NON LO FO PER PIACER MIO MA PER DAR DEI FIGLI A DIO

Articolo scritto da Laura
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Al peggio non c’è mai fine, e questo processo ha tirato fuori, senza esclusione di colpi, l’intera gamma delle sfumature della morbosità umana. Un popolo che tira dritto a vele spiegate verso il decadimento e l’involuzione, elementi che inevitabilmente precedono l’oscurantismo e il conseguente annichilimento, è per forza di cose destinato a scomparire fagocitato dalle stesse brutture insite in sé e proiettate sul prossimo. Non siamo più degni di chiamarci “italiani” se questo sostantivo rimanda ad antenati illuminati che hanno diffuso la civiltà in mezzo mondo quando esso era popolato quasi interamente da barbari; i nostri “padri” si rivoltano nelle tombe e non parlo solo di patrioti o grandi generali ma di legislatori, letterati, giuristi, giornalisti, studiosi, padri della medicine e delle scienze. Dovunque ci si volti la decadenza è peggio di un cancro all’ultimo stadio in un paese ormai alla deriva che non riesce a proteggere i più indifesi e parlo di bambini, di anziani, di malati, di animali e di tutte le altre categorie più fragili. Qualcuno col quale non mi trovo d’accordo nello specifico della vicenda Bossetti una manciata di settimane fa disse, riferendosi ad un altro caso di cronaca, che se le cose fossero andate diversamente da come a lui sembrava che dovessero evolvere avrebbe preso il passaporto e se ne sarebbe andato per sempre dall’Italia senza più farvi ritorno. Non voglio doppiare la sua ipocrisia perché a mio avviso chiunque faccia quest’affermazione mantenendo comportamenti che lasciano presupporre una cecità selettiva è per l’appunto solo un gran commediante ma negli ultimi giorni ho desiderato più che mai di non essere nata in questo paese perché provo una gran vergogna a presentarmi come italiana in qualsiasi parte del mondo io vada. Leggere negli occhi di chiunque oltre confine quel velo di biasimo e deplorazione mi umilia tremendamente e mi fa venir voglia di passare alla storia come quella donna italiana che, nel bel mezzo di un’invasione di disgraziati poveri cristi che chiedevano asilo politico entro i confini della sua patria rischiando la vita per sbarcarvi, strappò il passaporto e chiese asilo politico oltre oceano. La vicenda che vede imputato Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio sta assumendo sempre di più i tratti della storia mitica, della parabola, tramandata non tanto in virtù della sua veridicità o meno quanto per lasciare un messaggio, un lascito ai posteri affinchè non commettano gli stessi errori. Purtroppo qui c’è uno sprotetto italiano medio, un uomo qualunque, rinchiuso da due anni che pare rassegnato anch’egli a diventare un personaggio mitico. Va bene che si è abbandonato ad una corrispondenza da bollino rosso con una donna anch’essa privata della libertà ma qui si perdono davvero di vista tutti gli annessi e connessi che caratterizzano la monotonia di una carcerazione, si perde di vista il principio secondo il quale due adulti consenzienti impegnati in un rapporto epistolare, quindi intimo e privato, sono liberi di scriversi ciò che vogliono. Premesso che io ho convinzioni molto personali sulla natura di questa corrispondenza dal momento che molte cose non mi tornano e quindi penso di più ad un bel trappolone sistemato ad arte nella boscaglia piuttosto che ad un genuino avvicinamento da parte della fantomatica “signora Gina”, va da sé che il signor Massimo ha risposto alle missive e, che sia perché ha abboccato o per fortuita coincidenza, laddove fossi io troppo maliziosa e la signora Gina fosse in totale buona fede, si è esposto in un momento delicatissimo della sua storia processuale. In parole povere ha prestato il fianco ai suoi accusatori, quelli titolati e non, per l’ennesima volta e quindi giù copertine stra-ritoccate, giù offese e sentenze, giù parole per la prima volta pietose verso la moglie fino a ieri messa alla gogna anche peggio di lui. Ma cosa provano queste lettere? Cosa hanno smosso negli animi di questo popolo di vergini e di santi? Mi piacerebbe, ma purtroppo sono atea, che accadesse un miracolo e improvvisamente le chat e ogni altra forma di corrispondenza o accesso alle tv e a internet di tutti gli italiani divenissero pubbliche e scorressero, con tanto di nomi e cognomi, a nastro ovunque, nelle stazioni, sulla metro, sugli schermi delle televisioni, insomma un mega corto circuito con tutte le “sfumature di grigio”. La Procura continua morbosamente a spiare dal buco della serratura senza un velo di ritegno forse nemmeno per guardare cosa avviene nella stanza ma per cercare di capire dove sia la chiave. Ad un passo dalla requisitoria, con questo po’ po’ di prova regina, ovvero un DNA granitico marchiato a fuoco sul lembo degli slip, c’era proprio bisogno di tirar fuori “le ultime lettere di Jacopo Ortis”? Ma non è che questa Procura aveva bisogno della fanfara perché temeva di avere dalla sua meno di una chitarra scordata? Tante sono le domande che non trovano risposta, almeno nella mia testa, in questa pazza pazza inchiesta che mai sarebbe dovuta approdare in un’aula di Corte d’Assise. Questo procedimento ha la stessa credibilità di una zucca che diventa carrozza, è forse per questo che ha avuto così presa su di un popolo di creduloni che ancora spera nelle pensioni e di uscire vivo dagli ospedali. Ho un ultimo interrogativo che mi rimbalza da un lobo ad un altro come una pallina di un flipper. Cos’ è Massimo Bossetti oltre che un X-Man dal DNA mutaforma? E’ un pedofilo fintamente felice del suo matrimonio che usa la famiglia come copertura per i suoi loschi e perversi fuori programma o è un marito ferito che non vede altra soluzione se non seviziare una ragazzina di passaggio per lenire la sua frustrazione? E’ un abile predatore che fiuta la sua vittima, la segue a distanza per mesi fingendo di comprare figurine, birrette e dieci minuti di solarium gustandosi l’attesa per poi attaccare come un boa constrictor oppure è un seduttore capace di irretire una quasi ragazzina, comprovatamente sconosciuta sino ad un momento prima, con tale dimestichezza da convincerla ad accettare un passaggio? E’ un indovino forse che cade in trance e riesce a prevedere che passerà, in un dato momento in una precisa strada buia a novembre e senza margine di errore alcuno, una tredicenne, che laddove fosse rossa non lo si potrebbe nemmeno notare in quel frangente, e la rapisce senza attirare l’attenzione di nessuno con lo scopo di violentarla in preda alle sue fantasie malate ma poi cambia idea e la lascia viva e agonizzante in un campo? E se così fosse come mai tra i capi di imputazione non svetta fiero il sequestro di minore? L’Accusa ha lo stesso problema di quando si fa la pastiera, se la pettola impazzisce la si deve buttare o al massimo farne biscotti e la si deve rifare. Purtroppo chi non conosce questa semplice regola si ostina a lavorare la pettola impazzita nella convinzione che “daglie e daglie la cipolla diventa aglie”. La Procura quindi barcolla ma al punto dov’è non molla, il popolo becero si nasconde dietro ad un paravento di falsa morale e sempre dietro a quel paravento ansima e giudica giudica e ansima, le donnette recitano qualche rosario in più, le scribacchine senza cervello urlano al pervertito strumentalizzando ancora una volta ricerche che non sono mai state digitate e Massimo dimostra un adattamento che mette paura, fatto comprensibile poiché il carcere schiaccia tutti, in tempi diversi, ma ci riesce con tutti, ma resta sé stesso e cioè un uomo come tanti, uno su 14 milioni di maschi adulti in Italia.
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Quando la malasanità incontra la malagiustizia nascono i serial killer

Articolo di Alessandra, Laura e Sashinka

È un luogo comune, ma quanto è vero che il sonno della Ragione genera mostri?
Passi l’ignoranza, perché nessuno è onnisciente, diversa è l’arroganza, quel brutto male dal quale nessuno è immune, che quando purtroppo attacca chi sulle spalle ha enormi responsabilità, che riguardino il campo della sanità o quello della giustizia, per citarne un paio, fa danni di indicibile portata.
Qualcuno ebbe a dire che “esiste un’ignoranza degli analfabeti ed un’ignoranza dei dottori”: non si accorse, purtroppo, del fatto che talvolta le due cose coincidono, e che è proprio quest’ultima forma di ignoranza, che tende a configurarsi non già come “mancanza di conoscenza” in senso etimologico, ma come supponenza, ad essere suscettibile di dare adito ai danni più gravi.

Ma andiamo con ordine e, dal momento che ignorare qualcosa come la giurisprudenza o la medicina non è da imputare come reato al cittadino di media cultura, come premessa chiariamo alcuni concetti in termini semplici e alla portata di tutti.

Il Tribunale del Riesame, anche detto Tribunale della libertà, è un organo collegiale chiamato a decidere in merito alla legittimità della richiesta di una misura coercitiva e più specificatamente nel caso di provvedimenti restrittivi della libertà personale emessi nei confronti di un indagato, provvedimenti questi che debbono rispondere ad una o più delle seguenti necessità e cioè scongiurare il pericolo di fuga, l’inquinamento delle prove e, cosa più grave, la reiterazione del reato, nonché presupporre la sussistenza di indizi “gravi, precisi e concordanti”.
L’avvocato difensore ha la facoltà di presentare istanza di scarcerazione nel caso il suo assistito si trovi recluso, o di annullamento di altra forma coercitiva, entro tempi prestabiliti dalla legge e il Tribunale del Riesame entro dieci giorni decide se accogliere l’istanza o rigettarla, riservandosi di comunicare entro trenta giorni, prorogabili a quarantacinque nei casi più complessi, le motivazioni della delibera.
Essere scarcerati dal Tribunale del Riesame non è garanzia di estraneità ai fatti imputati al soggetto.
Troppo spesso, in sede di programmi di intrattenimento, che dovrebbero limitarsi ad intrattenere senza avere la pretesa di fare giornalismo investigativo o l’audacia di vantarsi di apportare un contributo alle indagini, indagini che, scusate la lunga parentetica, dovrebbero essere protette da quel che un tempo dicevasi segreto istruttorio e non date in pasto al pubblico tra una ricetta e un gossip, il maldestro presentatore di turno, rappresentando il pensiero comune, se ne esce con l’infelice frase, trita e ritrita, che puntualmente scatena in me il desiderio di invitarlo a darsi all’ippica.
Il cliché di cui parlo è generalmente espresso con affermazioni di tal fatta: “Beh, se lo hanno scarcerato allora è innocente!”
Cliché, questo, che fa il paio con: “Se lo tengono dentro qualcosa c’entrerà pure e laddove non c’entri qualcosa sa.”
Questa affermazione, all’apparenza innocente, è pericolosissima, nella misura in cui presuppone l’esistenza di una verità assoluta ed incontrovertibile, sia dal punto di vista meramente procedurale sia da quello reale, che tradotta significa che tutti i detenuti (imputati in custodia cautelare, condannati in primo grado, appellanti, ricorrenti e definitivi) sono senza dubbio colpevoli dei reati loro contestati, così come tutti coloro che vengono scarcerati dopo essere stati privati della libertà personale per un periodo sono senza altrettanta ombra di dubbio innocenti.
E se è noto a qualsiasi studente di giurisprudenza, anche alle prime armi, che tra “verità processuale” e “verità storica” non sempre e non necessariamente vi è una effettiva coincidenza, anche chi non è avvezzo al diritto dovrebbe, sia pure intuitivamente e senza indulgere in tecnicismi terminologici, cogliere la differenza.
D’altronde, se chi studia diritto lo apprende dai libri, per tutti gli altri c’è sempre qualche malcapitato Giuseppe Gulotta a ricordarlo.
Ancora, non c’è niente di più sbagliato del confondere la custodia cautelare con una declaratoria anticipata di colpevolezza certa, e qui torniamo al concetto di ignoranza, termine usato nel suo significato etimologico e senza la volontà di offendere, letta nell’ottica di un passaggio che sfugge alle persone comuni che seguono la cronaca in TV e non masticano il diritto.
Un altro triste esempio è l’idea, spesso veicolata dai media, che un imputato che scelga di avvalersi del rito abbreviato stia di fatto, in tal modo, ammettendo implicitamente la propria colpevolezza.
Tale convinzione non è fondata, in quanto possono esserci tantissimi motivi che inducono a chiedere il rito abbreviato, che altro non è che un giudizio “allo stato degli atti”, senza l’ammissione di ulteriori prove.
Un giudizio di questo tipo, ovviamente, comprime i tempi del processo e, quasi in una sorta di “premialità” (seppure tale concetto sia improprio) per lo snellimento procedurale che ne deriva, garantisce al soggetto interessato, laddove si arrivi ad una sentenza di condanna, uno sconto di pena.
Ciò non implica che a chiedere il rito abbreviato siano e possano essere soltanto gli imputati consci di essere colpevoli: il rito abbreviato, ad esempio, può essere una scelta oculata e, nel contempo, evitare lungaggini processuali nel caso in cui il Tribunale del Riesame si sia precedentemente pronunciato abbattendo il quadro indiziario, in quanto, con buona approssimazione, si può ritenere che ove il Riesame non ravvisi elementi indizianti sulla base degli atti, non li ravviserà, sulla base degli stessi atti, neanche un altro tribunale.
Ma può trattarsi altresì di una scelta tristemente dettata da ragioni economiche: pensiamo ad un imputato che non abbia modo di potersi permettere indagini difensive per produrre in dibattimento elementi a proprio favore, e che comunque non possa sopportare economicamente gli oneri di un processo che si protragga per lunghi tempi.
In quest’ultimo caso, sì, spesso il rito abbreviato non è che l’anticamera di una condanna, condanne che però, spesso, non fanno che rivelare quante disparità, anche sotto il profilo economico, ancora colpiscono quanti non possono contare su una difesa davvero equa rispetto ai poteri della parte pubblica; rispetto al potere di pubblici ministeri che, sì, dovrebbero cercare, nel nostro ordinamento, anche elementi a discolpa degli indagati, ma che spesso (e, a quanto pare, volentieri) non lo fanno.

Perché il nostro è il Paese dei latin lovers, e talvolta pare che i colpi di fulmine si concretino nell’innamorarsi di tesi precostituite.

Ma, ai fini di entrare nel vivo della nostra trattazione, è bene per il momento lasciare da parte i tristi esempi di scarsa cultura giuridica e concentrarsi, piuttosto, sulle loro implicazioni.
In una società in cui i processi sono fortemente mediatizzati, il giudice ha difficoltà a pronunciare una sentenza di assoluzione nei confronti di un imputato ristretto proprio per l’impopolarità che ne può derivare e perché ha il timore di esporsi al giudizio del pubblico- e ciò non vale solo per i giudici popolari, ma anche per quelli togati.
Non sono in grado, qui, di esprimere con completezza il concetto di ‘opinione pubblica’, sia perché non è il luogo, sia perché non ci sono riusciti neanche gli studiosi.
Intendo, però, interrogarmi su una definizione convenzionale, per arrivare al dunque. Comunque, con i mezzi di comunicazione di massa, il concetto va piano piano frammentandosi e se già, prima, si avvicinava al verosimile, ora è ancora più distante dalla realtà.
E’ un po’ come la storia dei sondaggi, esprimono tendenze ridotte, dipende da chi sono commissionati, eccetera.
Detto ciò, considerando l’influenza che i media hanno sul pensiero individuale e collettivo, mi sembra oltremodo assurdo pensare che persone in carne e ossa, quali sono i magistrati, i giudici popolari e, insomma, gli attori della Giustizia, possano essere immuni da tale stessa influenza.
Pur non avendo la mania di essere assolutista, mi chiedo ad esempio perché – anche dopo la scarcerazione della signora Fausta Bonino, recentemente balzata, suo malgrado, agli onori delle cronache -, si continui a usare “killer” come aggettivo di “infermiera”. Cosa ne penserà l’opinione pubblica?
Dell’influenza della macchina del fango mediatica sull’animus del giudicante ho d’altronde detto più e più volte, dunque non vogliatemene per una affermazione tanto esplicita, che altro non è, ai fini della tematica che vorrei affrontare, che un corollario ad una triste realtà: il fatto che un indagato,o imputato, stia a casa anziché in carcere rende molto più facile pronunciare una sentenza di assoluzione, perché quando un imputato sta in carcere per anni in attesa di una sentenza definitiva, chi è poi il giudice che ha il coraggio di assolverlo?
La risposta cruda, ma vera, è quasi nessuno!
Può succedere, sia chiaro, però il linea di massima non accade perché in questi casi diventa molto più difficile ammettere l’errore; diversamente quando preesiste una pronuncia da parte del Tribunale del Riesame che non ha ravvisato i presunti elementi indizianti che avevano portato il soggetto in carcere, si può ben sperare che a maggior ragione non li vedrà un Tribunale di primo grado, una Corte d’Appello, o la Cassazione, e come conseguenza si avrà una maggior facilità nel pronunciare una sentenza assolutoria.
Non pensate che si tratti di un meccanismo macchinoso o complesso: il nodo della questione è semplicemente che a nessuno, individuo, collettività o sistema, generalmente piace ammettere i propri errori (anche se talvolta ammettere un errore è cosa ragguardevole e degna di plauso), e questa dinamica la si ritrova, in qualche modo, anche nel sistema giudiziario.
Così, talvolta, a differenza delle fiabe non troviamo un lieto fine: un’indagine preliminare condotta male si cristallizza in una misura cautelare (di cui, in Italia, vi è un abuso impressionante), ed infine in una sentenza di condanna.

E allora, il processo smette di essere ricerca della verità, certamente smette di essere ricerca della verità storica, ma in qualche modo smette anche di essere ricerca di una verità processuale che, specie nei casi in cui si parla di “prova scientifica” (ho citato più volte la cosiddetta sentenza Franzese), richiede comunque, al fine di essere accettabile, un alto grado di probabilità sul piano fattuale, e dunque un alto grado di credibilità razionale, e diviene invece nulla più che una sorta di profezia che si autoavvera.

Quando le cose assumono certe proporzioni, il peso dell’opinione pubblica già orientata verso l’innocenza rende più facile pronunciare una sentenza di assoluzione, tanto quanto un orientamento verso la colpevolezza rende più scontata una sentenza di condanna e alla base di tutto sta proprio la permanenza in carcere contro l’essere processato a piede libero.
Ora, deve essere certamente sottolineato che ogni caso giudiziario è un caso a sé e in quanto tale è ricco di peculiarità che lo distinguono da ogni altro, quindi noi ne confronteremo due per semplificare un discorso che diversamente diventerebbe ingestibile.
Siamo delle inguaribili romantiche, quindi uno dei due casi non poteva che essere quello che vede il sig. Bossetti, moderno prigioniero politico, unico imputato per l’omicidio Gambirasio sottoposto ad un crudele quanto inutile regime di custodia cautelare da quasi due anni.
L’altro caso che ha catturato il nostro interesse, come avrete intuito da un piccolo riferimento sopra, è quello che vede vittime un numero imprecisato di pazienti ricoverati presso l’ospedale di Piombino a cavallo tra il 2014 e il 2015.
La responsabilità con dolo di tali decessi è stata attribuita ad un’infermiera, al secolo Fausta Bonino, immediatamente ribattezzata “l’infermiera killer”.
Fa specie vedere come il pregiudizio alimentato dalla pressione mediatica cresca fino a raggiungere dimensioni ciclopiche, come degli stralci di intercettazioni telefoniche ed ambientali, riportate in forma scritta ed interpretate dai doppiatori delle solite trasmissioni “squalo” private quindi del giusto tono e snaturate, assumano tutt’altro valore prospettando scenari inquietanti dove personaggi degni di un noir si muovono furtivi tra le corsie seminando morte e terrore.
Per non parlare, poi, del fatto che sia emerso che alcune delle frasi attribuite, nelle trascrizioni di tali intercettazioni, alla signora Bonino, non siano neppure state pronunciate dalla medesima: in un contesto normale dovremmo gridare allo scandalo, ma ormai abbiamo capito da tempo di essere ai confini della realtà, e provare sentimenti di stupore dinnanzi a questo e altro è cosa ardua.
E non si deve pensare che la difficoltà nel provare autentico stupore sia semplice frutto di suggestione e sensibilità nei confronti di errori che, certamente, possono capitare.
Perché gli errori possono capitare, ma quando, come accade nella giustizia italiana, sono troppi, non sono più qualificabili come semplici errori, ma divengono piuttosto altrettanti campanelli d’allarme di un sistema che, evidentemente, non funziona.
Incriminata e tratta in arresto, la signora Bonino resta ristretta presso la Casa Circondariale di Pisa per ventuno giorni.
Le accuse che le vengono mosse sono terribili.
Una di queste, forse la più pesante e compromettente, si fonda su un’intercettazione che non lascia spazio ad equivoci, poiché è un chiaro tentativo di inquinamento delle prove ma verrà presto scoperto che proprio questa intercettazione è stata attribuita alla signora Bonino per errore.
In soldoni, grazie ad un provvidenziale errore di trascrizione, parole proferite da un’altra persona le sono state cucite addosso.
Piccolezze, cose che capitano, ça va sans dire.
Un altro punto cardine dell’accusa è la pericolosità sociale della Bonino, che non va lasciata libera perché soffre di bipolarismo, così ha dichiarato il P.M., che ha colto in questo modo l’occasione per ricordare la vecchia formula del “pericoloso a sé e agli altri” che ingenuamente credevamo di aver superato, più o meno, dai tempi di Franco Basaglia.
Questa verità incontestabile, ad ogni buon conto, la si legge anche nel bugiardino di un suo farmaco per l’epilessia, e cioè che uno degli effetti collaterali può essere la depersonalizzazione, quindi il magistrato rincara la dose asserendo che potrebbe uccidere anche il marito.
E, a questo punto, è necessario aprire un’altra parentesi.
Lo abbiamo scritto in incipit: non si può pretendere che l’uomo comune, che non abbia studiato medicina, sia a conoscenza di particolari nozioni mediche.
Tuttavia, se all’uomo comune viene spesso richiesta dalla legge l’accortezza del cosiddetto “bonus pater familias”, ho l’ardire di ritenere che la stessa accortezza dovrebbe essere utilizzata, a maggior ragione, da chi è investito di responsabilità enormi che si riverberano sulla pelle dei cittadini.
Il fatto che la signora Bonino soffra di bipolarismo, cosa non veritiera eppure strombazzata ai quattro venti da giornalisti che hanno dimostrato per giunta di ritenere il bipolarismo (noto disturbo del tono dell’umore) un disturbo consistente nello “sdoppiamento di personalità”, uno strafalcione che in tempi in cui l’ignoranza è una scelta non sarebbe perdonabile neppure alla proverbiale casalinga di Voghera, è stata presumibilmente desunta dal fatto che, soffrendo di epilessia, assume dei farmaci appartenenti alla classe degli anticonvulsivanti, che da anni vengono notoriamente utilizzati anche per il trattamento degli episodi di disturbo bipolare.
Questo non significa, ovviamente, che chi soffre di epilessia sia bipolare, né che chi è affetto da disturbo bipolare soffra di epilessia: significa solo, come può essere appurato da chiunque si informi con l’accortezza del “bonus pater familias”, che molecole un tempo utilizzate soltanto per la cura dell’epilessia hanno mostrato un’efficacia anche nel disturbo bipolare, e che di conseguenza sono attualmente utilizzate anche per il trattamento di episodi di quest’ultimo, che non ha nulla a che vedere con l’epilessia, né con lo sdoppiamento di personalità (sulla cui stessa esistenza nei termini in cui è stato descritto a livello mediatico, per giunta, non vi è neppure accordo nella comunità scientifica), né, ancora, con la depersonalizzazione, che è spesso un comune sintomo di disturbi quali ansia e depressione, consistente nella sensazione di essere “staccati” dal proprio sé, e non implica alcuna “doppia personalità” né tantomeno pericolosità sociale.
Non è raro, d’altronde, trovare tra le indicazioni terapeutiche indicate nei bugiardini dei farmaci una pluralità di patologie differenti.
A questo punto, sono molto felice che la signora Bonino, anziché di epilessia, non soffra di problemi di stomaco, che in compenso rischiano di scatenare un’autentica epidemia tra chi segue la cronaca giudiziaria: infatti, mi sovviene l’esempio di un noto farmaco (principio attivo levosulpiride, nome commerciale Levopraid) molto utilizzato per comuni disturbi gastrici e il cui utilizzo, di recente, è stato esteso, in posologie leggermente superiori, anche ad alcune forme di schizofrenia, oltre che al trattamento di episodi depressivi maggiori.
Non so, e francamente preferisco continuare a non sapere, se la differenza tra gastrite e schizofrenia sia chiara, e mi limito ad augurarmi che nessuna persona affetta da disturbi gastrici abbia, in un prossimo futuro, la sventura di essere coinvolta in un’indagine.
In un contesto in cui i processi si svolgono, oramai, sui mezzi di comunicazione, che spesso si spingono ben oltre il (sacrosanto) diritto all’informazione scadendo in una morbosità di pessimo gusto, e le conseguenti sentenze sono pronunciate a furor di popolo, il marchio dell’ignominia viene imposto anche così: attribuendo al malcapitato presunte (e spesso assolutamente infondate) patologie psichiatriche, per giunta spesso non conosciute né a chi emette ordinanze su questa base senza neppure sincerarsi di aver chiaro cosa sia un determinato disturbo, né alla grancassa addetta alla costante diffusione dei teoremi delle Procure di tutto lo stivale, da Trieste a Pantelleria.
Un meccanismo che ottiene il duplice risultato di creare il mostro mediatico da un lato, e di contribuire a rincarare la già abbondante dose di disinformazione e stigma nei confronti dei disturbi psichici dall’altro.

Un fatto, o meglio due fatti, che francamente ritengo non onorino la nostra civiltà giuridica, né le conoscenze scientifiche ad oggi acquisite, né, da ultimo ma non per importanza, i principi fondamentali di dignità umana (tanto degli indagati quanto delle persone affette da disturbi psichici che già subiscono stigma e pregiudizi, che si aggiungono al fardello delle loro sofferenze) che dovrebbero -condizionale d’obbligo- informare il nostro ordinamento.

“Questa verità incontestabile si legge anche nel bugiardino di un suo farmaco per l’epilessia e cioè che uno degli effetti collaterali può essere la depersonalizzazione quindi il magistrato rincara la dose asserendo che potrebbe uccidere anche il marito. Molte cose si sono dette dell’infermiera Bonino in questi giorni qualcuno ha anche parlato di problemi di alcolismo negati però dal suo primario. Nell’ordinanza contro di lei si leggevano queste frasi “coerenti e specifici indizi di colpevolezza, particolare spessore criminale, spiccata inclinazione a delinquere” poi la clamorosa decisione del Tribunale del riesame ne ordina l’immediata scarcerazione. L’infermiera resta comunque indagata ma la decisione del Riesame pesa come un macigno sull’impianto dell’accusa. Come mai l’ordinanza di carcerazione è stata annullata? Perché i gravi schiaccianti indizi di colpevolezza contro di lei si sono dissolti nel vento?”

Il brano virgolettato fa parte di un lungo servizio andato in onda qualche sera fa nella trasmissione “Quarto Grado”, e mette i brividi il fatto che ci si chieda con disarmante candore come mai i gravissimi indizi di colpevolezza sia siano dissolti nel vento.
Se è vero che l’innocenza non teme giudizio, lo è altrettanto che nessuna riabilitazione è possibile per chi è stato bollato dal pregiudizio, ed è così che anche stavolta gli Italiani si rivelano discepoli di una morale tanto ipocrita quanto bigotta.
Quando si è ingoiati dal sistema si può sperare di riconquistare la libertà ma ci si può scordare di recuperare la dignità.
Tuttavia, volendo salvare il salvabile, avere un buon difensore può fare la differenza tra l’essere dietro le sbarre, lontani dagli affetti e impossibilitati a dire la propria, o fuori dal carcere, che non sarà comunque il massimo se si resta indagati, ma di certo è meglio.
Se si ha la fortuna di essere rappresentati dalla dottoressa Cesarina Barghini, che ha dimostrato all’Italia intera di essere una professionista seria e in gamba, il destino processuale potrebbe prospettarsi più roseo.
Non posso esimermi dall’esprimere profonda ammirazione nei confronti di un difensore la cui motivazione e determinazione si sono dimostrate vincenti e sono andate a segno, ottenendo la scarcerazione della propria assistita in un lasso di tempo brevissimo durante il quale, lette accuratamente le carte, quelli che erano elementi di colpevolezza sono stati completamente stravolti e interpretati come, se ci è concessa la licenza poetica, “indizi di innocenza”.
Certamente la vicenda non si chiude con la scarcerazione ma che si vada a processo o meno la signora Bonino non languirà in carcere, e fino al terzo grado di giudizio sarà libera.
Come detto in principio non esistono verità assolute.
La storia dell’infermiera e del suo scrupoloso e coscienzioso difensore dimostra che avvocati degni di essere chiamati tali esistono e dimostra ancora che non servono super mega pool, bensì basta una singola persona che prenda a cuore il caso, che legga le carte (cosa che, per quanto possa sembrare strano, non sempre avviene), che sappia fare il suo lavoro, e i risultati si vedono, e si vedono nell’immediato.
E’ assurdo presentare decine di istanze alla cieca senza aver studiato gli atti a dovere, perché istanze incapaci di far passare un messaggio chiaro saranno prevedibilmente rigettate con puntualità e si ritorceranno, l’una dopo l’altra, contro il malcapitato malamente assistito.
Nel caso Bonino si è arrivati ad una risoluzione, sia pure temporanea, veloce e quasi indolore, efficace al punto di far stralciare in venti giorni appena un’ordinanza di custodia cautelare- e questo è un dato importantissimo per chi vuole coglierne la valenza.

Vero è anche che nel caso Bossetti tanto ha pesato l’intervento maldestro del Ministro della Giustizia, qui tante volte biasimato, al punto che persino Gianluigi Nuzzi, in uno slancio di garantismo e cautela, ha paragonato la scritta “KILLER IN CORSIA” che campeggiava alle spalle degli Ufficiali dell’arma durante la conferenza stampa alle parole del Ministro che annunciava con orgoglio che era stato arrestato l’assassino di Yara Gambirasio e che stavolta, per fortuna, si è perlomeno risparmiato di annunziare urbi et orbi via Twitter che, finalmente, i pazienti dell’ospedale di Piombino potevano star tranquilli.

Lo abbiamo anticipato: siamo romantiche.
Ed è per questo che abbiamo fatto la scelta titanica di incentrare il presente articolo su due casi con un notevole numero di differenze.
Tra le tante differenze, tuttavia, un punto comune è innegabile ed è quello dell’archetipo del capro espiatorio che, puntualmente, torna a farci visita nei casi giudiziari che affrontiamo in questa sede.
Il capro espiatorio, storicamente legato alla antica tradizione ebraica, descritta nel Levitico, nella quale il sommo sacerdote, nel giorno dell’espiazione, caricava tutti i peccati del popolo su un capro, che veniva poi mandato nel deserto, oggi è diventato la metafora per eccellenza di chi venga a trovarsi coinvolto in indagini sin dal principio lacunose, contraddittorie e basate su elementi suggestivi anziché autenticamente indizianti.
Il deserto è tutto ciò che resta al malcapitato, intorno al quale viene fatta terra bruciata a suon di gogna mediatica.

E se Pisa, che nel medioevo era, insieme a Lucca, un autentico faro nell’ambito della medicina, ora sembra a dispetto del progresso aver perso dimestichezza con la materia, pare che Bergamo non se la cavi meglio per quanto concerne la matematica.
Sul fatto che in natura il DNA mitocondriale di Massimo Bossetti non possa essere sparito da una traccia di DNA al medesimo attribuita sulla base del nucleo, ho già detto e scritto fiumi di parole e, pertanto, preferisco non ripetermi oltre lo stretto necessario a riannodare i fili del discorso.
Mi preme, tuttavia, richiamare l’attenzione su alcuni elementi che qualcuno sembra ancora non vedere, o forse non voler vedere.
Nella “certa attribuzione” al signor Bossetti della traccia di DNA in disamina ,mi pare, infatti, che stiano sfuggendo alcuni elementi di particolare importanza che denotano che tale certezza non sia postulabile.
Qualcuno dopo aver letto alcuni degli articoli e pensieri sul caso Bossetti presenti in questo blog, ha preferito rispondere con offese gratuite disseminate qua e là in rete, senza mai curarsi, però, di rispondere nel merito alle tesi ivi proposte.
A costoro, ma anche a quanti siano mossi da autentico desiderio di riflettere sull’argomento, il primo, umile consiglio non può che essere quello di rileggere molto attentamente l’ordinanza di custodia cautelare in cui sono analiticamente riportati gli esiti delle analisi, e di soffermarsi ancor più attentamente sulle percentuali.
Non si potrà infatti fare a meno di notare immediatamente due cose, ben poco opinabili, trattandosi di dati numerici: la prima è che la compatibilità tra Bossetti e Ignoto1 sulla linea materna è nettamente inferiore a quella in linea paterna; la seconda è che la percentuale di compatibilità globale è sì elevatissima ma solo se la random match probability è riferita a soggetti non imparentati, e questo è ovvio.
Se nel parlare del DNA mitocondriale non coincidente con il DNA nucleare è stato in questa sede ribadito più volte che tale fenomeno, che non può estrinsecarsi in natura è di conseguenza, per forza di cose, o un fenomeno dovuto ad errore (doloso o colposo) umano, o spia del fatto che la corrispondenza ravvisata nel DNA nucleare non è certa, è invece stato fino ad oggi soltanto richiamato en passant il fatto che la cosiddetta random match probability così come espressa negli atti relativi all’inchiesta sul caso Yara Gambirasio, ha il valore attribuitole unicamente se si prende in considerazione la corrispondenza ravvisata tra il DNA nucleare di Massimo Bossetti e quello di Ignoto1 e la si compara con quella tra Ignoto1 ed un soggetto scelto a caso nell’ambito della popolazione (vedi anche l’articolo La festa è finita, liberate Bossetti).
La random match probability, tuttavia, può subire distorsioni, anche notevoli, nel caso in cui l’ipotetico soggetto terzo sottoposto a comparazione con Ignoto1 non sia un soggetto casualmente scelto tra la popolazione, ma un soggetto appartenente alla medesima sottopopolazione o, a maggior ragione, imparentato.
Ora, pare di capire, dalle stesse percentuali espresse con tanto zelo e dovizia negli atti, che il vecchio adagio latino secondo il quale “mater semper certa, pater numquam”, nel caso in disamina vada capovolto, in quanto l’unica certezza (escludendo ipoteticamente l’errore umano) è che Massimo Giuseppe Bossetti è figlio, come Ignoto1, del fu Giuseppe Guerinoni, mentre sul rapporto di filiazione tra la signora Arzuffi e Ignoto1 paiono sussistere dubbi di non poco conto.
Se qualcuno ha fatto notare che solo il DNA nucleare fornisce una identificazione della persona, in quanto il DNA mitocondriale si limita a dare, essendo identico in tutto il ceppo materno, “un indirizzo” (sic), non mi sembra di scadere nell’ironia inopportuna e gratuita se faccio notare che, perlomeno, tale indirizzo non dovrebbe appartenere ad un’altra persona.
Non si comprende, peraltro, per quale ragione se del DNA mitocondriale non importa nulla a nessuno, i consulenti della Procura di Bergamo si siano barcamenati in una clamorosa arrampicata sugli specchi cercando delle (im)possibili spiegazioni al fenomeno, giungendo perfino al tentativo di cambiare ex post le carte in tavola suggerendo che il DNA in disamina fosse riconducibile, a differenza di quanto sempre sostenuto, non ad un commisto sangue-sangue, ma ad un commisto sangue-sperma.

Una tesi, questa, già smentita dai test diagnostici, cosa che infatti, oltre un anno fa, venne fatta notare dal giudice Mocciola del Tribunale del Riesame, nella sua ordinanza, sia pure di rigetto, di cui si allega di seguito un piccolo estratto:

riesamemocciola

Posto che invece, a chi scrive, non piace che le carte in tavola vengano cambiate a posteriori al fine di supportare una tesi precostituita, è necessario a questo punto parlare anche del DNA nucleare, e fare un rewind, al fine di comprendere meglio la questione delle percentuali sopra accennata.
Infatti, se come ironicamente anticipato, in questo caso è il “pater” ad essere “certus”, sulla “mater” di Ignoto1 permangono parecchie perplessità, non solo per il mitocondriale che non appartiene alla madre dell’imputato né di conseguenza all’imputato, ma anche per la compatibilità nucleare di Ester Arzuffi rispetto a Ignoto1, del 99,999%.
Una percentuale, questa, che no, non è prossima alla certezza (è una percentuale certa quella della paternità, che si aggira nell’ordine dei miliardi), ma una percentuale che in termini matematici significa che vi è 1 possibilità su 100.000, che un dato soggetto abbia analoga compatibilità (senza considerare ulteriori possibili effetti distorsivi in popolazioni specifiche, quali possono essere quelle della Val Seriana): questo significa che anche al netto di effetti distorsivi dati dall’appartenenza a specifiche sottopopolazioni ogni 200.000 persone ve ne sono 2 con la stessa compatibilità nucleare registrata tra Ester Arzuffi e Ignoto1, ogni 300.000 persone ve ne sono 3 e via dicendo (ma soprattutto oltre 11 nella provincia di Bergamo, che ha 1.108.762 abitanti) .
Questo significa, in parole povere, che non può essere escluso che vi sia un altro figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni, il quale ha potenzialmente decine di madri compatibili nella regione Lombardia, ed il quale dunque potrebbe avere anche il DNA mitocondriale giusto al posto giusto, essendo figlio, come Massimo Bossetti, del Guerinoni, ma non, a differenza di Bossetti, della signora Ester Arzuffi.
Nel riflettere sulle tante stranezze del DNA di Ignoto1 e del suo DNA mitocondriale non appartenente a Bossetti, con il senno di poi, non si può neppure tralasciare un’altra stranezza: ricorderete tutti il genetista Fabio Buzzi, a capo del Dipartimento di genetica forense dell’Università di Pavia, il quale, qualche giorno dopo il fermo di Bossetti, disse in TV che anche i peli rinvenuti sul cadavere della povera Yara erano riconducibili a Bossetti.
Come è noto, la notizia fu subito smentita dalla stessa Procura di Bergamo: la falsità della dichiarazione è poi stata confermata ufficialmente più di un anno fa quando la famosa perizia venne finalmente depositata.
Perché dare importanza, oggi, ad una notizia smentita da più di un anno?
Forse molti non se ne sono accorti, ma tale questione, ormai dimenticata, in realtà è oggettivamente di fondamentale importanza: nessuno, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, può davvero credere che un illustre professore scelga di -perdonate il Francese!- sputtanarsi volontariamente illustrando dati falsi coram populo per dieci minuti di notorietà in TV.
Ergo, non sembra poi ipotesi così peregrina quella che davvero sulla scrivania del professore in questione passò qualche foglio con dati “errati”, o meglio giusti, secondo i quali quei peli effettivamente coincidevano con quelli di “Ignoto1”, che però (a differenza di quanto si riteneva in quei giorni) non è Massimo Bossetti.
Come è possibile?
La questione è semplice: quei peli erano senza bulbo, ergo fu sequenziato il solo dna mitocondriale.
E sappiamo che”Ignoto1″ ha un dna mitocondriale non coincidente con quello di Bossetti, per cui è ben possibile che i peli in disamina siano compatibili con Ignoto1 ma non con Massimo Bossetti, avendo quest’ultimo un DNA mitocondriale diverso..
Sono sempre stata del parere che il solo dna non sia sufficiente ad incriminare nessuno: ma se qualcuno, oltre ad una traccia biologica, ha lasciato anche i suoi peli, allora le cose potrebbero cambiare.
Peccato che, ancora una volta, alla Procura di Bergamo pare non importi nulla di trovare il “proprietario” di reperti piliferi e dna mitocondriale volante.
Alcuni di quei peli erano perfino dentro gli abiti della povera vittima: quisquilie, perché il capro espiatorio è già stato assicurato alla giustizia e la folla chiede il suo sangue.
E se lascio ad altri, ed in particolare a chi titolato, l’onere di riflettere su eventuali possibili implicazioni dei fatti sopra richiamati ai fini dell’ipotesi “errore” (o di altra ipotesi), è difficile esimersi dal ravvisare come una non compatibilità mitocondriale, di per sé altamente problematica, unita alle perplessità che destano questi dati numerici e non, lasci aperto non uno spiraglio, ma un intero portone a possibili spiegazioni alternative che nessuno sembra interessato ad approfondire, neppure, e lo dico con enorme dispiacere, il Tribunale, che ha rigettato la richiesta di una nuova perizia.
Ed ancor più singolare quanto sopra mi pare nel contesto di una traccia di natura biologica anomala (sembra sangue ma non è, non sembra sperma e non lo è a meno che non sia utile a spiegare che ci sia un mitocondrio di meno), con mtDNA anomalo, con degradazione selettiva anomala.

Una serie di anomalie così singolari -soprattutto laddove presenti in contemporanea- da far impallidire perfino la pretesa “singolarità” della sequenza di nucleotidi in grado di privare un uomo della propria libertà.

Viene allora da pensare che non avesse poi tutti i torti Sciascia, quando suggeriva che dovrebbe far parte della formazione di ogni magistrato la permanenza, sia pure solo per qualche giorno, in carcere, ai fini di comprendere personalmente il significato della privazione della propria libertà e, di conseguenza, le implicazioni delle proprie scelte.
Ma i tempi dei grandi pensatori, evidentemente, non sono immuni agli attuali tempi di crisi, e tra buttachiavi e processi celebrati in pubblica piazza prima ancora che nelle aule dei tribunali, diviene impresa titanica non rimpiangere anche Enzo Biagi, che ai tempi del caso Tortora fu il primo a distaccarsi dalle sottane della Procura, osando proporre un titolo che diceva tutto: “E se fosse innocente?”.
Mi piace pensare, però, che quei tempi non siano finiti, e che voci ostinate e contrarie continuino ancora a levarsi quando ad essere in gioco sono i diritti fondamentali dell’individuo, ed è con questa speranza che ho scelto, oggi, di parlare di Massimo Bossetti e di Fausta Bonino.
Due vicende in qualche modo agli antipodi, ma per altri versi caratterizzate dagli stessi elementi di pressapochismo e, mi sia concesso l’azzardo, da ciò che appare quasi come la poca voglia di ricercare autenticamente la verità.
Forse, in qualche modo, è lo stesso sistema giudiziario, nel quale (e non a torto) sempre meno Italiani hanno fiducia, ad aver smesso di avere fiducia in se stesso, prediligendo il comodo rifugio di una superficialità strombazzata dagli strilloni mediatici, alle mani callose e sanguinanti che implica lo scavare alla ricerca di risposte accettabili.
E di fronte ad un tale scempio, non resta che sperare che l’Italia sia rimasta, perlomeno, terra di santi, affinché “tra un puttino e una colonna, una colonna e un puttino”, per citare Totò in quella che -ahimè- non è più una commedia, possa almeno beneficiare dell’unica cosa che potrebbe restituirle il proprio status di “culla del diritto”: un miracolo.

Interferenze Garantiste

Ci tengo a ringraziare la mia collega Sashinka che oltre a collaborare nella stesura del pezzo, come da consuetudine scritto a quattro mani, questa volta si è superata “sbobinando” la registrazione dell’intervista. Grazie Sashi.

di Laura e Sashinka

 

Se avessi un euro per tutte le volte che sento dire “devono buttare la chiave” salderei il residuo del mutuo. Questo è un discorso che va oltre il sig. Bossetti, non a caso nasciamo come Gruppo garantista dei diritti del singolo cittadino, in un panorama quindi più generale, che trova nell’imputato in oggetto quasi un pretesto, un esempio, per poter esprimere le nostre convinzioni. Da che mondo è mondo, il popolo si adegua alle idee dei pochi che hanno i mezzi per esprimerle, trovo quindi diseducativo un giornalista che si pronunci, nel bel mezzo di un processo, dicendo che l’imputato prenderà l’ergastolo così come lo è chi, ignorando i principi cardine del nostro Codice Penale e della Costituzione stessa, invoca il massimo della pena per persone ancora solo indagate, seppur ree confesse, pretendendo dallo Stato che vengano negati loro a priori i diritti più elementari, la presunzione di non colpevolezza, una difesa, un giusto processo, ogni attenuante e i benefici di legge ai quali ogni detenuto passato in giudicato e quindi “definitivo” ha diritto alla luce della legge stessa. Credo fermamente che non più del 20% degli italiani, in età tale da comprendere le norme, sia a conoscenza delle più elementari leggi che sono alla base della nostra nazione. Si evince dal fatto che spesso, per dirne una, si leggono chiari riferimenti a norme che regolamentano altri stati oltreoceano, la cui conoscenza proviene dalle serie tv ignorando totalmente il fatto che da Noi non esiste la pena di morte, la libertà su cauzione, la libertà sulla parola o la sentenza che non la prevede. Ma come spesso si usa dire questa è tutta un’altra storia. Quella che voglio narrare oggi pretende innanzitutto le dovute premesse. Non ci si venga a dire che predichiamo bene e razzoliamo male, non abbiamo alcuna intenzione di trattare altro caso all’infuori dell’omicidio Gambirasio, ma ci sono dei momenti in cui uno sguardo più generale non fa male, specie se concetti che ribadiamo da quasi due anni sono scolpiti a chiare lettere da chi di giurisprudenza ne mastica quotidianamente, non fosse altro per sottolineare che determinati principi da noi perseguiti non sono piccolezze trascurabili nè sfumature impercettibili, bensì i capisaldi di uno Stato che si auto-proclama “di Diritto”.

Una nota presentatrice onnipresente sul piccolo schermo, che suddivide il tempo a disposizione dei suoi talk show tra la cronaca rosa e quella nera, ha fatto decisamente una figura fucsia quando è stata richiamata all’ordine per essersi spinta, come suo solito, oltre il lecito personale convincimento, perché si sa, un conto è esprimere un’opinione personale al bar, ben altro è farlo di fronte ad una platea di milioni di telespettatori che da casa si infervorano e in studio applaudono. Va bene lo show, comprendiamo le regole della tv commerciale e tolleriamo anche il paravento della pubblica informazione, ma a tutto esiste un limite ed è bene che ogni tanto qualcuno lo rimarchi. Ero rimasta molto colpita quando nella puntata andata in onda il 31 marzo la nostra conduttrice nazionalpopolare aveva riscosso un mega applauso sentenziando che l’indagata, dapprima a piede libero e successivamente ristretta per motivi cautelari con l’accusa di un numero non ben definito di omicidi, aveva perso il suo status di persona assumendo le caratteristiche di mero “essere”, poichè invece di svolgere il suo lavoro faceva ben altro, riferendosi alla presunta recidività nell’uccidere persone indifese. A quanto pare non sono l’unica ad aver trasalito a quest’affermazione e se è poco importante riportare il nome della conduttrice e della trasmissione lo è invece sottolineare il disappunto nato dalle sue parole ed espresso senza veli dall’avvocato difensore dell’imputata, invitata ad intervenire telefonicamente, non per uno slancio di imparzialità o garantismo, ma semplicemente per fare audience poiché anche le “concessioni” di difesa alzano lo share. La dimostrazione della presunzione di certe trasmissioni sta proprio nelle parole, che in questo pezzo abbiamo deciso di riportare fedelmente, di chi conduce che esordisce dicendo: “Proprio perchè ci fidiamo degli inquirenti e della Procura diamo sempre la possibilità a chi è accusato, a chi è indagato, di essere difeso perchè crediamo sia giusto così“, frase questa che la dice lunga sull’essere o meno una sostenitrice della presunzione di non colpevolezza. Come dire: ‘Fatto salvo che se lo dicono gli inquirenti per me sei già colpevole prima anche della chiusura ufficiale delle indagini, ti concedo di avere uno straccio di difesa perchè non sia mai detto che nella mia trasmissione ti venga negata’.

Conduttrice: “Abbiamo al telefono, e la ringraziamo, proprio l’avvocatessa dell’infermiera, avvocato Cesarina Barghini e faccio entrare anche una persona, un giornalista di Panorama, che è convinto che l’infermiera non c’entri niente. […] Noi abbiamo raccolto anche molte testimonianze a favore dell’infermiera ed è giusto farvele ascoltare. Il giornalista di Panorama ha una sua teoria avvocato.”

Giornalista: “Sì, guarda, io ti dico in modo abbastanza schietto e diretto secondo me questa donna va liberata e va liberata subito perché non ci sono i presupposti, a mio avviso, in questa ordinanza che ho letto, per tenerla in carcere! Questa ordinanza non ha le prove certe e provate che questa sia una infermiera killer! Questa ordinanza dei giudici – a mio avviso – può rappresentare al massimo un punto di partenza di questa indagine, ma gli effetti che produce sulla vita di questa donna sono definitivi, devastanti, strutturali. Questa donna verrà sempre ricordata come l’infermiera killer di Piombino. Attenzione: io non dico che lei non possa essere colpevole, che lei non possa essere la killer, io dico semplicemente che noi dobbiamo attenerci agli atti e ai fatti e agli atti nei fatti”.

Conduttrice: “Però se la tengono lì, gli inquirenti avranno delle motivazioni. Mica si divertono a tenere chiusa una persona potenzialmente innocente…”

E qui scusate devo intervenire perché come dice un noto comico napoletano: “Aggià sfugà n’gopp a stu fatt!” Ho imparato, invecchiando, che la Magistratura nel nostro paese incute un timore quasi reverenziale che va oltre il normale “temere il braccio lungo della legge”. Se è ovvio che il cittadino abituato a delinquere avrebbe ben donde di temere un magistrato che fa il suo lavoro, lo è altrettanto che il cittadino modello, che mai si sognerebbe di trasgredire la legge, si dovrebbe sentire doppiamente tutelato da un sistema che oltre a garantire la sua incolumità lo protegge anche dal sistema stesso. L’errore giudiziario può accadere anche nelle “migliori famiglie”, su questo non ci piove, anzi dovrebbe proprio rappresentare l’eccezione che conferma la regola, a patto che esso sia riconsciuto con estrema franchezza in tempi brevi e risarcito come legge prevede. Purtroppo in Italia quella che dovrebbe essere la triste eccezione diventa una regola, osservata ormai a carattere giornaliero. La regola che riempie le carceri di imputati, fatto di per sé già gravissimo, la maggior parte delle volte li vede completamente estranei ai fatti lor attribuiti, ma ciò non impedisce al sistema di trattarli come spazzatura, spogliarli della loro umanità, triturarli e fagocitare tutto ciò che li circonda per poi digerire le loro esistenze e gettarle nel fango come cibo per porci. Non si chiamano tutti Ferrando e Musso e con questo chiudo la parentesi e procedo nell’illustrare gli eventi di cui sopra.

 

Giornalista: “Guarda, io ti dico una cosa, il tribunale del riesame questa cosa qui non l’accetterà e la scarcererà, lo vedremo. Se vuoi ti dico anche perché, in due parole.”

Conduttrice: “Avvocato, stai sentendo tu, sì?

Avvocato (Dottoressa Cesarina Barghini): “Certo, sto sentendo e meno male che c’è qualcuno che difende questa povera signora che è stata vittima, veramente, di una campagna mediatica vergognosa, che l’ha descritta come un mostro e voglio capire chi pagherà poi questi danni, devo capire, perché è una cosa veramente vergognosa. E poi descrivere questa mia assistita come un essere che invece di fare l’infermiera faceva tutt’altro è una frase che, mi creda, non avrei mai voluto sentire, tutti gli sproloqui che si sentono e si continuano a dire su questa persona che si trova in carcere con un’accusa infamante, ingiustamente, senza uno straccio di prova, senza nemmeno indizi – perché se ci fossero almeno degli indizi reali, precisi e concordanti, direi ‘vabbè, non ci sono le prove, ma ci sono gli indizi’ -. Non c’è assolutamente niente, c’è una serie di menzogne inventate, a cominciare da quella dell’alcool, della malattia psichiatrica, e ora abbiamo anche appurato che la ricostruzione che la vede presente e che la vede presente in prossimità dei decessi, anche quella, è totalmente sbagliata. Quindi, come diceva correttamente – e lo ringrazio veramente di cuore – il giornalista in studio, questa signora deve uscire immediatamente da quel carcere, perché non potrà altro che farle dei danni. Le indagini che le facciano gli inquirenti e che le facciano a modo, non in questa maniera. Le faremo anche noi le indagini, perché purtroppo la mia attività, anziché essere puramente difensiva, dovrà essere un’attività investigativa, per andare a colmare le lacune enormi che ci sono in questo procedimento.

Conduttrice: “Scusami avvocato volevo precisare, a parte il fatto che io nello specifico, ho imparato, in 9 anni di lavoro per una testata giornalistica, a usare sempre il condizionale, quindi io non ho mai detto che lei è l’assassina, ma che è la presunta assassina, e noi – credendo nella legge e nelle forze dell’ordine, io in prima persona, ovviamente, se sui giornali c’è scritto che viene indagata, incarcerata, con gli inquirenti che sono certi che sia l’assassina, io ne do la notizia, usando il condizionale, ma ne do la notizia. Fatto sta che – come vedi – sono io, siamo noi che qui in trasmissione, confidando moltissimo nella Procura, nelle forze dell’ordine, stiamo dando la possibilità al giornalista ospite, che non è che sta parlando da solo in mezzo a una strada, ma sta parlando in diretta da me e stiamo dando la possibilità anche a te che stai parlando in diretta per difendere la tua assistita e quindi, questo per precisare, per spiegare insomma anche…”.

Avvocato: “A me non pare che si sia usato molto spesso il condizionale, perché se si definisce una persona come “quell’essere che anziché fare l’infermiera faceva tutt’altro”, io non penso proprio che sia l’uso di un condizionale. Voi avete dato per scontato, come voi tanti altri giornalisti, tanti altri media, avete dato per scontato che la signora è colpevole, confidando proprio sulle certezze della Procura e qui sbagliate, perché la Procura è la prima a non avere certezze, perché questa è un’indagine in corso, ed è vergognoso che con un’indagine in corso – dove ancora le indagini non sono state concluse -, si diano in giro spezzoni ad hoc, scelti ad hoc, delle intercettazioni telefoniche che dovrebbero essere per legge secretate, che vedono estrapolate le frasi prese da un contesto che renderebbe, se letto integralmente, tutta un’altra situazione. Quindi qui addirittura c’è una strumentalizzazione di frasi estrapolate ‘pro domo sua’, per far uscire questa donna un mostro. Questo, mi scusi, ma è veramente vergognoso in uno Stato di Diritto, è proprio quello che io rifiuto con tutte le mie forze!”.

Conduttrice: “Avvocato, scusami, noi mandiamo in onda le intercettazioni che ci vengono fornite e, ripeto, ribadendo il concetto che tu stai, in questo momento davanti a 3 milioni di persone, avendo la possibilità di difendere la tua assistita, appoggiata dal giornalista ospite, cotanto giornalista di Panorama, appoggiata da una vicina di casa che dice che l’infermiera è una brava persona e appoggiata da delle altre testimonianze che se faccio in tempo mando in onda, ribadendo questo concetto io – ripeto -, nel momento in cui viene arrestata una persona e dicono, gli inquirenti, che ci sono evidentemente delle prove, o ci sarà un complotto contro di lei, ma il complotto contro di lei porta lei ad essere arrestata e a essere portata in carcere, tu comprendi, che non so, perché lei e non un’altra infermiera, queste persone sono morte con delle iniezioni eh, le intercettazioni che noi abbiamo mandato in onda sono agli atti. Cioè, io spero che anche tu, avvocato…”.

Avvocato: “È sbagliato anche questo, perché – a parte gli ultimi 4 -, per tutti quegli altri sono semplicemente congetture, congetture che sono state utilizzate per creare 13, 14, 20, 30, quelli che sicuramente diventeranno dopo questa campagna, che sicuramente s’inventeranno tutto per ottenere qualcosa, le posso assicurare le prove di cui lei parla non ci sono, io ho gli atti integrali, quelli svolti fino adesso, voi non li avete. Va bene l’informazione, ma un po’ di rispetto per questa persona forse sarebbe il caso che iniziaste tutti ad adottarlo, con un po’ di cautela. Va bene la cautela, va bene l’informazione, ma qui si sta parlando di reati che sono puniti con l’ergastolo e che se fossimo negli Stati Uniti sarebbero puniti con la pena di morte. Quindi cautela di fronte a zero prove, a zero indizi, con più versioni discordanti e questo glielo posso assicurare perché io ho gli atti integrali.

Conduttrice: “Avvocato, tu fai molto bene il tuo lavoro e mi piacerebbe moltissimo avere un avvocato così nella mia vita, semmai ne avessi bisogno, però ci sono delle famiglie che – nonostante tu dica che non è così -, ci sono delle famiglie che hanno tutto il diritto di sapere qual è la verità. Per ora la tua assistita è in galera, (pur con tutte le ragioni del mondo) e ripeto, ripeto, siamo qui a difenderla, stiamo difendendo lei, stiamo difendendo l’infermiera, voglio dire che…”

Avvocato: “Guardi, forse non ha capito, la verità la voglio anch’io, le posso assicurare che sto lavorando per raggiungerla. Ma da qui a cercare la verità ad averla già trovata, io credo, ci sia una bella differenza”.

Conduttrice: “Nessuno ha mai detto che è stata trovata la verità, avvocato, scusami eh, ma a me, mettermi in polemica con te, dopo che ti ho dato anche la possibilità di difendere, ti sto tendendo la mano per difendere la tua assistita, mi sembra proprio fuori luogo che tu mi dica anche questo”.

Avvocato: “No, io non lo sto dicendo, apprezzo il tentativo di difenderla, ma io sto dicendo che fino a oggi, fino a che non sono uscite tutte le incertezze da parte degli inquirenti, l’avevate già massacrata e l’avevate già qualificata come colpevole. Non mi dica di no, perché, guardi, – per puro caso perché ero sul canale- ho assistito a una parte della trasmissione del 31 marzo e sono rimasta veramente, veramente, perplessa di fronte a questo tipo di informazione”.

Conduttrice: “ Vabbè, guarda, avvocato, ripeto, avvocato, non mi va di mettermi in polemica con te”.

Avvocato: “Nemmeno a me, nemmeno a me piace, perché, guardi, il mio lavoro la polemica la esclude, io lavoro sui dati, sulle certezze dei dati oggettivi, e lo ribadisco, la signora Bonino è innocente”.

Conduttrice: “Io sarei molto felice per la signora Bonino, per i figli – perché so che ha dei figli – e per il marito della signora Bonino che ribadisco, ribadisco per l’ennesima volta che siamo qui a dare la possibilità – andando contro, tra virgolette, alla Procura e agli inquirenti che la tengono dentro -, la possibilità di difenderla, di difendere questa donna. L’unica cosa che ho detto il primo giorno “quest’essere che dovrebbe fare l’infermiera”, perché quando arriva la notizia su tutti i giornali che quest’infermiera ha ucciso – perché questo era scritto -, ha ucciso 13/14 persone, per me è un essere, non è un’infermiera, poi siamo qui a difenderla adesso”.

Avvocato: “Al di là di quello che scrivono i giornali è una valutazione tua personale. Dice ho pronunciato questa frase perché sui giornali è scritto che è già colpevole. Io penso che ognuno di noi, prima di uscirsene con delle illazioni di questo tipo, forse, dovrebbe veramente, veramente, avere una conoscenza un pochino più completa di come stanno le cose”.

Conduttrice: “Guarda avvocato – e chiudo la polemica -, io non sono qui a fare la pura giornalista”.

Avvocato: “Non è polemica questa”.

Conduttrice: “Io sono qui ‘di pancia’, ok? E nel momento in cui mi viene data dai giornalisti che lavorano con me e sta su tutte le agenzie una notizia del genere, io ho tutto il diritto di dire “per me questo per il momento è un essere”, proprio perché questo è il mio lavoro, non conduco il Tg, capito? Poi, sono la prima a chiedere ai miei giornalisti “per favore, fate intervenire l’avvocato? Per favore, chiamate ****che è convinto invece che l’infermiera sia innocente?” Io lavoro in questo modo, mi dispiace che lei sia rimasta male per l’altro giorno. Io volevo, “scusami, Tiziana” – che è una sorella della vittima -, perché volente o nolente gli inquirenti hanno chiesto di riesumare otto corpi. Ci sarà un motivo, no, oltretutto? Scusami, avvocato, forse vuole intervenire la sorella della quattordicesima vittima.

Non crediamo in tutta onestà che ci sia altro da aggiungere al pietoso quadro che viene fuori da questo botta e risposta. Se da un lato ci consola che di tanto in tanto qualche voce autorevole venga fuori dal coro ribadendo concetti che andiamo predicando da anni, concetti alla base della democrazia quindi di facile comprensione, non certo equazioni formulate dal dottor David Saltzberg professore di fisica e astronomia alla University of California di Los Angeles, concetti che dovrebbero fare da fondamenta alla società e che dovrebbero essere insiti in ognuno di noi, dettati dall’etica e non da un insegnamento impartitoci a scuola, dall’altro ci deprime il fatto che tali concetti siano alieni alla maggioranza dei nostri concittadini.

Intervista a Edoardo Mori, ex Giudice

Ringraziamo Edoardo Mori per averci concesso di rispondere alla nostra intervista. Per informazioni biografiche potete visitare il suo interessante sito web:

http://www.earmi.it/autore.htm

 

– Gentilissimo Edoardo Mori, come già anticipato, il nostro blog e il nostro gruppo facebook (https://www.facebook.com/groups/bossettipresuntoinnocente/ ), è nato principalmente per con l’intento di opporsi all’accanimento mediatico operato contro Massimo Bossetti, l’allora indagato e ora imputato per l’omicidio della piccola Yara Gambirasio. Accanimento che ha poi coinvolto intere famiglie, nonché bambini, e che invece di scemare col tempo, ha visto una escalation a tratti aberrante. Sappiamo che per arrivare alla verità è necessario scandagliare la privacy della persona coinvolta, ma lei considera normale e corretto dal punto legislativo il lavoro dei mass media in questo e in altri casi di cronaca giudiziaria? Qual è secondo lei il confine tra “diritto di cronaca” e “gogna mediatica”?

 

E. Mori: Faccio una premessa: il nostro sistema è indegno, viola ogni norma sul segreto istruttorio, sul dovere di riservatezza degli uffici pubblici, sulla privacy, sui diritti umani. Purtroppo però questo disordine e il modo con cui vengono condotte le indagini, bisogna dire che talvolta servono anche ad aiutare chi è stato ingiustamente accusato.
In merito al segreto istruttorio ricordo che l’Italia è totalmente inadempiente alle sentenze della corte di giustizia e ad una direttiva europea specifica che trovate qui: http://www.earmi.it/varie/segreto%20istruttorio.html.
Sulla base della normativa vigente è certo che dagli uffici di polizia e dagli uffici giudiziari non dovrebbe uscire una sola parola sul caso su cui essi indagano; se poi il difensore dell’indagato ritiene utile divulgare certe notizie, se ne assume la responsabilità e deve comunque rispettare la privacy di tutti coloro che non sono indagati. Può dire, ad esempio, che l’imputato aveva un’amante, ma non può certo permettersi di fare il nome di questa persona.
Il diritto di cronaca consiste nel diritto del giornalista di acquisire informazioni sul caso e di pubblicarle; in un sistema in cui queste notizie non arrivano direttamente dagli investigatori, è il giornalista che deve svolgere un’attività di tipo investigativo, può sentire chiunque, ma il limite invalicabile è la privacy di coloro che non consentono che venga fatto il proprio nome. Si deroga a questi principi solo in casi in cui la persona interessata abbia già una sua immagine pubblica come politico, artista, eccetera.
In certi Stati il diritto di parlare pubblicamente di un processo è però più ristretto. Ad esempio è vietato diffondere le immagini delle persone che si vengono a trovare nell’aula di udienza. Negli Stati Uniti, ove il processo viene deciso da una giuria, si adottano mezzi adeguati per evitare che i giurati possono essere troppo influenzati dai media.
– Secondo Lei, per quale motivo, negli ultimi anni, le Procure non aprono fascicoli per le puntuali fughe di notizie che portano gli atti delle indagini (compresi di audio o video di intercettazioni in carcere e interrogatori), ancora coperti dal segreto istruttorio, direttamente sulle scrivanie delle redazioni di Tv e giornali? Per caso non è più reato trafugare gli atti e passarli ai media ancor prima di essere nelle mani dei legali degli indagati?

 

 

E. Mori: L’unico motivo per cui le Procure non indagano sulle fughe di notizie è che poi dovrebbero imputare se stesse e chi ha investigato. Ad esempio, il sistema delle intercettazioni telefoniche era ben regolato fin dall’inizio dal nuovo Codice di Procedura Penale del 1989 ed esse avrebbero dovuto essere rese note alla difesa solo dopo aver eliminato tutte le parti che non erano attinenti all’accusa o alla difesa dell’imputato. Era un lavoro che avrebbe comportato un notevole impegno e non è mai stato fatto, con violazione di precise norme processuali.
– Cosa ne pensa del video preparato a beneficio dei media, ai quali è stato inviato via e-mail, che mostra decine di riprese in cui appare un furgone chiaro, attribuite tutte al furgone di Bossetti, ben sapendo che, forse, una sola di quelle immagini potrebbe corrispondere al furgone dell’imputato? La legge contempla questo tipo di strategie mediatiche?
E. Mori: La procura della Repubblica deve fare le indagini rispettando il segreto istruttorio e non ha e non deve avere nessuna strategia; il suo compito è di far giustizia nel rispetto delle norme di legge e non certo quello di far vedere quanto sono bravi. La procura non deve curarsi affatto di ciò che viene detto sui giornali e in televisione. Come ho già scritto, è stata una scelta disastrosa quella di mettere a dirigere le indagini dei procuratori che non hanno nessuna esperienza in materia e quella di non evitare che tale compito si potesse utilizzare per protagonismo.
– Cosa pensa della questione banca-dati del Dna? Ne esiste una? Il caso Bossetti ha dei legami con questo?
E. Mori: Non esiste nessuna banca del DNA e non abbiamo i soldi per farla!
– Restando nei limiti di ciò che sappiamo da Tv e giornali, pensa che gli indizi (continuiamo a definirli tali perché a nostro avviso è difficile chiamarli prove) a carico di Bossetti sarebbero sufficienti a giustificare una condanna?
E. Mori: Non seguo mai casi in televisione e sui giornali perché ho imparato che è estremamente difficile decidere non avendo tutte le carte in mano e guai a decidere solo su frammenti di informazione. Spesso sono intervenuto su casi famosi, anticipando quasi sempre l’esito del processo, ma ho sempre discusso le prove senza mai permettermi di dire se l’imputato era davvero colpevole o innocente. Nel caso Bosetti avevo immediatamente anticipato i miei dubbi sul valore della prova del DNA, cosa poi confermata, solo capito male da un perito universitario (da non confondere con i periti delle forze di polizia, non sempre muniti di adeguata preparazione scientifica). E credo di non essermi sbagliato di molto perché tutte le altre indagini sono state svolte proprio per trovare una prova che potesse superare la debolezza della prova del DNA.
Mi pare che ormai la questione si sia ridotta a due sole incognite: la prova del DNA e la prova del furgone, entrambe discutibili e discusse; tutte le altre sono chiacchiere o pettegolezzi che non possono avere nessun valore probatorio. Fate bene a parlare sempre solo di indizi perché nel moderno sistema della prova della colpevolezza, le prove di un tempo (confessione, riconoscimento, chiamata in correità) non hanno più valore autonomo ma devono essere sempre inquadrate e spiegate nel quadro generale degli elementi acquisiti.
– Da ciò che abbiamo letto, sembra che per acquisire una parte di materiale, la difesa di un imputato (quindi lo stesso imputato) debba spendere molti soldi. Questo non crea di per sé una differenza di classe sostanziale? Come fa una persona semplice, di disponibilità modeste, ad affrontare spese legali così esose che gli servirebbero ad avere garantita una difesa equa?
E. Mori: Questo è un problema d’ordine generale che non è soltanto italiano. Indubbiamente il problema esiste, ma non è stata ancora trovata una soluzione adeguata. Come minimo, però, dovrebbe essere stato chiaramente stabilito che l’imputato assolto ha il diritto al risarcimento del danno e quindi anche al rimborso dei costi sostenuti per far riconoscere la propria innocenza.
– In diverse sue interviste, lei ha usato parole molto forti per descrivere il funzionamento della Giustizia, ragion per cui ha deciso di lasciare la toga prima del tempo. Ne riporto un passaggio «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm (fonte: http://www.ilgiornale.it/news/e-giudice-si-tolse-toga-non-sopportavo-pi-l-idiozia-troppi.html ) Lei se n’è andato totalmente rassegnato o pensa sia ancora possibile fare qualcosa? In caso affermativo, che cosa in concreto?
E. Mori: Il testo completo del mio studio sui problemi della giustizia penale lo trovate a questo link http://www.earmi.it/varie/scienze%20forensi.html
non posso che ripetere quello che ho già detto e cioè che non può essere consentito al pubblico ministero, che nel processo è parte come la difesa, di procedere senza nessun controllo e mettere sotto accusa una persona e a trascinarla in un processo con tutti i problemi materiali e morali che ciò comporta. È assolutamente necessario creare un sistema in cui il pubblico ministero indaga come meglio crede e in assoluta segretezza sui casi in cui è necessario indagare; però, prima di poter elevare un’accusa, e quindi compiere un atto che può essere devastante per l’accusato, prima di trasformare le sue indagini in una istruttoria penale, deve presentare le sue prove ad un organo speciale composto da giudici, meglio se non dello stesso ufficio (potrebbe essere individuato nel cosiddetto tribunale della libertà, con alcune migliorie) il quale lo autorizza o meno a procedere. Se non lo autorizza il caso rimane segreto e il pm ha la scelta fra chiudere le sue carte in un cassetto o fare appello, sempre nel rispetto del segreto istruttorio.

La festa è finita, liberate Bossetti

debt-money-dna “Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato.”

(Albert Einstein, lettera a Max Born del 4 dicembre 1926)


In principio fu la menzogna.
Se la vicenda mediatico-giudiziaria relativa al sig. Massimo Bossetti fosse collocata in un testo religioso, senza dubbio si aprirebbe con queste parole.

D’altro canto, gli elementi di stampo mitologico sembrano non mancare: dal misterioso furgone bianco che cambia volta a volta i propri connotati strutturali quel tanto che basta per adeguarli alla bisogna, alla “magica” polvere di calce che si ritiene il muratore porti sempre con sé, ed in effetti tanto magica da comparire nell’alveo bronchiale nell’ordinanza del GIP e da non essere invece evidenziata, nello stesso punto, dalla relazione autoptica. Non è un caso che la maggior parte dello spazio su questo blog sia stata dedicata a smentire una lunga serie di notizie distorte e insussistenti, ma la madre di tutte le inesattezze, quella che ha dato sin dall’inizio un manto d’infallibilità a questa indagine costellata di errori è stata quella secondo la quale l’analisi del DNA sarebbe stata ripetuta da quattro diversi laboratori.
Ce lo hanno ripetuto per mesi, in tutti i modi e in tutte le salse, ma non corrisponde al vero. C’è infatti una differenza sostanziale tra il fare un’analisi (cosa fatta da un solo laboratorio) e il controllarne i risultati su carta al fine di “certificarla”: e c’è una differenza sostanziale, perché se c’è un errore a monte in una qualsiasi fase precedente, in questo modo l’errore verrebbe semplicemente replicato, sic et simpliciter.

Qualche giorno fa è stato pubblicato in questo blog l’articolo Ignoto1? Un DNA impossibile in natura. Ed ora affannatevi meno nell’arrampicata sugli specchi e liberate Massimo Bossetti: questo articolo, che tanti ha fatto saltare sulla sedia in quanto meno diplomatico del solito, è stato pubblicato sulla base di presupposti ben precisi, e nessuna considerazione è stata lasciata al caso.

Di recente, qualcuno ha ben pensato di provare a sostenere, naturalmente senza alcuna valida argomentazione sottesa, che quanto recentemente divulgato in relazione alla non corrispondenza del dna mitocondriale di Ignoto1 con quello di Massimo Bossetti sia poco più che una quisquilia, o un cavillo difensivo.
E’ intervenuto perfino il Procuratore di Bergamo, Dott. Francesco Dettori, il quale ha affermato quanto segue:
«Sulle notizie apparse sui mezzi di comunicazione di massa in ordine alla valenza probatoria del dna repertato e utilizzato nel processo a carico di Massimo Giuseppe Bosseti, mettendola in qualche modo in discussione e incentrando le relative critiche sulla distinzione tra dna mitocondriale e dna nucleare, la procura di Bergamo ribadisce che tale profilo è stato già oggetto di ampia e approfondita valutazione in sede di accertamenti tecnici, con i risultati ampiamente conosciuti e che tali evidentemente rimangono».

Sembra quasi voler dire, il Dott. Dettori, nel suo palesare un certo fastidio in relazione alla notizie apparse circa la non corrispondenza del dna mitocondriale, che i panni sporchi si lavano in famiglia.
Chi scrive, in realtà, avrebbe ben gradito una situazione nella quale le vicende giudiziarie sono appannaggio dei tribunali e non di giornali e trasmissioni televisive, ma deve essere rammentato che chi ha portato fuori dalla famiglia i proverbiali panni sporchi (e che in questo caso sembrano essere davvero molto sporchi) non è certo stata la difesa del sig. Bossetti.
Deve essere rammentato anche che non c’è stato alcun intervento del Procuratore nel momento in cui, ad esempio, sono stati dati in pasto ai giornali stralci di interrogatori i cui contenuti, privi non solo di qualsivoglia valenza indiziante ma anche di qualsivoglia interesse pubblico sotteso, si configuravano come palesemente lesivi della privacy e della dignità di un’intera famiglia (oltre che, ovviamente, dell’indagato, il quale è pure una persona che deve essere, ove possibile, tutelata).

In questo caso, però, non siamo di fronte alla divulgazione di un elemento inutile, ma di un elemento che in qualsiasi Paese civile (per inferenza logica è dunque evidente che l’Italia non possa definirsi tale) avrebbe comportato l’immediata scarcerazione dell’indagato: infatti, come vedremo nel corso dell’articolo, da un punto di vista strettamente logico e perfino scientifico, non si può assolutamente ritenere alla luce delle nuove risultanze che “i risultati ampiamente conosciuti” rimangano tali e l’unica conclusione possibile e, a parere di chi scrive, irrefutabile, sembra essere il fatto che il sig. Bossetti non possa essere considerato Ignoto1.

Ora, in qualità di curatrice di questo blog, vorrei fare alcune doverose premesse.
La prima è che non mi sono mai limitata, in questo spazio, a riportare acriticamente tesi difensive, come pure qualcuno ha provato a sostenere.
Se mi desse una qualche soddisfazione personale divulgare veline preconfezionate, allora di certo, anziché scrivere (ben volentieri) a titolo gratuito su questo blog, lavorerei per qualche grande ed importante testata giornalistica, magari finanziata dai contribuenti.
Tra le linee guida di una tale testata giornalistica comparirebbero certo, sciorinati con veemenza ma raramente rispettati, ideali di correttezza deontologica e accuratezza delle notizie, magari anche riferimenti all’uguaglianza e ai principi democratici, ostentati in vetrina ma solertemente dimenticati.
In quel caso avrei potuto riportare per mesi, certa o quasi di una totale impunità, una lunga serie di pseudonotizie tese unicamente a ingenerare nell’opinione pubblica la convinzione che il sig. Massimo Bossetti sia colpevole, pur accorgendomi della fallacia delle stesse e senza mai offrire contraddittorio.
Avrei dedicato lungo spazio alle lampade solari fatte dal sig. Bossetti in un centro estetico “vicino alla fermata del bus di Yara”, naturalmente fingendo di dimenticare che i centri estetici sono chiusi nelle fasce orarie in cui gli studenti prendono l’autobus, e ancora avrei provato a sostenere, senza alcuna vergogna, che costituisca un fatto sospetto e del tutto inusuale l’acquisto di materiali edili da parte di un muratore.
Di contro, al venir fuori una notizia clamorosa come la non corrispondenza del dna mitocondriale di Ignoto1 con quello di Massimo Bossetti, anziché fare quanto dovuto, ossia mettere in discussione l’operato degli inquirenti, sarei corsa immediatamente non da un genetista esterno al caso per chiedere ragguagli sulle implicazioni di un fatto simile, ma dai consulenti della Procura, per dare loro la possibilità di salvare il salvabile (e tutelare i propri scranni) arrampicandosi sugli specchi, e soprattutto tranquillizzando i lettori del fatto che, no, non c’è nessun errore e che, parafrasando le eloquenti parole dell’Avv. Claudio Salvagni, sia cosa del tutto normale avere nelle proprie cellule un dna nucleare riconducibile ai propri genitori e un dna mitocondriale del proprio vicino di casa.

In data 30 gennaio su Il Garantista Errico Novi ha intervistato il Prof. Alessandro Meluzzi (vedi qui: http://ilgarantista.it/2015/01/30/quel-dna-e-costato-troppo-lo-difenderanno-coi-denti-anche-se-e-una-bufala/).

L’intervista, intitolata “Quel Dna è costato troppo: lo difenderanno coi denti, anche se è una bufala“, un titolo da me apprezzato, essendo ormai chiaro che le cose stanno proprio in questo modo -e lo dico da persona ben poco amante delle dietrologie, ma anche abbastanza acuta da comprendere quando sia il vil denaro a muovere determinati meccanismi-, proponeva una serie di considerazioni interessanti, ma ai fini di questa trattazione ne richiamerò due in particolare.
Con riferimento alla improponibile (e verrà spiegato anche il perché di un aggettivo così categorico) linea difensiva adottata dai consulenti della Procura, il Prof. Meluzzi sottolineava come tale linea non risponda al quesito di base che viene posto, ed evidenziava inoltre come il sostenere la “bontà” e la valenza probatoria di quella traccia, alla luce degli ultimi riscontri, sembri rispondere ad un criterio di tipo “esoterico” piuttosto che scientifico.

Ora, non so effettivamente se il Professore si sia lasciato andare ad una considerazione spontanea o se ci fosse, a monte, un percorso riflessivo più complesso, tuttavia penso che questa constatazione riassuma un concetto fondamentale, che poi è lo stesso sotteso alla battuta (ironica solo in minima parte) riportata nell’articolo precedente, secondo la quale, a questo punto, solo il Divino Otelma potrebbe risolvere il busillis.

Il grande antropologo Lucien Lévy-Bruhl dedicò una serie di studi ai popoli primitivi, caratterizzati da culture con una netta preponderanza di un pensiero di tipo “magico”.
Lo studioso parlava, a tal proposito, di “prelogismo”, volendo con ciò evidenziare la differenza ed il distacco di simili concezioni rispetto al pensiero sviluppatosi a partire dalla nascita della logica classica, in seno alla quale vennero elaborati, per la prima volta, i principi di identità e non contraddizione.

Il principio di non contraddizione, alla base del pensiero razionale e scientifico, afferma la falsità di ogni proposizione che implichi un fatto e, in concomitanza, la sua negazione. Aristotele definisce il principio in questi termini:

“È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo .”

Applicando questo criterio razionale al caso in disamina, è chiaro che debba essere rigettato l’assurdo sulla base del quale il sig. Bossetti possa trovarsi ad essere (sulla base del DNA nucleare), e contemporaneamente a non essere (sulla base del DNA mitocondriale), Ignoto1.

E’ un criterio di tipo logico e scientifico a portare a questa conclusione, mentre la conclusione opposta risponde ad una concezione sottesa che disconosce palesemente i cardini della scienza.
A nulla vale sostenere che il dna mitocondriale abbia minor potere identificativo.
Sia chiaro: nessuno mette in dubbio questa affermazione, trattandosi di una constatazione acclarata, in quanto, mentre il dna nucleare contiene informazioni ereditate sia in linea materna sia in linea paterna, il dna mitocondriale è ereditato unicamente dalla madre ed è condiviso dall’intero ceppo materno (identico).
Se sul luogo di un delitto fosse rinvenuto il mio dna mitocondriale sarebbe dunque impossibile (essendo identico) stabilire se è mio, di mia madre, di mia nonna materna, di mio fratello e così via- mentre il dubbio si chiarirebbe definitivamente con il dna nucleare. Un’evidenza altrettanto inoppugnabile, tuttavia, è il fatto che in natura non esiste e non può esistere nessuna cellula che abbia un corredo di informazioni che rimandi a soggetti diversi nel nucleo e nel mitocondrio.

La mattina del 28 gennaio, su Radio Padania, è stato intervistato il Dott. Marzio Capra, biologo e genetista forense di chiara fama, con particolare riferimento al caso Yara e all’ultima novità del dna mitocondriale.

Il Dott. Capra, in relazione all’assurdità di questa anomalia, ha proposto il significativo paragone di una persona che si guardi allo specchio e, normalmente, vi si riconosca, ma poi si accorga, voltandosi di spalle, di essere un altro soggetto completamente diverso.
Il Dott. Capra ha anche sottolineato che già da anni era noto che quella traccia presentasse alcune grosse anomalie “difficilmente spiegabili o inspiegabili”.

Inserisco, di seguito, la trasmissione menzionata, segnalando che la parte relativa al caso Yara comincia al minuto 47:

Alcune delle anomalie cui il Dott. Capra fa riferimento furono segnatamente evidenziate dai RIS, e riprese dalla difesa del signor Massimo Bossetti nell’istanza di scarcerazione presentata a settembre.

Relazione RIS Anche in questo caso, come da copione, ci si affannò immediatamente a sminuire la cosa, tuttavia quanto sottolineato dalla difesa del sig. Bossetti rimandava ad alcune considerazioni non di poco conto.

Ci si chiedeva infatti se tale traccia dovesse davvero considerarsi “oltre ogni ragionevole dubbio”, e ce lo si chiedeva in quanto appare chiaro, dalla relazione dei RIS, ed anche il Dott. Marzio Capra ha avuto modo di soffermarsi sull’argomento, che ci troviamo quantomeno di fronte ad un campionamento ambiguo, nel quale la traccia biologica riscontrata non è visibile a occhio, a causa della forte degradazione del materiale, ma nel contempo non emerge una corrispettiva degradazione del DNA, che infatti consente non solo di estrarre un profilo completo ma si presenta, addirittura, “abbondantemente cellularizzato”, salvo poi non consentire di diagnosticarne l’origine biologica.

Tuttavia, se in relazione a queste anomalie si poteva obiettare (e si è obiettato) che non potessero inficiare i risultati ottenuti, posto che era stato in ogni caso estratto un profilo completo, non si può rispondere altrettanto di fronte all’evidenza di un dna mitcondriale non coincidente con quello dell’indagato, e nondimeno perfettamente chiaro e appartenente a persona specifica, diversa dall’indagato e allo stato non identificata.

Al fine di spiegare meglio questa anomalia, ho chiesto delucidazioni ad alcuni biologi e genetisti, e le spiegazioni ricevute mi sembrano del tutto incompatibili con la linea assunta dai consulenti della Procura di Bergamo e dai loro amici e colleghi; cosa peraltro del tutto comprensibile: in tempi non sospetti inserii nel blog una traduzione, fatta dall’amico Rocco Cerchiara, di Forensic DNA Evidence. The Myth of Infallibility, del Prof. William C. Thompson, che stigmatizzava a più riprese (con riferimento a casi concreti nella casistica statunitense) la reticenza dei laboratori coinvolti nell’ammissione di eventuali errori.

A tal proposito è interessante notare come questa evidenza paia turbare i sonni di molti, causando una serie di imbarazzanti inversioni di tendenza.
Così, c’è chi fino a qualche giorno fa riteneva che, nel caso di specie, fosse impossibile (peraltro non si capisce su quale base) che potesse configurasi un’ipotesi di trasferimento secondario del dna o una contaminazione, ed ora sostiene con veemenza queste ipotesi, ovviamente -ça va sans dire- limitandole al solo DNA mitocondriale, e senza che alcuna considerazione realmente scientifica di fondo possa avvalorare un simile quadro.
Allo stesso modo, c’è anche chi fino a poco tempo fa si palesava garantista ritenendo prospettabile l’ipotesi del trasporto ma, alla luce della non corrispondenza del dna mitocondriale, sembra aver maturato un inspiegabile livore nei confronti della difesa del sig. Bossetti, arroccandosi in una posizione che potrebbe essere riassunta in questi termini: “difendetelo pure, ma nessuno parli di dna mitocondriale!”

Esempi che ben mostrano, purtroppo, il volto di una scienza che si risolve in malleabili formule di stile, un contenitore vuoto nel quale inserire tutto e il contrario di tutto secondo la convenienza del momento.

Dopo aver evidenziato tutto questo, la questione che vorrei sollevare è, di fatto, una sola. Orbene, se qualcuno nei salottini televisivi non ha avuto molti peli sulla lingua nel dichiarare che gli importa relativamente poco del sig. Bossetti, io ne ho ancor meno nell’affermare che a me non importa assolutamente nulla di quanti, di fronte ad una clamorosa cantonata, potrebbero vedere stroncata la propria fiorente carriera.

Detto questo, e posto altresì che di fronte ad una Procura (il cui discutibile modus operandi è stato, in queste pagine, abbondantemente illustrato) che ha avuto ed ha a disposizione milioni di euro pubblici, e ad un operaio che protesta la propria innocenza e al quale non posso che credere, a questo punto per ragioni palesi, non ho dubbi su quale posizione sia dovere etico e civile assumere, penso che le cose, laddove chiare, debbano essere ribadite, e lo faccio subito, ripetendo che in natura non è scientificamente possibile che nella stessa (e poi vedremo perché ribadisco la parola stessa) cellula ci sia il dna mitocondriale di un soggetto e quello nucleare di un altro.

Vorrei a questo punto riportare alcune considerazioni scientifiche, scusandomi anticipatamente per l’eventuale inadeguatezza terminologica o altre piccole “sbavature” in tal senso, ma si tratta di cose che mi sono state spiegate, da esperti di settore, per mezzo di esempi adeguati ai “non addetti ai lavori”.

Come anticipato, è del tutto inutile sostenere che sia maggiormente identificativo il dna nucleare, in quanto caratteristica precipua della scienza e del metodo scientifico è la ripetibilità di esperimenti e risultati: è proprio a questo che la scienza deve la sua robustezza, ed è in virtù di questo che si distingue dalla superstizione e dalla ciarlataneria.

In un contesto scientifico, se si ha un protocollo e lo si ripete, il risultato è sempre il medesimo, ed in caso contrario è l’intero procedimento a risultare travolto.
Insomma, mettiamoci d’accordo: se, come ci è stato ripetuto per mesi, “la scienza non mente”, non mente neppure quando scagiona l’indagato e neppure quando, evidenziando un errore a monte, mette a rischio gli scranni di tanti illustri signori.

Alla luce dei presupposti sui quali si basa il metodo scientifico, implicante appunto la riproducibilità degli esperimenti e la compatibilità dei risultati ottenuti, se si ha una cellula con il dna nucleare di X, anche il dna mitocondriale deve essere di X.

Se ciò non accade qualcosa non va e anche se di norma l’identificazione si fa per mezzo del dna nucleare (in quanto contenente un maggior numero di informazioni), ovviamente la si fa nella prospettiva che il dna mitocondriale sia della stessa persona, essendo il contrario impossibile in natura: ribadisco il concetto “impossibile in natura” perché, nel caso di specie, vi è una impossibilità per ragioni squisitamente scientifiche di qualsivoglia ipotesi alternativa, come illustrerò nelle righe successive.

“Merita” a questo punto di essere richiamata un’altra ipotesi prospettata dai consulenti della Procura, secondo i quali il mtDNA del sig. Bossetti sarebbe stato “coperto”: questa tesi propone un caso che appare non prospettabile nel caso di specie.

Anzitutto, è chiaro che se un dna mitcondriale può essere coperto, di certo non può materializzarsene un altro ex nihilo, cosa che invece dovrebbe essere evidentemente accaduta in questo caso.
Su questo aspetto, non credo si possano sollevare obiezioni, se non proponendo un Ignoto2, con il mtDNA di Ignoto1 che scompare, mentre nel contempo scompare il dna nucleare di Ignoto2.

Se si vuole proporre una soluzione di questo tipo, o siamo di fronte ad un miracolo tanto grande ed evidente da far annichilire qualunque adepto del CICAP, oppure, più prosaicamente, ci troviamo di fronte ad una clamorosa arrampicata sui vetri.

La prima considerazione da fare, infatti, può essere riassunta in termini molto spicci: non prendiamoci in giro.
Un’ipotesi di questo tipo implicherebbe una serie di avvenimenti tanto incredibili da non avere neppure la minima parvenza di credibilità sul piano sostanziale: bisognerebbe infatti postulare due diversi agenti che lascino una traccia biologica esattamente nel medesimo punto ed in secondo luogo bisognerebbe postulare una scomparsa “selettiva” delle parti “scomode” dei rispettivi dna.

Ci troviamo di per sé dinnanzi ad una ipotesi estremamente risibile, ma in realtà esistono anche ragioni di tipo scientifico che portano a ritenere che questa soluzione nel caso in disamina sia del tutto impossibile.
Affinché una parte del dna venga “coperta” devono ricorrere una serie di condizioni che in questo caso non sono soddisfatte.
Per mostrare come una parte del dna di un soggetto possa essere “coperta”, faccio un esempio pratico, lo stesso che è stato fatto a me.

Si tratta di un esempio “scolastico” e diverso dal caso in esame, finalizzato unicamente a comprendere il meccanismo di fondo.
Il mio sangue gocciola sul campione di tessuto epidermico di X.
Supponendo che accada che nella mia goccia di sangue non ci siano globuli bianchi ma solo piastrine e globuli rossi, nel momento in cui andassi ad analizzare la traccia troverei una popolazione finale mista, con nuclei solo di X ma con mitocondri miei e suoi, perché i globuli rossi non hanno nucleo.
Questo accadrebbe perché quando si sequenzia un frammento di DNA la popolazione minore in una situazione mista è sfavorita, a volte tanto da sembrare un rumore di fondo e (questo dipende molto dai kit utilizzati) da non essere rilevata.

Allontanandoci dall’esempio scolastico e prospettando un caso autentico, la possibilità astratta si configura in questi termini: sia il nucleo sia i mitocondri sono protetti da una membrana, per cui una rottura della cellula non implica necessariamente anche la rottura del nucleo o dei mitocondri; di conseguenza, nel caso di una traccia mista, con più contributori, può verificarsi che nuclei e mitocondri di persone diverse si mischino nella medesima traccia e che la componente minore, sfavorita, non venga rilevata.

Affinché un’ipotesi di questo tipo possa in concreto verificarsi, è però necessario che le cellule non siano integre (devono essere spezzate, ridotte in frammenti), condizione che non è affatto soddisfatta nel caso di Ignoto1.

A dirlo, ancora una volta, non sono i consulenti della difesa, ma la relazione dei RIS richiamata nell’ordinanza che definisce la traccia come “abbondantemente cellularizzata”. Fluido-cellularizzato Abbondantemente cellularizzata significa, in genetica forense ma anche in Italiano, che le cellule sono integre, in caso contrario il fluido non potrebbe mai essere definito cellularizzato, perché non ci sarebbero cellule, ma frammenti, e meno ancora potrebbe definirsi “abbondantemente cellularizzato”.

Posto dunque che il dna mitocondriale del sig. Bossetti non può, nel caso concreto, essere stato “coperto” dalla componente biologica di Yara o di un terzo, è evidente che ci troviamo di fronte ad una situazione nella quale è impossibile sostenere con sicumera che il sig. Bossetti sia Ignoto1.

Appare peraltro strano un errore interpretativo sul dna mitocondriale perché, come evidenziato nel precedente articolo, sussistono elementi di fatto che fanno sospettare che tale esito negativo non sia stato ottenuto ora per la prima volta.

A questo punto le spiegazioni mi pare siano solo due, ed entrambe portano alla medesima conclusione: Massimo Bossetti non può essere scientificamente considerato Ignoto1.

Il teorema viene travolto sin dalle fondamenta, in quanto se in una cellula il dna mitocondriale non appartiene all’indagato, non ci può essere, nella parte nucleare, nessuna decantata “naturale corrispondenza su 21 marcatori autosomici STR”.

Infatti, posto che in natura, come sopra evidenziato, non esiste e non può esistere nessuna cellula che abbia un corredo di informazioni che rimandi a soggetti diversi nel nucleo e nel mitocondrio, o siamo di fronte ad un frutto di laboratorio, nel qual caso la corrispondenza non può dirsi “naturale”, o -se si vuole sostenere che si tratta di un dna naturale e posto che nessuno sembra contestare la non corrispondenza mitocondriale, peraltro messa nero su bianco da consulente della pubblica accusa- c’è un errore (di tipo procedurale o meramente interpretativo) per quanto attiene alla parte nucleare e non c’è, consequenzialmente, la corrispondenza su tutti i 21 marcatori autosomici.

In questo caso, che tuttavia è una semplice ipotesi al momento non suffragata da elementi certi e che dunque suggerisco di prendere con il dovuto beneficio di inventario, potrebbe darsi che la corrispondenza esista ma sia in realtà inferiore a quella prospettata, magari comunque alta ma non completa, cosa che potrebbe trovare spiegazioni congrue nelle “sottopopolazioni”: è attestato, infatti, che gli appartenenti a sottopopolazioni (quale potrebbe essere, ad esempio, quella della Val Seriana) tendono ad avere dna simili, tanto da provocare, talvolta, effetti distorsivi considerevoli sulla random match probability (Jobling&Gill, 2004).
Per il resto, c’è da sottolineare altresì che una sopravvalutazione della corrispondenza potrebbe essere dovuta al fatto che mi pare chiaro che la comparazione non sia stata effettuata in cieco, ossia tra il 15 e il 16 giugno si sapeva bene di star comparando il dna di Ignoto1 con quello della persona sospettata di essere Ignoto1: questa consapevolezza può causare, anche del tutto involontariamente, errori interpretativi, dei quali la casistica statunitense è costellata.

In conclusione mi pare si possa dunque affermare che il tanto decantato cavallo di battaglia della Procura di Bergamo si sia rivelato un cavallo zoppo, o forse dovremmo dire un cavallo inesistente.
Lascio ai lettori la valutazione dell’atteggiamento tenuto, in merito, dalla Procura di Bergamo, e mi limito ad una considerazione giuridica.

L’articolo 25 della nostra Costituzione sancisce il principio di riserva di legge delle norme penali, di ascendenza illuministica, che porta con sé un triplice corollario: il principio di precisione, che vincola il legislatore a formulare le norme penali nel modo più chiaro possibile, il principio di tassatività, che lo vincola a formulare norme incriminatrici rispettose del divieto di analogia della legge penale, e infine il principio di determinatezza, che impone al legislatore di incriminare solo fatti suscettibili di essere accertati e provati nel processo.

Tale principio fu elaborato da Montesquieu e successivamente approfondito da Feuerbach e dall’italiano Beccaria.
In questa sede non parliamo di legislazione, dunque il richiamo potrebbe apparire improprio, ma se si riflette sulla ratio di questo principio e dei suoi corollari, i quali implicano che le decisioni sulla libertà di un individuo non possano e non debbano essere rimesse all’arbitrio di un giudice privo di limiti ben delineati, diviene chiaro il perché la scrivente ritenga che, sulla base delle ultime risultanze, il sig. Massimo Bossetti non dovrebbe, in un Paese civile, neppure essere rinviato a giudizio, ma scarcerato con tante scuse, che dovrebbero quanto prima prendere il posto della strenua negazione dell’evidenza.
Ho parlato più volte, in questa pagine, del paradosso del iudex peritus peritorum in relazione alla prova scientifica: ma se la prova scientifica si configura come prova insussistente e piegata ad interessi d’altro calibro, la questione diviene ben più grave, e il rischio è proprio che si decida inaccettabilmente ad libitum sulle sorti di un cittadino.

Questa vicenda è costellata di troppi errori e di troppi dubbi.
Dubbi che si sono conficcati come spine nella coscienza di chiunque abbia seguito il caso in maniera autenticamente critica sin dall’inizio.
Dubbi che portano ad un’unica conclusione: da oltre sette mesi, nella casa circondariale di Bergamo, è rinchiuso un innocente.
Per mesi ci è stato ripetuto che “il dna non vola” (frase peraltro del tutto risibile, posto che il dna, pur non volando, è trasportabile e la prova scientifica dovrebbe essere decisamente demistificata), ora la prospettiva di mitocondri volanti sembra allettare gli stessi solerti sostenitori della prima ora della frase di cui sopra.

Io credo che ci sia più di una persona che dovrebbe farsi, quanto prima, un accurato esame di coscienza.
Nelle aule dei nostri Tribunali campeggia la scritta secondo la quale “la legge è uguale per tutti”.
Anche le leggi scientifiche sono uguali per tutti, e lo sono anche quando scagionano Massimo Bossetti.

La festa è finita, e siete stati voi a metterlo nero su bianco: scarceratelo, perché nessuna carriera e nessuna spesa, per quanto ingente, vale quanto la libertà umana.

Alessandra Pilloni

La giustizia tricolore e la quadratura del cerchio (articolo di Laura)

giustizia_tricolore

A chi mi domanda, con fare ammonitore, perché non  mi senta “italiana” e mi taccia di non provare amor di patria, come se questo fosse il più grave dei delitti, rispondo senza indugio che la patria è come un genitore.
Non è dogma che chiunque ponga in essere l’atto della riproduzione sia automaticamente, per Grazia infusa, un buon genitore.

Un buon genitore che sia egli putativo o naturale (fermo restando che io credo che i figli siano di chi li cresce) ha il dovere di educare, proteggere ed istruire la prole.
Deve altresì provvedere a fornirle un’etica morale, deve lasciarle libertà da ogni condizionamento, deve permetterle di seguire le proprie attitudini e deve plasmarla in modo che essa rappresenti, un domani, una società evoluta che si autopreservi dall’involuzione.
La potestà genitoriale non è un impegno da prendere alla leggera e, come dai genitori si pretende questo genere di attenzione nel crescere i cittadini del domani, lo stesso impegno si richiede alla nazione in quanto patria.
Non è solo la crisi economica a doverci preoccupare; ciò su cui dovremmo concentrarci è la faciloneria e il pressapochismo con cui si amministra la giustizia e con cui si affrontano i processi, i quali, da sondaggi documentati, in Italia hanno un che di tragicomico, al pari di numeri da circo ove il buffo funambulo passeggia senza rete a 10 metri dal suolo ma, cadendo da sprovveduto che è, non paga la sua imprudenza sulla propria pelle,  bensì resta illeso perché a parargli il colpo c’è il povero muratore di turno la cui unica sfortuna è stata prendere la paglia più corta.

In quanto a stranezze il caso “Bossetti” ci ha offerto una vasta gamma di contraddizioni, strumentalizzazioni, distorsioni della realtà, occultamento di informazioni preziosissime le quali, amalgamate e diffuse da una stampa compiacente, dalla palese tendenza a sottomettersi in modo meschino a persone più potenti, per timore o per opportunismo, rimandano il riflesso di una professione ormai morta e sepolta che, per citare Liguori, raccatta i pezzi di carne marcia lanciati da una procura che, cosciente di aver commesso un errore, tenta di inquinare le menti per persuadere e fare pressione.

Ormai sperare in un’informazione trasparente, tesa ad informare il popolo, scevra da opinioni personali o da condizionamenti è semplicemente utopico.

A questo proposito vorrei aprire una piccola parentesi. Prendevo atto, giorni fa, del fatto che più di qualcuno, partendo da un presupposto del tutto errato dal mio punto di vista, invece di condannare il concetto di processo mediatico, auspica quanto meno che se proprio deve tenersi che almeno lo si faccia con gli atti alla mano.

Una sorta di patteggiamento con i media come dire che in medio stat virtus e che ben vengano i processi in tv dove i giudici saranno veline, opinionisti ed ex gieffini purché dietro le quinte diano una scorsa veloce agli atti processuali.
Poi si sa in tv vince chi piace al pubblico da casa quindi il verdetto lo potremmo mandare tramite televoto, non prima però di aver valutato attentamente il profilo facebook dell’indagato, come viene in foto, quanti soldi ha, se ha la laurea o la licenza media, se buca lo schermo, se è abbastanza “personaggio” e se ha una moglie bella, timida e riservata da fare invidia tanto da alimentare l’odio piuttosto che una racchia, volgare e sguaiata con cui nessuno vorrebbe dividere il letto.

Stamattina parlando con Sashinka confrontavamo le nostre impressioni sulla puntata di Matrix che entrambe abbiamo guardato e riguardato per poterne cogliere tutte le sfumature e, nel farle i complimenti per le sue osservazioni, le dicevo di aver apprezzato tantissimo il modo ironico di Telese di porre le domande con le quali già, anticipando le risposte, procedeva a smontare una per una tutte le sciocchezze e le assurdità che inquinano l’aria ormai dal 16 giugno, definite, cito testualmente:

“Una pioggia di indizi senza senso piegati a convenienza in una tesi a senso unico.”

Mi ha colpita tantissimo il fatto che, in una società dove il nucleo familiare pubblicizzato e venduto all’estero è quello del Mulino Bianco che rimanda un’immagine di famiglia perfetta dove mamma e papà dormono nel lettone e i tre bellissimi figli li svegliano preparando loro la colazione, ci si domandi sbalorditi come possa essere corrispondente a verità che i coniugi Bossetti dormano da anni nello stesso letto, anche dopo una discussione familiare, e come sia possibile che un uomo che lavori in un cantiere 12 ore al giorno, alla sera torni a casa e ceni con moglie e figli più o meno sempre alla stessa ora per poi trascorrere un’oretta con i bimbi finendo poi per addormentasi sul divano.
Ma questi qui sono dei mostri!
Come si fa ad avere una vita così anomala?
Ma cosa insegneranno mai questi genitori ai loro figli continuando a farli crescere in un ambiente così malato dove alla domenica si va in bici con papà nei parcheggi mentre mamma resta a casa a preparare la cena?

Dovrebbero come minimo affidare questi tre minori ai servizi sociali.

Questa visione della realtà denuncia una società profondamente malata ed è preoccupante sia nello specifico di questo caso di cronaca sia, in scala più larga, per tutto quello che concerne il quotidiano di ognuno di noi.

Noi abbiamo ripetuto fino alla noia che Bossetti siamo noi, poiché in un clima così incerto, in mezzo a italiani in maggioranza pronti a strappare a morsi la carne dalle ossa di un uomo per cui non è nemmeno stato convalidato il fermo, i quali  bevono, senza chiedere cosa ci sia nel bicchiere, i cocktail di allucinogeni serviti da più trasmissioni e da svariate testate giornalistiche, domani potremmo finire guardati a vista in una cella d’isolamento, privati dei nostri affetti oltre che della libertà, obbligati ad indossare i panni del mostro, temendo per i nostri parenti che sono fuori, avendo come unico sfogo la possibilità di parlare con il cappellano e non tengono le risposte: “mica hanno trovato il mio di DNA nelle mutandine di Yara?”, perché la parte sana della società è stufa di essere presa in giro.

Questo caso cambierà per sempre la giurisprudenza si diceva a Matrix.
Non potrei essere più d’accordo poiché, pur non essendo regolata in base ai precedenti come negli U.S.A., la nostrana giurisprudenza, riceverebbe comunque un duro colpo laddove si dovesse decidere di condannare Massimo Bossetti in base all’unico, dubbio e la cui estrazione è magari non ripetibile in contraddittorio, indizio del profilo genetico.
Si aprirebbe la strada, e la si asfalterebbe anche, a processi unicamente fondati su tracce biologiche senza il supporto di nessun’altra prova, e non importerebbe molto se il campione è deteriorato, misto, trasportato o così infinitesimale da non poter ripetere l’analisi e da dover scegliere se estrarne un profilo genetico o stabilire di che natura sia.

Liguori ha detto che “l’unico modo per processare l’informazione è tramite l’informazione”.
Adoro quell’uomo che senza mezzi termini ha richiamato alle proprie responsabilità i due giornalisti in studio, dalle idee palesemente confuse, vittime loro stessi della cattiva informazione, i quali, sempre citando Liguori,  “limitandosi a girare le veline fatte scivolare sotto la porta da una Procura preoccupata unicamente di coprire gli errori commessi”,non erano minimamente informati sulla realtà degli atti e delle indagini, né si dimostravano disposti ad ammettere che di sicuro qualcosa non va per il verso giusto.
L’unica loro preoccupazione era difendere la categoria, giustificando le ingerenze nella vita privata degli indagati con il diritto di cronaca, e  accusare chi vede del marcio nel loro operato di voler censurare l’informazione processando il “giornalismo”.
Ma ben venga questo processo al giornalismo del quale sembra avere tanta paura la giornalista Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera, così paura da farle perdere la compostezza arrivando al punto offendere Liguori.
Ben venga un processo se i giornalisti si vendono l’anima evitando deliberatamente di verificare le fonti limitandosi a riportare quello che suggeriscono, tra l’altro violando continuamente il segreto istruttorio e calpestando anche dei minorenni.
Liguori dice che il vero giornalista ha il dovere innanzitutto di farsi un’idea e il dovere di assumersi la responsabilità di quello che scrive.

Aggiunge, con non poca fatica nel prendere la parola, un concetto importantissimo che ho riascoltato per essere sicura di non aver frainteso.

Se non c’è una storia una sola prova non basta per trovare la verità.

Ma per storia si auspicherebbe un quadro probatorio concreto e solido non un’accozzaglia di gossip che fanno pensare, ormai spero a molti, che “gli inquirenti stiano lavorando solo per coprire i propri errori”.

Ammiro il coraggio di Liguori nell’essere così esplicito, questo devo sottolinearlo. Non è da tutti esporsi in questo modo.

“Mi hanno detto che sono l’assassino di Yara ma io non ho fatto nulla”

Non riesco nemmeno ad immaginare il panico, la confusione, il terrore di essere catturato come se si trattasse di Pablo Escobar, che hanno investito quell’uomo il giorno del suo arresto vergognoso e non voglio nemmeno parlare del fatto che polizia e carabinieri si siano fotografati a turno accanto a lui per avere un ricordo dell’evento allo stesso modo in cui io fotografo i templi buddhisti quando sono in Asia.
Su questo stendo un tristissimo velo pietoso!

“Questo caso dà l’idea della “quadratura del cerchio“, espressione usata retoricamente per indicare la soluzione  perfetta a un dato problema, peccato che non sia possibile quadrare un cerchio, è ampiamente dimostrato da secoli ormai.

Alla Signora Marita dico solo che le credo non solo per quanto ha testimoniato di sapere in quanto presente ai fatti e in quanto moglie e madre ma anche per ciò che “sente” dentro di sé pur non avendone conferma.
Credo alla moglie che dorme con il marito da anni e credo alla madre che, laddove avesse avuto il minimo dubbio, avrebbe pensato solo a proteggere le sue figlie non certo un marito malato e pericoloso.
Le faccio i complimenti per la sua compostezza, la sua semplicità, la sua superata timidezza nello scendere in campo per difendere l’uomo che ama che, anche se a volte mal celata, ci ha restituito l’immagine reale di una donna violata, emozionata, sconcertata, fiduciosa, e coraggiosa.

Chiudo con questa bellissima frase di Telese al quale va tutta la mia stima per essersi messo contro il sistema pur di dare voce ad una donna vittima dello stesso.

“Non so se Massimo Giuseppe Bossetti sia colpevole o innocente, non spetta a me dirlo, so solo che se quest’inchiesta politica si rivela infondata da domani saremo tutti meno liberi.

I media italiani e i dubbi a targhe alterne: solidarietà alla signora Laura Letizia Bossetti

“Chiamiamo con l’appellativo di “verme” chi assume comportamenti ignobili e meschini nei confronti del prossimo; del resto, pare che i vermi indichino con l’epiteto di “umano” quei loro simili che si comportano allo stesso modo.”
(Giovanni Soriano, Malomondo)

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Articolo scritto a quattro mani con Laura

In genere riserviamo questo spazio virtuale all’analisi di fatti ed elementi relativi alla vicenda mediatico-giudiziaria del signor Massimo Bossetti.
Oggi vorremmo però fare qualcosa di diverso ed occuparci del caso in senso più prettamente umano: abbiamo appreso dai giornali di ieri dell’aggressione subita dalla signora Laura Letizia Bossetti, ricoverata in ospedale dopo essere stata colpita a pugni e calci sulla pancia.
Secondo quanto riportato da Repubblica e altre testate giornalistiche era già stata aggredita due volte, anche se non in modo così violento.

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Esordiamo dunque esprimendo la nostra più profonda e sentita solidarietà alla signora Laura Letizia.

Questa vile aggressione, che ci permettiamo di ritenere e definire espressamente causata da un accanimento mediatico che ha superato ogni decenza nonché dalla continua diffusione di notizie orientate e tendenziose, in completa violazione di presunzione d’innocenza e dignità umana, del codice deontologico della professione dei giornalisti e di ogni basilare regola della società civile, è sintomo di un sistema intero che deve essere cambiato sin dalle fondamenta a partire dall’educazione degli individui.

Disinformazione e meschinità nei confronti di un uomo che ha tutto il diritto di essere considerato innocente fino al terzo grado di giudizio, sono esacerbati dal vil denaro che spinge anche a divulgare notizie false (si pensi alla bufala dei reperti piliferi o alla notizia del “furgone” che, smentita da due mesi, continua ad essere propinata coram populo da alcune testate giornalistiche) pur di vendere qualche copia in più o incrementare lo share, e si estendono perfino alla famiglia, velatamente accusata, in modo surrettizio ma continuo, di “coprire”, in qualche modo che non è dato sapere, Massimo Bossetti.

E’ ormai chiaro a tutti che su una tragedia dai contorni ancora avvolti dal mistero si possa speculare fino a cadere nel ridicolo.
Se così non fosse, ovvero se qualcuno avesse ancora qualche dubbio in merito, basta accostarsi alla prima edicola e sbirciare le oscene copertine e gli esilaranti titoloni a caratteri cubitali di un certo settimanale, che neppure menzioniamo in quanto sarebbe pubblicità gratuita ed immeritata.
Poniamo innanzitutto l’accento sulla differenza di aggettivi usati per qualificare e distinguere il cattivo gusto delle copertine dalla squallida ed esilarante miseria dei contenuti, così ben anticipati dai titoli.
In una casa di cura per depressi cronici, cui gli antidepressivi di ultima generazione non fanno più effetto, un tale giornaletto dovrebbe essere distribuito contestualmente alla terapia serale.
Di certo contribuirebbe alla guarigione di molti pazienti che ormai non credevano ci potesse essere miseria più grande del loro stato d’animo, e perché no, una fragorosa e sana risata potrebbe anche rompere il silenzio notturno del reparto.
Per altri usi cui potrebbe tornare utile rimandiamo alla fantasia del lettore.

Giacché questo blog è visibile a tutti, e chiunque può leggere, vorremmo “approfittare” di questa visibilità per porre ai lettori una domanda.
Quando, settimana dopo settimana, vi imbattete nelle foto oscenamente ritoccate dei malcapitati protagonisti delle fantascientifiche “inchieste” non provate un senso di disgusto?
Ritoccare la somatica e l’esile corpo di una bambina, che aveva un’immagine acqua e sapone, curandosi di truccarla come una donna e di darle un aspetto “ambiguo” ben lontano dalla realtà non depone molto bene per un giornale; se la bambina è una vittima allora il comportamento diviene inqualificabile e degno di segnalazione.

Passi il Sig. Bossetti appollaiato in secondo piano, con la faccia di uno al quale non resta altra scelta che denunciare il solarium per aver regolato male le lampade e passi anche l’avergli irrigidito i tratti del viso per renderlo torvo; noi, sapendo di essere autorizzate a violare il codice deontologico dei giornalisti, avremmo fatto di meglio.
Gli avremmo orientato lo sguardo verso la figura posta in primo piano alternando uno sguardo cùpido ad uno sottomesso e intimorito così da far più presa nei passanti che sfilano davanti alle edicole.

Ma al di là di questo, c’è un fatto davvero sconcertante che ha accompagnato la notizia dell’aggressione alla signora Laura Letizia, ed è la caterva di dubbi e condizionali nei quali alcuni salottieri e pennivendoli nostrani sembrano essersi rifugiati: sarà tutto vero?

Nonostante gli sforzi, non riusciamo proprio a comprendere i condizionali: chissà, se li sarà mica dati da sola i calci sulla pancia?

E si tratta, ahimè, degli stessi personaggi mai colti dal dubbio quando si tratta di condannare in diretta TV un uomo contro il quale non c’è alcuna prova di colpevolezza, ma ogni giorno una corbelleria diversa, ai limiti della vergogna, tra le quali prima o poi verrà annoverato come indizio perfino il fatto che all’epoca il Bossetti fosse vivo e respirasse.

Ed è ben difficile ritenere, sulla scorta della Dott.ssa Maccora che ha disposto la custodia cautelare e rigettato l’istanza di scarcerazione, che un tale “quadro indiziario” acquisti diverso valore se valutato in senso globale: sommando qualche 0, infatti, il risultato finale è sempre e solo 0!

La custodia cautelare, a parere di chi scrive, andrebbe di per sé confinata ad extrema ratio, non sulla carta ma nella realtà, perché è la stessa misura cautelare, spesso, ad alimentare il furore di buona parte delle persone che, ignorando del tutto certe dinamiche (e certe patologie) giudiziarie invalse nel nostro paese, confondono la misura cautelare con una dichiarazione di colpevolezza.

Questa è solo la punta di un iceberg, è la manifestazione esteriore di una patologia mediatico-giudiziaria che ha messo radici ovunque, e che viene esternata nel livore che colpisce in modo sommario e senza cognizione di causa alcuna un indiziato di delitto che si proclama innocente e contro il quale non c’è alcuna prova certa di colpevolezza, è l’epitome di un’ “informazione” che consente di trasformare formiche in elefanti, confondendo un quadro indiziario di per sé debole con delle “prove”, portando alla vigenza di una sorta di “dubio pro culpa” ove se di prove non se ne trovano le si forma sommando il nulla, quasi mille elementi del tutto irrilevanti e privi delle caratteristiche proprie degli indizi messi insieme possano assumere un valore probatorio del quale sono del tutto privi.

Ma se dal linciaggio mediatico si è passati a quello fisico, allora è davvero giunto il momento che qualcuno intervenga, e ci chiediamo, nella fattispecie, dove mai sia finito il Garante della Privacy.

La responsabilità morale dell’accaduto è di quanti da tre mesi stanno imbastendo un processo mediatico ben oltre i limiti della vergogna che disonora l’Italia intera e, non paghi, manifestano poi il coraggio barbaro di farsi affliggere dai dubbi: dubbi che non trovano spazio alcuno, ahimè, quando si tratta di sentenziare in anteprima contro un uomo che da tre mesi grida la propria innocenza, foss’anche necessario, pur di manifestare il proprio forcaiolismo saccente, continuare a ribadire come veritieri elementi già smentiti.

Già nel momento in cui un uomo viene prelevato dal luogo di lavoro e ripreso in manette dalle telecamere, si aizzano le reazioni sconsiderate della folla: ci riferiamo alla sostanziale ineducazione che affligge tutti coloro che, in casi di questo tipo, si appostano fuori dalle questure e urlano all’indagato di turno epiteti irripetibili, considerando forse il processo e l’accertamento dei fatti, o la semplice informazione sugli stessi che dovrebbe precedere l’aprir bocca, un inutile orpello.
E non si tratta di semplice meschinità personale, ma di atteggiamenti socialmente accettati che paiono non ingenerare riprovazione alcuna.

La presunzione di innocenza non è un concetto inventato da chi scrive su questo blog, ma è un principio che trae fondamento dalla Costituzione, prima legge dello Stato, e che mal si concilia con il continuo far trapelare presunte indiscrezioni tagliate ed orientate, lesive della dignità umana nel momento in cui si tratta di notizie inutili ai fini delle indagini e tese solo a mostrare un vero o presunto torbido, ravanando nella vita privata altrui per distruggere moralmente il malcapitato di turno, affidandolo alla macelleria messicana di farabutti che ergendosi a detentori della verità si sentono in diritto di umiliare il prossimo dai propri salotti televisivi e dalle colonne dei propri giornali finanziati dai contribuenti.

Giacché si fa un gran parlare di indagini avvenieristiche, male non sarebbe che al progresso scientifico si accompagnasse quello civile e umano, che non può non passare attraverso i principi cardine dello Stato di Diritto.
In caso contrario, le indagini forensi -ben lungi dal divenire panacea- diventeranno in breve la nuova arma della malagiustizia.

Concludiamo dicendo che i vili autori di questo gesto dovrebbero vergognarsi, e ci auguriamo che la Procura indaghi con la stessa premura con la quale da ben tre mesi presunte indiscrezioni si susseguono su media che definire spazzatura non è affatto un’offesa ma è, al contrario, un generosissimo complimento.

I principi dello Stato di Diritto vanno difesi con le unghie e con i denti, e noi siamo qui proprio per questo, perché a chi grida la propria innocenza, anche a costo di vendere qualche copia in meno, deve essere concesso il beneficio del dubbio.
Un dubbio sempre dimenticato, salvo poi essere ipocritamente chiamato in causa quando di dubitare non c’è alcun bisogno.