“Sbatti il mostro in prima pagina” (e non far notare le incongruenze)

Spesso, quando “dolce e chiara è la notte e senza vento”, mi capita di fare un sogno ricorrente: sogno di vivere in uno Stato in cui il principio secondo il quale “la legge è uguale per tutti” sia qualcosa di più di una semplice frase su carta ingiallita, quasi ridotta, oramai, ad una sorta di grida secentesca di manzoniana memoria.
Ma ecco che, ogniqualvolta questo idillio onirico torna a farmi visita, è bruscamente ed inesorabilmente interrotto da un incubo che vi si sovrappone: ed è così che mi ritrovo a dover fare i conti con Gian Maria Volonté, nelle vesti del redattore capo Bizanti, ed a vedere il misterioso monito “la legge è uguale per tutti” riveduto e corretto, alla maniera orwelliana, dall’inquietante prosieguo “…ma qualcuno è più uguale degli altri”.

Proprio mentre scrivo questo articolo, il notiziario mi informa, in effetti, di un tweet del premier Matteo Renzi, che con riferimento alla condanna a un anno a carico di Vasco Errani per falso ideologico, ricorda che “finché non c’è sentenza passata in giudicato un cittadino è innocente”.

Per quanto possa sembrare strano, ciò che scrive Renzi è proprio vero: lo dice il secondo comma dell’articolo 27 della nostra Costituzione.
“Si chiama garantismo”, chiosa Renzi nel suo tweet, ancora una volta a ragione.

Eppure, c’è una nota stonata in tutto questo.
Non fraintendetemi, questo blog fa del garantismo per tutti il proprio vessillo: certamente, però, è un vero peccato che questo principio sacrosanto sembri valere solo per i politici, mentre per un semplice operaio possa essere saltato a piè pari anche dagli annunci di un Ministro.

Ed è a questo punto che l’incubo di cui sopra torna a farmi visita, con una domanda pressante: cosa è andato storto nell’evoluzione dei principi dello stato di diritto?

Mi scuseranno quindi, i gentili lettori, se da queste pagine preferisco rivolgere la presunzione di innocenza a chi è stata negata sin dal primo momento proprio da voci istituzionali.

In un articolo di qualche giorno fa (https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/06/finche-dna-non-ci-separi-il-senso-degli-italiani-per-il-garantismo/) ho già affrontato la tematica relativa ad alcune legittime perplessità alle quali, sia in generale sia nel caso di specie, la prova del DNA a carico di Massimo Bossetti sembra lasciare un certo spazio.
Questo perché, anche al di là di alcune inesattezze divulgate dai media che ho avuto modo di evidenziare (come ad esempio la notizia errata secondo la quale la traccia di DNA sarebbe stata isolata nella parte interna degli slip), alcuni dubbi si impongono inevitabilmente, come esito di palesi discrasie che si ricavano seguendo l’evolversi della vicenda e delle indagini sin dall’inizio.
L’articolo in questione , ovviamente, non pretendeva di esaurire  la tematica, sulla quale dunque mi sarà giocoforza tornare, in qualche modo, anche oggi.

Nell’articolo di cui sopra, avevo volontariamente dedicato pochissimo spazio alla tesi, sia pure in testa alle indiscrezioni e che, per giunta, io stessa in un gruppo facebook creato ad hoc proposi qualche giorno prima che cominciasse a circolare sui media, secondo la quale potremmo essere di fronte ad un caso di trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto.

Negli ultimi giorni, in particolare, questa ipotesi è stata avanzata a più riprese anche nel corso di alcune trasmissioni televisive, ad esempio dal Dott. Natale Fusaro, il quale ha altresì sottolineato come, qualora l’arma del delitto fosse stata un oggetto di Bossetti o di un terzo, quale ad esempio un attrezzo da lavoro, precedentemente utilizzato da Bossetti e sporcatosi con il suo sangue (sappiamo che Bossetti, oltre a fare un lavoro che di per sé espone a ferite ed escoriazioni, soffre di epistassi), potrebbe effettivamente essersi verificato un passaggio del DNA di Bossetti, attraverso l’arma del delitto, sugli abiti della piccola Yara.
Fusaro inoltre notava, non a torto, come nessuno si prenderebbe la briga di lavare un coltellino per l’edilizia qualora si sporcasse di sangue.

E’ dunque piuttosto evidente che anche quest’ipotesi, che nel caso di un’unica traccia di DNA, come questo, è astrattamente possibile (sia pure improbabile), alla luce delle circostanze concrete relative a Bossetti (epistassi, lavoro che espone a ferite) e alla possibile arma del delitto (coltellino per l’edilizia non lavato) acquisti perfino un certo margine di probabilità.

Un margine di probabilità che appare inoltre confortato da alcune evidenze peritali che emergono dall’ordinanza del GIP.
In primo luogo, merita menzione l’area specifica degli indumenti ove la traccia di DNA è stata isolata, che l’ordinanza descrive testualmente come “un’area attigua al margine reciso” degli indumenti stessi, un particolare che ben si sposa ad un trasporto del DNA proprio attraverso un’arma da taglio.

Per contro, viene in considerazione che l’ipotesi che la traccia (presumibilmente) ematica isolata sia esito di una ferita riportata dall’assassino in una colluttazione con la vittima, che dunque si sarebbe strenuamente difesa, è resa improbabile dall’assenza di “lesioni tipicamente da difesa” sulla vittima stessa.

Ma questa ipotesi del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto sembra sposarsi piuttosto bene anche con un altro particolare, che in effetti è uno dei particolari che sembrano contrastare maggiormente con il teorema della colpevolezza di Bossetti.

No, non si tratta di una mia fissa, ma di qualcosa che già da tempo era facilmente saltata agli occhi degli inquirenti (vedasi ad esempio qui:http://www.corriereadriatico.it/ATTUALITA/yara_ultimi_attimi_fuga_inseguimento_omicidio._e_spunta_l_ombra_di_una_donna/notizie/141158.shtml), e che non dovrebbe essere dimenticata ora.

E’ la stessa modalità dell’aggressione a far sorgere seri dubbi sulla colpevolezza di Bossetti, in quanto appare ben difficilmente compatibile con un agente quarantenne e avvezzo da oltre quindici anni ad un lavoro fisico non indifferente.

E’ la stessa ordinanza del GIP che, riprendendo quanto emerso dall’esame autoptico, descrive le otto lesioni riscontrate sul cadavere della piccola Yara come “relativamente superficiali e insufficienti da
sole a giustificare il decesso”, che infatti si suppone essere avvenuto per ipotermia.

Quindi è del tutto lecito chiedersi come tali ferite, che sembrano indicare palesemente scarsa manualità con l’arma del delitto, probabilmente scarsa forza, sicuramente incapacità di colpire, possano essere attribuite ad un muratore quarantenne per forza di cose abituato all’uso di un certo tipo di strumenti e dotato di una certa forza fisica.

Le ferite sono insomma disordinate, incapaci di causare di per sé la morte, inferte con un’arma con la quale l’agente non sembra avere manualità alcuna (un oggetto non suo?); nonostante questo, va sottolineato, l’assassino se la dà a gambe lasciando la povera Yara ancora viva.
Francamente, tutto questo ricorda, più che un adulto, un possibile atto di bullismo degenerato, o comunque un atto compiuto da persona/e molto giovane/i, con scarsa forza fisica, e che fugge rendendosi conto di aver combinato un disastro spintosi oltre ogni sua previsione.

Vedete, cari lettori, come ho evidenziato nel penultimo articolo (https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/07/bossetti-e-la-sentenza-della-corte-delle-comari/), questo caso fortemente mediatizzato è stato accompagnato da un collasso informativo spaventoso, che ha finito per scadere in una banalissima forma di gossip.
D’altronde, avrete tutti sentito parlare della banalità del male.
Ma in effetti non sarebbe difficile per un lettore accorto trovare per tutte queste chiacchiere tra comari delle spiegazioni piuttosto semplici.
Un “indizio” insignificante come le lampade solari, ad esempio, trova una spiegazione più che plausibile alla luce di una considerazione banalissima: evidentemente Bossetti voleva farle perché tiene alla cura del proprio aspetto, e perché i muratori, lavorando al sole, hanno un sacco di segni (quello della canottiera, dell’orologio, dei calzini, delle scarpe, dei pantaloncini) che una o due lampade a settimana tolgono.
Alcuni organi di stampa hanno detto che la moglie non conosceva la frequenza con la quale Bossetti faceva le lampade.
E allora, cosa ci si trova di strano santo cielo?
Non serve una fervida immaginazione per intuire, ad esempio, che se avesse detto alla moglie che andava al solarium ogni settimana, questa avrebbe magari risposto “ma quanti soldi spendi in sciocchezze?”.
Uno non va a litigare per una doccia solare, la fa e basta.
Così come tante mogli non raccontano per filo e per segno quello che acquistano: magari un reggiseno che piace sebbene se ne abbiano già dieci simili, o i collant ricamati, piuttosto che un nuovo inutile pezzo di bigiotteria acquistato solo per vezzo.
Sono quelle piccole cose omesse perché banalmente inutili o per pace familiare che a quanto pare, ora, per i saloni televisivi fanno di te un bieco assassino.

Ma il punto forse è un altro.
Perché se gli organi di informazione alla costante ricerca dello “scoop” si soffermano su particolari inutili, come la passione di Bossetti per le lampade solari, si tratta di un atto che può essere prosaicamente descritto come superficialità o mera disinformazione.

Ma se un Ministro dell’interno scrive su Twitter che è stato “identificato l’assassino di Yara Gambirasio”, omettendo l’aggettivo “presunto”, la questione cambia.
Non solo perché dinnanzi alla scritta “la legge è uguale per tutti” sembra di sentire riecheggiare il celebre “ma mi faccia il piacere!” di Totò, ma anche perché se un rappresentante delle istituzioni afferma pubblicamente che Massimo Bossetti è un assassino, io, comune cittadina, gli devo credere.

Gli devo credere con tutto il cuore, perché se sciaguratamente scegliessi, invece, di credere a Bossetti che si proclama innocente, o anche soltanto di soffermarmi sui tanti, troppi dubbi che circondano questa vicenda, allora dovrei perdere ogni fiducia nei vertici del mio Paese.

E, stavolta, senza alcuna possibilità d’appello.

Alessandra Pilloni

Finché DNA non ci separi: il senso degli Italiani per il garantismo

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere questo articolo http://www.opinione.it/politica/2014/06/10/perricone_politica-10-06.aspx, emblematicamente intitolato Convinti di essere“beceri garantisti”.

L’articolo si apriva con queste parole:
“Lo vogliamo ribadire così, pubblicamente, senza vergogna e per l’ennesima volta: finché non sarà celebrato il terzo grado di giudizio, per noi tutti, ma proprio tutti, gli inquisiti (a qualsiasi partito, associazione, impresa, ecc. appartengano) sono da considerarsi innocenti. Ripetiamo, sono innocenti! Non “colpevoli a prescindere”, ma innocenti e basta. I processi allestiti in base all’inchiostro delle pagine dei giornali (o, almeno, di alcuni di essi) sono all’antitesi del rispetto di ogni civiltà giuridica e di quei diritti della persona che devono essere rispettati.”

Anche io mi considero una “becera garantista”, e pertanto trovo questa riflessione interessante e senz’altro condivisibile, ma allo stesso tempo ritengo che debba necessariamente e a scanso di equivoci essere ampliata.
Si fa menzione di “inquisiti” appartenenti a partiti, associazioni, imprese e così via.
Una menzione sacrosanta, ma insufficiente.

Non è la riflessione, ma è il garantismo stesso che deve estendersi, e non dico che debba estendersi alle testate giornalistiche tipicamente “manettare”, in cui non arriverà mai, ma deve estendersi nel senso che chi si dichiara garantista deve cominciare ad esserlo realmente: in tal senso, un vero e sano garantismo si vede quando si esplica nei confronti non delle persone in vista, ma delle persone comuni, quelle per le quali molti sedicenti garantisti non si “sporcano le mani”.
Il garantismo deve essere sentito, da chi ha a cuore la giustizia, come un obbligo morale anche e soprattutto rivolto alle persone più deboli, cioè a quelle persone che proclamano la propria innocenza ma, siccome non hanno santi in paradiso, non hanno a disposizione i mezzi culturali e finanziari per potersi difendere adeguatamente.

L’autentico garantismo non si vede quando alla sbarra vi è il proprio amico, conoscente, parente, compagno di partito.
Mi è stato chiesto, provocatoriamente, se sono parente di Massimo Bossetti.
In fondo, ho creato un blog teso a difendere la presunzione di innocenza, qualche tornaconto dovrò pur averlo.
E invece no: non solo non sono parente di Bossetti, non solo non lo avevo mai visto in vita mia prima del suo arresto (per giunta, vivo dall’altra parte di Italia), ma non ho neppure nessun tornaconto.

Sono solo una cittadina indignata dal tracollo di civiltà al quale abbiamo assistito, con spettacolini mediatici rivoltanti, nei cui palcoscenici persone che si proclamano innocenti e famiglie intere vengono esposte al pubblico ludibrio in uno (concedetemi la licenza poetica) sputtanamento indegno in cui tra l’altro, quasi fossero anch’essi indizi di colpevolezza, vengono tirati fuori dal cilindro vocaboli che sarebbero dovuti sparire dai dizionari civili decenni fa, come “figlio illegittimo”, “figlio della colpa” e similari.

Sono garantista e proprio per questo difendo la presunzione di innocenza di Bossetti pur non conoscendolo.

Diceva Einstein che “il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno a guardare”.
Purtroppo aveva ragione, e lo dimostra il fatto stesso che qualcuno mi abbia chiesto se sono parente di Bossetti: siamo così tanto avvezzi all’inerzia dinnanzi all’ingiustizia da sorprenderci se qualcuno decide di occuparsene senza alcun tornaconto personale.

Eppure, il garantismo non può essere solo silenzio.
Garantismo significa anche muoversi affinché l’opinione pubblica maturi una sensibilità tale da capire che giustizia non significa trovare “un colpevole”, ma trovare “il colpevole”, la cui colpevolezza va accertata al di là di ogni ragionevole dubbio sulla base di fatti e non di chiacchiere e pettegolezzi giornalistici.

In definitiva sì, sono anche io una becera garantista, ma ci vogliono più beceri garantisti disposti ad esserlo fino in fondo e non solo per convenienza politica.

Ancora, mi è stato chiesto perché sono garantista.

Se mi è concesso, vorrei provare a rispondere con un’altra domanda: chi ricorda Rocco Barnabei?
Io sì.
Rocco Barnabei, cittadino della Virginia di origini italiane, fu condannato alla pena di morte, eseguita nel 2000, con l’accusa di aver ucciso la fidanzata.
Barnabei si dichiarò sempre innocente.
Nel processo vi furono molti lati oscuri.
Propendeva a suo sfavore il DNA, comunque facilmente spiegabile (si trattava pur sempre della sua ragazza), il fatto di averla vista qualche ora prima dell’omicidio e alcune testimonianze a suo sfavore, molte delle quali furono però ritrattate perché, pare, originariamente rilasciate a causa di non meglio precisate “pressioni”.
Sul corpo della ragazza uccisa vennero trovate anche altre tracce di DNA, ma la loro origine non fu approfondita.
La condanna a morte sollevò una marea di (giuste) polemiche anche in Italia: la sospensione fu chiesta anche dai nostri politici, ma non ci fu.
L’esecuzione venne trasmessa per giunta in diretta TV anche in Italia.
All’epoca avevo 10 anni, era notte, e la guardai all’insaputa dei miei genitori.
La ricorderò sempre come una delle cose più sconvolgenti della mia vita.
Fu quel giorno che diventai garantista, ed è da quel giorno provo anche un innato fastidio verso chiunque inneggi alla pena di morte o si senta libero di sentenziare senza aver nulla in mano.
Il penalista Alan Dershowitz, che si offrì volontariamente per la difesa, definì quanto avvenuto “uno dei più grossi errori giudiziari mai visti”.

Ricordo bene che in quel caso l’Italia era sconvolta, riteneva che il processo si fosse basato su prove indiziarie e discutibili, che la colpevolezza non fosse stata provata al di là di ogni ragionevole dubbio.

Oggi mi domando se l’Italia in quel frangente mostrò davvero un lato garantista o un lato ipocrita legato a meri sentimenti di campanilismo.
La mentalità dell’Italiano medio è cambiata radicalmente negli ultimi 14 anni, o c’è qualche altra ragione dietro al fatto che nel 2000 tutti giustamente insorgevano per una condanna basata sulla presenza del DNA (che l’imputato sapeva spiegare) e nel 2014 quasi nessuno emette un fiato dinnanzi ad una condanna mediatica (che rischia di tradursi in una condanna politica da parte di un Tribunale che dovrà forse pensare anche a placare la piazza) basata sempre sulla presenza di DNA (che l’indiziato sostiene di essere in grado di spiegare in fase processuale)?

E cosa è successo ai nostri politici se nel 2000 tutti insorgevano al grido di “vergogna!” e nel 2014 abbiamo perfino un ministro che neanche sussurra un “presunto” prima della parola “assassino” in casi praticamente analoghi (incluse altre due tracce di DNA sulla vittima mai analizzate)?

Traggo spunto da un articolo letto ieri sul Corriere per introdurre il discorso relativo al DNA e cercare di chiarire una volta per tutte alcuni punti che i media hanno abbondantemente frainteso (o scientemente finto di non vedere?).
Dall’articolo si ricava che la linea difensiva vorrebbe addivenire ad una nuova comparazione di DNA per accertare anzitutto che Bossetti sia Ignoto1.

Ecco le parole dei legali di Bossetti, tratte da qui:http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_05/difesa-bossetti-dna-mamma-ester-carcere-5eb6b828-0411-11e4-80b4-bb0447b18f3b.shtml

«Questo è un processo indiziario. Il Dna non è una prova, anche qualora fosse confermato che il profilo genetico sugli indumenti di Yara appartenga a Bossetti». 
Ancora:
«La comparazione tra il suo profilo genetico e Ignoto 1 è la parte più semplice da ripetere. Quella più delicata, invece, riguarda l’estrapolazione e l’analisi del campione. Chiederemo che vengano ripetute con i nostri consulenti. Non intendo sul campione già isolato, ma in origine, sugli indumenti (…) nella prospettiva di arrivare a un indagato, un campione di stoffa andava tenuto. Non so se sia stato fatto».

La difesa vorrebbe dunque fare questa comparazione sul campione di DNA originale, ossia quello sui leggings.
Ancora non si sa se sarà possibile, ma è certo che ripetere la procedura in questi termini sarebbe sicuramente auspicabile.
Perché?
Anzitutto perché non si può escludere che vi sia stata ad esempio una contaminazione/sostituzione errata del campione di DNA di Ignoto1.
Chi sostiene che l’indagine sia stata tanto certosina da rendere questa ipotesi impossibile dovrebbe spiegare allora come mai nel 2012 fu possibile (e infatti avvenne) scartare il DNA della signora Ester Arzuffi escludendo che fosse madre di Ignoto1 a causa di un banale errore di comparazione.
Se in quel caso vi fu una confusione tra due campioni di DNA (pare che il DNA della signora Arzuffi venne erroneamente comparato con quello della signora Maura Gambirasio anziché con quello di Ignoto1) pensiamo a cosa può succedere quando se ne comparano 18.000 nella spasmodica ricerca del responsabile di un atroce delitto.

A questo dubbio se ne potrebbero aggiungere almeno altri due.
Ad oggi, non sono ancora pubblici i documenti in mano alla Procura, dunque non sappiamo perché questo fatto sia stato tralasciato, se per questioni “tecniche” sia stato considerato inattendibile o altro: tuttavia sappiamo che il DNA di Ignoto1 venne inviato negli USA per ulteriori analisi particolarmente approfondite.
Da queste analisi venne fuori che la persona corrispondente ad Ignoto1 doveva avere, stando a quanto fu riferito all’epoca “con certezza” (vedi qui: http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/399822_quarto_grado_d_un_indizio_in_pi_yara_sono_castani_gli_occhi_del_killer), gli occhi castani, una caratteristica evidentemente incompatibile con Massimo Bossetti, che ha inequivocabilmente gli occhi azzurri.

Ancora, ci si dovrebbe chiedere per quale ragione il testimone che ha rivelato della ragazza a suo tempo”inguaiata” da Guerinoni abbia collocato la relazione di Guerinoni con la ragazza nei primi anni sessanta (vedi qui: http://qn.quotidiano.net/primo_piano/2014/06/20/1081171-rivelo_love_story_dell_autista.shtml) altra cosa chiaramente incompatibile con Ester Arzuffi e Massimo Bossetti, a meno che la gravidanza non sia durata dieci anni.

Mi sembra dunque che la linea difensiva sia anzitutto ragionevolmente tesa a verificare se vi sia effettiva corrispondenza tra i DNA, e qualora vi fosse a procedere con eventuali spiegazioni alternative alla sua presenza.

Infatti, quand’anche si accertasse nuovamente che il DNA di Ingoto1 corrisponde a quello di Bossetti, il caso sarebbe tutt’altro che chiuso.
Non me ne vogliano i forcaioli, ma è proprio così: il DNA di per sé non indica colpevolezza ma contatto, che per giunta può anche essere indiretto.

Se molti degli adepti alla nuova fede nel Mistero del Santissimo DNA, dogma indiscutibile se non da eretici impenitenti e beceri garantisti, si fossero -perlomeno- presi la briga, prima di sentenziare la condanna a morte, di leggere non quanto dico io, ma quanto risulta dall’ordinanza del GIP Vincenza Maccora, che a sua volta si basa sulla relazione peritale, avrebbe senz’altro notato come qualche dubbio sia più che legittimo, ed anche come molti dei nostri media abbiano fornito informazioni fuorvianti.
Alcuni organi di stampa e/o televisivi hanno infatti affermato, per la gioia dei giustizialisti, che saremmo in presenza di diverse tracce di DNA di Ignoto1/Bossetti e che quindi il trasporto di DNA tramite, ad esempio, arma del delitto, non sarebbe possibile, poiché sarebbe plausibile solo nel caso di traccia unica.
Altre persone, che evidentemente hanno tanto tempo per ergersi a giudici su internet ma non altrettanto per leggere la documentazione, quando affrontano la questione DNA non capiscono più nulla ed inveiscono con il tormentone “ma come fa a dire di non essere stato lui se c’era il suo DNA nelle sue mutandine?”.

Credo che questione andrebbe chiarita con serietà, da parte dei mezzi di informazione, una volta per tutte.

La traccia di DNA è una sola, e non era propriamente “nelle mutandine” (espressione che suggerisce scenari ancor più atroci di quanto già siano) ma tra gli slip e i leggings che la povera Yara aveva addosso quando è stata trovata e nella parte esterna, cioè sui leggings e sulla corrispondente parte sottostante degli slip.

Alcuni si ostinano -non so perché- a non farsi entrare in testa questo semplicissimo particolare, che sarebbe invece di enorme importanza, anche e soprattutto qualora la traccia non fosse di sangue, ma ad esempio di urina: a questo punto basterebbe infatti la possibilità che la ragazza sia stata colpita e gettata in terra in un cantiere in cui uno dei muratori che vi lavoravano si era appartato (come fanno tutti i muratori di questo mondo) per espletare i propri bisogni fisiologici “liquidi” per aver potuto causare una trasmissione del DNA.

Certamente, per onestà bisogna sottolineare che la traccia sembra ematica piuttosto che compatibile con urina/sudore/saliva e simili in quanto, anche se non c’è certezza assoluta, stando a quanto si legge nell’ordinanza sembra la traccia derivi da fluido “abbondantemente cellularizzato”, quale appunto il sangue.
Se però bisogna essere onesti fino in fondo, allora si deve anche ammettere che il fatto che Bossetti soffra di epistassi lascia margini di possibilità alla presenza di tracce ematiche nel cantiere..

Inoltre, il fatto che la traccia di DNA sia una sola, interpretando in controluce quanto detto finora, rende possibile che vi sia stato trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto.

Questa non è genetica, è semplice logica.

Siccome questi punti estremamente importanti sono stati letteralmente stravolti da alcuni organi di informazione, sarebbe bene arginare, a partire dal proprio piccolo, questi tentativi di fornire un quadro diverso da quello reale, tesi unicamente a mettere in crisi possibilità di difesa e di critica da parte del lettore.

E allora, riguardo all’unica traccia di DNA e la sua collocazione, mi permetto di citare testualmente una parte dell’ordinanza stessa (grassetto mio per evidenziare i punti cardine), per mostrare fin dove possa spingersi la scorrettezza di alcuni organi di informazione:
“Dalla relazione agli atti dei 10.11.2012 risulta che è stata isolata su due indumenti della vittima (slip e leggings) una traccia ematica che ha consentito di estrapolare un profilo genotipico maschile denominato convenzionalmente Ignoto1.
(…)
La zona dei leggings in cui è stata trovata la traccia ed isolato il profilo genotipico maschile è corrispondente alla sottostante parte degli slip in cui è stata riscontrata analoga traccia ed isolato analogo profilo di DNA.”

Avete capito, dunque, che la questione è molto più complessa di quanto possa apparire?

La verità è che se certi principi dello stato diritto, tra i quali la presunzione di innocenza, si sono affermati e tuttora (almeno sulla carta) esistono, è perché l’esperienza millenaria ne ha mostrato l’imprescindibilità.

Se alla luce di tutto questo qualcuno volesse ancora lapidare il “mostro” di turno, allora non potrà che farlo ricorrendo al gossip e a quelle chiacchiere che Vittorio Feltri, qualche giorno fa, ha definito, non a torto, “cretine”.
E se penso che sui social network c’è stato perfino chi non ha avuto remora alcuna ad appropriarsi di foto del malcapitato per poi pubblicarle e commentare puerilmente con un “ditemi voi se non ha la faccia del mostro”, che in tutta la sua assurdità avrebbe fatto annichilire perfino Lombroso, mi chiedo se veramente il problema di fondo non sia che alcuni Italiani hanno un concetto di giustizia fermo di qualche secolo.

Ma in fondo non pretendo di capire: sono una becera garantista, e forse non mi resta altra scelta che unirmi ad Indiana Jones nella sua più difficile e coraggiosa ricerca: quella della dignità perduta dei nostri mezzi d’informazione.

Alessandra Pilloni

Colonna Infame… Per chi?

“La menzogna, l’abuso del potere, la violazione delle leggi e delle regole più note e ricevute, l’adoprar doppio peso e doppia misura, son cose che si posson riconoscere anche dagli uomini negli atti umani; e riconosciute, non si posson riferire ad altro che a passioni pervertitrici della volontà.”
(dall’introduzione a Storia della Colonna Infame, Alessandro Manzoni)

Quando ho creato questo blog ho scelto un nome particolarmente evocativo, Colonna Infame.
Il nome Colonna Infame fa riferimento al saggio manzoniano “Storia della Colonna Infame”, incentrato sulle vicende secentesche di due presunti untori, innocenti ma condannati alla pena capitale sulla base delle chiacchiere di una donnicciola del popolo, Caterina Rosa.
Come monito venne eretta sulle macerie dell’abitazione di uno dei due untori una colonna tesa a ricordarne l’infamia, la cosiddetta “colonna infame”, appunto.
Alla fine del 1700, però, svelati gli equivoci, la Colonna Infame venne abbattuta, poiché era ormai divenuta simbolo non più dell’infamia dei due innocenti condannati, ma dei giudici che avevano emesso l’ingiusta condanna, sulla base di pettegolezzi e senza alcuna prova effettiva, a carico di due innocenti.

Vi chiederete quale attinenza possa avere una vicenda secentesca con l’argomento trattato in questo blog.
La verità è che, sebbene non esistano più gli untori, l’humus sul quale le cacce all’untore di secentesca memoria si sviluppavano è ancora intatto.
Lo viviamo quotidianamente, ma ne siamo così avvezzi, ormai, da non essere più in grado neppure di percepirlo.

La verità è che la colonna infame è diventata parte di noi.
E’ entrata nel nostro sangue, o forse, visto il clima di novelli autoproclamatisi genetisti da tastiera, da salottini televisivi e da rotocalchi, dovremmo dire che è entrata a far parte del nostro DNA.

Da un paio di settimane, gli Italiani hanno finalmente una nuova strega da bruciare al rogo, un mostro sul quale sputare la propria infinita indignazione: il suo nome è Massimo Giuseppe Bossetti, muratore di 44enne di Mapello, presunto assassino della piccola Yara Gambirasio.

Presunto assassino che si dichiara innocente.

Presunto assassino, con un “presunto” solo debolmente sussurrato, talvolta negato tout-court, perfino da rappresentanti delle istituzioni che alla tentazione di allungare il pesce gridando trionfalmente di aver “preso l’assassino” proprio non sanno resistere.

E allora è andata così: è stato “preso l’assassino”.

Il verdetto di colpevolezza nei suoi confronti non è stato emesso da un Tribunale, ma nondimeno è stato unanime, gridato coram populo alla folla assetata di sangue.
Nessuna pietà, nessuna voce contraria, nessuna obiezione alla verità, illustrata in modo tanto estenuante da non lasciare alcuno scampo, da tutti i media.

Di lui sappiamo tutto, conosciamo il suo volto, la sua casa, le sue abitudini.
Ne conosciamo perfino, o almeno così pare, l’albero genealogico: sì, perché la novella ondata di giustizialismo forcaiolo non ha risparmiato alcun aspetto della sua vita privata.

Eppure, dovremmo forse cominciare a porci qualche domanda sul nostro albero genealogico.
Perché nel leggere le esternazioni di chi ha condannato un uomo che si dichiara innocente prima ancora del vaglio di un Tribunale, di chi ospita processi mediatici privi di contraddittorio, di chi sputa sui principi dello stato di diritto calpestando insieme la dignità di un uomo e della sua famiglia e il principio di presunzione di innocenza, mi viene il serio, serissimo dubbio di trovarmi dinnanzi ai discendenti di tale Fabrizio Maramaldo, l’infame condottiero che si accaniva contro gli inermi e il cui nome è -non a caso- tuttora usato per indicare la più becera forma di viltà e scelleratezza.

Mi si risponderà che “si è trattato di un omicidio così atroce, che lo sdegno, anche prima del vaglio processuale, è naturale”.
Ma in questa risposta c’è qualcosa che non mi convince.
L’arresto di Bossetti è coinciso, per un caso particolare, con l’omicidio di Motta Visconti.
Osserviamo un attimo i fatti: in quest’ultimo caso abbiamo addirittura tre omicidi di gravità inaudita, per giunta omicidi di moglie e figli, cosa che causa una sorta di repulsione innata; abbiamo tre omicidi aggravati da quelli che nel mio gergo “tecnico” di giurista direi che senza dubbio sono “motivi futili e abietti”, ma soprattutto abbiamo un reo confesso, quindi -almeno in teoria- potremmo anche arrischiarci, in preda all’indignazione, ad accantonare la presunzione di innocenza ed esprimere le nostre reazioni.
Non so se si tratta di un semplice caso, ma mentre avevo la home di facebook letteralmente piena di stati, commenti, link di pessimo gusto che incitavano al linciaggio di Bossetti, sul caso Motta Visconti non ho letto praticamente nulla del genere.
Non sto dicendo che vorrei averlo letto, giacché mi dà sempre e comunque piuttosto fastidio il fatto di rendere i social network una fogna di barbarie con i propri sfoghi più bassi.

Eppure mi chiedo il perché.

C’erano tre omicidi di enorme atrocità e un reo confesso: lo ha detto, è stato lui.
Nessuno ha invocato il linciaggio.
I media stessi si sono limitati ad esporre la vicenda con toni direi quasi rassegnati.
Sembra assurdo, eppure, anche pensando a casi precedenti, l’accanimento popolare si dirige sempre maggiormente contro chi si dichiara innocente.

E allora la domanda è: cosa ci disturba nell’innocenza?

Notavo qualche sera fa che il lato più disturbante dell’innocenza è il fatto che nega la possibilità al popolo di dare al male un nome ed un volto: se una persona è innocente, il mostro è altrove, non lo abbiamo in pugno.
E noi vogliamo averlo in pugno, e vogliamo esserne convinti, perché se lo abbiamo in pugno non potrà più fare del male, e ci sentiremo tutti un po’ più sicuri.

Io non posso dichiarare, da queste pagine, che Bossetti è colpevole o innocente.
Non posso farlo, perché non ne ho le qualifiche: al limite posso esporre il mio parere personale, che alla luce dell’analisi dei fatti e della documentazione finora emersa mi spinge a dubitare fortemente che Bossetti sia colpevole e, di conseguenza, a propendere per la sua innocenza.

Ma questa è solo la mia opinione.

Non sono invece un’opinione i principi dello stato di diritto, che ci impongono, come dovere di civiltà, di evitare processi sommari in TV e gogne mediatiche che di certo non fanno onore ad un Paese che si fregia del titolo, oramai risibile, di “culla del diritto”.

L’art. 27 comma 2 della nostra Costituzione enuncia il principio presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio.
Tale presunzione di innocenza può essere vinta solo dall’accusa: in parole povere, non è l’imputato che deve dimostrare la propria innocenza, ma è l’accusa che deve dimostrarne la colpevolezza.
Ai sensi dell’art.530 del codice di procedura penale, che sviluppa ed approfondisce tale principio, una sentenza di assoluzione non va pronunciata solo quando vi è prova dell’insussistenza del fatto, che l’imputato non lo ha commesso, che il fatto non costituisce reato/non è previsto dalla legge come reato, ovvero è commesso da persona non imputabile o non punibile, ma anche qualora vi sia il DUBBIO sulla sussistenza dei summenzionati elementi; di contro, sulla base dell’art. 533 c.p.p. la sentenza di condanna potrà essere pronunciata solo qualora l’imputato risulti colpevole del reato contestatogli “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Quanti Italiani, negli ultimi giorni, hanno sputato su questi principi che trovano fondamento nella prima legge dello Stato?

Mi riferisco a una nutrita schiera dell’opinione pubblica che, schermandosi dietro presunte esigenze di giustizia non appena vi è il mostro sbattuto in prima pagina dà sfogo alla propria spazzatura interiore inneggiando a pubblici linciaggi, torture, aggrappandosi ipocritamente e con la protervia di un Torquemada ai pretesti più disparati per giustificare le proprie reazioni sconsiderate.

Mi ha colpito molto, ad esempio, il giorno successivo all’arresto di Bossetti, un post che ho letto su facebook nel quale si diceva che il silenzio dell’indagato durante il primo interrogatorio era da considerarsi prova certa di colpevolezza.
Eppure, per chi non è avvezzo a facili suggestioni mediatiche, tale silenzio poteva essere interpretato altresì come esito della comprensibile reazione di shock di una persona estranea ai fatti che si trovi ad essere arrestata per un crimine orrendo e non commesso.

Che bell’esempio di civiltà stai dimostrando, Italia!

Ma la cosa davvero più eclatante di tutte è la propensione di molti alle acrobazie: nessuno ammetterebbe mai di essere forcaiolo.
Si tratta solo di persone “diversamente garantiste”: sarebbero garantiste, se non fosse che… e dopo il che aggiungono una serie di “indizi di colpevolezza” da far accapponare la pelle.

Sì, perché stando a questi indizi di colpevolezza potremmo essere tutti potenziali colpevoli: se si scava nella vita di qualsiasi persona ci saranno sempre dei fatti incomprensibili all’esterno, perché relativi magari a fisse, abitudini personali, avvenimenti che non si ricordano più con chiarezza.
E se a questo aggiungiamo le esagerazioni e le contraddizioni dei media ne viene fuori una fantasmagoria difficilmente descrivibile.

Ma, in fondo, i “diversamente garantisti” sono in buona, anzi ottima, compagnia: la compagnia di giornalisti farabutti, che hanno bisogno del mostro in prima pagina e non esitano neppure a distorcere la realtà pur di aumentare la tiratura del proprio rotocalco, ed ancora quella dei ministri incauti, per i quali il garantismo è un principio fondamentale quando si parla di questioni eminentemente politiche, ma evidentemente cessa di esserlo quando alla sbarra c’è una persona che non ha santi da appendere né chiodi per farlo.

E con questa compagnia tanto qualificata, allora si può sentenziare da subito una condanna a morte, se non fisica perché l’ordinamento non lo consente, perlomeno morale: e si può sentenziare pretendendo che una persona comune ricordi con esattezza e senza osare contraddirsi cosa ha fatto esattamente in un giorno specifico di quattro anni prima, oppure pretendendo che dia una spiegazione del suo DNA prima di parlare con i suoi avvocati (se lo fa dopo è contraddittorio e mente) esigendo assurdamente che abbia i mezzi culturali per farlo anche se sarebbe evidente a chiunque che non li ha.

E allora, se il clima è questo, preferisco prendermi, da un conduttore televisivo l’accusa di essere in “palese malafede”: se chiedere un’informazione che renda conto anche di tesi difensive nel rispetto dei principi del contraddittorio, nel nostro Paese in cui i diritti umani agonizzano da tempo, è malafede, allora sì: sono in malafede e sono fiera di essere in malafede.

E sarò sempre “in malafede” dinnanzi a chi viola i più basilari diritti umani per lo share, a chi attende la tragedia ed il mostro, vero o presunto, per compiere opera di sciacallaggio mediatico, a chi assume toni giustizialisti senza dar voce a tesi difensive, anche dinnanzi all’evidenza di una Procura che ha avuto ed ha mezzi finanziari cospicui ed un indiziato che, da comune operaio, non potrà permettersi di pagare tutti i rispettivi contro-accertamenti.

E allora in alto le forche, e con il telecomando in una mano e la torcia ardente nell’altra, godetevi pure i processi contumaciali e privi di contraddittorio che offre la grancassa, senza farvi troppe domande e sempre dimentichi dei più basilari principi di civiltà.

Personalmente mi dissocio, e con la mia bandiera garantista preferisco ritirarmi in buon ordine tra le schiere dei reprobi e di tutti coloro che ritengono che quei principi di libertà, conquistati con il sangue, debbano ancora essere difesi.

E lascio dunque a qualcun altro l’arduo compito di ergere la colonna infame: chissà, però, che al pari dell’episodio narratoci dal Manzoni, non divenga un giorno emblema dell’infamia di chi troppo avventatamente ha scelto di innalzarla.

Alessandra Pilloni