Henri Poincaré e la marmellata d’arance: cronistoria di un’arrampicata sugli specchi

blind-justice-statue-the-real-one

Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore
e i cui pastori sono guide cattive
Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi
i cui saggi sono messi a tacere
Pietà per la nazione che non alza la propria voce
tranne che per lodare i conquistatori
e acclamare i prepotenti come eroi
e che aspira a comandare il mondo
con la forza e la tortura
Pietà per la nazione che non conosce
nessun’altra lingua se non la propria
nessun’altra cultura se non la propria
Pietà per la nazione il cui fiato è danaro
e che dorme il sonno di quelli
con la pancia troppo piena
Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini
che permettono che i propri diritti vengano erosi
e le proprie libertà spazzate via
Patria mia, lacrime di te
dolce terra di libertà!

Lawrence Ferlighetti


Un ringraziamento particolare a Rocco Cerchiara per le preziose osservazioni su movente sessuale e pedofilia.

Pietà: la fallacia è servita, non c’è trucco non c’è inganno!

Non a caso esordisco con i celebri versi di Ferlighetti (spesso erroneamente attribuiti a Pasolini): vorrei farli miei, fermarmi un attimo e invocare pietà.
Pietà per ciò che da quasi tre mesi a questa parte l’opinione pubblica italiana si trova ad ascoltare, pietà per l’imbarazzo che suscita il vedere come un tristissimo caso di cronaca nera si stia vergognosamente trasformando in qualcosa di sempre più simile ad una barzelletta a puntate, pietà per un Paese che ha perduto, in un sol colpo, civiltà, capacità critica e buon senso.

“Una donna viene trovata strangolata e parzialmente bruciata nella sua casa.
Un DNA coincidente con quello del suo ex compagno – che sostiene di non averla vista per diversi mesi – viene isolato nel suo pigiama.
L’uomo afferma che il suo DNA deve essere arrivato attraverso i vestiti o i giocattoli del loro bambino. 
Gli credereste? Continuate a leggere prima di prendere la vostra decisione.”

Con queste parole esordisce un articolo del New Scientist (http://www.newscientist.com/article/mg21328475.000-how-dna-contamination-can-affect-court-cases.html#.VAiCi8V_vzl) pubblicato in data 13 gennaio 2012.

L’articolo prosegue con l’elencazione di alcuni esempi di trasporto del DNA, e si conclude con una considerazione del Prof.Peter Gill, scienziato presso l’Università di Oslo e precedentemente presso il Forensic Science Service del Regno Unito, che afferma:

“Penso che quando abbiamo a che fare con piccole quantità di DNA dobbiamo segnalare che un profilo di DNA corrisponde, ma come e quando sia arrivato lì proprio non lo sappiamo”.

Sebbene l’articolo sia incentrato principalmente sul cosiddetto touch DNA, spesso indicato in Italiano come DNA da contatto, cioè il DNA che viene generalmente lasciato toccando oggetti o persone, che secondo un recente studio dell’Università “La Sapienza” di Roma deriverebbe non -come si credeva- dalle cellule localizzate nello strato più superficiale della pelle per effetto del loro sfaldamento, ma dalle ghiandole sebacee, le considerazioni ivi esposte possono rivelarsi del tutto valide anche per il trasporto di DNA derivante da materiale biologico d’altra natura, passibile di trasferimento secondario.

“Il trasferimento secondario si verifica quando il DNA depositato su un elemento o una persona è, a sua volta, trasferito su un altro oggetto o su un’altra persona, oppure su un punto diverso dello stesso oggetto/persona.
Non c’è stato alcun contatto fisico tra il depositante originale e la superficie finale in cui si trova il profilo del DNA.
Qualsiasi sostanza biologica come sangue, sperma, capelli, saliva e urine
potrebbe essere trasferita in questo modo.”
(da Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, di Mariya Goray, Ece Eken, Robert J. Mitchell, Roland A.H. van Oorschot).

Ancora, nelle conclusioni dello studio del Prof. Michael Naughton, dell’Università di Bristol, “La necessità di cautela nell’uso della prova del DNA per evitare condanne di innocenti”, si legge chiaramente che:

“Il test del DNA non è infallibile e ci sono limiti alla sua applicazione nelle indagini.

Come evidenziato dalla ricerca scientifica e dai casi precedentemente esaminati, ci sono insidie associate alle banche dati del DNA e all’uso di alcune forme di DNA, come LCN, profili di DNA parziali e misti, per condannare i sospettati di crimini.
L’uso di tali mezzi di prova, quindi, deve essere trattato con cautela
al fine di evitare identificazioni errate e condanne di individui innocenti.

Inoltre, il DNA, anche quando porta a identificazioni corrette, è prova attendibile solo di un’associazione con una scena del crimine o una vittima di un crimine.
Non è una prova prima facie di colpevolezza per un reato penale.
Ci può anche essere una spiegazione del perché il DNA di una persona innocente venga trovato sulla scena del crimine.
Infatti, come altre prove, il DNA è facilmente trasportabile, non può essere datato, è suscettibile di contaminazione e può essere mal interpretato.
Nonostante questi profili di fallibilità, investigatori penali e tribunali
sembrano non essere riusciti a prendere coscienze dei difetti intrinseci nelle applicazioni tecniche del DNA mostrate dalla scienza e dai casi giudiziari.

La conclusione generale che si può trarre dalla precedente analisi è che è ben possibile che le persone che sostengono di essere innocenti nonostante la prova del DNA li colleghi ad un reato del quale sono accusate/condannate stiano dicendo la verità.

DNA e banche dati non sono la panacea dell’identificazione criminale come a livello popolare si crede.
La presunzione di innocenza che si afferma sia il cuore di tutte le indagini ed azioni penali impone che di questo si debba tener conto in maniera più
adeguata da parte del sistema di giustizia penale al fine di evitare errori giudiziari.”
(The need for caution in the use of DNA evidence to avoid convicting the innocent, THE INTERNATIONAL JOURNAL OF EVIDENCE & PROOF, 2011).

La vicenda relativa al signor Massimo Bossetti, ai più disillusi, fa tirare un sospiro di sollievo per l’assenza nel nostro Paese di una banca dati del DNA, in quanto da quasi tre mesi buona parte degli Italiani (e non mi riferisco ad un ipotetico idraulico che mentre beve un grappino al bar si lascia andare a qualche avventata considerazione sulla cronaca nera, ma anche ad una nutrita schiera di opinionisti che affollano i nostri salotti televisivi e giornalisti che tanto peso hanno nella formazione della cosiddetta opinione pubblica) sta facendo costante sfoggio di una tanto sconcertante quanto pericolosa disinformazione in materia.

Volendo indulgere a termini espliciti, il 99% degli Italiani sembra cascare a mò di pera cotta dinnanzi alla cosiddetta fallacia dell’accusatore, nota altresì come fallacia del condizionale trasposto, che può essere compendiata in questi termini [1]:

“Se X fosse colpevole
allora N sarebbe molto probabile;
se fosse innocente, allora N sarebbe molto improbabile;
ma si è verificato;
perciò è molto improbabile che X sia innocente,
ovvero è molto probabile che sia colpevole.”

Nel nostro caso, l’esempio concreto diviene “Se il DNA non fosse di Tizio, la probabilità che un’altra persona a caso abbia quei markers genetici è piccolissima, perciò è stato certamente lui”.

Cosa non quadra in questo ragionamento?
E’ semplice: la fallacia dell’accusatore si annida nel confondere la probabilità che il DNA sia di un determinato soggetto (rectius, che possa appartenere ad un altro soggetto su base casuale) con la probabilità che il soggetto sia colpevole.
In parole povere, una probabilità statistica viene attribuita ad una classe di fatti diversa da quella alla quale si riferisce.

L’esempio storico per eccellenza di fallacia dell’accusatore (con tanto di relativo errore giudiziario) è il caso Dreyfus.

L’accusa sostenne che un documento trovato dal controspionaggio francese in un cestino dell’ambasciata tedesca e scritto, per sua stessa ammissione, da Dreyfus, contenesse dei messaggi cifrati, poiché in quel documento le lettere dell’alfabeto comparivano con una frequenza diversa da quella con cui sarebbero comparse nella prosa francese “normale”.
Nel processo del 1894 lo scienziato forense Alphonse Bertillon calcolò la probabilità che quella particolare combinazione di lettere trovata nel documento si fosse prodotta in modo casuale, ossia supponendo che Dreyfus fosse innocente e non avesse scritto alcun messaggio cifrato.
Giacché dai calcoli di Bertillon tale probabilità risultò infinitesimale, si concluse erroneamente, sulla base della fallacia del condizionale trasposto, che dovesse essere infinitesimale anche la probabilità che Dreyfus fosse innocente.

Ma Dreyfus era innocente e la fallacia fu smascherata da Henri Poincaré nel secondo processo d’appello.

Oggi, come già visto in vari articoli precedenti, la fallacia dell’accusatore è tipicamente rilevata nei processi penali in relazione alla prova scientifica, ed in particolare al DNA.

Nel nostro caso, al Tribunale non si è ancora arrivati, e mi auguro non si arrivi, ritenendo personalmente che non vi siano elementi tali da giustificare neppure il rinvio a giudizio dell’attuale indagato, ma i media ci hanno regalato dei clamorosi, e spesso piuttosto imbarazzanti, esempi di fallacia del condizionale trasposto.
Uno dei più evidenti, in quanto colpisce perfino il titolo, è a firma Stefano Zurlo su Il Giornale in data 21 giugno, con evidente confusione della probabilità statistica relativa all’appartenenza del DNA con la probabilità statistica di colpevolezza.

ilg
Poincaré si sarà intuibilmente rivoltato nella tomba più e più volte, in quanto non si tratta di un esempio isolato, anzi: la fallacia ha finito inesorabilmente per colpire anche tanti (troppi) garantisti, che si sono limitati unicamente ad ipotizzare la possibilità di un errore di laboratorio, dimenticando tout court che il DNA di per sé dimostra solo appartenenza e non colpevolezza e che l’onere della prova dovrebbe essere ancora a carico dell’accusa, che ben difficilmente riuscirà a dimostrare che quell’unica traccia, attribuita a Massimo Bossetti, sia indice di colpevolezza, non essendo emerso alcun corollario di indizi univoci a sostegno di tale ipotesi.

Da Poincaré alla marmellata d’arance, ovvero il movente tappabuchi che non c’è

“La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé”.
(Ennio Flaiano, Ombre grigie tratto dall’elzeviro sul Corriere della sera, 13 marzo 1969)

In data 19 giugno, sui polverosi scaffali della cancelleria di un Tribunale, con il deposito dell’ordinanza di non convalida del fermo e disposizione di custodia cautelare del GIP Dott.ssa Vincenza Maccora, è stato approssimativamente ed avventatamente impacchettato il destino di un uomo che si dichiara innocente, procedendo al sequestro della sua vita.

I media si sono affrettati, sulla base di una traccia di DNA interpretata come prova di colpevolezza secondo i tipici moduli della fallacia dell’accusatore, a cucire addosso a quest’uomo, papà di tre bambini incensurato e con una vita perfettamente ordinaria, la veste dell’assassino.
Nonostante l’estenuante lavoro di sartoria, però, dopo quasi tre mesi, quell’abito continua ad andargli stretto, e l’inchiesta arranca, aggrappandosi al gossip come ultimo colpo di reni.

Oggi è stato pubblicato su Panorama un articolo di taglio che definirei garantista, sia pure con qualche profilo di ambiguità, giacché ancora una volta, nessuno spiega ai lettori che il DNA è trasportabile e non indica colpevolezza.

Panorama

Vedasi qui: http://news.panorama.it/cronaca/Nessuna-nuova-prova-contro-Bossetti-Lo-si-inchiodi-sul-gossip

Dall’articolo si apprende che la signora Marita resta orfana del primo amante (che pare non esistesse), ma viene ribadito il secondo, in modo piuttosto discutibile: in primis poiché non si capisce da cosa derivi la certezza essendo la parola di questo signore (che a questo punto non so nemmeno se sia certa visto che il primo pare fosse inventato) contro quella della signora Marita, in secondo luogo perché una coerente critica al gossip, almeno in linea teorica, imporrebbe di evitarlo a propria volta.

Però, “Allegria!”, finalmente si è riusciti a dire ciò che io scrissi seduta stante, in data 23 agosto (mi fa fede l’articolo Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (seconda parte)), ossia che, in relazione all’indiscrezione sulla pedopornografia non è stato trovato né materiale pedopornografico né accessi a siti del genere, e che la ricerca su google delle parole “tredicenne” e “sesso”, attribuibile logicamente al figlio tredicenne o al limite ad un genitore che fa una ricerca per aiutare il proprio figlio adolescente ad affrontare un tema delicato, rimandi appunto a risultati google di forum per adolescenti, tra i quali spicca in prima battuta Yahoo Answers, dove sciami di ragazzini alle prese con le prime curiosità sul mondo del sesso pongono le loro domande, e non certo a materiale pedopornografico.
Davvero ci sono volute due settimane per arrivarci, ossia per capire che i siti pedopornografici sono illegali ed oscurati e non si raggiungono sicuramente dai motori di ricerca?
Meglio tardi che mai, dice il proverbio, ma in questo caso il ritardo, giacché si trattava di arrivare all’ovvio, è piuttosto imbarazzante.
Gli Italiani peccano notoriamente di creduloneria, e questa è cosa nota, ma che la “notizia” (senza offesa al concetto di notizia) come fornita da Repubblica fosse un nonsense logico era evidente sin da una prima lettura.

Nonostante questo, ancora ieri su Pomeriggio5, la signora Barbara D’Urso, anziché porsi la legittima domanda sul significato di una simile ricerca su Google in un mondo in cui qualsiasi adulto sa che la pedopornografia è reato e un certo tipo di materiale non si trova sui motori di ricerca e in una famiglia nella quale, guarda caso!, c’è un adolescente di tredici anni (e, guarda caso ancora una volta, la ricerca è stata effettuata proprio nel maggio di quest’anno e non certo nel periodo del delitto), ha preferito la frase ad effetto.
Mica ha cercato la ricetta della marmellata d’arance.

In realtà, si potrebbe malignare che anche se avesse cercato la ricetta della marmellata qualcuno vi avrebbe visto comunque un indizio di colpevolezza: possibile che la signora Marita, essendo una frana in cucina e trascorrendo troppo poco tempo ai fornelli, abbia ingenerato nell’uomo una spinta all’omicidio?
In fondo, non sarebbe certo un’ipotesi più ridicola della maggior parte di quelle sentite finora, dalle sopracciglia ossigenate (al di là dell’irrilevanza palese della questione, è chiaro che trattasi di un semplice schiarimento causato dall’esposizione al sole) alle cene in trattoria.

Il plauso va invece, e sentitamente, a Giangavino Sulas, che nello stesso salottino televisivo, scegliendo vesti impopolari piuttosto esplicite e ben argomentate (nonché coerenti, giacché la sua linea garantista è stata palese sin dall’inizio), ha espressamente dichiarato di essere convinto dell’innocenza di Massimo Bossetti.

Tornando al’articolo di Panorama, comunque, ciò che è apprezzabile è che viene sottolineato in maniera robusta che in due mesi gli inquirenti non hanno trovato un bel nulla e che il gossip è una palese arrampicata sugli specchi, che più passa il tempo più diviene clamorosa.

“Le indagini languono e gli investigatori corrono dietro a corna e mutandine”.

Fin qui ci siamo, e con il passare del tempo quella che all’inizio pareva una mera impressione dei soliti beceri garantisti sta diventando un’evidenza innegabile.

Causa di quello che appare ormai un buco nell’acqua è, a parere di scrive, un’inchiesta che, probabilmente a causa della sua intrinseca difficoltà (cosa della quale, per onestà, è assolutamente necessario dare atto senza se e senza ma), ha seguito direttrici irrituali e rovesciate focalizzandosi per anni su un’unica traccia biologica che non dava certezza alcuna di appartenere all’assassino della piccola Yara.
Quando la traccia è stata finalmente attribuita, dopo anni di mancati riscontri, l’entusiasmo ha avuto la meglio sulla prudenza e si è tratta la fallace conclusione che appartenesse necessariamente all’assassino, ma tale fallacia sta emergendo ora prepotentemente dall’assenza di riscontri probatori/indiziari univoci, giacché è chiaro che né gli elementi contenuti nell’ordinanza (come la cella telefonica di Mapello agganciata da Bossetti che è residente nientemeno che a Mapello) né quelli emersi in seguito e solertemente riportati da salotti televisivi e organi di stampa possano avere un nesso logico ed univoco con l’omicidio, apparendo anzi, spesso, molto problematici o ai limiti del ridicolo.

La stessa ricerca (infruttuosa) di elementi che possano suffragare un presunto movente sessuale è indice di grandi difficoltà a far quadrare i conti.
L’impressione è che si cerchi un movente sessuale come “tappabuchi”, nel senso che non trovando alcun nesso tra Yara e Bossetti, giacché non emerge un movente specifico in virtù del quale un quarantenne senza precedenti potesse avercela con una bambina che neppure conosceva, si è costretti a cercare una sorta di movente passepartout.
Il problema è che i conti non tornano lo stesso.

La scena del crimine non ha nulla che possa far pensare ad un movente sessuale e il sospettato sembra non avere alcuna caratteristica del sex offender.
Come già ribadito in articoli precedenti (in particolare vedasi i primi due punti diTra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).), l’omicidio a sfondo sessuale non è un atto posto in essere da un giorno all’altro da un soggetto clinicamente sano, ma un atto che trae origine da disturbi psichiatrici del soggetto agente e sul quale si “fantastica” per anni, specie nel caso di “predilezione” per vittime appena adolescenti.

Ad oggi, dopo quasi tre mesi di indagini, non risulta che sia saltato fuori nulla che faccia pensare a qualcosa del genere: non una ex che ne abbia raccontato strane abitudini o desideri sessuali, non una donna che abbia detto “quel signor Bossetti mi ha fatto più volte delle proposte/mi ha toccata/mi ha molestata”, non una sola adolescente che abbia detto che lui si fermava con la macchina e la guardava insistentemente o che abbia offerto passaggi o addirittura doni e piccoli favori in cambio di prestazioni sessuali di vario genere, neppure un amico intimo o conoscente che abbia parlato di una certa passione, anche solo occasionale, per le prostitute.

La casistica giudiziaria, in casi analoghi, indica che in tre mesi sarebbero venute fuori parecchie di cose del genere… Se ce ne fossero stati i presupposti.

Dalla perizia dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, citata in alcune sue parti anche nell’ordinanza del GIP, da tempo si sa che Yara è morta di stenti, di freddo, e comunque non dissanguata.
Yara non è morta dissanguata poiché nessuna delle lesioni è stata giudicata letale, nemmeno quella inferta alla gola.
Sulla ragazza non è stato riscontrato alcun segno di violenza sessuale, e il corpo è stato trovato completamente vestito.
Unico particolare, il reggiseno risultava essere slacciato, ma con i lacci “integri e resistenti alla trazione” (dalla relazione agli atti nella parte citata nell’ordinanza del GIP), sui quali non sono state rinvenute impronte di estranei né frammenti di cellule epiteliali.
Ciò rende abbastanza palese che si sia slacciato da solo, come spesso accade a causa di movimenti bruschi, soprattutto nel caso di reggiseni con le coppe preformate e le spalline sottili (come quello indossato da Yara, ripetutamente mostrato in TV).

Per quanto atletica, una tredicenne avrebbe potuto fare ben poco contro un muratore quarantenne determinato a stuprarla e ucciderla e lui, di contro, sarebbe andato fino in fondo o perlomeno avrebbe lasciato una scena del crimine ben differente (vittima nuda o parzialmente nuda, quantomeno leggins e mutande abbassati, sarebbero stati presenti segni di violenza sessuale abbastanza evidenti) e avrebbe ucciso con molta più determinazione: ferite da arma da taglio in numero maggiore e certamente mortali, colpi alla testa più violenti e ripetuti, segni di strangolamento (tipici degli omicidi a sfondo sessuale).

Le evidenze peritali sembrano suggerire che questo omicidio è stato invece commesso da qualcuno che si è trovato in serie difficoltà nel commetterlo, che ha usato il coltello con mano debole e malferma, che non era abbastanza forte e determinato per avere la meglio in breve tempo.

Il quadro dell’omicidio non sembra suggerire neppure uno stupro non riuscito, che avrebbe ingenerato una forte aggressività nell’agente (in casi di questo tipo, la correlazione sesso-aggressività è sempre marcata) in quanto non sembra esserci un overkilling dovuto alla rabbia e alla frustrazione di chi riesce dopo molto sforzo a sopraffare la vittima: in parole povere, in un caso del genere non sarebbero emerse ferite “relativamente superficiali”, ma di tutt’altro tipo.

Il modello bipartito proposto dall’FBI in relazione agli omicidi a sfondo sessuale mostra bene come le differenze siano irreconciliabili.
In tale frangente, si suole distinguere tra omicidio a sfondo sessuale organizzato e disorganizzato: ai due modelli corrispondono due distinti profili di sex offender e differenti caratteristiche della scena del crimine.
Al di là del fatto che il profilo dell’indagato non corrisponde né al sex offender organizzato né a quello disorganizzato, poiché da ciò che sappiamo della sua vita (cioè, “grazie” ai media, tutto) il Bossetti si colloca all’interno di una “media” personale più ordinaria tra i due estremi (sex offender organizzato: soggetto d’intelligenza spiccata, generalmente con famiglia, con livello di istruzione medio-alto, alta estrazione sociale, lavoro di medio-alta qualifica ma con tendenza a frequenti cambiamenti; sex offender disorganizzato: scarsa intelligenza, situazione familiare multiproblematica, basso livello di istruzione, disoccupazione, scarsa cura di sé), ancora una volta è l’analisi della scena criminis a far risultare molto problematica questa pista.
Nel caso di sex offender organizzato la scena criminis è sempre piuttosto chiara, mostra segni di limitazioni della vittima (nastro adesivo, bende, catene, corde, indumenti, manette, bavagli), che viene sottomessa prima di essere uccisa con
mezzi di costrizione  e soprattutto restano evidenti tracce di atti sessuali- che nell’omicidio sessuale organizzato sono sempre presenti e diretti.
L’offender disorganizzato sceglie invece le vittime in modo completamente casuale, tanto che le vittime del sexual offender disorganizzato sono delle vere e proprie “vittime del caso”, mai selezionate, ad esempio, sulla base di età o caratteristiche fisiche: in tal caso sarebbe molto difficile supporre un’ossessione dell’agente per la vittima, e del tutto inutile cercare riscontri in tal senso.
In questi casi, però, l’arma del delitto è di norma lasciata ben in vista nel luogo del delitto, l’attacco è d’impeto, aggressivo, segnato da atti sessuali dopo la morte, anche se spesso manca la penetrazione diretta della vittima (sostituita da penetrazione tramite oggetti).

In questo caso, la scena del crimine non ha lasciato nulla che rimandi ad un omicidio a sfondo sessuale, e la pista non trova alcun riscontro nel profilo personale dell’indagato.

Volendo per forza vedere un movente sessuale, purtroppo, si perdono di vista tutte le altre piste possibili.

Per restare in tema di omicidi a sfondo sessuale e DNA, volendo fare un esempio che mostri platealmente le differenze, si potrebbe citare il caso di Altemio Sanchez, stupratore ed omicida seriale americano che si muoveva nella zona di Buffalo.
Sanchez venne incastrato dal DNA: erano state isolate diverse tracce di sperma sulle vittime, e il suo DNA venne prelevato da alcuni agenti che lo avevano seguito allo scopo in un ristorante nel quale si era recato con la moglie (gli agenti sequestrarono allo scopo bicchieri e posate).
Nel caso di Sanchez, però, non solo le tracce repertate nei luoghi del delitto erano plurime e di natura chiara, ma il DNA fu la verifica finale di un quadro indiziario già molto forte: vi erano fibre, impronte parziali, descrizioni di vittime sopravvissute e di persone che frequentavano i luoghi dei delitti.
Questo per rimarcare come qua non si voglia contestare l’uso della scienza nel processo penale, ma i suoi metodi.
La prova scientifica utilizzata per confermare un quadro già univoco è un ottimo strumento nelle mani degli inquirenti, ma se avulsa da un corollario che possa avvalorarla rischia di essere uno strumento pericoloso per la libertà di individui innocenti.
Se la sorte di un uomo non si decide con un tiro di dadi e si vuole usare la scienza nel processo, la si deve usare cum grano salis, logica ferrea, e freddezza tale da evitare di cadere in comode fallacie.Il trasferimento di DNA secondario (e perfino terziario, in alcuni casi) non è fantasia o cavillo difensivo, ma è scienza, e di questo prima o poi qualcuno dovrà rendere conto alla totalità dell’opinione pubblica che si è vista presentare come prova regina qualcosa che tale non era e che si sta dimostrando unica roccaforte di una colpevolezza data immediatamente per certa, il 16 giugno, senza alcuna possibilità d’appello, e che invece si sta rivelando ogni giorno più insussistente.

L’onere della prova incombe sull’accusa!

PeterGill(estratto da Misleading DNA Evidence: Reasons for Miscarriages of Justice, del Prof.Peter Gill; indica la possibilità di diversi modi di trasferimento del DNA, ed evidenzia come nel DNA non vi sia alcuna informazione utile a identificare la modalità di trasferimento dello stesso).

Sono passati ormai quattro anni dal momento in cui, purtroppo, la piccola Yara ci ha lasciati.
Il bisogno di giustizia è forte, ma non sarà la “giustizia” sommaria a dare a Yara la pace che merita.
Non saranno i gossip sulle lampade solari o le tanto presunte quanto inverificabili ed inutili ai fini delle indagini corna della famiglia Bossetti a garantire giustizia ad una bimba strappata alla sua vita e al suo futuro in modo atroce.
E non sarà neppure il linciaggio mediatico o la condanna di un uomo contro il quale non sta emergendo alcuna prova, che anzi rischia di aggiungere ingiustizia ad ingiustizia e sofferenza a sofferenza.

EcoDiBergamoEntro martedì la difesa di Massimo Bossetti presenterà istanza di scarcerazione.

Nella speculazione giuridica dottrinale, negli ultimi anni, ci si è spesso interrogati sull’eventuale influenza dei media sul processo penale.
Questo blog è nato per invertire la tendenza, cioè per ripristinare uno spazio civile nel quale dare nuovo significato e nuovo valore ai principi dello stato di diritto che i nostri media hanno, in questo caso anche più del solito, abbondantemente calpestato.
In un articolo letto qualche tempo fa sul blog di Massimo Prati, Gilberto Migliorini scriveva, emblematicamente, questa frase:
“Che gli inquirenti non abbiano in mano niente è evidente, salvo per la stampa che si è buttata come al solito sull’osso cercando di rosicchiare tutto quello che si può rosicchiare, cioè centrifugando il niente.”

Ottanta giorni sono sufficienti a valutare la situazione, e a notare come il tempo non abbia fatto altro che confermare questa considerazione.
A carico di Massimo Bossetti non c’è nessun elemento univoco, e dunque, giacché gli indizi per inchiodare una persona alle proprie responsabilità dovrebbero essere univoci, principi di ascendenza illuministica, e non dell’altro ieri, vogliono che l’istanza che verrà presentata dai suoi legali venga accolta.
D’altronde, come già mostrato nell’articolo Ecce homo, ecce mutanda!, i presupposti per la custodia cautelare in carcere sembrano davvero discutibili ed insussistenti.

Un ulteriore passo avanti sarebbe quello di una globale rivalutazione, da parte della Procura, ma anche dei media e dei comuni cittadini, dell’intera vicenda, che potrebbe insegnare davvero tanto.
Una cosa fra tutte: la presunzione di innocenza è una conquista da difendere, ed esiste non come grida di manzoniana memoria affidata alla carta e senza alcun valore concreto, ma perché nei secoli il suo valore si è rivelato imprescindibile affinché la Giustizia possa ancora, a buon diritto, chiamarsi in questo modo.

Alessandra Pilloni


1- Il superamento della fallacia della trasposizione del condizionale attraverso un processo argomentativo–operazionale- congetturale, del Prof. Sergio Novani.

Annunci

Bossetti e la sentenza della Corte delle Comari

“Errare è umano, perseverare è diabolico.”
O perlomeno è questo che la saggezza popolare vorrebbe insegnarci, spesso invano.
Spesso, ma per fortuna non sempre.
Se è vero che dal giorno dell’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti abbiamo assistito ad un collasso mediatico senza precedenti, accompagnato per giunta da inusitati episodi di violenza verbale su siti, blog e social network, per onestà intellettuale bisogna ammettere che c’è anche chi si è astenuto dall’operazione di linciaggio morale e mediatico, o perlomeno se ne è defilato non appena ne ha intravisto i contorni grotteschi.

Il Giornale non ha esordito nel migliore dei modi, anzi.
Il titolone del giorno successivo all’arresto, con Bossetti e Lissi in prima pagina sormontati dalla scritta “Peggio che assassini, schifezze d’uomini”, in effetti non lasciava ben sperare.
Caso vuole, però, che Il Giornale, qualche giorno dopo, abbia cominciato -a differenza di diverse altre testate giornalistiche- a mostrare maggiore prudenza, e non solo.
In data 30 giugno è stato infatti lo stesso Vittorio Feltri a pubblicare un interessante articolo (http://www.ilgiornale.it/news/interni/condannatelo-non-col-gossip-1033180.html) nel quale veniva impietosamente sottolineato come, al di là del DNA (di cui ho già parlato qui https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/06/finche-dna-non-ci-separi-il-senso-degli-italiani-per-il-garantismo/ e parlerò di nuovo nei prossimi articoli), gli altri presunti indizi sui quali tanto i media avevano tanto  gioiosamente quanto maldestramente suonato le trombe erano poco più che chiacchiere da bar.
Gossip, gossip della peggiore specie, e perlopiù senza contraddittorio, anche se forse la sua palese fallacia era tale da far sì che il contraddittorio risultasse insito nelle affermazioni stesse.

“Capite, cari lettori, come si fa a identificare uno sporco omicida?”, scriveva Feltri, e con riferimento ai “terribili” indizi a carico di Bossetti che in quei giorni copiosamente trapelavano non da http://www.gossip.it ma perfino da quotidiani del calibro del Corriere, dava questa risposta tra il serio e il faceto: “se uno frequenta talvolta un pub deve essere un tipo pericoloso, un pedofilo con tendenze omicide. Se poi costui ama il ballo ed è brillante, be’, allora diffidate perché se avete in famiglia una adolescente rischiate di perderla, morta ammazzata da lui. Quanto alle incursioni di Bossetti alla «Toscanaccia», attenzione: i clienti della citata trattoria sono tutti potenziali criminali, anche io che vi ho cenato spesso, essendo il locale di proprietà di Marco Falconi, titolare dell’omonima osteria di Ponteranica dove la domenica sera mi reco spesso con moglie e amici senza assistere, tra una portata e l’altra, a episodi di violenza carnale e a omicidi seriali.
Ecco, questi sarebbero alcuni dei gravi indizi a carico del povero disgraziato rinchiuso in carcere perché indicato quale probabile assassino di Yara. Ce ne sarebbero altri egualmente inconsistenti e direi cretini. […]”

A questo punto, tanto per far capire ai lettori fino a qual punto (di non ritorno) si sia giunti in quest’ennesima puntata di “sbatti il mostro in prima pagina”, mi limiterò ad alcuni esempi clamorosi di dicerie erte a notizie spacciate da alcuni dei nostri mezzi di informazione come indizi a carico di Bossetti che, per chi lo avesse dimenticato, è un lavoratore e padre di famiglia che da venti giorni e nonostante la non convalida del fermo è rinchiuso in isolamento nel carcere di Bergamo dal quale grida la propria completa estraneità ai fatti.

Ce ne è davvero per tutti i gusti.
A partire dallo sconvolgente “ritrovamento”, tra gli attrezzi di lavoro di Bossetti, di due coltellini: ma vi rendete conto, colpevolisti della prima ora?
Sono stati trovati due coltellini nientemeno che tra gli attrezzi di un muratore!
Dopo una tale inusitata scoperta, come si fa a non buttar via la chiave una volta per tutte?

Ancora è stato detto che, stando alle ricerche fatte col suo pc, Bossetti seguiva le notizie relative al caso Yara, cosa peraltro da lui già dichiarata.
A tal proposito bisognerebbe almeno evidenziare un paio di circostanze:
la prima è che Brembate, Mapello e paesi limitrofi sono tutti paesini con poche migliaia di abitanti; in parole povere sono i tipici paesini in cui “non succede mai nulla”.
Mi sembra abbastanza scontato che quando accade qualcosa, specie qualcosa di così grave e che ha risonanza ovunque, la gente del luogo segua le notizie.
Conosco molte persone che, in virtù del lavoro che fanno, non tornano a casa per pranzo, quindi non seguono il notiziario in TV: la maggior parte di loro, neanche a dirlo, segue le notizie su internet.
Sarebbe interessante a questo punto prendere un campione di abitanti del luogo e vedere quanti (ammesso che ce ne fossero) non seguissero le notizie relative al caso.

Oppure abbiamo un altro fantomatico indizio, e non si tratta di uno scherzo, ma è stato davvero riportato dai nostri organi di informazione: alcune persone hanno visto Bossetti (quando non è dato sapere) a Brembate.
Accidenti che notiziona: Bossetti è stato visto in un paese che distava 2 km e mezzo dal suo, nel quale tra l’altro vivono suo fratello e il suo commercialista!
Scommetto che tutti gli altri abitanti di Mapello a Brembate non ci passavano mai!

Ma c’è di più: si è detto perfino che Bossetti aveva una passione per le lampade solari, che “per lungo tempo” ha fatto in un centro estetico a Brembate.
“Per lungo tempo” non vuol dire nulla: prima dell’omicidio, dopo, quando?
Non credo inoltre che la povera Yara, a soli tredici anni nel migliore dei casi, frequentasse centri estetici: quindi è molto difficile capire a quali fini la cosa rilevi.
Bossetti non ne ha parlato come sua abitudine: credo che il suo miglior alibi a questa reticenza sia paradossalmente proprio la reticenza.
Non lo ha dichiarato, si deduce in modo piuttosto logico, perché non si capisce cosa diamine c’entri il fatto di farsi lampade abbronzanti con l’accusa di aver ucciso una povera ragazza.
E’ come se qualcuno chiedesse a un indiziato informazioni sulla sua vita e questi rispondesse “un tempo avevo la passione per la messa in piega e andavo con frequenza dal parrucchiere, che sta nel paese accanto”.

Ancora, come dimenticare che in casa sua sono stati trovati dieci cellulari?
Dovremmo dunque lecitamente supporre che tenere in casa dei cellulari in disuso sia indice di colpevolezza: in casa mia ce ne sono ben 15, e per quanto ad alcuni giornalisti possa sembrare strano, sebbene siano in casa, nessuno li usa più.
In particolare, se mi si scarica la batteria del cellulare, mi limito a metterlo in carica, senza correre a recuperare dai cassetti sparsi nella casa uno dei vecchi “cimeli” per inserirvi la sim.

O dovremmo forse parlare dei giornalisti che solertemente ci hanno informati del fatto che una ex di Bossetti (una vecchia fiamma di epoca adolescenziale o poco più) lo ha definito una persona “irruenta” e che fece fatica ad accettare la fine della loro storia?
Quale sarà, a questo punto, la prossima mossa?
Forse intervistare la sua vecchia baby sitter per farci sapere se tra gli indizi di colpevolezza dovremmo aggiungere, magari, anche il fatto che da piccolo non riuscisse a centrare il vasino?

Con Tgcom24, la situazione da comica diviene tragica (vedi qui: http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lombardia/2014/notizia/locali-uscite-e-assenze-dal-lavoro-la-doppia-vita-di-massimo-bossetti_2054206.shtml).

Oramai la condanna a morte è inevitabile: non bastavano le lampade solari, siamo alla soffiata anonima presumibilmente di un mitomane, già prontamente smentita.
Si legge infatti testualmente:
“Inoltre una soffiata sulle abitudini serali di Bossetti sarebbe arrivata in Procura. Il muratore di Mapello avrebbe passato intere serate in un discopub della Bassa Bergamasca, a circa 25 km da casa sua, dove si fa musica latino-americana. Il titolare del locale non ha però confermato ai carabinieri, spiegando che quella di Bossetti non sarebbe stata una faccia nota.”
La smentita del titolare mi sembra più che sufficiente a capire con che genere di notizie affidabili abbiamo a che fare, anche se continuo comunque a non capire come i balli latino-americani possano essere indizio di alcunché.

Ma si riesce a fare ancora di peggio, arrivando alla contraddizione palese.
Sono stati interrogati i colleghi di Bossetti al cantiere.
“Un’immagine diversa di Massimo Bossetti arriva anche dai racconti di alcuni colleghi. “Qualche volta Bossetti ci diceva che aveva da fare e se ne andava, spariva dal cantiere e no, non sappiamo dove. Uno di noi l’aveva soprannominato il caciabale, o qualche cosa del genere”, ha raccontato infatti a “Republica” uno dei muratori che hanno lavorato insieme al 44enne.”
In realtà la cosa si contraddice da sola, visto che quest’immagine non ci arriva dai racconti di “alcuni colleghi” ma dal racconto di un unico collega, per giunta anonimo, che per quanto ne sappiamo potrebbe anche non esistere.
Prendendo la notizia per buona, ne deduciamo che Bossetti era un lavativo e nulla più.
Volendo vederci più chiaro si scopre che (vedi ad esempio quihttp://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/yara-massimo-bossetti-e-le-assenze-dal-lavoro-colleghi-una-scusa-e-andava-via-1912356/) questa circostanza risulta peraltro avere riscontro una sola volta, in cui si allontanò per una visita medica alla quale non sarebbe andato.
Tutto ciò, al di là del fatto che l’essersi allontanato una volta dal lavoro mi sembra al limite un peccato veniale e non certo un indizio di colpevolezza per omicidio e neanche di “doppia vita” (al limite sembra un indizio di furbizia, furbizia che non si riscontra per giunta in chi abbandona la sua vittima ancora viva con il rischio che la trovino).
Per eccesso di zelo, cito ancora:
“Sembra che in una (sic) circostanza Bossetti abbia lasciato il cantiere per andare dal medico, ma dal medico – questo sarebbe risultato in un accertamento effettuato nei giorni scorsi – non c’è andato. Dove andava e con chi?”

Il fatto che i nostri media non si siano fatti problemi a togliere perfino l’aggettivo “presunto” prima della parola assassino, mi fa sembrare una reticenza perlomeno sospetta quel “sembra” iniziale, per giunta seguito da un verbo al condizionale.
Sospetto fortemente che la notizia non sia accertata ma una voce di corridoio più adatta alla ciance tra comari (“oh, cara, senti cosa ho saputo!! sai che ieri Massimo si è assentato dal lavoro dicendo di dover fare una visita medica e invece è andato al bar con gli amici? che scansafatiche!!”) che non ad un’indagine.

Vorrei comunque sapere anche come abbiano dedotto che non andò dal medico: al lavoro in genere chiedono certificati medici, quindi non lo portò e nonostante questo non ebbe alcuna conseguenza?
Una circostanza a dir poco anomala.

Oppure potremmo supporre che per qualche ragione non chiedessero certificati medici: a questo punto chi ci dice che non andò dal medico?
Dubito che possa ricordarlo il medico stesso, per quanto ne sappiamo potrebbero essere passati anni da questa vicenda!

Comunque, questa voce isolata ed anonima che dà per Bossetti l’immagine di un lavativo e che per giunta trova (non si sa come) riscontro in una sola occasione, è anche in netto contrasto con quanto dichiarato da un altro collega e pubblicato in altro articolo (http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_giugno_28/collega-massimo-bossetti-impassibile-il-papa-yara-5a7a0bca-fe85-11e3-8a2a-88aba4066e9e.shtml) sul Corriere di Bergamo, che ci informava del fatto che era stato intervistato un collega che, insieme a Bossetti, vide il signor Gambirasio.
Secondo questo collega in tale occasione Bossetti fu “impassibile”.
La linea dell’articolo non è molto chiara quanto a posizione personale dell’articolista, ma suppongo che se l’essere “impassibile” è indice di colpevolezza, lo sarebbe stato anche l’essere “scosso” o “sconvolto” o qualsiasi altra cosa.

Molto più interessante è però il modo in cui quest’altro collega descrive Bossetti come lavoratore modello:
Cito ancora:
«Me lo ricordo, Massimo (Bossetti, ndr). Veniva lì in proprio, a tirar su i muri. Quello è il suo mestiere. Uno che sapeva sgobbare e che ha sempre fatto quello nella vita»

Non credo servano ulteriori commenti per evidenziare il calibro degli “indizi” e la loro contraddittorietà.

Ciò che è evidente è che non si tratta affatto di “prove”, e neppure di “indizi”, ma di mere dicerie che, quand’anche fossero vere, non avrebbero alcuna rilevanza, ma che vengono confezionate e presentate in modo tale da suscitare nel lettore sospetto, rabbia, indignazione.

Sono “notizie”, se così si possono chiamare in un supremo atto di gentilezza non dovuta, che non significano assolutamente nulla, ma nondimeno molti lettori esultano e gridano “A morte!”.

Peggio ancora: sono notizie che non fanno che mostrare, a parere di chi scrive, la sostanziale debolezza dell’impianto accusatorio, indicando una spasmodica ricerca di indizi privi di qualsivoglia consistenza, quasi mille idiozie potessero fare una prova.

Perfino una trasmissione televisiva che generalmente spicca per serietà e accuratezza, come Chi l’ha visto?, è caduta vittima di questo atroce gioco (o giogo?) mediatico.
In particolare, nella puntata andata in onda in data mercoledì 2 luglio 2014, nella quale oltre al solito inutile riferimento ad abitudini personali di Bossetti come la passione per lampade solari e la cura del proprio corpo, si è arrivati perfino a fare riferimento ad alcuni graffi sulle sue spalle, visibili in una foto risalente all’estate 2011, che sarebbero stati nientemeno che graffi inferti dalla vittima in una supposta colluttazione.
Credo che i commenti siano pressoché superflui.

Non solo perché mi sembra abbastanza ovvio supporre che eventuali graffi fatti a novembre l’estate successiva non siano più visibili, ma anche perché mi sembra altrettanto scontato domandarmi come sia possibile che quella povera ragazza sia riuscita a trapassare con dei graffi abiti invernali, per giunta senza che le sia mai stato riscontrato alcun residuo di pelle sotto le unghie.

E se Feltri chiedeva:
“Capite, cari lettori, come si fa a identificare uno sporco omicida?”, io vorrei piuttosto chiedervi “Capite, cari lettori, come stiamo infamando e condannando a morte un padre di famiglia che si proclama innocente? E’ possibile non provare, dinnanzi a tutto questo, neanche un po’ di imbarazzo?”.

E’ il dramma dei processi fatti in TV e sui rotocalchi da una combriccola di comari che, a differenza delle comari di De André, non si limitano all’invettiva, ma arrivano a pronunciare una sentenza di condanna alla pena capitale.

Insomma, almeno un po’ di ritegno sarebbe auspicabile.
Certo, non dico che dovremmo avere il sistema di indagine statunitense, in cui l’imputato o i suoi legali possono prendere parte attiva nelle indagini, e insieme agli inquirenti valutare le prove ed eventualmente suggerirne di nuove.
In italia questo non può accadere per evitare il rischio di “inquinamento delle prove” (espressione che per i più disillusi può essere tradotta con “far fare una figura barbina ai PM”).
Quindi in Italia ti mettono in galera, e puoi uscire a difenderti quando hanno confezionato tutto per bene nei media – anche mandando le foto delle tue figlie e le conversazioni con tua moglie ai giornali.

La verità, però, è che se è così non capisco neppure perché si continuino a cercare prove.
Meglio ancora, non vedo neanche il bisogno del processo: il mostro è stato confezionato e gli italiani vogliono vedere il suo sangue.

Insomma, miei cari giornalisti, un consiglio vorrei darvelo con tutto il cuore: leggete i vostri articoli prima di pubblicarli, leggeteli bene, e pensate se la persona spogliata di ogni dignità da un’informazione tanto impietosa foste voi.
E ditemi: siete sicuri che questo modo di fare “informazione” svilisca solo il “mostro” di turno e non anche voi stessi?

Alessandra Pilloni