Lo Stato di diritto ai tempi dell’austerity: se “la scienza non mente”, è bene che non menta per nessuno

“Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”

(Prof. Guglielmo Gulotta)
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In queste pagine ho parlato spesso di processi mediatici e di tutto ciò che suole denominarsi, con un simpatico neologismo, “brunovespismo”. E in effetti, ai fini di questo articolo, non c’è termine più adatto di “brunovespismo”, poiché è giunto il momento di parlare della puntata di Porta a Porta andata in onda in data 2 ottobre. Siamo in tempi di austerity, è cosa nota, ma non credevo che le nuove politiche economiche avrebbero toccato perfino i principi dello Stato di diritto. Invece, pare sia proprio così; si sa che a pensar male si fa peccato ma, come si suole aggiungere, spesso ci si azzecca, e alla luce della disparità di trattamento osservata in alcune trasmissioni televisive, verrebbe da pensare che la giustizia dei tribunali mediatici abbia fissato un’imposta anche sulla presunzione di innocenza. Un’imposta a scaglioni, come l’Irpef, ma regressiva: paga di più chi ha meno. Così, ci sono i “dottor Stasi” e i “muratori”: per i primi si fa sfoggio di un sano garantismo, per i secondi si perviene a condanne di piazza sulla base di “prove” immaginarie sbandierando tesi colpevoliste e perfino scientificamente inesatte come se non ci fosse un domani. Avevo già notato queste palesi disparità di trattamento in altre trasmissioni, ma mi permetto di evidenziarle oggi per un semplice motivo: vorrei infatti dire, pubblicamente, che finché davanti alla giustizia televisiva ci saranno i “dottor Stasi” e i “muratori”, mi sentirò pienamente legittimata a considerarla espressione di una società malata. Nulla di personale nei confronti di Alberto Stasi, che ha diritto come tutti ad un equo processo e al contraddittorio, ça va sans dire, ma è avvilente osservare come nel suo caso sia stato riservato un accurato servizio sulla difesa con l’esposizione puntuale delle contestazioni all’accusa, mentre nel caso di Massimo Bossetti tale servizio sia stato un’autentica farsa, nel quale le possibili tesi difensive venivano presentate solo per essere, almeno in apparenza, smontate senza licenza di contraddittorio. E’ bene sottolineare infatti sin dall’inizio che nella summenzionata puntata di Porta a Porta, al fine di affrontare il caso Bossetti, Bruno Vespa, forse dimenticando che il contraddittorio è uno dei principi fondanti di ogni democrazia, ha avuto la brillante idea di invitare in studio quattro volti noti (Barbara Benedettelli, Roberta Bruzzone, Simonetta Matone e Andrea Biavardi) e notoriamente colpevolisti. Il contraddittorio avrebbe forse dovuto essere dato dall’unico garantista, tra l’altro ampiamente penalizzato dal collegamento esterno, il Prof. Guglielmo Gulotta, encomiabile per i suoi interventi, ma sistematicamente interrotto senza ritegno. In una trasmissione a sfondo religioso in una teocrazia islamica il confronto sarebbe stato sicuramente maggiore. Il Prof. Gulotta, nonostante le innumerevoli interruzioni, ha detto una frase che mi ha colpita, e che ho segnalato in incipit: “Il dubbio è fastidioso, ma la certezza è ridicola”. E non avrebbe potuto usare termine più adeguato di “ridicola” per definire la caciara di affermazioni che sono state fatte, non in una discussione tra amici, vale la pena di sottolinearlo, ma in una trasmissione mandata in onda dal Servizio Pubblico pagato dai contribuenti. Potrei esordire, a titolo d’esempio, richiamando l’attenzione sul fatto che il signor Biavardi abbia dato prova di “conoscere” una relazione dei RIS diversa dalla relazione dei RIS, oppure dalle fini esternazioni della Dott.ssa Bruzzone, che riferendosi alla signora Ester Arzuffi, ed in particolare al fatto che la signora nega il contatto sessuale con Guerinoni, ha affermato che questo sarebbe il secondo caso di Immacolata Concezione. In queste pagine mi sono sempre guardata bene dal porre l’accento sulle questioni relative ai rapporti di filiazione, se non altro perché trattasi di qualcosa che non ha nulla a che vedere con le indagini, posto che il “problema” di Massimo Bossetti non è quello di essere o meno figlio di Giuseppe Guerinoni, ma la corrispondenza con la traccia biologica di “Ignoto1”, tuttavia ho voluto sottolineare questo passaggio perché da tempo non mi capitava di imbattermi in cotanta empatia nei confronti di una donna il cui figlio è in carcere da quasi quattro mesi con un’accusa infamante (e a sostegno della quale non ci sono prove), mentre il marito è malato terminale. Per il resto, chi sia il padre dei figli della signora Arzuffi, è qualcosa che non mi interessa, e che non dovrebbe interessare neppure al resto degli Italiani, anche se la cosa pare solleticare la pruderie del popolino, che dimostra, ahimè, come non sia cambiato proprio nulla rispetto all’Italietta che nel ’68 condannava per “plagio” il Prof. Braibanti, “reo”, di fatto, di essere omosessuale. A beneficio dei posteri inserisco comunque un link con le interessanti parole affidate, in data 20 giugno, dalla stessa Dott.ssa Bruzzone a Io Donna, che offrono un interessante spaccato sulla tendenza, tutta italiana, a balzare da un carro all’altro con estrema facilità: http://www.iodonna.it/attualita/primo-piano/2014/yara_bruzzone_intervista-402147644485.shtml. E’ difficile capire cosa sia cambiato dal 20 giugno ai giorni immediatamente successivi per causare nella criminologa un’inversione a U di questa portata, ma a tal proposito mi si potrà dire che cambiare opinione su un determinato argomento è una libera scelta individuale. Concordo pienamente su questo, decisamente meno su altri aspetti: se infatti dobbiamo rendere conto del fatto che, come ormai tutti dicono, “la scienza non mente”, diviene meno chiaro come sia possibile che, nel cambiare idea, nel susseguirsi di dichiarazioni una traccia biologica “esigua e di origine non accertata” si trasformi in una traccia biologica “abbondante ed ematica”, la qual cosa ricorda un po’ la barzelletta del papà di Pierino, che dopo essere andato a pesca torna a casa con un pesce che “si allunga di qualche cm ogni volta che ne parla”. Ironia a parte, non riprendo le considerazioni sul fatto che la traccia fosse notoriamente esigua, deteriorata e di natura non accertabile: basta scorrere i precedenti articoli per trovare dei riferimenti, tratti non da opinionisti, ma dalla documentazione e dalle parole degli stessi che hanno svolto le analisi. Sulla natura non accertabile della traccia mi limito ad inserire uno stralcio della relazione dei RIS: ” (…) Tale evidenza rende di per sè non agevole la diagnosi dei singoli contributi biologici all’interno di una mistura prodotta da più soggetti; può talvolta risultare utile, in casi del genere, un approccio deduttivo, per esclusione di esiti oggettivamente verificati (es. negatività a determinati test), ma mancherebbe comunque il legame univoco: profilo dell’unico donatore — diagnosi della traccia” e questo perché nessuno dei test diagnostici “prescinde dalla integrità della struttura molecolare delle proteine che costituiscono i marcatori “bersaglio” della maggior parte di tali saggi diagnostici (emoglobina, PSA, semenogelina, ecc.)”. Mi preme di più, però, concentrarmi sulle altre considerazioni in ambito di genetica forense fatte dalla Dott.ssa Bruzzone, che genetista non è, quindi, non essendo genetista neppure io, direi che partiamo ad armi pari. Se la Dott.ssa Bruzzone vuole dunque affermare nella radiotelevisione pubblica che la traccia è “coeva” all’omicidio e che “non può essere esito di trasferimento secondario” perché in quel caso non avrebbe potuto restituire un profilo completo, a rigor di logica dovrebbe perlomeno citare degli studi scientifici che avvalorino le sue affermazioni, non da ultimo perché non stiamo parlando di questioni mondane, trucco e parrucco, ma stiamo sentenziando contro un uomo incensurato a carico del quale ci sono indizi che potremmo definire immaginari. Dal momento che non lo fa, di fronte al nuovo spettacolo del “diritto alla rovescia” e dell’onere della prova capovolto, mi prendo però la briga di citarli io, gli studi, che ben lungi dall’avvalorare alcunché smentiscono le sue affermazioni. Che il DNA non sia databile, a meno che la Bruzzone non abbia fatto la scoperta scientifica del secolo, lo sanno tutti e lo abbiamo ripetuto più volte: basta leggere qualsiasi testo di genetica per appurarlo. L’unica soluzione che trovo per ribadirlo, a questo punto, è inserire le parole a caratteri cubitali che si possono leggere sul sito dell’Associazione Identificazioni Forensi – A.I.Fo. AIFO Richiamo anche l’attenzione sul fatto che è la stessa relazione dei RIS ad affermare che non esiste ad oggi alcun metodo che consenta di datare con precisione una traccia. Nel fare riferimento a traccia “non coeva” la relazione dei RIS mirava infatti semplicemente ad escludere che vi fosse stata una contaminazione recente della traccia da parte delle stesse forze dell’ordine e nello specifico “dovute a semplice contatto manuale o ad imprudente approccio al reperto da parte del personale operante senza le cautele che il caso impone”: in quel caso infatti la traccia sarebbe stata probabilmente meno deteriorata. Passiamo alle altre note dolenti. Parto dal presupposto che, come già scrissi come introduzione all’articolo La necessità di cautela nell’uso del test del DNA per evitare la condanna di innocenti, del Prof.Michael Naughton, Università di Bristol – Sintesi di Rocco Cerchiara, una contaminazione (che può essere avvenuta in più di una fase) non può essere esclusa. Chiariamoci: nella “ricostruzione” dell’accusa ci sono dei buchi e delle contraddizioni evidenti, che farebbero annichilire in un sol colpo le presunte contraddizioni di Bossetti sui suoi spostamenti di quattro anni prima (sic). Sostenere che il corpo di Yara sia rimasto all’aperto a Chignolo per tre mesi (con la traccia nella parte posteriore del corpo e a contatto con il terreno umido) e che non ci sia stata contaminazione è scientificamente risibile. Non c’è nessuno studio che attesti una possibilità di questo tipo e, al contrario, ci sono studi (citati nell’articolo inserito sopra) che la smentiscono clamorosamente: una traccia ematica a contatto con il terreno (asciutto) non restituisce profili già dopo trenta giorni. Questo senza l’azione ulteriore di acqua, fluidi prodotti dalla decomposizione del cadavere, saprofiti. Se ci si vuole basare sulla scienza, non si possono salvare capra e cavoli: o Yara non è rimasta a Chignolo per tre mesi, o la traccia non era lì sin dall’inizio. Tertium non datur. Ad ogni buon conto, nel ricordare che la piena compatibilità di cui si parla non è propriamente tra Bossetti e la traccia di Ignoto1, ma tra Bossetti e l’amplificazione del DNA di Ignoto1 estratto da una traccia (una apparente sottigliezza che in alcuni casi può rilevare) la cui estrazione è con ogni probabilità non ripetibile in contraddittorio, ai venditori di certezze non posso che consigliare un ottimo testo: Application of Low Copy Number DNA Profiling, Forensic Science Service, Trident Court, Birmingham, UK, del Prof. Peter Gill [1]. Parla dei rischi presenti nel DNA “low copy number”, ossia estremamente esigui e degradati. Il Prof. Gill sottolinea che in questi casi ci sono diverse conseguenze che non possono essere evitate: casi di allelic dropout, cosiddetti “falsi alleli” analizzati, e contaminazioni. Sono gli stessi kit di amplificazione e gli stessi strumenti utilizzati per l’analisi di tracce particolarmente problematiche in quanto esigue e deteriorate ad esporre ai rischi di contaminazione a causa della loro particolare sensibilità. Questo per ricordare, sebbene io non abbia mai propeso particolarmente per dinamiche di questo tipo ed abbia sempre preferito basarmi sull’evidenza che il DNA è trasportabile, come il solo sciorinare certezze assolute sia ridicolo. Meritano di essere riportate le considerazioni finali dello studio del Prof. Gill, quanto mai adatte al nostro caso: “Quando vengono analizzate piccole quantità di DNA, si impongono considerazioni particolari come le seguenti: a) Anche se è stato ottenuto un profilo del DNA, non è possibile identificare il tipo di cellule da cui il DNA ha origine, né è possibile affermare quando sono state depositate le cellule. b) non è possibile fare alcuna conclusione circa il trasferimento e la persistenza del DNA in questo caso. (…) c) Poiché il test del DNA è molto sensibile, non è raro trovare dei commisti. Se le potenziali fonti dei profili di DNA non possono essere identificate, non ne consegue necessariamente che siano pertinenti nel caso di specie, dal momento che il trasferimento di cellule può essere esito di contatto casuale. In effetti, il valore della prova del DNA LCN è diminuito rispetto al DNA convenzionale. Ciò deriva inevitabilmente dalle incertezze relative al metodo di trasferimento di DNA su una superficie e dalle incertezze relative al quando il DNA è stato trasferito. Si sottolinea che la rilevanza della prova del DNA in un caso può essere valutata solo sulla base di una considerazione simultanea di tutti gli altri elementi di prova diversi dal DNA”. Stando alle conclusioni del Prof. Peter Gill, va da sé che diviene palese il motivo per il quale c’è chi, come la sottoscritta, non riesce a capire per quale ragione Massimo Bossetti sia in carcere: infatti, nel caso di Massimo Bossetti, gli elementi di prova diversi dal DNA semplicemente non esistono, a meno che non si voglia parlare di gossip e dei summenzionati indizi immaginari. Non entro nel merito della problematicità di per sé del processo indiziario, e vado direttamente alla questione indizi, perché in questo caso siamo ben al di là del processo indiziario. Chi segue il caso, ed anche chi segue questo blog, sa che c’è una “querelle” sul valore degli elementi dell’ordinanza, che ho sollevato sin dall’inizio. Il GIP li ritiene indizi perché assumerebbero, a suo dire, rilievo “in una valutazione globale” e non valutati singolarmente. Il nocciolo della questione è che gli indizi, per essere tali, non possono essere corbellerie di per sé insignificanti unite tra loro: certo, deve procedersi ad una valutazione globale, ma prima gli indizi devono già essere indizi. E quelli “a carico” di Massimo Bossetti, per giunta anche smontabili in altro modo (nel caso in cui fossero indizi), non sono indizi, perché del tutto carenti di univocità. L’esempio più eclatante è quello delle celle telefoniche: quale univocità può avere l’aggancio di una cella telefonica compatibile con la propria abitazione? Messa in questi termini, la questione delle celle telefoniche di per sé è neutra, perché non è univoca, nel senso che è passibile di plurime interpretazioni che, fuor di retorica e mistificazioni, in mano all’accusa non lasciano davvero un bel nulla. Questo anche senza aggiungere la discrasia cronologica evidente (di oltre un’ora) nell’aggancio della medesima cella telefonica da parte di Yara, ed anche senza aggiungere il fatto (guarda caso omesso nell’ordinanza di custodia cautelare), già trapelato dalle fonti giornalistiche dell’epoca e ora provato dai tabulati Vodafone, che l’ultima cella telefonica agganciata da Yara non è, come riportato nell’ordinanza, quella di Mapello alle ore 18,49, ma quella di Brembate alle 18,55. Partiamo da una considerazione: la distanza in linea retta tra Mapello e Brembate di Sopra è 2.72 km, ma la distanza di guida è 4.7 km. In auto, ci vogliono 10 minuti circa per andare da Brembate a Mapello. Alle 18,44 Yara aggancia (per la seconda volta) la cella telefonica di Ponte S. Pietro, compatibile con il cortile della palestra. Se per spostarsi da Brembate a Mapello ci vogliono dieci minuti in auto, e se Yara alle 18,44 era ancora in un’area compatibile con il cortile della palestra dal quale ha agganciato la cella di Ponte S. Pietro, come poteva trovarsi a Mapello alle 18,49, dopo solo 5 minuti? Quindi, se davvero Yara fosse stata a Mapello alle 18,49, non solo il tragitto in auto sarebbe durato la metà del tempo medio necessario, ma in questi 5 minuti dovrebbe collocarsi anche il rapimento o il “convincimento” della ragazza teso a farla salire sull’auto di uno sconosciuto. Ma il problema più grave resta ciò che manca nell’ordinanza. 18,55, Yara aggancia la cella telefonica di Brembate. E’ di nuovo a Brembate, ancora una volta in tempi inferiori a quelli richiesti? E perché andare avanti e indietro tra i due paesi? L’unico scenario verosimile è che l’aggancio della cella telefonica di Mapello sia stato del tutto “incidentale”, dovuto a sovraccarico della cella miglior servente, e che prima delle 18,55 Yara sia sempre stata a Brembate. Il fatto che l’aggancio della cella di Mapello sia circondato dall’aggancio di celle telefoniche compatibili con l’area di Brembate, induce a pensare che la cella telefonica agganciata incidentalmente sia proprio quella di Mapello alle ore 18,49. In soldoni, le celle telefoniche non sono suggestive del fatto che Yara e Bossetti si trovassero nella stessa area (al di là del fatto che parlare della stessa area in spazi geografici così ridotti ha poco senso), ma dell’esatto opposto. Tale considerazione fa a cadere, a mò di tifone, un intero “indizio”, ma è bene sottolineare che tale indizio già non era tale, come avevo già notato da tempo (vedi La questione delle celle telefoniche: tanto rumore per nulla?). Il grande Prof. Alfredo Gaito, nel suo saggio“La prova penale”, si sofferma estesamente proprio sul fatto che gli indizi debbano prima essere valutati singolarmente ed essere, appunto, indizi. Leggendo questa descrizione risulterà immediatamente evidente che quelli contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare, in virtù dei quali un uomo è in carcere da oltre cento giorni, non sono neppure valutabili come elementi indiziari. Riporto parte del testo: “(…) Per gli indizi sono prefigurati requisiti ulteriori, in mancanza dei quali resta de iure esclusa la legittimazione di un giudizio di colpevolezza. Permangono, per vero, alcune difficoltà ermeneutiche, giacché le qualifiche di gravità, precisione e concordanza non possono essere caratterizzate da un sicuro ed univoco referente; va, comunque, evocato l’insegnamento della giurisprudenza di cassazione, per cui gli indizi: a) sono precisi solo quando sono non generici e non suscettibili di diversa ed antitetica interpretazione e, perciò, non equivoci nonché quando sono considerati certi i relativi elementi indiziari (…); b) sono gravi solo quando sono dotati di un elevato grado di fondatezza e, quindi, di un’elevata intensità persuasiva di ogni singolo strumento gnoseologico indiziario; c) sono concordanti solo quando i loro risultati, basati su singoli elementi indiziari, lungi dal porsi in antitesi con altri dati o elementi certi, confluiscono verso una ricostruzione unitaria del fatto cui si riferiscono. Considerato che la prova indiziaria è ontologicamente (e normativamente) composita, richiedendo l’art. 192 c.p.p. la presenza di una pluralità di indizi, tra di loro precisi e concordanti, e di conseguenza gravi, si impone al giudice di merito di verificare la rispondenza degli elementi conoscitivi acquisiti alla regola di giudizio codificata, mediante un accertamento di routine della sussistenza del requisito della concordanza con tutti gli altri elementi indiziari presenti agli atti, e soprattutto di valutare (id est: non ignorare) la rilevanza delle prove contrarie, al fine di articolare un ragionato giudizio di prevalenza delle une rispetto alle altre, singolarmente e nella loro globalità. A fronte della molteplicità degli indizi, si deve procedere in primo luogo all’esame parcellare di ciascuno di essi, definendolo nei suoi contorni, valutandone la precisione (che è inversamente proporzionale al numero dei collegamenti possibili col fatto da accertare e con ogni altra possibile ipotesi di fatto) nonché la gravità; si deve quindi procedere alla sintesi finale accertando se gli indizi, così esaminati possono essere collegati tutti ad una sola causa o ad un solo effetto e collocati tutti, armonicamente, in un unico contesto dal quale possa per tale via essere desunta l’esistenza o, per converso, l’inesistenza di un fatto. (…) Nella valutazione complessiva, ciascun indizio si somma e si integra con gli altri, onde il limite della valenza di ognuno risulta superato, sicché ove il giudice collochi in un contesto indiziario circostanze che non rispondono ai requisiti normativi, è l’intero quadro indiziario che deve essere riconsiderato, al fine di accertare se la caducazione di taluno degli indizi non determini il venir meno della conclusione finale. Simmetricamente, così come non è dato procedere a scomposizioni di comodo della c.d. costellazione indiziaria per contestare la validità del discorso accertativo, allo stesso tempo non è consentito assemblare risultanze singolarmente imprecise per poi apoditticamente tagliare corto che la complessità degli indizi vale a dimostrare alcunché: stando ancorati all’insegnamento giurisprudenziale collaudato, i singoli indizi devono essere anzitutto precisi; che anzi, valendo la precisione a requisito indefettibile della gravità, è logicamente precluso definire grave un indizio non preciso. Le parole del Prof. Gaito sono sostanzialmente adatte a comprendere i termini del problema. E’ il GIP stesso nell’ordinanza ad ammettere che gli elementi hanno rilevanza solo in una valutazione globale e non isolata. Infatti, singolarmente considerati non sono ontologicamente indizi perché non hanno nessuna univocità. Ne discende che non ci sono indizi “precisi”, e di conseguenza non ci sono indizi “gravi”, e ancora di conseguenza non ci sono “indizi”. La valutazione della prova è sempre una tematica estremamente complessa e, vista l’attinenza con il nome del blog mi permetto di richiamare anche un calzante monito del Prof. Tonini ( Manuale breve di diritto processuale penale, V edizione, Giuffrè 2010): “in questa materia l’aspetto problematico sta nel fatto che, al posto di regole di esperienza ricostruite mediante criteri razionali, il giudice (come ogni persona umana) è portato ad utilizzare, a volte inconsciamente, pregiudizi e luoghi comuni. La storia è piena di esempi in tal senso, a cominciare da quei processi agli untori che sono stati descritti da Alessandro Manzoni”. Appurato per l’ennesima volta che il DNA non è accompagnato da elementi indiziari dotati di sussistenza ontologica, sposterei a questo punto la querelle sull’ultima affermazione della Dott.ssa Bruzzone: a suo parere (parlo di parere, dal momento che non ha citato alcuno studio in grado di avvalorare una simile esternazione) una traccia di DNA esito di trasferimento secondario non restituisce profili completi. Davvero? Sarei curiosa di sapere allora per quale ragione la casistica giudiziaria contempli casi in cui ciò si è verificato, e sarei ancora più curiosa di sapere da dove la Bruzzone abbia tratto questa informazione, dal momento che è sufficiente cercare qualche studio scientifico per appurare l’esatto opposto. Evito scientemente giri di parole, e imposto subito la questione nei termini (sia pure, come abbiamo visto, non avvalorati) più graditi alla Bruzzone e a chi ostenta certezze colpevoliste: la traccia è senza alcun dubbio ematica, la contaminazione è esclusa tout court, il DNA è diventato databile e ci permette di dire che la traccia è stata depositata contestualmente all’omicidio. Ebbene, non è difficile reperire studi che hanno accertato non solo il trasferimento secondario di traccia ematica, ma perfino quello terziario (e più), ricavando sulle superfici finali profili completi, perfino a partire da sangue essiccato su superfici non porose (come il vetro). A titolo di esempio, sul trasferimento terziario: “Il trasferimento di sangue liquido ha dato un profilo genetico completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario sia su substrati di cotone sia su vetro. Il sangue secco ha dato un profilo completo ben oltre gli eventi di trasferimento secondario solo su vetro, ma in misura minore rispetto al sangue liquido. Il DNA da contatto ha prodotto solo un profilo completo sul substrato primario sia su cotone sia su vetro, e le quantità rilevabili al di là dell’evento trasferimento secondario solo su vetro. I nostri risultati contribuiranno ad una migliore comprensione del trasferimento terziario e successivo del DNA, che consentirà una migliore valutazione della probabilità di scenari alternativi che spieghino perché il DNA di un individuo è stato trovato sulla scena del crimine.” (da Following the transfer of DNA: How far can it go?, da Forensic Science International Genetics Supplement Series 01/2013, V.J. Lehmann, R.J. Mitchell, K.N. Ballantyne, R.A.H. van Oorschot). Ma non spingiamoci al trasferimento terziario, ed occupiamoci di quello secondario, che nel caso in esame a livello giornalistico si è spesso supposto derivare, ad esempio, dall’uso di un’arma del delitto sporca, come un attrezzo da lavoro. C’è uno studio interessantissimo, che inserisco [2] e che a breve inserirò anche in traduzione integrale, Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions (M. Goray et al. / Forensic Science International, 2009) Si tratta di uno studio finalizzato all’analisi dei fattori che possono influenzare il trasferimento secondario del DNA, con particolare riferimento al tipo di sostanza biologica depositata, alla natura del substrato primario e secondario ed al contenuto di umidità della sostanza depositata. Le componenti biologiche utilizzate sono state DNA puro, sangue e saliva, i substrati primari e secondari plastica (non porosa), lana e cotone (porosi), e sono stati provati tre tipi di contatto: contatto passivo, pressione e frizione. I risultati hanno mostrato che il trasferimento secondario risulta influenzato sia dal tipo di substrato primario sia dall’umidità del campione biologico, e che risulta inoltre essere maggiore in caso di frizione/attrito. Sebbene le tre diverse fonti biologiche testate (DNA puro, saliva e sangue) abbiano viscosità diverse, non sono emerse fra loro differenze importanti nella quantità di trasferimento secondario, cosa che spinge ad ipotizzare che materiali biologici diversi, come sperma, lacrime e urine produrrebbero risultati simili. Nel caso di campioni umidi il substrato ha mostrato un forte impatto sulla percentuale di trasferimento, maggiormente agevolato dalla plastica (non porosa) come substrato primario e dal cotone (poroso) come substrato secondario, fino a tassi di trasferimento, per il sangue fresco, del 97% del materiale iniziale nel caso di frizionamento.

Mgor

Ipotizzando uno scenario come il trasferimento secondario a mezzo arma, il substrato primario sarebbe non poroso (arma), il substrato secondario poroso (indumenti), e la modalità di trasferimento frizione/attrito: condizioni che, come abbiamo visto, sono proprio quelle che sperimentalmente agevolano il trasferimento secondario di traccia ematica. C’è da introdurre una variabile: il sangue su un’arma sporca non sarebbe liquido ma essiccato, anche se verosimilmente potrebbe reidratarsi, almeno in parte, venendo a contatto con il sangue fresco della vittima, in quantità intuibilmente ben maggiore. Comunque, voglio spingermi fino in fondo nel prendere per buone tutte le tesi sciorinate nei salotti televisivi da persone che sentenziano senza citare studi, e allora parliamo di sangue essiccato tout court senza tener conto della possibile reidratazione. Il grafico parla da sé: in condizioni di frizionamento/attrito il trasferimento secondario del sangue secco da substrato primario non poroso (plastica) a substrato secondario poroso (cotone) è del 16,1%, una percentuale certo non paragonabile a quella del sangue fresco, ma che permette comunque senza nessun dubbio di trovare una quantità ancora considerevole di materiale biologico sulla superficie finale, certamente idonea ad estrarre un profilo completo (che ormai si ricava perfino da un paio di cellule!).

mgoray

Detto ciò, si consideri semplicemente che 1 ml di sangue contiene ben 20.000 ng di DNA, e che è possibile ottenere un profilo da un solo nanogrammo di DNA. Basta fare qualche calcolo per inferire come un trasferimento a mezzo arma possa lasciare sulla superficie finale anche più di quanto necessario all’estrazione di un profilo. Il mio campo (proprio come quello della Dott.ssa Bruzzone) non è la scienza, quindi trovo doveroso citare studi a sostegno delle mie affermazioni anziché presentare opinioni personali come verità assodate, anche se vorrei sottolineare che in casa mia esiste un principio, che gli antichi romani erano soliti compendiare nei termini “affirmanti incumbit probatio”: la prova spetta a chi afferma. Non dovrei essere io a citare degli studi, ma gli studi dovrebbero essere citati da chi, nel Servizio Pubblico pagato dai contribuenti, fa affermazioni in contrasto con i principi costituzionali, come il diritto alla presunzione di innocenza e, a quanto pare, anche con la tanto decantata scienza. Nel cercare una giustificazione alla legge ed agli ordinamenti stessi, la filosofia del diritto avanza diverse ipotesi con altrettanti principi. Uno di questi è la coerenza, ossia la capacità di applicare a se stessi le norme che si vorrebbero imporre agli altri. Ebbene, se si vuole che per Massimo Bossetti la scienza non menta, allora non deve mentire per nessuno: neanche per chi nei saloni televisivi si erge a giudice di un uomo da quasi quattro mesi protesta la propria innocenza mentre è in carcere sulla base di un quadro probatorio di per sé nullo e di un quadro indiziario insussistente. Non posso che concludere con una bellissima citazione di Richard P. Feynman che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che è proprio la scienza a nutrirsi di dubbi piuttosto che di certezze: chissà che queste parole non possano ancora insegnare qualcosa e restituirci una parvenza di civiltà. “Questa libertà di dubitare è fondamentale nella scienza e, credo, in altri campi. C’è voluta una lotta di secoli per conquistarci il diritto al dubbio, all’incertezza: vorrei che non ce ne dimenticassimo e non lasciassimo pian piano cadere la cosa. Come scienziato, conosco il grande pregio di una soddisfacente filosofia dell’ignoranza, e so che una tale filosofia rende possibile il progresso, frutto della libertà di pensiero”. Alessandra Pilloni

Bibliografia: 1-Application of Low Copy Number DNA Profiling, Prof. Peter Gill: lcn dna article gill 2- Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, M. Goray et al. : Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions

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Dalla parte del torto: la ricostruzione dell’ordine delle ferite potrebbe scagionare Massimo Bossetti?

“Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati
(Bertold Brecht)

Ieri la Camera ha votato il sì all’arresto di Giancarlo Galan, indagato per corruzione nel caso Mose.
Nonostante il sì della Camera Galan è stato circondato, da parte di Forza Italia e del Nuovo Centro Destra da un sano garantismo: parlamentari appartenenti a queste formazioni politiche sono insorti definendo (non a torto) una barbarie una votazione contumaciale senza possibilità di contraddittorio, vista l’assenza di Galan.

Un sano garantismo che non si ritenne di osservare, però, quando lo scorso 16 giugno il leader del Nuovo Centro Destra, nonché ministro dell’interno Angelino Alfano, scrisse su twitter che era stato individuato l’assassino di Yara Gambirasio: e non certo in presenza di contraddittorio, dal momento che non vi era stato ancora neppure l’interrogatorio successivo al fermo (nel quale Bossetti si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere) da parte del Pubblico Ministero.

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Nonostante da quell’infelice uscita su Twitter sia passato più di un mese, periodo durante quale un presunto innocente ha vissuto e sta tuttora vivendo l’inferno della carcerazione preventiva, la ferita ancora brucia ancora nell’animo dei garantisti.
Dei veri garantisti, quelli per i quali il garantismo ha sempre lo stesso valore imprescindibile, che alla sbarra ci sia un politico o un muratore.

C’è chi ha ricordato che nel 1970 Nixon rischiò l’impeachment quando, violando il principio di presunzione di innocenza nel corso dell’arresto di Charles Manson, lo dichiarò colpevole durante una conferenza stampa.

C’è anche chi ebbe a dire, tempo fa, che tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla Storia è che l’uomo dalla Storia non ha imparato nulla: probabilmente aveva ragione.

La pietra tombale

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Nei precedenti articoli ho parlato del valore della prova scientifica nel processo penale cercando di raffrontare la stessa alla problematica nozione dell’oltre ogni ragionevole dubbio.

L’in dubio pro reo è un principio del nostro diritto penale, che significa letteralmente “nel dubbio, in favore dell’imputato”.
Sulla base di questo principio, la carta vorrebbe che, nel processo penale, l’imputato venga assolto se gli indizi raccolti non sono sufficienti a dimostrarne la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio.

Nella giurisprudenza italiana purtroppo questo principio, sempre formalmente valido, viene spesso (e volentieri) calpestato, e non di rado si assiste ad un sostanziale svuotamento dell’onere probatorio a carico dell’accusa.

I teatrini mediatici fanno il resto, inculcando nell’opinione pubblica l’insana convinzione che sia l’imputato a dover provare la propria innocenza.
Anche ieri pomeriggio, ad esempio, a Estate in Diretta sono state fatte affermazioni implicanti un surrettizio capovolgimento dell’onere probatorio.

Pierpaolo Pasolini, in un documentario trasmesso dalla Rai nel 1974, definì la civiltà dei consumi dei “regimi democratici” come un mostro totalitario, colpevole di crimini perfino più gravi di quelli commessi dal fascismo.
In una precedente intervista del 1971, Pasolini parlò di stupro delle coscienze: si riferiva proprio al sobillare le masse attraverso la creazione di realtà parallele da parte dei media.

Sempre nel corso di Estate in Diretta, in data 11 luglio, una puntata peraltro già segnalata in questo blog per le interessanti dichiarazioni della Dott.ssa Baldi, il Dott. Natale Fusaro, criminologo, introduceva la tematica del rapporto tra processo penale e mass media: purtroppo non sapremo mai cosa avrebbe voluto dire, in quanto fu interrotto dalla conduttrice Eleonora Daniele e dovette tagliare corto.

Per evidenziare la sempre più pressante problematica relativa al rapporto tra mezzi di informazione e processo penale, che emerge in maniera prorompente nei casi in cui il tutto sembra ruotare intorno alla prova scientifica del DNA, non posso che citare un estratto del saggio “La prova del DNA ed il ruolo degli esperti nel processo penale”, dell’illustre Prof. Alfredo Gaito (a cura di Bello Valerio, DeNunzio Nicol, Dipasquale Salvina, Gnisci Debora, Liburdi Martina, Longo Ilaria), che nella sua prima parte propone proprio un’interessante (e preoccupante) riflessione sul legame tra distorsioni massmediatiche e gli errori giudiziari.

“Un fattore rilevante ai fini dell’idealizzazione dell’accertamento genetico nell’ambito del processo penale, è stato senza dubbio dovuto all’influenza e alle distorsioni mass-mediatiche, le quali hanno ingenerato una forte pressione sul processo.
A tal proposito si è evidenziato un legame tra errore giudiziario e mondo dei media.
La ricerca dello scoop spinge il giornalista a coltivare ed assecondare le curiosità della gente ,più che a produrre una corretta informazione: l’uomo comune dal canto suo non è in grado di fare un uso critico dell’informazione.
I media diventano una potente arma processuale.
Usati – va detto – da entrambe le parti, e da entrambe con una strumentalità non certo inedita, ma senz’altro pre-potente, quanto meno rispetto alla finalità: l’accertamento della verità processuale.
A causa del meccanismo mediatico, inevitabilmente, viene messa in discussione la “ neutralità” del giudice, il quale subisce una notevole influenza.
< Anche noi operatori della giustizia ,rischiamo di perdere -dice Gulotta – il contatto con la realtà giurisdizionale se non aprissimo il nostro romanzo processuale, approfondendo lo studio delle carte processuali, frastornati e confusi dalla miriade di schegge di informazioni che preannunziano ed anticipano il processo, stravolgendolo a tal punto “da farci dubitare che sia proprio il nostro processo e non quello di un altro”>.
Quanto detto finora fa emergere come i sistemi di comunicazione incidano sulla creazione del mito dell’infallibilità della prova genetica.”

 

Negli ultimi articoli, nel riferirmi all’onere della prova incombente sull’accusa avevo scritto come, per escludere al di là di ogni ragionevole dubbio che la traccia di DNA sia stata veicolata attraverso un’arma del delitto che già conteneva la traccia in questione, si dovrebbe provare che la ferita in cui la traccia è stata isolata è stata l’ultima ferita e che il sangue sia finito sul coltello proprio con l’ultimo colpo inferto.

Questo perché se la traccia di DNA appartiene all’assassino, l’assassino si è procurato una ferita dalla quale il sangue è colato sulla lama.
Che il sangue sia in ogni caso colato sulla lama e passato sul corpo di Yara attraverso la lama stessa è in qualche modo deducibile dalle evidenze peritali quali emergono nell’ordinanza, in particolare nel punto in cui si legge che “come afferma la relazione I’importanza investigativa dell’elemento riscontrato non è solo dovuta al fatto che il DNA in disamina è maschile ma anche e soprattutto perché è stato isolato in un’area attigua ad uno dei margini recisi dell’indumento. Non è illogico supporre che tale evidenza possa essere contestualizzata all’aggressione subita dalla ragazza.

Se non è illogico supporre che proprio per la sua localizzazione la traccia di DNA isolata sia riconducibile all’aggressione, è proprio perché l’attiguità al margine reciso dell’indumento spinge logicamente a correlarlo all’arma del delitto.
Insomma, la localizzazione della traccia lascia intendere chiaramente che il DNA sia passato attraverso un’arma da taglio, e quindi contestualmente all’aggressione.
Qualora Bossetti sia Ignoto1 (per brevitas, diamolo ora per certo) il suo DNA è dunque finito sul corpo della bimba contestualmente all’aggressione.

Alla luce delle solite osservazioni già viste però, ciò che bisogna capire è se la veicolazione della traccia attraverso la lama non possa essere esito di una precedente traccia sulla lama, ossia se la traccia di DNA di Ignoto1/Bossetti non fosse già sull’arma del delitto.

Nel corso del TG1 delle 20,00 di ieri è stato intervistato il genetista Dott. Giorgio Portera, che assiste la famiglia Gambirasio.
“Il DNA non vola”, è quanto ha dichiarato.
Ora, nulla quaestio sul fatto che il DNA non voli.
Certamente bisogna dire che il Servizio Pubblico, essendo pagato da tutti i contribuenti, ogni tanto potrebbe dar voce anche ai periti della difesa.

Tuttavia “il DNA non vola” è un’affermazione che di per sé non vale ad escludere la veicolazione attraverso un’arma previamente contaminata dal DNA di Bossetti (che come già visto nei precedenti articoli, se la traccia di DNA in disamina è unica, come ad oggi appare dalla documentazione, è scientificamente possibile), allo stesso modo in cui non vale ad escluderla l’esperimento mostrato a Segreti e Delitti, in cui il Generale Garofano, dopo aver fatto asciugare su una cazzuola una macchia blu di non meglio specificata natura, a simulare del sangue rappreso, ci ha strofinato sopra una pezzuolina per dimostrare la difficoltà del “sangue” coagulato a staccarsi da una lama attraverso sfregamento, cosa che ancora una volta non prova però l’impossibilità di liquefazione del sangue rappreso a contatto con del sangue fresco.

Tra l’altro, la stessa questione relativa al fatto che il sangue coagulato non vada via attraverso sfregamento è a sua volte ben più complessa di quanto possa apparire a prima vista.
Spiegava ad esempio nel gruppo facebook la Dott.ssa Chiara Rimmaudo, chimica d’esperienza, come alcune frazioni del sangue siano solubili, altre no, e come l’acqua sia solo uno dei possibili solventi: gli stessi tensioattivi solubilizzano alcune frazioni ematiche, sebbene non tutte, coagulate o meno.

Tornando al TG1 di ieri, al Dott. Portera è stato poi chiesto cosa significa la presenza del DNA di Ignoto1/Bossetti.
Il Dott. Portera ha affermato che indica “contatto”.

Su questo non si può che essere d’accordo: anzi, sono felice che abbia usato la parola contatto, perché il DNA indica proprio questo: contatto, non colpevolezza.

Il dilemma è di un altro tipo: nessuno sostiene che il DNA voli, ma vari elementi fanno pensare che il contatto sia stato indiretto.

Come ventilavo, se Bossetti fosse l’assassino e si fosse autoferito durante una colluttazione (peraltro smentita dall’assenza di lesioni da difesa sulla vittima) con la piccola Yara, il sangue finito sulla lama e poi sul corpo di Yara sarebbe stato presumibilmente abbondante ed allo stato liquido di per sé.
Ciò significa che avrebbe dovuto, ad esempio, impregnare letteralmente i vestiti, e probabilmente non ci sarebbe bisogno di capire che la traccia è ematica ragionando per esclusione- come invece avviene.
Di più: una quantità abbondante di sangue fresco del killer sulla lama, se il killer si fosse ferito all’inizio, avrebbe probabilmente lasciato tracce in diverse ferite, cioè in quella appena successiva all’autoferimento del killer e in tutte le altre, ma questo non è avvenuto.
La traccia ematica di Ignoto1 è solo in una ferita.
Dunque, affinché il teorema accusatorio regga, sarebbe necessario provare che quella sia l’ultima ferita.

Il teorema però sembrerebbe vacillare all’analisi dei fatti: la ferita in cui è stato isolato il DNA di Ignoto1 pare infatti essere tutt’altro che l’ultima.

Dall’ordinanza emergono due importanti elementi tratti dall’esame autoptico:
1- “Il cadavere presenta segni di almeno otto lesioni da taglio e una da punta e taglio a collo, polsi, torace, dorso e gamba destra relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso”.
2- “Il cadavere presenta segni di lesività contusiva al capo (nuca, angolo destro della madibola e zigomo sinistro)”.

Il cadavere è stato rinvenuto nella posizione dell’immagine: disteso sulla schiena con le braccia all’indietro oltre il capo.

yara

La ferita in cui è stata individuata la traccia relativa ad Ignoto1, alla luce di quanto trapela per ora, dovrebbe essere necessariamente quella sul dorso, sita per la precisione ad altezza lombare.
Perché la ragazza è stata colpita mentre era di spalle?
E soprattutto, perché tutti gli altri tagli sono invece nella parte anteriore del corpo (collo, torace… anche i polsi risultano essere nella parte anteriore con le braccia in questa posizione)?

Se Yara è stata colpita alle spalle, è ragionevole ipotizzare che quella ferita (in cui è stata isolata la traccia relativa ad Ignoto1) non sia stata affatto l’ultima, ma la prima.
E’ lecito ipotizzare che una tale ferita sia stata inferta alla ragazzina mentre cercava di fuggire.
Ancora: se una persona viene colpita alle spalle, cioè nel dorso, zona lombare, significa che mentre viene colpita dà le spalle al suo assassino.

Se dà le spalle al suo assassino significa che non può contemporaneamente usare le braccia per difendersi dall’assassino stesso.

Ciò a sua volta rende logico pensare che se Yara è stata colpita di spalle mentre fuggiva e in quella posizione Yara non poteva difendersi… la traccia di Ignoto1 non deriva da autoferimento durante una colluttazione ma era sulla lama precedentemente all’aggressione!

Per chi segue la pista del trasporto del DNA per mezzo dell’arma del delitto, questa osservazione, se risultasse confermata, potrebbe rivelarsi estremamente significativa.

Facendo un’ipotesi di questo tipo, diventano chiari anche altre punti: ad esempio, non è strano che Yara non presenti alcuna lesione da difesa?

Uno scenario del genere invece può spiegarlo: Yara cerca di fuggire, ma l’assassino la colpisce alle spalle, in zona lombare.
La ragazzina cade a terra e sbatte la testa nella sua parte anteriore (contusione su mandibola e zigomo).
Cadendo porta le braccia in avanti come avviene per riflesso in una caduta.

L’assassino le si avventa sopra per colpirla ancora, gira il corpo nella parte anteriore con la delicatezza che ci si può attendere da un killer senza scrupoli (da cui la contusione alla nuca) e la colpisce a gamba, collo, torace, polsi.
Yara è già priva di sensi per aver battuto la testa e non si può difendere per tale ragione: per questo non presenta lesioni da difesa.

Il DNA di Ignoto1 era già sulla lama, ed è passato con la prima ferita inferta di spalle.
Non era sangue liquido, ma una traccia sangue rappreso che si è liquefatto al contatto con il sangue della ragazzina al primo fendente.
Non trattandosi di sangue fresco/abbondante è rimasto proprio in quella prima ferita e non ha lasciato traccia nelle altre, cosa che sarebbe intuibilmente successa nel caso prospettato nel teorema colpevolista (sangue già liquido e abbondante causato da autoferimento).

Scrisse Pierre-Marc-Gaston de Lévis che “l’orgoglio respinge il dubbio, la ragione gli dà il benvenuto.”
Mi auguro che queste osservazioni possano spingere qualcuno a porsi dei dubbi.
L’analisi del posizionamento delle ferite potrebbe confortare l’ipotesi del trasporto del DNA attraverso l’arma del delitto, e nel contempo spiegare il perché di un’unica traccia, cosa che di per sé lascia spazio a dubbi che non possono essere saltati a piè pari.

Perché Massimo Bossetti, celermente tacciato come assassino, accusato di un crimine orrendo, costretto ad una cella d’isolamento da ormai 37 giorni, oggetto di un linciaggio mediatico senza pari e non sempre corretto né veritiero, non vacilla.
“Andate avanti”, dice ai suoi avvocati, “sono innocente”.
Massimo Bossetti ha accesso ai mezzi di informazione, ed è consapevole di una condanna che pende come una spada di Damocle, alimentata dai media, ma non vuole alcuna scorciatoia.
Si dice pronto a morire in carcere pur di dimostrare la propria innocenza, non ha alcuna intenzione di chiedere il rito abbreviato.

E se c’è chi in Massimo Bossetti vede un mostro, io vedo solo un uomo che non crolla perché la sua consapevolezza di essere innocente è più forte dell’accusa infamante che gli viene rivolta.
Massimo Bossetti con il rito abbreviato potrebbe uscire dal carcere fra dodici anni, ancora con una vita davanti, ancora con una famiglia che lo sostiene.
Ma non sceglierà questa strada: piuttosto morirà in carcere, condannato all’ergastolo, pur di provare in ogni modo a dimostrare la propria innocenza in fase processuale.

Bossetti, certo della propria innocenza, si dice pronto a sedersi dalla parte del torto se non saranno rimasti altri posti.

Ma se Massimo Bossetti non è colpevole, non sarà la sua condanna a rendere giustizia alla piccola Yara, né lo saranno le trionfalistiche ed avventate affermazioni del Ministro Alfano, che resteranno al contrario simbolo di un Paese imbarbarito.

Una condanna avventata e scaturita dall’impulso dei processi mediatici, in effetti, non sarebbe che l’ennesima pugnalata alla piccola ginnasta, il cui ricordo non potrà certo essere onorato da un ulteriore atto di ingiustizia.