Ignoto1? Un DNA impossibile in natura. Ed ora affannatevi meno nell’arrampicata sugli specchi e liberate Massimo Bossetti

necrologio_ignoto1 “I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera.” (Edoardo Mori, giudice)


Articolo scritto a sei mani con Laura e Sashinka.

In data primo agosto, pubblicai su questo blog un articolo intitolato Il re è nudo: siamo tutti Massimo Bossetti: in questo articolo, nell’evidenziare la crescente disinformazione sulla vicenda, qui stigmatizzata sin dai primi tempi, mi permettevo di ascriverla espressamente all’assenza di qualsivoglia elemento probatorio concreto che potesse giustificare la carcerazione del sig. Massimo Bossetti.
In quell’occasione avevo altresì evidenziato una forte somiglianza della vicenda mediatico-giudiziaria relativa al sig. Bossetti con la celebre fiaba di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore, segnatamente per la nonchalance con la quale il sovrano della fiaba, conscio di essere in mutande, continuava tronfio a sfilare tra la folla.

I frequentatori abituali di questo blog saranno certamente già a conoscenza delle ultime informazioni emerse, in particolare della clamorosa non corrispondenza del DNA mitocondriale di Ignoto1 con quello di Massimo Bossetti, evidenziata non dai periti della difesa, ma dall’ultima relazione depositata dai consulenti della pubblica accusa, ed in particolare dal Dott. Carlo Previderè.
Tuttavia, dal momento che in questa sede abbiamo sempre cercato di procedere per gradi al fine di collocare ogni elemento in quadro più ampio, non rinunceremo neppure stavolta all’analisi delle notizie e pseudonotizie susseguitesi negli ultimi tempi.

Perdonate l’ironia racchiusa nell’immagine introduttiva, essa nasconde invero un’indicibile amarezza.
Ci siamo lambiccate il cervello immaginando una ricostruzione degli eventi che spiegasse un trasporto accidentale di materiale organico, ed in effetti siamo riuscite anche a trovare una cospicua casistica scientifica (nell’articolo Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno abbiamo anche inserito specifiche tabelle con dati tecnici, tratte da una nota pubblicazione nell’ambito della genetica forense) e giudiziaria, che non manca di episodi eclatanti.

Naturalmente non ci rimangiamo nulla di quanto scritto fino ad ora, in quanto ci siamo sempre preoccupate di proporre ipotesi giuridicamente e scientificamente accurate, che restano dunque del tutto valide.
Dobbiamo però dire, a questo punto, che proprio nel nome dell’accuratezza delle informazioni e intimorite dalla prospettiva di potere, ventilando ipotesi infondate, arrecare al sig. Bossetti più danni che benefici, abbiamo sempre cercato di respingere in fondo allo stomaco il dubbio di un errore di laboratorio commesso a monte, perché sarebbe stato troppo anche per noi, ipercritiche nei confronti degli investigatori e diffidenti verso la Procura, credere che si lasciasse marcire un uomo in galera per una questione che si riduce al detto “mors tua vita mea”.

Certo lo avevamo ipotizzato, ma più per esorcizzare il pensiero di una simile bestialità che per la convinzione che stesse avvenendo davvero.
Avevamo tuttavia più di una volta, sia pure con discrezione, lasciato trasparire la possibilità di un errore in tal senso, specie dovuto a contaminazione, sottolineando come la cosa, sempre rabbiosamente respinta da opinionisti e presunti esperti negli ultimi mesi, non avrebbe certo costituito una novità nel panorama investigativo e giudiziario nostrano. Gongolare non fa onore e, a dire il vero, non è nemmeno giunto il tempo per farlo, nonostante si possa ormai affermare con sufficiente tranquillità che la traccia biologica che da sette mesi tiene (peraltro indebitamente, vedi qui: AAA cercasi “un giudice a Berlino”: perché la mancata scarcerazione di Bossetti dovrebbe preoccupare tutti noi) in carcere il signor Bossetti, è quantomeno –nella più rosea delle prospettive che si profilano ormai all’orizzonte della pubblica accusacontaminata, dunque inutilizzabile e priva di qualsivoglia valore probatorio.

In ogni caso, finché il sig. Massimo non sarà “dissequestrato”, come ha simpaticamente scritto Luca, un iscritto al nostro gruppo facebook, in un suo commento, e non verrà prosciolto da ogni accusa, non si mangeranno confetti in questa casa.

Deve essere anche chiaro che la nostra scelta di attendere ed auspicare l’immediata, specie alla luce delle ultime risultanze, scarcerazione di Massimo Bossetti non è frutto di simpatie o prese di posizione personali, né tantomeno del fatto che siamo un club di persone invasate e sovversive, come la Dott.ssa Matone, magistrato, sembra considerare (vedi l’articolo Libera espressione: chimera o realtà?) i promotori di gruppi in difesa di questo o quell’indagato.
Dal canto nostro, siamo liete per le grandi e inattese manifestazioni di stima ricevute da più parti nel corso dei mesi, ma qualora ce ne fosse bisogno ricordiamo che abbiamo sempre perorato questa causa senza alcun tornaconto, diretto o indiretto, e per pura convinzione e idealismo personale.

Questo blog è il frutto del lavoro individuale e collettivo di una serie di persone che hanno deciso, dopo aver letto l’ordinanza di custodia cautelare del GIP Ezia Maccora, considerandola, ad onta del linciaggio mediatico senza pari, assolutamente fumosa, di voler discutere il caso, partendo dai propri dubbi, per capirne di più.

Nonostante alcuni di noi abbiano una formazione giuridica, in questa sede abbiamo cercato di valutare la questione sia dal punto di vista formale, sia da quello sostanziale, cercando di ricostruire i fatti: certamente, possiamo allora dire che dietro il nostro progetto c’è di più del semplice garantismo, perché mentre il garantismo è una questione meramente “formale”, noi siamo altresì convinte, sulla base di osservazioni alle quali abbiamo dedicato uno spazio considerevole, dell’innocenza sul piano fattuale del signor Bossetti.
E noi non crediamo a Massimo Bossetti -attenzione!- al fine di ostacolare il corretto svolgimento delle indagini né tantomeno per partito preso, ma gli crediamo per la semplice constatazione del fatto che in oltre sette mesi questa indagine non è riuscita a darci una sola ragione per la quale non credergli, ma anzi ha fatto di tutto per renderci sempre più convinte di quanto già pensavamo.
Nel già menzionato articolo Libera espressione: chimera o realtà?, in particolare, abbiamo individuato e discusso, tra il serio e il faceto, otto pseudonotizie spacciate per indizi a carico del sig. Bossetti dai nostri media, e in realtà autentiche fanfaluche, alcune delle quali molto imbarazzanti; al fine di capire meglio quanto accaduto negli ultimi tempi, è arrivato il momento di offrirvi qualche “nuova” (si fa per dire, perché giornali e Procura di Bergamo sembrano affetti da un’inguaribile carenza di fantasia) perla, ed in particolare di coglierne il meccanismo crono-logico di fondo, ormai chiaro a qualsiasi osservatore dotato di un Q.I. superiore a quello del fratello scemo di Mr. Bean.

Come affermato anche dall’Avv. Claudio Salvagni in un’intervista rilasciata in data 19 dicembre al Garantista con il titolo “Basta sciocchezze Tv, così rovinate un uomo” (http://ilgarantista.it/2014/12/19/lavvocato-di-bossetti-basta-sciocchezze-tv-cosi-rovinate-un-uomo/) la “macchina del fango” si è sempre attivata prontamente ogniqualvolta stessero emergendo o fossero emersi elementi a favore di Massimo Bossetti, da ultimo l’assenza di qualsivoglia riscontro negli accertamenti tecnici condotti su auto, furgone, oggetti sequestrati, telefoni cellulari.

Crediamo che questa dinamica sia ormai chiara a chiunque segua con attenzione il caso, ma di recente il tempismo e i contenuti delle pseudonotizie/veline della Procura sono stati così profondamente imbarazzanti che crediamo valga la pena di riportarli, foss’anche per non togliere ai nostri affezionati lettori il piacere di una sana risata.
In data 12 dicembre i giornali hanno diffuso, un po’ sottovoce ma su questo soprassediamo, la notizia del fatto che è stata depositata la perizia su auto, furgone e oggetti sequestrati a Massimo Bossetti, i cui risultati parlano chiaro: non è stata trovata nessuna traccia riconducibile a Yara.

Una certezza, questa, che non può essere rigirata in alcun modo, trattandosi di un accertamento tecnico irripetibile e regolarmente condotto in contraddittorio.
Appena qualche giorno dopo, in data 16 dicembre, sono arrivati i 180 giorni dal fermo, e con essi è scaduto il termine utile per la richiesta di giudizio immediato, che non è stato chiesto.
Un fatto, questo, di significato e peso notevole.
Il giudizio immediato viene chiesto, ai sensi dell’art. 453 c.p.p., “quando la prova appare evidente”.
La mancata richiesta di giudizio immediato, indica dunque che neppure la Procura di Bergamo ritiene di avere in mano prove evidenti a carico del sig. Bossetti.

I più attenti ricorderanno che per settimane, dopo il fermo del sig. Massimo Bossetti, venne strombazzata ai quattro venti la notizia secondo la quale sarebbe stato chiesto il giudizio immediato.
Le cose, evidentemente, non sono andate così, e il tempo ha dato ragione ai pochi che avevano sempre avuto l’ardire di sostenere che la Procura di Bergamo non avesse in mano nessun autentico elemento probatorio idoneo a superare il vaglio processuale.
Dal momento che per mesi e mesi era stato sostenuto l’opposto, in un mondo ideale ci sarebbe aspettato, il 17 dicembre, qualche articolo giornalistico pronto a fare mea culpa. D’altronde, se dispongono di prove solide, se tutto è chiaro sulla colpevolezza di Massimo Bossetti, per quale motivo non chiudere i faldoni e andare a giudizio?

Ma ecco che accade la sorpresa (si fa per dire), e il 17 dicembre la mancata richiesta di giudizio immediato viene, secondo i soliti moduli ormai noti, coperta con una velina che ha letteralmente dell’incredibile.

Esordiamo nella nostra analisi sottolineando che il modus operandi manifestato nella diffusione ad arte di veline, ha seguito un criterio davvero scientifico, anche se non per veridicità: sembra infatti rispondere perfettamente al terzo principio della dinamica (3ª legge di Newton).

La 3ª legge di Newton può essere espressa formalmente così: 

Le forze si presentano sempre a coppie. Se un oggetto A esercita una forza F su un oggetto B, allora l’oggetto B eserciterà sull’oggetto A una forza -F uguale e contraria”

o in termini più correnti:

“Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”

Dopo questa chicca scientifica possiamo iniziare la nostra puntata.

Non vogliamo illudere i lettori con la vana speranza di un nuovo elemento, e allora diciamo subito che il 17 dicembre, mentre tutto tace sulla mancata richiesta di giudizio immediato, rispunta, a partire dalla Stampa, la solita e sempre più imbarazzante minestra (sur)riscaldata del furgone bianco, per l’occasione con un vestitino seminuovo: i giornali e la TV ci informano di “nuovi filmati” che mostrerebbero “il furgone di Massimo Bossetti per ben un’ora ripreso a circolare nei pressi della palestra di Yara dalla videocamera di sorveglianza di un distributore” e soprattutto, cosa più divertente di tutte, “riconosciuto grazie ad una macchia di ruggine”.

Smentire la notizia è molto semplice: soprassediamo sul “riconoscimento furgoni a mezzo ruggine” (noi, poco avvezze alle nuove diavolerie delle indagini avvenieristiche, eravamo convinte che gli autoveicoli si riconoscessero sulla base della targa), che riportiamo solo al fine di scatenare l’ilarità dei lettori, e limitiamoci ad evidenziare che la notizia non può essere vera per due motivi semplicissimi.
Anzitutto la videocamera del distributore nei pressi della palestra non può mostrare nessun furgone che gira “intorno alla palestra per un’ora”, in quanto per ragioni di privacy tale videocamera “guarda” esclusivamente all’interno dell’area di servizio.
Dunque, a meno che un furgone non sia rimasto per un’ora a far benzina, quella videocamera non può aver ripreso nessun furgone “per un’ora” né tantomeno “circolare vicino alla palestra”.

L’unica cosa che può aver ripreso è uno delle decine e decine di furgoni che ogni giorno, transitando sulla strada principale di Brembate, si fermano a far benzina. In secondo luogo, non c’è nessun “nuovo filmato” né dai filmati non può saltar fuori nulla di nuovo, perché i filmati sono stati acquisiti 4 anni fa (si resettano dopo qualche mese), dunque ciò che mostrano ora è esattamente ciò che mostravano prima, ossia nulla, tanto che proprio l’assenza di qualsivoglia ancoraggio che consentisse un’indagine “tradizionale” ha portato a spendere sette milioni di euro, riesumare morti, prelevare campioni di DNA alla cieca per anni.

Pensate che le fandonie siano finite qui?
Magari!

Il Giornale ha voluto strafare pubblicando “le foto” (in realtà una sola) che “inchiodano Bossetti” mostrando il suo furgone a Brembate per 50 minuti prima della scomparsa di Yara.
Così, perlomeno, in data 17 dicembre, leggevamo sulla pagina facebook del Giornale.

mgb Alla ricerca di emozioni forti, aprivamo l’articolo, e lì scoprivamo, finalmente, la foto “che inchioda Bossetti” mostrando il suo furgone a Brembate nei 50 minuti precedenti alla scomparsa di Yara.
Eccola:

foto-furgone Non è uno scherzo, secondo Il Giornale questa foto mostra il furgone di Bossetti a Brembate in un orario compreso tra le 18 e le 18,55 circa, in data 26 novembre: è noto a tutti, infatti, che in quell’orario e in quel periodo dell’anno sia pieno giorno!

In realtà, come può essere verificato tranquillamente, c’è solo una cosa vera in quanto scritto: il furgone della foto appartiene a Massimo Bossetti.
L’immagine non risale, ovviamente, al 26 novembre di quattro anni fa, ma a pochissimo tempo prima del fermo, e non è ripresa da una videocamera vicina alla palestra: è un’immagine di google maps mostrante il furgone di Bossetti, nell’anno 2014, parcheggiato accanto all’abitazione del fratello, a Brembate.
L’immagine non è in alcun modo utile all’accusa, anzi tende ad essere utile alla difesa, in quanto mostra chiaramente che ben dopo la scomparsa di Yara il sig. Bossetti era solito passare per Brembate.

Non dobbiamo neppure sorprenderci, in quanto appare ormai chiaro che la trattazione mediatica della cronaca nera è ridotta a poco più che ad una squallida barzelletta.

Tra faide familiari, parenti serpenti, cani cercati (e di questo siamo felici pur dissociandoci dal modus operandi dell’associazione AIDAA e del suo presidente), supertestimoni passati da Medjugorje, immagini piangenti, inversioni di tendenza e, finalmente, cani ritrovati, nulla di strano che trovi spazio anche un furgone uscito direttamente dalla prima, storica serie del 1984 nota in Italia come Transformers.

Tale furgone, oltre a cambiare colore, catarifrangenti, serbatoio e forma dei fari ha evidentemente anche la facoltà di autoigienizzarsi e sterilizzarsi da solo.

Per capirci meglio, in data 9 gennaio Tiziana Maiolo ha pubblicato un interessante articolo su Il Garantista, che dato voce ad una serie di crescenti preoccupazioni e perplessità sul caso Bossetti, evidenziando il fatto che, ad onta del gran parlare di furgoni, sul furgone di Massimo Bossetti, pure rivoltato come un calzino, non si è trovata neppure una minuscola traccia di Yara.

Ci permettiamo dunque di riproporre la domanda della Maiolo: “I dati di fatto ci dicono che né sull’auto né sul furgone di Bossetti sono state trovate tracce di Yara. Quindi, se il muratore è colui che l’ha rapita, l’ha portata via a piedi o in canna a una bicicletta?”

Ora ci chiediamo: “cui prodest” tutto ciò? A chi può arrecare beneficio questo caos di informazioni distorte? I media esercitano un potere non indifferente sulle masse, e purtroppo anche sull’animus dei giudici.

Allora viene da pensare e da dire, senza timore di sorta, che non può ridursi tutto al bilancio delle vendite di materassi e impianti doccia che nel giro di qualche giorno torneranno a prezzo pieno; c’è sotto qualcosa di più grosso.

Certo è che la cronaca nera è calamita di attenzione morbosa da parte del grande pubblico e quindi fonte di grossi guadagni ma è altrettanto vero che, specialmente nei casi che non si risolvono con una confessione o con una pistola fumante tra le mani, diventa un grosso aiuto affinché le forze dell’ordine e gli inquirenti arrivino all’agognato epilogo.
E non ci sarebbe alcunché di sbagliato se il giornalismo si limitasse a narrare i fatti avvenuti senza prendere posizioni e evitasse di pontificare.
Ma purtroppo non è così. Si assiste ogni giorno ad un uso scorretto della professione (per chi è della professione aggiungo) che diviene abuso e noi, poveri don Chisciotte, ci ritroviamo inevitabilmente a portare avanti la nostra battaglia contro i mulini a vento.

Tra l’altro, come ben spiegato nel già citato e apprezzatissimo articolo di Tiziana Maiolo, le pressioni subite da Massimo Bossetti sono quanto di più indicativo possa esserci dell’assenza di prove a suo carico.

Ne riportiamo, a beneficio dei lettori, i punti salienti, che spiegano in modo davvero magistrale i motivi che ci spingono, da mesi, a ritenere questa situazione e l’intera vicenda inaccettabile:

“Alla fine lo dice anche lui: “Dal 16 giugno, il giorno del mio arresto, le hanno provate tutte per farmi confessare. Speravano che prima o poi sarei crollato… Ho ricevuto pressioni fortissime, hanno cercato di convincermi in ogni modo a confessare, hanno provato a allettarmi con il conto degli anni…”.
Lo dice anche lui, per la prima volta, Massimo Bossetti, indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio, in un’intervista a Repubblica.
Non è un processo per fatti di mafia, il suo, né per terrorismo.
Pure, manca solo l’applicazione dell’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario e il trattamento sarebbe completo. In lingua italiana si chiama “tortura”.
L’isolamento per 134 giorni, sei mesi di custodia cautelare, la gogna mediatica con la diffusione di notizia pruriginose sulla sua vita personale, su quella di sua moglie e quella di sua madre, le minacce e le violenze subite da lui e dai suoi familiari.
E la pressione continua, insistente, soffocante, perché confessi, alla faccia della presunzione di non colpevolezza prevista dalla Costituzione.
Lui resiste come solo gli innocenti sanno fare, a meno che non siano terroristi o mafiosi. (…) Nella data dell’anniversario della scomparsa di Yara, alla fine di novembre, il pubblico ministero aveva organizzato una grande parata trionfale, presentandosi all’interrogatorio dell’indagato con un corteo di accompagnatori gallonati (…)
E’ vero, c’è la coincidenza del DNA, ma non è una prova dell’omicidio, al massimo può comportare il fatto che ci sia stato un contatto (diretto o indiretto) tra l’indiziato e la vittima. Oltretutto, se non sarà possibile, per mancanza di materiale genetico, ripetere l’esame con la presenza dei periti della difesa, al dibattimento questo indizio sarà molto indebolito.
Ma soprattutto, vien da chiedersi, se gli inquirenti ritengono che quella del dna sia una prova solida, perché non andare al processo con il rito immediato? Perché insistono tanto sulla confessione se ritengono di avere ben altre frecce nel proprio arco? (…)
La situazione pare destinata ad un inquietante immobilismo.
Il mito fideistico della prova scientifica non ha trovato finora altro supporto probatorio.
La vita del carpentiere quarantenne è stata, come lui stesso ricorda nell’intervista, radiografata in ogni suo lato: non è stato trovato nulla, né prima né dopo la morte di Yara, che possa gettare ombre sui suoi comportamenti. Massimo Bossetti non è un pedofilo, non ci sono tracce di violenza sessuale sul corpo della ragazzina, non c’è movente plausibile per quell’omicidio (…).
E allora? Fatevi una bella autocritica, cari magistrati inquirenti con annesse forze dell’ordine che tanti errori hanno fatto nelle indagini fin dal primo giorno, quel 26 novembre del 2010, quando Yara sparì e non si sapeva neppure se fosse viva o morta. Fate l’autocritica e cominciate con lo scarcerare Massimo Bossetti, invece di torturarlo per un’improbabile confessione. Il 25 febbraio ci sarà la discussione in cassazione, dove i giudici, dopo i dinieghi del gip e del tribunale del riesame, dovranno decidere sulla richiesta di scarcerazione presentata dal legali di Bossetti.
Ci sarà un giudice a Berlino? A noi basterebbe un giudice Corrado Carnevale ad applicare la legge.”

In attesa del nostro giudice a Berlino, comunque, portiamo avanti la nostra trattazione e vediamo un altro interessante caso di applicazione della terza legge di Newton.

Qualche tempo fa, il pool difensivo del sig. Massimo Bossetti, ha fatto sapere di star seguendo una pista alternativa.
Per una trattazione più puntuale dell’argomento, vi rimandiamo all’articolo C’è una testimone che scagiona Bossetti, pubblicato su Il Garantista e ripreso in questo blog: ai fini del nostro articolo, ci limitiamo a riassumere brevemente la vicenda.
Il pool difensivo ha rintracciato una donna (che, ci teniamo a sottolineare, non spunta dal nulla dopo quattro anni, ma già anni fa raccontò la vicenda) che anni fa aveva conosciuto un giovane operaio romeno in cerca di alloggio.
Questo operaio le raccontò di una ragazza, della quale si diceva innamorato, chiamata Yara. La donna, incuriosita dal nome, le chiese se si trattasse di una ragazza straniera, e lui rispose che no, era una ragazza minorenne della provincia di Bergamo, una ginnasta.

Il 26 novembre, giorno della scomparsa di Yara, il giovane operaio chiamò la signora, chiedendole se poteva andare da lei a fare la doccia perché in partenza per la Romania. Il giorno dopo chiamò la signora per dire di essere arrivato, ma la chiamata apparve brusca e frettolosa, tanto che la donna, stupita, provò a richiamarlo, trovando per tutta risposta una segreteria estera.
Tale testimonianza, come chiaro a chiunque legga integralmente l’articolo sopra citato, potrebbe essere dotata di fondamento, ma la Procura di Bergamo, innamorata della sua tesi, evidentemente conduce un’indagine a senso unico.
Ecco, infatti, cosa ha dichiarato a Sky l’Avv. Claudio Salvagni: “La Procura non ci è venuta incontro: avevamo chiesto un elenco di telefoni per vedere se questa persona fosse passata di lì ma ci è stato negato. Ricordo a tutti che il pm deve cercare anche gli elementi a favore dell’indagato.”

Bisogna a questo punto aggiungere una cosa: poco male se la Procura si limitasse a non cercare eventuali elementi a favore dell’indagato, il punto è che anche in questa occasione, dopo la diffusione della notizia sui giornali, si è attivato il solito meccanismo della “legge di Newton”: ebbene, a noi piacerebbe che la Procura smettesse di trincerarsi dietro uno squallido gossip e rendesse conto al Paese intero di cosa ha fatto e non fatto per quattro anni e di cosa sta facendo ora.
Ecco, infatti, che arriva la contromossa.

Notizia shock, titolano giornali e giornaletti, una supertestimone “spunta” e dopo quattro anni ricorda di aver visto Yara e Bossetti in auto nei pressi della palestra.
Peccato che le cose non stiano così: una donna, dopo quattro anni e mesi dopo lo stesso fermo di Bossetti, senza mai aver fatto prima una sola parola del fatto, sostiene di aver visto in un’auto un uomo biondo (che non ha alcuna certezza sia Bossetti) e una ragazza (che non ha alcuna certezza sia Yara).
Il sospetto di trovarsi di fronte ad una barzelletta di cattivo gusto è d’obbligo, e lo stigma va, in parti uguali, a chi ha dato in pasto ai media una simile “notizia” e a chi, cosciente del suo valore pari a zero, non solo l’ha pubblicata, ma l’ha altresì distorta incollandola all’indagato.

Per riassumere lo squallore della vicenda, ci permettiamo di inserire un ottimo commento, che condividiamo appieno, scritto su facebook da un amico, l’avvocato Arles Calabrò: “Alle tue riflessioni vorrei aggiungere un mio pensiero. Potrei farlo in modo diplomatico, moderatamente, come si addice a tutte le persone sagge (forse un po’ bugiarde), ma in realtà lo voglio esprimere in tutta sincerità , perché spesso, a mio avviso, il confine tra diplomazia e ipocrisia è davvero labile e non si può sempre far finta di nulla, essere falsi, moderati, diplomatici (soprattutto quando si parla della morte di una ragazza, della libertà di una persona forse innocente e della vita di intere famiglie: c’è un limite alla diplomazia e c’è anche un limite al disinteresse verso certe dinamiche.) Ovviamente anche questa testimonianza, come tu hai ben evidenziato, altro non è che una grande bufala (una delle tantissime) che ci hanno propinato per raggiungere un duplice obiettivo: chi ha diffuso la notizia cerca in tutti i modi possibili – anche con questo giochetto- di influenzare l’opinione pubblica (e i giudici) della colpevolezza di Bossetti, mentre chi l’ha resa pubblica, oltre a questo obiettivo, ha anche quello di fare quanto più audience possibile, o di vendere qualche copia in più. Ovviamente tutti coloro che l’hanno diffusa e tutti coloro che l’hanno resa pubblica sanno benissimo che si tratta di una notizia vera, ma palesemente gonfiata ad arte, visibilmente tendenziosa, che, per giunta, offende anche l’intelligenza di chi guarda certi programmi o di chi legge certi giornali. Un esempio per capirci meglio (si usa dire così, ma già so che noi ci capiamo benissimo). Anche nel caso della povera Elena Ceste si registrarono DECINE e DECINE di “testimonianze” di persone pronte a giurare di aver visto la povera donna in giro per l’Italia, (e nel mondo, addirittura), queste persone erano sicurissime e alcune di queste “testimonianze” furono riportate pedissequamente dai media, anche per intere settimane. Tantissimi programmi televisivi all’epoca camparono propinandoci a raffica queste notizie. Ovviamente tutti sapevano e sanno che si tratta di persone influenzate dai media, suggestionate, le quali, magari anche in buona fede, credono di vedere persone o cose che in realtà non si trovavano lì in quel momento. Per ogni caso mediatico di queste “testimonianze” ce ne sono DECINE E DECINE. Questo lo sanno benissimo coloro i quali diffondono la notizia ma lo sanno benissimo anche coloro i quali la pubblicizzano. Ma conviene loro far finta di niente e farle passare come “notizie bomba”, “novità clamorose”. Ieri un famoso programma televisivo intitolava: “clamorosa testimonianza”, “testimonianza choc di una donna che ha visto Yara e Bossetti parlare in macchina”. Ovviamente la signora in questione non ha alcuna certezza – e lo ha detto- che quelle due persone fossero realmente Yara e Bossetti, ma per i nostri giornalisti e per chi l’ha diffusa la notizia è “clamorosa”, “choc,” “bomba”. Con questo non voglio dire che tali testimonianze non vadano acquisite da chi di dovere (ogni strada va tentata, ci mancherebbe) ma voglio solo sottolineare la malafede di taluni e lo squallore che ormai inonda i nostri schermi. Le tragedie si trasformano in business (di ascolti e di copie vendute) e la forte sinergia tra taluni (quelli che diffondono le notizie) e talaltri (quelle che le pubblicizzano) è talmente forte che diventa quasi impossibile per i collegi difensivi replicare a cotante fandonie, idiozie, falsità, bugie e nefandezze. Un altro esempio. Poco tempo fa, come tu sai benissimo, sempre sullo stesso caso, molte testate giornalistiche intitolavano: “Incontrai Bossetti al cimitero, mi chiese se era bella la mia sorellina”. (testate nazionali, sia ben chiaro). Anche qui, l’obiettivo di chi diffuse la notizia e di chi poi la pubblicizzò era sempre lo stesso: chi l’ha diffusa voleva convincere il popolo (e i giudici popolari e togati) che Bossetti sia un pedofilo (o comunque uno a cui piacciono le bambine), mentre chi l’ha pubblicata aveva lo stesso obiettivo a cui si univa anche lo scopo di vendere quante più copie possibili. Ovviamente, anche in questo caso, la notizia era palesemente tendenziosa: la sorellina in questione aveva oltre quaranta anni e Bossetti si era limitato a fare un complimento alla signora, chiedendole, appunto, se la di lei sorella fosse affascinante come la sua interlocutrice. Un ultimo esempio. Dopo la notizia vera e di assoluta rilevanza relativa alla mancanza di tracce di Yara sul furgone, sugli oggetti, nell’auto ecc, con una puntualità davvero imbarazzante, dall’altra parte, ci hanno propinato un’altra notizia palesemente gonfiata e tendenziosa. Bossetti si sarebbe aggirato per 50 minuti con il suo furgone nei pressi della palestra di Yara proprio nell’orario in cui Yara sparì. Questa è un’altra notizia-immondizia. Non vi è alcun bisogno di aspettare il dibattimento, per verificarne la veridicità: palle di questo genere vanno immediatamente cestinate, respinte subito al mittente, perché hanno sempre e quell’unico obiettivo di cui sopra. In quella via, quel giorno, come ogni giorno, passarono centinaia di furgoni. E (e sottolineo se) anche Bossetti passò di là, passò unicamente per tornare a casa, quindi una sola volta (come faceva tantissime volte tornando dal lavoro). Questa ulteriore balla va smentita subito (e lo si è fatto), perché se lo si fa dopo è troppo tardi. E’ evidente che si tratta di notizie false e tendenziose tese a ingenerare nell’opinione pubblica (e nei giudici) la convinzione che quell’uomo sia colpevole. Le immagini di quelle telecamere sono in possesso degli inquirenti da ben 4 anni, quindi è davvero squallido che taluni (con una puntualità impressionante, cioè subito dopo le risultanze di cui sopra) ce le propinino dopo tutto questo tempo facendole passare come delle verità assolute quando anche il più ingenuo di tutti gli ingenui sa benissimo che identificare con precisione il furgone di Bossetti per 50 minuti nei pressi della palestra è praticamente impossibile. Potrei andare avanti all’infinito con questi esempi per sottolineare lo squallore che connota tutti (nessuno escluso) i processi mediatici: con il caso Bossetti, poi, a mio avviso, abbiamo davvero raggiunto la vetta assoluta. Ma tutti questi aspetti, tu già li conosci e anche meglio di me. Purtroppo le autorità che dovrebbero controllare (privacy, minori, comunicazioni) stentano molto ad intervenire e anche la stragrandissima maggioranza degli addetti ai lavori (avvocati, magistrati, criminologi ecc) si fanno appassionatamente i fatti loro, perché nessuno osa toccare questi due poteri fortissimi. Molto hanno paura, tanti altri sono servili e si inzittiscono per convenienza (le riflessioni, sul punto, sono sempre molto diplomatiche, moderate e, quindi, false). Il risultato? Il risultato è che la verità storica viene completamente stravolta da una veritià mediatica costellata da finti scoop, notizie palesemente false, gonfiate e tendenziose, tese unicamente a mostrificare la figura dell’indagato e ad ingenerare nell’opinione pubblica (e nei giudici) la convinzione che quello stesso soggetto sia davvero colpevole (ovviamente in mancanza assoluta di prove, perché laddove le prove ci fossero davvero non vi sarebbe alcuna necessità di avvalersi di questi squallidi giochetti).”

Crediamo che sul punto non siano necessari ulteriori commenti, oltre al sentito consiglio ai nostri lettori di farsi prescrivere dal proprio medico curante un buon antiemetico da assumere prima della lettura di alcuni giornali o la visione di alcune trasmissioni.

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Vorremmo però sottolineare un altro aspetto che si lega al suddetto meccanismo e che porta, appunto, alla sostanziale distorsione delle notizie originarie nel momento in cui rimbalzano da una fonte giornalistica all’altra.
Che non esistano più i giornalisti di una volta, autenticamente mossi da spirito critico e desiderio di informare, lo abbiamo detto tante volte: non esiste più, con buona pace di Hayek, neppure la concorrenza nel mondo del giornalismo.

Lo scopo di quanti si occupano di cronaca giudiziaria, ed in particolare di cronaca nera, infatti, non è quello di fare informazione, ma di restare nella cricca dei cronisti ammessi alla “indiscrezioni” degli inquirenti, vere o false che siano.

Così, accade che i giornali riportino tutti la stessa velina preconfezionata, spesso senza verificarne la veridicità, parandosi il sederino a vicenda, in quanto se qualcuno scegliesse, sciaguratamente, di allontanarsi per un attimo dalle sottane delle Procure, resterebbe privo della “notizia shock” (o la bufala shock) quotidiana con la quale compiacere i magistrati e solleticare la pruderie del popolino.
A titolo d’esempio, ci limitiamo a citare un caso relativo alla vicenda.

In data 22 settembre, La Repubblica, violando il segreto istruttorio e la privacy di un’intera famiglia, pubblicò stralci dell’interrogatorio a Massimo Bossetti.

In questo interrogatorio al sig. Bossetti (che nell’interrogatorio successivo, comprendendo l’andazzo, ha pensato bene di avvalersi della facoltà di non rispondere: ne approfittiamo per fargli i nostri più sentiti complimenti, dal momento che la sua buona fede è sempre stata travisata ed anzi ritorta contro di lui, come ben evidenziato nell’articolo Lo strano caso del muratore che acquistava materiali edili) vennero rivolte domande relative alla vita familiare, nonché alla vita sessuale con la moglie: uno squallore mediatico così eclatante che intervenne al Garante della Privacy imponendo il blocco alla divulgazione dell’articolo e redarguendo la stessa Procura di Bergamo.
Inutile dire che l’appello cadde nel vuoto.

Comunque, in questi stralci c’era anche un’altra domanda, eccola:

PM: come mai, Bossetti, ha avuto paura quando l’hanno portato in carcere?

Sull’acume della domanda evitiamo di commentare …”che è meglio”, direbbe qualcuno, ma la cosa incredibile è un’altra.
Dopo qualche giorno, questa domanda viene manipolata così tanto dai media fino a trasformarsi nella notizia-bufala secondo la quale Bossetti, impaurito, avrebbe cercato di scappare vedendo la polizia.
Smentire la notizia è semplicissimo: basta leggere l’ordinanza di non convalida del fermo. Non a caso il fermo non è stato convalidato, non sussistendo alcun pericolo di fuga giacché l’indagato non ha mai dato segno di voler fuggire.

ord.maccora ord.maccora1 Ma chi va a leggere l’ordinanza del GIP, e soprattutto a mettere in discussione i taglia e cuci di giornali e salottini? Nessuno.

Ed è così che dell’informazione non resta che una tomba.

Segnaliamo questo esempio anche per mostrare quanto i media abusino delle scarse conoscenze tecniche e settoriali, in questo caso giuridiche, della maggior parte dell’opinione pubblica (che non sa quali siano i presupposti richiesti per la convalida del fermo) per propinarle scientemente una marea di fandonie.

Per quanto riguarda un ultimo aspetto relativo alla questione della testimone della difesa e alla “legge di Newton” in azione, vorremmo anche sottolineare l’aplomb con il quale pare presentarsi la malattia del secolo: l’ipocrisia.
In un noto salottino televisivo, infatti, ecco che il conduttore afferma, con  palese tono di disapprovazione e un’espressione di disgusto, in opposizione alle dichiarazioni del dott. Denti che illustra la pista seguita nel corso di indagini difensive durante le quali sarebbe emersa l’esistenza di un uomo intenzionato a prendere in affitto un appartamento per sé e per la sua ragazza (una minore di nome Yara a suo dire), che a lui importa relativamente poco di Bossetti (e su questo non avevamo dubbi), poiché gli preme maggiormente non infangare la memoria di una ragazzina che non va “bollata” come una che poteva aver allacciato una relazione sentimentale alla luce della sua giovane età.

Respiro.

C’è mancato poco che, come un professore di matematica isterico, cacciasse Denti dall’aula.

Ora, qui nessuno ha dimenticato che una ragazzina che si affacciava alla vita è stata strappata agli affetti e nessuno vorrebbe mai che un assassino o comunque un molestatore restasse a piede libero.
Detto questo non capiamo l’ipocrisia, a senso unico peraltro, sia del conduttore che di altri commentatori-vendicatori-giustizieri del web, nel sostenere l’impossibilità assoluta di una storia d’amore giovanile che coinvolga un’adolescente laddove “lui” sia l’anonimo affittuario, mentre vige una necessaria e di comodo accettazione dello stesso medesimo fatto se questo si configura tra la stessa ed il Bossetti.

Agli occhi di una persona imparziale e dotata di onestà intellettuale in ognuna delle due ipotesi non si configura un comportamento immorale da parte della bambina in quanto tale, bensì da parte di qualsiasi adulto che intraprenda una relazione con una giovane donna non intellettivamente matura per vivere una situazione del genere.
Quindi questa ostentata moralità non è altro che ipocrisia vestita da buonismo da quattro soldi.

Ma vale la pena di soffermarsi anche su un altro paio di osservazioni.
La prima è che basterebbe essere un po’ meno ipocriti per notare come né la testimone della difesa, né gli appartenenti al pool difensivo, abbiano mai detto di essere a conoscenza di una relazione di Yara.
In effetti non c’è alcuna prova del fatto che Yara frequentasse qualcuno, né la testimonianza prospettata dalla difesa dice questo: la signora sostiene che il giovane operaio romeno dicesse, magari millantasse, di stare con una ginnasta di nome Yara, cosa diversa del fatto effettivo che stessero insieme.

Infatti, se quanto dichiarato dalla testimone fosse vero, chi ci dice che il giovane frequentasse davvero Yara e non fosse, piuttosto, qualcuno che ne era invaghito e profondamente ossessionato?

Anche un quadro di questo tipo sarebbe pienamente compatibile con la testimonianza della donna e anche altrettanto interessante ai fini investigativi.

Inoltre, mentre non si capisce cosa ci sia di offensivo nell’eventualità che ad una ragazza adolescente possa battere il cuore per un ragazzo comunque giovane, di qualche anno in più, cosa capitata a tutti nell’adolescenza, ben più strano è certamente sostenere che una ragazzina frequentasse un quarantenne sposato e con prole, cosa per giunta impossibile in piccoli paesini senza che la cosa finisca rapidamente sulla bocca di tutti.

Abbandoniamo ora media e ipocrisia e inauguriamo la seconda parte della nostra puntata. Il DNA mitocondriale di Ignoto1 non è di Massimo Bossetti: non lo diciamo noi, né lo dice una perizia di parte.

Sta scritto, nero su bianco, sull’ultima relazione depositata dal consulente dell’accusa, Dott. Carlo Previderè.

In realtà la relazione dice anche altre cose molto importanti: anzitutto mette definitivamente la parola fine sulla questione dei reperti piliferi.
Nessuno di questi, infatti, appartiene a Bossetti (anche se due appartengono alla stessa persona, non identificata, cosa che evidentemente alla Procura di Bergamo pare di poco conto).

Non solo: si è anche stabilito che è la parte minoritaria della traccia mista (Yara+Ignoto1) ad appartenere ad Ignoto1 e non, come erroneamente scritto fino ad ora, quella maggioritaria: prendiamo dunque atto di aver sempre avuto ragione nel sostenere che la traccia fosse esigua, e suggeriamo a chi, tra una foto e l’altra della piccola Yara in copertina oscenamente modificata con photoshop, titolava “Bossetti perse tanto sangue” (sic), di rinunciare alla cronaca nera, onde evitare di danneggiare persone e cose, e di tornare ad occuparsi di “tartarughe sexy” e slacciamento di reggiseni su For Men Magazine.

Tornando a noi, dalla relazione si scopre anche che il dna di Ignoto1 è terminato: nessuna possibilità di ripetere il test in contraddittorio, e sappiamo bene che l’estrazione fu compiuta illegittimamente, in assenza delle parti, ossia in violazione di quanto prescritto dal nostro codice di procedura penale.

Ma non è solo la traccia a non esistere più, perché il fatto clamoroso è che anche Ignoto1 non esiste.

Non esiste ora, e probabilmente non esiste da anni.

Il DNA mitocondriale, infatti, non è di Massimo Bossetti.

L’arrampicata sugli specchi di Procura e giornalisti, nel momento in cui scriviamo, è già cominciata.
Sostengono che sia sufficiente la corrispondenza sul DNA nucleare, che il DNA mitocondriale di Bossetti sia “sparito” perché coperto da quello di Yara.

Le cose non stanno così, e non stanno così per motivi ben precisi.
Il punto è che nella relazione non c’è scritto che  il DNA mitocondriale nella traccia denominata Ignoto1, non c’è: il DNA mitocondriale c’è, ed è anche del tutto “leggibile”.

Ha solo un problema: non è di Massimo Bossetti.

In natura, ovviamente, è impossibile che una medesima cellula abbia il DNA nucleare di un soggetto e il DNA mitocondriale di un altro: e allora cosa succede, fino a ieri la scienza non mentiva, ed oggi è diventata un optional?

Pur di non ammettere l’errore s’agitano e si dimenano, arrivando a sostenere che a causa delle intemperie un campione può degradarsi, ma ovviamente solo per quanto riguarda il dna mitocondriale, dimenticando che la cosa non risolve il problema, perché anche se a causa della degradazione un DNA mitocondriale può “sparire” di certo non può materializzarsene un altro, e dimenticando, per giunta del fatto che il dna mitocondriale si degrada molto meno rispetto a quello nucleare, in quanto protetto da una doppia membrana: una caratteristica, questa, che fa sì che si riveli utilissimo, in ambito forense, proprio in caso di campioni degradati.

Leggiamo ad esempio sul sito dell’Università di Tor Vergata, e proprio a firma del Prof. Emiliano Giardina, consulente della Procura, che:

“Per le sue proprietà biologiche il DNA mitocondriale rappresenta uno strumento importante per le applicazioni forensi. Consideriamo innanzitutto le caratteristiche morfologico-strutturali. In particolare, la doppia membrana del mitocondrio protegge efficacemente il DNA da rotture e danni indotti dagli stress ambientali. In aggiunta, la natura circolare del DNA garantisce una minore suscettibilità alle esonucleasi (enzimi che tagliano il DNA), permettendo alla molecola di DNA mitocondriale di conservarsi meglio nel corso del tempo. A tutto ciò si aggiunga il notevole vantaggio di poter disporre di un numero di genomi mitocondriali per cellula enormemente maggiore rispetto al DNA nucleare, aumentando le possibilità di successo della tipizzazione. Il mtDNA è spesso usato nei casi in cui il materiale biologico è degradato o disponibile in limitata quantità. ”
figura 1 Più chiaro di così: interessante come anche la scienza sembri piegarsi ad altro genere di interessi, modificando volta a volta le proprie regole secondo la convenienza.

E’ bene anche sottolineare, per chi dice che il DNA nucleare ha “maggiore potenziale identificativo”, che la cosa non è data dalla sua maggiore affidabilità intrinseca, ma solo dal fatto che è diverso in ogni soggetto, derivando sia dal ceppo materno sia da quello paterno, mentre il DNA mitocondriale è ereditato unicamente dalla madre e per giunta è uguale, ad esempio, tra madre e figli e tra fratelli.
Ma la cosa non ha, in questo caso, nessuna rilevanza: il problema infatti non è che il dna mitocondriale può essere di Bossetti o di persona a lui imparentata nel ceppo matrilineare, il problema è che il dna mitocondriale di Ignoto1 non è di Massimo Bossetti.

Se i processi italiani proseguiranno sulla strada della tecnicizzazione esasperata, a breve potremmo annoverare casi giudiziari con aneddoti migliori di quelli statunitensi, in cui sono celebri i casi di esperti di settore tecnico-scientifico che nelle aule dei Tribunali finiscono per dire l’esatto opposto secondo che, per l’occasione, siano consulenti dell’accusa o della difesa.

Ma è bene rimarcare che queste disquisizioni sono del tutto inutili.

E’ evidente che se cellule con la caratteristica di DNA nucleare e mitocondriale diversi non esistono in natura, semplicemente la traccia di “Ignoto1” non poteva essere, ab origine, come è oggi, dunque può ormai trovare spazio solo in un’ipotetica barzelletta sui carabinieri, non certo in un’aula di Tribunale.

Non si tratta del DNA di un soggetto, né di due DNA misti, ma di un DNA impossibile: se un DNA con tali caratteristiche non esiste in natura, non può che essere esito di un intervento umano (di matrice dolosa e colposa che sia, ai fini di quanto rileva oggi in questa sede non ha importanza).

E quale sia questo intervento umano, per giunta, non potremmo mai stabilirlo essendo terminati i campioni.

“Ignoto1” non è un DNA naturale, è un pastiche di laboratorio, esito di contaminazione o d’altro scenario, e nulla significa il fatto che il DNA nucleare continui a coincidere con quello del signor Bossetti, perché quel dna nel suo complesso, in origine e in natura, non poteva e non può essere così, dunque non sappiamo cosa ci fosse e di chi fosse la traccia originariamente presente sugli abiti della piccola Yara, né lo sapremo mai essendo terminato il materiale.

Certo sarebbe stato bello, in un’Italietta in cui nessuno ammette mai i propri errori, se fosse stata la stessa Procura di Bergamo (che ora sostiene l’impossibile e pensa di portare a dibattimento “mezzo DNA” inesistente in natura e acquisito in violazione delle garanzie procedurali) dinnanzi ad un’evidenza tanto eclatante, a disporre, non prima di avergli posto le dovute scuse, l’immediata scarcerazione di Massimo Bossetti.
La cosa avrebbe contribuito forse anche a dare, una volta tanto, il buon esempio ai cittadini italiani, da parte di chi dovrebbe essere preposto alla tutela del rispetto delle regole.

Ci sia consentito, a questo punto, di portare le nostre osservazioni alle estreme conseguenze, e di interpretare la reticenza ad ammettere un errore laddove è la scienza a metterlo nero su bianco come indice di consapevolezza, da parte di qualcuno, di essere ormai disposto a tutto pur di salvare la faccia.

Così, dopo la miracolosa transustanziazione di indizi in prove e di fandonie in indizi, siamo forse giunti al punto in cui si dovrà trasformare un DNA impossibile in natura in un DNA credibile.
Non possiamo allora che suggerire una consulenza del Divino Otelma, Primo Teurgo della Chiesa dei Viventi e Gran Maestro dell’Ordine Teurgico di Elios.

mago-otelma-2- Alla difesa suggeriamo invece, ben più seriamente, di valutare la possibilità che la non coincidenza del DNA mitocondriale fosse già nota a qualcuno e sia stata scientemente omessa per sette mesi, cosa che tra l’altro spiegherebbe, in buona misura, anche accanimento e torture psicologiche finalizzate ad ottenere dal signor Bossetti una confessione (di ciò che non ha fatto).
Il nostro suggerimento non è legato ad antipatia o semplice diffidenza nei confronti della Procura, ma ad una considerazione ben più tecnica, che riportiamo anche per i lettori. Sappiamo tutti che il DNA mitocondriale viene normalmente usato al fine di effettuare i test di maternità: infatti, il dna mitocondriale si eredita dalla madre ed è del tutto identico tra madre e figli.

Dall’ordinanza sembra però ricavarsi che il rapporto di maternità tra la signora Ester Arzuffi e “Ignoto1” non è stato effettuato, come da prassi consolidata, attraverso la corrispondenza del dna mitocondriale, ma attraverso il DNA nucleare (si parla, infatti, di marcatori autosomici e alleli). comparazione_Arzuffi_Ignoto1 Sarebbe davvero interessante scoprire se si tratta di una, per quanto strana e ironica, coincidenza, o se, consapevoli della non coincidenza mitocondriale, si sia ripiegato sul DNA nucleare omettendo la circostanza nella speranza che nessuno facesse verifiche più approfondite.

Posto che il DNA del soggetto noto (perdonate il gioco di parole) come “Ignoto1”, per quanto ci si ostini ad arrampicarsi sugli specchi, è semplicemente impossibile in natura, crediamo dal canto nostro che sia giunto il momento, per qualcuno, di ammettere l’errore.

Ovviamente, andare in dibattimento con simili risultanze significherebbe solo protrarre nel tempo una pagliacciata, per giunta in modo pericoloso per la libertà di un cittadino innocente.

L’articolo 3 della nostra Costituzione, nel sancire il principio fondamentale della dignità umana porta come corollario il principio secondo il quale l’individuo non possa e non debba mai essere ridotto a mezzo per il raggiungimento di fini esterni alla sua persona: sono stati spesi milioni di euro nella spasmodica ricerca, durata anni, di un sospettato sostanzialmente mai esistito.

Noi crediamo che gli errori siano abbastanza, e che non sia necessario salvare la faccia sacrificando un capro espiatorio.

Ci permettiamo di concludere il nostro articolo rivolgendo la nostra solidarietà e le nostre parole a Massimo Bossetti, nella speranza che il buon senso di qualcuno trovi al più presto la strada di casa e torni presto ad essere un uomo libero.

Caro Massimo, questo nostro articolo oggi è scritto con la consapevolezza di saperti dietro le sbarre, stremato, stanco e forse sulla via della rassegnazione, che per fortuna, cerchi di non intraprendere per la tua famiglia e, speriamo, per noi che crediamo, ormai a ragione, che tu non sia colpevole, ma vittima di un grosso errore.

Un uomo che ha fatto sempre parlare di sé, molto tempo fa, ha scritto un libercolo dal titolo “La storia mi assolverà”, nel quale esponeva le sue idee e i motivi per cui un giorno sarebbe stato “assolto” da tutte le accuse che gli venivano rivolte.

Dedichiamo a te questo titolo oggi.

E nel dedicartelo comprendiamo, oggi più che mai, che i più pericolosi, come ben mostra la Storia, sono sempre stati i “dotti” che si nascondevano dietro alla “massa”, per giustificare le loro “oculate” nefandezze. Illustri professori, giornalisti quotati, esimi uomini di scienza che, forse, dentro di sé pensavano che ci fosse sempre bisogno di un capro espiatorio, un qualcuno per qualche motivo alto che si sacrifichi per qualche sorta di “bene” astratto.
Queste credenze medievali, per cui esistono ancora potenti convinti di virare il destino dei più deboli, a nostro avviso, possono elegantemente andare a farsi fottere.

Ora dobbiamo occuparci del dissequestro di un uomo che ha il diritto di uscire di galera e di recuperare una parte della sua vita, rubata e distrutta senza umana pietà.

Riprendendo la tendenza degli ultimi tempi, nel nostro gruppo facebook in tanti abbiamo affermato “Je Suis Bossetti”, parafrasando la frase diventata celebre in segno di solidarietà alla redazione di Charlie Hebdo. jsCi teniamo però a sottolineare che non ci sarà nessuna puntata successiva intitolata “tout est pardonné“: non chiediamo vendetta, ma vorremmo vedere, alla luce delle ultime risultanze, meno arrampicate sugli specchi, e più occhi bassi da parte di chi dovrebbe, per decenza, uscire di scena.

E come a suo tempo propose la nostra amica e collaboratrice Dott.ssa Chiara Rimmaudo, chimica d’esperienza molto attiva nel nostro gruppo facebook e che in tempi non sospetti avanzò l’ipotesi di un “pasticcio di laboratorio”, chiediamo una legge che tuteli gli indagati dall’esecrazione della pubblica piazza, dalla gogna, dal linciaggio morale: chiediamo una legge che sia denominata, esemplarmente, “legge Bossetti”, che tuteli le troppe vittime di una giustizia morta e sepolta da tempo.

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Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (seconda parte).

Seconda parte e conclusione del dossier scritto a quattro mani con Laura.
Aggiungo un sentito ringraziamento anche a Rocco Cerchiara per le sue preziose osservazioni sulla pedofilia.

Dopo un’attesa di qualche giorno, mentre le trombe della grancassa hanno impunemente ripreso a suonare con gossip di sempre più infima lega e notizie prive di fondamento spacciate per verità assodate, è giunto il momento di rendere pubblica la seconda parte della nostra disamina.
Per chi si imbattesse nel blog solo ora, oltre che consigliare la lettura degli articoli precedenti, rimandiamo anzitutto alla prima parte del dossier Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).

Come già anticipato, questo dossier si propone di esaminare in maniera selettiva vari aspetti poco chiari e problematici della vicenda, talvolta già valutati anche in articoli precedenti, e di fare più approfondite ed ordinate considerazioni.

Chi ha letto la prima parte, sa che abbiamo individuato tredici punti, dei quali abbiamo già affrontato i primi otto.
Rimandando dunque alla prima parte per l’analisi dei primi otto, riportiamo ora, per ragioni di scorrevolezza, i punti dal nove al tredici, e ci accingiamo ad esaminarli nel presente scritto.

9) Impossibilità (o comunque incertezze sulla possibilità) di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire dalla traccia originale sugli abiti

10) Palesi incongruenze nelle testimonianze su “Ignoto1″

11) Accreditamento di soli elementi e testimonianze a sfavore, costanti fughe di notizie parziali tendenti a suggerire una lettura sfavorevole all’attuale indagato

12) Incongruenze nell’ordinanza del GIP circa la natura probatoria ovvero meramente indiziaria del DNA

13) Oscillazioni della giurisprudenza cassativa sul valore probatorio ovvero indiziario del DNA, assenza di pronunce a Sezioni Unite, contestazioni dottrinali e implicazioni processuali e fattuali della cosiddetta “fallacia dell’accusatore”

Per quanto riguarda il nono punto, relativo alla probabile impossibilità di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire non dal campione di Ignoto1 ora disponibile, ma dalla traccia originale sugli abiti, avevo già lanciato l’esca nella prima parte.
Chi ha letto (al link Sul test del DNA in ambito forense (da Forensic DNA Evidence: The Myth of Infallibility, di William C. Thompson)- Sintesi di Rocco Cerchiara) avrà certamente intuito che ci sono delle buone ragioni per ritenere che un simile accertamento possa essere importante, anche perché in caso di tracce miste le possibilità di errori nell’interpretazione dei dati, dovute a fenomeni quali l’allelic dropout sono tutt’altro che infrequenti.

Inoltre, nonostante la sindrome scientista che imperversa, diversi casi giudiziari degli ultimi anni hanno platealmente dimostrato come anche da dati apparentemente certi, le perizie di parte siano spesso riuscite a giungere a conclusioni opposte.

In queste pagine abbiamo spesso parlato del possibile trasporto del DNA.
Infatti, nonostante il nuovo slogan “il DNA non vola” faccia da padrone, quello che nessuno, compresi gli inquirenti ed i solerti salottieri che pure hanno fatto un gran parlare della vicenda, ha ritenuto di dover dire in maniera chiara all’opinione pubblica, è che il DNA non solo è facilmente trasportabile, ma oltre a non volare, per quanto mi è dato sapere e fatte salve innovative scoperte scientifiche degli ultimi tempi, non parla neppure e nulla dice di come sia arrivato lì.
Sulla facile trasportabilità del DNA inserisco a titolo esemplificativo un piccolo estratto dal testo “La prova del DNA per la ricerca della verità. Aspetti giuridici, biologici e probabilistici” (di U. RICCI, C. PREVIDERÈ, P. FATTORINI, F. CORRADI, Giuffrè Editore), nel quale si parla perfino di trasporto “doloso” del DNA, anche se è bene ovviamente sottolineare che il fenomeno può verificarsi anche in modo del tutto involontario.

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Tutto ciò- lo ribadisco perché repetita iuvant– ipotizzando che il signor Massimo Bossetti sia certamente Ignoto1, cosa che ad oggi, in assenza di una comparazione ripetuta in contraddittorio, mi permetto di ritenere, peraltro, ancora non del tutto certa, e che certa non sarà fino a ripetizione del prelievo del DNA di Bossetti in condizioni scientificamente e legalmente accettabili ed appropriate (presupposti non certamente integrati con un prelievo salivare a mezzo etilometro) e sua comparazione non con il vecchio campione già estratto di Ignoto1, ma con un nuovo campione di DNA prelevato ex novo dalla traccia originale sugli abiti, nella speranza che tali abiti siano stati conservati in condizioni accettabili e congrue.

La probabile impossibilità di ripetere un simile accertamento lascia l’amaro in bocca di fronte ad un elemento troppo certo per consentire diritto di replica ma troppo incerto per consentire il contraddittorio, che pure varrebbe a scongiurare il rischio di un eventuale errore nell’etichettatura o nel campionamento.

Risale in effetti a pochi anni fa il caso di un esame del DNA effettuato in Italia e spedito all’Interpol per l’identificazione di un colpevole di omicidio, che identificava senza alcun dubbio un pregiudicato inglese, residente a Londra.
L’unico problema si rivelò essere il fatto che tale pregiudicato inglese da Londra non si fosse mai mosso, mentre l’omicidio era avvenuto in Italia.
Molto probabilmente l’errore umano fu commesso nella scrittura di alcune sigle che causarono l’errata identificazione.

Inoltre, dal momento che come è noto la corrispondenza del DNA viene espressa in termini percentuali, non si potranno trascurare in una valutazione attenta neppure alcuni paradossi della statistica.
Nel saggio “La prova scientifica nel processo penale” di Luisella De Cataldo Neuburger viene offerto un esempio chiaro di fallacia dell’accusatore nell’interpretazione di dati probabilistici nella valutazione della prova del DNA.

Si parla in tale frangente della questione delle banche dati del DNA: sappiamo bene che in Italia non esistono, tuttavia, la questione di fondo risulta compatibile con il nostro caso, in quanto siamo di fronte ad un’indagine che seguendo direttrici “rovesciate” non è pervenuta ad un indagato sulla base di una pista ragionevole e congrua per poi addivenire ad una comparazione genetica, ma è arrivata ad un indagato altrimenti insospettabile sulla base di indagini a tappeto su migliaia di persone (e di chiacchiericcio paesano, ça va sans dire).
Di conseguenza, risultano tutt’altro che inadeguate le parole della Prof. De Cataldo Neuburger:

“A causa della fallacia delle probabilità a priori, giudici e accusatori, informati da un perito sulla scarsissima probabilità di corrispondenza nella popolazione, tendono a usare questo valore senza aggiustarlo in base alla probabilità a priori: in altre parole, se la probabilità di corrispondenza nella popolazione per un dato profilo è di 1 su 1.000.000, e Tizio corrisponde a quel profilo, ritengono che le chances di Tizio di non essere colpevole non siano molto più alte di 1 su 1.000.000.

Ciò è errato.
Infatti, quando il sospetto è identificato esclusivamente in base ad una ricerca in un database di profili DNA, le sue chances di colpevolezza a priori sono irrisorie.
Ad esempio, in un territorio con 10.000.000 di abitanti fisicamente in grado di perpetrare un certo crimine, la probabilità di colpevolezza a priori di ciascuno di loro, incluso il cittadino che corrisponde al profilo, è di 1 su 10.000.000.
In queste circostanze, la possibilità a posteriori di colpevolezza, lungi dall’essere la “quasi certezza”, è inferiore al 10%”

Ancora più eloquentemente si potrebbe citare quanto si legge in Statistics and the Evaluation of Evidence for Forensic Scientists, di C. AITKEN, F. TARONI, Wiley, 2004:

“Dichiarare un’identificazione è un’opinione a proposito dell’ipotesi sul fatto.
Questa (illogica) conclusione segue da un enunciato di probabilità che dice che la chance di osservare un’altra persona sulla Terra che abbia la stessa caratteristica è zero.
È un’opinione che le caratteristiche osservate siano sufficientemente uniche per eliminare tutti gli altri individui viventi.
Una volta affermato ciò, nessuna prova contraria (nemmeno un alibi) potrà minare la certezza dell’esperto.
Il passaggio da un enunciato di probabilità ad uno di certezza è un ‘atto di fede’ piuttosto che una conseguenza logica e una tale conclusione costituisce una scorretta comprensione dei rispettivi ruoli dello scienziato forense e del giudice nel processo inferenziale, e del ruolo stesso della statistica nella scienza forense.”

Qualora per qualcuno le citazioni di cui sopra risultassero di difficile comprensione a causa dei troppi tecnicismi, potremmo d’altronde fare un più ironico e non meno clamoroso esempio di paradosso statistico attraverso il celebre caso della statistica del pollo, così descritta a suo tempo da Trilussa:

“Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.”

Qualcuno potrebbe forse sollevare qualche obiezione rispetto all’adeguatezza in tal frangente dei versi di Trilussa.
Tuttavia, dal momento che le notizie degli ultimi giorni rivelano che, a quanto pare, c’è chi nell’estenuante ricerca di indizi (che è sempre più evidente che non esistono) a carico del signor Massimo Bossetti non esita a diffondere notizie prive di fondamento senza neanche curarsi di dar loro una parvenza di credibilità né a frugare nelle mutande dell’intera famiglia senza curarsi del doveroso riserbo della stampa, perdonerete anche noi per una piccola e veniale “caduta di stile”.

Tutto ciò, ovviamente, rimarcando per l’ennesima volta che l’esempio più calzante di fallacia dell’accusatore, anche al di là degli scherzi della statistica e dello scientismo esasperato (che nulla ha a che vedere con la scienza, che nel dubbio trova fondamento), è il voler ritenere che il materiale genetico trovato sulla scena del delitto appartenga necessariamente all’assassino:

“(…) Un errore ancor più pericoloso consiste nel confondere la probabilità di una corrispondenza casuale con la probabilità della colpevolezza o innocenza (confusione nota come ‘fallacia dell’accusatore’): questi due dati vanno tenuti ben distinti, non solo perché, nonostante un’elevata probabilità di corrispondenza casuale, l’imputato potrebbe non essere la fonte del materiale genetico, ma anche, e soprattutto, perché l’imputato potrebbe essere innocente, pur essendo la fonte del materiale genetico.
Insomma, anche se il DNA rinvenuto sulla scena del reato (o sul corpo della vittima) appartenesse all’imputato, ciò non implicherebbe che egli sia colpevole, potendo ben esserci altre spiegazioni di tale rinvenimento.
(Prof. Francesca Poggi, Tra il certo e l’impossibile.
La probabilità nel processo)

venghino

Se c’è un punto in tutta questa vicenda sul quale è giocoforza tornare in quasi tutti gli articoli è quello concernente la rosa di informazioni infondate e smentite senza tuttavia licenza di rettifica, ovvero di quelle informazioni discordanti ma cionondimeno assurte da dubbie pubblicazioni a prove, che, onestamente non sono degne nemmeno di essere definite indizi.
Sarebbe auspicabile che chi deve giudicare distinguesse le illazioni gratuite da ciò che potrebbe realmente pesare a carico del nostro indiziato.
Volendo partire dall’inizio, vi è la ritrovata memoria di alcuni vecchi amici del signor Giuseppe Guerinoni, i quali nonostante fossero passati quattro anni dall’omicidio durante i quali si sarebbe potuto fare avanti, hanno preferito aspettare la bellezza di 18000 prelievi salivari prima di puntare il dito contro la signora Ester portando gli inquirenti a ripetere un test che in passato aveva dato, parrebbe per un errore nella comparazione, esito negativo (che sentitamente dedichiamo a chi nega tout court la possibilità di errori umani) quanto al rapporto di maternità/filiazione con Ignoto1.

Abbiamo letto numerose versioni dei fatti da parte di questi testimoni e la stampa ha pensato bene di “tappare” i buchi temporali con la scusa dell’età avanzata che avrebbe confuso i loro ricordi.
Si è parlato di una ragazza inguaiata “all’inizio degli anni ’60” (nonostante Massimo Bossetti sia nato dieci anni dopo), di un bambino dato in adozione, di un bambino lasciato in un orfanotrofio da una barista nubile, di una relazione clandestina dalla quale nacquero i gemelli, di tresche sulla corriera dell’amore, di tappeti rossi alla finestra ad indicare non si sa bene quale misterioso messaggio.

Non appena saranno resi pubblici gli atti della Procura, sarà interessante verificare come siano andate effettivamente le cose relativamente alle testimonianze.
Per ora, ci limitiamo a sottolineare che se le indagini avvenieristiche sono davvero questo guazzabuglio di chiacchiericcio tra comari, c’è davvero poco di cui fare vanto.

pettegolezzo

Ci sono stati poi commercialisti, colleghi di lavoro, negozianti, grossisti, benzinai, baristi, giornalai, vicini di casa e proprietari di centri estetici come ci sono state insegnanti del centro sportivo e compagne di danza di Yara.
Ebbene, di tutte le corbellerie che hanno riempito le pagine dei giornali si è fatto attenzione a porre l’accento solo sui particolari che avrebbero deposto a favore dell’accusa.
Se non è parzialità questa, allora ci venga spiegato una volta per tutte come mai non hanno avuto spazio le persone che giurano di non aver mai visto il sig. Massimo nei dintorni del centro sportivo, una notizia davvero degna di nota laddove si suppone che l’assassino pedinasse la vittima e ne seguisse gli spostamenti.
Una notizia, questa, che è stata data in maniera rapida e con scarsa enfasi: probabilmente, un titolone a tema non avrebbe garantito una buona tiratura.

Si spera, quantomeno, che questa sorta di indagine parallela ad opera di giornalisti che personalmente radierei dall’albo, non abbia toccato davvero elementi su cui lavora anche la Procura, perché in questo caso non saremmo alla frutta, ma direttamente al dessert.
Da un paio di settimane mi sto avvelenando il sangue leggendo alcune riviste dai contenuti francamente avvilenti, per acquisire, con ben poco giovamento per le mie ulcere, il punto di vista di coloro i quali si “bevono” di tutto e mi ha colpito tantissimo la “testimonianza” di alcuni vicini di casa della famiglia Bossetti/Arzuffi.
Si è arrivati a sostenere che il piccolo Massimo, in tenera età, fu portato in ospedale addirittura in ambulanza: da questo trauma sarebbe scattata in lui la brama di uccidere che lo avrebbe tormentato fino all’omicidio di Yara.
Quale possa essere il nesso tra le due cose rimane un mistero: ci auguriamo che perlomeno per gli articolisti la cosa possa avere una logica.
Noi, nonostante i non pochi sforzi, non riusciamo proprio a trovarla.

Ma gli ultimi giorni ci hanno, ahimè, offerto su un piatto d’argento una nuova ondata di tracollo mediatico sulla quale è giunto il momento di spendere qualche nuova parolina.
Le news degli ultimi giorni, giunte, guarda caso, a ridosso della notizia che a breve la difesa di Massimo Bossetti presenterà un’istanza di scarcerazione, offrono un’occasione ulteriore per analizzare impietosamente la “macchina del fango” solertemente messa in moto.

Partiamo anzitutto dalla “notizia” data in pasto al pubblico pochi giorni or sono su due presunte relazioni extraconiugali della signora Marita Comi.
Volendo riassumere la vicenda con le parole di Vittorio Feltri (una delle poche voci ad essersi levate contro la barbarie), “stando a Giuliana Ubbiali, la cronista che ha rivelato quest’ultimo particolare piccante sui coniugi, due gentiluomini si sono presentati (spontaneamente? ne dubito) in Procura e hanno confidato agli inquirenti di avere avuto rapporti intimi con la signora Marita”, e dunque “gli investigatori hanno infilato negli atti processuali che due linguacciuti asseriscono di essersi divertiti, sessualmente parlando, con la consorte di Bossetti”.

Al di là della “fondatezza” (che possiamo, come al solito, intuire) della notizia, dal momento che, quand’anche i due “linguacciuti” di cui sopra avessero fatto tali dichiarazioni, la prima ipotesi sarebbe quella dei mitomani, giacché intuibilmente, in circostanze di questo tipo, non molti parlerebbero, se non altro perché avrebbero paura di essere coinvolti nell’indagine- paura comprensibile, tra l’altro, in un contesto in cui pare che anche il fatto di respirare possa essere un indizio, anche qualora la notizia fosse veritiera (cosa della quale, vista la totale assenza di prove, dubito fortemente) non si capisce in quali termini possa essere correlata all’omicidio.

Per capirne di più, è giocoforza riportare anche lo “scoop” odierno, trapelato a partire da Repubblica, con articolo a firma di Paolo Berizzi, lo stesso giornalista che non molti anni fa scrisse su un presunto traffico nel mondo della pedopornografia relativo ad “ecografie di feti” (sic!), secondo il quale dalle analisi dei pc di Massimo Bossetti sarebbe emersa la ricerca di materiale pedopornografico.
Riporto la notizia in modo volutamente evasivo, perché dall’indiscrezione, solertemente ripresa da tutti i restanti organi di stampa (e seguita da categorica smentita dell’Avv. Claudio Salvagni), non si capisce un bel nulla.

Bergamonews ci comunica anzitutto che “il pc di Massimo Bossetti non era nuovo, ma allestito assemblando parti già usate da altri e quindi le ricerche potrebbero essere state effettuate da precedenti proprietari”.

Di contro, come queste presunte ricerche siano (rectius, sarebbero, visto il tono globalmente farsesco della notizia) state effettuate è un bel mistero.
Anche una lettura veloce, mostra una serie di incongruenze interessanti tra le varie fonti: da qualche parte c’è scritto che cercava la parola “tredicenni” su google (il che vuol dire poco o nulla, avendo anche un figlio di 13 anni), da qualche altra parte che lo cercava in un sito pedopornografico.
Quest’ultima versione dei fatti è già di per sé dubbia perché i siti pedopornografici sono oscurati e per raggiungerli bisogna avere sofisticate conoscenze informatiche e software dedicati, che è lecito supporre sarebbero emersi ben prima della data odierna.
Detto ciò, mi pare che la soglia del ridicolo sia già stata abbondantemente superata da tempo e stia ora aggiornandosi alla versione 2.0, il tutto nel corso di una faticosa sessione di arrampicata sugli specchi.

Il discorso “pedofilia” è di per sé estremamente complesso, e la prima doverosa precisazione è che, in genere, un pedofilo cerca materiale relativo a soggetti impuberi.
Questa considerazione si aggiunge al fatto che appare non poco farsesco immaginare che un pedofilo cercasse proprio la parola “tredicenni” (guarda caso) e non “dodicenni” o “quattordicenni”.

La notizia come data da Bergamonews è comunque interessante per almeno un altro motivo, e nello specifico perché, secondo quanto riportato, la ricerca su Google della parola chiave “tredicenni” andrebbe ad aggiungersi “a quanto già noto e cioè che l’uomo, in carcere ormai da più di due mesi, aveva seguito siti pedo-pornografici”.

Come la cosa fosse già nota, non è dato sapere, dal momento che era noto l’esatto opposto.
A chi scrive risulta, infatti, che la cosa non fosse mai trapelata finora, come si può tranquillamente osservare da una miriade di articoli risalenti al 18 luglio (in cui si parlava di materiale hard non pedopornografico).

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Tra l’altro, il fatto che le analisi dei pc fossero cominciate a metà luglio la dice lunga sull’affidabilità di Repubblica che, in data odierna, parla di “primi accertamenti”.

Traggo invece da fonte Adnkronos che:

“Dal computer, secondo alcune fonti vicine all’indagine, sarebbe stata eseguita una “ricerca finalizzata alla visualizzazione di materiale pedopornografico, unendo la parola tredicenne e sesso, ad esempio”. Dagli accertamenti ancora in corso da parte del Ris emergerebbero dei collegamenti su siti pornografici, ma sul quel pc non sarebbero stati scaricati video o foto pedopornografici.”

Sorvolando sul fatto che la prima e la seconda frase sembrerebbero contraddirsi, se la ricerca delle parole “tredicenne” e “sesso” è avvenuta a partire da un motore di ricerca, le parole chiave utilizzate, in particolare “sesso”, ricordano decisamente una classica bambinata, quale potrebbe essere, ad esempio, una ricerca effettuata dal figlio tredicenne di Massimo Bossetti, che come tutti i suoi coetanei avrà le normali curiosità tipiche della preadolescenza.

Fatte queste doverose premesse sulla solita caterva di notizie equivoche, di fonte incerta, smentite, contraddittorie e possibilmente inutili, ciò che ci si chiede di fronte a quanto trapelato negli ultimi giorni è, ancora una volta, cosa dovrebbe (o vorrebbe) dimostrare.

Riportare notizie fumose e possibilmente non verificate circa la parola “tredicenne” cercata su un motore di ricerca in una famiglia in cui, guarda caso, c’è un tredicenne, è lo stesso meccanismo, invero piuttosto risibile, che porta a semplicistiche conclusioni del tipo ragazza uccisa = movente sessuale = agente non sessualmente soddisfatto nella propria vita coniugale = moglie che aveva relazioni extraconiugali.

Dopo aver sottolineato che una tendenza alla pedofilia non è necessariamente correlata ad azioni di tipo omicidiario e che non si diventa pedofili da un giorno all’altro perché la consorte ci tradisce, è bene rimarcare, come già accennato sopra, che reperire materiale pedopornografico non è facile come può sembrare, per il semplice fatto che produrlo è illegale, cosa che un adulto sa benissimo: cercare su Google “tredicenni” e “sesso” aspettando di trovare davvero materiale pedopornografico è come scendere in piazza e strillare: “scusate, qualcuno avrebbe della droga da vendermi?” aspettandosi che qualcuno si faccia avanti.

Da quel che è trapelato non risulta nessun accenno a comportamenti sociali e sessuali anomali nella storia di vita di Bossetti.
Niente che faccia pensare ad una certa attitudine alla molestia e allo stupro: già, perché anche per quel che riguarda lo stupro non ci si sveglia una mattina e si decide di stuprare qualcuno, né lo si fa se la propria moglie ha una relazione extraconiugale, né tantomeno una eventuale relazione extraconiugale della moglie funge da spinta verso pulsioni sessuali nei confronti di minori.

Tutto questo, posto che lo stesso omicidio in questione e la scena del crimine, a prescindere da chi ne sia l’autore, non hanno molti elementi per puntare dritti al movente sessuale.
Sarebbe infatti interessante se una volta per tutte ci spiegassero, se proprio vogliono il movente sessuale, come mai non siano stati riscontrati segni di violenza sessuale sulla vittima.
Non perché la cosa sfuggì di mano all’aggressore prima, evidentemente, giacché si colloca l’ora della morte alcune ore più tardi- la morte potrebbe essere sopraggiunta perfino nelle prime ore del mattino successivo, stando all’ordinanza.
Si tratta dunque di bella gatta da pelare per gli inquirenti, dal momento che ogniqualvolta “mettono una pezza” (si fa per dire) è evidente che aprono altri due buchi.

Quantificare il danno che queste dichiarazioni provenienti da “fonti vicine all’indagine”(che dall’indagine dovrebbero essere immediatamente allontanate vista la loro attitudine al parlar troppo in violazione del segreto), arrecano all’immagine del sig.Bossetti non è materialmente possibile.

Oltre alle cattiverie gratuite perpetrate ai danni di una famiglia per il solo gusto di infierire e sfogare frustrazioni personali, la gran parte della gente, dinnanzi a molte di queste “pseudonotizie” cade in un errore infimo di logica, il quale tende grosse trappole, sta dappertutto e spesso è difficile da individuare e neutralizzare.

Parlo della logica del post hoc propter hoc, errore comunissimo e radicato: trattasi di un sofisma che consiste nel prendere per causa quello che è un antecedente temporale, ovvero si pretende che se un avvenimento è seguito da un altro, allora il primo deve essere la causa del secondo.
Questo sofisma è un errore per adduzione particolarmente attraente perché la conseguenza temporale sembra inerire al rapporto causale.
L’errore è di concludere solamente in base all’ordine degli avvenimenti piuttosto che tener conto di altri fattori che possono escludere la relazione.
I luoghi comuni e le superstizioni sono il risultato di questo errore.
Il fatto che due avvenimenti si succedono non implica che il primo sia la causa del secondo.
Per fare un semplice esempio, la morte della giovane Yara non è conseguenza logica della frequentazione o del passaggio dell’indagato per Brembate poiché questa concomitanza di fatti non è legata da alcun nesso logico.

Potrei continuare all’infinito ad elencare bassezze, distorsioni della verità, testimonianze cucite tra loro come il costume di Arlecchino o tagliate, come quella del fratellino della vittima, per farle forzatamente quadrare.

Relativamente alla testimonianza del fratellino di Yara, riporto una precedente considerazione: dall’ordinanza emerge che viene preso per buono il racconto del fratello minore di Yara nel momento in cui, con una psicologa, afferma che la sorella aveva paura di un signore con una macchina grigia e “una barbettina” (stante il fatto che il signor Massimo Bossetti risulta avere una Volvo di colore grigio e il pizzetto, ammesso e non concesso che possa definirsi “barbettina”), ma viene liquidato sommariamente in quanto trattasi di “un teste di minore età la cui capacità di rappresentazione dei fatti non può essere equiparata a quello di un adulto” il fatto che l’uomo descritto dal fratellino di Yara fosse “cicciottello” (aggettivo che senza dubbio non corrisponde affatto alla fisionomia di Massimo Bossetti) e addirittura il fatto che il bambino, quando gli hanno mostrato una foto, non ha riconosciuto l’indagato nell’uomo che aveva precedentemente descritto e che sostiene che la sorella gli avesse mostrato in Chiesa.

A tal proposito, è bene anzitutto richiamare il fatto che le (possibili) false memorie, specie nei casi di minori, effettivamente esistono, ma non si configurano in questo modo e saremmo di fronte ad un caso privo di precedenti.
A partire dagli anni ’80, in particolare negli USA nell’ambito di inchieste su falsi abusi poi rivelatesi errate, vi sono stati innumerevoli casi di cosiddetta False recovered memory syndrome, nell’ambito dei quali, da parte di minori, e spesso a causa di procedure psicanalitiche in seguito rivelatesi scorrette e capziose, si assisteva al riconoscimento di persone in realtà mai viste.
Di contro, non mi risulta si sia mai verificato il caso opposto, ossia il mancato riconoscimento di persona effettivamente vista.

Ciò premesso, è comunque difficile sostenere che sia minore d’età anche il parroco della Chiesa in questione, che pure non ricorda di aver mai visto il signor Massimo Bossetti.

parroco

Si è poi passati da un’ex fidanzata con qualche sassolino nella scarpa alla più nuova “amante” ventilata dall’ultimo numero di Giallo, ovviamente senza uno straccio di prova.
Allo stato attuale vi sarebbero nuovi testimoni misteriosi, ovviamente anonimi fino alla punta dei capelli, pronti a giurare che il matrimonio “perfetto” dei coniugi Bossetti non era poi così “perfetto”.
Si presume che i coniugi avessero rispettivamente una relazione extra coniugale e che il sig. Massimo non dormisse più nella sua casa di Mapello.
Sarebbe stato interesse di entrambi però mantenere un’apparenza di normalità, finché, un giorno, la situazione sarebbe precipitata per un improvviso moto di gelosia di lui, che, non volendo stare più ai patti, avrebbe sfogato la sua rabbia su Yara, vittima quindi assolutamente casuale, se si vuole assumere per buono ciò che ci racconta il giornalista di turno.
Ecco perché la signora Marita sorride con la cognata all’uscita dal carcere!
Può una moglie distrutta dal dolore e convinta dell’innocenza del marito sorridere? Sicuramente no!
Sarà quindi, sotto sotto, felice di essersi liberata del marito per potersi dedicare all’altro uomo che ormai da circa un anno frequenta con assiduità?
E chi è la misteriosa bionda che frequenterebbe Bossetti?
Non ci sorprenderemmo se, da un giorno all’altro, perfino chi scrive su questo blog (la cui curatrice è peraltro attualmente bionda, non naturale per la gioia di Chi l’ha visto? che in una puntata dedicò ampio spazio alle sopracciglia presuntamente “ossigenate” del signor Bossetti, sintomo indefettibile di un morboso narcisismo) trovasse il proprio volto sulla copertina di qualche giornale da quattro soldi: pare infatti che, in certi ambienti, quando la coscienza bussa alla porta di casa, si finga di essere momentaneamente usciti.
Notizie nel migliore dei casi del tutto slegate dall’indagine e prive di qualsivoglia interesse pubblico e nel peggiore “false e tendenziose” riempiono le copertine e vengono abbondantemente ripetute dagli strilloni di turno, che quando Dio distribuiva la vergogna evidentemente erano distratti: ci auguriamo di nuovo che si tratti di mere invenzioni giornalistiche, e non di notizie in qualche modo provenienti dalla Procura, perché in quest’ultimo caso ci sarebbe davvero da preoccuparsi.
Sarebbe anzi auspicabile che la Procura prendesse le distanze da certe affermazioni inverificabili ed infondate, in quanto anche la faccenda delle continue “fughe di notizie”, per i più attenti, comincia a puzzare parecchio dal momento che nessuno conosce le fonti primarie, nessuno smentisce, nessuno prende le distanze e nessuno interviene per bloccare l’ambaradan di notizie ridicole, inverificate e possibilmente fasulle diffuse con maestria.

Vale anche la pena di ricordare ciò che ai più accorti non sarà certo sfuggito, ossia che in altre circostanze (contestualmente all’emergere di notizie che avrebbero potuto rivelarsi favorevoli per l’attuale indagato) la Procura intervenne in men che non si dica ventilando la possibilità di mitomani.

vendetta

Per par condicio, sarebbe probabilmente il caso di fare le stesse dichiarazioni anche quando la stampa ciancia di presunte relazioni extraconiugali, contribuendo all’impunito massacro di un’intera famiglia nella quale, lo ricordiamo, ci sono anche tre bambini, sicuramente innocenti.

Questo circo è diventato disgustoso e più passano i giorni più chi lo dirige si mette in ridicolo: questa storia, ogni giorno che passa, diventa infatti sempre più incredibile, inverosimile e decisamente poco edificante per tutti, e sembra suggerire in modo sempre più evidente che pur di blandire il pubblico consenso ci si stia affidando al peggior giornalismo.
Un vero peccato, perché in un’Italietta in cui nessuno ammette mai i propri errori, ammettere di aver preso un grosso granchio o perlomeno fare un doveroso passo indietro mostrando la sempre più dovuta e doverosa cautela potrebbe costituire un esempio edificante per tutti.

Volendo provare a vedere il bicchiere mezzo pieno, comunque, questa continua diffusione di presunte news a tema dinnanzi alle quali anche il fratello scemo di Mr Bean scoppierebbe in una fragorosa risata, al di là degli evidenti danni morali arrecati all’intera famiglia Bossetti, sta contribuendo probabilmente anche a rimpinguare le fila dei garantisti: è sufficiente fare un rapido confronto tra i commenti in calce agli articoli dei principali quotidiano per notare come giugno ad ora, il numero dei “dubbiosi”, o meglio ancora dei lettori che senza troppi peli sulla lingua commentano la marea montante di gossip in termini critici quando non decisamente dileggianti, è cresciuto a dismisura, tanto da farmi pensare che, in fondo, i più accaniti forcaioli mediatici si sono in qualche modo rivelati dei preziosi alleati per riabilitare la figura di Massimo Bossetti agli occhi di una parte, sia pure ancora minima, dell’opinione pubblica, cadendo vittime delle proprie stesse grottesche esagerazioni.

In ogni caso, indirizzare l’informazione e distorcere testimonianze è la peggior dimostrazione di inciviltà che potessimo dare e sarebbe davvero vergognoso se questa spazzatura arrivasse in un’aula di tribunale.
La stessa frase “la legge è amministrata nel nome del popolo”, visto il modo in cui è ridotta buona parte del popolo, ultimamente ha il potere, da sola, di farmi tremare le vene dei polsi.

Veniamo infine ai punti conclusivi della lunga disamina.
Il DNA costituisce prova o indizio?
La Cassazione ha parlato!
O, perlomeno, così ci dicono.

Per rendere meglio l’idea, riporto un calzante aneddoto citato, non a questo proposito ovviamente, dall’Avv. Mauro Mellini sulle pagine del sito Giustizia Giusta:

<<C’era una storiella che circolava tra i veterani napoleonici. Un soldato della Vecchia Guardia si avvicina ai commilitoni a bivacco, con aria trasognata e le lacrime agli occhi, mormora estasiato: “Mi ha parlato! L’Imperatore mi ha parlato!”. I commilitoni dapprima sghignazzano increduli, poi, mentre quello continua a dire beato “mi ha parlato! L’Imperatore…mi ha parlato!!!” gli domandano: “e che ti ha detto?” e lui: “Levati di lì imbecille!!”>>

La Cassazione, sul DNA, ha parlato… I media hanno parlato di ciò che la Cassazione ha detto sul DNA…. L’ordinanza ha parlato di ciò che la Cassazione ha detto sul DNA.

Morale della favola: è un vero peccato che la Cassazione (proprio come l’ordinanza) sul DNA abbia detto tutto e il contrario di tutto.

Anzitutto, per cominciare a far fronte alla schiera di più o meno involontarie mistificazioni mediatiche, è bene ricordare che l’Italia è un Paese di civil law.
In soldoni: le pronunce della Cassazione, per quanto possano costituire degli orientamenti importanti, non sono vincolanti, e lo sono ancora meno quando non si tratta (come in questo caso) di pronunce a Sezioni Unite.

Anche l’ordinanza sembra dire tutto e il contrario e il contrario di tutto: infatti prima dice che la Cassazione ha detto che il DNA di per sé ha valore di prova e non di mero indizio, in seguito si contraddice espressamente poiché individua (o meglio, dice d’individuare) a carico di Massimo Bossetti “indizi gravi e concordanti”.
Gravità e concordanza sono requisiti richiesti agli indizi e non alle prove: nel rimarcare la sussistenza di indizi gravi e concordanti, l’ordinanza smentisce se stessa, in quanto lascia intuire che il DNA nel caso di specie non possa essere assurto a prova, ma a mero indizio.

Sul fatto poi che gli indizi siano “gravi e concordanti”, non mi esprimo, perché ho già versato fiumi d’inchiostro (considerando che gli altri indizi sono tracce di calce nell’albero bronchiale in buona parte compatibili con il cantiere al quale puntarono inizialmente i cani molecolari e celle telefoniche agganciate da Bossetti da casa propria, nonché la testimonianza del fratellino di Yara su un uomo “cicciottello e con una barbettina”, di cui si salva la barbettina e si finge di non vedere il cicciottello).

Il punto è un altro: perché l’ordinanza si contraddice?

La verità è che gli orientamenti cassativi vacillano, e vacillano parecchio.

I media hanno strombazzato ai quattro venti che il DNA secondo la Cassazione è una prova, ma questo non è del tutto vero.

Una pronuncia del 2004 (Cass., Sez. I, 30 giugno 2004, n. 48349) aveva affermato che gli esiti dell’indagine genetica condotta sul DNA presentassero natura di prova, e non di mero elemento indiziario.

Questa pronuncia è stata ampiamente criticata dalla dottrina, perché apre le porte ad un arbitrio infinito dal sapore inquisitorio (nel senso storico del termine) in quanto, ovviamente, la prova del DNA sulla scena del crimine non può indicare nulla più che presenza, non colpevolezza.
Il tutto implica un pericoloso aggiramento dell’onere probatorio.

Tuttavia, la stessa Cassazione ha affermato che, “nel valutare i risultati di una perizia o di una consulenza tecnica, il Giudice deve verificare la validità scientifica dei criteri e dei metodi di indagine utilizzati, allorché essi si presentino come nuovi e sperimentali e perciò non sottoposti al vaglio di una pluralità di casi ed al confronto critico tra gli esperti del settore, sì da non potersi considerare ancora acquisiti al patrimonio della comunità scientifica” (Cass., Sez. II, 11 luglio 2012)

Nel 2013, la Cassazione si è contraddetta di novo, perché pur tornando alla pronuncia del 2004 sulla natura di prova e non di mero indizio del DNA ha fatto un correttivo, affermando che “peraltro, nei casi in cui l’indagine genetica non dia risultati assolutamente certi, ai suoi esiti può essere attribuita valenza indiziaria” (Cass., Sez. II, 5 febbraio 2013, n. 8434).

A questo punto, sarebbe interessante capire come potrà essere valutato il DNA nel caso in questione (ferme restando tutte le considerazioni di cui ai punti sei e nove del nostro dossier).

L’attuale vicenda ci ha regalato una serie di inversioni a U da parte di alcuni avvocati e criminologi (non tutti, per fortuna) che dopo una partenza cauta quando non espressamente garantista, forse nel timore di indossare vesti impopolari vista la tendenza mediatica globalmente colpevolista nel caso in questione, hanno ben pensato di balzare lestamente su un altro carro (il repentino cambiamento di opinione, mai motivato, avrà certamente giovato alla loro salute nonché, soprattutto, alla loro carriera).

In queste pagine abbiamo rimarcato a più riprese come la presenza del DNA non sia sufficiente, per una serie di ragioni tendente all’infinito, al superamento del ragionevole dubbio.

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La nostra critica non è, dunque, rivolta alla scienza, ma alla mistificazione che tende a trasformarla in senso dogmatico e largamente irrazionale.
Nella prima parte del dossier è stato fatto notare, non senza un briciolo di ironia, che la traccia di DNA non solo non è suffragata da alcun elemento, ma se si dovesse ipotizzare la colpevolezza di Massimo Bossetti si arriverebbe a dei corollari assurdi, ad un quadro che fa acqua da tutte le parti.
Per dirla con le parole precedentemente utilizzate, ipotizzando la colpevolezza di Bossetti si dovrebbe prendere per buona una serie di circostanze “inverosimili e incredibili” che se davvero si fossero verificate in concomitanza sarebbero molto più uniche e singolari della sequenza di DNA!

L’amara impressione è che questa sia una storia alla quale la verità è negata.
L’indagine si è persa prediligendo lo strumento forense agli strumenti tradizionali che avrebbero potuto offrire piste molto più attendibili.
Lungi dalla volontà di stigmatizzare le indagini forensi, è comunque chiaro che queste ultime non possono sostituire i metodi d’indagine standard.

Il test del DNA dovrebbe, teoricamente, essere lasciato per ultimo, per confermare o smentire una pista già vagliata e considerata attendibile e congrua.
Invece, complici le difficoltà del caso, si è perso il lume della ragione e si è preferito escludere tout court la logica e spendere tanto tempo e denaro in una roulette russa alla ricerca della fonte di un’unica ed esigua traccia genetica che nulla diceva sul come fosse finita lì.

Viepiù che poco razionale in astratto, questo modus operandi si è rivelato ancor più problematico nel caso concreto, che di per sé avrebbe potuto suggerire come la traccia in questione fosse finita lì incidentalmente.
L’ipotesi più banale, essendo stato trovato il corpo in un luogo in cui notoriamente si recano dei tossicodipendenti e si esercita la prostituzione, era che la traccia fosse riconducibile ad una persona che andava a prostitute ovvero ad un tossicomane.

Non mi sembra ovviamente il caso di Massimo Bossetti, ma questa è solo una considerazione astratta che mostra quella che, a parere di chi scrive, è stata una pecca che ha compromesso l’esito delle indagini.

Se servirsi dei tradizionali strumenti investigativi per circoscrivere il campo e giungere ad un sospettato per poi procedere ad una analisi forense è un procedimento logicamente ineccepibile, lo è meno giungere ad un “presunto colpevole” (orribile espressione giornalistica che non dovrebbe trovare spazio nel nostro diritto) sulla base di una mera traccia genetica e chiuderlo in carcere, in isolamento, mentre si cercano in maniera spasmodica indizi (che non arrivano) per far quadrare i conti (che non quadrano).

La presentazione e lo sviluppo dei dubbi più evidenti su  questa storia che sembra più un brutto film, di quelli che non hanno un finale e lasciano lo spettatore libero di scegliere quale preferisce, piuttosto che una vicenda giudiziaria mi portano ad un’unica e spiacevole conclusione: l’Etica sociale è morta!

“L’Etica sociale investe una vastissima area della morale e tende a fissare i principi …necessari alla costruzione di un’ordinata convivenza civile, per cui la religione, il diritto, la filosofia, la politica, le scienze, la tecnologia diventano oggetto della sua indagine scientifica, nella misura in cui ciascuna di queste aree del sapere e della vita umana incide sull’uomo nel dettarne i comportamenti nella sfera pubblica.”

Ci siamo imbarbariti come mai prima  nella Storia, poiché se nei periodi storici più bui la giustificazione alle barbarie commesse si può ricercare nel contesto storico, nell’analfabetizzazione e nella difficoltà, per non dire nell’assenza totale, di comunicazione, al giorno d’oggi non esiste giustificazione alcuna.
Ma al di là della grossa svolta epica che ha portato l’avvento della comunicazione globale, usata male nella maggior parte dei casi, siamo davvero cresciuti come umanità?
Io non lo credo e il riscontro lo trovo proprio in situazioni del genere.
Un fatto di sangue è stato trasformato in un vergognoso e grottesco reality.

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Mi sono sempre rifiutata di seguire i reality dal momento che li trovo insulsi, offensivi per l’intelligenza, mere manifestazioni di malcostume e ignoranza paurosa.
Sono felicissima di non ritrovarmi a dover discutere con la massa su chi sia stato il più acclamato della settimana o su cosa sia avvenuto in una cucina di famosi piuttosto che su un’isola del Pacifico.
Fiumi di telefonate per digitare un codice tramite il quale i poveri fessi da casa si illudono di poter gestire le sorti dei loro eroi, compagnie telefoniche che brindano alla Dea della stupidità convinte, a ragione, che la madre degli stolti sia da sempre una miniera d’oro, pianti, lettere d’amore, annunci di matrimoni e di divorzi, madri e padri che investono le loro aspettative sui loro figlioli concorrenti e futuri “attoruncoli”, il tutto in un’atmosfera da giostre e carrozzoni, zucchero filato e popcorn; questi sono gli Italiani e forse non solo loro.
A questo scempio può essere ridotto un caso tristissimo di cronaca nera, dove silenzio, compassione, umanità, riflessione, tutela dei diritti, bisogno di verità scompaiono lasciando il posto a espressioni volgari, offese, violenza mediatica, pensieri scoordinati, desiderio di vendetta e sete di sangue come in una corrida.
E proprio come in un reality, tra un cimitero di congiuntivi, un’insalatona di concetti vacui, un fritto misto di parolacce, si muovono i “pupazzi” manipolati dalla regia, che mi piace immaginare come un domatore nano con frusta e cilindro, e si scatenano gli spettatori creduloni  alla stessa stregua ignoranti e addomesticati.
E la regia che fa?
Semplice!
Cerca di comprendere la tendenza di pensiero per sfruttarla a proprio vantaggio, manipola gli spettatori affinché il gioco desti sempre più interesse per poi concludersi come è già stato stabilito a-priori.
Nel “nostro” reality mediatico-giudiziario Massimo Giuseppe Bossetti non piace agli italiani ai quali è stato artatamente presentato in modo che non piacesse.
Per tornare al nostro titolo, la condanna del nostro secolo avverrà tramite televoto?
Ho azzardato un calcolo veloce prendendo come termine di paragone il numero di persone che compone il nostro gruppo facebook.
Siamo poco più di cento persone mentre una delle tante pagine colme di insulti e con ben poca informazione conta oltre mille aderenze.
C’è da sperare che il campione numerico analizzato sia così basso da non essere rappresentativo: stando a questi dati, infatti, solo il 10% degli italiani è disposto a concedere al sig.Massimo Bossetti perlomeno il beneficio del dubbio, risparmiandogli una immediata e dolorosa esecuzione.

La cosa triste è che Massimo Bossetti non è finito in questa situazione grottesca sua sponte: a mandarlo in “nomination” è stata quella “regia” che dovrebbe all’opposto garantire quantomeno l’imparzialità tra i “concorrenti”, e che invece si è palesata uscendo dalle quinte per sussurrare agli Italiani contro chi votare.

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Chissà se il buon vecchio Mike urlerebbe ancora: “Allegria!”

Al sorgere dei dubbi, cala il silenzio

Con un ringraziamento particolare e sentito a Laura per il suggerimento del titolo e dell’argomento, l’isolamento dei fotogrammi e la segnalazione dell’interessante scritto del Prof. Glauco Giostra.

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(L’arte dell’ipocrisia, di Paola Petrucci)

“…Egli camminava fra gli Uomini Colpevoli
In un abito grigio e malandato;
un berretto da cricket avea sul capo
ed il suo passo pareva gaio e lieve;
ma io non ho mai visto un uomo che guardasse
così ansiosamente verso il giorno.

Io non ho mai visto un uomo che guardasse
con occhio così ansioso
verso il minuscolo lembo d’azzurro
che chiamano cielo i prigionieri,
verso ogni nuvola che andava alla deriva
da vele d’argento sospinta.

Io camminavo, con altre anime in pena,
entro un diverso raggio,
e mi chiedevo se l’uomo avesse commesso
una grave o piccola colpa…”

(Oscar Wilde, La Ballata del Carcere di Reading
Traduzione di Marco M.G. Michelini)

 


La Ballata del Carcere di Reading è un celebre componimento poetico che Oscar Wilde scrisse dopo la sua scarcerazione e pubblicò nel 1898.

Il componimento affronta svariate tematiche, tra le quali la pena di morte, la colpa e il perdono, ma quella che vorrei richiamare con maggior urgenza è l’atroce riflessione sul senso di alienazione che invariabilmente accompagna ogni detenuto.

A quarantadue giorni dal fermo di Massimo Bossetti, voglio introdurre il mio articolo così, con questi versi dai quali trapela con veemenza la sensazione data dal muro, non solo materiale, che si staglia tra un detenuto e chi sta fuori.

Un muro che diventa insormontabile soprattutto se preclude ogni possibilità di difesa da processi che, in una società imbarbarita, non possono che svolgersi in modo sommario e contumaciale nella TV, mentre chi sta fuori, da degno figlio del tubo catodico, non osa porsi delle domande, non osa dubitare di quanto con sapiente maestria viene mostrato dal teleimbonitore di turno.

“Secondo indiscrezioni emerge che…”, è questa la frase che abbiamo sentito ad nauseam, e che continueremo a sentire perché viviamo in un mondo in cui non importa la veridicità della notizia, ma solo la sua appetibilità.
E qualunque cosa emerga, senza minimamente curarsi della fonte, chi sta fuori può avere l’impagabile lusso di ergerla a Verità Assoluta e inconfutabile Dogma, senza scomodarsi nelle verifiche, perché questo ennesimo “mostro” è solo in edizione limitata per l’estate del 2014 e lasciarselo sfuggire sarebbe un peccato imperdonabile.

Oscar Wilde fu processato per quello che all’epoca era un reato contro la morale, l’omosessualità: siamo avvezzi a ritenere che oggi queste aberrazioni non esistano più.

Nei Tribunali della Repubblica, forse.

Ma nei Tribunali popolari  che tanto solertemente ci offre la Dea TV, ancora si parla di presunti rapporti di filiazione “illegittimi”, terminologia di per sé rivoltante e che dovrebbe essere sostituita quanto prima con quella più neutra di “filiazione naturale”, che divengono carburante di processi sommari, in cui di morale non c’è nulla, ed al contrario c’è tanto ipocrita moralismo, cosa assai diversa e assai meno insigne per una civiltà che abbia a professarsi evoluta.

Cosa cambia tra un Tribunale della Repubblica e un Tribunale popolare?

A questa domanda si potrebbe rispondere forse con le eloquenti parole del Prof. Glauco Giostra, tratte da “Processo penale e mass media”:
“I momenti di intersezione tra processo penale e informazione si collocano su due piani distinti.
Possiamo intendere il loro rapporto nel senso di “informazione sul processo”, interrogandoci su quali siano gli effetti, le ripercussioni, le ricadute della cronaca giudiziaria sul processo.
I mezzi di comunicazione di massa, in quest’ottica, riferiscono ciò che la giustizia fa, la incalzano, la criticano o ne supportano l’azione.
Ed è sulle implicazioni del ruolo dei media, come veicolo amplificante del fenomeno giurisdizionale, che intendo soffermarmi.
Ma c’è anche un’altra chiave di lettura del tema, di cui non si può non far cenno: dall’informazione sul processo si passa al processo celebrato sui mezzi d’informazione.
Va sempre più prendendo piede, infatti, la tendenza a scimmiottare liturgie e terminologie della giustizia ordinaria, riproducendone alcune cadenze, alcuni passaggi procedurali, “pantografando” una sorta d’indagine giudiziaria per presentare all’opinione pubblica i risultati di questa messa in scena : un “aula mediatica” che si costituisce come foro alternativo.
[…]
Bisogna, però, cercare di tenere sempre ben distinti i due fenomeni, perché sono sostanzialmente diversissimi: il processo giurisdizionale ha un luogo deputato, il processomediatico nessun luogo; l’uno ha un itinerario scandito, l’altro nessun ordine; l’uno un tempo (finisce con il giudicato), l’altro nessun tempo; l’uno è celebrato da un organo professionalmente attrezzato, l’altro può essere “officiato” da chiunque.

Ma vi sono anche differenze meno evidenti e più profonde.
Il processo giurisdizionale seleziona i dati su cui fondare la decisione; il processo mediatico raccoglie in modo bulimico ogni conoscenza arrivi ad un microfono o ad una telecamera: non ci sono testi falsi, non ci sono domande suggestive, tutto può essere utilizzato per maturare un convincimento.
Il primo, intramato di regole di esclusione, è un ecosistema chiuso; il secondo invece è aperto, conoscendo soltanto regole d’inclusione; la logica dell’uno è una logica accusatoria, quella dell’altro, inquisitoria.
Nel primo ci sono criteri di valutazione, frutto della secolare sedimentazione delle regole di esperienza; nel secondo, invece, valgono l’intuizione, il buon senso, l’emotività.
L’uno obbedisce alla logica del probabile, l’altro a quella dell’apparenza. Nell’uno, la conoscenza è funzionale all’esercizio del potere punitivo da parte dell’organo costituzionalmente preposto; nell’altro, serve a propiziare, e spesso indurre, un convincimento collettivo sulle responsabilità di fatti penalmente rilevanti.
Nell’uno, il cittadino è consegnato al giudizio dei soggetti istituzionalmente deputati ad amministrare giustizia; nell’altro, alla esecrazione della “folla”mediatica.

È innegabile, tuttavia, che, nonostante queste differenze siderali, non sempre l’utente riesce a distinguere i due fenomeni, e a coglierne i diversi significati, le diverse garanzie e il diverso grado di affidabilità.
Ed anzi, quando li si pone a confronto, è la dimensione formale del
processo ordinario -e quindi del suo prodotto, la sentenza- a risultare spesso meno comprensibile e meno “vera”.
Si registra, cioè, una certa insofferenza per la giustizia istituzionale, intessuta di regole e di limiti a fronte del presunto accesso diretto alla verità, che sembra assicurato dall’avvicinamento di un microfono o di un obbiettivo alle fonti.
Liberata da ogni forma del procedere, quella fornita dai mass-media sembra l’unica verità immediata.
E con ciò si sconfina nell’ossimoro, trattandosi invece della verità mediata per definizione e per eccellenza.
L’insidiosa idea, sottesa a questo favor per il processo celebrato sui mezzi di informazione, è che il miglior giudice sia l’opinione pubblica. Questa idea ne evoca un’altra : il sogno della democrazia diretta, della gestione diretta della res publica da parte dei cittadini.
E forse appartiene alla medesima matrice culturale anche la congettura, circolata con immeritata fortuna ancora di recente in Italia, secondo cui un imputato votato dalla maggioranza dei cittadini è innocente per definizione o comunque non processabile, perché, se il popolo-giudice sceglie di farsi rappresentare da un certo soggetto, evidentemente l’ha giudicato penalmente irresponsabile.
Mi preme puntualizzare soltanto una cosa al riguardo: il processo reso nell’agorà mediatica, in cui il giudice è l’opinione pubblica, ha a che fare con la giustizia quanto un potere politico, che debba rispondere soltanto ai suoi elettori nei sondaggi, ha a che fare con la democrazia: cioè nulla, assolutamente nulla.”

Conclusioni scioccanti, quelle del Prof. Giostra, ma che non possono che essere pienamente condivise, anche e soprattutto alla luce di ciò a cui stiamo attualmente assistendo.

Ma c’è ancora di più.
Non solo parole, parole, parole, non solo parole orientate e garantismo inesistente, o se esistente così timido da esprimersi in un sussurrato “non per difendere Massimo Bossetti, ma…” (quasi l’apportare osservazioni utili alla difesa possa essere inteso come marchio d’infamia), ma anche silenzi che pesano come macigni.

Dice un vecchio proverbio che “il silenzio è d’oro”, e la saggezza popolare avverte: se abbiamo due orecchie ed una sola bocca è perché dovremmo ascoltare il doppio rispetto a quanto parliamo.

Inoltre, buon senso vuole che prima si taccia (facendo nel contempo le dovute riflessioni) e poi si parli.

E’ con immensa tristezza invece che si può osservare come i nostri media abbiano fatto l’esatto opposto: prima hanno vergognosamente straparlato, ed ora, vista la malaparata, le troppe incongruenze, i reperti piliferi che non corrispondono, l’assenza di tracce su auto e furgone, e complici magari anche le ferie con agosto alle porte, cala un altrettanto vergognoso silenzio stampa.

Ieri quasi tutti i telegiornali hanno evitato l’argomento.
Un’eccezione è arrivata dal TG5 serale, che però non ha fatto altro che parlare nuovamente e per ragioni francamente poco chiare dell’ultima perquisizione avvenuta ormai diversi giorni fa in casa di Massimo Bossetti.
Di tale perquisizione (costata il sequestro di figurine dei bimbi, un paio di scarponi da lavoro, un’aspirapolvere e perfino delle foto di famiglia e un biglietto di San Valentino) ho già parlato, ma essendo in argomento, vale la pena di sottolineare che proprio mentre scrivo questo articolo vengo a conoscenza del fatto che i difensori di Bossetti starebbero valutando l’ipotesi di impugnare il verbale della perquisizione di cui sopra in quanto non sarebbero stati avvertiti della perquisizione stessa, un fatto assai singolare, posto che la giurisprudenza è pacifica nel ritenere che la difesa debba essere avvertita nel caso di accertamenti non ripetibili, che per evidenti motivi di opportunità dovrebbero essere compiuti in contraddittorio.

Tutto questo, mentre un uomo da quarantadue giorni vive l’inferno della custodia cautelare in una cella d’isolamento, misura cautelare che personalmente, ed alla luce della legislazione in materia, trovo abnorme, in quanto trattasi di persona incensurata ed in assenza di una dimostrata tendenza alla reiterazione del reato, che quand’anche fosse stato da lui commesso non è stato reiterato per quattro anni.
Una perplessità, quella relativa alla custodia cautelare, che non sono l’unica ad avere espresso: avevo già segnalato ad esempio un interessante articolo a firma Marco Taradash su Il Garantista (vedi qui http://ilgarantista.it/2014/06/22/riforma-della-giustizia-subito-il-caso-yara-insegna/).

Sembra, insomma, di veder calare frettolosamente il sipario dopo l’osceno spettacolo al quale abbiamo assistito.
Uno “spettacolo” che non merita applausi, ma neppure fischi: non è degno neppure di questi ultimi.
Uno “spettacolo” che ha visto in prima linea giornalisti della carta stampata e salottieri che a mò di squali affamati si sono avventati addosso a quest’uomo senza remora alcuna, pronti a fargli le pulci e ad esaminare con piglio malsano perfino il più piccolo ed insignificante dettaglio della sua vita.
Così, ci si è lanciati perfino in tentativi di psicanalisi da bar dei link pubblicati sul suo profilo facebook, link ironici notoriamente preformati e condivisi dal 90% dell’utenza, che secondo il quotidiano Libero (del cui atteggiamento poco garantista in relazione a Bossetti ho già avuto modo di parlare estesamente nell’articolo Garantisti fino a tiratura contraria) in un articolo pubblicato in data 17 giugno divengono nientemeno che “barzellette sconce” atte a mettere in luce “lo stile di vita spesso volgare di Bossetti”.

libero

La trasmissione Chi l’ha visto? dal canto suo non ha mancato di renderci edotti del fatto che il Bossetti è un edonista narcisista perché frequenta un centro estetico.
Va da sé che, come tutti i narcisisti, il Bossetti sarà sicuramente un mostro crudele e insensibile al dolore altrui: pure Hitler, a ben pensarci, era affetto da disturbo narcisistico di personalità e tra l’altro, proprio come Bossetti, era animalista, quindi tutto torna, ed anzi è un vero peccato che il Bossetti optasse per il pizzetto piuttosto che per i baffi: chissà infatti quante altre sensate argomentazioni avrebbero potuto fornire i baffi!
E davanti a chi osasse far notare che la cosiddetta reductio ad Hitlerum è una nota fallacia logica completamente priva di senso, si potrebbe magari proporre qualche psicanalista da strapazzo, pronto ad informarci che il Bossetti, in fondo, ha sempre saputo della sua origine illegittima dentro di sé, e allora ha certo sviluppato un senso di rifiuto della società, la qual cosa lo ha evidentemente portato all’edonistica esaltazione di sé e all’aggressività riflessa contro il prossimo e gli indifesi.

Deve essere proprio per questo, in effetti, che in data 18 giugno vari organi di stampa riferirono la notizia dell’avvenuta comparazione tra il DNA di Massimo Bossetti e quello del suo padre legittimo Giovanni: comparazione che invece non risulta avvenuta dall’ordinanza del giorno successivo, nella quale ci si riserva di compiere l’accertamento in un non meglio precisato futuro.

Una comparazione verso la quale non si può che nutrire un certo interesse se si osservano le evidenti somiglianze tra i signori Massimo e Giovanni Bossetti per quanto riguarda bocca, mento e naso.

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Per coerenza devo dire (o meglio, ripetere) che personalmente sono sempre stata più propensa a pensare ad un trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto piuttosto che ad un errore nella comparazione magari attribuibile ad una confusione nell’abbinamento biunivoco campione/numero nella fase di prelievo dei 18.000 DNA, analogamente a quanto accadde nel 2012 con la signora Ester Arzuffi, la quale secondo l’ordinanza si sottopose volontariamente a prelievo di campione salivare.
[N.B. in merito alla possibilità del trasporto del DNA tramite l’arma del delitto vedi ad esempio gli articoli: Dalla parte del torto: la ricostruzione dell’ordine delle ferite potrebbe scagionare Massimo Bossetti?Il silenzio di un innocenteVengo anch’io! No, tu no – tra riscontri mancati sui peli e assenza di contraddittorio come tracollo della civiltàCiviltà l’è morta (e il DNA l’ha uccisa)Tutte le bugie di Massimo Bossetti… O su Massimo Bossetti?“Sbatti il mostro in prima pagina” (e non far notare le incongruenze) e Finché DNA non ci separi: il senso degli Italiani per il garantismo].

In effetti si tratta pur sempre di un test ripetuto in quattro laboratori, anche se a questo punto si potrebbe dire non meno significativamente che si tratta altresì di una traccia di DNA che fino a poco tempo fa veniva definita “quantitativamente scarsa e qualitativamente deteriorata”, ed ora è descritta dalle medesime fonti come “quantitativamente abbondante e di ottima qualità” (sull’inusitata “trasformazione” quantitativa e qualitativa della traccia vedi ad esempio la parte finale dell’articolo “L’onore ai tempi della galera: tra “prova regina” senza corona e distorsioni massmediatiche“).

A proposito di silenzi che seguono a parole avventate, dietro segnalazione di un gentile commentatore del blog, dal momento che sono ancora a piede libero e per nulla a corto di argomenti da spendere per Massimo Bossetti, a dispetto del mio evidente spirito “innocentista”, mi è inoltre giocoforza tornare a parlare di un dettaglio, finora trascurato, emerso dalla trasmissione Segreti e Delitti.

I miei quattro lettori, sempre attenti ai dettagli, ricorderanno senz’altro che nell’articolo Tutte le bugie di Massimo Bossetti… O su Massimo Bossetti? facevo riferimento alla notizia, che circolava in quei giorni, di un furgone bianco ripreso dalle telecamere di sorveglianza, intorno alle ore 18,00, nei pressi della palestra in cui si allenava Yara.

In particolare, usavo queste parole:

“Non sappiamo se il furgone di cui si parla sia o meno quello di Bossetti, ma vale la pena di richiamare almeno un elemento: il fatto che un furgone bianco sia passato da quelle parti alle ore 18,00, non dice molto, in quanto stando all’analisi delle celle telefoniche come descritta nell’ordinanza del GIP, il cellulare di Yara aggancia la cella telefonica di Ponte San Pietro, compatibile con la palestra, rispettivamente alle ore 18,25 ed alle ore 18,44.
E’ dunque lecito ipotizzare che alle ore 18,00 potesse anche non trovarsi in palestra, ed è ancor più lecito supporre che la sua scomparsa debba collocarsi ad un orario ben più tardo, posto che fino alle 18,44 non risulta, secondo le celle telefoniche, essersi spostata.

Del furgone in esame non si vede né la targa né il conducente (e per gli osservatori più maliziosi non si vede neppure il furgone, tanto è sfocato), ragion per cui cominciare subito a dar fiato alle trombe parlando di furgone di Bossetti è quantomeno azzardato.
Volendo ulteriormente sottilizzare, è necessario anche dire che il furgone non è stato ripreso “davanti alla palestra” come è stato detto dai media, se non altro perché le telecamere di sorveglianza del distributore guardavano verso l’interno dell’area di servizio per questioni di privacy.”

Quando affrontai l’argomento, mi riferivo in particolare a quanto era emerso in una puntata di Estate in Diretta: ancora non sapevo, infatti, che il filmato in questione era stato mostrato anche da Segreti e Delitti nella puntata andata in onda in data 2 luglio.

Quanto avvenuto nella suddetta puntata e nelle successive è stato in effetti così interessante che vale la pena di riportarlo paro paro: orbene, nella puntata andata in onda in data 2 luglio, è stato mostrato il “famoso” filmato che, a dire della grancassa, avrebbe ripreso il passaggio del furgone di Bossetti.

Prima di creare inutili aspettative nei miei lettori, è bene sottolineare immediatamente che la “schiacciante” ripresa delle telecamere di sorveglianza è nulla più che questa non meglio identificata macchia di colore mostrante un furgone assolutamente indistinguibile nella propria singolarità.

furgone

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Dopo aver osservato un simile “indizio” non ci si può che augurare che si tratti di un tardivo pesce d’aprile e che un filmato così palesemente insignificante non approdi mai nell’aula di un Tribunale della Repubblica.

In ogni caso, tornando alla puntata del due luglio di Segreti e Delitti, il Dott. Ezio Denti, noto criminologo presente in studio, faceva notare come i fendinebbia del furgone ripreso dalle telecamere non fossero assolutamente compatibili con il modello del furgone di Bossetti (il furgone di Bossetti è un Iveco Daily di seconda mano del 1999, mentre la legge che ha reso obbligatori fari di quel tipo sui nuovi modelli è entrata in vigore nel 2006).
La linea difensiva del conduttore Gianluigi Nuzzi è stata che sul libretto risulta essere annotata una “modifica strutturale” alla carrozzeria, a suo dire certamente volta all’installazione di quella tipologia di fendinebbia.

Ciò che, ahimè, sembra sfuggire, è che il documento della motorizzazione oltre alla “variazione della carrozzeria” riporta chiaramente anche una data, cerchiata in rosso da me: 02/09/2003, ossia precedente di ben tre anni rispetto all’entrata in vigore di quel tipo di fari.
documentomotorizzazione

Certo, sono sicura che Bossetti abbia in realtà aperto un varco spazio-temporale per effettuare la modifica tre anni prima, peccato però che si debba anche aggiungere che una eventuale modifica di quel tipo non richiede omologazione.

In ogni caso, il Dott.Ezio Denti, che per una singolare coincidenza successivamente alla summenzionata puntata non è più stato invitato in trasmissione, ha anche spiegato egregiamente che i fari del furgone di Bossetti emettono una luce di colore giallo e non bianca come quella che si vede nel video e nei fotogrammi dello stesso, che in tutta la loro poca chiarezza, almeno sul colore non lasciano dubbio alcuno.

Merita poi menzione l’allucinante epiteto attribuito a Bossetti.
E a nulla vale ricordare che gli antichi dicevano saggiamente che “verba volant, scripta manent”, in quanto nel caso in esame l’epiteto è proprio scritto, e lo riporto a memoria dei posteri.

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L’uomo nero.

Come in una terrificante (e di cattivo gusto) fiaba per adulti, purtroppo priva di lieto fine, e soprattutto priva del valore educativo che generalmente si attribuisce alle fiabe, tanto più che le frasi “(…) in tal senso il corretto giornalismo investigativo trova i suoi limiti nella veridicità e correttezza delle informazioni e delle opinioni, ed è incompatibile con qualsiasi campagna giornalistica realizzata sulla base di prese di posizioni precostituite (…) e “i giornalisti, nelle informazioni fornite e nelle opinioni formulate, sono tenuti al rispetto della presunzione d’innocenza, segnatamente nei casi ancora sub judice, evitando di formulare verdetti” non sono la barzelletta del giorno, ma rispettivamente i punti 21 e 22 del codice deontologico generale della professione di giornalista.

Ma soprattutto è interessante notare che nell’ultima puntata di Segreti e Delitti, andata in onda in data 18 luglio, è stato nuovamente mostrato il furgone sequestrato di Bossetti, che evidentemente è sprovvisto dei fendinebbia superiori quali mostrati dal video delle telecamere di sorveglianza preso in esame nella puntata del 2 luglio, un particolare sul quale è però calato un religioso, nonché tardivo, silenzio.

furgone-bossetti.

Ma per eccesso di zelo, inserisco anche alcuni ingrandimenti, che non lasciano spazio a nessun dubbio:

furgone-b

fb

furgone_massimo_bossetti

Se poi emerge che su tale furgone non risultano essere state trovate ad oggi tracce riconducibili alla piccola Yara, nonostante l’accertamento sia stato effettuato con il Luminol, che notoriamente è in grado di individuare eventuali tracce anche a distanza di anni e dopo accurati lavaggi, è chiaro che il dubbio di aver preso una brutta cantonata, per la quale basterebbe chiedere umilmente perdono ad un uomo e alla sua famiglia (scuse che non basterebbero certo a risarcire il dolore causato, ma almeno potrebbero in qualche modo porvi termine), non può e non deve neppure sfiorarci.

Ce ne dà prova il settimanale Giallo (lo stesso che la settimana prima riportò erroneamente e a differenza di tutte le altre fonti di informazione che i colleghi di Bossetti avrebbero smentito il suo soffrire di epistassi, la qual cosa è stata invece confermata), che non manca di avvisare gli accorti lettori, sin dalla copertina, che evidentemente il Bossetti ha, sfidando il Luminol, eliminato le tracce, magari -perché no- cambiando i sedili: una modifica, questa, che però non trova alcuna conferma, e che dunque deve essere stata fatta in nero, la qual cosa conferisce un ulteriore aspetto scabroso (e come al solito non verificabile) sul quale favoleggiare.

giallo

Mentre non posso che pormi la domanda, tra il serio e il faceto, se quando verrà ufficialmente depositata la perizia sui reperti piliferi, che pare proprio non corrispondano a quelli Bossetti, qualche giornalista nostrano possa ipotizzare che il Bossetti sia fuggito nottetempo dalla sua cella d’isolamento della Casa Circondariale di Bergamo per recarsi al laboratorio di Pavia e sostituire i propri peli con quelli di qualcun altro, per poi far ritorno in carcere prima dell’alba fischiettando con nonchalance, mi chiedo, e stavolta con seria amarezza, se la soluzione al dilemma non stia proprio in quelle due parole viste sopra: l’uomo nero.

Il bisogno dello spauracchio, dell’archetipo del malvagio che da sempre ci accompagna: ammettere con noi stessi di non averlo in pugno sarebbe forse un colpo troppo duro da sopportare.

E allora meglio non pensarci troppo: l’uomo nero c’è, e come disse il nostro ministro dell’interno è stato individuato.

Certo, come ho già scritto parecchie volte quel tweet fu davvero deprecabile, sintomo di un tracollo di civiltà e di una preoccupante commistione tra potere politico e giudiziario, e come ebbe a dire il compianto Piero Calamandrei “quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra”, ma se è alla sostanza che bisogna guardare, allora l’importante è aver finalmente individuato l’uomo nero e non metterne in dubbio, neanche per un attimo, la colpevolezza.

Ma c’è qualcuno, e mi pregio di appartenere alla categoria, che non vuole l’uomo nero, ma la Verità.

E se dopo aver dato in pasto quest’uomo a squali affamati, cani rabbiosi ed avvoltoi dovesse sorgere qualche dubbio, calino pure i sipari e si ponga fine allo show con un silenzio che non è più d’oro, ma corrisponde solo all’onta di un’incorreggibile ipocrisia: io resterò qui a cercare, analizzare, pormi delle domande.

E lo farò senza alcun tornaconto e pur essendo estranea alla vita di quest’uomo e della sua famiglia, perché come disse Gramsci è l’indifferenza il peso morto della Storia, ed io voglio sentirmi viva, anche in una società nella quale, stante l’attuale situazione, sono orgogliosa di non riconoscermi.

Alessandra Pilloni

Vengo anch’io! No, tu no – tra riscontri mancati sui peli e assenza di contraddittorio come tracollo della civiltà

Sbagliare per un pelo

nuzzi2

Correva la data 28 giugno 2014, quando mi veniva comunicato nel tardo pomeriggio, che il giornalista e conduttore televisivo Gianluigi Nuzzi annunciava nel proprio profilo facebook (vedi schermata) che nella puntata di Segreti e Delitti in onda quella sera il pubblico avrebbe ascoltato in anteprima una clamorosa notizia: non vi era solo il DNA a carico di Massimo Bossetti, ma erano stati rinvenuti dei peli dello stesso Bossetti, e la notizia sarebbe stata data nientemeno che da tale Prof. Buzzi, che “collabora con gli inquirenti di Bergamo”.

La notizia veniva smentita seccamente, a partire dall’Eco di Bergamo, un’ora prima che la trasmissione andasse in onda, da colui che stava svolgendo le analisi sui peli stessi, Dott. Carlo Previderé: cionondimeno, si sceglieva di sorvolare bellamente sulla smentita, che pure non lasciava adito a dubbi di nessun tipo tanto era categorica, e di mandare comunque in onda la notizia già smentita in prima serata.

Tutto ciò, nonostante nello stesso giorno fosse venuto fuori perfino che il Prof. Buzzi non aveva ricevuto un incarico diretto dalla Procura di Bergamo né conduceva le analisi, che venivano invece condotte dall’autore della secca smentita Dott. Previderé.

buzzi Smentita del Dott. Previderé sull’Eco di Bergamo, 28 giugno

Quando facevo notare la cosa a Nuzzi, evidenziando tra l’altro la sconfortante assenza di contraddittorio nella puntata della trasmissione, questi mi tacciava in un suo commento di “palese malafede”, assicurandomi che prima o poi, quando la notizia sarebbe stata confermata, avrei dovuto fare “pubblica ammenda”, e quando qualche giorno dopo lo informavo dell’indiscrezione pubblicata su La Stampa secondo la quale non vi era coincidenza alcuna tra i peli, faceva ancora di più, e dopo avermi reso edotta del fatto che l’indiscrezione della Stampa non aveva alcun valore, con buona pace del contraddittorio tanto caro agli ordinamenti democratici, mi bloccava.

Schermata-2014-07-04-alle-12.41.23-700x400 Schermata dell’articolo pubblicato su La Stampa in data 4 luglio 2014 con l’indiscrezione “senza valore”.

In effetti, un’indiscrezione in sé potrebbe essere priva di valore, anche se non si capisce perché dovrebbe esserlo solo quando la fonte è La Stampa e non quando è Segreti e Delitti.
Sorvolando su questo strano dettaglio, comunque, la questione potrebbe chiudersi qui, se non fosse che proprio ieri gli organi di stampa hanno finalmente la dato la notizia secondo la quale è ufficialmente emerso in un vertice tra pm e consulenti dell’Università di Pavia che i peli non sono di Bossetti (vedi ad esempio qui: http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_19/yara-peli-trovati-indumenti-non-bossetti-ignoti-da217a92-0f25-11e4-a021-a738f627e91c.shtml).

Tra l’altro, la comparazione è stata fatta, per forza di cose (vedi articolo), sulla linea materna, e dal momento che, come già gli antichi Romani avevano ben chiaro, “mater semper certa est”, nel caso di specie viene meno ogni appiglio di critica.

bl

 

Da Blitz Quotidiano (http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/massimo-giuseppe-bossetti-genetista-chiede-tempo-per-perizia-dna-peli-su-yara-1930997/) proviene un resoconto più dettagliato:

L’Eco di Bergamo scrive:

“Il genetista dell’Università degli Studi di Pavia è stato venerdì mattina in procura per un colloquio informale con il magistrato: le analisi, si è appreso, sono concluse e hanno già escluso che ci fossero peli di Massimo Bossetti fra quelli analizzati. Si tratta di circa 200 tracce pilifere repertate dagli inquirenti sugli indumenti della ragazzina di Brembate Sopra: tra questi ci sono sia peli animali che umani”.

Le analisi richiedono molto tempo, ma il dubbio è che dalle tracce fino ad adesso gli inquirenti non siano riusciti a trovare il Dna di Bossetti:

“l’esito non è ancora noto e non si sa se da quei peli sia stato isolato del Dna utile al fine delle indagini, ma un elemento è certo: fra questi non ci sono quelli di «Ignoto 1», cioè del muratore di Mapello. La perizia è stata ultimata ma il genetista avrebbe chiesto altro tempo per metterla nero su bianco. Evidentemente Previderè nella visita ha anticipato a voce al pm l’esito della consulenza, che non avrebbe portato a clamorose scoperte”.

Senza scomodare San Gennaro: richiami scientifici sulla liquefazione del sangue rappreso

In attesa di vedere se qualcuno (e non io) farà ora pubblica ammenda come di dovere, dai reperti piliferi mi è giocoforza tornare su alcune questioni relative alla traccia di DNA.
Quando ho deciso di aprire questo blog, ho giurato a me stessa che avrei in ogni modo evitato di scadere nella banalità di illazioni e notizie non confermate, quand’anche appetibili, e soprattutto ho giurato a me stessa di prestare grande attenzione all’attendibilità di quanto diffuso da queste pagine: è proprio questo, ad esempio, il motivo per cui nel parlare dell’ipotesi del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, non mi sono limitata a riportare una mia opinione, ma ho richiamato a più riprese le parole della Dott.ssa Marina Baldi, genetista d’esperienza proprio nell’ambito forense.

Per chi non avesse letto i precedenti articoli, mi permetto di richiamare il fatto che la Dott.ssa Marina Baldi, presente come ospite a Estate in Diretta in data 11 luglio, ha spiegato che stando alle conoscenze del caso in esame ad oggi disponibili (che riferiscono di un’unica traccia, presumibilmente ematica, di Ignoto1), un trasporto del DNA tramite l’arma del delitto è scientificamente possibile ed ha inoltre sottolineato come la contestazione circa il fatto che il sangue eventualmente presente sull’arma del delitto sarebbe stato secco, ha poco senso poiché il sangue secco, venendo a contatto con del sangue fresco (della vittima) andrebbe incontro a liquefazione.

La Dott.ssa Baldi non è un pinco pallino qualsiasi, ma è una biologa e specialista in Genetica Medica, fondatrice della società “Consultorio di Genetica” e da oltre 10 anni, dopo relativa formazione professionale, dedita alla ricerca dell’aspetto forense della genetica presso il Laboratorio Genoma, per il quale è responsabile della sezione di Genetica Forense.

E’ chiaro dunque che far vedere in TV, come avvenuto nell’ultima puntata di Segreti e Delitti, una cazzuola sulla quale è stata fatta asciugare una macchia blu di non meglio specificata natura, a simulare del sangue rappreso, e strofinarci sopra una pezzuolina per mostrare al pubblico che in tal modo la macchia non viene via, non è una dimostrazione chiarificatrice: può andar bene, forse, per dimostrare la difficoltà del “sangue” coagulato a staccarsi da una lama attraverso sfregamento, ma non prova sicuramente l’impossibilità di liquefazione del sangue rappreso a contatto con del sangue fresco.

Per amor di verità, bisogna dire che la dimostrazione era proprio tesa a dimostrare che il sangue coagulato non potesse staccarsi dalla lama: il problema è che il punto, come giustamente evidenziato dalla Dott.ssa Baldi, è invece la possibilità, scientificamente data e di un’ovvietà che sfiora il banale, che del sangue eventualmente presente sull’arma del delitto si sia liquefatto venendo a contatto con del sangue fresco nel contesto dell’aggressione alla vittima.

Un aspetto, questo, che non può essere trascurato con il semplice fatto di sorvolarvi bellamente, né tantomeno escluso, stante la sua plausibilità scientifica.
Qui non si sta parlando di ipotesi peregrine né della liquefazione del sangue di San Gennaro, ma si sta semplicemente ponendo l’accento su un banalissimo processo di liquefazione di sangue rappreso che entri in contatto con del sangue fresco.
Se poi il miracolo di San Gennaro dovesse sopraggiungere, mi auguro che possa contribuire ad illuminare una nutrita schiera di giornalisti italiani: un’impresa, questa, per la quale un miracolo sembra sempre più necessario.

Se mi ostino a riportare le parole della Dott.ssa Baldi, è perché io non amo ergermi a genetista o sfoggiare competenze non mie.
La mia formazione è giuridica, e per parlare di scienza devo pertanto ricorrere alla citazione di soggetti qualificati.
Posso tuttavia evitare di ricorrervi nel momento in cui l’asse del discorso si sposta dalla scienza al diritto.

C’erano una volta i presunti innocenti

Nell’ondata di disinformazione alla quale abbiamo assistito e tuttora stiamo assistendo, mi è capitato di sentire più riprese affermazioni come “Bossetti dovrà spiegare che/come/quando/dove/perché…” e così via.

Nella stessa puntata di Segreti e Delitti, dopo l’intervento della Pivetti che ipotizzava una casualità, il conduttore Gianluigi Nuzzi ha affermato che tali casualità Bossetti “dovrà dimostrarle una ad una”.

Un’affermazione di questo tipo, all’apparenza può sembrare innocua, ma tale non è: per quanto possa essere fatta in buona fede, si tratta infatti di un’affermazione che non rispecchia i principi del nostro ordinamento, e che se li rispecchiasse sarebbe gravida di conseguenze molto pericolose per lo stato di diritto.
Una nozione di questo tipo, per intenderci, è l’anticamera di uno stato di polizia.

Massimo Bossetti, secondo i principi agonizzanti del nostro ordinamento, non dovrebbe in linea teorica dimostrare nulla, perché l’onere della prova incombe sull’accusa.

La presunzione di innocenza è un principio del diritto penale secondo il quale un imputato è considerato non colpevole sino a condanna definitiva, ossia sino all’esito del terzo grado di giudizio emesso dalla Corte Suprema di Cassazione.
L’onere della prova spetta alla pubblica accusa, rappresentata nel processo penale dal Pubblico Ministero. Non è quindi l’imputato a dover dimostrare la sua innocenza, ma è compito degli accusatori dimostrarne la colpa.

Questo principio non è, almeno nell’ordinamento italiano, una mera ripresa dell’ “affirmanti incumbit probatio” (“la prova spetta a chi afferma”), in quanto viene tenuto conto anche del tipo di affermazione: se si tratta di un’accusa, è valido il principio latino suddetto, mentre se si tratta di un’affermazione di innocenza si presume vera fino a prova contraria, in virtù del dovere di solidarietà sociale e della funzione della Repubblica di riconoscere i diritti individuali (Cost. art. 2 e 3), e anche qualora venga provata la falsità, si presume la buona fede per gli stessi principi costituzionali.

Vale la pena di ricordare che il principio dell’onere della prova incombente sull’accusa non è un portato moderno, ma un principio di civiltà che vanta antichi e nobili natali: già nel Corpus Iuris Civilis era infatti attestato il principio in base al quale “l’accusatore, dichiarando di non poter provare ciò che afferma, non può obbligare il colpevole a mostrare il contrario, perché, per la natura delle cose, non c’è nessun obbligo di prova per colui che nega il fatto”.

Se ad imporre che l’onere della prova incomba sull’accusa è una regola di rango costituzionale (art. 27), in armonia con questo principio il codice di procedura penale del 1988 ha fissato le regole probatorie in modo tale da dare rilevanza anche al dubbio, stabilendo (art. 530 c.p.p.) che in esito al giudizio va pronunciata sentenza assolutoria non solo se vi è prova che “il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso, il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero se il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile per un’altra ragione”  ma anche quando sugli stessi elementi del reato vi è il dubbio perché la prova “manca, è insufficiente o è contraddittoria”.

Questo significa che non dovrebbe essere (in linea teorica) Massimo Bossetti a spiegare perché una traccia del suo DNA sia stata isolata sui leggings della povera Yara, ma dovrebbe essere l’accusa a spiegare perché, sulla base di quella traccia, Massimo Bossetti è colpevole dell’omicidio “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

In linea altrettanto teorica, questo significa nel caso di specie che dovrebbe essere l’accusa a dimostrare che:
al di là di ogni ragionevole dubbio (che non potrà che essere sciolto davvero ripetendo il test a partire dalla traccia originale sui leggings e in contraddittorio con i periti della difesa) Bossetti è Ignoto1.

-qualora Bossetti sia Ignoto1 (stante la prova di cui sopra) si dovrà ulteriormente provare che al di là di ogni ragionevole dubbio quella traccia di DNA non può essere frutto di trasporto casuale attraverso l’arma del delitto.

Quest’ultima affermazione implica come corollario che si debba ulteriormente dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che:

1-il fatto che la traccia presumibilmente ematica ricondotta a Bossetti sia esito di una ferita di Bossetti procuratasi in una colluttazione tra lo stesso e la vittima nonostante l’esame autoptico non abbia evidenziato alcuna lesione da difesa sul corpo della vittima (dall’ordinanza del GIP: “Dalla relazione agli atti emerge quanto segue (…) Non sono presenti lesioni tipicamente da difesa.”).

2-la ferita nella quale è stato isolato il DNA di Bossetti è stata l’ultima ferita e che il sangue sia finito sul coltello proprio con l’ultimo colpo inferto, in quanto in caso contrario analoghe tracce di DNA sarebbero state isolate anche nelle altre ferite, cosa che non è avvenuta.

C’erano una volta i presunti innocenti, non ce ne saranno più.
Ed è per lavare l’onta di non essere più in grado di tributare il dovuto rispetto a chi si proclama innocente, che dei “mostri” tanto facilmente condotti alla sbarra dei saloni televisivi ne facciamo feticcio, dipingendoli sui giornali in modo così gretto, così ridicolo, così banalmente pacchiano.

Perché la meschinità è così forte in noi da renderci capaci di condannare un uomo per procura, semplicemente con il nostro assoluto silenzio e la nostra attenzione morbosa all’evolversi del processo mediatico, lavandoci le mani di tutto il resto, perché a forza di non essere più avvezzi al ragionamento autonomo, se c’è da riflettere preferiamo dare in appalto la riflessione.

E allora non importa, non importa nulla se i colleghi di Bossetti confermano che soffrisse di epistassi ed il settimanale Giallo riporta l’esatto opposto a caratteri cubitali in copertina, contraddicendo tutte le restanti fonti di informazione, per giunta aggiungendo un risibile “Vacilla l’alibi di Massimo Bossetti”, come se al suo alibi o ad una qualsiasi forma di tesi difensiva la testata in questione avesse in precedenza dedicato spazio.
Interessante notare anche come l’immagine in copertina sia evidentemente un fotomontaggio.

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E non importa, in fondo, neppure se a Segreti e Delitti viene mostrato il fotogramma di un uomo con i capelli visibilmente scuri e con un fisico chiaramente diverso, spacciandolo per Massimo Bossetti alle spalle della giornalista Gabriella Simoni nella data del ritrovamento del corpo della povera Yara Gambirasio.

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Sul perché poi l’assassino avrebbe dovuto avere un qualche interesse a farsi riprendere in piedi dietro una telecronista, è del tutto impossibile pronunciarsi, o si rischierebbe di cadere in un’escalation di assurdità senza pari.

E’ sempre troppo semplice sentirsi vittime di qualcuno, ma quando poi, con un po’ di autoanalisi, ci si scopre piuttosto dei veri e propri carnefici ci si resta malissimo, e allora ci si lava le mani e si cerca di andare avanti come se nulla fosse, in un mondo in cui la memoria dei vari Zornitta, Busco, Tortora, Girolimoni, non è altro che un dovere ipocrita e vuoto, una memoria che nella sua vacuità è solo un encefalogramma piatto, in cui tutti quei nomi, fatti poltiglia dalla macelleria mediatica, diventano tutti uguali ed ugualmente inutili.

Ma ancora una volta andiamo avanti senza curarcene troppo, perché l’Italia, lo sappiamo bene, è terra di santi, eroi e soprattutto di giudici autoproclamati.

Una buona metà degli Italiani, da un mese a questa parte, pare abbia scoperto di essere giudice a sua insaputa.

Tra i dibattiti di forcaioli della prima ora e saccenti moralizzatori di ogni risma, vi sarà certamente capitato di notare come l’accanimento popolare ha finito per volgersi perfino nei confronti di persone sulle quali non è in corso alcun tipo di indagine; mi riferisco in particolare alla signora Ester Arzuffi, che è stata fatta oggetto delle più gravi illazioni.

Avrete letto anche voi, magari sui social network, commenti vergognosi del tipo “dovrebbero punire anche la madre (di Bossetti, ndr) per favoreggiamento!!”.

Commenti che lasciano francamente allibiti, e soprattutto che mostrano un’ignoranza che definire abissale è poco: non solo perché si tratta di illazioni campate in aria, ma anche perché quand’anche davvero vi fosse stato favoreggiamento (e fosse provato e/o provabile, cosa che non è) il favoreggiamento personale di un prossimo congiunto, secondo il diritto penale italiano, non è punibile, in quanto subentra la relativa scusante (art. 384 c.p. “nei casi previsti dagli articoli  (…) non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore”).

Cito l’art. 384 c.p. non perché necessario al caso di specie, non essendovi ovviamente stata alcuna forma di favoreggiamento, ma per mostrare platealmente come questa saccenza forcaiola aberrante stia diventando una vera piaga ai danni di comuni cittadini giudicati da persone prive di ogni competenza alle quali purtroppo si consente di diffamare (perché qui non si tratta di semplici opinioni) in libertà sul web, creando del torbido ed ingenerando confusione in altre persone che leggono, magari in buona fede, senza avere le conoscenze giuridiche adatte a recepire l’assurdità di certe esternazioni.

Ieri è stato diffuso sulla pagina facebook di firmiamo.it il link con la mia petizione tesa a sensibilizzare l’Ordine dei Giornalisti sul problema dell’accanimento mediatico ai danni di un uomo incensurato e attualmente indiziato per un delitto al quale si dichiara del tutto estraneo: il link ha portato un bel po’ di firme e credo ne porterà ancora parecchie; tuttavia mi ha portato anche un bel po’ di insulti cretini e puerili tra i commenti sulla pagina, nonché il signorile augurio di “provare il dolore di tutte le vite spezzate in questo paese fondato sull’ingiustizia che tutela solo chi fa il pezzo di merda e dimentica le vittime”.

Ecco, vorrei ringraziare pubblicamente anche da qui chi mi ha rivolto questo augurio: perché la miseria d’animo che vi si legge è per me sprone per andare avanti, in quanto mostra l’inciviltà dei troppi novelli autoproclamatisi giudici che senza neppure leggere la petizione (o avrebbero visto il richiamo alla solidarietà verso la famiglia Gambirasio, della quale ho sentitamente elogiato l’atteggiamento di rara umanità e correttezza) sputano sentenze su chiunque semplicemente non la pensi come loro.

Un’altra gentile lettrice mi ha fatto notare che mi sarei beccata più insulti che complimenti, senza probabilmente arrivare a capire il nocciolo della questione, ossia che di ricevere complimenti (o insulti che siano) in tutta sincerità non me ne può fregar di meno.

Forse qualcuno ha ben pensato, nel suo sacro fervore colpevolista, di essere in qualche modo legittimato a sentenziare in modo affrettato, dimentico di ogni principio sul quale si basa il nostro ordinamento.

Si è però verificato quel pernicioso fenomeno che si suol denominare “fare i conti senza l’oste”, giacché non era stato messo in conto che qualcuno avrebbe potuto levare la propria voce, non per chissà quale interesse nascosto o perché plagiato dagli occhi cerulei del Bossetti, ma per semplice aderenza a quei principi fondamentali dello stato di diritto che -per fortuna!- qualcuno sente ancora come propri.

Sarà tutto tempo perso, dunque, sporcare queste pagine di inutili faide con chi, dall’alto della propria saccenza, ha già sentenziato.
Per tali novelli santi, eroi e giudici, avvezzi a coprire l’onta della propria inciviltà con proclami falsamente moralisti, infatti, non resta che un piccolo spazio nel peggiore degli Inferi: il girone dell’oblio cui destinare ogni triste comparsa che fa della povertà interiore il proprio unico appiglio.

Alessandra Pilloni

NUOVO ORIENTAMENTO DI PENSIERO ALLA LUCE DELL’EVIDENZA VOLTO A RIDIMENSIONARE GLI ERRORI GIUDIZIARI NEGLI U.S.A.

Nota: un nuovo articolo di Laura, membro del gruppo facebook “Giustizia e verità: no all’accanimento mediatico contro Massimo Bossetti”.
Ancora una volta, nel proporvi l’elaborato, non posso che ringraziare Laura per il suo apprezzatissimo impegno.

La pena di morte negli Stati Uniti d’America è un argomento molto controverso e dibattuto. Gli Stati Uniti d’America sono attualmente uno dei 76 stati del mondo in cui è prevista l’applicazione della pena capitale, mentre in 120 altri stati tale pena è stata abolita.

Senza stare a dilungarmi troppo sulla diversa Giurisprudenza, figlia delle circostanze in cui nascono gli Stati Uniti, (situazione geopolitica diversa, molteplici etnie e necessità di stabilizzazione di una nazione relativamente giovane ) vorrei spostare l’attenzione del lettore, in questo gruppo che nasce per difendere la presunzione d’innocenza, su un Fatto: il coraggio e la rettitudine morale di un gruppo di persone “illuminate” le quali, seguendo il pensiero e le osservazioni mosse dal Governatore repubblicano Ryan sulla “leggerezza” di alcune condanne a morte, sono riuscite a modificare un sistema che si era rivelato fallace.

Precisando a priori che sono personalmente contraria alla pena capitale, il mio unico scopo qui è narrare un fatto storico, nemmeno troppo lontano nel tempo.

I seguenti contenuti sono stati estrapolati  Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La commissione Ryan

Nel 2000, nello Stato dell’Illinois, i risultati di una serie di test del DNA rivelarono che in quello Stato era stata commessa una grande quantità di errori giudiziari che avevano portato alla condanna a morte di innocenti. Il Governatore dell’Illinois, il repubblicano George Ryan, da sempre noto sostenitore della pena capitale, influenzato dai risultati dei test, proclamò una moratoria a tempo indeterminato sulle esecuzioni e nominò una commissione alla quale veniva chiesto di riflettere sul tema della pena capitale e di trovare, se esistevano, riforme che potessero renderla più giusta ed equa. I membri della commissione erano tutti esperti giuristi o avvocati e rappresentavano le varie opinioni e tendenze politiche. Tra di loro lo scrittore e avvocato Scott Turow che ha scritto un libro, divenuto bestseller anche in Italia, nel quale esprime le sue considerazioni conclusive a seguito di questa importante esperienza. La commissione, dopo due anni di ricerche e analisi, stabilì che era necessario ridurre il campo di applicazione della pena, limitando il numero dei casi e sottraendo all’esecuzione le persone ritenute malate di mente. Il governatore Ryan, il giorno prima di lasciare l’incarico, nel 2002, liberò dal braccio della morte 164 condannati e diventò un detrattore della forca. La storica decisione di Ryan portò governatori di altri stati, come la Carolina del Nord, a dichiarare una moratoria e, in alcuni casi (New Jersey), alla totale abolizione.

Il rapporto conclusivo della commissione Ryan

Nell’aprile del 2002 la Commissione governativa dell’Illinois presentò il suo rapporto conclusivo. La grande maggioranza delle proposte della Commissione fu approvata all’unanimità e anche i membri della commissione che si erano rivelati in disaccordo su alcuni punti concordavano sul fatto che in quello Stato, dal 1977 al 2002, erano state applicate troppe esecuzioni (e in particolare erano stati messi a morte troppi innocenti). Tutti i componenti della Commissione concordavano sul fatto che fosse necessaria una grande riforma del sistema giudiziario se si voleva continuare ad utilizzare la pena capitale per alcuni reati e che fossero necessari più finanziamenti pubblici per migliorare la qualità delle indagini e degli addetti all’analisi delle prove. Altre proposte significative: tutti gli interrogatori dei sospettati colpevoli di reati gravi devono essere filmati e le dichiarazioni fatte negli uffici di polizia devono essere registrate, per essere accettabili durante il processo;

Il fatto che portò l’allora Governatore dell’Illinois George Ryan a definire il sistema giudiziario di quello stato “pieno di errori” e a proclamare la moratoria fu l’inquietante statistica che dimostrava che quasi metà delle persone condannate a morte nell’Illinois si erano rivelate successivamente non colpevoli o colpevoli di un reato diverso da quello per il quale erano state processate e giudicate. In altri termini lo stato governato da Ryan aveva giustiziato o stava per giustiziare degli innocenti. Nel 1999 il Chicago Tribune pubblicò diversi articoli riguardanti casi di gravi errori giudiziari in Illinois che avevano portato molte giurie, in buona o cattiva fede, a condannare a morte imputati sulla base di prove rivelatesi false o non attinenti. Il problema della condanna a morte di innocenti riguarda tutti gli Stati dell’Unione favorevoli alla pena capitale.

Molti sostenitori definiscono il prezzo da pagare in caso di errori “accettabile”, altri inorridiscono ma definiscono comunque la pena di morte una necessità statale alla quale non si può rinunciare. L’utilizzo, iniziato a partire dalla metà degli anni Novanta del Novecento, del test del DNA ha dimostrato l’esistenza di diciotto casi di innocenti condannati a morte. Il risultato di questi test ha aiutato gli oppositori della pena capitale a mostrare le prove del fallimento di questa pratica. I favorevoli, però, sostengono che il test rappresenta, anzi, un argomento di sostegno alla pena di morte, in quanto dimostra con sicurezza il legame che c’è tra la vittima e l’imputato colpevole.

A partire dall’anno 2004 il sostegno dell’opinione pubblica alla pena di morte è diminuito in maniera netta (dall’80% al 60%); è diminuito conseguentemente anche il numero di esecuzioni e di condanne, e il numero di reati punibili con la pena capitale è stato limitato dal Congresso ai crimini più gravi. Negli stati del New Jersey e del Nuovo Messico la pena di morte è stata abolita o sospesa a tempo indeterminato. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha restrinto il campo dei reati punibili con la pena capitale, sottraendo i minorenni e i ritardati mentali alla forca. Questo grande cambiamento è stato dato dalle polemiche e dagli scandali seguiti all’utilizzo dei test del DNA, che hanno provato l’esistenza di un numero enorme di innocenti condannati a morte (e in molti casi la condanna è stata eseguita).

Torniamo in Italia ai giorni nostri. Vi chiederete che attinenza abbia quello che ho sopra riportato con lo “spinoso”  argomento della (a parere di chi scrive, ingiusta) carcerazione e la “crocifissione” mediatica del sig. Massimo Bossetti “prigioniero” del pregiudizio da oltre un mese e “inchiodato” da una dubbia traccia di DNA.

Vuole essere un metro di confronto tra la maturità intellettuale, etica e morale di due nazioni. La prima è una Nazione giovane, gli U.S.A. (e preciso non sono una filoamericana a tutti i costi) che contestualmente alla sua nascita già si macchiava di gravissime colpe, spesso calpestando i diritti umani,  la quale è riuscita comunque a fare un passo indietro e a rivedere alcune sue posizioni, come sopra illustrato con la commissione Ryan, per amore della Giustizia, opponendosi con una Riforma alla fallacità della prova del DNA che aveva portato a numerose, irreversibili e  tragiche  condanne alla Pena Capitale.

La seconda è la nostra Italia che pur vantando antichi e nobili natali e pur avendone dati a sua volta a menti brillanti, è precipitata in quello che io chiamo tristemente il Neo-MedioEvo. Quella che in passato fu la culla della civiltà, patria di illuminati, scienziati e artisti è ora una non propria definita Nazione composta di gruppi e sottogruppi di stanziali, senza vincoli tra loro che occupano la stessa porzione di territorio e, non appartenendo ad una Società civile ed organizzata, oltre che andare a caccia, coltivare la terra e venerare la Dea TV, amministrano la giustizia così come suggerito dai Profeti (piccolo gruppo di personaggi che, protetti da uno schermo, dettano legge e proferiscono parole sacre da non mettere mai in discussione).

In realtà, sarcasmo a parte, la cultura dell’Italia è profondamente legata alla civiltà romana e a quella dell’antica Grecia che hanno lasciato un’impronta profonda nell’arte, nella lingua, nelle tradizioni di vita, e nel sistema giuridico del Paese.

I Romani ordinamento dello Stato  a parte (efficienti istituzioni, un esercito stabile e ben organizzato, un buon sistema fiscale) diedero vita ad un sistema giuridico in grado di garantire il controllo di un territorio immenso che abbracciava diverse etnie, culture e credi che ne caratterizzavano la forte differenza. Eppure funzionava! Dove si è inceppata questa macchina perfetta? In quale momento storico ci siamo inariditi e abbiamo perso la Ragione e la Moralità?

Gli ultimi fatti di cronaca, nella loro dolorosa drammaticità, mi hanno richiamato alla mente la satira nascosta nei film del grande Principe Antonio de Curtis, in arte Totò; una satira d’epoca, caratterizzata dalle sue maschere, “la malafemmena”, “il turco”, “il figlio illegittimo”, “gli equivoci”, “le guardie e i ladri”, e dalla concezione di una moralità per noi datata ma in realtà sempre presente, in forma distorta, nelle pieghe dei piccoli paesi e dell’Italia tutta che più di un “piccolo paese” alla luce dei fatti non è!

Sembra di guardare un documentario che punta la sua lente d’ingrandimento sugli anni 50, in un’Italia timorata e pudica, che ci racconta di un paese in bilico tra passato e futuro, “tra vecchi precetti e nuove mode” dove per le donne la verginità è un dovere e per i maschi una vergogna, dove vicende persino non accertate, di amori “adulterini” scuotono le coscienze e balzano agli onori delle cronache diventando macigni sulle spalle di poveri operai e mattoni per costruire la loro prigione.

Vicende che descrivono il cambiamento in negativo dei costumi, vicende come questa del sig. Massimo Bossetti  che ci portano fino al ritratto impietoso e grottesco della società in cui viviamo.

Ma dopotutto è facile puntare il dito su di un operaio così sconsiderato da smarrire continuamente i suoi attrezzi da lavoro, così testardo nell’ostinarsi a fare benzina in un distributore che gli è di strada, così banale da non contattare nessuno in una sera d’inverno al termine di una giornata di lavoro, così smemorato da non ricordare con precisione cosa abbia fatto una sera di 4 anni prima, così ambiguo da possedere 10 cellulari, così bugiardo da non ammettere di essere un assassino, così vanesio da sottoporsi continuamente a lampade abbronzanti, così irresponsabile da sottrarre denaro, speso in sciocchezze, alle esigenze della famiglia, così malato da pubblicare le foto delle sue splendide bimbe sul suo profilo facebook, così inquietante da non avere nemmeno l’amante, così morboso da farsi filmare sulla scena del crimine al ritrovamento del cadavere, così irritabile nei giorni di festa, così patetico da continuare a professarsi innocente quando i suoi concittadini hanno già decretato la sua colpevolezza.

LO DICE IL DNA! AL DIAVOLO LE CONCLUSIONI DEGLI AMERICANI, NOI SIAMO ITALIANI!