“Io son d’un’altra razza, son forcaiolo”

Articolo scritto a quattro mani da me e Laura.

“Tutte le Verità sono facili da capire una volta che sono state rivelate.
Il difficile è scoprirle.”
(Galileo Galilei)

Da ormai quaranta giorni assisto quotidianamente ai “contributi” mediatici sugli ultimi sviluppi della vicenda relativa al fermo del signor Massimo Bossetti.
Ebbene, l’occasione mi sembra propizia per riprendere la recente affermazione del direttore generale della RAI Luigi Gubitosi, secondo il quale il canone RAI potrebbe senz’altro essere ridotto se tutti lo pagassero.
Personalmente, vorrei avanzare un’altra proposta: e se invece si provasse ad alzare il livello qualitativo della TV?
Forse, in questo modo, la gente pagherebbe più volentieri, cosa che comprensibilmente non può avvenire se si
 continua a produrre un livello di informazione al limite della vergogna, con trasmissioni avvilenti per stile e contenuto e, per quanto mi costi dirlo in questi termini così poco diplomatici, conduttori da operetta.

Spesso basta meno di un quarto d’ora di trasmissione per scivolare nella consueta pochezza, dove la pochezza comprende (e siamo alle solite) distorsioni interpretative, sdegno costruito, insinuazioni di basso profilo, applauso idiota che segue ad affermazioni ad effetto, ed infine livore, veleno, attacco strisciante (che pare non aver mai fine) contro l’immagine e la dignità di una persona che finora solo la giustizia televisiva ha condannato, della quale rimangono da accertare eventuali colpe e responsabilità.
Professionisti di discutibile serietà, invece, fanno il possibile per schernire e deridere il personaggio, oltre che per colpevolizzarlo ad oltranza.
Il problema non è, ovviamente, della sola RAI né tantomeno delle singole trasmissioni: eppure è proprio questo atteggiamento generale, generalista e generalizzato che, lungi dall’essere un’attenuante, non può che destare serie preoccupazioni.

A oggi, con un’amarezza mai provata prima in vita mia di fronte ad un fatto di cronaca, mi fermo a riflettere realizzando, con orrore, che a pochi interessa la Verità.
Una bambina è stata assassinata in una sera d’inverno di quasi 4 anni fa e non ha ricevuto Giustizia.
Una famiglia piange in silenzio e prega, stretta nel dolore, di poter ricevere risposte.
Un uomo è rinchiuso da 40 giorni in una cella della C.C. di Bergamo, in isolamento, e non ha più parole per urlare la sua estraneità ai fatti.
Un’altra famiglia, ingoiata da un vortice di accuse infamanti e non comprovate, se non per la presenza di una, mi permetto di definire, dubbia traccia di DNA, è trincerata nel silenzio, privata della propria abitazione e violentata quotidianamente dai media.
Uno o più assassini è o sono ancora liberi, forti del fatto che non pagheranno mai per il brutale crimine commesso.

Tutto questo non fa bene a nessuno e soprattutto non fa bene alla Verità. Abbiamo discusso tanto nella nostra pagina e nel “nostro” blog, abbiamo fatto ipotesi, abbiamo scandagliato i fatti, ci siamo confrontati in lunghi ragionamenti, abbiamo ampliato i nostri punti di vista e soprattutto, cosa davvero lodevole, abbiamo aperto la mente ad altri scenari.
Prendere in considerazione scenari alternativi, la qual cosa, attenzione, non dovrebbe essere “compito” del cittadino ma di chi è titolato a svolgere le indagini, è una prova di grande maturità intellettuale e rappresenta, contestualmente, un Atto di Fede nei confronti delle regole secondo le quali tutti dovremmo essere abituati a vivere in una società civile.
Una di queste, ce lo siamo ripetuto fino alla nausea, è il principio di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio e un’altra, importantissima, è che spetta al’accusa l’onere della prova.

Yara oggi avrebbe 17 anni, non più una bambina e non ancora una donna, ma la sua spumeggiante energia e la sua voglia di essere e di fare le sono stati portati via; questo Lutto è un lutto di tutti, non solo della famiglia Gambirasio e tutti lo dovrebbero tenere a mente.
Sono sinceramente scioccata dal fatto che, diversamente da quello che il mio senso della Morale mi suggerisce, anzi mi urla incessantemente, il 95% dei miei connazionali sembra aver smarrito l’Onestà intellettuale.

“Piangano adunque i suoi cittadini sopra loro e sopra i loro figliuoli, i quali, per loro superbia e per loro malizia e per gara d’ufici, hanno così nobile città disfatta, e vituperate leggi, e barattati gli onori in picciol tempo, i quali i loro antichi con molta fatica e con lunghissimo tempo hanno acquistato; e aspettino la giustizia di Dio, la quale per molti segni promette loro male sì come a colpevoli, i quali erano liberi da non potere essere soggiogati.”

(Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, Dino Compagni)

[Chiunque presti il proprio consapevole contributo alle infinite operazioni con cui il sistema froda ed offende la dignità umana, sa bene di avere stipulato un patto con le forze che agiscono per ostacolare il cammino degli individui, separandoli dalla loro componente spirituale…]

http://www.velodimaya.net/2013/08/il-patto-col-diavolo/

Tutti questi preamboli, riferimenti letterari e parareligiosi, riflessioni intime e voli pindarici, tipici del mio stile di scrittura, sono accomunati da un’unica chiave di lettura.
La società in cui viviamo si sta imbarbarendo e, paradossalmente, chi ne risente è solo la minoranza che se ne rende conto.
Sembra di vivere nella terra di nessuno circondati da cani rabbiosi che sbavano per un nuovo piccolo particolare intimo di un uomo e della sua famiglia la cui vita è quotidianamente vivisezionata e scarnificata fino all’inverosimile da avvoltoi in giacca e cravatta che non si curano di rispettare le regole di una professione largamente regolamentata.

Se questo non è vendere l’Anima al Diavolo allora cos’è?

Se si prova a dare una risposta seria, purtroppo, non si può che giungere ad una conclusione: è molto peggio.
Si tratta di vendere l’Anima al Diavolo senza la patina di romanticismo che caratterizzava un tempo un simile topos letterario.
Perché se il regno delle tenebre e il mito del patto col Diavolo hanno affascinato gli scrittori e i lettori di tutte le epoche e di tutte le culture, al di là di ogni forma di morale o di credenza religiosa, alterando in maniera irreversibile l’idea stessa di etica, lo hanno fatto nel contesto di espressioni artistiche di alto livello, contestualizzabili nel solco di malesseri sociali e prese di posizione delle quali, volta a volta, il topos letterario si faceva portavoce.
E se da alcuni scrittori del Diavolo è stata celebrata l’essenza contorta e invereconda, la violenza grottesca e irsuta, l’astuzia volubile e ingannevole che comprò l’anima di un Faust e la fece sua serva, e se perfino da Dante  il fatto stesso di schierarsi, anche se nelle file del Maligno, venne preferito a chi invece si crogiola in un’inerzia senza dignità ed ideali, in coloro che oggi vendono l’anima al Diavolo nel nome dell’audience di poetico non c’è davvero più nulla e ciò che resta non è altro che un desolante horror vacui.
Un vuoto interiore incolmabile, e che non a torto spaventa.

E il fatto, solo apparentemente paradossale, che negli attuali forcaioli mediatici sembri di scorgere spesso un atteggiamento degno della progenie di Torquemada, non deve sorprendere.

Ci avvertiva, d’altro canto, perfino un noto “eretico” del calibro di Umberto Eco nel Nome della Rosa:

“Jorge, dico. In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, all’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente.”

Anche in questo caso, tuttavia, si trattava pur sempre di una finzione letteraria, con una sua ammirevole dignità artistica ed un innegabile valore creativo, ai quali la nostra attuale realtà mediatica, pure volendo, non potrebbe mai ambire.

Non potrebbe ambire neppure, poiché manca della grazia dell’Opera, a rispecchiare la Colonna Infame del Manzoni, alla quale pure questo blog deve il suo nome: non vi può ambire, perché l’unico aspetto autenticamente manzoniano che sembra permanere, purtroppo, è il fatto che i principi del nostro diritto, di quel diritto che la nostra Terra ha concepito e maturato nei secoli, sembrano essersi ridotti a nulla più che a risibile grida di secentesca memoria.

E mentre dal Settecento sembra sbucar fuori una serie abnorme di cavalier serventi proni dinnanzi a questa deprecabile tendenza mediatica che non accenna a placarsi, lo stesso Manzoni non potrebbe che annichilire e implorare pietà imbattendosi in un simile, grottesco spettacolo che di certo non ci onora come popolo ed ancor prima come esseri umani.

Perché la stessa parola “spettacolo”, in effetti, è impropria: non si tratta più di spettacolo, ma di una autentica ed aberrante pulsione sadica, che non troverebbe pari neppure nella Salò pasoliniana.

Non si può non fermarsi a pensare ad un uomo privato della libertà personale il quale nel professarsi innocente confida nel corretto svolgimento delle indagini e, mantenendo una calma che trasuda innocenza, aspetta fiducioso che l’immagine di “mostro” che gli è stata costruita ad hoc crolli assieme al castello accusatorio.

La Giurisprudenza si è largamente occupata, in ambito nazionale ed internazionale, di regolamentare “la libertà d’informazione” specialmente in ambito di protezione dei diritti della persona e in rapporto all’amministrazione della Giustizia.
Il documento in allegato da solo basterebbe ad assicurare a tutti coloro che restano imbrigliati nelle trame della giustizia il rispetto da parte dei media dei basilari diritti inalienabili troppo spesso calpestati.
E’ una lettura piacevole che rincuora chi ancora spera di vivere in uno Stato che rispetta i diritti del singolo, lontano da una realtà nella quale per coprire un errore commesso senza volontà di commetterlo e per il quale la sola ammissione basterebbe a ricevere il perdono, si fa invece cerchio con chi ha il potere di manipolare le masse per chiudere definitivamente un capitolo doloroso dove la vittima in primis non riceve la Giustizia che merita e un innocente ne paga il conto.

Ecco il documento in pdf: 13.30.10_RESTA

 

Si tratta di una dettagliata analisi, di fonte ineccepibile, della giurisprudenza della Corte di Strasburgo sulla libertà di informazione correlata ai processi mediatici.

In questo blog è già stato scritto tanto sul problema del rapporto tra giustizia e mass-media, ma è bene non abbassare la guardia e continuare a fornire un’informazione quanto più possibile dettagliata e corretta, pena il parto di mostri giuridici pericolosi per l’intera cittadinanza e per i cardini stessi dello stato di diritto.

Spostando il perno della discussione dal piano strettamente giuridico a quello sociologico, si potrebbe forse parlare, sulla scorta dell’Opera del Prof. Marcello Maneri di “panici morali” utilizzati come dispositivo di trasformazione dell’insicurezza: in altre parole, nella moderna società del rischio, la consapevolezza di aver acciuffato il “mostro” può apparire ai più come una inestimabile fonte di sollievo che consente di dormire sonni tranquilli.

Un atteggiamento comprensibile alla luce dei meccanismi intrinseci della psicologia sociale, ma che non può e non deve degenerare nel rifiuto di mettere in discussione la possibilità che il “mostro” non sia tale.

Come si può rimanere in silenzio senza provare a risalire la corrente per arrivare alla Verità?
E’ la Verità ciò di cui abbiamo urgente bisogno ed è per questo che non smetteremo di far sentire la nostra voce.

Certo è che la ricostruzione che ad oggi ci viene solertemente restituita dai media è a dir poco imbarazzante, a meno che -volendo essere buoni- non si tratti della vecchia strategia dei compagni di classe che, dovendo dimostrare di non aver copiato il compito in classe, aggiungevano dei piccoli errori per non destare sospetti nell’occhiuto insegnante.

A parte la stupefacente sollecitudine e la presa di coscienza immediata della colpevolezza di Bossetti, tale da spingere affrettatamente a parlare di “caso chiuso” salvo poi un vistoso e possibilmente inquietante arrancare alla ricerca di indizi che non si trovano, rimane un particolare che non può che inquietare tutti i razionalisti e i cultori dei calcoli delle probabilità.

estateindiretta

In data 24 giugno, la pagina facebook della trasmissione RAI Estate in Diretta, nel comunicare il sequestro di 34 reperti dalla casa di Massimo Bossetti (tra i quali, per chi lo avesse dimenticato, si annoverano un’aspirapolvere, un biglietto di San Valentino scambiato tra coniugi e delle figurine dei bambini) rendeva edotto il suo pubblico che sul signor Bossetti, oltre al peso di molte incongruenze grava perfino l’assenza della visita della madre Ester.
Come una mancata visita possa gravare su Massimo Bossetti, mi è francamente incomprensibile e credo lo sia a chiunque.

D’altro canto, non mi è maggiormente comprensibile identificare le altre incongruenze di cui si parla: a meno che non si vogliano intendere le incongruenze del castello accusatorio o meglio ancora quelle delle informazioni solertemente veicolate dalla stessa trasmissione televisiva.

Tra queste si annoverano nientemeno che celle telefoniche agganciate da casa propria ovvero da paesi limitrofi (un dato che collimerebbe con il 99% della popolazione mondiale), riprese di telecamere di sorveglianza che mostrano furgoni di cui non si vede la targa in fasce orarie incompatibili con la scomparsa della povera Yara, lampade abbronzanti e cene in trattoria erte a indizi di non si sa bene cosa e simili amenità, che alla luce dei fatti, purtroppo, non solo non riescono a strappare un sorriso, ma non possono che suscitare un’enorme tristezza e destare  una certa preoccupazione.

Se a questo si aggiunge, ad esempio, la ricerca di presunti graffi sulle spalle del muratore effettuata dalla trasmissione Chi l’ha visto? su fotografie estive scattate al mare, come se fosse normale che dei graffi si vedano ad otto-nove mesi di distanza e ancor più che la vittima possa graffiare il suo aggressore trapassando abiti invernali e senza conservare traccia alcuna sotto le unghie, allora -ahimè- temo che i sonni tranquilli, per ora, debbano essere necessariamente rimandati a data da destinarsi.

Resterà certamente il solitario appiglio della “prova scientifica”, ma al di là delle tante riflessioni e nozioni già riportate in merito, come dimenticare, d’altronde, che anche il processo Dreyfus pretese di basarsi su una prova di questo tipo?

Qualche anno fa, in un’intervista al Giornale, l’ex giudice di Cassazione Edoardo Mori, che scelse il pensionamento anticipato, affermò che “i medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera”.

E se finora, in questo caso, non vi è stata alcuna condanna emessa da un Tribunale della Repubblica, non ci si può che augurare che non sia proprio questa interminabile gogna mediatica a provocarla, attraverso la creazione di realtà parallele che di certo non giovano alla Giustizia ed alla sicurezza dei cittadini e che potrebbero paradossalmente agire alla stregua di profezie autoavverantesi, un concetto sociologico introdotto nel 1948 da Robert K. Merton per indicare quei casi in cui una supposizione, per il solo fatto di essere creduta vera, alla fine si realizza confermando la propria veridicità, seppur inizialmente infondata.

Perché se la libertà di informazione si trasforma nella libertà di portare avanti una vera e propria macelleria messicana dal tepore del proprio studio televisivo mentre un uomo incensurato che si proclama innocente da quaranta giorni è sottoposto a custodia cautelare in carcere in regime di isolamento e non può rispondere alle accuse, spesso sfocianti nel ridicolo, che giorno dopo giorno la TV impietosamente gli rivolge, incurante della sua dignità umana e presunzione di innocenza, allora qualcosa non va.

Qualcosa non va nell’informazione, qualcosa non va nello stato di diritto, e soprattutto qualcosa non va in noi: forse, a forza di cercare il “mostro” negli altri, siamo divenuti mostri noi stessi senza neppure rendercene conto.
Ed è proprio in questa prospettiva che si potrebbe spiegare la continua ricerca del marcio in ogni minuscolo dettaglio della vita altrui: è possibile che tutto questo accanimento nei confronti di quello che appare come un irreprensibile padre di famiglia, in fondo, non tradisca un tentativo di esorcizzare ciò che più temiamo in noi stessi, un po’ come l’annoso archetipo del mostro nello specchio?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Per ora, ci limitiamo a rompere lo specchio: i sette anni di sfortuna non ci spaventano, perché l’epoca della superstizione è finita, e l’immagine del mostro scompare, restituendoci il macabro sollievo di una fittizia pace con la coscienza.

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Vengo anch’io! No, tu no – tra riscontri mancati sui peli e assenza di contraddittorio come tracollo della civiltà

Sbagliare per un pelo

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Correva la data 28 giugno 2014, quando mi veniva comunicato nel tardo pomeriggio, che il giornalista e conduttore televisivo Gianluigi Nuzzi annunciava nel proprio profilo facebook (vedi schermata) che nella puntata di Segreti e Delitti in onda quella sera il pubblico avrebbe ascoltato in anteprima una clamorosa notizia: non vi era solo il DNA a carico di Massimo Bossetti, ma erano stati rinvenuti dei peli dello stesso Bossetti, e la notizia sarebbe stata data nientemeno che da tale Prof. Buzzi, che “collabora con gli inquirenti di Bergamo”.

La notizia veniva smentita seccamente, a partire dall’Eco di Bergamo, un’ora prima che la trasmissione andasse in onda, da colui che stava svolgendo le analisi sui peli stessi, Dott. Carlo Previderé: cionondimeno, si sceglieva di sorvolare bellamente sulla smentita, che pure non lasciava adito a dubbi di nessun tipo tanto era categorica, e di mandare comunque in onda la notizia già smentita in prima serata.

Tutto ciò, nonostante nello stesso giorno fosse venuto fuori perfino che il Prof. Buzzi non aveva ricevuto un incarico diretto dalla Procura di Bergamo né conduceva le analisi, che venivano invece condotte dall’autore della secca smentita Dott. Previderé.

buzzi Smentita del Dott. Previderé sull’Eco di Bergamo, 28 giugno

Quando facevo notare la cosa a Nuzzi, evidenziando tra l’altro la sconfortante assenza di contraddittorio nella puntata della trasmissione, questi mi tacciava in un suo commento di “palese malafede”, assicurandomi che prima o poi, quando la notizia sarebbe stata confermata, avrei dovuto fare “pubblica ammenda”, e quando qualche giorno dopo lo informavo dell’indiscrezione pubblicata su La Stampa secondo la quale non vi era coincidenza alcuna tra i peli, faceva ancora di più, e dopo avermi reso edotta del fatto che l’indiscrezione della Stampa non aveva alcun valore, con buona pace del contraddittorio tanto caro agli ordinamenti democratici, mi bloccava.

Schermata-2014-07-04-alle-12.41.23-700x400 Schermata dell’articolo pubblicato su La Stampa in data 4 luglio 2014 con l’indiscrezione “senza valore”.

In effetti, un’indiscrezione in sé potrebbe essere priva di valore, anche se non si capisce perché dovrebbe esserlo solo quando la fonte è La Stampa e non quando è Segreti e Delitti.
Sorvolando su questo strano dettaglio, comunque, la questione potrebbe chiudersi qui, se non fosse che proprio ieri gli organi di stampa hanno finalmente la dato la notizia secondo la quale è ufficialmente emerso in un vertice tra pm e consulenti dell’Università di Pavia che i peli non sono di Bossetti (vedi ad esempio qui: http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_19/yara-peli-trovati-indumenti-non-bossetti-ignoti-da217a92-0f25-11e4-a021-a738f627e91c.shtml).

Tra l’altro, la comparazione è stata fatta, per forza di cose (vedi articolo), sulla linea materna, e dal momento che, come già gli antichi Romani avevano ben chiaro, “mater semper certa est”, nel caso di specie viene meno ogni appiglio di critica.

bl

 

Da Blitz Quotidiano (http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/massimo-giuseppe-bossetti-genetista-chiede-tempo-per-perizia-dna-peli-su-yara-1930997/) proviene un resoconto più dettagliato:

L’Eco di Bergamo scrive:

“Il genetista dell’Università degli Studi di Pavia è stato venerdì mattina in procura per un colloquio informale con il magistrato: le analisi, si è appreso, sono concluse e hanno già escluso che ci fossero peli di Massimo Bossetti fra quelli analizzati. Si tratta di circa 200 tracce pilifere repertate dagli inquirenti sugli indumenti della ragazzina di Brembate Sopra: tra questi ci sono sia peli animali che umani”.

Le analisi richiedono molto tempo, ma il dubbio è che dalle tracce fino ad adesso gli inquirenti non siano riusciti a trovare il Dna di Bossetti:

“l’esito non è ancora noto e non si sa se da quei peli sia stato isolato del Dna utile al fine delle indagini, ma un elemento è certo: fra questi non ci sono quelli di «Ignoto 1», cioè del muratore di Mapello. La perizia è stata ultimata ma il genetista avrebbe chiesto altro tempo per metterla nero su bianco. Evidentemente Previderè nella visita ha anticipato a voce al pm l’esito della consulenza, che non avrebbe portato a clamorose scoperte”.

Senza scomodare San Gennaro: richiami scientifici sulla liquefazione del sangue rappreso

In attesa di vedere se qualcuno (e non io) farà ora pubblica ammenda come di dovere, dai reperti piliferi mi è giocoforza tornare su alcune questioni relative alla traccia di DNA.
Quando ho deciso di aprire questo blog, ho giurato a me stessa che avrei in ogni modo evitato di scadere nella banalità di illazioni e notizie non confermate, quand’anche appetibili, e soprattutto ho giurato a me stessa di prestare grande attenzione all’attendibilità di quanto diffuso da queste pagine: è proprio questo, ad esempio, il motivo per cui nel parlare dell’ipotesi del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, non mi sono limitata a riportare una mia opinione, ma ho richiamato a più riprese le parole della Dott.ssa Marina Baldi, genetista d’esperienza proprio nell’ambito forense.

Per chi non avesse letto i precedenti articoli, mi permetto di richiamare il fatto che la Dott.ssa Marina Baldi, presente come ospite a Estate in Diretta in data 11 luglio, ha spiegato che stando alle conoscenze del caso in esame ad oggi disponibili (che riferiscono di un’unica traccia, presumibilmente ematica, di Ignoto1), un trasporto del DNA tramite l’arma del delitto è scientificamente possibile ed ha inoltre sottolineato come la contestazione circa il fatto che il sangue eventualmente presente sull’arma del delitto sarebbe stato secco, ha poco senso poiché il sangue secco, venendo a contatto con del sangue fresco (della vittima) andrebbe incontro a liquefazione.

La Dott.ssa Baldi non è un pinco pallino qualsiasi, ma è una biologa e specialista in Genetica Medica, fondatrice della società “Consultorio di Genetica” e da oltre 10 anni, dopo relativa formazione professionale, dedita alla ricerca dell’aspetto forense della genetica presso il Laboratorio Genoma, per il quale è responsabile della sezione di Genetica Forense.

E’ chiaro dunque che far vedere in TV, come avvenuto nell’ultima puntata di Segreti e Delitti, una cazzuola sulla quale è stata fatta asciugare una macchia blu di non meglio specificata natura, a simulare del sangue rappreso, e strofinarci sopra una pezzuolina per mostrare al pubblico che in tal modo la macchia non viene via, non è una dimostrazione chiarificatrice: può andar bene, forse, per dimostrare la difficoltà del “sangue” coagulato a staccarsi da una lama attraverso sfregamento, ma non prova sicuramente l’impossibilità di liquefazione del sangue rappreso a contatto con del sangue fresco.

Per amor di verità, bisogna dire che la dimostrazione era proprio tesa a dimostrare che il sangue coagulato non potesse staccarsi dalla lama: il problema è che il punto, come giustamente evidenziato dalla Dott.ssa Baldi, è invece la possibilità, scientificamente data e di un’ovvietà che sfiora il banale, che del sangue eventualmente presente sull’arma del delitto si sia liquefatto venendo a contatto con del sangue fresco nel contesto dell’aggressione alla vittima.

Un aspetto, questo, che non può essere trascurato con il semplice fatto di sorvolarvi bellamente, né tantomeno escluso, stante la sua plausibilità scientifica.
Qui non si sta parlando di ipotesi peregrine né della liquefazione del sangue di San Gennaro, ma si sta semplicemente ponendo l’accento su un banalissimo processo di liquefazione di sangue rappreso che entri in contatto con del sangue fresco.
Se poi il miracolo di San Gennaro dovesse sopraggiungere, mi auguro che possa contribuire ad illuminare una nutrita schiera di giornalisti italiani: un’impresa, questa, per la quale un miracolo sembra sempre più necessario.

Se mi ostino a riportare le parole della Dott.ssa Baldi, è perché io non amo ergermi a genetista o sfoggiare competenze non mie.
La mia formazione è giuridica, e per parlare di scienza devo pertanto ricorrere alla citazione di soggetti qualificati.
Posso tuttavia evitare di ricorrervi nel momento in cui l’asse del discorso si sposta dalla scienza al diritto.

C’erano una volta i presunti innocenti

Nell’ondata di disinformazione alla quale abbiamo assistito e tuttora stiamo assistendo, mi è capitato di sentire più riprese affermazioni come “Bossetti dovrà spiegare che/come/quando/dove/perché…” e così via.

Nella stessa puntata di Segreti e Delitti, dopo l’intervento della Pivetti che ipotizzava una casualità, il conduttore Gianluigi Nuzzi ha affermato che tali casualità Bossetti “dovrà dimostrarle una ad una”.

Un’affermazione di questo tipo, all’apparenza può sembrare innocua, ma tale non è: per quanto possa essere fatta in buona fede, si tratta infatti di un’affermazione che non rispecchia i principi del nostro ordinamento, e che se li rispecchiasse sarebbe gravida di conseguenze molto pericolose per lo stato di diritto.
Una nozione di questo tipo, per intenderci, è l’anticamera di uno stato di polizia.

Massimo Bossetti, secondo i principi agonizzanti del nostro ordinamento, non dovrebbe in linea teorica dimostrare nulla, perché l’onere della prova incombe sull’accusa.

La presunzione di innocenza è un principio del diritto penale secondo il quale un imputato è considerato non colpevole sino a condanna definitiva, ossia sino all’esito del terzo grado di giudizio emesso dalla Corte Suprema di Cassazione.
L’onere della prova spetta alla pubblica accusa, rappresentata nel processo penale dal Pubblico Ministero. Non è quindi l’imputato a dover dimostrare la sua innocenza, ma è compito degli accusatori dimostrarne la colpa.

Questo principio non è, almeno nell’ordinamento italiano, una mera ripresa dell’ “affirmanti incumbit probatio” (“la prova spetta a chi afferma”), in quanto viene tenuto conto anche del tipo di affermazione: se si tratta di un’accusa, è valido il principio latino suddetto, mentre se si tratta di un’affermazione di innocenza si presume vera fino a prova contraria, in virtù del dovere di solidarietà sociale e della funzione della Repubblica di riconoscere i diritti individuali (Cost. art. 2 e 3), e anche qualora venga provata la falsità, si presume la buona fede per gli stessi principi costituzionali.

Vale la pena di ricordare che il principio dell’onere della prova incombente sull’accusa non è un portato moderno, ma un principio di civiltà che vanta antichi e nobili natali: già nel Corpus Iuris Civilis era infatti attestato il principio in base al quale “l’accusatore, dichiarando di non poter provare ciò che afferma, non può obbligare il colpevole a mostrare il contrario, perché, per la natura delle cose, non c’è nessun obbligo di prova per colui che nega il fatto”.

Se ad imporre che l’onere della prova incomba sull’accusa è una regola di rango costituzionale (art. 27), in armonia con questo principio il codice di procedura penale del 1988 ha fissato le regole probatorie in modo tale da dare rilevanza anche al dubbio, stabilendo (art. 530 c.p.p.) che in esito al giudizio va pronunciata sentenza assolutoria non solo se vi è prova che “il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso, il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero se il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile per un’altra ragione”  ma anche quando sugli stessi elementi del reato vi è il dubbio perché la prova “manca, è insufficiente o è contraddittoria”.

Questo significa che non dovrebbe essere (in linea teorica) Massimo Bossetti a spiegare perché una traccia del suo DNA sia stata isolata sui leggings della povera Yara, ma dovrebbe essere l’accusa a spiegare perché, sulla base di quella traccia, Massimo Bossetti è colpevole dell’omicidio “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

In linea altrettanto teorica, questo significa nel caso di specie che dovrebbe essere l’accusa a dimostrare che:
al di là di ogni ragionevole dubbio (che non potrà che essere sciolto davvero ripetendo il test a partire dalla traccia originale sui leggings e in contraddittorio con i periti della difesa) Bossetti è Ignoto1.

-qualora Bossetti sia Ignoto1 (stante la prova di cui sopra) si dovrà ulteriormente provare che al di là di ogni ragionevole dubbio quella traccia di DNA non può essere frutto di trasporto casuale attraverso l’arma del delitto.

Quest’ultima affermazione implica come corollario che si debba ulteriormente dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che:

1-il fatto che la traccia presumibilmente ematica ricondotta a Bossetti sia esito di una ferita di Bossetti procuratasi in una colluttazione tra lo stesso e la vittima nonostante l’esame autoptico non abbia evidenziato alcuna lesione da difesa sul corpo della vittima (dall’ordinanza del GIP: “Dalla relazione agli atti emerge quanto segue (…) Non sono presenti lesioni tipicamente da difesa.”).

2-la ferita nella quale è stato isolato il DNA di Bossetti è stata l’ultima ferita e che il sangue sia finito sul coltello proprio con l’ultimo colpo inferto, in quanto in caso contrario analoghe tracce di DNA sarebbero state isolate anche nelle altre ferite, cosa che non è avvenuta.

C’erano una volta i presunti innocenti, non ce ne saranno più.
Ed è per lavare l’onta di non essere più in grado di tributare il dovuto rispetto a chi si proclama innocente, che dei “mostri” tanto facilmente condotti alla sbarra dei saloni televisivi ne facciamo feticcio, dipingendoli sui giornali in modo così gretto, così ridicolo, così banalmente pacchiano.

Perché la meschinità è così forte in noi da renderci capaci di condannare un uomo per procura, semplicemente con il nostro assoluto silenzio e la nostra attenzione morbosa all’evolversi del processo mediatico, lavandoci le mani di tutto il resto, perché a forza di non essere più avvezzi al ragionamento autonomo, se c’è da riflettere preferiamo dare in appalto la riflessione.

E allora non importa, non importa nulla se i colleghi di Bossetti confermano che soffrisse di epistassi ed il settimanale Giallo riporta l’esatto opposto a caratteri cubitali in copertina, contraddicendo tutte le restanti fonti di informazione, per giunta aggiungendo un risibile “Vacilla l’alibi di Massimo Bossetti”, come se al suo alibi o ad una qualsiasi forma di tesi difensiva la testata in questione avesse in precedenza dedicato spazio.
Interessante notare anche come l’immagine in copertina sia evidentemente un fotomontaggio.

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E non importa, in fondo, neppure se a Segreti e Delitti viene mostrato il fotogramma di un uomo con i capelli visibilmente scuri e con un fisico chiaramente diverso, spacciandolo per Massimo Bossetti alle spalle della giornalista Gabriella Simoni nella data del ritrovamento del corpo della povera Yara Gambirasio.

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Sul perché poi l’assassino avrebbe dovuto avere un qualche interesse a farsi riprendere in piedi dietro una telecronista, è del tutto impossibile pronunciarsi, o si rischierebbe di cadere in un’escalation di assurdità senza pari.

E’ sempre troppo semplice sentirsi vittime di qualcuno, ma quando poi, con un po’ di autoanalisi, ci si scopre piuttosto dei veri e propri carnefici ci si resta malissimo, e allora ci si lava le mani e si cerca di andare avanti come se nulla fosse, in un mondo in cui la memoria dei vari Zornitta, Busco, Tortora, Girolimoni, non è altro che un dovere ipocrita e vuoto, una memoria che nella sua vacuità è solo un encefalogramma piatto, in cui tutti quei nomi, fatti poltiglia dalla macelleria mediatica, diventano tutti uguali ed ugualmente inutili.

Ma ancora una volta andiamo avanti senza curarcene troppo, perché l’Italia, lo sappiamo bene, è terra di santi, eroi e soprattutto di giudici autoproclamati.

Una buona metà degli Italiani, da un mese a questa parte, pare abbia scoperto di essere giudice a sua insaputa.

Tra i dibattiti di forcaioli della prima ora e saccenti moralizzatori di ogni risma, vi sarà certamente capitato di notare come l’accanimento popolare ha finito per volgersi perfino nei confronti di persone sulle quali non è in corso alcun tipo di indagine; mi riferisco in particolare alla signora Ester Arzuffi, che è stata fatta oggetto delle più gravi illazioni.

Avrete letto anche voi, magari sui social network, commenti vergognosi del tipo “dovrebbero punire anche la madre (di Bossetti, ndr) per favoreggiamento!!”.

Commenti che lasciano francamente allibiti, e soprattutto che mostrano un’ignoranza che definire abissale è poco: non solo perché si tratta di illazioni campate in aria, ma anche perché quand’anche davvero vi fosse stato favoreggiamento (e fosse provato e/o provabile, cosa che non è) il favoreggiamento personale di un prossimo congiunto, secondo il diritto penale italiano, non è punibile, in quanto subentra la relativa scusante (art. 384 c.p. “nei casi previsti dagli articoli  (…) non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore”).

Cito l’art. 384 c.p. non perché necessario al caso di specie, non essendovi ovviamente stata alcuna forma di favoreggiamento, ma per mostrare platealmente come questa saccenza forcaiola aberrante stia diventando una vera piaga ai danni di comuni cittadini giudicati da persone prive di ogni competenza alle quali purtroppo si consente di diffamare (perché qui non si tratta di semplici opinioni) in libertà sul web, creando del torbido ed ingenerando confusione in altre persone che leggono, magari in buona fede, senza avere le conoscenze giuridiche adatte a recepire l’assurdità di certe esternazioni.

Ieri è stato diffuso sulla pagina facebook di firmiamo.it il link con la mia petizione tesa a sensibilizzare l’Ordine dei Giornalisti sul problema dell’accanimento mediatico ai danni di un uomo incensurato e attualmente indiziato per un delitto al quale si dichiara del tutto estraneo: il link ha portato un bel po’ di firme e credo ne porterà ancora parecchie; tuttavia mi ha portato anche un bel po’ di insulti cretini e puerili tra i commenti sulla pagina, nonché il signorile augurio di “provare il dolore di tutte le vite spezzate in questo paese fondato sull’ingiustizia che tutela solo chi fa il pezzo di merda e dimentica le vittime”.

Ecco, vorrei ringraziare pubblicamente anche da qui chi mi ha rivolto questo augurio: perché la miseria d’animo che vi si legge è per me sprone per andare avanti, in quanto mostra l’inciviltà dei troppi novelli autoproclamatisi giudici che senza neppure leggere la petizione (o avrebbero visto il richiamo alla solidarietà verso la famiglia Gambirasio, della quale ho sentitamente elogiato l’atteggiamento di rara umanità e correttezza) sputano sentenze su chiunque semplicemente non la pensi come loro.

Un’altra gentile lettrice mi ha fatto notare che mi sarei beccata più insulti che complimenti, senza probabilmente arrivare a capire il nocciolo della questione, ossia che di ricevere complimenti (o insulti che siano) in tutta sincerità non me ne può fregar di meno.

Forse qualcuno ha ben pensato, nel suo sacro fervore colpevolista, di essere in qualche modo legittimato a sentenziare in modo affrettato, dimentico di ogni principio sul quale si basa il nostro ordinamento.

Si è però verificato quel pernicioso fenomeno che si suol denominare “fare i conti senza l’oste”, giacché non era stato messo in conto che qualcuno avrebbe potuto levare la propria voce, non per chissà quale interesse nascosto o perché plagiato dagli occhi cerulei del Bossetti, ma per semplice aderenza a quei principi fondamentali dello stato di diritto che -per fortuna!- qualcuno sente ancora come propri.

Sarà tutto tempo perso, dunque, sporcare queste pagine di inutili faide con chi, dall’alto della propria saccenza, ha già sentenziato.
Per tali novelli santi, eroi e giudici, avvezzi a coprire l’onta della propria inciviltà con proclami falsamente moralisti, infatti, non resta che un piccolo spazio nel peggiore degli Inferi: il girone dell’oblio cui destinare ogni triste comparsa che fa della povertà interiore il proprio unico appiglio.

Alessandra Pilloni

Garantisti fino a tiratura contraria

Potrebbe sembrare quasi una contraddizione in termini che una testata giornalistica chiamata Libero sforni una serie di articoli che definire “manettari” è un generoso eufemismo, ma tant’è.
Cantava Gaber che “libertà è partecipazione”, ma l’unica partecipazione che sto notando, purtroppo, è quella di chi si sta accanendo con una protervia che rischia di diventare incomprensibile contro una persona che si dichiara innocente e non può rispondere alle accuse.
Un vero e proprio processo mediatico contumaciale, che ricorda amaramente un clima da Terzo Reich o, per par condicio politica, da STASI della fu Germania dell’Est.

Per quanto mi dispiaccia ammetterlo, nel senso che avrei probabilmente sperato in qualcosa di diverso, il quotidiano Libero, ad onta della sua fede garantista, sempre formalmente ribadita, non sta assumendo un atteggiamento propriamente tale in relazione a Massimo Bossetti.

Sebbene avessi già affrontato sia la questione relativa al DNA (vedi qui: / e qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/09/sbatti-il-mostro-in-prima-pagina-e-non-far-notare-le-incongruenze/ e qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/06/finche-dna-non-ci-separi-il-senso-degli-italiani-per-il-garantismo/) sia quella relativa ad “indizi” che sembrano più altro storie di ordinario gossip (https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/07/bossetti-e-la-sentenza-della-corte-delle-comari/), stamane ho ribadito con un commento lasciato in calce ad un articolo pubblicato su Libero alcune delle cose già evidenziate.

L’articolo in questione, rinvenibile all’URL http://www.liberoquotidiano.it/news/11652026/Yara–cosi-Massimo-Bossetti-rischia.html, sosteneva che con l’interrogatorio di martedì 8 luglio Bossetti avrebbe fatto un “clamoroso autogol” dichiarando al PM di soffrire di epistassi, e dunque giustificando ed ammettendo in tal modo la presenza della traccia del suo DNA rinvenuta sugli indumenti di Yara Gambirasio, e riferiva inoltre un’ennesima “prova” data dal fatto che in data 26 novembre 2010 Bossetti sarebbe stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza mentre faceva benzina a Brembate sopra.

Il fatto che io non accetti il dogma del “colpevole per forza” non significa che debba abbracciare acriticamente quello opposto dell’innocente per forza.
Tuttavia mi sembra evidente che definire un “autogol” il fatto che un indiziato, che nella vita non è un genetista e presumibilmente di genetica non sa un bel nulla, provi a fornire una possibile spiegazione alla presenza del suo DNA sia quantomeno azzardato, nonché poco aderente alla realtà dei fatti.
Infine, non si capisce neppure come sia possibile che stiano trapelando i contenuti di un interrogatorio protetto da segreto istruttorio, ma per carità di patria, forse è meglio non interrogarsi troppo su questo ennesimo “mistero all’Italiana”.

Certo è che non sarebbe male recuperare un po’ di doverosa empatia e di senso di umanità, o si rischia di arrivare al paradosso che qualsiasi dichiarazione, quand’anche in palese buona fede, possa essere equivocata pur di avere un agnello sacrificale e/o di aumentare la tiratura del proprio giornale, naturalmente a spese del cittadino comune.

Siamo abituati a considerare i casi di cui sentiamo parlare nei media, con i loro vari corollari di pettegolezzi-ipotesi degli inquirenti-discussioni in salotti mediatici senza alcuna dignità né competenza-sentenze-condanne-assoluzioni come ombre distanti, o peggio come uno spettacolo al quale assistere, spesso con un malsano senso di morbosa curiosità.

Ciò che ci manca, in fondo, è la capacità di pensare, anche solo per un attimo, che dietro i martellanti servizi televisivi, le gogne mediatiche e giudiziarie di chi viene accusato di fatti che non ha o potrebbe non aver commesso, i titoloni allarmistici che svettano a caratteri cubitali sui quotidiani, ci sono delle persone in carne ed ossa, che quello che a noi appare come un patetico teatrino lo vivono sulla propria pelle.

Prima di riportare testualmente e a mò di lettera aperta quanto da me scritto come commento all’articolo su Libero, vorrei concludere con una riflessione.
Nel caso in cui io (o chiunque propenda per l’innocenza di questa persona, e ribadisco la parola persona, che in troppi hanno pensato bene di dimenticare), dovessi aver torto, non avrò nulla di cui rimproverarmi, perché ho agito unicamente in conformità con la presunzione di innocenza dovuta ad ogni individuo in quanto tale fino al terzo grado di giudizio.

Ma nel caso in cui dovessero avere torto tutte quelle persone che hanno avventatamente sputato la propria spazzatura interiore contro quest’uomo solo perché questo suggeriva la grancassa e perché ogni tanto, diciamolo, l’opinione pubblica ha bisogno del mostro contro il quale sfogare le proprie pulsioni represse, allora sì, qualcuno dovrà davvero rimproverarsi: e, se questi qualcuno avranno una coscienza, dovranno chiedere scusa in ginocchio a quest’uomo, a sua moglie e ai suoi figli, anche se è più probabile che sceglieranno di tacere con la coda fra le gambe: perché, in fondo, si alza la voce solo con chi non può difendersi.

Ecco il testo del mio commento:
“Gentilissima Redazione di Libero, mi rincresce dover prendere atto, leggendo i vostri articoli, del fatto che il garantismo del quale spesso parlate sia valido, evidentemente, solo per i politici.
Trovo il vostro articolo non solo estremamente fazioso, ma anche palesemente fuorviante e, oserei dire, ridicolo in alcune sue affermazioni.
Vedete, contro gli inermi si accaniva Fabrizio Maramaldo, il cui nome è oggi indice di scelleratezza e viltà per antonomasia: chi non è “un maramaldo” dovrebbe perlomeno avere l’accortezza di evitare processi sommari e senza contraddittorio a mezzo stampa, soprattutto di fronte ad un uomo che sta proclamando da giorni la propria innocenza e che, qualora fosse innocente, avrebbe la vita rovinata per sempre anche e soprattutto a causa della pseudo-informazione che viene propinata ai lettori.
Siccome io credo che la presunzione di innocenza valga sì per i politici, ma valga anche e soprattutto dinnanzi ad un semplice operaio che di certo non ha gli strumenti economici e culturali della Procura per potersi difendere, mi permetto di sottolineare ciò che a mio parere è scorretto nel vostro articolo:
1-Bossetti, ammettendo di soffrire di epistassi, ha ammesso platealmente che la traccia ematica isolata “sugli slip” di Yara è sua.
Davvero?
Da quando Bossetti da muratore è diventato genetista? L’inusitata trasformazione è avvenuta in questi 24 giorni di carcere?
Non credo ci voglia molto a capire che, dal momento che allo stato attuale Bossetti risulta essere stato identificato con Ignoto1 abbia cercato semplicemente di fornire una spiegazione alternativa alla presenza del suo DNA.
Inoltre, per eccesso di zelo, vale la pena di precisare che il DNA di Ignoto1 non è stato isolato propriamente sugli slip di Yara, ma sui leggings, attarverso i quali ha contaminato anche la sottostante parte degli slip.
Quindi la traccia (presumibilmente) ematica isolata sugli abiti di Yara è “esterna”, cosa che rende assai meno difficile spiegarne la presenza e una eventuale trasmissione accidentale.
Che si tratti di un autogol è un’affermazione priva di riscontri: Bossetti ha fornito una spiegazione alternativa, ma ciò non esclude che possa essere ripetuto il test del DNA (cosa che infatti la difesa ha chiesto di fare), e nell’ipotesi in cui risultasse che vi è stato un errore e non vi è coincidenza tra i DNA non vedo come la spiegazione alternativa proposta da Bossetti dovrebbe inficiare il test.

2- cito testualmente: “una ricostruzione in primis paradossale, difficile da prendere in considerazione”… Avete già sentenziato? E su quali basi?
Credete che sia da escludere che un muratore possa perdere un taglierino o gli possa essere preso da terzi?
Credete che si debba soprassedere sul fatto che la traccia di DNA sia stata isolata, come dice la stessa ordinanza del GIP, in un’area attigua ai margini recisi degli indumenti, cosa che rende plausibile una trasmissione attraverso arma da taglio?
O credete che ci si possa arrocare solo ed unicamente nella convinzione colpevolista della nuova Fede nel Mistero del Santissimo DNA, che per dogma inconfutabile a pena di rogo per eresia afferma che il DNA derivi necessariamente da un taglio procuratosi dal killer durante l’aggressione?
Nessuno ha verificato che dalle relazioni peritali come citate nell’ordinanza del GIP sulla povera Yara non sono state riscontrate lesioni tipicamente da difesa, cosa che rende improbabile l’ipotesi di una colluttazione nella quale il killer possa essersi ferito?
O si nota solo ciò che si vuole per fornire al popolo la strega da bruciare al rogo, dimentichi di ogni principio di umanità e dei nostri principi costituzionali?

3- Passiamo alla clamorosa novità delle telecamere di sorveglianza che hanno ripreso Bossetti proprio quel giorno a far benzina “vicino alla palestra”.
Vicino quanto?
E soprattutto, quanti distributori di benzina ci sono a Brembate Sopra?
E’ un paesino così piccolo che mi sorge il legittimo dubbio che ci sia solo un distributore o, in alternativa, che distributore “vicino” non significhi proprio nulla, giacché in una piccola realtà geografica tutto rischia di essere vicino a tutto.
Sappiamo che Bossetti passava spesso a Brembate Sopra, ci passava tornando dal lavoro e spesso vi faceva delle commissioni o andava a trovare suo fratello o a parlare con il suo commercialista, che vivono lì.
Non vedo perché fermarsi a dire che Bossetti è stato ripreso quel giorno: fosse stato ripreso solo quel giorno sarebbe forse un indizio (in realtà assai labile, visto che né l’istruttrice di ginnastica né le atlete ricordano di averlo mai visto nei pressi della palestra, secondo quanto da loro detto ai CC), ma sarebbe bene verificare che non ci passasse tutti i giorni, come d’altronde non ha mai negato di fare.
Allora, le guardiamo per intero le telecamere di sorveglianza, o continuiamo a crocifiggere sulla base di “indizi” sempre più discutibili un uomo che si dichiara innocente e ha tutto il diritto di essere ritenuto tale fino al terzo grado di giudizio??

Garantismo, signore e signori… che bella parola dimenticata…”

Chissà che un giorno il nome di Bossetti non divenga, insieme a quello dei tanti Tortora, dei tanti Zornitta, dei tanti Girolimoni, simbolo di una battaglia di civiltà giuridica che appare sempre più doveroso portare avanti.
Ai posteri l’ardua sentenza.

Alessandra Pilloni

 

“Sbatti il mostro in prima pagina” (e non far notare le incongruenze)

Spesso, quando “dolce e chiara è la notte e senza vento”, mi capita di fare un sogno ricorrente: sogno di vivere in uno Stato in cui il principio secondo il quale “la legge è uguale per tutti” sia qualcosa di più di una semplice frase su carta ingiallita, quasi ridotta, oramai, ad una sorta di grida secentesca di manzoniana memoria.
Ma ecco che, ogniqualvolta questo idillio onirico torna a farmi visita, è bruscamente ed inesorabilmente interrotto da un incubo che vi si sovrappone: ed è così che mi ritrovo a dover fare i conti con Gian Maria Volonté, nelle vesti del redattore capo Bizanti, ed a vedere il misterioso monito “la legge è uguale per tutti” riveduto e corretto, alla maniera orwelliana, dall’inquietante prosieguo “…ma qualcuno è più uguale degli altri”.

Proprio mentre scrivo questo articolo, il notiziario mi informa, in effetti, di un tweet del premier Matteo Renzi, che con riferimento alla condanna a un anno a carico di Vasco Errani per falso ideologico, ricorda che “finché non c’è sentenza passata in giudicato un cittadino è innocente”.

Per quanto possa sembrare strano, ciò che scrive Renzi è proprio vero: lo dice il secondo comma dell’articolo 27 della nostra Costituzione.
“Si chiama garantismo”, chiosa Renzi nel suo tweet, ancora una volta a ragione.

Eppure, c’è una nota stonata in tutto questo.
Non fraintendetemi, questo blog fa del garantismo per tutti il proprio vessillo: certamente, però, è un vero peccato che questo principio sacrosanto sembri valere solo per i politici, mentre per un semplice operaio possa essere saltato a piè pari anche dagli annunci di un Ministro.

Ed è a questo punto che l’incubo di cui sopra torna a farmi visita, con una domanda pressante: cosa è andato storto nell’evoluzione dei principi dello stato di diritto?

Mi scuseranno quindi, i gentili lettori, se da queste pagine preferisco rivolgere la presunzione di innocenza a chi è stata negata sin dal primo momento proprio da voci istituzionali.

In un articolo di qualche giorno fa (https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/06/finche-dna-non-ci-separi-il-senso-degli-italiani-per-il-garantismo/) ho già affrontato la tematica relativa ad alcune legittime perplessità alle quali, sia in generale sia nel caso di specie, la prova del DNA a carico di Massimo Bossetti sembra lasciare un certo spazio.
Questo perché, anche al di là di alcune inesattezze divulgate dai media che ho avuto modo di evidenziare (come ad esempio la notizia errata secondo la quale la traccia di DNA sarebbe stata isolata nella parte interna degli slip), alcuni dubbi si impongono inevitabilmente, come esito di palesi discrasie che si ricavano seguendo l’evolversi della vicenda e delle indagini sin dall’inizio.
L’articolo in questione , ovviamente, non pretendeva di esaurire  la tematica, sulla quale dunque mi sarà giocoforza tornare, in qualche modo, anche oggi.

Nell’articolo di cui sopra, avevo volontariamente dedicato pochissimo spazio alla tesi, sia pure in testa alle indiscrezioni e che, per giunta, io stessa in un gruppo facebook creato ad hoc proposi qualche giorno prima che cominciasse a circolare sui media, secondo la quale potremmo essere di fronte ad un caso di trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto.

Negli ultimi giorni, in particolare, questa ipotesi è stata avanzata a più riprese anche nel corso di alcune trasmissioni televisive, ad esempio dal Dott. Natale Fusaro, il quale ha altresì sottolineato come, qualora l’arma del delitto fosse stata un oggetto di Bossetti o di un terzo, quale ad esempio un attrezzo da lavoro, precedentemente utilizzato da Bossetti e sporcatosi con il suo sangue (sappiamo che Bossetti, oltre a fare un lavoro che di per sé espone a ferite ed escoriazioni, soffre di epistassi), potrebbe effettivamente essersi verificato un passaggio del DNA di Bossetti, attraverso l’arma del delitto, sugli abiti della piccola Yara.
Fusaro inoltre notava, non a torto, come nessuno si prenderebbe la briga di lavare un coltellino per l’edilizia qualora si sporcasse di sangue.

E’ dunque piuttosto evidente che anche quest’ipotesi, che nel caso di un’unica traccia di DNA, come questo, è astrattamente possibile (sia pure improbabile), alla luce delle circostanze concrete relative a Bossetti (epistassi, lavoro che espone a ferite) e alla possibile arma del delitto (coltellino per l’edilizia non lavato) acquisti perfino un certo margine di probabilità.

Un margine di probabilità che appare inoltre confortato da alcune evidenze peritali che emergono dall’ordinanza del GIP.
In primo luogo, merita menzione l’area specifica degli indumenti ove la traccia di DNA è stata isolata, che l’ordinanza descrive testualmente come “un’area attigua al margine reciso” degli indumenti stessi, un particolare che ben si sposa ad un trasporto del DNA proprio attraverso un’arma da taglio.

Per contro, viene in considerazione che l’ipotesi che la traccia (presumibilmente) ematica isolata sia esito di una ferita riportata dall’assassino in una colluttazione con la vittima, che dunque si sarebbe strenuamente difesa, è resa improbabile dall’assenza di “lesioni tipicamente da difesa” sulla vittima stessa.

Ma questa ipotesi del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto sembra sposarsi piuttosto bene anche con un altro particolare, che in effetti è uno dei particolari che sembrano contrastare maggiormente con il teorema della colpevolezza di Bossetti.

No, non si tratta di una mia fissa, ma di qualcosa che già da tempo era facilmente saltata agli occhi degli inquirenti (vedasi ad esempio qui:http://www.corriereadriatico.it/ATTUALITA/yara_ultimi_attimi_fuga_inseguimento_omicidio._e_spunta_l_ombra_di_una_donna/notizie/141158.shtml), e che non dovrebbe essere dimenticata ora.

E’ la stessa modalità dell’aggressione a far sorgere seri dubbi sulla colpevolezza di Bossetti, in quanto appare ben difficilmente compatibile con un agente quarantenne e avvezzo da oltre quindici anni ad un lavoro fisico non indifferente.

E’ la stessa ordinanza del GIP che, riprendendo quanto emerso dall’esame autoptico, descrive le otto lesioni riscontrate sul cadavere della piccola Yara come “relativamente superficiali e insufficienti da
sole a giustificare il decesso”, che infatti si suppone essere avvenuto per ipotermia.

Quindi è del tutto lecito chiedersi come tali ferite, che sembrano indicare palesemente scarsa manualità con l’arma del delitto, probabilmente scarsa forza, sicuramente incapacità di colpire, possano essere attribuite ad un muratore quarantenne per forza di cose abituato all’uso di un certo tipo di strumenti e dotato di una certa forza fisica.

Le ferite sono insomma disordinate, incapaci di causare di per sé la morte, inferte con un’arma con la quale l’agente non sembra avere manualità alcuna (un oggetto non suo?); nonostante questo, va sottolineato, l’assassino se la dà a gambe lasciando la povera Yara ancora viva.
Francamente, tutto questo ricorda, più che un adulto, un possibile atto di bullismo degenerato, o comunque un atto compiuto da persona/e molto giovane/i, con scarsa forza fisica, e che fugge rendendosi conto di aver combinato un disastro spintosi oltre ogni sua previsione.

Vedete, cari lettori, come ho evidenziato nel penultimo articolo (https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/07/bossetti-e-la-sentenza-della-corte-delle-comari/), questo caso fortemente mediatizzato è stato accompagnato da un collasso informativo spaventoso, che ha finito per scadere in una banalissima forma di gossip.
D’altronde, avrete tutti sentito parlare della banalità del male.
Ma in effetti non sarebbe difficile per un lettore accorto trovare per tutte queste chiacchiere tra comari delle spiegazioni piuttosto semplici.
Un “indizio” insignificante come le lampade solari, ad esempio, trova una spiegazione più che plausibile alla luce di una considerazione banalissima: evidentemente Bossetti voleva farle perché tiene alla cura del proprio aspetto, e perché i muratori, lavorando al sole, hanno un sacco di segni (quello della canottiera, dell’orologio, dei calzini, delle scarpe, dei pantaloncini) che una o due lampade a settimana tolgono.
Alcuni organi di stampa hanno detto che la moglie non conosceva la frequenza con la quale Bossetti faceva le lampade.
E allora, cosa ci si trova di strano santo cielo?
Non serve una fervida immaginazione per intuire, ad esempio, che se avesse detto alla moglie che andava al solarium ogni settimana, questa avrebbe magari risposto “ma quanti soldi spendi in sciocchezze?”.
Uno non va a litigare per una doccia solare, la fa e basta.
Così come tante mogli non raccontano per filo e per segno quello che acquistano: magari un reggiseno che piace sebbene se ne abbiano già dieci simili, o i collant ricamati, piuttosto che un nuovo inutile pezzo di bigiotteria acquistato solo per vezzo.
Sono quelle piccole cose omesse perché banalmente inutili o per pace familiare che a quanto pare, ora, per i saloni televisivi fanno di te un bieco assassino.

Ma il punto forse è un altro.
Perché se gli organi di informazione alla costante ricerca dello “scoop” si soffermano su particolari inutili, come la passione di Bossetti per le lampade solari, si tratta di un atto che può essere prosaicamente descritto come superficialità o mera disinformazione.

Ma se un Ministro dell’interno scrive su Twitter che è stato “identificato l’assassino di Yara Gambirasio”, omettendo l’aggettivo “presunto”, la questione cambia.
Non solo perché dinnanzi alla scritta “la legge è uguale per tutti” sembra di sentire riecheggiare il celebre “ma mi faccia il piacere!” di Totò, ma anche perché se un rappresentante delle istituzioni afferma pubblicamente che Massimo Bossetti è un assassino, io, comune cittadina, gli devo credere.

Gli devo credere con tutto il cuore, perché se sciaguratamente scegliessi, invece, di credere a Bossetti che si proclama innocente, o anche soltanto di soffermarmi sui tanti, troppi dubbi che circondano questa vicenda, allora dovrei perdere ogni fiducia nei vertici del mio Paese.

E, stavolta, senza alcuna possibilità d’appello.

Alessandra Pilloni

Finché DNA non ci separi: il senso degli Italiani per il garantismo

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere questo articolo http://www.opinione.it/politica/2014/06/10/perricone_politica-10-06.aspx, emblematicamente intitolato Convinti di essere“beceri garantisti”.

L’articolo si apriva con queste parole:
“Lo vogliamo ribadire così, pubblicamente, senza vergogna e per l’ennesima volta: finché non sarà celebrato il terzo grado di giudizio, per noi tutti, ma proprio tutti, gli inquisiti (a qualsiasi partito, associazione, impresa, ecc. appartengano) sono da considerarsi innocenti. Ripetiamo, sono innocenti! Non “colpevoli a prescindere”, ma innocenti e basta. I processi allestiti in base all’inchiostro delle pagine dei giornali (o, almeno, di alcuni di essi) sono all’antitesi del rispetto di ogni civiltà giuridica e di quei diritti della persona che devono essere rispettati.”

Anche io mi considero una “becera garantista”, e pertanto trovo questa riflessione interessante e senz’altro condivisibile, ma allo stesso tempo ritengo che debba necessariamente e a scanso di equivoci essere ampliata.
Si fa menzione di “inquisiti” appartenenti a partiti, associazioni, imprese e così via.
Una menzione sacrosanta, ma insufficiente.

Non è la riflessione, ma è il garantismo stesso che deve estendersi, e non dico che debba estendersi alle testate giornalistiche tipicamente “manettare”, in cui non arriverà mai, ma deve estendersi nel senso che chi si dichiara garantista deve cominciare ad esserlo realmente: in tal senso, un vero e sano garantismo si vede quando si esplica nei confronti non delle persone in vista, ma delle persone comuni, quelle per le quali molti sedicenti garantisti non si “sporcano le mani”.
Il garantismo deve essere sentito, da chi ha a cuore la giustizia, come un obbligo morale anche e soprattutto rivolto alle persone più deboli, cioè a quelle persone che proclamano la propria innocenza ma, siccome non hanno santi in paradiso, non hanno a disposizione i mezzi culturali e finanziari per potersi difendere adeguatamente.

L’autentico garantismo non si vede quando alla sbarra vi è il proprio amico, conoscente, parente, compagno di partito.
Mi è stato chiesto, provocatoriamente, se sono parente di Massimo Bossetti.
In fondo, ho creato un blog teso a difendere la presunzione di innocenza, qualche tornaconto dovrò pur averlo.
E invece no: non solo non sono parente di Bossetti, non solo non lo avevo mai visto in vita mia prima del suo arresto (per giunta, vivo dall’altra parte di Italia), ma non ho neppure nessun tornaconto.

Sono solo una cittadina indignata dal tracollo di civiltà al quale abbiamo assistito, con spettacolini mediatici rivoltanti, nei cui palcoscenici persone che si proclamano innocenti e famiglie intere vengono esposte al pubblico ludibrio in uno (concedetemi la licenza poetica) sputtanamento indegno in cui tra l’altro, quasi fossero anch’essi indizi di colpevolezza, vengono tirati fuori dal cilindro vocaboli che sarebbero dovuti sparire dai dizionari civili decenni fa, come “figlio illegittimo”, “figlio della colpa” e similari.

Sono garantista e proprio per questo difendo la presunzione di innocenza di Bossetti pur non conoscendolo.

Diceva Einstein che “il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno a guardare”.
Purtroppo aveva ragione, e lo dimostra il fatto stesso che qualcuno mi abbia chiesto se sono parente di Bossetti: siamo così tanto avvezzi all’inerzia dinnanzi all’ingiustizia da sorprenderci se qualcuno decide di occuparsene senza alcun tornaconto personale.

Eppure, il garantismo non può essere solo silenzio.
Garantismo significa anche muoversi affinché l’opinione pubblica maturi una sensibilità tale da capire che giustizia non significa trovare “un colpevole”, ma trovare “il colpevole”, la cui colpevolezza va accertata al di là di ogni ragionevole dubbio sulla base di fatti e non di chiacchiere e pettegolezzi giornalistici.

In definitiva sì, sono anche io una becera garantista, ma ci vogliono più beceri garantisti disposti ad esserlo fino in fondo e non solo per convenienza politica.

Ancora, mi è stato chiesto perché sono garantista.

Se mi è concesso, vorrei provare a rispondere con un’altra domanda: chi ricorda Rocco Barnabei?
Io sì.
Rocco Barnabei, cittadino della Virginia di origini italiane, fu condannato alla pena di morte, eseguita nel 2000, con l’accusa di aver ucciso la fidanzata.
Barnabei si dichiarò sempre innocente.
Nel processo vi furono molti lati oscuri.
Propendeva a suo sfavore il DNA, comunque facilmente spiegabile (si trattava pur sempre della sua ragazza), il fatto di averla vista qualche ora prima dell’omicidio e alcune testimonianze a suo sfavore, molte delle quali furono però ritrattate perché, pare, originariamente rilasciate a causa di non meglio precisate “pressioni”.
Sul corpo della ragazza uccisa vennero trovate anche altre tracce di DNA, ma la loro origine non fu approfondita.
La condanna a morte sollevò una marea di (giuste) polemiche anche in Italia: la sospensione fu chiesta anche dai nostri politici, ma non ci fu.
L’esecuzione venne trasmessa per giunta in diretta TV anche in Italia.
All’epoca avevo 10 anni, era notte, e la guardai all’insaputa dei miei genitori.
La ricorderò sempre come una delle cose più sconvolgenti della mia vita.
Fu quel giorno che diventai garantista, ed è da quel giorno provo anche un innato fastidio verso chiunque inneggi alla pena di morte o si senta libero di sentenziare senza aver nulla in mano.
Il penalista Alan Dershowitz, che si offrì volontariamente per la difesa, definì quanto avvenuto “uno dei più grossi errori giudiziari mai visti”.

Ricordo bene che in quel caso l’Italia era sconvolta, riteneva che il processo si fosse basato su prove indiziarie e discutibili, che la colpevolezza non fosse stata provata al di là di ogni ragionevole dubbio.

Oggi mi domando se l’Italia in quel frangente mostrò davvero un lato garantista o un lato ipocrita legato a meri sentimenti di campanilismo.
La mentalità dell’Italiano medio è cambiata radicalmente negli ultimi 14 anni, o c’è qualche altra ragione dietro al fatto che nel 2000 tutti giustamente insorgevano per una condanna basata sulla presenza del DNA (che l’imputato sapeva spiegare) e nel 2014 quasi nessuno emette un fiato dinnanzi ad una condanna mediatica (che rischia di tradursi in una condanna politica da parte di un Tribunale che dovrà forse pensare anche a placare la piazza) basata sempre sulla presenza di DNA (che l’indiziato sostiene di essere in grado di spiegare in fase processuale)?

E cosa è successo ai nostri politici se nel 2000 tutti insorgevano al grido di “vergogna!” e nel 2014 abbiamo perfino un ministro che neanche sussurra un “presunto” prima della parola “assassino” in casi praticamente analoghi (incluse altre due tracce di DNA sulla vittima mai analizzate)?

Traggo spunto da un articolo letto ieri sul Corriere per introdurre il discorso relativo al DNA e cercare di chiarire una volta per tutte alcuni punti che i media hanno abbondantemente frainteso (o scientemente finto di non vedere?).
Dall’articolo si ricava che la linea difensiva vorrebbe addivenire ad una nuova comparazione di DNA per accertare anzitutto che Bossetti sia Ignoto1.

Ecco le parole dei legali di Bossetti, tratte da qui:http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_05/difesa-bossetti-dna-mamma-ester-carcere-5eb6b828-0411-11e4-80b4-bb0447b18f3b.shtml

«Questo è un processo indiziario. Il Dna non è una prova, anche qualora fosse confermato che il profilo genetico sugli indumenti di Yara appartenga a Bossetti». 
Ancora:
«La comparazione tra il suo profilo genetico e Ignoto 1 è la parte più semplice da ripetere. Quella più delicata, invece, riguarda l’estrapolazione e l’analisi del campione. Chiederemo che vengano ripetute con i nostri consulenti. Non intendo sul campione già isolato, ma in origine, sugli indumenti (…) nella prospettiva di arrivare a un indagato, un campione di stoffa andava tenuto. Non so se sia stato fatto».

La difesa vorrebbe dunque fare questa comparazione sul campione di DNA originale, ossia quello sui leggings.
Ancora non si sa se sarà possibile, ma è certo che ripetere la procedura in questi termini sarebbe sicuramente auspicabile.
Perché?
Anzitutto perché non si può escludere che vi sia stata ad esempio una contaminazione/sostituzione errata del campione di DNA di Ignoto1.
Chi sostiene che l’indagine sia stata tanto certosina da rendere questa ipotesi impossibile dovrebbe spiegare allora come mai nel 2012 fu possibile (e infatti avvenne) scartare il DNA della signora Ester Arzuffi escludendo che fosse madre di Ignoto1 a causa di un banale errore di comparazione.
Se in quel caso vi fu una confusione tra due campioni di DNA (pare che il DNA della signora Arzuffi venne erroneamente comparato con quello della signora Maura Gambirasio anziché con quello di Ignoto1) pensiamo a cosa può succedere quando se ne comparano 18.000 nella spasmodica ricerca del responsabile di un atroce delitto.

A questo dubbio se ne potrebbero aggiungere almeno altri due.
Ad oggi, non sono ancora pubblici i documenti in mano alla Procura, dunque non sappiamo perché questo fatto sia stato tralasciato, se per questioni “tecniche” sia stato considerato inattendibile o altro: tuttavia sappiamo che il DNA di Ignoto1 venne inviato negli USA per ulteriori analisi particolarmente approfondite.
Da queste analisi venne fuori che la persona corrispondente ad Ignoto1 doveva avere, stando a quanto fu riferito all’epoca “con certezza” (vedi qui: http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/399822_quarto_grado_d_un_indizio_in_pi_yara_sono_castani_gli_occhi_del_killer), gli occhi castani, una caratteristica evidentemente incompatibile con Massimo Bossetti, che ha inequivocabilmente gli occhi azzurri.

Ancora, ci si dovrebbe chiedere per quale ragione il testimone che ha rivelato della ragazza a suo tempo”inguaiata” da Guerinoni abbia collocato la relazione di Guerinoni con la ragazza nei primi anni sessanta (vedi qui: http://qn.quotidiano.net/primo_piano/2014/06/20/1081171-rivelo_love_story_dell_autista.shtml) altra cosa chiaramente incompatibile con Ester Arzuffi e Massimo Bossetti, a meno che la gravidanza non sia durata dieci anni.

Mi sembra dunque che la linea difensiva sia anzitutto ragionevolmente tesa a verificare se vi sia effettiva corrispondenza tra i DNA, e qualora vi fosse a procedere con eventuali spiegazioni alternative alla sua presenza.

Infatti, quand’anche si accertasse nuovamente che il DNA di Ingoto1 corrisponde a quello di Bossetti, il caso sarebbe tutt’altro che chiuso.
Non me ne vogliano i forcaioli, ma è proprio così: il DNA di per sé non indica colpevolezza ma contatto, che per giunta può anche essere indiretto.

Se molti degli adepti alla nuova fede nel Mistero del Santissimo DNA, dogma indiscutibile se non da eretici impenitenti e beceri garantisti, si fossero -perlomeno- presi la briga, prima di sentenziare la condanna a morte, di leggere non quanto dico io, ma quanto risulta dall’ordinanza del GIP Vincenza Maccora, che a sua volta si basa sulla relazione peritale, avrebbe senz’altro notato come qualche dubbio sia più che legittimo, ed anche come molti dei nostri media abbiano fornito informazioni fuorvianti.
Alcuni organi di stampa e/o televisivi hanno infatti affermato, per la gioia dei giustizialisti, che saremmo in presenza di diverse tracce di DNA di Ignoto1/Bossetti e che quindi il trasporto di DNA tramite, ad esempio, arma del delitto, non sarebbe possibile, poiché sarebbe plausibile solo nel caso di traccia unica.
Altre persone, che evidentemente hanno tanto tempo per ergersi a giudici su internet ma non altrettanto per leggere la documentazione, quando affrontano la questione DNA non capiscono più nulla ed inveiscono con il tormentone “ma come fa a dire di non essere stato lui se c’era il suo DNA nelle sue mutandine?”.

Credo che questione andrebbe chiarita con serietà, da parte dei mezzi di informazione, una volta per tutte.

La traccia di DNA è una sola, e non era propriamente “nelle mutandine” (espressione che suggerisce scenari ancor più atroci di quanto già siano) ma tra gli slip e i leggings che la povera Yara aveva addosso quando è stata trovata e nella parte esterna, cioè sui leggings e sulla corrispondente parte sottostante degli slip.

Alcuni si ostinano -non so perché- a non farsi entrare in testa questo semplicissimo particolare, che sarebbe invece di enorme importanza, anche e soprattutto qualora la traccia non fosse di sangue, ma ad esempio di urina: a questo punto basterebbe infatti la possibilità che la ragazza sia stata colpita e gettata in terra in un cantiere in cui uno dei muratori che vi lavoravano si era appartato (come fanno tutti i muratori di questo mondo) per espletare i propri bisogni fisiologici “liquidi” per aver potuto causare una trasmissione del DNA.

Certamente, per onestà bisogna sottolineare che la traccia sembra ematica piuttosto che compatibile con urina/sudore/saliva e simili in quanto, anche se non c’è certezza assoluta, stando a quanto si legge nell’ordinanza sembra la traccia derivi da fluido “abbondantemente cellularizzato”, quale appunto il sangue.
Se però bisogna essere onesti fino in fondo, allora si deve anche ammettere che il fatto che Bossetti soffra di epistassi lascia margini di possibilità alla presenza di tracce ematiche nel cantiere..

Inoltre, il fatto che la traccia di DNA sia una sola, interpretando in controluce quanto detto finora, rende possibile che vi sia stato trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto.

Questa non è genetica, è semplice logica.

Siccome questi punti estremamente importanti sono stati letteralmente stravolti da alcuni organi di informazione, sarebbe bene arginare, a partire dal proprio piccolo, questi tentativi di fornire un quadro diverso da quello reale, tesi unicamente a mettere in crisi possibilità di difesa e di critica da parte del lettore.

E allora, riguardo all’unica traccia di DNA e la sua collocazione, mi permetto di citare testualmente una parte dell’ordinanza stessa (grassetto mio per evidenziare i punti cardine), per mostrare fin dove possa spingersi la scorrettezza di alcuni organi di informazione:
“Dalla relazione agli atti dei 10.11.2012 risulta che è stata isolata su due indumenti della vittima (slip e leggings) una traccia ematica che ha consentito di estrapolare un profilo genotipico maschile denominato convenzionalmente Ignoto1.
(…)
La zona dei leggings in cui è stata trovata la traccia ed isolato il profilo genotipico maschile è corrispondente alla sottostante parte degli slip in cui è stata riscontrata analoga traccia ed isolato analogo profilo di DNA.”

Avete capito, dunque, che la questione è molto più complessa di quanto possa apparire?

La verità è che se certi principi dello stato diritto, tra i quali la presunzione di innocenza, si sono affermati e tuttora (almeno sulla carta) esistono, è perché l’esperienza millenaria ne ha mostrato l’imprescindibilità.

Se alla luce di tutto questo qualcuno volesse ancora lapidare il “mostro” di turno, allora non potrà che farlo ricorrendo al gossip e a quelle chiacchiere che Vittorio Feltri, qualche giorno fa, ha definito, non a torto, “cretine”.
E se penso che sui social network c’è stato perfino chi non ha avuto remora alcuna ad appropriarsi di foto del malcapitato per poi pubblicarle e commentare puerilmente con un “ditemi voi se non ha la faccia del mostro”, che in tutta la sua assurdità avrebbe fatto annichilire perfino Lombroso, mi chiedo se veramente il problema di fondo non sia che alcuni Italiani hanno un concetto di giustizia fermo di qualche secolo.

Ma in fondo non pretendo di capire: sono una becera garantista, e forse non mi resta altra scelta che unirmi ad Indiana Jones nella sua più difficile e coraggiosa ricerca: quella della dignità perduta dei nostri mezzi d’informazione.

Alessandra Pilloni

Colonna Infame… Per chi?

“La menzogna, l’abuso del potere, la violazione delle leggi e delle regole più note e ricevute, l’adoprar doppio peso e doppia misura, son cose che si posson riconoscere anche dagli uomini negli atti umani; e riconosciute, non si posson riferire ad altro che a passioni pervertitrici della volontà.”
(dall’introduzione a Storia della Colonna Infame, Alessandro Manzoni)

Quando ho creato questo blog ho scelto un nome particolarmente evocativo, Colonna Infame.
Il nome Colonna Infame fa riferimento al saggio manzoniano “Storia della Colonna Infame”, incentrato sulle vicende secentesche di due presunti untori, innocenti ma condannati alla pena capitale sulla base delle chiacchiere di una donnicciola del popolo, Caterina Rosa.
Come monito venne eretta sulle macerie dell’abitazione di uno dei due untori una colonna tesa a ricordarne l’infamia, la cosiddetta “colonna infame”, appunto.
Alla fine del 1700, però, svelati gli equivoci, la Colonna Infame venne abbattuta, poiché era ormai divenuta simbolo non più dell’infamia dei due innocenti condannati, ma dei giudici che avevano emesso l’ingiusta condanna, sulla base di pettegolezzi e senza alcuna prova effettiva, a carico di due innocenti.

Vi chiederete quale attinenza possa avere una vicenda secentesca con l’argomento trattato in questo blog.
La verità è che, sebbene non esistano più gli untori, l’humus sul quale le cacce all’untore di secentesca memoria si sviluppavano è ancora intatto.
Lo viviamo quotidianamente, ma ne siamo così avvezzi, ormai, da non essere più in grado neppure di percepirlo.

La verità è che la colonna infame è diventata parte di noi.
E’ entrata nel nostro sangue, o forse, visto il clima di novelli autoproclamatisi genetisti da tastiera, da salottini televisivi e da rotocalchi, dovremmo dire che è entrata a far parte del nostro DNA.

Da un paio di settimane, gli Italiani hanno finalmente una nuova strega da bruciare al rogo, un mostro sul quale sputare la propria infinita indignazione: il suo nome è Massimo Giuseppe Bossetti, muratore di 44enne di Mapello, presunto assassino della piccola Yara Gambirasio.

Presunto assassino che si dichiara innocente.

Presunto assassino, con un “presunto” solo debolmente sussurrato, talvolta negato tout-court, perfino da rappresentanti delle istituzioni che alla tentazione di allungare il pesce gridando trionfalmente di aver “preso l’assassino” proprio non sanno resistere.

E allora è andata così: è stato “preso l’assassino”.

Il verdetto di colpevolezza nei suoi confronti non è stato emesso da un Tribunale, ma nondimeno è stato unanime, gridato coram populo alla folla assetata di sangue.
Nessuna pietà, nessuna voce contraria, nessuna obiezione alla verità, illustrata in modo tanto estenuante da non lasciare alcuno scampo, da tutti i media.

Di lui sappiamo tutto, conosciamo il suo volto, la sua casa, le sue abitudini.
Ne conosciamo perfino, o almeno così pare, l’albero genealogico: sì, perché la novella ondata di giustizialismo forcaiolo non ha risparmiato alcun aspetto della sua vita privata.

Eppure, dovremmo forse cominciare a porci qualche domanda sul nostro albero genealogico.
Perché nel leggere le esternazioni di chi ha condannato un uomo che si dichiara innocente prima ancora del vaglio di un Tribunale, di chi ospita processi mediatici privi di contraddittorio, di chi sputa sui principi dello stato di diritto calpestando insieme la dignità di un uomo e della sua famiglia e il principio di presunzione di innocenza, mi viene il serio, serissimo dubbio di trovarmi dinnanzi ai discendenti di tale Fabrizio Maramaldo, l’infame condottiero che si accaniva contro gli inermi e il cui nome è -non a caso- tuttora usato per indicare la più becera forma di viltà e scelleratezza.

Mi si risponderà che “si è trattato di un omicidio così atroce, che lo sdegno, anche prima del vaglio processuale, è naturale”.
Ma in questa risposta c’è qualcosa che non mi convince.
L’arresto di Bossetti è coinciso, per un caso particolare, con l’omicidio di Motta Visconti.
Osserviamo un attimo i fatti: in quest’ultimo caso abbiamo addirittura tre omicidi di gravità inaudita, per giunta omicidi di moglie e figli, cosa che causa una sorta di repulsione innata; abbiamo tre omicidi aggravati da quelli che nel mio gergo “tecnico” di giurista direi che senza dubbio sono “motivi futili e abietti”, ma soprattutto abbiamo un reo confesso, quindi -almeno in teoria- potremmo anche arrischiarci, in preda all’indignazione, ad accantonare la presunzione di innocenza ed esprimere le nostre reazioni.
Non so se si tratta di un semplice caso, ma mentre avevo la home di facebook letteralmente piena di stati, commenti, link di pessimo gusto che incitavano al linciaggio di Bossetti, sul caso Motta Visconti non ho letto praticamente nulla del genere.
Non sto dicendo che vorrei averlo letto, giacché mi dà sempre e comunque piuttosto fastidio il fatto di rendere i social network una fogna di barbarie con i propri sfoghi più bassi.

Eppure mi chiedo il perché.

C’erano tre omicidi di enorme atrocità e un reo confesso: lo ha detto, è stato lui.
Nessuno ha invocato il linciaggio.
I media stessi si sono limitati ad esporre la vicenda con toni direi quasi rassegnati.
Sembra assurdo, eppure, anche pensando a casi precedenti, l’accanimento popolare si dirige sempre maggiormente contro chi si dichiara innocente.

E allora la domanda è: cosa ci disturba nell’innocenza?

Notavo qualche sera fa che il lato più disturbante dell’innocenza è il fatto che nega la possibilità al popolo di dare al male un nome ed un volto: se una persona è innocente, il mostro è altrove, non lo abbiamo in pugno.
E noi vogliamo averlo in pugno, e vogliamo esserne convinti, perché se lo abbiamo in pugno non potrà più fare del male, e ci sentiremo tutti un po’ più sicuri.

Io non posso dichiarare, da queste pagine, che Bossetti è colpevole o innocente.
Non posso farlo, perché non ne ho le qualifiche: al limite posso esporre il mio parere personale, che alla luce dell’analisi dei fatti e della documentazione finora emersa mi spinge a dubitare fortemente che Bossetti sia colpevole e, di conseguenza, a propendere per la sua innocenza.

Ma questa è solo la mia opinione.

Non sono invece un’opinione i principi dello stato di diritto, che ci impongono, come dovere di civiltà, di evitare processi sommari in TV e gogne mediatiche che di certo non fanno onore ad un Paese che si fregia del titolo, oramai risibile, di “culla del diritto”.

L’art. 27 comma 2 della nostra Costituzione enuncia il principio presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio.
Tale presunzione di innocenza può essere vinta solo dall’accusa: in parole povere, non è l’imputato che deve dimostrare la propria innocenza, ma è l’accusa che deve dimostrarne la colpevolezza.
Ai sensi dell’art.530 del codice di procedura penale, che sviluppa ed approfondisce tale principio, una sentenza di assoluzione non va pronunciata solo quando vi è prova dell’insussistenza del fatto, che l’imputato non lo ha commesso, che il fatto non costituisce reato/non è previsto dalla legge come reato, ovvero è commesso da persona non imputabile o non punibile, ma anche qualora vi sia il DUBBIO sulla sussistenza dei summenzionati elementi; di contro, sulla base dell’art. 533 c.p.p. la sentenza di condanna potrà essere pronunciata solo qualora l’imputato risulti colpevole del reato contestatogli “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Quanti Italiani, negli ultimi giorni, hanno sputato su questi principi che trovano fondamento nella prima legge dello Stato?

Mi riferisco a una nutrita schiera dell’opinione pubblica che, schermandosi dietro presunte esigenze di giustizia non appena vi è il mostro sbattuto in prima pagina dà sfogo alla propria spazzatura interiore inneggiando a pubblici linciaggi, torture, aggrappandosi ipocritamente e con la protervia di un Torquemada ai pretesti più disparati per giustificare le proprie reazioni sconsiderate.

Mi ha colpito molto, ad esempio, il giorno successivo all’arresto di Bossetti, un post che ho letto su facebook nel quale si diceva che il silenzio dell’indagato durante il primo interrogatorio era da considerarsi prova certa di colpevolezza.
Eppure, per chi non è avvezzo a facili suggestioni mediatiche, tale silenzio poteva essere interpretato altresì come esito della comprensibile reazione di shock di una persona estranea ai fatti che si trovi ad essere arrestata per un crimine orrendo e non commesso.

Che bell’esempio di civiltà stai dimostrando, Italia!

Ma la cosa davvero più eclatante di tutte è la propensione di molti alle acrobazie: nessuno ammetterebbe mai di essere forcaiolo.
Si tratta solo di persone “diversamente garantiste”: sarebbero garantiste, se non fosse che… e dopo il che aggiungono una serie di “indizi di colpevolezza” da far accapponare la pelle.

Sì, perché stando a questi indizi di colpevolezza potremmo essere tutti potenziali colpevoli: se si scava nella vita di qualsiasi persona ci saranno sempre dei fatti incomprensibili all’esterno, perché relativi magari a fisse, abitudini personali, avvenimenti che non si ricordano più con chiarezza.
E se a questo aggiungiamo le esagerazioni e le contraddizioni dei media ne viene fuori una fantasmagoria difficilmente descrivibile.

Ma, in fondo, i “diversamente garantisti” sono in buona, anzi ottima, compagnia: la compagnia di giornalisti farabutti, che hanno bisogno del mostro in prima pagina e non esitano neppure a distorcere la realtà pur di aumentare la tiratura del proprio rotocalco, ed ancora quella dei ministri incauti, per i quali il garantismo è un principio fondamentale quando si parla di questioni eminentemente politiche, ma evidentemente cessa di esserlo quando alla sbarra c’è una persona che non ha santi da appendere né chiodi per farlo.

E con questa compagnia tanto qualificata, allora si può sentenziare da subito una condanna a morte, se non fisica perché l’ordinamento non lo consente, perlomeno morale: e si può sentenziare pretendendo che una persona comune ricordi con esattezza e senza osare contraddirsi cosa ha fatto esattamente in un giorno specifico di quattro anni prima, oppure pretendendo che dia una spiegazione del suo DNA prima di parlare con i suoi avvocati (se lo fa dopo è contraddittorio e mente) esigendo assurdamente che abbia i mezzi culturali per farlo anche se sarebbe evidente a chiunque che non li ha.

E allora, se il clima è questo, preferisco prendermi, da un conduttore televisivo l’accusa di essere in “palese malafede”: se chiedere un’informazione che renda conto anche di tesi difensive nel rispetto dei principi del contraddittorio, nel nostro Paese in cui i diritti umani agonizzano da tempo, è malafede, allora sì: sono in malafede e sono fiera di essere in malafede.

E sarò sempre “in malafede” dinnanzi a chi viola i più basilari diritti umani per lo share, a chi attende la tragedia ed il mostro, vero o presunto, per compiere opera di sciacallaggio mediatico, a chi assume toni giustizialisti senza dar voce a tesi difensive, anche dinnanzi all’evidenza di una Procura che ha avuto ed ha mezzi finanziari cospicui ed un indiziato che, da comune operaio, non potrà permettersi di pagare tutti i rispettivi contro-accertamenti.

E allora in alto le forche, e con il telecomando in una mano e la torcia ardente nell’altra, godetevi pure i processi contumaciali e privi di contraddittorio che offre la grancassa, senza farvi troppe domande e sempre dimentichi dei più basilari principi di civiltà.

Personalmente mi dissocio, e con la mia bandiera garantista preferisco ritirarmi in buon ordine tra le schiere dei reprobi e di tutti coloro che ritengono che quei principi di libertà, conquistati con il sangue, debbano ancora essere difesi.

E lascio dunque a qualcun altro l’arduo compito di ergere la colonna infame: chissà, però, che al pari dell’episodio narratoci dal Manzoni, non divenga un giorno emblema dell’infamia di chi troppo avventatamente ha scelto di innalzarla.

Alessandra Pilloni