Interferenze Garantiste

Ci tengo a ringraziare la mia collega Sashinka che oltre a collaborare nella stesura del pezzo, come da consuetudine scritto a quattro mani, questa volta si è superata “sbobinando” la registrazione dell’intervista. Grazie Sashi.

di Laura e Sashinka

 

Se avessi un euro per tutte le volte che sento dire “devono buttare la chiave” salderei il residuo del mutuo. Questo è un discorso che va oltre il sig. Bossetti, non a caso nasciamo come Gruppo garantista dei diritti del singolo cittadino, in un panorama quindi più generale, che trova nell’imputato in oggetto quasi un pretesto, un esempio, per poter esprimere le nostre convinzioni. Da che mondo è mondo, il popolo si adegua alle idee dei pochi che hanno i mezzi per esprimerle, trovo quindi diseducativo un giornalista che si pronunci, nel bel mezzo di un processo, dicendo che l’imputato prenderà l’ergastolo così come lo è chi, ignorando i principi cardine del nostro Codice Penale e della Costituzione stessa, invoca il massimo della pena per persone ancora solo indagate, seppur ree confesse, pretendendo dallo Stato che vengano negati loro a priori i diritti più elementari, la presunzione di non colpevolezza, una difesa, un giusto processo, ogni attenuante e i benefici di legge ai quali ogni detenuto passato in giudicato e quindi “definitivo” ha diritto alla luce della legge stessa. Credo fermamente che non più del 20% degli italiani, in età tale da comprendere le norme, sia a conoscenza delle più elementari leggi che sono alla base della nostra nazione. Si evince dal fatto che spesso, per dirne una, si leggono chiari riferimenti a norme che regolamentano altri stati oltreoceano, la cui conoscenza proviene dalle serie tv ignorando totalmente il fatto che da Noi non esiste la pena di morte, la libertà su cauzione, la libertà sulla parola o la sentenza che non la prevede. Ma come spesso si usa dire questa è tutta un’altra storia. Quella che voglio narrare oggi pretende innanzitutto le dovute premesse. Non ci si venga a dire che predichiamo bene e razzoliamo male, non abbiamo alcuna intenzione di trattare altro caso all’infuori dell’omicidio Gambirasio, ma ci sono dei momenti in cui uno sguardo più generale non fa male, specie se concetti che ribadiamo da quasi due anni sono scolpiti a chiare lettere da chi di giurisprudenza ne mastica quotidianamente, non fosse altro per sottolineare che determinati principi da noi perseguiti non sono piccolezze trascurabili nè sfumature impercettibili, bensì i capisaldi di uno Stato che si auto-proclama “di Diritto”.

Una nota presentatrice onnipresente sul piccolo schermo, che suddivide il tempo a disposizione dei suoi talk show tra la cronaca rosa e quella nera, ha fatto decisamente una figura fucsia quando è stata richiamata all’ordine per essersi spinta, come suo solito, oltre il lecito personale convincimento, perché si sa, un conto è esprimere un’opinione personale al bar, ben altro è farlo di fronte ad una platea di milioni di telespettatori che da casa si infervorano e in studio applaudono. Va bene lo show, comprendiamo le regole della tv commerciale e tolleriamo anche il paravento della pubblica informazione, ma a tutto esiste un limite ed è bene che ogni tanto qualcuno lo rimarchi. Ero rimasta molto colpita quando nella puntata andata in onda il 31 marzo la nostra conduttrice nazionalpopolare aveva riscosso un mega applauso sentenziando che l’indagata, dapprima a piede libero e successivamente ristretta per motivi cautelari con l’accusa di un numero non ben definito di omicidi, aveva perso il suo status di persona assumendo le caratteristiche di mero “essere”, poichè invece di svolgere il suo lavoro faceva ben altro, riferendosi alla presunta recidività nell’uccidere persone indifese. A quanto pare non sono l’unica ad aver trasalito a quest’affermazione e se è poco importante riportare il nome della conduttrice e della trasmissione lo è invece sottolineare il disappunto nato dalle sue parole ed espresso senza veli dall’avvocato difensore dell’imputata, invitata ad intervenire telefonicamente, non per uno slancio di imparzialità o garantismo, ma semplicemente per fare audience poiché anche le “concessioni” di difesa alzano lo share. La dimostrazione della presunzione di certe trasmissioni sta proprio nelle parole, che in questo pezzo abbiamo deciso di riportare fedelmente, di chi conduce che esordisce dicendo: “Proprio perchè ci fidiamo degli inquirenti e della Procura diamo sempre la possibilità a chi è accusato, a chi è indagato, di essere difeso perchè crediamo sia giusto così“, frase questa che la dice lunga sull’essere o meno una sostenitrice della presunzione di non colpevolezza. Come dire: ‘Fatto salvo che se lo dicono gli inquirenti per me sei già colpevole prima anche della chiusura ufficiale delle indagini, ti concedo di avere uno straccio di difesa perchè non sia mai detto che nella mia trasmissione ti venga negata’.

Conduttrice: “Abbiamo al telefono, e la ringraziamo, proprio l’avvocatessa dell’infermiera, avvocato Cesarina Barghini e faccio entrare anche una persona, un giornalista di Panorama, che è convinto che l’infermiera non c’entri niente. […] Noi abbiamo raccolto anche molte testimonianze a favore dell’infermiera ed è giusto farvele ascoltare. Il giornalista di Panorama ha una sua teoria avvocato.”

Giornalista: “Sì, guarda, io ti dico in modo abbastanza schietto e diretto secondo me questa donna va liberata e va liberata subito perché non ci sono i presupposti, a mio avviso, in questa ordinanza che ho letto, per tenerla in carcere! Questa ordinanza non ha le prove certe e provate che questa sia una infermiera killer! Questa ordinanza dei giudici – a mio avviso – può rappresentare al massimo un punto di partenza di questa indagine, ma gli effetti che produce sulla vita di questa donna sono definitivi, devastanti, strutturali. Questa donna verrà sempre ricordata come l’infermiera killer di Piombino. Attenzione: io non dico che lei non possa essere colpevole, che lei non possa essere la killer, io dico semplicemente che noi dobbiamo attenerci agli atti e ai fatti e agli atti nei fatti”.

Conduttrice: “Però se la tengono lì, gli inquirenti avranno delle motivazioni. Mica si divertono a tenere chiusa una persona potenzialmente innocente…”

E qui scusate devo intervenire perché come dice un noto comico napoletano: “Aggià sfugà n’gopp a stu fatt!” Ho imparato, invecchiando, che la Magistratura nel nostro paese incute un timore quasi reverenziale che va oltre il normale “temere il braccio lungo della legge”. Se è ovvio che il cittadino abituato a delinquere avrebbe ben donde di temere un magistrato che fa il suo lavoro, lo è altrettanto che il cittadino modello, che mai si sognerebbe di trasgredire la legge, si dovrebbe sentire doppiamente tutelato da un sistema che oltre a garantire la sua incolumità lo protegge anche dal sistema stesso. L’errore giudiziario può accadere anche nelle “migliori famiglie”, su questo non ci piove, anzi dovrebbe proprio rappresentare l’eccezione che conferma la regola, a patto che esso sia riconsciuto con estrema franchezza in tempi brevi e risarcito come legge prevede. Purtroppo in Italia quella che dovrebbe essere la triste eccezione diventa una regola, osservata ormai a carattere giornaliero. La regola che riempie le carceri di imputati, fatto di per sé già gravissimo, la maggior parte delle volte li vede completamente estranei ai fatti lor attribuiti, ma ciò non impedisce al sistema di trattarli come spazzatura, spogliarli della loro umanità, triturarli e fagocitare tutto ciò che li circonda per poi digerire le loro esistenze e gettarle nel fango come cibo per porci. Non si chiamano tutti Ferrando e Musso e con questo chiudo la parentesi e procedo nell’illustrare gli eventi di cui sopra.

 

Giornalista: “Guarda, io ti dico una cosa, il tribunale del riesame questa cosa qui non l’accetterà e la scarcererà, lo vedremo. Se vuoi ti dico anche perché, in due parole.”

Conduttrice: “Avvocato, stai sentendo tu, sì?

Avvocato (Dottoressa Cesarina Barghini): “Certo, sto sentendo e meno male che c’è qualcuno che difende questa povera signora che è stata vittima, veramente, di una campagna mediatica vergognosa, che l’ha descritta come un mostro e voglio capire chi pagherà poi questi danni, devo capire, perché è una cosa veramente vergognosa. E poi descrivere questa mia assistita come un essere che invece di fare l’infermiera faceva tutt’altro è una frase che, mi creda, non avrei mai voluto sentire, tutti gli sproloqui che si sentono e si continuano a dire su questa persona che si trova in carcere con un’accusa infamante, ingiustamente, senza uno straccio di prova, senza nemmeno indizi – perché se ci fossero almeno degli indizi reali, precisi e concordanti, direi ‘vabbè, non ci sono le prove, ma ci sono gli indizi’ -. Non c’è assolutamente niente, c’è una serie di menzogne inventate, a cominciare da quella dell’alcool, della malattia psichiatrica, e ora abbiamo anche appurato che la ricostruzione che la vede presente e che la vede presente in prossimità dei decessi, anche quella, è totalmente sbagliata. Quindi, come diceva correttamente – e lo ringrazio veramente di cuore – il giornalista in studio, questa signora deve uscire immediatamente da quel carcere, perché non potrà altro che farle dei danni. Le indagini che le facciano gli inquirenti e che le facciano a modo, non in questa maniera. Le faremo anche noi le indagini, perché purtroppo la mia attività, anziché essere puramente difensiva, dovrà essere un’attività investigativa, per andare a colmare le lacune enormi che ci sono in questo procedimento.

Conduttrice: “Scusami avvocato volevo precisare, a parte il fatto che io nello specifico, ho imparato, in 9 anni di lavoro per una testata giornalistica, a usare sempre il condizionale, quindi io non ho mai detto che lei è l’assassina, ma che è la presunta assassina, e noi – credendo nella legge e nelle forze dell’ordine, io in prima persona, ovviamente, se sui giornali c’è scritto che viene indagata, incarcerata, con gli inquirenti che sono certi che sia l’assassina, io ne do la notizia, usando il condizionale, ma ne do la notizia. Fatto sta che – come vedi – sono io, siamo noi che qui in trasmissione, confidando moltissimo nella Procura, nelle forze dell’ordine, stiamo dando la possibilità al giornalista ospite, che non è che sta parlando da solo in mezzo a una strada, ma sta parlando in diretta da me e stiamo dando la possibilità anche a te che stai parlando in diretta per difendere la tua assistita e quindi, questo per precisare, per spiegare insomma anche…”.

Avvocato: “A me non pare che si sia usato molto spesso il condizionale, perché se si definisce una persona come “quell’essere che anziché fare l’infermiera faceva tutt’altro”, io non penso proprio che sia l’uso di un condizionale. Voi avete dato per scontato, come voi tanti altri giornalisti, tanti altri media, avete dato per scontato che la signora è colpevole, confidando proprio sulle certezze della Procura e qui sbagliate, perché la Procura è la prima a non avere certezze, perché questa è un’indagine in corso, ed è vergognoso che con un’indagine in corso – dove ancora le indagini non sono state concluse -, si diano in giro spezzoni ad hoc, scelti ad hoc, delle intercettazioni telefoniche che dovrebbero essere per legge secretate, che vedono estrapolate le frasi prese da un contesto che renderebbe, se letto integralmente, tutta un’altra situazione. Quindi qui addirittura c’è una strumentalizzazione di frasi estrapolate ‘pro domo sua’, per far uscire questa donna un mostro. Questo, mi scusi, ma è veramente vergognoso in uno Stato di Diritto, è proprio quello che io rifiuto con tutte le mie forze!”.

Conduttrice: “Avvocato, scusami, noi mandiamo in onda le intercettazioni che ci vengono fornite e, ripeto, ribadendo il concetto che tu stai, in questo momento davanti a 3 milioni di persone, avendo la possibilità di difendere la tua assistita, appoggiata dal giornalista ospite, cotanto giornalista di Panorama, appoggiata da una vicina di casa che dice che l’infermiera è una brava persona e appoggiata da delle altre testimonianze che se faccio in tempo mando in onda, ribadendo questo concetto io – ripeto -, nel momento in cui viene arrestata una persona e dicono, gli inquirenti, che ci sono evidentemente delle prove, o ci sarà un complotto contro di lei, ma il complotto contro di lei porta lei ad essere arrestata e a essere portata in carcere, tu comprendi, che non so, perché lei e non un’altra infermiera, queste persone sono morte con delle iniezioni eh, le intercettazioni che noi abbiamo mandato in onda sono agli atti. Cioè, io spero che anche tu, avvocato…”.

Avvocato: “È sbagliato anche questo, perché – a parte gli ultimi 4 -, per tutti quegli altri sono semplicemente congetture, congetture che sono state utilizzate per creare 13, 14, 20, 30, quelli che sicuramente diventeranno dopo questa campagna, che sicuramente s’inventeranno tutto per ottenere qualcosa, le posso assicurare le prove di cui lei parla non ci sono, io ho gli atti integrali, quelli svolti fino adesso, voi non li avete. Va bene l’informazione, ma un po’ di rispetto per questa persona forse sarebbe il caso che iniziaste tutti ad adottarlo, con un po’ di cautela. Va bene la cautela, va bene l’informazione, ma qui si sta parlando di reati che sono puniti con l’ergastolo e che se fossimo negli Stati Uniti sarebbero puniti con la pena di morte. Quindi cautela di fronte a zero prove, a zero indizi, con più versioni discordanti e questo glielo posso assicurare perché io ho gli atti integrali.

Conduttrice: “Avvocato, tu fai molto bene il tuo lavoro e mi piacerebbe moltissimo avere un avvocato così nella mia vita, semmai ne avessi bisogno, però ci sono delle famiglie che – nonostante tu dica che non è così -, ci sono delle famiglie che hanno tutto il diritto di sapere qual è la verità. Per ora la tua assistita è in galera, (pur con tutte le ragioni del mondo) e ripeto, ripeto, siamo qui a difenderla, stiamo difendendo lei, stiamo difendendo l’infermiera, voglio dire che…”

Avvocato: “Guardi, forse non ha capito, la verità la voglio anch’io, le posso assicurare che sto lavorando per raggiungerla. Ma da qui a cercare la verità ad averla già trovata, io credo, ci sia una bella differenza”.

Conduttrice: “Nessuno ha mai detto che è stata trovata la verità, avvocato, scusami eh, ma a me, mettermi in polemica con te, dopo che ti ho dato anche la possibilità di difendere, ti sto tendendo la mano per difendere la tua assistita, mi sembra proprio fuori luogo che tu mi dica anche questo”.

Avvocato: “No, io non lo sto dicendo, apprezzo il tentativo di difenderla, ma io sto dicendo che fino a oggi, fino a che non sono uscite tutte le incertezze da parte degli inquirenti, l’avevate già massacrata e l’avevate già qualificata come colpevole. Non mi dica di no, perché, guardi, – per puro caso perché ero sul canale- ho assistito a una parte della trasmissione del 31 marzo e sono rimasta veramente, veramente, perplessa di fronte a questo tipo di informazione”.

Conduttrice: “ Vabbè, guarda, avvocato, ripeto, avvocato, non mi va di mettermi in polemica con te”.

Avvocato: “Nemmeno a me, nemmeno a me piace, perché, guardi, il mio lavoro la polemica la esclude, io lavoro sui dati, sulle certezze dei dati oggettivi, e lo ribadisco, la signora Bonino è innocente”.

Conduttrice: “Io sarei molto felice per la signora Bonino, per i figli – perché so che ha dei figli – e per il marito della signora Bonino che ribadisco, ribadisco per l’ennesima volta che siamo qui a dare la possibilità – andando contro, tra virgolette, alla Procura e agli inquirenti che la tengono dentro -, la possibilità di difenderla, di difendere questa donna. L’unica cosa che ho detto il primo giorno “quest’essere che dovrebbe fare l’infermiera”, perché quando arriva la notizia su tutti i giornali che quest’infermiera ha ucciso – perché questo era scritto -, ha ucciso 13/14 persone, per me è un essere, non è un’infermiera, poi siamo qui a difenderla adesso”.

Avvocato: “Al di là di quello che scrivono i giornali è una valutazione tua personale. Dice ho pronunciato questa frase perché sui giornali è scritto che è già colpevole. Io penso che ognuno di noi, prima di uscirsene con delle illazioni di questo tipo, forse, dovrebbe veramente, veramente, avere una conoscenza un pochino più completa di come stanno le cose”.

Conduttrice: “Guarda avvocato – e chiudo la polemica -, io non sono qui a fare la pura giornalista”.

Avvocato: “Non è polemica questa”.

Conduttrice: “Io sono qui ‘di pancia’, ok? E nel momento in cui mi viene data dai giornalisti che lavorano con me e sta su tutte le agenzie una notizia del genere, io ho tutto il diritto di dire “per me questo per il momento è un essere”, proprio perché questo è il mio lavoro, non conduco il Tg, capito? Poi, sono la prima a chiedere ai miei giornalisti “per favore, fate intervenire l’avvocato? Per favore, chiamate ****che è convinto invece che l’infermiera sia innocente?” Io lavoro in questo modo, mi dispiace che lei sia rimasta male per l’altro giorno. Io volevo, “scusami, Tiziana” – che è una sorella della vittima -, perché volente o nolente gli inquirenti hanno chiesto di riesumare otto corpi. Ci sarà un motivo, no, oltretutto? Scusami, avvocato, forse vuole intervenire la sorella della quattordicesima vittima.

Non crediamo in tutta onestà che ci sia altro da aggiungere al pietoso quadro che viene fuori da questo botta e risposta. Se da un lato ci consola che di tanto in tanto qualche voce autorevole venga fuori dal coro ribadendo concetti che andiamo predicando da anni, concetti alla base della democrazia quindi di facile comprensione, non certo equazioni formulate dal dottor David Saltzberg professore di fisica e astronomia alla University of California di Los Angeles, concetti che dovrebbero fare da fondamenta alla società e che dovrebbero essere insiti in ognuno di noi, dettati dall’etica e non da un insegnamento impartitoci a scuola, dall’altro ci deprime il fatto che tali concetti siano alieni alla maggioranza dei nostri concittadini.

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Intervista a Edoardo Mori, ex Giudice

Ringraziamo Edoardo Mori per averci concesso di rispondere alla nostra intervista. Per informazioni biografiche potete visitare il suo interessante sito web:

http://www.earmi.it/autore.htm

 

– Gentilissimo Edoardo Mori, come già anticipato, il nostro blog e il nostro gruppo facebook (https://www.facebook.com/groups/bossettipresuntoinnocente/ ), è nato principalmente per con l’intento di opporsi all’accanimento mediatico operato contro Massimo Bossetti, l’allora indagato e ora imputato per l’omicidio della piccola Yara Gambirasio. Accanimento che ha poi coinvolto intere famiglie, nonché bambini, e che invece di scemare col tempo, ha visto una escalation a tratti aberrante. Sappiamo che per arrivare alla verità è necessario scandagliare la privacy della persona coinvolta, ma lei considera normale e corretto dal punto legislativo il lavoro dei mass media in questo e in altri casi di cronaca giudiziaria? Qual è secondo lei il confine tra “diritto di cronaca” e “gogna mediatica”?

 

E. Mori: Faccio una premessa: il nostro sistema è indegno, viola ogni norma sul segreto istruttorio, sul dovere di riservatezza degli uffici pubblici, sulla privacy, sui diritti umani. Purtroppo però questo disordine e il modo con cui vengono condotte le indagini, bisogna dire che talvolta servono anche ad aiutare chi è stato ingiustamente accusato.
In merito al segreto istruttorio ricordo che l’Italia è totalmente inadempiente alle sentenze della corte di giustizia e ad una direttiva europea specifica che trovate qui: http://www.earmi.it/varie/segreto%20istruttorio.html.
Sulla base della normativa vigente è certo che dagli uffici di polizia e dagli uffici giudiziari non dovrebbe uscire una sola parola sul caso su cui essi indagano; se poi il difensore dell’indagato ritiene utile divulgare certe notizie, se ne assume la responsabilità e deve comunque rispettare la privacy di tutti coloro che non sono indagati. Può dire, ad esempio, che l’imputato aveva un’amante, ma non può certo permettersi di fare il nome di questa persona.
Il diritto di cronaca consiste nel diritto del giornalista di acquisire informazioni sul caso e di pubblicarle; in un sistema in cui queste notizie non arrivano direttamente dagli investigatori, è il giornalista che deve svolgere un’attività di tipo investigativo, può sentire chiunque, ma il limite invalicabile è la privacy di coloro che non consentono che venga fatto il proprio nome. Si deroga a questi principi solo in casi in cui la persona interessata abbia già una sua immagine pubblica come politico, artista, eccetera.
In certi Stati il diritto di parlare pubblicamente di un processo è però più ristretto. Ad esempio è vietato diffondere le immagini delle persone che si vengono a trovare nell’aula di udienza. Negli Stati Uniti, ove il processo viene deciso da una giuria, si adottano mezzi adeguati per evitare che i giurati possono essere troppo influenzati dai media.
– Secondo Lei, per quale motivo, negli ultimi anni, le Procure non aprono fascicoli per le puntuali fughe di notizie che portano gli atti delle indagini (compresi di audio o video di intercettazioni in carcere e interrogatori), ancora coperti dal segreto istruttorio, direttamente sulle scrivanie delle redazioni di Tv e giornali? Per caso non è più reato trafugare gli atti e passarli ai media ancor prima di essere nelle mani dei legali degli indagati?

 

 

E. Mori: L’unico motivo per cui le Procure non indagano sulle fughe di notizie è che poi dovrebbero imputare se stesse e chi ha investigato. Ad esempio, il sistema delle intercettazioni telefoniche era ben regolato fin dall’inizio dal nuovo Codice di Procedura Penale del 1989 ed esse avrebbero dovuto essere rese note alla difesa solo dopo aver eliminato tutte le parti che non erano attinenti all’accusa o alla difesa dell’imputato. Era un lavoro che avrebbe comportato un notevole impegno e non è mai stato fatto, con violazione di precise norme processuali.
– Cosa ne pensa del video preparato a beneficio dei media, ai quali è stato inviato via e-mail, che mostra decine di riprese in cui appare un furgone chiaro, attribuite tutte al furgone di Bossetti, ben sapendo che, forse, una sola di quelle immagini potrebbe corrispondere al furgone dell’imputato? La legge contempla questo tipo di strategie mediatiche?
E. Mori: La procura della Repubblica deve fare le indagini rispettando il segreto istruttorio e non ha e non deve avere nessuna strategia; il suo compito è di far giustizia nel rispetto delle norme di legge e non certo quello di far vedere quanto sono bravi. La procura non deve curarsi affatto di ciò che viene detto sui giornali e in televisione. Come ho già scritto, è stata una scelta disastrosa quella di mettere a dirigere le indagini dei procuratori che non hanno nessuna esperienza in materia e quella di non evitare che tale compito si potesse utilizzare per protagonismo.
– Cosa pensa della questione banca-dati del Dna? Ne esiste una? Il caso Bossetti ha dei legami con questo?
E. Mori: Non esiste nessuna banca del DNA e non abbiamo i soldi per farla!
– Restando nei limiti di ciò che sappiamo da Tv e giornali, pensa che gli indizi (continuiamo a definirli tali perché a nostro avviso è difficile chiamarli prove) a carico di Bossetti sarebbero sufficienti a giustificare una condanna?
E. Mori: Non seguo mai casi in televisione e sui giornali perché ho imparato che è estremamente difficile decidere non avendo tutte le carte in mano e guai a decidere solo su frammenti di informazione. Spesso sono intervenuto su casi famosi, anticipando quasi sempre l’esito del processo, ma ho sempre discusso le prove senza mai permettermi di dire se l’imputato era davvero colpevole o innocente. Nel caso Bosetti avevo immediatamente anticipato i miei dubbi sul valore della prova del DNA, cosa poi confermata, solo capito male da un perito universitario (da non confondere con i periti delle forze di polizia, non sempre muniti di adeguata preparazione scientifica). E credo di non essermi sbagliato di molto perché tutte le altre indagini sono state svolte proprio per trovare una prova che potesse superare la debolezza della prova del DNA.
Mi pare che ormai la questione si sia ridotta a due sole incognite: la prova del DNA e la prova del furgone, entrambe discutibili e discusse; tutte le altre sono chiacchiere o pettegolezzi che non possono avere nessun valore probatorio. Fate bene a parlare sempre solo di indizi perché nel moderno sistema della prova della colpevolezza, le prove di un tempo (confessione, riconoscimento, chiamata in correità) non hanno più valore autonomo ma devono essere sempre inquadrate e spiegate nel quadro generale degli elementi acquisiti.
– Da ciò che abbiamo letto, sembra che per acquisire una parte di materiale, la difesa di un imputato (quindi lo stesso imputato) debba spendere molti soldi. Questo non crea di per sé una differenza di classe sostanziale? Come fa una persona semplice, di disponibilità modeste, ad affrontare spese legali così esose che gli servirebbero ad avere garantita una difesa equa?
E. Mori: Questo è un problema d’ordine generale che non è soltanto italiano. Indubbiamente il problema esiste, ma non è stata ancora trovata una soluzione adeguata. Come minimo, però, dovrebbe essere stato chiaramente stabilito che l’imputato assolto ha il diritto al risarcimento del danno e quindi anche al rimborso dei costi sostenuti per far riconoscere la propria innocenza.
– In diverse sue interviste, lei ha usato parole molto forti per descrivere il funzionamento della Giustizia, ragion per cui ha deciso di lasciare la toga prima del tempo. Ne riporto un passaggio «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm (fonte: http://www.ilgiornale.it/news/e-giudice-si-tolse-toga-non-sopportavo-pi-l-idiozia-troppi.html ) Lei se n’è andato totalmente rassegnato o pensa sia ancora possibile fare qualcosa? In caso affermativo, che cosa in concreto?
E. Mori: Il testo completo del mio studio sui problemi della giustizia penale lo trovate a questo link http://www.earmi.it/varie/scienze%20forensi.html
non posso che ripetere quello che ho già detto e cioè che non può essere consentito al pubblico ministero, che nel processo è parte come la difesa, di procedere senza nessun controllo e mettere sotto accusa una persona e a trascinarla in un processo con tutti i problemi materiali e morali che ciò comporta. È assolutamente necessario creare un sistema in cui il pubblico ministero indaga come meglio crede e in assoluta segretezza sui casi in cui è necessario indagare; però, prima di poter elevare un’accusa, e quindi compiere un atto che può essere devastante per l’accusato, prima di trasformare le sue indagini in una istruttoria penale, deve presentare le sue prove ad un organo speciale composto da giudici, meglio se non dello stesso ufficio (potrebbe essere individuato nel cosiddetto tribunale della libertà, con alcune migliorie) il quale lo autorizza o meno a procedere. Se non lo autorizza il caso rimane segreto e il pm ha la scelta fra chiudere le sue carte in un cassetto o fare appello, sempre nel rispetto del segreto istruttorio.

Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno

“Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”

(Prof. Guglielmo Gulotta)
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In queste pagine ho parlato spesso di processi mediatici e di tutto ciò che suole denominarsi, con un simpatico neologismo, “brunovespismo”. E in effetti, ai fini di questo articolo, non c’è termine più adatto di “brunovespismo”, poiché è giunto il momento di parlare della puntata di Porta a Porta andata in onda in data 2 ottobre. Siamo in tempi di austerity, è cosa nota, ma non credevo che le nuove politiche economiche avrebbero toccato perfino i principi dello Stato di diritto. Invece, pare sia proprio così; si sa che a pensar male si fa peccato ma, come si suole aggiungere, spesso ci si azzecca, e alla luce della disparità di trattamento osservata in alcune trasmissioni televisive, verrebbe da pensare che la giustizia dei tribunali mediatici abbia fissato un’imposta anche sulla presunzione di innocenza. Un’imposta a scaglioni, come l’Irpef, ma regressiva: paga di più chi ha meno. Così, ci sono i “dottor Stasi” e i “muratori”: per i primi si fa sfoggio di un sano garantismo, per i secondi si perviene a condanne di piazza sulla base di “prove” immaginarie sbandierando tesi colpevoliste e perfino scientificamente inesatte come se non ci fosse un domani. Avevo già notato queste palesi disparità di trattamento in altre trasmissioni, ma mi permetto di evidenziarle oggi per un semplice motivo: vorrei infatti dire, pubblicamente, che finché davanti alla giustizia televisiva ci saranno i “dottor Stasi” e i “muratori”, mi sentirò pienamente legittimata a considerarla espressione di una società malata. Nulla di personale nei confronti di Alberto Stasi, che ha diritto come tutti ad un equo processo e al contraddittorio, ça va sans dire, ma è avvilente osservare come nel suo caso sia stato riservato un accurato servizio sulla difesa con l’esposizione puntuale delle contestazioni all’accusa, mentre nel caso di Massimo Bossetti tale servizio sia stato un’autentica farsa, nel quale le possibili tesi difensive venivano presentate solo per essere, almeno in apparenza, smontate senza licenza di contraddittorio. E’ bene sottolineare infatti sin dall’inizio che nella summenzionata puntata di Porta a Porta, al fine di affrontare il caso Bossetti, Bruno Vespa, forse dimenticando che il contraddittorio è uno dei principi fondanti di ogni democrazia, ha avuto la brillante idea di invitare in studio quattro volti noti (Barbara Benedettelli, Roberta Bruzzone, Simonetta Matone e Andrea Biavardi) e notoriamente colpevolisti. Il contraddittorio avrebbe forse dovuto essere dato dall’unico garantista, tra l’altro ampiamente penalizzato dal collegamento esterno, il Prof. Guglielmo Gulotta, encomiabile per i suoi interventi, ma sistematicamente interrotto senza ritegno. In una trasmissione a sfondo religioso in una teocrazia islamica il confronto sarebbe stato sicuramente maggiore. Il Prof. Gulotta, nonostante le innumerevoli interruzioni, ha detto una frase che mi ha colpita, e che ho segnalato in incipit: “Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”. E non avrebbe potuto usare termine più adeguato di “ridicola” per definire la caciara di affermazioni che sono state fatte, non in una discussione tra amici, vale la pena di sottolinearlo, ma in una trasmissione mandata in onda dal Servizio Pubblico pagato dai contribuenti. Potrei esordire, a titolo d’esempio, richiamando l’attenzione sul fatto che il signor Biavardi abbia dato prova di “conoscere” una relazione dei RIS diversa dalla relazione dei RIS, oppure dalle fini esternazioni della Dott.ssa Bruzzone, che riferendosi alla signora Ester Arzuffi, ed in particolare al fatto che la signora nega il contatto sessuale con Guerinoni, ha affermato che questo sarebbe il secondo caso di Immacolata Concezione. In queste pagine mi sono sempre guardata bene dal porre l’accento sulle questioni relative ai rapporti di filiazione, se non altro perché trattasi di qualcosa che non ha nulla a che vedere con le indagini, posto che il “problema” di Massimo Bossetti non è quello di essere o meno figlio di Giuseppe Guerinoni, ma la corrispondenza con la traccia biologica di “Ignoto1”, tuttavia ho voluto sottolineare questo passaggio perché da tempo non mi capitava di imbattermi in cotanta empatia nei confronti di una donna il cui figlio è in carcere da quasi quattro mesi con un’accusa infamante (e a sostegno della quale non ci sono prove), mentre il marito è malato terminale. Per il resto, chi sia il padre dei figli della signora Arzuffi, è qualcosa che non mi interessa, e che non dovrebbe interessare neppure al resto degli Italiani, anche se la cosa pare solleticare la pruderie del popolino, che dimostra, ahimè, come non sia cambiato proprio nulla rispetto all’Italietta che nel ’68 condannava per “plagio” il Prof. Braibanti, “reo”, di fatto, di essere omosessuale. A beneficio dei posteri inserisco comunque un link con le interessanti parole affidate, in data 20 giugno, dalla stessa Dott.ssa Bruzzone a Io Donna, che offrono un interessante spaccato sulla tendenza, tutta italiana, a balzare da un carro all’altro con estrema facilità: http://www.iodonna.it/attualita/primo-piano/2014/yara_bruzzone_intervista-402147644485.shtml. E’ difficile capire cosa sia cambiato dal 20 giugno ai giorni immediatamente successivi per causare nella criminologa un’inversione a U di questa portata, ma a tal proposito mi si potrà dire che cambiare opinione su un determinato argomento è una libera scelta individuale. Concordo pienamente su questo, decisamente meno su altri aspetti: se infatti dobbiamo rendere conto del fatto che, come ormai tutti dicono, “la scienza non mente”, diviene meno chiaro come sia possibile che, nel cambiare idea, nel susseguirsi di dichiarazioni una traccia biologica “esigua e di origine non accertata” si trasformi in una traccia biologica “abbondante ed ematica”, la qual cosa ricorda un po’ la barzelletta del papà di Pierino, che dopo essere andato a pesca torna a casa con un pesce che “si allunga di qualche cm ogni volta che ne parla”. Ironia a parte, non riprendo le considerazioni sul fatto che la traccia fosse notoriamente esigua, deteriorata e di natura non accertabile: basta scorrere i precedenti articoli per trovare dei riferimenti, tratti non da opinionisti, ma dalla documentazione e dalle parole degli stessi che hanno svolto le analisi. Sulla natura non accertabile della traccia mi limito ad inserire uno stralcio della relazione dei RIS: ” (…) Tale evidenza rende di per sè non agevole la diagnosi dei singoli contributi biologici all’interno di una mistura prodotta da più soggetti; può talvolta risultare utile, in casi del genere, un approccio deduttivo, per esclusione di esiti oggettivamente verificati (es. negatività a determinati test), ma mancherebbe comunque il legame univoco: profilo dell’unico donatore — diagnosi della traccia” e questo perché nessuno dei test diagnostici “prescinde dalla integrità della struttura molecolare delle proteine che costituiscono i marcatori “bersaglio” della maggior parte di tali saggi diagnostici (emoglobina, PSA, semenogelina, ecc.)”. Mi preme di più, però, concentrarmi sulle altre considerazioni in ambito di genetica forense fatte dalla Dott.ssa Bruzzone, che genetista non è, quindi, non essendo genetista neppure io, direi che partiamo ad armi pari. Se la Dott.ssa Bruzzone vuole dunque affermare nella radiotelevisione pubblica che la traccia è “coeva” all’omicidio e che “non può essere esito di trasferimento secondario” perché in quel caso non avrebbe potuto restituire un profilo completo, a rigor di logica dovrebbe perlomeno citare degli studi scientifici che avvalorino le sue affermazioni, non da ultimo perché non stiamo parlando di questioni mondane, trucco e parrucco, ma stiamo sentenziando contro un uomo incensurato a carico del quale ci sono indizi che potremmo definire immaginari. Dal momento che non lo fa, di fronte al nuovo spettacolo del “diritto alla rovescia” e dell’onere della prova capovolto, mi prendo però la briga di citarli io, gli studi, che ben lungi dall’avvalorare alcunché smentiscono le sue affermazioni. Che il DNA non sia databile, a meno che la Bruzzone non abbia fatto la scoperta scientifica del secolo, lo sanno tutti e lo abbiamo ripetuto più volte: basta leggere qualsiasi testo di genetica per appurarlo. L’unica soluzione che trovo per ribadirlo, a questo punto, è inserire le parole a caratteri cubitali che si possono leggere sul sito dell’Associazione Identificazioni Forensi – A.I.Fo. AIFO Richiamo anche l’attenzione sul fatto che è la stessa relazione dei RIS ad affermare che non esiste ad oggi alcun metodo che consenta di datare con precisione una traccia. Nel fare riferimento a traccia “non coeva” la relazione dei RIS mirava infatti semplicemente ad escludere che vi fosse stata una contaminazione recente della traccia da parte delle stesse forze dell’ordine e nello specifico “dovute a semplice contatto manuale o ad imprudente approccio al reperto da parte del personale operante senza le cautele che il caso impone”: in quel caso infatti la traccia sarebbe stata probabilmente meno deteriorata. Passiamo alle altre note dolenti. Parto dal presupposto che, come già scrissi come introduzione all’articolo La necessità di cautela nell’uso del test del DNA per evitare la condanna di innocenti, del Prof.Michael Naughton, Università di Bristol – Sintesi di Rocco Cerchiara, una contaminazione (che può essere avvenuta in più di una fase) non può essere esclusa. Chiariamoci: nella “ricostruzione” dell’accusa ci sono dei buchi e delle contraddizioni evidenti, che farebbero annichilire in un sol colpo le presunte contraddizioni di Bossetti sui suoi spostamenti di quattro anni prima (sic). Sostenere che il corpo di Yara sia rimasto all’aperto a Chignolo per tre mesi (con la traccia nella parte posteriore del corpo e a contatto con il terreno umido) e che non ci sia stata contaminazione è scientificamente risibile. Non c’è nessuno studio che attesti una possibilità di questo tipo e, al contrario, ci sono studi (citati nell’articolo inserito sopra) che la smentiscono clamorosamente: una traccia ematica a contatto con il terreno (asciutto) non restituisce profili già dopo trenta giorni. Questo senza l’azione ulteriore di acqua, fluidi prodotti dalla decomposizione del cadavere, saprofiti. Se ci si vuole basare sulla scienza, non si possono salvare capra e cavoli: o Yara non è rimasta a Chignolo per tre mesi, o la traccia non era lì sin dall’inizio. Tertium non datur. Ad ogni buon conto, nel ricordare che la piena compatibilità di cui si parla non è propriamente tra Bossetti e la traccia di Ignoto1, ma tra Bossetti e l’amplificazione del DNA di Ignoto1 estratto da una traccia (una apparente sottigliezza che in alcuni casi può rilevare) la cui estrazione è con ogni probabilità non ripetibile in contraddittorio, ai venditori di certezze non posso che consigliare un ottimo testo: Application of Low Copy Number DNA Profiling, Forensic Science Service, Trident Court, Birmingham, UK, del Prof. Peter Gill [1]. Parla dei rischi presenti nel DNA “low copy number”, ossia estremamente esigui e degradati. Il Prof. Gill sottolinea che in questi casi ci sono diverse conseguenze che non possono essere evitate: casi di allelic dropout, cosiddetti “falsi alleli” analizzati, e contaminazioni. Sono gli stessi kit di amplificazione e gli stessi strumenti utilizzati per l’analisi di tracce particolarmente problematiche in quanto esigue e deteriorate ad esporre ai rischi di contaminazione a causa della loro particolare sensibilità. Questo per ricordare, sebbene io non abbia mai propeso particolarmente per dinamiche di questo tipo ed abbia sempre preferito basarmi sull’evidenza che il DNA è trasportabile, come il solo sciorinare certezze assolute sia ridicolo. Meritano di essere riportate le considerazioni finali dello studio del Prof. Gill, quanto mai adatte al nostro caso: “Quando vengono analizzate piccole quantità di DNA, si impongono considerazioni particolari come le seguenti: a) Anche se è stato ottenuto un profilo del DNA, non è possibile identificare il tipo di cellule da cui il DNA ha origine, né è possibile affermare quando sono state depositate le cellule. b) non è possibile fare alcuna conclusione circa il trasferimento e la persistenza del DNA in questo caso. (…) c) Poiché il test del DNA è molto sensibile, non è raro trovare dei commisti. Se le potenziali fonti dei profili di DNA non possono essere identificate, non ne consegue necessariamente che siano pertinenti nel caso di specie, dal momento che il trasferimento di cellule può essere esito di contatto casuale. In effetti, il valore della prova del DNA LCN è diminuito rispetto al DNA convenzionale. Ciò deriva inevitabilmente dalle incertezze relative al metodo di trasferimento di DNA su una superficie e dalle incertezze relative al quando il DNA è stato trasferito. Si sottolinea che la rilevanza della prova del DNA in un caso può essere valutata solo sulla base di una considerazione simultanea di tutti gli altri elementi di prova diversi dal DNA”. Stando alle conclusioni del Prof. Peter Gill, va da sé che diviene palese il motivo per il quale c’è chi, come la sottoscritta, non riesce a capire per quale ragione Massimo Bossetti sia in carcere: infatti, nel caso di Massimo Bossetti, gli elementi di prova diversi dal DNA semplicemente non esistono, a meno che non si voglia parlare di gossip e dei summenzionati indizi immaginari. Non entro nel merito della problematicità di per sé del processo indiziario, e vado direttamente alla questione indizi, perché in questo caso siamo ben al di là del processo indiziario. Chi segue il caso, ed anche chi segue questo blog, sa che c’è una “querelle” sul valore degli elementi dell’ordinanza, che ho sollevato sin dall’inizio. Il GIP li ritiene indizi perché assumerebbero, a suo dire, rilievo “in una valutazione globale” e non valutati singolarmente. Il nocciolo della questione è che gli indizi, per essere tali, non possono essere corbellerie di per sé insignificanti unite tra loro: certo, deve procedersi ad una valutazione globale, ma prima gli indizi devono già essere indizi. E quelli “a carico” di Massimo Bossetti, per giunta anche smontabili in altro modo (nel caso in cui fossero indizi), non sono indizi, perché del tutto carenti di univocità. L’esempio più eclatante è quello delle celle telefoniche: quale univocità può avere l’aggancio di una cella telefonica compatibile con la propria abitazione? Messa in questi termini, la questione delle celle telefoniche di per sé è neutra, perché non è univoca, nel senso che è passibile di plurime interpretazioni che, fuor di retorica e mistificazioni, in mano all’accusa non lasciano davvero un bel nulla. Questo anche senza aggiungere la discrasia cronologica evidente (di oltre un’ora) nell’aggancio della medesima cella telefonica da parte di Yara, ed anche senza aggiungere il fatto (guarda caso omesso nell’ordinanza di custodia cautelare), già trapelato dalle fonti giornalistiche dell’epoca e ora provato dai tabulati Vodafone, che l’ultima cella telefonica agganciata da Yara non è, come riportato nell’ordinanza, quella di Mapello alle ore 18,49, ma quella di Brembate alle 18,55. Partiamo da una considerazione: la distanza in linea retta tra Mapello e Brembate di Sopra è 2.72 km, ma la distanza di guida è 4.7 km. In auto, ci vogliono 10 minuti circa per andare da Brembate a Mapello. Alle 18,44 Yara aggancia (per la seconda volta) la cella telefonica di Ponte S. Pietro, compatibile con il cortile della palestra. Se per spostarsi da Brembate a Mapello ci vogliono dieci minuti in auto, e se Yara alle 18,44 era ancora in un’area compatibile con il cortile della palestra dal quale ha agganciato la cella di Ponte S. Pietro, come poteva trovarsi a Mapello alle 18,49, dopo solo 5 minuti? Quindi, se davvero Yara fosse stata a Mapello alle 18,49, non solo il tragitto in auto sarebbe durato la metà del tempo medio necessario, ma in questi 5 minuti dovrebbe collocarsi anche il rapimento o il “convincimento” della ragazza teso a farla salire sull’auto di uno sconosciuto. Ma il problema più grave resta ciò che manca nell’ordinanza. 18,55, Yara aggancia la cella telefonica di Brembate. E’ di nuovo a Brembate, ancora una volta in tempi inferiori a quelli richiesti? E perché andare avanti e indietro tra i due paesi? L’unico scenario verosimile è che l’aggancio della cella telefonica di Mapello sia stato del tutto “incidentale”, dovuto a sovraccarico della cella miglior servente, e che prima delle 18,55 Yara sia sempre stata a Brembate. Il fatto che l’aggancio della cella di Mapello sia circondato dall’aggancio di celle telefoniche compatibili con l’area di Brembate, induce a pensare che la cella telefonica agganciata incidentalmente sia proprio quella di Mapello alle ore 18,49. In soldoni, le celle telefoniche non sono suggestive del fatto che Yara e Bossetti si trovassero nella stessa area (al di là del fatto che parlare della stessa area in spazi geografici così ridotti ha poco senso), ma dell’esatto opposto. Tale considerazione fa a cadere, a mò di tifone, un intero “indizio”, ma è bene sottolineare che tale indizio già non era tale, come avevo già notato da tempo (vedi La questione delle celle telefoniche: tanto rumore per nulla?). Il grande Prof. Alfredo Gaito, nel suo saggio“La prova penale”, si sofferma estesamente proprio sul fatto che gli indizi debbano prima essere valutati singolarmente ed essere, appunto, indizi. Leggendo questa descrizione risulterà immediatamente evidente che quelli contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare, in virtù dei quali un uomo è in carcere da oltre cento giorni, non sono neppure valutabili come elementi indiziari. Riporto parte del testo: “(…) Per gli indizi sono prefigurati requisiti ulteriori, in mancanza dei quali resta de iure esclusa la legittimazione di un giudizio di colpevolezza. Permangono, per vero, alcune difficoltà ermeneutiche, giacché le qualifiche di gravità, precisione e concordanza non possono essere caratterizzate da un sicuro ed univoco referente; va, comunque, evocato l’insegnamento della giurisprudenza di cassazione, per cui gli indizi: a) sono precisi solo quando sono non generici e non suscettibili di diversa ed antitetica interpretazione e, perciò, non equivoci nonché quando sono considerati certi i relativi elementi indiziari (…); b) sono gravi solo quando sono dotati di un elevato grado di fondatezza e, quindi, di un’elevata intensità persuasiva di ogni singolo strumento gnoseologico indiziario; c) sono concordanti solo quando i loro risultati, basati su singoli elementi indiziari, lungi dal porsi in antitesi con altri dati o elementi certi, confluiscono verso una ricostruzione unitaria del fatto cui si riferiscono. Considerato che la prova indiziaria è ontologicamente (e normativamente) composita, richiedendo l’art. 192 c.p.p. la presenza di una pluralità di indizi, tra di loro precisi e concordanti, e di conseguenza gravi, si impone al giudice di merito di verificare la rispondenza degli elementi conoscitivi acquisiti alla regola di giudizio codificata, mediante un accertamento di routine della sussistenza del requisito della concordanza con tutti gli altri elementi indiziari presenti agli atti, e soprattutto di valutare (id est: non ignorare) la rilevanza delle prove contrarie, al fine di articolare un ragionato giudizio di prevalenza delle une rispetto alle altre, singolarmente e nella loro globalità. A fronte della molteplicità degli indizi, si deve procedere in primo luogo all’esame parcellare di ciascuno di essi, definendolo nei suoi contorni, valutandone la precisione (che è inversamente proporzionale al numero dei collegamenti possibili col fatto da accertare e con ogni altra possibile ipotesi di fatto) nonché la gravità; si deve quindi procedere alla sintesi finale accertando se gli indizi, così esaminati possono essere collegati tutti ad una sola causa o ad un solo effetto e collocati tutti, armonicamente, in un unico contesto dal quale possa per tale via essere desunta l’esistenza o, per converso, l’inesistenza di un fatto. (…) Nella valutazione complessiva, ciascun indizio si somma e si integra con gli altri, onde il limite della valenza di ognuno risulta superato, sicché ove il giudice collochi in un contesto indiziario circostanze che non rispondono ai requisiti normativi, è l’intero quadro indiziario che deve essere riconsiderato, al fine di accertare se la caducazione di taluno degli indizi non determini il venir meno della conclusione finale. Simmetricamente, così come non è dato procedere a scomposizioni di comodo della c.d. costellazione indiziaria per contestare la validità del discorso accertativo, allo stesso tempo non è consentito assemblare risultanze singolarmente imprecise per poi apoditticamente tagliare corto che la complessità degli indizi vale a dimostrare alcunché: stando ancorati all’insegnamento giurisprudenziale collaudato, i singoli indizi devono essere anzitutto precisi; che anzi, valendo la precisione a requisito indefettibile della gravità, è logicamente precluso definire grave un indizio non preciso. Le parole del Prof. Gaito sono sostanzialmente adatte a comprendere i termini del problema. E’ il GIP stesso nell’ordinanza ad ammettere che gli elementi hanno rilevanza solo in una valutazione globale e non isolata. Infatti, singolarmente considerati non sono ontologicamente indizi perché non hanno nessuna univocità. Ne discende che non ci sono indizi “precisi”, e di conseguenza non ci sono indizi “gravi”, e ancora di conseguenza non ci sono “indizi”. La valutazione della prova è sempre una tematica estremamente complessa e, vista l’attinenza con il nome del blog mi permetto di richiamare anche un calzante monito del Prof. Tonini ( Manuale breve di diritto processuale penale, V edizione, Giuffrè 2010): “in questa materia l’aspetto problematico sta nel fatto che, al posto di regole di esperienza ricostruite mediante criteri razionali, il giudice (come ogni persona umana) è portato ad utilizzare, a volte inconsciamente, pregiudizi e luoghi comuni. La storia è piena di esempi in tal senso, a cominciare da quei processi agli untori che sono stati descritti da Alessandro Manzoni”. Appurato per l’ennesima volta che il DNA non è accompagnato da elementi indiziari dotati di sussistenza ontologica, sposterei a questo punto la querelle sull’ultima affermazione della Dott.ssa Bruzzone: a suo parere (parlo di parere, dal momento che non ha citato alcuno studio in grado di avvalorare una simile esternazione) una traccia di DNA esito di trasferimento secondario non restituisce profili completi. Davvero? Sarei curiosa di sapere allora per quale ragione la casistica giudiziaria contempli casi in cui ciò si è verificato, e sarei ancora più curiosa di sapere da dove la Bruzzone abbia tratto questa informazione, dal momento che è sufficiente cercare qualche studio scientifico per appurare l’esatto opposto. Evito scientemente giri di parole, e imposto subito la questione nei termini (sia pure, come abbiamo visto, non avvalorati) più graditi alla Bruzzone e a chi ostenta certezze colpevoliste: la traccia è senza alcun dubbio ematica, la contaminazione è esclusa tout court, il DNA è diventato databile e ci permette di dire che la traccia è stata depositata contestualmente all’omicidio. Ebbene, non è difficile reperire studi che hanno accertato non solo il trasferimento secondario di traccia ematica, ma perfino quello terziario (e più), ricavando sulle superfici finali profili completi, perfino a partire da sangue essiccato su superfici non porose (come il vetro). A titolo di esempio, sul trasferimento terziario: “Il trasferimento di sangue liquido ha dato un profilo genetico completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario sia su substrati di cotone sia su vetro. Il sangue secco ha dato un profilo completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario solo su vetro, ma in misura minore rispetto al sangue liquido. Il DNA da contatto ha prodotto solo un profilo completo sul substrato primario sia su cotone sia su vetro, e le quantità rilevabili al di là dell’evento trasferimento secondario solo su vetro. I nostri risultati contribuiranno ad una migliore comprensione del trasferimento terziario e successivo del DNA, che consentirà una migliore valutazione della probabilità di scenari alternativi che spieghino perché il DNA di un individuo è stato trovato sulla scena del crimine.” (da Following the transfer of DNA: How far can it go?, da Forensic Science International Genetics Supplement Series 01/2013, V.J. Lehmann, R.J. Mitchell, K.N. Ballantyne, R.A.H. van Oorschot). Ma non spingiamoci al trasferimento terziario, ed occupiamoci di quello secondario, che nel caso in esame a livello giornalistico si è spesso supposto derivare, ad esempio, dall’uso di un’arma del delitto sporca, come un attrezzo da lavoro. C’è uno studio interessantissimo, che inserisco [2] e che a breve inserirò anche in traduzione integrale, Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions (M. Goray et al. / Forensic Science International, 2009) Si tratta di uno studio finalizzato all’analisi dei fattori che possono influenzare il trasferimento secondario del DNA, con particolare riferimento al tipo di sostanza biologica depositata, alla natura del substrato primario e secondario ed al contenuto di umidità della sostanza depositata. Le componenti biologiche utilizzate sono state DNA puro, sangue e saliva, i substrati primari e secondari plastica (non porosa), lana e cotone (porosi), e sono stati provati tre tipi di contatto: contatto passivo, pressione e frizione. I risultati hanno mostrato che il trasferimento secondario risulta influenzato sia dal tipo di substrato primario sia dall’umidità del campione biologico, e che risulta inoltre essere maggiore in caso di frizione/attrito. Sebbene le tre diverse fonti biologiche testate (DNA puro, saliva e sangue) abbiano viscosità diverse, non sono emerse fra loro differenze importanti nella quantità di trasferimento secondario, cosa che spinge ad ipotizzare che materiali biologici diversi, come sperma, lacrime e urine produrrebbero risultati simili. Nel caso di campioni umidi il substrato ha mostrato un forte impatto sulla percentuale di trasferimento, maggiormente agevolato dalla plastica (non porosa) come substrato primario e dal cotone (poroso) come substrato secondario, fino a tassi di trasferimento, per il sangue fresco, del 97% del materiale iniziale nel caso di frizionamento.

Mgor

Ipotizzando uno scenario come il trasferimento secondario a mezzo arma, il substrato primario sarebbe non poroso (arma), il substrato secondario poroso (indumenti), e la modalità di trasferimento frizione/attrito: condizioni che, come abbiamo visto, sono proprio quelle che sperimentalmente agevolano il trasferimento secondario di traccia ematica. C’è da introdurre una variabile: il sangue su un’arma sporca non sarebbe liquido ma essiccato, anche se verosimilmente potrebbe reidratarsi, almeno in parte, venendo a contatto con il sangue fresco della vittima, in quantità intuibilmente ben maggiore. Comunque, voglio spingermi fino in fondo nel prendere per buone tutte le tesi sciorinate nei salotti televisivi da persone che sentenziano senza citare studi, e allora parliamo di sangue essiccato tout court senza tener conto della possibile reidratazione. Il grafico parla da sé: in condizioni di frizionamento/attrito il trasferimento secondario del sangue secco da substrato primario non poroso (plastica) a substrato secondario poroso (cotone) è del 16,1%, una percentuale certo non paragonabile a quella del sangue fresco, ma che permette comunque senza nessun dubbio di trovare una quantità ancora considerevole di materiale biologico sulla superficie finale, certamente idonea ad estrarre un profilo completo (che ormai si ricava perfino da un paio di cellule!).

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Detto ciò, si consideri semplicemente che 1 ml di sangue contiene ben 20.000 ng di DNA, e che è possibile ottenere un profilo da un solo nanogrammo di DNA. Basta fare qualche calcolo per inferire come un trasferimento a mezzo arma possa lasciare sulla superficie finale anche più di quanto necessario all’estrazione di un profilo. Il mio campo (proprio come quello della Dott.ssa Bruzzone) non è la scienza, quindi trovo doveroso citare studi a sostegno delle mie affermazioni anziché presentare opinioni personali come verità assodate, anche se vorrei sottolineare che in casa mia esiste un principio, che gli antichi romani erano soliti compendiare nei termini “affirmanti incumbit probatio”: la prova spetta a chi afferma. Non dovrei essere io a citare degli studi, ma gli studi dovrebbero essere citati da chi, nel Servizio Pubblico pagato dai contribuenti, fa affermazioni in contrasto con i principi costituzionali, come il diritto alla presunzione di innocenza e, a quanto pare, anche con la tanto decantata scienza. Nel cercare una giustificazione alla legge ed agli ordinamenti stessi, la filosofia del diritto avanza diverse ipotesi con altrettanti principi. Uno di questi è la coerenza, ossia la capacità di applicare a se stessi le norme che si vorrebbero imporre agli altri. Ebbene, se si vuole che per Massimo Bossetti la scienza non menta, allora non deve mentire per nessuno: neanche per chi nei saloni televisivi si erge a giudice di un uomo da quasi quattro mesi protesta la propria innocenza mentre è in carcere sulla base di un quadro probatorio di per sé nullo e di un quadro indiziario insussistente. Non posso che concludere con una bellissima citazione di Richard P. Feynman che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che è proprio la scienza a nutrirsi di dubbi piuttosto che di certezze: chissà che queste parole non possano ancora insegnare qualcosa e restituirci una parvenza di civiltà. “Questa libertà di dubitare è fondamentale nella scienza e, credo, in altri campi. C’è voluta una lotta di secoli per conquistarci il diritto al dubbio, all’incertezza: vorrei che non ce ne dimenticassimo e non lasciassimo pian piano cadere la cosa. Come scienziato, conosco il grande pregio di una soddisfacente filosofia dell’ignoranza, e so che una tale filosofia rende possibile il progresso, frutto della libertà di pensiero”. Alessandra Pilloni

Bibliografia: 1-Application of Low Copy Number DNA Profiling, Prof. Peter Gill: lcn dna article gill 2- Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, M. Goray et al. : Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions

La caccia alle streghe e il monito di Beccaria dimenticato (riflessione di Laura)

“Nella terminologia moderna, per estensione, con “caccia alle streghe” si indicano fenomeni persecutori di determinate categorie di persone basati sul fanatismo ideologico e su un presunto pericolo sociale atto a scatenare il panico, per cui si giunge a negare i normali diritti di difesa agli accusati e ad avere scarsa considerazione della loro reale colpevolezza o innocenza, come nel caso del Maccartismo negli anni cinquanta del Novecento negli Stati Uniti.”

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Il termine Maccartismo, entrato in uso come termine generale per i fenomeni di pressioni di massa, persecuzioni, e schedature utilizzati per instillare il conformismo con il credo politico prevalente, porta con sé una connotazione di accusa falsa, addirittura isterica, e d’attacco governativo alle minoranze politiche, ma in senso ancora più lato può adattarsi benissimo al nostro caso.

Premetto che il signor Massimo, circondato da belle donne dagli occhi di ghiaccio e dai corpi sinuosi, promiscue, accattivanti e bugiarde, ritratto in foto con quel suo sguardo freddo e a dir poco inquietante, su uno sfondo rosso fuoco come il tappeto che sua madre era usa sbandierare in gioventù prima di ogni sabba, circondato da animali tra cui un odiosissimo gatto nero, ce ne ha messo del suo nell’ostentare la sua palese fratellanza con il signore delle tenebre.

Non me ne voglia il sig. Massimo, ovviamente scherzo, ma non mi meraviglierei se in quel di Bergamo venissero rinvenute copie del Malleus Maleficarum, il capolavoro dei due monaci domenicani  Heinrich Kramer e Johann Sprenger  su come imbastire un ingiusto processo divenuto il manuale investigativo della Santa Inquisizione.

Negli ultimi anni, sempre più spesso, ahimè, ho sentito puzza di Medioevo nell’ambito di molti processi penali e devo riconoscere che il dottor Saverio Fortunato, il quale non me ne voglia cito liberamente, è sin troppo buono nell’auspicare la terzietà del giudice giudicante.
La realtà dei fatti, condanne alla mano, smentisce almeno in parte la sua visione, già di per sé catastrofica, della moderna giustizia la quale, incostituzionalmente e a cuor leggero, miete vittime al pari della peste nera.
Gran parte dei processi penali in Italia versa in condizioni drammatiche e queste ultime non vanno a toccare solo chi rimane intrappolato nelle trame oscure di una Giustizia cieca ma intere famiglie e chi come noi decide di non accettare questo modus operandi.

“Fatta salva l’opera del giudice giudicante, che per fortuna nel complesso si salva e garantisce la terzietà, molti processi penali attuali, invece, sotto il profilo del giudice inquirente, sono generati da un’Investigazione la cui metodologia inquisitoria o peritale, sembra avere origine antropologica nel Manuale per l’Ingiusto-Processo, il Malleus Maleficarum.”

Il punto più triste dell’analisi del professore, affrontata con grande senso critico a sua volta dettato dalla profonda amarezza che destano questi casi di cronaca sempre più frequenti, è che tortura fisica a parte, agli inquisitori moderni è permesso tutto poiché è palese che partano sin dal principio dall’assunto che il sospettato sia certamente colpevole oltre ogni ragionevole dubbio.
Questa presunzione cancerogena consente il “salto di qualità” del sospettato che assume le caratteristiche del condannato molto prima che tre gradi di giudizio abbiano avuto luogo.

“Il reo deve accusarsi da solo e se non lo fa volontariamente, qualsiasi mezzo è lecito”

I fantasiosi metodi di tortura fisica sono stati sostituiti dai più cervellotici metodi di tortura psicologica.
La musica di sottofondo è comunque sempre la stessa di 600 anni fa, opera dello stesso menestrello.
La colpevolezza del sospettato viene dedotta da qualsiasi cosa dica o non dica, a prescindere dal fatto che egli si impegni, ad esempio, a tentare di ricostruire una giornata di quattro anni prima o che dica semplicemente di non ricordare, indipendentemente dal fatto che egli si professi innocente per tutta la durata di una carcerazione preventiva priva delle più elementari motivazioni atte a giustificarla e nonostante il fatto che la privacy di un’intera famiglia sia stata violata ed esposta al pubblico ludibrio senza che ve ne fosse un tornaconto dal punto di vista investigativo.

A  questo proposito apro una parentesi. Mi è tornato alla mente un concetto che mi fa piacere condividere perché è calzante con il caso di cui ci occupiamo.
Parto dal presupposto che un indagato ha diritto al rispetto della propria dignità, (così come ha diritto alla difesa ed eventualmente si ritenga di rinviarlo a giudizio, sulla base di prove certe, ad un processo equo); questo già di per sé è un fatto che ha il suo peso e la sua valenza.
Come se questo fosse poca cosa sottolineo il concetto che c’è sicuramente bisogno di trovare, in ogni singola indagine, una sorta di un bilanciamento tra diritti fondamentali quali la privacy, la sicurezza e la libertà di informazione.
Per far sì che i piatti della bilancia restino sempre in perfetto equilibrio, dando ad ognuno di questi diritti il suo giusto spazio, c’è bisogno di un grande senso di responsabilità da parte di tutti gli attori (avvocati,giudici,giornalisti).

Se non bastasse al lettore sapere che un indagato gode di tutti questi diritti allora è bene chiarire che persino ad un condannato passato in giudicato non va negata la possibilità di poter  recuperare un minimo di serenità e di privacy.

“Con la locuzione “diritto all’oblio” si intende, in diritto, una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità, senza particolari motivi, di precedentipregiudizievoli dell’onore di una persona, per tali intendendosi principalmente i precedenti giudiziari di una persona.

In base a questo principio, ad esempio, non è legittimo diffondere dati circa condanne ricevute o comunque altri dati sensibili di analogo argomento, salvo che si tratti di casi particolari ricollegabili a fatti di cronaca ed anche in tali casi la pubblicità del fatto deve essere proporzionata all’importanza dell’evento ed al tempo trascorso dall’accaduto.”

La giurisprudenza ha da tempo affermato che «è riconosciuto un “diritto all’oblio”, cioè il diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all’onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione.

Si tratta quindi del diritto di un individuo ad essere dimenticato, o meglio, a non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronaca.
In sostanza, un individuo che abbia commesso un reato in passato ha il pieno diritto di richiedere che quel reato non venga più divulgato dalla stampa e dagli altri canali di informazione;  questo a condizione che il pubblico sia già stato ampiamente informato sul fatto e che sia trascorso un tempo sufficiente dall’evento, tale da far scemare il pubblico interesse all’informazione per i casi meno eclatanti.
 

Questo principio, alla base di una corretta applicazione dei principi generali del diritto di cronaca, parte dal presupposto che, quando un determinato fatto è stato assimilato e conosciuto da un’intera comunità, cessa di essere utile per l’interesse pubblico: smette di essere oggetto di cronaca e ritorna ad essere fatto privato.

In questo modo, nel momento in cui l’interesse pubblico si affievolisce, fino a scomparire del tutto, si cerca di tutelare la reputazione delle persone coinvolte nel fatto restituendo loro il diritto alla riservatezza: se la lesione personale, per i protagonisti in negativo della vicenda, è inizialmente giustificata dalla necessità di informare il pubblico, non lo è più dopo che la notizia risulta largamente acquisita.

Bisogna guardare tra le pieghe della legge molto più spesso di quanto non si creda ed è per questo che cito il Principio della Pertinenza.

La Legge non è carente dal punto di vista teorico, viene trovata mancante dal punto di vista pratico.

Il diritto di riprodurre fatti negativi, purché veritieri, da parte di organi di stampa ed assimilati trova un limite nel principio della pertinenza:

i fatti possono essere riproposti, anche a distanza di tempo, solo se hanno una stretta relazione con nuovi fatti di cronaca e se vi è un interesse pubblico alla loro diffusione.

Questo principio, pur consapevole di averlo spostato sul sig. Massimo per estensione essendo lui ancora indagato, ci dà la misura della differenza tra la teoria e la pratica in tema di diritti e doveri della stampa come dell’autorità giudiziaria, e non è cosa da poco!

Chiusa questa non breve parentesi ci tengo a scomodare una delle figure più importanti della nostra storia.

Egli, con grande lungimiranza rispetto a come si sarebbe involuto il concetto di Giustizia con l’andare del tempo o forse mosso dalla speranza in un futuro ove tale concetto fosse finalmente ben interpretato alla luce della sua delicatezza, pose l’accento su argomenti che rivivono nello stivale con sempre rinnovata attualità.

Il Beccaria delinea un teorema generale per ben determinare l’utilità della pena.

“Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi”.

Questo vale per la pena da comminare a chi oltre ogni ragionevole dubbio sia stato giudicato colpevole di un delitto.
Ma il Beccaria non si limita a lanciare questo monito, bensì ci mette in guardia dal commettere l’errore più grande nel quale una società che si dice civile non dovrebbe mai incappare.

“Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violati i patti col quale fu accordata. Quale è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia la potestà ad un giudice di dare una pena ad un cittadino, mentre si dubita se sia reo o innocente? Non è nuovo questo dilemma: o il delitto è certo o incerto; se certo, non gli conviene altra pena che la stabilita dalle leggi, ed inutili sono i tormenti, perché inutile è la confessione del reo; se è incerto, è non devesi tormentare un innocente, perché tale è secondo le leggi un uomo i di cui delitti non sono provati.”                     

Suona come la quinta di Beethoven.

Un uomo i cui delitti non siano stati provati è un innocente.
Nessuna pontificazione, idea, ricostruzione logica o convincimento dell’accusa può valere da scusante quando si commina una pena ad un uomo la cui colpevolezza non è stata ancora provata.

Il Beccaria ci fa anche dono di una perla.
Denuncia l’inutilità della tortura da un duplice punto di vista.
Nell’ottica meramente giuridica è pressoché ovvio che  un uomo non può rappresentare sia l’accusatore che l’accusato in quanto nessuno accuserebbe sé stesso a meno che questi non venga sottoposto a patimenti fisici che nella gran parte delle volte sortiscono l’effetto voluto di piegare la volontà ed estorcere la confessione.
Dal punto di vista spirituale il Beccaria supera sé stesso partendo dall’assunto che carnefice e giudice sono esseri umani e quindi soggiacciono alle stesse regole di colui che commette un delitto.
L’infamia commessa non può trovare espiazione morale nelle torture che purgano il fisico poiché non esiste una correlazione tra il dolore fisico e la remissione di un qualsivoglia peccato e,  tutto considerato,  sarebbe paradossale lavare un’infamia commettendone un’altra.
Riguardo all’aspetto “mistico” della tortura non si può non riportare una frase che porta con sé tutto il peso della responsabilità intrinseca nel potere di cui dispone colui che giudica.

“L’infamia è un sentimento non soggetto né alle leggi né alla ragione, ma alla opinione comune. La tortura medesima cagiona una reale infamia a chi ne è la vittima”.

Purtroppo per la giurisprudenza, che rappresenta il biglietto da visita di una società e di una nazione, in Italia, per quanto ci si sia sforzati di uscire dal buio di una cultura fiorita all’ombra delle lampade ad olio e ci si sia messi al passo con l’era dei lumi, essa è rimasta prigioniera del più oscuro periodo storico mai documentato.

Alla tortura fisica è subentrata, mi ripeto, una più sottile violenza psicologica che unita alla privazione della libertà diventa la più crudele delle armi in mano agli inquirenti.
Non da meno che in passato essa risulta però fallace in egual misura poiché questo disumano strumento, al quale si ricorre prima di dimostrare l’effettiva responsabilità dell’imputato, non giova al processo che ne determinerà o meno la colpevolezza, sia perché le persone sensibili potrebbero essere inclini a confessare anche il falso per sfuggire alla pena, sia perché, per la stessa speculare logica, le persone più dure potrebbero essere considerate oneste nel caso dimostrassero una resistenza maggiore alla pressione.

Il regime di terrore durato cinque secoli e dilagato in tutt’Europa con il benestare della Chiesa non cessa di rappresentarci agli occhi del mondo come un triste crisantemo all’occhiello; ha subito varie metamorfosi ma la logica binaria del “o sei colpevole o sei colpevole”  lo ripropone con un’attualità disarmante e preoccupante.

Il professor Saverio Fortunato tratta l’argomento esponendo dei parallelismi tra il passato e il presente che fanno tremare le gambe, raggelare il sangue e svegliare le coscienze.

Li definisce “residui culturali arcaici” che riaffiorano nelle moderne investigazioni e nei processi.

Li ritroviamo lampanti in “quei castelli accusatori che perseguono il reo per ciò che è e non per ciò che fa.”

Li ritroviamo in “quell’Inquirente che s’innamora della propria tesi accusatoria e non riesce a vedere nel reo in ugual peso tanto gli elementi d’innocenza quanto quelli di colpevolezza.”

Li ritroviamo in “tutti quei giudici che in udienza accolgono sempre ad occhi chiusi quanto prodotto dal Pm e sempre con insofferenza quanto prodotto dagli avvocati di parte.”

Li ritroviamo in “quegli assistenti sociali, periti e giudici dei minori, che tolgono i figli ai genitori senza capire che non è la soluzione, ma il problema del problema.”

E ancora li ritroviamo in “ogni errore “scientifico” investigativo o peritale che poi si trasforma in errore o inganno giudiziario e, quindi, in un ingiusto-processo.”

Non me ne voglia il professore se riporto fedelmente le sue parole, mi permetto solo ed esclusivamente perché non ci sarebbe un modo più diretto ed efficace di arrivare al lettore.
Il parallelismo tra le “streghe” che per la loro stessa natura non godevano di diritto alcuno con imputati come il sig. Bossetti regge eccome!
Le streghe si potevano impunemente imprigionare, maltrattare, le si poteva indurre a contraddirsi, le si poteva manipolare e persino uccidere, durante le  inchieste e negli interrogatori.

“La regola che veniva applicata alle prove era semplicissima: qualunque fatto su cui giurassero due o tre testimoni veniva accettato come vero e anche come definitivamente provato. Si faceva largo uso di domande trabocchetto, escogitate allo scopo di raggirare sia il sospettato che il testimone.”

Il processo veniva portato avanti con una conoscenza piuttosto sofisticata della psicologia.
Le tecniche impiegate riflettevano la notevole esperienza acquisita nell’ottenere e nell’estorcere informazioni.
Gli inquisitori sapevano che la mente dell’indagato spesso era il suo peggior nemico, che la paura nasce nella solitudine e nell’isolamento, e che spesso può produrre risultati soddisfacenti quanto la violenza fisica.
Così, la paura della tortura, per citare l’esempio più ovvio, veniva provocata e alimentata fino a che non si trasformava in uno stato talmente parossistico di panico da vanificare la necessità della tortura stessa.
Se l’accusato non confessava subito, gli veniva detto che sarebbe seguito un interrogatorio sotto tortura, però solo dopo un certo periodo di tempo.

In principio, ci spiega il professore, l’inquisitore adoperava la persuasione verbale.

Solo dopo aver tenuto per un lungo periodo l’accusato in uno snervante stato di attesa gli interrogatori cominciavano e le torture fisiche venivano solo minacciate sortendo un effetto così persuasivo da “vanificare la necessità della tortura stessa”.
Inoltre era cosa nota sin da allora che l’uomo fosse un animale sociale e che per questo motivo la solitudine e l’isolamento ne minavano l’integrità mentale più efficacemente di una qualsivoglia tortura fisica.
Erano dei veri e propri psicologi e le  tecniche impiegate riflettevano la notevole esperienza acquisita nell’ottenere e nell’estorcere informazioni.
Gli inquisitori sapevano che “la mente dell’indagato spesso era il suo peggior nemico” e sfruttavano il miraggio di una scarcerazione in cambio di una confessione utilizzando persino tecniche paragonabili all’attuale schema “poliziotto buono, poliziotto cattivo”.

Le vittime delle Sante Inquisizioni furono il larga parte donne, più di trentamila furono le vittime nel giro di centocinquant’anni e questo numero comprende il larga scala anche adolescenti e bambine.

“La Chiesa aveva sempre manifestato una tutt’altro che piccola tendenza alla misoginia e l’operazione contro la stregoneria le fornì un mandato su larga scala per una crociata contro le donne e tutto ciò che era femminile.”

Quello in cui viviamo oggi è un secolo ancora troppo giovane per esprimere giudizi ma quello immediatamente precedente è stato caratterizzato da un repentino progresso, che ci ha permesso un enorme salto in avanti, concentrato in un brevissimo lasso di tempo specialmente se paragonato al  blocco ristagnante dei secoli che lo avevano preceduto.
Il 900 è stato caratterizzato da incisivi cambiamenti per non dire da veri e propri capovolgimenti di tendenze sotto i più svariati aspetti, alcuni dei quali, fortemente positivi. Per quanto riguarda l’emancipazione femminile, da donna, non posso che essere grata a tutte coloro le quali hanno dedicato la vita a combattere affinché noi, donne di oggi, potessimo godere dell’uguaglianza tanto agognata.

Mi rincresce enormemente, nel XXI secolo, assistere inerme a fatti di cronaca come quello che vede protagonista il nostro Sig. Bossetti, in cui si scorge la premura di voler a tutti i costi processare un indagato sulla base di elementi a dir poco problematici.

Questa controversa maniera di amministrare la giustizia non colpisce solo le famiglie delle vittime che non ricevono giustizia, né si limita a distruggere le  famiglie colpite dal “martello delle streghe” bensì genera un’isteria di massa, instillata nelle menti grazie all’appoggio dei media compiacenti, in tutta la Nazione.

Un giusto processo è un atto dovuto in una società civile e per avere un giusto processo bisogna che non vengano meno i diritti basilari di un imputato.
In caso contrario non si può più definire processo, diventa automaticamente un’inquisizione che di santo non ha nulla.

“Perché non s’ era il cavaliere accorto, che ancora combatteva, ed era morto”

I media italiani e i dubbi a targhe alterne: solidarietà alla signora Laura Letizia Bossetti

“Chiamiamo con l’appellativo di “verme” chi assume comportamenti ignobili e meschini nei confronti del prossimo; del resto, pare che i vermi indichino con l’epiteto di “umano” quei loro simili che si comportano allo stesso modo.”
(Giovanni Soriano, Malomondo)

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Articolo scritto a quattro mani con Laura

In genere riserviamo questo spazio virtuale all’analisi di fatti ed elementi relativi alla vicenda mediatico-giudiziaria del signor Massimo Bossetti.
Oggi vorremmo però fare qualcosa di diverso ed occuparci del caso in senso più prettamente umano: abbiamo appreso dai giornali di ieri dell’aggressione subita dalla signora Laura Letizia Bossetti, ricoverata in ospedale dopo essere stata colpita a pugni e calci sulla pancia.
Secondo quanto riportato da Repubblica e altre testate giornalistiche era già stata aggredita due volte, anche se non in modo così violento.

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Esordiamo dunque esprimendo la nostra più profonda e sentita solidarietà alla signora Laura Letizia.

Questa vile aggressione, che ci permettiamo di ritenere e definire espressamente causata da un accanimento mediatico che ha superato ogni decenza nonché dalla continua diffusione di notizie orientate e tendenziose, in completa violazione di presunzione d’innocenza e dignità umana, del codice deontologico della professione dei giornalisti e di ogni basilare regola della società civile, è sintomo di un sistema intero che deve essere cambiato sin dalle fondamenta a partire dall’educazione degli individui.

Disinformazione e meschinità nei confronti di un uomo che ha tutto il diritto di essere considerato innocente fino al terzo grado di giudizio, sono esacerbati dal vil denaro che spinge anche a divulgare notizie false (si pensi alla bufala dei reperti piliferi o alla notizia del “furgone” che, smentita da due mesi, continua ad essere propinata coram populo da alcune testate giornalistiche) pur di vendere qualche copia in più o incrementare lo share, e si estendono perfino alla famiglia, velatamente accusata, in modo surrettizio ma continuo, di “coprire”, in qualche modo che non è dato sapere, Massimo Bossetti.

E’ ormai chiaro a tutti che su una tragedia dai contorni ancora avvolti dal mistero si possa speculare fino a cadere nel ridicolo.
Se così non fosse, ovvero se qualcuno avesse ancora qualche dubbio in merito, basta accostarsi alla prima edicola e sbirciare le oscene copertine e gli esilaranti titoloni a caratteri cubitali di un certo settimanale, che neppure menzioniamo in quanto sarebbe pubblicità gratuita ed immeritata.
Poniamo innanzitutto l’accento sulla differenza di aggettivi usati per qualificare e distinguere il cattivo gusto delle copertine dalla squallida ed esilarante miseria dei contenuti, così ben anticipati dai titoli.
In una casa di cura per depressi cronici, cui gli antidepressivi di ultima generazione non fanno più effetto, un tale giornaletto dovrebbe essere distribuito contestualmente alla terapia serale.
Di certo contribuirebbe alla guarigione di molti pazienti che ormai non credevano ci potesse essere miseria più grande del loro stato d’animo, e perché no, una fragorosa e sana risata potrebbe anche rompere il silenzio notturno del reparto.
Per altri usi cui potrebbe tornare utile rimandiamo alla fantasia del lettore.

Giacché questo blog è visibile a tutti, e chiunque può leggere, vorremmo “approfittare” di questa visibilità per porre ai lettori una domanda.
Quando, settimana dopo settimana, vi imbattete nelle foto oscenamente ritoccate dei malcapitati protagonisti delle fantascientifiche “inchieste” non provate un senso di disgusto?
Ritoccare la somatica e l’esile corpo di una bambina, che aveva un’immagine acqua e sapone, curandosi di truccarla come una donna e di darle un aspetto “ambiguo” ben lontano dalla realtà non depone molto bene per un giornale; se la bambina è una vittima allora il comportamento diviene inqualificabile e degno di segnalazione.

Passi il Sig. Bossetti appollaiato in secondo piano, con la faccia di uno al quale non resta altra scelta che denunciare il solarium per aver regolato male le lampade e passi anche l’avergli irrigidito i tratti del viso per renderlo torvo; noi, sapendo di essere autorizzate a violare il codice deontologico dei giornalisti, avremmo fatto di meglio.
Gli avremmo orientato lo sguardo verso la figura posta in primo piano alternando uno sguardo cùpido ad uno sottomesso e intimorito così da far più presa nei passanti che sfilano davanti alle edicole.

Ma al di là di questo, c’è un fatto davvero sconcertante che ha accompagnato la notizia dell’aggressione alla signora Laura Letizia, ed è la caterva di dubbi e condizionali nei quali alcuni salottieri e pennivendoli nostrani sembrano essersi rifugiati: sarà tutto vero?

Nonostante gli sforzi, non riusciamo proprio a comprendere i condizionali: chissà, se li sarà mica dati da sola i calci sulla pancia?

E si tratta, ahimè, degli stessi personaggi mai colti dal dubbio quando si tratta di condannare in diretta TV un uomo contro il quale non c’è alcuna prova di colpevolezza, ma ogni giorno una corbelleria diversa, ai limiti della vergogna, tra le quali prima o poi verrà annoverato come indizio perfino il fatto che all’epoca il Bossetti fosse vivo e respirasse.

Ed è ben difficile ritenere, sulla scorta della Dott.ssa Maccora che ha disposto la custodia cautelare e rigettato l’istanza di scarcerazione, che un tale “quadro indiziario” acquisti diverso valore se valutato in senso globale: sommando qualche 0, infatti, il risultato finale è sempre e solo 0!

La custodia cautelare, a parere di chi scrive, andrebbe di per sé confinata ad extrema ratio, non sulla carta ma nella realtà, perché è la stessa misura cautelare, spesso, ad alimentare il furore di buona parte delle persone che, ignorando del tutto certe dinamiche (e certe patologie) giudiziarie invalse nel nostro paese, confondono la misura cautelare con una dichiarazione di colpevolezza.

Questa è solo la punta di un iceberg, è la manifestazione esteriore di una patologia mediatico-giudiziaria che ha messo radici ovunque, e che viene esternata nel livore che colpisce in modo sommario e senza cognizione di causa alcuna un indiziato di delitto che si proclama innocente e contro il quale non c’è alcuna prova certa di colpevolezza, è l’epitome di un’ “informazione” che consente di trasformare formiche in elefanti, confondendo un quadro indiziario di per sé debole con delle “prove”, portando alla vigenza di una sorta di “dubio pro culpa” ove se di prove non se ne trovano le si forma sommando il nulla, quasi mille elementi del tutto irrilevanti e privi delle caratteristiche proprie degli indizi messi insieme possano assumere un valore probatorio del quale sono del tutto privi.

Ma se dal linciaggio mediatico si è passati a quello fisico, allora è davvero giunto il momento che qualcuno intervenga, e ci chiediamo, nella fattispecie, dove mai sia finito il Garante della Privacy.

La responsabilità morale dell’accaduto è di quanti da tre mesi stanno imbastendo un processo mediatico ben oltre i limiti della vergogna che disonora l’Italia intera e, non paghi, manifestano poi il coraggio barbaro di farsi affliggere dai dubbi: dubbi che non trovano spazio alcuno, ahimè, quando si tratta di sentenziare in anteprima contro un uomo che da tre mesi grida la propria innocenza, foss’anche necessario, pur di manifestare il proprio forcaiolismo saccente, continuare a ribadire come veritieri elementi già smentiti.

Già nel momento in cui un uomo viene prelevato dal luogo di lavoro e ripreso in manette dalle telecamere, si aizzano le reazioni sconsiderate della folla: ci riferiamo alla sostanziale ineducazione che affligge tutti coloro che, in casi di questo tipo, si appostano fuori dalle questure e urlano all’indagato di turno epiteti irripetibili, considerando forse il processo e l’accertamento dei fatti, o la semplice informazione sugli stessi che dovrebbe precedere l’aprir bocca, un inutile orpello.
E non si tratta di semplice meschinità personale, ma di atteggiamenti socialmente accettati che paiono non ingenerare riprovazione alcuna.

La presunzione di innocenza non è un concetto inventato da chi scrive su questo blog, ma è un principio che trae fondamento dalla Costituzione, prima legge dello Stato, e che mal si concilia con il continuo far trapelare presunte indiscrezioni tagliate ed orientate, lesive della dignità umana nel momento in cui si tratta di notizie inutili ai fini delle indagini e tese solo a mostrare un vero o presunto torbido, ravanando nella vita privata altrui per distruggere moralmente il malcapitato di turno, affidandolo alla macelleria messicana di farabutti che ergendosi a detentori della verità si sentono in diritto di umiliare il prossimo dai propri salotti televisivi e dalle colonne dei propri giornali finanziati dai contribuenti.

Giacché si fa un gran parlare di indagini avvenieristiche, male non sarebbe che al progresso scientifico si accompagnasse quello civile e umano, che non può non passare attraverso i principi cardine dello Stato di Diritto.
In caso contrario, le indagini forensi -ben lungi dal divenire panacea- diventeranno in breve la nuova arma della malagiustizia.

Concludiamo dicendo che i vili autori di questo gesto dovrebbero vergognarsi, e ci auguriamo che la Procura indaghi con la stessa premura con la quale da ben tre mesi presunte indiscrezioni si susseguono su media che definire spazzatura non è affatto un’offesa ma è, al contrario, un generosissimo complimento.

I principi dello Stato di Diritto vanno difesi con le unghie e con i denti, e noi siamo qui proprio per questo, perché a chi grida la propria innocenza, anche a costo di vendere qualche copia in meno, deve essere concesso il beneficio del dubbio.
Un dubbio sempre dimenticato, salvo poi essere ipocritamente chiamato in causa quando di dubitare non c’è alcun bisogno.

Henri Poincaré e la marmellata d’arance: cronistoria di un’arrampicata sugli specchi

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Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore
e i cui pastori sono guide cattive
Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi
i cui saggi sono messi a tacere
Pietà per la nazione che non alza la propria voce
tranne che per lodare i conquistatori
e acclamare i prepotenti come eroi
e che aspira a comandare il mondo
con la forza e la tortura
Pietà per la nazione che non conosce
nessun’altra lingua se non la propria
nessun’altra cultura se non la propria
Pietà per la nazione il cui fiato è danaro
e che dorme il sonno di quelli
con la pancia troppo piena
Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini
che permettono che i propri diritti vengano erosi
e le proprie libertà spazzate via
Patria mia, lacrime di te
dolce terra di libertà!

Lawrence Ferlighetti


Un ringraziamento particolare a Rocco Cerchiara per le preziose osservazioni su movente sessuale e pedofilia.

Pietà: la fallacia è servita, non c’è trucco non c’è inganno!

Non a caso esordisco con i celebri versi di Ferlighetti (spesso erroneamente attribuiti a Pasolini): vorrei farli miei, fermarmi un attimo e invocare pietà.
Pietà per ciò che da quasi tre mesi a questa parte l’opinione pubblica italiana si trova ad ascoltare, pietà per l’imbarazzo che suscita il vedere come un tristissimo caso di cronaca nera si stia vergognosamente trasformando in qualcosa di sempre più simile ad una barzelletta a puntate, pietà per un Paese che ha perduto, in un sol colpo, civiltà, capacità critica e buon senso.

“Una donna viene trovata strangolata e parzialmente bruciata nella sua casa.
Un DNA coincidente con quello del suo ex compagno – che sostiene di non averla vista per diversi mesi – viene isolato nel suo pigiama.
L’uomo afferma che il suo DNA deve essere arrivato attraverso i vestiti o i giocattoli del loro bambino. 
Gli credereste? Continuate a leggere prima di prendere la vostra decisione.”

Con queste parole esordisce un articolo del New Scientist (http://www.newscientist.com/article/mg21328475.000-how-dna-contamination-can-affect-court-cases.html#.VAiCi8V_vzl) pubblicato in data 13 gennaio 2012.

L’articolo prosegue con l’elencazione di alcuni esempi di trasporto del DNA, e si conclude con una considerazione del Prof.Peter Gill, scienziato presso l’Università di Oslo e precedentemente presso il Forensic Science Service del Regno Unito, che afferma:

“Penso che quando abbiamo a che fare con piccole quantità di DNA dobbiamo segnalare che un profilo di DNA corrisponde, ma come e quando sia arrivato lì proprio non lo sappiamo”.

Sebbene l’articolo sia incentrato principalmente sul cosiddetto touch DNA, spesso indicato in Italiano come DNA da contatto, cioè il DNA che viene generalmente lasciato toccando oggetti o persone, che secondo un recente studio dell’Università “La Sapienza” di Roma deriverebbe non -come si credeva- dalle cellule localizzate nello strato più superficiale della pelle per effetto del loro sfaldamento, ma dalle ghiandole sebacee, le considerazioni ivi esposte possono rivelarsi del tutto valide anche per il trasporto di DNA derivante da materiale biologico d’altra natura, passibile di trasferimento secondario.

“Il trasferimento secondario si verifica quando il DNA depositato su un elemento o una persona è, a sua volta, trasferito su un altro oggetto o su un’altra persona, oppure su un punto diverso dello stesso oggetto/persona.
Non c’è stato alcun contatto fisico tra il depositante originale e la superficie finale in cui si trova il profilo del DNA.
Qualsiasi sostanza biologica come sangue, sperma, capelli, saliva e urine
potrebbe essere trasferita in questo modo.”
(da Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, di Mariya Goray, Ece Eken, Robert J. Mitchell, Roland A.H. van Oorschot).

Ancora, nelle conclusioni dello studio del Prof. Michael Naughton, dell’Università di Bristol, “La necessità di cautela nell’uso della prova del DNA per evitare condanne di innocenti”, si legge chiaramente che:

“Il test del DNA non è infallibile e ci sono limiti alla sua applicazione nelle indagini.

Come evidenziato dalla ricerca scientifica e dai casi precedentemente esaminati, ci sono insidie associate alle banche dati del DNA e all’uso di alcune forme di DNA, come LCN, profili di DNA parziali e misti, per condannare i sospettati di crimini.
L’uso di tali mezzi di prova, quindi, deve essere trattato con cautela
al fine di evitare identificazioni errate e condanne di individui innocenti.

Inoltre, il DNA, anche quando porta a identificazioni corrette, è prova attendibile solo di un’associazione con una scena del crimine o una vittima di un crimine.
Non è una prova prima facie di colpevolezza per un reato penale.
Ci può anche essere una spiegazione del perché il DNA di una persona innocente venga trovato sulla scena del crimine.
Infatti, come altre prove, il DNA è facilmente trasportabile, non può essere datato, è suscettibile di contaminazione e può essere mal interpretato.
Nonostante questi profili di fallibilità, investigatori penali e tribunali
sembrano non essere riusciti a prendere coscienze dei difetti intrinseci nelle applicazioni tecniche del DNA mostrate dalla scienza e dai casi giudiziari.

La conclusione generale che si può trarre dalla precedente analisi è che è ben possibile che le persone che sostengono di essere innocenti nonostante la prova del DNA li colleghi ad un reato del quale sono accusate/condannate stiano dicendo la verità.

DNA e banche dati non sono la panacea dell’identificazione criminale come a livello popolare si crede.
La presunzione di innocenza che si afferma sia il cuore di tutte le indagini ed azioni penali impone che di questo si debba tener conto in maniera più
adeguata da parte del sistema di giustizia penale al fine di evitare errori giudiziari.”
(The need for caution in the use of DNA evidence to avoid convicting the innocent, THE INTERNATIONAL JOURNAL OF EVIDENCE & PROOF, 2011).

La vicenda relativa al signor Massimo Bossetti, ai più disillusi, fa tirare un sospiro di sollievo per l’assenza nel nostro Paese di una banca dati del DNA, in quanto da quasi tre mesi buona parte degli Italiani (e non mi riferisco ad un ipotetico idraulico che mentre beve un grappino al bar si lascia andare a qualche avventata considerazione sulla cronaca nera, ma anche ad una nutrita schiera di opinionisti che affollano i nostri salotti televisivi e giornalisti che tanto peso hanno nella formazione della cosiddetta opinione pubblica) sta facendo costante sfoggio di una tanto sconcertante quanto pericolosa disinformazione in materia.

Volendo indulgere a termini espliciti, il 99% degli Italiani sembra cascare a mò di pera cotta dinnanzi alla cosiddetta fallacia dell’accusatore, nota altresì come fallacia del condizionale trasposto, che può essere compendiata in questi termini [1]:

“Se X fosse colpevole
allora N sarebbe molto probabile;
se fosse innocente, allora N sarebbe molto improbabile;
ma si è verificato;
perciò è molto improbabile che X sia innocente,
ovvero è molto probabile che sia colpevole.”

Nel nostro caso, l’esempio concreto diviene “Se il DNA non fosse di Tizio, la probabilità che un’altra persona a caso abbia quei markers genetici è piccolissima, perciò è stato certamente lui”.

Cosa non quadra in questo ragionamento?
E’ semplice: la fallacia dell’accusatore si annida nel confondere la probabilità che il DNA sia di un determinato soggetto (rectius, che possa appartenere ad un altro soggetto su base casuale) con la probabilità che il soggetto sia colpevole.
In parole povere, una probabilità statistica viene attribuita ad una classe di fatti diversa da quella alla quale si riferisce.

L’esempio storico per eccellenza di fallacia dell’accusatore (con tanto di relativo errore giudiziario) è il caso Dreyfus.

L’accusa sostenne che un documento trovato dal controspionaggio francese in un cestino dell’ambasciata tedesca e scritto, per sua stessa ammissione, da Dreyfus, contenesse dei messaggi cifrati, poiché in quel documento le lettere dell’alfabeto comparivano con una frequenza diversa da quella con cui sarebbero comparse nella prosa francese “normale”.
Nel processo del 1894 lo scienziato forense Alphonse Bertillon calcolò la probabilità che quella particolare combinazione di lettere trovata nel documento si fosse prodotta in modo casuale, ossia supponendo che Dreyfus fosse innocente e non avesse scritto alcun messaggio cifrato.
Giacché dai calcoli di Bertillon tale probabilità risultò infinitesimale, si concluse erroneamente, sulla base della fallacia del condizionale trasposto, che dovesse essere infinitesimale anche la probabilità che Dreyfus fosse innocente.

Ma Dreyfus era innocente e la fallacia fu smascherata da Henri Poincaré nel secondo processo d’appello.

Oggi, come già visto in vari articoli precedenti, la fallacia dell’accusatore è tipicamente rilevata nei processi penali in relazione alla prova scientifica, ed in particolare al DNA.

Nel nostro caso, al Tribunale non si è ancora arrivati, e mi auguro non si arrivi, ritenendo personalmente che non vi siano elementi tali da giustificare neppure il rinvio a giudizio dell’attuale indagato, ma i media ci hanno regalato dei clamorosi, e spesso piuttosto imbarazzanti, esempi di fallacia del condizionale trasposto.
Uno dei più evidenti, in quanto colpisce perfino il titolo, è a firma Stefano Zurlo su Il Giornale in data 21 giugno, con evidente confusione della probabilità statistica relativa all’appartenenza del DNA con la probabilità statistica di colpevolezza.

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Poincaré si sarà intuibilmente rivoltato nella tomba più e più volte, in quanto non si tratta di un esempio isolato, anzi: la fallacia ha finito inesorabilmente per colpire anche tanti (troppi) garantisti, che si sono limitati unicamente ad ipotizzare la possibilità di un errore di laboratorio, dimenticando tout court che il DNA di per sé dimostra solo appartenenza e non colpevolezza e che l’onere della prova dovrebbe essere ancora a carico dell’accusa, che ben difficilmente riuscirà a dimostrare che quell’unica traccia, attribuita a Massimo Bossetti, sia indice di colpevolezza, non essendo emerso alcun corollario di indizi univoci a sostegno di tale ipotesi.

Da Poincaré alla marmellata d’arance, ovvero il movente tappabuchi che non c’è

“La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé”.
(Ennio Flaiano, Ombre grigie tratto dall’elzeviro sul Corriere della sera, 13 marzo 1969)

In data 19 giugno, sui polverosi scaffali della cancelleria di un Tribunale, con il deposito dell’ordinanza di non convalida del fermo e disposizione di custodia cautelare del GIP Dott.ssa Vincenza Maccora, è stato approssimativamente ed avventatamente impacchettato il destino di un uomo che si dichiara innocente, procedendo al sequestro della sua vita.

I media si sono affrettati, sulla base di una traccia di DNA interpretata come prova di colpevolezza secondo i tipici moduli della fallacia dell’accusatore, a cucire addosso a quest’uomo, papà di tre bambini incensurato e con una vita perfettamente ordinaria, la veste dell’assassino.
Nonostante l’estenuante lavoro di sartoria, però, dopo quasi tre mesi, quell’abito continua ad andargli stretto, e l’inchiesta arranca, aggrappandosi al gossip come ultimo colpo di reni.

Oggi è stato pubblicato su Panorama un articolo di taglio che definirei garantista, sia pure con qualche profilo di ambiguità, giacché ancora una volta, nessuno spiega ai lettori che il DNA è trasportabile e non indica colpevolezza.

Panorama

Vedasi qui: http://news.panorama.it/cronaca/Nessuna-nuova-prova-contro-Bossetti-Lo-si-inchiodi-sul-gossip

Dall’articolo si apprende che la signora Marita resta orfana del primo amante (che pare non esistesse), ma viene ribadito il secondo, in modo piuttosto discutibile: in primis poiché non si capisce da cosa derivi la certezza essendo la parola di questo signore (che a questo punto non so nemmeno se sia certa visto che il primo pare fosse inventato) contro quella della signora Marita, in secondo luogo perché una coerente critica al gossip, almeno in linea teorica, imporrebbe di evitarlo a propria volta.

Però, “Allegria!”, finalmente si è riusciti a dire ciò che io scrissi seduta stante, in data 23 agosto (mi fa fede l’articolo Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (seconda parte)), ossia che, in relazione all’indiscrezione sulla pedopornografia non è stato trovato né materiale pedopornografico né accessi a siti del genere, e che la ricerca su google delle parole “tredicenne” e “sesso”, attribuibile logicamente al figlio tredicenne o al limite ad un genitore che fa una ricerca per aiutare il proprio figlio adolescente ad affrontare un tema delicato, rimandi appunto a risultati google di forum per adolescenti, tra i quali spicca in prima battuta Yahoo Answers, dove sciami di ragazzini alle prese con le prime curiosità sul mondo del sesso pongono le loro domande, e non certo a materiale pedopornografico.
Davvero ci sono volute due settimane per arrivarci, ossia per capire che i siti pedopornografici sono illegali ed oscurati e non si raggiungono sicuramente dai motori di ricerca?
Meglio tardi che mai, dice il proverbio, ma in questo caso il ritardo, giacché si trattava di arrivare all’ovvio, è piuttosto imbarazzante.
Gli Italiani peccano notoriamente di creduloneria, e questa è cosa nota, ma che la “notizia” (senza offesa al concetto di notizia) come fornita da Repubblica fosse un nonsense logico era evidente sin da una prima lettura.

Nonostante questo, ancora ieri su Pomeriggio5, la signora Barbara D’Urso, anziché porsi la legittima domanda sul significato di una simile ricerca su Google in un mondo in cui qualsiasi adulto sa che la pedopornografia è reato e un certo tipo di materiale non si trova sui motori di ricerca e in una famiglia nella quale, guarda caso!, c’è un adolescente di tredici anni (e, guarda caso ancora una volta, la ricerca è stata effettuata proprio nel maggio di quest’anno e non certo nel periodo del delitto), ha preferito la frase ad effetto.
Mica ha cercato la ricetta della marmellata d’arance.

In realtà, si potrebbe malignare che anche se avesse cercato la ricetta della marmellata qualcuno vi avrebbe visto comunque un indizio di colpevolezza: possibile che la signora Marita, essendo una frana in cucina e trascorrendo troppo poco tempo ai fornelli, abbia ingenerato nell’uomo una spinta all’omicidio?
In fondo, non sarebbe certo un’ipotesi più ridicola della maggior parte di quelle sentite finora, dalle sopracciglia ossigenate (al di là dell’irrilevanza palese della questione, è chiaro che trattasi di un semplice schiarimento causato dall’esposizione al sole) alle cene in trattoria.

Il plauso va invece, e sentitamente, a Giangavino Sulas, che nello stesso salottino televisivo, scegliendo vesti impopolari piuttosto esplicite e ben argomentate (nonché coerenti, giacché la sua linea garantista è stata palese sin dall’inizio), ha espressamente dichiarato di essere convinto dell’innocenza di Massimo Bossetti.

Tornando al’articolo di Panorama, comunque, ciò che è apprezzabile è che viene sottolineato in maniera robusta che in due mesi gli inquirenti non hanno trovato un bel nulla e che il gossip è una palese arrampicata sugli specchi, che più passa il tempo più diviene clamorosa.

“Le indagini languono e gli investigatori corrono dietro a corna e mutandine”.

Fin qui ci siamo, e con il passare del tempo quella che all’inizio pareva una mera impressione dei soliti beceri garantisti sta diventando un’evidenza innegabile.

Causa di quello che appare ormai un buco nell’acqua è, a parere di scrive, un’inchiesta che, probabilmente a causa della sua intrinseca difficoltà (cosa della quale, per onestà, è assolutamente necessario dare atto senza se e senza ma), ha seguito direttrici irrituali e rovesciate focalizzandosi per anni su un’unica traccia biologica che non dava certezza alcuna di appartenere all’assassino della piccola Yara.
Quando la traccia è stata finalmente attribuita, dopo anni di mancati riscontri, l’entusiasmo ha avuto la meglio sulla prudenza e si è tratta la fallace conclusione che appartenesse necessariamente all’assassino, ma tale fallacia sta emergendo ora prepotentemente dall’assenza di riscontri probatori/indiziari univoci, giacché è chiaro che né gli elementi contenuti nell’ordinanza (come la cella telefonica di Mapello agganciata da Bossetti che è residente nientemeno che a Mapello) né quelli emersi in seguito e solertemente riportati da salotti televisivi e organi di stampa possano avere un nesso logico ed univoco con l’omicidio, apparendo anzi, spesso, molto problematici o ai limiti del ridicolo.

La stessa ricerca (infruttuosa) di elementi che possano suffragare un presunto movente sessuale è indice di grandi difficoltà a far quadrare i conti.
L’impressione è che si cerchi un movente sessuale come “tappabuchi”, nel senso che non trovando alcun nesso tra Yara e Bossetti, giacché non emerge un movente specifico in virtù del quale un quarantenne senza precedenti potesse avercela con una bambina che neppure conosceva, si è costretti a cercare una sorta di movente passepartout.
Il problema è che i conti non tornano lo stesso.

La scena del crimine non ha nulla che possa far pensare ad un movente sessuale e il sospettato sembra non avere alcuna caratteristica del sex offender.
Come già ribadito in articoli precedenti (in particolare vedasi i primi due punti diTra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).), l’omicidio a sfondo sessuale non è un atto posto in essere da un giorno all’altro da un soggetto clinicamente sano, ma un atto che trae origine da disturbi psichiatrici del soggetto agente e sul quale si “fantastica” per anni, specie nel caso di “predilezione” per vittime appena adolescenti.

Ad oggi, dopo quasi tre mesi di indagini, non risulta che sia saltato fuori nulla che faccia pensare a qualcosa del genere: non una ex che ne abbia raccontato strane abitudini o desideri sessuali, non una donna che abbia detto “quel signor Bossetti mi ha fatto più volte delle proposte/mi ha toccata/mi ha molestata”, non una sola adolescente che abbia detto che lui si fermava con la macchina e la guardava insistentemente o che abbia offerto passaggi o addirittura doni e piccoli favori in cambio di prestazioni sessuali di vario genere, neppure un amico intimo o conoscente che abbia parlato di una certa passione, anche solo occasionale, per le prostitute.

La casistica giudiziaria, in casi analoghi, indica che in tre mesi sarebbero venute fuori parecchie di cose del genere… Se ce ne fossero stati i presupposti.

Dalla perizia dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, citata in alcune sue parti anche nell’ordinanza del GIP, da tempo si sa che Yara è morta di stenti, di freddo, e comunque non dissanguata.
Yara non è morta dissanguata poiché nessuna delle lesioni è stata giudicata letale, nemmeno quella inferta alla gola.
Sulla ragazza non è stato riscontrato alcun segno di violenza sessuale, e il corpo è stato trovato completamente vestito.
Unico particolare, il reggiseno risultava essere slacciato, ma con i lacci “integri e resistenti alla trazione” (dalla relazione agli atti nella parte citata nell’ordinanza del GIP), sui quali non sono state rinvenute impronte di estranei né frammenti di cellule epiteliali.
Ciò rende abbastanza palese che si sia slacciato da solo, come spesso accade a causa di movimenti bruschi, soprattutto nel caso di reggiseni con le coppe preformate e le spalline sottili (come quello indossato da Yara, ripetutamente mostrato in TV).

Per quanto atletica, una tredicenne avrebbe potuto fare ben poco contro un muratore quarantenne determinato a stuprarla e ucciderla e lui, di contro, sarebbe andato fino in fondo o perlomeno avrebbe lasciato una scena del crimine ben differente (vittima nuda o parzialmente nuda, quantomeno leggins e mutande abbassati, sarebbero stati presenti segni di violenza sessuale abbastanza evidenti) e avrebbe ucciso con molta più determinazione: ferite da arma da taglio in numero maggiore e certamente mortali, colpi alla testa più violenti e ripetuti, segni di strangolamento (tipici degli omicidi a sfondo sessuale).

Le evidenze peritali sembrano suggerire che questo omicidio è stato invece commesso da qualcuno che si è trovato in serie difficoltà nel commetterlo, che ha usato il coltello con mano debole e malferma, che non era abbastanza forte e determinato per avere la meglio in breve tempo.

Il quadro dell’omicidio non sembra suggerire neppure uno stupro non riuscito, che avrebbe ingenerato una forte aggressività nell’agente (in casi di questo tipo, la correlazione sesso-aggressività è sempre marcata) in quanto non sembra esserci un overkilling dovuto alla rabbia e alla frustrazione di chi riesce dopo molto sforzo a sopraffare la vittima: in parole povere, in un caso del genere non sarebbero emerse ferite “relativamente superficiali”, ma di tutt’altro tipo.

Il modello bipartito proposto dall’FBI in relazione agli omicidi a sfondo sessuale mostra bene come le differenze siano irreconciliabili.
In tale frangente, si suole distinguere tra omicidio a sfondo sessuale organizzato e disorganizzato: ai due modelli corrispondono due distinti profili di sex offender e differenti caratteristiche della scena del crimine.
Al di là del fatto che il profilo dell’indagato non corrisponde né al sex offender organizzato né a quello disorganizzato, poiché da ciò che sappiamo della sua vita (cioè, “grazie” ai media, tutto) il Bossetti si colloca all’interno di una “media” personale più ordinaria tra i due estremi (sex offender organizzato: soggetto d’intelligenza spiccata, generalmente con famiglia, con livello di istruzione medio-alto, alta estrazione sociale, lavoro di medio-alta qualifica ma con tendenza a frequenti cambiamenti; sex offender disorganizzato: scarsa intelligenza, situazione familiare multiproblematica, basso livello di istruzione, disoccupazione, scarsa cura di sé), ancora una volta è l’analisi della scena criminis a far risultare molto problematica questa pista.
Nel caso di sex offender organizzato la scena criminis è sempre piuttosto chiara, mostra segni di limitazioni della vittima (nastro adesivo, bende, catene, corde, indumenti, manette, bavagli), che viene sottomessa prima di essere uccisa con
mezzi di costrizione  e soprattutto restano evidenti tracce di atti sessuali- che nell’omicidio sessuale organizzato sono sempre presenti e diretti.
L’offender disorganizzato sceglie invece le vittime in modo completamente casuale, tanto che le vittime del sexual offender disorganizzato sono delle vere e proprie “vittime del caso”, mai selezionate, ad esempio, sulla base di età o caratteristiche fisiche: in tal caso sarebbe molto difficile supporre un’ossessione dell’agente per la vittima, e del tutto inutile cercare riscontri in tal senso.
In questi casi, però, l’arma del delitto è di norma lasciata ben in vista nel luogo del delitto, l’attacco è d’impeto, aggressivo, segnato da atti sessuali dopo la morte, anche se spesso manca la penetrazione diretta della vittima (sostituita da penetrazione tramite oggetti).

In questo caso, la scena del crimine non ha lasciato nulla che rimandi ad un omicidio a sfondo sessuale, e la pista non trova alcun riscontro nel profilo personale dell’indagato.

Volendo per forza vedere un movente sessuale, purtroppo, si perdono di vista tutte le altre piste possibili.

Per restare in tema di omicidi a sfondo sessuale e DNA, volendo fare un esempio che mostri platealmente le differenze, si potrebbe citare il caso di Altemio Sanchez, stupratore ed omicida seriale americano che si muoveva nella zona di Buffalo.
Sanchez venne incastrato dal DNA: erano state isolate diverse tracce di sperma sulle vittime, e il suo DNA venne prelevato da alcuni agenti che lo avevano seguito allo scopo in un ristorante nel quale si era recato con la moglie (gli agenti sequestrarono allo scopo bicchieri e posate).
Nel caso di Sanchez, però, non solo le tracce repertate nei luoghi del delitto erano plurime e di natura chiara, ma il DNA fu la verifica finale di un quadro indiziario già molto forte: vi erano fibre, impronte parziali, descrizioni di vittime sopravvissute e di persone che frequentavano i luoghi dei delitti.
Questo per rimarcare come qua non si voglia contestare l’uso della scienza nel processo penale, ma i suoi metodi.
La prova scientifica utilizzata per confermare un quadro già univoco è un ottimo strumento nelle mani degli inquirenti, ma se avulsa da un corollario che possa avvalorarla rischia di essere uno strumento pericoloso per la libertà di individui innocenti.
Se la sorte di un uomo non si decide con un tiro di dadi e si vuole usare la scienza nel processo, la si deve usare cum grano salis, logica ferrea, e freddezza tale da evitare di cadere in comode fallacie.Il trasferimento di DNA secondario (e perfino terziario, in alcuni casi) non è fantasia o cavillo difensivo, ma è scienza, e di questo prima o poi qualcuno dovrà rendere conto alla totalità dell’opinione pubblica che si è vista presentare come prova regina qualcosa che tale non era e che si sta dimostrando unica roccaforte di una colpevolezza data immediatamente per certa, il 16 giugno, senza alcuna possibilità d’appello, e che invece si sta rivelando ogni giorno più insussistente.

L’onere della prova incombe sull’accusa!

PeterGill(estratto da Misleading DNA Evidence: Reasons for Miscarriages of Justice, del Prof.Peter Gill; indica la possibilità di diversi modi di trasferimento del DNA, ed evidenzia come nel DNA non vi sia alcuna informazione utile a identificare la modalità di trasferimento dello stesso).

Sono passati ormai quattro anni dal momento in cui, purtroppo, la piccola Yara ci ha lasciati.
Il bisogno di giustizia è forte, ma non sarà la “giustizia” sommaria a dare a Yara la pace che merita.
Non saranno i gossip sulle lampade solari o le tanto presunte quanto inverificabili ed inutili ai fini delle indagini corna della famiglia Bossetti a garantire giustizia ad una bimba strappata alla sua vita e al suo futuro in modo atroce.
E non sarà neppure il linciaggio mediatico o la condanna di un uomo contro il quale non sta emergendo alcuna prova, che anzi rischia di aggiungere ingiustizia ad ingiustizia e sofferenza a sofferenza.

EcoDiBergamoEntro martedì la difesa di Massimo Bossetti presenterà istanza di scarcerazione.

Nella speculazione giuridica dottrinale, negli ultimi anni, ci si è spesso interrogati sull’eventuale influenza dei media sul processo penale.
Questo blog è nato per invertire la tendenza, cioè per ripristinare uno spazio civile nel quale dare nuovo significato e nuovo valore ai principi dello stato di diritto che i nostri media hanno, in questo caso anche più del solito, abbondantemente calpestato.
In un articolo letto qualche tempo fa sul blog di Massimo Prati, Gilberto Migliorini scriveva, emblematicamente, questa frase:
“Che gli inquirenti non abbiano in mano niente è evidente, salvo per la stampa che si è buttata come al solito sull’osso cercando di rosicchiare tutto quello che si può rosicchiare, cioè centrifugando il niente.”

Ottanta giorni sono sufficienti a valutare la situazione, e a notare come il tempo non abbia fatto altro che confermare questa considerazione.
A carico di Massimo Bossetti non c’è nessun elemento univoco, e dunque, giacché gli indizi per inchiodare una persona alle proprie responsabilità dovrebbero essere univoci, principi di ascendenza illuministica, e non dell’altro ieri, vogliono che l’istanza che verrà presentata dai suoi legali venga accolta.
D’altronde, come già mostrato nell’articolo Ecce homo, ecce mutanda!, i presupposti per la custodia cautelare in carcere sembrano davvero discutibili ed insussistenti.

Un ulteriore passo avanti sarebbe quello di una globale rivalutazione, da parte della Procura, ma anche dei media e dei comuni cittadini, dell’intera vicenda, che potrebbe insegnare davvero tanto.
Una cosa fra tutte: la presunzione di innocenza è una conquista da difendere, ed esiste non come grida di manzoniana memoria affidata alla carta e senza alcun valore concreto, ma perché nei secoli il suo valore si è rivelato imprescindibile affinché la Giustizia possa ancora, a buon diritto, chiamarsi in questo modo.

Alessandra Pilloni


1- Il superamento della fallacia della trasposizione del condizionale attraverso un processo argomentativo–operazionale- congetturale, del Prof. Sergio Novani.

Il re è nudo: siamo tutti Massimo Bossetti

Negli ultimi giorni mi è tornata più volte alla memoria la celebre fiaba di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore.

La fiaba racconta di un imperatore vanitoso abilmente raggirato da due sedicenti tessitori, che giunti in città sostengono di avere a disposizione un meraviglioso tessuto con la peculiarità di essere invisibile agli stolti.
L’imperatore chiama i due truffatori alla sua reggia, chiedendo loro un abito su misura.
Ultimato l’abito, l’imperatore non lo vede, ma non volendo fare la figura dello stolto, finge di vederlo e di essere incantato dalla sua bellezza; stessa cosa fanno i suoi cortigiani, che lodano estasiati la bellezza dell’inesistente abito.
Un bel giorno, l’imperatore decide finalmente di sfilare per le vie della città con il nuovo abito, ed anche i sudditi, pur non vedendo alcunché, si lanciano in lodi sperticate della magnificenza del tessuto.
Questo clima idilliaco viene però repentinamente spezzato da un bimbo, che in tutta la sua innocenza non può fare a meno di esclamare a gran voce: “Il re è nudo!”.

Tuttavia, la beffa sembra non essere tanto questa, quanto il fatto che nonostante tutto l’imperatore continui tronfio ed imperterrito a sfilare in mutande.

Ecco, questa fiaba di Andersen sembra avere una qualche somiglianza con l’atteggiamento mediatico al quale stiamo assistendo da quarantasei giorni a questa parte.

Nel saggio Comunicazione mediatica e processo penale- Quale impatto sul processo e quale squilibrio tra le parti (di Susanna De Nicola, Simona Ingrosso e Riccardo Lombardo), si può leggere una frase tristemente vera: “se sono sempre più diffusi i dubbi circa il funzionamento delle indagini in Italia, l’unica cosa che funziona in realtà sembrerebbe essere la velocità dell’informazione, poco importa della veridicità o meno del messaggio trasmesso.”

Nel saggio in questione viene ben evidenziato come i processi mediatici, che sempre più spesso si instaurano parallelamente ai processi penali, possano avere effetti distorsivi e “divenire uno strumento di pressione a danno del giusto ed equo processo”, svuotando di fatto ogni garanzia costituzionale entro la quale la libertà di informazione in realtà dovrebbe muovere.

Se come egregiamente notato dal Prof.Glauco Giostra i processi mediatici rispondono ad una mera logica dell’apparenza, infatti, non ci si può non domandare quai debbano essere i limiti entro i quali un processo mediatico dovrebbe potersi svolgere.

Nel 1993, l’avvocato Daniel Soulez Larivière, scrisse una lettera a due quotidiani per denunciare la sostanziale impossibilità di difendere gli imputati oggetto di gogne mediatiche: in questi casi, infatti, scrisse Larivière, gli stessi atti giudiziari finivano per essere “pieni di dettagli ininfluenti, ma appetitosi per il pubblico. Sembrava che il problema fosse quello di divertire la gente con scandali assortiti che giravano intorno all’indagine, ma non la riguardavano direttamente. Per chi si trova coinvolto, è come andare contro un muro di cemento armato. L’innocenza magari viene anche dimostrata, ma ormai il danno è fatto”.

Se la giustizia viene generalmente rappresentata come una Dea con una benda che ne copre gli occhi è perché, come scrisse Hanna Arendt, “giudicare impone di non vedere, perché solo chiudendo gli occhi si diventa spettatori imparziali, operazione impossibile in un universo saturo di immagini (spesso ritoccate) come nel nostro”.
Le (sacrosante) parole della Arendt, mostrano molto bene quale sia nei fatti il rischio dei processi mediatici.
E a nulla vale schermarsi dietro la libertà dell’informazione: perché se il Costituente doverosamente la riconosce, è impensabile che nel nome della libertà di informazione si possano calpestare e stuprare a cuor leggero altri diritti fondamentali ed inalienabili garantiti dalla nostra Carta Costituzionale, tra i quali spicca, oltre alla presunzione di innocenza, la dignità umana.

Viepiù che potenzialmente pericolosi e lesivi di alcuni importanti diritti umani per propria intrinseca natura, i processi mediatici incontrollati o per meglio dire i loro attori, sembrano dimenticare, nel caso in questione, che non si sta parlando della prova costume né dei tagli di capelli di tendenza per l’estate 2014, tematiche che possono essere affrontate superficialmente senza rischio alcuno, ma di un uomo incensurato, buon lavoratore e padre di tre bambini che proclama a gran voce la propria totale estraneità ad un atroce delitto del quale è sospettato.

Chi si ostina a ripetere che su quanto viene affermato dai media si può soprassedere in quanto i processi mediatici sono, per fortuna, privi di effetti giuridici, in realtà sbaglia: se è vero che ovviamente il processo mediatico non ha effetti penali diretti, può manifestare indirettamente effetti molto pericolosi, tanto che sull’intricato rapporto che intercorre tra libertà di informazione e diritto alla presunzione di innocenza si è pronunciata a più riprese perfino la Corte di Strasburgo.

Nella sentenza Allenet de Ribemont, che purtroppo ricorda molto il “nostro” caso relativamente ad incaute ed avventate dichiarazioni provenienti da voci istituzionali, la Corte di Strasburgo ha condannato la Francia a risarcire i danni morali e materiali a un cittadino a seguito delle incaute dichiarazioni rese dal Ministro dell’Interno circa la sua responsabilità come mandante per omicidio.
Qualche mese dopo l’uomo è stato scagionato con formula piena da tutti i capi di imputazione.
La Corte di Strasburgo ha affermato che l’informazione da parte degli organi procedenti è protetta dall’art.10 della CEDU, ma tale informazione deve essere resa “con tutta la discrezione e tutto il riserbo che il rispetto della presunzione di innocenza impone”.

Successive pronunce della Corte hanno confermato questa linea, e nel 2003 una Raccomandazione del Consiglio d’Europa ha stabilito che nella diffusione di informazioni relative ai processi penali “opinioni e informazioni relativi a procedimenti penali in corso possono essere veicolati o diffusi attraverso i media solo se questo non arreca pregiudizio alla presunzione di innocenza del sospettato o dell’accusato”.
La Corte di Strasburgo ha inoltre evidenziato che tale principio deve ritenersi valido a dall’esito del processo.

E se qualcuno potrebbe obiettare che le Raccomandazioni non sono atti giuridicamente vincolanti, è pur vero che esse hanno l’obiettivo di invitare i destinatari a seguire un determinato comportamento ritenuto utile per la tutela dei diritti umani, ed è altresì innegabile che la linea giurisprudenziale della Corte di Strasburgo è in perfetta armonia con i nostri principi costituzionali, che pongono la dignità umana al centro del proprio raggio d’azione.

Nel nostro Paese, il primo ad indossare la toga in TV fu Giuliano Ferrara ne L’Istruttoria, nel 1987.
Con il senno di poi si potrebbe esclamare un sentito “Mai lo avesse fatto!”, ed in effetti lo stesso Ferrara, nell’introduzione del libro “Il circo mediatico giudiziario” di Daniel Soulez Larivière, è tornato sulla sua esperienza in questi termini:
“Mi accadde di indossare una toga e di fare una dozzina di processi televisivi.
Ma io scherzavo.
Anzi, credevo di scherzare e ora non mi resta che chiedere perdono. Perché sapete tutti com’è andata a finire: le tv e i giornali la toga l’hanno indossata sul serio.
[…]
Io scherzavo, ma quel travestimento era una grottesca premonizione”.

Come tutti sappiamo, lo scorso 16 giugno abbiamo assistito ad un fermo eseguito in pompa magna con un dispiegamento di forze degno di un’operazione di sicurezza internazionale e seguito dal trionfalistico annuncio via twitter del ministro Angelino Alfano.

Prima di proseguire col discorso è necessario spendere nuovamente qualche parola sulla storia degna di CSI che ha portato a questo fermo.

La corrispondenza del DNA è stata strombazzata ai quattro venti sin dai primi giorni senza approfondire quasi mai la questione: probabilmente la cosa suonava troppo bene così com’era per rischiare di rovinare il tutto con spiegazioni più accurate.

Il 30 luglio, due giorni fa, durante la trasmissione “Estate in Diretta”  la TV di stato (Rai 1) ha dato un esempio molto chiaro di cosa sia un tribunale mediatico.

Si è tornati ancora sulla cella telefonica di Chignolo agganciata il 6 dicembre.
Per quanto mi riguarda si può essere colpevolisti quanto si vuole, ma non si può prendere per il naso il pubblico.
Il 26 novembre sappiamo tutti che Massimo Bossetti aggancia la cella di Mapello, compatibile con la propria abitazione.
Siccome però fa comodo dipingerlo come colpevole, e il re nudo deve continuare la propria sfilata, allora si ipotizza che in realtà non fosse a casa sua, ma vicino alla palestra di Brembate, e che la cella telefonica locale fosse “intasata” cosicché ha agganciato quella di Mapello (che -guarda caso!- è la stessa che copre nientemeno che la sua abitazione).
Questo fatto, in effetti, per quanto singolare nelle sue implicazioni inverse, potrebbe anche essere plausibile.

Cito ad esempio un saggio del Dott. Paolo Reale pubblicato su Digital Forensic:

Da quanto precedentemente descritto, è evidente che l’analisi delle celle si fonda su una valutazione di tipo probabilistico, per cui è fondamentale comprendere quali siano i fattori da tenere in considerazione, per stimare l’affidabilità dei risultati.
Questi fattori possono essere sintetizzati in:
1) la qualità delle mappe disponibili (accuratezza della
modellizzazione del territorio, definizione della
simulazione), che forniscono un’indicazione statistica
della cosiddetta “cella miglior servente”;
2) lo stato effettivo della/e stazione/i base nel periodo di
interesse, incluso il livello di traffico totale gestito: la rete
prevede logiche di instradamento delle chiamate, e di
aggancio delle celle, anche in funzione del carico servito;
3) gli algoritmi utilizzati dalla rete e dai terminali in modo
dinamico per stabilire l’aggancio e lo scambio con le
altre celle;
4) la peculiarità di alcune posizioni geografiche, che per
varie ragioni (posizionamento degli edifici, riflessioni
di segnale etc.) possono far sì che, a dispetto di quanto
rappresentato nella mappa, si possa avere una cella
miglior servente diversa da quella prevista. Questo vale
in particolare negli ambienti indoor;
5) altri fattori specifici ambientali (es. meteorologici).
Tutti i fattori sopra descritti possono influire nel meccanismo di “aggancio” tra cella e terminale, facendo sì che in un dato punto geografico ed in un dato momento la cella
che effettivamente sta servendo il cellulare possa essere differente da quella rappresentata dalla mappa di copertura analizzata.

E’ quindi possibile agganciare una cella telefonica diversa quella “miglior servente”, specie se si tratta di spazi geografici ridotti.
Tuttavia, a questo punto, logica vuole che se è possibile fare un discorso di questo tipo per le celle telefoniche agganciate da Bossetti, un discorso analogo possa essere fatto in relazione a Yara, che aggancia alle ore 18,49 la cella telefonica di Mapello: stante la logica di cui sopra, nulla vieta di pensare a questo punto che l’abbia agganciate da Brembate o da altra zona limitrofa.

Ma soprattutto, è impensabile di poter fare un “taglia e cuci” su misura dei presunti indizi, e dire che se Bossetti il 26 novembre aggancia la cella telefonica di Mapello era a Brembate e non in casa sua, mentre se il 6 dicembre aggancia quella di Chignolo, allora era certamente a Chignolo.
A questo punto, infatti, si potrebbe tranquillamente prospettare che Bossetti abbia agganciato la cella telefonica di Chignolo da Mapello.
Ma soprattutto non si capisce perché dieci giorni dopo la scomparsa di Yara quest’uomo non potesse stare in un paese che confina con il suo: cosa dovrebbe provare questo fatto?
Chiunque viva in piccole realtà geografiche sa bene che non è certo una rarità passare per un paese limitrofo: a questo punto, sono certa che un simile indizio finirebbe per collimare con la quasi totalità della popolazione locale.

[Per un quadro più dettagliato della questione relativa alle celle telefoniche rimando in ogni caso al mio precedente articolo La questione delle celle telefoniche: tanto rumore per nulla?]

Ciò che pare non venga capito con facilità è che avere i media contro non è bello per nessuno.
Essere dentro un carcere, in isolamento, e non poter controbattere a tutte le accuse basate sul nulla che vengono giornalmente spacciate come indizi schiaccianti, è un incubo.
E se i giornali dicono che il tuo cellulare ha agganciato la cella di Mapello dove abiti e per questo ti trovavi non nel tuo paese ma a Brembate, pensi che devi essere pazzo per non capire; se poi dicono che il 6 dicembre hai agganciato la cella telefonica di un paese che confina con il tuo, e che anche questo è un indizio, allora pensi che forse sei l’unica persona sana al mondo e che sono tutti gli altri ad essere pazzi.

Se poi ti viene chiesto cosa hai fatto il 6 dicembre di quattro anni prima, e hai la sfortuna di essere così smemorato da non ricordarlo (come non lo ricorderebbe il resto del mondo), magari provi a dire che potresti essere stato a Chignolo per acquistare del materiale edile, dal momento che eri solito acquistarlo lì: ma il titolare del negozio non ricorda di averti visto il 6 dicembre di quattro anni prima (ancora una volta, come non lo ricorderebbe il resto del mondo, perché nessuno può ricordare chi ha visto un giorno specifico di quattro anni prima), e anche la barista non ti ricorda, quindi è chiaro, secondo i media, che sei inequivocabilmente un assassino.

E di questo non puoi e non devi sorprenderti, perché che tu fossi un assassino era già stato annunciato su Twitter contestualmente al tuo fermo, e a nulla varrà ricordare un triste precedente che il nostro Paese può “vantare”: correva infatti il 1996 quando Oscar Luigi Scalfaro si lasciò andare ad affermazioni di stampo colpevolista sull’allora indagato Marco Dimitri, successivamente assolto con formula piena da tutte le accuse e in tutti i gradi di giudizio per insussistenza del fatto, nonché profumatamente -e doverosamente- risarcito a spese dei contribuenti per 400 giorni di ingiusta detenzione in custodia cautelare.

Se si annoverano inoltre tra gli indizi della tua colpevolezza perfino quelle innocenti sedute al solarium per cancellare i tipici segni della “abbronzatura da muratore”, qualche cena alla trattoria “La Toscanaccia”, e perfino gli “occhi di ghiaccio” dei quali Madre Natura ti ha gentilmente fatto dono, cosa mai potresti ribattere, da semplice operaio senza alcuna nozione in materia, dinnanzi ad un puntiglioso tecnicismo come quello delle celle telefoniche?

Ma siccome, ancora una volta, il re nudo deve continuare la sfilata perché dopo gli annunci in pompa magna fare un passo indietro sarebbe forse troppo imbarazzante, ci si appiglia imperterriti a quella traccia di DNA, sulla quale tanto abbiamo detto e scritto.

Sempre ad Estate in Diretta, il direttore della solita rivista “Giallo”, Biavardi, ha continuato con ostinazione a ripetere che Bossetti ha subito un furto di attrezzi successivamente all’omicidio, la qual cosa dunque smentirebbe la possibilità di trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto.

Davvero?

Ciò che sembra sfuggire è, ancora una volta, il nocciolo della questione: è necessario un furto di attrezzi per motivare la veicolazione del DNA attraverso un’arma del delitto precedentemente contaminata?
Ovviamente no.
O il signor Biavardi ritiene così peregrina l’ipotesi che un muratore possa perdere un taglierino sul luogo di lavoro, cosa tutt’altro che infrequente e per la quale nessuno -ovviamente- sporgerebbe denuncia?
Forse basterebbe semplicemente pensare che la rivista “Giallo” è la stessa che qualche settimana fa ha scritto in copertina, erroneamente, che i colleghi di Bossetti hanno smentito che soffrisse di epistassi, cosa che invece hanno confermato all’unanimità (come si può tranquillamente leggere su tutti gli organi di stampa diversi da Giallo), per farsi un’idea più completa, ma per carità di patria, mi fermo qui: in realtà mi chiedo se l’unico “giallo” non sia il fatto che il settimanale in questione pubblichi notizie prive di riscontro in qualsiasi altro mezzo di informazione, ma trovo che sparare sulla Croce Rossa sia fondamentalmente indice di pochezza, quindi lascio ad altri l’ingrato compito di indagare su questo curioso mistero.

Per par condicio, comunque, dal momento che oltre ai vizi è sempre bene richiamare anche le virtù, è doveroso segnalare, nella summenzionata puntata di Estate in diretta, l’interessante intervento dell’avvocato Ettore Tacchini, che ha doverosamente espresso seri dubbi sul fatto che una traccia di DNA possa essere sufficiente ad una sentenza di condanna, se avulsa da un corollario di altri indizi che, ad oggi, sembrano mancare.

Oggi Estate in diretta ha chiuso i battenti, e vista la sua caratura non molto imparziale (per usare un generoso eufemismo) me ne potrei quasi rallegrare: eppure sarebbe inutile, perché a prescindere da quanto potrà accadere in seguito, il danno è fatto.

L’immagine di Massimo Bossetti come assassino, come “uomo nero”, come mostro, è stata fissata come punto fermo nella coscienza degli Italiani, e quand’anche si arrivasse ad una sentenza assolutoria, per quanto sia triste dirlo, buona parte dell’opinione pubblica continuerebbe a considerare Massimo Bossetti colpevole.

Nel saggio antropologico Capri espiatori di massa del Dott. Osvaldo Duilio Rossi è ben descritto il processo di spersonalizzazione che accompagna la costruzione del mostro mediatico nei casi di cronaca nera: si comincia in modo semplice, destituendo i sospettati di tutti quei titoli personali (Dott., Prof., Sig.) che costituiscono la base delle interazioni sociali, ed indicandoli generalmente per cognome (mentre per le vittime si predilige il nome), e in seguito “i loro passati personali e professionali sono stralciati dall’informazione; solo vaghi accenni aprono uno spiraglio sulla loro storia certa e, invece, tutta l’attenzione viene concentrata sulle ipotesi incerte relative alla malefatta. [… ]
Questa spogliazione potrebbe essere un sistema per istituire il capro espiatorio: non più membri della società perché destituiti dei loro ruoli sociali, i sospettati pubblicati in prima pagina sarebbero pronti per essere accettati come vittime sacrificali; sarebbero allontanati simbolicamente dalla società, pronti per essere precipitati dalla rupe”.

Per questo motivo, trovo assai discutibile l’atteggiamento di coloro che, di fronte alle evidenti incongruenze del caso, non volendo esporsi troppo si schermano dietro un ipocrita “non per difendere Bossetti, ma…”.
Questa frase non significa nulla: se c’è un ma, in uno stato di diritto deve essere fatto valere.
Perché se il “ma” esprime un dubbio, in uno stato di diritto il dubbio si valuta pro reo.
Quindi se io ho dei dubbi non parlo “non per difendere Massimo Bossetti, ma”: se ho dubbi io parlo proprio per difendere Massimo Bossetti.

Nella tesi “IL PROCESSO MASS-MEDIATICO
QUANDO LA COLLETTIVITA’ SI IDENTIFICA
NELLA CRONACA NERA” (Relatore: Dott. Massimo Numa, Candidato Dott. Alessandro Scherillo) si parla ancora di ragionevole dubbio in relazione alla prova scientifica, e si evidenziano alcune problematiche salienti, delle quali cito un passo estremamente evocativo, che nel caso in esame non dovrebbe essere dimenticato:

“Le ricostruzioni perfette rischiano di essere mere utopie.
I giudici che sono maggiormente influenzati dalle varie serie televisive
CSI, RIS, etc trasferiscono sugli esperti della scientifica quello che dovrebbe essere il proprio ruolo; si aspettano che, in sede di processo, la presentazione delle fonti di prova sia seguita da una precisa, assoluta, inconfutabile ricostruzione dei fatti, ancor prima che tutte le altre parti in causa (testimoni, psichiatri, etc) siano state sentite.
Come dice Henri Poincaré “La scienza si fa con i fatti come una casa si fa con i mattoni, ma l’accumulazione dei fatti non è scienza più di quanto un mucchio di mattoni non sia una casa”.
Le serie dedicate alla polizia scientifica hanno un enorme successo, ma
spingono a credere che basti solo un esame del DNA per incastrare i colpevoli.”

La verità è che il DNA non basta, specie se in un’unica traccia esigua e di origine dubbia, specie se in una traccia mista con tutte le sorprese che ne potrebbero derivare (si pensi al clamoroso errore avvenuto negli USA proprio a causa di una traccia mista nel caso Timothy Durham, opportunamente citato sul Messaggero in un editoriale del primo luglio dall’Avv. Pierluigi Porazzi), specie se l’imputato soffre di epistassi e fa un lavoro che lo espone allo smarrimento di oggetto passibili di essere utilizzati come arma del delitto, specie se ci si trova nella plateale assenza di movente e di altri riscontri dotati di logica che spingono a tappare i buchi sguazzando in un gossip di infima lega.

D’altro canto, come evidenziato in un saggio relativo al processo di Perugia (Il processo di Perugia tra conoscenza istintuale e scienza del dubbio) dai Dott. Paolo Tonini e Carlotta Conti, mentre le prove dell’accusa devono vincere il ragionevole dubbio, non è invece necessario che l’ipotesi alternativa proposta “risulti caratterizzata da una probabilità logica al di là del ragionevole dubbio. Proprio in virtù del canone in dubio pro reo è sufficiente che essa appaia “non irragionevolmente ipotizzabile”, sempre con riferimento -s’intende- al caso concreto”.

Nel medesimo saggio si evidenzia come la “conoscenza istintuale”, nel seno del quale nasce il colpevolismo di quella parte dell’opinione pubblica che ne è irrimediabilmente affetta, non conosca il concetto di dubbio, e si configuri sostanzialmente come un meccanismo di difesa psichica tutt’altro che ragionevole.

In conclusione, i due Autori evidenziano come essi stessi abbiano proposto ai giornali la pubblicazione di un articolo che illustrasse il corretto modo di ragionare in relazione al processo in analisi, ottenendo in tutta risposta un netto rifiuto: la triste verità è che quanto si basa sulla logica e l’uso della ragione non sempre risulta appetibile al grande pubblico, che, in fondo, preferisce del mostro e ne ha un costante bisogno per esorcizzare le proprie paure più ataviche- quasi i processi mediatici possano assumere una sorta di ruolo “catartico” per lo spettatore esterno, ovviamente a spese del “mostro” volta a volta oltraggiato senza pietà prima che se ne accerti la eventuale colpevolezza ed esposto impunemente al pubblico ludibrio.

Il saggio si conclude con l’auspicio degli autori che l’aver toccato il fondo possa servire da monito per il futuro.

Un auspicio che, ad oggi, non sembra purtroppo aver trovato accoglimento, e non solo nei media: perché se il fatto che i media non esitino a ritagliare una serie di “notizie” (e non-notizie) appetibili ma incomplete e incongrue, per quanto stigmatizzabile, rientra ahimè tra le pecche del sistema mediatico, non sembra invece incoraggiante né razionalmente spiegabile leggere in un’ordinanza che venga preso per buono il racconto del fratello minore di Yara nel momento in cui, con una psicologa, afferma che la sorella aveva paura di un signore con una macchina grigia e “una barbettina” (stante il fatto che il signor Massimo Bossetti risulta avere una Volvo di colore grigio e il pizzetto), ma venga liquidato sommariamente in quanto trattasi di “un teste di minore età la cui capacità di rappresentazione dei fatti non può essere equiparata a quello di un adulto” il fatto che l’uomo descritto dal fratellino di Yara fosse “cicciottello” (aggettivo che senza dubbio non corrisponde affatto alla fisionomia di Massimo Bossetti) e addirittura il fatto che il bambino, quando gli hanno mostrato una foto, non ha riconosciuto l’indagato nell’uomo che aveva precedentemente descritto e che sostiene che la sorella gli avesse mostrato in Chiesa.

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Insomma, il re è nudo, e la petulanza con la quale continua a portare avanti attraverso i media un grottesco teatro dell’assurdo (o degli orrori?) è la prova del fatto che lo ha perlomeno subodorato.
Forse servirebbe una voce dell’innocenza, quale il bambino della fiaba di Andersen, per farlo notare coram populo, ma proprio come nella celebre fiaba temo, ahimè, che la sfilata degli orrori continuerebbe.

Per questo, non mi sembra eccessivo concludere l’articolo dicendo che siamo tutti Massimo Bossetti: e non si tratta di una semplice frase ad effetto, perché se si accetta passivamente che principi come il dubio pro reo vengano sacrificati sugli altari del circo mediatico, il prossimo mostro sbattuto in prima pagina senza alcun pudore e senza alcuna garanzia potremmo essere noi.
E forse allora, per parafrasare i celebri versi del pastore Martin Niemöller, non sarà rimasto nessuno a protestare.

Alessandra Pilloni