevole per forza, ovvero come salvare capra e cavoli.

Il presente blog ha ormai più di due mesi, e nel tempo si sono susseguiti diversi articoli, talvolta tra loro simili, spesso diversi.
Questo articolo, a differenza di altri, avrà la peculiarità di essere fondamentalmente dettato dalla rabbia e dall’amarezza per una situazione ogni giorno più stigmatizzabile che si protrae da ormai tre mesi.

Avrei preferito scrivere qualcos’altro, e sono certa che anche molti dei miei lettori avrebbero preferito leggere qualcos’altro.
Eppure, è inutile girarci intorno: il rigetto dell’istanza di scarcerazione, risalente alle prime ore del pomeriggio di ieri, era nell’aria.

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Quando a fine agosto cominciò a circolare la voce di un’istanza entro metà settembre, alla luce di un lavoro d’analisi che ritengo che, se effettuato con la dovuta perizia e cum grano salis, renda piuttosto chiaro che i “gravi indizi” di cui nell’ordinanza del 19 giugno non sono tali, pensai che il GIP avrebbe valutato la situazione in modo diverso e più obiettivo.

Pensavo, in buona sostanza, che dalle presunte evidenze “non illogiche” e “suggestive” dell’ordinanza, a mente fredda, si potesse fare un salto di qualità e passare a valutazioni realmente logiche e persuasive.

L’assenza di riscontri laddove sarebbero dovuti emergere in maniera finalmente univoca in caso di colpevolezza (nessun riscontro tra i reperti piliferi né tracce sulle autovetture) e, come contraltare, la palese non univocità degli “indizi” di cui nell’ordinanza, che troverebbero ben più logica spiegazione nella semplice vita di una persona nel luogo che non in fantasiose costruzioni che portano con sé il retrogusto dell’arrampicata sugli specchi, alimentavano le mie speranze di poter vedere in breve la fine di un accanimento che comincia ad assumere connotati preoccupanti.

Quando però lo scorso mercoledì l’istanza è stata presentata ed ho visto, ahimè, tirar fuori dal cilindro un cavillo per un presunto vizio procedurale ex art. 299 c.p.p., ho intuito subito che le cose sarebbero andate in questo modo.
Il GIP ha inizialmente dichiarato inammissibile per vizio procedurale l’istanza di scarcerazione, successivamente ripresentata dopo aver sanato il presunto vizio.
Parlo di presunto vizio perché individuato, a parere di chi scrive in modo non del tutto valido, sulla base dell’art. 299 c.p.p., che prevede la notificazione dell’istanza alla parte offesa.
L’art. 299 c.p.p. è stato introdotto lo scorso anno con la cosiddetta legge sul femminicidio del 15 ottobre 2013.

Giacché tuttavia la ratio legis di questa norma era quella di tutelare le vittime di femminicidio, tenuto conto della ratio legis la mancata notificazione non avrebbe dovuto costituire, a mio avviso, vizio procedurale, in quanto non siamo di fronte ad un reato consumato in ambito familiare/affettivo (ambito al quale si riferisce la legge sul femminicidio).

Anche alcuni tribunali hanno dato questa interpretazione.

Ad esempio, Tribunale di Torino, 4 novembre 2013 (Giudice Marra)

“La disciplina contenuta nell’articolo 299, comma 3, del Cpp, laddove si prevede che, nel caso di delitto commesso con violenza alle persone, la richiesta di revoca o di sostituzione della misura coercitiva debba essere, a pena di inammissibilità, contestualmente notificata alla persona offesa, si applica solo nei procedimenti in cui la condotta violenza si caratterizza anche per l’esistenza di un pregresso rapporto relazionale tra autore del reato e vittima, in cui, quindi, la violenza alla persona non è occasionalmente diretta nei confronti della vittima, ma lo è in modo mirato, in ragione di tali pregressi rapporti (da queste premesse, il giudice ha escluso l’applicabilità della suddetta disciplina
nell’ambito di un procedimento per il reato di rapina, in cui l’azione violenta era stata del tutto occasionalmente diretta nei confronti di persone offese sconosciute all’indagato).”

Tutto ciò visto e considerato che in altra circostanza è lo stesso GIP a mostrare di non disdegnare l’interpretazione della legge sulla base della ratio: ad esempio quando nell’ordinanza stabilisce che sono pienamente utilizzabili gli atti di indagine nonostante la scadenza dei termini ex art. 407 c.p.p.
In tale frangente il GIP richiama infatti la ratio legis ripresa da parte della giurisprudenza secondo la quale tali termini non si applicano per i procedimenti iscritti a carico di ignoti (cito dall’ordinanza: “Al riguardo infatti occorre richiamare l’orientamento prevalente della giurisprudenza che evidenzia la ratio della normativa dettata daIl’art. 407 comma terzo c.p.p. che prevede che l’inutilizzabilità di atti d’indagine per inosservanza dei termini non può riguardare i procedimenti iscritti a carico di ignoti.”).

Al di là di queste considerazioni de iure dalle quali mi è, per (de)formazione personale, impossibile astenermi, vorrei ora provare a fare qualche riflessione sul rigetto dell’istanza a partire dalla solita caciara mediatica contornata dalla diffusione di “indiscrezioni” e presunti “indizi” (sempre i soliti, se non bastasse) malamente rimestati.
In dottrina ci si pone da tempo un annoso quesito: le pressioni mediatiche hanno un peso, o comunque un effetto deleterio, sulle decisioni degli organi giudicanti?
Rispondere ad una tale domanda è difficilissimo, ma una cosa la si può dire senza alcuna remora: l’accanimento mediatico può rovinare la vita a persone innocenti, e sono del fermo parere che questo sia, purtroppo, uno di quei casi.

In diversi articoli precedenti provai a porre una domanda: cosa accadrà non appena la serie di gossip e indiscrezioni relative ad elementi privi di qualsivoglia valore probatorio sarà terminata?
Cosa accadrà quando non ci sarà più nulla da scarnificare nella vita di Massimo Bossetti?
Avevo ipotizzato che, a quel punto, sarebbe tardivamente calato il silenzio, sic et simpliciter.
Sbagliavo.
La realtà si sta rivelando ben peggiore: terminati gli “elementi” nuovi, si torna con nonchalance a quelli vecchi e perfino già smentiti.

Colpevole contro ogni ragionevole dubbio, non “oltre” ogni ragionevole dubbio: è questo Massimo Bossetti.

Che la giustizia italiana non sia esattamente la migliore del mondo è cosa nota da tempo, ma di recente stiamo raggiungendo vette inusitate.

In questo blog parliamo di una persona privata della sua libertà sulla base di elementi a dir poco dubbi, di un uomo in carcere, in isolamento, da ormai tre mesi, sbattuto senza un briciolo di umana pietà sulle pagine dei giornali e nei palinsesti televisivi, condannato in anteprima a reti unificate, distrutto da un tweet sul solco delle nuove condanne sommarie in versione 2.0 prima ancora di potere proferir parola a sua discolpa, capro espiatorio di un accanimento mediatico schizofrenico che non presta attenzione alcuna alla veridicità delle notizie dove perfino indiscrezioni all’apparenza del tutto credibili ed accertate (si pensi alla questione “reperti piliferi”) si rivelano clamorose bufale, colpevole costruito a tavolino piuttosto che cercato.

Colpevole per forza, appunto.
E’ questo il verdetto, e a mò del pollice verso di Nerone è condanna a morte inappellabile.

Bossetti è colpevole perché “incastrato” (termine assai gradito a molti giornalisti nostrani, che generosamente lo utilizzano senza cognizione di causa alcuna) ogni giorno da una castroneria diversa, riproposta a cadenza settimanale perfino dopo la smentita o la confutazione dell’elemento, è colpevole perché ultimo appiglio di un’indagine che ha già prodotto un presunto colpevole sbagliato e i cui termini erano già scaduti, è colpevole perché massacrato nella sua vita privata quando mancano elementi concreti, è colpevole perché un GIP lo ha stabilito essere “privo di freni inibitori” per l’addebito di un reato che non è provato abbia commesso, è colpevole perché così scriteriato da passare talvolta in un paese che dista la bellezza di 2,72 km dal suo luogo di residenza, è colpevole perché ha perfino agganciato una cella telefonica compatibile nientemeno che con l’area della propria abitazione, ed è colpevole perché quando gli elementi mancano è solo perché in qualche modo non documentato deve sicuramente averli eliminati.

Ci si accorge di essere davanti a un “colpevole contro ogni ragionevole dubbio” quando si assiste alla ricerca di indizi che quando non ci sono sembrano essere quasi artificiosamente montati: è il caso del furgone ripreso da una telecamera di sorveglianza, che è evidentissimo abbia una incompatibilità strutturale insanabile (fanali rettangolari, in casa mianon possono produrre un fascio di luce a losanga arrotondata) ma è “simile”, e soprattutto con un po’ di immaginazione pare si possa vedere un catarifrangente simile (pazzesco, mica per riconoscere un furgone si guarda la carrozzeria, no!, si guarda la presenza di un catarifrangente, magari guardando un po’ meglio all’interno si vede pure se c’è un Arbre Magique compatibile con quello del furgone di Massimo Bossetti!).

Avevamo già affrontato l’argomento, ma lo riprendiamo perché qualche giorno fa, i nostri organi di stampa, dal Corriere a TGCOM24 sono tornati a parlare del fantomatico furgone ripreso il 26 novembre 2010 a Brembate dalle telecamere di sorveglianza di una banca.
La ripresa del furgone, risalente alle ore 18,01, è stata tra l’altro collocata, dalle suddette fonti, che alla tentazione di allungare il pesce evidentemente non sanno proprio resistere, alle 18,30.

Il furgone di cui si torna a parlare dopo due mesi, ha solo un piccolo problema, ossia il fatto di non essere quello di Massimo Bossetti.
Le differenze di fanaleria accennate sopra sono evidenti ictu oculi, e già da tempo sono state evidenziate in modo chiaro da un esperimento effettuato dal Dott. Ezio Denti, proprio in via Rampinelli e con le medesime condizioni di luce.
Ecco un eloquente fermoimmagine della videosimulazione [1]: in alto, si può vedere il furgone ripreso dalla telecamera di sorveglianza, al centro un Iveco Daily di modello successivo al 2006 e in basso un Iveco Daily di modello identico a quello in uso al Bossetti.

Videosimulazione_furgoni
L’incompatibilità strutturale è evidente a chiunque, eccetto che ai nostri organi di stampa e salotti televisivi che continuano con immutato fervore a propinare la notizia che il furgone sia di Bossetti.
In realtà, come evidenziato già a luglio da Ezio Denti, è chiaro che non solo no può trattarsi del furgone di Massimo Bossetti (modello del 1999 con fanali rettangolari), ma con ogni probabilità non si tratta neppure di un Iveco Daily ma di un Ford Transit.

Oppure è il caso di chi va a sostenere che la traccia di DNA, definita esigua e di natura non accertata con certezza da chi ha svolto le analisi [2], sia in realtà abbondante e derivi nientemeno che da epistassi: non importa, poi, se si tratta della medesima fonte che a luglio cercava maldestramente di smentire che Bossetti soffrisse di epistassi.
Un quadro, in ogni caso, così ridicolo da poter essere smentito dalla logica più elementare: se così fosse non solo bisognerebbe postulare che il disgraziato abbia un’epistassi in una sera di autunno inoltrato, e per giunta proprio mentre compie un omicidio, ma anche che il sangue proveniente dall’epistassi sia “telecomandato” e vada a finire in un solo punto, guarda caso attiguo ad uno dei margini recisi degli indumenti indossati dalla vittima!
Sappiamo tutti che in caso di epistassi il primo, naturale riflesso è quello di portarsi le mani al naso, sporcandosele: ma Bossetti riesce a non lasciare nessuna traccia ulteriore.
Di più: la ferita sulla quale è stato isolato il profilo genetico di Ignoto1 è nella parte posteriore del corpo, ed il corpo è stato ritrovato supino.
Dunque, se è valida la relazione della Cattaneo, avrebbe perfino dovuto girarlo senza lasciare nessun’altra traccia.
Se tutto questo non bastasse, non solo non occulta il cadavere nonostante capisca certamente di aver lasciato tracce (è impossibile non accorgersi di un’epistassi), ma fa molto di più: sapendo che il suo DNA è finito sulla scena criminis a causa di un’epistassi ma volendosi mostrare estraneo ai fatti, a inizio luglio chiede sua sponte di essere interrogato dalla PM e dichiara… Di soffrire di epistassi!!!

Io, essendo per natura ottimista e fiduciosa nel genere umano, vorrei davvero confidare nella malafede di alcune fonti d’informazione, perché qualora ci siano persone che prospettano tesi simili in buona fede, e dunque ritenendole attendibili, sarebbe davvero il caso di chiedersi cosa esattamente sia andato storto nell’evoluzione umana.

Vorrei anzi cogliere la palla al balzo per suggerire a tutti i miei lettori di mostrarsi sempre ottimisti e felici: qualora dovesse capitare una disgrazia, infatti, anche una eventuale timidezza o un malumore può diventare, secondo alcuni organi di informazione, un indizio a proprio carico.

tristeUna recente puntata di Quarto Grado mi spinge inoltre a suggerirvi di non digitare mai su Google la parola “pelo”: anche questo pare sia un indizio, anche se, nonostante gli ingenti sforzi, non ho ancora ben capito di cosa.
Concedetemi di sdrammatizzare: è forse indizio di “tricofilia”?

Ancora, ci si accorge di essere davanti a un “colpevole contro ogni ragionevole dubbio” quando sia un elemento sia l’elemento contrario vengono interpretati come indizio di colpevolezza.

Negli ultimi giorni ne abbiamo avuto alcuni esempi eclatanti: nei prossimi giorni tornerò in argomento in modo più incisivo dalle pagine de L’Osservatore d’Italia, ma comincio ad esprimere qualche doverosa considerazione.
L’ultimo esempio di come tutto e il contrario di tutto possa essere inteso come indizio di colpevolezza è quello relativo all’assenza di Massimo Bossetti dal cantiere il pomeriggio del 26 novembre 2010, elemento trapelato solo qualche giorno fa, a ridosso del rigetto dell’istanza da parte del GIP.
Anzitutto, l’assenza in sé: fino a pochi giorni fa si riteneva che la presenza in cantiere di Massimo Bossetti, che lo avrebbe portato quel pomeriggio a passare per Brembate Sopra al suo ritorno fosse indizio di colpevolezza.
Ora che è venuta fuori la sua assenza, diventa la sua assenza un indizio di colpevolezza.

Infatti pare, udite udite!, che Massimo Bossetti si sia contraddetto.
Chiunque abbia seguito il caso sin dall’inizio con occhio critico e vigile ricorderà però che fino a poco tempo fa si riteneva un indizio il fatto che avesse ricordi troppo chiari e non contraddittori riguardo fatti di quattro anni prima, chiaro indice di colpevolezza.

In realtà, è sufficiente leggere l’ordinanza stessa per vedere come i suoi ricordi non fossero poi così chiari, ma fossero soggetti alla normale confusione dovuta al troppo tempo trascorso.
Ma anche questo non va bene ed è indice di colpevolezza.

Cito ad esempio dall’ordinanza:
“Qualche incongruenza nel racconto si riscontra quando Bossetti afferma di ricordare i suoi movimenti la sera dcl 26.11.2010 perché proprio quella sera aveva visto di fronte al centro sportivo di Brembate dei furgoni con delle grosse parabole e di essere stato attirato da tale presenza.
Ha poi precisato di non essere sicuro che il giorno fosse il 26 novembre potendo forse essere il 27 novembre 2010.
Affermazione che andrà verificata nel proseguo delle indagini dato che la denuncia della scomparsa di Yara Gambirasio avviene la mattina del 27.11.2010, quindi difficilmente tali furgoni dotati di parabole possono essere collegati a mezzi di telecomunicazioni ivi presenti a causa della scomparsa di Yara Gambirasio.”

La “contraddizione” di Bossetti si è originata molto probabilmente proprio dall’aver confuso, in prima battuta, tra 26 e 27 novembre.
Interrogato dal GIP disse di ricordare cosa aveva fatto il 26 (cioè “essere andato al lavoro e tornato a casa passando per Brembate come tutti i giorni”) perché era stato colpito dalla presenza, nei pressi della palestra, di una serie di furgoni con grosse parabole relativi presumibilmente a mezzi di telecomunicazioni presenti sul luogo proprio per la scomparsa di Yara.
Ma è chiaro che non poteva essere il 26, ma il 27, perché solo in quella data la notizia fu diffusa.
Ecco infatti che poi Bossetti, riflettendo sul periodo in analisi, scopre che il 26 novembre era l’ultimo venerdì del mese, giorno da lui deputato, nel pomeriggio, alle commissioni, e lo dichiara alla PM, “contraddicendosi”, altro chiaro segno di colpevolezza, perché ovviamente tutti noi ricorderemmo cosa abbiamo fatto, ad esempio, il 19 agosto 2009 senza contraddirci.
Così come non andava bene la memoria di ferro, neanche la confusione trova il beneficio del dubbio.

Volendo proprio focalizzare l’attenzione sull’assenza dal cantiere di Massimo Bossetti in data 26 novembre 2010, bisognerebbe poi aggiungere due ulteriori considerazioni.
La prima è che si tratta di un elemento assolutamente neutro in quanto l’orario in cui si colloca l’aggressione alla piccola Yara è comunque incompatibile con i normali orari di lavoro di un muratore: in buona sostanza, giacché alle ore 18,30-19,00 un muratore ha già terminato di lavorare, il fatto che Massimo Bossetti quel pomeriggio fosse stato al lavoro non avrebbe potuto costituire un alibi in suo favore, ma allo stesso modo il fatto contrario non può ovviamente costituire un elemento a suo carico.
La seconda, di contro, è che questo elemento potrebbe essere perfino utile a scagionare Bossetti: infatti, tra i presunti indizi che deporrebbero contro quest’uomo, vi sono le polveri di calce rinvenute nell’albero bronchiale della piccola Yara, la cui presenza sarebbe, cito l’ordinanza del GIP, dovuta alla permanenza in ambienti “saturi” di calce ovvero “ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tale sostanza”.

Questo elemento è stato correlato alla professione svolta da Massimo Bossetti.
Ma se quel pomeriggio Massimo Bossetti non era al lavoro non poteva avere né mani né abiti imbrattati di calce.

In tutta questa caciara senza capo né coda la giustizia è andata, una volta per tutte, a farsi benedire, e in ottima compagnia: con essa, infatti, se ne sono andati il buon senso e l’umiltà di ammettere che i conti non tornano proprio e che ciò che si sta registrando è un palese accanimento verso un colpevole per forza, contro il quale, quando non sarà rimasto più alcun dettaglio della sua vita da distorcere e scarnificare, ci si ritroverà inermi con una piccola traccia di DNA che non potrà provarne la colpevolezza in quanto sarà impossibile dimostrarne al di là di ogni ragionevole dubbio che sia davvero correlata all’azione omicidiaria.

Una domanda, a questo punto, non si può non farla: questo processo mediatico senza precedenti è legittimo?

Abbiamo già visto più volte, in queste pagine, alcuni estratti dal titolo II del codice deontologico dei giornalisti, e ci siamo altresì soffermati sulla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che non lascia adito a dubbio alcuno sull’illegittimità di quanto da tre mesi si sta impunemente consumando sotto gli occhi attoniti e, ahimè, spesso conniventi, dell’intero Paese.

Ne approfitto allora per segnalare altresì la delibera dell’AGCOM (Autorità Garante per le comunicazioni) n. 13/08/CSP- Atto di indirizzo sulle corrette modalità di rappresentazione dei procedimenti giudiziari nelle trasmissioni radiotelevisive [3].
Leggendo il testo di intuisce immediatamente come queste regole siano state ripetutamente violate.
Perché nessuno interviene con le dovute sanzioni?
A questa domanda è impossibile rispondere, ma una cosa è certa: questo codice è stato violato e nessuno, ma proprio nessuno, ha minimamente ritenuto di dover intervenire.

“Considerato che i programmi televisivi mostrano la tendenza a trasmettere in forma spettacolare vere e proprie ricostruzioni di vicende giudiziarie in corso, impossessandosi di schemi, riti e tesi tipicamente processuali che vengono riprodotti, peraltro, con i tempi, le modalità e il linguaggio televisivo, ben diversi da quelli giudiziari, ricreando un foro mediatico non equilibrato che perviene ad una sorta di convincimento pubblico sulla fondatezza o meno di una certa ipotesi accusatoria, aggravato dal fatto che, nella percezione di massa, la comunicazione televisiva svolge una sorta di funzione di validazione della realtà;
considerato che la tecnica della spettacolarizzazione dei processi, che le trasmissioni televisive utilizzano a fini di audience, amplifica a dismisura la risonanza di iniziative giudiziarie con il rischio della degenerazione della trasmissione in una sorta di “gogna mediatica” a scapito della presunzione di non colpevolezza dell’imputato e, in ultima analisi, della tutela della dignità umana e del diritto al “giusto processo”, garantiti dalla nostra Costituzione e dai principi comunitari, costituendo una condanna preventiva, inappellabile e indelebile;
considerato che l’attenzione distorta, insistente e talora parossistica dedicata a taluni pur gravi fatti delittuosi comporta notevoli rischi di alterazione, vuoi sul versante della deturpazione dell’immagine vuoi sul versante di un’enfatizzata notorietà che regala a protagonisti negativi una celebrità distorsiva dei valori di una società civile;
considerato che non è da escludere o da sottovalutare il pericolo che una siffatta rappresentazione “mediatica” del processo -ispirata più dall’amore per l’audience che dall’amore per la verità in programmi delle principali emittenti televisive che occupano con grande ascolto la prima e la seconda serata- possa influenzare indebitamente il regolare e sereno esercizio della funzione di giustizia;
considerato che la vigente normativa sul sistema radiotelevisivo pone tra i principi fondamentali del settore la garanzia della libertà e del pluralismo dei mezzi di comunicazione, la tutela della libertà di espressione di ogni individuo (inclusa la libertà di opinione e quella di ricevere o di comunicare informazioni), l’obiettività, la completezza, la lealtà e l’imparzialità dell’informazione, nel rispetto delle libertà e dei diritti, in particolare della dignità della persona e dell’armonico sviluppo dei minori, garantiti dalla Costituzione, dalle regole di base dell’Unione europea, dalle norme e convenzioni internazionali e dalle leggi nazionali;
tutto ciò considerato, le emittenti radiotelevisive si attengono, in particolare, ai seguenti criteri:
a) va evitata un’esposizione mediatica sproporzionata, eccessiva e/o artificiosamente suggestiva, anche per le modalità adoperate, delle vicende di giustizia, che non possono in alcun modo divenire oggetto di “processi” condotti fuori dal processo. In particolare vanno evitati “processi mediatici”, che, perseguendo il fine di un incremento di audience, rendano difficile al telespettatore l’appropriata comprensione della vicenda e che potrebbero andare a detrimento dei diritti individuali tutelati dalla Costituzione e delle garanzie del “giusto processo”;
b) l’informazione, fermo restando il diritto di cronaca, deve fornire notizie con modalità tali da mettere in luce la valenza centrale del processo, celebrato nella sede sua propria, quale luogo deputato alla ricerca e all’accertamento della “verità”: dovranno pertanto essere seguite modalità tali da tenere conto della presunzione di innocenza dell’imputato e dei vari gradi esperibili di giudizio, evitando in particolare che una misura cautelare o una comunicazione di “garanzia” possano rivestire presso l’opinione pubblica un significato e una concludenza che per legge non hanno;
c) la cronaca giudiziaria deve sempre rispettare i principi di obiettività, completezza, correttezza e imparzialità dell’informazione e di tutela della dignità umana, evitando tra l’altro di trasformare il dolore privato in uno spettacolo pubblico che amplifichi le sofferenze delle vittime e rifuggendo da aspetti di spettacolarizzazione suscettibili di portare a qualsivoglia forma di “divizzazione” dell’indagato, dell’imputato o di altri soggetti del processo; deve inoltre porre sempre in essere una tutela rafforzata quando sono coinvolti minori, dei quali va salvaguardato lo sviluppo fisico, psichico e morale;
d) restando salva la facoltà di sviluppare sui temi in esame dibattiti tra soggetti diversi dalle parti del processo nel rispetto del principio del contraddittorio ed assicurando pari opportunità nel confronto dialettico tra i soggetti intervenienti, vanno evitate le manipolazioni tese a rappresentare una realtà virtuale del processo tale da ingenerare suggestione o confusione nel telespettatore con nocumento dei principi di lealtà, obiettività e buona fede nella corretta ricostruzione degli avvenimenti;
e) quando la trasmissione possa inferire sui diritti della persona, l’informazione sulle vicende processuali deve svolgersi in aderenza a principi di “proporzionalità”, accordando pertanto alle informative e alle analisi uno spazio equilibratamente commisurato alla presenza e all’entità dell’interesse pubblico leso e raccordando la comunicazione al grado di sviluppo dell’iter giudiziario, e quindi al livello di attendibilità delle indicazioni disponibili sulla verità dei fatti.”

Se dovessi fare un pronostico sul caso Yara Gambirasio, dovrei dire che, a mio parere, al colpevole non si arriverà mai.
Contro Massimo Bossetti non emergerà alcun elemento univoco e gli inquirenti resteranno (come già sono) con in mano il solo DNA.

Il DNA, quand’anche l’estrazione fosse ripetibile (qualora non lo fosse sorgerebbe un evidente problema in quanto le prove si formano, ai sensi della disciplina codicistica, in contraddittorio) e desse i medesimi risultati, in traccia unica, non sarà sufficiente a superare il ragionevole dubbio, e così, se non in primo grado perlomeno in appello, Massimo Bossetti verrà assolto.
Nel frattempo la sua vita sarà stata rovinata, e a causa delle pressioni mediatiche il messaggio che passerà a livello di opinione pubblica sarà che il giudice ha assolto un colpevole.

Una verità processuale non sempre corrisponde ad una verità sostanziale, e questo è un dato di fatto.
Nel nostro ordinamento, il principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” non è applicabile in relazione alla difesa, ma solo all’accusa, e ciò sta a significare che l’ordinamento deve necessariamente prediligere, nel dubbio, l’assoluzione di un colpevole piuttosto che la condanna di un innocente.

L’accusa deve vincere la presunzione d’innocenza “oltre ogni ragionevole dubbio”, nel senso che il teorema accusatorio deve resistere ad obiezioni e spiegazioni alternative prospettate dalla difesa.
La difesa invece non soggiace al limite del “ragionevole dubbio”, ma può vincere il teorema accusatorio “semplicemente” prospettando alternative che siano possibili in rerum natura e non impossibili o estremamente improbabili nel caso concreto, senza altra limitazione.

Questo perché l’ordinamento opera una scelta: il non trovare un colpevole per un fatto delittuoso denota un fallimento del sistema, ma la condanna di un innocente implica la -ben peggiore- criminalizzazione del sistema stesso, nel momento in cui va a compromettere erroneamente un principio inviolabile quale la libertà personale.

Per me che credo nell’innocenza di Bossetti alla luce delle mie analisi del caso che mi portano a ritenere del tutto inverosimile il castello accusatorio, verità processuale e sostanziale, se le cose andranno in questo modo che ho prospettato, collimeranno.

Ma la vita e la dignità di un individuo saranno irrimediabilmente distrutte.
E a quel punto non varranno a salvarci dall’onta di aver avventatamente linciato un innocente né le parole pronunciate in prima serata dal signor Carmelo Abbate che, avendo evidentemente già sentenziato (non si sa su quali basi), sostiene che la Procura abbia nientemeno che “un quadro indiziario completo” (salvo, ovviamente, lasciar cadere nel dimenticatoio la richiesta di giudizio immediato sbandierata nei primi giorni), né la pretesa possibilità di una reiterazione del reato che giustifichi la custodia cautelare (che è chiaro a tutti, tranne che alla Dott.ssa Maccora, non sussistere in alcun modo), né quella pericolosa forma di autosuggestione che spinge i più a rifiutare tout court il garantismo in quanto significherebbe mettere in dubbio la bontà della macchina giudiziaria.

Scrive il Prof. Eraldo Stefani che:
“E’ naturale che in ognuno di noi ci sia una forte resistenza a credere che la giustizia, non possa e non debba mai sbagliare; essa infatti assicura, attraverso l’osservanza della legge, l’ordine fra i consociati e dunque assicura la sopravvivenza della società stessa ed il suo miglioramento sotto il profilo dei valori.
Perciò ammettere l’errore da parte dell’istituzione preposta ad assicurare l’ordine, pone in dubbio la solidità dell’ordine stesso e con esso la nostra sopravvivenza.
(…)
Di qui l’esigenza talvolta di trovare un colpevole, a tutti i costi, come se la macchina della giustizia dovesse dimostrare di aver svolto il proprio compito portando un risultato concreto, come se la società che guarda attonita l’orrore del delitto trovasse una sorta di rassicurazione e compensazione per la perdita subita, attraverso l’individuazione di un capro espiatorio, più o meno effettivamente colpevole.
Tuttavia, la tranquillità che infonde una condanna, o un’assoluzione, se non supportata dalla verità, può diventare la più destabilizzante delle menzogne.”

La conclusione del caso Yara-Bossetti metterà l’Italia intera con le spalle al muro, ognuno con le proprie responsabilità.
Massimo Bossetti, stante l’attuale quadro che non potrà reggere al dibattimento, sarà assolto: quella singola traccia biologica avulsa da un quadro di indizi concreti ed univoci non potrà mai dimostrare la sua colpevolezza.
Il quadro indiziario, comunque la si rigiri, è estremamente debole, e se nei giornali ed in tv, non essendoci contraddittorio, sembra tutto semplice, in un’aula di Tribunale sarà invece terribilmente complicato per la Procura fare reggere una costruzione ai limiti del teatro dell’assurdo, e non saranno certo i maldestri tentativi di cercare indizi ridicoli in tutto e il contrario di tutto a venire in soccorso: la saggezza popolare lo sa da tempo, salvare capra e cavoli è impossibile, e lo è ancor di più se insieme a capra e cavoli si vuole salvare pure la faccia.

Massimo Bossetti verrà dichiarato innocente.
E a quel punto, purtroppo, sarà l’Italia intera a scoprirsi colpevole.

Alessandra Pilloni


1- Videosimulazione furgoni del Dott. Ezio Denti:
-Filmato comparativo girato con i fari abbaglianti:
http://www.ecodibergamo.it/videos/video/1005929/?attach_m
-Filmato comparativo girato con i fari anabbaglianti:
http://www.ecodibergamo.it/videos/video/1005930/?attach_m

2- Testuale dichiarazione del Prof. Novelli, genetista che ha svolto le analisi, alla Stampa:

«A quel punto ci si è chiesti se la quantità ricavata fosse sufficiente per sottoporla a successive analisi che avrebbero permesso di confermare la natura biologica del campione: sangue, urina, sperma e così via. Ma, vista la quantità esigua e il rischio di compromettere quell’unica traccia, si è deciso di proseguire direttamente con le analisi del Dna»

http://www.lastampa.it/2014/06/18/scienza/tuttoscienze/polimorfismi-e-computer-cos-ho-letto-il-dna-dove-c-la-firma-del-killer-di-yara-TgU7fRRT7WuexElqtPCMoN/pagina.html

3- Delibera dell’AGCOM n. 13/08/CSP: Delibera 13-08-CSP

«Se cammini abbastanza» disse il Gatto «da qualche parte arrivi di sicuro.» (Una riflessione di Laura)

Alice-in-Wonderland

“Cosa vedi sulla strada?”
“Nulla.”
“Che spettacolo dev’essere! Che aspetto ha questo nulla?”

Lewis Carroll docet.


Alla luce della manovra effettuata dal GIP, atta a prendere tempo e a scaricare un po’ della responsabilità di una carcerazione ingiusta sui legali della parte lesa, urgono delle osservazioni.

Come scrissi in un articolo ormai molte lune fa, in tempi ancora non sospetti ove essere una “garantista” equivaleva a portare la lettera scarlatta, l’omicidio della giovane Yara non sembrava, e men che meno sembra oggi, un omicidio premeditato né tantomeno a sfondo sessuale.
Potrebbe essere valida la pista immediatamente accantonata del branco di giovani o peggio di un gruppo di ragazzi che la vittima conosceva, se anche solo di vista.

L’unica certezza è che in questa vicenda non esistono certezze dunque si potrebbero ipotizzare centinaia di scenari diversi e non si arriverebbe comunque a nulla di più del pugno di mosche che la Procura di Bergamo stringe in questo momento.

Va da sé che non sussiste alcun elemento probatorio che tenga banco durante un processo.

E’ vero che l’Italia è diventata, negli ultimi anni, tristemente famosa per i suoi numerosi processi indiziari finiti con condanne vergognose, ma si è trattato, senza far nomi o citare i casi, di “condannati” o imputati vicini alle vittime, che le conoscevano bene e le vivevano nel quotidiano (e ripeto non scendo nel merito come mi aspetto da chi mi leggerà).
Questo non fa di loro degli assassini e non fa delle macchinose fantasie dei PM delle prove.

I processi indiziari sono sempre molto delicati perchè vanno a toccare  per forza di cose dei tasti “al limite” delle garanzie di legge ma nel caso del signor Bossetti ci troviamo di fronte ad un uomo senza nessun legame con la vittima, la quale egli giura di non aver mai incontrato.

Se non si vuole credere all’ormai “più bugiardo” d’Italia bisogna quantomeno dargli atto che nessun altro elemento, se non quella microscopica traccia biologica, lo collega alla vittima. Abbiamo più volte ricordato, nel nostro gruppo facebook, che quelli che dai media sono stati spacciati per elementi a carico di Massimo Giuseppe Bossetti, (quali la sua presenza in zona, nella quale lui risiede, avallata dalla cella telefonica agganciata la sera del 26 novembre, la presenza di un furgone del tutto dissimile da quello dell’operaio ripreso dalle telecamere, la sua assiduità nel frequentare luoghi familiari a Yara, rivelatisi poi luoghi obbligati di passaggio per recarsi al lavoro e rincasare, la sua presenza, confermata da lui stesso, sul luogo del ritrovamento nel febbraio dell’anno successivo, l’assenza dal lavoro, per sua stessa ammissione quel venerdì e quant’altro), sono solo banalità che non troverebbero collocazione in ambito processuale poiché intrinsecamente vuote di ogni valenza probatoria e quindi, in nessun modo per quanto le si rigiri, utilizzabili per un rinvio a giudizio.

C’è da sottolineare anche, e lo faccio spogliando anticipatamente questi concetti da ogni valore a favore o contro l’indagato, che la stampa, approfittando della lunga gittata nel tempo di questo caso di cronaca, ci ha marciato sbandierando tutto ed il contrario di tutto come se non dovesse esserci un domani, confidando nella poca memoria dello spettatore medio, il quale, alla ricerca continua dello scoop giornaliero con cui accompagnare il cornetto ed il  caffè, non bada o non vuol badare alle contraddizioni.
Ma c’è chi è più attento della media e ricorda sin troppo bene che sia il silenzio che il voler contribuire rispondendo alle domande degli inquirenti sono stati letti come segno di malafede da parte dell’operaio, e ancora ricorda bene come lui avesse dichiarato di soffrire di epistassi dal principio, nel tentativo di dare una spiegazione alla presenza del suo DNA sul cadavere, ipotizzando da profano come tutti noi un trasferimento secondario a mezzo arma, e come questo suo tentativo sia stato distorto arrivando a scrivere che lui  confermava essere suo il DNA sulla vittima.
Praticamente un reo confesso cui però non è stato prestato sufficiente orecchio se ancora si cercano appigli negli sfasciacarrozze della bergamasca.

La premura di trovare un colpevole per salvare la faccia ha scavato la fossa e la cattiva informazione ha provveduto a cementare la lapide sulla tomba di un uomo cui sono stati negati i diritti fondamentali di legge.

“Visto che il problema non era di immediata soluzione, non aveva molta importanza che fosse espresso correttamente.”

Si usa dire che Alice nel paese delle meraviglie sia un capolavoro del nonsense e nulla è più calzante del concetto di nonsense per riassumere i toni di questa vicenda.

“Benché il nonsense venga spesso inteso come mancanza di senso, in realtà esso è solo negazione di senso, e presuppone dunque la sua presenza”

“Il nonsense non è dunque sinonimo di demenziale né di insensato.
Il nonsense è il rovesciamento del senso corrente.
Lewis Carroll fa questo a tutti i livelli, sovverte tutte le regole del mondo conosciuto: si mettono in discussione le leggi della fisica, si discutono quelle dell’educazione e del buonsenso, si ribaltano le pratiche linguistiche e le pratiche giudiziarie.
Il mondo in cui Alice si muove è una dimensione anarchica e sovversiva, priva di una geografia ben definita: andando a destra si arriva dalla stessa parte che andando a sinistra, prima si era in una stanza circolare e d’un tratto si galleggia sul pelo di un oceano, nei tronchi degli alberi si aprono porte verso l’interno.
Non si tratta neanche di uno spazio labirintico.
Si tratta decisamente di un non-spazio, uno spazio onirico in cui si muovono personaggi onirici, o meglio apparizioni.”

(cit. da “Io vivo quando nessuno mi vede” di Chiara Pagliochini)

Solo se fosse un racconto di Carroll potrebbe andarmi a genio questa sconclusionata e folle storia.
Mi spaventa però leggere tra le righe di un fatto di cronaca di tale portata gli stessi messaggi che trapelano analizzando “Alice nel paese delle meraviglie” con gli occhi di adulta!

Quelli che Carroll ci propina tra un morso di dolcetto e un sorso di tè sono infatti dei severi ammonimenti riguardo alle “cadute” che si possono prendere quando si perde di vista la dimensione in cui, ci piaccia o no, si vive poiché anche una sola leggerezza, anche un solo attimo di cecità può portare a gravissime conseguenze.

Qui c’è in ballo la vita di un uomo la cui responsabilità è di tutti.

Noi siamo determinati ad esserci ogni giorno, a far sentire la nostra presenza, ad alitare sul collo della Regina di cuori che fa cadere teste come fossero castagne.
Metteremo in discussione la cronaca minuto per minuto e faremo sentire la nostra voce di libertà e giustizia per Massimo Giuseppe Bossetti, non un fratello, non un parente né un conoscente, solo un malcapitato caduto nella tana del Bianconiglio.

“Alice non va dove la porta il cuore: va dove la porta il caos”  

« Puoi dirmi da che parte devo andare? »

  «Tutto dipende da dove vuoi arrivare » disse il Gatto.

«Non importa molto dove… » disse Alice.

«Allora non importa neanche che direzione prendi»  disse il Gatto.

«Mi basta arrivare da qualche parte» aggiunse Alice a mo’ di spiegazione.

«Beh, se cammini abbastanza»  disse il Gatto  «da qualche parte arrivi di sicuro»

Quanta saggezza in una favola per bambini eodem tempore monito per i grandi.
Una logica cristallina che arriva ai più piccoli, i quali scevri da malizia, colgono quello che a noi  spesso sfugge.
Alice è da generazioni sia una guida al vivere civile sia la favola più bella di tutti i tempi. Peccato che incarni anche in toto questo brutto fatto di nera.
Chissà che il buonsenso di qualcuno non ritrovi la strada di casa…

“Prima la sentenza e poi il verdetto”

Per ora questa è la strategia dell’accusa.

Tieni un uomo in isolamento e scava in qualsiasi direzione, non importa quale…da qualche parte arriverai!

Henri Poincaré e la marmellata d’arance: cronistoria di un’arrampicata sugli specchi

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Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore
e i cui pastori sono guide cattive
Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi
i cui saggi sono messi a tacere
Pietà per la nazione che non alza la propria voce
tranne che per lodare i conquistatori
e acclamare i prepotenti come eroi
e che aspira a comandare il mondo
con la forza e la tortura
Pietà per la nazione che non conosce
nessun’altra lingua se non la propria
nessun’altra cultura se non la propria
Pietà per la nazione il cui fiato è danaro
e che dorme il sonno di quelli
con la pancia troppo piena
Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini
che permettono che i propri diritti vengano erosi
e le proprie libertà spazzate via
Patria mia, lacrime di te
dolce terra di libertà!

Lawrence Ferlighetti


Un ringraziamento particolare a Rocco Cerchiara per le preziose osservazioni su movente sessuale e pedofilia.

Pietà: la fallacia è servita, non c’è trucco non c’è inganno!

Non a caso esordisco con i celebri versi di Ferlighetti (spesso erroneamente attribuiti a Pasolini): vorrei farli miei, fermarmi un attimo e invocare pietà.
Pietà per ciò che da quasi tre mesi a questa parte l’opinione pubblica italiana si trova ad ascoltare, pietà per l’imbarazzo che suscita il vedere come un tristissimo caso di cronaca nera si stia vergognosamente trasformando in qualcosa di sempre più simile ad una barzelletta a puntate, pietà per un Paese che ha perduto, in un sol colpo, civiltà, capacità critica e buon senso.

“Una donna viene trovata strangolata e parzialmente bruciata nella sua casa.
Un DNA coincidente con quello del suo ex compagno – che sostiene di non averla vista per diversi mesi – viene isolato nel suo pigiama.
L’uomo afferma che il suo DNA deve essere arrivato attraverso i vestiti o i giocattoli del loro bambino. 
Gli credereste? Continuate a leggere prima di prendere la vostra decisione.”

Con queste parole esordisce un articolo del New Scientist (http://www.newscientist.com/article/mg21328475.000-how-dna-contamination-can-affect-court-cases.html#.VAiCi8V_vzl) pubblicato in data 13 gennaio 2012.

L’articolo prosegue con l’elencazione di alcuni esempi di trasporto del DNA, e si conclude con una considerazione del Prof.Peter Gill, scienziato presso l’Università di Oslo e precedentemente presso il Forensic Science Service del Regno Unito, che afferma:

“Penso che quando abbiamo a che fare con piccole quantità di DNA dobbiamo segnalare che un profilo di DNA corrisponde, ma come e quando sia arrivato lì proprio non lo sappiamo”.

Sebbene l’articolo sia incentrato principalmente sul cosiddetto touch DNA, spesso indicato in Italiano come DNA da contatto, cioè il DNA che viene generalmente lasciato toccando oggetti o persone, che secondo un recente studio dell’Università “La Sapienza” di Roma deriverebbe non -come si credeva- dalle cellule localizzate nello strato più superficiale della pelle per effetto del loro sfaldamento, ma dalle ghiandole sebacee, le considerazioni ivi esposte possono rivelarsi del tutto valide anche per il trasporto di DNA derivante da materiale biologico d’altra natura, passibile di trasferimento secondario.

“Il trasferimento secondario si verifica quando il DNA depositato su un elemento o una persona è, a sua volta, trasferito su un altro oggetto o su un’altra persona, oppure su un punto diverso dello stesso oggetto/persona.
Non c’è stato alcun contatto fisico tra il depositante originale e la superficie finale in cui si trova il profilo del DNA.
Qualsiasi sostanza biologica come sangue, sperma, capelli, saliva e urine
potrebbe essere trasferita in questo modo.”
(da Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, di Mariya Goray, Ece Eken, Robert J. Mitchell, Roland A.H. van Oorschot).

Ancora, nelle conclusioni dello studio del Prof. Michael Naughton, dell’Università di Bristol, “La necessità di cautela nell’uso della prova del DNA per evitare condanne di innocenti”, si legge chiaramente che:

“Il test del DNA non è infallibile e ci sono limiti alla sua applicazione nelle indagini.

Come evidenziato dalla ricerca scientifica e dai casi precedentemente esaminati, ci sono insidie associate alle banche dati del DNA e all’uso di alcune forme di DNA, come LCN, profili di DNA parziali e misti, per condannare i sospettati di crimini.
L’uso di tali mezzi di prova, quindi, deve essere trattato con cautela
al fine di evitare identificazioni errate e condanne di individui innocenti.

Inoltre, il DNA, anche quando porta a identificazioni corrette, è prova attendibile solo di un’associazione con una scena del crimine o una vittima di un crimine.
Non è una prova prima facie di colpevolezza per un reato penale.
Ci può anche essere una spiegazione del perché il DNA di una persona innocente venga trovato sulla scena del crimine.
Infatti, come altre prove, il DNA è facilmente trasportabile, non può essere datato, è suscettibile di contaminazione e può essere mal interpretato.
Nonostante questi profili di fallibilità, investigatori penali e tribunali
sembrano non essere riusciti a prendere coscienze dei difetti intrinseci nelle applicazioni tecniche del DNA mostrate dalla scienza e dai casi giudiziari.

La conclusione generale che si può trarre dalla precedente analisi è che è ben possibile che le persone che sostengono di essere innocenti nonostante la prova del DNA li colleghi ad un reato del quale sono accusate/condannate stiano dicendo la verità.

DNA e banche dati non sono la panacea dell’identificazione criminale come a livello popolare si crede.
La presunzione di innocenza che si afferma sia il cuore di tutte le indagini ed azioni penali impone che di questo si debba tener conto in maniera più
adeguata da parte del sistema di giustizia penale al fine di evitare errori giudiziari.”
(The need for caution in the use of DNA evidence to avoid convicting the innocent, THE INTERNATIONAL JOURNAL OF EVIDENCE & PROOF, 2011).

La vicenda relativa al signor Massimo Bossetti, ai più disillusi, fa tirare un sospiro di sollievo per l’assenza nel nostro Paese di una banca dati del DNA, in quanto da quasi tre mesi buona parte degli Italiani (e non mi riferisco ad un ipotetico idraulico che mentre beve un grappino al bar si lascia andare a qualche avventata considerazione sulla cronaca nera, ma anche ad una nutrita schiera di opinionisti che affollano i nostri salotti televisivi e giornalisti che tanto peso hanno nella formazione della cosiddetta opinione pubblica) sta facendo costante sfoggio di una tanto sconcertante quanto pericolosa disinformazione in materia.

Volendo indulgere a termini espliciti, il 99% degli Italiani sembra cascare a mò di pera cotta dinnanzi alla cosiddetta fallacia dell’accusatore, nota altresì come fallacia del condizionale trasposto, che può essere compendiata in questi termini [1]:

“Se X fosse colpevole
allora N sarebbe molto probabile;
se fosse innocente, allora N sarebbe molto improbabile;
ma si è verificato;
perciò è molto improbabile che X sia innocente,
ovvero è molto probabile che sia colpevole.”

Nel nostro caso, l’esempio concreto diviene “Se il DNA non fosse di Tizio, la probabilità che un’altra persona a caso abbia quei markers genetici è piccolissima, perciò è stato certamente lui”.

Cosa non quadra in questo ragionamento?
E’ semplice: la fallacia dell’accusatore si annida nel confondere la probabilità che il DNA sia di un determinato soggetto (rectius, che possa appartenere ad un altro soggetto su base casuale) con la probabilità che il soggetto sia colpevole.
In parole povere, una probabilità statistica viene attribuita ad una classe di fatti diversa da quella alla quale si riferisce.

L’esempio storico per eccellenza di fallacia dell’accusatore (con tanto di relativo errore giudiziario) è il caso Dreyfus.

L’accusa sostenne che un documento trovato dal controspionaggio francese in un cestino dell’ambasciata tedesca e scritto, per sua stessa ammissione, da Dreyfus, contenesse dei messaggi cifrati, poiché in quel documento le lettere dell’alfabeto comparivano con una frequenza diversa da quella con cui sarebbero comparse nella prosa francese “normale”.
Nel processo del 1894 lo scienziato forense Alphonse Bertillon calcolò la probabilità che quella particolare combinazione di lettere trovata nel documento si fosse prodotta in modo casuale, ossia supponendo che Dreyfus fosse innocente e non avesse scritto alcun messaggio cifrato.
Giacché dai calcoli di Bertillon tale probabilità risultò infinitesimale, si concluse erroneamente, sulla base della fallacia del condizionale trasposto, che dovesse essere infinitesimale anche la probabilità che Dreyfus fosse innocente.

Ma Dreyfus era innocente e la fallacia fu smascherata da Henri Poincaré nel secondo processo d’appello.

Oggi, come già visto in vari articoli precedenti, la fallacia dell’accusatore è tipicamente rilevata nei processi penali in relazione alla prova scientifica, ed in particolare al DNA.

Nel nostro caso, al Tribunale non si è ancora arrivati, e mi auguro non si arrivi, ritenendo personalmente che non vi siano elementi tali da giustificare neppure il rinvio a giudizio dell’attuale indagato, ma i media ci hanno regalato dei clamorosi, e spesso piuttosto imbarazzanti, esempi di fallacia del condizionale trasposto.
Uno dei più evidenti, in quanto colpisce perfino il titolo, è a firma Stefano Zurlo su Il Giornale in data 21 giugno, con evidente confusione della probabilità statistica relativa all’appartenenza del DNA con la probabilità statistica di colpevolezza.

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Poincaré si sarà intuibilmente rivoltato nella tomba più e più volte, in quanto non si tratta di un esempio isolato, anzi: la fallacia ha finito inesorabilmente per colpire anche tanti (troppi) garantisti, che si sono limitati unicamente ad ipotizzare la possibilità di un errore di laboratorio, dimenticando tout court che il DNA di per sé dimostra solo appartenenza e non colpevolezza e che l’onere della prova dovrebbe essere ancora a carico dell’accusa, che ben difficilmente riuscirà a dimostrare che quell’unica traccia, attribuita a Massimo Bossetti, sia indice di colpevolezza, non essendo emerso alcun corollario di indizi univoci a sostegno di tale ipotesi.

Da Poincaré alla marmellata d’arance, ovvero il movente tappabuchi che non c’è

“La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé”.
(Ennio Flaiano, Ombre grigie tratto dall’elzeviro sul Corriere della sera, 13 marzo 1969)

In data 19 giugno, sui polverosi scaffali della cancelleria di un Tribunale, con il deposito dell’ordinanza di non convalida del fermo e disposizione di custodia cautelare del GIP Dott.ssa Vincenza Maccora, è stato approssimativamente ed avventatamente impacchettato il destino di un uomo che si dichiara innocente, procedendo al sequestro della sua vita.

I media si sono affrettati, sulla base di una traccia di DNA interpretata come prova di colpevolezza secondo i tipici moduli della fallacia dell’accusatore, a cucire addosso a quest’uomo, papà di tre bambini incensurato e con una vita perfettamente ordinaria, la veste dell’assassino.
Nonostante l’estenuante lavoro di sartoria, però, dopo quasi tre mesi, quell’abito continua ad andargli stretto, e l’inchiesta arranca, aggrappandosi al gossip come ultimo colpo di reni.

Oggi è stato pubblicato su Panorama un articolo di taglio che definirei garantista, sia pure con qualche profilo di ambiguità, giacché ancora una volta, nessuno spiega ai lettori che il DNA è trasportabile e non indica colpevolezza.

Panorama

Vedasi qui: http://news.panorama.it/cronaca/Nessuna-nuova-prova-contro-Bossetti-Lo-si-inchiodi-sul-gossip

Dall’articolo si apprende che la signora Marita resta orfana del primo amante (che pare non esistesse), ma viene ribadito il secondo, in modo piuttosto discutibile: in primis poiché non si capisce da cosa derivi la certezza essendo la parola di questo signore (che a questo punto non so nemmeno se sia certa visto che il primo pare fosse inventato) contro quella della signora Marita, in secondo luogo perché una coerente critica al gossip, almeno in linea teorica, imporrebbe di evitarlo a propria volta.

Però, “Allegria!”, finalmente si è riusciti a dire ciò che io scrissi seduta stante, in data 23 agosto (mi fa fede l’articolo Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (seconda parte)), ossia che, in relazione all’indiscrezione sulla pedopornografia non è stato trovato né materiale pedopornografico né accessi a siti del genere, e che la ricerca su google delle parole “tredicenne” e “sesso”, attribuibile logicamente al figlio tredicenne o al limite ad un genitore che fa una ricerca per aiutare il proprio figlio adolescente ad affrontare un tema delicato, rimandi appunto a risultati google di forum per adolescenti, tra i quali spicca in prima battuta Yahoo Answers, dove sciami di ragazzini alle prese con le prime curiosità sul mondo del sesso pongono le loro domande, e non certo a materiale pedopornografico.
Davvero ci sono volute due settimane per arrivarci, ossia per capire che i siti pedopornografici sono illegali ed oscurati e non si raggiungono sicuramente dai motori di ricerca?
Meglio tardi che mai, dice il proverbio, ma in questo caso il ritardo, giacché si trattava di arrivare all’ovvio, è piuttosto imbarazzante.
Gli Italiani peccano notoriamente di creduloneria, e questa è cosa nota, ma che la “notizia” (senza offesa al concetto di notizia) come fornita da Repubblica fosse un nonsense logico era evidente sin da una prima lettura.

Nonostante questo, ancora ieri su Pomeriggio5, la signora Barbara D’Urso, anziché porsi la legittima domanda sul significato di una simile ricerca su Google in un mondo in cui qualsiasi adulto sa che la pedopornografia è reato e un certo tipo di materiale non si trova sui motori di ricerca e in una famiglia nella quale, guarda caso!, c’è un adolescente di tredici anni (e, guarda caso ancora una volta, la ricerca è stata effettuata proprio nel maggio di quest’anno e non certo nel periodo del delitto), ha preferito la frase ad effetto.
Mica ha cercato la ricetta della marmellata d’arance.

In realtà, si potrebbe malignare che anche se avesse cercato la ricetta della marmellata qualcuno vi avrebbe visto comunque un indizio di colpevolezza: possibile che la signora Marita, essendo una frana in cucina e trascorrendo troppo poco tempo ai fornelli, abbia ingenerato nell’uomo una spinta all’omicidio?
In fondo, non sarebbe certo un’ipotesi più ridicola della maggior parte di quelle sentite finora, dalle sopracciglia ossigenate (al di là dell’irrilevanza palese della questione, è chiaro che trattasi di un semplice schiarimento causato dall’esposizione al sole) alle cene in trattoria.

Il plauso va invece, e sentitamente, a Giangavino Sulas, che nello stesso salottino televisivo, scegliendo vesti impopolari piuttosto esplicite e ben argomentate (nonché coerenti, giacché la sua linea garantista è stata palese sin dall’inizio), ha espressamente dichiarato di essere convinto dell’innocenza di Massimo Bossetti.

Tornando al’articolo di Panorama, comunque, ciò che è apprezzabile è che viene sottolineato in maniera robusta che in due mesi gli inquirenti non hanno trovato un bel nulla e che il gossip è una palese arrampicata sugli specchi, che più passa il tempo più diviene clamorosa.

“Le indagini languono e gli investigatori corrono dietro a corna e mutandine”.

Fin qui ci siamo, e con il passare del tempo quella che all’inizio pareva una mera impressione dei soliti beceri garantisti sta diventando un’evidenza innegabile.

Causa di quello che appare ormai un buco nell’acqua è, a parere di scrive, un’inchiesta che, probabilmente a causa della sua intrinseca difficoltà (cosa della quale, per onestà, è assolutamente necessario dare atto senza se e senza ma), ha seguito direttrici irrituali e rovesciate focalizzandosi per anni su un’unica traccia biologica che non dava certezza alcuna di appartenere all’assassino della piccola Yara.
Quando la traccia è stata finalmente attribuita, dopo anni di mancati riscontri, l’entusiasmo ha avuto la meglio sulla prudenza e si è tratta la fallace conclusione che appartenesse necessariamente all’assassino, ma tale fallacia sta emergendo ora prepotentemente dall’assenza di riscontri probatori/indiziari univoci, giacché è chiaro che né gli elementi contenuti nell’ordinanza (come la cella telefonica di Mapello agganciata da Bossetti che è residente nientemeno che a Mapello) né quelli emersi in seguito e solertemente riportati da salotti televisivi e organi di stampa possano avere un nesso logico ed univoco con l’omicidio, apparendo anzi, spesso, molto problematici o ai limiti del ridicolo.

La stessa ricerca (infruttuosa) di elementi che possano suffragare un presunto movente sessuale è indice di grandi difficoltà a far quadrare i conti.
L’impressione è che si cerchi un movente sessuale come “tappabuchi”, nel senso che non trovando alcun nesso tra Yara e Bossetti, giacché non emerge un movente specifico in virtù del quale un quarantenne senza precedenti potesse avercela con una bambina che neppure conosceva, si è costretti a cercare una sorta di movente passepartout.
Il problema è che i conti non tornano lo stesso.

La scena del crimine non ha nulla che possa far pensare ad un movente sessuale e il sospettato sembra non avere alcuna caratteristica del sex offender.
Come già ribadito in articoli precedenti (in particolare vedasi i primi due punti diTra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).), l’omicidio a sfondo sessuale non è un atto posto in essere da un giorno all’altro da un soggetto clinicamente sano, ma un atto che trae origine da disturbi psichiatrici del soggetto agente e sul quale si “fantastica” per anni, specie nel caso di “predilezione” per vittime appena adolescenti.

Ad oggi, dopo quasi tre mesi di indagini, non risulta che sia saltato fuori nulla che faccia pensare a qualcosa del genere: non una ex che ne abbia raccontato strane abitudini o desideri sessuali, non una donna che abbia detto “quel signor Bossetti mi ha fatto più volte delle proposte/mi ha toccata/mi ha molestata”, non una sola adolescente che abbia detto che lui si fermava con la macchina e la guardava insistentemente o che abbia offerto passaggi o addirittura doni e piccoli favori in cambio di prestazioni sessuali di vario genere, neppure un amico intimo o conoscente che abbia parlato di una certa passione, anche solo occasionale, per le prostitute.

La casistica giudiziaria, in casi analoghi, indica che in tre mesi sarebbero venute fuori parecchie di cose del genere… Se ce ne fossero stati i presupposti.

Dalla perizia dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, citata in alcune sue parti anche nell’ordinanza del GIP, da tempo si sa che Yara è morta di stenti, di freddo, e comunque non dissanguata.
Yara non è morta dissanguata poiché nessuna delle lesioni è stata giudicata letale, nemmeno quella inferta alla gola.
Sulla ragazza non è stato riscontrato alcun segno di violenza sessuale, e il corpo è stato trovato completamente vestito.
Unico particolare, il reggiseno risultava essere slacciato, ma con i lacci “integri e resistenti alla trazione” (dalla relazione agli atti nella parte citata nell’ordinanza del GIP), sui quali non sono state rinvenute impronte di estranei né frammenti di cellule epiteliali.
Ciò rende abbastanza palese che si sia slacciato da solo, come spesso accade a causa di movimenti bruschi, soprattutto nel caso di reggiseni con le coppe preformate e le spalline sottili (come quello indossato da Yara, ripetutamente mostrato in TV).

Per quanto atletica, una tredicenne avrebbe potuto fare ben poco contro un muratore quarantenne determinato a stuprarla e ucciderla e lui, di contro, sarebbe andato fino in fondo o perlomeno avrebbe lasciato una scena del crimine ben differente (vittima nuda o parzialmente nuda, quantomeno leggins e mutande abbassati, sarebbero stati presenti segni di violenza sessuale abbastanza evidenti) e avrebbe ucciso con molta più determinazione: ferite da arma da taglio in numero maggiore e certamente mortali, colpi alla testa più violenti e ripetuti, segni di strangolamento (tipici degli omicidi a sfondo sessuale).

Le evidenze peritali sembrano suggerire che questo omicidio è stato invece commesso da qualcuno che si è trovato in serie difficoltà nel commetterlo, che ha usato il coltello con mano debole e malferma, che non era abbastanza forte e determinato per avere la meglio in breve tempo.

Il quadro dell’omicidio non sembra suggerire neppure uno stupro non riuscito, che avrebbe ingenerato una forte aggressività nell’agente (in casi di questo tipo, la correlazione sesso-aggressività è sempre marcata) in quanto non sembra esserci un overkilling dovuto alla rabbia e alla frustrazione di chi riesce dopo molto sforzo a sopraffare la vittima: in parole povere, in un caso del genere non sarebbero emerse ferite “relativamente superficiali”, ma di tutt’altro tipo.

Il modello bipartito proposto dall’FBI in relazione agli omicidi a sfondo sessuale mostra bene come le differenze siano irreconciliabili.
In tale frangente, si suole distinguere tra omicidio a sfondo sessuale organizzato e disorganizzato: ai due modelli corrispondono due distinti profili di sex offender e differenti caratteristiche della scena del crimine.
Al di là del fatto che il profilo dell’indagato non corrisponde né al sex offender organizzato né a quello disorganizzato, poiché da ciò che sappiamo della sua vita (cioè, “grazie” ai media, tutto) il Bossetti si colloca all’interno di una “media” personale più ordinaria tra i due estremi (sex offender organizzato: soggetto d’intelligenza spiccata, generalmente con famiglia, con livello di istruzione medio-alto, alta estrazione sociale, lavoro di medio-alta qualifica ma con tendenza a frequenti cambiamenti; sex offender disorganizzato: scarsa intelligenza, situazione familiare multiproblematica, basso livello di istruzione, disoccupazione, scarsa cura di sé), ancora una volta è l’analisi della scena criminis a far risultare molto problematica questa pista.
Nel caso di sex offender organizzato la scena criminis è sempre piuttosto chiara, mostra segni di limitazioni della vittima (nastro adesivo, bende, catene, corde, indumenti, manette, bavagli), che viene sottomessa prima di essere uccisa con
mezzi di costrizione  e soprattutto restano evidenti tracce di atti sessuali- che nell’omicidio sessuale organizzato sono sempre presenti e diretti.
L’offender disorganizzato sceglie invece le vittime in modo completamente casuale, tanto che le vittime del sexual offender disorganizzato sono delle vere e proprie “vittime del caso”, mai selezionate, ad esempio, sulla base di età o caratteristiche fisiche: in tal caso sarebbe molto difficile supporre un’ossessione dell’agente per la vittima, e del tutto inutile cercare riscontri in tal senso.
In questi casi, però, l’arma del delitto è di norma lasciata ben in vista nel luogo del delitto, l’attacco è d’impeto, aggressivo, segnato da atti sessuali dopo la morte, anche se spesso manca la penetrazione diretta della vittima (sostituita da penetrazione tramite oggetti).

In questo caso, la scena del crimine non ha lasciato nulla che rimandi ad un omicidio a sfondo sessuale, e la pista non trova alcun riscontro nel profilo personale dell’indagato.

Volendo per forza vedere un movente sessuale, purtroppo, si perdono di vista tutte le altre piste possibili.

Per restare in tema di omicidi a sfondo sessuale e DNA, volendo fare un esempio che mostri platealmente le differenze, si potrebbe citare il caso di Altemio Sanchez, stupratore ed omicida seriale americano che si muoveva nella zona di Buffalo.
Sanchez venne incastrato dal DNA: erano state isolate diverse tracce di sperma sulle vittime, e il suo DNA venne prelevato da alcuni agenti che lo avevano seguito allo scopo in un ristorante nel quale si era recato con la moglie (gli agenti sequestrarono allo scopo bicchieri e posate).
Nel caso di Sanchez, però, non solo le tracce repertate nei luoghi del delitto erano plurime e di natura chiara, ma il DNA fu la verifica finale di un quadro indiziario già molto forte: vi erano fibre, impronte parziali, descrizioni di vittime sopravvissute e di persone che frequentavano i luoghi dei delitti.
Questo per rimarcare come qua non si voglia contestare l’uso della scienza nel processo penale, ma i suoi metodi.
La prova scientifica utilizzata per confermare un quadro già univoco è un ottimo strumento nelle mani degli inquirenti, ma se avulsa da un corollario che possa avvalorarla rischia di essere uno strumento pericoloso per la libertà di individui innocenti.
Se la sorte di un uomo non si decide con un tiro di dadi e si vuole usare la scienza nel processo, la si deve usare cum grano salis, logica ferrea, e freddezza tale da evitare di cadere in comode fallacie.Il trasferimento di DNA secondario (e perfino terziario, in alcuni casi) non è fantasia o cavillo difensivo, ma è scienza, e di questo prima o poi qualcuno dovrà rendere conto alla totalità dell’opinione pubblica che si è vista presentare come prova regina qualcosa che tale non era e che si sta dimostrando unica roccaforte di una colpevolezza data immediatamente per certa, il 16 giugno, senza alcuna possibilità d’appello, e che invece si sta rivelando ogni giorno più insussistente.

L’onere della prova incombe sull’accusa!

PeterGill(estratto da Misleading DNA Evidence: Reasons for Miscarriages of Justice, del Prof.Peter Gill; indica la possibilità di diversi modi di trasferimento del DNA, ed evidenzia come nel DNA non vi sia alcuna informazione utile a identificare la modalità di trasferimento dello stesso).

Sono passati ormai quattro anni dal momento in cui, purtroppo, la piccola Yara ci ha lasciati.
Il bisogno di giustizia è forte, ma non sarà la “giustizia” sommaria a dare a Yara la pace che merita.
Non saranno i gossip sulle lampade solari o le tanto presunte quanto inverificabili ed inutili ai fini delle indagini corna della famiglia Bossetti a garantire giustizia ad una bimba strappata alla sua vita e al suo futuro in modo atroce.
E non sarà neppure il linciaggio mediatico o la condanna di un uomo contro il quale non sta emergendo alcuna prova, che anzi rischia di aggiungere ingiustizia ad ingiustizia e sofferenza a sofferenza.

EcoDiBergamoEntro martedì la difesa di Massimo Bossetti presenterà istanza di scarcerazione.

Nella speculazione giuridica dottrinale, negli ultimi anni, ci si è spesso interrogati sull’eventuale influenza dei media sul processo penale.
Questo blog è nato per invertire la tendenza, cioè per ripristinare uno spazio civile nel quale dare nuovo significato e nuovo valore ai principi dello stato di diritto che i nostri media hanno, in questo caso anche più del solito, abbondantemente calpestato.
In un articolo letto qualche tempo fa sul blog di Massimo Prati, Gilberto Migliorini scriveva, emblematicamente, questa frase:
“Che gli inquirenti non abbiano in mano niente è evidente, salvo per la stampa che si è buttata come al solito sull’osso cercando di rosicchiare tutto quello che si può rosicchiare, cioè centrifugando il niente.”

Ottanta giorni sono sufficienti a valutare la situazione, e a notare come il tempo non abbia fatto altro che confermare questa considerazione.
A carico di Massimo Bossetti non c’è nessun elemento univoco, e dunque, giacché gli indizi per inchiodare una persona alle proprie responsabilità dovrebbero essere univoci, principi di ascendenza illuministica, e non dell’altro ieri, vogliono che l’istanza che verrà presentata dai suoi legali venga accolta.
D’altronde, come già mostrato nell’articolo Ecce homo, ecce mutanda!, i presupposti per la custodia cautelare in carcere sembrano davvero discutibili ed insussistenti.

Un ulteriore passo avanti sarebbe quello di una globale rivalutazione, da parte della Procura, ma anche dei media e dei comuni cittadini, dell’intera vicenda, che potrebbe insegnare davvero tanto.
Una cosa fra tutte: la presunzione di innocenza è una conquista da difendere, ed esiste non come grida di manzoniana memoria affidata alla carta e senza alcun valore concreto, ma perché nei secoli il suo valore si è rivelato imprescindibile affinché la Giustizia possa ancora, a buon diritto, chiamarsi in questo modo.

Alessandra Pilloni


1- Il superamento della fallacia della trasposizione del condizionale attraverso un processo argomentativo–operazionale- congetturale, del Prof. Sergio Novani.

Ecce homo, ecce mutanda!

“Nelle Catilinarie Cicerone non avrebbe avuto bisogno di disegnare una immagine del nemico, perché del complotto di Catilina aveva le prove.
Ma lo costruisce quando, nella seconda orazione, dipinge ai senatori l’immagine degli amici di Catilina, riverberando sul principale
accusato il loro alone di perversità morale:

Individui che bivaccano nei conviti, che stanno allacciati
a donne svergognate, che illanguidiscono nel vino, pieni
di cibo, incoronati di serti, cosparsi di unguenti, debilitati
dalla copula, vomitano a parole che bisogna far strage dei
cittadini onesti e incendiare la città. […] Li avete sotto gli
occhi: senza un capello fuori posto, imberbi o con la barba
ben tagliata, vestiti di tuniche sino alla caviglia e con le
maniche lunghe, avvolti da veli e non dalla toga… Questi
“fanciulli” così graziosi e delicati hanno imparato non
solo ad amare e a essere amati, a danzare e cantare, ma
anche a brandire pugnali e somministrare veleni.”

(Da “Costruire il nemico”, di Umberto Eco)


Articolo scritto a quattro mani con Sashinka Gorguinpour. Un ringraziamento particolare alla Dott.ssa Chiara Rimmaudo per la segnalazione dell’interessante articolo su Il Chimico Italiano, al Dott. Gennaro Francione per i suoi interventi nel gruppo facebook riguardo processo indiziario e profili di dubbia costituzionalità della carcerazione preventiva, ma un grazie anche a tutti gli altri utenti che costantemente interagiscono, pubblicamente o in privato, fornendo spunti di riflessione, discussione e approfondimento.

A due mesi e mezzo dal fermo di Massimo Bossetti, mentre i dubbi continuano ad essere infinitamente maggiori delle certezze, una cosa, e solo una, è davvero chiara.
Mi riferisco all’andamento delle notizie, sempre inesorabilmente lo stesso (lo abbiamo visto in relazione ai reperti piliferi, al furgone, ora alla presunta pedopornografia con l’apprezzato intervento demistificatore del Dott. Paolo Reale): ogniqualvolta sembra saltar fuori un nuovo elemento, prima se ne parla tanto, troppo.
Poi, puntualmente interviene un esperto che smonta la questione.
E allora tutto torna a tacere.

Intanto, però, la notizia infondata è stata data in pasto all’opinione pubblica, e nessun dietrofront potrà mai cancellare un dato inserito nell’impietoso circuito mediatico.

D’altro canto, come potremmo pretenderlo in un contesto di disinformazione in cui c’è chi è disposto a credere che i pedopornografi, che notoriamente usano server super criptati saltando da un server all’altro ogni 10 secondi da New York a Kuala Lumpur, si mettano a fare ricerche su Google?

Allora si può soltanto tornare a tacere, e tornare nel solito limbo degli indizi non sufficienti a fare di Massimo Bossetti un assassino, ma, a quanto pare, sufficienti a consentire, ad ogni nuovo fiato di tromba, un nuovo linciaggio mediatico.

E tra questi elementi mai sufficienti, va inserito anche il DNA (che è anzi l’unico elemento non risibile dell’intera vicenda): va inserito tra gli elementi non sufficienti per le ragioni già esposte tante volte, e che oggi vorrei lasciar spiegare a questo articolo pubblicato su Il Chimico Italiano, maggio – giugno 2014, anno XXV, n. 3.

IlChimicoItaliano

La parte finale merita di essere messa in evidenza in maniera chiara:
“Per gli investigatori si tratta di un aiuto importante anche se non sufficiente a collocare temporalmente il soggetto sul luogo del delitto, perché sia un mozzicone che un coltello si possono trasportare, veicolando un DNA estraneo nella scena criminis.
Se non contestualizzata in maniera critica, ogni fonte di prova, anche quella genetica, rischia di palesarsi come mero effetto CSI – ovvero tentativi grossolani di risolvere le indagini con semplici congetture, come appunto si assiste nei serial televisivi, e che spesso conducono a clamorosi errori investigativi destinati a naufragare durante il processo quando, nel dibattimento, durante il contraddittorio tra le parti, si formano realmente le prove”.

Ogni volta, dunque, al cadere dell’ultima news ventilata, si torna bruscamente all’amara realtà: oltre al DNA, inesorabilmente affetto dalle solite problematiche di trasportabilità e non databilità, non c’è un solo indizio univoco, e dunque non c’è un solo indizio, perché per essere tale un indizio deve rispondere a requisiti di gravità, precisione e concordanza.
E questo anche al di là delle problematiche che di per sé pone il processo indiziario (per chiunque volesse approfondire, nel nostro gruppo facebook ci sono stati degli interessanti dibattiti con il Dott.Gennaro Francione): come si diceva ieri, infatti, volendo citare un avvocato titolare della cattedra di procedura penale all’Università di Palermo, “cento indizi non fanno una prova così come cento conigli non fanno un leone ma una conigliera”.
Proprio a proposito di processo indiziario, Gennaro Francione ha citato una parte della sua opera “I dadi di Temi”, in cui l’esito di un processo viene emblematicamente deciso con un lancio di dadi dal giudice: pari colpevole, dispari innocente.

lL CANCELLIERE GIORGIO TRIBOULET(declamando): E come fa giudice a motivare così divinamente, a esprimere le rationes decidendi una volta che ha scelto a caso?
ARMANDO BRIGLIADOCA: Tutto si motiva, mio caro. Io scrivo 100 pagine di una sentenza che fila come un orologio, poi metto la firma e do 30 anni di galera. Peccato che la verità sia un’altra. Il poveraccio incriminato era innocente!
GIORGIO TRIBOULET(al pubblico): Insomma basta rispettare formalmente le forme, fare un esercizio onesto e salutare e accordare il beneficio del tempo. Poi, comunque vada, il verdetto vero o sbagliato che sia… giustizia è fatta!
ARMANDO BRIGLIADOCA: Bravo! Giustizia e aria fritta!

Il punto è che, nel nostro caso, non siamo neppure di fronte ad un processo indiziario, perché i presunti indizi mancano di univocità (o, per dirla in termini giuridici, di precisione), dunque è molto difficile perfino ritenerli indizi.

Così, al cadere dell’ultima news, tutto torna sempre a tacere.
La quiete dopo la tempesta.

Una falsa quiete, però, perché una notizia inserita nel circuito mediatico, quand’anche smentita o smontata, non lascia scampo.
Ed una volta approntato il patibolo, nessuna obiezione potrà fermare il crepitare della mitraglia.

La degenerazione mediatica è stata sin dall’inizio, e continua ad essere, senza precedenti e senza pari, ed anzi continua giorno dopo giorno a raggiungere picchi inusitati, tanto che non si può dar torto a Gianluca Perricone, che in un articolo pubblicato sul suo blog qualche giorno fa con l’emblematico titolo FATTI PRESUNTI SENZA NESSO LOGICO, esordiva con queste parole:

“Continuando di questo passo, si verrà prima o poi a scoprire che il cagnolino ha messo incinta una bastardina e che magari uno dei figli ha anche rubato la merendina ad un compagnetto di scuola”.

Non bastavano, in effetti, cene alla trattoria e lampade solari fatte in un centro estetico vicino alla fermata dell’autobus che prendeva Yara (si dovrebbe dunque supporre che Massimo Bossetti facesse le lampade alle sette del mattino o all’una e mezza del pomeriggio per vedere gli autobus degli studenti, ovviamente ritenendo del tutto credibile che un centro estetico sia aperto in tali fasce orarie?), ci si è voluti spingere perfino oltre nella tragicommedia, fino alle presunte “corna”: quindi, ammesso e non concesso che la notizia possa essere fondata, se un uomo viene tradito dalla consorte ci sarebbero leggi scientifiche o massime d’esperienza attestanti la correlazione ad azioni omicidiarie non rivolte verso le persone coinvolte (come gli amanti) ma verso una terza persona del tutto estranea?

O, molto più verosimilmente, si scava tra i gossip di famiglia e nelle mutande della consorte perché non si trovano altri appigli concreti per avvalorare un castello accusatorio che non sta in piedi?

Certo è che se il “movente” più credibile che si riesce a trovare è proprio questo, il mio augurio di non arrivare al rinvio a giudizio, prima ancora che al sig. Massimo Bossetti, è rivolto alla Procura di Bergamo, che potrebbe uscirne con un’immagine non propriamente entusiasmante.

Nei precedenti articoli ho usato spesso una parola e i suoi derivati.
Mi riferisco alla parola farsa.

Qualcuno potrebbe aver pensato che abbia scelto questo termine nell’intento di muovere una critica pungente alla continua divulgazione di presunti indizi insussistenti e privi di qualsivoglia nesso logico- ma sbaglia: ho usato la parola farsa in senso prettamente storico ed etimologico.
La parola farsa deriva dal Latino farcire, ed inizialmente indicava l’inserzione di intermezzi comici nelle rappresentazioni sacre che si tenevano sul sagrato delle chiese; a partire dal XV secolo, pian piano passò ad indicare un componimento teatrale, che aveva la funzione di rallegrare gli spettatori, specie alla fine di una tragedia.

Se sin dai tempi di Cicerone la penisola italica può vantare un certo primato nella costruzione del mostro in questo caso temo ci si sia spinti davvero troppo oltre, dimenticando anche i lati umani della vicenda, e facendo sfoggio di una grettezza aberrante.

Nella vicenda di Massimo Giuseppe Bossetti c’è un esercito di bambini e ragazzini coinvolti.
La prima in assoluto è Yara, che a distanza di 4 anni non ha ancora trovato una pace adeguata, lasciando i suoi familiari in un limbo assoluto, incolmabile e straziante.
Ci sono i suoi fratelli, di cui uno in particolare è citato anche nell’ordinanza di custodia cautelare del secondo presunto assassino.
A lui credono quando parla di “barbetta” e di “macchina grigia”, non lo fanno quando dice che l’uomo di cui aveva paura sua sorella era “cicciottello” e che non corrisponde alla figura di Massimo Bossetti.

Ci sono le compagne di ginnastica ritmica che il presunto colpevole non l’hanno mai visto in palestra, ma anche a questo dettaglio è dato poco peso, non ha valore ai fini dell’indagine.

E poi ci sono i figli dell’accusato, di 8, 10 e 13 anni, sbattuti da un profilo facebook all’altro senza umana pietà, citati anche nei più squallidi articoli di giornale, in alcuni casi si svelano pure i nomi, non si sa mai che possiate incontrarli e far loro qualche domanda.
Tre innocenti che pagano il prezzo di una società che ha perduto completamente il senno, vigliacca, ipocrita e totalmente incapace di empatia.
Giornalisti, conduttori televisivi, esperti, opinionisti che non si chiedono, nemmeno per un attimo, “E se i figli di quest’uomo accendono la televisione, navigano su internet, s’imbattono su un quotidiano e leggono, vedono, ascoltano ciò che sto dicendo?”.
Arriva, prima o poi, il momento in cui la vita si fa vedere per quella che è e il mondo si svela nella sua bruttura, costringendoci a crescere all’improvviso, nessuno è scevro da questo passaggio, ma il modo in cui tutti questi bambini e ragazzini hanno dovuto impararlo è indecente.
Quei chilometri apparentemente troppo lunghi per l’accusato – sfido chiunque a non aver mai percorso distanze maggiori per evitare il traffico -, per questi giovani sono invece distanze ristrette, visto che da un paese all’altro si conoscono tutti, si sa vita, morte e miracoli, si condividono molte più esperienze che in un quartiere di città.
Encomiabile la famiglia Gambirasio che chiede di pregare per questi figli senza colpa, e necessario sarebbe andare oltre alla preghiera, ricordare, nei fatti, che loro non c’entrano e proprio per questo le lingue dovrebbero smettere di battere a vanvera, le penne dovrebbero aver finito l’inchiostro quando non c’è nulla da dire e la televisione dovrebbe occuparsi d’altro, se ancora sa occuparsi di qualcosa.

Negli ultimi giorni, meditavo sul concetto di famiglia e su come il nostro inconscio collettivo si stia dimostrando “schizofrenico”.
Poniamo che le ipotesi qui ventilate siano giuste e che alla fine scopriremo di aver sempre avuto ragione.
Facciamo finta che l’inchiesta si stia arrampicando sugli specchi e utilizzi il gossip di due famiglie (più tutte le altre satelliti – di fratelli, sorelle, cognati e cognate, con relativa prole) per continuare a battere la pista sbagliata.
Fatto questo, immaginiamo che sia solo una ripicca a muovere determinate scelte e cominciamo a elencare una serie di domande.
È davvero così imperdonabile dichiarare di avere una “famiglia normale”? In caso affermativo, cosa ci sarebbe di male, se alla fin della fiera, le bugie ruotassero intorno a qualche lampada in più, non preventivata dal budget stabilito tra coniugi?
Se in questa, più o meno, famiglia normale, non ci fosse nulla da sviscerare, tranne le solite gelosie, le piccole spese fatte di nascosto per evitare la solita lite, cosa ci sarebbe di tanto sconvolgente?
Se gli amanti di Marita non esistessero, sarebbe così grave, o si potrebbe perdonarle il fatto di essere una bella donna, che trova il tempo per prendersi cura di sé, al di là del piacere che potrebbe procurare ai maschi e dopo (ma anche durante) aver svolto il suo ruolo di moglie e di madre?
Se Massimo Bossetti fosse innocente, dovremmo condannarlo per non aver frequentato i disco-pub, per non avere l’amante cameriera e per il fatto che il sabato sera lo passa con moglie e bambini, anziché al bar coi suoi amici?
Sarebbe tanto brutto se andasse in chiesa, senza per questo essere un integralista cattolico come 3/4 di carta stampata e televisione sembrano aver capito?
Chi scrive non è qui per difendere la morale cristiana, la monogamia o cose di questo tipo.
L’obiettivo di questa riflessione è comprendere, nell’ottica della presunzione d’innocenza di un uomo che vive in un paese che si dice democratico, come mai la società civile, rappresentata dalle istituzioni, si accanisca tanto contro un ideale di vita semplice, fatto di lavoro, casa, scuola, qualche lampada e qualche messa, trascinando con sé la ripicca di modelli deliranti, ove se non si è in grado di dimostrare un delitto, si deve per forza massacrare la vita della gente come il più squallido dei reality show.
E nel dimenticatoio dell’esistenza, tra il pubblico, i volti inermi di chi ha perso una figlia che tutti sembrano aver dimenticato.

Allora, probabilmente questa vicenda si svilupperà e si concluderà secondo i moduli prospettati dal Prof. Giovanni Catalisano nell’articolo “La dimensione umana nell’interpretazione del reato”, pubblicato su Altalex [1], che cito anche nel (temo vano) tentativo di rinfrescare la memoria ad un’ampia schiera di giornalisti italiani:

“(…) il giornalista, pur investito dell’altissimo compito di informazione, deve sempre attenersi, fino a che non intervenga una sentenza di condanna, al principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza dell’imputato e non può tacciare quindi lo stesso di una colpevolezza non ancora accertata. È vero, infatti, che sulla presunzione costituzionale di non colpevolezza dell’imputato prevale l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti di rilievo sociale relativi all’esercizio dell’attività giudiziaria, ma è anche vero che, come affermato dalla stessa Corte europea dei diritti dell’uomo, l’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria non può tradursi nella celebrazione di pseudoprocessi, che inducano la pubblica opinione a “prendere conclusioni” sulla base di quanto viene diffuso dai mezzi di comunicazione di massa, con il rischio ulteriore di una perdita di fiducia nell’autorità giudiziaria, in aggiunta alla violazione della presunzione di non colpevolezza degli accusati.

Non è superfluo ricordare, visto ciò che accade, che la colpevolezza dell’imputato si ritiene accertata quando sia intervenuta una sentenza definitiva con cui sia stata accertata e provata, oltre ogni ragionevole dubbio, davanti ad un giudice naturale, terzo, imparziale, indipendente ed autonomo sulla base delle prove formate in dibattimento, ad eccezione dei casi in cui la prova non si forma in dibattimento, nel pieno contraddittorio tra le parti a cui deve essere garantito di esercitare tutti i diritti ed i poteri che sono diretti all’emanazione di una sentenza frutto di un giusto processo.

Alla luce di quanto detto finora si comprende come pochi siano gli elementi in possesso dei giornalisti che sempre più ritengono di aver già compreso una realtà che ancora è in corso di accertamento e che sarà interpretabile solo quando si saranno accertati i fatti come si sono realmente verificati e non come sono stati presentati all’opinione pubblica dai giornalisti. Sono tantissimi i casi di persone indicate in un articolo giornalistico come colpevoli di un reato che in realtà non vengono ritenute tali dal giudice competente.

Neanche la differenza tra l’essere indagato ed imputato è spesso posta nella giusta cornice comunicativa e, in tal modo, l’opinione pubblica viene spinta verso un’idea piuttosto che un’altra. Ciò ha dato vita alla classica divisione tra “innocentisti” e “colpevolisti”.

In molti dimenticano che non sempre i colpevoli vengono individuati e condannati, tanti sono i casi di detenzione ingiusta che producono richieste di risarcimenti danni che non potranno ridare al detenuto non colpevole il ripristino della reputazione goduta prima del coinvolgimento processuale sfociato nella ingiusta detenzione. In questi casi i giornalisti che avevano riempito intere pagine con le loro osservazioni, sempre in chiave colpevolista, si limiteranno, quando ciò accade, in un piccolo articolo o in un breve servizio televisivo, a comunicare l’errore giudiziario che è avvenuto, nella consapevolezza che l’opinione pubblica, pronta a schierarsi quando si trattava di dichiararsi “colpevolisti” o “innocentisti”, rimarrà indifferente poiché troppo impegnata a discutere il caso del giorno.”

Lo ripeterò dunque per l’ennesima volta: le schifezze che abbiamo sentito su quest’uomo, senza alcun controllo, spesso senza alcun fondamento, per bocca e penna di giornalisti e opinionisti sputasentenze tronfi di presuntuosa ignoranza, sono sintomo di un imbarbarimento collettivo che la nostra civiltà e le nostre coscienze non possono tollerare.

Dove sono finiti, rispettivamente, i garantisti, l’Ordine dei Giornalisti e il Garante della Privacy?

Dice bene il Catalisano, e in fondo un tale modus operandi è tipicamente da noi: prima si sputano le sentenze sulle pagine dei giornali e nei palinsesti televisivi, poi, quando i casi si concludono con proscioglimenti e assoluzioni, un breve trafiletto e tutto finisce così.
Tanto, il popolino sarà già impegnato a crocifiggere il nuovo mostro di turno, vero o falso che sia.

Ed ecco che sul vecchio “mostro”, sulla cui vita erano stati avventatamente posti i sigilli, viene fatto calare in fretta e furia il sipario dell’indifferenza, dopo averlo distrutto nel fisico, nella mente, nella dignità, dopo averlo ucciso e sepolto, lasciando in suo ricordo una lapide con sempre la stessa scritta prestampata: “Uno dei tanti”.

Come da protocollo, come una comparsa priva perfino della dignità del proprio nome nei titoli di coda.

Ma nello svolgersi di questo ennesimo spettacolo che stride con la civiltà ed il buon senso, non possiamo dimenticare neppure che da ormai 75 giorni un uomo che si dichiara innocente è in carcere.
Qualche giornalista ha solertemente spiegato a beneficio del popolo intero perché Massimo Bossetti deve stare in carcere: noi, oggi, alla luce dell’istanza di scarcerazione che verrà presentata a breve dai difensori, vogliamo spiegare invece perché non dovrebbe starci.

istanza-scarcerazione

Sulla custodia cautelare in carcere di per sé si potrebbero versare fiumi di inchiostro, sia in relazione ai concreti modi di applicazione attuale che tendono a renderla, contra legem, del tutto indistinguibile nei contenuti da una pena detentiva, sia prospettando qualche possibile profilo di incostituzionalità con riguardo agli artt. 13 e 27,2 Cost., ma in queste sede, per non risultare dispersivi, limitiamoci ad una considerazione: nell’articolo che ho inserito ieri, tratto dal blog di Emilio Quintieri, viene spiegato molto bene come la carcerazione preventiva dovrebbe essere usata unicamente come extrema ratio, cioè solo laddove tutte le altre misure cautelari siano inidonee a prevenire pericolo di fuga/inquinamento delle prove/reiterazione del reato.

Posto che nel nostro caso la custodia cautelare è stata disposta sulla base di un preteso pericolo di reiterazione del reato, avevo già fatto qualche considerazione in proposito, sottolineando come sembrino mancare i presupposti de iure e de facto.

Infatti, l’art. 274 del codice di procedura penale, rubricato “Esigenze cautelari” dispone in relazione alla pretesa possibilità di reiterazione del reato che questa possa sussistere:

“…per la personalità della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato, desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali”

Il signor Massimo Bossetti risulta però incensurato e non risultano valutazioni psicologiche che ne abbiano dimostrato ferocia tale da “commettere gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale”; inoltre, quand’anche Bossetti fosse colpevole, il delitto non è stato reiterato per quattro anni e appare dunque del tutto inverosimile che la reiterazione possa avvenire ora con gli occhi della Procura e di 60 milioni di Italiani puntati addosso.

Dalla lettura dell’ordinanza sembra emergere come per disporre la custodia cautelare in carcere il GIP abbia provato a fare una valutazione psicologica (ritenendo l’indagato “privo di freni inibitori”), basata non su comportamenti o atti precedenti verificati, essendo il soggetto incensurato, ma esclusivamente sull’addebito di un fatto di reato in relazione al quale l’indagato è coperto dalla presunzione d’innocenza.

Sembra insomma agitarsi nell’ordinanza lo spettro del concetto di “pericolosità sociale”, esito di teorie in larga parte datate e sconfessate, di ascendenza lombrosiana.

Questa problematica è oggi generalmente affrontata con riferimento alla disposizione di misure di sicurezza, perché di norma è proprio in questo frangente che, a livello codicistico, se ne parla.

Il concetto di “pericolosità sociale” del reo prese piede a cavallo tra ‘800 e ‘900 come esito della traduzione in schemi giuridici di un indirizzo criminologico dell’epoca, propugnato dalla cosiddetta Scuola Positiva.

Secondo questa teoria, le origini del fenomeno criminale andavano ricercate nell'”uomo delinquente”, cioè nelle caratteristiche biologico-somatiche dei singoli individui.

Questa concezione aveva chiaramente dei risvolti illiberali del tutto inaccettabili, in quanto consentiva al giudice un arbitrio incontrollabile, e pertanto finì per cadere vittima dei propri stessi eccessi, tanto che diversi Autori che muovevano da premesse criminologiche di questo tipo (come il penalista tedesco Franz Von Liszt) finirono per prendere le distanze dalle spinte illiberali del modello positivistico, riaffermando il valore universale dei principi, di ascendenza illuministica, dello stato di diritto come imprescindibile punto di partenza.

Le teorie della “pericolosità sociale” erano tanto eccessive da aver influenzato poco perfino le nostre codificazioni d’epoca fascista: il concetto di pericolosità sociale è stato infatti recepito dal codice Rocco ma in modo tutto sommato “debole” (almeno per l’epoca), profilandosi quasi sempre, per aversi dichiarazione di pericolosità sociale, l’esigenza della commissione di un fatto di reato concreto.

Attualmente, quando si parla di pericolosità sociale (come ho anticipato, in relazione alle misure di sicurezza) sorgono inevitabili problemi dottrinali.
Questo perché “la stessa categoria concettuale della pericolosità sociale attraversa una gravissima crisi: è fortemente dubbio che il giudice (…) possa prognosticare come “probabili” futuri comportamenti devianti di questo o quel soggetto (…)”. [2]

Fatta questa premessa, ciò che vorrei evidenziare è che in tale frangente non si parla di misure cautelari, ma di misure di sicurezza, disposte dopo l’accertamento processuale della effettiva commissione di un determinato reato.

A norma dell’art. 202,1 c.p., infatti, “le misure di sicurezza possono essere applicate soltanto alle persone socialmente pericolose, che abbiano commesso un fatto preveduto dalla legge come reato”.
Ancora, in relazione alle misure di sicurezza disposte per soggetti imputabili, si pensi ai commi 1 e 2 dell’art. 216 c.p. che fa riferimento a:
“coloro che sono stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza; coloro che, essendo stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza, e non essendo più sottoposti a misura di sicurezza, commettono un nuovo delitto, non colposo, che sia nuova manifestazione della abitualità, della professionalità o della tendenza a delinquere”

Se sorgono problemi in questi casi, secondo recenti orientamenti criminologici, poiché è pressoché impossibile e rischia di risultare arbitrario ogni tentativo di  prognosticare come “probabili” futuri comportamenti devianti di questo o quel soggetto, come è possibile azzardare una tale prognosi in capo ad un incensurato coperto da presunzione di innocenza per un delitto in relazione al quale non è stato ancora accertato il suo coinvolgimento?

Se a tanti la possibilità che Massimo Bossetti non sia colpevole pare arrecare un certo disagio, non da ultimo perché questo implicherebbe il fatto che il colpevole non sia stato ancora individuato, come recentemente dichiarato all’Adnkronos dal Dott. Ezio Denti questa consistente parte dell’opinione pubblica “si dovrà ricredere, perché contro un sospettato servono prove”.

Alla luce di queste considerazioni e delle indiscrezioni mostranti un’indulgenza al gossip che lascia, nel contempo, basiti ed amareggiati, non posso che concludere con un appello, ironico ma non troppo: se nulla di concreto emerge a confortare la valenza probatoria del DNA (ricordiamolo, riscontrato in una traccia unica, quantomeno anomala se si suppone che il killer si sia ferito un dito durante l’aggressione) e vengono presentati come indizi di un grave delitto lampade solari, presunti episodi di infedeltà coniugale, celle telefoniche agganciate dal paese di residenza, furgoni senza targa visibile e di modello diverso dal proprio ripresi in un paese limitrofo e cene in trattoria, allora temo che potremmo essere tutti colpevoli.

A questo punto, direi che abbiamo trovato finalmente la soluzione per il sovraffollamento delle carceri: è semplice, basta sottoporre tutti a carcerazione preventiva.
Se venissimo sottoposti tutti a custodia cautelare, infatti, l’intera penisola potrebbe diventare il posto in cui eseguire la misura cautelare stessa.
Basterà recintarla e sorvegliarla a dovere e così, finalmente, potendo questa soluzione garantire a tutti uno spazio vitale adeguato, la Corte di Strasburgo la smetterà una buona volta di condannare l’Italia per le disumane condizioni delle nostre carceri.
Con questo semplice stratagemma, come si suol dire, prenderemmo due piccioni con una fava: in fondo, cosa mai potremmo chiedere di più?


1- http://www.altalex.com/index.php?idnot=50507

2- Manuale di Diritto Penale. Parte Generale, G. Marinucci – E. Dolcini, Giuffrè Editore

Il criminologo Ezio Denti all’Adnkronos: il DNA non basta, Bossetti sarà scagionato

Oggi non avrei dovuto scrivere, ma non posso non segnalare questo articolo-intervista al Dott. Ezio Denti, su DNA (e suo possibile trasporto), ragionevole dubbio e totale assenza di altri indizi univoci a carico di Massimo Bossetti.

http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2014/08/23/caso-yara-criminologo-bossetti-sara-scagionato-dna-non-basta_dE12GINNqZ3siS4sePdAJK.html

Secondo il Dott. Denti, Massimo Bossetti “sarà scagionato. Il Dna è una prova, ma sfido qualsiasi genetista a dire che non è trasportabile; dunque dove sono gli elementi che dimostrano che lui ha ucciso Yara?”.

(…)

“Bossetti è nato per essere scagionato”, contro di lui ci sono “elementi discutibili” e poco importa se l’opinione pubblica sembra aver bisogno di un colpevole, “si dovrà ricredere, perché contro un sospettato servono prove” e con quello che la procura ha in mano “non credo si arriverà neanche a processo”.

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Naturalmente, non posso che concordare con quanto dichiarato dal Dott. Ezio Denti.

Traggo dal saggio “La prova scientifica nel processo penale” del Prof. Giovanni Barroccu:
“Scrisse Ludwig Wittgenstein che al di là di ogni ragionevole dubbio deve significare che la vanga del dubbio, che deve sempre armare il giudice, ha incontrato lo strato duro della roccia, rappresentato dalle prove, e si è piegata, risultando implausibile ogni spiegazione diversa della colpevolezza. E’ vero che la clausola ha in sé una contraddizione in termini, in quanto ritenere provato un fatto in presenza di un dubbio che appaia ragionevole risulta illogico; tuttavia il beyond a resonable doubt deve costituire un canone interpretativo secondo cui la colpevolezza deve sempre essere suffragata da un solido e coerente quadro probatorio (…)”

Nel caso in analisi, è mia precisa opinione che la soglia del ragionevole dubbio non possa essere superata.
Mancano definizioni precise del concetto di ragionevole dubbio, tuttavia è possibile tracciare qualche considerazione generale.
Scrive il Prof. Giovanni Canzio che “la regola di giudizio dell’oltre ogni ragionevole dubbio pretende (ben al di la della stereotipa affermazione del principio del libero convincimento del giudice) percorsi epistemologicamente corretti, argomentazioni motivate circa le opzioni valutative della prova, giustificazione razionale della decisione, standard conclusivi di alta probabilità logica in termini di certezza processuale, dovendosi riconoscere che il diritto alla prova come espressione del diritto di difesa estende il suo ambito fino a comprendere il diritto delle parti a una valutazione legale completa e razionale della prova.”

Ancora, secondo la definizione della Dott.ssa Maria Elena Catalano “il dubbio può dirsi ragionevole quando le prove acquisite nell’istruzione dibattimentale consentono una spiegazione alternativa dei fatti”.

Possiamo dunque affermare che si ritiene, in linea generale, che il ragionevole dubbio sia superato solo qualora non esistano (o non resistano), dinnanzi all’impianto accusatorio, alternative plausibili.
Rectius: c’è chi sottolinea, giustamente, che il ragionevole dubbio possa essere superato anche qualora vi siano alternative astrattamente plausibili in rerum natura, a patto che siano del tutto inverosimili nel caso concreto.

E’ chiaro che nel “nostro” caso il ragionevole dubbio non potrà essere superato: questo perché, per quanto riguarda la traccia biologica, non solo il trasporto è possibile in rerum natura, ma è reso plausibile proprio dalle circostanze concrete (lavoro svolto dall’agente implicante utilizzo di strumenti passibili di essere utilizzati da terzi come arma del delitto, epistassi, traccia unica ed esigua in cadavere rinvenuto dopo diversi mesi ed esposto ad intemperie e possibili contaminazioni del terreno).
Questo per quanto concerne la c.d. “prova scientifica”, che di fatto resta meramente indiziaria poiché isolata da altri elementi che concretamente la avvalorino.

Non ci sono elementi che avvalorino il DNA in quanto i vari altri presunti elementi (dalle docce solari alle altre amenità più grottesche fino a cose apparentemente meno ridicole) non costituiscono neppure indizi in quanto ad un’analisi attenta mancano del tutto dei caratteri di gravità, precisione e concordanza.
Ciò posto che:
-un indizio è grave quando è dotato di un grado di persuasività
elevato e quindi riesce a resistere ad eventuali obiezioni;
-un indizio è preciso quando non è suscettibile di diverse
interpretazioni;
-un indizio è concordante nel senso che vi devono essere
necessariamente più indizi che confluiscono tutti nella stessa
direzione.

Nel nostro caso non vi è nulla che resista ad eventuali obiezioni, e soprattutto non vi è nulla che non sia suscettibile di diversa interpretazione.

Mille elementi equivoci e passibili di plurime interpretazioni incollati fra loro non fanno una prova, e Massimo Bossetti non potrà essere condannato solo perché la sua condanna è stata decisa in diretta da teleimbonitori che ne hanno decretato la colpevolezza senza appello contravvenendo al proprio dovere di imparzialità e correttezza professionale.

Per concludere, inserisco questo link (http://www.crimeblog.it/post/8675/melania-rea-identificate-le-tracce-di-dna) apparentemente del tutto slegato ed estemporaneo, sul caso Melania Rea.
Lungi da me voler entrare, in questa sede, nel merito della questione, perché il risultato sarebbe estremamente dispersivo, ma forse non tutti ricordano che anche su Melania Rea furono trovate varie tracce di DNA, tra le quali una negli slip attribuita al bambino di una sua amica.
Ecco, con ciò vorrei sottolineare ancora una volta un fatto che, più o meno (in)direttamente ho rimarcato a più riprese: lo spettacolo di ricerca estenuante che non porta a nulla se non ad una serie di elementi equivoci è il risultato diretto di quello che personalmente considero un errore precedente.
L’errore in questione è stato quello di affidarsi alla cieca ad una traccia biologica dando per scontato che appartenesse all’assassino.
Un’inferenza, questa, assolutamente illogica, perché la cosa non stava scritta da nessuna parte.
L’errore è stato il fatto di essersi irrazionalmente innamorati di una tesi comoda.
La convinzione -spesso mediaticamente indotta e scientificamente risibile- che una traccia di DNA rinvenuta nel luogo del delitto o sul corpo della vittima debba necessariamente essere dell’assassino, deve essere contrastata anche al di là del caso specifico, perché trattasi di una convinzione fuorviante e pericolosa, e come disse Goya “il sonno della ragione genera mostri”.

Bisogna rendersi conto del fatto che si sta parlando, nel nostro caso, di una traccia unica.
Se la vittima fosse stata completamente imbrattata di sangue altrui, ovviamente, i dubbi sarebbero stati ben pochi, ma il “nostro” quadro è completamente diverso.

Se partendo da una traccia biologica repertata si fa un’indagine alla cieca e si arriva ad una persona, e se di questa persona si scarnifica la vita privata, anche familiare, fino all’inverosimile è ovvio che si possano trovare elementi con una doppia lettura.
Qualsiasi persona del luogo, ad esempio, sarebbe stata vista passare a Brembate (paese limitrofo), qualsiasi persona del luogo avrebbe agganciato celle telefoniche locali, qualsiasi persona del mondo ha dei piccoli “vizi” personali, delle piccole fisse, delle situazioni familiari che messi impietosamente sotto la lente d’ingrandimento in qualche modo possono più o meno forzatamente (e malamente) essere accostati al fatto.
Il punto è che, se come si suol dire il delitto perfetto non esiste, allora si dovrebbero trovare elementi chiari ed univoci, non continui presunti elementi che possono essere accostati al fatto in modo del tutto forzato e innaturale e che, al contrario, troverebbero spiegazioni ben più ovvie e confacenti.

Dunque, nel caso in questione, l’unica vera domanda da porsi è: perché questi elementi univoci non ci sono?

Io ho dato la mia risposta: perché l’innamoramento della tesi comoda (traccia di dna=assassino) nell’esasperazione di un’indagine difficile ha prodotto un mostro logico e giudiziario.

A questo punto, non posso che augurarmi che questo caso possa, anche a posteriori, insegnare qualcosa e servire da monito per il futuro, anche alla luce di una pressante esigenza di alfabetizzazione giuridica funzionale, che in questo caso si è dimostrata, ahimè, del tutto carente.

Alessandra Pilloni