NON LO FO PER PIACER MIO MA PER DAR DEI FIGLI A DIO

Articolo scritto da Laura
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Al peggio non c’è mai fine, e questo processo ha tirato fuori, senza esclusione di colpi, l’intera gamma delle sfumature della morbosità umana. Un popolo che tira dritto a vele spiegate verso il decadimento e l’involuzione, elementi che inevitabilmente precedono l’oscurantismo e il conseguente annichilimento, è per forza di cose destinato a scomparire fagocitato dalle stesse brutture insite in sé e proiettate sul prossimo. Non siamo più degni di chiamarci “italiani” se questo sostantivo rimanda ad antenati illuminati che hanno diffuso la civiltà in mezzo mondo quando esso era popolato quasi interamente da barbari; i nostri “padri” si rivoltano nelle tombe e non parlo solo di patrioti o grandi generali ma di legislatori, letterati, giuristi, giornalisti, studiosi, padri della medicine e delle scienze. Dovunque ci si volti la decadenza è peggio di un cancro all’ultimo stadio in un paese ormai alla deriva che non riesce a proteggere i più indifesi e parlo di bambini, di anziani, di malati, di animali e di tutte le altre categorie più fragili. Qualcuno col quale non mi trovo d’accordo nello specifico della vicenda Bossetti una manciata di settimane fa disse, riferendosi ad un altro caso di cronaca, che se le cose fossero andate diversamente da come a lui sembrava che dovessero evolvere avrebbe preso il passaporto e se ne sarebbe andato per sempre dall’Italia senza più farvi ritorno. Non voglio doppiare la sua ipocrisia perché a mio avviso chiunque faccia quest’affermazione mantenendo comportamenti che lasciano presupporre una cecità selettiva è per l’appunto solo un gran commediante ma negli ultimi giorni ho desiderato più che mai di non essere nata in questo paese perché provo una gran vergogna a presentarmi come italiana in qualsiasi parte del mondo io vada. Leggere negli occhi di chiunque oltre confine quel velo di biasimo e deplorazione mi umilia tremendamente e mi fa venir voglia di passare alla storia come quella donna italiana che, nel bel mezzo di un’invasione di disgraziati poveri cristi che chiedevano asilo politico entro i confini della sua patria rischiando la vita per sbarcarvi, strappò il passaporto e chiese asilo politico oltre oceano. La vicenda che vede imputato Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio sta assumendo sempre di più i tratti della storia mitica, della parabola, tramandata non tanto in virtù della sua veridicità o meno quanto per lasciare un messaggio, un lascito ai posteri affinchè non commettano gli stessi errori. Purtroppo qui c’è uno sprotetto italiano medio, un uomo qualunque, rinchiuso da due anni che pare rassegnato anch’egli a diventare un personaggio mitico. Va bene che si è abbandonato ad una corrispondenza da bollino rosso con una donna anch’essa privata della libertà ma qui si perdono davvero di vista tutti gli annessi e connessi che caratterizzano la monotonia di una carcerazione, si perde di vista il principio secondo il quale due adulti consenzienti impegnati in un rapporto epistolare, quindi intimo e privato, sono liberi di scriversi ciò che vogliono. Premesso che io ho convinzioni molto personali sulla natura di questa corrispondenza dal momento che molte cose non mi tornano e quindi penso di più ad un bel trappolone sistemato ad arte nella boscaglia piuttosto che ad un genuino avvicinamento da parte della fantomatica “signora Gina”, va da sé che il signor Massimo ha risposto alle missive e, che sia perché ha abboccato o per fortuita coincidenza, laddove fossi io troppo maliziosa e la signora Gina fosse in totale buona fede, si è esposto in un momento delicatissimo della sua storia processuale. In parole povere ha prestato il fianco ai suoi accusatori, quelli titolati e non, per l’ennesima volta e quindi giù copertine stra-ritoccate, giù offese e sentenze, giù parole per la prima volta pietose verso la moglie fino a ieri messa alla gogna anche peggio di lui. Ma cosa provano queste lettere? Cosa hanno smosso negli animi di questo popolo di vergini e di santi? Mi piacerebbe, ma purtroppo sono atea, che accadesse un miracolo e improvvisamente le chat e ogni altra forma di corrispondenza o accesso alle tv e a internet di tutti gli italiani divenissero pubbliche e scorressero, con tanto di nomi e cognomi, a nastro ovunque, nelle stazioni, sulla metro, sugli schermi delle televisioni, insomma un mega corto circuito con tutte le “sfumature di grigio”. La Procura continua morbosamente a spiare dal buco della serratura senza un velo di ritegno forse nemmeno per guardare cosa avviene nella stanza ma per cercare di capire dove sia la chiave. Ad un passo dalla requisitoria, con questo po’ po’ di prova regina, ovvero un DNA granitico marchiato a fuoco sul lembo degli slip, c’era proprio bisogno di tirar fuori “le ultime lettere di Jacopo Ortis”? Ma non è che questa Procura aveva bisogno della fanfara perché temeva di avere dalla sua meno di una chitarra scordata? Tante sono le domande che non trovano risposta, almeno nella mia testa, in questa pazza pazza inchiesta che mai sarebbe dovuta approdare in un’aula di Corte d’Assise. Questo procedimento ha la stessa credibilità di una zucca che diventa carrozza, è forse per questo che ha avuto così presa su di un popolo di creduloni che ancora spera nelle pensioni e di uscire vivo dagli ospedali. Ho un ultimo interrogativo che mi rimbalza da un lobo ad un altro come una pallina di un flipper. Cos’ è Massimo Bossetti oltre che un X-Man dal DNA mutaforma? E’ un pedofilo fintamente felice del suo matrimonio che usa la famiglia come copertura per i suoi loschi e perversi fuori programma o è un marito ferito che non vede altra soluzione se non seviziare una ragazzina di passaggio per lenire la sua frustrazione? E’ un abile predatore che fiuta la sua vittima, la segue a distanza per mesi fingendo di comprare figurine, birrette e dieci minuti di solarium gustandosi l’attesa per poi attaccare come un boa constrictor oppure è un seduttore capace di irretire una quasi ragazzina, comprovatamente sconosciuta sino ad un momento prima, con tale dimestichezza da convincerla ad accettare un passaggio? E’ un indovino forse che cade in trance e riesce a prevedere che passerà, in un dato momento in una precisa strada buia a novembre e senza margine di errore alcuno, una tredicenne, che laddove fosse rossa non lo si potrebbe nemmeno notare in quel frangente, e la rapisce senza attirare l’attenzione di nessuno con lo scopo di violentarla in preda alle sue fantasie malate ma poi cambia idea e la lascia viva e agonizzante in un campo? E se così fosse come mai tra i capi di imputazione non svetta fiero il sequestro di minore? L’Accusa ha lo stesso problema di quando si fa la pastiera, se la pettola impazzisce la si deve buttare o al massimo farne biscotti e la si deve rifare. Purtroppo chi non conosce questa semplice regola si ostina a lavorare la pettola impazzita nella convinzione che “daglie e daglie la cipolla diventa aglie”. La Procura quindi barcolla ma al punto dov’è non molla, il popolo becero si nasconde dietro ad un paravento di falsa morale e sempre dietro a quel paravento ansima e giudica giudica e ansima, le donnette recitano qualche rosario in più, le scribacchine senza cervello urlano al pervertito strumentalizzando ancora una volta ricerche che non sono mai state digitate e Massimo dimostra un adattamento che mette paura, fatto comprensibile poiché il carcere schiaccia tutti, in tempi diversi, ma ci riesce con tutti, ma resta sé stesso e cioè un uomo come tanti, uno su 14 milioni di maschi adulti in Italia.
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Ignoto1? Un DNA impossibile in natura. Ed ora affannatevi meno nell’arrampicata sugli specchi e liberate Massimo Bossetti

necrologio_ignoto1 “I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera.” (Edoardo Mori, giudice)


Articolo scritto a sei mani con Laura e Sashinka.

In data primo agosto, pubblicai su questo blog un articolo intitolato Il re è nudo: siamo tutti Massimo Bossetti: in questo articolo, nell’evidenziare la crescente disinformazione sulla vicenda, qui stigmatizzata sin dai primi tempi, mi permettevo di ascriverla espressamente all’assenza di qualsivoglia elemento probatorio concreto che potesse giustificare la carcerazione del sig. Massimo Bossetti.
In quell’occasione avevo altresì evidenziato una forte somiglianza della vicenda mediatico-giudiziaria relativa al sig. Bossetti con la celebre fiaba di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore, segnatamente per la nonchalance con la quale il sovrano della fiaba, conscio di essere in mutande, continuava tronfio a sfilare tra la folla.

I frequentatori abituali di questo blog saranno certamente già a conoscenza delle ultime informazioni emerse, in particolare della clamorosa non corrispondenza del DNA mitocondriale di Ignoto1 con quello di Massimo Bossetti, evidenziata non dai periti della difesa, ma dall’ultima relazione depositata dai consulenti della pubblica accusa, ed in particolare dal Dott. Carlo Previderè.
Tuttavia, dal momento che in questa sede abbiamo sempre cercato di procedere per gradi al fine di collocare ogni elemento in quadro più ampio, non rinunceremo neppure stavolta all’analisi delle notizie e pseudonotizie susseguitesi negli ultimi tempi.

Perdonate l’ironia racchiusa nell’immagine introduttiva, essa nasconde invero un’indicibile amarezza.
Ci siamo lambiccate il cervello immaginando una ricostruzione degli eventi che spiegasse un trasporto accidentale di materiale organico, ed in effetti siamo riuscite anche a trovare una cospicua casistica scientifica (nell’articolo Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno abbiamo anche inserito specifiche tabelle con dati tecnici, tratte da una nota pubblicazione nell’ambito della genetica forense) e giudiziaria, che non manca di episodi eclatanti.

Naturalmente non ci rimangiamo nulla di quanto scritto fino ad ora, in quanto ci siamo sempre preoccupate di proporre ipotesi giuridicamente e scientificamente accurate, che restano dunque del tutto valide.
Dobbiamo però dire, a questo punto, che proprio nel nome dell’accuratezza delle informazioni e intimorite dalla prospettiva di potere, ventilando ipotesi infondate, arrecare al sig. Bossetti più danni che benefici, abbiamo sempre cercato di respingere in fondo allo stomaco il dubbio di un errore di laboratorio commesso a monte, perché sarebbe stato troppo anche per noi, ipercritiche nei confronti degli investigatori e diffidenti verso la Procura, credere che si lasciasse marcire un uomo in galera per una questione che si riduce al detto “mors tua vita mea”.

Certo lo avevamo ipotizzato, ma più per esorcizzare il pensiero di una simile bestialità che per la convinzione che stesse avvenendo davvero.
Avevamo tuttavia più di una volta, sia pure con discrezione, lasciato trasparire la possibilità di un errore in tal senso, specie dovuto a contaminazione, sottolineando come la cosa, sempre rabbiosamente respinta da opinionisti e presunti esperti negli ultimi mesi, non avrebbe certo costituito una novità nel panorama investigativo e giudiziario nostrano. Gongolare non fa onore e, a dire il vero, non è nemmeno giunto il tempo per farlo, nonostante si possa ormai affermare con sufficiente tranquillità che la traccia biologica che da sette mesi tiene (peraltro indebitamente, vedi qui: AAA cercasi “un giudice a Berlino”: perché la mancata scarcerazione di Bossetti dovrebbe preoccupare tutti noi) in carcere il signor Bossetti, è quantomeno –nella più rosea delle prospettive che si profilano ormai all’orizzonte della pubblica accusacontaminata, dunque inutilizzabile e priva di qualsivoglia valore probatorio.

In ogni caso, finché il sig. Massimo non sarà “dissequestrato”, come ha simpaticamente scritto Luca, un iscritto al nostro gruppo facebook, in un suo commento, e non verrà prosciolto da ogni accusa, non si mangeranno confetti in questa casa.

Deve essere anche chiaro che la nostra scelta di attendere ed auspicare l’immediata, specie alla luce delle ultime risultanze, scarcerazione di Massimo Bossetti non è frutto di simpatie o prese di posizione personali, né tantomeno del fatto che siamo un club di persone invasate e sovversive, come la Dott.ssa Matone, magistrato, sembra considerare (vedi l’articolo Libera espressione: chimera o realtà?) i promotori di gruppi in difesa di questo o quell’indagato.
Dal canto nostro, siamo liete per le grandi e inattese manifestazioni di stima ricevute da più parti nel corso dei mesi, ma qualora ce ne fosse bisogno ricordiamo che abbiamo sempre perorato questa causa senza alcun tornaconto, diretto o indiretto, e per pura convinzione e idealismo personale.

Questo blog è il frutto del lavoro individuale e collettivo di una serie di persone che hanno deciso, dopo aver letto l’ordinanza di custodia cautelare del GIP Ezia Maccora, considerandola, ad onta del linciaggio mediatico senza pari, assolutamente fumosa, di voler discutere il caso, partendo dai propri dubbi, per capirne di più.

Nonostante alcuni di noi abbiano una formazione giuridica, in questa sede abbiamo cercato di valutare la questione sia dal punto di vista formale, sia da quello sostanziale, cercando di ricostruire i fatti: certamente, possiamo allora dire che dietro il nostro progetto c’è di più del semplice garantismo, perché mentre il garantismo è una questione meramente “formale”, noi siamo altresì convinte, sulla base di osservazioni alle quali abbiamo dedicato uno spazio considerevole, dell’innocenza sul piano fattuale del signor Bossetti.
E noi non crediamo a Massimo Bossetti -attenzione!- al fine di ostacolare il corretto svolgimento delle indagini né tantomeno per partito preso, ma gli crediamo per la semplice constatazione del fatto che in oltre sette mesi questa indagine non è riuscita a darci una sola ragione per la quale non credergli, ma anzi ha fatto di tutto per renderci sempre più convinte di quanto già pensavamo.
Nel già menzionato articolo Libera espressione: chimera o realtà?, in particolare, abbiamo individuato e discusso, tra il serio e il faceto, otto pseudonotizie spacciate per indizi a carico del sig. Bossetti dai nostri media, e in realtà autentiche fanfaluche, alcune delle quali molto imbarazzanti; al fine di capire meglio quanto accaduto negli ultimi tempi, è arrivato il momento di offrirvi qualche “nuova” (si fa per dire, perché giornali e Procura di Bergamo sembrano affetti da un’inguaribile carenza di fantasia) perla, ed in particolare di coglierne il meccanismo crono-logico di fondo, ormai chiaro a qualsiasi osservatore dotato di un Q.I. superiore a quello del fratello scemo di Mr. Bean.

Come affermato anche dall’Avv. Claudio Salvagni in un’intervista rilasciata in data 19 dicembre al Garantista con il titolo “Basta sciocchezze Tv, così rovinate un uomo” (http://ilgarantista.it/2014/12/19/lavvocato-di-bossetti-basta-sciocchezze-tv-cosi-rovinate-un-uomo/) la “macchina del fango” si è sempre attivata prontamente ogniqualvolta stessero emergendo o fossero emersi elementi a favore di Massimo Bossetti, da ultimo l’assenza di qualsivoglia riscontro negli accertamenti tecnici condotti su auto, furgone, oggetti sequestrati, telefoni cellulari.

Crediamo che questa dinamica sia ormai chiara a chiunque segua con attenzione il caso, ma di recente il tempismo e i contenuti delle pseudonotizie/veline della Procura sono stati così profondamente imbarazzanti che crediamo valga la pena di riportarli, foss’anche per non togliere ai nostri affezionati lettori il piacere di una sana risata.
In data 12 dicembre i giornali hanno diffuso, un po’ sottovoce ma su questo soprassediamo, la notizia del fatto che è stata depositata la perizia su auto, furgone e oggetti sequestrati a Massimo Bossetti, i cui risultati parlano chiaro: non è stata trovata nessuna traccia riconducibile a Yara.

Una certezza, questa, che non può essere rigirata in alcun modo, trattandosi di un accertamento tecnico irripetibile e regolarmente condotto in contraddittorio.
Appena qualche giorno dopo, in data 16 dicembre, sono arrivati i 180 giorni dal fermo, e con essi è scaduto il termine utile per la richiesta di giudizio immediato, che non è stato chiesto.
Un fatto, questo, di significato e peso notevole.
Il giudizio immediato viene chiesto, ai sensi dell’art. 453 c.p.p., “quando la prova appare evidente”.
La mancata richiesta di giudizio immediato, indica dunque che neppure la Procura di Bergamo ritiene di avere in mano prove evidenti a carico del sig. Bossetti.

I più attenti ricorderanno che per settimane, dopo il fermo del sig. Massimo Bossetti, venne strombazzata ai quattro venti la notizia secondo la quale sarebbe stato chiesto il giudizio immediato.
Le cose, evidentemente, non sono andate così, e il tempo ha dato ragione ai pochi che avevano sempre avuto l’ardire di sostenere che la Procura di Bergamo non avesse in mano nessun autentico elemento probatorio idoneo a superare il vaglio processuale.
Dal momento che per mesi e mesi era stato sostenuto l’opposto, in un mondo ideale ci sarebbe aspettato, il 17 dicembre, qualche articolo giornalistico pronto a fare mea culpa. D’altronde, se dispongono di prove solide, se tutto è chiaro sulla colpevolezza di Massimo Bossetti, per quale motivo non chiudere i faldoni e andare a giudizio?

Ma ecco che accade la sorpresa (si fa per dire), e il 17 dicembre la mancata richiesta di giudizio immediato viene, secondo i soliti moduli ormai noti, coperta con una velina che ha letteralmente dell’incredibile.

Esordiamo nella nostra analisi sottolineando che il modus operandi manifestato nella diffusione ad arte di veline, ha seguito un criterio davvero scientifico, anche se non per veridicità: sembra infatti rispondere perfettamente al terzo principio della dinamica (3ª legge di Newton).

La 3ª legge di Newton può essere espressa formalmente così: 

Le forze si presentano sempre a coppie. Se un oggetto A esercita una forza F su un oggetto B, allora l’oggetto B eserciterà sull’oggetto A una forza -F uguale e contraria”

o in termini più correnti:

“Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”

Dopo questa chicca scientifica possiamo iniziare la nostra puntata.

Non vogliamo illudere i lettori con la vana speranza di un nuovo elemento, e allora diciamo subito che il 17 dicembre, mentre tutto tace sulla mancata richiesta di giudizio immediato, rispunta, a partire dalla Stampa, la solita e sempre più imbarazzante minestra (sur)riscaldata del furgone bianco, per l’occasione con un vestitino seminuovo: i giornali e la TV ci informano di “nuovi filmati” che mostrerebbero “il furgone di Massimo Bossetti per ben un’ora ripreso a circolare nei pressi della palestra di Yara dalla videocamera di sorveglianza di un distributore” e soprattutto, cosa più divertente di tutte, “riconosciuto grazie ad una macchia di ruggine”.

Smentire la notizia è molto semplice: soprassediamo sul “riconoscimento furgoni a mezzo ruggine” (noi, poco avvezze alle nuove diavolerie delle indagini avvenieristiche, eravamo convinte che gli autoveicoli si riconoscessero sulla base della targa), che riportiamo solo al fine di scatenare l’ilarità dei lettori, e limitiamoci ad evidenziare che la notizia non può essere vera per due motivi semplicissimi.
Anzitutto la videocamera del distributore nei pressi della palestra non può mostrare nessun furgone che gira “intorno alla palestra per un’ora”, in quanto per ragioni di privacy tale videocamera “guarda” esclusivamente all’interno dell’area di servizio.
Dunque, a meno che un furgone non sia rimasto per un’ora a far benzina, quella videocamera non può aver ripreso nessun furgone “per un’ora” né tantomeno “circolare vicino alla palestra”.

L’unica cosa che può aver ripreso è uno delle decine e decine di furgoni che ogni giorno, transitando sulla strada principale di Brembate, si fermano a far benzina. In secondo luogo, non c’è nessun “nuovo filmato” né dai filmati non può saltar fuori nulla di nuovo, perché i filmati sono stati acquisiti 4 anni fa (si resettano dopo qualche mese), dunque ciò che mostrano ora è esattamente ciò che mostravano prima, ossia nulla, tanto che proprio l’assenza di qualsivoglia ancoraggio che consentisse un’indagine “tradizionale” ha portato a spendere sette milioni di euro, riesumare morti, prelevare campioni di DNA alla cieca per anni.

Pensate che le fandonie siano finite qui?
Magari!

Il Giornale ha voluto strafare pubblicando “le foto” (in realtà una sola) che “inchiodano Bossetti” mostrando il suo furgone a Brembate per 50 minuti prima della scomparsa di Yara.
Così, perlomeno, in data 17 dicembre, leggevamo sulla pagina facebook del Giornale.

mgb Alla ricerca di emozioni forti, aprivamo l’articolo, e lì scoprivamo, finalmente, la foto “che inchioda Bossetti” mostrando il suo furgone a Brembate nei 50 minuti precedenti alla scomparsa di Yara.
Eccola:

foto-furgone Non è uno scherzo, secondo Il Giornale questa foto mostra il furgone di Bossetti a Brembate in un orario compreso tra le 18 e le 18,55 circa, in data 26 novembre: è noto a tutti, infatti, che in quell’orario e in quel periodo dell’anno sia pieno giorno!

In realtà, come può essere verificato tranquillamente, c’è solo una cosa vera in quanto scritto: il furgone della foto appartiene a Massimo Bossetti.
L’immagine non risale, ovviamente, al 26 novembre di quattro anni fa, ma a pochissimo tempo prima del fermo, e non è ripresa da una videocamera vicina alla palestra: è un’immagine di google maps mostrante il furgone di Bossetti, nell’anno 2014, parcheggiato accanto all’abitazione del fratello, a Brembate.
L’immagine non è in alcun modo utile all’accusa, anzi tende ad essere utile alla difesa, in quanto mostra chiaramente che ben dopo la scomparsa di Yara il sig. Bossetti era solito passare per Brembate.

Non dobbiamo neppure sorprenderci, in quanto appare ormai chiaro che la trattazione mediatica della cronaca nera è ridotta a poco più che ad una squallida barzelletta.

Tra faide familiari, parenti serpenti, cani cercati (e di questo siamo felici pur dissociandoci dal modus operandi dell’associazione AIDAA e del suo presidente), supertestimoni passati da Medjugorje, immagini piangenti, inversioni di tendenza e, finalmente, cani ritrovati, nulla di strano che trovi spazio anche un furgone uscito direttamente dalla prima, storica serie del 1984 nota in Italia come Transformers.

Tale furgone, oltre a cambiare colore, catarifrangenti, serbatoio e forma dei fari ha evidentemente anche la facoltà di autoigienizzarsi e sterilizzarsi da solo.

Per capirci meglio, in data 9 gennaio Tiziana Maiolo ha pubblicato un interessante articolo su Il Garantista, che dato voce ad una serie di crescenti preoccupazioni e perplessità sul caso Bossetti, evidenziando il fatto che, ad onta del gran parlare di furgoni, sul furgone di Massimo Bossetti, pure rivoltato come un calzino, non si è trovata neppure una minuscola traccia di Yara.

Ci permettiamo dunque di riproporre la domanda della Maiolo: “I dati di fatto ci dicono che né sull’auto né sul furgone di Bossetti sono state trovate tracce di Yara. Quindi, se il muratore è colui che l’ha rapita, l’ha portata via a piedi o in canna a una bicicletta?”

Ora ci chiediamo: “cui prodest” tutto ciò? A chi può arrecare beneficio questo caos di informazioni distorte? I media esercitano un potere non indifferente sulle masse, e purtroppo anche sull’animus dei giudici.

Allora viene da pensare e da dire, senza timore di sorta, che non può ridursi tutto al bilancio delle vendite di materassi e impianti doccia che nel giro di qualche giorno torneranno a prezzo pieno; c’è sotto qualcosa di più grosso.

Certo è che la cronaca nera è calamita di attenzione morbosa da parte del grande pubblico e quindi fonte di grossi guadagni ma è altrettanto vero che, specialmente nei casi che non si risolvono con una confessione o con una pistola fumante tra le mani, diventa un grosso aiuto affinché le forze dell’ordine e gli inquirenti arrivino all’agognato epilogo.
E non ci sarebbe alcunché di sbagliato se il giornalismo si limitasse a narrare i fatti avvenuti senza prendere posizioni e evitasse di pontificare.
Ma purtroppo non è così. Si assiste ogni giorno ad un uso scorretto della professione (per chi è della professione aggiungo) che diviene abuso e noi, poveri don Chisciotte, ci ritroviamo inevitabilmente a portare avanti la nostra battaglia contro i mulini a vento.

Tra l’altro, come ben spiegato nel già citato e apprezzatissimo articolo di Tiziana Maiolo, le pressioni subite da Massimo Bossetti sono quanto di più indicativo possa esserci dell’assenza di prove a suo carico.

Ne riportiamo, a beneficio dei lettori, i punti salienti, che spiegano in modo davvero magistrale i motivi che ci spingono, da mesi, a ritenere questa situazione e l’intera vicenda inaccettabile:

“Alla fine lo dice anche lui: “Dal 16 giugno, il giorno del mio arresto, le hanno provate tutte per farmi confessare. Speravano che prima o poi sarei crollato… Ho ricevuto pressioni fortissime, hanno cercato di convincermi in ogni modo a confessare, hanno provato a allettarmi con il conto degli anni…”.
Lo dice anche lui, per la prima volta, Massimo Bossetti, indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio, in un’intervista a Repubblica.
Non è un processo per fatti di mafia, il suo, né per terrorismo.
Pure, manca solo l’applicazione dell’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario e il trattamento sarebbe completo. In lingua italiana si chiama “tortura”.
L’isolamento per 134 giorni, sei mesi di custodia cautelare, la gogna mediatica con la diffusione di notizia pruriginose sulla sua vita personale, su quella di sua moglie e quella di sua madre, le minacce e le violenze subite da lui e dai suoi familiari.
E la pressione continua, insistente, soffocante, perché confessi, alla faccia della presunzione di non colpevolezza prevista dalla Costituzione.
Lui resiste come solo gli innocenti sanno fare, a meno che non siano terroristi o mafiosi. (…) Nella data dell’anniversario della scomparsa di Yara, alla fine di novembre, il pubblico ministero aveva organizzato una grande parata trionfale, presentandosi all’interrogatorio dell’indagato con un corteo di accompagnatori gallonati (…)
E’ vero, c’è la coincidenza del DNA, ma non è una prova dell’omicidio, al massimo può comportare il fatto che ci sia stato un contatto (diretto o indiretto) tra l’indiziato e la vittima. Oltretutto, se non sarà possibile, per mancanza di materiale genetico, ripetere l’esame con la presenza dei periti della difesa, al dibattimento questo indizio sarà molto indebolito.
Ma soprattutto, vien da chiedersi, se gli inquirenti ritengono che quella del dna sia una prova solida, perché non andare al processo con il rito immediato? Perché insistono tanto sulla confessione se ritengono di avere ben altre frecce nel proprio arco? (…)
La situazione pare destinata ad un inquietante immobilismo.
Il mito fideistico della prova scientifica non ha trovato finora altro supporto probatorio.
La vita del carpentiere quarantenne è stata, come lui stesso ricorda nell’intervista, radiografata in ogni suo lato: non è stato trovato nulla, né prima né dopo la morte di Yara, che possa gettare ombre sui suoi comportamenti. Massimo Bossetti non è un pedofilo, non ci sono tracce di violenza sessuale sul corpo della ragazzina, non c’è movente plausibile per quell’omicidio (…).
E allora? Fatevi una bella autocritica, cari magistrati inquirenti con annesse forze dell’ordine che tanti errori hanno fatto nelle indagini fin dal primo giorno, quel 26 novembre del 2010, quando Yara sparì e non si sapeva neppure se fosse viva o morta. Fate l’autocritica e cominciate con lo scarcerare Massimo Bossetti, invece di torturarlo per un’improbabile confessione. Il 25 febbraio ci sarà la discussione in cassazione, dove i giudici, dopo i dinieghi del gip e del tribunale del riesame, dovranno decidere sulla richiesta di scarcerazione presentata dal legali di Bossetti.
Ci sarà un giudice a Berlino? A noi basterebbe un giudice Corrado Carnevale ad applicare la legge.”

In attesa del nostro giudice a Berlino, comunque, portiamo avanti la nostra trattazione e vediamo un altro interessante caso di applicazione della terza legge di Newton.

Qualche tempo fa, il pool difensivo del sig. Massimo Bossetti, ha fatto sapere di star seguendo una pista alternativa.
Per una trattazione più puntuale dell’argomento, vi rimandiamo all’articolo C’è una testimone che scagiona Bossetti, pubblicato su Il Garantista e ripreso in questo blog: ai fini del nostro articolo, ci limitiamo a riassumere brevemente la vicenda.
Il pool difensivo ha rintracciato una donna (che, ci teniamo a sottolineare, non spunta dal nulla dopo quattro anni, ma già anni fa raccontò la vicenda) che anni fa aveva conosciuto un giovane operaio romeno in cerca di alloggio.
Questo operaio le raccontò di una ragazza, della quale si diceva innamorato, chiamata Yara. La donna, incuriosita dal nome, le chiese se si trattasse di una ragazza straniera, e lui rispose che no, era una ragazza minorenne della provincia di Bergamo, una ginnasta.

Il 26 novembre, giorno della scomparsa di Yara, il giovane operaio chiamò la signora, chiedendole se poteva andare da lei a fare la doccia perché in partenza per la Romania. Il giorno dopo chiamò la signora per dire di essere arrivato, ma la chiamata apparve brusca e frettolosa, tanto che la donna, stupita, provò a richiamarlo, trovando per tutta risposta una segreteria estera.
Tale testimonianza, come chiaro a chiunque legga integralmente l’articolo sopra citato, potrebbe essere dotata di fondamento, ma la Procura di Bergamo, innamorata della sua tesi, evidentemente conduce un’indagine a senso unico.
Ecco, infatti, cosa ha dichiarato a Sky l’Avv. Claudio Salvagni: “La Procura non ci è venuta incontro: avevamo chiesto un elenco di telefoni per vedere se questa persona fosse passata di lì ma ci è stato negato. Ricordo a tutti che il pm deve cercare anche gli elementi a favore dell’indagato.”

Bisogna a questo punto aggiungere una cosa: poco male se la Procura si limitasse a non cercare eventuali elementi a favore dell’indagato, il punto è che anche in questa occasione, dopo la diffusione della notizia sui giornali, si è attivato il solito meccanismo della “legge di Newton”: ebbene, a noi piacerebbe che la Procura smettesse di trincerarsi dietro uno squallido gossip e rendesse conto al Paese intero di cosa ha fatto e non fatto per quattro anni e di cosa sta facendo ora.
Ecco, infatti, che arriva la contromossa.

Notizia shock, titolano giornali e giornaletti, una supertestimone “spunta” e dopo quattro anni ricorda di aver visto Yara e Bossetti in auto nei pressi della palestra.
Peccato che le cose non stiano così: una donna, dopo quattro anni e mesi dopo lo stesso fermo di Bossetti, senza mai aver fatto prima una sola parola del fatto, sostiene di aver visto in un’auto un uomo biondo (che non ha alcuna certezza sia Bossetti) e una ragazza (che non ha alcuna certezza sia Yara).
Il sospetto di trovarsi di fronte ad una barzelletta di cattivo gusto è d’obbligo, e lo stigma va, in parti uguali, a chi ha dato in pasto ai media una simile “notizia” e a chi, cosciente del suo valore pari a zero, non solo l’ha pubblicata, ma l’ha altresì distorta incollandola all’indagato.

Per riassumere lo squallore della vicenda, ci permettiamo di inserire un ottimo commento, che condividiamo appieno, scritto su facebook da un amico, l’avvocato Arles Calabrò: “Alle tue riflessioni vorrei aggiungere un mio pensiero. Potrei farlo in modo diplomatico, moderatamente, come si addice a tutte le persone sagge (forse un po’ bugiarde), ma in realtà lo voglio esprimere in tutta sincerità , perché spesso, a mio avviso, il confine tra diplomazia e ipocrisia è davvero labile e non si può sempre far finta di nulla, essere falsi, moderati, diplomatici (soprattutto quando si parla della morte di una ragazza, della libertà di una persona forse innocente e della vita di intere famiglie: c’è un limite alla diplomazia e c’è anche un limite al disinteresse verso certe dinamiche.) Ovviamente anche questa testimonianza, come tu hai ben evidenziato, altro non è che una grande bufala (una delle tantissime) che ci hanno propinato per raggiungere un duplice obiettivo: chi ha diffuso la notizia cerca in tutti i modi possibili – anche con questo giochetto- di influenzare l’opinione pubblica (e i giudici) della colpevolezza di Bossetti, mentre chi l’ha resa pubblica, oltre a questo obiettivo, ha anche quello di fare quanto più audience possibile, o di vendere qualche copia in più. Ovviamente tutti coloro che l’hanno diffusa e tutti coloro che l’hanno resa pubblica sanno benissimo che si tratta di una notizia vera, ma palesemente gonfiata ad arte, visibilmente tendenziosa, che, per giunta, offende anche l’intelligenza di chi guarda certi programmi o di chi legge certi giornali. Un esempio per capirci meglio (si usa dire così, ma già so che noi ci capiamo benissimo). Anche nel caso della povera Elena Ceste si registrarono DECINE e DECINE di “testimonianze” di persone pronte a giurare di aver visto la povera donna in giro per l’Italia, (e nel mondo, addirittura), queste persone erano sicurissime e alcune di queste “testimonianze” furono riportate pedissequamente dai media, anche per intere settimane. Tantissimi programmi televisivi all’epoca camparono propinandoci a raffica queste notizie. Ovviamente tutti sapevano e sanno che si tratta di persone influenzate dai media, suggestionate, le quali, magari anche in buona fede, credono di vedere persone o cose che in realtà non si trovavano lì in quel momento. Per ogni caso mediatico di queste “testimonianze” ce ne sono DECINE E DECINE. Questo lo sanno benissimo coloro i quali diffondono la notizia ma lo sanno benissimo anche coloro i quali la pubblicizzano. Ma conviene loro far finta di niente e farle passare come “notizie bomba”, “novità clamorose”. Ieri un famoso programma televisivo intitolava: “clamorosa testimonianza”, “testimonianza choc di una donna che ha visto Yara e Bossetti parlare in macchina”. Ovviamente la signora in questione non ha alcuna certezza – e lo ha detto- che quelle due persone fossero realmente Yara e Bossetti, ma per i nostri giornalisti e per chi l’ha diffusa la notizia è “clamorosa”, “choc,” “bomba”. Con questo non voglio dire che tali testimonianze non vadano acquisite da chi di dovere (ogni strada va tentata, ci mancherebbe) ma voglio solo sottolineare la malafede di taluni e lo squallore che ormai inonda i nostri schermi. Le tragedie si trasformano in business (di ascolti e di copie vendute) e la forte sinergia tra taluni (quelli che diffondono le notizie) e talaltri (quelle che le pubblicizzano) è talmente forte che diventa quasi impossibile per i collegi difensivi replicare a cotante fandonie, idiozie, falsità, bugie e nefandezze. Un altro esempio. Poco tempo fa, come tu sai benissimo, sempre sullo stesso caso, molte testate giornalistiche intitolavano: “Incontrai Bossetti al cimitero, mi chiese se era bella la mia sorellina”. (testate nazionali, sia ben chiaro). Anche qui, l’obiettivo di chi diffuse la notizia e di chi poi la pubblicizzò era sempre lo stesso: chi l’ha diffusa voleva convincere il popolo (e i giudici popolari e togati) che Bossetti sia un pedofilo (o comunque uno a cui piacciono le bambine), mentre chi l’ha pubblicata aveva lo stesso obiettivo a cui si univa anche lo scopo di vendere quante più copie possibili. Ovviamente, anche in questo caso, la notizia era palesemente tendenziosa: la sorellina in questione aveva oltre quaranta anni e Bossetti si era limitato a fare un complimento alla signora, chiedendole, appunto, se la di lei sorella fosse affascinante come la sua interlocutrice. Un ultimo esempio. Dopo la notizia vera e di assoluta rilevanza relativa alla mancanza di tracce di Yara sul furgone, sugli oggetti, nell’auto ecc, con una puntualità davvero imbarazzante, dall’altra parte, ci hanno propinato un’altra notizia palesemente gonfiata e tendenziosa. Bossetti si sarebbe aggirato per 50 minuti con il suo furgone nei pressi della palestra di Yara proprio nell’orario in cui Yara sparì. Questa è un’altra notizia-immondizia. Non vi è alcun bisogno di aspettare il dibattimento, per verificarne la veridicità: palle di questo genere vanno immediatamente cestinate, respinte subito al mittente, perché hanno sempre e quell’unico obiettivo di cui sopra. In quella via, quel giorno, come ogni giorno, passarono centinaia di furgoni. E (e sottolineo se) anche Bossetti passò di là, passò unicamente per tornare a casa, quindi una sola volta (come faceva tantissime volte tornando dal lavoro). Questa ulteriore balla va smentita subito (e lo si è fatto), perché se lo si fa dopo è troppo tardi. E’ evidente che si tratta di notizie false e tendenziose tese a ingenerare nell’opinione pubblica (e nei giudici) la convinzione che quell’uomo sia colpevole. Le immagini di quelle telecamere sono in possesso degli inquirenti da ben 4 anni, quindi è davvero squallido che taluni (con una puntualità impressionante, cioè subito dopo le risultanze di cui sopra) ce le propinino dopo tutto questo tempo facendole passare come delle verità assolute quando anche il più ingenuo di tutti gli ingenui sa benissimo che identificare con precisione il furgone di Bossetti per 50 minuti nei pressi della palestra è praticamente impossibile. Potrei andare avanti all’infinito con questi esempi per sottolineare lo squallore che connota tutti (nessuno escluso) i processi mediatici: con il caso Bossetti, poi, a mio avviso, abbiamo davvero raggiunto la vetta assoluta. Ma tutti questi aspetti, tu già li conosci e anche meglio di me. Purtroppo le autorità che dovrebbero controllare (privacy, minori, comunicazioni) stentano molto ad intervenire e anche la stragrandissima maggioranza degli addetti ai lavori (avvocati, magistrati, criminologi ecc) si fanno appassionatamente i fatti loro, perché nessuno osa toccare questi due poteri fortissimi. Molto hanno paura, tanti altri sono servili e si inzittiscono per convenienza (le riflessioni, sul punto, sono sempre molto diplomatiche, moderate e, quindi, false). Il risultato? Il risultato è che la verità storica viene completamente stravolta da una veritià mediatica costellata da finti scoop, notizie palesemente false, gonfiate e tendenziose, tese unicamente a mostrificare la figura dell’indagato e ad ingenerare nell’opinione pubblica (e nei giudici) la convinzione che quello stesso soggetto sia davvero colpevole (ovviamente in mancanza assoluta di prove, perché laddove le prove ci fossero davvero non vi sarebbe alcuna necessità di avvalersi di questi squallidi giochetti).”

Crediamo che sul punto non siano necessari ulteriori commenti, oltre al sentito consiglio ai nostri lettori di farsi prescrivere dal proprio medico curante un buon antiemetico da assumere prima della lettura di alcuni giornali o la visione di alcune trasmissioni.

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Vorremmo però sottolineare un altro aspetto che si lega al suddetto meccanismo e che porta, appunto, alla sostanziale distorsione delle notizie originarie nel momento in cui rimbalzano da una fonte giornalistica all’altra.
Che non esistano più i giornalisti di una volta, autenticamente mossi da spirito critico e desiderio di informare, lo abbiamo detto tante volte: non esiste più, con buona pace di Hayek, neppure la concorrenza nel mondo del giornalismo.

Lo scopo di quanti si occupano di cronaca giudiziaria, ed in particolare di cronaca nera, infatti, non è quello di fare informazione, ma di restare nella cricca dei cronisti ammessi alla “indiscrezioni” degli inquirenti, vere o false che siano.

Così, accade che i giornali riportino tutti la stessa velina preconfezionata, spesso senza verificarne la veridicità, parandosi il sederino a vicenda, in quanto se qualcuno scegliesse, sciaguratamente, di allontanarsi per un attimo dalle sottane delle Procure, resterebbe privo della “notizia shock” (o la bufala shock) quotidiana con la quale compiacere i magistrati e solleticare la pruderie del popolino.
A titolo d’esempio, ci limitiamo a citare un caso relativo alla vicenda.

In data 22 settembre, La Repubblica, violando il segreto istruttorio e la privacy di un’intera famiglia, pubblicò stralci dell’interrogatorio a Massimo Bossetti.

In questo interrogatorio al sig. Bossetti (che nell’interrogatorio successivo, comprendendo l’andazzo, ha pensato bene di avvalersi della facoltà di non rispondere: ne approfittiamo per fargli i nostri più sentiti complimenti, dal momento che la sua buona fede è sempre stata travisata ed anzi ritorta contro di lui, come ben evidenziato nell’articolo Lo strano caso del muratore che acquistava materiali edili) vennero rivolte domande relative alla vita familiare, nonché alla vita sessuale con la moglie: uno squallore mediatico così eclatante che intervenne al Garante della Privacy imponendo il blocco alla divulgazione dell’articolo e redarguendo la stessa Procura di Bergamo.
Inutile dire che l’appello cadde nel vuoto.

Comunque, in questi stralci c’era anche un’altra domanda, eccola:

PM: come mai, Bossetti, ha avuto paura quando l’hanno portato in carcere?

Sull’acume della domanda evitiamo di commentare …”che è meglio”, direbbe qualcuno, ma la cosa incredibile è un’altra.
Dopo qualche giorno, questa domanda viene manipolata così tanto dai media fino a trasformarsi nella notizia-bufala secondo la quale Bossetti, impaurito, avrebbe cercato di scappare vedendo la polizia.
Smentire la notizia è semplicissimo: basta leggere l’ordinanza di non convalida del fermo. Non a caso il fermo non è stato convalidato, non sussistendo alcun pericolo di fuga giacché l’indagato non ha mai dato segno di voler fuggire.

ord.maccora ord.maccora1 Ma chi va a leggere l’ordinanza del GIP, e soprattutto a mettere in discussione i taglia e cuci di giornali e salottini? Nessuno.

Ed è così che dell’informazione non resta che una tomba.

Segnaliamo questo esempio anche per mostrare quanto i media abusino delle scarse conoscenze tecniche e settoriali, in questo caso giuridiche, della maggior parte dell’opinione pubblica (che non sa quali siano i presupposti richiesti per la convalida del fermo) per propinarle scientemente una marea di fandonie.

Per quanto riguarda un ultimo aspetto relativo alla questione della testimone della difesa e alla “legge di Newton” in azione, vorremmo anche sottolineare l’aplomb con il quale pare presentarsi la malattia del secolo: l’ipocrisia.
In un noto salottino televisivo, infatti, ecco che il conduttore afferma, con  palese tono di disapprovazione e un’espressione di disgusto, in opposizione alle dichiarazioni del dott. Denti che illustra la pista seguita nel corso di indagini difensive durante le quali sarebbe emersa l’esistenza di un uomo intenzionato a prendere in affitto un appartamento per sé e per la sua ragazza (una minore di nome Yara a suo dire), che a lui importa relativamente poco di Bossetti (e su questo non avevamo dubbi), poiché gli preme maggiormente non infangare la memoria di una ragazzina che non va “bollata” come una che poteva aver allacciato una relazione sentimentale alla luce della sua giovane età.

Respiro.

C’è mancato poco che, come un professore di matematica isterico, cacciasse Denti dall’aula.

Ora, qui nessuno ha dimenticato che una ragazzina che si affacciava alla vita è stata strappata agli affetti e nessuno vorrebbe mai che un assassino o comunque un molestatore restasse a piede libero.
Detto questo non capiamo l’ipocrisia, a senso unico peraltro, sia del conduttore che di altri commentatori-vendicatori-giustizieri del web, nel sostenere l’impossibilità assoluta di una storia d’amore giovanile che coinvolga un’adolescente laddove “lui” sia l’anonimo affittuario, mentre vige una necessaria e di comodo accettazione dello stesso medesimo fatto se questo si configura tra la stessa ed il Bossetti.

Agli occhi di una persona imparziale e dotata di onestà intellettuale in ognuna delle due ipotesi non si configura un comportamento immorale da parte della bambina in quanto tale, bensì da parte di qualsiasi adulto che intraprenda una relazione con una giovane donna non intellettivamente matura per vivere una situazione del genere.
Quindi questa ostentata moralità non è altro che ipocrisia vestita da buonismo da quattro soldi.

Ma vale la pena di soffermarsi anche su un altro paio di osservazioni.
La prima è che basterebbe essere un po’ meno ipocriti per notare come né la testimone della difesa, né gli appartenenti al pool difensivo, abbiano mai detto di essere a conoscenza di una relazione di Yara.
In effetti non c’è alcuna prova del fatto che Yara frequentasse qualcuno, né la testimonianza prospettata dalla difesa dice questo: la signora sostiene che il giovane operaio romeno dicesse, magari millantasse, di stare con una ginnasta di nome Yara, cosa diversa del fatto effettivo che stessero insieme.

Infatti, se quanto dichiarato dalla testimone fosse vero, chi ci dice che il giovane frequentasse davvero Yara e non fosse, piuttosto, qualcuno che ne era invaghito e profondamente ossessionato?

Anche un quadro di questo tipo sarebbe pienamente compatibile con la testimonianza della donna e anche altrettanto interessante ai fini investigativi.

Inoltre, mentre non si capisce cosa ci sia di offensivo nell’eventualità che ad una ragazza adolescente possa battere il cuore per un ragazzo comunque giovane, di qualche anno in più, cosa capitata a tutti nell’adolescenza, ben più strano è certamente sostenere che una ragazzina frequentasse un quarantenne sposato e con prole, cosa per giunta impossibile in piccoli paesini senza che la cosa finisca rapidamente sulla bocca di tutti.

Abbandoniamo ora media e ipocrisia e inauguriamo la seconda parte della nostra puntata. Il DNA mitocondriale di Ignoto1 non è di Massimo Bossetti: non lo diciamo noi, né lo dice una perizia di parte.

Sta scritto, nero su bianco, sull’ultima relazione depositata dal consulente dell’accusa, Dott. Carlo Previderè.

In realtà la relazione dice anche altre cose molto importanti: anzitutto mette definitivamente la parola fine sulla questione dei reperti piliferi.
Nessuno di questi, infatti, appartiene a Bossetti (anche se due appartengono alla stessa persona, non identificata, cosa che evidentemente alla Procura di Bergamo pare di poco conto).

Non solo: si è anche stabilito che è la parte minoritaria della traccia mista (Yara+Ignoto1) ad appartenere ad Ignoto1 e non, come erroneamente scritto fino ad ora, quella maggioritaria: prendiamo dunque atto di aver sempre avuto ragione nel sostenere che la traccia fosse esigua, e suggeriamo a chi, tra una foto e l’altra della piccola Yara in copertina oscenamente modificata con photoshop, titolava “Bossetti perse tanto sangue” (sic), di rinunciare alla cronaca nera, onde evitare di danneggiare persone e cose, e di tornare ad occuparsi di “tartarughe sexy” e slacciamento di reggiseni su For Men Magazine.

Tornando a noi, dalla relazione si scopre anche che il dna di Ignoto1 è terminato: nessuna possibilità di ripetere il test in contraddittorio, e sappiamo bene che l’estrazione fu compiuta illegittimamente, in assenza delle parti, ossia in violazione di quanto prescritto dal nostro codice di procedura penale.

Ma non è solo la traccia a non esistere più, perché il fatto clamoroso è che anche Ignoto1 non esiste.

Non esiste ora, e probabilmente non esiste da anni.

Il DNA mitocondriale, infatti, non è di Massimo Bossetti.

L’arrampicata sugli specchi di Procura e giornalisti, nel momento in cui scriviamo, è già cominciata.
Sostengono che sia sufficiente la corrispondenza sul DNA nucleare, che il DNA mitocondriale di Bossetti sia “sparito” perché coperto da quello di Yara.

Le cose non stanno così, e non stanno così per motivi ben precisi.
Il punto è che nella relazione non c’è scritto che  il DNA mitocondriale nella traccia denominata Ignoto1, non c’è: il DNA mitocondriale c’è, ed è anche del tutto “leggibile”.

Ha solo un problema: non è di Massimo Bossetti.

In natura, ovviamente, è impossibile che una medesima cellula abbia il DNA nucleare di un soggetto e il DNA mitocondriale di un altro: e allora cosa succede, fino a ieri la scienza non mentiva, ed oggi è diventata un optional?

Pur di non ammettere l’errore s’agitano e si dimenano, arrivando a sostenere che a causa delle intemperie un campione può degradarsi, ma ovviamente solo per quanto riguarda il dna mitocondriale, dimenticando che la cosa non risolve il problema, perché anche se a causa della degradazione un DNA mitocondriale può “sparire” di certo non può materializzarsene un altro, e dimenticando, per giunta del fatto che il dna mitocondriale si degrada molto meno rispetto a quello nucleare, in quanto protetto da una doppia membrana: una caratteristica, questa, che fa sì che si riveli utilissimo, in ambito forense, proprio in caso di campioni degradati.

Leggiamo ad esempio sul sito dell’Università di Tor Vergata, e proprio a firma del Prof. Emiliano Giardina, consulente della Procura, che:

“Per le sue proprietà biologiche il DNA mitocondriale rappresenta uno strumento importante per le applicazioni forensi. Consideriamo innanzitutto le caratteristiche morfologico-strutturali. In particolare, la doppia membrana del mitocondrio protegge efficacemente il DNA da rotture e danni indotti dagli stress ambientali. In aggiunta, la natura circolare del DNA garantisce una minore suscettibilità alle esonucleasi (enzimi che tagliano il DNA), permettendo alla molecola di DNA mitocondriale di conservarsi meglio nel corso del tempo. A tutto ciò si aggiunga il notevole vantaggio di poter disporre di un numero di genomi mitocondriali per cellula enormemente maggiore rispetto al DNA nucleare, aumentando le possibilità di successo della tipizzazione. Il mtDNA è spesso usato nei casi in cui il materiale biologico è degradato o disponibile in limitata quantità. ”
figura 1 Più chiaro di così: interessante come anche la scienza sembri piegarsi ad altro genere di interessi, modificando volta a volta le proprie regole secondo la convenienza.

E’ bene anche sottolineare, per chi dice che il DNA nucleare ha “maggiore potenziale identificativo”, che la cosa non è data dalla sua maggiore affidabilità intrinseca, ma solo dal fatto che è diverso in ogni soggetto, derivando sia dal ceppo materno sia da quello paterno, mentre il DNA mitocondriale è ereditato unicamente dalla madre e per giunta è uguale, ad esempio, tra madre e figli e tra fratelli.
Ma la cosa non ha, in questo caso, nessuna rilevanza: il problema infatti non è che il dna mitocondriale può essere di Bossetti o di persona a lui imparentata nel ceppo matrilineare, il problema è che il dna mitocondriale di Ignoto1 non è di Massimo Bossetti.

Se i processi italiani proseguiranno sulla strada della tecnicizzazione esasperata, a breve potremmo annoverare casi giudiziari con aneddoti migliori di quelli statunitensi, in cui sono celebri i casi di esperti di settore tecnico-scientifico che nelle aule dei Tribunali finiscono per dire l’esatto opposto secondo che, per l’occasione, siano consulenti dell’accusa o della difesa.

Ma è bene rimarcare che queste disquisizioni sono del tutto inutili.

E’ evidente che se cellule con la caratteristica di DNA nucleare e mitocondriale diversi non esistono in natura, semplicemente la traccia di “Ignoto1” non poteva essere, ab origine, come è oggi, dunque può ormai trovare spazio solo in un’ipotetica barzelletta sui carabinieri, non certo in un’aula di Tribunale.

Non si tratta del DNA di un soggetto, né di due DNA misti, ma di un DNA impossibile: se un DNA con tali caratteristiche non esiste in natura, non può che essere esito di un intervento umano (di matrice dolosa e colposa che sia, ai fini di quanto rileva oggi in questa sede non ha importanza).

E quale sia questo intervento umano, per giunta, non potremmo mai stabilirlo essendo terminati i campioni.

“Ignoto1” non è un DNA naturale, è un pastiche di laboratorio, esito di contaminazione o d’altro scenario, e nulla significa il fatto che il DNA nucleare continui a coincidere con quello del signor Bossetti, perché quel dna nel suo complesso, in origine e in natura, non poteva e non può essere così, dunque non sappiamo cosa ci fosse e di chi fosse la traccia originariamente presente sugli abiti della piccola Yara, né lo sapremo mai essendo terminato il materiale.

Certo sarebbe stato bello, in un’Italietta in cui nessuno ammette mai i propri errori, se fosse stata la stessa Procura di Bergamo (che ora sostiene l’impossibile e pensa di portare a dibattimento “mezzo DNA” inesistente in natura e acquisito in violazione delle garanzie procedurali) dinnanzi ad un’evidenza tanto eclatante, a disporre, non prima di avergli posto le dovute scuse, l’immediata scarcerazione di Massimo Bossetti.
La cosa avrebbe contribuito forse anche a dare, una volta tanto, il buon esempio ai cittadini italiani, da parte di chi dovrebbe essere preposto alla tutela del rispetto delle regole.

Ci sia consentito, a questo punto, di portare le nostre osservazioni alle estreme conseguenze, e di interpretare la reticenza ad ammettere un errore laddove è la scienza a metterlo nero su bianco come indice di consapevolezza, da parte di qualcuno, di essere ormai disposto a tutto pur di salvare la faccia.

Così, dopo la miracolosa transustanziazione di indizi in prove e di fandonie in indizi, siamo forse giunti al punto in cui si dovrà trasformare un DNA impossibile in natura in un DNA credibile.
Non possiamo allora che suggerire una consulenza del Divino Otelma, Primo Teurgo della Chiesa dei Viventi e Gran Maestro dell’Ordine Teurgico di Elios.

mago-otelma-2- Alla difesa suggeriamo invece, ben più seriamente, di valutare la possibilità che la non coincidenza del DNA mitocondriale fosse già nota a qualcuno e sia stata scientemente omessa per sette mesi, cosa che tra l’altro spiegherebbe, in buona misura, anche accanimento e torture psicologiche finalizzate ad ottenere dal signor Bossetti una confessione (di ciò che non ha fatto).
Il nostro suggerimento non è legato ad antipatia o semplice diffidenza nei confronti della Procura, ma ad una considerazione ben più tecnica, che riportiamo anche per i lettori. Sappiamo tutti che il DNA mitocondriale viene normalmente usato al fine di effettuare i test di maternità: infatti, il dna mitocondriale si eredita dalla madre ed è del tutto identico tra madre e figli.

Dall’ordinanza sembra però ricavarsi che il rapporto di maternità tra la signora Ester Arzuffi e “Ignoto1” non è stato effettuato, come da prassi consolidata, attraverso la corrispondenza del dna mitocondriale, ma attraverso il DNA nucleare (si parla, infatti, di marcatori autosomici e alleli). comparazione_Arzuffi_Ignoto1 Sarebbe davvero interessante scoprire se si tratta di una, per quanto strana e ironica, coincidenza, o se, consapevoli della non coincidenza mitocondriale, si sia ripiegato sul DNA nucleare omettendo la circostanza nella speranza che nessuno facesse verifiche più approfondite.

Posto che il DNA del soggetto noto (perdonate il gioco di parole) come “Ignoto1”, per quanto ci si ostini ad arrampicarsi sugli specchi, è semplicemente impossibile in natura, crediamo dal canto nostro che sia giunto il momento, per qualcuno, di ammettere l’errore.

Ovviamente, andare in dibattimento con simili risultanze significherebbe solo protrarre nel tempo una pagliacciata, per giunta in modo pericoloso per la libertà di un cittadino innocente.

L’articolo 3 della nostra Costituzione, nel sancire il principio fondamentale della dignità umana porta come corollario il principio secondo il quale l’individuo non possa e non debba mai essere ridotto a mezzo per il raggiungimento di fini esterni alla sua persona: sono stati spesi milioni di euro nella spasmodica ricerca, durata anni, di un sospettato sostanzialmente mai esistito.

Noi crediamo che gli errori siano abbastanza, e che non sia necessario salvare la faccia sacrificando un capro espiatorio.

Ci permettiamo di concludere il nostro articolo rivolgendo la nostra solidarietà e le nostre parole a Massimo Bossetti, nella speranza che il buon senso di qualcuno trovi al più presto la strada di casa e torni presto ad essere un uomo libero.

Caro Massimo, questo nostro articolo oggi è scritto con la consapevolezza di saperti dietro le sbarre, stremato, stanco e forse sulla via della rassegnazione, che per fortuna, cerchi di non intraprendere per la tua famiglia e, speriamo, per noi che crediamo, ormai a ragione, che tu non sia colpevole, ma vittima di un grosso errore.

Un uomo che ha fatto sempre parlare di sé, molto tempo fa, ha scritto un libercolo dal titolo “La storia mi assolverà”, nel quale esponeva le sue idee e i motivi per cui un giorno sarebbe stato “assolto” da tutte le accuse che gli venivano rivolte.

Dedichiamo a te questo titolo oggi.

E nel dedicartelo comprendiamo, oggi più che mai, che i più pericolosi, come ben mostra la Storia, sono sempre stati i “dotti” che si nascondevano dietro alla “massa”, per giustificare le loro “oculate” nefandezze. Illustri professori, giornalisti quotati, esimi uomini di scienza che, forse, dentro di sé pensavano che ci fosse sempre bisogno di un capro espiatorio, un qualcuno per qualche motivo alto che si sacrifichi per qualche sorta di “bene” astratto.
Queste credenze medievali, per cui esistono ancora potenti convinti di virare il destino dei più deboli, a nostro avviso, possono elegantemente andare a farsi fottere.

Ora dobbiamo occuparci del dissequestro di un uomo che ha il diritto di uscire di galera e di recuperare una parte della sua vita, rubata e distrutta senza umana pietà.

Riprendendo la tendenza degli ultimi tempi, nel nostro gruppo facebook in tanti abbiamo affermato “Je Suis Bossetti”, parafrasando la frase diventata celebre in segno di solidarietà alla redazione di Charlie Hebdo. jsCi teniamo però a sottolineare che non ci sarà nessuna puntata successiva intitolata “tout est pardonné“: non chiediamo vendetta, ma vorremmo vedere, alla luce delle ultime risultanze, meno arrampicate sugli specchi, e più occhi bassi da parte di chi dovrebbe, per decenza, uscire di scena.

E come a suo tempo propose la nostra amica e collaboratrice Dott.ssa Chiara Rimmaudo, chimica d’esperienza molto attiva nel nostro gruppo facebook e che in tempi non sospetti avanzò l’ipotesi di un “pasticcio di laboratorio”, chiediamo una legge che tuteli gli indagati dall’esecrazione della pubblica piazza, dalla gogna, dal linciaggio morale: chiediamo una legge che sia denominata, esemplarmente, “legge Bossetti”, che tuteli le troppe vittime di una giustizia morta e sepolta da tempo.

Gruppo facebook “Giustizia e verità: no all’accanimento mediatico contro Massimo Bossetti”: l’Italia che dice no ai linciaggi mediatici

In queste pagine, ho criticato duramente chi nel nostro Paese ha scordato i principi di civiltà e messo in atto una operazione di vero e proprio linciaggio mediatico ai danni di Massimo Bossetti.
Il giorno successivo al fermo di Bossetti, rimasi così sconvolta da alcune esternazioni che stavo leggendo in rete, che incitavano al linciaggio ed alla tortura di quest’uomo e perfino dei suoi bambini, che pubblicai sulla mia pagina facebook uno stato che vale la pena riportare pari pari:

“Non siete persone giuste né persone indignate, siete persone incivili e pericolose.
Questo è il mio secondo e ultimo stato sulla vicenda, poi calerà il mio “silenzio stampa” fino alla conclusione del processo, sempre se sarò ancora in vita, vista la durata dei processi nel Bel Paese.
Da ieri pomeriggio ci vuole un certo coraggio a guardare la home di facebook.
Invocare a gran voce, come state facendo, la pena di morte, la tortura, la lapidazione in nome della giustizia non solo non fa di voi delle persone migliori bensì fa di voi delle persone pericolose
Avete un concetto della giustizia rimasto fermo di qualche secolo: siete come quelli che andavano con il forcone a prendere a casa uno che era stato additato come “mostro”.
Vi dite pronti pronti a uccidere solo perché vi fanno vedere una foto in TV… e poi usate la scusa “i bambini non si toccano”, ma è solo un pretesto: perché il fatto che siate persone che invocano il linciaggio e la tortura nei confronti di una persona il cui volto è stato sì mostrato dai media… ma che ancora non ha subito nessun processo e, fino a prova contraria, potrebbe anche non essere colpevole.. mostra platealmente quanto odio nutriate, nel profondo, per la persona umana.
E allora mi viene il sospetto che la vostra indignazione sia tutta di facciata, e che questo ennesimo mostro da prima pagina le cui responsabilità non sono ancora state accertate sia solo un nuovo strumento, concesso al popolino affinché possa sfogare le proprie pulsioni più grette senza rimorsi e sensi di colpa, risparmiati dal comodo pretesto.
Io non so se questa persona sia colpevole o innocente, ma so che ancora nessuno lo ha accertato e questo mi basta e avanza per tacere.
E, di fronte a tutto ciò che purtroppo sto leggendo, come l’augurio di ottenere “giustizia sommaria” in carcere ad opera di altri detenuti, anche io vorrei fare un augurio a questa persona, e nello specifico gli auguro con tutto il cuore di essere colpevole, perché nel caso in cui non lo fosse non oso immaginare fino a che punto media e forcaioli telematici della prima ora abbiano potuto rovinare la sua vita.
Passo e chiudo.”

Quando scrissi questo stato su facebook, ancora non avevo letto (anche perché ancora non era stata emessa) l’ordinanza del GIP, dalla quale è partita la mia ricerca di fonti, attuali e passate, per cercare di ricostruire la vicenda.
Quando leggendo gli atti e facendo un controllo incrociato con altre fonti mi sono resa conto che i miei dubbi sulla colpevolezza di Bossetti erano infinitamente maggiori delle mie certezze, ho deciso di venir meno alla promessa che avevo fatto, cioè il “silenzio stampa”.

Il silenzio è un’arma a doppio taglio: da un lato offre una tranquillità di facciata, dall’altro si traduce in una forma di inerzia ed indifferenza che può rivelarsi deleteria.
Se tutti tacessero, se nessuno protestasse, se non si levasse mai alcuna voce contraria, non sarebbe possibile alcun progresso.

Così, ho deciso di creare un gruppo facebook, chiamato “Giustizia e verità: no all’accanimento mediatico contro Massimo Bossetti”: un gruppo nel quale esprimere e condividere dubbi, proporre ricostruzioni alternative, cercare spiegazioni e soprattutto stigmatizzare quei linciaggi mediatici che tanto costano, al nostro Paese, in termini di dignità.

Sono felice di aver scoperto, anche grazie a questo piccolo spazio virtuale, un’altra Italia: l’Italia di chi non ci sta, l’Italia di chi non tace, l’Italia che si oppone alla sopraffazione, l’Italia che preferisce la ragione alla forza bruta, l’Italia che solidarizza con un uomo che si proclama innocente e difende il suo diritto ad essere considerato tale fino a sentenza definitiva passata in giudicato.

Per questo, vorrei ringraziare singolarmente, anche se per questioni di spazio non farò i nomi, tutti gli iscritti, che volontariamente ogni giorno si impegnano nel portare avanti un sano ideale di giustizia e di garantismo.

Invito chiunque leggesse questo blog e fosse mosso da analoghi intenti ad aderire al gruppo, ed a tal fine ne presento anche qui il regolamento:

“Questo gruppo nasce allo scopo di vagliare e diffondere in una prospettiva strettamente garantista la vicenda mediatico-giudiziaria relativa a Massimo Giuseppe Bossetti, attualmente indiziato per l’omicidio della piccola Yara Gambirasio.
Il gruppo è aperto al dibattito ed ai più svariati apporti da parte dell’utenza, che potrà contribuire, con le proprie riflessioni, a vagliare materiale mediatico e/o documentale ovvero a proporre ipotesi alternative sulla vicenda, ricordando sempre che è severamente vietato inserire accuse rivolte a persone specifiche: nel caso in cui ciò dovesse avvenire, l’amministrazione declina ogni responsabilità.
Attualmente vi è un controllo sui post, ma è finalizzato unicamente ad evitare l’intervento in massa di provocatori: non appena ci conosceremo meglio ed il clima sarà più consono, questa misura verrà meno.
Il gruppo NON è finalizzato allo scontro tra “colpevolisti” ed “innocentisti”.
Il principio di rispetto della presunzione di innocenza che ispira il gruppo non è aggirabile in alcun modo: per questa ragione, eventuali post tesi alla sterile denigrazione del signor Bossetti e della sua famiglia, all’insulto o alla divulgazione di tesi colpevoliste non verranno approvati o, qualora inseriti tra i commenti, l’amministrazione si riserva la facoltà di eliminarli.
Il gruppo è esplicitamente finalizzato a sensibilizzare e dibattere sulla pressante questione del diritto alla presunzione di innocenza ed alla stigmatizzazione di processi mediatici di stampo medioevale.
Il gruppo continuerà a perseguire la sua attività informativa per tutto il tempo necessario, anche qualora questa vicenda dovesse protrarsi negli anni.”

“AVVISO PER CHIUNQUE FACESSE RICHIESTA DI ISCRIZIONE:
il gruppo è impostato come aperto affinché i suoi contenuti siano fruibili a tutti, nell’augurio che possano fungere da spunto di riflessione ed ulteriore ricerca.
Mio scopo primario è però anche garantire che il gruppo non degeneri, non divenga terreno di liti né piazza per ospitare gli strali dei colpevolisti che vorrebbero coprirci di insulti: stanno arrivando molte richieste di iscrizione da parte di persone con profili non riconducibili a persone reali, senza nome vero né alcuna foto, completamente blindati e soprattutto appena creati, cosa che mi fa pensare siano stati creati ad hoc.
Per evitare possibilità di degenerazioni mi riservo di NON accettare richieste di iscrizione provenienti da profili aventi queste caratteristiche.
Mi scuso per l’inconveniente, ma il gruppo è nato solo ed esclusivamente allo scopo di valutare criticamente i fatti relativi al processo (attualmente mediatico, in seguito molto probabilmente penale), alle accuse a carico di Massimo Giuseppe Bossetti, del quale questo gruppo mira a difendere la presunzione di innocenza e il diritto alla difesa, attraverso l’analisi di materiale giuridico e scientifico utile a tal fine.
Il gruppo NON è invece nato, ad esempio, per ospitare scontri, insulti, gossip, processi virtuali e simili: chi è interessato a tutto ciò troverà senz’altro ambiente più congruo nelle pagine facebook nate per insultare Bossetti o degenerate in tal senso, che a quanto pare facebook ritiene compatibili con le sue linee guida.

Questo gruppo batte bandiera garantista e NON intende cambiare rotta.

Tuttavia, qualora qualcuno per specifiche necessità volesse iscriversi al gruppo con profilo ad hoc e pseudonimo (ad es. parenti, conoscenti, o altre persone che per seri motivi non vogliono esporsi con il proprio nome) può contattarmi privatamente spiegandomi la situazione: in tal caso sarò lieta di accettare la richiesta di iscrizione e mi impegno sin da ora a garantire assoluto riserbo.”


Per chiunque volesse aderire:
https://www.facebook.com/groups/739418322785238/?fref=ts

Per chiunque volesse altrimenti contattarmi:
https://www.facebook.com/alessandra.pilloni.560
Oppure:
redbaroness@hotmail.it

Garantisti fino a tiratura contraria

Potrebbe sembrare quasi una contraddizione in termini che una testata giornalistica chiamata Libero sforni una serie di articoli che definire “manettari” è un generoso eufemismo, ma tant’è.
Cantava Gaber che “libertà è partecipazione”, ma l’unica partecipazione che sto notando, purtroppo, è quella di chi si sta accanendo con una protervia che rischia di diventare incomprensibile contro una persona che si dichiara innocente e non può rispondere alle accuse.
Un vero e proprio processo mediatico contumaciale, che ricorda amaramente un clima da Terzo Reich o, per par condicio politica, da STASI della fu Germania dell’Est.

Per quanto mi dispiaccia ammetterlo, nel senso che avrei probabilmente sperato in qualcosa di diverso, il quotidiano Libero, ad onta della sua fede garantista, sempre formalmente ribadita, non sta assumendo un atteggiamento propriamente tale in relazione a Massimo Bossetti.

Sebbene avessi già affrontato sia la questione relativa al DNA (vedi qui: / e qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/09/sbatti-il-mostro-in-prima-pagina-e-non-far-notare-le-incongruenze/ e qui: https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/06/finche-dna-non-ci-separi-il-senso-degli-italiani-per-il-garantismo/) sia quella relativa ad “indizi” che sembrano più altro storie di ordinario gossip (https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/07/bossetti-e-la-sentenza-della-corte-delle-comari/), stamane ho ribadito con un commento lasciato in calce ad un articolo pubblicato su Libero alcune delle cose già evidenziate.

L’articolo in questione, rinvenibile all’URL http://www.liberoquotidiano.it/news/11652026/Yara–cosi-Massimo-Bossetti-rischia.html, sosteneva che con l’interrogatorio di martedì 8 luglio Bossetti avrebbe fatto un “clamoroso autogol” dichiarando al PM di soffrire di epistassi, e dunque giustificando ed ammettendo in tal modo la presenza della traccia del suo DNA rinvenuta sugli indumenti di Yara Gambirasio, e riferiva inoltre un’ennesima “prova” data dal fatto che in data 26 novembre 2010 Bossetti sarebbe stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza mentre faceva benzina a Brembate sopra.

Il fatto che io non accetti il dogma del “colpevole per forza” non significa che debba abbracciare acriticamente quello opposto dell’innocente per forza.
Tuttavia mi sembra evidente che definire un “autogol” il fatto che un indiziato, che nella vita non è un genetista e presumibilmente di genetica non sa un bel nulla, provi a fornire una possibile spiegazione alla presenza del suo DNA sia quantomeno azzardato, nonché poco aderente alla realtà dei fatti.
Infine, non si capisce neppure come sia possibile che stiano trapelando i contenuti di un interrogatorio protetto da segreto istruttorio, ma per carità di patria, forse è meglio non interrogarsi troppo su questo ennesimo “mistero all’Italiana”.

Certo è che non sarebbe male recuperare un po’ di doverosa empatia e di senso di umanità, o si rischia di arrivare al paradosso che qualsiasi dichiarazione, quand’anche in palese buona fede, possa essere equivocata pur di avere un agnello sacrificale e/o di aumentare la tiratura del proprio giornale, naturalmente a spese del cittadino comune.

Siamo abituati a considerare i casi di cui sentiamo parlare nei media, con i loro vari corollari di pettegolezzi-ipotesi degli inquirenti-discussioni in salotti mediatici senza alcuna dignità né competenza-sentenze-condanne-assoluzioni come ombre distanti, o peggio come uno spettacolo al quale assistere, spesso con un malsano senso di morbosa curiosità.

Ciò che ci manca, in fondo, è la capacità di pensare, anche solo per un attimo, che dietro i martellanti servizi televisivi, le gogne mediatiche e giudiziarie di chi viene accusato di fatti che non ha o potrebbe non aver commesso, i titoloni allarmistici che svettano a caratteri cubitali sui quotidiani, ci sono delle persone in carne ed ossa, che quello che a noi appare come un patetico teatrino lo vivono sulla propria pelle.

Prima di riportare testualmente e a mò di lettera aperta quanto da me scritto come commento all’articolo su Libero, vorrei concludere con una riflessione.
Nel caso in cui io (o chiunque propenda per l’innocenza di questa persona, e ribadisco la parola persona, che in troppi hanno pensato bene di dimenticare), dovessi aver torto, non avrò nulla di cui rimproverarmi, perché ho agito unicamente in conformità con la presunzione di innocenza dovuta ad ogni individuo in quanto tale fino al terzo grado di giudizio.

Ma nel caso in cui dovessero avere torto tutte quelle persone che hanno avventatamente sputato la propria spazzatura interiore contro quest’uomo solo perché questo suggeriva la grancassa e perché ogni tanto, diciamolo, l’opinione pubblica ha bisogno del mostro contro il quale sfogare le proprie pulsioni represse, allora sì, qualcuno dovrà davvero rimproverarsi: e, se questi qualcuno avranno una coscienza, dovranno chiedere scusa in ginocchio a quest’uomo, a sua moglie e ai suoi figli, anche se è più probabile che sceglieranno di tacere con la coda fra le gambe: perché, in fondo, si alza la voce solo con chi non può difendersi.

Ecco il testo del mio commento:
“Gentilissima Redazione di Libero, mi rincresce dover prendere atto, leggendo i vostri articoli, del fatto che il garantismo del quale spesso parlate sia valido, evidentemente, solo per i politici.
Trovo il vostro articolo non solo estremamente fazioso, ma anche palesemente fuorviante e, oserei dire, ridicolo in alcune sue affermazioni.
Vedete, contro gli inermi si accaniva Fabrizio Maramaldo, il cui nome è oggi indice di scelleratezza e viltà per antonomasia: chi non è “un maramaldo” dovrebbe perlomeno avere l’accortezza di evitare processi sommari e senza contraddittorio a mezzo stampa, soprattutto di fronte ad un uomo che sta proclamando da giorni la propria innocenza e che, qualora fosse innocente, avrebbe la vita rovinata per sempre anche e soprattutto a causa della pseudo-informazione che viene propinata ai lettori.
Siccome io credo che la presunzione di innocenza valga sì per i politici, ma valga anche e soprattutto dinnanzi ad un semplice operaio che di certo non ha gli strumenti economici e culturali della Procura per potersi difendere, mi permetto di sottolineare ciò che a mio parere è scorretto nel vostro articolo:
1-Bossetti, ammettendo di soffrire di epistassi, ha ammesso platealmente che la traccia ematica isolata “sugli slip” di Yara è sua.
Davvero?
Da quando Bossetti da muratore è diventato genetista? L’inusitata trasformazione è avvenuta in questi 24 giorni di carcere?
Non credo ci voglia molto a capire che, dal momento che allo stato attuale Bossetti risulta essere stato identificato con Ignoto1 abbia cercato semplicemente di fornire una spiegazione alternativa alla presenza del suo DNA.
Inoltre, per eccesso di zelo, vale la pena di precisare che il DNA di Ignoto1 non è stato isolato propriamente sugli slip di Yara, ma sui leggings, attarverso i quali ha contaminato anche la sottostante parte degli slip.
Quindi la traccia (presumibilmente) ematica isolata sugli abiti di Yara è “esterna”, cosa che rende assai meno difficile spiegarne la presenza e una eventuale trasmissione accidentale.
Che si tratti di un autogol è un’affermazione priva di riscontri: Bossetti ha fornito una spiegazione alternativa, ma ciò non esclude che possa essere ripetuto il test del DNA (cosa che infatti la difesa ha chiesto di fare), e nell’ipotesi in cui risultasse che vi è stato un errore e non vi è coincidenza tra i DNA non vedo come la spiegazione alternativa proposta da Bossetti dovrebbe inficiare il test.

2- cito testualmente: “una ricostruzione in primis paradossale, difficile da prendere in considerazione”… Avete già sentenziato? E su quali basi?
Credete che sia da escludere che un muratore possa perdere un taglierino o gli possa essere preso da terzi?
Credete che si debba soprassedere sul fatto che la traccia di DNA sia stata isolata, come dice la stessa ordinanza del GIP, in un’area attigua ai margini recisi degli indumenti, cosa che rende plausibile una trasmissione attraverso arma da taglio?
O credete che ci si possa arrocare solo ed unicamente nella convinzione colpevolista della nuova Fede nel Mistero del Santissimo DNA, che per dogma inconfutabile a pena di rogo per eresia afferma che il DNA derivi necessariamente da un taglio procuratosi dal killer durante l’aggressione?
Nessuno ha verificato che dalle relazioni peritali come citate nell’ordinanza del GIP sulla povera Yara non sono state riscontrate lesioni tipicamente da difesa, cosa che rende improbabile l’ipotesi di una colluttazione nella quale il killer possa essersi ferito?
O si nota solo ciò che si vuole per fornire al popolo la strega da bruciare al rogo, dimentichi di ogni principio di umanità e dei nostri principi costituzionali?

3- Passiamo alla clamorosa novità delle telecamere di sorveglianza che hanno ripreso Bossetti proprio quel giorno a far benzina “vicino alla palestra”.
Vicino quanto?
E soprattutto, quanti distributori di benzina ci sono a Brembate Sopra?
E’ un paesino così piccolo che mi sorge il legittimo dubbio che ci sia solo un distributore o, in alternativa, che distributore “vicino” non significhi proprio nulla, giacché in una piccola realtà geografica tutto rischia di essere vicino a tutto.
Sappiamo che Bossetti passava spesso a Brembate Sopra, ci passava tornando dal lavoro e spesso vi faceva delle commissioni o andava a trovare suo fratello o a parlare con il suo commercialista, che vivono lì.
Non vedo perché fermarsi a dire che Bossetti è stato ripreso quel giorno: fosse stato ripreso solo quel giorno sarebbe forse un indizio (in realtà assai labile, visto che né l’istruttrice di ginnastica né le atlete ricordano di averlo mai visto nei pressi della palestra, secondo quanto da loro detto ai CC), ma sarebbe bene verificare che non ci passasse tutti i giorni, come d’altronde non ha mai negato di fare.
Allora, le guardiamo per intero le telecamere di sorveglianza, o continuiamo a crocifiggere sulla base di “indizi” sempre più discutibili un uomo che si dichiara innocente e ha tutto il diritto di essere ritenuto tale fino al terzo grado di giudizio??

Garantismo, signore e signori… che bella parola dimenticata…”

Chissà che un giorno il nome di Bossetti non divenga, insieme a quello dei tanti Tortora, dei tanti Zornitta, dei tanti Girolimoni, simbolo di una battaglia di civiltà giuridica che appare sempre più doveroso portare avanti.
Ai posteri l’ardua sentenza.

Alessandra Pilloni

 

“Sbatti il mostro in prima pagina” (e non far notare le incongruenze)

Spesso, quando “dolce e chiara è la notte e senza vento”, mi capita di fare un sogno ricorrente: sogno di vivere in uno Stato in cui il principio secondo il quale “la legge è uguale per tutti” sia qualcosa di più di una semplice frase su carta ingiallita, quasi ridotta, oramai, ad una sorta di grida secentesca di manzoniana memoria.
Ma ecco che, ogniqualvolta questo idillio onirico torna a farmi visita, è bruscamente ed inesorabilmente interrotto da un incubo che vi si sovrappone: ed è così che mi ritrovo a dover fare i conti con Gian Maria Volonté, nelle vesti del redattore capo Bizanti, ed a vedere il misterioso monito “la legge è uguale per tutti” riveduto e corretto, alla maniera orwelliana, dall’inquietante prosieguo “…ma qualcuno è più uguale degli altri”.

Proprio mentre scrivo questo articolo, il notiziario mi informa, in effetti, di un tweet del premier Matteo Renzi, che con riferimento alla condanna a un anno a carico di Vasco Errani per falso ideologico, ricorda che “finché non c’è sentenza passata in giudicato un cittadino è innocente”.

Per quanto possa sembrare strano, ciò che scrive Renzi è proprio vero: lo dice il secondo comma dell’articolo 27 della nostra Costituzione.
“Si chiama garantismo”, chiosa Renzi nel suo tweet, ancora una volta a ragione.

Eppure, c’è una nota stonata in tutto questo.
Non fraintendetemi, questo blog fa del garantismo per tutti il proprio vessillo: certamente, però, è un vero peccato che questo principio sacrosanto sembri valere solo per i politici, mentre per un semplice operaio possa essere saltato a piè pari anche dagli annunci di un Ministro.

Ed è a questo punto che l’incubo di cui sopra torna a farmi visita, con una domanda pressante: cosa è andato storto nell’evoluzione dei principi dello stato di diritto?

Mi scuseranno quindi, i gentili lettori, se da queste pagine preferisco rivolgere la presunzione di innocenza a chi è stata negata sin dal primo momento proprio da voci istituzionali.

In un articolo di qualche giorno fa (https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/06/finche-dna-non-ci-separi-il-senso-degli-italiani-per-il-garantismo/) ho già affrontato la tematica relativa ad alcune legittime perplessità alle quali, sia in generale sia nel caso di specie, la prova del DNA a carico di Massimo Bossetti sembra lasciare un certo spazio.
Questo perché, anche al di là di alcune inesattezze divulgate dai media che ho avuto modo di evidenziare (come ad esempio la notizia errata secondo la quale la traccia di DNA sarebbe stata isolata nella parte interna degli slip), alcuni dubbi si impongono inevitabilmente, come esito di palesi discrasie che si ricavano seguendo l’evolversi della vicenda e delle indagini sin dall’inizio.
L’articolo in questione , ovviamente, non pretendeva di esaurire  la tematica, sulla quale dunque mi sarà giocoforza tornare, in qualche modo, anche oggi.

Nell’articolo di cui sopra, avevo volontariamente dedicato pochissimo spazio alla tesi, sia pure in testa alle indiscrezioni e che, per giunta, io stessa in un gruppo facebook creato ad hoc proposi qualche giorno prima che cominciasse a circolare sui media, secondo la quale potremmo essere di fronte ad un caso di trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto.

Negli ultimi giorni, in particolare, questa ipotesi è stata avanzata a più riprese anche nel corso di alcune trasmissioni televisive, ad esempio dal Dott. Natale Fusaro, il quale ha altresì sottolineato come, qualora l’arma del delitto fosse stata un oggetto di Bossetti o di un terzo, quale ad esempio un attrezzo da lavoro, precedentemente utilizzato da Bossetti e sporcatosi con il suo sangue (sappiamo che Bossetti, oltre a fare un lavoro che di per sé espone a ferite ed escoriazioni, soffre di epistassi), potrebbe effettivamente essersi verificato un passaggio del DNA di Bossetti, attraverso l’arma del delitto, sugli abiti della piccola Yara.
Fusaro inoltre notava, non a torto, come nessuno si prenderebbe la briga di lavare un coltellino per l’edilizia qualora si sporcasse di sangue.

E’ dunque piuttosto evidente che anche quest’ipotesi, che nel caso di un’unica traccia di DNA, come questo, è astrattamente possibile (sia pure improbabile), alla luce delle circostanze concrete relative a Bossetti (epistassi, lavoro che espone a ferite) e alla possibile arma del delitto (coltellino per l’edilizia non lavato) acquisti perfino un certo margine di probabilità.

Un margine di probabilità che appare inoltre confortato da alcune evidenze peritali che emergono dall’ordinanza del GIP.
In primo luogo, merita menzione l’area specifica degli indumenti ove la traccia di DNA è stata isolata, che l’ordinanza descrive testualmente come “un’area attigua al margine reciso” degli indumenti stessi, un particolare che ben si sposa ad un trasporto del DNA proprio attraverso un’arma da taglio.

Per contro, viene in considerazione che l’ipotesi che la traccia (presumibilmente) ematica isolata sia esito di una ferita riportata dall’assassino in una colluttazione con la vittima, che dunque si sarebbe strenuamente difesa, è resa improbabile dall’assenza di “lesioni tipicamente da difesa” sulla vittima stessa.

Ma questa ipotesi del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto sembra sposarsi piuttosto bene anche con un altro particolare, che in effetti è uno dei particolari che sembrano contrastare maggiormente con il teorema della colpevolezza di Bossetti.

No, non si tratta di una mia fissa, ma di qualcosa che già da tempo era facilmente saltata agli occhi degli inquirenti (vedasi ad esempio qui:http://www.corriereadriatico.it/ATTUALITA/yara_ultimi_attimi_fuga_inseguimento_omicidio._e_spunta_l_ombra_di_una_donna/notizie/141158.shtml), e che non dovrebbe essere dimenticata ora.

E’ la stessa modalità dell’aggressione a far sorgere seri dubbi sulla colpevolezza di Bossetti, in quanto appare ben difficilmente compatibile con un agente quarantenne e avvezzo da oltre quindici anni ad un lavoro fisico non indifferente.

E’ la stessa ordinanza del GIP che, riprendendo quanto emerso dall’esame autoptico, descrive le otto lesioni riscontrate sul cadavere della piccola Yara come “relativamente superficiali e insufficienti da
sole a giustificare il decesso”, che infatti si suppone essere avvenuto per ipotermia.

Quindi è del tutto lecito chiedersi come tali ferite, che sembrano indicare palesemente scarsa manualità con l’arma del delitto, probabilmente scarsa forza, sicuramente incapacità di colpire, possano essere attribuite ad un muratore quarantenne per forza di cose abituato all’uso di un certo tipo di strumenti e dotato di una certa forza fisica.

Le ferite sono insomma disordinate, incapaci di causare di per sé la morte, inferte con un’arma con la quale l’agente non sembra avere manualità alcuna (un oggetto non suo?); nonostante questo, va sottolineato, l’assassino se la dà a gambe lasciando la povera Yara ancora viva.
Francamente, tutto questo ricorda, più che un adulto, un possibile atto di bullismo degenerato, o comunque un atto compiuto da persona/e molto giovane/i, con scarsa forza fisica, e che fugge rendendosi conto di aver combinato un disastro spintosi oltre ogni sua previsione.

Vedete, cari lettori, come ho evidenziato nel penultimo articolo (https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/07/bossetti-e-la-sentenza-della-corte-delle-comari/), questo caso fortemente mediatizzato è stato accompagnato da un collasso informativo spaventoso, che ha finito per scadere in una banalissima forma di gossip.
D’altronde, avrete tutti sentito parlare della banalità del male.
Ma in effetti non sarebbe difficile per un lettore accorto trovare per tutte queste chiacchiere tra comari delle spiegazioni piuttosto semplici.
Un “indizio” insignificante come le lampade solari, ad esempio, trova una spiegazione più che plausibile alla luce di una considerazione banalissima: evidentemente Bossetti voleva farle perché tiene alla cura del proprio aspetto, e perché i muratori, lavorando al sole, hanno un sacco di segni (quello della canottiera, dell’orologio, dei calzini, delle scarpe, dei pantaloncini) che una o due lampade a settimana tolgono.
Alcuni organi di stampa hanno detto che la moglie non conosceva la frequenza con la quale Bossetti faceva le lampade.
E allora, cosa ci si trova di strano santo cielo?
Non serve una fervida immaginazione per intuire, ad esempio, che se avesse detto alla moglie che andava al solarium ogni settimana, questa avrebbe magari risposto “ma quanti soldi spendi in sciocchezze?”.
Uno non va a litigare per una doccia solare, la fa e basta.
Così come tante mogli non raccontano per filo e per segno quello che acquistano: magari un reggiseno che piace sebbene se ne abbiano già dieci simili, o i collant ricamati, piuttosto che un nuovo inutile pezzo di bigiotteria acquistato solo per vezzo.
Sono quelle piccole cose omesse perché banalmente inutili o per pace familiare che a quanto pare, ora, per i saloni televisivi fanno di te un bieco assassino.

Ma il punto forse è un altro.
Perché se gli organi di informazione alla costante ricerca dello “scoop” si soffermano su particolari inutili, come la passione di Bossetti per le lampade solari, si tratta di un atto che può essere prosaicamente descritto come superficialità o mera disinformazione.

Ma se un Ministro dell’interno scrive su Twitter che è stato “identificato l’assassino di Yara Gambirasio”, omettendo l’aggettivo “presunto”, la questione cambia.
Non solo perché dinnanzi alla scritta “la legge è uguale per tutti” sembra di sentire riecheggiare il celebre “ma mi faccia il piacere!” di Totò, ma anche perché se un rappresentante delle istituzioni afferma pubblicamente che Massimo Bossetti è un assassino, io, comune cittadina, gli devo credere.

Gli devo credere con tutto il cuore, perché se sciaguratamente scegliessi, invece, di credere a Bossetti che si proclama innocente, o anche soltanto di soffermarmi sui tanti, troppi dubbi che circondano questa vicenda, allora dovrei perdere ogni fiducia nei vertici del mio Paese.

E, stavolta, senza alcuna possibilità d’appello.

Alessandra Pilloni

Bossetti e la sentenza della Corte delle Comari

“Errare è umano, perseverare è diabolico.”
O perlomeno è questo che la saggezza popolare vorrebbe insegnarci, spesso invano.
Spesso, ma per fortuna non sempre.
Se è vero che dal giorno dell’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti abbiamo assistito ad un collasso mediatico senza precedenti, accompagnato per giunta da inusitati episodi di violenza verbale su siti, blog e social network, per onestà intellettuale bisogna ammettere che c’è anche chi si è astenuto dall’operazione di linciaggio morale e mediatico, o perlomeno se ne è defilato non appena ne ha intravisto i contorni grotteschi.

Il Giornale non ha esordito nel migliore dei modi, anzi.
Il titolone del giorno successivo all’arresto, con Bossetti e Lissi in prima pagina sormontati dalla scritta “Peggio che assassini, schifezze d’uomini”, in effetti non lasciava ben sperare.
Caso vuole, però, che Il Giornale, qualche giorno dopo, abbia cominciato -a differenza di diverse altre testate giornalistiche- a mostrare maggiore prudenza, e non solo.
In data 30 giugno è stato infatti lo stesso Vittorio Feltri a pubblicare un interessante articolo (http://www.ilgiornale.it/news/interni/condannatelo-non-col-gossip-1033180.html) nel quale veniva impietosamente sottolineato come, al di là del DNA (di cui ho già parlato qui https://colonnainfame2014.wordpress.com/2014/07/06/finche-dna-non-ci-separi-il-senso-degli-italiani-per-il-garantismo/ e parlerò di nuovo nei prossimi articoli), gli altri presunti indizi sui quali tanto i media avevano tanto  gioiosamente quanto maldestramente suonato le trombe erano poco più che chiacchiere da bar.
Gossip, gossip della peggiore specie, e perlopiù senza contraddittorio, anche se forse la sua palese fallacia era tale da far sì che il contraddittorio risultasse insito nelle affermazioni stesse.

“Capite, cari lettori, come si fa a identificare uno sporco omicida?”, scriveva Feltri, e con riferimento ai “terribili” indizi a carico di Bossetti che in quei giorni copiosamente trapelavano non da http://www.gossip.it ma perfino da quotidiani del calibro del Corriere, dava questa risposta tra il serio e il faceto: “se uno frequenta talvolta un pub deve essere un tipo pericoloso, un pedofilo con tendenze omicide. Se poi costui ama il ballo ed è brillante, be’, allora diffidate perché se avete in famiglia una adolescente rischiate di perderla, morta ammazzata da lui. Quanto alle incursioni di Bossetti alla «Toscanaccia», attenzione: i clienti della citata trattoria sono tutti potenziali criminali, anche io che vi ho cenato spesso, essendo il locale di proprietà di Marco Falconi, titolare dell’omonima osteria di Ponteranica dove la domenica sera mi reco spesso con moglie e amici senza assistere, tra una portata e l’altra, a episodi di violenza carnale e a omicidi seriali.
Ecco, questi sarebbero alcuni dei gravi indizi a carico del povero disgraziato rinchiuso in carcere perché indicato quale probabile assassino di Yara. Ce ne sarebbero altri egualmente inconsistenti e direi cretini. […]”

A questo punto, tanto per far capire ai lettori fino a qual punto (di non ritorno) si sia giunti in quest’ennesima puntata di “sbatti il mostro in prima pagina”, mi limiterò ad alcuni esempi clamorosi di dicerie erte a notizie spacciate da alcuni dei nostri mezzi di informazione come indizi a carico di Bossetti che, per chi lo avesse dimenticato, è un lavoratore e padre di famiglia che da venti giorni e nonostante la non convalida del fermo è rinchiuso in isolamento nel carcere di Bergamo dal quale grida la propria completa estraneità ai fatti.

Ce ne è davvero per tutti i gusti.
A partire dallo sconvolgente “ritrovamento”, tra gli attrezzi di lavoro di Bossetti, di due coltellini: ma vi rendete conto, colpevolisti della prima ora?
Sono stati trovati due coltellini nientemeno che tra gli attrezzi di un muratore!
Dopo una tale inusitata scoperta, come si fa a non buttar via la chiave una volta per tutte?

Ancora è stato detto che, stando alle ricerche fatte col suo pc, Bossetti seguiva le notizie relative al caso Yara, cosa peraltro da lui già dichiarata.
A tal proposito bisognerebbe almeno evidenziare un paio di circostanze:
la prima è che Brembate, Mapello e paesi limitrofi sono tutti paesini con poche migliaia di abitanti; in parole povere sono i tipici paesini in cui “non succede mai nulla”.
Mi sembra abbastanza scontato che quando accade qualcosa, specie qualcosa di così grave e che ha risonanza ovunque, la gente del luogo segua le notizie.
Conosco molte persone che, in virtù del lavoro che fanno, non tornano a casa per pranzo, quindi non seguono il notiziario in TV: la maggior parte di loro, neanche a dirlo, segue le notizie su internet.
Sarebbe interessante a questo punto prendere un campione di abitanti del luogo e vedere quanti (ammesso che ce ne fossero) non seguissero le notizie relative al caso.

Oppure abbiamo un altro fantomatico indizio, e non si tratta di uno scherzo, ma è stato davvero riportato dai nostri organi di informazione: alcune persone hanno visto Bossetti (quando non è dato sapere) a Brembate.
Accidenti che notiziona: Bossetti è stato visto in un paese che distava 2 km e mezzo dal suo, nel quale tra l’altro vivono suo fratello e il suo commercialista!
Scommetto che tutti gli altri abitanti di Mapello a Brembate non ci passavano mai!

Ma c’è di più: si è detto perfino che Bossetti aveva una passione per le lampade solari, che “per lungo tempo” ha fatto in un centro estetico a Brembate.
“Per lungo tempo” non vuol dire nulla: prima dell’omicidio, dopo, quando?
Non credo inoltre che la povera Yara, a soli tredici anni nel migliore dei casi, frequentasse centri estetici: quindi è molto difficile capire a quali fini la cosa rilevi.
Bossetti non ne ha parlato come sua abitudine: credo che il suo miglior alibi a questa reticenza sia paradossalmente proprio la reticenza.
Non lo ha dichiarato, si deduce in modo piuttosto logico, perché non si capisce cosa diamine c’entri il fatto di farsi lampade abbronzanti con l’accusa di aver ucciso una povera ragazza.
E’ come se qualcuno chiedesse a un indiziato informazioni sulla sua vita e questi rispondesse “un tempo avevo la passione per la messa in piega e andavo con frequenza dal parrucchiere, che sta nel paese accanto”.

Ancora, come dimenticare che in casa sua sono stati trovati dieci cellulari?
Dovremmo dunque lecitamente supporre che tenere in casa dei cellulari in disuso sia indice di colpevolezza: in casa mia ce ne sono ben 15, e per quanto ad alcuni giornalisti possa sembrare strano, sebbene siano in casa, nessuno li usa più.
In particolare, se mi si scarica la batteria del cellulare, mi limito a metterlo in carica, senza correre a recuperare dai cassetti sparsi nella casa uno dei vecchi “cimeli” per inserirvi la sim.

O dovremmo forse parlare dei giornalisti che solertemente ci hanno informati del fatto che una ex di Bossetti (una vecchia fiamma di epoca adolescenziale o poco più) lo ha definito una persona “irruenta” e che fece fatica ad accettare la fine della loro storia?
Quale sarà, a questo punto, la prossima mossa?
Forse intervistare la sua vecchia baby sitter per farci sapere se tra gli indizi di colpevolezza dovremmo aggiungere, magari, anche il fatto che da piccolo non riuscisse a centrare il vasino?

Con Tgcom24, la situazione da comica diviene tragica (vedi qui: http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lombardia/2014/notizia/locali-uscite-e-assenze-dal-lavoro-la-doppia-vita-di-massimo-bossetti_2054206.shtml).

Oramai la condanna a morte è inevitabile: non bastavano le lampade solari, siamo alla soffiata anonima presumibilmente di un mitomane, già prontamente smentita.
Si legge infatti testualmente:
“Inoltre una soffiata sulle abitudini serali di Bossetti sarebbe arrivata in Procura. Il muratore di Mapello avrebbe passato intere serate in un discopub della Bassa Bergamasca, a circa 25 km da casa sua, dove si fa musica latino-americana. Il titolare del locale non ha però confermato ai carabinieri, spiegando che quella di Bossetti non sarebbe stata una faccia nota.”
La smentita del titolare mi sembra più che sufficiente a capire con che genere di notizie affidabili abbiamo a che fare, anche se continuo comunque a non capire come i balli latino-americani possano essere indizio di alcunché.

Ma si riesce a fare ancora di peggio, arrivando alla contraddizione palese.
Sono stati interrogati i colleghi di Bossetti al cantiere.
“Un’immagine diversa di Massimo Bossetti arriva anche dai racconti di alcuni colleghi. “Qualche volta Bossetti ci diceva che aveva da fare e se ne andava, spariva dal cantiere e no, non sappiamo dove. Uno di noi l’aveva soprannominato il caciabale, o qualche cosa del genere”, ha raccontato infatti a “Republica” uno dei muratori che hanno lavorato insieme al 44enne.”
In realtà la cosa si contraddice da sola, visto che quest’immagine non ci arriva dai racconti di “alcuni colleghi” ma dal racconto di un unico collega, per giunta anonimo, che per quanto ne sappiamo potrebbe anche non esistere.
Prendendo la notizia per buona, ne deduciamo che Bossetti era un lavativo e nulla più.
Volendo vederci più chiaro si scopre che (vedi ad esempio quihttp://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/yara-massimo-bossetti-e-le-assenze-dal-lavoro-colleghi-una-scusa-e-andava-via-1912356/) questa circostanza risulta peraltro avere riscontro una sola volta, in cui si allontanò per una visita medica alla quale non sarebbe andato.
Tutto ciò, al di là del fatto che l’essersi allontanato una volta dal lavoro mi sembra al limite un peccato veniale e non certo un indizio di colpevolezza per omicidio e neanche di “doppia vita” (al limite sembra un indizio di furbizia, furbizia che non si riscontra per giunta in chi abbandona la sua vittima ancora viva con il rischio che la trovino).
Per eccesso di zelo, cito ancora:
“Sembra che in una (sic) circostanza Bossetti abbia lasciato il cantiere per andare dal medico, ma dal medico – questo sarebbe risultato in un accertamento effettuato nei giorni scorsi – non c’è andato. Dove andava e con chi?”

Il fatto che i nostri media non si siano fatti problemi a togliere perfino l’aggettivo “presunto” prima della parola assassino, mi fa sembrare una reticenza perlomeno sospetta quel “sembra” iniziale, per giunta seguito da un verbo al condizionale.
Sospetto fortemente che la notizia non sia accertata ma una voce di corridoio più adatta alla ciance tra comari (“oh, cara, senti cosa ho saputo!! sai che ieri Massimo si è assentato dal lavoro dicendo di dover fare una visita medica e invece è andato al bar con gli amici? che scansafatiche!!”) che non ad un’indagine.

Vorrei comunque sapere anche come abbiano dedotto che non andò dal medico: al lavoro in genere chiedono certificati medici, quindi non lo portò e nonostante questo non ebbe alcuna conseguenza?
Una circostanza a dir poco anomala.

Oppure potremmo supporre che per qualche ragione non chiedessero certificati medici: a questo punto chi ci dice che non andò dal medico?
Dubito che possa ricordarlo il medico stesso, per quanto ne sappiamo potrebbero essere passati anni da questa vicenda!

Comunque, questa voce isolata ed anonima che dà per Bossetti l’immagine di un lavativo e che per giunta trova (non si sa come) riscontro in una sola occasione, è anche in netto contrasto con quanto dichiarato da un altro collega e pubblicato in altro articolo (http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_giugno_28/collega-massimo-bossetti-impassibile-il-papa-yara-5a7a0bca-fe85-11e3-8a2a-88aba4066e9e.shtml) sul Corriere di Bergamo, che ci informava del fatto che era stato intervistato un collega che, insieme a Bossetti, vide il signor Gambirasio.
Secondo questo collega in tale occasione Bossetti fu “impassibile”.
La linea dell’articolo non è molto chiara quanto a posizione personale dell’articolista, ma suppongo che se l’essere “impassibile” è indice di colpevolezza, lo sarebbe stato anche l’essere “scosso” o “sconvolto” o qualsiasi altra cosa.

Molto più interessante è però il modo in cui quest’altro collega descrive Bossetti come lavoratore modello:
Cito ancora:
«Me lo ricordo, Massimo (Bossetti, ndr). Veniva lì in proprio, a tirar su i muri. Quello è il suo mestiere. Uno che sapeva sgobbare e che ha sempre fatto quello nella vita»

Non credo servano ulteriori commenti per evidenziare il calibro degli “indizi” e la loro contraddittorietà.

Ciò che è evidente è che non si tratta affatto di “prove”, e neppure di “indizi”, ma di mere dicerie che, quand’anche fossero vere, non avrebbero alcuna rilevanza, ma che vengono confezionate e presentate in modo tale da suscitare nel lettore sospetto, rabbia, indignazione.

Sono “notizie”, se così si possono chiamare in un supremo atto di gentilezza non dovuta, che non significano assolutamente nulla, ma nondimeno molti lettori esultano e gridano “A morte!”.

Peggio ancora: sono notizie che non fanno che mostrare, a parere di chi scrive, la sostanziale debolezza dell’impianto accusatorio, indicando una spasmodica ricerca di indizi privi di qualsivoglia consistenza, quasi mille idiozie potessero fare una prova.

Perfino una trasmissione televisiva che generalmente spicca per serietà e accuratezza, come Chi l’ha visto?, è caduta vittima di questo atroce gioco (o giogo?) mediatico.
In particolare, nella puntata andata in onda in data mercoledì 2 luglio 2014, nella quale oltre al solito inutile riferimento ad abitudini personali di Bossetti come la passione per lampade solari e la cura del proprio corpo, si è arrivati perfino a fare riferimento ad alcuni graffi sulle sue spalle, visibili in una foto risalente all’estate 2011, che sarebbero stati nientemeno che graffi inferti dalla vittima in una supposta colluttazione.
Credo che i commenti siano pressoché superflui.

Non solo perché mi sembra abbastanza ovvio supporre che eventuali graffi fatti a novembre l’estate successiva non siano più visibili, ma anche perché mi sembra altrettanto scontato domandarmi come sia possibile che quella povera ragazza sia riuscita a trapassare con dei graffi abiti invernali, per giunta senza che le sia mai stato riscontrato alcun residuo di pelle sotto le unghie.

E se Feltri chiedeva:
“Capite, cari lettori, come si fa a identificare uno sporco omicida?”, io vorrei piuttosto chiedervi “Capite, cari lettori, come stiamo infamando e condannando a morte un padre di famiglia che si proclama innocente? E’ possibile non provare, dinnanzi a tutto questo, neanche un po’ di imbarazzo?”.

E’ il dramma dei processi fatti in TV e sui rotocalchi da una combriccola di comari che, a differenza delle comari di De André, non si limitano all’invettiva, ma arrivano a pronunciare una sentenza di condanna alla pena capitale.

Insomma, almeno un po’ di ritegno sarebbe auspicabile.
Certo, non dico che dovremmo avere il sistema di indagine statunitense, in cui l’imputato o i suoi legali possono prendere parte attiva nelle indagini, e insieme agli inquirenti valutare le prove ed eventualmente suggerirne di nuove.
In italia questo non può accadere per evitare il rischio di “inquinamento delle prove” (espressione che per i più disillusi può essere tradotta con “far fare una figura barbina ai PM”).
Quindi in Italia ti mettono in galera, e puoi uscire a difenderti quando hanno confezionato tutto per bene nei media – anche mandando le foto delle tue figlie e le conversazioni con tua moglie ai giornali.

La verità, però, è che se è così non capisco neppure perché si continuino a cercare prove.
Meglio ancora, non vedo neanche il bisogno del processo: il mostro è stato confezionato e gli italiani vogliono vedere il suo sangue.

Insomma, miei cari giornalisti, un consiglio vorrei darvelo con tutto il cuore: leggete i vostri articoli prima di pubblicarli, leggeteli bene, e pensate se la persona spogliata di ogni dignità da un’informazione tanto impietosa foste voi.
E ditemi: siete sicuri che questo modo di fare “informazione” svilisca solo il “mostro” di turno e non anche voi stessi?

Alessandra Pilloni

Finché DNA non ci separi: il senso degli Italiani per il garantismo

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere questo articolo http://www.opinione.it/politica/2014/06/10/perricone_politica-10-06.aspx, emblematicamente intitolato Convinti di essere“beceri garantisti”.

L’articolo si apriva con queste parole:
“Lo vogliamo ribadire così, pubblicamente, senza vergogna e per l’ennesima volta: finché non sarà celebrato il terzo grado di giudizio, per noi tutti, ma proprio tutti, gli inquisiti (a qualsiasi partito, associazione, impresa, ecc. appartengano) sono da considerarsi innocenti. Ripetiamo, sono innocenti! Non “colpevoli a prescindere”, ma innocenti e basta. I processi allestiti in base all’inchiostro delle pagine dei giornali (o, almeno, di alcuni di essi) sono all’antitesi del rispetto di ogni civiltà giuridica e di quei diritti della persona che devono essere rispettati.”

Anche io mi considero una “becera garantista”, e pertanto trovo questa riflessione interessante e senz’altro condivisibile, ma allo stesso tempo ritengo che debba necessariamente e a scanso di equivoci essere ampliata.
Si fa menzione di “inquisiti” appartenenti a partiti, associazioni, imprese e così via.
Una menzione sacrosanta, ma insufficiente.

Non è la riflessione, ma è il garantismo stesso che deve estendersi, e non dico che debba estendersi alle testate giornalistiche tipicamente “manettare”, in cui non arriverà mai, ma deve estendersi nel senso che chi si dichiara garantista deve cominciare ad esserlo realmente: in tal senso, un vero e sano garantismo si vede quando si esplica nei confronti non delle persone in vista, ma delle persone comuni, quelle per le quali molti sedicenti garantisti non si “sporcano le mani”.
Il garantismo deve essere sentito, da chi ha a cuore la giustizia, come un obbligo morale anche e soprattutto rivolto alle persone più deboli, cioè a quelle persone che proclamano la propria innocenza ma, siccome non hanno santi in paradiso, non hanno a disposizione i mezzi culturali e finanziari per potersi difendere adeguatamente.

L’autentico garantismo non si vede quando alla sbarra vi è il proprio amico, conoscente, parente, compagno di partito.
Mi è stato chiesto, provocatoriamente, se sono parente di Massimo Bossetti.
In fondo, ho creato un blog teso a difendere la presunzione di innocenza, qualche tornaconto dovrò pur averlo.
E invece no: non solo non sono parente di Bossetti, non solo non lo avevo mai visto in vita mia prima del suo arresto (per giunta, vivo dall’altra parte di Italia), ma non ho neppure nessun tornaconto.

Sono solo una cittadina indignata dal tracollo di civiltà al quale abbiamo assistito, con spettacolini mediatici rivoltanti, nei cui palcoscenici persone che si proclamano innocenti e famiglie intere vengono esposte al pubblico ludibrio in uno (concedetemi la licenza poetica) sputtanamento indegno in cui tra l’altro, quasi fossero anch’essi indizi di colpevolezza, vengono tirati fuori dal cilindro vocaboli che sarebbero dovuti sparire dai dizionari civili decenni fa, come “figlio illegittimo”, “figlio della colpa” e similari.

Sono garantista e proprio per questo difendo la presunzione di innocenza di Bossetti pur non conoscendolo.

Diceva Einstein che “il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno a guardare”.
Purtroppo aveva ragione, e lo dimostra il fatto stesso che qualcuno mi abbia chiesto se sono parente di Bossetti: siamo così tanto avvezzi all’inerzia dinnanzi all’ingiustizia da sorprenderci se qualcuno decide di occuparsene senza alcun tornaconto personale.

Eppure, il garantismo non può essere solo silenzio.
Garantismo significa anche muoversi affinché l’opinione pubblica maturi una sensibilità tale da capire che giustizia non significa trovare “un colpevole”, ma trovare “il colpevole”, la cui colpevolezza va accertata al di là di ogni ragionevole dubbio sulla base di fatti e non di chiacchiere e pettegolezzi giornalistici.

In definitiva sì, sono anche io una becera garantista, ma ci vogliono più beceri garantisti disposti ad esserlo fino in fondo e non solo per convenienza politica.

Ancora, mi è stato chiesto perché sono garantista.

Se mi è concesso, vorrei provare a rispondere con un’altra domanda: chi ricorda Rocco Barnabei?
Io sì.
Rocco Barnabei, cittadino della Virginia di origini italiane, fu condannato alla pena di morte, eseguita nel 2000, con l’accusa di aver ucciso la fidanzata.
Barnabei si dichiarò sempre innocente.
Nel processo vi furono molti lati oscuri.
Propendeva a suo sfavore il DNA, comunque facilmente spiegabile (si trattava pur sempre della sua ragazza), il fatto di averla vista qualche ora prima dell’omicidio e alcune testimonianze a suo sfavore, molte delle quali furono però ritrattate perché, pare, originariamente rilasciate a causa di non meglio precisate “pressioni”.
Sul corpo della ragazza uccisa vennero trovate anche altre tracce di DNA, ma la loro origine non fu approfondita.
La condanna a morte sollevò una marea di (giuste) polemiche anche in Italia: la sospensione fu chiesta anche dai nostri politici, ma non ci fu.
L’esecuzione venne trasmessa per giunta in diretta TV anche in Italia.
All’epoca avevo 10 anni, era notte, e la guardai all’insaputa dei miei genitori.
La ricorderò sempre come una delle cose più sconvolgenti della mia vita.
Fu quel giorno che diventai garantista, ed è da quel giorno provo anche un innato fastidio verso chiunque inneggi alla pena di morte o si senta libero di sentenziare senza aver nulla in mano.
Il penalista Alan Dershowitz, che si offrì volontariamente per la difesa, definì quanto avvenuto “uno dei più grossi errori giudiziari mai visti”.

Ricordo bene che in quel caso l’Italia era sconvolta, riteneva che il processo si fosse basato su prove indiziarie e discutibili, che la colpevolezza non fosse stata provata al di là di ogni ragionevole dubbio.

Oggi mi domando se l’Italia in quel frangente mostrò davvero un lato garantista o un lato ipocrita legato a meri sentimenti di campanilismo.
La mentalità dell’Italiano medio è cambiata radicalmente negli ultimi 14 anni, o c’è qualche altra ragione dietro al fatto che nel 2000 tutti giustamente insorgevano per una condanna basata sulla presenza del DNA (che l’imputato sapeva spiegare) e nel 2014 quasi nessuno emette un fiato dinnanzi ad una condanna mediatica (che rischia di tradursi in una condanna politica da parte di un Tribunale che dovrà forse pensare anche a placare la piazza) basata sempre sulla presenza di DNA (che l’indiziato sostiene di essere in grado di spiegare in fase processuale)?

E cosa è successo ai nostri politici se nel 2000 tutti insorgevano al grido di “vergogna!” e nel 2014 abbiamo perfino un ministro che neanche sussurra un “presunto” prima della parola “assassino” in casi praticamente analoghi (incluse altre due tracce di DNA sulla vittima mai analizzate)?

Traggo spunto da un articolo letto ieri sul Corriere per introdurre il discorso relativo al DNA e cercare di chiarire una volta per tutte alcuni punti che i media hanno abbondantemente frainteso (o scientemente finto di non vedere?).
Dall’articolo si ricava che la linea difensiva vorrebbe addivenire ad una nuova comparazione di DNA per accertare anzitutto che Bossetti sia Ignoto1.

Ecco le parole dei legali di Bossetti, tratte da qui:http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_luglio_05/difesa-bossetti-dna-mamma-ester-carcere-5eb6b828-0411-11e4-80b4-bb0447b18f3b.shtml

«Questo è un processo indiziario. Il Dna non è una prova, anche qualora fosse confermato che il profilo genetico sugli indumenti di Yara appartenga a Bossetti». 
Ancora:
«La comparazione tra il suo profilo genetico e Ignoto 1 è la parte più semplice da ripetere. Quella più delicata, invece, riguarda l’estrapolazione e l’analisi del campione. Chiederemo che vengano ripetute con i nostri consulenti. Non intendo sul campione già isolato, ma in origine, sugli indumenti (…) nella prospettiva di arrivare a un indagato, un campione di stoffa andava tenuto. Non so se sia stato fatto».

La difesa vorrebbe dunque fare questa comparazione sul campione di DNA originale, ossia quello sui leggings.
Ancora non si sa se sarà possibile, ma è certo che ripetere la procedura in questi termini sarebbe sicuramente auspicabile.
Perché?
Anzitutto perché non si può escludere che vi sia stata ad esempio una contaminazione/sostituzione errata del campione di DNA di Ignoto1.
Chi sostiene che l’indagine sia stata tanto certosina da rendere questa ipotesi impossibile dovrebbe spiegare allora come mai nel 2012 fu possibile (e infatti avvenne) scartare il DNA della signora Ester Arzuffi escludendo che fosse madre di Ignoto1 a causa di un banale errore di comparazione.
Se in quel caso vi fu una confusione tra due campioni di DNA (pare che il DNA della signora Arzuffi venne erroneamente comparato con quello della signora Maura Gambirasio anziché con quello di Ignoto1) pensiamo a cosa può succedere quando se ne comparano 18.000 nella spasmodica ricerca del responsabile di un atroce delitto.

A questo dubbio se ne potrebbero aggiungere almeno altri due.
Ad oggi, non sono ancora pubblici i documenti in mano alla Procura, dunque non sappiamo perché questo fatto sia stato tralasciato, se per questioni “tecniche” sia stato considerato inattendibile o altro: tuttavia sappiamo che il DNA di Ignoto1 venne inviato negli USA per ulteriori analisi particolarmente approfondite.
Da queste analisi venne fuori che la persona corrispondente ad Ignoto1 doveva avere, stando a quanto fu riferito all’epoca “con certezza” (vedi qui: http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/399822_quarto_grado_d_un_indizio_in_pi_yara_sono_castani_gli_occhi_del_killer), gli occhi castani, una caratteristica evidentemente incompatibile con Massimo Bossetti, che ha inequivocabilmente gli occhi azzurri.

Ancora, ci si dovrebbe chiedere per quale ragione il testimone che ha rivelato della ragazza a suo tempo”inguaiata” da Guerinoni abbia collocato la relazione di Guerinoni con la ragazza nei primi anni sessanta (vedi qui: http://qn.quotidiano.net/primo_piano/2014/06/20/1081171-rivelo_love_story_dell_autista.shtml) altra cosa chiaramente incompatibile con Ester Arzuffi e Massimo Bossetti, a meno che la gravidanza non sia durata dieci anni.

Mi sembra dunque che la linea difensiva sia anzitutto ragionevolmente tesa a verificare se vi sia effettiva corrispondenza tra i DNA, e qualora vi fosse a procedere con eventuali spiegazioni alternative alla sua presenza.

Infatti, quand’anche si accertasse nuovamente che il DNA di Ingoto1 corrisponde a quello di Bossetti, il caso sarebbe tutt’altro che chiuso.
Non me ne vogliano i forcaioli, ma è proprio così: il DNA di per sé non indica colpevolezza ma contatto, che per giunta può anche essere indiretto.

Se molti degli adepti alla nuova fede nel Mistero del Santissimo DNA, dogma indiscutibile se non da eretici impenitenti e beceri garantisti, si fossero -perlomeno- presi la briga, prima di sentenziare la condanna a morte, di leggere non quanto dico io, ma quanto risulta dall’ordinanza del GIP Vincenza Maccora, che a sua volta si basa sulla relazione peritale, avrebbe senz’altro notato come qualche dubbio sia più che legittimo, ed anche come molti dei nostri media abbiano fornito informazioni fuorvianti.
Alcuni organi di stampa e/o televisivi hanno infatti affermato, per la gioia dei giustizialisti, che saremmo in presenza di diverse tracce di DNA di Ignoto1/Bossetti e che quindi il trasporto di DNA tramite, ad esempio, arma del delitto, non sarebbe possibile, poiché sarebbe plausibile solo nel caso di traccia unica.
Altre persone, che evidentemente hanno tanto tempo per ergersi a giudici su internet ma non altrettanto per leggere la documentazione, quando affrontano la questione DNA non capiscono più nulla ed inveiscono con il tormentone “ma come fa a dire di non essere stato lui se c’era il suo DNA nelle sue mutandine?”.

Credo che questione andrebbe chiarita con serietà, da parte dei mezzi di informazione, una volta per tutte.

La traccia di DNA è una sola, e non era propriamente “nelle mutandine” (espressione che suggerisce scenari ancor più atroci di quanto già siano) ma tra gli slip e i leggings che la povera Yara aveva addosso quando è stata trovata e nella parte esterna, cioè sui leggings e sulla corrispondente parte sottostante degli slip.

Alcuni si ostinano -non so perché- a non farsi entrare in testa questo semplicissimo particolare, che sarebbe invece di enorme importanza, anche e soprattutto qualora la traccia non fosse di sangue, ma ad esempio di urina: a questo punto basterebbe infatti la possibilità che la ragazza sia stata colpita e gettata in terra in un cantiere in cui uno dei muratori che vi lavoravano si era appartato (come fanno tutti i muratori di questo mondo) per espletare i propri bisogni fisiologici “liquidi” per aver potuto causare una trasmissione del DNA.

Certamente, per onestà bisogna sottolineare che la traccia sembra ematica piuttosto che compatibile con urina/sudore/saliva e simili in quanto, anche se non c’è certezza assoluta, stando a quanto si legge nell’ordinanza sembra la traccia derivi da fluido “abbondantemente cellularizzato”, quale appunto il sangue.
Se però bisogna essere onesti fino in fondo, allora si deve anche ammettere che il fatto che Bossetti soffra di epistassi lascia margini di possibilità alla presenza di tracce ematiche nel cantiere..

Inoltre, il fatto che la traccia di DNA sia una sola, interpretando in controluce quanto detto finora, rende possibile che vi sia stato trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto.

Questa non è genetica, è semplice logica.

Siccome questi punti estremamente importanti sono stati letteralmente stravolti da alcuni organi di informazione, sarebbe bene arginare, a partire dal proprio piccolo, questi tentativi di fornire un quadro diverso da quello reale, tesi unicamente a mettere in crisi possibilità di difesa e di critica da parte del lettore.

E allora, riguardo all’unica traccia di DNA e la sua collocazione, mi permetto di citare testualmente una parte dell’ordinanza stessa (grassetto mio per evidenziare i punti cardine), per mostrare fin dove possa spingersi la scorrettezza di alcuni organi di informazione:
“Dalla relazione agli atti dei 10.11.2012 risulta che è stata isolata su due indumenti della vittima (slip e leggings) una traccia ematica che ha consentito di estrapolare un profilo genotipico maschile denominato convenzionalmente Ignoto1.
(…)
La zona dei leggings in cui è stata trovata la traccia ed isolato il profilo genotipico maschile è corrispondente alla sottostante parte degli slip in cui è stata riscontrata analoga traccia ed isolato analogo profilo di DNA.”

Avete capito, dunque, che la questione è molto più complessa di quanto possa apparire?

La verità è che se certi principi dello stato diritto, tra i quali la presunzione di innocenza, si sono affermati e tuttora (almeno sulla carta) esistono, è perché l’esperienza millenaria ne ha mostrato l’imprescindibilità.

Se alla luce di tutto questo qualcuno volesse ancora lapidare il “mostro” di turno, allora non potrà che farlo ricorrendo al gossip e a quelle chiacchiere che Vittorio Feltri, qualche giorno fa, ha definito, non a torto, “cretine”.
E se penso che sui social network c’è stato perfino chi non ha avuto remora alcuna ad appropriarsi di foto del malcapitato per poi pubblicarle e commentare puerilmente con un “ditemi voi se non ha la faccia del mostro”, che in tutta la sua assurdità avrebbe fatto annichilire perfino Lombroso, mi chiedo se veramente il problema di fondo non sia che alcuni Italiani hanno un concetto di giustizia fermo di qualche secolo.

Ma in fondo non pretendo di capire: sono una becera garantista, e forse non mi resta altra scelta che unirmi ad Indiana Jones nella sua più difficile e coraggiosa ricerca: quella della dignità perduta dei nostri mezzi d’informazione.

Alessandra Pilloni