Libera espressione: chimera o realtà?

Siamo tutti Charlie Hebdo, paladini e pionieri della libertà di espressione… Ma guai a prospettare la possibilità che un indagato sia innocente!

charlie


Articolo scritto a quattro mani con Laura

Affinché sia chiaro lo scopo di questo articolo urge una piccola premessa.

La libertà di manifestazione del pensiero è un diritto riconosciuto negli ordinamenti democratici.

La libertà di espressione è sancita anche dall’art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall’Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848:
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.

E per non farci mancare niente ricordiamo l’art.21 della Costituzione italiana.

Ad avvalorare il mio pensiero arriva la Corte di Cassazione italiana, la quale stabilisce una serie di requisiti affinché una manifestazione del pensiero possa essere considerata rientrante nel diritto di critica e di cronaca: veridicità (non è possibile accusare una persona sulla base di notizie false), continenza e interesse pubblico.
Se si tratta di fatti personali, anche se veri e continenti, non dovrebbero essere pubblicati.
Al riguardo operano i limiti previsti dai reati di diffamazione e ingiuria.
In generale costituiscono un evidente limite al diritto di cronaca anche l’onorabilità e la dignità della persona.

Veniamo a noi. Non sono una assidua spettatrice del programma Porta a Porta e men che mai in questo momento sarebbe d’aiuto alle mie ulcere andare in overdose di programmi che, periodicamente o quotidianamente, fanno scempio del buon gusto, dell’educazione civica e della giurisprudenza.

Per puro caso, qualche sera fa, una mia cara amica nonché attiva sostenitrice e collaboratrice del nostro gruppo facebook mi ha segnalato la puntata in corso.
Ho deciso di ascoltare cosa avevano da dire gli ospiti del padrone di casa, il giornalista Bruno Vespa.
Purtroppo nel momento in cui mi sono sintonizzata sul canale i professionisti riuniti nel salotto avevano cambiato argomento, passando dal caso di Brembate ad un altro triste fatto di cronaca.
Mi sono ripromessa di guardare la puntata, nonostante non si tratterà di una piacevole visione (e su questo torneremo a breve), poiché mi piace parlare con cognizione di causa. Fino ad allora mi limiterò a commentare un’osservazione della dottoressa Simonetta Matone che mi ha lasciata esterrefatta.
Per onestà intellettuale preciso nuovamente che non si parlava più del sig. Bossetti ma, poiché il discorso della dottoressa era molto generico, poco cambia a chi fosse riferito se se ne analizza bene il senso.

Appoggiata con veemenza dalla dottoressa Bruzzone, in quel che potremmo definire uno “sparare sulla croce rossa”, (espressione da non intendere come locuzione per indicare chi sfida qualcuno con capacità decisamente inferiori né tantomeno tesa a definire “parti” squilibrate tra loro dove è quindi scontato l’esito di un qualsiasi confronto, dal momento che noi ci sentiamo perfettamente all’altezza di ribattere), la dottoressa Matone ha aspramente criticato e messo all’indice i gruppi che nascono sui social in difesa di questo o quell’accusato di un delitto.

Sulle prime credevo di aver mal inteso il suo intervento.
La dottoressa si è spinta oltre definendo i promotori di tali gruppi, nei quali il nostro ricade, come persone poco o per niente rispettose della legge, le quali, mettendo in dubbio, o contestando apertamente e per solo partito preso, l’operato degli investigatori, degli inquirenti e dei giudici, ostacolano il corretto svolgimento delle indagini.

Ha continuato facendo di tali gruppi un unico fascio come se fosse possibile che per tutti vi fossero le stesse linee guida, cosa altamente improbabile a meno di non avere lo stesso fondatore e gli stessi iscritti.

Ha velatamente ipotizzato una volontà, laddove gliene fosse mai conferito il potere, di censura su queste voci fuori dal coro e quello che fa più impressione è che nessuno in studio si è espresso in difesa di liberi cittadini che, educatamente, nel nostro caso almeno, si limitano a condividere il proprio personale pensiero.
A nessuno è venuto in mente di citare pagine o gruppi nati dal seme dell’odio che incitano alla violenza, alla gogna, ai processi in pubblica piazza e alla pena di morte senza nemmeno aspettare una sentenza definitiva e rispettare il diritto alla presunzione d’innocenza.

Meno velatamente ha dipinto i membri di tali gruppi come degli stolti, invasati e sovversivi ai quali, in un’Italia migliore, dovrebbe essere negato il diritto a riunirsi per sostenere tali sorte di mostri indubbiamente colpevoli.
“Ma perchè meravigliarsi se ci sono pluri assassini che hanno una lunga fila di donne che li vogliono redimere o li vorrebbero sposare?” osserva il buon Vespa.
Non mi sarei meravigliata se avessero auspicato una proposta di legge mirata e tesa a rimuovere chirurgicamente il problema con buona pace dell’art.21.

Dopotutto questi gruppi travisano realtà ed evidenza dei fatti, o, nella migliore delle ipotesi, si limitano a negarle, mettono in dubbio risultati scientifici ottenuti con serietà e scrupolo, e, come se non bastasse, “inventano” storie di sana pianta.
Questo discorso così incisivo assume un contorno inquietante se tenuto mentre si è seduti a fianco del sig. Biavardi che stringe in una mano una copia del suo settimanale e nell’altro i suoi occhialini sottratti a Maschera Gialla.

Ma cerchiamo di ricapitolare e di spostare il succo del discorso facendo riferimento anche al caso del signor Bossetti: sì, perché ci sentiamo colpiti, sia pure indirettamente, da un’invettiva nei confronti dei gruppi facebook o altri spazi virtuali che esprimono concezioni/opinioni garantiste in relazione a questo o quell’indagato.

Francamente, e per quanto ci rifletta cercando possibili diverse interpretazioni, trovo che le parole della dottoressa Matone siano gravissime: per quanto ci si ostini a voler difendere in TV la casta dei magistrati, infatti, qui vorremmo cogliere ora l’occasione per ricordare che mentre i gruppi facebook garantisti, che tanto sembrano turbare il sonno di quanti, evidentemente, ritengono la nostrana magistratura inquirente infallibile per grazia infusa, non solo esercitano un legittimo diritto di opinione e di critica ma si fanno perfino promotori di un imperativo costituzionale (quello di considerare innocenti gli indagati e imputati fino al terzo grado di giudizio), chi invece viola platealmente questo dovere civile (ed anche il codice deontologico dei giornalisti e le chiarissime direttive dell’AGCOM) sono coloro che partecipano ai salottini-gogna.
Il mio professore di diritto penale diceva sempre che la maggior parte dei giuristi dimentica i principi del diritto non appena abbandona le aule universitarie: e quanto aveva ragione!

Se vogliamo parlare del fatto che il processo mediatico dovrebbe essere vietato quanto prima, specie nei casi di processi indiziari, che di per sé già si collocano ai limiti delle garanzie costituzionali, non posso che essere pienamente d’accordo, dal momento che queste gogne, come è noto, influiscono in modo determinante sull’animus del giudicante: se i processi mediatici sparissero, sono certa che anche i gruppi facebook a tema non avrebbero più alcuna ragione d’esistere.

Il nostro sistema processualpenalistico, ormai da decenni segnato, come evidenziato da studi di illustri giuristi e massmediologi, da un chiaro connubio tra inquirenti e media, spesso sfociante in feroci gogne mediatiche nelle quali la difesa non ha possibilità di replica, appare infatti sempre più simile ad un pericoloso “cul de sac”, un vicolo cieco nel quale il sistema, dopo essersi esposto per anni con la sua stessa propaganda -talvolta, francamente ridicola e squallida- non può che autofagocitarsi per non ammettere i propri errori o le proprie incertezze (ricordo a tal proposito che il “dubbio”, secondo il nostro codice di procedura penale come novellato nel 1988 dovrebbe essere di per sé motivo di sentenza assolutoria).

Tutto ciò ha delle ripercussioni gravissime sulla vita di individui, i cui diritti fondamentali vengono lesi senza alcun criterio, e spesso senza alcuna via d’uscita.

La malcelata velleità di “imbavagliare” chi non si trova d’accordo con gli inquirenti supera ogni limite di tollerabilità.
Tutto ciò anche fingendo di dimenticare che la nostra infallibile magistratura inquirente, con i suoi errori ci è costata, dal 1991 ad oggi, ben seicento milioni di euro.
Cifre da capogiro, che tuttavia non rendono del tutto conto della reale entità del problema: non a caso, forse, l’ex giudice Edoardo Mori ebbe a dire una volta che mentre i medici sono soliti nascondere i propri errori sottoterra, i magistrati li nascondono in galera.

Del processo mediatico ho elencato abbondantemente i gravissimi effetti negativi, fomentati negli stessi salotti in cui ora ci si scaglia contro chi contesta gli inquirenti.
Ma il processo mediatico ha anche un -la consolazione è ben poca, ma al fine di quanto sto per dire va evidenziato- aspetto positivo, ossia quello di consentire all’opinione pubblica, o meglio alla parte dell’opinione pubblica che non pende dalle morbose polpette avvelenate degli inquirenti, un controllo del modo in cui le indagini si sviluppano.

Ebbene, se un cittadino critica la magistratura inquirente laddove questa stia svolgendo un lavoro oggettivamente buono, la critica resta un suo diritto, ma certamente non è condivisibile.
Ma laddove un cittadino critichi una Procura che con i suoi stessi atteggiamenti sembra richiedere le critiche a gran voce, sta addirittura espletando un dovere.

D’altronde, non siamo stati certo noi a chiedere alla Procura di Bergamo di diffondere con solerzia imbarazzante ogniqualvolta ci sia stato il bisogno di “coprire” notizie reali, ossia relative all’assenza di riscontri positivi in tutti i rilievi tecnici effettuati nonché alla mancata richiesta di giudizio immediato che mette nero su bianco, impietosamente, la presenza di un vero e proprio sequestro di Stato condotto senza supporto probatorio alcuno, una serie di fanfaluche senza pari, tra le quali vale la pena di ricordare le più “qualificanti”:

1- la diffusione di un interrogatorio nel quale all’indagato veniva chiesta la frequenza dei rapporti sessuali con la moglie;

2- la diffusione della testimonianza di una donna riportata dai giornali in questi termini: “Bossetti mi chiese se era bella la mia sorellina”.
Peccato che la questione fosse un po’ diversa: la “sorellina” aveva quaranta anni suonati e la testimonianza in realtà ci informava del “clamoroso” fatto che Bossetti si era una volta limitato a fare un banale complimento ad un signora, chiedendole, appunto, se la di lei sorella fosse affascinante come la sua interlocutrice;

3- la diffusione della notizia di “nuovi filmati che inchiodano Bossetti” in quanto mostrano il suo furgone per 50 minuti vicino alla palestra: questa è proprio una sciocchezza smontabile anche da un bambino dell’asilo; non solo perché da quei filmati non si distingue nessun furgone specifico ed ogni giorno su quella strada passano decine di furgoni, ma soprattutto perché non c’è nessun nuovo filmato: i filmati sono stati acquisiti quattro anni fa, anche perché dopo alcune settimane le telecamere di sorveglianza vengono resettate, quindi mostrano esattamente quanto si sapeva da quattro anni, ossia nulla di rilevante, tanto che proprio per l’assenza di qualsivoglia riscontro di quel tipo la Procura di Bergamo ha condotto per quattro anni un’indagine alla cieca ancorata solo ad una traccia biologica di per sé inidonea a provare alcunché e forse perfino non più esistente in rerum natura;

4- la divulgazione della notizia secondo la quale la moglie di Bossetti aveva “due amanti”: al di là della palese irrilevanza della notizia, alla cui veridicità per giunta, visti i precedenti, neppure credo, penso che questa sia la prova schiacciante che “inchioda” come dicono i giornalisti nostrani, la Procura di Bergamo per il suo non avere nulla in mano;

5- la divulgazione della “prova schiacciante” data dal fatto che Bossetti, da adolescente, un giorno “si sentì male e venne portato in ospedale dall’ambulanza”: davvero un fenomeno inusitato, pare che chiunque salga su un’ambulanza diventi un serial killer!

6- la divulgazione della notizia secondo la quale una testimone che portava a spasso il cane vide Bossetti quella sera (notizia smentita dalla stessa testimone);

7- la divulgazione della notizia secondo la quale una testimone dopo quattro anni ricorda (!!!) di aver visto Bossetti in auto con Yara: la testimone, le cui parole tardive non hanno comunque la minima credibilità neanche al fine di trovare altre piste, non ha mai affermato di essere certa del fatto che l’uomo fosse Bossetti né che la ragazza fosse Yara.
Voci di corridoio affermano che vedere un uomo ed una ragazza che parlano a bordo di un auto sia, in realtà, un fenomeno frequente.
Intanto, i più quotati neuropsichiatri del mondo pare abbiano già fatto i bagagli per partire alla volta di Bergamo, incuriositi dall’inusitato fenomeno che si registra nella zona: i ricordi aumentano con il passare del tempo.

8- la divulgazione della notizia secondo la quale Bossetti digitava su google parole come “sesso” e “tredicenne” e così accedeva a siti pedopornografici: qui sfioriamo la comicità, anzi, la superiamo; da google ovviamente non si accede a nessun sito pedopornografico, dal momento che si tratta di siti illegali e accessibili solo da esperti conoscitori del deep web.

In tutta questa caciara di fesserie abnormi, nessuno si è ancora preso la briga di notare che le ferite sul corpo della povera Yara sono forse state inferte da un mancino mentre in cella da sette mesi c’è un destrimano contro il quale non si è trovato, ad eccezione della traccia biologica che forse esiste ancora e forse no, un bel nulla.
Ed è bene sottolineare che quest’ultima considerazione non è nostra: ha detto la stessa cosa anche il Tribunale del Riesame.

Per tornare alla (doverosa) polemica iniziale, i nostri spazi virtuali, qui e sui social network nascono per difendere il diritto costituzionalmente sancito alla presunzione di innocenza di un individuo i cui diritti fondamentali sono stati ripetutamente lesi nel corso degli ultimi duecento giorni.

Non nascono certamente per screditare la Procura di Bergamo, anche perché -a tal fine- mi pare più che sufficiente la caterva di amenità sopra ricordate.

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Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno

“Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”

(Prof. Guglielmo Gulotta)
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In queste pagine ho parlato spesso di processi mediatici e di tutto ciò che suole denominarsi, con un simpatico neologismo, “brunovespismo”. E in effetti, ai fini di questo articolo, non c’è termine più adatto di “brunovespismo”, poiché è giunto il momento di parlare della puntata di Porta a Porta andata in onda in data 2 ottobre. Siamo in tempi di austerity, è cosa nota, ma non credevo che le nuove politiche economiche avrebbero toccato perfino i principi dello Stato di diritto. Invece, pare sia proprio così; si sa che a pensar male si fa peccato ma, come si suole aggiungere, spesso ci si azzecca, e alla luce della disparità di trattamento osservata in alcune trasmissioni televisive, verrebbe da pensare che la giustizia dei tribunali mediatici abbia fissato un’imposta anche sulla presunzione di innocenza. Un’imposta a scaglioni, come l’Irpef, ma regressiva: paga di più chi ha meno. Così, ci sono i “dottor Stasi” e i “muratori”: per i primi si fa sfoggio di un sano garantismo, per i secondi si perviene a condanne di piazza sulla base di “prove” immaginarie sbandierando tesi colpevoliste e perfino scientificamente inesatte come se non ci fosse un domani. Avevo già notato queste palesi disparità di trattamento in altre trasmissioni, ma mi permetto di evidenziarle oggi per un semplice motivo: vorrei infatti dire, pubblicamente, che finché davanti alla giustizia televisiva ci saranno i “dottor Stasi” e i “muratori”, mi sentirò pienamente legittimata a considerarla espressione di una società malata. Nulla di personale nei confronti di Alberto Stasi, che ha diritto come tutti ad un equo processo e al contraddittorio, ça va sans dire, ma è avvilente osservare come nel suo caso sia stato riservato un accurato servizio sulla difesa con l’esposizione puntuale delle contestazioni all’accusa, mentre nel caso di Massimo Bossetti tale servizio sia stato un’autentica farsa, nel quale le possibili tesi difensive venivano presentate solo per essere, almeno in apparenza, smontate senza licenza di contraddittorio. E’ bene sottolineare infatti sin dall’inizio che nella summenzionata puntata di Porta a Porta, al fine di affrontare il caso Bossetti, Bruno Vespa, forse dimenticando che il contraddittorio è uno dei principi fondanti di ogni democrazia, ha avuto la brillante idea di invitare in studio quattro volti noti (Barbara Benedettelli, Roberta Bruzzone, Simonetta Matone e Andrea Biavardi) e notoriamente colpevolisti. Il contraddittorio avrebbe forse dovuto essere dato dall’unico garantista, tra l’altro ampiamente penalizzato dal collegamento esterno, il Prof. Guglielmo Gulotta, encomiabile per i suoi interventi, ma sistematicamente interrotto senza ritegno. In una trasmissione a sfondo religioso in una teocrazia islamica il confronto sarebbe stato sicuramente maggiore. Il Prof. Gulotta, nonostante le innumerevoli interruzioni, ha detto una frase che mi ha colpita, e che ho segnalato in incipit: “Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”. E non avrebbe potuto usare termine più adeguato di “ridicola” per definire la caciara di affermazioni che sono state fatte, non in una discussione tra amici, vale la pena di sottolinearlo, ma in una trasmissione mandata in onda dal Servizio Pubblico pagato dai contribuenti. Potrei esordire, a titolo d’esempio, richiamando l’attenzione sul fatto che il signor Biavardi abbia dato prova di “conoscere” una relazione dei RIS diversa dalla relazione dei RIS, oppure dalle fini esternazioni della Dott.ssa Bruzzone, che riferendosi alla signora Ester Arzuffi, ed in particolare al fatto che la signora nega il contatto sessuale con Guerinoni, ha affermato che questo sarebbe il secondo caso di Immacolata Concezione. In queste pagine mi sono sempre guardata bene dal porre l’accento sulle questioni relative ai rapporti di filiazione, se non altro perché trattasi di qualcosa che non ha nulla a che vedere con le indagini, posto che il “problema” di Massimo Bossetti non è quello di essere o meno figlio di Giuseppe Guerinoni, ma la corrispondenza con la traccia biologica di “Ignoto1”, tuttavia ho voluto sottolineare questo passaggio perché da tempo non mi capitava di imbattermi in cotanta empatia nei confronti di una donna il cui figlio è in carcere da quasi quattro mesi con un’accusa infamante (e a sostegno della quale non ci sono prove), mentre il marito è malato terminale. Per il resto, chi sia il padre dei figli della signora Arzuffi, è qualcosa che non mi interessa, e che non dovrebbe interessare neppure al resto degli Italiani, anche se la cosa pare solleticare la pruderie del popolino, che dimostra, ahimè, come non sia cambiato proprio nulla rispetto all’Italietta che nel ’68 condannava per “plagio” il Prof. Braibanti, “reo”, di fatto, di essere omosessuale. A beneficio dei posteri inserisco comunque un link con le interessanti parole affidate, in data 20 giugno, dalla stessa Dott.ssa Bruzzone a Io Donna, che offrono un interessante spaccato sulla tendenza, tutta italiana, a balzare da un carro all’altro con estrema facilità: http://www.iodonna.it/attualita/primo-piano/2014/yara_bruzzone_intervista-402147644485.shtml. E’ difficile capire cosa sia cambiato dal 20 giugno ai giorni immediatamente successivi per causare nella criminologa un’inversione a U di questa portata, ma a tal proposito mi si potrà dire che cambiare opinione su un determinato argomento è una libera scelta individuale. Concordo pienamente su questo, decisamente meno su altri aspetti: se infatti dobbiamo rendere conto del fatto che, come ormai tutti dicono, “la scienza non mente”, diviene meno chiaro come sia possibile che, nel cambiare idea, nel susseguirsi di dichiarazioni una traccia biologica “esigua e di origine non accertata” si trasformi in una traccia biologica “abbondante ed ematica”, la qual cosa ricorda un po’ la barzelletta del papà di Pierino, che dopo essere andato a pesca torna a casa con un pesce che “si allunga di qualche cm ogni volta che ne parla”. Ironia a parte, non riprendo le considerazioni sul fatto che la traccia fosse notoriamente esigua, deteriorata e di natura non accertabile: basta scorrere i precedenti articoli per trovare dei riferimenti, tratti non da opinionisti, ma dalla documentazione e dalle parole degli stessi che hanno svolto le analisi. Sulla natura non accertabile della traccia mi limito ad inserire uno stralcio della relazione dei RIS: ” (…) Tale evidenza rende di per sè non agevole la diagnosi dei singoli contributi biologici all’interno di una mistura prodotta da più soggetti; può talvolta risultare utile, in casi del genere, un approccio deduttivo, per esclusione di esiti oggettivamente verificati (es. negatività a determinati test), ma mancherebbe comunque il legame univoco: profilo dell’unico donatore — diagnosi della traccia” e questo perché nessuno dei test diagnostici “prescinde dalla integrità della struttura molecolare delle proteine che costituiscono i marcatori “bersaglio” della maggior parte di tali saggi diagnostici (emoglobina, PSA, semenogelina, ecc.)”. Mi preme di più, però, concentrarmi sulle altre considerazioni in ambito di genetica forense fatte dalla Dott.ssa Bruzzone, che genetista non è, quindi, non essendo genetista neppure io, direi che partiamo ad armi pari. Se la Dott.ssa Bruzzone vuole dunque affermare nella radiotelevisione pubblica che la traccia è “coeva” all’omicidio e che “non può essere esito di trasferimento secondario” perché in quel caso non avrebbe potuto restituire un profilo completo, a rigor di logica dovrebbe perlomeno citare degli studi scientifici che avvalorino le sue affermazioni, non da ultimo perché non stiamo parlando di questioni mondane, trucco e parrucco, ma stiamo sentenziando contro un uomo incensurato a carico del quale ci sono indizi che potremmo definire immaginari. Dal momento che non lo fa, di fronte al nuovo spettacolo del “diritto alla rovescia” e dell’onere della prova capovolto, mi prendo però la briga di citarli io, gli studi, che ben lungi dall’avvalorare alcunché smentiscono le sue affermazioni. Che il DNA non sia databile, a meno che la Bruzzone non abbia fatto la scoperta scientifica del secolo, lo sanno tutti e lo abbiamo ripetuto più volte: basta leggere qualsiasi testo di genetica per appurarlo. L’unica soluzione che trovo per ribadirlo, a questo punto, è inserire le parole a caratteri cubitali che si possono leggere sul sito dell’Associazione Identificazioni Forensi – A.I.Fo. AIFO Richiamo anche l’attenzione sul fatto che è la stessa relazione dei RIS ad affermare che non esiste ad oggi alcun metodo che consenta di datare con precisione una traccia. Nel fare riferimento a traccia “non coeva” la relazione dei RIS mirava infatti semplicemente ad escludere che vi fosse stata una contaminazione recente della traccia da parte delle stesse forze dell’ordine e nello specifico “dovute a semplice contatto manuale o ad imprudente approccio al reperto da parte del personale operante senza le cautele che il caso impone”: in quel caso infatti la traccia sarebbe stata probabilmente meno deteriorata. Passiamo alle altre note dolenti. Parto dal presupposto che, come già scrissi come introduzione all’articolo La necessità di cautela nell’uso del test del DNA per evitare la condanna di innocenti, del Prof.Michael Naughton, Università di Bristol – Sintesi di Rocco Cerchiara, una contaminazione (che può essere avvenuta in più di una fase) non può essere esclusa. Chiariamoci: nella “ricostruzione” dell’accusa ci sono dei buchi e delle contraddizioni evidenti, che farebbero annichilire in un sol colpo le presunte contraddizioni di Bossetti sui suoi spostamenti di quattro anni prima (sic). Sostenere che il corpo di Yara sia rimasto all’aperto a Chignolo per tre mesi (con la traccia nella parte posteriore del corpo e a contatto con il terreno umido) e che non ci sia stata contaminazione è scientificamente risibile. Non c’è nessuno studio che attesti una possibilità di questo tipo e, al contrario, ci sono studi (citati nell’articolo inserito sopra) che la smentiscono clamorosamente: una traccia ematica a contatto con il terreno (asciutto) non restituisce profili già dopo trenta giorni. Questo senza l’azione ulteriore di acqua, fluidi prodotti dalla decomposizione del cadavere, saprofiti. Se ci si vuole basare sulla scienza, non si possono salvare capra e cavoli: o Yara non è rimasta a Chignolo per tre mesi, o la traccia non era lì sin dall’inizio. Tertium non datur. Ad ogni buon conto, nel ricordare che la piena compatibilità di cui si parla non è propriamente tra Bossetti e la traccia di Ignoto1, ma tra Bossetti e l’amplificazione del DNA di Ignoto1 estratto da una traccia (una apparente sottigliezza che in alcuni casi può rilevare) la cui estrazione è con ogni probabilità non ripetibile in contraddittorio, ai venditori di certezze non posso che consigliare un ottimo testo: Application of Low Copy Number DNA Profiling, Forensic Science Service, Trident Court, Birmingham, UK, del Prof. Peter Gill [1]. Parla dei rischi presenti nel DNA “low copy number”, ossia estremamente esigui e degradati. Il Prof. Gill sottolinea che in questi casi ci sono diverse conseguenze che non possono essere evitate: casi di allelic dropout, cosiddetti “falsi alleli” analizzati, e contaminazioni. Sono gli stessi kit di amplificazione e gli stessi strumenti utilizzati per l’analisi di tracce particolarmente problematiche in quanto esigue e deteriorate ad esporre ai rischi di contaminazione a causa della loro particolare sensibilità. Questo per ricordare, sebbene io non abbia mai propeso particolarmente per dinamiche di questo tipo ed abbia sempre preferito basarmi sull’evidenza che il DNA è trasportabile, come il solo sciorinare certezze assolute sia ridicolo. Meritano di essere riportate le considerazioni finali dello studio del Prof. Gill, quanto mai adatte al nostro caso: “Quando vengono analizzate piccole quantità di DNA, si impongono considerazioni particolari come le seguenti: a) Anche se è stato ottenuto un profilo del DNA, non è possibile identificare il tipo di cellule da cui il DNA ha origine, né è possibile affermare quando sono state depositate le cellule. b) non è possibile fare alcuna conclusione circa il trasferimento e la persistenza del DNA in questo caso. (…) c) Poiché il test del DNA è molto sensibile, non è raro trovare dei commisti. Se le potenziali fonti dei profili di DNA non possono essere identificate, non ne consegue necessariamente che siano pertinenti nel caso di specie, dal momento che il trasferimento di cellule può essere esito di contatto casuale. In effetti, il valore della prova del DNA LCN è diminuito rispetto al DNA convenzionale. Ciò deriva inevitabilmente dalle incertezze relative al metodo di trasferimento di DNA su una superficie e dalle incertezze relative al quando il DNA è stato trasferito. Si sottolinea che la rilevanza della prova del DNA in un caso può essere valutata solo sulla base di una considerazione simultanea di tutti gli altri elementi di prova diversi dal DNA”. Stando alle conclusioni del Prof. Peter Gill, va da sé che diviene palese il motivo per il quale c’è chi, come la sottoscritta, non riesce a capire per quale ragione Massimo Bossetti sia in carcere: infatti, nel caso di Massimo Bossetti, gli elementi di prova diversi dal DNA semplicemente non esistono, a meno che non si voglia parlare di gossip e dei summenzionati indizi immaginari. Non entro nel merito della problematicità di per sé del processo indiziario, e vado direttamente alla questione indizi, perché in questo caso siamo ben al di là del processo indiziario. Chi segue il caso, ed anche chi segue questo blog, sa che c’è una “querelle” sul valore degli elementi dell’ordinanza, che ho sollevato sin dall’inizio. Il GIP li ritiene indizi perché assumerebbero, a suo dire, rilievo “in una valutazione globale” e non valutati singolarmente. Il nocciolo della questione è che gli indizi, per essere tali, non possono essere corbellerie di per sé insignificanti unite tra loro: certo, deve procedersi ad una valutazione globale, ma prima gli indizi devono già essere indizi. E quelli “a carico” di Massimo Bossetti, per giunta anche smontabili in altro modo (nel caso in cui fossero indizi), non sono indizi, perché del tutto carenti di univocità. L’esempio più eclatante è quello delle celle telefoniche: quale univocità può avere l’aggancio di una cella telefonica compatibile con la propria abitazione? Messa in questi termini, la questione delle celle telefoniche di per sé è neutra, perché non è univoca, nel senso che è passibile di plurime interpretazioni che, fuor di retorica e mistificazioni, in mano all’accusa non lasciano davvero un bel nulla. Questo anche senza aggiungere la discrasia cronologica evidente (di oltre un’ora) nell’aggancio della medesima cella telefonica da parte di Yara, ed anche senza aggiungere il fatto (guarda caso omesso nell’ordinanza di custodia cautelare), già trapelato dalle fonti giornalistiche dell’epoca e ora provato dai tabulati Vodafone, che l’ultima cella telefonica agganciata da Yara non è, come riportato nell’ordinanza, quella di Mapello alle ore 18,49, ma quella di Brembate alle 18,55. Partiamo da una considerazione: la distanza in linea retta tra Mapello e Brembate di Sopra è 2.72 km, ma la distanza di guida è 4.7 km. In auto, ci vogliono 10 minuti circa per andare da Brembate a Mapello. Alle 18,44 Yara aggancia (per la seconda volta) la cella telefonica di Ponte S. Pietro, compatibile con il cortile della palestra. Se per spostarsi da Brembate a Mapello ci vogliono dieci minuti in auto, e se Yara alle 18,44 era ancora in un’area compatibile con il cortile della palestra dal quale ha agganciato la cella di Ponte S. Pietro, come poteva trovarsi a Mapello alle 18,49, dopo solo 5 minuti? Quindi, se davvero Yara fosse stata a Mapello alle 18,49, non solo il tragitto in auto sarebbe durato la metà del tempo medio necessario, ma in questi 5 minuti dovrebbe collocarsi anche il rapimento o il “convincimento” della ragazza teso a farla salire sull’auto di uno sconosciuto. Ma il problema più grave resta ciò che manca nell’ordinanza. 18,55, Yara aggancia la cella telefonica di Brembate. E’ di nuovo a Brembate, ancora una volta in tempi inferiori a quelli richiesti? E perché andare avanti e indietro tra i due paesi? L’unico scenario verosimile è che l’aggancio della cella telefonica di Mapello sia stato del tutto “incidentale”, dovuto a sovraccarico della cella miglior servente, e che prima delle 18,55 Yara sia sempre stata a Brembate. Il fatto che l’aggancio della cella di Mapello sia circondato dall’aggancio di celle telefoniche compatibili con l’area di Brembate, induce a pensare che la cella telefonica agganciata incidentalmente sia proprio quella di Mapello alle ore 18,49. In soldoni, le celle telefoniche non sono suggestive del fatto che Yara e Bossetti si trovassero nella stessa area (al di là del fatto che parlare della stessa area in spazi geografici così ridotti ha poco senso), ma dell’esatto opposto. Tale considerazione fa a cadere, a mò di tifone, un intero “indizio”, ma è bene sottolineare che tale indizio già non era tale, come avevo già notato da tempo (vedi La questione delle celle telefoniche: tanto rumore per nulla?). Il grande Prof. Alfredo Gaito, nel suo saggio“La prova penale”, si sofferma estesamente proprio sul fatto che gli indizi debbano prima essere valutati singolarmente ed essere, appunto, indizi. Leggendo questa descrizione risulterà immediatamente evidente che quelli contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare, in virtù dei quali un uomo è in carcere da oltre cento giorni, non sono neppure valutabili come elementi indiziari. Riporto parte del testo: “(…) Per gli indizi sono prefigurati requisiti ulteriori, in mancanza dei quali resta de iure esclusa la legittimazione di un giudizio di colpevolezza. Permangono, per vero, alcune difficoltà ermeneutiche, giacché le qualifiche di gravità, precisione e concordanza non possono essere caratterizzate da un sicuro ed univoco referente; va, comunque, evocato l’insegnamento della giurisprudenza di cassazione, per cui gli indizi: a) sono precisi solo quando sono non generici e non suscettibili di diversa ed antitetica interpretazione e, perciò, non equivoci nonché quando sono considerati certi i relativi elementi indiziari (…); b) sono gravi solo quando sono dotati di un elevato grado di fondatezza e, quindi, di un’elevata intensità persuasiva di ogni singolo strumento gnoseologico indiziario; c) sono concordanti solo quando i loro risultati, basati su singoli elementi indiziari, lungi dal porsi in antitesi con altri dati o elementi certi, confluiscono verso una ricostruzione unitaria del fatto cui si riferiscono. Considerato che la prova indiziaria è ontologicamente (e normativamente) composita, richiedendo l’art. 192 c.p.p. la presenza di una pluralità di indizi, tra di loro precisi e concordanti, e di conseguenza gravi, si impone al giudice di merito di verificare la rispondenza degli elementi conoscitivi acquisiti alla regola di giudizio codificata, mediante un accertamento di routine della sussistenza del requisito della concordanza con tutti gli altri elementi indiziari presenti agli atti, e soprattutto di valutare (id est: non ignorare) la rilevanza delle prove contrarie, al fine di articolare un ragionato giudizio di prevalenza delle une rispetto alle altre, singolarmente e nella loro globalità. A fronte della molteplicità degli indizi, si deve procedere in primo luogo all’esame parcellare di ciascuno di essi, definendolo nei suoi contorni, valutandone la precisione (che è inversamente proporzionale al numero dei collegamenti possibili col fatto da accertare e con ogni altra possibile ipotesi di fatto) nonché la gravità; si deve quindi procedere alla sintesi finale accertando se gli indizi, così esaminati possono essere collegati tutti ad una sola causa o ad un solo effetto e collocati tutti, armonicamente, in un unico contesto dal quale possa per tale via essere desunta l’esistenza o, per converso, l’inesistenza di un fatto. (…) Nella valutazione complessiva, ciascun indizio si somma e si integra con gli altri, onde il limite della valenza di ognuno risulta superato, sicché ove il giudice collochi in un contesto indiziario circostanze che non rispondono ai requisiti normativi, è l’intero quadro indiziario che deve essere riconsiderato, al fine di accertare se la caducazione di taluno degli indizi non determini il venir meno della conclusione finale. Simmetricamente, così come non è dato procedere a scomposizioni di comodo della c.d. costellazione indiziaria per contestare la validità del discorso accertativo, allo stesso tempo non è consentito assemblare risultanze singolarmente imprecise per poi apoditticamente tagliare corto che la complessità degli indizi vale a dimostrare alcunché: stando ancorati all’insegnamento giurisprudenziale collaudato, i singoli indizi devono essere anzitutto precisi; che anzi, valendo la precisione a requisito indefettibile della gravità, è logicamente precluso definire grave un indizio non preciso. Le parole del Prof. Gaito sono sostanzialmente adatte a comprendere i termini del problema. E’ il GIP stesso nell’ordinanza ad ammettere che gli elementi hanno rilevanza solo in una valutazione globale e non isolata. Infatti, singolarmente considerati non sono ontologicamente indizi perché non hanno nessuna univocità. Ne discende che non ci sono indizi “precisi”, e di conseguenza non ci sono indizi “gravi”, e ancora di conseguenza non ci sono “indizi”. La valutazione della prova è sempre una tematica estremamente complessa e, vista l’attinenza con il nome del blog mi permetto di richiamare anche un calzante monito del Prof. Tonini ( Manuale breve di diritto processuale penale, V edizione, Giuffrè 2010): “in questa materia l’aspetto problematico sta nel fatto che, al posto di regole di esperienza ricostruite mediante criteri razionali, il giudice (come ogni persona umana) è portato ad utilizzare, a volte inconsciamente, pregiudizi e luoghi comuni. La storia è piena di esempi in tal senso, a cominciare da quei processi agli untori che sono stati descritti da Alessandro Manzoni”. Appurato per l’ennesima volta che il DNA non è accompagnato da elementi indiziari dotati di sussistenza ontologica, sposterei a questo punto la querelle sull’ultima affermazione della Dott.ssa Bruzzone: a suo parere (parlo di parere, dal momento che non ha citato alcuno studio in grado di avvalorare una simile esternazione) una traccia di DNA esito di trasferimento secondario non restituisce profili completi. Davvero? Sarei curiosa di sapere allora per quale ragione la casistica giudiziaria contempli casi in cui ciò si è verificato, e sarei ancora più curiosa di sapere da dove la Bruzzone abbia tratto questa informazione, dal momento che è sufficiente cercare qualche studio scientifico per appurare l’esatto opposto. Evito scientemente giri di parole, e imposto subito la questione nei termini (sia pure, come abbiamo visto, non avvalorati) più graditi alla Bruzzone e a chi ostenta certezze colpevoliste: la traccia è senza alcun dubbio ematica, la contaminazione è esclusa tout court, il DNA è diventato databile e ci permette di dire che la traccia è stata depositata contestualmente all’omicidio. Ebbene, non è difficile reperire studi che hanno accertato non solo il trasferimento secondario di traccia ematica, ma perfino quello terziario (e più), ricavando sulle superfici finali profili completi, perfino a partire da sangue essiccato su superfici non porose (come il vetro). A titolo di esempio, sul trasferimento terziario: “Il trasferimento di sangue liquido ha dato un profilo genetico completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario sia su substrati di cotone sia su vetro. Il sangue secco ha dato un profilo completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario solo su vetro, ma in misura minore rispetto al sangue liquido. Il DNA da contatto ha prodotto solo un profilo completo sul substrato primario sia su cotone sia su vetro, e le quantità rilevabili al di là dell’evento trasferimento secondario solo su vetro. I nostri risultati contribuiranno ad una migliore comprensione del trasferimento terziario e successivo del DNA, che consentirà una migliore valutazione della probabilità di scenari alternativi che spieghino perché il DNA di un individuo è stato trovato sulla scena del crimine.” (da Following the transfer of DNA: How far can it go?, da Forensic Science International Genetics Supplement Series 01/2013, V.J. Lehmann, R.J. Mitchell, K.N. Ballantyne, R.A.H. van Oorschot). Ma non spingiamoci al trasferimento terziario, ed occupiamoci di quello secondario, che nel caso in esame a livello giornalistico si è spesso supposto derivare, ad esempio, dall’uso di un’arma del delitto sporca, come un attrezzo da lavoro. C’è uno studio interessantissimo, che inserisco [2] e che a breve inserirò anche in traduzione integrale, Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions (M. Goray et al. / Forensic Science International, 2009) Si tratta di uno studio finalizzato all’analisi dei fattori che possono influenzare il trasferimento secondario del DNA, con particolare riferimento al tipo di sostanza biologica depositata, alla natura del substrato primario e secondario ed al contenuto di umidità della sostanza depositata. Le componenti biologiche utilizzate sono state DNA puro, sangue e saliva, i substrati primari e secondari plastica (non porosa), lana e cotone (porosi), e sono stati provati tre tipi di contatto: contatto passivo, pressione e frizione. I risultati hanno mostrato che il trasferimento secondario risulta influenzato sia dal tipo di substrato primario sia dall’umidità del campione biologico, e che risulta inoltre essere maggiore in caso di frizione/attrito. Sebbene le tre diverse fonti biologiche testate (DNA puro, saliva e sangue) abbiano viscosità diverse, non sono emerse fra loro differenze importanti nella quantità di trasferimento secondario, cosa che spinge ad ipotizzare che materiali biologici diversi, come sperma, lacrime e urine produrrebbero risultati simili. Nel caso di campioni umidi il substrato ha mostrato un forte impatto sulla percentuale di trasferimento, maggiormente agevolato dalla plastica (non porosa) come substrato primario e dal cotone (poroso) come substrato secondario, fino a tassi di trasferimento, per il sangue fresco, del 97% del materiale iniziale nel caso di frizionamento.

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Ipotizzando uno scenario come il trasferimento secondario a mezzo arma, il substrato primario sarebbe non poroso (arma), il substrato secondario poroso (indumenti), e la modalità di trasferimento frizione/attrito: condizioni che, come abbiamo visto, sono proprio quelle che sperimentalmente agevolano il trasferimento secondario di traccia ematica. C’è da introdurre una variabile: il sangue su un’arma sporca non sarebbe liquido ma essiccato, anche se verosimilmente potrebbe reidratarsi, almeno in parte, venendo a contatto con il sangue fresco della vittima, in quantità intuibilmente ben maggiore. Comunque, voglio spingermi fino in fondo nel prendere per buone tutte le tesi sciorinate nei salotti televisivi da persone che sentenziano senza citare studi, e allora parliamo di sangue essiccato tout court senza tener conto della possibile reidratazione. Il grafico parla da sé: in condizioni di frizionamento/attrito il trasferimento secondario del sangue secco da substrato primario non poroso (plastica) a substrato secondario poroso (cotone) è del 16,1%, una percentuale certo non paragonabile a quella del sangue fresco, ma che permette comunque senza nessun dubbio di trovare una quantità ancora considerevole di materiale biologico sulla superficie finale, certamente idonea ad estrarre un profilo completo (che ormai si ricava perfino da un paio di cellule!).

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Detto ciò, si consideri semplicemente che 1 ml di sangue contiene ben 20.000 ng di DNA, e che è possibile ottenere un profilo da un solo nanogrammo di DNA. Basta fare qualche calcolo per inferire come un trasferimento a mezzo arma possa lasciare sulla superficie finale anche più di quanto necessario all’estrazione di un profilo. Il mio campo (proprio come quello della Dott.ssa Bruzzone) non è la scienza, quindi trovo doveroso citare studi a sostegno delle mie affermazioni anziché presentare opinioni personali come verità assodate, anche se vorrei sottolineare che in casa mia esiste un principio, che gli antichi romani erano soliti compendiare nei termini “affirmanti incumbit probatio”: la prova spetta a chi afferma. Non dovrei essere io a citare degli studi, ma gli studi dovrebbero essere citati da chi, nel Servizio Pubblico pagato dai contribuenti, fa affermazioni in contrasto con i principi costituzionali, come il diritto alla presunzione di innocenza e, a quanto pare, anche con la tanto decantata scienza. Nel cercare una giustificazione alla legge ed agli ordinamenti stessi, la filosofia del diritto avanza diverse ipotesi con altrettanti principi. Uno di questi è la coerenza, ossia la capacità di applicare a se stessi le norme che si vorrebbero imporre agli altri. Ebbene, se si vuole che per Massimo Bossetti la scienza non menta, allora non deve mentire per nessuno: neanche per chi nei saloni televisivi si erge a giudice di un uomo da quasi quattro mesi protesta la propria innocenza mentre è in carcere sulla base di un quadro probatorio di per sé nullo e di un quadro indiziario insussistente. Non posso che concludere con una bellissima citazione di Richard P. Feynman che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che è proprio la scienza a nutrirsi di dubbi piuttosto che di certezze: chissà che queste parole non possano ancora insegnare qualcosa e restituirci una parvenza di civiltà. “Questa libertà di dubitare è fondamentale nella scienza e, credo, in altri campi. C’è voluta una lotta di secoli per conquistarci il diritto al dubbio, all’incertezza: vorrei che non ce ne dimenticassimo e non lasciassimo pian piano cadere la cosa. Come scienziato, conosco il grande pregio di una soddisfacente filosofia dell’ignoranza, e so che una tale filosofia rende possibile il progresso, frutto della libertà di pensiero”. Alessandra Pilloni

Bibliografia: 1-Application of Low Copy Number DNA Profiling, Prof. Peter Gill: lcn dna article gill 2- Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, M. Goray et al. : Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions