Obiezione, Vostro Onore: a tre mesi dal fermo di Massimo Bossetti, ancora non ho capito quali siano i “gravi indizi” a suo carico!

Liberté

“Si chiamava Libertà. Un giorno scese per strada e prese a interrogare la gente che incontrava. Le risposte che ebbe furono di questo genere: «Fatevi i fatti vostri. – Non te ne incaricare. – Impicciati per te. – Lascia perdere. – Chi te lo fa fare? – Te l’ha ordinato il medico? – Ti pagano per questo? – Sei stanca di campare? – Ti puzza di vivere? – Attacca l’asino dove vuole il padrone. – Non fare la stupida. – Non ti mettere nei guai. – Gli stracci vanno per aria. – Passata la festa gabbato il santo. – L’oro non si macchia. – Sta’ coi frati e zappa l’orto».
Libertà disse: «Questa gente è molto saggia, non ha bisogno di me». Infatti cominciò a uscire meno e un giorno annunciò che se ne andava. Ai giornalisti che l’assediavano per conoscere i motivi della sua decisione rispose in modo alquanto enigmatico. Disse sorridendo: «La libertà va tenuta in continua riparazione».”

(Ennio Flaiano, La solitudine del satiro)


TV e giornaletto, forcaiolo perfetto: il teorema del colpevole per forza, ovvero come salvare capra e cavoli.

Il presente blog ha ormai più di due mesi, e nel tempo si sono susseguiti diversi articoli, talvolta tra loro simili, spesso diversi.
Questo articolo, a differenza di altri, avrà la peculiarità di essere fondamentalmente dettato dalla rabbia e dall’amarezza per una situazione ogni giorno più stigmatizzabile che si protrae da ormai tre mesi.

Avrei preferito scrivere qualcos’altro, e sono certa che anche molti dei miei lettori avrebbero preferito leggere qualcos’altro.
Eppure, è inutile girarci intorno: il rigetto dell’istanza di scarcerazione, risalente alle prime ore del pomeriggio di ieri, era nell’aria.

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Quando a fine agosto cominciò a circolare la voce di un’istanza entro metà settembre, alla luce di un lavoro d’analisi che ritengo che, se effettuato con la dovuta perizia e cum grano salis, renda piuttosto chiaro che i “gravi indizi” di cui nell’ordinanza del 19 giugno non sono tali, pensai che il GIP avrebbe valutato la situazione in modo diverso e più obiettivo.

Pensavo, in buona sostanza, che dalle presunte evidenze “non illogiche” e “suggestive” dell’ordinanza, a mente fredda, si potesse fare un salto di qualità e passare a valutazioni realmente logiche e persuasive.

L’assenza di riscontri laddove sarebbero dovuti emergere in maniera finalmente univoca in caso di colpevolezza (nessun riscontro tra i reperti piliferi né tracce sulle autovetture) e, come contraltare, la palese non univocità degli “indizi” di cui nell’ordinanza, che troverebbero ben più logica spiegazione nella semplice vita di una persona nel luogo che non in fantasiose costruzioni che portano con sé il retrogusto dell’arrampicata sugli specchi, alimentavano le mie speranze di poter vedere in breve la fine di un accanimento che comincia ad assumere connotati preoccupanti.

Quando però lo scorso mercoledì l’istanza è stata presentata ed ho visto, ahimè, tirar fuori dal cilindro un cavillo per un presunto vizio procedurale ex art. 299 c.p.p., ho intuito subito che le cose sarebbero andate in questo modo.
Il GIP ha inizialmente dichiarato inammissibile per vizio procedurale l’istanza di scarcerazione, successivamente ripresentata dopo aver sanato il presunto vizio.
Parlo di presunto vizio perché individuato, a parere di chi scrive in modo non del tutto valido, sulla base dell’art. 299 c.p.p., che prevede la notificazione dell’istanza alla parte offesa.
L’art. 299 c.p.p. è stato introdotto lo scorso anno con la cosiddetta legge sul femminicidio del 15 ottobre 2013.

Giacché tuttavia la ratio legis di questa norma era quella di tutelare le vittime di femminicidio, tenuto conto della ratio legis la mancata notificazione non avrebbe dovuto costituire, a mio avviso, vizio procedurale, in quanto non siamo di fronte ad un reato consumato in ambito familiare/affettivo (ambito al quale si riferisce la legge sul femminicidio).

Anche alcuni tribunali hanno dato questa interpretazione.

Ad esempio, Tribunale di Torino, 4 novembre 2013 (Giudice Marra)

“La disciplina contenuta nell’articolo 299, comma 3, del Cpp, laddove si prevede che, nel caso di delitto commesso con violenza alle persone, la richiesta di revoca o di sostituzione della misura coercitiva debba essere, a pena di inammissibilità, contestualmente notificata alla persona offesa, si applica solo nei procedimenti in cui la condotta violenza si caratterizza anche per l’esistenza di un pregresso rapporto relazionale tra autore del reato e vittima, in cui, quindi, la violenza alla persona non è occasionalmente diretta nei confronti della vittima, ma lo è in modo mirato, in ragione di tali pregressi rapporti (da queste premesse, il giudice ha escluso l’applicabilità della suddetta disciplina
nell’ambito di un procedimento per il reato di rapina, in cui l’azione violenta era stata del tutto occasionalmente diretta nei confronti di persone offese sconosciute all’indagato).”

Tutto ciò visto e considerato che in altra circostanza è lo stesso GIP a mostrare di non disdegnare l’interpretazione della legge sulla base della ratio: ad esempio quando nell’ordinanza stabilisce che sono pienamente utilizzabili gli atti di indagine nonostante la scadenza dei termini ex art. 407 c.p.p.
In tale frangente il GIP richiama infatti la ratio legis ripresa da parte della giurisprudenza secondo la quale tali termini non si applicano per i procedimenti iscritti a carico di ignoti (cito dall’ordinanza: “Al riguardo infatti occorre richiamare l’orientamento prevalente della giurisprudenza che evidenzia la ratio della normativa dettata daIl’art. 407 comma terzo c.p.p. che prevede che l’inutilizzabilità di atti d’indagine per inosservanza dei termini non può riguardare i procedimenti iscritti a carico di ignoti.”).

Al di là di queste considerazioni de iure dalle quali mi è, per (de)formazione personale, impossibile astenermi, vorrei ora provare a fare qualche riflessione sul rigetto dell’istanza a partire dalla solita caciara mediatica contornata dalla diffusione di “indiscrezioni” e presunti “indizi” (sempre i soliti, se non bastasse) malamente rimestati.
In dottrina ci si pone da tempo un annoso quesito: le pressioni mediatiche hanno un peso, o comunque un effetto deleterio, sulle decisioni degli organi giudicanti?
Rispondere ad una tale domanda è difficilissimo, ma una cosa la si può dire senza alcuna remora: l’accanimento mediatico può rovinare la vita a persone innocenti, e sono del fermo parere che questo sia, purtroppo, uno di quei casi.

In diversi articoli precedenti provai a porre una domanda: cosa accadrà non appena la serie di gossip e indiscrezioni relative ad elementi privi di qualsivoglia valore probatorio sarà terminata?
Cosa accadrà quando non ci sarà più nulla da scarnificare nella vita di Massimo Bossetti?
Avevo ipotizzato che, a quel punto, sarebbe tardivamente calato il silenzio, sic et simpliciter.
Sbagliavo.
La realtà si sta rivelando ben peggiore: terminati gli “elementi” nuovi, si torna con nonchalance a quelli vecchi e perfino già smentiti.

Colpevole contro ogni ragionevole dubbio, non “oltre” ogni ragionevole dubbio: è questo Massimo Bossetti.

Che la giustizia italiana non sia esattamente la migliore del mondo è cosa nota da tempo, ma di recente stiamo raggiungendo vette inusitate.

In questo blog parliamo di una persona privata della sua libertà sulla base di elementi a dir poco dubbi, di un uomo in carcere, in isolamento, da ormai tre mesi, sbattuto senza un briciolo di umana pietà sulle pagine dei giornali e nei palinsesti televisivi, condannato in anteprima a reti unificate, distrutto da un tweet sul solco delle nuove condanne sommarie in versione 2.0 prima ancora di potere proferir parola a sua discolpa, capro espiatorio di un accanimento mediatico schizofrenico che non presta attenzione alcuna alla veridicità delle notizie dove perfino indiscrezioni all’apparenza del tutto credibili ed accertate (si pensi alla questione “reperti piliferi”) si rivelano clamorose bufale, colpevole costruito a tavolino piuttosto che cercato.

Colpevole per forza, appunto.
E’ questo il verdetto, e a mò del pollice verso di Nerone è condanna a morte inappellabile.

Bossetti è colpevole perché “incastrato” (termine assai gradito a molti giornalisti nostrani, che generosamente lo utilizzano senza cognizione di causa alcuna) ogni giorno da una castroneria diversa, riproposta a cadenza settimanale perfino dopo la smentita o la confutazione dell’elemento, è colpevole perché ultimo appiglio di un’indagine che ha già prodotto un presunto colpevole sbagliato e i cui termini erano già scaduti, è colpevole perché massacrato nella sua vita privata quando mancano elementi concreti, è colpevole perché un GIP lo ha stabilito essere “privo di freni inibitori” per l’addebito di un reato che non è provato abbia commesso, è colpevole perché così scriteriato da passare talvolta in un paese che dista la bellezza di 2,72 km dal suo luogo di residenza, è colpevole perché ha perfino agganciato una cella telefonica compatibile nientemeno che con l’area della propria abitazione, ed è colpevole perché quando gli elementi mancano è solo perché in qualche modo non documentato deve sicuramente averli eliminati.

Ci si accorge di essere davanti a un “colpevole contro ogni ragionevole dubbio” quando si assiste alla ricerca di indizi che quando non ci sono sembrano essere quasi artificiosamente montati: è il caso del furgone ripreso da una telecamera di sorveglianza, che è evidentissimo abbia una incompatibilità strutturale insanabile (fanali rettangolari, in casa mianon possono produrre un fascio di luce a losanga arrotondata) ma è “simile”, e soprattutto con un po’ di immaginazione pare si possa vedere un catarifrangente simile (pazzesco, mica per riconoscere un furgone si guarda la carrozzeria, no!, si guarda la presenza di un catarifrangente, magari guardando un po’ meglio all’interno si vede pure se c’è un Arbre Magique compatibile con quello del furgone di Massimo Bossetti!).

Avevamo già affrontato l’argomento, ma lo riprendiamo perché qualche giorno fa, i nostri organi di stampa, dal Corriere a TGCOM24 sono tornati a parlare del fantomatico furgone ripreso il 26 novembre 2010 a Brembate dalle telecamere di sorveglianza di una banca.
La ripresa del furgone, risalente alle ore 18,01, è stata tra l’altro collocata, dalle suddette fonti, che alla tentazione di allungare il pesce evidentemente non sanno proprio resistere, alle 18,30.

Il furgone di cui si torna a parlare dopo due mesi, ha solo un piccolo problema, ossia il fatto di non essere quello di Massimo Bossetti.
Le differenze di fanaleria accennate sopra sono evidenti ictu oculi, e già da tempo sono state evidenziate in modo chiaro da un esperimento effettuato dal Dott. Ezio Denti, proprio in via Rampinelli e con le medesime condizioni di luce.
Ecco un eloquente fermoimmagine della videosimulazione [1]: in alto, si può vedere il furgone ripreso dalla telecamera di sorveglianza, al centro un Iveco Daily di modello successivo al 2006 e in basso un Iveco Daily di modello identico a quello in uso al Bossetti.

Videosimulazione_furgoni
L’incompatibilità strutturale è evidente a chiunque, eccetto che ai nostri organi di stampa e salotti televisivi che continuano con immutato fervore a propinare la notizia che il furgone sia di Bossetti.
In realtà, come evidenziato già a luglio da Ezio Denti, è chiaro che non solo no può trattarsi del furgone di Massimo Bossetti (modello del 1999 con fanali rettangolari), ma con ogni probabilità non si tratta neppure di un Iveco Daily ma di un Ford Transit.

Oppure è il caso di chi va a sostenere che la traccia di DNA, definita esigua e di natura non accertata con certezza da chi ha svolto le analisi [2], sia in realtà abbondante e derivi nientemeno che da epistassi: non importa, poi, se si tratta della medesima fonte che a luglio cercava maldestramente di smentire che Bossetti soffrisse di epistassi.
Un quadro, in ogni caso, così ridicolo da poter essere smentito dalla logica più elementare: se così fosse non solo bisognerebbe postulare che il disgraziato abbia un’epistassi in una sera di autunno inoltrato, e per giunta proprio mentre compie un omicidio, ma anche che il sangue proveniente dall’epistassi sia “telecomandato” e vada a finire in un solo punto, guarda caso attiguo ad uno dei margini recisi degli indumenti indossati dalla vittima!
Sappiamo tutti che in caso di epistassi il primo, naturale riflesso è quello di portarsi le mani al naso, sporcandosele: ma Bossetti riesce a non lasciare nessuna traccia ulteriore.
Di più: la ferita sulla quale è stato isolato il profilo genetico di Ignoto1 è nella parte posteriore del corpo, ed il corpo è stato ritrovato supino.
Dunque, se è valida la relazione della Cattaneo, avrebbe perfino dovuto girarlo senza lasciare nessun’altra traccia.
Se tutto questo non bastasse, non solo non occulta il cadavere nonostante capisca certamente di aver lasciato tracce (è impossibile non accorgersi di un’epistassi), ma fa molto di più: sapendo che il suo DNA è finito sulla scena criminis a causa di un’epistassi ma volendosi mostrare estraneo ai fatti, a inizio luglio chiede sua sponte di essere interrogato dalla PM e dichiara… Di soffrire di epistassi!!!

Io, essendo per natura ottimista e fiduciosa nel genere umano, vorrei davvero confidare nella malafede di alcune fonti d’informazione, perché qualora ci siano persone che prospettano tesi simili in buona fede, e dunque ritenendole attendibili, sarebbe davvero il caso di chiedersi cosa esattamente sia andato storto nell’evoluzione umana.

Vorrei anzi cogliere la palla al balzo per suggerire a tutti i miei lettori di mostrarsi sempre ottimisti e felici: qualora dovesse capitare una disgrazia, infatti, anche una eventuale timidezza o un malumore può diventare, secondo alcuni organi di informazione, un indizio a proprio carico.

tristeUna recente puntata di Quarto Grado mi spinge inoltre a suggerirvi di non digitare mai su Google la parola “pelo”: anche questo pare sia un indizio, anche se, nonostante gli ingenti sforzi, non ho ancora ben capito di cosa.
Concedetemi di sdrammatizzare: è forse indizio di “tricofilia”?

Ancora, ci si accorge di essere davanti a un “colpevole contro ogni ragionevole dubbio” quando sia un elemento sia l’elemento contrario vengono interpretati come indizio di colpevolezza.

Negli ultimi giorni ne abbiamo avuto alcuni esempi eclatanti: nei prossimi giorni tornerò in argomento in modo più incisivo dalle pagine de L’Osservatore d’Italia, ma comincio ad esprimere qualche doverosa considerazione.
L’ultimo esempio di come tutto e il contrario di tutto possa essere inteso come indizio di colpevolezza è quello relativo all’assenza di Massimo Bossetti dal cantiere il pomeriggio del 26 novembre 2010, elemento trapelato solo qualche giorno fa, a ridosso del rigetto dell’istanza da parte del GIP.
Anzitutto, l’assenza in sé: fino a pochi giorni fa si riteneva che la presenza in cantiere di Massimo Bossetti, che lo avrebbe portato quel pomeriggio a passare per Brembate Sopra al suo ritorno fosse indizio di colpevolezza.
Ora che è venuta fuori la sua assenza, diventa la sua assenza un indizio di colpevolezza.

Infatti pare, udite udite!, che Massimo Bossetti si sia contraddetto.
Chiunque abbia seguito il caso sin dall’inizio con occhio critico e vigile ricorderà però che fino a poco tempo fa si riteneva un indizio il fatto che avesse ricordi troppo chiari e non contraddittori riguardo fatti di quattro anni prima, chiaro indice di colpevolezza.

In realtà, è sufficiente leggere l’ordinanza stessa per vedere come i suoi ricordi non fossero poi così chiari, ma fossero soggetti alla normale confusione dovuta al troppo tempo trascorso.
Ma anche questo non va bene ed è indice di colpevolezza.

Cito ad esempio dall’ordinanza:
“Qualche incongruenza nel racconto si riscontra quando Bossetti afferma di ricordare i suoi movimenti la sera dcl 26.11.2010 perché proprio quella sera aveva visto di fronte al centro sportivo di Brembate dei furgoni con delle grosse parabole e di essere stato attirato da tale presenza.
Ha poi precisato di non essere sicuro che il giorno fosse il 26 novembre potendo forse essere il 27 novembre 2010.
Affermazione che andrà verificata nel proseguo delle indagini dato che la denuncia della scomparsa di Yara Gambirasio avviene la mattina del 27.11.2010, quindi difficilmente tali furgoni dotati di parabole possono essere collegati a mezzi di telecomunicazioni ivi presenti a causa della scomparsa di Yara Gambirasio.”

La “contraddizione” di Bossetti si è originata molto probabilmente proprio dall’aver confuso, in prima battuta, tra 26 e 27 novembre.
Interrogato dal GIP disse di ricordare cosa aveva fatto il 26 (cioè “essere andato al lavoro e tornato a casa passando per Brembate come tutti i giorni”) perché era stato colpito dalla presenza, nei pressi della palestra, di una serie di furgoni con grosse parabole relativi presumibilmente a mezzi di telecomunicazioni presenti sul luogo proprio per la scomparsa di Yara.
Ma è chiaro che non poteva essere il 26, ma il 27, perché solo in quella data la notizia fu diffusa.
Ecco infatti che poi Bossetti, riflettendo sul periodo in analisi, scopre che il 26 novembre era l’ultimo venerdì del mese, giorno da lui deputato, nel pomeriggio, alle commissioni, e lo dichiara alla PM, “contraddicendosi”, altro chiaro segno di colpevolezza, perché ovviamente tutti noi ricorderemmo cosa abbiamo fatto, ad esempio, il 19 agosto 2009 senza contraddirci.
Così come non andava bene la memoria di ferro, neanche la confusione trova il beneficio del dubbio.

Volendo proprio focalizzare l’attenzione sull’assenza dal cantiere di Massimo Bossetti in data 26 novembre 2010, bisognerebbe poi aggiungere due ulteriori considerazioni.
La prima è che si tratta di un elemento assolutamente neutro in quanto l’orario in cui si colloca l’aggressione alla piccola Yara è comunque incompatibile con i normali orari di lavoro di un muratore: in buona sostanza, giacché alle ore 18,30-19,00 un muratore ha già terminato di lavorare, il fatto che Massimo Bossetti quel pomeriggio fosse stato al lavoro non avrebbe potuto costituire un alibi in suo favore, ma allo stesso modo il fatto contrario non può ovviamente costituire un elemento a suo carico.
La seconda, di contro, è che questo elemento potrebbe essere perfino utile a scagionare Bossetti: infatti, tra i presunti indizi che deporrebbero contro quest’uomo, vi sono le polveri di calce rinvenute nell’albero bronchiale della piccola Yara, la cui presenza sarebbe, cito l’ordinanza del GIP, dovuta alla permanenza in ambienti “saturi” di calce ovvero “ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tale sostanza”.

Questo elemento è stato correlato alla professione svolta da Massimo Bossetti.
Ma se quel pomeriggio Massimo Bossetti non era al lavoro non poteva avere né mani né abiti imbrattati di calce.

In tutta questa caciara senza capo né coda la giustizia è andata, una volta per tutte, a farsi benedire, e in ottima compagnia: con essa, infatti, se ne sono andati il buon senso e l’umiltà di ammettere che i conti non tornano proprio e che ciò che si sta registrando è un palese accanimento verso un colpevole per forza, contro il quale, quando non sarà rimasto più alcun dettaglio della sua vita da distorcere e scarnificare, ci si ritroverà inermi con una piccola traccia di DNA che non potrà provarne la colpevolezza in quanto sarà impossibile dimostrarne al di là di ogni ragionevole dubbio che sia davvero correlata all’azione omicidiaria.

Una domanda, a questo punto, non si può non farla: questo processo mediatico senza precedenti è legittimo?

Abbiamo già visto più volte, in queste pagine, alcuni estratti dal titolo II del codice deontologico dei giornalisti, e ci siamo altresì soffermati sulla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che non lascia adito a dubbio alcuno sull’illegittimità di quanto da tre mesi si sta impunemente consumando sotto gli occhi attoniti e, ahimè, spesso conniventi, dell’intero Paese.

Ne approfitto allora per segnalare altresì la delibera dell’AGCOM (Autorità Garante per le comunicazioni) n. 13/08/CSP- Atto di indirizzo sulle corrette modalità di rappresentazione dei procedimenti giudiziari nelle trasmissioni radiotelevisive [3].
Leggendo il testo di intuisce immediatamente come queste regole siano state ripetutamente violate.
Perché nessuno interviene con le dovute sanzioni?
A questa domanda è impossibile rispondere, ma una cosa è certa: questo codice è stato violato e nessuno, ma proprio nessuno, ha minimamente ritenuto di dover intervenire.

“Considerato che i programmi televisivi mostrano la tendenza a trasmettere in forma spettacolare vere e proprie ricostruzioni di vicende giudiziarie in corso, impossessandosi di schemi, riti e tesi tipicamente processuali che vengono riprodotti, peraltro, con i tempi, le modalità e il linguaggio televisivo, ben diversi da quelli giudiziari, ricreando un foro mediatico non equilibrato che perviene ad una sorta di convincimento pubblico sulla fondatezza o meno di una certa ipotesi accusatoria, aggravato dal fatto che, nella percezione di massa, la comunicazione televisiva svolge una sorta di funzione di validazione della realtà;
considerato che la tecnica della spettacolarizzazione dei processi, che le trasmissioni televisive utilizzano a fini di audience, amplifica a dismisura la risonanza di iniziative giudiziarie con il rischio della degenerazione della trasmissione in una sorta di “gogna mediatica” a scapito della presunzione di non colpevolezza dell’imputato e, in ultima analisi, della tutela della dignità umana e del diritto al “giusto processo”, garantiti dalla nostra Costituzione e dai principi comunitari, costituendo una condanna preventiva, inappellabile e indelebile;
considerato che l’attenzione distorta, insistente e talora parossistica dedicata a taluni pur gravi fatti delittuosi comporta notevoli rischi di alterazione, vuoi sul versante della deturpazione dell’immagine vuoi sul versante di un’enfatizzata notorietà che regala a protagonisti negativi una celebrità distorsiva dei valori di una società civile;
considerato che non è da escludere o da sottovalutare il pericolo che una siffatta rappresentazione “mediatica” del processo -ispirata più dall’amore per l’audience che dall’amore per la verità in programmi delle principali emittenti televisive che occupano con grande ascolto la prima e la seconda serata- possa influenzare indebitamente il regolare e sereno esercizio della funzione di giustizia;
considerato che la vigente normativa sul sistema radiotelevisivo pone tra i principi fondamentali del settore la garanzia della libertà e del pluralismo dei mezzi di comunicazione, la tutela della libertà di espressione di ogni individuo (inclusa la libertà di opinione e quella di ricevere o di comunicare informazioni), l’obiettività, la completezza, la lealtà e l’imparzialità dell’informazione, nel rispetto delle libertà e dei diritti, in particolare della dignità della persona e dell’armonico sviluppo dei minori, garantiti dalla Costituzione, dalle regole di base dell’Unione europea, dalle norme e convenzioni internazionali e dalle leggi nazionali;
tutto ciò considerato, le emittenti radiotelevisive si attengono, in particolare, ai seguenti criteri:
a) va evitata un’esposizione mediatica sproporzionata, eccessiva e/o artificiosamente suggestiva, anche per le modalità adoperate, delle vicende di giustizia, che non possono in alcun modo divenire oggetto di “processi” condotti fuori dal processo. In particolare vanno evitati “processi mediatici”, che, perseguendo il fine di un incremento di audience, rendano difficile al telespettatore l’appropriata comprensione della vicenda e che potrebbero andare a detrimento dei diritti individuali tutelati dalla Costituzione e delle garanzie del “giusto processo”;
b) l’informazione, fermo restando il diritto di cronaca, deve fornire notizie con modalità tali da mettere in luce la valenza centrale del processo, celebrato nella sede sua propria, quale luogo deputato alla ricerca e all’accertamento della “verità”: dovranno pertanto essere seguite modalità tali da tenere conto della presunzione di innocenza dell’imputato e dei vari gradi esperibili di giudizio, evitando in particolare che una misura cautelare o una comunicazione di “garanzia” possano rivestire presso l’opinione pubblica un significato e una concludenza che per legge non hanno;
c) la cronaca giudiziaria deve sempre rispettare i principi di obiettività, completezza, correttezza e imparzialità dell’informazione e di tutela della dignità umana, evitando tra l’altro di trasformare il dolore privato in uno spettacolo pubblico che amplifichi le sofferenze delle vittime e rifuggendo da aspetti di spettacolarizzazione suscettibili di portare a qualsivoglia forma di “divizzazione” dell’indagato, dell’imputato o di altri soggetti del processo; deve inoltre porre sempre in essere una tutela rafforzata quando sono coinvolti minori, dei quali va salvaguardato lo sviluppo fisico, psichico e morale;
d) restando salva la facoltà di sviluppare sui temi in esame dibattiti tra soggetti diversi dalle parti del processo nel rispetto del principio del contraddittorio ed assicurando pari opportunità nel confronto dialettico tra i soggetti intervenienti, vanno evitate le manipolazioni tese a rappresentare una realtà virtuale del processo tale da ingenerare suggestione o confusione nel telespettatore con nocumento dei principi di lealtà, obiettività e buona fede nella corretta ricostruzione degli avvenimenti;
e) quando la trasmissione possa inferire sui diritti della persona, l’informazione sulle vicende processuali deve svolgersi in aderenza a principi di “proporzionalità”, accordando pertanto alle informative e alle analisi uno spazio equilibratamente commisurato alla presenza e all’entità dell’interesse pubblico leso e raccordando la comunicazione al grado di sviluppo dell’iter giudiziario, e quindi al livello di attendibilità delle indicazioni disponibili sulla verità dei fatti.”

Se dovessi fare un pronostico sul caso Yara Gambirasio, dovrei dire che, a mio parere, al colpevole non si arriverà mai.
Contro Massimo Bossetti non emergerà alcun elemento univoco e gli inquirenti resteranno (come già sono) con in mano il solo DNA.

Il DNA, quand’anche l’estrazione fosse ripetibile (qualora non lo fosse sorgerebbe un evidente problema in quanto le prove si formano, ai sensi della disciplina codicistica, in contraddittorio) e desse i medesimi risultati, in traccia unica, non sarà sufficiente a superare il ragionevole dubbio, e così, se non in primo grado perlomeno in appello, Massimo Bossetti verrà assolto.
Nel frattempo la sua vita sarà stata rovinata, e a causa delle pressioni mediatiche il messaggio che passerà a livello di opinione pubblica sarà che il giudice ha assolto un colpevole.

Una verità processuale non sempre corrisponde ad una verità sostanziale, e questo è un dato di fatto.
Nel nostro ordinamento, il principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” non è applicabile in relazione alla difesa, ma solo all’accusa, e ciò sta a significare che l’ordinamento deve necessariamente prediligere, nel dubbio, l’assoluzione di un colpevole piuttosto che la condanna di un innocente.

L’accusa deve vincere la presunzione d’innocenza “oltre ogni ragionevole dubbio”, nel senso che il teorema accusatorio deve resistere ad obiezioni e spiegazioni alternative prospettate dalla difesa.
La difesa invece non soggiace al limite del “ragionevole dubbio”, ma può vincere il teorema accusatorio “semplicemente” prospettando alternative che siano possibili in rerum natura e non impossibili o estremamente improbabili nel caso concreto, senza altra limitazione.

Questo perché l’ordinamento opera una scelta: il non trovare un colpevole per un fatto delittuoso denota un fallimento del sistema, ma la condanna di un innocente implica la -ben peggiore- criminalizzazione del sistema stesso, nel momento in cui va a compromettere erroneamente un principio inviolabile quale la libertà personale.

Per me che credo nell’innocenza di Bossetti alla luce delle mie analisi del caso che mi portano a ritenere del tutto inverosimile il castello accusatorio, verità processuale e sostanziale, se le cose andranno in questo modo che ho prospettato, collimeranno.

Ma la vita e la dignità di un individuo saranno irrimediabilmente distrutte.
E a quel punto non varranno a salvarci dall’onta di aver avventatamente linciato un innocente né le parole pronunciate in prima serata dal signor Carmelo Abbate che, avendo evidentemente già sentenziato (non si sa su quali basi), sostiene che la Procura abbia nientemeno che “un quadro indiziario completo” (salvo, ovviamente, lasciar cadere nel dimenticatoio la richiesta di giudizio immediato sbandierata nei primi giorni), né la pretesa possibilità di una reiterazione del reato che giustifichi la custodia cautelare (che è chiaro a tutti, tranne che alla Dott.ssa Maccora, non sussistere in alcun modo), né quella pericolosa forma di autosuggestione che spinge i più a rifiutare tout court il garantismo in quanto significherebbe mettere in dubbio la bontà della macchina giudiziaria.

Scrive il Prof. Eraldo Stefani che:
“E’ naturale che in ognuno di noi ci sia una forte resistenza a credere che la giustizia, non possa e non debba mai sbagliare; essa infatti assicura, attraverso l’osservanza della legge, l’ordine fra i consociati e dunque assicura la sopravvivenza della società stessa ed il suo miglioramento sotto il profilo dei valori.
Perciò ammettere l’errore da parte dell’istituzione preposta ad assicurare l’ordine, pone in dubbio la solidità dell’ordine stesso e con esso la nostra sopravvivenza.
(…)
Di qui l’esigenza talvolta di trovare un colpevole, a tutti i costi, come se la macchina della giustizia dovesse dimostrare di aver svolto il proprio compito portando un risultato concreto, come se la società che guarda attonita l’orrore del delitto trovasse una sorta di rassicurazione e compensazione per la perdita subita, attraverso l’individuazione di un capro espiatorio, più o meno effettivamente colpevole.
Tuttavia, la tranquillità che infonde una condanna, o un’assoluzione, se non supportata dalla verità, può diventare la più destabilizzante delle menzogne.”

La conclusione del caso Yara-Bossetti metterà l’Italia intera con le spalle al muro, ognuno con le proprie responsabilità.
Massimo Bossetti, stante l’attuale quadro che non potrà reggere al dibattimento, sarà assolto: quella singola traccia biologica avulsa da un quadro di indizi concreti ed univoci non potrà mai dimostrare la sua colpevolezza.
Il quadro indiziario, comunque la si rigiri, è estremamente debole, e se nei giornali ed in tv, non essendoci contraddittorio, sembra tutto semplice, in un’aula di Tribunale sarà invece terribilmente complicato per la Procura fare reggere una costruzione ai limiti del teatro dell’assurdo, e non saranno certo i maldestri tentativi di cercare indizi ridicoli in tutto e il contrario di tutto a venire in soccorso: la saggezza popolare lo sa da tempo, salvare capra e cavoli è impossibile, e lo è ancor di più se insieme a capra e cavoli si vuole salvare pure la faccia.

Massimo Bossetti verrà dichiarato innocente.
E a quel punto, purtroppo, sarà l’Italia intera a scoprirsi colpevole.

Alessandra Pilloni


1- Videosimulazione furgoni del Dott. Ezio Denti:
-Filmato comparativo girato con i fari abbaglianti:
http://www.ecodibergamo.it/videos/video/1005929/?attach_m
-Filmato comparativo girato con i fari anabbaglianti:
http://www.ecodibergamo.it/videos/video/1005930/?attach_m

2- Testuale dichiarazione del Prof. Novelli, genetista che ha svolto le analisi, alla Stampa:

«A quel punto ci si è chiesti se la quantità ricavata fosse sufficiente per sottoporla a successive analisi che avrebbero permesso di confermare la natura biologica del campione: sangue, urina, sperma e così via. Ma, vista la quantità esigua e il rischio di compromettere quell’unica traccia, si è deciso di proseguire direttamente con le analisi del Dna»

http://www.lastampa.it/2014/06/18/scienza/tuttoscienze/polimorfismi-e-computer-cos-ho-letto-il-dna-dove-c-la-firma-del-killer-di-yara-TgU7fRRT7WuexElqtPCMoN/pagina.html

3- Delibera dell’AGCOM n. 13/08/CSP: Delibera 13-08-CSP

Al sorgere dei dubbi, cala il silenzio

Con un ringraziamento particolare e sentito a Laura per il suggerimento del titolo e dell’argomento, l’isolamento dei fotogrammi e la segnalazione dell’interessante scritto del Prof. Glauco Giostra.

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(L’arte dell’ipocrisia, di Paola Petrucci)

“…Egli camminava fra gli Uomini Colpevoli
In un abito grigio e malandato;
un berretto da cricket avea sul capo
ed il suo passo pareva gaio e lieve;
ma io non ho mai visto un uomo che guardasse
così ansiosamente verso il giorno.

Io non ho mai visto un uomo che guardasse
con occhio così ansioso
verso il minuscolo lembo d’azzurro
che chiamano cielo i prigionieri,
verso ogni nuvola che andava alla deriva
da vele d’argento sospinta.

Io camminavo, con altre anime in pena,
entro un diverso raggio,
e mi chiedevo se l’uomo avesse commesso
una grave o piccola colpa…”

(Oscar Wilde, La Ballata del Carcere di Reading
Traduzione di Marco M.G. Michelini)

 


La Ballata del Carcere di Reading è un celebre componimento poetico che Oscar Wilde scrisse dopo la sua scarcerazione e pubblicò nel 1898.

Il componimento affronta svariate tematiche, tra le quali la pena di morte, la colpa e il perdono, ma quella che vorrei richiamare con maggior urgenza è l’atroce riflessione sul senso di alienazione che invariabilmente accompagna ogni detenuto.

A quarantadue giorni dal fermo di Massimo Bossetti, voglio introdurre il mio articolo così, con questi versi dai quali trapela con veemenza la sensazione data dal muro, non solo materiale, che si staglia tra un detenuto e chi sta fuori.

Un muro che diventa insormontabile soprattutto se preclude ogni possibilità di difesa da processi che, in una società imbarbarita, non possono che svolgersi in modo sommario e contumaciale nella TV, mentre chi sta fuori, da degno figlio del tubo catodico, non osa porsi delle domande, non osa dubitare di quanto con sapiente maestria viene mostrato dal teleimbonitore di turno.

“Secondo indiscrezioni emerge che…”, è questa la frase che abbiamo sentito ad nauseam, e che continueremo a sentire perché viviamo in un mondo in cui non importa la veridicità della notizia, ma solo la sua appetibilità.
E qualunque cosa emerga, senza minimamente curarsi della fonte, chi sta fuori può avere l’impagabile lusso di ergerla a Verità Assoluta e inconfutabile Dogma, senza scomodarsi nelle verifiche, perché questo ennesimo “mostro” è solo in edizione limitata per l’estate del 2014 e lasciarselo sfuggire sarebbe un peccato imperdonabile.

Oscar Wilde fu processato per quello che all’epoca era un reato contro la morale, l’omosessualità: siamo avvezzi a ritenere che oggi queste aberrazioni non esistano più.

Nei Tribunali della Repubblica, forse.

Ma nei Tribunali popolari  che tanto solertemente ci offre la Dea TV, ancora si parla di presunti rapporti di filiazione “illegittimi”, terminologia di per sé rivoltante e che dovrebbe essere sostituita quanto prima con quella più neutra di “filiazione naturale”, che divengono carburante di processi sommari, in cui di morale non c’è nulla, ed al contrario c’è tanto ipocrita moralismo, cosa assai diversa e assai meno insigne per una civiltà che abbia a professarsi evoluta.

Cosa cambia tra un Tribunale della Repubblica e un Tribunale popolare?

A questa domanda si potrebbe rispondere forse con le eloquenti parole del Prof. Glauco Giostra, tratte da “Processo penale e mass media”:
“I momenti di intersezione tra processo penale e informazione si collocano su due piani distinti.
Possiamo intendere il loro rapporto nel senso di “informazione sul processo”, interrogandoci su quali siano gli effetti, le ripercussioni, le ricadute della cronaca giudiziaria sul processo.
I mezzi di comunicazione di massa, in quest’ottica, riferiscono ciò che la giustizia fa, la incalzano, la criticano o ne supportano l’azione.
Ed è sulle implicazioni del ruolo dei media, come veicolo amplificante del fenomeno giurisdizionale, che intendo soffermarmi.
Ma c’è anche un’altra chiave di lettura del tema, di cui non si può non far cenno: dall’informazione sul processo si passa al processo celebrato sui mezzi d’informazione.
Va sempre più prendendo piede, infatti, la tendenza a scimmiottare liturgie e terminologie della giustizia ordinaria, riproducendone alcune cadenze, alcuni passaggi procedurali, “pantografando” una sorta d’indagine giudiziaria per presentare all’opinione pubblica i risultati di questa messa in scena : un “aula mediatica” che si costituisce come foro alternativo.
[…]
Bisogna, però, cercare di tenere sempre ben distinti i due fenomeni, perché sono sostanzialmente diversissimi: il processo giurisdizionale ha un luogo deputato, il processomediatico nessun luogo; l’uno ha un itinerario scandito, l’altro nessun ordine; l’uno un tempo (finisce con il giudicato), l’altro nessun tempo; l’uno è celebrato da un organo professionalmente attrezzato, l’altro può essere “officiato” da chiunque.

Ma vi sono anche differenze meno evidenti e più profonde.
Il processo giurisdizionale seleziona i dati su cui fondare la decisione; il processo mediatico raccoglie in modo bulimico ogni conoscenza arrivi ad un microfono o ad una telecamera: non ci sono testi falsi, non ci sono domande suggestive, tutto può essere utilizzato per maturare un convincimento.
Il primo, intramato di regole di esclusione, è un ecosistema chiuso; il secondo invece è aperto, conoscendo soltanto regole d’inclusione; la logica dell’uno è una logica accusatoria, quella dell’altro, inquisitoria.
Nel primo ci sono criteri di valutazione, frutto della secolare sedimentazione delle regole di esperienza; nel secondo, invece, valgono l’intuizione, il buon senso, l’emotività.
L’uno obbedisce alla logica del probabile, l’altro a quella dell’apparenza. Nell’uno, la conoscenza è funzionale all’esercizio del potere punitivo da parte dell’organo costituzionalmente preposto; nell’altro, serve a propiziare, e spesso indurre, un convincimento collettivo sulle responsabilità di fatti penalmente rilevanti.
Nell’uno, il cittadino è consegnato al giudizio dei soggetti istituzionalmente deputati ad amministrare giustizia; nell’altro, alla esecrazione della “folla”mediatica.

È innegabile, tuttavia, che, nonostante queste differenze siderali, non sempre l’utente riesce a distinguere i due fenomeni, e a coglierne i diversi significati, le diverse garanzie e il diverso grado di affidabilità.
Ed anzi, quando li si pone a confronto, è la dimensione formale del
processo ordinario -e quindi del suo prodotto, la sentenza- a risultare spesso meno comprensibile e meno “vera”.
Si registra, cioè, una certa insofferenza per la giustizia istituzionale, intessuta di regole e di limiti a fronte del presunto accesso diretto alla verità, che sembra assicurato dall’avvicinamento di un microfono o di un obbiettivo alle fonti.
Liberata da ogni forma del procedere, quella fornita dai mass-media sembra l’unica verità immediata.
E con ciò si sconfina nell’ossimoro, trattandosi invece della verità mediata per definizione e per eccellenza.
L’insidiosa idea, sottesa a questo favor per il processo celebrato sui mezzi di informazione, è che il miglior giudice sia l’opinione pubblica. Questa idea ne evoca un’altra : il sogno della democrazia diretta, della gestione diretta della res publica da parte dei cittadini.
E forse appartiene alla medesima matrice culturale anche la congettura, circolata con immeritata fortuna ancora di recente in Italia, secondo cui un imputato votato dalla maggioranza dei cittadini è innocente per definizione o comunque non processabile, perché, se il popolo-giudice sceglie di farsi rappresentare da un certo soggetto, evidentemente l’ha giudicato penalmente irresponsabile.
Mi preme puntualizzare soltanto una cosa al riguardo: il processo reso nell’agorà mediatica, in cui il giudice è l’opinione pubblica, ha a che fare con la giustizia quanto un potere politico, che debba rispondere soltanto ai suoi elettori nei sondaggi, ha a che fare con la democrazia: cioè nulla, assolutamente nulla.”

Conclusioni scioccanti, quelle del Prof. Giostra, ma che non possono che essere pienamente condivise, anche e soprattutto alla luce di ciò a cui stiamo attualmente assistendo.

Ma c’è ancora di più.
Non solo parole, parole, parole, non solo parole orientate e garantismo inesistente, o se esistente così timido da esprimersi in un sussurrato “non per difendere Massimo Bossetti, ma…” (quasi l’apportare osservazioni utili alla difesa possa essere inteso come marchio d’infamia), ma anche silenzi che pesano come macigni.

Dice un vecchio proverbio che “il silenzio è d’oro”, e la saggezza popolare avverte: se abbiamo due orecchie ed una sola bocca è perché dovremmo ascoltare il doppio rispetto a quanto parliamo.

Inoltre, buon senso vuole che prima si taccia (facendo nel contempo le dovute riflessioni) e poi si parli.

E’ con immensa tristezza invece che si può osservare come i nostri media abbiano fatto l’esatto opposto: prima hanno vergognosamente straparlato, ed ora, vista la malaparata, le troppe incongruenze, i reperti piliferi che non corrispondono, l’assenza di tracce su auto e furgone, e complici magari anche le ferie con agosto alle porte, cala un altrettanto vergognoso silenzio stampa.

Ieri quasi tutti i telegiornali hanno evitato l’argomento.
Un’eccezione è arrivata dal TG5 serale, che però non ha fatto altro che parlare nuovamente e per ragioni francamente poco chiare dell’ultima perquisizione avvenuta ormai diversi giorni fa in casa di Massimo Bossetti.
Di tale perquisizione (costata il sequestro di figurine dei bimbi, un paio di scarponi da lavoro, un’aspirapolvere e perfino delle foto di famiglia e un biglietto di San Valentino) ho già parlato, ma essendo in argomento, vale la pena di sottolineare che proprio mentre scrivo questo articolo vengo a conoscenza del fatto che i difensori di Bossetti starebbero valutando l’ipotesi di impugnare il verbale della perquisizione di cui sopra in quanto non sarebbero stati avvertiti della perquisizione stessa, un fatto assai singolare, posto che la giurisprudenza è pacifica nel ritenere che la difesa debba essere avvertita nel caso di accertamenti non ripetibili, che per evidenti motivi di opportunità dovrebbero essere compiuti in contraddittorio.

Tutto questo, mentre un uomo da quarantadue giorni vive l’inferno della custodia cautelare in una cella d’isolamento, misura cautelare che personalmente, ed alla luce della legislazione in materia, trovo abnorme, in quanto trattasi di persona incensurata ed in assenza di una dimostrata tendenza alla reiterazione del reato, che quand’anche fosse stato da lui commesso non è stato reiterato per quattro anni.
Una perplessità, quella relativa alla custodia cautelare, che non sono l’unica ad avere espresso: avevo già segnalato ad esempio un interessante articolo a firma Marco Taradash su Il Garantista (vedi qui http://ilgarantista.it/2014/06/22/riforma-della-giustizia-subito-il-caso-yara-insegna/).

Sembra, insomma, di veder calare frettolosamente il sipario dopo l’osceno spettacolo al quale abbiamo assistito.
Uno “spettacolo” che non merita applausi, ma neppure fischi: non è degno neppure di questi ultimi.
Uno “spettacolo” che ha visto in prima linea giornalisti della carta stampata e salottieri che a mò di squali affamati si sono avventati addosso a quest’uomo senza remora alcuna, pronti a fargli le pulci e ad esaminare con piglio malsano perfino il più piccolo ed insignificante dettaglio della sua vita.
Così, ci si è lanciati perfino in tentativi di psicanalisi da bar dei link pubblicati sul suo profilo facebook, link ironici notoriamente preformati e condivisi dal 90% dell’utenza, che secondo il quotidiano Libero (del cui atteggiamento poco garantista in relazione a Bossetti ho già avuto modo di parlare estesamente nell’articolo Garantisti fino a tiratura contraria) in un articolo pubblicato in data 17 giugno divengono nientemeno che “barzellette sconce” atte a mettere in luce “lo stile di vita spesso volgare di Bossetti”.

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La trasmissione Chi l’ha visto? dal canto suo non ha mancato di renderci edotti del fatto che il Bossetti è un edonista narcisista perché frequenta un centro estetico.
Va da sé che, come tutti i narcisisti, il Bossetti sarà sicuramente un mostro crudele e insensibile al dolore altrui: pure Hitler, a ben pensarci, era affetto da disturbo narcisistico di personalità e tra l’altro, proprio come Bossetti, era animalista, quindi tutto torna, ed anzi è un vero peccato che il Bossetti optasse per il pizzetto piuttosto che per i baffi: chissà infatti quante altre sensate argomentazioni avrebbero potuto fornire i baffi!
E davanti a chi osasse far notare che la cosiddetta reductio ad Hitlerum è una nota fallacia logica completamente priva di senso, si potrebbe magari proporre qualche psicanalista da strapazzo, pronto ad informarci che il Bossetti, in fondo, ha sempre saputo della sua origine illegittima dentro di sé, e allora ha certo sviluppato un senso di rifiuto della società, la qual cosa lo ha evidentemente portato all’edonistica esaltazione di sé e all’aggressività riflessa contro il prossimo e gli indifesi.

Deve essere proprio per questo, in effetti, che in data 18 giugno vari organi di stampa riferirono la notizia dell’avvenuta comparazione tra il DNA di Massimo Bossetti e quello del suo padre legittimo Giovanni: comparazione che invece non risulta avvenuta dall’ordinanza del giorno successivo, nella quale ci si riserva di compiere l’accertamento in un non meglio precisato futuro.

Una comparazione verso la quale non si può che nutrire un certo interesse se si osservano le evidenti somiglianze tra i signori Massimo e Giovanni Bossetti per quanto riguarda bocca, mento e naso.

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Per coerenza devo dire (o meglio, ripetere) che personalmente sono sempre stata più propensa a pensare ad un trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto piuttosto che ad un errore nella comparazione magari attribuibile ad una confusione nell’abbinamento biunivoco campione/numero nella fase di prelievo dei 18.000 DNA, analogamente a quanto accadde nel 2012 con la signora Ester Arzuffi, la quale secondo l’ordinanza si sottopose volontariamente a prelievo di campione salivare.
[N.B. in merito alla possibilità del trasporto del DNA tramite l’arma del delitto vedi ad esempio gli articoli: Dalla parte del torto: la ricostruzione dell’ordine delle ferite potrebbe scagionare Massimo Bossetti?Il silenzio di un innocenteVengo anch’io! No, tu no – tra riscontri mancati sui peli e assenza di contraddittorio come tracollo della civiltàCiviltà l’è morta (e il DNA l’ha uccisa)Tutte le bugie di Massimo Bossetti… O su Massimo Bossetti?“Sbatti il mostro in prima pagina” (e non far notare le incongruenze) e Finché DNA non ci separi: il senso degli Italiani per il garantismo].

In effetti si tratta pur sempre di un test ripetuto in quattro laboratori, anche se a questo punto si potrebbe dire non meno significativamente che si tratta altresì di una traccia di DNA che fino a poco tempo fa veniva definita “quantitativamente scarsa e qualitativamente deteriorata”, ed ora è descritta dalle medesime fonti come “quantitativamente abbondante e di ottima qualità” (sull’inusitata “trasformazione” quantitativa e qualitativa della traccia vedi ad esempio la parte finale dell’articolo “L’onore ai tempi della galera: tra “prova regina” senza corona e distorsioni massmediatiche“).

A proposito di silenzi che seguono a parole avventate, dietro segnalazione di un gentile commentatore del blog, dal momento che sono ancora a piede libero e per nulla a corto di argomenti da spendere per Massimo Bossetti, a dispetto del mio evidente spirito “innocentista”, mi è inoltre giocoforza tornare a parlare di un dettaglio, finora trascurato, emerso dalla trasmissione Segreti e Delitti.

I miei quattro lettori, sempre attenti ai dettagli, ricorderanno senz’altro che nell’articolo Tutte le bugie di Massimo Bossetti… O su Massimo Bossetti? facevo riferimento alla notizia, che circolava in quei giorni, di un furgone bianco ripreso dalle telecamere di sorveglianza, intorno alle ore 18,00, nei pressi della palestra in cui si allenava Yara.

In particolare, usavo queste parole:

“Non sappiamo se il furgone di cui si parla sia o meno quello di Bossetti, ma vale la pena di richiamare almeno un elemento: il fatto che un furgone bianco sia passato da quelle parti alle ore 18,00, non dice molto, in quanto stando all’analisi delle celle telefoniche come descritta nell’ordinanza del GIP, il cellulare di Yara aggancia la cella telefonica di Ponte San Pietro, compatibile con la palestra, rispettivamente alle ore 18,25 ed alle ore 18,44.
E’ dunque lecito ipotizzare che alle ore 18,00 potesse anche non trovarsi in palestra, ed è ancor più lecito supporre che la sua scomparsa debba collocarsi ad un orario ben più tardo, posto che fino alle 18,44 non risulta, secondo le celle telefoniche, essersi spostata.

Del furgone in esame non si vede né la targa né il conducente (e per gli osservatori più maliziosi non si vede neppure il furgone, tanto è sfocato), ragion per cui cominciare subito a dar fiato alle trombe parlando di furgone di Bossetti è quantomeno azzardato.
Volendo ulteriormente sottilizzare, è necessario anche dire che il furgone non è stato ripreso “davanti alla palestra” come è stato detto dai media, se non altro perché le telecamere di sorveglianza del distributore guardavano verso l’interno dell’area di servizio per questioni di privacy.”

Quando affrontai l’argomento, mi riferivo in particolare a quanto era emerso in una puntata di Estate in Diretta: ancora non sapevo, infatti, che il filmato in questione era stato mostrato anche da Segreti e Delitti nella puntata andata in onda in data 2 luglio.

Quanto avvenuto nella suddetta puntata e nelle successive è stato in effetti così interessante che vale la pena di riportarlo paro paro: orbene, nella puntata andata in onda in data 2 luglio, è stato mostrato il “famoso” filmato che, a dire della grancassa, avrebbe ripreso il passaggio del furgone di Bossetti.

Prima di creare inutili aspettative nei miei lettori, è bene sottolineare immediatamente che la “schiacciante” ripresa delle telecamere di sorveglianza è nulla più che questa non meglio identificata macchia di colore mostrante un furgone assolutamente indistinguibile nella propria singolarità.

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Dopo aver osservato un simile “indizio” non ci si può che augurare che si tratti di un tardivo pesce d’aprile e che un filmato così palesemente insignificante non approdi mai nell’aula di un Tribunale della Repubblica.

In ogni caso, tornando alla puntata del due luglio di Segreti e Delitti, il Dott. Ezio Denti, noto criminologo presente in studio, faceva notare come i fendinebbia del furgone ripreso dalle telecamere non fossero assolutamente compatibili con il modello del furgone di Bossetti (il furgone di Bossetti è un Iveco Daily di seconda mano del 1999, mentre la legge che ha reso obbligatori fari di quel tipo sui nuovi modelli è entrata in vigore nel 2006).
La linea difensiva del conduttore Gianluigi Nuzzi è stata che sul libretto risulta essere annotata una “modifica strutturale” alla carrozzeria, a suo dire certamente volta all’installazione di quella tipologia di fendinebbia.

Ciò che, ahimè, sembra sfuggire, è che il documento della motorizzazione oltre alla “variazione della carrozzeria” riporta chiaramente anche una data, cerchiata in rosso da me: 02/09/2003, ossia precedente di ben tre anni rispetto all’entrata in vigore di quel tipo di fari.
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Certo, sono sicura che Bossetti abbia in realtà aperto un varco spazio-temporale per effettuare la modifica tre anni prima, peccato però che si debba anche aggiungere che una eventuale modifica di quel tipo non richiede omologazione.

In ogni caso, il Dott.Ezio Denti, che per una singolare coincidenza successivamente alla summenzionata puntata non è più stato invitato in trasmissione, ha anche spiegato egregiamente che i fari del furgone di Bossetti emettono una luce di colore giallo e non bianca come quella che si vede nel video e nei fotogrammi dello stesso, che in tutta la loro poca chiarezza, almeno sul colore non lasciano dubbio alcuno.

Merita poi menzione l’allucinante epiteto attribuito a Bossetti.
E a nulla vale ricordare che gli antichi dicevano saggiamente che “verba volant, scripta manent”, in quanto nel caso in esame l’epiteto è proprio scritto, e lo riporto a memoria dei posteri.

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L’uomo nero.

Come in una terrificante (e di cattivo gusto) fiaba per adulti, purtroppo priva di lieto fine, e soprattutto priva del valore educativo che generalmente si attribuisce alle fiabe, tanto più che le frasi “(…) in tal senso il corretto giornalismo investigativo trova i suoi limiti nella veridicità e correttezza delle informazioni e delle opinioni, ed è incompatibile con qualsiasi campagna giornalistica realizzata sulla base di prese di posizioni precostituite (…) e “i giornalisti, nelle informazioni fornite e nelle opinioni formulate, sono tenuti al rispetto della presunzione d’innocenza, segnatamente nei casi ancora sub judice, evitando di formulare verdetti” non sono la barzelletta del giorno, ma rispettivamente i punti 21 e 22 del codice deontologico generale della professione di giornalista.

Ma soprattutto è interessante notare che nell’ultima puntata di Segreti e Delitti, andata in onda in data 18 luglio, è stato nuovamente mostrato il furgone sequestrato di Bossetti, che evidentemente è sprovvisto dei fendinebbia superiori quali mostrati dal video delle telecamere di sorveglianza preso in esame nella puntata del 2 luglio, un particolare sul quale è però calato un religioso, nonché tardivo, silenzio.

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Ma per eccesso di zelo, inserisco anche alcuni ingrandimenti, che non lasciano spazio a nessun dubbio:

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Se poi emerge che su tale furgone non risultano essere state trovate ad oggi tracce riconducibili alla piccola Yara, nonostante l’accertamento sia stato effettuato con il Luminol, che notoriamente è in grado di individuare eventuali tracce anche a distanza di anni e dopo accurati lavaggi, è chiaro che il dubbio di aver preso una brutta cantonata, per la quale basterebbe chiedere umilmente perdono ad un uomo e alla sua famiglia (scuse che non basterebbero certo a risarcire il dolore causato, ma almeno potrebbero in qualche modo porvi termine), non può e non deve neppure sfiorarci.

Ce ne dà prova il settimanale Giallo (lo stesso che la settimana prima riportò erroneamente e a differenza di tutte le altre fonti di informazione che i colleghi di Bossetti avrebbero smentito il suo soffrire di epistassi, la qual cosa è stata invece confermata), che non manca di avvisare gli accorti lettori, sin dalla copertina, che evidentemente il Bossetti ha, sfidando il Luminol, eliminato le tracce, magari -perché no- cambiando i sedili: una modifica, questa, che però non trova alcuna conferma, e che dunque deve essere stata fatta in nero, la qual cosa conferisce un ulteriore aspetto scabroso (e come al solito non verificabile) sul quale favoleggiare.

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Mentre non posso che pormi la domanda, tra il serio e il faceto, se quando verrà ufficialmente depositata la perizia sui reperti piliferi, che pare proprio non corrispondano a quelli Bossetti, qualche giornalista nostrano possa ipotizzare che il Bossetti sia fuggito nottetempo dalla sua cella d’isolamento della Casa Circondariale di Bergamo per recarsi al laboratorio di Pavia e sostituire i propri peli con quelli di qualcun altro, per poi far ritorno in carcere prima dell’alba fischiettando con nonchalance, mi chiedo, e stavolta con seria amarezza, se la soluzione al dilemma non stia proprio in quelle due parole viste sopra: l’uomo nero.

Il bisogno dello spauracchio, dell’archetipo del malvagio che da sempre ci accompagna: ammettere con noi stessi di non averlo in pugno sarebbe forse un colpo troppo duro da sopportare.

E allora meglio non pensarci troppo: l’uomo nero c’è, e come disse il nostro ministro dell’interno è stato individuato.

Certo, come ho già scritto parecchie volte quel tweet fu davvero deprecabile, sintomo di un tracollo di civiltà e di una preoccupante commistione tra potere politico e giudiziario, e come ebbe a dire il compianto Piero Calamandrei “quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra”, ma se è alla sostanza che bisogna guardare, allora l’importante è aver finalmente individuato l’uomo nero e non metterne in dubbio, neanche per un attimo, la colpevolezza.

Ma c’è qualcuno, e mi pregio di appartenere alla categoria, che non vuole l’uomo nero, ma la Verità.

E se dopo aver dato in pasto quest’uomo a squali affamati, cani rabbiosi ed avvoltoi dovesse sorgere qualche dubbio, calino pure i sipari e si ponga fine allo show con un silenzio che non è più d’oro, ma corrisponde solo all’onta di un’incorreggibile ipocrisia: io resterò qui a cercare, analizzare, pormi delle domande.

E lo farò senza alcun tornaconto e pur essendo estranea alla vita di quest’uomo e della sua famiglia, perché come disse Gramsci è l’indifferenza il peso morto della Storia, ed io voglio sentirmi viva, anche in una società nella quale, stante l’attuale situazione, sono orgogliosa di non riconoscermi.

Alessandra Pilloni

Tutte le bugie di Massimo Bossetti… O su Massimo Bossetti?

Ebbene sì, signore e signori, devo darvi una notizia inaspettata, e dopo questa notizia tanto inattesa, dovrò forse gettare la spugna e ritenere esaurito il ruolo di questo blog informativo: Massimo Bossetti dice bugie.

A darci la notizia, una serie di trasmissioni televisive, rotocalchi, e chi meno ne ha più ne metta.

Non solo quest’uomo, della cui vita conosciamo ormai ogni singolo dettaglio con una dovizia di particolari che ha dell’aberrante, avrebbe seviziato e ucciso la povera Yara, ma il suo crimine continuerebbe ad essere marchiato, ogni giorno di più, dal segno dell’ignominia per il suo continuo mentire spudoratamente.

Come ho detto tante volte, io non posso affermare con oggettiva certezza che Massimo Bossetti sia colpevole o innocente: io non credo nella sua colpevolezza, e ritengo che gli indizi finora trapelati a suo carico siano insufficienti ed equivoci, in quanto passibili di essere interpretati -a mio avviso in modo più logico- in altro senso.

Un Tribunale dovrà poi stabilire la sua verità, che a sua volta sarà una verità processuale, che non sempre e non necessariamente collima con la realtà fattuale, e che né io né nessun altro, ad oggi, può sapere quale sarà.

Io non so neppure come si reagisca, quando si è innocenti o perlomeno così ci si proclama a gran voce, ad essere rinchiusi in carcere in isolamento da 27 giorni, lontani dalla propria famiglia e dai propri affetti, strappati alla propria vita, ma posso immaginare che in casi di questo tipo l’innocenza divenga quasi un macigno, con il quale fare i conti giorno dopo giorno.

Se oggi potessi parlare con il signor Massimo Bossetti e con la sua famiglia, mi piacerebbe dirgli che non tutti lo hanno avventatamente condannato, e che c’è chi cerca di seguire l’evolversi dei fatti in modo critico e nel rispetto dei diritti umani e della presunzione di innocenza.

In data 11 luglio, l’approfondimento sul caso Yara nella trasmissione Estate in Diretta è stato, per alcuni aspetti, degno di nota.
Mi permetto quindi di inserire il link dal quale è possibile rivedere la puntata in streaming: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-bbf689fa-004e-4b5e-8448-3fc736c13275.html#p=0

Nella puntata in questione, i conduttori sembrano non farsi grandi scrupoli nel manifestare un palese scetticismo dinnanzi all’ipotesi che Bossetti possa non essere colpevole, e la parola “bugia” è ripetuta a più riprese, ma su questo aspetto torneremo in seguito.

Il primo aspetto sul quale invece vorrei richiamare l’attenzione, è la notizia di un furgone bianco ripreso dalle telecamere di sorveglianza, intorno alle ore 18,00, nei pressi della palestra in cui si allenava Yara.

Non sappiamo se il furgone di cui si parla sia o meno quello di Bossetti, ma vale la pena di richiamare almeno un elemento: il fatto che un furgone bianco sia passato da quelle parti alle ore 18,00, non dice molto, in quanto stando all’analisi delle celle telefoniche come descritta nell’ordinanza del GIP, il cellulare di Yara aggancia la cella telefonica di Ponte San Pietro, compatibile con la palestra, rispettivamente alle ore 18,25 ed alle ore 18,44.
E’ dunque lecito ipotizzare che alle ore 18,00 potesse anche non trovarsi in palestra, ed è ancor più lecito supporre che la sua scomparsa debba collocarsi ad un orario ben più tardo, posto che fino alle 18,44 non risulta, secondo le celle telefoniche, essersi spostata.

Del furgone in esame non si vede né la targa né il conducente (e per gli osservatori più maliziosi non si vede neppure il furgone, tanto è sfocato), ragion per cui cominciare subito a dar fiato alle trombe parlando di furgone di Bossetti è quantomeno azzardato.
Volendo ulteriormente sottilizzare, è necessario anche dire che il furgone non è stato ripreso “davanti alla palestra” come è stato detto dai media, se non altro perché le telecamere di sorveglianza del distributore guardavano verso l’interno dell’area di servizio per questioni di privacy.

Prendiamo però in esame la prospettiva più svantaggiosa per Bossetti, ossia supponiamo che quel furgone, del quale non si vede la targa né chi sta alla guida, sia proprio il suo.

Per vedere a quale livello di collasso mediatico siamo giunti, non ci si può esimere dall’osservare come titola Libero:

“Yara, la rivelazione di Tgcom 24: “Una telecamera incastra Bossetti”
“Le immagini collocherebbero il muratore in luoghi dove ha detto di non essere stato.”

Al di là del fatto che quell’ “incastra” nel titolone mal si sposa con il condizionale “collocherebbero”, soprassediamo sui peccati veniali ai quali Libero non sa proprio resistere e pensiamo alla “sostanza”.

Leggendo il titolone, qualcuno potrebbe pensare che Bossetti sia andato a far benzina in qualche viuzza pur di poter vedere la sua vittima.

Le cose però non stanno propriamente così.
In effetti, nei pressi della palestra frequentata dalla piccola Yara c’è un distributore di carburanti (http://www.paginegialle.it/brembate-di-sopra-bg/stazioni-di-servizio/distributori-carburanti-shell_4): è in via Locatelli, come la palestra stessa.

Peccato che via Locatelli sia null’altro che la strada principale, in cui Bossetti passava, per sua stessa ammissione, tutti i giorni mentre tornava dal lavoro (http://www.tuttocitta.it/mappa/brembate-di-sopra/via-bruno-locatelli).

Nell’ipotesi (comunque assai dubbia) in cui il furgone risultasse essere proprio di Bossetti, insomma, a differenza di quanto paventato da Libero, le immagini non collocherebbero il muratore in luoghi dove ha detto di non essere stato”, ma lo collocherebbero, quasi un’ora prima della scomparsa di Yara, in un luogo in cui, per sua stessa ammissione risultante nientemeno che dall’ordinanza del GIP (nella quale testualmente si legge che Bossetti passava tutti i giorni, tornando dal lavoro, davanti al centro sportivo… “come da lui dichiarato nell’interrogatorio”), passava tutti i giorni di ritorno dal lavoro, in un orario, tra l’altro, perfettamente compatibile con il ritorno dal lavoro.

E’ comunque utile sottolineare che il fantomatico “furgone bianco”, di per sé rischia di significare ben poco.
Il punto è che chiunque lavori nell’edilizia (e non solo) ha un furgone bianco.

Il tanto vituperato sistema di mappatura di google può essere molto utile per comprendere come nella zona i furgoni bianchi fossero tutt’altro che un’eccezione.

Ecco ad esempio un’immagine casuale di Brembate, angolo via Rampinelli (nella cui zona vi erano vari cantieri), immagini del 6/2011.
vr.

A proposito di furgoni bianchi, però, un’analisi oserei dire ancor più discutibile è pervenuta nel corso dell’ultima puntata di Segreti e Delitti, in cui si è passati, con dubbia soluzione di continuità, dalla ricerca di un furgone bianco a quella di un’auto grigia, sulla scorta forse del vecchio adagio per cui “se non è zuppa è pan bagnato”.

Sia chiaro che il mio intento non è quello di polemizzare sterilmente.
Sono una sostenitrice della più piena libertà di informazione, tuttavia credo che questa tendenza al processo mediatico non debba degenerare: a mio parere, soprattutto, vi è una differenza sostanziale tra il tentativo di informare, in modo completo di contraddittorio, al fine di inquadrare gli elementi a carico del presunto colpevole di un delitto e l’accanimento verso un “colpevole per forza”.
In quest’ultimo caso non abbiamo una serie di indizi che portano ad un presunto colpevole, ma una serie di “indizi” tagliati e cuciti su misura per farli coincidere con un colpevole.
Da questo modo di fare informazione non posso che dissociarmi apertamente e nel modo più assoluto, esprimendo anzi la più completa contrarietà e riprovazione.

Ma torniamo alla puntata di Estate in diretta e all’altra fantomatica bugia di Massimo Bossetti.
Nel corso della puntata viene detto che Massimo Bossetti ha agganciato la cella telefonica di Chignolo d’Isola in data 6 dicembre, un’evidenza da lui spiegata con il fatto di essere verosimilmente andato a comprare del materiale (lo acquistava lì).
Tuttavia, in quella data non risulta alcuna fattura e soprattutto il titolare del negozio non vide Bossetti il 6 dicembre 2010.
Non ci vuole un genio per capire che nessuno ricorda né può ricordare chi ha visto il 6 dicembre 2010, ma molti Italiani a questo punto stanno già accendendo la pira per bruciare al rogo il malcapitato.
Nota giustamente il Dott. Fusaro, criminologo, che non solo ricordare un dato simile è impossibile, ma anche che non necessariamente quando si acquista qualcosa viene rilasciata una fattura: non si tratta solo del solito problema dell’evasione fiscale, sul quale ovviamente non ci si può esprimere, ma del semplice fatto che spesso viene fatta una fattura definitiva (cosiddetta contro fattura) dopo diversi acquisti, ossia quando il prezzo della merce acquistata ha raggiunto un certo valore.

Prima di elargire l’infamante epiteto di “bugiardo” ad un uomo che grida la propria innocenza, e dinnanzi all’ennesimo “indizio” che rischia di essere un buco nell’acqua perché Chignolo d’Isola confina con Mapello, ragion per cui non è certo strano che Bossetti che ci passasse con una certa frequenza, ci si dovrebbe interrogare con attenzione su questi elementi.

Lascia inoltre spiazzati il fatto che all’opinione pubblica venga proposto prima che Bossetti spegneva il cellulare (circostanza già ampiamente messa in discussione qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/11/la-questione-delle-celle-telefoniche-tanto-rumore-per-nulla/) per non essere localizzato e poi che si recasse, in barba alla sua fredda e truce accortezza, con il cellulare evidentemente acceso, nel (presunto) luogo del delitto.

Oltre all’intervento del Dott.Fusaro, il quale ha inoltre ricordato, semmai ce ne fosse bisogno, che “il sonno della ragione genera mostri”, merita di essere evidenziato anche l’illuminante intervento della Dott.ssa Marina Baldi, nota genetista.

In relazione alle dichiarazioni di Bossetti circa la sua epistassi ed al possibile trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, la Dott.ssa Baldi ha infatti spiegato in termini molto semplici e concisi che, stando alle conoscenze del caso in analisi ad oggi disponibili (che riferiscono di un’unica traccia, presumibilmente ematica, di Ignoto1), un tale trasporto del DNA è scientificamente possibile; ha inoltre sottolineato come la contestazione circa il fatto che il sangue eventualmente presente sull’arma del delitto sarebbe stato secco, ha poco senso poiché il sangue secco, venendo a contatto con del sangue fresco (della vittima) andrebbe incontro a liquefazione.

Nel rivolgere un plauso alla schiettezza ed alla correttezza professionale della Dott.ssa Baldi, che emergono in maniera chiara anche dal suo evitare qualsivoglia commento sulla sua personale posizione sull’innocenza ovvero la colpevolezza dell’indiziato, non posso non ricordare con una certa soddisfazione che già avevo proposto un’analoga ipotesi in questo blog (vedi qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/09/sbatti-il-mostro-in-prima-pagina-e-non-far-notare-le-incongruenze/), ma soprattutto non posso non evidenziare come le parole della nota genetista sembrino contrastare nettamente con opinioni giornalistiche che parlavano ad esempio di “una ricostruzione in primis paradossale, difficile da prendere in considerazione” (vedi qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/10/garantisti-fino-a-tiratura-contraria/).

Tutto questo vale a ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, quanto i processi mediatici rischino di essere approssimativi e di basarsi su nozioni fallaci e facilmente smentibili presentate all’opinione pubblica come veritiere.

Come molti avranno avuto modo di leggere, inoltre, oggi Repubblica ha pubblicato i contenuti del verbale dell’interrogatorio di (non) convalida del fermo del GIP avvenuto in data 19 giugno.
Leggo su Il Sussidiario (http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/7/12/YARA-GAMBIRASIO-News-i-colleghi-smentiscono-Bossetti-dal-cantiere-non-spari-nulla-oggi-12-luglio-/513866/) che Bossetti ha fornito in questo interrogatorio una “nuova” versione sulle lampade solari: ha infatti dichiarato di farle.
L’articolo dice a tal proposito che “fino a pochi giorni fa, Bossetti aveva dichiarato di non essere mai stato al centro estetico, ma era stato smentito dal titolare […]”.
Vorrei però ricordare all’articolista che l’interrogatorio con le affermazioni di Bossetti, sebbene pubblicato oggi, risale al 19 giugno: ragion per cui, “fino a pochi giorni fa”, non era Bossetti ad aver negato di essere stato al centro estetico, ma erano stati i media a sostenere che lo negasse, nonostante Bossetti nell’interrogatorio avesse dichiarato il contrario.

Un altro esempio calzante di bugia “di Bossetti”, ci arriva dal Corriere.
Dal Corriere di ieri si apprende infatti che Bossetti è stato smentito dai colleghi:http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_12/bossetti-smentito-colleghi-dal-cantiere-non-spari-nulla-b23e8d88-098c-11e4-bfee-4a37bea40287.shtml .
Quindi è bugiardo.
Perché sarebbe stato smentito?
Semplice: perché aveva detto che soffre di epistassi, e che quindi è possibile, qualora il DNA sia suo, che qualcuno possa aver usato come arma del delitto un suo taglierino “contaminato”.
Leggendo l’articolo si scopre però che i colleghi hanno confermato che soffre di epistassi, e negato che vi siano stati furti in cantiere a Palazzago.
Ciò che evidentemente sfugge è che, dicendo questo, non hanno smentito Bossetti, che non ha mai parlato di furti avvenuti in cantiere: chi non ci credesse può fare un rapido confronto con quanto riportato dai vari media in data 26 giugno, in cui si dice all’unanimità che Bossetti aveva menzionato un furto di attrezzi che avvenne dall’ “Iveco Daily parcheggiato sotto la casa di via Piana di Sopra a Mapello“.

Per chi volesse dilettarsi ad esaminare ulteriori discrasie mediatiche, se ne trovano anche di precedenti.
Ad esempio, in data 18 giugno, Oggi informava i lettori che era stata fatta la comparazione tra DNA di Massimo Bossetti e del suo padre legittimo per escludere il rapporto di filiazione e confortare l’esito del test precedente che vedeva in Bossetti “Ignoto1”.
“Oggi” forniva anche del risultato del test, che avrebbe dato esito negativo: Bossetti non è figlio del padre legittimo (http://www.oggi.it/attualita/notizie/2014/06/18/yara-gambirasio-il-caso-non-e-chiuso-bossetti-e-senza-alibi-ma-e-scontro-tra-giudici/)

Interessante però notare che l’ordinanza del GIP, del giorno successivo, smentisca che sia stata fatta la summenzionata comparazione.
Cito testualmente:
“Nel proseguo delle indagini potranno essere utilmente effettuati accertamenti volti a confrontare il DNA di Bossetti Giovanni e di Bossetti Massimo per stabilire il rapporto di filiazione tra gli stessi”.
Dunque quando è stata emessa l’ordinanza, il 19 giugno, il DNA al signor Giovanni Bossetti non era stato ancora prelevato e meno che mai comparato con quello di Massimo Bossetti: e pensare che i giornali il giorno prima conoscevano perfino il risultato della comparazione (stando all’ordinanza, non ancora avvenuta).

A questo punto non resta altra scelta che contattare il CICAP: se non è una prova di preveggenza questa!

In definitiva, sarebbe forse auspicabile, per chi è cattolico nel nome del principio in base al quale solo chi è “senza peccato” dovrebbe scagliare la prima pietra, per chi non lo è nel nome di un ordinario appello al buon senso, che sugli altari del sensazionalismo non si finisse per sacrificare quello che è attualmente un presunto innocente e che tale si dichiara, definendolo impropriamente “bugiardo” o con epiteti analoghi.

L’errore è stato forse il troppo clamore iniziale, che ha fatto perdere di vista, tra le tante cose, la lucidità d’analisi e ancor più il senso di empatia.

E’ stato facile accettare supinamente che Bossetti fosse il mostro, ed è stato facile attaccarlo senza pietà, con un atteggiamento spesso meschino, e lontano anni luce dal riserbo e dalla correttezza della famiglia della povera Yara Gambirasio, che ha mostrato una compostezza dalla quale tutti dovrebbero prendere esempio.

E’ stato facile convincersi avventatamente della colpevolezza di Massimo Bossetti, ma talvolta, come ebbe a dire Nietzsche,
“le convinzionipiù delle bugie, sono nemiche pericolose della verità”.

Alessandra Pilloni