NON LO FO PER PIACER MIO MA PER DAR DEI FIGLI A DIO

Articolo scritto da Laura
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Al peggio non c’è mai fine, e questo processo ha tirato fuori, senza esclusione di colpi, l’intera gamma delle sfumature della morbosità umana. Un popolo che tira dritto a vele spiegate verso il decadimento e l’involuzione, elementi che inevitabilmente precedono l’oscurantismo e il conseguente annichilimento, è per forza di cose destinato a scomparire fagocitato dalle stesse brutture insite in sé e proiettate sul prossimo. Non siamo più degni di chiamarci “italiani” se questo sostantivo rimanda ad antenati illuminati che hanno diffuso la civiltà in mezzo mondo quando esso era popolato quasi interamente da barbari; i nostri “padri” si rivoltano nelle tombe e non parlo solo di patrioti o grandi generali ma di legislatori, letterati, giuristi, giornalisti, studiosi, padri della medicine e delle scienze. Dovunque ci si volti la decadenza è peggio di un cancro all’ultimo stadio in un paese ormai alla deriva che non riesce a proteggere i più indifesi e parlo di bambini, di anziani, di malati, di animali e di tutte le altre categorie più fragili. Qualcuno col quale non mi trovo d’accordo nello specifico della vicenda Bossetti una manciata di settimane fa disse, riferendosi ad un altro caso di cronaca, che se le cose fossero andate diversamente da come a lui sembrava che dovessero evolvere avrebbe preso il passaporto e se ne sarebbe andato per sempre dall’Italia senza più farvi ritorno. Non voglio doppiare la sua ipocrisia perché a mio avviso chiunque faccia quest’affermazione mantenendo comportamenti che lasciano presupporre una cecità selettiva è per l’appunto solo un gran commediante ma negli ultimi giorni ho desiderato più che mai di non essere nata in questo paese perché provo una gran vergogna a presentarmi come italiana in qualsiasi parte del mondo io vada. Leggere negli occhi di chiunque oltre confine quel velo di biasimo e deplorazione mi umilia tremendamente e mi fa venir voglia di passare alla storia come quella donna italiana che, nel bel mezzo di un’invasione di disgraziati poveri cristi che chiedevano asilo politico entro i confini della sua patria rischiando la vita per sbarcarvi, strappò il passaporto e chiese asilo politico oltre oceano. La vicenda che vede imputato Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio sta assumendo sempre di più i tratti della storia mitica, della parabola, tramandata non tanto in virtù della sua veridicità o meno quanto per lasciare un messaggio, un lascito ai posteri affinchè non commettano gli stessi errori. Purtroppo qui c’è uno sprotetto italiano medio, un uomo qualunque, rinchiuso da due anni che pare rassegnato anch’egli a diventare un personaggio mitico. Va bene che si è abbandonato ad una corrispondenza da bollino rosso con una donna anch’essa privata della libertà ma qui si perdono davvero di vista tutti gli annessi e connessi che caratterizzano la monotonia di una carcerazione, si perde di vista il principio secondo il quale due adulti consenzienti impegnati in un rapporto epistolare, quindi intimo e privato, sono liberi di scriversi ciò che vogliono. Premesso che io ho convinzioni molto personali sulla natura di questa corrispondenza dal momento che molte cose non mi tornano e quindi penso di più ad un bel trappolone sistemato ad arte nella boscaglia piuttosto che ad un genuino avvicinamento da parte della fantomatica “signora Gina”, va da sé che il signor Massimo ha risposto alle missive e, che sia perché ha abboccato o per fortuita coincidenza, laddove fossi io troppo maliziosa e la signora Gina fosse in totale buona fede, si è esposto in un momento delicatissimo della sua storia processuale. In parole povere ha prestato il fianco ai suoi accusatori, quelli titolati e non, per l’ennesima volta e quindi giù copertine stra-ritoccate, giù offese e sentenze, giù parole per la prima volta pietose verso la moglie fino a ieri messa alla gogna anche peggio di lui. Ma cosa provano queste lettere? Cosa hanno smosso negli animi di questo popolo di vergini e di santi? Mi piacerebbe, ma purtroppo sono atea, che accadesse un miracolo e improvvisamente le chat e ogni altra forma di corrispondenza o accesso alle tv e a internet di tutti gli italiani divenissero pubbliche e scorressero, con tanto di nomi e cognomi, a nastro ovunque, nelle stazioni, sulla metro, sugli schermi delle televisioni, insomma un mega corto circuito con tutte le “sfumature di grigio”. La Procura continua morbosamente a spiare dal buco della serratura senza un velo di ritegno forse nemmeno per guardare cosa avviene nella stanza ma per cercare di capire dove sia la chiave. Ad un passo dalla requisitoria, con questo po’ po’ di prova regina, ovvero un DNA granitico marchiato a fuoco sul lembo degli slip, c’era proprio bisogno di tirar fuori “le ultime lettere di Jacopo Ortis”? Ma non è che questa Procura aveva bisogno della fanfara perché temeva di avere dalla sua meno di una chitarra scordata? Tante sono le domande che non trovano risposta, almeno nella mia testa, in questa pazza pazza inchiesta che mai sarebbe dovuta approdare in un’aula di Corte d’Assise. Questo procedimento ha la stessa credibilità di una zucca che diventa carrozza, è forse per questo che ha avuto così presa su di un popolo di creduloni che ancora spera nelle pensioni e di uscire vivo dagli ospedali. Ho un ultimo interrogativo che mi rimbalza da un lobo ad un altro come una pallina di un flipper. Cos’ è Massimo Bossetti oltre che un X-Man dal DNA mutaforma? E’ un pedofilo fintamente felice del suo matrimonio che usa la famiglia come copertura per i suoi loschi e perversi fuori programma o è un marito ferito che non vede altra soluzione se non seviziare una ragazzina di passaggio per lenire la sua frustrazione? E’ un abile predatore che fiuta la sua vittima, la segue a distanza per mesi fingendo di comprare figurine, birrette e dieci minuti di solarium gustandosi l’attesa per poi attaccare come un boa constrictor oppure è un seduttore capace di irretire una quasi ragazzina, comprovatamente sconosciuta sino ad un momento prima, con tale dimestichezza da convincerla ad accettare un passaggio? E’ un indovino forse che cade in trance e riesce a prevedere che passerà, in un dato momento in una precisa strada buia a novembre e senza margine di errore alcuno, una tredicenne, che laddove fosse rossa non lo si potrebbe nemmeno notare in quel frangente, e la rapisce senza attirare l’attenzione di nessuno con lo scopo di violentarla in preda alle sue fantasie malate ma poi cambia idea e la lascia viva e agonizzante in un campo? E se così fosse come mai tra i capi di imputazione non svetta fiero il sequestro di minore? L’Accusa ha lo stesso problema di quando si fa la pastiera, se la pettola impazzisce la si deve buttare o al massimo farne biscotti e la si deve rifare. Purtroppo chi non conosce questa semplice regola si ostina a lavorare la pettola impazzita nella convinzione che “daglie e daglie la cipolla diventa aglie”. La Procura quindi barcolla ma al punto dov’è non molla, il popolo becero si nasconde dietro ad un paravento di falsa morale e sempre dietro a quel paravento ansima e giudica giudica e ansima, le donnette recitano qualche rosario in più, le scribacchine senza cervello urlano al pervertito strumentalizzando ancora una volta ricerche che non sono mai state digitate e Massimo dimostra un adattamento che mette paura, fatto comprensibile poiché il carcere schiaccia tutti, in tempi diversi, ma ci riesce con tutti, ma resta sé stesso e cioè un uomo come tanti, uno su 14 milioni di maschi adulti in Italia.

AAA cercasi “un giudice a Berlino”: perché la mancata scarcerazione di Bossetti dovrebbe preoccupare tutti noi

Articolo scritto a quattro mani con Laura.

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“Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello.
Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cercò una causa di litigio.
“Perché – disse – mi hai fatto diventare torbida l’acqua che sto bevendo?
E l’agnello, tremando: “Come posso – chiedo – fare quello di cui ti sei lamentato, o lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!”
Quello, respinto dalla forza della verità: “Sei mesi fa – aggiunse – hai parlato male di me!” Rispose l’agnello: “Ma veramente… non ero ancora nato!”
“Per Ercole! Tuo padre – disse il lupo – ha parlato male di me!”
E così, afferratolo, lo uccide dandogli una morte ingiusta. Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.”
(Fedro)


Superior stabat lupus.

Così recita la massima che gli antichi romani traevano dalla favola di Fedro del lupo e l’agnello.
Stava più in alto, rispetto all’agnello, il lupo della celebre favola di Fedro.
Stava più in alto e, di conseguenza, la sua accusa, rivolta all’agnello che si abbeverava allo stesso torrente, di sporcare la sua acqua, non poteva essere vera.
Ma il lupo non si perse d’animo, e trovò un altro pretesto: la condanna era già scritta.

Di tanto in tanto, c’è chi tira fuori dal cilindro qualche statistica secondo la quale l’Italia sarebbe fanalino di coda, a livello europeo o perfino mondiale, per quanto concerne la preparazione in ambito tecnico-scientifico della popolazione scolarizzata.

In questi casi, si tende puntualmente a puntare il dito contro un’istruzione tradizionalmente imperniata sulle discipline umanistiche.
Il problema, purtroppo, è che anche le discipline umanistiche non vengono adeguatamente recepite dagli studenti: se così non fosse, è sufficiente vedere come, a distanza di due millenni, la celeberrima favola di Fedro non sia stata, evidentemente, in grado di insegnare nulla.
Analoga considerazione può senz’altro farsi in relazione a quel grande pioniere della filosofia occidentale, noto a qualsiasi studente italiano, ma forse non abbastanza: mi riferisco a Socrate, il sapiente consapevole di non sapere.
C’è un dramma che finisce costantemente per piagare la giustizia italiana e che si ripete negli anni senza insegnare nulla: l’ostentazione di certezze da parte di Procure e Pubblici Ministeri.
C’è ben poco in grado di terrorizzarmi quanto le apodittiche convinzioni ostentate da molti PM nostrani: convinzioni che, peraltro, in un gran numero di casi si rivelano inesatte.
A titolo d’esempio, mi sono imbattuta proprio ieri in questo video.
Minuto 1,31, parole della PM “convinta” della colpevolezza di Daniela Stuto… Che però era innocente, ed è stata risarcita (una miseria, perché al danno segue sempre la beffa) a spese dei contribuenti.

Ho mantenuto qualche giorno di “silenzio stampa” prima e dopo il Riesame, per riordinare una serie di idee e considerazioni.
Finora, ho cercato di analizzare la vicenda mantenendo toni in un certo qual modo sommessi.
Alla luce della decisione del Tribunale del Riesame di non scarcerare Massimo Bossetti, urge però una celere e netta presa di posizione nella quale lascerò da parte i mezzi termini.
Esordisco allora, in modo quanto mai esplicito, con quello che è il fulcro dell’opinione che ho maturato: se quanto divulgato da giornali e trasmissioni televisive negli ultimi giorni circa le motivazioni del Riesame (che non sono state divulgate integralmente, ma nei loro contenuti) corrisponde a realtà, la carcerazione preventiva del sig. Massimo Bossetti contrasta con la normativa in materia ed a parere di chi scrive è pertanto illegittima.

Qualora la descrizione dei contenuti delle motivazioni diffusa dai principali quotidiani corrisponda a realtà, la Cassazione dovrà necessariamente fare chiarezza e ripristinare i capisaldi della nostra civiltà giuridica.
Se non lo farà, disponendo l’immediata scarcerazione di Massimo Bossetti, potremmo trarre la conclusione di essere parte di un sistema barbaro nel quale l’abuso di misure cautelari ha ormai superato ogni limite di legge.

E’ noto che l’Italia, quanto ad abuso di misure cautelari, ha un triste primato europeo. Secondo i dati dell’Associazione Antigone il sovraffollamento delle patrie galere è del 147% e quasi la metà dei detenuti è in attesa di giudizio.
Lunedì, il giudice del riesame di Brescia Michele Mocciola ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai legali del sig. Massimo Giuseppe Bossetti.

Come è ovvio che sia, questo è stato un duro colpo per il sig. Massimo che rimane in carcere, sottoposto al regime di isolamento, dove si trova da più di quattro mesi, accusato dell’atroce omicidio della tredicenne Yara Gambirasio.
Bossetti sta perdendo “la speranza in un processo giusto” e questo lo sta “uccidendo giorno dopo giorno”, racconta uno dei suoi avvocati, Claudio Salvagni, dopo averlo visitato nel carcere di Bergamo.

Chi potrebbe biasimarlo? Il sig. Massimo ha capito benissimo la gravità della situazione in cui è venuto a trovarsi, e, ad oggi, non è il solo.
Basta fare un salto  indietro a quattro mesi fa e confrontare l’umore e l’orientamento delle masse, che si nutrono di pane segreti e delitti in salsa gialla, di allora con quello che si avverte oggi per accorgersi che i conti proprio non tornano nemmeno a coloro i quali si ostinavano a volerli far quadrare a tutti i costi.
Ciò che è emerso è che il giudice, il quale aveva richiesto degli approfondimenti per potersi sentire sicuro della decisione da prendere, non ha reputato ammissibile la richiesta della difesa di dichiarare nulli gli atti alla base della consulenza dei RIS che portarono all’individuazione di “ignoto 1” e alla successiva identificazione del sig. Bossetti.

Gli avvocati della difesa hanno provato a indebolire l’unico elemento che collega il sig. Massimo all’omicidio di Yara e cioè il DNA ma il tribunale del riesame sembra invece averlo rafforzato in modo non condivisibile poiché ha sottolineato che se c’è presenza di materiale organico dell’uomo sul corpo della ragazza questo è chiaro indice di un di un contatto contestuale (prima o poi qualcuno dovrà spiegare a tutti noi in virtù di quale nuovo primato scientifico i giudici italiani siano in grado di fare ciò che non sanno fare i genetisti: datare il DNA) alla morte della piccola.Il tribunale della Libertà, se così si può ancora definire, sembrerebbe inoltre aver ignorato i tabulati forniti dalla vodafone dai quali si evince che l’utenza telefonica di Yara agganciò la cella di Brembate alle 18:55 prima di spegnersi per sempre, mentre quella del sig. Massimo rimane vincolata alla cella di Mapello.
Questo dato, ad occhi imparziali, rimanda l’immagine di due persone, o per lo meno di due cellulari, che non si trovano nello stesso posto collocando Yara nei pressi della sua casa a via Rampinelli alle 18:55 di quel 26 novembre e il sig. Bossetti nella sua casa di Mapello dove ha sempre sostenuto di trovarsi all’ora della scomparsa della ragazza.

Quanto trapelato a partire dal Corriere della Sera sulle motivazioni del Riesame è estremamente problematico.
Come peraltro ribadito da altre fonti e dichiarato dallo stesso inviato di Quarto Grado ieri sera, il Riesame ha di fatto ritenuto che i vari pseudo-indizi sui quali si è favoleggiato negli ultimi mesi, di fatto non sussistono, ma ha ritenuto che il solo DNA sia “elemento sufficiente”.
Pare che abbia inoltre tratto delle conclusioni su un qualcosa di non detto né ipotizzato  dalla difesa non so se per giustificare la sua discutibile scelta o perché ha mal interpretato l’ipotesi del trasporto.
In pratica ha cavillato sostenendo che l’ipotesi che il DNA di Bossetti sia finito sugli abiti di Yara in quanto messovi a bella posta da qualcuno sia “inverosimile”, intendendo in tal modo per trasportabilità del DNA solo quella dolosa e non preoccupandosi minimamente del fatto che quest’ultima possa ovviamente, e molto più verosimilmente, essere fortuita.

Gli antichi dicevano “excusatio non petita, accusatio manifesta”: io non so se una tale motivazione debba intendersi come tentativo di giustificare la propria decisione, ma so che i legali di Massimo Bossetti non hanno mai prospettato l’ipotesi di un trasporto doloso del DNA e che, di conseguenza, questa motivazione non sembra rispondere a nessun criterio logico-giuridico accettabile.
Ma questo è solo uno dei tanti punti discutibili.

Perché se nelle motivazioni ci fosse davvero scritto, come qui abbiamo peraltro sempre sostenuto, che oltre al DNA non sussiste alcun vero elemento indiziario, i presupposti richiesti ex lege per la carcerazione preventiva semplicemente non ci sono.
Se sono i magistrati del Tribunale del Riesame di Brescia ad evidenziare come nei confronti di Massimo Bossetti, allo stato, il solo elemento indiziante sia rappresentato dalla traccia biologica rinvenuta sugli indumenti della vittima, allora sono loro stessi ad affermare che manca il primo presupposto richiesto per la custodia cautelare in carcere: gli indizi plurimi e gravi.
Non è giuridicamente accettabile la tesi secondo la quale il DNA, anche se non accompagnato da ulteriori indizi di colpevolezza, abbia di per sé un valore probatorio tale da consentire l’adozione di una misura custodiale nei confronti dell’indagato.

E’ infatti pacifico in giurisprudenza come, ex art 273,2 c.p.p, un solo indizio di colpevolezza non sia di per sé sufficiente all’adozione di una misura cautelare di questo tipo.
Secondo l’impostazione in assoluto maggioritaria è necessario, infatti, che gli indizi siano plurimi e gravi, non potendosi ridurre il quadro indiziario ad un unico elemento.

Non sembra avere senso neppure l’assunto in base al quale tale traccia biologica avrebbe valore di prova e non di mero indizio.

Infatti, non solo l’assunto in questione è di per sé fortemente incondivisibile, ma va evidenziato soprattutto come tale distinzione nella fase delle indagini preliminari non abbia alcuna pregnanza specifica: l’art 273 c.p.p, infatti, nel prescrivere che “nessuno può essere sottoposto a misure cautelari se a suo carico non sussistono gravi indizi di colpevolezza”, non opera né consente di operare distinzioni di sorta tra elementi di prova ed elementi indizianti.
A ciò si aggiunga che nella fase delle indagini preliminari -a meno che non si proceda con l’incidente probatorio – è improprio parlare di prove.
Nel nostro ordinamento le prove si formano in contraddittorio, in presenza di tutte le parti processuali e degli eventuali consulenti tecnici.

Anche gli accertamenti tecnici non ripetibili, ex art 360 c.p.p., devono svolgersi in contraddittorio.
Solo la presenza di tutte le parti (persona offesa, indagato, PM, consulenti di parte) consente di far in modo che le risultanze acquisite in base a quel determinato accertamento (non più ripetibile in fase dibattimentale) possano poi essere utilizzate anche ai fini dell’adozione di una sentenza di condanna.
Se dovesse pertanto risultare che l’estrazione della traccia biologica non potrà più essere posta in essere e che,quindi, quell’accertamento tecnico effettuato nell’anno 2012 (accertamento espletato in assenza del difensore dell’allora indagato Mohammed Fikri, del suo consulente tecnico e senza la presenza della parte offesa e del loro consulente e quindi in violazione dell’art. 360 c.p.p.) non potrà più essere ripetuto, l’elemento indiziario unico del quale si parla è stato inoltre acquisito con modalità non valide, in violazione delle garanzie procedurali.
Se così fosse, il signor Massimo Bossetti, oltre che sottoposto ad una carcerazione preventiva che appare contrastante con il dettato normativo ex art. 273 c.p.p., sarebbe inoltre ristretto in base ad un unico elemento probatorio acquisito illegittimamente.

Per chi non è particolarmente versato in ambito giuridico, potrei fare una semplice considerazione molto pragmatica: immaginate una traccia biologica che semplicemente non esiste più essendo già stata completamente spremuta per effettuare degli accertamenti in vostra assenza in violazione delle garanzie di legge.
Esistono stringhe, tracciati elettroforetici su un pc.
Non c’è bisogno di essere giuristi per cogliere come il solo fatto di privare una persona della propria libertà sulla base di qualcosa che non esiste più in rerum natura vada ben oltre il drammatico immaginario kafkiano.
Va da sé, inoltre, che sono del tutto carenti anche le esigenze cautelari.
Si sostiene, infatti, che Bossetti, ove venisse accolta la richiesta degli arresti domiciliari, potrebbe reiterare il reato.
Tale motivazione è spesso addotta a giustificazione delle troppe carcerazioni preventive che affliggono il nostro Paese, e spesso attraverso l’ausilio di fantasiose formule di stile, come in questo caso.
La domanda sorge spontanea: con quali modalità e per quale motivo tale reiterazione del reato dovrebbe essere posta in essere dall’odierno indagato, che si protesta innocente? Potrebbe evadere dalla propria abitazione e ferire a morte il primo passante a caso?
E da quali elementi concreti si evince una simile follia criminale?

Se è vero quanto trapelato da plurime fonti giornalistiche, ci sarebbe da mettersi le mani sui capelli e, ahimé, da dichiarazioni dei difensori sembrerebbe proprio vero: la vita perfettamente normale di Bossetti dimostrerebbe la sua pericolosità e la sua assenza di freni inibitori.

Ma come?

Per quattro lunghi mesi testate giornalistiche affette dalla brutta malattia del “velinismo”, ossia incapaci di criticare chi dà loro da mangiare, ci hanno martellato con una vergognosa e a tratti addirittura ridicola propaganda tesa, almeno nelle loro intenzioni, a presentare Massimo Bossetti, agli occhi di sessanta milioni di Italiani, come un truce depravato che millantava a suon di menzogne un’inesistente vita normale, ed ora ci dicono così, senza preavviso, che Bossetti ha una vita normale e che, proprio per questo, rischia di reiterare un reato che per giunta non c’è uno straccio di prova che abbia commesso?

Ebbene, è necessario che gli Italiani inizino a far pace con il proprio cervello e, se possibile, con la propria coscienza, e si uniscano alla nostra campagna informativa a tutela della presunzione di innocenza di Massimo Bossetti e dei sacrosanti principi dello Stato di diritto.

Per restare in tema di tendenze giornalistiche al “velinismo”, alle quali abbiamo avuto il disonore di assistere per più di quattro mesi, inserisco una breve descrizione esplicativa data dal Prof. Giorgio Resta:

“Si parta da un fatto difficilmente confutabile. Nel nostro Paese almeno dall’inizio degli anni ’90 (volendo fare della cronaca da “Tangentopoli” in poi) si è creato un circolo vizioso fra autorità giudiziaria (in particolare inquirente) e mezzi di informazione.
Tale rapporto è consistito in:
a) rapporti privilegiati fra taluni magistrati e taluni giornalisti;
b) comunicazione da parte dei primi -direttamente o indirettamente- di atti ma soprattutto di documentazione facente parte del fascicolo giudiziario prima del loro deposito o nell’immediatezza dello stesso;
c) enorme risalto mediatico delle vicende giudiziarie viste attraverso la prospettiva (malevolmente, si direbbe il buco della serratura) dell’accusa, con rappresentazione unilaterale e il più delle volte demonizzante dell’indagato;
d) sostituzione del giudizio mediatico a quello dei Tribunali, il quale giunge -se giunge- solo molti anni dopo, e il cui esito, quasi sempre demolitorio delle ipotesi accusatorie, viene minimizzato se non ignorato;
e) significativi vantaggi vantaggi mediatico-professionali per i partecipanti allo scambio segreto istruttorio/scoop”

Ciò che abbiamo visto negli ultimi quattro mesi è senz’altro inquadrabile all’interno di un simile scenario, con la sola differenza che in questo caso è stato superato ogni pronostico di ridicolo: di recente, il Corriere della Sera ha superato se stesso arrivando a proporre l’esilarante notizia secondo la quale un mese prima del fermo il signor Massimo Bossetti, incontratosi con una donna di quaranta anni suonati per venderle uno specchio, come da accordo su ebay, le avrebbe fatto i complimenti, chiedendole se avesse anche una sorella così bella.
Una frase tanto diffusa da essere un banale gesto di galanteria, ma il Corriere non ha resistito all’idea di titolare in questo modo: “Incontrai Bossetti, mi chiese se era bella la mia sorellina”.

La terribile ruffianeria il titolo con la parola “SORELLINA”, che a chi non legge l’articolo fa pensare che Bossetti abbia, come minimo, abbordato un bambino chiedendogli della sorella, mentre in realtà si tratta di una, per giunta banalissima, battuta ad una donna di quaranta anni suonati, adulta e vaccinata, che non risulta abbia subito nessuna molestia né in quel momento né in seguito, non è passata inosservata, tanto che il giorno dopo Il Giornale ha “risposto” con un suo articolo: Se il Corriere inventa la pedofilia di Bossetti (vedi qui: http://www.ilgiornale.it/news/politica/se-corriere-inventa-pedofilia-bossetti-1060778.html).

La parte finale dell’articolo del Corriere, sul materiale della cornice dello specchio che sarebbe stata spacciata per legno essendo, in realtà, plastica, conferiva all’intero articolo quel tocco di ridicolaggine in più- in realtà il livello era già estremamente elevato, ma si è voluto strafare.
Con la divulgazione di questa “perla” gli inquirenti che hanno fornito la “notizia” al Corriere hanno raschiato il fondo del barile, e i giornalisti che si prestano a questo giochetto meriterebbero di veder divulgati anche all’estero i loro articoli: d’altronde, due risate non si negano a nessuno e sarebbe bello se queste perle del giornalismo nostrano potessero essere apprezzate anche a livello internazionale.

Ma ora recuperiamo la serietà (per quanto sia difficile) e torniamo a noi, perché al di là di tutto ciò che abbiamo scritto ed ipotizzato fino ad ora, in questo ed in altri articoli, il nostro pronostico principale si è rivelato esatto: le mistificazioni dei giornalisti asserviti alla Procura sono servite a prendere in giro qualcuno, ma ora non siamo più solo noi, ma il Tribunale del Riesame a dire che non esiste alcun elemento indiziario oltre a quella minuscola traccia biologica, dalla quale -e il Dott. Mocciola dovrebbe saperlo- non si può inferire, in assenza di altri riscontri idonei, la colpevolezza dell’indagato.

Esistono infatti almeno cinque scenari alternativi rispetto a quello prospettato dalla pubblica accusa:

1) Erronea modalità di repertazione; affannarsi a negare tout court un siffatto scenario non onora l’onestà intellettuale di chi lo fa: non sarebbe certo un’eventualità del tutto inedita nel panorama investigativo nostrano (celebri sono, a tal proposito e a mero titolo esemplificativo, i casi“Sollecito”, “Via Poma”, “Pantani”);
2) Erronea modalità di catalogazione e di conservazione del reperto;
3) Errore durante le analisi di laboratorio per non aver adottato rigorose modalità operative; 4) Errore e contaminazione durante la fase dell’estrazione o dell’amplificazione;
5) Li si potrà definire scenari improbabili o in qualsiasi altro modo, ma negarli senza beneficio del dubbio, specie in caso di accertamento effettuato senza le dovute garanzie di legge, è inaccettabile.
Ed è inaccettabile perché quand’anche in concreto nessuno di questi scenari si fosse verificato, il messaggio che gli elementi di prova possano essere acquisiti in questo modo, senza contraddittorio, non può e non deve passare per il bene di tutti.
Ma vi è di più.
Ammesso che non vi siano stati errori o eventuali contaminazioni nelle fasi di repertazione, estrazione, conservazione, elaborazione e comparazione e che il DNA rinvenuto sia davvero appartenente all’indagato, in assenza di ulteriori riscontri non solo non se ne può inferire la colpevolezza per omicidio, ma non si può neppure ipotizzare con sicumera un contatto diretto.

E’ noto ai genetisti forensi, e qui ne abbiamo parlato molto estesamente, che il fluido biologico può trasferirsi su una superficie non solo e non necessariamente attraverso contatto diretto, ma anche attraverso l’intervento di un vettore esterno che può essere rappresentato da un individuo o da un oggetto.

Tale intervento può essere di matrice dolosa (quella ritenuta “improbabile” dal giudice, ma anche da chi scrive ed anche dalla difesa di Massimo Bossetti, che infatti non risulta abbia mai anche solo menzionato un simile scenario) o fortuita, evenienza che, in questo caso, prenderei invece in serissima considerazione: dagli elementi emersi sino ad ora, appare degna di considerazione l’ipotesi che questo delitto possa essere maturato e abbia come protagonisti soggetti appartenenti al mondo dell’edilizia o in qualche modo legati allo stesso.
E’ allora possibile che la vittima sia stata accompagnata in ambienti – cantieri, furgoni ecc- in cui può essere avvenuto tale trasporto indiretto.
Altrettanto ipotizzabile è che il contatto indiretto possa essere avvenuto mediante attrezzi edili utilizzati come arma del delitto: quest’ultima ipotesi, nel presente blog, è stata da ultimo vagliata, mediante la citazione di studi scientifici, nel’articolo Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno.

Bene, come sopra evidenziato, gli scenari alternativi possono essere diversi e tutti ipotizzabili, anche se non ho mai nascosto la mia netta propensione per l’ultimo, binario più difficile e da percorrere con l’ausilio di indagini difensive (a tal proposito non posso che salutare con grande favore l’ingresso del Dott. Ezio Denti nel pool difensivo), ma più solido e, probabilmente, più vicino di quanto si possa immaginare alla realtà dei fatti.

Quindi, quando si parla di DNA come prova certa e inequivocabile che da sola può essere sufficiente all’adozione di una misura custodiale, nonchè di una successiva sentenza di condanna, si commette un gravissimo errore di fondo, dettato dalla cosiddetta “fallacia dell’accusatore” (ampiamente analizzata anche qui nell’articolo Henri Poincaré e la marmellata d’arance: cronistoria di un’arrampicata sugli specchi).

Signori, insomma, chiariamoci: l’unica cosa scientificamente certa al 99,999999999% sono i rapporti di paternità e filiazione: rapporti dei quali, per giunta, non interessa niente a nessuno diverso dalle persone coinvolte nella “scoperta”.

Non è invece altrettanto certo che il DNA originariamente presente sugli indumenti della vittima appartenesse effettivamente a Bossetti, così come è ipotizzabile che vi possa essere stata una contaminazione nelle varie fasi della repertazione, estrazione, conservazione, elaborazione e comparazione del materiale biologico, ovvero, che vi possa essere stato un trasporto indiretto della sostanza biologica oggetto di indagine.
In relazione alla “febbre scientista” che porta spesso l’opinione pubblica a ritenere ciecamente il DNA prova di colpevolezza, alcuni Autori hanno parlato, negli ultimi anni di “effetto CSI”.

Anche in questo blog ho riportato spesso questa simpatica espressione, ma è bene sottolineare due cose: la prima è che, nel caso di specie, le vittime del grottesco effetto CSI ancor prima (e forse ancor più) dell’opinione pubblica sembrano essere giudici ed inquirenti; la seconda è che, in fondo, questa espressione è impropria e perfino ingenerosa nei confronti della nota serie TV: basterebbe infatti guardarlo bene, CSI, per apprendere qualcosa anche sugli scenari alternativi qui prospettati.

Tanti insigni giuristi si sono occupati del complesso rapporto tra scienza e diritto, e la conclusione è sempre stata, giustamente, che il dato scientifico va sempre calato nella realtà processuale (o procedimentale) onde verificare che esso venga corroborato o frustrato dalle ulteriori emergenze processuali (o procedimentali) e che non vi siano interferenze di decorsi causali alternativi che possano spiegare razionalmente un determinato evento.

La Dott.ssa Maccora nella sua “suggestiva” ordinanza di non convalida del fermo (comunque abbondantemente superata, in termini di discutibilità, dalla pronuncia del Riesame) aveva richiamato un orientamento cassativo secondo il quale il DNA avrebbe valore di prova e non di indizio.
Non ho avuto modo di leggere le motivazioni del Riesame, ma immagino che anche lì sia stato fatto il medesimo riferimento.
Avevo già scritto parecchio sul fatto che tale pronuncia della Cassazione sia abbastanza contraddittoria, così come sul fatto che non essendo l’Italia un Paese di common law e non trattandosi neppure di una sentenza delle Sezioni Unite, l’analisi di questo orientamento andasse fatta con le dovute cautele del caso.
In realtà questo richiamo appare del tutto improprio, in quanto trascura un piccolo dettaglio: secondo l’impostazione maggioritaria, fatta propria (questa sì) anche dalla Cassazione a Sezioni Unite (nella già richiamata in articoli precedenti sentenza Franzese) occorre, infatti, ragionare non solo in termini di probabilità statistica ma anche in termini di probabilità logica: il dato scientifico, e l’elemento indiziante da esso ricavato, da solo non può essere sufficiente e non deve assolutamente portare né ad una sentenza di condanna né, tantomeno, all’adozione di una misura custodiale, ma, a tal fine, deve essere sempre e comunque accompagnato da ulteriori elementi indiziari, in modo tale che si possa pervenire ad un giudizio di colpevolezza con alto grado di credibilità razionale e, quindi, al di là di ogni ragionevole dubbio.
Tali principi valgono a maggior ragione nella fase delle indagini preliminari e nelle “procedure de libertate”, soprattutto quando la piattaforma indiziaria appare formata (come da stessa ammissione del Riesame) da un unico elemento acquisito, se tutto ciò non bastasse, in violazione delle garanzie procedurali ex art. 360 c.p.p.

Tutto questo ovviamente, tralasciando la palese insussistenza della necessità di misure cautelari, dedotta come abbiamo visto ritorcendo contro l’indagato il fatto che questi abbia “una vita normale”.

Nel corso di una recente puntata di Matrix, alla quale abbiamo anche dedicato un articolo in questo spazio, Telese ha parlato di “inchiesta politica”.
E sebbene mi ritenga fondamentalmente e fortemente ostile a tutto ciò che rientra nel novero del cosiddetto “complottismo”, nel venire a conoscenza della mancata scarcerazione del signor Massimo, al quale oggi va la mia più sentita solidarietà per il grave danno che sta subendo a mio parere ad onta di ogni garanzia di legge, e ancor più delle motivazioni cavillose e altamente problematiche, non posso negare di essermi chiesta se la situazione oggi sarebbe davvero la medesima se in data 16 giugno il Ministro Alfano non avesse vergognosamente annunciato urbi et orbi via Twitter l’individuazione dell’ “assassino” causando una pressione mediatica senza precedenti.

Una condanna scritta prima ancora che il malcapitato conoscesse l’infamante accusa a suo carico.

Ma non è certo la polemica sterile il mio obiettivo, e allora non posso che concludere con un invito a tutti a leggere e far leggere questo blog, e soprattutto ad interrogarsi sulle conseguenze, che un giorno potrebbero colpire chiunque, di quanto si sta verificando.
Se passerà il messaggio che una sola traccia biologica, per giunta esigua e di natura non chiara né accertabile, e ancora per giunta non acquisita in maniera legittima, sia sufficiente a privare della libertà un uomo prima del processo, e magari perfino a pronunciare una sentenza di condanna in assenza di qualsiasi altro riscontro, allora da domani saremo tutti in pericolo.
Saremo tutti dei potenziali, ed inconsapevoli, Massimo Bossetti. Rifletteteci, rifletteteci bene.
Pensate anche a come per quattro mesi quest’uomo è stato massacrato dalla macchina del fango mediatica sulla base di elementi (tutte le illazioni diverse dal DNA) ritenuti inutili dallo stesso Tribunale del Riesame che ne ha negato la scarcerazione.

Forse sarebbe il caso di cominciare a preventivare l’acquisto di una sorta di tutina da astronauta, per evitare di lasciare in giro qualsivoglia traccia biologica.
E, soprattutto, di cominciare a pensare a Massimo Bossetti non come un estraneo, ma come uno di noi, della nostra famiglia, della nostra cerchia di amici e conoscenti.
Stanotte, perderemo l’unica cosa legale rimasta nel nostro Paese: l’ora.

Torna l’ora solare, Massimo Bossetti resta in carcere sulla base di un solo elemento che non può affatto dirsi prova di colpevolezza e che, a rigore, non sarebbe utilizzabile in dibattimento, la possibilità di reiterazione di un reato alla base della carcerazione preventiva può essere dedotta dal fatto di avere “una vita normale”.
A partire dal prossimo articolo torneremo probabilmente all’analisi di alcuni dettagli della scena del crimine e dell’insostenibilità logico-fattuale del teorema accusatorio.

Per ora… Pensate davvero di poter dormire sonni tranquilli?

Lo strano caso del muratore che acquistava materiali edili

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“Le mie notti sarebbero un solo incubo al solo terribile pensiero di un innocente che sconta tra i tormenti crudelissimi una colpa che non ha commesso.”

(Emile Zola)


Articolo scritto a quattro mani con Sashinka Gorguinpour.

I miei quattro lettori si saranno ormai abituati all’anticonformismo del blog: in fondo, non è poi così comune, in tempi di forche a buon mercato, sostenere la presunzione di innocenza di un cittadino; per questo, sono certa che sapranno cogliere senza incomprensioni di sorta l’irrinunciabile sfumatura ironica del titolo odierno.
Sono stati gli antichi greci, in fondo, ad insegnarci che spesso l’ironia consente di rivelare più verità di quanto non permetta un discorso troppo serio.
La commedia attica, con la sua vitalità tratta da spunti quotidiani, con la sua ritualità simposiaca e le sue invettive mordaci, aveva una funzione apotropaica: l’inserzione della dimensione comica nella trattazione di tematiche intrinsecamente serie (dalle guerre alle carestie, dalla politica al sistema giuridico) era tesa ad allontanare i mali che, volta a volta, si denunciavano.

“Ingiuriare i mascalzoni con la satira è cosa nobile: a ben vedere, significa onorare gli onesti”, è questa una delle frasi più celebri del grande commediografo Aristofane.

In questo blog, come i nostri lettori ben sanno, non siamo soliti ingiuriare nessuno, e non intendiamo cambiare rotta ora: eventuali considerazioni salaci sono dunque da considerarsi espressione di un semplice diritto di critica.

Eppure, man mano che seguo questa intricata vicenda, comincio ad essere colta da qualche dubbio.
Non fraintendetemi: in oltre cento giorni di carcerazione preventiva, il signor Massimo Bossetti non ha mai vacillato, e meno che mai ho vacillato io nel difendere il suo sacrosanto diritto alla presunzione di innocenza.

Il dubbio che mi assale è d’altro tipo.

Certo, mi rendo conto del fatto che rivendicare il diritto al dubbio sia, di questi tempi, cosa abnorme.
Lo spettro del dubbio, a quanto pare, non inficia neppure la premura di voler “riconoscere” come furgone di Massimo Bossetti un furgone ripreso da una telecamera di sorveglianza, per giunta in un orario non compatibile con il delitto, palesemente diverso, se non fosse per l’avere in comune un dettaglio a dir poco risibile: un catarifrangente non di serie, con buona pace della fanaleria incompatibile (a tal proposito vedasi
Obiezione, Vostro Onore: a tre mesi dal fermo di Massimo Bossetti, ancora non ho capito quali siano i “gravi indizi” a suo carico!).

Seguendo il filo logico in disamina, se io avessi una Mercedes con l’adesivo “Bimbo a bordo” ed una telecamera riprendesse una Punto con analogo adesivo, ciò basterebbe per dire che la Punto ripresa è in realtà la mia Mercedes.

D’altronde lo si è capito sin dall’inizio: in quest’inchiesta non c’è spazio per il dubbio, il dubbio è antipatico e per natura un gran guastafeste, soprattutto dopo aver sciorinato certezze apodittiche che dopo l’entusiasmo iniziale si mostrano prive di riscontri oggettivi.
Ma io sono dubbiosa per natura, e nell’ultimo periodo un dubbio in particolare non mi dà pace.
Vedete, cari lettori, io sono sempre stata convinta di essere dotata di un buon quoziente intellettivo, ed allo stesso modo mi è sempre stata riconosciuta una certa conoscenza e padronanza della lingua italiana.
Giorno dopo giorno, nell’imbattermi nelle “notizie” ed indiscrezioni su questa vicenda, però, mi capita di pensare di non essere in grado di comprendere quanto leggo.

In data 24 settembre, ho avuto modo di leggere un articolo pubblicato sul Corriere a firma della signora Fiorenza Sarzanini.

Questo articolo ha una una caratteristica molto particolare, per la quale non posso che fare i miei più sinceri complimenti all’autrice (che qualora volesse rispondere al mio disappunto, può farlo pubblicamente lasciando un commento in calce all’articolo): lo si può leggere per decine e decine di volte consecutive senza capirne il significato ed i nessi di causalità (o anche meramente logici) sottesi.
A quanto pare, un muratore ha acquistato del materiale edile, e nello specifico un mc di sabbia, dal suo solito fornitore e c’è una fattura che lo dimostra.

Ma andiamo con ordine: l’articolo, nel rendere edotti i lettori del fatto che non sussiste alcun dubbio sulla corretta identificazione di Ignoto1 anche se la traccia biologica lasciata dall’assassino (sic) è di origine non accertabile, ci informa del fatto che quindici giorni dopo la scomparsa di Yara Massimo Bossetti avrebbe acquistato un mc di sabbia a Chignolo, ossia da quello da tre mesi sappiamo essere il suo fornitore abituale.
Certamente un grave indizio di colpevolezza, corroborato dal fatto che a distanza di ben quattro anni non ricordi (rectius, non sia in grado di spiegare) l’uso cui l’acquisto era destinato.
Cosa aspettiamo allora, signori, a buttar via la chiave una volta per tutte?
Un muratore ha acquistato un tipico prodotto usato nell’edilizia e a distanza di quattro anni non ricorda il cantiere di destinazione!
Un fatto che vale di per sé una condanna all’ergastolo, anzi, mi chiedo a questo punto perché non riportare in auge i fasti della gloriosa vigenza della pena capitale.
Certo, è vero che la pena di morte è resa vieta nientemeno che dalla nostra Costituzione, ma visto il clima di enorme rispetto per i principi costituzionali (tra i quali è annoverata la presunzione d’innocenza) che da qualche tempo a questa parte si respira in Italia, sono sicura che i presupposti per invocare una modifica costituzionale ricorrano tutti.
D’altro canto, restano ben poche alternative dinnanzi a un muratore che acquista materiali edili: dopo un atto tanto anomalo e scriteriato, non potrà che essere colpevole.

Titolo e sottotitolo dell’articolo meritano di essere riportati paro paro.

articolo_sarzanini

Infatti, ci danno due notizie eclatanti: la prima è che Bossetti è già “imputato” (perché non anche condannato, a questo punto?), la seconda è che la fattura indicherebbe che abbia visitato il campo in cui fu trovata la piccola Yara: probabilmente si tratta di indicazioni tipiche delle fatture della bergamasca, giacché non mi risulta che le fatture rechino menzione del proprio eventuale tragitto o passaggio in un campo.
Eppure questa fattura lo indicherebbe.
Anzi, non solo lo indicherebbe, ma lo indica senza ombra di dubbio: basti guardare l’assenza di condizionale nel titolo.

I più attenti si saranno chiesti quale dovrebbe essere, di grazia, il valore indiziante di un simile elemento.
Il fatto che un muratore acquisti un mc di sabbia non è indizio di nulla più che del normale espletare un’attività legata al proprio lavoro.
Il passaggio a Chignolo potrebbe avere una valenza indiziaria se Chignolo non fosse un paese pressoché limitrofo al comune di residenza dell’indagato e se l’indagato non fosse stato solito acquistare materiali edili proprio a Chignolo.
L’acquisto di un mc di sabbia avrebbe (forse) rilevanza se l’indagato non fosse un muratore, ovvero se sul luogo del delitto fosse stata trovata della sabbia.
Tali requisiti minimi non sono soddisfatti, dunque un articolo ci ha informati del fatto che Massimo Bossetti acquistava materiali pertinenti alla sua attività: se siamo arrivati al punto di voler vedere del torbido anche in questo e se davvero la Procura si muove su questa linea e non si tratta di mere pontificazioni giornalistiche, mi chiedo francamente come si possa anche solo pensare di rinviare a giudizio un cittadino con elementi di questo tenore, che ad un giudice attempato potrebbero perfino causare una qualche funesta reazione di shock emotivo.

A ciò deve essere aggiunta una ulteriore considerazione: la recente testimonianza di Iro Rovedatti, pilota della protezione civile che sorvolando il campo di Chignolo a bassa quota non vide mai il corpo di Yara, che ove presente si sarebbe dovuto vedere, sembra aprire nuovi interrogativi sul luogo del delitto stesso, che molto verosimilmente (come qui abbiamo ipotizzato sin dall’inizio) non è Chignolo.
Anche qualora si ipotizzasse che il signor Rovedatti non abbia visto il corpo, resta infatti molto difficile credere che la medesima “cecità” abbia colpito anche i suoi colleghi.

Per quanto riguarda la sicumera con la quale la signora Sarzanini non esita ad attribuire la traccia biologica all’assassino, in questo blog è stato rimarcato ad nauseam il fatto che il DNA, specialmente in una traccia unica, non dimostra ovviamente colpevolezza, e posto che è trasportabile se ne deduce che non dimostra neppure (necessariamente) contatto diretto; posto poi che non è databile, possiamo dire ancora che non è elemento sufficiente neppure per collocare temporalmente una persona sulla scena criminis.

A livello mediatico, si è parlato di DNA come prova schiacciante, poiché è stato detto che “il DNA non mente”; purtroppo, però, ci si è dimenticati di aggiungere che il DNA non dice ciò che ci si vuole sentir dire, e nello specifico non dice come e quando sia arrivato lì.

Il fatto che il DNA possa essere trasportato, non solo dolosamente, ma anche in via del tutto incidentale, implica che sulla scena del crimine o sul corpo della vittima possano essere isolate tracce biologiche di persone del tutto estranee al delitto: la casistica giudiziaria internazionale contempla perfino casi di tracce biologiche rinvenute sotto le unghie delle vittime e rivelatesi esito di trasporto.
Anche un oggetto, come un’arma sporca, può veicolare sulla scena del crimine il DNA di un precedente utilizzatore non coinvolto a nessun titolo nel delitto.

Dopo aver posto tutti questi elementi, poniamo ancora che è di recente trapelato in modo finalmente chiaro, come ammette (bontà sua) la stessa signora Sarzanini, che la traccia biologica di “Ignoto1” è di origine “non accertabile”: ciò significa, in Italiano, che può essere qualsiasi cosa, incluse sostanze (esempio più banale, urina) che di per sé si dimostrerebbero intrinsecamente slegate dall’azione omicidiaria.

Il DNA può rivelarsi un elemento importante per le indagini, ma di per sé non è né prova di colpevolezza né, tantomeno, prova schiacciante, e se non contestualizzato in maniera critica rischia di condurre a tentativi grossolani di risolvere indagini sulla base di congetture che, puntualmente, finiscono per non reggere al dibattimento o per portare a sentenze di condanna che, lungi dalle certezze richieste al diritto, portano con sé dubbi che pesano come macigni.

Da un punto di vista strettamente giuridico, quanto detto sopra porta alla logica constatazione che l’esame del DNA reca una conoscenza meramente indiziaria, risultando indizio (e non “prova”), tra l’altro, di mera presenza sulla scena criminis e non di colpevolezza per omicidio.

Ed una tale conoscenza, da sola o rimestata con elementi ai limiti del ridicolo, non rende accettabile un simile accanimento mediatico-giudiziario, né il fatto che un uomo sia in carcere da più di tre mesi.

Ci si aspetterebbe, infatti, visto l’accanimento di stampo persecutorio che da tre mesi colpisce un uomo e la sua famiglia, che ci siano perlomeno delle prove dotate di un certo grado di attendibilità a suo carico.
Una tale aspettativa è però vanificata dalla semplice lettura del’ordinanza di custodia cautelare, che definisce ripetutamente i presunti fatti richiamati come “probabili”, “non illogici” e “suggestivi”.
Eppure non dovrebbe essere una mera “probabilità” e “non illogicità”, né tantomeno una qualche forma di “suggestione” a poter costare, in uno stato di diritto, la privazione della libertà ad un cittadino.

E’ notizia di pochi giorni fa che la Cassazione, nelle motivazioni alla sentenza di assoluzione nei confronti di Raniero Busco, per il delitto di Via Poma, ha stigmatizzato il fatto che la condanna di primo grado si fosse basata su mere congetture.
Qui abbiamo parlato spesso del carico di dubbi che tende sempre ad accompagnare il processo indiziario, ma è bene sottolineare che la congettura, per definizione, non è neppure “indizio”, ma supposizione possibilmente infondata che trae legittimazione da altre supposizioni altrettanto infondate.
Nel caso di Massimo Bossetti, è difficile perfino distinguere indizi e congetture da quello che spesso appare come puro e semplice gossip.

Proprio a proposito della fine del calvario di Raniero Busco, leggevo una sua intervista su Il Tempo.
Una frase, in particolar modo, mi ha colpita:
«Un incubo durato sette anni. E il fatto di aver voluto collaborare con la Giustizia si è ritorto contro di me. “Ci servono le sue dichiarazioni spontanee”, mi disse il pm nel 2004. Poi mi fecero bere un caffè, tenendo da parte la tazzina. Io volevo dare una mano, invece nel 2007 mi hanno indagato per l’omicidio di Simonetta. Sono andato da loro tante volte, tante…ho ripetuto sempre le stesse cose. E loro non mi hanno creduto. Uno che ha la coscienza pulita come me pensa che, se dice la verità, gli crederanno. Invece tutto quello che ho detto è stato usato contro di me».

Mi sembra di vedere il ripetersi della medesima storia, insomma, e non solo in relazione alla questione delle “congetture”.
Ripenso a come, negli interrogatori di Massimo Bossetti, perfino le “contraddizioni” relative ai suoi spostamenti di quattro anni prima gli vengano ritorte contro senza criterio e, mi si perdoni, come già precedentemente evidenziato, senza alcuna logica: forse, sarebbe più opportuno che il signor Bossetti evitasse di rispondere a certe domande, perché ogni sua risposta in buona fede viene puntualmente rigirata ad usum delphini.

Si tratta di cose che, per sua natura, nessun essere umano può ricordare senza dare adito a confusioni/contraddizioni puntualmente usate contro di lui.
Un colpevole ricorda cosa ha fatto nel pomeriggio di quattro anni prima, se ha compiuto un delitto probabilmente conserva ricordi nitidi sia del “prima” sia del “dopo”, in quanto trattasi di momenti connotati da una imprescindibile “particolarità”.

Un innocente, invece, va da sé che non può ricordare, meno che mai senza confusioni di sorta, cosa ha fatto nel giorno X dell’anno Y.
Nessuno di noi lo ricorda.
Può provare, sulla base delle sue abitudini, a ipotizzare un quadro verosimile dei propri spostamenti.
Ma se quanto dichiara gli viene puntualmente ritorto contro (nessuno che faccia la semplicissima constatazione del fatto che l’alibi migliore di Massimo Bossetti sia, paradossalmente, il fatto di non avere un alibi: per lui era una giornata come tante, e ovviamente non può ricordare con esattezza cosa ha fatto!!!), allora è meglio non parlare.
Quando si finisce nel tritacarne della giustizia, specie se c’è una certa premura di avere un colpevole ad ogni costo per salvare la faccia, bisogna aver paura, soprattutto -per quanto mi dolga dirlo- se non si è colpevoli.

Ce ne dà prova nuovamente il Corriere, che dimostrando di trovarsi davvero poco a proprio agio con i dizionari della lingua italiana, presenta il mancato riscontro di uno spostamento di quattro anni prima indicato da Massimo Bossetti in un interrogatorio in questi termini:

“Bossetti non andò dal meccanico”
Barcolla anche l’ultimo alibi.

Autrice dell’articolo è la signora Giuliana Ubbiali, la stessa che si prese la briga di portare all’attenzione del popolo italiano i gossip su una presunta infedeltà coniugale.

Ora sono io, cittadina nata nel paese del garantismo che spesso suole definirsi culla del diritto, a voler fare una domanda alla signora Ubbiali: cos’è, secondo la lingua italiana, un alibi?
Potrei riportare la definizione data dallo Zingarelli, ma per non farla giocare “fuori casa”, ho deciso di servirmi del dizionario online del Corriere stesso, che riporta la seguente definizione:

“Prova della propria estraneità a un reato, consistente nel dimostrare che al momento in cui veniva commesso ci si trovava in un luogo diverso”.

Vede, signora Ubbiali, io non so se Massimo Bossetti quel giorno sia stato o meno dal meccanico: personalmente, non ricordo cosa ho fatto il 26 novembre di quattro anni fa, e penso non lo ricordi neppure lei.
Questo semplice elemento, mi fa pensare che anche Massimo Bossetti abbia il diritto di non ricordarlo e di confondersi, non senza evidenziare, inoltre, che non sempre il fatto di andare dal meccanico è provabile: non necessariamente viene fatta una fattura e, anche qualora venisse fatta, sono certa che secondo il Corriere sarebbe comunque indizio di colpevolezza.
In quel caso il titolone sarebbe stato con ogni probabilità: “Massimo Bossetti incastrato da una fattura: era a Brembate il giorno del delitto”.

Resta però un fatto: la ricostruzione degli spostamenti di Massimo Bossetti in quella giornata non costituisce “un alibi”, perché è noto sin dal deposito in cancelleria dell’ordinanza di custodia cautelare il fatto che per quella sera, ossia per il momento in cui si è consumato il delitto, Massimo Bossetti non abbia mai dichiarato di avere un alibi, e che la ricostruzione degli spostamenti riguardi le ore precedenti.
Presentare la notizia in questo modo significa suggerire ai lettori qualcosa di intrinsecamente falso, lasciando intendere che Bossetti sostenesse di avere un alibi e sia stato smentito.

Il diritto di cronaca non può spingersi alla creazione di realtà parallele, né al suggerimento di un quadro diverso da quello effettivo.

Ad ogni nuova notizia, sento ormai dentro di me che il vizio dei pennivendoli, asserviti a “logiche patologiche”, in cui la paura di non appartenere è più forte del bisogno di bere e mangiare, non mi fa più alcun effetto.
Si tratta ormai di notizie vuote, oltre che trite e ritrite, quasi volgari nel loro ripetersi.
Quei trafiletti, ma anche quei lunghi articoli, per più della metà riempiti dalle 5 W del giornalismo, hanno esaurito anche i sinonimi che servirebbero da aggettivi qualificativi per il termine “svolta”.
Grande, clamorosa, impressionante, incredibile, eccezionale, strepitosa, sensazionale.

Così tanto eclatante per un solo fatto: ogni svolta di questa inchiesta, riportata dalla stampa, io la trovo invece semplicemente “rumorosa”, “fragorosa” e “chiassosa”.
E’ da oltre tre mesi che ogni giorno, secondo i giornali c’è una svolta clamorosa.
Eppure, non appena si prova a valutare la situazione con occhio critico, ci si accorge non senza un certo stupore che da altrettanto tempo l’indagine è palesemente ferma nel suo stringere un misero pugno di mosche.
Verrebbe da pensare, tanto per restare in tema di metafore stradali, che le clamorose svolte avvengano su una rotonda, che riporta sempre ed invariabilmente al punto di partenza.

Come diceva una iscritta al nostro gruppo facebook, probabilmente i “forcaioli” sembrano di più perché urlano più forte, imbrattano di commenti i forum, intervengono costantemente e a sproposito, vogliono esserci e sono determinati a esserci.
Dilagano, sono puntuali e sputano sentenze con enorme facilità.
Noi, mi permetto questo plurale, siamo sempre qui, a rivendicare la presunzione di non colpevolezza per tutti quelli che sono stati mangiati vivi da una macchina troppo uguale a se stessa per non chiedersi se, forse, in lei c’è qualcosa che non vada.
Probabilmente non ce ne rendiamo conto, ma siamo esattamente più forti, e per forza non intendo niente più che capacità di non credere all’incredibile “perché sennò il mondo non mi accetta”.
Solo a un certo punto ho avuto un cedimento, quando tra tutti gli scoop degli ultimi giorni, ho scorto un paio di frasi, commoventi.
Venivo a conoscenza della prima telefonata tra Bossetti e suo figlio.
Mi ha stretto lo stomaco, ho provato un profondo sentimento di tristezza.
Ho ripensato al Garante della Privacy, intervenuto per ammonire uno dei giornali più conosciuti del paese, secondo in Italia per diffusione.
Ho avuto nostalgia dei bravi giornalisti, quelli che non si fermavano alle apparenze, che approfondivano, che andavano oltre.
Quelli che mai e poi mai si sarebbero permessi di approfittare di una disgrazia, fino a ledere con la mannaia la dignità umana, quelli che avevano scelto questo lavoro per un principio di libertà e di visione critica della realtà.
Perché questo caso non interessa solo quell’uomo e la sua famiglia, ha a che fare con ognuno di noi, con i principi costituzionali, con la scelta che facciamo come persone.
Il garantismo non è faciloneria e non è una parolaccia, è uno strumento nobile e potente, se usato con criterio.

Sbagliano i blog, i siti “riporta notizie” e, perché no, gli altri quotidiani, a credere che il Garante della Privacy abbia imposto il fermo alla diffusione dell’articolo di Repubblica ove sono riportati stralci dell’interrogatorio a Massimo Bossetti, per i particolari sulla vita sessuale tra l’indagato e la moglie.
O non hanno letto il contenuto del divieto, o la nostra società è andata oltre il solito immaginario di squallore.
Ancora qualche giorno fa, dopo l’intervento del Garante, Quarto Grado riportava stralci di interrogatorio, per giunta calati in una nuova ridicola pantomima con un attore che interpretava Bossetti.

Non ci sarebbe nulla di nuovo se i media avessero sputato addosso a moglie, madre, suocera e parenti vari, lo stanno facendo dal giorno del fermo.
Il Garante della Privacy è intervenuto perché l’indecenza ha toccato anche un minore, la mancanza di pietas ha valicato ogni confine e di un adolescente si è tentato di fare scempio.
Quando una nazione che si crede civile non è più in grado di tutelare i suoi cittadini più piccoli, significa che la ferita è profonda, dilagante, forse insanabile.
Chi ha mai detto che gli inquirenti, in un caso così delicato, non debbano indagare?
Lo sappiamo tutti che per sviscerare la realtà di un atto criminoso bisogna andare a fondo, denudare il cittadino interessato e scavare nei meandri della sua vita privata.
Non siamo stati di certo noi a dire a chi di dovere di non fare il proprio lavoro, anzi!
Poi, però, salta fuori il “diritto di cronaca”, anche questo sacrosanto, inviolabile, senza il quale una repubblica diverrebbe dittatura.
Ma il diritto di cronaca che cos’è?
Ci sono gli armadi della vergogna, ci sono i segreti da mantenere sotto chiave per secoli e c’è il diritto di raccontare al mondo gli affari di un ragazzino già martoriato dalla tragedia capitata alla sua famiglia.
Ebbene, dobbiamo chiarirci le idee.
La vita di questo innocente è già stata messa a dura prova, ma ora, grazie a questi signori che impugnano la penna come fosse la spada nella roccia, lo è una volta di più.

Non sono stupita del tutto, non ho mai pensato che in Italia infanzia e adolescenza fossero protette dalla violenza dell’adulto, però credevo ci fosse una certa differenza tra alcuni “giornaletti” – tipo quello che si spinge fino a modificare i tratti somatici e i capelli della giovane vittima di questa storia drammatica – e un quotidiano che deve il suo nome alla Rivoluzione portoghese dei Garofani, in conseguenza della quale fu abbattuta una delle più temibili dittature europee e che è secondo per diffusione in Italia.
Invece pare proprio di no, sembra sia scomparsa quella linea di demarcazione tra serio e ridicolo, che sia stata cancellata dalla brutta malattia del secolo, il denaro.
Sempre che sia questo il motivo, sempre che il “diritto di cronaca” non stia seguendo altri scenari a noi sconosciuti, ma siccome non amiamo il complottismo, ci fermiamo prima e stendiamo il nostro “J’accuse”, sul terreno che possiamo vedere, non sulle immagini sbiadite di sentieri ignoti.
Infine, per tornare su un punto già trattato, ma non digerito, questa stampa che ci è toccata in sorte, non ha fatto diversamente con la sorella dell’indagato.
Raccogliendo tutti i modi condizionali della lingua italiana ha orribilmente messo in dubbio che questa donna fosse stata aggredita, quando c’erano addirittura dei testimoni che hanno paura di parlare.
Una donna sola e indifesa, minacciata una prima volta, strattonata una seconda e riempita di calci la terza sotto gli occhi di tutti, dopo il danno, ha subito anche la beffa di quelli che rivendicano il proprio diritto calpestando quelli degli altri.

Qui continueremo, dunque, a rivendicare un solo imprescindibile diritto: quello di dubitare.

Talvolta si parla del principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” come un portato dei paesi di common law: non è così.
Non ho grandi tendenze al patriottismo, meno che mai negli ultimi tempi, ma vale la pena di ricordare che era italianissimo il compianto Prof.Federico Stella, eccelso giurista le cui elaborazioni hanno costituito la base dottrinale della sentenza Franzese (2002) che ha sancito alcuni principi fondamentali di civiltà giuridica, fungendo da antidoto alla valutazione acritica ed arbitraria, insita di fallacie, della cosiddetta “prova scientifica”.

La sentenza Franzese è stata volta a volta definita come antidoto contro l’esclusione del contraddittorio in relazione alle prove scientifiche, antidoto contro la totale discrezione del libero convincimento del giudice e antidoto contro la deriva tecnicistica del processo penale.
Intervenne poi il legislatore, che con la cosiddetta legge Pecorella ( L. 46/2006)  positivizzò finalmente in un testo di legge un sommo principio di civiltà giuridica: l’oltre ogni ragionevole dubbio.
Venne così finalmente superato, almeno formalmente, il cosiddetto metodo individualizzante che, ai fini dell’accertamento della responsabilità penale dell’imputato, focalizzava maggiormente l’attenzione sull’intuizione del giudice: se non vi è certezza o quasi certezza di colpevolezza occorre assolvere, come si predica ormai, spesso, evidentemente a vuoto, in tutte le aule accademiche nostrane.

Come ho già detto in più circostanze, il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio implica che debba essere pronunciata sentenza assolutoria in tutti i casi in cui esista una spiegazione alternativa rispetto a quella accusatoria, e non è richiesto che tale spiegazione alternativa superi a propria volta il ragionevole dubbio, dovendo semplicemente essere e possibile in rerum natura e non impossibile o estremamente improbabile nel caso concreto.
Quando i Tribunali si discostano da questa interpretazione (che tra l’altro è l’unica che si può coerentemente ricavare dalla legge) e sembrano di contro sposare una sorta di “dubio pro culpa” (contra legem), puntualmente partoriscono mostri giudiziari.

E’ invalsa la distinzione (giurisprudenziale e di parte della dottrina) tra dubbi “interni” ed “esterni”.
Il “dubbio interno” è quello che rivela l’autocontraddittorietà dell’ipotesi del
pubblico ministero (ipotesi incoerente) o la sua incapacità/insufficienza esplicativa (l’ipotesi dell’accusa spiega solo alcuni fatti, ma non tutti i fatti necessari per un giudizio di colpevolezza); il “dubbio esterno” è invece quello che contrappone all’ipotesi dell’accusa una tesi alternativa, che non abbia la mera caratteristica della possibilità logica ma anche, come dicevo, il fatto di non essere del tutto improbabile nel caso concreto.
Negli elementi relativi a Massimo Bossetti sussistono sia dubbi interni sia dubbi esterni: la ricostruzione dei fatti dell’accusa è intrinsecamente contraddittoria, come dimostra il continuo appigliarsi ad elementi opposti nel tentativo (non riuscito) di dimostrare la stessa cosa, e gli “elementi” non hanno alcuna univocità, in quanto passibili di interpretazioni non solo differenti, ma perfino molto più logiche di quelle accusatorie.

L’unica vera domanda, allora, non è perché un muratore abbia acquistato un tipico materiale usato nell’edilizia né perché non abbia ricordi precisi di una giornata di quattro anni prima come la restante popolazione mondiale, ma piuttosto: cosa ci fa Massimo Bossetti in carcere?

Su quali basi è in carcere?
Non si tratta di una domanda retorica, ma di una questione già approfonditamente affrontata in precedenza.

E’ forse in carcere sulla base di una spesa di tre milioni di euro che ha portato al nulla più assoluto perché, dopo l’entusiasmo per l’identificazione di “Ignoto1”, da tre mesi si ha bisogno di blandire il pubblico consenso correndo dietro a gossip familiari, a notizie ridicole come acquisto di materiale edile (da parte di un muratore), e dando in pasto alla stampa interrogatori in cui si scandaglia la vita intima di un uomo, in completa violazione della dignità umana e della segretezza degli atti?

Lo abbiamo detto tante volte e lo ribadiamo: l’onere della prova incombe sull’accusa, e se la Procura non è in grado (come è ormai evidente) di provare, e di provare “oltre ogni ragionevole dubbio”, la colpevolezza di Massimo Bossetti, Massimo Bossetti non deve stare in carcere, ma in casa propria con la sua famiglia e i suoi bambini.

E’ inaccettabile che se si non riesce a dimostrare la colpevolezza per un delitto si cominci a prendere per il naso l’opinione pubblica spacciando corbellerie per indizi, nonché a scavare nella vita intima altrui per poi darla in pasto a 60 milioni di Italiani, contro ogni decenza e buon senso.

Per concludere, è a dir poco imbarazzante constatare come le tanto decantate indagini “avvenieristiche” sembrino basare le proprie ricostruzioni nientemeno che sui detti popolari, come il vecchio adagio in virtù del quale “l’assassino torna sempre sul luogo del delitto”.
A questo punto, perché non tirar fuori dal cilindro anche il  ben più celebre “l’assassino è sempre il maggiordomo”?
Vero è che, in questo caso, il proverbio non collimerebbe con l’attuale indagato.
Sempre che, beninteso, non vada bene anche sostituire “il maggiordomo” con “il nipote della domestica”.

E in fondo, ironia a parte, non mi sorprenderei se andasse bene anche una tale sostituzione: d’altro canto, in un contesto nel quale non ci si fa scrupolo ad attaccarsi alle più grottesche insulsaggini, sarebbe davvero così strano, pur di avere un “colpevole” ad ogni costo, provvedere ad adeguare alla bisogna anche i proverbi?

I media italiani e i dubbi a targhe alterne: solidarietà alla signora Laura Letizia Bossetti

“Chiamiamo con l’appellativo di “verme” chi assume comportamenti ignobili e meschini nei confronti del prossimo; del resto, pare che i vermi indichino con l’epiteto di “umano” quei loro simili che si comportano allo stesso modo.”
(Giovanni Soriano, Malomondo)

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Articolo scritto a quattro mani con Laura

In genere riserviamo questo spazio virtuale all’analisi di fatti ed elementi relativi alla vicenda mediatico-giudiziaria del signor Massimo Bossetti.
Oggi vorremmo però fare qualcosa di diverso ed occuparci del caso in senso più prettamente umano: abbiamo appreso dai giornali di ieri dell’aggressione subita dalla signora Laura Letizia Bossetti, ricoverata in ospedale dopo essere stata colpita a pugni e calci sulla pancia.
Secondo quanto riportato da Repubblica e altre testate giornalistiche era già stata aggredita due volte, anche se non in modo così violento.

repubblica

Esordiamo dunque esprimendo la nostra più profonda e sentita solidarietà alla signora Laura Letizia.

Questa vile aggressione, che ci permettiamo di ritenere e definire espressamente causata da un accanimento mediatico che ha superato ogni decenza nonché dalla continua diffusione di notizie orientate e tendenziose, in completa violazione di presunzione d’innocenza e dignità umana, del codice deontologico della professione dei giornalisti e di ogni basilare regola della società civile, è sintomo di un sistema intero che deve essere cambiato sin dalle fondamenta a partire dall’educazione degli individui.

Disinformazione e meschinità nei confronti di un uomo che ha tutto il diritto di essere considerato innocente fino al terzo grado di giudizio, sono esacerbati dal vil denaro che spinge anche a divulgare notizie false (si pensi alla bufala dei reperti piliferi o alla notizia del “furgone” che, smentita da due mesi, continua ad essere propinata coram populo da alcune testate giornalistiche) pur di vendere qualche copia in più o incrementare lo share, e si estendono perfino alla famiglia, velatamente accusata, in modo surrettizio ma continuo, di “coprire”, in qualche modo che non è dato sapere, Massimo Bossetti.

E’ ormai chiaro a tutti che su una tragedia dai contorni ancora avvolti dal mistero si possa speculare fino a cadere nel ridicolo.
Se così non fosse, ovvero se qualcuno avesse ancora qualche dubbio in merito, basta accostarsi alla prima edicola e sbirciare le oscene copertine e gli esilaranti titoloni a caratteri cubitali di un certo settimanale, che neppure menzioniamo in quanto sarebbe pubblicità gratuita ed immeritata.
Poniamo innanzitutto l’accento sulla differenza di aggettivi usati per qualificare e distinguere il cattivo gusto delle copertine dalla squallida ed esilarante miseria dei contenuti, così ben anticipati dai titoli.
In una casa di cura per depressi cronici, cui gli antidepressivi di ultima generazione non fanno più effetto, un tale giornaletto dovrebbe essere distribuito contestualmente alla terapia serale.
Di certo contribuirebbe alla guarigione di molti pazienti che ormai non credevano ci potesse essere miseria più grande del loro stato d’animo, e perché no, una fragorosa e sana risata potrebbe anche rompere il silenzio notturno del reparto.
Per altri usi cui potrebbe tornare utile rimandiamo alla fantasia del lettore.

Giacché questo blog è visibile a tutti, e chiunque può leggere, vorremmo “approfittare” di questa visibilità per porre ai lettori una domanda.
Quando, settimana dopo settimana, vi imbattete nelle foto oscenamente ritoccate dei malcapitati protagonisti delle fantascientifiche “inchieste” non provate un senso di disgusto?
Ritoccare la somatica e l’esile corpo di una bambina, che aveva un’immagine acqua e sapone, curandosi di truccarla come una donna e di darle un aspetto “ambiguo” ben lontano dalla realtà non depone molto bene per un giornale; se la bambina è una vittima allora il comportamento diviene inqualificabile e degno di segnalazione.

Passi il Sig. Bossetti appollaiato in secondo piano, con la faccia di uno al quale non resta altra scelta che denunciare il solarium per aver regolato male le lampade e passi anche l’avergli irrigidito i tratti del viso per renderlo torvo; noi, sapendo di essere autorizzate a violare il codice deontologico dei giornalisti, avremmo fatto di meglio.
Gli avremmo orientato lo sguardo verso la figura posta in primo piano alternando uno sguardo cùpido ad uno sottomesso e intimorito così da far più presa nei passanti che sfilano davanti alle edicole.

Ma al di là di questo, c’è un fatto davvero sconcertante che ha accompagnato la notizia dell’aggressione alla signora Laura Letizia, ed è la caterva di dubbi e condizionali nei quali alcuni salottieri e pennivendoli nostrani sembrano essersi rifugiati: sarà tutto vero?

Nonostante gli sforzi, non riusciamo proprio a comprendere i condizionali: chissà, se li sarà mica dati da sola i calci sulla pancia?

E si tratta, ahimè, degli stessi personaggi mai colti dal dubbio quando si tratta di condannare in diretta TV un uomo contro il quale non c’è alcuna prova di colpevolezza, ma ogni giorno una corbelleria diversa, ai limiti della vergogna, tra le quali prima o poi verrà annoverato come indizio perfino il fatto che all’epoca il Bossetti fosse vivo e respirasse.

Ed è ben difficile ritenere, sulla scorta della Dott.ssa Maccora che ha disposto la custodia cautelare e rigettato l’istanza di scarcerazione, che un tale “quadro indiziario” acquisti diverso valore se valutato in senso globale: sommando qualche 0, infatti, il risultato finale è sempre e solo 0!

La custodia cautelare, a parere di chi scrive, andrebbe di per sé confinata ad extrema ratio, non sulla carta ma nella realtà, perché è la stessa misura cautelare, spesso, ad alimentare il furore di buona parte delle persone che, ignorando del tutto certe dinamiche (e certe patologie) giudiziarie invalse nel nostro paese, confondono la misura cautelare con una dichiarazione di colpevolezza.

Questa è solo la punta di un iceberg, è la manifestazione esteriore di una patologia mediatico-giudiziaria che ha messo radici ovunque, e che viene esternata nel livore che colpisce in modo sommario e senza cognizione di causa alcuna un indiziato di delitto che si proclama innocente e contro il quale non c’è alcuna prova certa di colpevolezza, è l’epitome di un’ “informazione” che consente di trasformare formiche in elefanti, confondendo un quadro indiziario di per sé debole con delle “prove”, portando alla vigenza di una sorta di “dubio pro culpa” ove se di prove non se ne trovano le si forma sommando il nulla, quasi mille elementi del tutto irrilevanti e privi delle caratteristiche proprie degli indizi messi insieme possano assumere un valore probatorio del quale sono del tutto privi.

Ma se dal linciaggio mediatico si è passati a quello fisico, allora è davvero giunto il momento che qualcuno intervenga, e ci chiediamo, nella fattispecie, dove mai sia finito il Garante della Privacy.

La responsabilità morale dell’accaduto è di quanti da tre mesi stanno imbastendo un processo mediatico ben oltre i limiti della vergogna che disonora l’Italia intera e, non paghi, manifestano poi il coraggio barbaro di farsi affliggere dai dubbi: dubbi che non trovano spazio alcuno, ahimè, quando si tratta di sentenziare in anteprima contro un uomo che da tre mesi grida la propria innocenza, foss’anche necessario, pur di manifestare il proprio forcaiolismo saccente, continuare a ribadire come veritieri elementi già smentiti.

Già nel momento in cui un uomo viene prelevato dal luogo di lavoro e ripreso in manette dalle telecamere, si aizzano le reazioni sconsiderate della folla: ci riferiamo alla sostanziale ineducazione che affligge tutti coloro che, in casi di questo tipo, si appostano fuori dalle questure e urlano all’indagato di turno epiteti irripetibili, considerando forse il processo e l’accertamento dei fatti, o la semplice informazione sugli stessi che dovrebbe precedere l’aprir bocca, un inutile orpello.
E non si tratta di semplice meschinità personale, ma di atteggiamenti socialmente accettati che paiono non ingenerare riprovazione alcuna.

La presunzione di innocenza non è un concetto inventato da chi scrive su questo blog, ma è un principio che trae fondamento dalla Costituzione, prima legge dello Stato, e che mal si concilia con il continuo far trapelare presunte indiscrezioni tagliate ed orientate, lesive della dignità umana nel momento in cui si tratta di notizie inutili ai fini delle indagini e tese solo a mostrare un vero o presunto torbido, ravanando nella vita privata altrui per distruggere moralmente il malcapitato di turno, affidandolo alla macelleria messicana di farabutti che ergendosi a detentori della verità si sentono in diritto di umiliare il prossimo dai propri salotti televisivi e dalle colonne dei propri giornali finanziati dai contribuenti.

Giacché si fa un gran parlare di indagini avvenieristiche, male non sarebbe che al progresso scientifico si accompagnasse quello civile e umano, che non può non passare attraverso i principi cardine dello Stato di Diritto.
In caso contrario, le indagini forensi -ben lungi dal divenire panacea- diventeranno in breve la nuova arma della malagiustizia.

Concludiamo dicendo che i vili autori di questo gesto dovrebbero vergognarsi, e ci auguriamo che la Procura indaghi con la stessa premura con la quale da ben tre mesi presunte indiscrezioni si susseguono su media che definire spazzatura non è affatto un’offesa ma è, al contrario, un generosissimo complimento.

I principi dello Stato di Diritto vanno difesi con le unghie e con i denti, e noi siamo qui proprio per questo, perché a chi grida la propria innocenza, anche a costo di vendere qualche copia in meno, deve essere concesso il beneficio del dubbio.
Un dubbio sempre dimenticato, salvo poi essere ipocritamente chiamato in causa quando di dubitare non c’è alcun bisogno.

Sul movente sessuale, il pedofilo, il molestatore di bambini e Massimo Bossetti: analisi del sospettato numero uno nel caso di omicidio di Yara Gambirasio (di Rocco Cerchiara).

Inserisco una interessantissima analisi di Rocco Cerchiara, finalizzata alla decostruzione definitiva del presunto “movente sessuale” in relazione al caso Yara Gambirasio: un movente che, per quanto si scavi, non trova alcun riscontro concreto, e ci appare, al contrario un debole tentativo di far quadrare forzatamente i conti giacché non si riesce a trovare alcun movente specifico in relazione all’attuale indagato.

Chi è il pedofilo:
La pedofilia è una parafilia (parafilie sono definite  le tendenze  a  provare attrazione sessuale per persone, oggetti e situazioni che  si discostano spiccatamente dalla sessualità ordinaria, quella che ha a che fare con il coito e l’atto riproduttivo) che comporta l’attrazione sessuale, da parte di un soggetto adulto o sessualmente maturo, per soggetti sessualmente non maturi, quindi in età prepuberale (sotto i 13 anni in media).

Il DSM-IV – Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali ci dice esattamente questo:

“ La focalizzazione parafilica della Pedofilia comporta attività sessuale con bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli). Il soggetto con Pedofilia deve avere almeno 16 o più anni, e deve essere di almeno 5 anni maggiore del bambino. Per i soggetti tardo-adolescenti con Pedofilia, non viene specificata una precisa differenza di età, e si deve ricorrere alla valutazione clinica; bisogna tenere conto sia della maturità sessuale del bambino che della differenza di età. I soggetti con Pedofilia di solito riferiscono attrazione per i bambini di una particolare fascia di età. Alcuni soggetti preferiscono i maschi, altri le femmine, e alcuni sono eccitati sia dai maschi che dalle femmine. Quelli attratti dalle femmine di solito preferiscono quelle tra 8 e 10 anni, mentre quelli attratti dai maschi di solito preferiscono bambini un po’ più grandi. La Pedofilia che coinvolge vittime di sesso femminile si riscontra più spesso di quella che coinvolge vittime di sesso maschile. Alcuni soggetti con Pedofilia sono attratti sessualmente solo da bambini (Tipo Esclusivo), mentre altri sono talvolta attratti da adulti (Tipo Non Esclusivo). I soggetti con Pedofilia che sfogano i propri impulsi con bambini possono limitarsi a spogliare il bambino e a guardarlo, a mostrarsi, a masturbarsi in presenza del bambino, a toccarlo con delicatezza e a carezzarlo. Altri, comunque, sottopongono il bambino a fellatio o cunnilingus, o penetrano la vagina, la bocca o l’ano del bambino con le dita, con corpi estranei, o col pene, e usano vari gradi di violenza per fare ciò. Queste attività sono di solito giustificate o razionalizzate sostenendo che esse hanno valore educativo per il bambino, che il bambino ne ricava piacere sessuale, o che il bambino era sessualmente provocante – argomenti comuni anche nella pornografia pedofilica.

I soggetti possono limitare le loro attività ai propri figli, a figliastri, o a parenti oppure possono scegliere come vittime bambini al di fuori della propria famiglia. Alcuni soggetti con Pedofilia minacciano il bambino per evitare che parli. Altri, specie coloro che abusano spesso dei bambini, sviluppano complicate tecniche per avere accesso ai bambini, che possono includere guadagnare la fiducia della madre del bambino, sposare una donna con un bambino attraente, scambiarsi bambini con altri soggetti con Pedofilia, o, in casi rari, adottare bambini di paesi sottosviluppati o rapire bambini ad estranei. Tranne i casi in cui il disturbo è associato a Sadismo Sessuale, il soggetto può essere attento ai bisogni del bambino per ottenere l’affetto, l’interesse, e la fedeltà del bambino stesso, e per evitare che questi riveli l’attività sessuale. Il disturbo inizia di solito nell’adolescenza, sebbene alcuni soggetti con Pedofilia riferiscano di non essere stati eccitati da bambini fino alla mezza età. La frequenza del comportamento pedofilico varia spesso a seconda dello stress psicosociale. Il decorso è di solito cronico, specie in coloro che sono attratti dai maschi. Il tasso di recidive dei soggetti con Pedofilia con preferenza per i maschi è all’incirca doppio rispetto a coloro che preferiscono le femmine. “

L’uomo della strada tuttavia tende a confondere e sovrapporre, erroneamente, il pedofilo con il molestatore di bambini (child molester come lo chiamano gli anglosassoni) poiché non è detto che un pedofilo debba per forza agire violenza sessuale nei confronti di minori, anzi, non sono pochi i pedofili che non hanno mai sfiorato un bambino in vita loro.

Secondo il  Sex Crime investigations: the complete investigator’s  handbook di F.D.Jordan:

“Pedofilo” è un termine diagnostico utilizzato per descrivere un disturbo del carattere o di personalità. Per questo motivo, le forze dell’ordine dovrebbero evitare di utilizzarlo  quando ci si riferisce a un individuo, a meno che la persona sia stata diagnosticata da qualificati professionisti come avente un tale disordine. E’ molto più sicuro e più appropriato  riferirsi a tali individui come a molestatori di bambini.
Un pedofilo può intraprendere attività sessuali esclusivamente con adulti, pur non trovandole completamente soddisfacenti o appaganti, oppure può possedere materiale pedopornografico e fantasticare sul sesso con bambini ma non attuarlo mai, di contro un non pedofilo in particolari condizioni di stress o sotto l’influenza di alcol o sostanze stupefacenti potrebbe approfittare dell’immediata disponibilità di un bambino e trarne gratificazione sessuale, questo è un molestatore di bambini ma non necessariamente un pedofilo.
Sono molte le teorie relative alla struttura mentale del child molester ma principalmente il SCI prende in considerazione due grandi macrocategorie  in relazione alle modalità di interazione con vittima : il child molester violento e quello non violento ,il primo attira moltissima attenzione, il secondo sta bene attento a non attirarne e può quindi fare un gran numero di vittime rimanendo inosservato per anni.

Ruben De Luca nel suo testo Anatomia del serial killer 2000 nel capitolo in cui parla dell’omicida seriale pedofilo in relazione a queste due macrocategorie di child molester si esprime così  :

Pedofilo violento :
Di questa categoria fanno parte gli stupratori e i soggetti che, alla violenza del minore, fanno seguire l’omicidio con modalità particolarmente cruente ( uso della tortura ecc);Ci troviamo di fronte a quello che Borneman (1988) ha definito pedosadismo, una perversione in cui il piacere sessuale è dato dal maltrattare e seviziare i bambini. Di solito, questi soggetti riferiscono di aver subito nell’infanzia esperienze traumatiche accompagnate da paura.
Pedofilo non violento: utilizza principalmente la modalità della seduzione , riuscendo ad individuare i minori che hanno gravi carenze affettive; in questi casi, il pedofilo può rappresentare per loro un mezzo per riempire il vuoto affettivo ed emotivo lasciato dai genitori.

Sono molti i termini con cui si cerca di categorizzare i vari tipi di child molester così come molti sono i tratti che si cerca di individuare per categorizzarne i comportamenti e le personalità, cosa in realtà tutt’altro che semplice visto che tali tratti spesso sono presenti in categorie differenti.
Il Sex Crime investigations ci elenca le categorie ed i tratti più comuni:

Fissato:
Si può dire che questo child molester abbia uno schema persistente e preciso per quel che riguarda la sua modalità di abuso sessuale del bambino. Egli prova attrazione per i bambini fin da giovanissimo e spesso la sua attività di molestatore comincia molto presto, quando è ancora giovanissimo. Crescendo l’attrazione sessuale per i bambini non diminuisce, per cui la porta con sé nell’età adulta. La sua evoluzione sessuale rimane quindi fissata al periodo infantile.

Regredito:
Cresce con una sessualità normale ma per una serie di motivi questa può regredire portandolo ad essere attratto dai bambini, può mal sopportare lo stress dovuto al confronto sessuale con un adulto e ricorrere al bambino per evitare la minaccia di critiche o rifiuti. Ha bassa autostima e scarse capacità di reazione allo stress. Il principale criterio di scelta della vittima è la disponibilità, spesso infatti le vittime principali sono proprio i suoi figli o comunque bambini appartenenti alla famiglia.

Situazionale:
Non ha una preferenza esclusiva per il bambino come oggetto del desiderio sessuale, tuttavia per ragioni varie e a volte complesse può attuare molestie sessuali nei confronti di bambini per quanto in realtà molto sporadicamente.

Preferenziale:
Questo individuo è altamente prevedibile nel suo comportamento sessuale e di solito è sessualmente coinvolto con un gran numero di bambini. Questo tipo di molestatore coinvolge bambini in attività sessuali seducendoli e corteggiandoli con attenzione, doni o affetto con lo scopo di eliminare gradualmente le loro inibizioni sessuali, ha molta pazienza e spesso usa la pornografia per “indottrinare” le sue vittime, spesso fotografa i bambini nel corso di atti osceni e mostra le foto ad altri bambini per sedurli e “indottrinarli” oppure le usa come mezzo di ricatto affinchè non parlino. Lo scopo finale è portare il bambino a concedersi volontariamente così da offrire il sesso in cambio dei benefici che la relazione con l’adulto offre.
E’ un abilissimo seduttore di bambini poiché è capace di identificarsi con loro ed empatizzare, sa come parlar loro e sa come ascoltarli ed interagire. Il suo problema principale è come chiudere una relazione con un bambino che ha ormai superato la sua età preferita.

Moralmente indiscriminato:
Abusare del bambino per lui è semplicemente parte della sua tendenza all’abuso in generale. I criteri di selezione della vittima sono la disponibilità, la vulnerabilità e l’opportunità, tipicamente usa la violenza, l’inganno o la manipolazione per procurarsi le vittime, può avere tendenze sessuali sadomasochistiche e preferire soggetti preadolescenti piuttosto che propriamente bambini.
Spesso i genitori incestuosi fanno parte di questa categoria.
Fred e Rosemary west attiravano ragazze adolescenti nella loro casa a Gloucester con lo scopo di torturarle e stuprarle ripetutamente per poi ucciderle e seppellirne i corpi nello scantinato, Rose inoltre si prostituiva con clienti procurati da Fred il quale spesso assisteva alle performances masturbandosi. Hanno abusato di almeno due delle loro varie figlie dall’età di 8 anni in poi.

 

Sessualmente indiscriminato:
Sostanzialmente “uno vale l’altro”, non ha una preferenza per i bambini ma può fare sesso con loro per provare, così come potrebbe farlo con un anziano o con chiunque altro.

Inadeguato:
Il suo schema comportamentale è difficile da definire, si tratta a volte di soggetti psicotici, con gravi disturbi della personalità o affetti da ritardo mentale. In linguaggio profano è il tipo strano del quartiere, l’eccentrico. Può essere tanto l’adolescente patologicamente solitario quanto l’adulto solitario che vive coi genitori. Può abusare sessualmente del bambino per soddisfare le proprie curiosità sessuali con un soggetto non minaccioso, a differenza di un adulto. Molti sono tendenzialmente innocui ma alcuni sono noti per aver ucciso le proprie vittime, spesso con metodi abbastanza cruenti. Oltre che bambini possono molestare anche anziani o disabili.
Introverso:
I bambini sono le sue vittime d’elezione ma non ha le capacità sociali e verbali necessarie a sedurli, è lo stereotipo del molestatore che si aggira nei parchi o nei luoghi in cui i bambini aggregano e tende a preferire  bambini che non conosce  o molto piccoli.
Può mostrare i genitali ai bambini per strada o fare telefonate oscene se trova il numero di telefono, può sposare una donna che ha figli dell’età che lui preferisce o addirittura sposarsi e avere dei figli con lo scopo di molestarli.

Sadico:
Il molestatore di bambini sadico non solo è attratto sessualmente dai bambini ma per essere sessualmente soddisfatto ha anche bisogno di infliggere dolore. Abbastanza raro, si procaccia le vittime con la violenza o con l’inganno, normalmente le sue azioni attirano moltissima attenzione e possono gettare nel panico l’intera comunità.
A proposito di questa categoria Ruben De Luca ci dice inoltre che il child molester sadico, se è anche preferenziale, seppur raro  fa della vittimizzazione del bambino uno stile di vita, può diventare un omicida seriale e fa un larghissimo uso di pedopornografia per alimentare le proprie fantasie.

Wesley Allan Dodd : fin dall’età di 13 anni ha cominciato a molestare bambini più piccoli mostrando loro i genitali e coinvolgendoli in attività sessuali. Crescendo i suoi impulsi sessuali crescono con lui e colleziona varie denunce per molestie e a minori, ma la fa sempre franca, ha una preferenza per i maschi di età inferiore ai 10 anni, le sue fantasie col tempo prendono una piega sempre più sadica e trascorre le notti masturbandosi furiosamente mentre appunta in un diario i suoi piani di sequestro abuso di bambini ricchi di dettagli sulle torture che intende infliggere.
Quasi trentenne una sera decide di andare in un parco per cercare un bambino, ne incontra due, due fratelli di 11 e 10 anni, sono un po’ troppo grandi ma si accontenta, li conduce in un’area isolata e abusa di loro poi li uccide a coltellate.
Non è soddisfatto così poco tempo dopo rapisce sempre da un parco un bambino di 4 anni,lo porta a casa e abusa di lui per tutta la notte alla fine lo uccide impiccandolo, scatta varie fotografie e scarica il corpo fuori città. Viene colto in flagrante mentre cerca di portare via un bambino da un cinema. Arrestato confessa, verrà condannato a morte e giustiziato nel 1990.

 

Durante il periodo in carcere invia anche un documento al giornale mirato a spiegare ai bambini come comportarsi quando incontrano un child molester:

 

Quando incontri uno sconosciuto.
di Wesley Allan Dodd.

“Ci sono cose che funzionano che i bambini possono fare per proteggersi. Non ho mai molestato o danneggiato nessun bambino che abbia resistito. A volte è bastato solo un no, a volte c’è voluto qualcosa in più.
Che cosa devi fare?
A molti bambini e bambine viene detto di non accettare caramelle da uno sconosciuto, o di non entrare nella macchina di un estraneo.
Ma cosa devi fare quando sei da solo ed uno sconosciuto vuole che vada in macchina con lui, o che ti abbassi i pantaloni o vuole che tu faccia qualche altra cosa che sai essere sbagliata? Cosa fai se non c’è nessun adulto che ti può aiutare nei dintorni? Fai quello che vuole lo sconosciuto e mandi all’inferno ogni speranza?
NO!
Lo sconosciuto è più grande e più forte di te e tu potresti avere paura, ma è possibile farlo scappare via!
A volte lui ha tanta paura quanta ne hai tu, ha paura che tu possa far qualcosa che porti alla sua cattura.
Cosa devono fare un bambino  o una bambina quando un adulto vuol fare loro qualcosa di male?
DIRGLI DI NO!

Potrebbero averti detto di dire di no alla droga, puoi dire di no anche a qualcuno che vuole portarti via, o che vuole che ti abbassi i pantaloni o che ti tolga i vestiti.
Ci sono altre persone come me, ti facciamo togliere i vestiti, alcuni di noi vogliono che tu salga in macchina, possiamo essere gentili con te ma possiamo essere anche cattivi. Alcuni di noi possono volerti fare del male, alcuni addirittura ucciderti. Ma tu puoi ancora scappare via.
Una volta un bambino mi ha detto di no e poi è scappato via…
…ed io sono scappato via nell’altra direzione. Non volevo essere visto mentre lo inseguivo, non volevo che lui mandasse la polizia a cercarmi.
Dì sempre di NO!E poi SCAPPA!
Un altro bambino mi ha detto di no, allora io gli ho preso un braccio e non lo lasciavo scappare, gli ho fatto abbassare i pantaloni e l’ho toccato.
C’era qualcos’altro che poteva fare per proteggersi? Che cosa?
Un altro bambino di sei anni mi aveva detto di NO e voleva scappare, io allora l’ho preso e ho cominciato a portarlo via, lui sapeva di non poter scappare ma non ha rinunciato, ha cominciato a gridare “aiuto, qualcuno mi aiuti mi vuole ammazzare!”
Continuava a gridare e avevo paura che qualcuno potesse sentirlo, così l’ho lasciato ed è scappato via, non volevo essere preso ma lui corse a dirlo a qualcuno e la polizia mi ha preso 10 minuti dopo.
Quel bambino di sei anni non sapeva cosa stavo per fare, sapeva solo che lo stavo portando via e potevo fargli qualcosa di male e invece di avere paura e venire con me ha gridato per chiedere aiuto!
Lui adesso è un eroe perché anche se aveva paura di me ha gridato aiuto quando ne aveva bisogno.
Dì sempre di NO! Poi SCAPPA! GRIDA e lo farai spaventare! GRIDA AIUTO! Corri subito a dire a qualcuno che cosa è successo. Dillo sempre a qualcuno, sii un eroe.”

In ogni caso un child molester può avere una combinazione di disordini psicosessuali, della personalità o psicosi o può essere coinvolto in varie attività criminali.
Inoltre la tendenza sessuale pedofila può essere combinata anche con altre parafilie.
Le categorie sopra elencate sono abbastanza schematiche, il che è abbastanza normale nel momento in cui si categorizza con lo scopo di facilitare le dinamiche d’indagine, la cosa importante è comprendere che lo schema e le categorie sono solo una base da cui partire e bisogna tener presente che, come già detto, molte categorie hanno tratti in comunque e molte ancora sono reciprocamente integrabili.

Gli scopi principali per cui parliamo di pedofilia e di molestia a danno di minori in questa sede sono fondamentalmente due:
Il primo è chiarire la differenza e la relazione tra le due cose.

Il secondo è far notare quanto queste due cose abbiano poco a che vedere col caso di cui ci stiamo occupando.

Ricapitoliamo: Massimo Bossetti è il sospettato numero uno per l’omicidio di Yara Gambirasio avvenuto il 26 novembre del 2010, ciò che lo lega al delitto è la corrispondenza tra il suo profilo DNA e quello estratto da una piccola traccia biologica ritrovata sui leggings della vittima in corrispondenza di una lacerazione degli stessi:

  • Il cadavere rinvenuto nei campi di Chignolo d’Isola in data 26 febbraio 2011 apparteneva in vita a Yara Gambirasio.
  • Il cadavere presenta segni di almeno otto lesioni da taglio e una da punta e taglio a collo, polsi, torace, dorso e gamba destra relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso. Non sono presenti lesioni tipicamente da difesa. Per ciò che riguarda il mezzo produttivo delle lesioni da arma bianca, trattasi di strumento da punta e taglio, con spessore della lama minimo di 0,2 mm, lunghezza di almeno 2 cm, con possibile copertura in titanio, che per le caratteristiche rilevate è meno provabile trattarsi di un taglierino (cutter) ma piuttosto di un coltello.
  • Il cadavere presenta segni di lesività contusiva al capo (nuca, angolo destro della mandibola e zigomo sinistro)
  • Il corpo ed alcuni indumenti. unitamente al livello dell’albero bronchiale, di Yara Gambirasio riportano polveri riconducibili a calce, che del tutto verosimilmente rappresentano il frutto di contaminazione dovuta al soggiorno della stessa in un ambiente saturo di tali sostanze ovvero dovuta ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tali sostanze.
    Al fine di valutare l’origine di tali polveri è stato realizzato un confronto con prelievi effettuati, nelle sedi che Yara Gambirasio avrebbe potuto frequentare nei giorni antecedenti la sua scomparsa. I dati ottenuti dimostrano che le polveri rinvenute su Yara Gambirasio non si ritrovano nella stessa forma nei diversi luoghi controllati (casa, palestra, piscina, sterrato vicino al campo di Chignolo) se non in parte per i campioni del cantiere di Mapello, ove in un primo momento si sono concentrate le indagini. Le polveri repertate sui cadavere di Yara appaiono simili ai materiali campionati nel cantiere di Mapello, ma non perfettamente corrispondenti. Non è stato possibile ottenere una “Impronta digitale” più dettagliata di suddetto materiale per la scarsa quantità in cui è presente sul corpo della ragazza.

• Altre microparticelle rinvenute alle analisi condotte e che analogamente riportano ad attività legate (ma non esclusivamente). all’edilizia sono le piccole sfere di ferrocromo-nichel repertate sulle scarpe e in alcune sedi degli indumenti

  • Tali reperti (polveri di calce e sfere metalliche rivenute), sono riconducibili a materiali e pratiche tipiche delle attività legate al mondo dell’edilizia.

La relazione evidenzia come slip, reggiseno e calze indossate da Yara Gambiarsio non sono state testate relativamente alla presenza delle polveri perché al momento del rinvenimento del reperto questi indumenti erano già stati inviati al Ris per indagini merceologiche e genetiche.

  • Le indagini naturalistiche convergono nel concludere che il corpo di Yara Gambirasio in via di elevata probabilità sia rimasto nel campo di Chignolo d’Isola dal momento della sua morte, avvenuta poche ore dopo la sua scomparsa, fino al momento del suo rinvenimento.

Le indagini geologiche sulla suola delle scarpe mostrano che molto probabilmente esse sono venute in contatto con il terreno del campo di Chignolo d’Isola ovvero con terreni con caratteristiche naturalistiche analoghe. Ciò è suggestivo del fatto che abbia camminato in un simile ambiente.

  • Non vi sono elementi emergenti dalle indagini che indichino con certezza violenza o attività sessuale. Nella relazione si dà atto che al momento dell’autopsia il reggiseno si trovava slacciato e che all’analisi i gancetti posteriori risultano integri e resistenti alla trazione (pag. 180)
  • I rilievi relativi al contenuto gastrico consentono di ritenere che la morte risale a poche ore dopo la scomparsa la sera del 26 novembre 2010, ed in particolare appare collocabile nel range temporale compreso tra le 19 e le 24… tenuto conto di una fase agonica protratta, questo limite potrebbe estendersi alle prime ore del giorno successivo.
  • Non è possibile per il cattivo stato di conservazione della salma stabilire con certezza la causa della morte. Tuttavia si propende per una morte concausata da ipotermia e dagli effetti combinati delle lesioni da arma bianca e contusiva.

Dunque, abbiamo un cadavere in un campo.
Almeno 8 ferite da taglio inferte probabilmente con un coltello, ma non mortali.
Tre contusioni, anche queste non mortali.
La morte viene attribuita alla combinazione delle lesioni elencate e dall’ipotermia.
Il cadavere è vestito. Non ha i pantaloni abbassati o la gonna alzata, i pantaloni tagliati o strappati in corrispondenza dei genitali. Il reggiseno era slacciato… sotto gli indumenti, cosa che in corso di una colluttazione può capitare facilmente. Io in una scena del crimine così il movente sessuale non lo vedo.

E non lo vede neanche l’autopsia: “non vi sono elementi emergenti dalle indagini che indichino con certezza violenza o attività sessuale”.

Ma la Procura sembra proprio attaccata al movente sessuale, nonostante non ci sia nulla che lo faccia supporre e nella scena del crimine e dai risultati dell’autopsia.
Abbiamo comunque un sospettato offertoci dalla genetica forense, la quale da sola in questo caso non è sufficiente a gettare la chiave della sua cella ma lo mette semplicemente in relazione con la scena del crimine, al di là di tutti i problemi, gli eventuali errori, le dinamiche intricate relative agli esami del DNA che abbiamo visto in questi mesi studiando come funzionano, diamo per buoni i risultati.

Mettiamo che quella piccola traccia di DNA trovata su Yara appartenga a Massimo Bossetti: tocca a chi indaga costruire un solido caso con le dovute prove ottenute con accurate indagini in cui andare ad incastrare anche il tassello genetico.
E allora indaghiamo.

Chi è Massimo Bossetti?
Un muratore quarantatreenne sposato e con tre figli.

Cosa fa? E’ un uomo dalla vita abbastanza regolare: va al lavoro, torna dal lavoro, ogni tanto si fa una lampada, ogni tanto esce con la moglie e con i figli.
Cerchiamo il movente sessuale nella vita di Massimo Bossetti, cerchiamolo a tutti i costi anche se non c’è nulla che faccia pensare ad un movente sessuale:
stiamo indagando, dobbiamo essere per forza di cose indiscreti… Interroghiamo allora tutti i familiari e i parenti, interroghiamo gli amici, i conoscenti, i colleghi di lavoro.
Interroghiamo i fornitori e i commercianti da cui si serve, interroghiamo i vicini di casa, interroghiamo chiunque possa avere qualcosa da dirci su questa persona.
Se stiamo cercando di capire se è un child molester e più generalmente un sex offender, visto che insistiamo sul movente sessuale, siamo tenuti a fare domande sulle sue abitudini sessuali a coloro i quali supponiamo possano saperne qualcosa: la moglie in primis, gli amici, le ex, le donne che lo conoscono.
Dobbiamo fare domande sulla sua sessualità, dobbiamo chiedere alla moglie se ha mai proposto qualcosa di strano, sul piano sessuale, se la sua sessualità ha connotazioni violente, se richiede più rapporti sessuali al giorno, se quando gli vengono negati s’incazza.
Dobbiamo chiedere alle prostitute della zona se lo conoscevano come cliente e se era un cliente strano, con strane richieste, che andava a caparsi quelle più giovani o dall’aspetto più infantile, se il rapporto con lui era impostato sul controllo da parte sua e se era violento e abusante.
Dobbiamo chiedere alle donne che lo conoscono se fa mai delle avances o delle proposte sessuali, se ha mai allungato le mani e ha manifestato una reazione eccessiva di fronte al rifiuto.
Dobbiamo chiedere se gli interessavano le ragazze molto giovani, se ha mai molestato i figli, propri o quelli dei vicini, se era noto per spiare adolescenti o attaccare discorso insistentemente con loro.
Dobbiamo controllare accuratamente il suo pc, vedere se ha materiale pornografico e che tipo di materiale pornografico, se è iscritto a forum a tema sessuale, se chatta con donne e cosa si dicono, dobbiamo scoprire cosa cerca su internet.
Dobbiamo perquisire accuratamente casa sua e i mezzi di trasporto che usa, dobbiamo sapere che luoghi frequentava abitualmente, dobbiamo interrogare tutti gli altri che frequentano quei luoghi.
Dobbiamo scoprire tutto su di lui.

Perché?
Beh, perché nessuno esce dal lavoro, si carica la prima tredicenne che incontra con l’idea di abusarne sessualmente e ammazzarla in un campo.
L’idea di abusare sessualmente di qualcuno non viene dal nulla, non nasce all’improvviso senza aver lasciato nessun tipo di traccia nella vita e nelle attività di una persona.
In particolar modo se cerchiamo un child molester.
In tre mesi di indagini fatte su quest’uomo non abbiamo ottenuto nulla che ci faccia pensare che sia un child molester (né tantomeno un sexual predator in generale).
Confrontiamo quel che sappiamo di Massimo Bossetti con le categorie di child molesters sopra elencate.

Fissato?
No, non credo proprio, non è venuto fuori niente che faccia pensare ad un’attrazione per soggetti prepuberi presente fin dall’adolescenza. E qualcosa sarebbe venuto fuori di certo visto che spesso questo tipo di CM comincia a molestare soggetti puberi e prepuberi fin dalla prima adolescenza.

Regredito?
Non direi, abbiamo un uomo che conduce una vita tranquilla e che da tre mesi in carcere sostiene la propria innocenza senza smuoversi di un millimetro, è in grado di gestire una situazione di grande stress. Ci sembra forse questo un uomo che ha bassa autostima e sotto stress cerca un bersaglio facile da abbattere? O ci sembra una persona assertiva in grado di gestire e gestirsi?

Situazionale, Moralmente indiscriminato, Sessualmente indiscriminato?
Non ci risulta che il nostro sospettato sia una persona abusante da un punto di vista sociale o sessuale, se così fosse stato lo avremmo scoperto interrogando la famiglia e le persone che lo conoscono meglio. Non ci risulta che la sua vita sessuale sia così movimentata, che cerchi sesso ovunque indiscriminatamente, che abbia voglie sessuali particolari e un forte desiderio di soddisfarle e provare qualcosa di nuovo.

Preferenziale?
E’ da escludere. Nessuno si è mai fatto avanti per dire che Bossetti aveva l’abitudine di frequentare soggetti puberi o prepuberi, che sia diventato capo scout per entrare in contatto con loro o qualcosa del genere. Non risultano comunicazioni particolari con minori e del resto non ne avrebbe neanche avuto il tempo visto il suo stile di vita. Certe cose richiedono molto tempo a disposizione.

Inadeguato?
Assolutamente no e non occorrono ulteriori spiegazioni.

Introverso?
Come sopra. A parte che l’introverso punta bambini molto piccoli e Yara era già praticamente adolescente, non è mai stato visto andare in giro a mostrare i genitali nei parchi.
Non risulta inoltre che abbia mai molestato i propri figli.

Sadico?
Né come sex offender né come child molester. Il sadismo sessuale non passa inosservato, specie con mogli, amanti e fidanzate. Normalmente in seguito all’arresto di un sex offender con tendenze sadiche in corso d’indagine saltano fuori molte persone, specialmente ex partners o partners, a dare dettagli sulla sessualità violenta dell’indagato.

Nel caso di Dayton Leroy Rogers (un caso un po’ più pesante del nostro: omicida seriale sadico, feticista parzialista del piede, appassionato di bondage, 8 vittime accertate in Oregon negli anni 80. Usava proporre il bondage alle prostitute che frequentava per poi torturarle con i morsi ed un coltello) una volta arrestato durante le indagini si fecero vive decine di prostitute, uscite vive dagli incontri, a confermare le sue abitudini sessuali.

Non corrisponde a nessuna delle categorie descritte.
Personalmente escludo in toto un orientamento sessuale verso fanciulle puberi o prepuberi.
E da quello che siamo venuti a sapere (anzi, che non siamo venuti a sapere) facciamo parecchia fatica ad immaginare Bossetti come predatore sessuale.
Soprattutto colpevole di un omicidio che non mostra alcun movente sessuale, perlomeno un movente sessuale espresso.

Il nostro sospettato non sembra avere una sessualità incontenibile tale da portarlo a cercare sesso al di fuori del matrimonio, non pare avere poi quel tipo di sessualità mista a rabbia e odio per l’altro sesso che porta a cercare a cercare lo sfogo sessuale violento, non ci sembra poi il tipo di stupratore che in condizioni di stress in seguito ad eventi seccanti e stressanti esce e va a cercare una vittima su cui scaricarsi, non è il tipo che concepisce lo stupro come unica modalità relazionale in ambito sessuale.
Non è un voyeur, mai sorpreso a guardare le coppiette o a spiar le donne dalla finestra, non è un esibizionista, non ci risulta che abbia mai mostrato le pudenda in giro, non è un frotteurista: mai beccato a toccare con falsa casualità donne non consenzienti.
Anzi, pare che costui sia un uomo che, per dirla in un linguaggio estremamente semplice da bar della periferia romana “da si e no du corpi alla moje quando proprio je va e non è troppo stanco”… Per stessa ammissione di lei in un’intervista concessa ad un giornale:

“Mi creda, mio marito non può essere un maniaco. I suoi comportamenti, anche quelli sessuali, sono sempre stati al di sopra di ogni sospetto. E’ normalissimo anche nell’intimità. Nessuno mai, come per esempio una piscina affollata, ha mai potuto cogliere uno sguardo disdicevole, un’attenzione strana verso le ragazzine. Lo chieda a chi vuole, in famiglia o in paese.”

Quindi abbiamo:
– Una scena del crimine che non ha nulla che faccia pensare ad un movente sessuale.
– Un referto autoptico che non rileva la presenza di violenza sessuale o attività sessuale in genere.
– Un sospetto nella cui vita non abbiamo trovato niente che possa anche solo far ipotizzare che possa essere un sex offender e né tantomeno un child molester.

Inoltre l’esame del computer non ha rivelato se non pochi rari accessi a siti pornografici.
Moltissimi uomini fanno uso di pornografia, è una cosa abbastanza normale.
Ma il criminale sessuale tende a farne un uso ancora maggiore e soprattutto di un particolare tipo di pornografia, a seconda dei gusti personali.
Inoltre parlando di pedopornografia, cosa che ci aspetteremmo di trovare con un certo grado di certezza nel pc di un child molester, trovo risibile l’ancorarsi della Procura alla parola “tredicenni” rilevata tra le ricerche effettuate dal pc di Bossetti.
Pensare che una persona possa andare su google, digitare la parola “tredicenni” e trovarsi davanti pagine e pagine di links a siti che mostrano soggetti di tredici anni impegnati in attività sessuale è assolutamente ridicolo.
Persino cercando su portali di pornografia amatoriale e non, come “imagefap” o “clips4sale”, per citarne un paio tra i tanti, è impossibile trovare materiale pedopornografico.
Oggigiorno per trovare tale tipo di materiale bisogna essere in grado di accedere al deep web, e neppure lì è così facile, o avere i giusti contatti.
E’ un affare che frutta moltissimi soldi e i produttori stanno bene attenti a non attirare troppo l’attenzione su internet e altrettanto attenti sono i fruitori.

La Procura tuttavia sembra volere accollare a tutti i costi a Bossetti l’etichetta di maniaco sessuale, e la stampa le dà man forte, trascurando altre piste che potrebbero rivelarsi ben più produttive.

Ancora oggi non riesco a comprendere se si tratti di incapacità investigative o se stiano cercando d’incastrarlo col peggior movente immaginabile.

Ecce homo, ecce mutanda!

“Nelle Catilinarie Cicerone non avrebbe avuto bisogno di disegnare una immagine del nemico, perché del complotto di Catilina aveva le prove.
Ma lo costruisce quando, nella seconda orazione, dipinge ai senatori l’immagine degli amici di Catilina, riverberando sul principale
accusato il loro alone di perversità morale:

Individui che bivaccano nei conviti, che stanno allacciati
a donne svergognate, che illanguidiscono nel vino, pieni
di cibo, incoronati di serti, cosparsi di unguenti, debilitati
dalla copula, vomitano a parole che bisogna far strage dei
cittadini onesti e incendiare la città. […] Li avete sotto gli
occhi: senza un capello fuori posto, imberbi o con la barba
ben tagliata, vestiti di tuniche sino alla caviglia e con le
maniche lunghe, avvolti da veli e non dalla toga… Questi
“fanciulli” così graziosi e delicati hanno imparato non
solo ad amare e a essere amati, a danzare e cantare, ma
anche a brandire pugnali e somministrare veleni.”

(Da “Costruire il nemico”, di Umberto Eco)


Articolo scritto a quattro mani con Sashinka Gorguinpour. Un ringraziamento particolare alla Dott.ssa Chiara Rimmaudo per la segnalazione dell’interessante articolo su Il Chimico Italiano, al Dott. Gennaro Francione per i suoi interventi nel gruppo facebook riguardo processo indiziario e profili di dubbia costituzionalità della carcerazione preventiva, ma un grazie anche a tutti gli altri utenti che costantemente interagiscono, pubblicamente o in privato, fornendo spunti di riflessione, discussione e approfondimento.

A due mesi e mezzo dal fermo di Massimo Bossetti, mentre i dubbi continuano ad essere infinitamente maggiori delle certezze, una cosa, e solo una, è davvero chiara.
Mi riferisco all’andamento delle notizie, sempre inesorabilmente lo stesso (lo abbiamo visto in relazione ai reperti piliferi, al furgone, ora alla presunta pedopornografia con l’apprezzato intervento demistificatore del Dott. Paolo Reale): ogniqualvolta sembra saltar fuori un nuovo elemento, prima se ne parla tanto, troppo.
Poi, puntualmente interviene un esperto che smonta la questione.
E allora tutto torna a tacere.

Intanto, però, la notizia infondata è stata data in pasto all’opinione pubblica, e nessun dietrofront potrà mai cancellare un dato inserito nell’impietoso circuito mediatico.

D’altro canto, come potremmo pretenderlo in un contesto di disinformazione in cui c’è chi è disposto a credere che i pedopornografi, che notoriamente usano server super criptati saltando da un server all’altro ogni 10 secondi da New York a Kuala Lumpur, si mettano a fare ricerche su Google?

Allora si può soltanto tornare a tacere, e tornare nel solito limbo degli indizi non sufficienti a fare di Massimo Bossetti un assassino, ma, a quanto pare, sufficienti a consentire, ad ogni nuovo fiato di tromba, un nuovo linciaggio mediatico.

E tra questi elementi mai sufficienti, va inserito anche il DNA (che è anzi l’unico elemento non risibile dell’intera vicenda): va inserito tra gli elementi non sufficienti per le ragioni già esposte tante volte, e che oggi vorrei lasciar spiegare a questo articolo pubblicato su Il Chimico Italiano, maggio – giugno 2014, anno XXV, n. 3.

IlChimicoItaliano

La parte finale merita di essere messa in evidenza in maniera chiara:
“Per gli investigatori si tratta di un aiuto importante anche se non sufficiente a collocare temporalmente il soggetto sul luogo del delitto, perché sia un mozzicone che un coltello si possono trasportare, veicolando un DNA estraneo nella scena criminis.
Se non contestualizzata in maniera critica, ogni fonte di prova, anche quella genetica, rischia di palesarsi come mero effetto CSI – ovvero tentativi grossolani di risolvere le indagini con semplici congetture, come appunto si assiste nei serial televisivi, e che spesso conducono a clamorosi errori investigativi destinati a naufragare durante il processo quando, nel dibattimento, durante il contraddittorio tra le parti, si formano realmente le prove”.

Ogni volta, dunque, al cadere dell’ultima news ventilata, si torna bruscamente all’amara realtà: oltre al DNA, inesorabilmente affetto dalle solite problematiche di trasportabilità e non databilità, non c’è un solo indizio univoco, e dunque non c’è un solo indizio, perché per essere tale un indizio deve rispondere a requisiti di gravità, precisione e concordanza.
E questo anche al di là delle problematiche che di per sé pone il processo indiziario (per chiunque volesse approfondire, nel nostro gruppo facebook ci sono stati degli interessanti dibattiti con il Dott.Gennaro Francione): come si diceva ieri, infatti, volendo citare un avvocato titolare della cattedra di procedura penale all’Università di Palermo, “cento indizi non fanno una prova così come cento conigli non fanno un leone ma una conigliera”.
Proprio a proposito di processo indiziario, Gennaro Francione ha citato una parte della sua opera “I dadi di Temi”, in cui l’esito di un processo viene emblematicamente deciso con un lancio di dadi dal giudice: pari colpevole, dispari innocente.

lL CANCELLIERE GIORGIO TRIBOULET(declamando): E come fa giudice a motivare così divinamente, a esprimere le rationes decidendi una volta che ha scelto a caso?
ARMANDO BRIGLIADOCA: Tutto si motiva, mio caro. Io scrivo 100 pagine di una sentenza che fila come un orologio, poi metto la firma e do 30 anni di galera. Peccato che la verità sia un’altra. Il poveraccio incriminato era innocente!
GIORGIO TRIBOULET(al pubblico): Insomma basta rispettare formalmente le forme, fare un esercizio onesto e salutare e accordare il beneficio del tempo. Poi, comunque vada, il verdetto vero o sbagliato che sia… giustizia è fatta!
ARMANDO BRIGLIADOCA: Bravo! Giustizia e aria fritta!

Il punto è che, nel nostro caso, non siamo neppure di fronte ad un processo indiziario, perché i presunti indizi mancano di univocità (o, per dirla in termini giuridici, di precisione), dunque è molto difficile perfino ritenerli indizi.

Così, al cadere dell’ultima news, tutto torna sempre a tacere.
La quiete dopo la tempesta.

Una falsa quiete, però, perché una notizia inserita nel circuito mediatico, quand’anche smentita o smontata, non lascia scampo.
Ed una volta approntato il patibolo, nessuna obiezione potrà fermare il crepitare della mitraglia.

La degenerazione mediatica è stata sin dall’inizio, e continua ad essere, senza precedenti e senza pari, ed anzi continua giorno dopo giorno a raggiungere picchi inusitati, tanto che non si può dar torto a Gianluca Perricone, che in un articolo pubblicato sul suo blog qualche giorno fa con l’emblematico titolo FATTI PRESUNTI SENZA NESSO LOGICO, esordiva con queste parole:

“Continuando di questo passo, si verrà prima o poi a scoprire che il cagnolino ha messo incinta una bastardina e che magari uno dei figli ha anche rubato la merendina ad un compagnetto di scuola”.

Non bastavano, in effetti, cene alla trattoria e lampade solari fatte in un centro estetico vicino alla fermata dell’autobus che prendeva Yara (si dovrebbe dunque supporre che Massimo Bossetti facesse le lampade alle sette del mattino o all’una e mezza del pomeriggio per vedere gli autobus degli studenti, ovviamente ritenendo del tutto credibile che un centro estetico sia aperto in tali fasce orarie?), ci si è voluti spingere perfino oltre nella tragicommedia, fino alle presunte “corna”: quindi, ammesso e non concesso che la notizia possa essere fondata, se un uomo viene tradito dalla consorte ci sarebbero leggi scientifiche o massime d’esperienza attestanti la correlazione ad azioni omicidiarie non rivolte verso le persone coinvolte (come gli amanti) ma verso una terza persona del tutto estranea?

O, molto più verosimilmente, si scava tra i gossip di famiglia e nelle mutande della consorte perché non si trovano altri appigli concreti per avvalorare un castello accusatorio che non sta in piedi?

Certo è che se il “movente” più credibile che si riesce a trovare è proprio questo, il mio augurio di non arrivare al rinvio a giudizio, prima ancora che al sig. Massimo Bossetti, è rivolto alla Procura di Bergamo, che potrebbe uscirne con un’immagine non propriamente entusiasmante.

Nei precedenti articoli ho usato spesso una parola e i suoi derivati.
Mi riferisco alla parola farsa.

Qualcuno potrebbe aver pensato che abbia scelto questo termine nell’intento di muovere una critica pungente alla continua divulgazione di presunti indizi insussistenti e privi di qualsivoglia nesso logico- ma sbaglia: ho usato la parola farsa in senso prettamente storico ed etimologico.
La parola farsa deriva dal Latino farcire, ed inizialmente indicava l’inserzione di intermezzi comici nelle rappresentazioni sacre che si tenevano sul sagrato delle chiese; a partire dal XV secolo, pian piano passò ad indicare un componimento teatrale, che aveva la funzione di rallegrare gli spettatori, specie alla fine di una tragedia.

Se sin dai tempi di Cicerone la penisola italica può vantare un certo primato nella costruzione del mostro in questo caso temo ci si sia spinti davvero troppo oltre, dimenticando anche i lati umani della vicenda, e facendo sfoggio di una grettezza aberrante.

Nella vicenda di Massimo Giuseppe Bossetti c’è un esercito di bambini e ragazzini coinvolti.
La prima in assoluto è Yara, che a distanza di 4 anni non ha ancora trovato una pace adeguata, lasciando i suoi familiari in un limbo assoluto, incolmabile e straziante.
Ci sono i suoi fratelli, di cui uno in particolare è citato anche nell’ordinanza di custodia cautelare del secondo presunto assassino.
A lui credono quando parla di “barbetta” e di “macchina grigia”, non lo fanno quando dice che l’uomo di cui aveva paura sua sorella era “cicciottello” e che non corrisponde alla figura di Massimo Bossetti.

Ci sono le compagne di ginnastica ritmica che il presunto colpevole non l’hanno mai visto in palestra, ma anche a questo dettaglio è dato poco peso, non ha valore ai fini dell’indagine.

E poi ci sono i figli dell’accusato, di 8, 10 e 13 anni, sbattuti da un profilo facebook all’altro senza umana pietà, citati anche nei più squallidi articoli di giornale, in alcuni casi si svelano pure i nomi, non si sa mai che possiate incontrarli e far loro qualche domanda.
Tre innocenti che pagano il prezzo di una società che ha perduto completamente il senno, vigliacca, ipocrita e totalmente incapace di empatia.
Giornalisti, conduttori televisivi, esperti, opinionisti che non si chiedono, nemmeno per un attimo, “E se i figli di quest’uomo accendono la televisione, navigano su internet, s’imbattono su un quotidiano e leggono, vedono, ascoltano ciò che sto dicendo?”.
Arriva, prima o poi, il momento in cui la vita si fa vedere per quella che è e il mondo si svela nella sua bruttura, costringendoci a crescere all’improvviso, nessuno è scevro da questo passaggio, ma il modo in cui tutti questi bambini e ragazzini hanno dovuto impararlo è indecente.
Quei chilometri apparentemente troppo lunghi per l’accusato – sfido chiunque a non aver mai percorso distanze maggiori per evitare il traffico -, per questi giovani sono invece distanze ristrette, visto che da un paese all’altro si conoscono tutti, si sa vita, morte e miracoli, si condividono molte più esperienze che in un quartiere di città.
Encomiabile la famiglia Gambirasio che chiede di pregare per questi figli senza colpa, e necessario sarebbe andare oltre alla preghiera, ricordare, nei fatti, che loro non c’entrano e proprio per questo le lingue dovrebbero smettere di battere a vanvera, le penne dovrebbero aver finito l’inchiostro quando non c’è nulla da dire e la televisione dovrebbe occuparsi d’altro, se ancora sa occuparsi di qualcosa.

Negli ultimi giorni, meditavo sul concetto di famiglia e su come il nostro inconscio collettivo si stia dimostrando “schizofrenico”.
Poniamo che le ipotesi qui ventilate siano giuste e che alla fine scopriremo di aver sempre avuto ragione.
Facciamo finta che l’inchiesta si stia arrampicando sugli specchi e utilizzi il gossip di due famiglie (più tutte le altre satelliti – di fratelli, sorelle, cognati e cognate, con relativa prole) per continuare a battere la pista sbagliata.
Fatto questo, immaginiamo che sia solo una ripicca a muovere determinate scelte e cominciamo a elencare una serie di domande.
È davvero così imperdonabile dichiarare di avere una “famiglia normale”? In caso affermativo, cosa ci sarebbe di male, se alla fin della fiera, le bugie ruotassero intorno a qualche lampada in più, non preventivata dal budget stabilito tra coniugi?
Se in questa, più o meno, famiglia normale, non ci fosse nulla da sviscerare, tranne le solite gelosie, le piccole spese fatte di nascosto per evitare la solita lite, cosa ci sarebbe di tanto sconvolgente?
Se gli amanti di Marita non esistessero, sarebbe così grave, o si potrebbe perdonarle il fatto di essere una bella donna, che trova il tempo per prendersi cura di sé, al di là del piacere che potrebbe procurare ai maschi e dopo (ma anche durante) aver svolto il suo ruolo di moglie e di madre?
Se Massimo Bossetti fosse innocente, dovremmo condannarlo per non aver frequentato i disco-pub, per non avere l’amante cameriera e per il fatto che il sabato sera lo passa con moglie e bambini, anziché al bar coi suoi amici?
Sarebbe tanto brutto se andasse in chiesa, senza per questo essere un integralista cattolico come 3/4 di carta stampata e televisione sembrano aver capito?
Chi scrive non è qui per difendere la morale cristiana, la monogamia o cose di questo tipo.
L’obiettivo di questa riflessione è comprendere, nell’ottica della presunzione d’innocenza di un uomo che vive in un paese che si dice democratico, come mai la società civile, rappresentata dalle istituzioni, si accanisca tanto contro un ideale di vita semplice, fatto di lavoro, casa, scuola, qualche lampada e qualche messa, trascinando con sé la ripicca di modelli deliranti, ove se non si è in grado di dimostrare un delitto, si deve per forza massacrare la vita della gente come il più squallido dei reality show.
E nel dimenticatoio dell’esistenza, tra il pubblico, i volti inermi di chi ha perso una figlia che tutti sembrano aver dimenticato.

Allora, probabilmente questa vicenda si svilupperà e si concluderà secondo i moduli prospettati dal Prof. Giovanni Catalisano nell’articolo “La dimensione umana nell’interpretazione del reato”, pubblicato su Altalex [1], che cito anche nel (temo vano) tentativo di rinfrescare la memoria ad un’ampia schiera di giornalisti italiani:

“(…) il giornalista, pur investito dell’altissimo compito di informazione, deve sempre attenersi, fino a che non intervenga una sentenza di condanna, al principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza dell’imputato e non può tacciare quindi lo stesso di una colpevolezza non ancora accertata. È vero, infatti, che sulla presunzione costituzionale di non colpevolezza dell’imputato prevale l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti di rilievo sociale relativi all’esercizio dell’attività giudiziaria, ma è anche vero che, come affermato dalla stessa Corte europea dei diritti dell’uomo, l’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria non può tradursi nella celebrazione di pseudoprocessi, che inducano la pubblica opinione a “prendere conclusioni” sulla base di quanto viene diffuso dai mezzi di comunicazione di massa, con il rischio ulteriore di una perdita di fiducia nell’autorità giudiziaria, in aggiunta alla violazione della presunzione di non colpevolezza degli accusati.

Non è superfluo ricordare, visto ciò che accade, che la colpevolezza dell’imputato si ritiene accertata quando sia intervenuta una sentenza definitiva con cui sia stata accertata e provata, oltre ogni ragionevole dubbio, davanti ad un giudice naturale, terzo, imparziale, indipendente ed autonomo sulla base delle prove formate in dibattimento, ad eccezione dei casi in cui la prova non si forma in dibattimento, nel pieno contraddittorio tra le parti a cui deve essere garantito di esercitare tutti i diritti ed i poteri che sono diretti all’emanazione di una sentenza frutto di un giusto processo.

Alla luce di quanto detto finora si comprende come pochi siano gli elementi in possesso dei giornalisti che sempre più ritengono di aver già compreso una realtà che ancora è in corso di accertamento e che sarà interpretabile solo quando si saranno accertati i fatti come si sono realmente verificati e non come sono stati presentati all’opinione pubblica dai giornalisti. Sono tantissimi i casi di persone indicate in un articolo giornalistico come colpevoli di un reato che in realtà non vengono ritenute tali dal giudice competente.

Neanche la differenza tra l’essere indagato ed imputato è spesso posta nella giusta cornice comunicativa e, in tal modo, l’opinione pubblica viene spinta verso un’idea piuttosto che un’altra. Ciò ha dato vita alla classica divisione tra “innocentisti” e “colpevolisti”.

In molti dimenticano che non sempre i colpevoli vengono individuati e condannati, tanti sono i casi di detenzione ingiusta che producono richieste di risarcimenti danni che non potranno ridare al detenuto non colpevole il ripristino della reputazione goduta prima del coinvolgimento processuale sfociato nella ingiusta detenzione. In questi casi i giornalisti che avevano riempito intere pagine con le loro osservazioni, sempre in chiave colpevolista, si limiteranno, quando ciò accade, in un piccolo articolo o in un breve servizio televisivo, a comunicare l’errore giudiziario che è avvenuto, nella consapevolezza che l’opinione pubblica, pronta a schierarsi quando si trattava di dichiararsi “colpevolisti” o “innocentisti”, rimarrà indifferente poiché troppo impegnata a discutere il caso del giorno.”

Lo ripeterò dunque per l’ennesima volta: le schifezze che abbiamo sentito su quest’uomo, senza alcun controllo, spesso senza alcun fondamento, per bocca e penna di giornalisti e opinionisti sputasentenze tronfi di presuntuosa ignoranza, sono sintomo di un imbarbarimento collettivo che la nostra civiltà e le nostre coscienze non possono tollerare.

Dove sono finiti, rispettivamente, i garantisti, l’Ordine dei Giornalisti e il Garante della Privacy?

Dice bene il Catalisano, e in fondo un tale modus operandi è tipicamente da noi: prima si sputano le sentenze sulle pagine dei giornali e nei palinsesti televisivi, poi, quando i casi si concludono con proscioglimenti e assoluzioni, un breve trafiletto e tutto finisce così.
Tanto, il popolino sarà già impegnato a crocifiggere il nuovo mostro di turno, vero o falso che sia.

Ed ecco che sul vecchio “mostro”, sulla cui vita erano stati avventatamente posti i sigilli, viene fatto calare in fretta e furia il sipario dell’indifferenza, dopo averlo distrutto nel fisico, nella mente, nella dignità, dopo averlo ucciso e sepolto, lasciando in suo ricordo una lapide con sempre la stessa scritta prestampata: “Uno dei tanti”.

Come da protocollo, come una comparsa priva perfino della dignità del proprio nome nei titoli di coda.

Ma nello svolgersi di questo ennesimo spettacolo che stride con la civiltà ed il buon senso, non possiamo dimenticare neppure che da ormai 75 giorni un uomo che si dichiara innocente è in carcere.
Qualche giornalista ha solertemente spiegato a beneficio del popolo intero perché Massimo Bossetti deve stare in carcere: noi, oggi, alla luce dell’istanza di scarcerazione che verrà presentata a breve dai difensori, vogliamo spiegare invece perché non dovrebbe starci.

istanza-scarcerazione

Sulla custodia cautelare in carcere di per sé si potrebbero versare fiumi di inchiostro, sia in relazione ai concreti modi di applicazione attuale che tendono a renderla, contra legem, del tutto indistinguibile nei contenuti da una pena detentiva, sia prospettando qualche possibile profilo di incostituzionalità con riguardo agli artt. 13 e 27,2 Cost., ma in queste sede, per non risultare dispersivi, limitiamoci ad una considerazione: nell’articolo che ho inserito ieri, tratto dal blog di Emilio Quintieri, viene spiegato molto bene come la carcerazione preventiva dovrebbe essere usata unicamente come extrema ratio, cioè solo laddove tutte le altre misure cautelari siano inidonee a prevenire pericolo di fuga/inquinamento delle prove/reiterazione del reato.

Posto che nel nostro caso la custodia cautelare è stata disposta sulla base di un preteso pericolo di reiterazione del reato, avevo già fatto qualche considerazione in proposito, sottolineando come sembrino mancare i presupposti de iure e de facto.

Infatti, l’art. 274 del codice di procedura penale, rubricato “Esigenze cautelari” dispone in relazione alla pretesa possibilità di reiterazione del reato che questa possa sussistere:

“…per la personalità della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato, desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali”

Il signor Massimo Bossetti risulta però incensurato e non risultano valutazioni psicologiche che ne abbiano dimostrato ferocia tale da “commettere gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale”; inoltre, quand’anche Bossetti fosse colpevole, il delitto non è stato reiterato per quattro anni e appare dunque del tutto inverosimile che la reiterazione possa avvenire ora con gli occhi della Procura e di 60 milioni di Italiani puntati addosso.

Dalla lettura dell’ordinanza sembra emergere come per disporre la custodia cautelare in carcere il GIP abbia provato a fare una valutazione psicologica (ritenendo l’indagato “privo di freni inibitori”), basata non su comportamenti o atti precedenti verificati, essendo il soggetto incensurato, ma esclusivamente sull’addebito di un fatto di reato in relazione al quale l’indagato è coperto dalla presunzione d’innocenza.

Sembra insomma agitarsi nell’ordinanza lo spettro del concetto di “pericolosità sociale”, esito di teorie in larga parte datate e sconfessate, di ascendenza lombrosiana.

Questa problematica è oggi generalmente affrontata con riferimento alla disposizione di misure di sicurezza, perché di norma è proprio in questo frangente che, a livello codicistico, se ne parla.

Il concetto di “pericolosità sociale” del reo prese piede a cavallo tra ‘800 e ‘900 come esito della traduzione in schemi giuridici di un indirizzo criminologico dell’epoca, propugnato dalla cosiddetta Scuola Positiva.

Secondo questa teoria, le origini del fenomeno criminale andavano ricercate nell'”uomo delinquente”, cioè nelle caratteristiche biologico-somatiche dei singoli individui.

Questa concezione aveva chiaramente dei risvolti illiberali del tutto inaccettabili, in quanto consentiva al giudice un arbitrio incontrollabile, e pertanto finì per cadere vittima dei propri stessi eccessi, tanto che diversi Autori che muovevano da premesse criminologiche di questo tipo (come il penalista tedesco Franz Von Liszt) finirono per prendere le distanze dalle spinte illiberali del modello positivistico, riaffermando il valore universale dei principi, di ascendenza illuministica, dello stato di diritto come imprescindibile punto di partenza.

Le teorie della “pericolosità sociale” erano tanto eccessive da aver influenzato poco perfino le nostre codificazioni d’epoca fascista: il concetto di pericolosità sociale è stato infatti recepito dal codice Rocco ma in modo tutto sommato “debole” (almeno per l’epoca), profilandosi quasi sempre, per aversi dichiarazione di pericolosità sociale, l’esigenza della commissione di un fatto di reato concreto.

Attualmente, quando si parla di pericolosità sociale (come ho anticipato, in relazione alle misure di sicurezza) sorgono inevitabili problemi dottrinali.
Questo perché “la stessa categoria concettuale della pericolosità sociale attraversa una gravissima crisi: è fortemente dubbio che il giudice (…) possa prognosticare come “probabili” futuri comportamenti devianti di questo o quel soggetto (…)”. [2]

Fatta questa premessa, ciò che vorrei evidenziare è che in tale frangente non si parla di misure cautelari, ma di misure di sicurezza, disposte dopo l’accertamento processuale della effettiva commissione di un determinato reato.

A norma dell’art. 202,1 c.p., infatti, “le misure di sicurezza possono essere applicate soltanto alle persone socialmente pericolose, che abbiano commesso un fatto preveduto dalla legge come reato”.
Ancora, in relazione alle misure di sicurezza disposte per soggetti imputabili, si pensi ai commi 1 e 2 dell’art. 216 c.p. che fa riferimento a:
“coloro che sono stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza; coloro che, essendo stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza, e non essendo più sottoposti a misura di sicurezza, commettono un nuovo delitto, non colposo, che sia nuova manifestazione della abitualità, della professionalità o della tendenza a delinquere”

Se sorgono problemi in questi casi, secondo recenti orientamenti criminologici, poiché è pressoché impossibile e rischia di risultare arbitrario ogni tentativo di  prognosticare come “probabili” futuri comportamenti devianti di questo o quel soggetto, come è possibile azzardare una tale prognosi in capo ad un incensurato coperto da presunzione di innocenza per un delitto in relazione al quale non è stato ancora accertato il suo coinvolgimento?

Se a tanti la possibilità che Massimo Bossetti non sia colpevole pare arrecare un certo disagio, non da ultimo perché questo implicherebbe il fatto che il colpevole non sia stato ancora individuato, come recentemente dichiarato all’Adnkronos dal Dott. Ezio Denti questa consistente parte dell’opinione pubblica “si dovrà ricredere, perché contro un sospettato servono prove”.

Alla luce di queste considerazioni e delle indiscrezioni mostranti un’indulgenza al gossip che lascia, nel contempo, basiti ed amareggiati, non posso che concludere con un appello, ironico ma non troppo: se nulla di concreto emerge a confortare la valenza probatoria del DNA (ricordiamolo, riscontrato in una traccia unica, quantomeno anomala se si suppone che il killer si sia ferito un dito durante l’aggressione) e vengono presentati come indizi di un grave delitto lampade solari, presunti episodi di infedeltà coniugale, celle telefoniche agganciate dal paese di residenza, furgoni senza targa visibile e di modello diverso dal proprio ripresi in un paese limitrofo e cene in trattoria, allora temo che potremmo essere tutti colpevoli.

A questo punto, direi che abbiamo trovato finalmente la soluzione per il sovraffollamento delle carceri: è semplice, basta sottoporre tutti a carcerazione preventiva.
Se venissimo sottoposti tutti a custodia cautelare, infatti, l’intera penisola potrebbe diventare il posto in cui eseguire la misura cautelare stessa.
Basterà recintarla e sorvegliarla a dovere e così, finalmente, potendo questa soluzione garantire a tutti uno spazio vitale adeguato, la Corte di Strasburgo la smetterà una buona volta di condannare l’Italia per le disumane condizioni delle nostre carceri.
Con questo semplice stratagemma, come si suol dire, prenderemmo due piccioni con una fava: in fondo, cosa mai potremmo chiedere di più?


1- http://www.altalex.com/index.php?idnot=50507

2- Manuale di Diritto Penale. Parte Generale, G. Marinucci – E. Dolcini, Giuffrè Editore

Il criminologo Ezio Denti all’Adnkronos: il DNA non basta, Bossetti sarà scagionato

Oggi non avrei dovuto scrivere, ma non posso non segnalare questo articolo-intervista al Dott. Ezio Denti, su DNA (e suo possibile trasporto), ragionevole dubbio e totale assenza di altri indizi univoci a carico di Massimo Bossetti.

http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2014/08/23/caso-yara-criminologo-bossetti-sara-scagionato-dna-non-basta_dE12GINNqZ3siS4sePdAJK.html

Secondo il Dott. Denti, Massimo Bossetti “sarà scagionato. Il Dna è una prova, ma sfido qualsiasi genetista a dire che non è trasportabile; dunque dove sono gli elementi che dimostrano che lui ha ucciso Yara?”.

(…)

“Bossetti è nato per essere scagionato”, contro di lui ci sono “elementi discutibili” e poco importa se l’opinione pubblica sembra aver bisogno di un colpevole, “si dovrà ricredere, perché contro un sospettato servono prove” e con quello che la procura ha in mano “non credo si arriverà neanche a processo”.

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Naturalmente, non posso che concordare con quanto dichiarato dal Dott. Ezio Denti.

Traggo dal saggio “La prova scientifica nel processo penale” del Prof. Giovanni Barroccu:
“Scrisse Ludwig Wittgenstein che al di là di ogni ragionevole dubbio deve significare che la vanga del dubbio, che deve sempre armare il giudice, ha incontrato lo strato duro della roccia, rappresentato dalle prove, e si è piegata, risultando implausibile ogni spiegazione diversa della colpevolezza. E’ vero che la clausola ha in sé una contraddizione in termini, in quanto ritenere provato un fatto in presenza di un dubbio che appaia ragionevole risulta illogico; tuttavia il beyond a resonable doubt deve costituire un canone interpretativo secondo cui la colpevolezza deve sempre essere suffragata da un solido e coerente quadro probatorio (…)”

Nel caso in analisi, è mia precisa opinione che la soglia del ragionevole dubbio non possa essere superata.
Mancano definizioni precise del concetto di ragionevole dubbio, tuttavia è possibile tracciare qualche considerazione generale.
Scrive il Prof. Giovanni Canzio che “la regola di giudizio dell’oltre ogni ragionevole dubbio pretende (ben al di la della stereotipa affermazione del principio del libero convincimento del giudice) percorsi epistemologicamente corretti, argomentazioni motivate circa le opzioni valutative della prova, giustificazione razionale della decisione, standard conclusivi di alta probabilità logica in termini di certezza processuale, dovendosi riconoscere che il diritto alla prova come espressione del diritto di difesa estende il suo ambito fino a comprendere il diritto delle parti a una valutazione legale completa e razionale della prova.”

Ancora, secondo la definizione della Dott.ssa Maria Elena Catalano “il dubbio può dirsi ragionevole quando le prove acquisite nell’istruzione dibattimentale consentono una spiegazione alternativa dei fatti”.

Possiamo dunque affermare che si ritiene, in linea generale, che il ragionevole dubbio sia superato solo qualora non esistano (o non resistano), dinnanzi all’impianto accusatorio, alternative plausibili.
Rectius: c’è chi sottolinea, giustamente, che il ragionevole dubbio possa essere superato anche qualora vi siano alternative astrattamente plausibili in rerum natura, a patto che siano del tutto inverosimili nel caso concreto.

E’ chiaro che nel “nostro” caso il ragionevole dubbio non potrà essere superato: questo perché, per quanto riguarda la traccia biologica, non solo il trasporto è possibile in rerum natura, ma è reso plausibile proprio dalle circostanze concrete (lavoro svolto dall’agente implicante utilizzo di strumenti passibili di essere utilizzati da terzi come arma del delitto, epistassi, traccia unica ed esigua in cadavere rinvenuto dopo diversi mesi ed esposto ad intemperie e possibili contaminazioni del terreno).
Questo per quanto concerne la c.d. “prova scientifica”, che di fatto resta meramente indiziaria poiché isolata da altri elementi che concretamente la avvalorino.

Non ci sono elementi che avvalorino il DNA in quanto i vari altri presunti elementi (dalle docce solari alle altre amenità più grottesche fino a cose apparentemente meno ridicole) non costituiscono neppure indizi in quanto ad un’analisi attenta mancano del tutto dei caratteri di gravità, precisione e concordanza.
Ciò posto che:
-un indizio è grave quando è dotato di un grado di persuasività
elevato e quindi riesce a resistere ad eventuali obiezioni;
-un indizio è preciso quando non è suscettibile di diverse
interpretazioni;
-un indizio è concordante nel senso che vi devono essere
necessariamente più indizi che confluiscono tutti nella stessa
direzione.

Nel nostro caso non vi è nulla che resista ad eventuali obiezioni, e soprattutto non vi è nulla che non sia suscettibile di diversa interpretazione.

Mille elementi equivoci e passibili di plurime interpretazioni incollati fra loro non fanno una prova, e Massimo Bossetti non potrà essere condannato solo perché la sua condanna è stata decisa in diretta da teleimbonitori che ne hanno decretato la colpevolezza senza appello contravvenendo al proprio dovere di imparzialità e correttezza professionale.

Per concludere, inserisco questo link (http://www.crimeblog.it/post/8675/melania-rea-identificate-le-tracce-di-dna) apparentemente del tutto slegato ed estemporaneo, sul caso Melania Rea.
Lungi da me voler entrare, in questa sede, nel merito della questione, perché il risultato sarebbe estremamente dispersivo, ma forse non tutti ricordano che anche su Melania Rea furono trovate varie tracce di DNA, tra le quali una negli slip attribuita al bambino di una sua amica.
Ecco, con ciò vorrei sottolineare ancora una volta un fatto che, più o meno (in)direttamente ho rimarcato a più riprese: lo spettacolo di ricerca estenuante che non porta a nulla se non ad una serie di elementi equivoci è il risultato diretto di quello che personalmente considero un errore precedente.
L’errore in questione è stato quello di affidarsi alla cieca ad una traccia biologica dando per scontato che appartenesse all’assassino.
Un’inferenza, questa, assolutamente illogica, perché la cosa non stava scritta da nessuna parte.
L’errore è stato il fatto di essersi irrazionalmente innamorati di una tesi comoda.
La convinzione -spesso mediaticamente indotta e scientificamente risibile- che una traccia di DNA rinvenuta nel luogo del delitto o sul corpo della vittima debba necessariamente essere dell’assassino, deve essere contrastata anche al di là del caso specifico, perché trattasi di una convinzione fuorviante e pericolosa, e come disse Goya “il sonno della ragione genera mostri”.

Bisogna rendersi conto del fatto che si sta parlando, nel nostro caso, di una traccia unica.
Se la vittima fosse stata completamente imbrattata di sangue altrui, ovviamente, i dubbi sarebbero stati ben pochi, ma il “nostro” quadro è completamente diverso.

Se partendo da una traccia biologica repertata si fa un’indagine alla cieca e si arriva ad una persona, e se di questa persona si scarnifica la vita privata, anche familiare, fino all’inverosimile è ovvio che si possano trovare elementi con una doppia lettura.
Qualsiasi persona del luogo, ad esempio, sarebbe stata vista passare a Brembate (paese limitrofo), qualsiasi persona del luogo avrebbe agganciato celle telefoniche locali, qualsiasi persona del mondo ha dei piccoli “vizi” personali, delle piccole fisse, delle situazioni familiari che messi impietosamente sotto la lente d’ingrandimento in qualche modo possono più o meno forzatamente (e malamente) essere accostati al fatto.
Il punto è che, se come si suol dire il delitto perfetto non esiste, allora si dovrebbero trovare elementi chiari ed univoci, non continui presunti elementi che possono essere accostati al fatto in modo del tutto forzato e innaturale e che, al contrario, troverebbero spiegazioni ben più ovvie e confacenti.

Dunque, nel caso in questione, l’unica vera domanda da porsi è: perché questi elementi univoci non ci sono?

Io ho dato la mia risposta: perché l’innamoramento della tesi comoda (traccia di dna=assassino) nell’esasperazione di un’indagine difficile ha prodotto un mostro logico e giudiziario.

A questo punto, non posso che augurarmi che questo caso possa, anche a posteriori, insegnare qualcosa e servire da monito per il futuro, anche alla luce di una pressante esigenza di alfabetizzazione giuridica funzionale, che in questo caso si è dimostrata, ahimè, del tutto carente.

Alessandra Pilloni

Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (seconda parte).

Seconda parte e conclusione del dossier scritto a quattro mani con Laura.
Aggiungo un sentito ringraziamento anche a Rocco Cerchiara per le sue preziose osservazioni sulla pedofilia.

Dopo un’attesa di qualche giorno, mentre le trombe della grancassa hanno impunemente ripreso a suonare con gossip di sempre più infima lega e notizie prive di fondamento spacciate per verità assodate, è giunto il momento di rendere pubblica la seconda parte della nostra disamina.
Per chi si imbattesse nel blog solo ora, oltre che consigliare la lettura degli articoli precedenti, rimandiamo anzitutto alla prima parte del dossier Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).

Come già anticipato, questo dossier si propone di esaminare in maniera selettiva vari aspetti poco chiari e problematici della vicenda, talvolta già valutati anche in articoli precedenti, e di fare più approfondite ed ordinate considerazioni.

Chi ha letto la prima parte, sa che abbiamo individuato tredici punti, dei quali abbiamo già affrontato i primi otto.
Rimandando dunque alla prima parte per l’analisi dei primi otto, riportiamo ora, per ragioni di scorrevolezza, i punti dal nove al tredici, e ci accingiamo ad esaminarli nel presente scritto.

9) Impossibilità (o comunque incertezze sulla possibilità) di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire dalla traccia originale sugli abiti

10) Palesi incongruenze nelle testimonianze su “Ignoto1″

11) Accreditamento di soli elementi e testimonianze a sfavore, costanti fughe di notizie parziali tendenti a suggerire una lettura sfavorevole all’attuale indagato

12) Incongruenze nell’ordinanza del GIP circa la natura probatoria ovvero meramente indiziaria del DNA

13) Oscillazioni della giurisprudenza cassativa sul valore probatorio ovvero indiziario del DNA, assenza di pronunce a Sezioni Unite, contestazioni dottrinali e implicazioni processuali e fattuali della cosiddetta “fallacia dell’accusatore”

Per quanto riguarda il nono punto, relativo alla probabile impossibilità di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire non dal campione di Ignoto1 ora disponibile, ma dalla traccia originale sugli abiti, avevo già lanciato l’esca nella prima parte.
Chi ha letto (al link Sul test del DNA in ambito forense (da Forensic DNA Evidence: The Myth of Infallibility, di William C. Thompson)- Sintesi di Rocco Cerchiara) avrà certamente intuito che ci sono delle buone ragioni per ritenere che un simile accertamento possa essere importante, anche perché in caso di tracce miste le possibilità di errori nell’interpretazione dei dati, dovute a fenomeni quali l’allelic dropout sono tutt’altro che infrequenti.

Inoltre, nonostante la sindrome scientista che imperversa, diversi casi giudiziari degli ultimi anni hanno platealmente dimostrato come anche da dati apparentemente certi, le perizie di parte siano spesso riuscite a giungere a conclusioni opposte.

In queste pagine abbiamo spesso parlato del possibile trasporto del DNA.
Infatti, nonostante il nuovo slogan “il DNA non vola” faccia da padrone, quello che nessuno, compresi gli inquirenti ed i solerti salottieri che pure hanno fatto un gran parlare della vicenda, ha ritenuto di dover dire in maniera chiara all’opinione pubblica, è che il DNA non solo è facilmente trasportabile, ma oltre a non volare, per quanto mi è dato sapere e fatte salve innovative scoperte scientifiche degli ultimi tempi, non parla neppure e nulla dice di come sia arrivato lì.
Sulla facile trasportabilità del DNA inserisco a titolo esemplificativo un piccolo estratto dal testo “La prova del DNA per la ricerca della verità. Aspetti giuridici, biologici e probabilistici” (di U. RICCI, C. PREVIDERÈ, P. FATTORINI, F. CORRADI, Giuffrè Editore), nel quale si parla perfino di trasporto “doloso” del DNA, anche se è bene ovviamente sottolineare che il fenomeno può verificarsi anche in modo del tutto involontario.

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Tutto ciò- lo ribadisco perché repetita iuvant– ipotizzando che il signor Massimo Bossetti sia certamente Ignoto1, cosa che ad oggi, in assenza di una comparazione ripetuta in contraddittorio, mi permetto di ritenere, peraltro, ancora non del tutto certa, e che certa non sarà fino a ripetizione del prelievo del DNA di Bossetti in condizioni scientificamente e legalmente accettabili ed appropriate (presupposti non certamente integrati con un prelievo salivare a mezzo etilometro) e sua comparazione non con il vecchio campione già estratto di Ignoto1, ma con un nuovo campione di DNA prelevato ex novo dalla traccia originale sugli abiti, nella speranza che tali abiti siano stati conservati in condizioni accettabili e congrue.

La probabile impossibilità di ripetere un simile accertamento lascia l’amaro in bocca di fronte ad un elemento troppo certo per consentire diritto di replica ma troppo incerto per consentire il contraddittorio, che pure varrebbe a scongiurare il rischio di un eventuale errore nell’etichettatura o nel campionamento.

Risale in effetti a pochi anni fa il caso di un esame del DNA effettuato in Italia e spedito all’Interpol per l’identificazione di un colpevole di omicidio, che identificava senza alcun dubbio un pregiudicato inglese, residente a Londra.
L’unico problema si rivelò essere il fatto che tale pregiudicato inglese da Londra non si fosse mai mosso, mentre l’omicidio era avvenuto in Italia.
Molto probabilmente l’errore umano fu commesso nella scrittura di alcune sigle che causarono l’errata identificazione.

Inoltre, dal momento che come è noto la corrispondenza del DNA viene espressa in termini percentuali, non si potranno trascurare in una valutazione attenta neppure alcuni paradossi della statistica.
Nel saggio “La prova scientifica nel processo penale” di Luisella De Cataldo Neuburger viene offerto un esempio chiaro di fallacia dell’accusatore nell’interpretazione di dati probabilistici nella valutazione della prova del DNA.

Si parla in tale frangente della questione delle banche dati del DNA: sappiamo bene che in Italia non esistono, tuttavia, la questione di fondo risulta compatibile con il nostro caso, in quanto siamo di fronte ad un’indagine che seguendo direttrici “rovesciate” non è pervenuta ad un indagato sulla base di una pista ragionevole e congrua per poi addivenire ad una comparazione genetica, ma è arrivata ad un indagato altrimenti insospettabile sulla base di indagini a tappeto su migliaia di persone (e di chiacchiericcio paesano, ça va sans dire).
Di conseguenza, risultano tutt’altro che inadeguate le parole della Prof. De Cataldo Neuburger:

“A causa della fallacia delle probabilità a priori, giudici e accusatori, informati da un perito sulla scarsissima probabilità di corrispondenza nella popolazione, tendono a usare questo valore senza aggiustarlo in base alla probabilità a priori: in altre parole, se la probabilità di corrispondenza nella popolazione per un dato profilo è di 1 su 1.000.000, e Tizio corrisponde a quel profilo, ritengono che le chances di Tizio di non essere colpevole non siano molto più alte di 1 su 1.000.000.

Ciò è errato.
Infatti, quando il sospetto è identificato esclusivamente in base ad una ricerca in un database di profili DNA, le sue chances di colpevolezza a priori sono irrisorie.
Ad esempio, in un territorio con 10.000.000 di abitanti fisicamente in grado di perpetrare un certo crimine, la probabilità di colpevolezza a priori di ciascuno di loro, incluso il cittadino che corrisponde al profilo, è di 1 su 10.000.000.
In queste circostanze, la possibilità a posteriori di colpevolezza, lungi dall’essere la “quasi certezza”, è inferiore al 10%”

Ancora più eloquentemente si potrebbe citare quanto si legge in Statistics and the Evaluation of Evidence for Forensic Scientists, di C. AITKEN, F. TARONI, Wiley, 2004:

“Dichiarare un’identificazione è un’opinione a proposito dell’ipotesi sul fatto.
Questa (illogica) conclusione segue da un enunciato di probabilità che dice che la chance di osservare un’altra persona sulla Terra che abbia la stessa caratteristica è zero.
È un’opinione che le caratteristiche osservate siano sufficientemente uniche per eliminare tutti gli altri individui viventi.
Una volta affermato ciò, nessuna prova contraria (nemmeno un alibi) potrà minare la certezza dell’esperto.
Il passaggio da un enunciato di probabilità ad uno di certezza è un ‘atto di fede’ piuttosto che una conseguenza logica e una tale conclusione costituisce una scorretta comprensione dei rispettivi ruoli dello scienziato forense e del giudice nel processo inferenziale, e del ruolo stesso della statistica nella scienza forense.”

Qualora per qualcuno le citazioni di cui sopra risultassero di difficile comprensione a causa dei troppi tecnicismi, potremmo d’altronde fare un più ironico e non meno clamoroso esempio di paradosso statistico attraverso il celebre caso della statistica del pollo, così descritta a suo tempo da Trilussa:

“Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.”

Qualcuno potrebbe forse sollevare qualche obiezione rispetto all’adeguatezza in tal frangente dei versi di Trilussa.
Tuttavia, dal momento che le notizie degli ultimi giorni rivelano che, a quanto pare, c’è chi nell’estenuante ricerca di indizi (che è sempre più evidente che non esistono) a carico del signor Massimo Bossetti non esita a diffondere notizie prive di fondamento senza neanche curarsi di dar loro una parvenza di credibilità né a frugare nelle mutande dell’intera famiglia senza curarsi del doveroso riserbo della stampa, perdonerete anche noi per una piccola e veniale “caduta di stile”.

Tutto ciò, ovviamente, rimarcando per l’ennesima volta che l’esempio più calzante di fallacia dell’accusatore, anche al di là degli scherzi della statistica e dello scientismo esasperato (che nulla ha a che vedere con la scienza, che nel dubbio trova fondamento), è il voler ritenere che il materiale genetico trovato sulla scena del delitto appartenga necessariamente all’assassino:

“(…) Un errore ancor più pericoloso consiste nel confondere la probabilità di una corrispondenza casuale con la probabilità della colpevolezza o innocenza (confusione nota come ‘fallacia dell’accusatore’): questi due dati vanno tenuti ben distinti, non solo perché, nonostante un’elevata probabilità di corrispondenza casuale, l’imputato potrebbe non essere la fonte del materiale genetico, ma anche, e soprattutto, perché l’imputato potrebbe essere innocente, pur essendo la fonte del materiale genetico.
Insomma, anche se il DNA rinvenuto sulla scena del reato (o sul corpo della vittima) appartenesse all’imputato, ciò non implicherebbe che egli sia colpevole, potendo ben esserci altre spiegazioni di tale rinvenimento.
(Prof. Francesca Poggi, Tra il certo e l’impossibile.
La probabilità nel processo)

venghino

Se c’è un punto in tutta questa vicenda sul quale è giocoforza tornare in quasi tutti gli articoli è quello concernente la rosa di informazioni infondate e smentite senza tuttavia licenza di rettifica, ovvero di quelle informazioni discordanti ma cionondimeno assurte da dubbie pubblicazioni a prove, che, onestamente non sono degne nemmeno di essere definite indizi.
Sarebbe auspicabile che chi deve giudicare distinguesse le illazioni gratuite da ciò che potrebbe realmente pesare a carico del nostro indiziato.
Volendo partire dall’inizio, vi è la ritrovata memoria di alcuni vecchi amici del signor Giuseppe Guerinoni, i quali nonostante fossero passati quattro anni dall’omicidio durante i quali si sarebbe potuto fare avanti, hanno preferito aspettare la bellezza di 18000 prelievi salivari prima di puntare il dito contro la signora Ester portando gli inquirenti a ripetere un test che in passato aveva dato, parrebbe per un errore nella comparazione, esito negativo (che sentitamente dedichiamo a chi nega tout court la possibilità di errori umani) quanto al rapporto di maternità/filiazione con Ignoto1.

Abbiamo letto numerose versioni dei fatti da parte di questi testimoni e la stampa ha pensato bene di “tappare” i buchi temporali con la scusa dell’età avanzata che avrebbe confuso i loro ricordi.
Si è parlato di una ragazza inguaiata “all’inizio degli anni ’60” (nonostante Massimo Bossetti sia nato dieci anni dopo), di un bambino dato in adozione, di un bambino lasciato in un orfanotrofio da una barista nubile, di una relazione clandestina dalla quale nacquero i gemelli, di tresche sulla corriera dell’amore, di tappeti rossi alla finestra ad indicare non si sa bene quale misterioso messaggio.

Non appena saranno resi pubblici gli atti della Procura, sarà interessante verificare come siano andate effettivamente le cose relativamente alle testimonianze.
Per ora, ci limitiamo a sottolineare che se le indagini avvenieristiche sono davvero questo guazzabuglio di chiacchiericcio tra comari, c’è davvero poco di cui fare vanto.

pettegolezzo

Ci sono stati poi commercialisti, colleghi di lavoro, negozianti, grossisti, benzinai, baristi, giornalai, vicini di casa e proprietari di centri estetici come ci sono state insegnanti del centro sportivo e compagne di danza di Yara.
Ebbene, di tutte le corbellerie che hanno riempito le pagine dei giornali si è fatto attenzione a porre l’accento solo sui particolari che avrebbero deposto a favore dell’accusa.
Se non è parzialità questa, allora ci venga spiegato una volta per tutte come mai non hanno avuto spazio le persone che giurano di non aver mai visto il sig. Massimo nei dintorni del centro sportivo, una notizia davvero degna di nota laddove si suppone che l’assassino pedinasse la vittima e ne seguisse gli spostamenti.
Una notizia, questa, che è stata data in maniera rapida e con scarsa enfasi: probabilmente, un titolone a tema non avrebbe garantito una buona tiratura.

Si spera, quantomeno, che questa sorta di indagine parallela ad opera di giornalisti che personalmente radierei dall’albo, non abbia toccato davvero elementi su cui lavora anche la Procura, perché in questo caso non saremmo alla frutta, ma direttamente al dessert.
Da un paio di settimane mi sto avvelenando il sangue leggendo alcune riviste dai contenuti francamente avvilenti, per acquisire, con ben poco giovamento per le mie ulcere, il punto di vista di coloro i quali si “bevono” di tutto e mi ha colpito tantissimo la “testimonianza” di alcuni vicini di casa della famiglia Bossetti/Arzuffi.
Si è arrivati a sostenere che il piccolo Massimo, in tenera età, fu portato in ospedale addirittura in ambulanza: da questo trauma sarebbe scattata in lui la brama di uccidere che lo avrebbe tormentato fino all’omicidio di Yara.
Quale possa essere il nesso tra le due cose rimane un mistero: ci auguriamo che perlomeno per gli articolisti la cosa possa avere una logica.
Noi, nonostante i non pochi sforzi, non riusciamo proprio a trovarla.

Ma gli ultimi giorni ci hanno, ahimè, offerto su un piatto d’argento una nuova ondata di tracollo mediatico sulla quale è giunto il momento di spendere qualche nuova parolina.
Le news degli ultimi giorni, giunte, guarda caso, a ridosso della notizia che a breve la difesa di Massimo Bossetti presenterà un’istanza di scarcerazione, offrono un’occasione ulteriore per analizzare impietosamente la “macchina del fango” solertemente messa in moto.

Partiamo anzitutto dalla “notizia” data in pasto al pubblico pochi giorni or sono su due presunte relazioni extraconiugali della signora Marita Comi.
Volendo riassumere la vicenda con le parole di Vittorio Feltri (una delle poche voci ad essersi levate contro la barbarie), “stando a Giuliana Ubbiali, la cronista che ha rivelato quest’ultimo particolare piccante sui coniugi, due gentiluomini si sono presentati (spontaneamente? ne dubito) in Procura e hanno confidato agli inquirenti di avere avuto rapporti intimi con la signora Marita”, e dunque “gli investigatori hanno infilato negli atti processuali che due linguacciuti asseriscono di essersi divertiti, sessualmente parlando, con la consorte di Bossetti”.

Al di là della “fondatezza” (che possiamo, come al solito, intuire) della notizia, dal momento che, quand’anche i due “linguacciuti” di cui sopra avessero fatto tali dichiarazioni, la prima ipotesi sarebbe quella dei mitomani, giacché intuibilmente, in circostanze di questo tipo, non molti parlerebbero, se non altro perché avrebbero paura di essere coinvolti nell’indagine- paura comprensibile, tra l’altro, in un contesto in cui pare che anche il fatto di respirare possa essere un indizio, anche qualora la notizia fosse veritiera (cosa della quale, vista la totale assenza di prove, dubito fortemente) non si capisce in quali termini possa essere correlata all’omicidio.

Per capirne di più, è giocoforza riportare anche lo “scoop” odierno, trapelato a partire da Repubblica, con articolo a firma di Paolo Berizzi, lo stesso giornalista che non molti anni fa scrisse su un presunto traffico nel mondo della pedopornografia relativo ad “ecografie di feti” (sic!), secondo il quale dalle analisi dei pc di Massimo Bossetti sarebbe emersa la ricerca di materiale pedopornografico.
Riporto la notizia in modo volutamente evasivo, perché dall’indiscrezione, solertemente ripresa da tutti i restanti organi di stampa (e seguita da categorica smentita dell’Avv. Claudio Salvagni), non si capisce un bel nulla.

Bergamonews ci comunica anzitutto che “il pc di Massimo Bossetti non era nuovo, ma allestito assemblando parti già usate da altri e quindi le ricerche potrebbero essere state effettuate da precedenti proprietari”.

Di contro, come queste presunte ricerche siano (rectius, sarebbero, visto il tono globalmente farsesco della notizia) state effettuate è un bel mistero.
Anche una lettura veloce, mostra una serie di incongruenze interessanti tra le varie fonti: da qualche parte c’è scritto che cercava la parola “tredicenni” su google (il che vuol dire poco o nulla, avendo anche un figlio di 13 anni), da qualche altra parte che lo cercava in un sito pedopornografico.
Quest’ultima versione dei fatti è già di per sé dubbia perché i siti pedopornografici sono oscurati e per raggiungerli bisogna avere sofisticate conoscenze informatiche e software dedicati, che è lecito supporre sarebbero emersi ben prima della data odierna.
Detto ciò, mi pare che la soglia del ridicolo sia già stata abbondantemente superata da tempo e stia ora aggiornandosi alla versione 2.0, il tutto nel corso di una faticosa sessione di arrampicata sugli specchi.

Il discorso “pedofilia” è di per sé estremamente complesso, e la prima doverosa precisazione è che, in genere, un pedofilo cerca materiale relativo a soggetti impuberi.
Questa considerazione si aggiunge al fatto che appare non poco farsesco immaginare che un pedofilo cercasse proprio la parola “tredicenni” (guarda caso) e non “dodicenni” o “quattordicenni”.

La notizia come data da Bergamonews è comunque interessante per almeno un altro motivo, e nello specifico perché, secondo quanto riportato, la ricerca su Google della parola chiave “tredicenni” andrebbe ad aggiungersi “a quanto già noto e cioè che l’uomo, in carcere ormai da più di due mesi, aveva seguito siti pedo-pornografici”.

Come la cosa fosse già nota, non è dato sapere, dal momento che era noto l’esatto opposto.
A chi scrive risulta, infatti, che la cosa non fosse mai trapelata finora, come si può tranquillamente osservare da una miriade di articoli risalenti al 18 luglio (in cui si parlava di materiale hard non pedopornografico).

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Tra l’altro, il fatto che le analisi dei pc fossero cominciate a metà luglio la dice lunga sull’affidabilità di Repubblica che, in data odierna, parla di “primi accertamenti”.

Traggo invece da fonte Adnkronos che:

“Dal computer, secondo alcune fonti vicine all’indagine, sarebbe stata eseguita una “ricerca finalizzata alla visualizzazione di materiale pedopornografico, unendo la parola tredicenne e sesso, ad esempio”. Dagli accertamenti ancora in corso da parte del Ris emergerebbero dei collegamenti su siti pornografici, ma sul quel pc non sarebbero stati scaricati video o foto pedopornografici.”

Sorvolando sul fatto che la prima e la seconda frase sembrerebbero contraddirsi, se la ricerca delle parole “tredicenne” e “sesso” è avvenuta a partire da un motore di ricerca, le parole chiave utilizzate, in particolare “sesso”, ricordano decisamente una classica bambinata, quale potrebbe essere, ad esempio, una ricerca effettuata dal figlio tredicenne di Massimo Bossetti, che come tutti i suoi coetanei avrà le normali curiosità tipiche della preadolescenza.

Fatte queste doverose premesse sulla solita caterva di notizie equivoche, di fonte incerta, smentite, contraddittorie e possibilmente inutili, ciò che ci si chiede di fronte a quanto trapelato negli ultimi giorni è, ancora una volta, cosa dovrebbe (o vorrebbe) dimostrare.

Riportare notizie fumose e possibilmente non verificate circa la parola “tredicenne” cercata su un motore di ricerca in una famiglia in cui, guarda caso, c’è un tredicenne, è lo stesso meccanismo, invero piuttosto risibile, che porta a semplicistiche conclusioni del tipo ragazza uccisa = movente sessuale = agente non sessualmente soddisfatto nella propria vita coniugale = moglie che aveva relazioni extraconiugali.

Dopo aver sottolineato che una tendenza alla pedofilia non è necessariamente correlata ad azioni di tipo omicidiario e che non si diventa pedofili da un giorno all’altro perché la consorte ci tradisce, è bene rimarcare, come già accennato sopra, che reperire materiale pedopornografico non è facile come può sembrare, per il semplice fatto che produrlo è illegale, cosa che un adulto sa benissimo: cercare su Google “tredicenni” e “sesso” aspettando di trovare davvero materiale pedopornografico è come scendere in piazza e strillare: “scusate, qualcuno avrebbe della droga da vendermi?” aspettandosi che qualcuno si faccia avanti.

Da quel che è trapelato non risulta nessun accenno a comportamenti sociali e sessuali anomali nella storia di vita di Bossetti.
Niente che faccia pensare ad una certa attitudine alla molestia e allo stupro: già, perché anche per quel che riguarda lo stupro non ci si sveglia una mattina e si decide di stuprare qualcuno, né lo si fa se la propria moglie ha una relazione extraconiugale, né tantomeno una eventuale relazione extraconiugale della moglie funge da spinta verso pulsioni sessuali nei confronti di minori.

Tutto questo, posto che lo stesso omicidio in questione e la scena del crimine, a prescindere da chi ne sia l’autore, non hanno molti elementi per puntare dritti al movente sessuale.
Sarebbe infatti interessante se una volta per tutte ci spiegassero, se proprio vogliono il movente sessuale, come mai non siano stati riscontrati segni di violenza sessuale sulla vittima.
Non perché la cosa sfuggì di mano all’aggressore prima, evidentemente, giacché si colloca l’ora della morte alcune ore più tardi- la morte potrebbe essere sopraggiunta perfino nelle prime ore del mattino successivo, stando all’ordinanza.
Si tratta dunque di bella gatta da pelare per gli inquirenti, dal momento che ogniqualvolta “mettono una pezza” (si fa per dire) è evidente che aprono altri due buchi.

Quantificare il danno che queste dichiarazioni provenienti da “fonti vicine all’indagine”(che dall’indagine dovrebbero essere immediatamente allontanate vista la loro attitudine al parlar troppo in violazione del segreto), arrecano all’immagine del sig.Bossetti non è materialmente possibile.

Oltre alle cattiverie gratuite perpetrate ai danni di una famiglia per il solo gusto di infierire e sfogare frustrazioni personali, la gran parte della gente, dinnanzi a molte di queste “pseudonotizie” cade in un errore infimo di logica, il quale tende grosse trappole, sta dappertutto e spesso è difficile da individuare e neutralizzare.

Parlo della logica del post hoc propter hoc, errore comunissimo e radicato: trattasi di un sofisma che consiste nel prendere per causa quello che è un antecedente temporale, ovvero si pretende che se un avvenimento è seguito da un altro, allora il primo deve essere la causa del secondo.
Questo sofisma è un errore per adduzione particolarmente attraente perché la conseguenza temporale sembra inerire al rapporto causale.
L’errore è di concludere solamente in base all’ordine degli avvenimenti piuttosto che tener conto di altri fattori che possono escludere la relazione.
I luoghi comuni e le superstizioni sono il risultato di questo errore.
Il fatto che due avvenimenti si succedono non implica che il primo sia la causa del secondo.
Per fare un semplice esempio, la morte della giovane Yara non è conseguenza logica della frequentazione o del passaggio dell’indagato per Brembate poiché questa concomitanza di fatti non è legata da alcun nesso logico.

Potrei continuare all’infinito ad elencare bassezze, distorsioni della verità, testimonianze cucite tra loro come il costume di Arlecchino o tagliate, come quella del fratellino della vittima, per farle forzatamente quadrare.

Relativamente alla testimonianza del fratellino di Yara, riporto una precedente considerazione: dall’ordinanza emerge che viene preso per buono il racconto del fratello minore di Yara nel momento in cui, con una psicologa, afferma che la sorella aveva paura di un signore con una macchina grigia e “una barbettina” (stante il fatto che il signor Massimo Bossetti risulta avere una Volvo di colore grigio e il pizzetto, ammesso e non concesso che possa definirsi “barbettina”), ma viene liquidato sommariamente in quanto trattasi di “un teste di minore età la cui capacità di rappresentazione dei fatti non può essere equiparata a quello di un adulto” il fatto che l’uomo descritto dal fratellino di Yara fosse “cicciottello” (aggettivo che senza dubbio non corrisponde affatto alla fisionomia di Massimo Bossetti) e addirittura il fatto che il bambino, quando gli hanno mostrato una foto, non ha riconosciuto l’indagato nell’uomo che aveva precedentemente descritto e che sostiene che la sorella gli avesse mostrato in Chiesa.

A tal proposito, è bene anzitutto richiamare il fatto che le (possibili) false memorie, specie nei casi di minori, effettivamente esistono, ma non si configurano in questo modo e saremmo di fronte ad un caso privo di precedenti.
A partire dagli anni ’80, in particolare negli USA nell’ambito di inchieste su falsi abusi poi rivelatesi errate, vi sono stati innumerevoli casi di cosiddetta False recovered memory syndrome, nell’ambito dei quali, da parte di minori, e spesso a causa di procedure psicanalitiche in seguito rivelatesi scorrette e capziose, si assisteva al riconoscimento di persone in realtà mai viste.
Di contro, non mi risulta si sia mai verificato il caso opposto, ossia il mancato riconoscimento di persona effettivamente vista.

Ciò premesso, è comunque difficile sostenere che sia minore d’età anche il parroco della Chiesa in questione, che pure non ricorda di aver mai visto il signor Massimo Bossetti.

parroco

Si è poi passati da un’ex fidanzata con qualche sassolino nella scarpa alla più nuova “amante” ventilata dall’ultimo numero di Giallo, ovviamente senza uno straccio di prova.
Allo stato attuale vi sarebbero nuovi testimoni misteriosi, ovviamente anonimi fino alla punta dei capelli, pronti a giurare che il matrimonio “perfetto” dei coniugi Bossetti non era poi così “perfetto”.
Si presume che i coniugi avessero rispettivamente una relazione extra coniugale e che il sig. Massimo non dormisse più nella sua casa di Mapello.
Sarebbe stato interesse di entrambi però mantenere un’apparenza di normalità, finché, un giorno, la situazione sarebbe precipitata per un improvviso moto di gelosia di lui, che, non volendo stare più ai patti, avrebbe sfogato la sua rabbia su Yara, vittima quindi assolutamente casuale, se si vuole assumere per buono ciò che ci racconta il giornalista di turno.
Ecco perché la signora Marita sorride con la cognata all’uscita dal carcere!
Può una moglie distrutta dal dolore e convinta dell’innocenza del marito sorridere? Sicuramente no!
Sarà quindi, sotto sotto, felice di essersi liberata del marito per potersi dedicare all’altro uomo che ormai da circa un anno frequenta con assiduità?
E chi è la misteriosa bionda che frequenterebbe Bossetti?
Non ci sorprenderemmo se, da un giorno all’altro, perfino chi scrive su questo blog (la cui curatrice è peraltro attualmente bionda, non naturale per la gioia di Chi l’ha visto? che in una puntata dedicò ampio spazio alle sopracciglia presuntamente “ossigenate” del signor Bossetti, sintomo indefettibile di un morboso narcisismo) trovasse il proprio volto sulla copertina di qualche giornale da quattro soldi: pare infatti che, in certi ambienti, quando la coscienza bussa alla porta di casa, si finga di essere momentaneamente usciti.
Notizie nel migliore dei casi del tutto slegate dall’indagine e prive di qualsivoglia interesse pubblico e nel peggiore “false e tendenziose” riempiono le copertine e vengono abbondantemente ripetute dagli strilloni di turno, che quando Dio distribuiva la vergogna evidentemente erano distratti: ci auguriamo di nuovo che si tratti di mere invenzioni giornalistiche, e non di notizie in qualche modo provenienti dalla Procura, perché in quest’ultimo caso ci sarebbe davvero da preoccuparsi.
Sarebbe anzi auspicabile che la Procura prendesse le distanze da certe affermazioni inverificabili ed infondate, in quanto anche la faccenda delle continue “fughe di notizie”, per i più attenti, comincia a puzzare parecchio dal momento che nessuno conosce le fonti primarie, nessuno smentisce, nessuno prende le distanze e nessuno interviene per bloccare l’ambaradan di notizie ridicole, inverificate e possibilmente fasulle diffuse con maestria.

Vale anche la pena di ricordare ciò che ai più accorti non sarà certo sfuggito, ossia che in altre circostanze (contestualmente all’emergere di notizie che avrebbero potuto rivelarsi favorevoli per l’attuale indagato) la Procura intervenne in men che non si dica ventilando la possibilità di mitomani.

vendetta

Per par condicio, sarebbe probabilmente il caso di fare le stesse dichiarazioni anche quando la stampa ciancia di presunte relazioni extraconiugali, contribuendo all’impunito massacro di un’intera famiglia nella quale, lo ricordiamo, ci sono anche tre bambini, sicuramente innocenti.

Questo circo è diventato disgustoso e più passano i giorni più chi lo dirige si mette in ridicolo: questa storia, ogni giorno che passa, diventa infatti sempre più incredibile, inverosimile e decisamente poco edificante per tutti, e sembra suggerire in modo sempre più evidente che pur di blandire il pubblico consenso ci si stia affidando al peggior giornalismo.
Un vero peccato, perché in un’Italietta in cui nessuno ammette mai i propri errori, ammettere di aver preso un grosso granchio o perlomeno fare un doveroso passo indietro mostrando la sempre più dovuta e doverosa cautela potrebbe costituire un esempio edificante per tutti.

Volendo provare a vedere il bicchiere mezzo pieno, comunque, questa continua diffusione di presunte news a tema dinnanzi alle quali anche il fratello scemo di Mr Bean scoppierebbe in una fragorosa risata, al di là degli evidenti danni morali arrecati all’intera famiglia Bossetti, sta contribuendo probabilmente anche a rimpinguare le fila dei garantisti: è sufficiente fare un rapido confronto tra i commenti in calce agli articoli dei principali quotidiano per notare come giugno ad ora, il numero dei “dubbiosi”, o meglio ancora dei lettori che senza troppi peli sulla lingua commentano la marea montante di gossip in termini critici quando non decisamente dileggianti, è cresciuto a dismisura, tanto da farmi pensare che, in fondo, i più accaniti forcaioli mediatici si sono in qualche modo rivelati dei preziosi alleati per riabilitare la figura di Massimo Bossetti agli occhi di una parte, sia pure ancora minima, dell’opinione pubblica, cadendo vittime delle proprie stesse grottesche esagerazioni.

In ogni caso, indirizzare l’informazione e distorcere testimonianze è la peggior dimostrazione di inciviltà che potessimo dare e sarebbe davvero vergognoso se questa spazzatura arrivasse in un’aula di tribunale.
La stessa frase “la legge è amministrata nel nome del popolo”, visto il modo in cui è ridotta buona parte del popolo, ultimamente ha il potere, da sola, di farmi tremare le vene dei polsi.

Veniamo infine ai punti conclusivi della lunga disamina.
Il DNA costituisce prova o indizio?
La Cassazione ha parlato!
O, perlomeno, così ci dicono.

Per rendere meglio l’idea, riporto un calzante aneddoto citato, non a questo proposito ovviamente, dall’Avv. Mauro Mellini sulle pagine del sito Giustizia Giusta:

<<C’era una storiella che circolava tra i veterani napoleonici. Un soldato della Vecchia Guardia si avvicina ai commilitoni a bivacco, con aria trasognata e le lacrime agli occhi, mormora estasiato: “Mi ha parlato! L’Imperatore mi ha parlato!”. I commilitoni dapprima sghignazzano increduli, poi, mentre quello continua a dire beato “mi ha parlato! L’Imperatore…mi ha parlato!!!” gli domandano: “e che ti ha detto?” e lui: “Levati di lì imbecille!!”>>

La Cassazione, sul DNA, ha parlato… I media hanno parlato di ciò che la Cassazione ha detto sul DNA…. L’ordinanza ha parlato di ciò che la Cassazione ha detto sul DNA.

Morale della favola: è un vero peccato che la Cassazione (proprio come l’ordinanza) sul DNA abbia detto tutto e il contrario di tutto.

Anzitutto, per cominciare a far fronte alla schiera di più o meno involontarie mistificazioni mediatiche, è bene ricordare che l’Italia è un Paese di civil law.
In soldoni: le pronunce della Cassazione, per quanto possano costituire degli orientamenti importanti, non sono vincolanti, e lo sono ancora meno quando non si tratta (come in questo caso) di pronunce a Sezioni Unite.

Anche l’ordinanza sembra dire tutto e il contrario e il contrario di tutto: infatti prima dice che la Cassazione ha detto che il DNA di per sé ha valore di prova e non di mero indizio, in seguito si contraddice espressamente poiché individua (o meglio, dice d’individuare) a carico di Massimo Bossetti “indizi gravi e concordanti”.
Gravità e concordanza sono requisiti richiesti agli indizi e non alle prove: nel rimarcare la sussistenza di indizi gravi e concordanti, l’ordinanza smentisce se stessa, in quanto lascia intuire che il DNA nel caso di specie non possa essere assurto a prova, ma a mero indizio.

Sul fatto poi che gli indizi siano “gravi e concordanti”, non mi esprimo, perché ho già versato fiumi d’inchiostro (considerando che gli altri indizi sono tracce di calce nell’albero bronchiale in buona parte compatibili con il cantiere al quale puntarono inizialmente i cani molecolari e celle telefoniche agganciate da Bossetti da casa propria, nonché la testimonianza del fratellino di Yara su un uomo “cicciottello e con una barbettina”, di cui si salva la barbettina e si finge di non vedere il cicciottello).

Il punto è un altro: perché l’ordinanza si contraddice?

La verità è che gli orientamenti cassativi vacillano, e vacillano parecchio.

I media hanno strombazzato ai quattro venti che il DNA secondo la Cassazione è una prova, ma questo non è del tutto vero.

Una pronuncia del 2004 (Cass., Sez. I, 30 giugno 2004, n. 48349) aveva affermato che gli esiti dell’indagine genetica condotta sul DNA presentassero natura di prova, e non di mero elemento indiziario.

Questa pronuncia è stata ampiamente criticata dalla dottrina, perché apre le porte ad un arbitrio infinito dal sapore inquisitorio (nel senso storico del termine) in quanto, ovviamente, la prova del DNA sulla scena del crimine non può indicare nulla più che presenza, non colpevolezza.
Il tutto implica un pericoloso aggiramento dell’onere probatorio.

Tuttavia, la stessa Cassazione ha affermato che, “nel valutare i risultati di una perizia o di una consulenza tecnica, il Giudice deve verificare la validità scientifica dei criteri e dei metodi di indagine utilizzati, allorché essi si presentino come nuovi e sperimentali e perciò non sottoposti al vaglio di una pluralità di casi ed al confronto critico tra gli esperti del settore, sì da non potersi considerare ancora acquisiti al patrimonio della comunità scientifica” (Cass., Sez. II, 11 luglio 2012)

Nel 2013, la Cassazione si è contraddetta di novo, perché pur tornando alla pronuncia del 2004 sulla natura di prova e non di mero indizio del DNA ha fatto un correttivo, affermando che “peraltro, nei casi in cui l’indagine genetica non dia risultati assolutamente certi, ai suoi esiti può essere attribuita valenza indiziaria” (Cass., Sez. II, 5 febbraio 2013, n. 8434).

A questo punto, sarebbe interessante capire come potrà essere valutato il DNA nel caso in questione (ferme restando tutte le considerazioni di cui ai punti sei e nove del nostro dossier).

L’attuale vicenda ci ha regalato una serie di inversioni a U da parte di alcuni avvocati e criminologi (non tutti, per fortuna) che dopo una partenza cauta quando non espressamente garantista, forse nel timore di indossare vesti impopolari vista la tendenza mediatica globalmente colpevolista nel caso in questione, hanno ben pensato di balzare lestamente su un altro carro (il repentino cambiamento di opinione, mai motivato, avrà certamente giovato alla loro salute nonché, soprattutto, alla loro carriera).

In queste pagine abbiamo rimarcato a più riprese come la presenza del DNA non sia sufficiente, per una serie di ragioni tendente all’infinito, al superamento del ragionevole dubbio.

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La nostra critica non è, dunque, rivolta alla scienza, ma alla mistificazione che tende a trasformarla in senso dogmatico e largamente irrazionale.
Nella prima parte del dossier è stato fatto notare, non senza un briciolo di ironia, che la traccia di DNA non solo non è suffragata da alcun elemento, ma se si dovesse ipotizzare la colpevolezza di Massimo Bossetti si arriverebbe a dei corollari assurdi, ad un quadro che fa acqua da tutte le parti.
Per dirla con le parole precedentemente utilizzate, ipotizzando la colpevolezza di Bossetti si dovrebbe prendere per buona una serie di circostanze “inverosimili e incredibili” che se davvero si fossero verificate in concomitanza sarebbero molto più uniche e singolari della sequenza di DNA!

L’amara impressione è che questa sia una storia alla quale la verità è negata.
L’indagine si è persa prediligendo lo strumento forense agli strumenti tradizionali che avrebbero potuto offrire piste molto più attendibili.
Lungi dalla volontà di stigmatizzare le indagini forensi, è comunque chiaro che queste ultime non possono sostituire i metodi d’indagine standard.

Il test del DNA dovrebbe, teoricamente, essere lasciato per ultimo, per confermare o smentire una pista già vagliata e considerata attendibile e congrua.
Invece, complici le difficoltà del caso, si è perso il lume della ragione e si è preferito escludere tout court la logica e spendere tanto tempo e denaro in una roulette russa alla ricerca della fonte di un’unica ed esigua traccia genetica che nulla diceva sul come fosse finita lì.

Viepiù che poco razionale in astratto, questo modus operandi si è rivelato ancor più problematico nel caso concreto, che di per sé avrebbe potuto suggerire come la traccia in questione fosse finita lì incidentalmente.
L’ipotesi più banale, essendo stato trovato il corpo in un luogo in cui notoriamente si recano dei tossicodipendenti e si esercita la prostituzione, era che la traccia fosse riconducibile ad una persona che andava a prostitute ovvero ad un tossicomane.

Non mi sembra ovviamente il caso di Massimo Bossetti, ma questa è solo una considerazione astratta che mostra quella che, a parere di chi scrive, è stata una pecca che ha compromesso l’esito delle indagini.

Se servirsi dei tradizionali strumenti investigativi per circoscrivere il campo e giungere ad un sospettato per poi procedere ad una analisi forense è un procedimento logicamente ineccepibile, lo è meno giungere ad un “presunto colpevole” (orribile espressione giornalistica che non dovrebbe trovare spazio nel nostro diritto) sulla base di una mera traccia genetica e chiuderlo in carcere, in isolamento, mentre si cercano in maniera spasmodica indizi (che non arrivano) per far quadrare i conti (che non quadrano).

La presentazione e lo sviluppo dei dubbi più evidenti su  questa storia che sembra più un brutto film, di quelli che non hanno un finale e lasciano lo spettatore libero di scegliere quale preferisce, piuttosto che una vicenda giudiziaria mi portano ad un’unica e spiacevole conclusione: l’Etica sociale è morta!

“L’Etica sociale investe una vastissima area della morale e tende a fissare i principi …necessari alla costruzione di un’ordinata convivenza civile, per cui la religione, il diritto, la filosofia, la politica, le scienze, la tecnologia diventano oggetto della sua indagine scientifica, nella misura in cui ciascuna di queste aree del sapere e della vita umana incide sull’uomo nel dettarne i comportamenti nella sfera pubblica.”

Ci siamo imbarbariti come mai prima  nella Storia, poiché se nei periodi storici più bui la giustificazione alle barbarie commesse si può ricercare nel contesto storico, nell’analfabetizzazione e nella difficoltà, per non dire nell’assenza totale, di comunicazione, al giorno d’oggi non esiste giustificazione alcuna.
Ma al di là della grossa svolta epica che ha portato l’avvento della comunicazione globale, usata male nella maggior parte dei casi, siamo davvero cresciuti come umanità?
Io non lo credo e il riscontro lo trovo proprio in situazioni del genere.
Un fatto di sangue è stato trasformato in un vergognoso e grottesco reality.

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Mi sono sempre rifiutata di seguire i reality dal momento che li trovo insulsi, offensivi per l’intelligenza, mere manifestazioni di malcostume e ignoranza paurosa.
Sono felicissima di non ritrovarmi a dover discutere con la massa su chi sia stato il più acclamato della settimana o su cosa sia avvenuto in una cucina di famosi piuttosto che su un’isola del Pacifico.
Fiumi di telefonate per digitare un codice tramite il quale i poveri fessi da casa si illudono di poter gestire le sorti dei loro eroi, compagnie telefoniche che brindano alla Dea della stupidità convinte, a ragione, che la madre degli stolti sia da sempre una miniera d’oro, pianti, lettere d’amore, annunci di matrimoni e di divorzi, madri e padri che investono le loro aspettative sui loro figlioli concorrenti e futuri “attoruncoli”, il tutto in un’atmosfera da giostre e carrozzoni, zucchero filato e popcorn; questi sono gli Italiani e forse non solo loro.
A questo scempio può essere ridotto un caso tristissimo di cronaca nera, dove silenzio, compassione, umanità, riflessione, tutela dei diritti, bisogno di verità scompaiono lasciando il posto a espressioni volgari, offese, violenza mediatica, pensieri scoordinati, desiderio di vendetta e sete di sangue come in una corrida.
E proprio come in un reality, tra un cimitero di congiuntivi, un’insalatona di concetti vacui, un fritto misto di parolacce, si muovono i “pupazzi” manipolati dalla regia, che mi piace immaginare come un domatore nano con frusta e cilindro, e si scatenano gli spettatori creduloni  alla stessa stregua ignoranti e addomesticati.
E la regia che fa?
Semplice!
Cerca di comprendere la tendenza di pensiero per sfruttarla a proprio vantaggio, manipola gli spettatori affinché il gioco desti sempre più interesse per poi concludersi come è già stato stabilito a-priori.
Nel “nostro” reality mediatico-giudiziario Massimo Giuseppe Bossetti non piace agli italiani ai quali è stato artatamente presentato in modo che non piacesse.
Per tornare al nostro titolo, la condanna del nostro secolo avverrà tramite televoto?
Ho azzardato un calcolo veloce prendendo come termine di paragone il numero di persone che compone il nostro gruppo facebook.
Siamo poco più di cento persone mentre una delle tante pagine colme di insulti e con ben poca informazione conta oltre mille aderenze.
C’è da sperare che il campione numerico analizzato sia così basso da non essere rappresentativo: stando a questi dati, infatti, solo il 10% degli italiani è disposto a concedere al sig.Massimo Bossetti perlomeno il beneficio del dubbio, risparmiandogli una immediata e dolorosa esecuzione.

La cosa triste è che Massimo Bossetti non è finito in questa situazione grottesca sua sponte: a mandarlo in “nomination” è stata quella “regia” che dovrebbe all’opposto garantire quantomeno l’imparzialità tra i “concorrenti”, e che invece si è palesata uscendo dalle quinte per sussurrare agli Italiani contro chi votare.

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Chissà se il buon vecchio Mike urlerebbe ancora: “Allegria!”

Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).

Il presente scritto è esito di un lavoro condotto a quattro mani con Laura, che ringrazio infinitamente.

Mi sono spesso chiesta, in questi ultimi giorni, cosa possano mai fare 80 persone motivate e dedite alla causa, alla quale si sono spontaneamente e senza nessun tornaconto votate, affinché la loro flebile voce possa essere udita dalle masse incerte e poco attente.
Abbiamo un blog, un gruppo ed una pagina nei quali riversiamo tutte le nostre osservazioni e convogliamo l’enorme mole di materiale che raccogliamo, ma non basta!

Mentre noi, animati da un altissimo senso di civiltà, devo dirlo, ci lambicchiamo il cervello, la maggioranza degli italiani è imbrigliata come una mosca in una ragnatela, incapace di pensare, prigioniera di un torpore che definirei mass-mediatico.
A noi, dunque, spetta il compito di insinuare dei dubbi.
Dopotutto come si dice, l’anima risvegliata da un dubbio è migliore dell’anima che dorme sicura di sé.
Di seguito ne elencherò alcuni, che nel prosieguo dell’articolo verranno sviluppati singolarmente fino al punto 8 (per non gravare troppo sulla pesantezza dello scritto, che potrebbe inficiarne un’adeguata fruizione da parte del lettore, rimandiamo l’analisi dei punti successivi ad una secondo parte): si tratta di punti in alcuni casi già presi in esame precedentemente, che non vengono riproposti per ripetere l’ovvio, ma con l’intento di organizzare una ricerca più selettiva e porci ulteriori domande per non lasciare nulla di intentato e battere ogni pista.

1) Assenza di movente

2) Mancata reiterazione del reato

3) Modalità dell’aggressione incompatibili con un agente adulto e dotato di una certa prestanza fisica

4) Mancato occultamento del cadavere

5) Omissione di accertamenti sulle altre tracce biologiche repertate

6) Ritardo nel circoscrivere il luogo del rinvenimento

7) Mancata identificazione dell’arma del delitto e dubbi perfino sulla natura della medesima

8) Incompatibilità degli orari in cui i cellulari hanno agganciato le celle

9) Impossibilità (o comunque incertezze sulla possibilità) di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire dalla traccia originale sugli abiti

10) Palesi incongruenze nelle testimonianze su “Ignoto1”

11) Accreditamento di soli elementi e testimonianze a sfavore, costanti fughe di notizie parziali tendenti a suggerire una lettura sfavorevole all’attuale indagato

12) Incongruenze nell’ordinanza del GIP circa la natura probatoria ovvero meramente indiziaria del DNA

13) Oscillazioni della giurisprudenza cassativa sul valore probatorio ovvero indiziario del DNA, assenza di pronunce a Sezioni Unite, contestazioni dottrinali e implicazioni processuali e fattuali della cosiddetta “fallacia dell’accusatore”

I primi due punti (assenza di movente e mancata reiterazione del reato) vanno esaminati contestualmente poiché si spiegano a vicenda.
Dopo ore passate ad esaminare decine di studi inerenti agli omicidi a sfondo sessuale sono giunta alla conclusione che le possibilità che una persona possa compiere un unico e isolato atto di violenza sessuale, che sfoci o meno in omicidio, sono prossime allo zero.
La violenza sessuale perpetrata ai danni di una donna, o peggio di una bambina, non è posta in essere da un giorno all’altro da un soggetto clinicamente sano.
Tali comportamenti sono il risultato di  disturbi psichiatrici di gravità variabile i quali trovano la loro origine nell’infanzia del soggetto.
Non si potrà mai stabilire con certezza perché un essere umano decida di seviziare e uccidere un suo simile, ma si può, nel nostro caso specifico, prendere atto del fatto che sia apparentemente, sia a detta di tutte le persone che lo conoscono e interagiscono con lui, sia da accreditate voci di figure professionali operanti all’interno delle mura del carcere, il sig. Bossetti non mostra nessun sintomo riconducibile al profilo del “mostro”.

Dal momento in cui si stabilisce che questo genere di omicidi si manifestano in una maniera seriale andiamo a conoscere, solo per curiosità, la figura del serial-killer.

A tal fine, traggo alcuni contenuti dall’interessantissimo saggio “La figura del Serial Killer tra diritto e criminologia”, del Dott. Gianluca Massaro:

“Il termine serial killer è piuttosto recente, ma il fenomeno è risalente nel tempo: gli assassini seriali ci sono sempre stati, anche se l’omicidio seriale non veniva riconosciuto e definito come tale ed anche se può sembrare un fenomeno dei nostri tempi visto che, oggi, se ne sente parlare così di frequente.
Gli assassini seriali sono a detta di chi è “del mestiere”, cioè  di chi si occupa di criminologia e di psicopatologia forense, soltanto coloro che hanno ucciso più persone in momenti successivi, per il ripetersi di una particolare motivazione: “la distruttiva e sadica associazione di sesso e morte”.
Quest’ultimo è un binomio esplosivo, niente di meglio per suscitare in tanti curiosità, per alimentare morbosi interessi o per scatenare fantasie proibite. L’uccidere per sesso o facendo sesso è dunque ciò che, tradizionalmente, ha definito il serial killer, anche se, come vedremo, questa è soltanto una delle motivazioni alla base del comportamento omicidiario seriale.
Del resto, i più moderni ed innovativi studi relativi all’omicidio seriale, hanno dimostrato come questo sia un fenomeno molto più complesso.”

Ancora, dallo stesso studio emerge che:

“In questo secolo, il problema dell’omicidio seriale è diventato particolarmente evidente, sia a causa di un notevole incremento numerico degli assassini seriali, sia a causa della maggiore attenzione prestata dai mass media a casi di questo genere. Fino all’inizio degli anni ’80, il termine serial killer non esisteva e questo tipo di criminale veniva genericamente definito multiple killer (assassino multiplo). Sotto questa denominazione erano raggruppati tutti gli assassini che uccidevano più di una vittima, senza però operare alcuna distinzione fra i diversi eventi delittuosi. L’espressione serial killer venne coniata negli Stati Uniti e, precisamente, dagli agenti dell’F.B.I.; la paternità di questo termine non è casuale, dato che gli Stati Uniti sono il paese che presenta il numero più alto di assassini seriali nel mondo. La definizione data dall’F.B.I., che tuttavia si rivela minimalistica e piuttosto asettica, è la seguente: “un serial killer è un soggetto che uccide più persone, generalmente più di due, in tempi e luoghi diversi, senza che sia immediatamente chiaro il perché, anche se lo sfondo sessuale del delitto è quasi sempre riconoscibile”.

Riprendo un significativo punto del trattato, pubblicato anche sul sito Altro Diritto, per chiarire ulteriormente in che modo un assassino seriale diviene tale, ovviamente per grandi linee visto che ogni essere umano ha le sue peculiarità ed è unico pur rientrando in una categoria significativamente definita dagli studiosi:

” […] Comunque sia, gli autori che si sono occupati di questo argomento concordano tutti su un punto, cioè l’importanza della presenza di esperienze traumatiche nell’infanzia e nell’adolescenza degli assassini seriali.
Bisogna però notare che molti bambini traumatizzati durante l’infanzia e molti adolescenti cresciuti in condizioni di emarginazione e di abbandono, non diventano assassini seriali, preferendo invece mettere in atto altre modalità comportamentali, devianti o meno.

Perché allora, alcuni diventano proprio dei serial killer?

Probabilmente la prospettiva teorica che fornisce una spiegazione migliore è quella basata sul modello sistemico- relazionale; secondo tale spiegazione, l’individuo, tenuto conto delle sue caratteristiche innate, che hanno la loro importanza, subisce tuttavia l’influenza dei sistemi nei quali è inserito e delle relazioni che ha instaurato con gli altri nell’ambiente.

Secondo questa teoria, gli assassini seriali sono il prodotto della famiglia di provenienza e del sistema di pensiero genitoriale ed a questo elemento si unisce la personalità individuale ed eventuali caratteristiche fisiologiche particolari.
Quando poi le relazioni diventano negative e disgreganti, non tengono più insieme il sistema dell’assassino seriale, che quindi va a pezzi ed il soggetto perde così il senso della realtà.

L’azione omicidiaria ricompone temporaneamente il sistema del soggetto, fino a quando altre relazioni negative non ne compromettono nuovamente l’esistenza.
In quest’ottica, il comportamento omicidiario seriale può essere visto come la risultante di tre fattori (individuale, socio-ambientale, relazionale), che si intrecciano tra loro, con importanza diversa da soggetto a soggetto. Il fattore individuale include tutte le caratteristiche personali dell’assassino seriale.
Il fattore socio-ambientale comprende tutte le componenti sociali che possono influenzare il comportamento di un assassino seriale.
Il fattore relazionale è una sintesi dei due fattori, il loro punto d’incontro;questo fattore è una misura del grado di scambio esistente tra individuo e ambiente e del modo in cui il soggetto si rapporta agli altri. Un pò come dire, in termini spiccioli, che “l’ambiente” fornisce “l’arma”, “il soggetto” la “carica” e la maniera distorta del soggetto di rapportarsi con l’ambiente che lo circonda tira il grilletto.In questo campo, si nota la tendenza di molti autori, primi tra tutti gli esperti dell’F.B.I., a considerare assassini seriali solo quei soggetti i cui omicidi sono, in qualche modo, collegati a turbe di natura sessuale.
In realtà, una spiegazione unica per tutti gli assassini seriali non esiste, in quanto le motivazioni alla base del comportamento omicidiario seriale possono essere molteplici […]”.

Quindi mi sento di concludere dicendo, non prima di aver rielaborato un concetto tratto dagli studi del Prof. Nicola Malizia, che gli aspetti caratteriali  e il “modus vivendi” del sig. Bossetti, per quanto ci si sforzi analizzando persino oggetti intimi come biglietti di auguri scritti da e per sua moglie, proprio non coincidono con i tratti dell’omicida seriale sessuale, in primis per l’assenza di crimini simili in zona o fuori attribuibili a lui e secondo perché nessuno dei tratti sottoelencati è stato evidenziato durante le indagini, nonostante esse siano state particolarmente invasive e, a tratti, morbose.

“Esistono milioni di uomini in tutto il mondo che, pur avendo subìto nella loro esistenza esperienze analoghe o anche peggiori, non sono per questo divenuti dei criminali pericolosi. Il terrore di perdere il controllo sulla propria esistenza spinge tali soggetti ad immergersi in attività definiti elementi facilitanti, cioè una serie di attività “devianti”, come abuso di droga ed alcol e fruizione ossessiva di materiale pornografico.

Ed ancora:

  • i soggetti hanno avuto esperienza di eventi traumatici più o meno gravi;
  • queste esperienze hanno portato delle conseguenze psicologiche;
  • si manifesta un progressivo isolamento dei soggetti dal gruppo dei pari e dalla società. Si sviluppa un progressivo ed intenso sentimento di perdita del controllo sulla propria esistenza; si affacciano pratiche devianti (abuso di alcol, droga e pornografia). E’ possibile dire che un soggetto diviene un sadico sessuale in serie solo perché ha subìto dei traumi infantili, ha utilizzato, nell’adolescenza, materiale pornografico, poi, ha fatto uso di sostanze alcoliche e stupefacenti?

Molti individui hanno subìto traumi, abusano di alcol e fruiscono ossessivamente di pornografia, senza divenire però assassini.

L’ipotesi del bisogno di dominio e di possesso, amplificato dal quadro psicopatologico sovente riscontrabile in tali soggetti, sembra essere la base motivazionale più verosimile.

Tale spinta motivazionale dovrebbe articolarsi nelle seguenti dinamiche psicologiche:

  • percezione da parte del soggetto che l’ambiente non si cura di lui;
  • ricerca ossessiva dell’attenzione, del rinforzo positivo, della gratificazione, del riconoscimento del proprio valore.

Tutte le ricerche effettuate sui serial killer hanno infatti evidenziato come punto centrale della vita di questi soggetti la loro fantasia violenta, ritualizzata e compulsiva.
La fantasia violenta non deve essere intesa come una violenza votata alla distruzione, ma al controllo e al dominio.

Questi criminali sognano di uccidere, di violentare, fantasticando di dominare, di avere il potere sulla vita altrui, quasi come se, controllando l’esistenza delle vittime, potessero riprendere il controllo che sentono di aver perso sulla propria vita.
Il serial killer tortura, mutila, lega ed interagisce con la vittima per dominarla e solo quando la fantasia di dominio è raggiunta la vittima non ha più alcun valore come oggetto di piacere e può essere uccisa.

Il dialogo con la vittima

Dopo avere ucciso, il serial dialoga con la vittima, questa è solo nelle sue mani, è la sua preda, annientata, giace inerme, può infierire, continuare a distruggere; la sua morte lo fa riappropriare della sua vita.
Ciò non vuol dire che il sesso non entri in gioco, infatti, in alcuni casi, tali soggetti divengono serial killer sessuali, anche se non rappresentano la maggioranza. Il sesso e la fantasia sessuale, violenta e sadica, entrano in gioco perché la sfera sessuale sembra al killer la più eccitante e la più denigratoria per la vittima. Il Serial si rende conto che attraverso un crimine sessuale e sadico riesce a raggiungere il massimo obiettivo in riferimento alla soddisfazione personale legata al dominio e alla denigrazione della vittima a semplice ed inutile oggetto da controllare.

Il primo omicidio

Il primo omicidio produce nei criminali sentimenti contrapposti.
Cosa provano? Dal piacere alla repulsione, dalla paura all’ansia, ma invariabilmente tutti provano anche un’intensa sensazione di potere. Ed è allora che, spesso, la fantasia riprende il sopravvento con forza sempre maggiore, il killer fantastica, uccide e fantastica, incapace di fermarsi, come un tossicodipendente che è caduto nel vizio, che in questo caso è il vizio dato dal potere di scegliere a chi dare la morte e a chi la vita. l’omicida comincia a fantasticare un nuovo omicidio,magari con condotte di controllo e manipolazione della vittima più accentuati. Più il soggetto fantastica, più sente il bisogno compulsivo di attuare in vivo tale fantasia,finché non decide che è giunto il momento di agire di nuovo.

Nel nostro caso sembra abbastanza evidente che l’indagato, il sig. Massimo Giuseppe Bossetti, non rientri nel profilo dell’omicida seriale e, giacché l’assenza di movente specifico sarebbe motivabile solo nel caso di serial killer con movente sessuale, che però in questo caso non trova riscontro, si dovrebbe ricercare per l’appunto un movente specifico.
Questo cane che si morde la coda diventa, per l’accusa, un bella gatta da pelare dal momento che rimane difficile credere che un uomo regolare, senza precedenti penali possa avere un “conto in sospeso” con una bambina che nemmeno c’è prova che conoscesse.

Se dai primi due punti in disamina ci spostiamo al terzo, relativo alle particolari modalità dell’aggressione, la sensazione che qualcosa non quadri nel teorema colpevolista diviene inevitabilmente più forte.
Infatti, se in precedenza qualcuno avrebbe forse potuto provare ad avanzare il sospetto di trovarsi dinnanzi ad un caso del tutto atipico, far quadrare i conti in presenza di una modalità di aggressione tanto anomala per un agente adulto risulta pressoché impossibile.

Il nocciolo della questione è che, per quanto ci si sforzi, il quadro attualmente disponibile sembra suggerire pressantemente la spasmodica ricerca di una colpevolezza che non esiste.

Il problema è dato forse dal fatto che rinunciare ad un’idea supinamente accettata può essere molto difficile.
Nell’opera di N. Gregory Mankiw, Principi di economia, vi è una sezione dedicata alla psicologia del consumatore.
Quando lessi l’opera in questione, rimasi estremamente colpita da alcuni esempi miranti a dimostrare come, in genere, la maggior parte delle persone sia poco propensa a mettere in discussione le proprie convinzioni.
Ricordo, in particolare, che veniva presentato a tal fine il resoconto di un esperimento effettuato anni addietro negli USA: ad una serie di persone era stato fatto leggere un documento con dei dati statistici (e quindi numerici) sull’impatto della presenza/assenza della pena di morte in vari Stati, e sorprendentemente era risultato che coloro che erano favorevoli alla pena capitale traevano dal documento una conferma alle proprie posizioni… Ma la stessa cosa (sulla base degli stessi dati!) avveniva per coloro che erano in partenza contrari.
Ciò indica come la propensione al dubbio sia appannaggio di pochi: l’uomo, per propria natura, tende a crogiolarsi nelle proprie certezze senza metterle in discussione.

A ciò si aggiungano i risultati che può avere la pressione mediatica, posto che l’istinto gregario riveste un ruolo preminente nella psicologia sociale.
Il celebre esperimento condotto alcuni decenni or sono dal noto psicologo Solomon Asch mostra come spesso l’istinto gregario finisca per avere la meglio perfino su ciò che si può appurare con i propri sensi.
L’assunto di base dell’esperimento di Asch consisteva nel fatto che l’essere membro di un gruppo è una condizione sufficiente a modificare le azioni e, in una certa misura, anche i giudizi e le percezioni visive di una persona.
L’esperimento si focalizzava sulla possibilità di influire sulle percezioni e sulle valutazioni di dati oggettivi, senza ricorrere a false informazioni sulla realtà o a distorsioni oggettive palesi.
Il protocollo sperimentale prevedeva che 8 soggetti, di cui 7 complici dello sperimentatore all’insaputa dell’ottavo, si incontrassero in un laboratorio, per quello che veniva presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva.
Lo sperimentatore presentava loro delle schede con tre linee di diversa lunghezza in ordine decrescente; su un’altra scheda aveva disegnato un’altra linea, di lunghezza uguale alla prima linea della prima scheda.
Chiedeva a quel punto ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente nelle due schede.
Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente errata; il vero soggetto sperimentale, che doveva rispondere per ultimo o penultimo, in un’ampia serie di casi iniziava regolarmente a rispondere anche lui in maniera scorretta, conformemente alla risposta sbagliata data dalla maggioranza di persone che aveva risposto prima di lui. in sintesi, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva, consapevolmente e pur sulla base di un dato oggettivo, di assumere la posizione esplicita della maggioranza (solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente e non ciò che sentiva di “dover” dire).

Cionondimeno, nel momento in cui non si parla del tempo, ma di un uomo incensurato che grida la propria innocenza, è necessario uno sforzo per far sì che quel dubbio, così sgradito, possa sopraggiungere, consentendo di analizzare i fatti con la lucidità necessaria ed in maniera autenticamente scevra di preconcetti di sorta.

L’ordinanza del GIP Dott.ssa Vincenza Maccora, riprendendo le risultanze dell’esame autoptico, descrive le lesioni riscontrate sul cadavere della piccola Yara (almeno otto da taglio e una da punta e taglio) come “relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso”.
Infatti, come emerge dalla stessa ordinanza, stando all’analisi dei contenuti gastrici la morte della piccola Yara sembra collocarsi alcune ore dopo la sua scomparsa, e nonostante lo stato di avanzata decomposizione del corpo renda difficile pervenire a conclusioni certe, si suppone sia stata concausata da ipotermia.

Di contro, non dovrebbero essere riconducibili a lesioni causate dall’arma bianca da punta e taglio quelli che appaiono descritti come “segni di lesività contusiva al capo (nuca, angolo destro della mandibola e zigomo sinistro)”: ciò per l’ovvia constatazione che per azione contusiva si intende pacificamente “l’incontro violento (urto) del corpo con una superficie resistente, piana od ottusa”, e risulta essere corpo contundente “ogni oggetto non pungente, non tagliente e non fendente” (definizioni tratte da “Lesività contusiva”, del Dott. Roberto Molteni).

Riconoscendo dunque come esito di ferite procurate con arma bianca da punta e taglio le sole summenzionate lesioni “relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso”, appare lecito chiedersi come possano essere attribuite ad un muratore quarantenne per forza di cose abituato all’uso di un certo tipo di strumenti e dotato di una certa forza fisica.
La stessa collocazione delle ferite (situate su collo, polsi, torace, dorso e gamba destra) appare piuttosto disordinata, e nel complesso il quadro sembra suggerire il fatto che l’aggressore avesse scarsa forza fisica e scarsa manualità con l’arma del delitto.
Il quadro generale delle modalità dell’aggressione, insomma, piuttosto che un agente adulto, sembrerebbe suggerire un possibile atto di bullismo degenerato, o comunque un atto compiuto da persona/e molto giovane/i, non necessariamente di sesso maschile.

A ciò potrebbe essere aggiunta la logica considerazione che, se si suppone che Yara conoscesse il suo aggressore, sembra piuttosto anomalo che una tredicenne accetti di incontrarsi con un quarantenne, per di più senza dare nell’occhio.
Allo stesso modo, ammesso e non concesso un quadro di questo tipo, sarebbe ancor più anomalo che una giovane, appena adolescente, provi un’attrazione o una semplice curiosità nei confronti di un adulto e non ne parli con neppure con l’amichetta del cuore: una trasgressione di questa portata, oltre ad apparire difficilmente conciliabile sia con la figura della piccola Yara sia con quella del signor Massimo Bossetti, non potrebbe certamente passare inosservata e mal si concilia con tutto il resto.

Ma c’è di più: recentemente è emerso che ci sarebbe una misteriosa data da tenere in considerazione, emersa a più riprese nel corso degli interrogatori: si tratta del 20 novembre 2010.
“Forse una ricorrenza o un indizio dato – pare – da una persona vicina alla famiglia Bossetti che ha dato una pista, forse l’ipotesi di un movente. Eppure tutti rispondono allo stesso modo: “Quel giorno non mi dice nulla”.
Così si legge, ad esempio, in questo articolo: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/yara-spunta-data-misteriosa-1037739.html
Ma tralasciamo il 20 novembre per un attimo e torniamo sull’eventualità che Yara e il sig. Bossetti si conoscessero.

C’è chi sostiene si tratti di un delitto occasionale compiuto appunto da un pedofilo occasionale che sceglie a caso la sua vittima, la punta e l’aggredisce, salvo poi lasciarla in vita per sopraggiunto panico, questo perché non essendoci alcun legame accertato tra vittima e presunto carnefice, né numeri di telefono, né persone che li abbiano visti insieme, la spiegazione più semplice è che non si siano mai visti prima dell’aggressione.

Ma allora cosa sarebbe mai potuto succedere sei giorni prima?

Ammesso che fosse il sig. Bossetti l’assassino occasionale e che non conoscesse Yara prima di quel tragico venerdì in cui è stato colto da un raptus, come si può far risalire a sei giorni prima un segnale da parte sua che aprirebbe l’ipotesi di un movente?
Stando alle illuminanti ipotesi presentate nel corso di Segreti e Delitti, sorvolando sul modo inappropriato di gesticolare con fare canzonatorio del conduttore il quale precisa che tutte le incongruenze “dovranno essere spiegate dal Bossetti agli inquirenti” (l’onere della prova a carico dell’accusa è, ahimè, un lontano ricordo dell’Italia che fu) si presuppone che in data 20 novembre sia la famiglia Gambirasio che la famiglia Bossetti si trovassero entrambe all’osservatorio astronomico di Brembate per un evento riportato anche dal’Eco di Bergamo e sarebbe stato in quell’occasione che l’uomo, vedendo la ragazza per la prima volta, avrebbe maturato il proposito di farle del male posto in essere appena sei giorni dopo.

Ma se così fosse e la segnalazione di questa data fosse venuta da qualcuno vicino al Bossetti sarebbe stato lui stesso a riferire a questo qualcuno le sue intenzioni o quantomeno di aver provato una pulsione improvvisa per una bimba sconosciuta sino a quel momento?
L’ipotesi sembra a dir poco assurda.
Incredibilmente nell’ambito della stessa trasmissione, andando avanti, si ipotizza però che Yara, trovandosi in una strada trafficata, non sia stata rapita, bensì, sia salita di sua spontanea volontà in auto data la sua conoscenza con l’imputato, “una conoscenza non tanto approfondita da permettergli di inviarle messaggi, infatti non c’è il numero del muratore tra i contatti di Yara, ma abbastanza solida da far sentire al sicuro lei che era ben educata e diffidente”, dice il giornalista.
Quindi una comoda via di mezzo per giustificare il mancato scambio del cellulare e l’ingenuità di consegnarsi al lupo cattivo.
Più o meno sarebbe andata così: “Ciao, ti ricordi di me? Ci siamo visti sabato scorso all’osservatorio…”.

Quanto a plausibilità dell’ipotesi, di male in peggio.

E’ plausibile che un uomo con famiglia a seguito avvicini e conosca una bimba, accompagnata dai genitori, in pubblico, senza destare sospetti o dare nell’occhio come può accadere a due adulti al bar?
Questa notizia “blindata” della soffiata sul 20 novembre sembra molto forzata, specialmente nello svolgersi di un fatto di cronaca abbondantemente pubblicizzato ove non trova collocazione un silenzio stampa di questa portata.
Per questo motivo sono andata a leggere tutti gli articoli riguardanti questo 20 novembre, ed ho notato che c’è chi ha parlato di “annotazione riconducibile a Bossetti”.
Non ci si può non chiedere cosa possa significare un’espressione di questo tipo.
Non potrei sopravvivere alla divulgazione di una notizia del tipo “Gli inquirenti, durante il sopralluogo nell’abitazione del Bossetti, hanno rinvenuto un calendario dell’anno 2010 dove la data del 20 novembre era cerchiata in rosso”.
A questo punto si potrebbe tranquillamente portare alla sbarra Frate Indovino!

Insomma, se la prova regina deve essere di tipo scientifico, è bene che la scienza non si allontani dal suo presupposto primario: il logos, da cui deriva il concetto di “logica”.
Logica che, per quanto ci si sforzi, non sembra in alcun modo ravvisabile nel castello accusatorio a carico del signor Massimo Bossetti.

Riguardo al punto quattro (mancato occultamento del corpo) voglio provare a ragionare per assurdo.
Il sig. Bossetti, mosso da non si sa che movente, tende un agguato alla giovane ginnasta.
Questo posto che abbiamo abbondantemente ragionato sulle inverosimili e contraddittorie  modalità con cui si suppone l’abbia avvicinata.
Al termine dell’aggressione, in un luogo ancora non ben definito, egli ferisce la bambina, senza causare la di lei morte, almeno nell’immediato, e non si preoccupa delle conseguenze del suo folle gesto.
A rigor di logica chi si macchia di un delitto così orrendo, a meno che non si tratti di un minorato mentale o di un adolescente, vede come prima necessaria mossa l’accertarsi dell’avvenuto decesso e, successivamente, si adopera per occultare il cadavere.
Questo mi spinge a dubitare fortemente di una serie di circostanze, che sono state trattate come fossero secondarie, quali il luogo del rinvenimento, la permanenza del cadavere in quello stesso posto per la durata di tre lunghi mesi e la stessa causa del decesso.
A mio profano parere questi tre elementi sono la chiave di volta di questo interminabile giallo ma, purtroppo,non è stata data loro la giusta considerazione dal principio e, a furia di abbozzare, la comprensibile confusione iniziale si è trasformata in un caos.
È ormai persa ogni speranza di venirne a capo, il bandolo è irrecuperabile un po’ come quando si lascia un gomitolo in balia di un gatto.
Per quanto mi sforzi non riesco a capire il perché il sig. Bossetti, complice il buio della serata, non avrebbe scelto di caricare il corpo in auto o sul furgone per poterlo occultare mettendosi al sicuro.
Un adulto automunito non opera una scelta così avventata, lo fa un ragazzo a cui sono sfuggite le cose di mano e comunque il fatto che ci siano voluti tre mesi per ritrovare Yara o è mera coincidenza,per quanto strana, o più plausibilmente, è morta altrove e solo successivamente è stata lasciata lì a Chignolo.
Questo dato, se vogliamo dare per buono il risultato del test del DNA sulla traccia incriminata e vogliamo quindi ragionare come se fossimo in una puntata di CSI, sarebbe dovuto emergere dall’autopsia che come minimo, vista la tecnologia fantascientifica della quale disponiamo, avrebbe dovuto rivelare se il corpo è stato tenuto altrove (all’aperto o al coperto) e per quanto tempo.
Tralasciamo per un momento tutte le considerazioni possibili riguardo alle domande che non trovano risposte nel referto autoptico, reso difficoltoso anche dall’avanzato stato di decomposizione del corpo, non mancando di tornarci in un secondo momento e teniamoci da parte anche un’attenta analisi sulla dubbia localizzazione della scena primaria del crimine, la quale è via via diventata più itinerante di un circo, per spendere qualche parola sul profilo di DNA preso in esame, ovvero quello di IGNOTO 1.

Non è dato sapere come mai l’attenzione delle analisi forensi si sia focalizzata solo su di esso dal momento che, sin dal primo momento, si è parlato di molteplici e diverse tracce, e, giustamente aggiungerei, si  è sospettato che l’omicidio fosse stato opera di più agenti denominati appunto IGNOTO 1, IGNOTO 2 e IGNOTO 3 (punto 5 in disamina).
Questo ragionamento, dettato dalla logica, si è perso lasciando il posto ad una sorta di lotteria dove IGNOTO 1 ha vinto il primo premio.
Si disse che, così come l’arma del delitto, non fu mai ritrovato il cellulare della ragazza e che, fatto davvero strano e degno di nota, nelle tasche del giubbotto vi erano i guanti ordinatamente piegati nella maniera in cui ognuno di noi li infila in tasca, la scheda SIM e la batteria del telefono.
Ora, pur volendo supporre che il Sig. Bossetti agì da solo e quindi che le restanti tracce biologiche non identificate non siano degne di nota, l’uomo si sarebbe ferito durante l’aggressione ma non avrebbe lasciato il suo DNA né sulla sim né sulla batteria.
Facciamo un passo indietro ponendoci delle domande.
Se i DNA restanti non sono degni di nota vuol dire che gli inquirenti hanno concesso loro  il beneficio del dubbio di un trasporto casuale magari dovuto alla lunga esposizione alle intemperie?
Li hanno forse esclusi data la loro posizione sulla parte anteriore del corpo dando più importanza alla traccia presente nella parte posteriore ipotizzando che questa fosse l’unica attendibile in quanto la vittima si trovasse in quella posizione e in quel preciso posto sin dalla sera del 26 novembre?
E ancora, se l’uomo si fosse ferito un dito sferrando un fendente, che dovrebbe essere necessariamente l’ultimo, e il suo sangue si fosse trasferito sul corpo, come mai non ve ne è traccia né sulla sim né sulla batteria?
Avrebbe dovuto rimuoverli prima di ferirsi ma dopo aver stordito la ragazza se non fosse che appare più plausibile che i colpi inferti con l’arma da taglio siano precedenti al colpo alla testa, trattandosi di ferite da arma bianca incerte e poco profonde compatibili con un soggetto ricevente in movimento che prova a sfuggire all’aggressione.
Questo è facilmente deducibile, non serve un esperto, dal fatto che le ferite sono molteplici e distribuite su tutto il corpo, sia nella parte anteriore che in quella posteriore, quindi appare davvero difficile pensare che siano state inferte su un corpo già disteso e privo di sensi.
Ciò comporterebbe la stranezza di averlo dovuto girare per infierire, debolmente, su entrambi i lati.
Altra circostanza stranissima, se il sig. Bossetti non è Wolverine perché se lo è allora si spiega, è quella del ferimento accidentale nel momento dell’aggressione a mezzo lama.
Chiunque si sia mai ferito una mano o peggio un dito sa benissimo che la perdita di sangue è consistente trattandosi di estremità e, pur restando fermi e tamponando, passerà un certo lasso di tempo prima che il sanguinamento si arresti del tutto, figuriamoci durante il concitamento di un’aggressione!
La pressione sanguigna, il battito accelerato e i movimenti bruschi compatibili con una colluttazione averebbero lasciato agli inquirenti ben più di una esigua traccia di DNA.
Tornando alle altre tracce biologiche presenti sul corpo perché non sono state anch’esse confrontate con i DNA prelevati a tappeto?
Non è strano che disponendo di ben tre termini di paragone si sia preferito usarne uno?
Dal momento in cui si è deciso di mettere la soluzione di questo giallo nelle mani di una scienza, affidabile sì ma che pretende elementi con determinate caratteristiche al fine di ottenere risposte altrettanto affidabili, in Italia oso definire ancora a livelli di esperienza embrionali perché non alzare il tiro e non cercare di stabilire l’identità di tutti gli IGNOTI?

Inoltre, da accanita lettrice di gialli, non disdegno l’uso della scienza purché accompagnata dal buon vecchio ragionamento stile Poirot.

Avvicinare, convincere a farsi seguire su un mezzo di trasporto, guidare e, allo stesso tempo, mantenere il controllo di una ragazzina sconosciuta, o volendo proprio crederci conosciuta superficialmente, recarsi in un luogo appartato con la probabilità di destare il sospetto della passeggera e scatenare un suo conseguente tentativo di scendere o di chiamare aiuto, perpetrare un tentativo di violenza fuori dall’abitacolo (visto che in nessuna autovettura del sig. Bossetti è stata rinvenuta traccia di Yara e il DNA così come non vola neppure si smaterializza) sono una serie di circostanze inverosimili, incredibili che, laddove si fossero verificate davvero in questa sequenza, sarebbero molto più uniche della sequenza del DNA.

Sempre usando il ragionamento, visto che il “popolino” più passa il tempo più ricordi matura, (procedimento inversamente proporzionale alla logica messo in atto puntualmente in circostanze del genere e cioè laddove ci sia un “mostro” da inchiodare alle sue responsabilità) come mai nessuno ricorda ferite, cerotti o bendaggi sulle mani del sig. Bossetti nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Yara?
E ancora come ha fatto quest’uomo a compiere un gesto tanto agghiacciante, che solo il pensarlo per provare a  ricostruire gli eventi mette i brividi, senza lasciar trasparire un’ombra di emozione addirittura recandosi puntuale al lavoro il giorno seguente?

Nessuno ricorda un uomo che, in un piccolo centro, chiacchiera con una bambina, nessuna compagna di palestra ha mai visto il sig. Massimo “appostato” fuori al centro sportivo, e volendo considerare che non sia saltato all’occhio delle piccole ginnaste, vedo davvero difficile che la stessa cecità abbia colpito le madri, i padri e le insegnanti.

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“Ma questa è un’altra storia” direbbe Michael Ende e non esiste la possibilità di raccontarla un’altra volta poiché tutti gli “elementi” che depongono a favore del sig. Bossetti sono stati abilmente occultati agli occhi dei telespettatori famelici da parte dei giornalisti sensazionalisti, poiché non appetibili quanto quelle ridicole bassezze definite, sembra quasi una bestemmia, niente poco di meno che “prove”.

Dunque quale modalità di interazione tra i due è più accreditata?
Nemmeno i giornalisti macellai più fantasiosi sono riusciti a proporcene una credibile, ma approfittando di un pubblico a cui poco interessa la verità purché ci sia del torbido, laddove non riescono a proporre una sequenza di fatti plausibile, hanno in cantina dei candelotti fumogeni da lanciare tra una pubblicità e un furgone fantasma.

Agli occhi dei più attenti però non è assolutamente pensabile che il sig. Massimo abbia architettato di rapire una bambina che precedentemente ha sorvegliato e pedinato al pari di un provetto 007, senza però licenza di uccidere, barcamenandosi tra una doccia solare, dalla quale aveva una visuale perfetta su non si sa bene cosa, sospetti rifornimenti di carburante alla sua autovettura, buche al lavoro con la scusa del medico, e, tenetevi forte, l’acquisto compulsivo di figurine di Yu-Gi-Oh!
E poi, perdonatemi l’azzardo, ma se quest’uomo avesse sul serio avuto un’ossessione per Yara, come mai, durante il giorno non si è mai aggirato nei dintorni della scuola dove sarebbe di certo passato più inosservato?
Altro particolare davvero degno di nota è il fatto che gli inquirenti insistono su questa linea dell’ossessione malata, che pretende una qual forma di controllo e consapevolezza dei movimenti della vittima da parte del suo carnefice, ma dimenticano che proprio quella sera lei non sarebbe dovuta uscire.

Il-Giorno Da “Il Giorno” del 16 dicembre 2010

Allora ci spiegassero una volta per tutte, il sig. Massimo è un maniaco goffo ed impedito, tremendamente astuto, o sfacciatamente fortunato?

Parliamo ora delle reazioni psico-fisiche di un soggetto che porta a termine un disegno criminoso sfociante in un’aggressione fisica nei confronti della persona che alimenta la sua ossessione; esse sono svariate e ritengo che illustrarle potrebbe far riflettere il lettore sul fatto che c’è un’enorme differenza tra il rappresentarsi un fatto, immaginandolo alla stregua di un film, e viverlo mettendo in atto fantasie perverse. Tutti hanno delle fantasie e guai a volerle sindacare,non a caso si chiamano fantasie, ed infatti la gran parte delle persone non le mette mai in atto perché significherebbe snaturale.
Vero è che, da che è nato il mondo, c’è sempre stato chi si è macchiato del reato più orribile che esista e vero è anche che intorno a noi ci sono persone prive completamente di empatia che riescono a prendersi l’innocenza e la vita di un bambino con la stessa naturalezza con cui caricano una lavatrice.
Ma l’accusa confusa ha riconosciuto, ancor prima di riconoscere il sig. Bossetti come IGNOTO 1, che l’aggressione denotava insicurezza, esitazione e che le ferite, da sole, non sarebbero state sufficienti a cagionare la morte se non “aiutate” dall’ipotermia.
In poche parole chi aggredì Yara non rientra propriamente nel profilo della persona di ghiaccio con tendenze psicopatiche.
Posto che l’Italia tutta, a mò di pulcino che seguirebbe la chioccia anche in un fosso, è persuasa che la morte di Yara sia avvenuta per mano del sig. Bossetti allora l’Italia tutta deve almeno considerare l’idea che una qualche reazione, se pur minima, sia seguita ad un gesto così efferato.
Da numerosi studi emerge che, psicopatici a parte, chiunque compia un gesto che provochi la morte di un suo simile attraversa nell’immediato e nei giorni e settimane successive, dipende poi dal soggetto, delle fasi di sofferenze che si manifestano a livello fisico.
Nell’immediatezza, ad esempio, può accadere di vomitare o di essere presi da crampi allo stomaco e alle articolazioni, può subentrare un forte tremore, scoordinazione nei movimenti e nei pensieri.
I polemici risponderanno che Lui ha avuto quattro lunghi anni per “perdonarsi” e “rimuovere” ma a caldo può essere rimasto così freddo?
Può essere rientrato in tempo per la cena e aver mangiato come se nulla fosse?
E se pure decidessimo di non credere che sia tornato a casa per cena e che invece abbia preferito eclissarsi per alcune ore come è riuscito, fisicamente, ad alzarsi alle 7 l’indomani e, senza batter ciglio, mettersi a dar di cazzuola?
Eppure, che lo abbiano visto far benzina o che non lo abbiano MAI visto in un dato bar, che lo abbiano visto in cantiere o che non lo ricordino per niente dal grossista di materiali edili, nessuno, e dico nessuno, ha mai sostenuto di ricordarlo sconvolto, agitato o almeno turbato.

Sapete perché?
Perché questo non è un film, diamine se non lo è!
Quello che si vede nei film non corrisponde al vero.
Non si può rapinare un tir a 200 all’ora come in Fast and Furious, non si può correre tra le pallottole senza beccarne una o prendere decine di calci nelle costole e rialzarsi come in Charlie’s Angels perché lo vediamo in TV.
Allo stesso modo non si può essere il Sig. Massimo Giuseppe Bossetti, figlio di una relazione extra-coniugale, morboso pedinatore della notte, assassino di bambini, “mostro”, incastrato e inchiodato alle sue responsabilità da una prova incontestabile, che da sola vale una condanna all’ergastolo, solo perché lo dice la TV.

Se la scelta della maxi comparazione a tappeto fosse ricaduta sulla traccia 2 o sulla 3 adesso avremmo un altro uomo o una donna a caso dietro le sbarre.
Il sig. Massimo, al quale va tutto il mio sostegno morale, è un uomo forte e sicuro della sua innocenza, sicuro del fatto che mai e poi mai torcerebbe un capello ad anima viva, un uomo mite e gentile che non ha mai avuto in vita sua precedenti di violenza, un uomo metodico senza grilli per la testa che ama sua moglie, i suoi figli e i suoi familiari, un uomo umile ma con una grandissima dignità che ancora crede che non si possa punire un innocente per un crimine che non ha commesso e che quindi tutto si aggiusterà.
Nel suo isolamento non vacilla e non strilla poiché non ha rimorsi e nulla di cui pentirsi.
Spero che la solitudine non gli mini il fisico e la mente perché chi dovrà pagare per gli errori commessi non riuscirebbe comunque a restituirgli la salute persa.

Ricordo un racconto del quale non rivelerò la fonte.
Parla di un prigioniero tenuto in isolamento per mesi che di punto in bianco scorge un ragno su di una parete della sua buia prigione. Viene colto da un turbinio di pensieri. Vorrebbe tenerlo con sé, impedirgli di andare via attraverso una minuscola fessura perché non ha nessuno con cui parlare e quel ragno potrebbe ascoltarlo e tenergli compagnia.
Potrebbe dividere la sbobba con lui e farne il suo migliore amico, offrirgli un giaciglio per la notte.
D’altronde cosa dovrebbe tornare a fare in quel mondo pazzo e malvagio lì fuori? Starà senz’altro meglio con lui. NO!
“Lui non farà del ragno un prigioniero, chi è lui per privare un essere vivente della sua libertà.” dice a se stesso.
Guarda il ragno scivolare via e sorride, lui non è fatto della stessa pasta di chi lo ha rinchiuso e dimenticato lì in quella cella buia e fredda. LUI è diverso, LUI è un uomo perbene.

Il sesto punto, relativo al ritardo nel circoscrivere il luogo del rinvenimento, acquista importanza sotto due profili distinti: il primo attiene alle sue cause, ed in particolare alla possibilità che il luogo del rinvenimento non coincida con il luogo del delitto, il secondo è invece intrinsecamente legato alle sue conseguenze, alla luce della considerazione che tale ritardo nel rinvenimento potrebbe aver inciso sulla qualità della traccia di DNA attribuita al soggetto convenzionalmente denominato “Ignoto1”.

Dal momento che dai documenti relativi al fermo di Bossetti sembra emergere che ora gli inquirenti tendano a collocare il delitto proprio a Chignolo, vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che la questione è ancora dubbia, come emerge in effetti dal fatto che la stessa ordinanza del GIP non sembri fornire in merito certezza alcuna.
In tutta sincerità, collocare il delitto a Chignolo sembra quasi un modo per far quadrare forzatamente i conti.
Riporto alcuni punti interessanti dell’ordinanza del GIP Vincenza Maccora, che mostrano come in realtà la cosa sia piuttosto incerta:
“Il corpo ed alcuni indumenti unitamente al livello dell’albero bronchiale, di Yara Gambirasio riportano polveri riconducibili a calce, che del tutto verosimilmente rappresentano il frutto di contaminazione dovuta al soggiorno della stessa in un ambiente saturo di tali sostanze ovvero dovuta ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tale sostanze. Al fine di valutare l’origine di tali polveri è stato realizzato un confronto con prelievi effettuati, nelle sedi che Yara Gambirasio avrebbe potuto frequentare nei giorni antecedenti la sua scomparsa.
I dati ottenuti dimostrano che le polveri rinvenute su Yara Gambirasio non si ritrovano nella stessa forma nei diversi luoghi controllati (casa, palestra, piscina, sterrato vicino al campo di Chignolo) se non in parte per i campioni del cantiere di Mapello, ove in un primo momento si sono concentrate le indagini.”

Ancora:
“Le indagini geologiche sulla suola delle scarpe mostrano che molto probabilmente esse sono venute in contatto con il terreno del campo di Chignolo d’Isola ovvero con terreni con caratteristiche naturalistiche analoghe. Ciò è suggestivo fatto che abbia camminato in un simile ambiente.”

Ricapitolando, pare di capire che qualora l’aggressione fosse avvenuta o cominciata a Mapello (dove tra l’altro inizialmente puntarono tutti i cani molecolari) si spiegherebbero anzitutto le tracce di calce nei polmoni, senza ricorrere al teorema Bossetti.
D’altro canto, ritenere che le tracce di calce rinvenute nell’albero bronchiale di Yara costituiscano un indizio a carico del signor Massimo Bossetti è di per sé piuttosto azzardato: in parole povere, sembra di essere dinnanzi ad un puzzle costruito a partire da una traccia di DNA, alla quale vengono accostai altri presunti indizi che di per sé non significano nulla.
Qualcuno ha scritto che sarebbe un po’ come rinvenire un panino nello stomaco di una vittima e ritenerlo un indizio a carico di un panettiere, ovvero rinvenire uno spillo nel luogo del delitto e considerarlo indizio contro un sarto.
Di più: sembra quasi che spostando il luogo del delitto a Chignolo si acquisti un indizio contro Bossetti.
In secondo luogo, quanto mostrato dalle scarpe indica probabilmente (ma non “certamente”) che Yara possa aver camminato a Chignolo o in terreni con caratteristiche analoghe, ergo non è una certezza, ma ancora una volta un’ennesima incertezza.

Vale ulteriormente la pena di sottolineare che (cito sempre l’ordinanza):
“I rilievi relativi al contenuto gastrico consentono di ritenere che la morte risale a poche ore dopo la scomparsa la sera del 26 novembre 2010, ed in particolare appare collocabile nel range temporale compreso tra le 19 e le 24 … tenuto conto di una fase agonica protratta, questo limite potrebbe estendersi alle prime ore del giorno successivo.”

Partiamo dal presupposto che l’aggressione potrebbe essere cominciata a Mapello, ed in seguito la ragazza potrebbe essere stata spostata a Chignolo, magari già priva di sensi e trascinata di peso- questo già di per sé potrebbe spiegare le tracce sotto le suole.
Se la morte è sopraggiunta qualche ora dopo, o perfino il giorno successivo, non si può escludere neppure che Yara sia stata trasportata a Chignolo quando ancora era almeno semicosciente, ed abbia provato ad alzarsi, a Chignolo, magari riuscendo a fare qualche passo.
Si tratta, naturalmente, si semplici ipotesi, che in quanto tali non ambiscono ad ergersi a certezze di sorta: tuttavia, il fatto stesso che si presentino come “ragionevoli dubbi” dovrebbe spingere a non escluderle in maniera avventata.
D’altro canto, è la stessa ordinanza ad evidenziare come il cellulare della piccola Yara abbia agganciato la cella telefonica di Mapello alle ore 18,49: un ulteriore dato da non sottovalutare, in quanto in caso contrario il rischio più evidente potrebbe essere quello di notare le discrasie dopo aver già completato il puzzle.
A questo punto, dopo il can-can mediatico e le dichiarazioni di Alfano ne verrebbe fuori una commedia irresistibile, ma ancora una volta a spese di due famiglie distrutte: una da un clamoroso errore nelle indagini, un’altra dal dolore immenso causato dall’illusione di essere vicini ad una soluzione che non arriva.

Come anticipavo, il ritardo nel rinvenimento del corpo, potrebbe aver influito anche sulla traccia di DNA in disamina.
In precedenza, avevamo avuto modo di rimarcare l’aura di mistero che circonda la qualità della traccia in esame: secondo l’ordinanza, la sua qualità è ottima, e dello stesso avviso si è dimostrato in data 22 luglio, ai microfoni del Tg1 delle ore 20,00, il genetista Dott. Portera.
Il mistero è dato dal fatto che lo stesso Dott. Portera all’Eco di Bergamo in data 28 febbraio 2013, definiva la medesima traccia “quantitativamente scarsa e qualitativamente deteriorata”.

Chi crede che le parole del Dott. Portera possano attribuirsi ad una sorta di errore isolato, sbaglia: in effetti, basta procurarsi tutte le fonti relative a prima del fermo del signor Bossetti per appurare come la traccia di DNA di Ignoto1 fosse globalmente considerata esigua e deteriorata.
Sebbene il settimanale Giallo, dopo il fermo di Massimo Bossetti, non abbia esitato a convertirsi alla nuova DNAe religio, lo stesso settimanale, nel numero 29 dell’anno 2013, ospitò una interessante intervista alla biologa e specialista in genetica medica Marina Baldi.

L’intervista era così interessante che vale la pena riportarla paro paro nei suoi punti salienti:
«L’analisi del Dna», spiega la genetista Baldi, «ha un grosso limite quando si parla di indagini forensi. Anche se il profilo è chiaro e il materiale è concentrato – cosa che in questo caso non è – non avremo mai modo di stabilire quando quel reperto è stato lasciato. Il Dna di Ignoto 1, infatti, è stato trovato sugli indumenti della ragazzina dopo tre mesi che la piccola era distesa, morta in un campo incolto. Era inverno: Yara è stata infatti ritrovata il 26 febbraio del 2011». Il Dna, dunque, era annacquato da mesi di piogge e neve, ed era compromesso da batteri di ogni genere. Continua la genetista Marina Baldi: «E’ impossibile dunque stabilire che quello di Ignoto 1 sia il Dna dell’assassino, o che invece non si sia trovato lì perché frutto della contaminazione da contatto degli indumenti con il terreno o con qualsiasi altra fonte di Dna. Non sappiamo se il corpo della piccola sia stato toccato, successivamente all’omicidio, da qualcuno che ha lasciato inconsapevolmente le sue tracce e poi non ha avuto il coraggio di denunciare il ritrovamento». Il Dna di Ignoto 1, tra l’altro, non è l’unico trovato sul corpo di Yara: perché ci si è concentrati solo su questo e non sugli altri Dna? Di chi sono gli altri? Non si è mai scoperto. Dice ancora la Baldi: «Se anche dovessero trovare a chi appartiene Ignoto 1, il lavoro dei consulenti sarà poi quello di dimostrare come e perché quel Dna sia finito su quei reperti. Un lavoro estremamente complicato ». Dal quale, comunque, siamo ancora infinitamente lontani.

I punti evidenziati dalla Dott.ssa Baldi non possono e non devono essere dimenticati ora, in quanto il fermo del signor Bossetti, pur procurando un certo entusiasmo, entro certi limiti comprensibile e legittimo, non cambia i termini del problema: se la traccia di DNA relativa ad Ignoto1 era deteriorata ed esigua prima, è deteriorata ed esigua anche ora.
Al di là delle mistificazioni date dall’effetto CSI, infatti, il DNA può essere considerato prova scientifica certa, in particolare in un forensic context, solo in presenza di alcuni presupposti che ne garantiscano la piena attendibilità: presupposti che in questo caso palesemente mancano.
Anzitutto occorre che la traccia sia integra.
A seguito di tre mesi di intemperie abbattutesi su di essa, è praticamente scontato che l’integrità della traccia costituente la prova scientifica sia compromessa e deteriorata.

Altro punto da richiamare per doveroso approfondimento è il fatto che non si può affermare con assoluta certezza che la traccia di Ignoto 1 sia stata depositata al momento dell’omicidio di Yara.
Nonostante, per parafrasare l’ordinanza del GIP, non sia illogico supporre che sia stata depositata contestualmente all’aggressione (la qual cosa, peraltro, è altresì compatibile con un’ipotesi di veicolazione attraverso arma del delitto precedentemente contaminata), una certezza in tal senso non esiste, sia perché il DNA non è databile, sia per le possibili rimanipolazioni post-omicidiarie della scena del delitto da parte di terzi coinvolti o assolutamente estranei all’azione omicidiaria, e sia perché manca l’accertamento dell’origine biologica della traccia- che ricordiamo è dedotto solo in via di esclusione, anche se si continua a parlare di traccia ematica senza rendere conto all’opinione pubblica che tale elemento non è certo.
L’assenza di un tale accertamento induce a pensare che possa trattarsi anche, fino a prova contraria, di un’origine tale da facilitare il secondary e anche il tertiary tranfer del DNA di un perfetto estraneo.
Il fatto che la circostanza sia improbabile in virtù di una supposta abbondante cellularizzazione della traccia, è infatti cosa diversa dalla certezza che si richiede nel momento in cui si parla non del moscerino della frutta, ma di un uomo incensurato che grida la propria innocenza.
Ancora, non è possibile neppure escludere una contaminazione della traccia, che potrebbe essersi verificato in più di una fase d’indagine, anche del tutto involontariamente: una probabilità che aumenta in maniera esponenziale in un laboratorio forense in cui si analizzano la bellezza di 18.000 campioni.
Allo stesso modo, non è possibile escludere, ad oggi, che vi sia stata contaminazione del DNA dello stesso Massimo Bossetti, stante l’anomala modalità di prelievo del campione salivare.
Per fugare ogni dubbio, il prelievo del DNA di Bossetti dovrà essere ripetuto in condizioni scientificamente e legalmente accettabili ed appropriate, e subito confrontato non con il vecchio campione già estratto di Ignoto1, ma con un nuovo campione di DNA prelevato dalla traccia originale sugli abiti (cosa che, ahimè, non è certo che si possa fare, come vedremo in seguito).
In assenza di ripetizione degli accertamenti e di silenzio di tomba dinnanzi ai quesiti di cui sopra, la sgradevole impressione è che nessuno sappia che pesci prendere per districarsi dall’imbarazzo dell’aver cantato vittoria in modo troppo avventato.

Questioni di questo tipo sono state affrontate ripetutamente anche negli USA, in particolare in seguito ad un grave scandalo che nel 2005 ha coinvolto lo stato della Virginia, il cui laboratorio di analisi “ufficiale” usato dalle autorità locali per l’esame del DNA al fine di identificare gli autori di delitti, produceva risultati falsi o comunque non precisi al fine di agevolare le incriminazioni dei sospettati e mantenere così un alto tasso di incriminazioni, elettoralmente utile ai politici locali (cfr. Dott. Daniele Zamperini su scienzaeprofessione.it).

Nello studio “Tarnish on the “Gold Standard”: Understanding Recent Problems in Forensic DNA Testing” by William C. Thompson, (J.D. University of California, Berkeley; Ph.D. Stanford University. Department of Criminology, Law & Society, University of California, Irvine) [1], oltre a porre l’accento sui possibili errori dovuti a contaminazione del DNA, l’autore osserva che in genere è riscontrabile una forte resistenza all’ammissione di aver commesso un errore di laboratorio.

D’altro canto, quali siano i limiti “ordinari” del DNA nelle indagini è ben evidenziato anche dalla Prof. Paola Felicioni, che nel saggio “La prova del dna tra esaltazione mediatica e realtà applicativa” elenca in modo semplice ed immediato non solo i limiti processuali ma anche quelli tecnico-scientifici (quelli che per l’Italiano medio, ovviamente, non esistono).

“Alla categoria dei limiti tecnico-scientifici che riguardano specifica-mente la peculiare struttura della prova del DNA si riconducono alcuni fattori oggettivi ovvero soggettivi in quanto riferibili all’uomo: 1) la non databilità della traccia biologica dalla quale è estratto il profilo genetico; 2) la facile trasportabilità del DNA: chiunque, infatti, potrebbe inquinare la scena del crimine introducendovi elementi o tracce raccolti da altri luoghi; 3) la degradazione enzimatica del DNA causata dalle componenti fungine e/o batteriche che possono attaccare il reperto; 4) il decadimento fisico-chimico del DNA causato da fattori ambientali (raggi ultravioletti, radicali liberi presenti nell’ossigeno, formaldeide); 5) la contaminazione cd. esogena in cui la commistione di componenti biologiche è riconducibile ad errori umani (es. il campione di sangue è inquinato da altri substrati biologici come nel caso dell’operatore che interviene con strumenti biologicamente contaminati o senza guanti); 6) la contaminazione c.d. endogena dovuta alla presenza, iniziale o da inidonea repertazione, di più materiali organici (sudore, saliva, sangue) appartenenti a diversi soggetti che possono essere coinvolti o meno nel reato; 7) la contaminazione cd. sporadica relativa a esigue quantità di substrato genetico (es. una sola formazione pilifera, ovvero oggetti solo “toccati”, oppure degradazione enzimatica).”

Ed è inutile che giornalisti e teleimbonitori s’affannino nella loro solerte campagna di mitizzazione della certezza della prova scientifica, perché se è la voce più autorevole delle indagini forensi, ossia la Dott.ssa Cristina Cattaneo, nella sua opera “Certezze provvisorie” ad avvertire del fatto che la scienza non fornisce alcuna prova regina e mettere in guardia dal rischio che alla Corte della Giustizia la scienza, da Gran Consigliere, possa trasformarsi in un mero cortigiano “nel senso deteriore del termine”, cercare di irretire l’opinione pubblica a suon di mistificazioni non onora la nostra civiltà.

Così, se la Prof. Felicioni (op. cit.) parla di opinione pubblica instupidita dall’effetto CSI, non meno degne di nota sono le parole delle Prof. Sergio Lorusso (tratte da “Il contributo degli esperti alla formazione del convincimento giudiziale”):

“Occorre prudenza e una consistente dose di immunizzazione rispetto ai
facili entusiasmi, talvolta mediaticamente indotti o alimentati, che circondano la materia della c.d. “prova scientifica” e che dilagano anche tra quegli addetti ai lavori pervasi dalla sindrome scientista.
Senza per questo ‘criminalizzare’ il ricorso alle nuove conoscenze tecnico-scientifiche nella ricostruzione del fatto penalmente rilevante e nell’individuazione dei suoi autori, il cui apporto è oggi ormai ineludibile. Necessario però ricondurlo su binari più corretti, senza alimentare una degiuridicizzazione del processo penale che emerge più o meno consapevolmente da determinati approcci.
La relatività del sapere scientifico del resto è un dato acquisito per la stessa scienza, al pari della consapevolezza della sua intrinseca difformità rispetto al sapere giudiziale.
La scienza non è nata per essere applicata al processo, né tanto meno può essere invocata oggi quale rassicurante pietra filosofale del terzo millennio da porgere generosamente al giudicante per lenire l’inevitabile travaglio che da sempre accompagna ogni operazione decisoria. Unicuique suum, verrebbe da dire.”

Se il castello accusatorio appare caratterizzato sin dalle fondamenta da alcune incolmabili lacune, penso di potere affermare con una certa tranquillità che l’assenza dell’arma del delitto (punto sette), insieme all’assenza di movente, è uno dei più evidenti buchi nella ricostruzione del fatto: un buco che si rivela ancor più vistoso del previsto in un caso in cui è possibile che ci sia stata veicolazione del DNA attraverso l’arma stessa.

Davanti ad una situazione del genere, probabilmente Totò e Peppino si sarebbero guardati negli occhi e Peppino avrebbe doverosamente esclamato un eloquente “…e ho detto tutto!”.
In questo caso, è lecito tuttavia ritenere che Totò non avrebbe seguito il copione rispondendo con il suo celebre: “Ma che ho detto tutto? Ma che dici con questo ho detto tutto, che non dici mai niente?”.
Infatti, in questo caso, temo che l’assenza dell’arma del delitto, specie alla luce del caso concreto, sia una lacuna così evidente da rendere superflua ogni ulteriore considerazione: parlando di assenza di arma del delitto, insomma, si è davvero detto tutto.
Si potrebbe comunque aggiungere qualche utile osservazione che mostra molto bene le incertezze del caso: l’arma, infatti, non manca solo in concreto, ma anche in astratto, in quanto la sua stessa natura è ricavata per esclusione e non senza incertezze di sorta.
Si legge nell’ordinanza che “Per ciò che riguarda il mezzo produttivo delle lesioni da arma bianca, trattasi di strumento da punta e taglio, con spessore della lama minimo di 0,2 mm, lunghezza di almeno 2 cm,con possibile copertura in titanio, che per le caratteristiche rilevate è meno provabile trattarsi di un taglierino (cutter) ma piuttosto di un coltello.”

Insomma, in soldoni: l’arma non c’è, non trova, e non si sa bene neppure cosa sia.
Davanti alla possibilità della veicolazione della traccia genetica attraverso l’arma del delitto, è difficile comprendere come quest’assenza possa essere utilizzata in dibattimento.

Alla luce del dubio pro reo, probabilmente, non dovrebbero esserci dilemmi di sorta, ma in un contesto storico in cui la giurisprudenza indugia e vacilla ed i principi fondamentali dello stato di diritto sembrano talvolta configurare la “cacata carta” di catulliana memoria, è molto difficile azzardare un pronostico, e ancor più difficile essere ottimisti.

Nei precedenti articoli ho già incidentalmente messo il dito in una dolorosissima piaga, ossia quella relativa alle evidenti incongruenze che caratterizzano il presunto indizio delle celle telefoniche  (ottavo punto in esame).

Sebbene l’ “indizio” delle celle telefoniche sia stato uno di quelli considerati maggiormente appetibili dagli sciacalli e gli avvoltoi che popolano i nostri organi di informazione senza che, ad oggi,  alcun veterinario sia stato in grado di porre rimedio a cotale perniciosa presenza, si tratta probabilmente anche di quello che, se analizzato a dovere, si rivela più inconsistente ed oserei aggiungere imbarazzante.

Per vedere con esattezza quanto imbarazzante, inserisco qui una “notizia” pubblicata dalla Stampa in data 26 giugno, che ho conservato a memoria dei posteri come esempio molto calzante di informazione scorretta:

la-stampa

“Il telefono di Bossetti spento solo quella sera”.

Una notizia davvero appetibile, con il solo piccolo problema di essere falsa sin dalle fondamenta, perché non vi è certezza alcuna neppure del fatto che “quella sera” il telefono di Massimo Bossetti fosse spento.
Semplicemente, non ricevette né fece comunicazioni telefoniche dopo le 17,45, come emerge chiaramente sia dal fermo

fermo

sia dall’ordinanza del GIP in cui testualmente si legge che dopo una chiamata avvenuta alle ore 17,45 “fino alle ore 7.34 del mattino successivo il suo cellulare non ha più generato traffico telefonico”.

Come i giornalisti facciano a sapere (non è in nessun modo possibile scoprirlo a posteriori) che il telefono fosse spento, e addirittura che fosse spento solo quella sera è forse uno dei misteri della fede della nuova religione del DNA.

Sicuramente non si tratta di una notizia dotata di fondamento o coerentemente tratta dalla documentazione: ma su questo aspetto, conoscendo oramai bene le “nostre pecore”, mettiamoci per ora il cuore in pace.

Se volessimo comunque provare a sviluppare logicamente l’assunto della Stampa, cosa avrebbe intelligentemente fatto il nostro campione di truce freddezza?

Prima di spegnere il suo cellulare avrebbe effettuato (questa è risultanza acclarata) una chiamata al cognato nientemeno che da un paese vicino a quello in cui sarebbe stato compiuto il delitto: più fesso di così!

Quindi, il nostro Massimo Bossetti non solo avrebbe dimostrato un alto grado di criminalità, macchiandosi di truce premeditazione nel suo spegnere il cellulare per non essere localizzato, ma soprattutto avrebbe sfoggiato in tale frangente un livello di idiozia che definire abnorme è ben poca cosa.

I milioni e milioni di italiani che sperano e invocano una condanna esemplare nella loro cieca smania “buttachiavi” non potranno che restare profondamente delusi: infatti, se mai dovesse essere confermata una simile ricostruzione dei fatti in chiave colpevolista, Massimo Bossetti non potrà che essere assolto per manifesta infermità mentale!

Mi si dirà che si tratta di un semplice peccato veniale dei giornalisti nostrani, una ricostruzione giornalistica fallace superficialmente propinata all’opinione pubblica nel nome dell’audience, che in quanto tale può essere perdonata.
Il problema è che se si mettono a confronto le tesi giornalistiche con quelle scritte nell’ordinanza, sfido chiunque a stabilire quali siano più bizzarre.

L’ordinanza non parla, ovviamente, di telefono spento, ma ecco cosa dice testualmente:

“Infatti il pomeriggio della scomparsa di Yara Gambirasio l’utenza nr.
omissis, intestata a Bossetti Massimo, attivata il 03.01.2009, ha agganciato alle ore 17.45 la cella di via Natta di Mapello (BG), compatibile con le celle agganciate dall’utenza cellulare in uso a Yara Gambirasio nello stesso pomeriggio, prima della sua scomparsa, dato che anche il cellulare della ragazzina risulta abbia agganciato la sera del 26.11 alle ore 18,49 la medesima cella. L’indagato si trovava quindi, quantomeno alle 17,45 proprio nella zona in cui si trovava Yara Gambirasio e nelle ore successive e fino alle ore 7.34 del mattino successivo il suo cellulare non ha più generato traffico telefonico.
Tale ultima circostanza assume rilievo in una valutazione globale e non isolata degli indizi a carico di Bossetti.
Perché se è possibile che il suo cellulare abbia agganciate la cella di
Mapello via Natta alle 17,45 del 26.11.2010 perché per rientrare a casa dal lavoro l’indagato transitava di fronte al centro sportivo di Mapello (come è dichiarato nel corso del suo interrogatorio), se dalla valutazione isolata dell ‘indizio si passa a quella globale e si collega tale dato a quelli fin qui illustrati…[…]”

Un giro di parole enorme per esprimere qualche concetto semplicissimo:

– Massimo Bossetti, residente a Mapello, aggancia la cella telefonica di Mapello (guardate voi che stranezza!);

-Yara Gambirasio aggancia la cella telefonica di Mapello… Oltre un’ora dopo!

Infatti, sempre dall’ordinanza:
“In particolare risulta che Yara Gambirasio,che aveva a disposizione l’utenza *omissis* scambia tre sms”, rispettivamente alle ore 18,25-18,44 e infine 18,49.
“I primi due sms agganciano la cella di Ponte San Pietro, cella compatibile con la palestra di Brembate Sopra ove la ragazza si trovava, mentre il terzo sms viene agganciato dalla cella di Mapello, via Natta, area più lontana dalla palestra di Brembate, area opposta rispetto tragitto che la ragazza avrebbe dovuto fare per ritornare a casa e comunque compatibile con la presenza di Yara Gambirasio nell’area di Mapello”.

Le aree geografiche sono dunque compatibili, ma con il “trascurabile” dettaglio di una discrasia cronologica di oltre un’ora.

“Ammazzate oh!”, esclamerebbe Claudio Villa.

La questione in realtà è ancora più complessa, perché Brembate e Mapello distano un paio di chilometri, e in caso di distanze geografiche così ravvicinate non è possibile capire con certezza da dove esattamente sia stata agganciata una cella telefonica.
Comunque, dal momento che la questione non sembra interessare, o per meglio dire sembra interessare solo se e quando si tratta di volgerla in senso colpevolista, con tutto l’assurdo corollario che la cosa implica inevitabilmente (vedasi a tal proposito il precedente articolo Il re è nudo: siamo tutti Massimo Bossetti), supponiamo che sia sempre stata agganciata la cella telefonica “miglior servente”.

In questa ipotesi, ciò che resta è una discrasia cronologica visibile anche al più accanito colpevolista, ed una cella telefonica agganciata da Bossetti nel paese in cui risiede.
Della debolezza (ed aggiungerei della risibilità) del presunto indizio in questione, deve essersi accorto anche il GIP, che infatti mette nero su bianco il fatto che tale circostanza assume rilievo in una valutazione globale”.

Una considerazione, questa,che tuttavia non sana la evidente incompatibilità cronologica, né la plateale assurdità alla quale si andrebbe incontro, come visto sopra, nel caso in cui si ipotizzasse lo spegnimento ad arte del cellulare da parte di Massimo Bossetti.

Come avevo già scritto in precedenza, il fatto che un abitante di Mapello come Bossetti agganci la cella telefonica di Mapello non è un indizio, né singolarmente né globalmente considerato: è una mera ovvietà, ed a nulla vale inserire il dato in un contesto globale, perché trattasi di un dato fornito dalla pura e semplice evidenza che Bossetti risiedesse a Mapello, e che di conseguenza, per quanto sia scomodo ammetterlo, una mera ovvietà rimane comunque si voglia rigirare la frittata.

Sarebbe forse maggiormente sensato chiedersi se il fatto che la povera Yara abbia agganciato la cella telefonica di Mapello alle ore 18,49 non possa essere correlato ad un suo (probabilmente coattivo) passaggio, in quella fascia oraria, nel cantiere di Mapello, la qual cosa potrebbe spiegare anche le tracce di calce nell’albero bronchiale e fornire, magari, una pista più logica di quella attuale che potrebbe finalmente portare un’autentica speranza di giustizia per la piccola ginnasta.

Gli elementi a carico di Massimo Bossetti superano il limite del ragionevole dubbio?
Alla luce delle considerazioni fin qui sviluppate, mi permetto di ritenere che non solo non lo superino, ma siano infinitamente lontani dal celebre “oltre”.

Personalmente, ho l’ardire di considerarmi fedele per principio etico ai capisaldi del pensiero illuminista dai quali è nato lo Stato di diritto: in dubio pro reo, non in dubio pro culpa.

Negli USA, in occasione del processo contro O. J. Simpson uno dei giurati, che aveva sostenuto di essere personalmente convinto della colpevolezza dell’imputato, scelse comunque il verdetto assolutorio nel nome del ragionevole dubbio, dando un clamoroso esempio di civiltà e di corretta amministrazione della giustizia nel proprio porre il ragionevole dubbio dinnanzi al principio del libero convincimento.

Ed è bene sottolineare che si tratta di un paragone del tutto inadatto, poiché gli elementi a carico del signor Massimo Bossetti sono il nulla più assoluto se raffrontati a quelli a carico di Simpson.

D’altronde, se di indagini certosine e scientifiche ci si vuole avvalere, sarebbe bene non dimenticare i principi che ne stanno alla base: il metodo squisitamente deduttivo reso celebre da Sherlock Holmes, il quale nelle sue rocambolesche indagini sui delitti non si tirava indietro di fronte alla necessità di “esporne ogni pollice”, per quanto scomodo, e coerentemente metteva in guardia:

“Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”.

Una verità che, alla luce dell’esposizione degli elementi di cui sopra, sembra portare molto lontani dal signor Massimo Bossetti.

[1] DNA Problems1

“Io son d’un’altra razza, son forcaiolo”

Articolo scritto a quattro mani da me e Laura.

“Tutte le Verità sono facili da capire una volta che sono state rivelate.
Il difficile è scoprirle.”
(Galileo Galilei)

Da ormai quaranta giorni assisto quotidianamente ai “contributi” mediatici sugli ultimi sviluppi della vicenda relativa al fermo del signor Massimo Bossetti.
Ebbene, l’occasione mi sembra propizia per riprendere la recente affermazione del direttore generale della RAI Luigi Gubitosi, secondo il quale il canone RAI potrebbe senz’altro essere ridotto se tutti lo pagassero.
Personalmente, vorrei avanzare un’altra proposta: e se invece si provasse ad alzare il livello qualitativo della TV?
Forse, in questo modo, la gente pagherebbe più volentieri, cosa che comprensibilmente non può avvenire se si
 continua a produrre un livello di informazione al limite della vergogna, con trasmissioni avvilenti per stile e contenuto e, per quanto mi costi dirlo in questi termini così poco diplomatici, conduttori da operetta.

Spesso basta meno di un quarto d’ora di trasmissione per scivolare nella consueta pochezza, dove la pochezza comprende (e siamo alle solite) distorsioni interpretative, sdegno costruito, insinuazioni di basso profilo, applauso idiota che segue ad affermazioni ad effetto, ed infine livore, veleno, attacco strisciante (che pare non aver mai fine) contro l’immagine e la dignità di una persona che finora solo la giustizia televisiva ha condannato, della quale rimangono da accertare eventuali colpe e responsabilità.
Professionisti di discutibile serietà, invece, fanno il possibile per schernire e deridere il personaggio, oltre che per colpevolizzarlo ad oltranza.
Il problema non è, ovviamente, della sola RAI né tantomeno delle singole trasmissioni: eppure è proprio questo atteggiamento generale, generalista e generalizzato che, lungi dall’essere un’attenuante, non può che destare serie preoccupazioni.

A oggi, con un’amarezza mai provata prima in vita mia di fronte ad un fatto di cronaca, mi fermo a riflettere realizzando, con orrore, che a pochi interessa la Verità.
Una bambina è stata assassinata in una sera d’inverno di quasi 4 anni fa e non ha ricevuto Giustizia.
Una famiglia piange in silenzio e prega, stretta nel dolore, di poter ricevere risposte.
Un uomo è rinchiuso da 40 giorni in una cella della C.C. di Bergamo, in isolamento, e non ha più parole per urlare la sua estraneità ai fatti.
Un’altra famiglia, ingoiata da un vortice di accuse infamanti e non comprovate, se non per la presenza di una, mi permetto di definire, dubbia traccia di DNA, è trincerata nel silenzio, privata della propria abitazione e violentata quotidianamente dai media.
Uno o più assassini è o sono ancora liberi, forti del fatto che non pagheranno mai per il brutale crimine commesso.

Tutto questo non fa bene a nessuno e soprattutto non fa bene alla Verità. Abbiamo discusso tanto nella nostra pagina e nel “nostro” blog, abbiamo fatto ipotesi, abbiamo scandagliato i fatti, ci siamo confrontati in lunghi ragionamenti, abbiamo ampliato i nostri punti di vista e soprattutto, cosa davvero lodevole, abbiamo aperto la mente ad altri scenari.
Prendere in considerazione scenari alternativi, la qual cosa, attenzione, non dovrebbe essere “compito” del cittadino ma di chi è titolato a svolgere le indagini, è una prova di grande maturità intellettuale e rappresenta, contestualmente, un Atto di Fede nei confronti delle regole secondo le quali tutti dovremmo essere abituati a vivere in una società civile.
Una di queste, ce lo siamo ripetuto fino alla nausea, è il principio di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio e un’altra, importantissima, è che spetta al’accusa l’onere della prova.

Yara oggi avrebbe 17 anni, non più una bambina e non ancora una donna, ma la sua spumeggiante energia e la sua voglia di essere e di fare le sono stati portati via; questo Lutto è un lutto di tutti, non solo della famiglia Gambirasio e tutti lo dovrebbero tenere a mente.
Sono sinceramente scioccata dal fatto che, diversamente da quello che il mio senso della Morale mi suggerisce, anzi mi urla incessantemente, il 95% dei miei connazionali sembra aver smarrito l’Onestà intellettuale.

“Piangano adunque i suoi cittadini sopra loro e sopra i loro figliuoli, i quali, per loro superbia e per loro malizia e per gara d’ufici, hanno così nobile città disfatta, e vituperate leggi, e barattati gli onori in picciol tempo, i quali i loro antichi con molta fatica e con lunghissimo tempo hanno acquistato; e aspettino la giustizia di Dio, la quale per molti segni promette loro male sì come a colpevoli, i quali erano liberi da non potere essere soggiogati.”

(Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, Dino Compagni)

[Chiunque presti il proprio consapevole contributo alle infinite operazioni con cui il sistema froda ed offende la dignità umana, sa bene di avere stipulato un patto con le forze che agiscono per ostacolare il cammino degli individui, separandoli dalla loro componente spirituale…]

http://www.velodimaya.net/2013/08/il-patto-col-diavolo/

Tutti questi preamboli, riferimenti letterari e parareligiosi, riflessioni intime e voli pindarici, tipici del mio stile di scrittura, sono accomunati da un’unica chiave di lettura.
La società in cui viviamo si sta imbarbarendo e, paradossalmente, chi ne risente è solo la minoranza che se ne rende conto.
Sembra di vivere nella terra di nessuno circondati da cani rabbiosi che sbavano per un nuovo piccolo particolare intimo di un uomo e della sua famiglia la cui vita è quotidianamente vivisezionata e scarnificata fino all’inverosimile da avvoltoi in giacca e cravatta che non si curano di rispettare le regole di una professione largamente regolamentata.

Se questo non è vendere l’Anima al Diavolo allora cos’è?

Se si prova a dare una risposta seria, purtroppo, non si può che giungere ad una conclusione: è molto peggio.
Si tratta di vendere l’Anima al Diavolo senza la patina di romanticismo che caratterizzava un tempo un simile topos letterario.
Perché se il regno delle tenebre e il mito del patto col Diavolo hanno affascinato gli scrittori e i lettori di tutte le epoche e di tutte le culture, al di là di ogni forma di morale o di credenza religiosa, alterando in maniera irreversibile l’idea stessa di etica, lo hanno fatto nel contesto di espressioni artistiche di alto livello, contestualizzabili nel solco di malesseri sociali e prese di posizione delle quali, volta a volta, il topos letterario si faceva portavoce.
E se da alcuni scrittori del Diavolo è stata celebrata l’essenza contorta e invereconda, la violenza grottesca e irsuta, l’astuzia volubile e ingannevole che comprò l’anima di un Faust e la fece sua serva, e se perfino da Dante  il fatto stesso di schierarsi, anche se nelle file del Maligno, venne preferito a chi invece si crogiola in un’inerzia senza dignità ed ideali, in coloro che oggi vendono l’anima al Diavolo nel nome dell’audience di poetico non c’è davvero più nulla e ciò che resta non è altro che un desolante horror vacui.
Un vuoto interiore incolmabile, e che non a torto spaventa.

E il fatto, solo apparentemente paradossale, che negli attuali forcaioli mediatici sembri di scorgere spesso un atteggiamento degno della progenie di Torquemada, non deve sorprendere.

Ci avvertiva, d’altro canto, perfino un noto “eretico” del calibro di Umberto Eco nel Nome della Rosa:

“Jorge, dico. In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, all’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente.”

Anche in questo caso, tuttavia, si trattava pur sempre di una finzione letteraria, con una sua ammirevole dignità artistica ed un innegabile valore creativo, ai quali la nostra attuale realtà mediatica, pure volendo, non potrebbe mai ambire.

Non potrebbe ambire neppure, poiché manca della grazia dell’Opera, a rispecchiare la Colonna Infame del Manzoni, alla quale pure questo blog deve il suo nome: non vi può ambire, perché l’unico aspetto autenticamente manzoniano che sembra permanere, purtroppo, è il fatto che i principi del nostro diritto, di quel diritto che la nostra Terra ha concepito e maturato nei secoli, sembrano essersi ridotti a nulla più che a risibile grida di secentesca memoria.

E mentre dal Settecento sembra sbucar fuori una serie abnorme di cavalier serventi proni dinnanzi a questa deprecabile tendenza mediatica che non accenna a placarsi, lo stesso Manzoni non potrebbe che annichilire e implorare pietà imbattendosi in un simile, grottesco spettacolo che di certo non ci onora come popolo ed ancor prima come esseri umani.

Perché la stessa parola “spettacolo”, in effetti, è impropria: non si tratta più di spettacolo, ma di una autentica ed aberrante pulsione sadica, che non troverebbe pari neppure nella Salò pasoliniana.

Non si può non fermarsi a pensare ad un uomo privato della libertà personale il quale nel professarsi innocente confida nel corretto svolgimento delle indagini e, mantenendo una calma che trasuda innocenza, aspetta fiducioso che l’immagine di “mostro” che gli è stata costruita ad hoc crolli assieme al castello accusatorio.

La Giurisprudenza si è largamente occupata, in ambito nazionale ed internazionale, di regolamentare “la libertà d’informazione” specialmente in ambito di protezione dei diritti della persona e in rapporto all’amministrazione della Giustizia.
Il documento in allegato da solo basterebbe ad assicurare a tutti coloro che restano imbrigliati nelle trame della giustizia il rispetto da parte dei media dei basilari diritti inalienabili troppo spesso calpestati.
E’ una lettura piacevole che rincuora chi ancora spera di vivere in uno Stato che rispetta i diritti del singolo, lontano da una realtà nella quale per coprire un errore commesso senza volontà di commetterlo e per il quale la sola ammissione basterebbe a ricevere il perdono, si fa invece cerchio con chi ha il potere di manipolare le masse per chiudere definitivamente un capitolo doloroso dove la vittima in primis non riceve la Giustizia che merita e un innocente ne paga il conto.

Ecco il documento in pdf: 13.30.10_RESTA

 

Si tratta di una dettagliata analisi, di fonte ineccepibile, della giurisprudenza della Corte di Strasburgo sulla libertà di informazione correlata ai processi mediatici.

In questo blog è già stato scritto tanto sul problema del rapporto tra giustizia e mass-media, ma è bene non abbassare la guardia e continuare a fornire un’informazione quanto più possibile dettagliata e corretta, pena il parto di mostri giuridici pericolosi per l’intera cittadinanza e per i cardini stessi dello stato di diritto.

Spostando il perno della discussione dal piano strettamente giuridico a quello sociologico, si potrebbe forse parlare, sulla scorta dell’Opera del Prof. Marcello Maneri di “panici morali” utilizzati come dispositivo di trasformazione dell’insicurezza: in altre parole, nella moderna società del rischio, la consapevolezza di aver acciuffato il “mostro” può apparire ai più come una inestimabile fonte di sollievo che consente di dormire sonni tranquilli.

Un atteggiamento comprensibile alla luce dei meccanismi intrinseci della psicologia sociale, ma che non può e non deve degenerare nel rifiuto di mettere in discussione la possibilità che il “mostro” non sia tale.

Come si può rimanere in silenzio senza provare a risalire la corrente per arrivare alla Verità?
E’ la Verità ciò di cui abbiamo urgente bisogno ed è per questo che non smetteremo di far sentire la nostra voce.

Certo è che la ricostruzione che ad oggi ci viene solertemente restituita dai media è a dir poco imbarazzante, a meno che -volendo essere buoni- non si tratti della vecchia strategia dei compagni di classe che, dovendo dimostrare di non aver copiato il compito in classe, aggiungevano dei piccoli errori per non destare sospetti nell’occhiuto insegnante.

A parte la stupefacente sollecitudine e la presa di coscienza immediata della colpevolezza di Bossetti, tale da spingere affrettatamente a parlare di “caso chiuso” salvo poi un vistoso e possibilmente inquietante arrancare alla ricerca di indizi che non si trovano, rimane un particolare che non può che inquietare tutti i razionalisti e i cultori dei calcoli delle probabilità.

estateindiretta

In data 24 giugno, la pagina facebook della trasmissione RAI Estate in Diretta, nel comunicare il sequestro di 34 reperti dalla casa di Massimo Bossetti (tra i quali, per chi lo avesse dimenticato, si annoverano un’aspirapolvere, un biglietto di San Valentino scambiato tra coniugi e delle figurine dei bambini) rendeva edotto il suo pubblico che sul signor Bossetti, oltre al peso di molte incongruenze grava perfino l’assenza della visita della madre Ester.
Come una mancata visita possa gravare su Massimo Bossetti, mi è francamente incomprensibile e credo lo sia a chiunque.

D’altro canto, non mi è maggiormente comprensibile identificare le altre incongruenze di cui si parla: a meno che non si vogliano intendere le incongruenze del castello accusatorio o meglio ancora quelle delle informazioni solertemente veicolate dalla stessa trasmissione televisiva.

Tra queste si annoverano nientemeno che celle telefoniche agganciate da casa propria ovvero da paesi limitrofi (un dato che collimerebbe con il 99% della popolazione mondiale), riprese di telecamere di sorveglianza che mostrano furgoni di cui non si vede la targa in fasce orarie incompatibili con la scomparsa della povera Yara, lampade abbronzanti e cene in trattoria erte a indizi di non si sa bene cosa e simili amenità, che alla luce dei fatti, purtroppo, non solo non riescono a strappare un sorriso, ma non possono che suscitare un’enorme tristezza e destare  una certa preoccupazione.

Se a questo si aggiunge, ad esempio, la ricerca di presunti graffi sulle spalle del muratore effettuata dalla trasmissione Chi l’ha visto? su fotografie estive scattate al mare, come se fosse normale che dei graffi si vedano ad otto-nove mesi di distanza e ancor più che la vittima possa graffiare il suo aggressore trapassando abiti invernali e senza conservare traccia alcuna sotto le unghie, allora -ahimè- temo che i sonni tranquilli, per ora, debbano essere necessariamente rimandati a data da destinarsi.

Resterà certamente il solitario appiglio della “prova scientifica”, ma al di là delle tante riflessioni e nozioni già riportate in merito, come dimenticare, d’altronde, che anche il processo Dreyfus pretese di basarsi su una prova di questo tipo?

Qualche anno fa, in un’intervista al Giornale, l’ex giudice di Cassazione Edoardo Mori, che scelse il pensionamento anticipato, affermò che “i medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera”.

E se finora, in questo caso, non vi è stata alcuna condanna emessa da un Tribunale della Repubblica, non ci si può che augurare che non sia proprio questa interminabile gogna mediatica a provocarla, attraverso la creazione di realtà parallele che di certo non giovano alla Giustizia ed alla sicurezza dei cittadini e che potrebbero paradossalmente agire alla stregua di profezie autoavverantesi, un concetto sociologico introdotto nel 1948 da Robert K. Merton per indicare quei casi in cui una supposizione, per il solo fatto di essere creduta vera, alla fine si realizza confermando la propria veridicità, seppur inizialmente infondata.

Perché se la libertà di informazione si trasforma nella libertà di portare avanti una vera e propria macelleria messicana dal tepore del proprio studio televisivo mentre un uomo incensurato che si proclama innocente da quaranta giorni è sottoposto a custodia cautelare in carcere in regime di isolamento e non può rispondere alle accuse, spesso sfocianti nel ridicolo, che giorno dopo giorno la TV impietosamente gli rivolge, incurante della sua dignità umana e presunzione di innocenza, allora qualcosa non va.

Qualcosa non va nell’informazione, qualcosa non va nello stato di diritto, e soprattutto qualcosa non va in noi: forse, a forza di cercare il “mostro” negli altri, siamo divenuti mostri noi stessi senza neppure rendercene conto.
Ed è proprio in questa prospettiva che si potrebbe spiegare la continua ricerca del marcio in ogni minuscolo dettaglio della vita altrui: è possibile che tutto questo accanimento nei confronti di quello che appare come un irreprensibile padre di famiglia, in fondo, non tradisca un tentativo di esorcizzare ciò che più temiamo in noi stessi, un po’ come l’annoso archetipo del mostro nello specchio?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Per ora, ci limitiamo a rompere lo specchio: i sette anni di sfortuna non ci spaventano, perché l’epoca della superstizione è finita, e l’immagine del mostro scompare, restituendoci il macabro sollievo di una fittizia pace con la coscienza.