Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).

Il presente scritto è esito di un lavoro condotto a quattro mani con Laura, che ringrazio infinitamente.

Mi sono spesso chiesta, in questi ultimi giorni, cosa possano mai fare 80 persone motivate e dedite alla causa, alla quale si sono spontaneamente e senza nessun tornaconto votate, affinché la loro flebile voce possa essere udita dalle masse incerte e poco attente.
Abbiamo un blog, un gruppo ed una pagina nei quali riversiamo tutte le nostre osservazioni e convogliamo l’enorme mole di materiale che raccogliamo, ma non basta!

Mentre noi, animati da un altissimo senso di civiltà, devo dirlo, ci lambicchiamo il cervello, la maggioranza degli italiani è imbrigliata come una mosca in una ragnatela, incapace di pensare, prigioniera di un torpore che definirei mass-mediatico.
A noi, dunque, spetta il compito di insinuare dei dubbi.
Dopotutto come si dice, l’anima risvegliata da un dubbio è migliore dell’anima che dorme sicura di sé.
Di seguito ne elencherò alcuni, che nel prosieguo dell’articolo verranno sviluppati singolarmente fino al punto 8 (per non gravare troppo sulla pesantezza dello scritto, che potrebbe inficiarne un’adeguata fruizione da parte del lettore, rimandiamo l’analisi dei punti successivi ad una secondo parte): si tratta di punti in alcuni casi già presi in esame precedentemente, che non vengono riproposti per ripetere l’ovvio, ma con l’intento di organizzare una ricerca più selettiva e porci ulteriori domande per non lasciare nulla di intentato e battere ogni pista.

1) Assenza di movente

2) Mancata reiterazione del reato

3) Modalità dell’aggressione incompatibili con un agente adulto e dotato di una certa prestanza fisica

4) Mancato occultamento del cadavere

5) Omissione di accertamenti sulle altre tracce biologiche repertate

6) Ritardo nel circoscrivere il luogo del rinvenimento

7) Mancata identificazione dell’arma del delitto e dubbi perfino sulla natura della medesima

8) Incompatibilità degli orari in cui i cellulari hanno agganciato le celle

9) Impossibilità (o comunque incertezze sulla possibilità) di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire dalla traccia originale sugli abiti

10) Palesi incongruenze nelle testimonianze su “Ignoto1”

11) Accreditamento di soli elementi e testimonianze a sfavore, costanti fughe di notizie parziali tendenti a suggerire una lettura sfavorevole all’attuale indagato

12) Incongruenze nell’ordinanza del GIP circa la natura probatoria ovvero meramente indiziaria del DNA

13) Oscillazioni della giurisprudenza cassativa sul valore probatorio ovvero indiziario del DNA, assenza di pronunce a Sezioni Unite, contestazioni dottrinali e implicazioni processuali e fattuali della cosiddetta “fallacia dell’accusatore”

I primi due punti (assenza di movente e mancata reiterazione del reato) vanno esaminati contestualmente poiché si spiegano a vicenda.
Dopo ore passate ad esaminare decine di studi inerenti agli omicidi a sfondo sessuale sono giunta alla conclusione che le possibilità che una persona possa compiere un unico e isolato atto di violenza sessuale, che sfoci o meno in omicidio, sono prossime allo zero.
La violenza sessuale perpetrata ai danni di una donna, o peggio di una bambina, non è posta in essere da un giorno all’altro da un soggetto clinicamente sano.
Tali comportamenti sono il risultato di  disturbi psichiatrici di gravità variabile i quali trovano la loro origine nell’infanzia del soggetto.
Non si potrà mai stabilire con certezza perché un essere umano decida di seviziare e uccidere un suo simile, ma si può, nel nostro caso specifico, prendere atto del fatto che sia apparentemente, sia a detta di tutte le persone che lo conoscono e interagiscono con lui, sia da accreditate voci di figure professionali operanti all’interno delle mura del carcere, il sig. Bossetti non mostra nessun sintomo riconducibile al profilo del “mostro”.

Dal momento in cui si stabilisce che questo genere di omicidi si manifestano in una maniera seriale andiamo a conoscere, solo per curiosità, la figura del serial-killer.

A tal fine, traggo alcuni contenuti dall’interessantissimo saggio “La figura del Serial Killer tra diritto e criminologia”, del Dott. Gianluca Massaro:

“Il termine serial killer è piuttosto recente, ma il fenomeno è risalente nel tempo: gli assassini seriali ci sono sempre stati, anche se l’omicidio seriale non veniva riconosciuto e definito come tale ed anche se può sembrare un fenomeno dei nostri tempi visto che, oggi, se ne sente parlare così di frequente.
Gli assassini seriali sono a detta di chi è “del mestiere”, cioè  di chi si occupa di criminologia e di psicopatologia forense, soltanto coloro che hanno ucciso più persone in momenti successivi, per il ripetersi di una particolare motivazione: “la distruttiva e sadica associazione di sesso e morte”.
Quest’ultimo è un binomio esplosivo, niente di meglio per suscitare in tanti curiosità, per alimentare morbosi interessi o per scatenare fantasie proibite. L’uccidere per sesso o facendo sesso è dunque ciò che, tradizionalmente, ha definito il serial killer, anche se, come vedremo, questa è soltanto una delle motivazioni alla base del comportamento omicidiario seriale.
Del resto, i più moderni ed innovativi studi relativi all’omicidio seriale, hanno dimostrato come questo sia un fenomeno molto più complesso.”

Ancora, dallo stesso studio emerge che:

“In questo secolo, il problema dell’omicidio seriale è diventato particolarmente evidente, sia a causa di un notevole incremento numerico degli assassini seriali, sia a causa della maggiore attenzione prestata dai mass media a casi di questo genere. Fino all’inizio degli anni ’80, il termine serial killer non esisteva e questo tipo di criminale veniva genericamente definito multiple killer (assassino multiplo). Sotto questa denominazione erano raggruppati tutti gli assassini che uccidevano più di una vittima, senza però operare alcuna distinzione fra i diversi eventi delittuosi. L’espressione serial killer venne coniata negli Stati Uniti e, precisamente, dagli agenti dell’F.B.I.; la paternità di questo termine non è casuale, dato che gli Stati Uniti sono il paese che presenta il numero più alto di assassini seriali nel mondo. La definizione data dall’F.B.I., che tuttavia si rivela minimalistica e piuttosto asettica, è la seguente: “un serial killer è un soggetto che uccide più persone, generalmente più di due, in tempi e luoghi diversi, senza che sia immediatamente chiaro il perché, anche se lo sfondo sessuale del delitto è quasi sempre riconoscibile”.

Riprendo un significativo punto del trattato, pubblicato anche sul sito Altro Diritto, per chiarire ulteriormente in che modo un assassino seriale diviene tale, ovviamente per grandi linee visto che ogni essere umano ha le sue peculiarità ed è unico pur rientrando in una categoria significativamente definita dagli studiosi:

” […] Comunque sia, gli autori che si sono occupati di questo argomento concordano tutti su un punto, cioè l’importanza della presenza di esperienze traumatiche nell’infanzia e nell’adolescenza degli assassini seriali.
Bisogna però notare che molti bambini traumatizzati durante l’infanzia e molti adolescenti cresciuti in condizioni di emarginazione e di abbandono, non diventano assassini seriali, preferendo invece mettere in atto altre modalità comportamentali, devianti o meno.

Perché allora, alcuni diventano proprio dei serial killer?

Probabilmente la prospettiva teorica che fornisce una spiegazione migliore è quella basata sul modello sistemico- relazionale; secondo tale spiegazione, l’individuo, tenuto conto delle sue caratteristiche innate, che hanno la loro importanza, subisce tuttavia l’influenza dei sistemi nei quali è inserito e delle relazioni che ha instaurato con gli altri nell’ambiente.

Secondo questa teoria, gli assassini seriali sono il prodotto della famiglia di provenienza e del sistema di pensiero genitoriale ed a questo elemento si unisce la personalità individuale ed eventuali caratteristiche fisiologiche particolari.
Quando poi le relazioni diventano negative e disgreganti, non tengono più insieme il sistema dell’assassino seriale, che quindi va a pezzi ed il soggetto perde così il senso della realtà.

L’azione omicidiaria ricompone temporaneamente il sistema del soggetto, fino a quando altre relazioni negative non ne compromettono nuovamente l’esistenza.
In quest’ottica, il comportamento omicidiario seriale può essere visto come la risultante di tre fattori (individuale, socio-ambientale, relazionale), che si intrecciano tra loro, con importanza diversa da soggetto a soggetto. Il fattore individuale include tutte le caratteristiche personali dell’assassino seriale.
Il fattore socio-ambientale comprende tutte le componenti sociali che possono influenzare il comportamento di un assassino seriale.
Il fattore relazionale è una sintesi dei due fattori, il loro punto d’incontro;questo fattore è una misura del grado di scambio esistente tra individuo e ambiente e del modo in cui il soggetto si rapporta agli altri. Un pò come dire, in termini spiccioli, che “l’ambiente” fornisce “l’arma”, “il soggetto” la “carica” e la maniera distorta del soggetto di rapportarsi con l’ambiente che lo circonda tira il grilletto.In questo campo, si nota la tendenza di molti autori, primi tra tutti gli esperti dell’F.B.I., a considerare assassini seriali solo quei soggetti i cui omicidi sono, in qualche modo, collegati a turbe di natura sessuale.
In realtà, una spiegazione unica per tutti gli assassini seriali non esiste, in quanto le motivazioni alla base del comportamento omicidiario seriale possono essere molteplici […]”.

Quindi mi sento di concludere dicendo, non prima di aver rielaborato un concetto tratto dagli studi del Prof. Nicola Malizia, che gli aspetti caratteriali  e il “modus vivendi” del sig. Bossetti, per quanto ci si sforzi analizzando persino oggetti intimi come biglietti di auguri scritti da e per sua moglie, proprio non coincidono con i tratti dell’omicida seriale sessuale, in primis per l’assenza di crimini simili in zona o fuori attribuibili a lui e secondo perché nessuno dei tratti sottoelencati è stato evidenziato durante le indagini, nonostante esse siano state particolarmente invasive e, a tratti, morbose.

“Esistono milioni di uomini in tutto il mondo che, pur avendo subìto nella loro esistenza esperienze analoghe o anche peggiori, non sono per questo divenuti dei criminali pericolosi. Il terrore di perdere il controllo sulla propria esistenza spinge tali soggetti ad immergersi in attività definiti elementi facilitanti, cioè una serie di attività “devianti”, come abuso di droga ed alcol e fruizione ossessiva di materiale pornografico.

Ed ancora:

  • i soggetti hanno avuto esperienza di eventi traumatici più o meno gravi;
  • queste esperienze hanno portato delle conseguenze psicologiche;
  • si manifesta un progressivo isolamento dei soggetti dal gruppo dei pari e dalla società. Si sviluppa un progressivo ed intenso sentimento di perdita del controllo sulla propria esistenza; si affacciano pratiche devianti (abuso di alcol, droga e pornografia). E’ possibile dire che un soggetto diviene un sadico sessuale in serie solo perché ha subìto dei traumi infantili, ha utilizzato, nell’adolescenza, materiale pornografico, poi, ha fatto uso di sostanze alcoliche e stupefacenti?

Molti individui hanno subìto traumi, abusano di alcol e fruiscono ossessivamente di pornografia, senza divenire però assassini.

L’ipotesi del bisogno di dominio e di possesso, amplificato dal quadro psicopatologico sovente riscontrabile in tali soggetti, sembra essere la base motivazionale più verosimile.

Tale spinta motivazionale dovrebbe articolarsi nelle seguenti dinamiche psicologiche:

  • percezione da parte del soggetto che l’ambiente non si cura di lui;
  • ricerca ossessiva dell’attenzione, del rinforzo positivo, della gratificazione, del riconoscimento del proprio valore.

Tutte le ricerche effettuate sui serial killer hanno infatti evidenziato come punto centrale della vita di questi soggetti la loro fantasia violenta, ritualizzata e compulsiva.
La fantasia violenta non deve essere intesa come una violenza votata alla distruzione, ma al controllo e al dominio.

Questi criminali sognano di uccidere, di violentare, fantasticando di dominare, di avere il potere sulla vita altrui, quasi come se, controllando l’esistenza delle vittime, potessero riprendere il controllo che sentono di aver perso sulla propria vita.
Il serial killer tortura, mutila, lega ed interagisce con la vittima per dominarla e solo quando la fantasia di dominio è raggiunta la vittima non ha più alcun valore come oggetto di piacere e può essere uccisa.

Il dialogo con la vittima

Dopo avere ucciso, il serial dialoga con la vittima, questa è solo nelle sue mani, è la sua preda, annientata, giace inerme, può infierire, continuare a distruggere; la sua morte lo fa riappropriare della sua vita.
Ciò non vuol dire che il sesso non entri in gioco, infatti, in alcuni casi, tali soggetti divengono serial killer sessuali, anche se non rappresentano la maggioranza. Il sesso e la fantasia sessuale, violenta e sadica, entrano in gioco perché la sfera sessuale sembra al killer la più eccitante e la più denigratoria per la vittima. Il Serial si rende conto che attraverso un crimine sessuale e sadico riesce a raggiungere il massimo obiettivo in riferimento alla soddisfazione personale legata al dominio e alla denigrazione della vittima a semplice ed inutile oggetto da controllare.

Il primo omicidio

Il primo omicidio produce nei criminali sentimenti contrapposti.
Cosa provano? Dal piacere alla repulsione, dalla paura all’ansia, ma invariabilmente tutti provano anche un’intensa sensazione di potere. Ed è allora che, spesso, la fantasia riprende il sopravvento con forza sempre maggiore, il killer fantastica, uccide e fantastica, incapace di fermarsi, come un tossicodipendente che è caduto nel vizio, che in questo caso è il vizio dato dal potere di scegliere a chi dare la morte e a chi la vita. l’omicida comincia a fantasticare un nuovo omicidio,magari con condotte di controllo e manipolazione della vittima più accentuati. Più il soggetto fantastica, più sente il bisogno compulsivo di attuare in vivo tale fantasia,finché non decide che è giunto il momento di agire di nuovo.

Nel nostro caso sembra abbastanza evidente che l’indagato, il sig. Massimo Giuseppe Bossetti, non rientri nel profilo dell’omicida seriale e, giacché l’assenza di movente specifico sarebbe motivabile solo nel caso di serial killer con movente sessuale, che però in questo caso non trova riscontro, si dovrebbe ricercare per l’appunto un movente specifico.
Questo cane che si morde la coda diventa, per l’accusa, un bella gatta da pelare dal momento che rimane difficile credere che un uomo regolare, senza precedenti penali possa avere un “conto in sospeso” con una bambina che nemmeno c’è prova che conoscesse.

Se dai primi due punti in disamina ci spostiamo al terzo, relativo alle particolari modalità dell’aggressione, la sensazione che qualcosa non quadri nel teorema colpevolista diviene inevitabilmente più forte.
Infatti, se in precedenza qualcuno avrebbe forse potuto provare ad avanzare il sospetto di trovarsi dinnanzi ad un caso del tutto atipico, far quadrare i conti in presenza di una modalità di aggressione tanto anomala per un agente adulto risulta pressoché impossibile.

Il nocciolo della questione è che, per quanto ci si sforzi, il quadro attualmente disponibile sembra suggerire pressantemente la spasmodica ricerca di una colpevolezza che non esiste.

Il problema è dato forse dal fatto che rinunciare ad un’idea supinamente accettata può essere molto difficile.
Nell’opera di N. Gregory Mankiw, Principi di economia, vi è una sezione dedicata alla psicologia del consumatore.
Quando lessi l’opera in questione, rimasi estremamente colpita da alcuni esempi miranti a dimostrare come, in genere, la maggior parte delle persone sia poco propensa a mettere in discussione le proprie convinzioni.
Ricordo, in particolare, che veniva presentato a tal fine il resoconto di un esperimento effettuato anni addietro negli USA: ad una serie di persone era stato fatto leggere un documento con dei dati statistici (e quindi numerici) sull’impatto della presenza/assenza della pena di morte in vari Stati, e sorprendentemente era risultato che coloro che erano favorevoli alla pena capitale traevano dal documento una conferma alle proprie posizioni… Ma la stessa cosa (sulla base degli stessi dati!) avveniva per coloro che erano in partenza contrari.
Ciò indica come la propensione al dubbio sia appannaggio di pochi: l’uomo, per propria natura, tende a crogiolarsi nelle proprie certezze senza metterle in discussione.

A ciò si aggiungano i risultati che può avere la pressione mediatica, posto che l’istinto gregario riveste un ruolo preminente nella psicologia sociale.
Il celebre esperimento condotto alcuni decenni or sono dal noto psicologo Solomon Asch mostra come spesso l’istinto gregario finisca per avere la meglio perfino su ciò che si può appurare con i propri sensi.
L’assunto di base dell’esperimento di Asch consisteva nel fatto che l’essere membro di un gruppo è una condizione sufficiente a modificare le azioni e, in una certa misura, anche i giudizi e le percezioni visive di una persona.
L’esperimento si focalizzava sulla possibilità di influire sulle percezioni e sulle valutazioni di dati oggettivi, senza ricorrere a false informazioni sulla realtà o a distorsioni oggettive palesi.
Il protocollo sperimentale prevedeva che 8 soggetti, di cui 7 complici dello sperimentatore all’insaputa dell’ottavo, si incontrassero in un laboratorio, per quello che veniva presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva.
Lo sperimentatore presentava loro delle schede con tre linee di diversa lunghezza in ordine decrescente; su un’altra scheda aveva disegnato un’altra linea, di lunghezza uguale alla prima linea della prima scheda.
Chiedeva a quel punto ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente nelle due schede.
Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente errata; il vero soggetto sperimentale, che doveva rispondere per ultimo o penultimo, in un’ampia serie di casi iniziava regolarmente a rispondere anche lui in maniera scorretta, conformemente alla risposta sbagliata data dalla maggioranza di persone che aveva risposto prima di lui. in sintesi, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva, consapevolmente e pur sulla base di un dato oggettivo, di assumere la posizione esplicita della maggioranza (solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente e non ciò che sentiva di “dover” dire).

Cionondimeno, nel momento in cui non si parla del tempo, ma di un uomo incensurato che grida la propria innocenza, è necessario uno sforzo per far sì che quel dubbio, così sgradito, possa sopraggiungere, consentendo di analizzare i fatti con la lucidità necessaria ed in maniera autenticamente scevra di preconcetti di sorta.

L’ordinanza del GIP Dott.ssa Vincenza Maccora, riprendendo le risultanze dell’esame autoptico, descrive le lesioni riscontrate sul cadavere della piccola Yara (almeno otto da taglio e una da punta e taglio) come “relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso”.
Infatti, come emerge dalla stessa ordinanza, stando all’analisi dei contenuti gastrici la morte della piccola Yara sembra collocarsi alcune ore dopo la sua scomparsa, e nonostante lo stato di avanzata decomposizione del corpo renda difficile pervenire a conclusioni certe, si suppone sia stata concausata da ipotermia.

Di contro, non dovrebbero essere riconducibili a lesioni causate dall’arma bianca da punta e taglio quelli che appaiono descritti come “segni di lesività contusiva al capo (nuca, angolo destro della mandibola e zigomo sinistro)”: ciò per l’ovvia constatazione che per azione contusiva si intende pacificamente “l’incontro violento (urto) del corpo con una superficie resistente, piana od ottusa”, e risulta essere corpo contundente “ogni oggetto non pungente, non tagliente e non fendente” (definizioni tratte da “Lesività contusiva”, del Dott. Roberto Molteni).

Riconoscendo dunque come esito di ferite procurate con arma bianca da punta e taglio le sole summenzionate lesioni “relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso”, appare lecito chiedersi come possano essere attribuite ad un muratore quarantenne per forza di cose abituato all’uso di un certo tipo di strumenti e dotato di una certa forza fisica.
La stessa collocazione delle ferite (situate su collo, polsi, torace, dorso e gamba destra) appare piuttosto disordinata, e nel complesso il quadro sembra suggerire il fatto che l’aggressore avesse scarsa forza fisica e scarsa manualità con l’arma del delitto.
Il quadro generale delle modalità dell’aggressione, insomma, piuttosto che un agente adulto, sembrerebbe suggerire un possibile atto di bullismo degenerato, o comunque un atto compiuto da persona/e molto giovane/i, non necessariamente di sesso maschile.

A ciò potrebbe essere aggiunta la logica considerazione che, se si suppone che Yara conoscesse il suo aggressore, sembra piuttosto anomalo che una tredicenne accetti di incontrarsi con un quarantenne, per di più senza dare nell’occhio.
Allo stesso modo, ammesso e non concesso un quadro di questo tipo, sarebbe ancor più anomalo che una giovane, appena adolescente, provi un’attrazione o una semplice curiosità nei confronti di un adulto e non ne parli con neppure con l’amichetta del cuore: una trasgressione di questa portata, oltre ad apparire difficilmente conciliabile sia con la figura della piccola Yara sia con quella del signor Massimo Bossetti, non potrebbe certamente passare inosservata e mal si concilia con tutto il resto.

Ma c’è di più: recentemente è emerso che ci sarebbe una misteriosa data da tenere in considerazione, emersa a più riprese nel corso degli interrogatori: si tratta del 20 novembre 2010.
“Forse una ricorrenza o un indizio dato – pare – da una persona vicina alla famiglia Bossetti che ha dato una pista, forse l’ipotesi di un movente. Eppure tutti rispondono allo stesso modo: “Quel giorno non mi dice nulla”.
Così si legge, ad esempio, in questo articolo: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/yara-spunta-data-misteriosa-1037739.html
Ma tralasciamo il 20 novembre per un attimo e torniamo sull’eventualità che Yara e il sig. Bossetti si conoscessero.

C’è chi sostiene si tratti di un delitto occasionale compiuto appunto da un pedofilo occasionale che sceglie a caso la sua vittima, la punta e l’aggredisce, salvo poi lasciarla in vita per sopraggiunto panico, questo perché non essendoci alcun legame accertato tra vittima e presunto carnefice, né numeri di telefono, né persone che li abbiano visti insieme, la spiegazione più semplice è che non si siano mai visti prima dell’aggressione.

Ma allora cosa sarebbe mai potuto succedere sei giorni prima?

Ammesso che fosse il sig. Bossetti l’assassino occasionale e che non conoscesse Yara prima di quel tragico venerdì in cui è stato colto da un raptus, come si può far risalire a sei giorni prima un segnale da parte sua che aprirebbe l’ipotesi di un movente?
Stando alle illuminanti ipotesi presentate nel corso di Segreti e Delitti, sorvolando sul modo inappropriato di gesticolare con fare canzonatorio del conduttore il quale precisa che tutte le incongruenze “dovranno essere spiegate dal Bossetti agli inquirenti” (l’onere della prova a carico dell’accusa è, ahimè, un lontano ricordo dell’Italia che fu) si presuppone che in data 20 novembre sia la famiglia Gambirasio che la famiglia Bossetti si trovassero entrambe all’osservatorio astronomico di Brembate per un evento riportato anche dal’Eco di Bergamo e sarebbe stato in quell’occasione che l’uomo, vedendo la ragazza per la prima volta, avrebbe maturato il proposito di farle del male posto in essere appena sei giorni dopo.

Ma se così fosse e la segnalazione di questa data fosse venuta da qualcuno vicino al Bossetti sarebbe stato lui stesso a riferire a questo qualcuno le sue intenzioni o quantomeno di aver provato una pulsione improvvisa per una bimba sconosciuta sino a quel momento?
L’ipotesi sembra a dir poco assurda.
Incredibilmente nell’ambito della stessa trasmissione, andando avanti, si ipotizza però che Yara, trovandosi in una strada trafficata, non sia stata rapita, bensì, sia salita di sua spontanea volontà in auto data la sua conoscenza con l’imputato, “una conoscenza non tanto approfondita da permettergli di inviarle messaggi, infatti non c’è il numero del muratore tra i contatti di Yara, ma abbastanza solida da far sentire al sicuro lei che era ben educata e diffidente”, dice il giornalista.
Quindi una comoda via di mezzo per giustificare il mancato scambio del cellulare e l’ingenuità di consegnarsi al lupo cattivo.
Più o meno sarebbe andata così: “Ciao, ti ricordi di me? Ci siamo visti sabato scorso all’osservatorio…”.

Quanto a plausibilità dell’ipotesi, di male in peggio.

E’ plausibile che un uomo con famiglia a seguito avvicini e conosca una bimba, accompagnata dai genitori, in pubblico, senza destare sospetti o dare nell’occhio come può accadere a due adulti al bar?
Questa notizia “blindata” della soffiata sul 20 novembre sembra molto forzata, specialmente nello svolgersi di un fatto di cronaca abbondantemente pubblicizzato ove non trova collocazione un silenzio stampa di questa portata.
Per questo motivo sono andata a leggere tutti gli articoli riguardanti questo 20 novembre, ed ho notato che c’è chi ha parlato di “annotazione riconducibile a Bossetti”.
Non ci si può non chiedere cosa possa significare un’espressione di questo tipo.
Non potrei sopravvivere alla divulgazione di una notizia del tipo “Gli inquirenti, durante il sopralluogo nell’abitazione del Bossetti, hanno rinvenuto un calendario dell’anno 2010 dove la data del 20 novembre era cerchiata in rosso”.
A questo punto si potrebbe tranquillamente portare alla sbarra Frate Indovino!

Insomma, se la prova regina deve essere di tipo scientifico, è bene che la scienza non si allontani dal suo presupposto primario: il logos, da cui deriva il concetto di “logica”.
Logica che, per quanto ci si sforzi, non sembra in alcun modo ravvisabile nel castello accusatorio a carico del signor Massimo Bossetti.

Riguardo al punto quattro (mancato occultamento del corpo) voglio provare a ragionare per assurdo.
Il sig. Bossetti, mosso da non si sa che movente, tende un agguato alla giovane ginnasta.
Questo posto che abbiamo abbondantemente ragionato sulle inverosimili e contraddittorie  modalità con cui si suppone l’abbia avvicinata.
Al termine dell’aggressione, in un luogo ancora non ben definito, egli ferisce la bambina, senza causare la di lei morte, almeno nell’immediato, e non si preoccupa delle conseguenze del suo folle gesto.
A rigor di logica chi si macchia di un delitto così orrendo, a meno che non si tratti di un minorato mentale o di un adolescente, vede come prima necessaria mossa l’accertarsi dell’avvenuto decesso e, successivamente, si adopera per occultare il cadavere.
Questo mi spinge a dubitare fortemente di una serie di circostanze, che sono state trattate come fossero secondarie, quali il luogo del rinvenimento, la permanenza del cadavere in quello stesso posto per la durata di tre lunghi mesi e la stessa causa del decesso.
A mio profano parere questi tre elementi sono la chiave di volta di questo interminabile giallo ma, purtroppo,non è stata data loro la giusta considerazione dal principio e, a furia di abbozzare, la comprensibile confusione iniziale si è trasformata in un caos.
È ormai persa ogni speranza di venirne a capo, il bandolo è irrecuperabile un po’ come quando si lascia un gomitolo in balia di un gatto.
Per quanto mi sforzi non riesco a capire il perché il sig. Bossetti, complice il buio della serata, non avrebbe scelto di caricare il corpo in auto o sul furgone per poterlo occultare mettendosi al sicuro.
Un adulto automunito non opera una scelta così avventata, lo fa un ragazzo a cui sono sfuggite le cose di mano e comunque il fatto che ci siano voluti tre mesi per ritrovare Yara o è mera coincidenza,per quanto strana, o più plausibilmente, è morta altrove e solo successivamente è stata lasciata lì a Chignolo.
Questo dato, se vogliamo dare per buono il risultato del test del DNA sulla traccia incriminata e vogliamo quindi ragionare come se fossimo in una puntata di CSI, sarebbe dovuto emergere dall’autopsia che come minimo, vista la tecnologia fantascientifica della quale disponiamo, avrebbe dovuto rivelare se il corpo è stato tenuto altrove (all’aperto o al coperto) e per quanto tempo.
Tralasciamo per un momento tutte le considerazioni possibili riguardo alle domande che non trovano risposte nel referto autoptico, reso difficoltoso anche dall’avanzato stato di decomposizione del corpo, non mancando di tornarci in un secondo momento e teniamoci da parte anche un’attenta analisi sulla dubbia localizzazione della scena primaria del crimine, la quale è via via diventata più itinerante di un circo, per spendere qualche parola sul profilo di DNA preso in esame, ovvero quello di IGNOTO 1.

Non è dato sapere come mai l’attenzione delle analisi forensi si sia focalizzata solo su di esso dal momento che, sin dal primo momento, si è parlato di molteplici e diverse tracce, e, giustamente aggiungerei, si  è sospettato che l’omicidio fosse stato opera di più agenti denominati appunto IGNOTO 1, IGNOTO 2 e IGNOTO 3 (punto 5 in disamina).
Questo ragionamento, dettato dalla logica, si è perso lasciando il posto ad una sorta di lotteria dove IGNOTO 1 ha vinto il primo premio.
Si disse che, così come l’arma del delitto, non fu mai ritrovato il cellulare della ragazza e che, fatto davvero strano e degno di nota, nelle tasche del giubbotto vi erano i guanti ordinatamente piegati nella maniera in cui ognuno di noi li infila in tasca, la scheda SIM e la batteria del telefono.
Ora, pur volendo supporre che il Sig. Bossetti agì da solo e quindi che le restanti tracce biologiche non identificate non siano degne di nota, l’uomo si sarebbe ferito durante l’aggressione ma non avrebbe lasciato il suo DNA né sulla sim né sulla batteria.
Facciamo un passo indietro ponendoci delle domande.
Se i DNA restanti non sono degni di nota vuol dire che gli inquirenti hanno concesso loro  il beneficio del dubbio di un trasporto casuale magari dovuto alla lunga esposizione alle intemperie?
Li hanno forse esclusi data la loro posizione sulla parte anteriore del corpo dando più importanza alla traccia presente nella parte posteriore ipotizzando che questa fosse l’unica attendibile in quanto la vittima si trovasse in quella posizione e in quel preciso posto sin dalla sera del 26 novembre?
E ancora, se l’uomo si fosse ferito un dito sferrando un fendente, che dovrebbe essere necessariamente l’ultimo, e il suo sangue si fosse trasferito sul corpo, come mai non ve ne è traccia né sulla sim né sulla batteria?
Avrebbe dovuto rimuoverli prima di ferirsi ma dopo aver stordito la ragazza se non fosse che appare più plausibile che i colpi inferti con l’arma da taglio siano precedenti al colpo alla testa, trattandosi di ferite da arma bianca incerte e poco profonde compatibili con un soggetto ricevente in movimento che prova a sfuggire all’aggressione.
Questo è facilmente deducibile, non serve un esperto, dal fatto che le ferite sono molteplici e distribuite su tutto il corpo, sia nella parte anteriore che in quella posteriore, quindi appare davvero difficile pensare che siano state inferte su un corpo già disteso e privo di sensi.
Ciò comporterebbe la stranezza di averlo dovuto girare per infierire, debolmente, su entrambi i lati.
Altra circostanza stranissima, se il sig. Bossetti non è Wolverine perché se lo è allora si spiega, è quella del ferimento accidentale nel momento dell’aggressione a mezzo lama.
Chiunque si sia mai ferito una mano o peggio un dito sa benissimo che la perdita di sangue è consistente trattandosi di estremità e, pur restando fermi e tamponando, passerà un certo lasso di tempo prima che il sanguinamento si arresti del tutto, figuriamoci durante il concitamento di un’aggressione!
La pressione sanguigna, il battito accelerato e i movimenti bruschi compatibili con una colluttazione averebbero lasciato agli inquirenti ben più di una esigua traccia di DNA.
Tornando alle altre tracce biologiche presenti sul corpo perché non sono state anch’esse confrontate con i DNA prelevati a tappeto?
Non è strano che disponendo di ben tre termini di paragone si sia preferito usarne uno?
Dal momento in cui si è deciso di mettere la soluzione di questo giallo nelle mani di una scienza, affidabile sì ma che pretende elementi con determinate caratteristiche al fine di ottenere risposte altrettanto affidabili, in Italia oso definire ancora a livelli di esperienza embrionali perché non alzare il tiro e non cercare di stabilire l’identità di tutti gli IGNOTI?

Inoltre, da accanita lettrice di gialli, non disdegno l’uso della scienza purché accompagnata dal buon vecchio ragionamento stile Poirot.

Avvicinare, convincere a farsi seguire su un mezzo di trasporto, guidare e, allo stesso tempo, mantenere il controllo di una ragazzina sconosciuta, o volendo proprio crederci conosciuta superficialmente, recarsi in un luogo appartato con la probabilità di destare il sospetto della passeggera e scatenare un suo conseguente tentativo di scendere o di chiamare aiuto, perpetrare un tentativo di violenza fuori dall’abitacolo (visto che in nessuna autovettura del sig. Bossetti è stata rinvenuta traccia di Yara e il DNA così come non vola neppure si smaterializza) sono una serie di circostanze inverosimili, incredibili che, laddove si fossero verificate davvero in questa sequenza, sarebbero molto più uniche della sequenza del DNA.

Sempre usando il ragionamento, visto che il “popolino” più passa il tempo più ricordi matura, (procedimento inversamente proporzionale alla logica messo in atto puntualmente in circostanze del genere e cioè laddove ci sia un “mostro” da inchiodare alle sue responsabilità) come mai nessuno ricorda ferite, cerotti o bendaggi sulle mani del sig. Bossetti nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Yara?
E ancora come ha fatto quest’uomo a compiere un gesto tanto agghiacciante, che solo il pensarlo per provare a  ricostruire gli eventi mette i brividi, senza lasciar trasparire un’ombra di emozione addirittura recandosi puntuale al lavoro il giorno seguente?

Nessuno ricorda un uomo che, in un piccolo centro, chiacchiera con una bambina, nessuna compagna di palestra ha mai visto il sig. Massimo “appostato” fuori al centro sportivo, e volendo considerare che non sia saltato all’occhio delle piccole ginnaste, vedo davvero difficile che la stessa cecità abbia colpito le madri, i padri e le insegnanti.

mai-visto-bossetti

“Ma questa è un’altra storia” direbbe Michael Ende e non esiste la possibilità di raccontarla un’altra volta poiché tutti gli “elementi” che depongono a favore del sig. Bossetti sono stati abilmente occultati agli occhi dei telespettatori famelici da parte dei giornalisti sensazionalisti, poiché non appetibili quanto quelle ridicole bassezze definite, sembra quasi una bestemmia, niente poco di meno che “prove”.

Dunque quale modalità di interazione tra i due è più accreditata?
Nemmeno i giornalisti macellai più fantasiosi sono riusciti a proporcene una credibile, ma approfittando di un pubblico a cui poco interessa la verità purché ci sia del torbido, laddove non riescono a proporre una sequenza di fatti plausibile, hanno in cantina dei candelotti fumogeni da lanciare tra una pubblicità e un furgone fantasma.

Agli occhi dei più attenti però non è assolutamente pensabile che il sig. Massimo abbia architettato di rapire una bambina che precedentemente ha sorvegliato e pedinato al pari di un provetto 007, senza però licenza di uccidere, barcamenandosi tra una doccia solare, dalla quale aveva una visuale perfetta su non si sa bene cosa, sospetti rifornimenti di carburante alla sua autovettura, buche al lavoro con la scusa del medico, e, tenetevi forte, l’acquisto compulsivo di figurine di Yu-Gi-Oh!
E poi, perdonatemi l’azzardo, ma se quest’uomo avesse sul serio avuto un’ossessione per Yara, come mai, durante il giorno non si è mai aggirato nei dintorni della scuola dove sarebbe di certo passato più inosservato?
Altro particolare davvero degno di nota è il fatto che gli inquirenti insistono su questa linea dell’ossessione malata, che pretende una qual forma di controllo e consapevolezza dei movimenti della vittima da parte del suo carnefice, ma dimenticano che proprio quella sera lei non sarebbe dovuta uscire.

Il-Giorno Da “Il Giorno” del 16 dicembre 2010

Allora ci spiegassero una volta per tutte, il sig. Massimo è un maniaco goffo ed impedito, tremendamente astuto, o sfacciatamente fortunato?

Parliamo ora delle reazioni psico-fisiche di un soggetto che porta a termine un disegno criminoso sfociante in un’aggressione fisica nei confronti della persona che alimenta la sua ossessione; esse sono svariate e ritengo che illustrarle potrebbe far riflettere il lettore sul fatto che c’è un’enorme differenza tra il rappresentarsi un fatto, immaginandolo alla stregua di un film, e viverlo mettendo in atto fantasie perverse. Tutti hanno delle fantasie e guai a volerle sindacare,non a caso si chiamano fantasie, ed infatti la gran parte delle persone non le mette mai in atto perché significherebbe snaturale.
Vero è che, da che è nato il mondo, c’è sempre stato chi si è macchiato del reato più orribile che esista e vero è anche che intorno a noi ci sono persone prive completamente di empatia che riescono a prendersi l’innocenza e la vita di un bambino con la stessa naturalezza con cui caricano una lavatrice.
Ma l’accusa confusa ha riconosciuto, ancor prima di riconoscere il sig. Bossetti come IGNOTO 1, che l’aggressione denotava insicurezza, esitazione e che le ferite, da sole, non sarebbero state sufficienti a cagionare la morte se non “aiutate” dall’ipotermia.
In poche parole chi aggredì Yara non rientra propriamente nel profilo della persona di ghiaccio con tendenze psicopatiche.
Posto che l’Italia tutta, a mò di pulcino che seguirebbe la chioccia anche in un fosso, è persuasa che la morte di Yara sia avvenuta per mano del sig. Bossetti allora l’Italia tutta deve almeno considerare l’idea che una qualche reazione, se pur minima, sia seguita ad un gesto così efferato.
Da numerosi studi emerge che, psicopatici a parte, chiunque compia un gesto che provochi la morte di un suo simile attraversa nell’immediato e nei giorni e settimane successive, dipende poi dal soggetto, delle fasi di sofferenze che si manifestano a livello fisico.
Nell’immediatezza, ad esempio, può accadere di vomitare o di essere presi da crampi allo stomaco e alle articolazioni, può subentrare un forte tremore, scoordinazione nei movimenti e nei pensieri.
I polemici risponderanno che Lui ha avuto quattro lunghi anni per “perdonarsi” e “rimuovere” ma a caldo può essere rimasto così freddo?
Può essere rientrato in tempo per la cena e aver mangiato come se nulla fosse?
E se pure decidessimo di non credere che sia tornato a casa per cena e che invece abbia preferito eclissarsi per alcune ore come è riuscito, fisicamente, ad alzarsi alle 7 l’indomani e, senza batter ciglio, mettersi a dar di cazzuola?
Eppure, che lo abbiano visto far benzina o che non lo abbiano MAI visto in un dato bar, che lo abbiano visto in cantiere o che non lo ricordino per niente dal grossista di materiali edili, nessuno, e dico nessuno, ha mai sostenuto di ricordarlo sconvolto, agitato o almeno turbato.

Sapete perché?
Perché questo non è un film, diamine se non lo è!
Quello che si vede nei film non corrisponde al vero.
Non si può rapinare un tir a 200 all’ora come in Fast and Furious, non si può correre tra le pallottole senza beccarne una o prendere decine di calci nelle costole e rialzarsi come in Charlie’s Angels perché lo vediamo in TV.
Allo stesso modo non si può essere il Sig. Massimo Giuseppe Bossetti, figlio di una relazione extra-coniugale, morboso pedinatore della notte, assassino di bambini, “mostro”, incastrato e inchiodato alle sue responsabilità da una prova incontestabile, che da sola vale una condanna all’ergastolo, solo perché lo dice la TV.

Se la scelta della maxi comparazione a tappeto fosse ricaduta sulla traccia 2 o sulla 3 adesso avremmo un altro uomo o una donna a caso dietro le sbarre.
Il sig. Massimo, al quale va tutto il mio sostegno morale, è un uomo forte e sicuro della sua innocenza, sicuro del fatto che mai e poi mai torcerebbe un capello ad anima viva, un uomo mite e gentile che non ha mai avuto in vita sua precedenti di violenza, un uomo metodico senza grilli per la testa che ama sua moglie, i suoi figli e i suoi familiari, un uomo umile ma con una grandissima dignità che ancora crede che non si possa punire un innocente per un crimine che non ha commesso e che quindi tutto si aggiusterà.
Nel suo isolamento non vacilla e non strilla poiché non ha rimorsi e nulla di cui pentirsi.
Spero che la solitudine non gli mini il fisico e la mente perché chi dovrà pagare per gli errori commessi non riuscirebbe comunque a restituirgli la salute persa.

Ricordo un racconto del quale non rivelerò la fonte.
Parla di un prigioniero tenuto in isolamento per mesi che di punto in bianco scorge un ragno su di una parete della sua buia prigione. Viene colto da un turbinio di pensieri. Vorrebbe tenerlo con sé, impedirgli di andare via attraverso una minuscola fessura perché non ha nessuno con cui parlare e quel ragno potrebbe ascoltarlo e tenergli compagnia.
Potrebbe dividere la sbobba con lui e farne il suo migliore amico, offrirgli un giaciglio per la notte.
D’altronde cosa dovrebbe tornare a fare in quel mondo pazzo e malvagio lì fuori? Starà senz’altro meglio con lui. NO!
“Lui non farà del ragno un prigioniero, chi è lui per privare un essere vivente della sua libertà.” dice a se stesso.
Guarda il ragno scivolare via e sorride, lui non è fatto della stessa pasta di chi lo ha rinchiuso e dimenticato lì in quella cella buia e fredda. LUI è diverso, LUI è un uomo perbene.

Il sesto punto, relativo al ritardo nel circoscrivere il luogo del rinvenimento, acquista importanza sotto due profili distinti: il primo attiene alle sue cause, ed in particolare alla possibilità che il luogo del rinvenimento non coincida con il luogo del delitto, il secondo è invece intrinsecamente legato alle sue conseguenze, alla luce della considerazione che tale ritardo nel rinvenimento potrebbe aver inciso sulla qualità della traccia di DNA attribuita al soggetto convenzionalmente denominato “Ignoto1”.

Dal momento che dai documenti relativi al fermo di Bossetti sembra emergere che ora gli inquirenti tendano a collocare il delitto proprio a Chignolo, vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che la questione è ancora dubbia, come emerge in effetti dal fatto che la stessa ordinanza del GIP non sembri fornire in merito certezza alcuna.
In tutta sincerità, collocare il delitto a Chignolo sembra quasi un modo per far quadrare forzatamente i conti.
Riporto alcuni punti interessanti dell’ordinanza del GIP Vincenza Maccora, che mostrano come in realtà la cosa sia piuttosto incerta:
“Il corpo ed alcuni indumenti unitamente al livello dell’albero bronchiale, di Yara Gambirasio riportano polveri riconducibili a calce, che del tutto verosimilmente rappresentano il frutto di contaminazione dovuta al soggiorno della stessa in un ambiente saturo di tali sostanze ovvero dovuta ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tale sostanze. Al fine di valutare l’origine di tali polveri è stato realizzato un confronto con prelievi effettuati, nelle sedi che Yara Gambirasio avrebbe potuto frequentare nei giorni antecedenti la sua scomparsa.
I dati ottenuti dimostrano che le polveri rinvenute su Yara Gambirasio non si ritrovano nella stessa forma nei diversi luoghi controllati (casa, palestra, piscina, sterrato vicino al campo di Chignolo) se non in parte per i campioni del cantiere di Mapello, ove in un primo momento si sono concentrate le indagini.”

Ancora:
“Le indagini geologiche sulla suola delle scarpe mostrano che molto probabilmente esse sono venute in contatto con il terreno del campo di Chignolo d’Isola ovvero con terreni con caratteristiche naturalistiche analoghe. Ciò è suggestivo fatto che abbia camminato in un simile ambiente.”

Ricapitolando, pare di capire che qualora l’aggressione fosse avvenuta o cominciata a Mapello (dove tra l’altro inizialmente puntarono tutti i cani molecolari) si spiegherebbero anzitutto le tracce di calce nei polmoni, senza ricorrere al teorema Bossetti.
D’altro canto, ritenere che le tracce di calce rinvenute nell’albero bronchiale di Yara costituiscano un indizio a carico del signor Massimo Bossetti è di per sé piuttosto azzardato: in parole povere, sembra di essere dinnanzi ad un puzzle costruito a partire da una traccia di DNA, alla quale vengono accostai altri presunti indizi che di per sé non significano nulla.
Qualcuno ha scritto che sarebbe un po’ come rinvenire un panino nello stomaco di una vittima e ritenerlo un indizio a carico di un panettiere, ovvero rinvenire uno spillo nel luogo del delitto e considerarlo indizio contro un sarto.
Di più: sembra quasi che spostando il luogo del delitto a Chignolo si acquisti un indizio contro Bossetti.
In secondo luogo, quanto mostrato dalle scarpe indica probabilmente (ma non “certamente”) che Yara possa aver camminato a Chignolo o in terreni con caratteristiche analoghe, ergo non è una certezza, ma ancora una volta un’ennesima incertezza.

Vale ulteriormente la pena di sottolineare che (cito sempre l’ordinanza):
“I rilievi relativi al contenuto gastrico consentono di ritenere che la morte risale a poche ore dopo la scomparsa la sera del 26 novembre 2010, ed in particolare appare collocabile nel range temporale compreso tra le 19 e le 24 … tenuto conto di una fase agonica protratta, questo limite potrebbe estendersi alle prime ore del giorno successivo.”

Partiamo dal presupposto che l’aggressione potrebbe essere cominciata a Mapello, ed in seguito la ragazza potrebbe essere stata spostata a Chignolo, magari già priva di sensi e trascinata di peso- questo già di per sé potrebbe spiegare le tracce sotto le suole.
Se la morte è sopraggiunta qualche ora dopo, o perfino il giorno successivo, non si può escludere neppure che Yara sia stata trasportata a Chignolo quando ancora era almeno semicosciente, ed abbia provato ad alzarsi, a Chignolo, magari riuscendo a fare qualche passo.
Si tratta, naturalmente, si semplici ipotesi, che in quanto tali non ambiscono ad ergersi a certezze di sorta: tuttavia, il fatto stesso che si presentino come “ragionevoli dubbi” dovrebbe spingere a non escluderle in maniera avventata.
D’altro canto, è la stessa ordinanza ad evidenziare come il cellulare della piccola Yara abbia agganciato la cella telefonica di Mapello alle ore 18,49: un ulteriore dato da non sottovalutare, in quanto in caso contrario il rischio più evidente potrebbe essere quello di notare le discrasie dopo aver già completato il puzzle.
A questo punto, dopo il can-can mediatico e le dichiarazioni di Alfano ne verrebbe fuori una commedia irresistibile, ma ancora una volta a spese di due famiglie distrutte: una da un clamoroso errore nelle indagini, un’altra dal dolore immenso causato dall’illusione di essere vicini ad una soluzione che non arriva.

Come anticipavo, il ritardo nel rinvenimento del corpo, potrebbe aver influito anche sulla traccia di DNA in disamina.
In precedenza, avevamo avuto modo di rimarcare l’aura di mistero che circonda la qualità della traccia in esame: secondo l’ordinanza, la sua qualità è ottima, e dello stesso avviso si è dimostrato in data 22 luglio, ai microfoni del Tg1 delle ore 20,00, il genetista Dott. Portera.
Il mistero è dato dal fatto che lo stesso Dott. Portera all’Eco di Bergamo in data 28 febbraio 2013, definiva la medesima traccia “quantitativamente scarsa e qualitativamente deteriorata”.

Chi crede che le parole del Dott. Portera possano attribuirsi ad una sorta di errore isolato, sbaglia: in effetti, basta procurarsi tutte le fonti relative a prima del fermo del signor Bossetti per appurare come la traccia di DNA di Ignoto1 fosse globalmente considerata esigua e deteriorata.
Sebbene il settimanale Giallo, dopo il fermo di Massimo Bossetti, non abbia esitato a convertirsi alla nuova DNAe religio, lo stesso settimanale, nel numero 29 dell’anno 2013, ospitò una interessante intervista alla biologa e specialista in genetica medica Marina Baldi.

L’intervista era così interessante che vale la pena riportarla paro paro nei suoi punti salienti:
«L’analisi del Dna», spiega la genetista Baldi, «ha un grosso limite quando si parla di indagini forensi. Anche se il profilo è chiaro e il materiale è concentrato – cosa che in questo caso non è – non avremo mai modo di stabilire quando quel reperto è stato lasciato. Il Dna di Ignoto 1, infatti, è stato trovato sugli indumenti della ragazzina dopo tre mesi che la piccola era distesa, morta in un campo incolto. Era inverno: Yara è stata infatti ritrovata il 26 febbraio del 2011». Il Dna, dunque, era annacquato da mesi di piogge e neve, ed era compromesso da batteri di ogni genere. Continua la genetista Marina Baldi: «E’ impossibile dunque stabilire che quello di Ignoto 1 sia il Dna dell’assassino, o che invece non si sia trovato lì perché frutto della contaminazione da contatto degli indumenti con il terreno o con qualsiasi altra fonte di Dna. Non sappiamo se il corpo della piccola sia stato toccato, successivamente all’omicidio, da qualcuno che ha lasciato inconsapevolmente le sue tracce e poi non ha avuto il coraggio di denunciare il ritrovamento». Il Dna di Ignoto 1, tra l’altro, non è l’unico trovato sul corpo di Yara: perché ci si è concentrati solo su questo e non sugli altri Dna? Di chi sono gli altri? Non si è mai scoperto. Dice ancora la Baldi: «Se anche dovessero trovare a chi appartiene Ignoto 1, il lavoro dei consulenti sarà poi quello di dimostrare come e perché quel Dna sia finito su quei reperti. Un lavoro estremamente complicato ». Dal quale, comunque, siamo ancora infinitamente lontani.

I punti evidenziati dalla Dott.ssa Baldi non possono e non devono essere dimenticati ora, in quanto il fermo del signor Bossetti, pur procurando un certo entusiasmo, entro certi limiti comprensibile e legittimo, non cambia i termini del problema: se la traccia di DNA relativa ad Ignoto1 era deteriorata ed esigua prima, è deteriorata ed esigua anche ora.
Al di là delle mistificazioni date dall’effetto CSI, infatti, il DNA può essere considerato prova scientifica certa, in particolare in un forensic context, solo in presenza di alcuni presupposti che ne garantiscano la piena attendibilità: presupposti che in questo caso palesemente mancano.
Anzitutto occorre che la traccia sia integra.
A seguito di tre mesi di intemperie abbattutesi su di essa, è praticamente scontato che l’integrità della traccia costituente la prova scientifica sia compromessa e deteriorata.

Altro punto da richiamare per doveroso approfondimento è il fatto che non si può affermare con assoluta certezza che la traccia di Ignoto 1 sia stata depositata al momento dell’omicidio di Yara.
Nonostante, per parafrasare l’ordinanza del GIP, non sia illogico supporre che sia stata depositata contestualmente all’aggressione (la qual cosa, peraltro, è altresì compatibile con un’ipotesi di veicolazione attraverso arma del delitto precedentemente contaminata), una certezza in tal senso non esiste, sia perché il DNA non è databile, sia per le possibili rimanipolazioni post-omicidiarie della scena del delitto da parte di terzi coinvolti o assolutamente estranei all’azione omicidiaria, e sia perché manca l’accertamento dell’origine biologica della traccia- che ricordiamo è dedotto solo in via di esclusione, anche se si continua a parlare di traccia ematica senza rendere conto all’opinione pubblica che tale elemento non è certo.
L’assenza di un tale accertamento induce a pensare che possa trattarsi anche, fino a prova contraria, di un’origine tale da facilitare il secondary e anche il tertiary tranfer del DNA di un perfetto estraneo.
Il fatto che la circostanza sia improbabile in virtù di una supposta abbondante cellularizzazione della traccia, è infatti cosa diversa dalla certezza che si richiede nel momento in cui si parla non del moscerino della frutta, ma di un uomo incensurato che grida la propria innocenza.
Ancora, non è possibile neppure escludere una contaminazione della traccia, che potrebbe essersi verificato in più di una fase d’indagine, anche del tutto involontariamente: una probabilità che aumenta in maniera esponenziale in un laboratorio forense in cui si analizzano la bellezza di 18.000 campioni.
Allo stesso modo, non è possibile escludere, ad oggi, che vi sia stata contaminazione del DNA dello stesso Massimo Bossetti, stante l’anomala modalità di prelievo del campione salivare.
Per fugare ogni dubbio, il prelievo del DNA di Bossetti dovrà essere ripetuto in condizioni scientificamente e legalmente accettabili ed appropriate, e subito confrontato non con il vecchio campione già estratto di Ignoto1, ma con un nuovo campione di DNA prelevato dalla traccia originale sugli abiti (cosa che, ahimè, non è certo che si possa fare, come vedremo in seguito).
In assenza di ripetizione degli accertamenti e di silenzio di tomba dinnanzi ai quesiti di cui sopra, la sgradevole impressione è che nessuno sappia che pesci prendere per districarsi dall’imbarazzo dell’aver cantato vittoria in modo troppo avventato.

Questioni di questo tipo sono state affrontate ripetutamente anche negli USA, in particolare in seguito ad un grave scandalo che nel 2005 ha coinvolto lo stato della Virginia, il cui laboratorio di analisi “ufficiale” usato dalle autorità locali per l’esame del DNA al fine di identificare gli autori di delitti, produceva risultati falsi o comunque non precisi al fine di agevolare le incriminazioni dei sospettati e mantenere così un alto tasso di incriminazioni, elettoralmente utile ai politici locali (cfr. Dott. Daniele Zamperini su scienzaeprofessione.it).

Nello studio “Tarnish on the “Gold Standard”: Understanding Recent Problems in Forensic DNA Testing” by William C. Thompson, (J.D. University of California, Berkeley; Ph.D. Stanford University. Department of Criminology, Law & Society, University of California, Irvine) [1], oltre a porre l’accento sui possibili errori dovuti a contaminazione del DNA, l’autore osserva che in genere è riscontrabile una forte resistenza all’ammissione di aver commesso un errore di laboratorio.

D’altro canto, quali siano i limiti “ordinari” del DNA nelle indagini è ben evidenziato anche dalla Prof. Paola Felicioni, che nel saggio “La prova del dna tra esaltazione mediatica e realtà applicativa” elenca in modo semplice ed immediato non solo i limiti processuali ma anche quelli tecnico-scientifici (quelli che per l’Italiano medio, ovviamente, non esistono).

“Alla categoria dei limiti tecnico-scientifici che riguardano specifica-mente la peculiare struttura della prova del DNA si riconducono alcuni fattori oggettivi ovvero soggettivi in quanto riferibili all’uomo: 1) la non databilità della traccia biologica dalla quale è estratto il profilo genetico; 2) la facile trasportabilità del DNA: chiunque, infatti, potrebbe inquinare la scena del crimine introducendovi elementi o tracce raccolti da altri luoghi; 3) la degradazione enzimatica del DNA causata dalle componenti fungine e/o batteriche che possono attaccare il reperto; 4) il decadimento fisico-chimico del DNA causato da fattori ambientali (raggi ultravioletti, radicali liberi presenti nell’ossigeno, formaldeide); 5) la contaminazione cd. esogena in cui la commistione di componenti biologiche è riconducibile ad errori umani (es. il campione di sangue è inquinato da altri substrati biologici come nel caso dell’operatore che interviene con strumenti biologicamente contaminati o senza guanti); 6) la contaminazione c.d. endogena dovuta alla presenza, iniziale o da inidonea repertazione, di più materiali organici (sudore, saliva, sangue) appartenenti a diversi soggetti che possono essere coinvolti o meno nel reato; 7) la contaminazione cd. sporadica relativa a esigue quantità di substrato genetico (es. una sola formazione pilifera, ovvero oggetti solo “toccati”, oppure degradazione enzimatica).”

Ed è inutile che giornalisti e teleimbonitori s’affannino nella loro solerte campagna di mitizzazione della certezza della prova scientifica, perché se è la voce più autorevole delle indagini forensi, ossia la Dott.ssa Cristina Cattaneo, nella sua opera “Certezze provvisorie” ad avvertire del fatto che la scienza non fornisce alcuna prova regina e mettere in guardia dal rischio che alla Corte della Giustizia la scienza, da Gran Consigliere, possa trasformarsi in un mero cortigiano “nel senso deteriore del termine”, cercare di irretire l’opinione pubblica a suon di mistificazioni non onora la nostra civiltà.

Così, se la Prof. Felicioni (op. cit.) parla di opinione pubblica instupidita dall’effetto CSI, non meno degne di nota sono le parole delle Prof. Sergio Lorusso (tratte da “Il contributo degli esperti alla formazione del convincimento giudiziale”):

“Occorre prudenza e una consistente dose di immunizzazione rispetto ai
facili entusiasmi, talvolta mediaticamente indotti o alimentati, che circondano la materia della c.d. “prova scientifica” e che dilagano anche tra quegli addetti ai lavori pervasi dalla sindrome scientista.
Senza per questo ‘criminalizzare’ il ricorso alle nuove conoscenze tecnico-scientifiche nella ricostruzione del fatto penalmente rilevante e nell’individuazione dei suoi autori, il cui apporto è oggi ormai ineludibile. Necessario però ricondurlo su binari più corretti, senza alimentare una degiuridicizzazione del processo penale che emerge più o meno consapevolmente da determinati approcci.
La relatività del sapere scientifico del resto è un dato acquisito per la stessa scienza, al pari della consapevolezza della sua intrinseca difformità rispetto al sapere giudiziale.
La scienza non è nata per essere applicata al processo, né tanto meno può essere invocata oggi quale rassicurante pietra filosofale del terzo millennio da porgere generosamente al giudicante per lenire l’inevitabile travaglio che da sempre accompagna ogni operazione decisoria. Unicuique suum, verrebbe da dire.”

Se il castello accusatorio appare caratterizzato sin dalle fondamenta da alcune incolmabili lacune, penso di potere affermare con una certa tranquillità che l’assenza dell’arma del delitto (punto sette), insieme all’assenza di movente, è uno dei più evidenti buchi nella ricostruzione del fatto: un buco che si rivela ancor più vistoso del previsto in un caso in cui è possibile che ci sia stata veicolazione del DNA attraverso l’arma stessa.

Davanti ad una situazione del genere, probabilmente Totò e Peppino si sarebbero guardati negli occhi e Peppino avrebbe doverosamente esclamato un eloquente “…e ho detto tutto!”.
In questo caso, è lecito tuttavia ritenere che Totò non avrebbe seguito il copione rispondendo con il suo celebre: “Ma che ho detto tutto? Ma che dici con questo ho detto tutto, che non dici mai niente?”.
Infatti, in questo caso, temo che l’assenza dell’arma del delitto, specie alla luce del caso concreto, sia una lacuna così evidente da rendere superflua ogni ulteriore considerazione: parlando di assenza di arma del delitto, insomma, si è davvero detto tutto.
Si potrebbe comunque aggiungere qualche utile osservazione che mostra molto bene le incertezze del caso: l’arma, infatti, non manca solo in concreto, ma anche in astratto, in quanto la sua stessa natura è ricavata per esclusione e non senza incertezze di sorta.
Si legge nell’ordinanza che “Per ciò che riguarda il mezzo produttivo delle lesioni da arma bianca, trattasi di strumento da punta e taglio, con spessore della lama minimo di 0,2 mm, lunghezza di almeno 2 cm,con possibile copertura in titanio, che per le caratteristiche rilevate è meno provabile trattarsi di un taglierino (cutter) ma piuttosto di un coltello.”

Insomma, in soldoni: l’arma non c’è, non trova, e non si sa bene neppure cosa sia.
Davanti alla possibilità della veicolazione della traccia genetica attraverso l’arma del delitto, è difficile comprendere come quest’assenza possa essere utilizzata in dibattimento.

Alla luce del dubio pro reo, probabilmente, non dovrebbero esserci dilemmi di sorta, ma in un contesto storico in cui la giurisprudenza indugia e vacilla ed i principi fondamentali dello stato di diritto sembrano talvolta configurare la “cacata carta” di catulliana memoria, è molto difficile azzardare un pronostico, e ancor più difficile essere ottimisti.

Nei precedenti articoli ho già incidentalmente messo il dito in una dolorosissima piaga, ossia quella relativa alle evidenti incongruenze che caratterizzano il presunto indizio delle celle telefoniche  (ottavo punto in esame).

Sebbene l’ “indizio” delle celle telefoniche sia stato uno di quelli considerati maggiormente appetibili dagli sciacalli e gli avvoltoi che popolano i nostri organi di informazione senza che, ad oggi,  alcun veterinario sia stato in grado di porre rimedio a cotale perniciosa presenza, si tratta probabilmente anche di quello che, se analizzato a dovere, si rivela più inconsistente ed oserei aggiungere imbarazzante.

Per vedere con esattezza quanto imbarazzante, inserisco qui una “notizia” pubblicata dalla Stampa in data 26 giugno, che ho conservato a memoria dei posteri come esempio molto calzante di informazione scorretta:

la-stampa

“Il telefono di Bossetti spento solo quella sera”.

Una notizia davvero appetibile, con il solo piccolo problema di essere falsa sin dalle fondamenta, perché non vi è certezza alcuna neppure del fatto che “quella sera” il telefono di Massimo Bossetti fosse spento.
Semplicemente, non ricevette né fece comunicazioni telefoniche dopo le 17,45, come emerge chiaramente sia dal fermo

fermo

sia dall’ordinanza del GIP in cui testualmente si legge che dopo una chiamata avvenuta alle ore 17,45 “fino alle ore 7.34 del mattino successivo il suo cellulare non ha più generato traffico telefonico”.

Come i giornalisti facciano a sapere (non è in nessun modo possibile scoprirlo a posteriori) che il telefono fosse spento, e addirittura che fosse spento solo quella sera è forse uno dei misteri della fede della nuova religione del DNA.

Sicuramente non si tratta di una notizia dotata di fondamento o coerentemente tratta dalla documentazione: ma su questo aspetto, conoscendo oramai bene le “nostre pecore”, mettiamoci per ora il cuore in pace.

Se volessimo comunque provare a sviluppare logicamente l’assunto della Stampa, cosa avrebbe intelligentemente fatto il nostro campione di truce freddezza?

Prima di spegnere il suo cellulare avrebbe effettuato (questa è risultanza acclarata) una chiamata al cognato nientemeno che da un paese vicino a quello in cui sarebbe stato compiuto il delitto: più fesso di così!

Quindi, il nostro Massimo Bossetti non solo avrebbe dimostrato un alto grado di criminalità, macchiandosi di truce premeditazione nel suo spegnere il cellulare per non essere localizzato, ma soprattutto avrebbe sfoggiato in tale frangente un livello di idiozia che definire abnorme è ben poca cosa.

I milioni e milioni di italiani che sperano e invocano una condanna esemplare nella loro cieca smania “buttachiavi” non potranno che restare profondamente delusi: infatti, se mai dovesse essere confermata una simile ricostruzione dei fatti in chiave colpevolista, Massimo Bossetti non potrà che essere assolto per manifesta infermità mentale!

Mi si dirà che si tratta di un semplice peccato veniale dei giornalisti nostrani, una ricostruzione giornalistica fallace superficialmente propinata all’opinione pubblica nel nome dell’audience, che in quanto tale può essere perdonata.
Il problema è che se si mettono a confronto le tesi giornalistiche con quelle scritte nell’ordinanza, sfido chiunque a stabilire quali siano più bizzarre.

L’ordinanza non parla, ovviamente, di telefono spento, ma ecco cosa dice testualmente:

“Infatti il pomeriggio della scomparsa di Yara Gambirasio l’utenza nr.
omissis, intestata a Bossetti Massimo, attivata il 03.01.2009, ha agganciato alle ore 17.45 la cella di via Natta di Mapello (BG), compatibile con le celle agganciate dall’utenza cellulare in uso a Yara Gambirasio nello stesso pomeriggio, prima della sua scomparsa, dato che anche il cellulare della ragazzina risulta abbia agganciato la sera del 26.11 alle ore 18,49 la medesima cella. L’indagato si trovava quindi, quantomeno alle 17,45 proprio nella zona in cui si trovava Yara Gambirasio e nelle ore successive e fino alle ore 7.34 del mattino successivo il suo cellulare non ha più generato traffico telefonico.
Tale ultima circostanza assume rilievo in una valutazione globale e non isolata degli indizi a carico di Bossetti.
Perché se è possibile che il suo cellulare abbia agganciate la cella di
Mapello via Natta alle 17,45 del 26.11.2010 perché per rientrare a casa dal lavoro l’indagato transitava di fronte al centro sportivo di Mapello (come è dichiarato nel corso del suo interrogatorio), se dalla valutazione isolata dell ‘indizio si passa a quella globale e si collega tale dato a quelli fin qui illustrati…[…]”

Un giro di parole enorme per esprimere qualche concetto semplicissimo:

– Massimo Bossetti, residente a Mapello, aggancia la cella telefonica di Mapello (guardate voi che stranezza!);

-Yara Gambirasio aggancia la cella telefonica di Mapello… Oltre un’ora dopo!

Infatti, sempre dall’ordinanza:
“In particolare risulta che Yara Gambirasio,che aveva a disposizione l’utenza *omissis* scambia tre sms”, rispettivamente alle ore 18,25-18,44 e infine 18,49.
“I primi due sms agganciano la cella di Ponte San Pietro, cella compatibile con la palestra di Brembate Sopra ove la ragazza si trovava, mentre il terzo sms viene agganciato dalla cella di Mapello, via Natta, area più lontana dalla palestra di Brembate, area opposta rispetto tragitto che la ragazza avrebbe dovuto fare per ritornare a casa e comunque compatibile con la presenza di Yara Gambirasio nell’area di Mapello”.

Le aree geografiche sono dunque compatibili, ma con il “trascurabile” dettaglio di una discrasia cronologica di oltre un’ora.

“Ammazzate oh!”, esclamerebbe Claudio Villa.

La questione in realtà è ancora più complessa, perché Brembate e Mapello distano un paio di chilometri, e in caso di distanze geografiche così ravvicinate non è possibile capire con certezza da dove esattamente sia stata agganciata una cella telefonica.
Comunque, dal momento che la questione non sembra interessare, o per meglio dire sembra interessare solo se e quando si tratta di volgerla in senso colpevolista, con tutto l’assurdo corollario che la cosa implica inevitabilmente (vedasi a tal proposito il precedente articolo Il re è nudo: siamo tutti Massimo Bossetti), supponiamo che sia sempre stata agganciata la cella telefonica “miglior servente”.

In questa ipotesi, ciò che resta è una discrasia cronologica visibile anche al più accanito colpevolista, ed una cella telefonica agganciata da Bossetti nel paese in cui risiede.
Della debolezza (ed aggiungerei della risibilità) del presunto indizio in questione, deve essersi accorto anche il GIP, che infatti mette nero su bianco il fatto che tale circostanza assume rilievo in una valutazione globale”.

Una considerazione, questa,che tuttavia non sana la evidente incompatibilità cronologica, né la plateale assurdità alla quale si andrebbe incontro, come visto sopra, nel caso in cui si ipotizzasse lo spegnimento ad arte del cellulare da parte di Massimo Bossetti.

Come avevo già scritto in precedenza, il fatto che un abitante di Mapello come Bossetti agganci la cella telefonica di Mapello non è un indizio, né singolarmente né globalmente considerato: è una mera ovvietà, ed a nulla vale inserire il dato in un contesto globale, perché trattasi di un dato fornito dalla pura e semplice evidenza che Bossetti risiedesse a Mapello, e che di conseguenza, per quanto sia scomodo ammetterlo, una mera ovvietà rimane comunque si voglia rigirare la frittata.

Sarebbe forse maggiormente sensato chiedersi se il fatto che la povera Yara abbia agganciato la cella telefonica di Mapello alle ore 18,49 non possa essere correlato ad un suo (probabilmente coattivo) passaggio, in quella fascia oraria, nel cantiere di Mapello, la qual cosa potrebbe spiegare anche le tracce di calce nell’albero bronchiale e fornire, magari, una pista più logica di quella attuale che potrebbe finalmente portare un’autentica speranza di giustizia per la piccola ginnasta.

Gli elementi a carico di Massimo Bossetti superano il limite del ragionevole dubbio?
Alla luce delle considerazioni fin qui sviluppate, mi permetto di ritenere che non solo non lo superino, ma siano infinitamente lontani dal celebre “oltre”.

Personalmente, ho l’ardire di considerarmi fedele per principio etico ai capisaldi del pensiero illuminista dai quali è nato lo Stato di diritto: in dubio pro reo, non in dubio pro culpa.

Negli USA, in occasione del processo contro O. J. Simpson uno dei giurati, che aveva sostenuto di essere personalmente convinto della colpevolezza dell’imputato, scelse comunque il verdetto assolutorio nel nome del ragionevole dubbio, dando un clamoroso esempio di civiltà e di corretta amministrazione della giustizia nel proprio porre il ragionevole dubbio dinnanzi al principio del libero convincimento.

Ed è bene sottolineare che si tratta di un paragone del tutto inadatto, poiché gli elementi a carico del signor Massimo Bossetti sono il nulla più assoluto se raffrontati a quelli a carico di Simpson.

D’altronde, se di indagini certosine e scientifiche ci si vuole avvalere, sarebbe bene non dimenticare i principi che ne stanno alla base: il metodo squisitamente deduttivo reso celebre da Sherlock Holmes, il quale nelle sue rocambolesche indagini sui delitti non si tirava indietro di fronte alla necessità di “esporne ogni pollice”, per quanto scomodo, e coerentemente metteva in guardia:

“Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”.

Una verità che, alla luce dell’esposizione degli elementi di cui sopra, sembra portare molto lontani dal signor Massimo Bossetti.

[1] DNA Problems1

Vengo anch’io! No, tu no – tra riscontri mancati sui peli e assenza di contraddittorio come tracollo della civiltà

Sbagliare per un pelo

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Correva la data 28 giugno 2014, quando mi veniva comunicato nel tardo pomeriggio, che il giornalista e conduttore televisivo Gianluigi Nuzzi annunciava nel proprio profilo facebook (vedi schermata) che nella puntata di Segreti e Delitti in onda quella sera il pubblico avrebbe ascoltato in anteprima una clamorosa notizia: non vi era solo il DNA a carico di Massimo Bossetti, ma erano stati rinvenuti dei peli dello stesso Bossetti, e la notizia sarebbe stata data nientemeno che da tale Prof. Buzzi, che “collabora con gli inquirenti di Bergamo”.

La notizia veniva smentita seccamente, a partire dall’Eco di Bergamo, un’ora prima che la trasmissione andasse in onda, da colui che stava svolgendo le analisi sui peli stessi, Dott. Carlo Previderé: cionondimeno, si sceglieva di sorvolare bellamente sulla smentita, che pure non lasciava adito a dubbi di nessun tipo tanto era categorica, e di mandare comunque in onda la notizia già smentita in prima serata.

Tutto ciò, nonostante nello stesso giorno fosse venuto fuori perfino che il Prof. Buzzi non aveva ricevuto un incarico diretto dalla Procura di Bergamo né conduceva le analisi, che venivano invece condotte dall’autore della secca smentita Dott. Previderé.

buzzi Smentita del Dott. Previderé sull’Eco di Bergamo, 28 giugno

Quando facevo notare la cosa a Nuzzi, evidenziando tra l’altro la sconfortante assenza di contraddittorio nella puntata della trasmissione, questi mi tacciava in un suo commento di “palese malafede”, assicurandomi che prima o poi, quando la notizia sarebbe stata confermata, avrei dovuto fare “pubblica ammenda”, e quando qualche giorno dopo lo informavo dell’indiscrezione pubblicata su La Stampa secondo la quale non vi era coincidenza alcuna tra i peli, faceva ancora di più, e dopo avermi reso edotta del fatto che l’indiscrezione della Stampa non aveva alcun valore, con buona pace del contraddittorio tanto caro agli ordinamenti democratici, mi bloccava.

Schermata-2014-07-04-alle-12.41.23-700x400 Schermata dell’articolo pubblicato su La Stampa in data 4 luglio 2014 con l’indiscrezione “senza valore”.

In effetti, un’indiscrezione in sé potrebbe essere priva di valore, anche se non si capisce perché dovrebbe esserlo solo quando la fonte è La Stampa e non quando è Segreti e Delitti.
Sorvolando su questo strano dettaglio, comunque, la questione potrebbe chiudersi qui, se non fosse che proprio ieri gli organi di stampa hanno finalmente la dato la notizia secondo la quale è ufficialmente emerso in un vertice tra pm e consulenti dell’Università di Pavia che i peli non sono di Bossetti (vedi ad esempio qui: http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_19/yara-peli-trovati-indumenti-non-bossetti-ignoti-da217a92-0f25-11e4-a021-a738f627e91c.shtml).

Tra l’altro, la comparazione è stata fatta, per forza di cose (vedi articolo), sulla linea materna, e dal momento che, come già gli antichi Romani avevano ben chiaro, “mater semper certa est”, nel caso di specie viene meno ogni appiglio di critica.

bl

 

Da Blitz Quotidiano (http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/massimo-giuseppe-bossetti-genetista-chiede-tempo-per-perizia-dna-peli-su-yara-1930997/) proviene un resoconto più dettagliato:

L’Eco di Bergamo scrive:

“Il genetista dell’Università degli Studi di Pavia è stato venerdì mattina in procura per un colloquio informale con il magistrato: le analisi, si è appreso, sono concluse e hanno già escluso che ci fossero peli di Massimo Bossetti fra quelli analizzati. Si tratta di circa 200 tracce pilifere repertate dagli inquirenti sugli indumenti della ragazzina di Brembate Sopra: tra questi ci sono sia peli animali che umani”.

Le analisi richiedono molto tempo, ma il dubbio è che dalle tracce fino ad adesso gli inquirenti non siano riusciti a trovare il Dna di Bossetti:

“l’esito non è ancora noto e non si sa se da quei peli sia stato isolato del Dna utile al fine delle indagini, ma un elemento è certo: fra questi non ci sono quelli di «Ignoto 1», cioè del muratore di Mapello. La perizia è stata ultimata ma il genetista avrebbe chiesto altro tempo per metterla nero su bianco. Evidentemente Previderè nella visita ha anticipato a voce al pm l’esito della consulenza, che non avrebbe portato a clamorose scoperte”.

Senza scomodare San Gennaro: richiami scientifici sulla liquefazione del sangue rappreso

In attesa di vedere se qualcuno (e non io) farà ora pubblica ammenda come di dovere, dai reperti piliferi mi è giocoforza tornare su alcune questioni relative alla traccia di DNA.
Quando ho deciso di aprire questo blog, ho giurato a me stessa che avrei in ogni modo evitato di scadere nella banalità di illazioni e notizie non confermate, quand’anche appetibili, e soprattutto ho giurato a me stessa di prestare grande attenzione all’attendibilità di quanto diffuso da queste pagine: è proprio questo, ad esempio, il motivo per cui nel parlare dell’ipotesi del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, non mi sono limitata a riportare una mia opinione, ma ho richiamato a più riprese le parole della Dott.ssa Marina Baldi, genetista d’esperienza proprio nell’ambito forense.

Per chi non avesse letto i precedenti articoli, mi permetto di richiamare il fatto che la Dott.ssa Marina Baldi, presente come ospite a Estate in Diretta in data 11 luglio, ha spiegato che stando alle conoscenze del caso in esame ad oggi disponibili (che riferiscono di un’unica traccia, presumibilmente ematica, di Ignoto1), un trasporto del DNA tramite l’arma del delitto è scientificamente possibile ed ha inoltre sottolineato come la contestazione circa il fatto che il sangue eventualmente presente sull’arma del delitto sarebbe stato secco, ha poco senso poiché il sangue secco, venendo a contatto con del sangue fresco (della vittima) andrebbe incontro a liquefazione.

La Dott.ssa Baldi non è un pinco pallino qualsiasi, ma è una biologa e specialista in Genetica Medica, fondatrice della società “Consultorio di Genetica” e da oltre 10 anni, dopo relativa formazione professionale, dedita alla ricerca dell’aspetto forense della genetica presso il Laboratorio Genoma, per il quale è responsabile della sezione di Genetica Forense.

E’ chiaro dunque che far vedere in TV, come avvenuto nell’ultima puntata di Segreti e Delitti, una cazzuola sulla quale è stata fatta asciugare una macchia blu di non meglio specificata natura, a simulare del sangue rappreso, e strofinarci sopra una pezzuolina per mostrare al pubblico che in tal modo la macchia non viene via, non è una dimostrazione chiarificatrice: può andar bene, forse, per dimostrare la difficoltà del “sangue” coagulato a staccarsi da una lama attraverso sfregamento, ma non prova sicuramente l’impossibilità di liquefazione del sangue rappreso a contatto con del sangue fresco.

Per amor di verità, bisogna dire che la dimostrazione era proprio tesa a dimostrare che il sangue coagulato non potesse staccarsi dalla lama: il problema è che il punto, come giustamente evidenziato dalla Dott.ssa Baldi, è invece la possibilità, scientificamente data e di un’ovvietà che sfiora il banale, che del sangue eventualmente presente sull’arma del delitto si sia liquefatto venendo a contatto con del sangue fresco nel contesto dell’aggressione alla vittima.

Un aspetto, questo, che non può essere trascurato con il semplice fatto di sorvolarvi bellamente, né tantomeno escluso, stante la sua plausibilità scientifica.
Qui non si sta parlando di ipotesi peregrine né della liquefazione del sangue di San Gennaro, ma si sta semplicemente ponendo l’accento su un banalissimo processo di liquefazione di sangue rappreso che entri in contatto con del sangue fresco.
Se poi il miracolo di San Gennaro dovesse sopraggiungere, mi auguro che possa contribuire ad illuminare una nutrita schiera di giornalisti italiani: un’impresa, questa, per la quale un miracolo sembra sempre più necessario.

Se mi ostino a riportare le parole della Dott.ssa Baldi, è perché io non amo ergermi a genetista o sfoggiare competenze non mie.
La mia formazione è giuridica, e per parlare di scienza devo pertanto ricorrere alla citazione di soggetti qualificati.
Posso tuttavia evitare di ricorrervi nel momento in cui l’asse del discorso si sposta dalla scienza al diritto.

C’erano una volta i presunti innocenti

Nell’ondata di disinformazione alla quale abbiamo assistito e tuttora stiamo assistendo, mi è capitato di sentire più riprese affermazioni come “Bossetti dovrà spiegare che/come/quando/dove/perché…” e così via.

Nella stessa puntata di Segreti e Delitti, dopo l’intervento della Pivetti che ipotizzava una casualità, il conduttore Gianluigi Nuzzi ha affermato che tali casualità Bossetti “dovrà dimostrarle una ad una”.

Un’affermazione di questo tipo, all’apparenza può sembrare innocua, ma tale non è: per quanto possa essere fatta in buona fede, si tratta infatti di un’affermazione che non rispecchia i principi del nostro ordinamento, e che se li rispecchiasse sarebbe gravida di conseguenze molto pericolose per lo stato di diritto.
Una nozione di questo tipo, per intenderci, è l’anticamera di uno stato di polizia.

Massimo Bossetti, secondo i principi agonizzanti del nostro ordinamento, non dovrebbe in linea teorica dimostrare nulla, perché l’onere della prova incombe sull’accusa.

La presunzione di innocenza è un principio del diritto penale secondo il quale un imputato è considerato non colpevole sino a condanna definitiva, ossia sino all’esito del terzo grado di giudizio emesso dalla Corte Suprema di Cassazione.
L’onere della prova spetta alla pubblica accusa, rappresentata nel processo penale dal Pubblico Ministero. Non è quindi l’imputato a dover dimostrare la sua innocenza, ma è compito degli accusatori dimostrarne la colpa.

Questo principio non è, almeno nell’ordinamento italiano, una mera ripresa dell’ “affirmanti incumbit probatio” (“la prova spetta a chi afferma”), in quanto viene tenuto conto anche del tipo di affermazione: se si tratta di un’accusa, è valido il principio latino suddetto, mentre se si tratta di un’affermazione di innocenza si presume vera fino a prova contraria, in virtù del dovere di solidarietà sociale e della funzione della Repubblica di riconoscere i diritti individuali (Cost. art. 2 e 3), e anche qualora venga provata la falsità, si presume la buona fede per gli stessi principi costituzionali.

Vale la pena di ricordare che il principio dell’onere della prova incombente sull’accusa non è un portato moderno, ma un principio di civiltà che vanta antichi e nobili natali: già nel Corpus Iuris Civilis era infatti attestato il principio in base al quale “l’accusatore, dichiarando di non poter provare ciò che afferma, non può obbligare il colpevole a mostrare il contrario, perché, per la natura delle cose, non c’è nessun obbligo di prova per colui che nega il fatto”.

Se ad imporre che l’onere della prova incomba sull’accusa è una regola di rango costituzionale (art. 27), in armonia con questo principio il codice di procedura penale del 1988 ha fissato le regole probatorie in modo tale da dare rilevanza anche al dubbio, stabilendo (art. 530 c.p.p.) che in esito al giudizio va pronunciata sentenza assolutoria non solo se vi è prova che “il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso, il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero se il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile per un’altra ragione”  ma anche quando sugli stessi elementi del reato vi è il dubbio perché la prova “manca, è insufficiente o è contraddittoria”.

Questo significa che non dovrebbe essere (in linea teorica) Massimo Bossetti a spiegare perché una traccia del suo DNA sia stata isolata sui leggings della povera Yara, ma dovrebbe essere l’accusa a spiegare perché, sulla base di quella traccia, Massimo Bossetti è colpevole dell’omicidio “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

In linea altrettanto teorica, questo significa nel caso di specie che dovrebbe essere l’accusa a dimostrare che:
al di là di ogni ragionevole dubbio (che non potrà che essere sciolto davvero ripetendo il test a partire dalla traccia originale sui leggings e in contraddittorio con i periti della difesa) Bossetti è Ignoto1.

-qualora Bossetti sia Ignoto1 (stante la prova di cui sopra) si dovrà ulteriormente provare che al di là di ogni ragionevole dubbio quella traccia di DNA non può essere frutto di trasporto casuale attraverso l’arma del delitto.

Quest’ultima affermazione implica come corollario che si debba ulteriormente dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che:

1-il fatto che la traccia presumibilmente ematica ricondotta a Bossetti sia esito di una ferita di Bossetti procuratasi in una colluttazione tra lo stesso e la vittima nonostante l’esame autoptico non abbia evidenziato alcuna lesione da difesa sul corpo della vittima (dall’ordinanza del GIP: “Dalla relazione agli atti emerge quanto segue (…) Non sono presenti lesioni tipicamente da difesa.”).

2-la ferita nella quale è stato isolato il DNA di Bossetti è stata l’ultima ferita e che il sangue sia finito sul coltello proprio con l’ultimo colpo inferto, in quanto in caso contrario analoghe tracce di DNA sarebbero state isolate anche nelle altre ferite, cosa che non è avvenuta.

C’erano una volta i presunti innocenti, non ce ne saranno più.
Ed è per lavare l’onta di non essere più in grado di tributare il dovuto rispetto a chi si proclama innocente, che dei “mostri” tanto facilmente condotti alla sbarra dei saloni televisivi ne facciamo feticcio, dipingendoli sui giornali in modo così gretto, così ridicolo, così banalmente pacchiano.

Perché la meschinità è così forte in noi da renderci capaci di condannare un uomo per procura, semplicemente con il nostro assoluto silenzio e la nostra attenzione morbosa all’evolversi del processo mediatico, lavandoci le mani di tutto il resto, perché a forza di non essere più avvezzi al ragionamento autonomo, se c’è da riflettere preferiamo dare in appalto la riflessione.

E allora non importa, non importa nulla se i colleghi di Bossetti confermano che soffrisse di epistassi ed il settimanale Giallo riporta l’esatto opposto a caratteri cubitali in copertina, contraddicendo tutte le restanti fonti di informazione, per giunta aggiungendo un risibile “Vacilla l’alibi di Massimo Bossetti”, come se al suo alibi o ad una qualsiasi forma di tesi difensiva la testata in questione avesse in precedenza dedicato spazio.
Interessante notare anche come l’immagine in copertina sia evidentemente un fotomontaggio.

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E non importa, in fondo, neppure se a Segreti e Delitti viene mostrato il fotogramma di un uomo con i capelli visibilmente scuri e con un fisico chiaramente diverso, spacciandolo per Massimo Bossetti alle spalle della giornalista Gabriella Simoni nella data del ritrovamento del corpo della povera Yara Gambirasio.

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Sul perché poi l’assassino avrebbe dovuto avere un qualche interesse a farsi riprendere in piedi dietro una telecronista, è del tutto impossibile pronunciarsi, o si rischierebbe di cadere in un’escalation di assurdità senza pari.

E’ sempre troppo semplice sentirsi vittime di qualcuno, ma quando poi, con un po’ di autoanalisi, ci si scopre piuttosto dei veri e propri carnefici ci si resta malissimo, e allora ci si lava le mani e si cerca di andare avanti come se nulla fosse, in un mondo in cui la memoria dei vari Zornitta, Busco, Tortora, Girolimoni, non è altro che un dovere ipocrita e vuoto, una memoria che nella sua vacuità è solo un encefalogramma piatto, in cui tutti quei nomi, fatti poltiglia dalla macelleria mediatica, diventano tutti uguali ed ugualmente inutili.

Ma ancora una volta andiamo avanti senza curarcene troppo, perché l’Italia, lo sappiamo bene, è terra di santi, eroi e soprattutto di giudici autoproclamati.

Una buona metà degli Italiani, da un mese a questa parte, pare abbia scoperto di essere giudice a sua insaputa.

Tra i dibattiti di forcaioli della prima ora e saccenti moralizzatori di ogni risma, vi sarà certamente capitato di notare come l’accanimento popolare ha finito per volgersi perfino nei confronti di persone sulle quali non è in corso alcun tipo di indagine; mi riferisco in particolare alla signora Ester Arzuffi, che è stata fatta oggetto delle più gravi illazioni.

Avrete letto anche voi, magari sui social network, commenti vergognosi del tipo “dovrebbero punire anche la madre (di Bossetti, ndr) per favoreggiamento!!”.

Commenti che lasciano francamente allibiti, e soprattutto che mostrano un’ignoranza che definire abissale è poco: non solo perché si tratta di illazioni campate in aria, ma anche perché quand’anche davvero vi fosse stato favoreggiamento (e fosse provato e/o provabile, cosa che non è) il favoreggiamento personale di un prossimo congiunto, secondo il diritto penale italiano, non è punibile, in quanto subentra la relativa scusante (art. 384 c.p. “nei casi previsti dagli articoli  (…) non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore”).

Cito l’art. 384 c.p. non perché necessario al caso di specie, non essendovi ovviamente stata alcuna forma di favoreggiamento, ma per mostrare platealmente come questa saccenza forcaiola aberrante stia diventando una vera piaga ai danni di comuni cittadini giudicati da persone prive di ogni competenza alle quali purtroppo si consente di diffamare (perché qui non si tratta di semplici opinioni) in libertà sul web, creando del torbido ed ingenerando confusione in altre persone che leggono, magari in buona fede, senza avere le conoscenze giuridiche adatte a recepire l’assurdità di certe esternazioni.

Ieri è stato diffuso sulla pagina facebook di firmiamo.it il link con la mia petizione tesa a sensibilizzare l’Ordine dei Giornalisti sul problema dell’accanimento mediatico ai danni di un uomo incensurato e attualmente indiziato per un delitto al quale si dichiara del tutto estraneo: il link ha portato un bel po’ di firme e credo ne porterà ancora parecchie; tuttavia mi ha portato anche un bel po’ di insulti cretini e puerili tra i commenti sulla pagina, nonché il signorile augurio di “provare il dolore di tutte le vite spezzate in questo paese fondato sull’ingiustizia che tutela solo chi fa il pezzo di merda e dimentica le vittime”.

Ecco, vorrei ringraziare pubblicamente anche da qui chi mi ha rivolto questo augurio: perché la miseria d’animo che vi si legge è per me sprone per andare avanti, in quanto mostra l’inciviltà dei troppi novelli autoproclamatisi giudici che senza neppure leggere la petizione (o avrebbero visto il richiamo alla solidarietà verso la famiglia Gambirasio, della quale ho sentitamente elogiato l’atteggiamento di rara umanità e correttezza) sputano sentenze su chiunque semplicemente non la pensi come loro.

Un’altra gentile lettrice mi ha fatto notare che mi sarei beccata più insulti che complimenti, senza probabilmente arrivare a capire il nocciolo della questione, ossia che di ricevere complimenti (o insulti che siano) in tutta sincerità non me ne può fregar di meno.

Forse qualcuno ha ben pensato, nel suo sacro fervore colpevolista, di essere in qualche modo legittimato a sentenziare in modo affrettato, dimentico di ogni principio sul quale si basa il nostro ordinamento.

Si è però verificato quel pernicioso fenomeno che si suol denominare “fare i conti senza l’oste”, giacché non era stato messo in conto che qualcuno avrebbe potuto levare la propria voce, non per chissà quale interesse nascosto o perché plagiato dagli occhi cerulei del Bossetti, ma per semplice aderenza a quei principi fondamentali dello stato di diritto che -per fortuna!- qualcuno sente ancora come propri.

Sarà tutto tempo perso, dunque, sporcare queste pagine di inutili faide con chi, dall’alto della propria saccenza, ha già sentenziato.
Per tali novelli santi, eroi e giudici, avvezzi a coprire l’onta della propria inciviltà con proclami falsamente moralisti, infatti, non resta che un piccolo spazio nel peggiore degli Inferi: il girone dell’oblio cui destinare ogni triste comparsa che fa della povertà interiore il proprio unico appiglio.

Alessandra Pilloni

Civiltà l’è morta (e il DNA l’ha uccisa)

Intro

Generalmente si ritiene, ed io stessa ne sono stata fermamente convinta per molto tempo, che il diritto sia una disciplina arida, e che il suo studio si esaurisca nel mero assorbimento mnemonico di una caterva di nozioni, leggi, sentenze.

Ciò che ho scoperto nel tempo, però, è che questo è uno degli stereotipi più distanti dalla realtà.

Il diritto è una disciplina che vive e pertanto capita, non senza una certa frequenza, che la sua concreta applicazione si discosti da ciò che siamo abituati a leggere su libri e codici.
Questo processo, da un lato, è espressione di un naturale adeguamento del diritto al costume, al progresso e ai cambiamenti socio-culturali.
Ma esiste un’altra faccia della medaglia, di certo meno insigne, costituita da leggi, sentenze, istituti che prendono vita, in modo surrettizio, in contrasto con i principi stessi che informano il nostro diritto.

Penso che non dimenticherò mai, a tal proposito, le lezioni di diritto penale, che seguivo con vivo interesse: sia il docente sia il manuale, nell’intento di affinare le capacità critiche degli studenti, erano soliti riportare esempi di sentenze o altri provvedimenti oggetto di contestazione da parte della dottrina (ad esempio, discutibili sentenze nelle quali erano state “aggirate” con qualche cavillo le regole probatorie).

Un giorno, finalmente, un collega ebbe l’ardire di porre la fatidica domanda, solo all’apparenza ingenua: perché?
Perché passiamo anni a studiare determinati principi che nella prassi può accadere che vengano violati?

La risposta che ottenne, non meno spiazzante, fu la seguente: “perché tanti giuristi, una volta abbandonate queste aule, dimenticano in fretta tutto ciò che vi hanno appreso.”

“Civiltà l’è morta…”

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Delle evidenti discrasie che emergono da un semplice raffronto tra gli atti e l’atteggiamento mediatico relativamente alla posizione di Massimo Giuseppe Bossetti ho già in parte detto e, purtroppo, vista la prosecuzione del linciaggio mediatico, dovrò dire ancora sia oggi sia nei prossimi giorni.
Ciò che vorrei analizzare in prima battuta è un particolare che sembra sfuggire un po’ a tutti: il fatto che nella spasmodica ricerca, che prosegue incessante da più di un mese, di prove a carico del Bossetti (e non di elementi a discarico, che sembrano non riscuotere interesse alcuno) non sia emerso nulla di concreto.

Il presuntuoso e bieco giustizialismo (e quando lo scrivo me ne assumo, ovviamente, l’intera responsabilità) di una nutrita schiera di giornalisti italiani potrà anche scatenare una folla rabbiosa di milioni di persone, ma non può avere la pretesa di convincere chi è abituato ad esaminare le cose con l’uso della ragione e non degli istinti.

Se a giornalisti della carta stampata e salottieri non interessa sapere come siano andate effettivamente le cose quella sera perché dopo aver sentito la magica parolina “DNA” sanno già tutto, e “sapendolo” hanno già sentenziato e condannato, a me francamente non importa proprio nulla.

Mi preoccupa tuttavia che il loro modo, rimasto fermo di qualche secolo, di intendere lo stato di diritto non diventi convinzione maggioritaria, e per questo, come cittadina italiana del XXI secolo e non del loro, pretendo che qualcuno, ogni tanto, richiami i principi fondamentali della civiltà giuridica che l’umanità ha conquistato nel tempo e con fatica.
Proprio stamane, mentre bazzicavo su facebook, ho trovato sulla home l’ennesima sconvolgente notizia relativa a Massimo Bossetti.

Se ve la dicessi così, a bruciapelo, potreste pensare ad uno scherzo, quindi farò uno sforzo e inserirò il link cosicché possiate vedere con i vostri occhi a quale infimo livello di arrampicamento sugli specchi si stia giungendo:http://www.leggo.it/NEWS/ITALIA/yara_gambirasio_sul_computer_di_massimo_bossetti_trovato_materiale_pornografico/notizie/804213.shtml#fg-slider-auto-72182.

Ebbene sì, signore e signori: sul pc di Massimo Bossetti è stato trovato del materiale hard, che “per il momento non appare collegabile alle indagini sul delitto. Intanto perché non è pedopornografia, secondo perché il pc di Bossetti non era nuovo, dunque il materiale potrebbe essere rimasto nella memoria dal precedente utilizzatore.”

Ho dovuto leggere il breve articolo più e più volte per accertarmi di non avere le traveggole ma, ahimè, c’è scritto proprio questo: non solo non è stato rinvenuto materiale pedopornografico e dunque la “notizia” non ha alcuna attinenza con l’omicidio, ma addirittura non si sa neppure se il materiale rinvenuto (che in ogni caso verrebbe trovato sul pc del 99% degli uomini, e che potrebbe essere anche spam, dal momento che i pc sono pieni di pubblicità dove qualcuno può cliccare anche per curiosità) fosse del precedente utilizzatore del pc piuttosto che del Bossetti.

Dinnanzi ad un tale livello di meschinità mediatica, che per giunta altro non è che l’ennesima violazione del codice deontologico perché la notizia in questione non riveste alcun “interesse pubblico” e dunque può essere intesa come una lesione della privacy e dell’onore di un cittadino, presunto innocente, fine a se stessa, non ci si può non chiedere anche chi sia che faccia trapelare puntualmente queste notizie (che dovrebbero essere coperte da segreto istruttorio) del tutto inutili e tese soltanto a scatenare rabbia, indignazione e sospetto in un’opinione pubblica considerata -per quanto ci si sforzi, non c’è altra spiegazione- completamente rincitrullita e patologicamente puritana.

Eppure è sempre più chiaro che, con questo tipo di “informazione”, si finisca per svilire se stessi piuttosto che la persona sistematicamente infangata, ad onta di ogni principio di civiltà, di dignità e di presunzione d’innocenza.

Ma in fondo non sorprende che nessuno sembri farci caso: è sempre più chiaro, infatti, che il brodo nel quale sguazza una consistente parte del giornalismo italiano, tra rigurgiti lombrosiani e forcaiolismo saccente, è la pura e semplice scelleratezza ormai priva di ogni senso di umanità, celermente sacrificato sugli altari insanguinati del sensazionalismo.

La verità, sempre e solo leggibile in controluce, è che anche quanto emerso dalle analisi sul pc di Massimo Bossetti non è “collegabile alle indagini sul delitto” né al delitto stesso: si tratta, in definitiva, dell’ennesimo buco nell’acqua, un buco ormai così ampio che non tarderà a divenire una vera e propria voragine, nella quale non si può che sperare, a questo punto, che venga risucchiata in un vortice la marea montante di disinformazione alla quale stiamo assistendo.

“…e il DNA l’ha uccisa”

Se i fondamentali principi di civiltà giuridica sono da molti considerati un optional dello stato di diritto, assai scomodo per quanti aspirano al ritorno del periodo buio dell’Inquisizione, è preciso dovere di quanti hanno a cuore il progresso sociale, che l’umanità intera ha conquistato nei secoli, col sangue e la ragione, battersi con tutte le forze per evitare che la nostra civiltà sprofondi ancora una volta nel baratro del sonno della ragione e della giustizia.

Ed è davvero triste osservare che i processi sembrano sempre più svolgersi sulle pagine dei giornali e nei salotti televisivi, ovviamente in contumacia e spesso senza neppure una parvenza di contraddittorio, perché anche concedere la parola a chi difende la sacrosanta presunzione d’innocenza è diventato un lusso impagabile.

Quali sono, allora, i così inconfutabili riscontri dei colpevolisti della prima ora?
Qualche giorno fa mi è stata segnalata, sul profilo facebook del giornalista e conduttore televisivo Gianluigi Nuzzi, la seguente esternazione pubblica:
“Giorno dopo giorno gli innocentisti avranno sempre meno argomenti da spendere per Massimo Bossetti”.

nuzzi

Un’affermazione che lascia l’amaro in bocca in tutta la sua evidente parzialità, una parzialità della quale si è probabilmente reso conto lo stesso autore, che infatti non ha esitato ad aggiustare il tiro qualche ora dopo scrivendo che:
“E’ chiaro che Massimo Bossetti meriti il rispetto per un imputato in attesa di giudizio, come lo merita la sua famiglia, moglie e figli, innocenti. Anche la sua difesa ha diritto/dovere di suggerire piste alternative, avanzare dubbi. Diverso chi si mostra innocentista senza se e senza ma, adombrando manovre torbide degli inquirenti, manifestando assoluta ignoranza su elementi fondamentali come il dna. La mia critica è quindi ai mistificatori.”

Una pezza, questa, che fa però più danni del buco, giacché la prima frase tutto mostrava fuorché il (dovuto) rispetto per un imputato in attesa di giudizio.

Non solo: ci si chiede infatti se tra i mistificatori che manifestano “assoluta ignoranza su elementi fondamentali come il dna” vada annoverata, ad esempio, anche la Dott.ssa Marina Baldi, biologa e specialista in Genetica Medica, fondatrice della società “Consultorio di Genetica” e da oltre 10 anni, dopo relativa formazione professionale, dedita alla ricerca dell’aspetto forense della genetica presso il Laboratorio Genoma, presso il quale è responsabile della sezione di Genetica Forense: la stessa Dott.ssa Baldi che ospite ad Estate in Diretta in data 11 luglio, in relazione alle dichiarazioni di Bossetti circa la sua epistassi ed al possibile trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, ha egregiamente spiegato che stando alle conoscenze del caso in analisi ad oggi disponibili (che riferiscono di un’unica traccia, presumibilmente ematica, di Ignoto1) un tale trasporto del DNA è scientificamente possibile (vedi anche qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/13/tutte-le-bugie-di-massimo-bossetti-o-su-massimo-bossetti/).

Non me ne voglia quindi il signor Nuzzi se dinnanzi alla plausibilità scientifica del trasporto del DNA per mezzo dell’arma del delitto, confortato dalla presenza di un’unica traccia relativa ad “Ignoto1″ nonché dallo specifico punto  (“attiguo ad uno dei margini recisi degli indumenti”, stando agli atti) in cui la traccia stessa è stata isolata, nonché ancora dal fatto che l’assenza di “lesioni tipicamente da difesa” evidenziata dagli atti sembri escludere una colluttazione tra la povera Yara e il suo assassino, mi permetto dal canto mio di attribuire l’epiteto di mistificatori ai giornalisti che continuano a riportare notizie palesemente inutili nonché, ad onta di ogni evidenza emergente dagli atti, ad affermare che la traccia di DNA sia stata isolata “negli slip”, mentre basterebbe leggere l’ordinanza del 19 giugno, che a sua volta richiama evidenze peritali, per rendersi conto di come tale traccia sugli slip sia mero esito di un passaggio della medesima traccia di DNA dalla parte esterna dei leggings (e dal momento che, come dicevano gli antichi, repetita iuvant, cito ancora una volta: “Dalla relazione agli atti dei 10.11.2012 risulta che è stata isolata su due indumenti della vittima (slip e leggings) una traccia ematica che ha consentito di estrapolare un profilo genotipico maschile denominato convenzionalmente Ignoto1.
[…]
La zona dei leggings in cui è stata trovata la traccia ed isolato il profilo genotipico maschile è corrispondente alla sottostante parte degli slip in cui è stata riscontrata analoga traccia ed isolato analogo profilo di DNA.).

E mi si perdonerà se ancora mi permetto di sostenere che gli “innocentisti senza se e senza ma” non stanno da nessuna parte, e chi difende la presunzione d’innocenza del signor Massimo Bossetti agisce conformemente a quanto statuito dal secondo comma dell’art. 27 della nostra Carta(straccia?) Costituzionale.

Chiedo venia altresì se personalmente mi permetto di ritenere eccessiva la custodia cautelare in carcere per il signor Massimo Bossetti, posto che l’art. 274 del codice di procedura penale, rubricato “Esigenze cautelari” dispone in relazione alla pretesa possibilità di reiterazione del reato che questa possa sussistere:

“…per la personalità della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato, desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali”

Tutto ciò posto che il signor Massimo Bossetti risulta incensurato e in assenza di valutazioni psicologiche che ne abbiano dimostrato ferocia tale da “commettere gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale”, senza dimenticare che, anche nell’ipotesi in cui Bossetti fosse colpevole, il delitto non è stato reiterato per 4 anni e sarebbe dunque piuttosto assurdo reiterarlo proprio ora con gli occhi di 60 milioni di Italiani puntati addosso.

Se poi il settimanale Giallo non ha avuto alcun dubbio nel dichiarare, in copertina che“Yara- sì, Bossetti la conosceva”, nonostante la circostanza non risulti affatto da quanto dichiarato ai CC dalle ginnaste né dall’insegnante della palestra, che sostengono di non aver mai visto Bossetti aggirarsi nella zona della palestra, né tantomeno insieme a Yara, e non sia avvalorata ad oggi neppure da analisi dei tabulati telefonici o altri dati, io, da cittadina italiana fedele ai principi dello stato di diritto, non solo mi sento legittimata a difendere la presunzione di innocenza di Massimo Bossetti e a richiedere maggiore aderenza alla realtà dei fatti da parte dell’informazione, ma mi sento perfino in dovere di farlo, e di andare fino in fondo.

E dinnanzi alla continua serie di mistificazioni, che francamente sembrano provenire più dalla grancassa che non da supposti “innocentisti senza se e senza ma”, non posso che richiamare, vista l’ignoranza sul DNA della quale parla Nuzzi, e che effettivamente esiste, ma non presso gli “innocentisti” ai quali non esita ad attribuirla, un interessante saggio di Francesca Poggi, professoressa associata presso il Dipartimento di scienze giuridiche Cesare Beccaria dell’Università degli Studi di Milano.

Definito come “un saggio si propone di esaminare alcuni degli errori più frequenti relativi alla comprensione dei dati probabilistici e, sulla base di tale analisi, di muovere alcune critiche nei confronti di recenti indirizzi giurisprudenziali che sembrano fondati anch’essi su erronee interpretazioni di dati o leggi espressi in termini probabilistici”, il documento [1] in questione mette in luce alcune fallacie, in particolare la cosiddetta “fallacia dell’accusatore” nel valutare l’interpretazione dei dati probabilistici sul DNA.

Inutile dire che questi errori siano stati ripetutamente e copiosamente commessi, nella valutazione dei dati, da giornalisti e conduttori nostrani, che prima di vedere l’ignoranza altrove meglio farebbero, di conseguenza, ad accertarsi dell’accuratezza giuridica e scientifica di quanto personalmente sostengono.

“Gli esiti della prova del DNA sono generalmente espressi (o, meglio, dovrebbero essere espressi) in termini di percentuali o probabilità: ad esempio, sostenendo che la probabilità di una corrispondenza tra i due DNA comparati è di 1 su 10.000 o, il che è lo stesso, dello 0,01%. Ma
cosa significa questo dato? Ossia, qual è la classe di riferimento di questo dato, a cosa si riferiscono le percentuali e le probabilità di cui sopra?
Spesso il dato in esame è intuitivamente interpretato nel senso che vi è solo lo 0,01% di probabilità, ossia 1 possibilità su 10.000, che un dato soggetto (per ipotesi, l’imputato) sia innocente o, il che è lo stesso, che è vi il 99,99% delle probabilità, 9.999 possibilità su 10.000, che l’imputato sia colpevole. 
Questa interpretazione è, però, errata. 
La classe di riferimento di questo dato non è la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato, e nemmeno la probabilità che egli sia la fonte del materiale genetico rinvenuto (che il DNA ritrovato, poniamo, sulla scena del delitto, appartenga all’imputato), bensì la possibilità di una corrispondenza casuale: tale dato si riferisce, infatti, alla probabilità che un individuo preso a caso presenti la stessa corrispondenza di DNA riscontrata tra il DNA dell’imputato e quello rinvenuto sulla scena del delitto. Il fatto che vi sia una possibilità di corrispondenza su 10.000 significa che, ogni 10.000 persone, ci si può attendere che ce ne sia una che presenta quella corrispondenza e che, quindi, ogni 20.000, ce ne siano due, ogni 40.000, ce ne siano 4 e così via.
Supponiamo, ora, che il reato sia stato commesso in una città di 1 milione di abitanti: in tal caso ci potrebbero essere ben 100 persone che presentano la stessa corrispondenza, ossia, oltre all’imputato, ci possono essere altri 99 individui il cui DNA corrisponde, nella misura accertata dal fingerprinting genetico, con quello rinvenuto sulla scena del crimine. Quindi, in astratto, in una città di 1 milione di abitanti, non ci saranno 9.999 probabilità su 10.000 che il campione rinvenuto sia dell’imputato (che l’imputato sia la fonte di tale campione), bensì solo 1 su 100. Ciò, però, vale solo in astratto: ovviamente non tutti i 100 soggetti in questione potrebbero (materialmente) essere la fonte della traccia. È compito degli investigatori circoscrivere il novero dei soggetti sospettati (non solo del reato, ma anche) di essere la fonte del DNA rinvenuto sulla scena del crimine.
[…]
Un errore ancor più pericoloso consiste nel confondere la probabilità di una corrispondenza casuale con la probabilità della colpevolezza o innocenza (confusione nota come ‘fallacia dell’accusatore’): questi due dati vanno tenuti ben distinti, non solo perché, nonostante un’elevata probabilità di corrispondenza casuale, l’imputato potrebbe non essere la fonte del materiale genetico, ma anche, e soprattutto, perché l’imputato potrebbe essere innocente, pur essendo la fonte del materiale genetico.
Insomma, anche se il DNA rinvenuto sulla scena del reato (o sul corpo della vittima) appartenesse all’imputato, ciò non implicherebbe che egli sia colpevole, potendo ben esserci altre spiegazioni di tale rinvenimento.”

Inutile sottolineare che queste preziose osservazioni non fanno che sommarsi inesorabilmente ai dubbi già esaminati
[2].

Allora, si continui pure a crocifiggere Bossetti a suon di processi mediatici contumaciali, gossip, indiscrezioni inutili e che se non bastasse violano il segreto istruttorio, dimentichi della presunzione di innocenza, dei troppi dubbi e soprattutto di ogni senso di civiltà.

E non ci occupi della questione del possibile trasporto del DNA, delle reali implicazioni del calcolo probabilistico della corrispondenza e neanche del puro e semplice fatto che il DNA di per sé indica contatto piuttosto che colpevolezza.

Si pensi soltanto a procurarsi i chiodi per la crocifissione di quest’uomo, che andava in vacanza a Sharm el Sheikh con la famiglia con il denaro procuratosi con il suo duro lavoro, che andava al lavoro non con un’auto blu ma -attenti!- con un furgone, che in casa aveva dei cellulari in disuso ma soprattutto un pc di seconda mano.

In fondo è proprio così che trasciniamo i nostri imputati alla sbarra di saloni televisivi e rotocalchi, e nel farlo non possiamo che scriverne la condanna con l’inchiostro della menzogna: una bestialità, questa, contro la quale ogni uomo dovrebbe gridare fino all’ultimo respiro, anche se si trova solo, inerme ed inascoltato nel deserto dell’indifferenza e dell’ignoranza mediatica.

Alessandra Pilloni

[1]- saggio integrale in pdf della Dott.ssa Francesca Poggi:http://www.dirittoequestionipubbliche.org/page/2010_n10/3-10_studi_F_Poggi_new.pdf
[2]-sui dubbi già esaminati nei precedenti articoli vedi ad esempio i seguenti link:
https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/13/tutte-le-bugie-di-massimo-bossetti-o-su-massimo-bossetti/

https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/16/non-dire-gatto-se-non-ce-lhai-nel-sacco-tra-sindrome-di-csi-e-analfabetismo-di-ritorno/

https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/09/sbatti-il-mostro-in-prima-pagina-e-non-far-notare-le-incongruenze/

https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/06/finche-dna-non-ci-separi-il-senso-degli-italiani-per-il-garantismo/