La festa è finita, liberate Bossetti

debt-money-dna “Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato.”

(Albert Einstein, lettera a Max Born del 4 dicembre 1926)


In principio fu la menzogna.
Se la vicenda mediatico-giudiziaria relativa al sig. Massimo Bossetti fosse collocata in un testo religioso, senza dubbio si aprirebbe con queste parole.

D’altro canto, gli elementi di stampo mitologico sembrano non mancare: dal misterioso furgone bianco che cambia volta a volta i propri connotati strutturali quel tanto che basta per adeguarli alla bisogna, alla “magica” polvere di calce che si ritiene il muratore porti sempre con sé, ed in effetti tanto magica da comparire nell’alveo bronchiale nell’ordinanza del GIP e da non essere invece evidenziata, nello stesso punto, dalla relazione autoptica. Non è un caso che la maggior parte dello spazio su questo blog sia stata dedicata a smentire una lunga serie di notizie distorte e insussistenti, ma la madre di tutte le inesattezze, quella che ha dato sin dall’inizio un manto d’infallibilità a questa indagine costellata di errori è stata quella secondo la quale l’analisi del DNA sarebbe stata ripetuta da quattro diversi laboratori.
Ce lo hanno ripetuto per mesi, in tutti i modi e in tutte le salse, ma non corrisponde al vero. C’è infatti una differenza sostanziale tra il fare un’analisi (cosa fatta da un solo laboratorio) e il controllarne i risultati su carta al fine di “certificarla”: e c’è una differenza sostanziale, perché se c’è un errore a monte in una qualsiasi fase precedente, in questo modo l’errore verrebbe semplicemente replicato, sic et simpliciter.

Qualche giorno fa è stato pubblicato in questo blog l’articolo Ignoto1? Un DNA impossibile in natura. Ed ora affannatevi meno nell’arrampicata sugli specchi e liberate Massimo Bossetti: questo articolo, che tanti ha fatto saltare sulla sedia in quanto meno diplomatico del solito, è stato pubblicato sulla base di presupposti ben precisi, e nessuna considerazione è stata lasciata al caso.

Di recente, qualcuno ha ben pensato di provare a sostenere, naturalmente senza alcuna valida argomentazione sottesa, che quanto recentemente divulgato in relazione alla non corrispondenza del dna mitocondriale di Ignoto1 con quello di Massimo Bossetti sia poco più che una quisquilia, o un cavillo difensivo.
E’ intervenuto perfino il Procuratore di Bergamo, Dott. Francesco Dettori, il quale ha affermato quanto segue:
«Sulle notizie apparse sui mezzi di comunicazione di massa in ordine alla valenza probatoria del dna repertato e utilizzato nel processo a carico di Massimo Giuseppe Bosseti, mettendola in qualche modo in discussione e incentrando le relative critiche sulla distinzione tra dna mitocondriale e dna nucleare, la procura di Bergamo ribadisce che tale profilo è stato già oggetto di ampia e approfondita valutazione in sede di accertamenti tecnici, con i risultati ampiamente conosciuti e che tali evidentemente rimangono».

Sembra quasi voler dire, il Dott. Dettori, nel suo palesare un certo fastidio in relazione alla notizie apparse circa la non corrispondenza del dna mitocondriale, che i panni sporchi si lavano in famiglia.
Chi scrive, in realtà, avrebbe ben gradito una situazione nella quale le vicende giudiziarie sono appannaggio dei tribunali e non di giornali e trasmissioni televisive, ma deve essere rammentato che chi ha portato fuori dalla famiglia i proverbiali panni sporchi (e che in questo caso sembrano essere davvero molto sporchi) non è certo stata la difesa del sig. Bossetti.
Deve essere rammentato anche che non c’è stato alcun intervento del Procuratore nel momento in cui, ad esempio, sono stati dati in pasto ai giornali stralci di interrogatori i cui contenuti, privi non solo di qualsivoglia valenza indiziante ma anche di qualsivoglia interesse pubblico sotteso, si configuravano come palesemente lesivi della privacy e della dignità di un’intera famiglia (oltre che, ovviamente, dell’indagato, il quale è pure una persona che deve essere, ove possibile, tutelata).

In questo caso, però, non siamo di fronte alla divulgazione di un elemento inutile, ma di un elemento che in qualsiasi Paese civile (per inferenza logica è dunque evidente che l’Italia non possa definirsi tale) avrebbe comportato l’immediata scarcerazione dell’indagato: infatti, come vedremo nel corso dell’articolo, da un punto di vista strettamente logico e perfino scientifico, non si può assolutamente ritenere alla luce delle nuove risultanze che “i risultati ampiamente conosciuti” rimangano tali e l’unica conclusione possibile e, a parere di chi scrive, irrefutabile, sembra essere il fatto che il sig. Bossetti non possa essere considerato Ignoto1.

Ora, in qualità di curatrice di questo blog, vorrei fare alcune doverose premesse.
La prima è che non mi sono mai limitata, in questo spazio, a riportare acriticamente tesi difensive, come pure qualcuno ha provato a sostenere.
Se mi desse una qualche soddisfazione personale divulgare veline preconfezionate, allora di certo, anziché scrivere (ben volentieri) a titolo gratuito su questo blog, lavorerei per qualche grande ed importante testata giornalistica, magari finanziata dai contribuenti.
Tra le linee guida di una tale testata giornalistica comparirebbero certo, sciorinati con veemenza ma raramente rispettati, ideali di correttezza deontologica e accuratezza delle notizie, magari anche riferimenti all’uguaglianza e ai principi democratici, ostentati in vetrina ma solertemente dimenticati.
In quel caso avrei potuto riportare per mesi, certa o quasi di una totale impunità, una lunga serie di pseudonotizie tese unicamente a ingenerare nell’opinione pubblica la convinzione che il sig. Massimo Bossetti sia colpevole, pur accorgendomi della fallacia delle stesse e senza mai offrire contraddittorio.
Avrei dedicato lungo spazio alle lampade solari fatte dal sig. Bossetti in un centro estetico “vicino alla fermata del bus di Yara”, naturalmente fingendo di dimenticare che i centri estetici sono chiusi nelle fasce orarie in cui gli studenti prendono l’autobus, e ancora avrei provato a sostenere, senza alcuna vergogna, che costituisca un fatto sospetto e del tutto inusuale l’acquisto di materiali edili da parte di un muratore.
Di contro, al venir fuori una notizia clamorosa come la non corrispondenza del dna mitocondriale di Ignoto1 con quello di Massimo Bossetti, anziché fare quanto dovuto, ossia mettere in discussione l’operato degli inquirenti, sarei corsa immediatamente non da un genetista esterno al caso per chiedere ragguagli sulle implicazioni di un fatto simile, ma dai consulenti della Procura, per dare loro la possibilità di salvare il salvabile (e tutelare i propri scranni) arrampicandosi sugli specchi, e soprattutto tranquillizzando i lettori del fatto che, no, non c’è nessun errore e che, parafrasando le eloquenti parole dell’Avv. Claudio Salvagni, sia cosa del tutto normale avere nelle proprie cellule un dna nucleare riconducibile ai propri genitori e un dna mitocondriale del proprio vicino di casa.

In data 30 gennaio su Il Garantista Errico Novi ha intervistato il Prof. Alessandro Meluzzi (vedi qui: http://ilgarantista.it/2015/01/30/quel-dna-e-costato-troppo-lo-difenderanno-coi-denti-anche-se-e-una-bufala/).

L’intervista, intitolata “Quel Dna è costato troppo: lo difenderanno coi denti, anche se è una bufala“, un titolo da me apprezzato, essendo ormai chiaro che le cose stanno proprio in questo modo -e lo dico da persona ben poco amante delle dietrologie, ma anche abbastanza acuta da comprendere quando sia il vil denaro a muovere determinati meccanismi-, proponeva una serie di considerazioni interessanti, ma ai fini di questa trattazione ne richiamerò due in particolare.
Con riferimento alla improponibile (e verrà spiegato anche il perché di un aggettivo così categorico) linea difensiva adottata dai consulenti della Procura, il Prof. Meluzzi sottolineava come tale linea non risponda al quesito di base che viene posto, ed evidenziava inoltre come il sostenere la “bontà” e la valenza probatoria di quella traccia, alla luce degli ultimi riscontri, sembri rispondere ad un criterio di tipo “esoterico” piuttosto che scientifico.

Ora, non so effettivamente se il Professore si sia lasciato andare ad una considerazione spontanea o se ci fosse, a monte, un percorso riflessivo più complesso, tuttavia penso che questa constatazione riassuma un concetto fondamentale, che poi è lo stesso sotteso alla battuta (ironica solo in minima parte) riportata nell’articolo precedente, secondo la quale, a questo punto, solo il Divino Otelma potrebbe risolvere il busillis.

Il grande antropologo Lucien Lévy-Bruhl dedicò una serie di studi ai popoli primitivi, caratterizzati da culture con una netta preponderanza di un pensiero di tipo “magico”.
Lo studioso parlava, a tal proposito, di “prelogismo”, volendo con ciò evidenziare la differenza ed il distacco di simili concezioni rispetto al pensiero sviluppatosi a partire dalla nascita della logica classica, in seno alla quale vennero elaborati, per la prima volta, i principi di identità e non contraddizione.

Il principio di non contraddizione, alla base del pensiero razionale e scientifico, afferma la falsità di ogni proposizione che implichi un fatto e, in concomitanza, la sua negazione. Aristotele definisce il principio in questi termini:

“È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo .”

Applicando questo criterio razionale al caso in disamina, è chiaro che debba essere rigettato l’assurdo sulla base del quale il sig. Bossetti possa trovarsi ad essere (sulla base del DNA nucleare), e contemporaneamente a non essere (sulla base del DNA mitocondriale), Ignoto1.

E’ un criterio di tipo logico e scientifico a portare a questa conclusione, mentre la conclusione opposta risponde ad una concezione sottesa che disconosce palesemente i cardini della scienza.
A nulla vale sostenere che il dna mitocondriale abbia minor potere identificativo.
Sia chiaro: nessuno mette in dubbio questa affermazione, trattandosi di una constatazione acclarata, in quanto, mentre il dna nucleare contiene informazioni ereditate sia in linea materna sia in linea paterna, il dna mitocondriale è ereditato unicamente dalla madre ed è condiviso dall’intero ceppo materno (identico).
Se sul luogo di un delitto fosse rinvenuto il mio dna mitocondriale sarebbe dunque impossibile (essendo identico) stabilire se è mio, di mia madre, di mia nonna materna, di mio fratello e così via- mentre il dubbio si chiarirebbe definitivamente con il dna nucleare. Un’evidenza altrettanto inoppugnabile, tuttavia, è il fatto che in natura non esiste e non può esistere nessuna cellula che abbia un corredo di informazioni che rimandi a soggetti diversi nel nucleo e nel mitocondrio.

La mattina del 28 gennaio, su Radio Padania, è stato intervistato il Dott. Marzio Capra, biologo e genetista forense di chiara fama, con particolare riferimento al caso Yara e all’ultima novità del dna mitocondriale.

Il Dott. Capra, in relazione all’assurdità di questa anomalia, ha proposto il significativo paragone di una persona che si guardi allo specchio e, normalmente, vi si riconosca, ma poi si accorga, voltandosi di spalle, di essere un altro soggetto completamente diverso.
Il Dott. Capra ha anche sottolineato che già da anni era noto che quella traccia presentasse alcune grosse anomalie “difficilmente spiegabili o inspiegabili”.

Inserisco, di seguito, la trasmissione menzionata, segnalando che la parte relativa al caso Yara comincia al minuto 47:

Alcune delle anomalie cui il Dott. Capra fa riferimento furono segnatamente evidenziate dai RIS, e riprese dalla difesa del signor Massimo Bossetti nell’istanza di scarcerazione presentata a settembre.

Relazione RIS Anche in questo caso, come da copione, ci si affannò immediatamente a sminuire la cosa, tuttavia quanto sottolineato dalla difesa del sig. Bossetti rimandava ad alcune considerazioni non di poco conto.

Ci si chiedeva infatti se tale traccia dovesse davvero considerarsi “oltre ogni ragionevole dubbio”, e ce lo si chiedeva in quanto appare chiaro, dalla relazione dei RIS, ed anche il Dott. Marzio Capra ha avuto modo di soffermarsi sull’argomento, che ci troviamo quantomeno di fronte ad un campionamento ambiguo, nel quale la traccia biologica riscontrata non è visibile a occhio, a causa della forte degradazione del materiale, ma nel contempo non emerge una corrispettiva degradazione del DNA, che infatti consente non solo di estrarre un profilo completo ma si presenta, addirittura, “abbondantemente cellularizzato”, salvo poi non consentire di diagnosticarne l’origine biologica.

Tuttavia, se in relazione a queste anomalie si poteva obiettare (e si è obiettato) che non potessero inficiare i risultati ottenuti, posto che era stato in ogni caso estratto un profilo completo, non si può rispondere altrettanto di fronte all’evidenza di un dna mitcondriale non coincidente con quello dell’indagato, e nondimeno perfettamente chiaro e appartenente a persona specifica, diversa dall’indagato e allo stato non identificata.

Al fine di spiegare meglio questa anomalia, ho chiesto delucidazioni ad alcuni biologi e genetisti, e le spiegazioni ricevute mi sembrano del tutto incompatibili con la linea assunta dai consulenti della Procura di Bergamo e dai loro amici e colleghi; cosa peraltro del tutto comprensibile: in tempi non sospetti inserii nel blog una traduzione, fatta dall’amico Rocco Cerchiara, di Forensic DNA Evidence. The Myth of Infallibility, del Prof. William C. Thompson, che stigmatizzava a più riprese (con riferimento a casi concreti nella casistica statunitense) la reticenza dei laboratori coinvolti nell’ammissione di eventuali errori.

A tal proposito è interessante notare come questa evidenza paia turbare i sonni di molti, causando una serie di imbarazzanti inversioni di tendenza.
Così, c’è chi fino a qualche giorno fa riteneva che, nel caso di specie, fosse impossibile (peraltro non si capisce su quale base) che potesse configurasi un’ipotesi di trasferimento secondario del dna o una contaminazione, ed ora sostiene con veemenza queste ipotesi, ovviamente -ça va sans dire- limitandole al solo DNA mitocondriale, e senza che alcuna considerazione realmente scientifica di fondo possa avvalorare un simile quadro.
Allo stesso modo, c’è anche chi fino a poco tempo fa si palesava garantista ritenendo prospettabile l’ipotesi del trasporto ma, alla luce della non corrispondenza del dna mitocondriale, sembra aver maturato un inspiegabile livore nei confronti della difesa del sig. Bossetti, arroccandosi in una posizione che potrebbe essere riassunta in questi termini: “difendetelo pure, ma nessuno parli di dna mitocondriale!”

Esempi che ben mostrano, purtroppo, il volto di una scienza che si risolve in malleabili formule di stile, un contenitore vuoto nel quale inserire tutto e il contrario di tutto secondo la convenienza del momento.

Dopo aver evidenziato tutto questo, la questione che vorrei sollevare è, di fatto, una sola. Orbene, se qualcuno nei salottini televisivi non ha avuto molti peli sulla lingua nel dichiarare che gli importa relativamente poco del sig. Bossetti, io ne ho ancor meno nell’affermare che a me non importa assolutamente nulla di quanti, di fronte ad una clamorosa cantonata, potrebbero vedere stroncata la propria fiorente carriera.

Detto questo, e posto altresì che di fronte ad una Procura (il cui discutibile modus operandi è stato, in queste pagine, abbondantemente illustrato) che ha avuto ed ha a disposizione milioni di euro pubblici, e ad un operaio che protesta la propria innocenza e al quale non posso che credere, a questo punto per ragioni palesi, non ho dubbi su quale posizione sia dovere etico e civile assumere, penso che le cose, laddove chiare, debbano essere ribadite, e lo faccio subito, ripetendo che in natura non è scientificamente possibile che nella stessa (e poi vedremo perché ribadisco la parola stessa) cellula ci sia il dna mitocondriale di un soggetto e quello nucleare di un altro.

Vorrei a questo punto riportare alcune considerazioni scientifiche, scusandomi anticipatamente per l’eventuale inadeguatezza terminologica o altre piccole “sbavature” in tal senso, ma si tratta di cose che mi sono state spiegate, da esperti di settore, per mezzo di esempi adeguati ai “non addetti ai lavori”.

Come anticipato, è del tutto inutile sostenere che sia maggiormente identificativo il dna nucleare, in quanto caratteristica precipua della scienza e del metodo scientifico è la ripetibilità di esperimenti e risultati: è proprio a questo che la scienza deve la sua robustezza, ed è in virtù di questo che si distingue dalla superstizione e dalla ciarlataneria.

In un contesto scientifico, se si ha un protocollo e lo si ripete, il risultato è sempre il medesimo, ed in caso contrario è l’intero procedimento a risultare travolto.
Insomma, mettiamoci d’accordo: se, come ci è stato ripetuto per mesi, “la scienza non mente”, non mente neppure quando scagiona l’indagato e neppure quando, evidenziando un errore a monte, mette a rischio gli scranni di tanti illustri signori.

Alla luce dei presupposti sui quali si basa il metodo scientifico, implicante appunto la riproducibilità degli esperimenti e la compatibilità dei risultati ottenuti, se si ha una cellula con il dna nucleare di X, anche il dna mitocondriale deve essere di X.

Se ciò non accade qualcosa non va e anche se di norma l’identificazione si fa per mezzo del dna nucleare (in quanto contenente un maggior numero di informazioni), ovviamente la si fa nella prospettiva che il dna mitocondriale sia della stessa persona, essendo il contrario impossibile in natura: ribadisco il concetto “impossibile in natura” perché, nel caso di specie, vi è una impossibilità per ragioni squisitamente scientifiche di qualsivoglia ipotesi alternativa, come illustrerò nelle righe successive.

“Merita” a questo punto di essere richiamata un’altra ipotesi prospettata dai consulenti della Procura, secondo i quali il mtDNA del sig. Bossetti sarebbe stato “coperto”: questa tesi propone un caso che appare non prospettabile nel caso di specie.

Anzitutto, è chiaro che se un dna mitcondriale può essere coperto, di certo non può materializzarsene un altro ex nihilo, cosa che invece dovrebbe essere evidentemente accaduta in questo caso.
Su questo aspetto, non credo si possano sollevare obiezioni, se non proponendo un Ignoto2, con il mtDNA di Ignoto1 che scompare, mentre nel contempo scompare il dna nucleare di Ignoto2.

Se si vuole proporre una soluzione di questo tipo, o siamo di fronte ad un miracolo tanto grande ed evidente da far annichilire qualunque adepto del CICAP, oppure, più prosaicamente, ci troviamo di fronte ad una clamorosa arrampicata sui vetri.

La prima considerazione da fare, infatti, può essere riassunta in termini molto spicci: non prendiamoci in giro.
Un’ipotesi di questo tipo implicherebbe una serie di avvenimenti tanto incredibili da non avere neppure la minima parvenza di credibilità sul piano sostanziale: bisognerebbe infatti postulare due diversi agenti che lascino una traccia biologica esattamente nel medesimo punto ed in secondo luogo bisognerebbe postulare una scomparsa “selettiva” delle parti “scomode” dei rispettivi dna.

Ci troviamo di per sé dinnanzi ad una ipotesi estremamente risibile, ma in realtà esistono anche ragioni di tipo scientifico che portano a ritenere che questa soluzione nel caso in disamina sia del tutto impossibile.
Affinché una parte del dna venga “coperta” devono ricorrere una serie di condizioni che in questo caso non sono soddisfatte.
Per mostrare come una parte del dna di un soggetto possa essere “coperta”, faccio un esempio pratico, lo stesso che è stato fatto a me.

Si tratta di un esempio “scolastico” e diverso dal caso in esame, finalizzato unicamente a comprendere il meccanismo di fondo.
Il mio sangue gocciola sul campione di tessuto epidermico di X.
Supponendo che accada che nella mia goccia di sangue non ci siano globuli bianchi ma solo piastrine e globuli rossi, nel momento in cui andassi ad analizzare la traccia troverei una popolazione finale mista, con nuclei solo di X ma con mitocondri miei e suoi, perché i globuli rossi non hanno nucleo.
Questo accadrebbe perché quando si sequenzia un frammento di DNA la popolazione minore in una situazione mista è sfavorita, a volte tanto da sembrare un rumore di fondo e (questo dipende molto dai kit utilizzati) da non essere rilevata.

Allontanandoci dall’esempio scolastico e prospettando un caso autentico, la possibilità astratta si configura in questi termini: sia il nucleo sia i mitocondri sono protetti da una membrana, per cui una rottura della cellula non implica necessariamente anche la rottura del nucleo o dei mitocondri; di conseguenza, nel caso di una traccia mista, con più contributori, può verificarsi che nuclei e mitocondri di persone diverse si mischino nella medesima traccia e che la componente minore, sfavorita, non venga rilevata.

Affinché un’ipotesi di questo tipo possa in concreto verificarsi, è però necessario che le cellule non siano integre (devono essere spezzate, ridotte in frammenti), condizione che non è affatto soddisfatta nel caso di Ignoto1.

A dirlo, ancora una volta, non sono i consulenti della difesa, ma la relazione dei RIS richiamata nell’ordinanza che definisce la traccia come “abbondantemente cellularizzata”. Fluido-cellularizzato Abbondantemente cellularizzata significa, in genetica forense ma anche in Italiano, che le cellule sono integre, in caso contrario il fluido non potrebbe mai essere definito cellularizzato, perché non ci sarebbero cellule, ma frammenti, e meno ancora potrebbe definirsi “abbondantemente cellularizzato”.

Posto dunque che il dna mitocondriale del sig. Bossetti non può, nel caso concreto, essere stato “coperto” dalla componente biologica di Yara o di un terzo, è evidente che ci troviamo di fronte ad una situazione nella quale è impossibile sostenere con sicumera che il sig. Bossetti sia Ignoto1.

Appare peraltro strano un errore interpretativo sul dna mitocondriale perché, come evidenziato nel precedente articolo, sussistono elementi di fatto che fanno sospettare che tale esito negativo non sia stato ottenuto ora per la prima volta.

A questo punto le spiegazioni mi pare siano solo due, ed entrambe portano alla medesima conclusione: Massimo Bossetti non può essere scientificamente considerato Ignoto1.

Il teorema viene travolto sin dalle fondamenta, in quanto se in una cellula il dna mitocondriale non appartiene all’indagato, non ci può essere, nella parte nucleare, nessuna decantata “naturale corrispondenza su 21 marcatori autosomici STR”.

Infatti, posto che in natura, come sopra evidenziato, non esiste e non può esistere nessuna cellula che abbia un corredo di informazioni che rimandi a soggetti diversi nel nucleo e nel mitocondrio, o siamo di fronte ad un frutto di laboratorio, nel qual caso la corrispondenza non può dirsi “naturale”, o -se si vuole sostenere che si tratta di un dna naturale e posto che nessuno sembra contestare la non corrispondenza mitocondriale, peraltro messa nero su bianco da consulente della pubblica accusa- c’è un errore (di tipo procedurale o meramente interpretativo) per quanto attiene alla parte nucleare e non c’è, consequenzialmente, la corrispondenza su tutti i 21 marcatori autosomici.

In questo caso, che tuttavia è una semplice ipotesi al momento non suffragata da elementi certi e che dunque suggerisco di prendere con il dovuto beneficio di inventario, potrebbe darsi che la corrispondenza esista ma sia in realtà inferiore a quella prospettata, magari comunque alta ma non completa, cosa che potrebbe trovare spiegazioni congrue nelle “sottopopolazioni”: è attestato, infatti, che gli appartenenti a sottopopolazioni (quale potrebbe essere, ad esempio, quella della Val Seriana) tendono ad avere dna simili, tanto da provocare, talvolta, effetti distorsivi considerevoli sulla random match probability (Jobling&Gill, 2004).
Per il resto, c’è da sottolineare altresì che una sopravvalutazione della corrispondenza potrebbe essere dovuta al fatto che mi pare chiaro che la comparazione non sia stata effettuata in cieco, ossia tra il 15 e il 16 giugno si sapeva bene di star comparando il dna di Ignoto1 con quello della persona sospettata di essere Ignoto1: questa consapevolezza può causare, anche del tutto involontariamente, errori interpretativi, dei quali la casistica statunitense è costellata.

In conclusione mi pare si possa dunque affermare che il tanto decantato cavallo di battaglia della Procura di Bergamo si sia rivelato un cavallo zoppo, o forse dovremmo dire un cavallo inesistente.
Lascio ai lettori la valutazione dell’atteggiamento tenuto, in merito, dalla Procura di Bergamo, e mi limito ad una considerazione giuridica.

L’articolo 25 della nostra Costituzione sancisce il principio di riserva di legge delle norme penali, di ascendenza illuministica, che porta con sé un triplice corollario: il principio di precisione, che vincola il legislatore a formulare le norme penali nel modo più chiaro possibile, il principio di tassatività, che lo vincola a formulare norme incriminatrici rispettose del divieto di analogia della legge penale, e infine il principio di determinatezza, che impone al legislatore di incriminare solo fatti suscettibili di essere accertati e provati nel processo.

Tale principio fu elaborato da Montesquieu e successivamente approfondito da Feuerbach e dall’italiano Beccaria.
In questa sede non parliamo di legislazione, dunque il richiamo potrebbe apparire improprio, ma se si riflette sulla ratio di questo principio e dei suoi corollari, i quali implicano che le decisioni sulla libertà di un individuo non possano e non debbano essere rimesse all’arbitrio di un giudice privo di limiti ben delineati, diviene chiaro il perché la scrivente ritenga che, sulla base delle ultime risultanze, il sig. Massimo Bossetti non dovrebbe, in un Paese civile, neppure essere rinviato a giudizio, ma scarcerato con tante scuse, che dovrebbero quanto prima prendere il posto della strenua negazione dell’evidenza.
Ho parlato più volte, in questa pagine, del paradosso del iudex peritus peritorum in relazione alla prova scientifica: ma se la prova scientifica si configura come prova insussistente e piegata ad interessi d’altro calibro, la questione diviene ben più grave, e il rischio è proprio che si decida inaccettabilmente ad libitum sulle sorti di un cittadino.

Questa vicenda è costellata di troppi errori e di troppi dubbi.
Dubbi che si sono conficcati come spine nella coscienza di chiunque abbia seguito il caso in maniera autenticamente critica sin dall’inizio.
Dubbi che portano ad un’unica conclusione: da oltre sette mesi, nella casa circondariale di Bergamo, è rinchiuso un innocente.
Per mesi ci è stato ripetuto che “il dna non vola” (frase peraltro del tutto risibile, posto che il dna, pur non volando, è trasportabile e la prova scientifica dovrebbe essere decisamente demistificata), ora la prospettiva di mitocondri volanti sembra allettare gli stessi solerti sostenitori della prima ora della frase di cui sopra.

Io credo che ci sia più di una persona che dovrebbe farsi, quanto prima, un accurato esame di coscienza.
Nelle aule dei nostri Tribunali campeggia la scritta secondo la quale “la legge è uguale per tutti”.
Anche le leggi scientifiche sono uguali per tutti, e lo sono anche quando scagionano Massimo Bossetti.

La festa è finita, e siete stati voi a metterlo nero su bianco: scarceratelo, perché nessuna carriera e nessuna spesa, per quanto ingente, vale quanto la libertà umana.

Alessandra Pilloni

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C’è una testimone che scagiona Bossetti

Un muratore rumeno, ha fatto lavoretti a casa Gambirasio e ha un furgone bianco.
Nel 2010 raccontava di avere una ragazza molto giovane, minorenne, che viveva in provincia di Bergamo, faceva la “danzatrice” e si chiamava Yara.
Sembra l’identikit perfetto dell’alter- Bossetti.
E, come lui, non va criminalizzato. Ma la storia va raccontata.
E’ dai difensori di Bossetti che arriva la notizia di un’indagine difensiva che ha rintracciato una testimone “molto attendibile”, la quale ha parlato, nella sua deposizione, del giovane muratore rumeno.

La testimone, una signora di una certa età, lo aveva conosciuto quando lui cercava una stanza dove alloggiare. Non si sa, per ora, in quale città. Prima di aver perfezionato l’accordo (complicato dal fatto che il ragazzo rumeno voleva anche spostare a casa della signora la residenza), il giovane muratore un paio di volte le aveva chiesto la possibilità di ripulirsi o fare una doccia. Le aveva anche raccontato di questa ragazza, che lui rispettava, tanto che mostrava un medaglione e giurava “sul suo dio” che mai l’avrebbe toccata finché lei non fosse stata maggiorenne.
Ma come mai si chiama Yara, aveva chiesto la signora incuriosita, è straniera? No no, aveva risposto lui, è di Bergamo, anzi di un paese vicino a Bergamo. E’ una danzatrice, aveva aggiunto, fa ginnastica e vince premi con le sue compagne.
Il ragazzo dice anche che lui e Yara si vedevano di nascosto dalla famiglia, anche perché tra loro c’era una certa differenza di età.

Questi discorsi erano avvenuti tra settembre e novembre del 2010. Il 26 novembre, proprio il giorno in cui la ragazzina sparì, il muratore rumeno chiama la signora, chiede se può andare da lei a fare una doccia perché è in partenza per la Romania e prima deve andare a salutare la sua ragazza. Poi parte con un’altra persona. Il giorno dopo chiama la signora per dire che è arrivato bene, ma lo fa in modo frettoloso e con un tono brusco che non aveva mai avuto, poi chiude la telefonata. La sua interlocutrice, stupita per il tono e per la fretta, lo richiama, ma trova una segreteria estera. Nel frattempo nelle valli bergamasche tutti cercano Yara. Quando la nostra testimone apprende la notizia della sparizione fa due più due e deduce che i due ragazzi siano scappati insieme, che abbiano fatto la “fuitina”.

Tre giorni dopo però, quando apprende dell’arresto scenografico in mezzo al mare del muratore marocchino Fikri, immagina che gli inquirenti siano fuori strada e abbiano fermato un innocente. Che cosa fa dunque? Quello che viene in mente a una persona non pratica di questure e palazzi di giustizia. Ferma un carabiniere per strada, ingenuamente gli dice “avete arrestato un innocente”, lui la invita ad andare a deporre, lei si scoccia e gli fornisce le proprie generalità, il numero di telefono e l’indirizzo. Che caratterino! Se vi interessa, sapete dove sono, chiude. Non sarà mai una testimone, nessuno la chiamerà.

Si farà viva di nuovo nei mesi scorsi, quando, dal suo punto di vista, un altro innocente finirà in carcere, Massimo Bossetti. Questa volta impugna carta e penna e scrive all’avvocato.
Così nascono le indagini difensive, incontri diversi nel corso delle settimane,decine di viaggi all’estero del dottor Denti, il criminologo che assiste l’avvocato Salvagni nella difesa di Bossetti. Il muratore rumeno è individuato, anche se non ancora contattato. Il resto è ancora notizia riservata. Ma interesserà tutto ciò gli inquirenti, o sono così affezionati alla propria ipotesi inquisitoria da non avere nessuna curiosità?

Intanto arrivano i risultati ufficiali delle perizie disposte su una serie di oggetti sequestrati a Massimo Bossetti, dall’auto al furgone al telefonino: tutti negativi, da nessuna parte ci sono tracce di Yara. Nei confronti del muratore bergamasco rimane solo la prova del dna. Che è parsa troppo poco persino agli inquirenti, tanto che hanno lasciato scadere il termine di 180 giorni entro cui avrebbero potuto far celebrare il processo con il rito immediato. E Bossetti è in custodia cautelare da sette mesi.

di Tiziana Maiolo
Fonte: Il Garantista
URL: http://ilgarantista.it/2015/01/17/ce-una-testimone-che-scagiona-bossetti/

Torturatelo, torturatelo, vedrete che alla fine parlerà (di Tiziana Maiolo)

Riporto molto volentieri un articolo a firma di Tiziana Maiolo pubblicato stamane sul Garantista.
Nei prossimi giorni torneremo all’analisi della vicenda del caso Yara-Bossetti alla luce delle novità più importanti.
Prima di lasciarvi all’articolo della Maiolo, inserisco una breve anticipazione e considerazione: negli ultimi giorni, guardacaso a ridosso dell’interrogatorio previsto per ieri 24 novembre, nel quale Massimo Bossetti si è avvalso (e ha il pieno sostegno di chi scrive) della facoltà di non rispondere, era circolata la notizia secondo la quale una “supertestimone”, già nota all’epoca dei fatti, avrebbe riconosciuto in Bossetti uno degli uomini della sua testimonianza, ossia due uomini che, il giorno del delitto, avrebbe visto aggirarsi nei pressi dell’abitazione della piccola Yara.
Avevo provato a recuperare da fonti dell’epoca la testimonianza, notando non senza un certo sconcerto come facesse riferimento ad un uomo “robusto e tarchiato”: in definitiva, l’esatto opposto di Massimo Bossetti!
Come ormai abbiamo appreso, però, le bufale hanno le gambe corte, ed è così che ieri pomeriggio, nel corso de La Vita in Diretta, Lucilla Masucci ha intervistato telefonicamente la “supertestimone” la quale ha smentito categoricamente di aver mai dichiarato che l’uomo da lei visto fosse Bossetti.

La signora ha detto che l’individuo visto da lei era castano, non biondo, aveva il viso squadrato e… non era Bossetti.
Si è mostrata anche molto molto contrariata e ha detto di voler agire contro quei giornali che le hanno attribuito frasi inventate di sana pianta.

Appare dunque chiaro, a chi scrive, come si sia trattato dell’ennesimo episodio di notizia falsa diffusa ad arte al fine di esercitare indebite pressioni psicologiche sull’indagato.
Che la prassi sia questa, è stato d’altro canto affermato proprio ieri anche dai difensori del signor Massimo, i quali hanno espresso rabbia denunciando le “inaccettabili pressioni”- finalizzate ad ottenere una confessione- alle quali il signor Massimo sarebbe costantemente sottoposto, anche da parte di addetti alla sua custodia.

Qualche mese fa scrissi un intero articolo incentrato sulla fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen: alla luce degli sviluppi odierni, che mostrano una Procura ancorata alla flebile speranza di una confessione da estorcere in qualsiasi modo, credo si possa ormai dire con certezza che al nostro “re nudo” non siano rimaste neppure le mutande.
I difensori di Bossetti hanno detto che è arrivato il momento di finirla con l’atteggiamento collaborativo, e di certo non gli si può dar torto, posto che i contenuti del penultimo interrogatorio (che verteva, per giunta, sulla vita intima dell’indagato), furono dati in pasto ai giornali spingendo perfino il Garante della Privacy ad intervenire.
E’ evidente che il presunto “cavallo di battaglia” della pubblica accusa sia un cavallo zoppo, ed è altrettanto evidente che la Procura di Bergamo ne sia consapevole quanto me e i miei quattro lettori: è questa l’unica spiegazione alla tortura psicologica che Bossetti subisce da oltre cinque mesi a questa parte.
E allora ben venga la scelta di Bossetti di avvalersi della facoltà di non rispondere, tutelando in questo modo la sua presunzione d’innocenza e la sua dignità umana: e se la Procura vuole delle prove, se le cerchi… Ammesso che ci siano e non abbia preso -come qui sempre ipotizzato- un grosso, grosso granchio…
In attesa della prossima analisi, vi lascio all’articolo della Maiolo,

Alessandra Pilloni


Torturatelo, torturatelo, vedrete che alla fine parlerà (di Tiziana Maiolo)
Da Il Garantista, 25 novembre 2014

Se stanno sperimentando sulla cavia Bossetti una lenta forma di tortura che dovrà portarlo a una sorta di ritrovata pena di morte, lo dicano chiaro. Non si spiega diversamente il trattamento riservato al muratore bergamasco, unico sospettato dell’omicidio di Yara Gambirasio. Bossetti è in carcere da cinque mesi (di cui quattro trascorsi in isolamento totale) senza che sia stato ancora neppure chiesto il rinvio a giudizio. Si dichiara estraneo al delitto.

Fino a ora non esiste nei suoi confronti la “pistola fumante”, non c’è movente né arma del delitto. C’è l’esame del dna, e non è poco. Ma i magistrati non si decidono a chiedere il giudizio immediato, cioè quel rito processuale che consente di abbreviare i tempi, andando subito al dibattimento quando si ritiene si avere in mano solide prove. Ma ci sono le prove?

Così, mentre è ancora avvolta nel mistero la morte della ragazzina di Brembate, si avvicina la data che segna il triste ricordo del giorno in cui lei sparì, il 26 novembre di quattro anni fa. Un anniversario che forse il Pubblico Ministero pensava di ricordare con un colpo di scena, visto che si è presentata al carcere ieri mattina accompagnata da uno squadrone di investigatori degno delle grandi occasioni dal comandante del nucleo investigativo dei carabinieri al capo della squadra mobile di Bergamo fino a un certo numero di dirigenti del Ros e dello Sco. Che cosa significa questo schieramento? È motivato solo dalla necessità di mostrare unità tra gli investigatori, quella che non c’è stata nel corso delle prime indagini e tanti danni ho portato ai risultati?

O forse la rappresentante della Pubblica Accusa sperava nell’agognata confessione dell’indagato, che le avrebbe consentito di esibirla nell’anniversario della sparizione di Yara? Alle proteste dei difensori di Bossetti, che a quel punto si è avvalso della facoltà di non rispondere, è uscito subito allo scoperto il procuratore capo di Bergamo Dettori, che si è affrettato a rinnovare la fiducia nei suoi sostituti.

Il che pare alquanto singolare, visto che si tratta di persone da lui delegate e che della fiducia del capo dovrebbero godere sempre, senza bisogno di pubbliche manifestazioni. Rimane il fatto che le pressioni psicologiche sull’indagato perché confessi qualcosa che lui dice di non aver commesso si fanno sempre più insistenti. Una forma di tortura che abbiamo riscontrato solo nei processi contro la criminalità organizzata. Con risultati spesso tragici, con persone che hanno accusato altri, ma anche se stessi, per delitti non commessi.

Se l’esame del dna, unico indizio finora raccolto contro Bossetti, viene ritenuto sufficiente, si vada in giudizio. Altrimenti si proceda almeno alla scarcerazione. Ma le indiscrezioni che escono dagli inquirenti ci dicono che loro stessi hanno troppi dubbi.

Dopo aver detto ai quattro venti che il furgone di Bossetti era sicuramente in zona il giorno in cui Yara sparì, ora si scopre che stanno esaminando altre decine di furgoni simili. Nessuna spiegazione viene data inoltre al fatto che i tagli trovati sul corpo della ragazzina sono stati effettuati da diversi coltelli, forse impugnati da diverse persone, E come mai gli indumenti di Yara non sono tagliati nei punti corrispondenti alle ferite sul corpo?

E ancora: dove è morta Yara e di che cosa? Non per le ferite, forse di freddo. Ma il suo corpo è stato ritrovato supino, con braccia e gambe allargate e distese. Chi muore di ipotermia al contrario in genere si rannicchia, per proteggersi. E ancora non ci sono le analisi sui peli (senza bulbo, però) trovati vicino al suo corpo. Così come non si sa se ci sono tracce di Dna della ragazza sul furgone e l’auto di Bossetti. Evidentemente no, altrimenti un argomento così forte sarebbe stato già strombazzato ai quattro venti. E allora? E allora non resta che la speranza della confessione. Che i magistrati vogliono raggiungere a ogni costo.

Che cosa significherebbe se no il fatto che a Bossetti siano stati negati colloqui straordinari con i figli? Chi conosce il carcere sa quanto siano importanti per il detenuto i rapporti con il “fuori”, in particolare con la famiglia. Se si recidono quei legami, il carcerato entra in depressione, diventa più fragile, quindi più malleabile, più disponibile. È forse su questo che puntava il Pm Ruggeri quando, alle dieci del mattino, ha bussato al portone del carcere di Bergamo con il suo squadrone. Cosa da chiamare con urgenza Amnesty International.

Tanto va l’inchiesta al gossip che ci lascia lo zampino!

“Ma quando, nel guardar più attentamente a que’ fatti, ci si scopre un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell’azioni opposte ai lumi che non solo c’erano al loro tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostraron d’avere, è un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può bensì esser forzatamente vittime, ma non autori.”
(Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame)

justice


Due recentissimi articoli pubblicati su Il Garantista e su Repubblica, mi spingono a scrivere questa riflessione.
Non mi capita spesso di trovarmi d’accordo con gli scritti di Oriana Fallaci, ma onestà intellettuale vuole che debba ammettere come in alcuni casi la sua sensibilità umana fosse proverbiale.

Uno di questi casi mi sembra essere la sua atroce definizione dell’abitudine:

“L’abitudine è la più infame delle malattie
perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia,
qualsiasi dolore, qualsiasi morte.
Per abitudine si vive accanto a persone odiose,
si impara a portar le catene, a subir ingiustizie,
a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto.
L’abitudine è il più spietato dei veleni
perché entra in noi lentamente, silenziosamente,
cresce a poco a poco
nutrendosi della nostra inconsapevolezza
e quando scopriamo di averla addosso
ogni fibra di noi s’è adeguata,
ogni gesto s’è condizionato,
non esiste più medicina che possa guarirci.”

Ciò che da più di tre mesi a questa parte sta succedendo a livello mediatico è qualcosa di allucinante.
Un’intera famiglia è stata data da subito in pasto al popolo, con annessi gossip su presunti fedifraghi, complici, conniventi (?).
Hanno fatto strame di tutta la famiglia Bossetti, senza che nessuno abbia emesso un fiato.
E il fatto che nessuno abbia levato la propria voce vuol dire che, in qualche modo, un simile orrore è entrato a far parte dell’abitudine, degli usi e costumi accettati.
Ciò che sconcerta non è tanto questo atteggiamento meschino, gretto, inqualificabile, ma l’abitudine a considerare queste violazioni dei diritti umani più sacrosanti come ordinaria routine.
Dovevamo vedere una schiera di forcaioli patentati condurre programmi TV e scrivere su giornaletti che spacciano gossip per indizi, e dovevamo anche imbatterci nelle scelte di un GIP che bolla l’indagato, incensurato, come persona dotata di “ferocia tale” da rendere “estremamente probabile la reiterazione di reati della stessa indole”, senza basarsi su alcuna evidenza clinica, ma su una sorta di condanna preprocessuale che presuppone che Bossetti sia colpevole del reato contestatogli, con buona pace della presunzione di innocenza.

Dal momento che nessuno sembra stupirsi né dell’atteggiamento mediatico né delle motivazioni del GIP in virtù delle quali un cittadino è in carcere da tre mesi, ne dovremmo dedurre che questa è la prassi, il brodo nel quale l’Italia sguazza quotidianamente.

Come anticipavo, ieri sul Il Garantista è stato pubblicato un editoriale di fuoco di Pietro Sansonetti [1], calzantemente intitolato “Snobbati i penalisti, i giornali prendono ordini dalle procure”.

Dall’articolo emergeva che a Venezia è in corso una discussione molto seria sui problemi della Giustizia, che vede la partecipazione di centinaia di avvocati penalisti.
A questa iniziativa non è stato dato spazio dai principali quotidiani (con la sola eccezione del Sole e del Messaggero), come il Corriere, la Stampa, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, che pure sono sempre ghiotti di questioni giudiziarie.
Ebbene sì, avete capito bene: un congresso nazionale con centinaia di delegati e neppure un inviato delle maggiori testate giornalistiche italiane.

Scrive Sansonetti:

Penso che persino il mio amico Marco Ferrando, se tiene il congresso del suo partito comunista dei lavoratori, un po’ di giornalisti li raggruppa.

E allora c’è una sola spiegazione. Si chiama così: boicottaggio.

I giornali italiani hanno boicottato il congresso. E perché lo hanno fatto? Ve lo dico: a un congresso di avvocati si mandano i giornalisti della giudiziaria, ma – da circa 20 anni – i giornalisti giudiziari italiani sono – praticamente al gran completo – alle dipendenze dirette dalle Procure.

Si iscrivono alla Procura territoriale, come una volta ci si iscriveva alla sezione di un partito. E da quella Procura prendono ordini, in modo militare, blindato. Ma le Procure, si sa, non gradiscono che i loro giornalisti seguano un congresso degli avvocati penalisti, perché le Procure non sopportano gli avvocati penalisti, e pensano che vadano messi in condizione di non nuocere.

E i direttori dei giornali – e gli editori stessi – in gran parte dipendono dai loro giornalisti giudiziari – con un singolare rovesciamento delle gerarchie tradizionali – da loro prendono ordini e non sono in grado di darne.

In nessun altro campo dell’informazione è così: certo non nella politica, o negli esteri, ma neppure nell’economia dove in fondo le cordate sono tante, sono tante le lobby, e nessuna – come nel caso della magistratura – è in grado di controllare tutti i giornali. (…)”

Vi starete chiedendo per quale ragione abbia deciso di riportare una notizia di questo tipo.
Ebbene, non avrei voluto scrivere alcun riferimento alla vicenda per non dare ulteriore visibilità a cotanto patetismo, ma dal momento che la “notizia” è finita sotto gli occhi di sessanta milioni di Italiani, a nulla varrebbe tacere.

La Repubblica ha dato prova di sé e del proprio entusiasmante voyeurismo pubblicando ieri la trascrizione dei verbali dell’interrogatorio del 6 agosto, nel corso del quale al signor Massimo Bossetti sono state ripetutamente rivolte domande attinenti alla sua sfera intima.
Lungi da me riportare i contenuti anche qui, per il semplice motivo che non interessano a nessuno.

Faccio riferimento all’accaduto unicamente per segnalare come Massimo Bossetti sia un uomo che è stato privato non solo della libertà (e su quali “basi” lo abbiamo visto più volte e lo rivedremo), ma anche delle più basilari garanzie di legge.
Visto e considerato che anche uno studente di giurisprudenza iscritto al primo anno è perfettamente a conoscenza del fatto che le normative internazionali sulla privacy, rientrante tra i diritti fondamentali dell’individuo, sono estremamente chiare nel rendere vieta la divulgazione di qualsivoglia notizia che non sia dotata di interesse pubblico, e dal momento che resta difficile ritenere che la vita intima del signor Massimo Bossetti rivesta un qualche interesse pubblico, mi rivolgo ai lettori: vi pare normale che trascrizioni di verbali con contenuti di quel tipo vengano date in pasto ai media?

Scrivo “vengano date in pasto”, perché mi sembra abbastanza chiaro che non si divulghino da sole.

A questo punto sorge una domanda: perché?
L’intera dinamica dell’interrogatorio, per quanto si è potuto appurare, appariva incentrata sul tentativo di blandire una confessione facendo leva su possibili “attenuanti” e, successivamente, sul crollo psicologico dell’indagato.

Francamente, tutto questo sembra confermare in maniera plateale quanto vado dicendo e mostrando da mesi.
Che la Procura non abbia nulla di concreto in mano e si appigli alla speranza di un crollo psicologico dell’indagato credo sia ormai evidente, e nonostante questo mi è giocoforza, purtroppo, affermare che Massimo Bossetti rischi di essere condannato, almeno in primo grado, sulla base di un quadro pseudoindiziario contraddittorio e fumoso.

Ed ecco che, finalmente, è accaduto il miracolo, e il Garante della Privacy è intervenuto con questo comunicato, che mi auguro non cada nel vuoto:

“Il Garante privacy ha disposto in via d’urgenza il blocco di ogni ulteriore diffusione dell’articolo pubblicato, anche on line, sul quotidiano “la Repubblica” in cui sono riportati ampi stralci dell’interrogatorio del 6 agosto scorso di Massimo Giuseppe Bossetti.

L’articolo pubblicato dal quotidiano riporta, tra l’altro, informazioni relative ai familiari dell’indagato, quali la moglie, il figlio, la madre, il fratello e il padre, con particolare attenzione a quelle inerenti le abitudini sessuali. Tali informazioni incidono gravemente sulla dignità delle persone terze estranee alla vicenda processuale. In particolare del figlio minore, che rischia di subire un nuovo pregiudizio a causa della possibile ulteriore diffusione delle notizie.

L’articolo pubblicato dal quotidiano contiene, inoltre, ampie citazioni virgolettate dell’interrogatorio, dalle quali si può configurare anche una violazione degli articoli 114 e 329 del codice di procedura penale.

Con il medesimo provvedimento l’Autorità ha prescritto a tutte le testate di conformare l’utilizzo delle informazioni sulla vicenda di cronaca alle norme poste dal Codice sulla privacy, dal Codice deontologico dei giornalisti e dalla Carta di Treviso a garanzia della dignità dei familiari dell’indagato. E ha invitato tutti i media a procedere ad una valutazione più attenta ed approfondita circa l’oggettiva essenzialità di dettagli e informazioni attinenti ad aspetti intimi, omettendone la pubblicazione quando non rispondono ad un’esigenza di giustificata informazione su vicende di interesse pubblico ed evitando altresì ogni forma di accanimento informativo intorno ad aspetti intimi delle persone coinvolte, in particolare quando queste lo sono solo in mondo indiretto e marginale.

Il provvedimento del Garante è stato inviato alla Procura della Repubblica competente e al Consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti per la valutazioni di rispettiva competenza.”

Al di là di questo tardivo intervento del Garante, nessuno sembra aver avuto un sussulto di dignità tale da dissociarsi dalla divulgazione di notizie di questo tenore.
Questa è, per restare in tema, la prova schiacciante che negli arti incancreniti di una Nazione imbarbarita prolifera il DNA dell’inciviltà.

Ed è qualcosa che lascia esterrefatti il vedere come quasi nessuno (ancora una volta, un’eccezione è arrivata dal Garantista con un articolo a firma di Tiziana Maiolo) sembri avere il coraggio di dire, da una testata giornalistica, ciò che qui sosteniamo da mesi, ossia che è evidente che l’omicidio di Yara Gambirasio non abbia lasciato nulla che lasci intendere l’esistenza di un movente sessuale e che il modo in cui si cerca di inserire nel puzzle un movente sessuale che non esiste, cercando appigli in considerazioni che non avrebbero nessun nesso causale con un delitto di quel tipo, sia estremamente imbarazzante e metta a nudo il fatto che l’indagine brancoli nel buio, con buona pace della presunta “prova regina” del caso, che non prova e non può provare colpevolezza, e che, visto il tenore degli interrogatori, ha evidentemente abdicato sotto gli occhi attoniti degli inquirenti stessi.
In tempi di spending review, probabilmente, rendersi conto della possibilità di aver preso un granchio dopo una spesa di tre milioni di euro per seguire un’indagine per molti aspetti irrituale interamente basata su una traccia biologica di natura incerta e di altrettanto incerta valenza probatoria, non è esattamente uno degli eventi più auspicabili.
Ciò mettendo bene in chiaro che chi scrive non contesta la spesa fatta, ma le sue conseguenze: una spesa simile è giustificata dalla semplice ricerca della verità, ma non dal presupposto che a tale verità si debba arrivare necessariamente né, tantomeno, dal cercare di “arrivarci” in maniera forzata.

Il vedere come un’intera famiglia venga messa alla berlina dalle stesse autorità che dovrebbero tutelarla è talmente sconcertante da lasciarmi ogni giorno più incredula.
Mark Twain direbbe che stiamo piastrellandoci la strada per l’Inferno o che la più grande differenza fra la realtà e la fantasia è che quest’ultima deve essere credibile.
A questo punto, non ci si può che augurare che De Andrè avesse ragione con il suo “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”.
Ora come ora, ad un occhio attento, appare infatti lampante come si stia raschiando il fondo del barile per accaparrarsi qualche titolone insulso e blandire, in assenza di prove e confessione, almeno il consenso dell’opinione pubblica e non si può che sperare tutto ciò, prima o poi, cominci a scuotere qualcuno dal torpore.

Alessandra Pilloni


1- http://ilgarantista.it/2014/09/21/snobbati-i-penalisti-i-giornali-prendono-ordini-dalle-procure/