Torturatelo, torturatelo, vedrete che alla fine parlerà (di Tiziana Maiolo)

Riporto molto volentieri un articolo a firma di Tiziana Maiolo pubblicato stamane sul Garantista.
Nei prossimi giorni torneremo all’analisi della vicenda del caso Yara-Bossetti alla luce delle novità più importanti.
Prima di lasciarvi all’articolo della Maiolo, inserisco una breve anticipazione e considerazione: negli ultimi giorni, guardacaso a ridosso dell’interrogatorio previsto per ieri 24 novembre, nel quale Massimo Bossetti si è avvalso (e ha il pieno sostegno di chi scrive) della facoltà di non rispondere, era circolata la notizia secondo la quale una “supertestimone”, già nota all’epoca dei fatti, avrebbe riconosciuto in Bossetti uno degli uomini della sua testimonianza, ossia due uomini che, il giorno del delitto, avrebbe visto aggirarsi nei pressi dell’abitazione della piccola Yara.
Avevo provato a recuperare da fonti dell’epoca la testimonianza, notando non senza un certo sconcerto come facesse riferimento ad un uomo “robusto e tarchiato”: in definitiva, l’esatto opposto di Massimo Bossetti!
Come ormai abbiamo appreso, però, le bufale hanno le gambe corte, ed è così che ieri pomeriggio, nel corso de La Vita in Diretta, Lucilla Masucci ha intervistato telefonicamente la “supertestimone” la quale ha smentito categoricamente di aver mai dichiarato che l’uomo da lei visto fosse Bossetti.

La signora ha detto che l’individuo visto da lei era castano, non biondo, aveva il viso squadrato e… non era Bossetti.
Si è mostrata anche molto molto contrariata e ha detto di voler agire contro quei giornali che le hanno attribuito frasi inventate di sana pianta.

Appare dunque chiaro, a chi scrive, come si sia trattato dell’ennesimo episodio di notizia falsa diffusa ad arte al fine di esercitare indebite pressioni psicologiche sull’indagato.
Che la prassi sia questa, è stato d’altro canto affermato proprio ieri anche dai difensori del signor Massimo, i quali hanno espresso rabbia denunciando le “inaccettabili pressioni”- finalizzate ad ottenere una confessione- alle quali il signor Massimo sarebbe costantemente sottoposto, anche da parte di addetti alla sua custodia.

Qualche mese fa scrissi un intero articolo incentrato sulla fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen: alla luce degli sviluppi odierni, che mostrano una Procura ancorata alla flebile speranza di una confessione da estorcere in qualsiasi modo, credo si possa ormai dire con certezza che al nostro “re nudo” non siano rimaste neppure le mutande.
I difensori di Bossetti hanno detto che è arrivato il momento di finirla con l’atteggiamento collaborativo, e di certo non gli si può dar torto, posto che i contenuti del penultimo interrogatorio (che verteva, per giunta, sulla vita intima dell’indagato), furono dati in pasto ai giornali spingendo perfino il Garante della Privacy ad intervenire.
E’ evidente che il presunto “cavallo di battaglia” della pubblica accusa sia un cavallo zoppo, ed è altrettanto evidente che la Procura di Bergamo ne sia consapevole quanto me e i miei quattro lettori: è questa l’unica spiegazione alla tortura psicologica che Bossetti subisce da oltre cinque mesi a questa parte.
E allora ben venga la scelta di Bossetti di avvalersi della facoltà di non rispondere, tutelando in questo modo la sua presunzione d’innocenza e la sua dignità umana: e se la Procura vuole delle prove, se le cerchi… Ammesso che ci siano e non abbia preso -come qui sempre ipotizzato- un grosso, grosso granchio…
In attesa della prossima analisi, vi lascio all’articolo della Maiolo,

Alessandra Pilloni


Torturatelo, torturatelo, vedrete che alla fine parlerà (di Tiziana Maiolo)
Da Il Garantista, 25 novembre 2014

Se stanno sperimentando sulla cavia Bossetti una lenta forma di tortura che dovrà portarlo a una sorta di ritrovata pena di morte, lo dicano chiaro. Non si spiega diversamente il trattamento riservato al muratore bergamasco, unico sospettato dell’omicidio di Yara Gambirasio. Bossetti è in carcere da cinque mesi (di cui quattro trascorsi in isolamento totale) senza che sia stato ancora neppure chiesto il rinvio a giudizio. Si dichiara estraneo al delitto.

Fino a ora non esiste nei suoi confronti la “pistola fumante”, non c’è movente né arma del delitto. C’è l’esame del dna, e non è poco. Ma i magistrati non si decidono a chiedere il giudizio immediato, cioè quel rito processuale che consente di abbreviare i tempi, andando subito al dibattimento quando si ritiene si avere in mano solide prove. Ma ci sono le prove?

Così, mentre è ancora avvolta nel mistero la morte della ragazzina di Brembate, si avvicina la data che segna il triste ricordo del giorno in cui lei sparì, il 26 novembre di quattro anni fa. Un anniversario che forse il Pubblico Ministero pensava di ricordare con un colpo di scena, visto che si è presentata al carcere ieri mattina accompagnata da uno squadrone di investigatori degno delle grandi occasioni dal comandante del nucleo investigativo dei carabinieri al capo della squadra mobile di Bergamo fino a un certo numero di dirigenti del Ros e dello Sco. Che cosa significa questo schieramento? È motivato solo dalla necessità di mostrare unità tra gli investigatori, quella che non c’è stata nel corso delle prime indagini e tanti danni ho portato ai risultati?

O forse la rappresentante della Pubblica Accusa sperava nell’agognata confessione dell’indagato, che le avrebbe consentito di esibirla nell’anniversario della sparizione di Yara? Alle proteste dei difensori di Bossetti, che a quel punto si è avvalso della facoltà di non rispondere, è uscito subito allo scoperto il procuratore capo di Bergamo Dettori, che si è affrettato a rinnovare la fiducia nei suoi sostituti.

Il che pare alquanto singolare, visto che si tratta di persone da lui delegate e che della fiducia del capo dovrebbero godere sempre, senza bisogno di pubbliche manifestazioni. Rimane il fatto che le pressioni psicologiche sull’indagato perché confessi qualcosa che lui dice di non aver commesso si fanno sempre più insistenti. Una forma di tortura che abbiamo riscontrato solo nei processi contro la criminalità organizzata. Con risultati spesso tragici, con persone che hanno accusato altri, ma anche se stessi, per delitti non commessi.

Se l’esame del dna, unico indizio finora raccolto contro Bossetti, viene ritenuto sufficiente, si vada in giudizio. Altrimenti si proceda almeno alla scarcerazione. Ma le indiscrezioni che escono dagli inquirenti ci dicono che loro stessi hanno troppi dubbi.

Dopo aver detto ai quattro venti che il furgone di Bossetti era sicuramente in zona il giorno in cui Yara sparì, ora si scopre che stanno esaminando altre decine di furgoni simili. Nessuna spiegazione viene data inoltre al fatto che i tagli trovati sul corpo della ragazzina sono stati effettuati da diversi coltelli, forse impugnati da diverse persone, E come mai gli indumenti di Yara non sono tagliati nei punti corrispondenti alle ferite sul corpo?

E ancora: dove è morta Yara e di che cosa? Non per le ferite, forse di freddo. Ma il suo corpo è stato ritrovato supino, con braccia e gambe allargate e distese. Chi muore di ipotermia al contrario in genere si rannicchia, per proteggersi. E ancora non ci sono le analisi sui peli (senza bulbo, però) trovati vicino al suo corpo. Così come non si sa se ci sono tracce di Dna della ragazza sul furgone e l’auto di Bossetti. Evidentemente no, altrimenti un argomento così forte sarebbe stato già strombazzato ai quattro venti. E allora? E allora non resta che la speranza della confessione. Che i magistrati vogliono raggiungere a ogni costo.

Che cosa significherebbe se no il fatto che a Bossetti siano stati negati colloqui straordinari con i figli? Chi conosce il carcere sa quanto siano importanti per il detenuto i rapporti con il “fuori”, in particolare con la famiglia. Se si recidono quei legami, il carcerato entra in depressione, diventa più fragile, quindi più malleabile, più disponibile. È forse su questo che puntava il Pm Ruggeri quando, alle dieci del mattino, ha bussato al portone del carcere di Bergamo con il suo squadrone. Cosa da chiamare con urgenza Amnesty International.

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Il silenzio di un innocente

-Undici anni fa, tu hai inventato una storia su certi uomini, tre erano, che furono condannati a morte per tradimento. Tu ti sei messo in testa di aver veduto un pezzo di carta che provava, invece, la loro innocenza. Un tal pezzo di carta non è mai esistito. Tu l’hai inventato e in seguito sei stato indotto a crederci come a una cosa vera. Ricordi, ora, il momento in cui hai formulato l’invenzione per la prima volta? Ricordi?
– Sì.
– Poco fa io ho teso le dita della mano verso di te. E tu hai veduto cinque dita. Ricordi?
– Sì.
O’Brien tese le dita della mano sinistra, tenendo nascosto il pollice.
– Ci sono cinque dita. Vedi cinque dita?
– Sì.
(George Orwell, 1984)

Tra fede, scienza e diritto

In genere si è abituati a considerare fede e scienza come due mondi completamente distinti, quando non contrapposti.
Se a fede e scienza aggiungiamo anche il diritto si arriva ad una situazione tanto complessa che si potrebbero versare fiumi di inchiostro senza probabilmente giungere a capo di nulla.

Se in riferimento al caso di cui ci occupiamo in questo blog il nesso tra scienza e diritto è chiaro, in quanto la questione sembra ruotare intorno al valore probatorio di una traccia, presumibilmente ematica, di DNA, il legame con la fede deve essere spiegato.

Ovviamente non mi riferisco alle convinzioni religiose delle persone coinvolte nella vicenda, che non hanno rilevanza alcuna al di fuori della sfera personale: parlo di quanti, in particolare tra gli opinionisti ma anche tra le persone comuni, hanno perso di vista il ruolo ed il significato della scienza.

Leggere opinioni aberranti come “Bossetti è colpevole perché la scienza non sbaglia”, è qualcosa che lascia interdetti.

Il test del DNA è normalmente ritenuto uno strumento sicuro: la scienza non sbaglia, e su questo potremmo anche essere tutti d’accordo.
La comparazione tra il DNA di un indiziato di delitto e quello rinvenuto sulla scena del crimine o sul corpo della vittima viene fatto attraverso un procedimento detto fingerprinting genetico e che consiste nel comparare alcune particolari sezioni di DNA, dette loci: si tratta di sezioni che, non codificando proteine, variano maggiormente da individuo a individuo.
Il punto, tuttavia, è un altro: la scienza è applicata da uomini, e gli uomini, per quanto sia scomodo ammetterlo, possono sbagliare.

Ma soprattutto, ciò che sfugge è che la scienza non dice che Massimo Bossetti è colpevole: la scienza può al limite evidenziare una traccia del suo DNA sulla scena del crimine, di più non può dire.
Che poi quella traccia sia finita lì contestualmente all’omicidio ed indichi al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza di Massimo Bossetti è l’accusa a doverlo dimostrare: la scienza non lo fa, e non può farlo.

Ritenere che la tanto decantata traccia di DNA indichi di per sé colpevolezza non è altro che un ennesimo errore umano.

Gli errori umani, infatti, non si limitano solo alla possibilità di errori, ad esempio, nella fase di isolamento del DNA e del suo campionamento, che nel caso in cui vengano analizzati migliaia di campioni può restituire ovviamente degli errori nell’abbinamento biunivoco campione/numero, ma si spingono alla fallacia logica: come evidenziavo in un precedente articolo, infatti, non solo non è raro assistere (cosa puntualmente verificatasi anche stavolta) ad un’errata interpretazione dei dati statistici sulla corrispondenza del DNA, ma pare sia anche piuttosto difficile comprendere che “l’imputato potrebbe essere innocente, pur essendo la fonte del materiale genetico.
Insomma, anche se il DNA rinvenuto sulla scena del reato (o sul corpo della vittima) appartenesse all’imputato, ciò non implicherebbe che egli sia colpevole, potendo ben esserci altre spiegazioni di tale rinvenimento. (Tra il certo e l’impossibile.
La probabilità nel processo, Dott.ssa Francesca Poggi).

Per queste ragioni, ritenere che la colpevolezza possa essere stabilita una volta per tutte sulla sola base del DNA, è sintomo di un approccio acritico e dogmatico alla “scienza”, che ricorda suo malgrado un celebre aneddoto contenuto nei Discorsi di Galilei, in cui si racconta di un filosofo che, assistendo ad una autopsia su un cadavere, vide con i propri occhi che i nervi non partono dal cuore (come sosteneva Aristotele, all’epoca ritenuto fonte di verità per eccellenza) ma dal cervello.
Nonostante questo, secondo il racconto, il filosofo, appellandosi al famoso ipse dixit, rispose:

“se il testo di Aristotele non dicesse espressamente il contrario, ossia che i nervi partono dal cuore, bisognerebbe proprio ammettere che partono dal cervello”.

Questo aneddoto, che appare così grottesco ed estemporaneo, rispecchia perfettamente il senso comune relativamente al reale peso del test del DNA in un’indagine per omicidio: non a caso il Prof. Felicioni ha parlato di un vero e proprio instupidimento dello spettatore dato dall’effetto CSI.

Avendo già parlato estesamente della possibilità del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, oggi non tornerò sull’argomento, e non sarà forse necessario neppure richiamare alcuni clamorosi casi statunitensi, come ad esempio il caso O. J. Simpson, in cui dinnanzi al verdetto di compatibilità tra alcuni reperti trovati sulla scena del crimine e il DNA di Simpson, la difesa condusse un martellante controesame, al termine del quale i consulenti dell’accusa furono costretti ad ammettere di aver taciuto alla Corte il fatto che la prova del DNA non è affatto infallibile, cosicché un apprezzabile margine di dubbio continuava innegabilmente a permanere.

E se ci troviamo davanti ad un uomo che soffre di epistassi, e che dunque potrebbe aver lasciato delle tracce sull’arma del delitto poi usata da un terzo, stante la plausibilità scientifica (vedansi articoli precedenti con richiami alla spiegazione della Dott.ssa Marina Baldi) di siffatta modalità di trasporto del DNA, cosa ne è dell’oltre ogni ragionevole dubbio?

Chi con fede cieca ostenta assoluta certezza nella responsabilità di Massimo Bossetti, propone un ragionamento quantomeno equivoco, al quale -al peggio non c’è mai fine, ormai lo avrete capito- è stato dato spazio perfino dal Servizio Pubblico radiotelevisivo.
Il ragionamento suona più o meno in questi termini: “Se la traccia di DNA di Bossetti fosse finita sul corpo di Yara per un trasporto casuale attraverso l’arma del delitto, Bossetti dovrebbe essere l’uomo più sfortunato del mondo!”.
L’equivocità e la fallacia del ragionamento in questione è data dal puro e semplice fatto che il discorso può essere tranquillamente capovolto in un più prosaico e garantista “la Procura di Bergamo deve essere davvero la Procura più sfortunata del mondo, se come esito di un’indagine durata per lunghi anni alla ricerca di un fantomatico Ignoto1 è arrivata nientemeno che ad un muratore che maneggia quotidianamente strumenti passibili di essere utilizzati come arma del delitto e che per giunta soffre di epistassi!”.

Nell’articolo di ieri, ipotizzando che l’oltre ogni ragionevole dubbio fosse un principio realmente ed accuratamente applicato, facevo un prospetto di questo tipo, sostenendo che nel caso di specie l’accusa, sulla quale incombe l’onere probatorio, dovrà provare che:

al di là di ogni ragionevole dubbio (che non potrà che essere sciolto davvero ripetendo il test a partire dalla traccia originale sui leggings e in contraddittorio con i periti della difesa) Bossetti è Ignoto1.

-qualora Bossetti sia Ignoto1 (stante l’esito positivo della prova di cui sopra) si dovrà ulteriormente provare che al di là di ogni ragionevole dubbio quella traccia di DNA non può essere frutto di trasporto casuale attraverso l’arma del delitto.

Quest’ultima affermazione implica come corollario che si debba ulteriormente dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che:

1-il fatto che la traccia presumibilmente ematica ricondotta a Bossetti sia esito di una ferita di Bossetti procuratasi in una colluttazione tra lo stesso e la vittima nonostante l’esame autoptico non abbia evidenziato alcuna lesione da difesa sul corpo della vittima (dall’ordinanza del GIP: “Dalla relazione agli atti emerge quanto segue (…) Non sono presenti lesioni tipicamente da difesa.”).

2-la ferita nella quale è stato isolato il DNA di Bossetti è stata l’ultima ferita e che il sangue sia finito sul coltello proprio con l’ultimo colpo inferto, in quanto in caso contrario analoghe tracce di DNA sarebbero state isolate anche nelle altre ferite, cosa che non è avvenuta.

Come è intuibile, non si tratta affatto di una prova semplice: anzi, in considerazione del fatto che non si sa neppure se sarà possibile adempiere al primo punto (ossia ripetere la comparazione partendo dalla traccia originale di DNA sugli indumenti), siamo di fronte ad una vera e propria probatio diabolica.

Al fatto che il test del DNA non è infallibile, data la possibilità di errori umani, si aggiunge poi che giurisprudenza non è, ahimè, una scienza esatta, e la valutazione della prova scientifica pone un numero di problemi enorme, che tra l’altro deve essere correlato al principio del libero convincimento del giudice.
E’ cosa nota che far collimare il progresso scientifico con i sacrosanti principi dello stato di diritto non sia affatto semplice: questo spiega, ad esempio, le incertezze giurisprudenziali relative alla valutazione di dati epidemiologici, o ancora alla solita valutazione della prova scientifica.
Incertezze che spesso danno luogo a pronunce molto discutibili (e molto discusse in dottrina) nelle quali sembra di assistere ad una sostanziale, surrettizia violazione delle regole probatorie.

Dove va a finire, allora, l’oltre ogni ragionevole dubbio?

La questione è estremamente complessa, e di certo non può essere sviscerata in termini esaurienti in questa sede.
Eppure è sempre più evidente che quell’unica traccia di DNA, così esigua, così controversa alla luce di alcuni fatto concreti, in primis l’epistassi di cui soffre Bossetti, non basta a superarlo, non basta affatto.

Proprio mentre scrivo questo articolo, le agenzie di stampa battono la notizia secondo la quale i difensori di Massimo Bossetti starebbero valutando l’ipotesi di presentare al GIP un’istanza per chiederne la scarcerazione, poiché a seguito della notizia sulla non corrispondenza dei reperti piliferi sarebbe emerso anche, stando a quanto risulta a fonti della difesa (ricordiamo che l’esame, non ripetibile, è stato condotto in contraddittorio proprio con i periti incaricati dalla difesa), che sull’auto e sul furgone di Massimo Bossetti non sarebbero state rinvenute tracce biologiche riconducibili alla piccola Yara.

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E se quella traccia di DNA, sempre più sola, a mò di particella di sodio nella pubblicità dell’acqua Lete, continuerà a lungo ad alimentare il fervore religioso di troppi tanto presunti quanto sedicenti scientisti, non ci si può che augurare che chi può vantare un approccio intellettuale meno pregiudizievole cominci ad essere perseguitato dallo spetto del dubbio, un dubbio che appare ogni giorno sempre più ragionevole.

Per chi ha fatto del forcaiolismo il proprio vessillo, certamente le cose non cambieranno: a confortare il DNA resteranno i gossip, e quei giudizi così aprioristici ed estemporanei da far annichilire in un sol colpo Lombroso, Ferri e Grispigni.

Silenzi che pesano

Si dice che alcune parole pesino come macigni, ma spesso si dimentica che ci sono silenzi che pesano altrettanto.

Lo ha capito a proprie spese Massimo Bossetti, condannato in anteprima per le sue parole, ma ancor più per i suoi silenzi.
Quel silenzio iniziale davanti al PM nel giorno del fermo, così discusso, così facile da interpretare come chiaro segno di reticenza del colpevole.

Lo sventurato non rispose.

E’ così semplice, in fondo, parlare quando ci si trova ad essere improvvisamente accusati di un delitto atroce se non lo si ha commesso.

E poi subentrano le parole, anch’esse così inadeguate, così sbagliate, così chiaramente indice di un’innegabile colpevolezza.
Leggevo poco fa su Apocalisse Laica un articolo di Carmelo Dini (http://apocalisselaica.net/varie/contributi/spero-che-sia-innocente-massimo-giuseppe-bossetti) che con una rapida ricerca sul Web ho scoperto essere lo pseudonimo di Renato Pierri.

Dini scrive queste parole:
“Io reagirei come può reagire una belva ferita, non direi mai, come ha fatto lui: “Ho la coscienza a posto, non sono un mostro. Non avrei mai potuto fare una cosa del genere, non andrei mai con le bambine… Se fossi stato io mi sarei già ucciso”.
Io, ferito a morte, credo che direi altre parole […]. O forse, non so, il dolore sarebbe tale da non permettermi di parlare. Forse griderei, forse piangerei come un bambino picchiato ingiustamente, piangerei disperatamente. Non so. Ma certi discorsi certamente non li farei.”

Non risponderebbe così, Dini: gli crediamo e ne prendiamo atto.
Eppure c’è una nota stonata in tutto questo, un particolare che sfugge: Dini commenta le parole di Bossetti, così come tanti opinionisti ne hanno commentato il silenzio, dalla tranquillità della propria tiepida casa, non da una cella d’isolamento con un’accusa infamante a proprio carico.

Massimo Bossetti, insomma, avrebbe dovuto reagire in un altro modo, in qualsiasi altro modo.
C’è chi lo avrebbe voluto indignato a gridare la propria innocenza con la foga di un capo ultras, e chi invece lo avrebbe preferito impassibile come neppure la più algida delle principesse di Francia davanti alla ghigliottina, pronto a ricordare con esattezza e senza contraddizioni una sera di quattro anni prima.

Invece c’è stato il silenzio, quel silenzio strano, che qualcuno potrebbe interpretare come esito della normalissima reazione sconvolta di chi si trovi all’improvviso ad essere accusato di un grave delitto non commesso, ma che si deve interpretare come il silenzio del colpevole: di un colpevole così sbadato da non prepararsi neppure un alibi, sebbene fosse a conoscenza del fatto che era stato effettuato il test del DNA alla propria madre nell’ambito delle indagini sul caso Yara.

Ma in fondo, non dobbiamo allarmarci: è tutto regolare, e poi c’è il DNA.
Quell’unica traccia di DNA, sempre più sola, sempre più evanescente, sempre più ultima roccaforte di chi ha tenuto alla larga ogni possibile dubbio.

E soprattutto, non possiamo dimenticare le nostre radici.
Perché noi siamo anche il (Bel)Paese in cui in primo grado di giudizio si riuscì a condannare Raniero Busco, poi assolto in appello con una sentenza magistrale che per un attimo ci ha restituito i fasti del diritto che fu, per una traccia di DNA derivante (presumibilmente) da saliva trovata sul seno di quella che era stata la sua fidanzata, Simonetta Cesaroni.

Di certo le logiche spiegazioni alla presenza del DNA di Busco sul seno di quella che era nientemeno che la fidanzata non mancavano neppure nel primo grado di giudizio, ma la fede è fede, anche quando si traveste da scienza.

Ed è a questo punto però, che mi sorge un dubbio atroce, e mi viene in mente che forse non dovrebbe essere il silenzio di Massimo Bossetti a far discutere, ma il silenzio delle tante, troppe persone che preferiscono chiudere entrambi gli occhi dinnanzi a quel ragionevole dubbio, sempre più flebile, sempre più estraneo, sempre più accantonato in un angolo recondito della memoria, tra le macerie di una giustizia sempre più agonizzante.

Alessandra Pilloni