Obiezione, Vostro Onore: a tre mesi dal fermo di Massimo Bossetti, ancora non ho capito quali siano i “gravi indizi” a suo carico!

Liberté

“Si chiamava Libertà. Un giorno scese per strada e prese a interrogare la gente che incontrava. Le risposte che ebbe furono di questo genere: «Fatevi i fatti vostri. – Non te ne incaricare. – Impicciati per te. – Lascia perdere. – Chi te lo fa fare? – Te l’ha ordinato il medico? – Ti pagano per questo? – Sei stanca di campare? – Ti puzza di vivere? – Attacca l’asino dove vuole il padrone. – Non fare la stupida. – Non ti mettere nei guai. – Gli stracci vanno per aria. – Passata la festa gabbato il santo. – L’oro non si macchia. – Sta’ coi frati e zappa l’orto».
Libertà disse: «Questa gente è molto saggia, non ha bisogno di me». Infatti cominciò a uscire meno e un giorno annunciò che se ne andava. Ai giornalisti che l’assediavano per conoscere i motivi della sua decisione rispose in modo alquanto enigmatico. Disse sorridendo: «La libertà va tenuta in continua riparazione».”

(Ennio Flaiano, La solitudine del satiro)


TV e giornaletto, forcaiolo perfetto: il teorema del colpevole per forza, ovvero come salvare capra e cavoli.

Il presente blog ha ormai più di due mesi, e nel tempo si sono susseguiti diversi articoli, talvolta tra loro simili, spesso diversi.
Questo articolo, a differenza di altri, avrà la peculiarità di essere fondamentalmente dettato dalla rabbia e dall’amarezza per una situazione ogni giorno più stigmatizzabile che si protrae da ormai tre mesi.

Avrei preferito scrivere qualcos’altro, e sono certa che anche molti dei miei lettori avrebbero preferito leggere qualcos’altro.
Eppure, è inutile girarci intorno: il rigetto dell’istanza di scarcerazione, risalente alle prime ore del pomeriggio di ieri, era nell’aria.

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Quando a fine agosto cominciò a circolare la voce di un’istanza entro metà settembre, alla luce di un lavoro d’analisi che ritengo che, se effettuato con la dovuta perizia e cum grano salis, renda piuttosto chiaro che i “gravi indizi” di cui nell’ordinanza del 19 giugno non sono tali, pensai che il GIP avrebbe valutato la situazione in modo diverso e più obiettivo.

Pensavo, in buona sostanza, che dalle presunte evidenze “non illogiche” e “suggestive” dell’ordinanza, a mente fredda, si potesse fare un salto di qualità e passare a valutazioni realmente logiche e persuasive.

L’assenza di riscontri laddove sarebbero dovuti emergere in maniera finalmente univoca in caso di colpevolezza (nessun riscontro tra i reperti piliferi né tracce sulle autovetture) e, come contraltare, la palese non univocità degli “indizi” di cui nell’ordinanza, che troverebbero ben più logica spiegazione nella semplice vita di una persona nel luogo che non in fantasiose costruzioni che portano con sé il retrogusto dell’arrampicata sugli specchi, alimentavano le mie speranze di poter vedere in breve la fine di un accanimento che comincia ad assumere connotati preoccupanti.

Quando però lo scorso mercoledì l’istanza è stata presentata ed ho visto, ahimè, tirar fuori dal cilindro un cavillo per un presunto vizio procedurale ex art. 299 c.p.p., ho intuito subito che le cose sarebbero andate in questo modo.
Il GIP ha inizialmente dichiarato inammissibile per vizio procedurale l’istanza di scarcerazione, successivamente ripresentata dopo aver sanato il presunto vizio.
Parlo di presunto vizio perché individuato, a parere di chi scrive in modo non del tutto valido, sulla base dell’art. 299 c.p.p., che prevede la notificazione dell’istanza alla parte offesa.
L’art. 299 c.p.p. è stato introdotto lo scorso anno con la cosiddetta legge sul femminicidio del 15 ottobre 2013.

Giacché tuttavia la ratio legis di questa norma era quella di tutelare le vittime di femminicidio, tenuto conto della ratio legis la mancata notificazione non avrebbe dovuto costituire, a mio avviso, vizio procedurale, in quanto non siamo di fronte ad un reato consumato in ambito familiare/affettivo (ambito al quale si riferisce la legge sul femminicidio).

Anche alcuni tribunali hanno dato questa interpretazione.

Ad esempio, Tribunale di Torino, 4 novembre 2013 (Giudice Marra)

“La disciplina contenuta nell’articolo 299, comma 3, del Cpp, laddove si prevede che, nel caso di delitto commesso con violenza alle persone, la richiesta di revoca o di sostituzione della misura coercitiva debba essere, a pena di inammissibilità, contestualmente notificata alla persona offesa, si applica solo nei procedimenti in cui la condotta violenza si caratterizza anche per l’esistenza di un pregresso rapporto relazionale tra autore del reato e vittima, in cui, quindi, la violenza alla persona non è occasionalmente diretta nei confronti della vittima, ma lo è in modo mirato, in ragione di tali pregressi rapporti (da queste premesse, il giudice ha escluso l’applicabilità della suddetta disciplina
nell’ambito di un procedimento per il reato di rapina, in cui l’azione violenta era stata del tutto occasionalmente diretta nei confronti di persone offese sconosciute all’indagato).”

Tutto ciò visto e considerato che in altra circostanza è lo stesso GIP a mostrare di non disdegnare l’interpretazione della legge sulla base della ratio: ad esempio quando nell’ordinanza stabilisce che sono pienamente utilizzabili gli atti di indagine nonostante la scadenza dei termini ex art. 407 c.p.p.
In tale frangente il GIP richiama infatti la ratio legis ripresa da parte della giurisprudenza secondo la quale tali termini non si applicano per i procedimenti iscritti a carico di ignoti (cito dall’ordinanza: “Al riguardo infatti occorre richiamare l’orientamento prevalente della giurisprudenza che evidenzia la ratio della normativa dettata daIl’art. 407 comma terzo c.p.p. che prevede che l’inutilizzabilità di atti d’indagine per inosservanza dei termini non può riguardare i procedimenti iscritti a carico di ignoti.”).

Al di là di queste considerazioni de iure dalle quali mi è, per (de)formazione personale, impossibile astenermi, vorrei ora provare a fare qualche riflessione sul rigetto dell’istanza a partire dalla solita caciara mediatica contornata dalla diffusione di “indiscrezioni” e presunti “indizi” (sempre i soliti, se non bastasse) malamente rimestati.
In dottrina ci si pone da tempo un annoso quesito: le pressioni mediatiche hanno un peso, o comunque un effetto deleterio, sulle decisioni degli organi giudicanti?
Rispondere ad una tale domanda è difficilissimo, ma una cosa la si può dire senza alcuna remora: l’accanimento mediatico può rovinare la vita a persone innocenti, e sono del fermo parere che questo sia, purtroppo, uno di quei casi.

In diversi articoli precedenti provai a porre una domanda: cosa accadrà non appena la serie di gossip e indiscrezioni relative ad elementi privi di qualsivoglia valore probatorio sarà terminata?
Cosa accadrà quando non ci sarà più nulla da scarnificare nella vita di Massimo Bossetti?
Avevo ipotizzato che, a quel punto, sarebbe tardivamente calato il silenzio, sic et simpliciter.
Sbagliavo.
La realtà si sta rivelando ben peggiore: terminati gli “elementi” nuovi, si torna con nonchalance a quelli vecchi e perfino già smentiti.

Colpevole contro ogni ragionevole dubbio, non “oltre” ogni ragionevole dubbio: è questo Massimo Bossetti.

Che la giustizia italiana non sia esattamente la migliore del mondo è cosa nota da tempo, ma di recente stiamo raggiungendo vette inusitate.

In questo blog parliamo di una persona privata della sua libertà sulla base di elementi a dir poco dubbi, di un uomo in carcere, in isolamento, da ormai tre mesi, sbattuto senza un briciolo di umana pietà sulle pagine dei giornali e nei palinsesti televisivi, condannato in anteprima a reti unificate, distrutto da un tweet sul solco delle nuove condanne sommarie in versione 2.0 prima ancora di potere proferir parola a sua discolpa, capro espiatorio di un accanimento mediatico schizofrenico che non presta attenzione alcuna alla veridicità delle notizie dove perfino indiscrezioni all’apparenza del tutto credibili ed accertate (si pensi alla questione “reperti piliferi”) si rivelano clamorose bufale, colpevole costruito a tavolino piuttosto che cercato.

Colpevole per forza, appunto.
E’ questo il verdetto, e a mò del pollice verso di Nerone è condanna a morte inappellabile.

Bossetti è colpevole perché “incastrato” (termine assai gradito a molti giornalisti nostrani, che generosamente lo utilizzano senza cognizione di causa alcuna) ogni giorno da una castroneria diversa, riproposta a cadenza settimanale perfino dopo la smentita o la confutazione dell’elemento, è colpevole perché ultimo appiglio di un’indagine che ha già prodotto un presunto colpevole sbagliato e i cui termini erano già scaduti, è colpevole perché massacrato nella sua vita privata quando mancano elementi concreti, è colpevole perché un GIP lo ha stabilito essere “privo di freni inibitori” per l’addebito di un reato che non è provato abbia commesso, è colpevole perché così scriteriato da passare talvolta in un paese che dista la bellezza di 2,72 km dal suo luogo di residenza, è colpevole perché ha perfino agganciato una cella telefonica compatibile nientemeno che con l’area della propria abitazione, ed è colpevole perché quando gli elementi mancano è solo perché in qualche modo non documentato deve sicuramente averli eliminati.

Ci si accorge di essere davanti a un “colpevole contro ogni ragionevole dubbio” quando si assiste alla ricerca di indizi che quando non ci sono sembrano essere quasi artificiosamente montati: è il caso del furgone ripreso da una telecamera di sorveglianza, che è evidentissimo abbia una incompatibilità strutturale insanabile (fanali rettangolari, in casa mianon possono produrre un fascio di luce a losanga arrotondata) ma è “simile”, e soprattutto con un po’ di immaginazione pare si possa vedere un catarifrangente simile (pazzesco, mica per riconoscere un furgone si guarda la carrozzeria, no!, si guarda la presenza di un catarifrangente, magari guardando un po’ meglio all’interno si vede pure se c’è un Arbre Magique compatibile con quello del furgone di Massimo Bossetti!).

Avevamo già affrontato l’argomento, ma lo riprendiamo perché qualche giorno fa, i nostri organi di stampa, dal Corriere a TGCOM24 sono tornati a parlare del fantomatico furgone ripreso il 26 novembre 2010 a Brembate dalle telecamere di sorveglianza di una banca.
La ripresa del furgone, risalente alle ore 18,01, è stata tra l’altro collocata, dalle suddette fonti, che alla tentazione di allungare il pesce evidentemente non sanno proprio resistere, alle 18,30.

Il furgone di cui si torna a parlare dopo due mesi, ha solo un piccolo problema, ossia il fatto di non essere quello di Massimo Bossetti.
Le differenze di fanaleria accennate sopra sono evidenti ictu oculi, e già da tempo sono state evidenziate in modo chiaro da un esperimento effettuato dal Dott. Ezio Denti, proprio in via Rampinelli e con le medesime condizioni di luce.
Ecco un eloquente fermoimmagine della videosimulazione [1]: in alto, si può vedere il furgone ripreso dalla telecamera di sorveglianza, al centro un Iveco Daily di modello successivo al 2006 e in basso un Iveco Daily di modello identico a quello in uso al Bossetti.

Videosimulazione_furgoni
L’incompatibilità strutturale è evidente a chiunque, eccetto che ai nostri organi di stampa e salotti televisivi che continuano con immutato fervore a propinare la notizia che il furgone sia di Bossetti.
In realtà, come evidenziato già a luglio da Ezio Denti, è chiaro che non solo no può trattarsi del furgone di Massimo Bossetti (modello del 1999 con fanali rettangolari), ma con ogni probabilità non si tratta neppure di un Iveco Daily ma di un Ford Transit.

Oppure è il caso di chi va a sostenere che la traccia di DNA, definita esigua e di natura non accertata con certezza da chi ha svolto le analisi [2], sia in realtà abbondante e derivi nientemeno che da epistassi: non importa, poi, se si tratta della medesima fonte che a luglio cercava maldestramente di smentire che Bossetti soffrisse di epistassi.
Un quadro, in ogni caso, così ridicolo da poter essere smentito dalla logica più elementare: se così fosse non solo bisognerebbe postulare che il disgraziato abbia un’epistassi in una sera di autunno inoltrato, e per giunta proprio mentre compie un omicidio, ma anche che il sangue proveniente dall’epistassi sia “telecomandato” e vada a finire in un solo punto, guarda caso attiguo ad uno dei margini recisi degli indumenti indossati dalla vittima!
Sappiamo tutti che in caso di epistassi il primo, naturale riflesso è quello di portarsi le mani al naso, sporcandosele: ma Bossetti riesce a non lasciare nessuna traccia ulteriore.
Di più: la ferita sulla quale è stato isolato il profilo genetico di Ignoto1 è nella parte posteriore del corpo, ed il corpo è stato ritrovato supino.
Dunque, se è valida la relazione della Cattaneo, avrebbe perfino dovuto girarlo senza lasciare nessun’altra traccia.
Se tutto questo non bastasse, non solo non occulta il cadavere nonostante capisca certamente di aver lasciato tracce (è impossibile non accorgersi di un’epistassi), ma fa molto di più: sapendo che il suo DNA è finito sulla scena criminis a causa di un’epistassi ma volendosi mostrare estraneo ai fatti, a inizio luglio chiede sua sponte di essere interrogato dalla PM e dichiara… Di soffrire di epistassi!!!

Io, essendo per natura ottimista e fiduciosa nel genere umano, vorrei davvero confidare nella malafede di alcune fonti d’informazione, perché qualora ci siano persone che prospettano tesi simili in buona fede, e dunque ritenendole attendibili, sarebbe davvero il caso di chiedersi cosa esattamente sia andato storto nell’evoluzione umana.

Vorrei anzi cogliere la palla al balzo per suggerire a tutti i miei lettori di mostrarsi sempre ottimisti e felici: qualora dovesse capitare una disgrazia, infatti, anche una eventuale timidezza o un malumore può diventare, secondo alcuni organi di informazione, un indizio a proprio carico.

tristeUna recente puntata di Quarto Grado mi spinge inoltre a suggerirvi di non digitare mai su Google la parola “pelo”: anche questo pare sia un indizio, anche se, nonostante gli ingenti sforzi, non ho ancora ben capito di cosa.
Concedetemi di sdrammatizzare: è forse indizio di “tricofilia”?

Ancora, ci si accorge di essere davanti a un “colpevole contro ogni ragionevole dubbio” quando sia un elemento sia l’elemento contrario vengono interpretati come indizio di colpevolezza.

Negli ultimi giorni ne abbiamo avuto alcuni esempi eclatanti: nei prossimi giorni tornerò in argomento in modo più incisivo dalle pagine de L’Osservatore d’Italia, ma comincio ad esprimere qualche doverosa considerazione.
L’ultimo esempio di come tutto e il contrario di tutto possa essere inteso come indizio di colpevolezza è quello relativo all’assenza di Massimo Bossetti dal cantiere il pomeriggio del 26 novembre 2010, elemento trapelato solo qualche giorno fa, a ridosso del rigetto dell’istanza da parte del GIP.
Anzitutto, l’assenza in sé: fino a pochi giorni fa si riteneva che la presenza in cantiere di Massimo Bossetti, che lo avrebbe portato quel pomeriggio a passare per Brembate Sopra al suo ritorno fosse indizio di colpevolezza.
Ora che è venuta fuori la sua assenza, diventa la sua assenza un indizio di colpevolezza.

Infatti pare, udite udite!, che Massimo Bossetti si sia contraddetto.
Chiunque abbia seguito il caso sin dall’inizio con occhio critico e vigile ricorderà però che fino a poco tempo fa si riteneva un indizio il fatto che avesse ricordi troppo chiari e non contraddittori riguardo fatti di quattro anni prima, chiaro indice di colpevolezza.

In realtà, è sufficiente leggere l’ordinanza stessa per vedere come i suoi ricordi non fossero poi così chiari, ma fossero soggetti alla normale confusione dovuta al troppo tempo trascorso.
Ma anche questo non va bene ed è indice di colpevolezza.

Cito ad esempio dall’ordinanza:
“Qualche incongruenza nel racconto si riscontra quando Bossetti afferma di ricordare i suoi movimenti la sera dcl 26.11.2010 perché proprio quella sera aveva visto di fronte al centro sportivo di Brembate dei furgoni con delle grosse parabole e di essere stato attirato da tale presenza.
Ha poi precisato di non essere sicuro che il giorno fosse il 26 novembre potendo forse essere il 27 novembre 2010.
Affermazione che andrà verificata nel proseguo delle indagini dato che la denuncia della scomparsa di Yara Gambirasio avviene la mattina del 27.11.2010, quindi difficilmente tali furgoni dotati di parabole possono essere collegati a mezzi di telecomunicazioni ivi presenti a causa della scomparsa di Yara Gambirasio.”

La “contraddizione” di Bossetti si è originata molto probabilmente proprio dall’aver confuso, in prima battuta, tra 26 e 27 novembre.
Interrogato dal GIP disse di ricordare cosa aveva fatto il 26 (cioè “essere andato al lavoro e tornato a casa passando per Brembate come tutti i giorni”) perché era stato colpito dalla presenza, nei pressi della palestra, di una serie di furgoni con grosse parabole relativi presumibilmente a mezzi di telecomunicazioni presenti sul luogo proprio per la scomparsa di Yara.
Ma è chiaro che non poteva essere il 26, ma il 27, perché solo in quella data la notizia fu diffusa.
Ecco infatti che poi Bossetti, riflettendo sul periodo in analisi, scopre che il 26 novembre era l’ultimo venerdì del mese, giorno da lui deputato, nel pomeriggio, alle commissioni, e lo dichiara alla PM, “contraddicendosi”, altro chiaro segno di colpevolezza, perché ovviamente tutti noi ricorderemmo cosa abbiamo fatto, ad esempio, il 19 agosto 2009 senza contraddirci.
Così come non andava bene la memoria di ferro, neanche la confusione trova il beneficio del dubbio.

Volendo proprio focalizzare l’attenzione sull’assenza dal cantiere di Massimo Bossetti in data 26 novembre 2010, bisognerebbe poi aggiungere due ulteriori considerazioni.
La prima è che si tratta di un elemento assolutamente neutro in quanto l’orario in cui si colloca l’aggressione alla piccola Yara è comunque incompatibile con i normali orari di lavoro di un muratore: in buona sostanza, giacché alle ore 18,30-19,00 un muratore ha già terminato di lavorare, il fatto che Massimo Bossetti quel pomeriggio fosse stato al lavoro non avrebbe potuto costituire un alibi in suo favore, ma allo stesso modo il fatto contrario non può ovviamente costituire un elemento a suo carico.
La seconda, di contro, è che questo elemento potrebbe essere perfino utile a scagionare Bossetti: infatti, tra i presunti indizi che deporrebbero contro quest’uomo, vi sono le polveri di calce rinvenute nell’albero bronchiale della piccola Yara, la cui presenza sarebbe, cito l’ordinanza del GIP, dovuta alla permanenza in ambienti “saturi” di calce ovvero “ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tale sostanza”.

Questo elemento è stato correlato alla professione svolta da Massimo Bossetti.
Ma se quel pomeriggio Massimo Bossetti non era al lavoro non poteva avere né mani né abiti imbrattati di calce.

In tutta questa caciara senza capo né coda la giustizia è andata, una volta per tutte, a farsi benedire, e in ottima compagnia: con essa, infatti, se ne sono andati il buon senso e l’umiltà di ammettere che i conti non tornano proprio e che ciò che si sta registrando è un palese accanimento verso un colpevole per forza, contro il quale, quando non sarà rimasto più alcun dettaglio della sua vita da distorcere e scarnificare, ci si ritroverà inermi con una piccola traccia di DNA che non potrà provarne la colpevolezza in quanto sarà impossibile dimostrarne al di là di ogni ragionevole dubbio che sia davvero correlata all’azione omicidiaria.

Una domanda, a questo punto, non si può non farla: questo processo mediatico senza precedenti è legittimo?

Abbiamo già visto più volte, in queste pagine, alcuni estratti dal titolo II del codice deontologico dei giornalisti, e ci siamo altresì soffermati sulla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che non lascia adito a dubbio alcuno sull’illegittimità di quanto da tre mesi si sta impunemente consumando sotto gli occhi attoniti e, ahimè, spesso conniventi, dell’intero Paese.

Ne approfitto allora per segnalare altresì la delibera dell’AGCOM (Autorità Garante per le comunicazioni) n. 13/08/CSP- Atto di indirizzo sulle corrette modalità di rappresentazione dei procedimenti giudiziari nelle trasmissioni radiotelevisive [3].
Leggendo il testo di intuisce immediatamente come queste regole siano state ripetutamente violate.
Perché nessuno interviene con le dovute sanzioni?
A questa domanda è impossibile rispondere, ma una cosa è certa: questo codice è stato violato e nessuno, ma proprio nessuno, ha minimamente ritenuto di dover intervenire.

“Considerato che i programmi televisivi mostrano la tendenza a trasmettere in forma spettacolare vere e proprie ricostruzioni di vicende giudiziarie in corso, impossessandosi di schemi, riti e tesi tipicamente processuali che vengono riprodotti, peraltro, con i tempi, le modalità e il linguaggio televisivo, ben diversi da quelli giudiziari, ricreando un foro mediatico non equilibrato che perviene ad una sorta di convincimento pubblico sulla fondatezza o meno di una certa ipotesi accusatoria, aggravato dal fatto che, nella percezione di massa, la comunicazione televisiva svolge una sorta di funzione di validazione della realtà;
considerato che la tecnica della spettacolarizzazione dei processi, che le trasmissioni televisive utilizzano a fini di audience, amplifica a dismisura la risonanza di iniziative giudiziarie con il rischio della degenerazione della trasmissione in una sorta di “gogna mediatica” a scapito della presunzione di non colpevolezza dell’imputato e, in ultima analisi, della tutela della dignità umana e del diritto al “giusto processo”, garantiti dalla nostra Costituzione e dai principi comunitari, costituendo una condanna preventiva, inappellabile e indelebile;
considerato che l’attenzione distorta, insistente e talora parossistica dedicata a taluni pur gravi fatti delittuosi comporta notevoli rischi di alterazione, vuoi sul versante della deturpazione dell’immagine vuoi sul versante di un’enfatizzata notorietà che regala a protagonisti negativi una celebrità distorsiva dei valori di una società civile;
considerato che non è da escludere o da sottovalutare il pericolo che una siffatta rappresentazione “mediatica” del processo -ispirata più dall’amore per l’audience che dall’amore per la verità in programmi delle principali emittenti televisive che occupano con grande ascolto la prima e la seconda serata- possa influenzare indebitamente il regolare e sereno esercizio della funzione di giustizia;
considerato che la vigente normativa sul sistema radiotelevisivo pone tra i principi fondamentali del settore la garanzia della libertà e del pluralismo dei mezzi di comunicazione, la tutela della libertà di espressione di ogni individuo (inclusa la libertà di opinione e quella di ricevere o di comunicare informazioni), l’obiettività, la completezza, la lealtà e l’imparzialità dell’informazione, nel rispetto delle libertà e dei diritti, in particolare della dignità della persona e dell’armonico sviluppo dei minori, garantiti dalla Costituzione, dalle regole di base dell’Unione europea, dalle norme e convenzioni internazionali e dalle leggi nazionali;
tutto ciò considerato, le emittenti radiotelevisive si attengono, in particolare, ai seguenti criteri:
a) va evitata un’esposizione mediatica sproporzionata, eccessiva e/o artificiosamente suggestiva, anche per le modalità adoperate, delle vicende di giustizia, che non possono in alcun modo divenire oggetto di “processi” condotti fuori dal processo. In particolare vanno evitati “processi mediatici”, che, perseguendo il fine di un incremento di audience, rendano difficile al telespettatore l’appropriata comprensione della vicenda e che potrebbero andare a detrimento dei diritti individuali tutelati dalla Costituzione e delle garanzie del “giusto processo”;
b) l’informazione, fermo restando il diritto di cronaca, deve fornire notizie con modalità tali da mettere in luce la valenza centrale del processo, celebrato nella sede sua propria, quale luogo deputato alla ricerca e all’accertamento della “verità”: dovranno pertanto essere seguite modalità tali da tenere conto della presunzione di innocenza dell’imputato e dei vari gradi esperibili di giudizio, evitando in particolare che una misura cautelare o una comunicazione di “garanzia” possano rivestire presso l’opinione pubblica un significato e una concludenza che per legge non hanno;
c) la cronaca giudiziaria deve sempre rispettare i principi di obiettività, completezza, correttezza e imparzialità dell’informazione e di tutela della dignità umana, evitando tra l’altro di trasformare il dolore privato in uno spettacolo pubblico che amplifichi le sofferenze delle vittime e rifuggendo da aspetti di spettacolarizzazione suscettibili di portare a qualsivoglia forma di “divizzazione” dell’indagato, dell’imputato o di altri soggetti del processo; deve inoltre porre sempre in essere una tutela rafforzata quando sono coinvolti minori, dei quali va salvaguardato lo sviluppo fisico, psichico e morale;
d) restando salva la facoltà di sviluppare sui temi in esame dibattiti tra soggetti diversi dalle parti del processo nel rispetto del principio del contraddittorio ed assicurando pari opportunità nel confronto dialettico tra i soggetti intervenienti, vanno evitate le manipolazioni tese a rappresentare una realtà virtuale del processo tale da ingenerare suggestione o confusione nel telespettatore con nocumento dei principi di lealtà, obiettività e buona fede nella corretta ricostruzione degli avvenimenti;
e) quando la trasmissione possa inferire sui diritti della persona, l’informazione sulle vicende processuali deve svolgersi in aderenza a principi di “proporzionalità”, accordando pertanto alle informative e alle analisi uno spazio equilibratamente commisurato alla presenza e all’entità dell’interesse pubblico leso e raccordando la comunicazione al grado di sviluppo dell’iter giudiziario, e quindi al livello di attendibilità delle indicazioni disponibili sulla verità dei fatti.”

Se dovessi fare un pronostico sul caso Yara Gambirasio, dovrei dire che, a mio parere, al colpevole non si arriverà mai.
Contro Massimo Bossetti non emergerà alcun elemento univoco e gli inquirenti resteranno (come già sono) con in mano il solo DNA.

Il DNA, quand’anche l’estrazione fosse ripetibile (qualora non lo fosse sorgerebbe un evidente problema in quanto le prove si formano, ai sensi della disciplina codicistica, in contraddittorio) e desse i medesimi risultati, in traccia unica, non sarà sufficiente a superare il ragionevole dubbio, e così, se non in primo grado perlomeno in appello, Massimo Bossetti verrà assolto.
Nel frattempo la sua vita sarà stata rovinata, e a causa delle pressioni mediatiche il messaggio che passerà a livello di opinione pubblica sarà che il giudice ha assolto un colpevole.

Una verità processuale non sempre corrisponde ad una verità sostanziale, e questo è un dato di fatto.
Nel nostro ordinamento, il principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” non è applicabile in relazione alla difesa, ma solo all’accusa, e ciò sta a significare che l’ordinamento deve necessariamente prediligere, nel dubbio, l’assoluzione di un colpevole piuttosto che la condanna di un innocente.

L’accusa deve vincere la presunzione d’innocenza “oltre ogni ragionevole dubbio”, nel senso che il teorema accusatorio deve resistere ad obiezioni e spiegazioni alternative prospettate dalla difesa.
La difesa invece non soggiace al limite del “ragionevole dubbio”, ma può vincere il teorema accusatorio “semplicemente” prospettando alternative che siano possibili in rerum natura e non impossibili o estremamente improbabili nel caso concreto, senza altra limitazione.

Questo perché l’ordinamento opera una scelta: il non trovare un colpevole per un fatto delittuoso denota un fallimento del sistema, ma la condanna di un innocente implica la -ben peggiore- criminalizzazione del sistema stesso, nel momento in cui va a compromettere erroneamente un principio inviolabile quale la libertà personale.

Per me che credo nell’innocenza di Bossetti alla luce delle mie analisi del caso che mi portano a ritenere del tutto inverosimile il castello accusatorio, verità processuale e sostanziale, se le cose andranno in questo modo che ho prospettato, collimeranno.

Ma la vita e la dignità di un individuo saranno irrimediabilmente distrutte.
E a quel punto non varranno a salvarci dall’onta di aver avventatamente linciato un innocente né le parole pronunciate in prima serata dal signor Carmelo Abbate che, avendo evidentemente già sentenziato (non si sa su quali basi), sostiene che la Procura abbia nientemeno che “un quadro indiziario completo” (salvo, ovviamente, lasciar cadere nel dimenticatoio la richiesta di giudizio immediato sbandierata nei primi giorni), né la pretesa possibilità di una reiterazione del reato che giustifichi la custodia cautelare (che è chiaro a tutti, tranne che alla Dott.ssa Maccora, non sussistere in alcun modo), né quella pericolosa forma di autosuggestione che spinge i più a rifiutare tout court il garantismo in quanto significherebbe mettere in dubbio la bontà della macchina giudiziaria.

Scrive il Prof. Eraldo Stefani che:
“E’ naturale che in ognuno di noi ci sia una forte resistenza a credere che la giustizia, non possa e non debba mai sbagliare; essa infatti assicura, attraverso l’osservanza della legge, l’ordine fra i consociati e dunque assicura la sopravvivenza della società stessa ed il suo miglioramento sotto il profilo dei valori.
Perciò ammettere l’errore da parte dell’istituzione preposta ad assicurare l’ordine, pone in dubbio la solidità dell’ordine stesso e con esso la nostra sopravvivenza.
(…)
Di qui l’esigenza talvolta di trovare un colpevole, a tutti i costi, come se la macchina della giustizia dovesse dimostrare di aver svolto il proprio compito portando un risultato concreto, come se la società che guarda attonita l’orrore del delitto trovasse una sorta di rassicurazione e compensazione per la perdita subita, attraverso l’individuazione di un capro espiatorio, più o meno effettivamente colpevole.
Tuttavia, la tranquillità che infonde una condanna, o un’assoluzione, se non supportata dalla verità, può diventare la più destabilizzante delle menzogne.”

La conclusione del caso Yara-Bossetti metterà l’Italia intera con le spalle al muro, ognuno con le proprie responsabilità.
Massimo Bossetti, stante l’attuale quadro che non potrà reggere al dibattimento, sarà assolto: quella singola traccia biologica avulsa da un quadro di indizi concreti ed univoci non potrà mai dimostrare la sua colpevolezza.
Il quadro indiziario, comunque la si rigiri, è estremamente debole, e se nei giornali ed in tv, non essendoci contraddittorio, sembra tutto semplice, in un’aula di Tribunale sarà invece terribilmente complicato per la Procura fare reggere una costruzione ai limiti del teatro dell’assurdo, e non saranno certo i maldestri tentativi di cercare indizi ridicoli in tutto e il contrario di tutto a venire in soccorso: la saggezza popolare lo sa da tempo, salvare capra e cavoli è impossibile, e lo è ancor di più se insieme a capra e cavoli si vuole salvare pure la faccia.

Massimo Bossetti verrà dichiarato innocente.
E a quel punto, purtroppo, sarà l’Italia intera a scoprirsi colpevole.

Alessandra Pilloni


1- Videosimulazione furgoni del Dott. Ezio Denti:
-Filmato comparativo girato con i fari abbaglianti:
http://www.ecodibergamo.it/videos/video/1005929/?attach_m
-Filmato comparativo girato con i fari anabbaglianti:
http://www.ecodibergamo.it/videos/video/1005930/?attach_m

2- Testuale dichiarazione del Prof. Novelli, genetista che ha svolto le analisi, alla Stampa:

«A quel punto ci si è chiesti se la quantità ricavata fosse sufficiente per sottoporla a successive analisi che avrebbero permesso di confermare la natura biologica del campione: sangue, urina, sperma e così via. Ma, vista la quantità esigua e il rischio di compromettere quell’unica traccia, si è deciso di proseguire direttamente con le analisi del Dna»

http://www.lastampa.it/2014/06/18/scienza/tuttoscienze/polimorfismi-e-computer-cos-ho-letto-il-dna-dove-c-la-firma-del-killer-di-yara-TgU7fRRT7WuexElqtPCMoN/pagina.html

3- Delibera dell’AGCOM n. 13/08/CSP: Delibera 13-08-CSP

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Henri Poincaré e la marmellata d’arance: cronistoria di un’arrampicata sugli specchi

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Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore
e i cui pastori sono guide cattive
Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi
i cui saggi sono messi a tacere
Pietà per la nazione che non alza la propria voce
tranne che per lodare i conquistatori
e acclamare i prepotenti come eroi
e che aspira a comandare il mondo
con la forza e la tortura
Pietà per la nazione che non conosce
nessun’altra lingua se non la propria
nessun’altra cultura se non la propria
Pietà per la nazione il cui fiato è danaro
e che dorme il sonno di quelli
con la pancia troppo piena
Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini
che permettono che i propri diritti vengano erosi
e le proprie libertà spazzate via
Patria mia, lacrime di te
dolce terra di libertà!

Lawrence Ferlighetti


Un ringraziamento particolare a Rocco Cerchiara per le preziose osservazioni su movente sessuale e pedofilia.

Pietà: la fallacia è servita, non c’è trucco non c’è inganno!

Non a caso esordisco con i celebri versi di Ferlighetti (spesso erroneamente attribuiti a Pasolini): vorrei farli miei, fermarmi un attimo e invocare pietà.
Pietà per ciò che da quasi tre mesi a questa parte l’opinione pubblica italiana si trova ad ascoltare, pietà per l’imbarazzo che suscita il vedere come un tristissimo caso di cronaca nera si stia vergognosamente trasformando in qualcosa di sempre più simile ad una barzelletta a puntate, pietà per un Paese che ha perduto, in un sol colpo, civiltà, capacità critica e buon senso.

“Una donna viene trovata strangolata e parzialmente bruciata nella sua casa.
Un DNA coincidente con quello del suo ex compagno – che sostiene di non averla vista per diversi mesi – viene isolato nel suo pigiama.
L’uomo afferma che il suo DNA deve essere arrivato attraverso i vestiti o i giocattoli del loro bambino. 
Gli credereste? Continuate a leggere prima di prendere la vostra decisione.”

Con queste parole esordisce un articolo del New Scientist (http://www.newscientist.com/article/mg21328475.000-how-dna-contamination-can-affect-court-cases.html#.VAiCi8V_vzl) pubblicato in data 13 gennaio 2012.

L’articolo prosegue con l’elencazione di alcuni esempi di trasporto del DNA, e si conclude con una considerazione del Prof.Peter Gill, scienziato presso l’Università di Oslo e precedentemente presso il Forensic Science Service del Regno Unito, che afferma:

“Penso che quando abbiamo a che fare con piccole quantità di DNA dobbiamo segnalare che un profilo di DNA corrisponde, ma come e quando sia arrivato lì proprio non lo sappiamo”.

Sebbene l’articolo sia incentrato principalmente sul cosiddetto touch DNA, spesso indicato in Italiano come DNA da contatto, cioè il DNA che viene generalmente lasciato toccando oggetti o persone, che secondo un recente studio dell’Università “La Sapienza” di Roma deriverebbe non -come si credeva- dalle cellule localizzate nello strato più superficiale della pelle per effetto del loro sfaldamento, ma dalle ghiandole sebacee, le considerazioni ivi esposte possono rivelarsi del tutto valide anche per il trasporto di DNA derivante da materiale biologico d’altra natura, passibile di trasferimento secondario.

“Il trasferimento secondario si verifica quando il DNA depositato su un elemento o una persona è, a sua volta, trasferito su un altro oggetto o su un’altra persona, oppure su un punto diverso dello stesso oggetto/persona.
Non c’è stato alcun contatto fisico tra il depositante originale e la superficie finale in cui si trova il profilo del DNA.
Qualsiasi sostanza biologica come sangue, sperma, capelli, saliva e urine
potrebbe essere trasferita in questo modo.”
(da Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, di Mariya Goray, Ece Eken, Robert J. Mitchell, Roland A.H. van Oorschot).

Ancora, nelle conclusioni dello studio del Prof. Michael Naughton, dell’Università di Bristol, “La necessità di cautela nell’uso della prova del DNA per evitare condanne di innocenti”, si legge chiaramente che:

“Il test del DNA non è infallibile e ci sono limiti alla sua applicazione nelle indagini.

Come evidenziato dalla ricerca scientifica e dai casi precedentemente esaminati, ci sono insidie associate alle banche dati del DNA e all’uso di alcune forme di DNA, come LCN, profili di DNA parziali e misti, per condannare i sospettati di crimini.
L’uso di tali mezzi di prova, quindi, deve essere trattato con cautela
al fine di evitare identificazioni errate e condanne di individui innocenti.

Inoltre, il DNA, anche quando porta a identificazioni corrette, è prova attendibile solo di un’associazione con una scena del crimine o una vittima di un crimine.
Non è una prova prima facie di colpevolezza per un reato penale.
Ci può anche essere una spiegazione del perché il DNA di una persona innocente venga trovato sulla scena del crimine.
Infatti, come altre prove, il DNA è facilmente trasportabile, non può essere datato, è suscettibile di contaminazione e può essere mal interpretato.
Nonostante questi profili di fallibilità, investigatori penali e tribunali
sembrano non essere riusciti a prendere coscienze dei difetti intrinseci nelle applicazioni tecniche del DNA mostrate dalla scienza e dai casi giudiziari.

La conclusione generale che si può trarre dalla precedente analisi è che è ben possibile che le persone che sostengono di essere innocenti nonostante la prova del DNA li colleghi ad un reato del quale sono accusate/condannate stiano dicendo la verità.

DNA e banche dati non sono la panacea dell’identificazione criminale come a livello popolare si crede.
La presunzione di innocenza che si afferma sia il cuore di tutte le indagini ed azioni penali impone che di questo si debba tener conto in maniera più
adeguata da parte del sistema di giustizia penale al fine di evitare errori giudiziari.”
(The need for caution in the use of DNA evidence to avoid convicting the innocent, THE INTERNATIONAL JOURNAL OF EVIDENCE & PROOF, 2011).

La vicenda relativa al signor Massimo Bossetti, ai più disillusi, fa tirare un sospiro di sollievo per l’assenza nel nostro Paese di una banca dati del DNA, in quanto da quasi tre mesi buona parte degli Italiani (e non mi riferisco ad un ipotetico idraulico che mentre beve un grappino al bar si lascia andare a qualche avventata considerazione sulla cronaca nera, ma anche ad una nutrita schiera di opinionisti che affollano i nostri salotti televisivi e giornalisti che tanto peso hanno nella formazione della cosiddetta opinione pubblica) sta facendo costante sfoggio di una tanto sconcertante quanto pericolosa disinformazione in materia.

Volendo indulgere a termini espliciti, il 99% degli Italiani sembra cascare a mò di pera cotta dinnanzi alla cosiddetta fallacia dell’accusatore, nota altresì come fallacia del condizionale trasposto, che può essere compendiata in questi termini [1]:

“Se X fosse colpevole
allora N sarebbe molto probabile;
se fosse innocente, allora N sarebbe molto improbabile;
ma si è verificato;
perciò è molto improbabile che X sia innocente,
ovvero è molto probabile che sia colpevole.”

Nel nostro caso, l’esempio concreto diviene “Se il DNA non fosse di Tizio, la probabilità che un’altra persona a caso abbia quei markers genetici è piccolissima, perciò è stato certamente lui”.

Cosa non quadra in questo ragionamento?
E’ semplice: la fallacia dell’accusatore si annida nel confondere la probabilità che il DNA sia di un determinato soggetto (rectius, che possa appartenere ad un altro soggetto su base casuale) con la probabilità che il soggetto sia colpevole.
In parole povere, una probabilità statistica viene attribuita ad una classe di fatti diversa da quella alla quale si riferisce.

L’esempio storico per eccellenza di fallacia dell’accusatore (con tanto di relativo errore giudiziario) è il caso Dreyfus.

L’accusa sostenne che un documento trovato dal controspionaggio francese in un cestino dell’ambasciata tedesca e scritto, per sua stessa ammissione, da Dreyfus, contenesse dei messaggi cifrati, poiché in quel documento le lettere dell’alfabeto comparivano con una frequenza diversa da quella con cui sarebbero comparse nella prosa francese “normale”.
Nel processo del 1894 lo scienziato forense Alphonse Bertillon calcolò la probabilità che quella particolare combinazione di lettere trovata nel documento si fosse prodotta in modo casuale, ossia supponendo che Dreyfus fosse innocente e non avesse scritto alcun messaggio cifrato.
Giacché dai calcoli di Bertillon tale probabilità risultò infinitesimale, si concluse erroneamente, sulla base della fallacia del condizionale trasposto, che dovesse essere infinitesimale anche la probabilità che Dreyfus fosse innocente.

Ma Dreyfus era innocente e la fallacia fu smascherata da Henri Poincaré nel secondo processo d’appello.

Oggi, come già visto in vari articoli precedenti, la fallacia dell’accusatore è tipicamente rilevata nei processi penali in relazione alla prova scientifica, ed in particolare al DNA.

Nel nostro caso, al Tribunale non si è ancora arrivati, e mi auguro non si arrivi, ritenendo personalmente che non vi siano elementi tali da giustificare neppure il rinvio a giudizio dell’attuale indagato, ma i media ci hanno regalato dei clamorosi, e spesso piuttosto imbarazzanti, esempi di fallacia del condizionale trasposto.
Uno dei più evidenti, in quanto colpisce perfino il titolo, è a firma Stefano Zurlo su Il Giornale in data 21 giugno, con evidente confusione della probabilità statistica relativa all’appartenenza del DNA con la probabilità statistica di colpevolezza.

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Poincaré si sarà intuibilmente rivoltato nella tomba più e più volte, in quanto non si tratta di un esempio isolato, anzi: la fallacia ha finito inesorabilmente per colpire anche tanti (troppi) garantisti, che si sono limitati unicamente ad ipotizzare la possibilità di un errore di laboratorio, dimenticando tout court che il DNA di per sé dimostra solo appartenenza e non colpevolezza e che l’onere della prova dovrebbe essere ancora a carico dell’accusa, che ben difficilmente riuscirà a dimostrare che quell’unica traccia, attribuita a Massimo Bossetti, sia indice di colpevolezza, non essendo emerso alcun corollario di indizi univoci a sostegno di tale ipotesi.

Da Poincaré alla marmellata d’arance, ovvero il movente tappabuchi che non c’è

“La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé”.
(Ennio Flaiano, Ombre grigie tratto dall’elzeviro sul Corriere della sera, 13 marzo 1969)

In data 19 giugno, sui polverosi scaffali della cancelleria di un Tribunale, con il deposito dell’ordinanza di non convalida del fermo e disposizione di custodia cautelare del GIP Dott.ssa Vincenza Maccora, è stato approssimativamente ed avventatamente impacchettato il destino di un uomo che si dichiara innocente, procedendo al sequestro della sua vita.

I media si sono affrettati, sulla base di una traccia di DNA interpretata come prova di colpevolezza secondo i tipici moduli della fallacia dell’accusatore, a cucire addosso a quest’uomo, papà di tre bambini incensurato e con una vita perfettamente ordinaria, la veste dell’assassino.
Nonostante l’estenuante lavoro di sartoria, però, dopo quasi tre mesi, quell’abito continua ad andargli stretto, e l’inchiesta arranca, aggrappandosi al gossip come ultimo colpo di reni.

Oggi è stato pubblicato su Panorama un articolo di taglio che definirei garantista, sia pure con qualche profilo di ambiguità, giacché ancora una volta, nessuno spiega ai lettori che il DNA è trasportabile e non indica colpevolezza.

Panorama

Vedasi qui: http://news.panorama.it/cronaca/Nessuna-nuova-prova-contro-Bossetti-Lo-si-inchiodi-sul-gossip

Dall’articolo si apprende che la signora Marita resta orfana del primo amante (che pare non esistesse), ma viene ribadito il secondo, in modo piuttosto discutibile: in primis poiché non si capisce da cosa derivi la certezza essendo la parola di questo signore (che a questo punto non so nemmeno se sia certa visto che il primo pare fosse inventato) contro quella della signora Marita, in secondo luogo perché una coerente critica al gossip, almeno in linea teorica, imporrebbe di evitarlo a propria volta.

Però, “Allegria!”, finalmente si è riusciti a dire ciò che io scrissi seduta stante, in data 23 agosto (mi fa fede l’articolo Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (seconda parte)), ossia che, in relazione all’indiscrezione sulla pedopornografia non è stato trovato né materiale pedopornografico né accessi a siti del genere, e che la ricerca su google delle parole “tredicenne” e “sesso”, attribuibile logicamente al figlio tredicenne o al limite ad un genitore che fa una ricerca per aiutare il proprio figlio adolescente ad affrontare un tema delicato, rimandi appunto a risultati google di forum per adolescenti, tra i quali spicca in prima battuta Yahoo Answers, dove sciami di ragazzini alle prese con le prime curiosità sul mondo del sesso pongono le loro domande, e non certo a materiale pedopornografico.
Davvero ci sono volute due settimane per arrivarci, ossia per capire che i siti pedopornografici sono illegali ed oscurati e non si raggiungono sicuramente dai motori di ricerca?
Meglio tardi che mai, dice il proverbio, ma in questo caso il ritardo, giacché si trattava di arrivare all’ovvio, è piuttosto imbarazzante.
Gli Italiani peccano notoriamente di creduloneria, e questa è cosa nota, ma che la “notizia” (senza offesa al concetto di notizia) come fornita da Repubblica fosse un nonsense logico era evidente sin da una prima lettura.

Nonostante questo, ancora ieri su Pomeriggio5, la signora Barbara D’Urso, anziché porsi la legittima domanda sul significato di una simile ricerca su Google in un mondo in cui qualsiasi adulto sa che la pedopornografia è reato e un certo tipo di materiale non si trova sui motori di ricerca e in una famiglia nella quale, guarda caso!, c’è un adolescente di tredici anni (e, guarda caso ancora una volta, la ricerca è stata effettuata proprio nel maggio di quest’anno e non certo nel periodo del delitto), ha preferito la frase ad effetto.
Mica ha cercato la ricetta della marmellata d’arance.

In realtà, si potrebbe malignare che anche se avesse cercato la ricetta della marmellata qualcuno vi avrebbe visto comunque un indizio di colpevolezza: possibile che la signora Marita, essendo una frana in cucina e trascorrendo troppo poco tempo ai fornelli, abbia ingenerato nell’uomo una spinta all’omicidio?
In fondo, non sarebbe certo un’ipotesi più ridicola della maggior parte di quelle sentite finora, dalle sopracciglia ossigenate (al di là dell’irrilevanza palese della questione, è chiaro che trattasi di un semplice schiarimento causato dall’esposizione al sole) alle cene in trattoria.

Il plauso va invece, e sentitamente, a Giangavino Sulas, che nello stesso salottino televisivo, scegliendo vesti impopolari piuttosto esplicite e ben argomentate (nonché coerenti, giacché la sua linea garantista è stata palese sin dall’inizio), ha espressamente dichiarato di essere convinto dell’innocenza di Massimo Bossetti.

Tornando al’articolo di Panorama, comunque, ciò che è apprezzabile è che viene sottolineato in maniera robusta che in due mesi gli inquirenti non hanno trovato un bel nulla e che il gossip è una palese arrampicata sugli specchi, che più passa il tempo più diviene clamorosa.

“Le indagini languono e gli investigatori corrono dietro a corna e mutandine”.

Fin qui ci siamo, e con il passare del tempo quella che all’inizio pareva una mera impressione dei soliti beceri garantisti sta diventando un’evidenza innegabile.

Causa di quello che appare ormai un buco nell’acqua è, a parere di scrive, un’inchiesta che, probabilmente a causa della sua intrinseca difficoltà (cosa della quale, per onestà, è assolutamente necessario dare atto senza se e senza ma), ha seguito direttrici irrituali e rovesciate focalizzandosi per anni su un’unica traccia biologica che non dava certezza alcuna di appartenere all’assassino della piccola Yara.
Quando la traccia è stata finalmente attribuita, dopo anni di mancati riscontri, l’entusiasmo ha avuto la meglio sulla prudenza e si è tratta la fallace conclusione che appartenesse necessariamente all’assassino, ma tale fallacia sta emergendo ora prepotentemente dall’assenza di riscontri probatori/indiziari univoci, giacché è chiaro che né gli elementi contenuti nell’ordinanza (come la cella telefonica di Mapello agganciata da Bossetti che è residente nientemeno che a Mapello) né quelli emersi in seguito e solertemente riportati da salotti televisivi e organi di stampa possano avere un nesso logico ed univoco con l’omicidio, apparendo anzi, spesso, molto problematici o ai limiti del ridicolo.

La stessa ricerca (infruttuosa) di elementi che possano suffragare un presunto movente sessuale è indice di grandi difficoltà a far quadrare i conti.
L’impressione è che si cerchi un movente sessuale come “tappabuchi”, nel senso che non trovando alcun nesso tra Yara e Bossetti, giacché non emerge un movente specifico in virtù del quale un quarantenne senza precedenti potesse avercela con una bambina che neppure conosceva, si è costretti a cercare una sorta di movente passepartout.
Il problema è che i conti non tornano lo stesso.

La scena del crimine non ha nulla che possa far pensare ad un movente sessuale e il sospettato sembra non avere alcuna caratteristica del sex offender.
Come già ribadito in articoli precedenti (in particolare vedasi i primi due punti diTra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).), l’omicidio a sfondo sessuale non è un atto posto in essere da un giorno all’altro da un soggetto clinicamente sano, ma un atto che trae origine da disturbi psichiatrici del soggetto agente e sul quale si “fantastica” per anni, specie nel caso di “predilezione” per vittime appena adolescenti.

Ad oggi, dopo quasi tre mesi di indagini, non risulta che sia saltato fuori nulla che faccia pensare a qualcosa del genere: non una ex che ne abbia raccontato strane abitudini o desideri sessuali, non una donna che abbia detto “quel signor Bossetti mi ha fatto più volte delle proposte/mi ha toccata/mi ha molestata”, non una sola adolescente che abbia detto che lui si fermava con la macchina e la guardava insistentemente o che abbia offerto passaggi o addirittura doni e piccoli favori in cambio di prestazioni sessuali di vario genere, neppure un amico intimo o conoscente che abbia parlato di una certa passione, anche solo occasionale, per le prostitute.

La casistica giudiziaria, in casi analoghi, indica che in tre mesi sarebbero venute fuori parecchie di cose del genere… Se ce ne fossero stati i presupposti.

Dalla perizia dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, citata in alcune sue parti anche nell’ordinanza del GIP, da tempo si sa che Yara è morta di stenti, di freddo, e comunque non dissanguata.
Yara non è morta dissanguata poiché nessuna delle lesioni è stata giudicata letale, nemmeno quella inferta alla gola.
Sulla ragazza non è stato riscontrato alcun segno di violenza sessuale, e il corpo è stato trovato completamente vestito.
Unico particolare, il reggiseno risultava essere slacciato, ma con i lacci “integri e resistenti alla trazione” (dalla relazione agli atti nella parte citata nell’ordinanza del GIP), sui quali non sono state rinvenute impronte di estranei né frammenti di cellule epiteliali.
Ciò rende abbastanza palese che si sia slacciato da solo, come spesso accade a causa di movimenti bruschi, soprattutto nel caso di reggiseni con le coppe preformate e le spalline sottili (come quello indossato da Yara, ripetutamente mostrato in TV).

Per quanto atletica, una tredicenne avrebbe potuto fare ben poco contro un muratore quarantenne determinato a stuprarla e ucciderla e lui, di contro, sarebbe andato fino in fondo o perlomeno avrebbe lasciato una scena del crimine ben differente (vittima nuda o parzialmente nuda, quantomeno leggins e mutande abbassati, sarebbero stati presenti segni di violenza sessuale abbastanza evidenti) e avrebbe ucciso con molta più determinazione: ferite da arma da taglio in numero maggiore e certamente mortali, colpi alla testa più violenti e ripetuti, segni di strangolamento (tipici degli omicidi a sfondo sessuale).

Le evidenze peritali sembrano suggerire che questo omicidio è stato invece commesso da qualcuno che si è trovato in serie difficoltà nel commetterlo, che ha usato il coltello con mano debole e malferma, che non era abbastanza forte e determinato per avere la meglio in breve tempo.

Il quadro dell’omicidio non sembra suggerire neppure uno stupro non riuscito, che avrebbe ingenerato una forte aggressività nell’agente (in casi di questo tipo, la correlazione sesso-aggressività è sempre marcata) in quanto non sembra esserci un overkilling dovuto alla rabbia e alla frustrazione di chi riesce dopo molto sforzo a sopraffare la vittima: in parole povere, in un caso del genere non sarebbero emerse ferite “relativamente superficiali”, ma di tutt’altro tipo.

Il modello bipartito proposto dall’FBI in relazione agli omicidi a sfondo sessuale mostra bene come le differenze siano irreconciliabili.
In tale frangente, si suole distinguere tra omicidio a sfondo sessuale organizzato e disorganizzato: ai due modelli corrispondono due distinti profili di sex offender e differenti caratteristiche della scena del crimine.
Al di là del fatto che il profilo dell’indagato non corrisponde né al sex offender organizzato né a quello disorganizzato, poiché da ciò che sappiamo della sua vita (cioè, “grazie” ai media, tutto) il Bossetti si colloca all’interno di una “media” personale più ordinaria tra i due estremi (sex offender organizzato: soggetto d’intelligenza spiccata, generalmente con famiglia, con livello di istruzione medio-alto, alta estrazione sociale, lavoro di medio-alta qualifica ma con tendenza a frequenti cambiamenti; sex offender disorganizzato: scarsa intelligenza, situazione familiare multiproblematica, basso livello di istruzione, disoccupazione, scarsa cura di sé), ancora una volta è l’analisi della scena criminis a far risultare molto problematica questa pista.
Nel caso di sex offender organizzato la scena criminis è sempre piuttosto chiara, mostra segni di limitazioni della vittima (nastro adesivo, bende, catene, corde, indumenti, manette, bavagli), che viene sottomessa prima di essere uccisa con
mezzi di costrizione  e soprattutto restano evidenti tracce di atti sessuali- che nell’omicidio sessuale organizzato sono sempre presenti e diretti.
L’offender disorganizzato sceglie invece le vittime in modo completamente casuale, tanto che le vittime del sexual offender disorganizzato sono delle vere e proprie “vittime del caso”, mai selezionate, ad esempio, sulla base di età o caratteristiche fisiche: in tal caso sarebbe molto difficile supporre un’ossessione dell’agente per la vittima, e del tutto inutile cercare riscontri in tal senso.
In questi casi, però, l’arma del delitto è di norma lasciata ben in vista nel luogo del delitto, l’attacco è d’impeto, aggressivo, segnato da atti sessuali dopo la morte, anche se spesso manca la penetrazione diretta della vittima (sostituita da penetrazione tramite oggetti).

In questo caso, la scena del crimine non ha lasciato nulla che rimandi ad un omicidio a sfondo sessuale, e la pista non trova alcun riscontro nel profilo personale dell’indagato.

Volendo per forza vedere un movente sessuale, purtroppo, si perdono di vista tutte le altre piste possibili.

Per restare in tema di omicidi a sfondo sessuale e DNA, volendo fare un esempio che mostri platealmente le differenze, si potrebbe citare il caso di Altemio Sanchez, stupratore ed omicida seriale americano che si muoveva nella zona di Buffalo.
Sanchez venne incastrato dal DNA: erano state isolate diverse tracce di sperma sulle vittime, e il suo DNA venne prelevato da alcuni agenti che lo avevano seguito allo scopo in un ristorante nel quale si era recato con la moglie (gli agenti sequestrarono allo scopo bicchieri e posate).
Nel caso di Sanchez, però, non solo le tracce repertate nei luoghi del delitto erano plurime e di natura chiara, ma il DNA fu la verifica finale di un quadro indiziario già molto forte: vi erano fibre, impronte parziali, descrizioni di vittime sopravvissute e di persone che frequentavano i luoghi dei delitti.
Questo per rimarcare come qua non si voglia contestare l’uso della scienza nel processo penale, ma i suoi metodi.
La prova scientifica utilizzata per confermare un quadro già univoco è un ottimo strumento nelle mani degli inquirenti, ma se avulsa da un corollario che possa avvalorarla rischia di essere uno strumento pericoloso per la libertà di individui innocenti.
Se la sorte di un uomo non si decide con un tiro di dadi e si vuole usare la scienza nel processo, la si deve usare cum grano salis, logica ferrea, e freddezza tale da evitare di cadere in comode fallacie.Il trasferimento di DNA secondario (e perfino terziario, in alcuni casi) non è fantasia o cavillo difensivo, ma è scienza, e di questo prima o poi qualcuno dovrà rendere conto alla totalità dell’opinione pubblica che si è vista presentare come prova regina qualcosa che tale non era e che si sta dimostrando unica roccaforte di una colpevolezza data immediatamente per certa, il 16 giugno, senza alcuna possibilità d’appello, e che invece si sta rivelando ogni giorno più insussistente.

L’onere della prova incombe sull’accusa!

PeterGill(estratto da Misleading DNA Evidence: Reasons for Miscarriages of Justice, del Prof.Peter Gill; indica la possibilità di diversi modi di trasferimento del DNA, ed evidenzia come nel DNA non vi sia alcuna informazione utile a identificare la modalità di trasferimento dello stesso).

Sono passati ormai quattro anni dal momento in cui, purtroppo, la piccola Yara ci ha lasciati.
Il bisogno di giustizia è forte, ma non sarà la “giustizia” sommaria a dare a Yara la pace che merita.
Non saranno i gossip sulle lampade solari o le tanto presunte quanto inverificabili ed inutili ai fini delle indagini corna della famiglia Bossetti a garantire giustizia ad una bimba strappata alla sua vita e al suo futuro in modo atroce.
E non sarà neppure il linciaggio mediatico o la condanna di un uomo contro il quale non sta emergendo alcuna prova, che anzi rischia di aggiungere ingiustizia ad ingiustizia e sofferenza a sofferenza.

EcoDiBergamoEntro martedì la difesa di Massimo Bossetti presenterà istanza di scarcerazione.

Nella speculazione giuridica dottrinale, negli ultimi anni, ci si è spesso interrogati sull’eventuale influenza dei media sul processo penale.
Questo blog è nato per invertire la tendenza, cioè per ripristinare uno spazio civile nel quale dare nuovo significato e nuovo valore ai principi dello stato di diritto che i nostri media hanno, in questo caso anche più del solito, abbondantemente calpestato.
In un articolo letto qualche tempo fa sul blog di Massimo Prati, Gilberto Migliorini scriveva, emblematicamente, questa frase:
“Che gli inquirenti non abbiano in mano niente è evidente, salvo per la stampa che si è buttata come al solito sull’osso cercando di rosicchiare tutto quello che si può rosicchiare, cioè centrifugando il niente.”

Ottanta giorni sono sufficienti a valutare la situazione, e a notare come il tempo non abbia fatto altro che confermare questa considerazione.
A carico di Massimo Bossetti non c’è nessun elemento univoco, e dunque, giacché gli indizi per inchiodare una persona alle proprie responsabilità dovrebbero essere univoci, principi di ascendenza illuministica, e non dell’altro ieri, vogliono che l’istanza che verrà presentata dai suoi legali venga accolta.
D’altronde, come già mostrato nell’articolo Ecce homo, ecce mutanda!, i presupposti per la custodia cautelare in carcere sembrano davvero discutibili ed insussistenti.

Un ulteriore passo avanti sarebbe quello di una globale rivalutazione, da parte della Procura, ma anche dei media e dei comuni cittadini, dell’intera vicenda, che potrebbe insegnare davvero tanto.
Una cosa fra tutte: la presunzione di innocenza è una conquista da difendere, ed esiste non come grida di manzoniana memoria affidata alla carta e senza alcun valore concreto, ma perché nei secoli il suo valore si è rivelato imprescindibile affinché la Giustizia possa ancora, a buon diritto, chiamarsi in questo modo.

Alessandra Pilloni


1- Il superamento della fallacia della trasposizione del condizionale attraverso un processo argomentativo–operazionale- congetturale, del Prof. Sergio Novani.

Il criminologo Ezio Denti all’Adnkronos: il DNA non basta, Bossetti sarà scagionato

Oggi non avrei dovuto scrivere, ma non posso non segnalare questo articolo-intervista al Dott. Ezio Denti, su DNA (e suo possibile trasporto), ragionevole dubbio e totale assenza di altri indizi univoci a carico di Massimo Bossetti.

http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2014/08/23/caso-yara-criminologo-bossetti-sara-scagionato-dna-non-basta_dE12GINNqZ3siS4sePdAJK.html

Secondo il Dott. Denti, Massimo Bossetti “sarà scagionato. Il Dna è una prova, ma sfido qualsiasi genetista a dire che non è trasportabile; dunque dove sono gli elementi che dimostrano che lui ha ucciso Yara?”.

(…)

“Bossetti è nato per essere scagionato”, contro di lui ci sono “elementi discutibili” e poco importa se l’opinione pubblica sembra aver bisogno di un colpevole, “si dovrà ricredere, perché contro un sospettato servono prove” e con quello che la procura ha in mano “non credo si arriverà neanche a processo”.

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Naturalmente, non posso che concordare con quanto dichiarato dal Dott. Ezio Denti.

Traggo dal saggio “La prova scientifica nel processo penale” del Prof. Giovanni Barroccu:
“Scrisse Ludwig Wittgenstein che al di là di ogni ragionevole dubbio deve significare che la vanga del dubbio, che deve sempre armare il giudice, ha incontrato lo strato duro della roccia, rappresentato dalle prove, e si è piegata, risultando implausibile ogni spiegazione diversa della colpevolezza. E’ vero che la clausola ha in sé una contraddizione in termini, in quanto ritenere provato un fatto in presenza di un dubbio che appaia ragionevole risulta illogico; tuttavia il beyond a resonable doubt deve costituire un canone interpretativo secondo cui la colpevolezza deve sempre essere suffragata da un solido e coerente quadro probatorio (…)”

Nel caso in analisi, è mia precisa opinione che la soglia del ragionevole dubbio non possa essere superata.
Mancano definizioni precise del concetto di ragionevole dubbio, tuttavia è possibile tracciare qualche considerazione generale.
Scrive il Prof. Giovanni Canzio che “la regola di giudizio dell’oltre ogni ragionevole dubbio pretende (ben al di la della stereotipa affermazione del principio del libero convincimento del giudice) percorsi epistemologicamente corretti, argomentazioni motivate circa le opzioni valutative della prova, giustificazione razionale della decisione, standard conclusivi di alta probabilità logica in termini di certezza processuale, dovendosi riconoscere che il diritto alla prova come espressione del diritto di difesa estende il suo ambito fino a comprendere il diritto delle parti a una valutazione legale completa e razionale della prova.”

Ancora, secondo la definizione della Dott.ssa Maria Elena Catalano “il dubbio può dirsi ragionevole quando le prove acquisite nell’istruzione dibattimentale consentono una spiegazione alternativa dei fatti”.

Possiamo dunque affermare che si ritiene, in linea generale, che il ragionevole dubbio sia superato solo qualora non esistano (o non resistano), dinnanzi all’impianto accusatorio, alternative plausibili.
Rectius: c’è chi sottolinea, giustamente, che il ragionevole dubbio possa essere superato anche qualora vi siano alternative astrattamente plausibili in rerum natura, a patto che siano del tutto inverosimili nel caso concreto.

E’ chiaro che nel “nostro” caso il ragionevole dubbio non potrà essere superato: questo perché, per quanto riguarda la traccia biologica, non solo il trasporto è possibile in rerum natura, ma è reso plausibile proprio dalle circostanze concrete (lavoro svolto dall’agente implicante utilizzo di strumenti passibili di essere utilizzati da terzi come arma del delitto, epistassi, traccia unica ed esigua in cadavere rinvenuto dopo diversi mesi ed esposto ad intemperie e possibili contaminazioni del terreno).
Questo per quanto concerne la c.d. “prova scientifica”, che di fatto resta meramente indiziaria poiché isolata da altri elementi che concretamente la avvalorino.

Non ci sono elementi che avvalorino il DNA in quanto i vari altri presunti elementi (dalle docce solari alle altre amenità più grottesche fino a cose apparentemente meno ridicole) non costituiscono neppure indizi in quanto ad un’analisi attenta mancano del tutto dei caratteri di gravità, precisione e concordanza.
Ciò posto che:
-un indizio è grave quando è dotato di un grado di persuasività
elevato e quindi riesce a resistere ad eventuali obiezioni;
-un indizio è preciso quando non è suscettibile di diverse
interpretazioni;
-un indizio è concordante nel senso che vi devono essere
necessariamente più indizi che confluiscono tutti nella stessa
direzione.

Nel nostro caso non vi è nulla che resista ad eventuali obiezioni, e soprattutto non vi è nulla che non sia suscettibile di diversa interpretazione.

Mille elementi equivoci e passibili di plurime interpretazioni incollati fra loro non fanno una prova, e Massimo Bossetti non potrà essere condannato solo perché la sua condanna è stata decisa in diretta da teleimbonitori che ne hanno decretato la colpevolezza senza appello contravvenendo al proprio dovere di imparzialità e correttezza professionale.

Per concludere, inserisco questo link (http://www.crimeblog.it/post/8675/melania-rea-identificate-le-tracce-di-dna) apparentemente del tutto slegato ed estemporaneo, sul caso Melania Rea.
Lungi da me voler entrare, in questa sede, nel merito della questione, perché il risultato sarebbe estremamente dispersivo, ma forse non tutti ricordano che anche su Melania Rea furono trovate varie tracce di DNA, tra le quali una negli slip attribuita al bambino di una sua amica.
Ecco, con ciò vorrei sottolineare ancora una volta un fatto che, più o meno (in)direttamente ho rimarcato a più riprese: lo spettacolo di ricerca estenuante che non porta a nulla se non ad una serie di elementi equivoci è il risultato diretto di quello che personalmente considero un errore precedente.
L’errore in questione è stato quello di affidarsi alla cieca ad una traccia biologica dando per scontato che appartenesse all’assassino.
Un’inferenza, questa, assolutamente illogica, perché la cosa non stava scritta da nessuna parte.
L’errore è stato il fatto di essersi irrazionalmente innamorati di una tesi comoda.
La convinzione -spesso mediaticamente indotta e scientificamente risibile- che una traccia di DNA rinvenuta nel luogo del delitto o sul corpo della vittima debba necessariamente essere dell’assassino, deve essere contrastata anche al di là del caso specifico, perché trattasi di una convinzione fuorviante e pericolosa, e come disse Goya “il sonno della ragione genera mostri”.

Bisogna rendersi conto del fatto che si sta parlando, nel nostro caso, di una traccia unica.
Se la vittima fosse stata completamente imbrattata di sangue altrui, ovviamente, i dubbi sarebbero stati ben pochi, ma il “nostro” quadro è completamente diverso.

Se partendo da una traccia biologica repertata si fa un’indagine alla cieca e si arriva ad una persona, e se di questa persona si scarnifica la vita privata, anche familiare, fino all’inverosimile è ovvio che si possano trovare elementi con una doppia lettura.
Qualsiasi persona del luogo, ad esempio, sarebbe stata vista passare a Brembate (paese limitrofo), qualsiasi persona del luogo avrebbe agganciato celle telefoniche locali, qualsiasi persona del mondo ha dei piccoli “vizi” personali, delle piccole fisse, delle situazioni familiari che messi impietosamente sotto la lente d’ingrandimento in qualche modo possono più o meno forzatamente (e malamente) essere accostati al fatto.
Il punto è che, se come si suol dire il delitto perfetto non esiste, allora si dovrebbero trovare elementi chiari ed univoci, non continui presunti elementi che possono essere accostati al fatto in modo del tutto forzato e innaturale e che, al contrario, troverebbero spiegazioni ben più ovvie e confacenti.

Dunque, nel caso in questione, l’unica vera domanda da porsi è: perché questi elementi univoci non ci sono?

Io ho dato la mia risposta: perché l’innamoramento della tesi comoda (traccia di dna=assassino) nell’esasperazione di un’indagine difficile ha prodotto un mostro logico e giudiziario.

A questo punto, non posso che augurarmi che questo caso possa, anche a posteriori, insegnare qualcosa e servire da monito per il futuro, anche alla luce di una pressante esigenza di alfabetizzazione giuridica funzionale, che in questo caso si è dimostrata, ahimè, del tutto carente.

Alessandra Pilloni

Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (seconda parte).

Seconda parte e conclusione del dossier scritto a quattro mani con Laura.
Aggiungo un sentito ringraziamento anche a Rocco Cerchiara per le sue preziose osservazioni sulla pedofilia.

Dopo un’attesa di qualche giorno, mentre le trombe della grancassa hanno impunemente ripreso a suonare con gossip di sempre più infima lega e notizie prive di fondamento spacciate per verità assodate, è giunto il momento di rendere pubblica la seconda parte della nostra disamina.
Per chi si imbattesse nel blog solo ora, oltre che consigliare la lettura degli articoli precedenti, rimandiamo anzitutto alla prima parte del dossier Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).

Come già anticipato, questo dossier si propone di esaminare in maniera selettiva vari aspetti poco chiari e problematici della vicenda, talvolta già valutati anche in articoli precedenti, e di fare più approfondite ed ordinate considerazioni.

Chi ha letto la prima parte, sa che abbiamo individuato tredici punti, dei quali abbiamo già affrontato i primi otto.
Rimandando dunque alla prima parte per l’analisi dei primi otto, riportiamo ora, per ragioni di scorrevolezza, i punti dal nove al tredici, e ci accingiamo ad esaminarli nel presente scritto.

9) Impossibilità (o comunque incertezze sulla possibilità) di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire dalla traccia originale sugli abiti

10) Palesi incongruenze nelle testimonianze su “Ignoto1″

11) Accreditamento di soli elementi e testimonianze a sfavore, costanti fughe di notizie parziali tendenti a suggerire una lettura sfavorevole all’attuale indagato

12) Incongruenze nell’ordinanza del GIP circa la natura probatoria ovvero meramente indiziaria del DNA

13) Oscillazioni della giurisprudenza cassativa sul valore probatorio ovvero indiziario del DNA, assenza di pronunce a Sezioni Unite, contestazioni dottrinali e implicazioni processuali e fattuali della cosiddetta “fallacia dell’accusatore”

Per quanto riguarda il nono punto, relativo alla probabile impossibilità di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire non dal campione di Ignoto1 ora disponibile, ma dalla traccia originale sugli abiti, avevo già lanciato l’esca nella prima parte.
Chi ha letto (al link Sul test del DNA in ambito forense (da Forensic DNA Evidence: The Myth of Infallibility, di William C. Thompson)- Sintesi di Rocco Cerchiara) avrà certamente intuito che ci sono delle buone ragioni per ritenere che un simile accertamento possa essere importante, anche perché in caso di tracce miste le possibilità di errori nell’interpretazione dei dati, dovute a fenomeni quali l’allelic dropout sono tutt’altro che infrequenti.

Inoltre, nonostante la sindrome scientista che imperversa, diversi casi giudiziari degli ultimi anni hanno platealmente dimostrato come anche da dati apparentemente certi, le perizie di parte siano spesso riuscite a giungere a conclusioni opposte.

In queste pagine abbiamo spesso parlato del possibile trasporto del DNA.
Infatti, nonostante il nuovo slogan “il DNA non vola” faccia da padrone, quello che nessuno, compresi gli inquirenti ed i solerti salottieri che pure hanno fatto un gran parlare della vicenda, ha ritenuto di dover dire in maniera chiara all’opinione pubblica, è che il DNA non solo è facilmente trasportabile, ma oltre a non volare, per quanto mi è dato sapere e fatte salve innovative scoperte scientifiche degli ultimi tempi, non parla neppure e nulla dice di come sia arrivato lì.
Sulla facile trasportabilità del DNA inserisco a titolo esemplificativo un piccolo estratto dal testo “La prova del DNA per la ricerca della verità. Aspetti giuridici, biologici e probabilistici” (di U. RICCI, C. PREVIDERÈ, P. FATTORINI, F. CORRADI, Giuffrè Editore), nel quale si parla perfino di trasporto “doloso” del DNA, anche se è bene ovviamente sottolineare che il fenomeno può verificarsi anche in modo del tutto involontario.

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Tutto ciò- lo ribadisco perché repetita iuvant– ipotizzando che il signor Massimo Bossetti sia certamente Ignoto1, cosa che ad oggi, in assenza di una comparazione ripetuta in contraddittorio, mi permetto di ritenere, peraltro, ancora non del tutto certa, e che certa non sarà fino a ripetizione del prelievo del DNA di Bossetti in condizioni scientificamente e legalmente accettabili ed appropriate (presupposti non certamente integrati con un prelievo salivare a mezzo etilometro) e sua comparazione non con il vecchio campione già estratto di Ignoto1, ma con un nuovo campione di DNA prelevato ex novo dalla traccia originale sugli abiti, nella speranza che tali abiti siano stati conservati in condizioni accettabili e congrue.

La probabile impossibilità di ripetere un simile accertamento lascia l’amaro in bocca di fronte ad un elemento troppo certo per consentire diritto di replica ma troppo incerto per consentire il contraddittorio, che pure varrebbe a scongiurare il rischio di un eventuale errore nell’etichettatura o nel campionamento.

Risale in effetti a pochi anni fa il caso di un esame del DNA effettuato in Italia e spedito all’Interpol per l’identificazione di un colpevole di omicidio, che identificava senza alcun dubbio un pregiudicato inglese, residente a Londra.
L’unico problema si rivelò essere il fatto che tale pregiudicato inglese da Londra non si fosse mai mosso, mentre l’omicidio era avvenuto in Italia.
Molto probabilmente l’errore umano fu commesso nella scrittura di alcune sigle che causarono l’errata identificazione.

Inoltre, dal momento che come è noto la corrispondenza del DNA viene espressa in termini percentuali, non si potranno trascurare in una valutazione attenta neppure alcuni paradossi della statistica.
Nel saggio “La prova scientifica nel processo penale” di Luisella De Cataldo Neuburger viene offerto un esempio chiaro di fallacia dell’accusatore nell’interpretazione di dati probabilistici nella valutazione della prova del DNA.

Si parla in tale frangente della questione delle banche dati del DNA: sappiamo bene che in Italia non esistono, tuttavia, la questione di fondo risulta compatibile con il nostro caso, in quanto siamo di fronte ad un’indagine che seguendo direttrici “rovesciate” non è pervenuta ad un indagato sulla base di una pista ragionevole e congrua per poi addivenire ad una comparazione genetica, ma è arrivata ad un indagato altrimenti insospettabile sulla base di indagini a tappeto su migliaia di persone (e di chiacchiericcio paesano, ça va sans dire).
Di conseguenza, risultano tutt’altro che inadeguate le parole della Prof. De Cataldo Neuburger:

“A causa della fallacia delle probabilità a priori, giudici e accusatori, informati da un perito sulla scarsissima probabilità di corrispondenza nella popolazione, tendono a usare questo valore senza aggiustarlo in base alla probabilità a priori: in altre parole, se la probabilità di corrispondenza nella popolazione per un dato profilo è di 1 su 1.000.000, e Tizio corrisponde a quel profilo, ritengono che le chances di Tizio di non essere colpevole non siano molto più alte di 1 su 1.000.000.

Ciò è errato.
Infatti, quando il sospetto è identificato esclusivamente in base ad una ricerca in un database di profili DNA, le sue chances di colpevolezza a priori sono irrisorie.
Ad esempio, in un territorio con 10.000.000 di abitanti fisicamente in grado di perpetrare un certo crimine, la probabilità di colpevolezza a priori di ciascuno di loro, incluso il cittadino che corrisponde al profilo, è di 1 su 10.000.000.
In queste circostanze, la possibilità a posteriori di colpevolezza, lungi dall’essere la “quasi certezza”, è inferiore al 10%”

Ancora più eloquentemente si potrebbe citare quanto si legge in Statistics and the Evaluation of Evidence for Forensic Scientists, di C. AITKEN, F. TARONI, Wiley, 2004:

“Dichiarare un’identificazione è un’opinione a proposito dell’ipotesi sul fatto.
Questa (illogica) conclusione segue da un enunciato di probabilità che dice che la chance di osservare un’altra persona sulla Terra che abbia la stessa caratteristica è zero.
È un’opinione che le caratteristiche osservate siano sufficientemente uniche per eliminare tutti gli altri individui viventi.
Una volta affermato ciò, nessuna prova contraria (nemmeno un alibi) potrà minare la certezza dell’esperto.
Il passaggio da un enunciato di probabilità ad uno di certezza è un ‘atto di fede’ piuttosto che una conseguenza logica e una tale conclusione costituisce una scorretta comprensione dei rispettivi ruoli dello scienziato forense e del giudice nel processo inferenziale, e del ruolo stesso della statistica nella scienza forense.”

Qualora per qualcuno le citazioni di cui sopra risultassero di difficile comprensione a causa dei troppi tecnicismi, potremmo d’altronde fare un più ironico e non meno clamoroso esempio di paradosso statistico attraverso il celebre caso della statistica del pollo, così descritta a suo tempo da Trilussa:

“Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.”

Qualcuno potrebbe forse sollevare qualche obiezione rispetto all’adeguatezza in tal frangente dei versi di Trilussa.
Tuttavia, dal momento che le notizie degli ultimi giorni rivelano che, a quanto pare, c’è chi nell’estenuante ricerca di indizi (che è sempre più evidente che non esistono) a carico del signor Massimo Bossetti non esita a diffondere notizie prive di fondamento senza neanche curarsi di dar loro una parvenza di credibilità né a frugare nelle mutande dell’intera famiglia senza curarsi del doveroso riserbo della stampa, perdonerete anche noi per una piccola e veniale “caduta di stile”.

Tutto ciò, ovviamente, rimarcando per l’ennesima volta che l’esempio più calzante di fallacia dell’accusatore, anche al di là degli scherzi della statistica e dello scientismo esasperato (che nulla ha a che vedere con la scienza, che nel dubbio trova fondamento), è il voler ritenere che il materiale genetico trovato sulla scena del delitto appartenga necessariamente all’assassino:

“(…) Un errore ancor più pericoloso consiste nel confondere la probabilità di una corrispondenza casuale con la probabilità della colpevolezza o innocenza (confusione nota come ‘fallacia dell’accusatore’): questi due dati vanno tenuti ben distinti, non solo perché, nonostante un’elevata probabilità di corrispondenza casuale, l’imputato potrebbe non essere la fonte del materiale genetico, ma anche, e soprattutto, perché l’imputato potrebbe essere innocente, pur essendo la fonte del materiale genetico.
Insomma, anche se il DNA rinvenuto sulla scena del reato (o sul corpo della vittima) appartenesse all’imputato, ciò non implicherebbe che egli sia colpevole, potendo ben esserci altre spiegazioni di tale rinvenimento.
(Prof. Francesca Poggi, Tra il certo e l’impossibile.
La probabilità nel processo)

venghino

Se c’è un punto in tutta questa vicenda sul quale è giocoforza tornare in quasi tutti gli articoli è quello concernente la rosa di informazioni infondate e smentite senza tuttavia licenza di rettifica, ovvero di quelle informazioni discordanti ma cionondimeno assurte da dubbie pubblicazioni a prove, che, onestamente non sono degne nemmeno di essere definite indizi.
Sarebbe auspicabile che chi deve giudicare distinguesse le illazioni gratuite da ciò che potrebbe realmente pesare a carico del nostro indiziato.
Volendo partire dall’inizio, vi è la ritrovata memoria di alcuni vecchi amici del signor Giuseppe Guerinoni, i quali nonostante fossero passati quattro anni dall’omicidio durante i quali si sarebbe potuto fare avanti, hanno preferito aspettare la bellezza di 18000 prelievi salivari prima di puntare il dito contro la signora Ester portando gli inquirenti a ripetere un test che in passato aveva dato, parrebbe per un errore nella comparazione, esito negativo (che sentitamente dedichiamo a chi nega tout court la possibilità di errori umani) quanto al rapporto di maternità/filiazione con Ignoto1.

Abbiamo letto numerose versioni dei fatti da parte di questi testimoni e la stampa ha pensato bene di “tappare” i buchi temporali con la scusa dell’età avanzata che avrebbe confuso i loro ricordi.
Si è parlato di una ragazza inguaiata “all’inizio degli anni ’60” (nonostante Massimo Bossetti sia nato dieci anni dopo), di un bambino dato in adozione, di un bambino lasciato in un orfanotrofio da una barista nubile, di una relazione clandestina dalla quale nacquero i gemelli, di tresche sulla corriera dell’amore, di tappeti rossi alla finestra ad indicare non si sa bene quale misterioso messaggio.

Non appena saranno resi pubblici gli atti della Procura, sarà interessante verificare come siano andate effettivamente le cose relativamente alle testimonianze.
Per ora, ci limitiamo a sottolineare che se le indagini avvenieristiche sono davvero questo guazzabuglio di chiacchiericcio tra comari, c’è davvero poco di cui fare vanto.

pettegolezzo

Ci sono stati poi commercialisti, colleghi di lavoro, negozianti, grossisti, benzinai, baristi, giornalai, vicini di casa e proprietari di centri estetici come ci sono state insegnanti del centro sportivo e compagne di danza di Yara.
Ebbene, di tutte le corbellerie che hanno riempito le pagine dei giornali si è fatto attenzione a porre l’accento solo sui particolari che avrebbero deposto a favore dell’accusa.
Se non è parzialità questa, allora ci venga spiegato una volta per tutte come mai non hanno avuto spazio le persone che giurano di non aver mai visto il sig. Massimo nei dintorni del centro sportivo, una notizia davvero degna di nota laddove si suppone che l’assassino pedinasse la vittima e ne seguisse gli spostamenti.
Una notizia, questa, che è stata data in maniera rapida e con scarsa enfasi: probabilmente, un titolone a tema non avrebbe garantito una buona tiratura.

Si spera, quantomeno, che questa sorta di indagine parallela ad opera di giornalisti che personalmente radierei dall’albo, non abbia toccato davvero elementi su cui lavora anche la Procura, perché in questo caso non saremmo alla frutta, ma direttamente al dessert.
Da un paio di settimane mi sto avvelenando il sangue leggendo alcune riviste dai contenuti francamente avvilenti, per acquisire, con ben poco giovamento per le mie ulcere, il punto di vista di coloro i quali si “bevono” di tutto e mi ha colpito tantissimo la “testimonianza” di alcuni vicini di casa della famiglia Bossetti/Arzuffi.
Si è arrivati a sostenere che il piccolo Massimo, in tenera età, fu portato in ospedale addirittura in ambulanza: da questo trauma sarebbe scattata in lui la brama di uccidere che lo avrebbe tormentato fino all’omicidio di Yara.
Quale possa essere il nesso tra le due cose rimane un mistero: ci auguriamo che perlomeno per gli articolisti la cosa possa avere una logica.
Noi, nonostante i non pochi sforzi, non riusciamo proprio a trovarla.

Ma gli ultimi giorni ci hanno, ahimè, offerto su un piatto d’argento una nuova ondata di tracollo mediatico sulla quale è giunto il momento di spendere qualche nuova parolina.
Le news degli ultimi giorni, giunte, guarda caso, a ridosso della notizia che a breve la difesa di Massimo Bossetti presenterà un’istanza di scarcerazione, offrono un’occasione ulteriore per analizzare impietosamente la “macchina del fango” solertemente messa in moto.

Partiamo anzitutto dalla “notizia” data in pasto al pubblico pochi giorni or sono su due presunte relazioni extraconiugali della signora Marita Comi.
Volendo riassumere la vicenda con le parole di Vittorio Feltri (una delle poche voci ad essersi levate contro la barbarie), “stando a Giuliana Ubbiali, la cronista che ha rivelato quest’ultimo particolare piccante sui coniugi, due gentiluomini si sono presentati (spontaneamente? ne dubito) in Procura e hanno confidato agli inquirenti di avere avuto rapporti intimi con la signora Marita”, e dunque “gli investigatori hanno infilato negli atti processuali che due linguacciuti asseriscono di essersi divertiti, sessualmente parlando, con la consorte di Bossetti”.

Al di là della “fondatezza” (che possiamo, come al solito, intuire) della notizia, dal momento che, quand’anche i due “linguacciuti” di cui sopra avessero fatto tali dichiarazioni, la prima ipotesi sarebbe quella dei mitomani, giacché intuibilmente, in circostanze di questo tipo, non molti parlerebbero, se non altro perché avrebbero paura di essere coinvolti nell’indagine- paura comprensibile, tra l’altro, in un contesto in cui pare che anche il fatto di respirare possa essere un indizio, anche qualora la notizia fosse veritiera (cosa della quale, vista la totale assenza di prove, dubito fortemente) non si capisce in quali termini possa essere correlata all’omicidio.

Per capirne di più, è giocoforza riportare anche lo “scoop” odierno, trapelato a partire da Repubblica, con articolo a firma di Paolo Berizzi, lo stesso giornalista che non molti anni fa scrisse su un presunto traffico nel mondo della pedopornografia relativo ad “ecografie di feti” (sic!), secondo il quale dalle analisi dei pc di Massimo Bossetti sarebbe emersa la ricerca di materiale pedopornografico.
Riporto la notizia in modo volutamente evasivo, perché dall’indiscrezione, solertemente ripresa da tutti i restanti organi di stampa (e seguita da categorica smentita dell’Avv. Claudio Salvagni), non si capisce un bel nulla.

Bergamonews ci comunica anzitutto che “il pc di Massimo Bossetti non era nuovo, ma allestito assemblando parti già usate da altri e quindi le ricerche potrebbero essere state effettuate da precedenti proprietari”.

Di contro, come queste presunte ricerche siano (rectius, sarebbero, visto il tono globalmente farsesco della notizia) state effettuate è un bel mistero.
Anche una lettura veloce, mostra una serie di incongruenze interessanti tra le varie fonti: da qualche parte c’è scritto che cercava la parola “tredicenni” su google (il che vuol dire poco o nulla, avendo anche un figlio di 13 anni), da qualche altra parte che lo cercava in un sito pedopornografico.
Quest’ultima versione dei fatti è già di per sé dubbia perché i siti pedopornografici sono oscurati e per raggiungerli bisogna avere sofisticate conoscenze informatiche e software dedicati, che è lecito supporre sarebbero emersi ben prima della data odierna.
Detto ciò, mi pare che la soglia del ridicolo sia già stata abbondantemente superata da tempo e stia ora aggiornandosi alla versione 2.0, il tutto nel corso di una faticosa sessione di arrampicata sugli specchi.

Il discorso “pedofilia” è di per sé estremamente complesso, e la prima doverosa precisazione è che, in genere, un pedofilo cerca materiale relativo a soggetti impuberi.
Questa considerazione si aggiunge al fatto che appare non poco farsesco immaginare che un pedofilo cercasse proprio la parola “tredicenni” (guarda caso) e non “dodicenni” o “quattordicenni”.

La notizia come data da Bergamonews è comunque interessante per almeno un altro motivo, e nello specifico perché, secondo quanto riportato, la ricerca su Google della parola chiave “tredicenni” andrebbe ad aggiungersi “a quanto già noto e cioè che l’uomo, in carcere ormai da più di due mesi, aveva seguito siti pedo-pornografici”.

Come la cosa fosse già nota, non è dato sapere, dal momento che era noto l’esatto opposto.
A chi scrive risulta, infatti, che la cosa non fosse mai trapelata finora, come si può tranquillamente osservare da una miriade di articoli risalenti al 18 luglio (in cui si parlava di materiale hard non pedopornografico).

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Tra l’altro, il fatto che le analisi dei pc fossero cominciate a metà luglio la dice lunga sull’affidabilità di Repubblica che, in data odierna, parla di “primi accertamenti”.

Traggo invece da fonte Adnkronos che:

“Dal computer, secondo alcune fonti vicine all’indagine, sarebbe stata eseguita una “ricerca finalizzata alla visualizzazione di materiale pedopornografico, unendo la parola tredicenne e sesso, ad esempio”. Dagli accertamenti ancora in corso da parte del Ris emergerebbero dei collegamenti su siti pornografici, ma sul quel pc non sarebbero stati scaricati video o foto pedopornografici.”

Sorvolando sul fatto che la prima e la seconda frase sembrerebbero contraddirsi, se la ricerca delle parole “tredicenne” e “sesso” è avvenuta a partire da un motore di ricerca, le parole chiave utilizzate, in particolare “sesso”, ricordano decisamente una classica bambinata, quale potrebbe essere, ad esempio, una ricerca effettuata dal figlio tredicenne di Massimo Bossetti, che come tutti i suoi coetanei avrà le normali curiosità tipiche della preadolescenza.

Fatte queste doverose premesse sulla solita caterva di notizie equivoche, di fonte incerta, smentite, contraddittorie e possibilmente inutili, ciò che ci si chiede di fronte a quanto trapelato negli ultimi giorni è, ancora una volta, cosa dovrebbe (o vorrebbe) dimostrare.

Riportare notizie fumose e possibilmente non verificate circa la parola “tredicenne” cercata su un motore di ricerca in una famiglia in cui, guarda caso, c’è un tredicenne, è lo stesso meccanismo, invero piuttosto risibile, che porta a semplicistiche conclusioni del tipo ragazza uccisa = movente sessuale = agente non sessualmente soddisfatto nella propria vita coniugale = moglie che aveva relazioni extraconiugali.

Dopo aver sottolineato che una tendenza alla pedofilia non è necessariamente correlata ad azioni di tipo omicidiario e che non si diventa pedofili da un giorno all’altro perché la consorte ci tradisce, è bene rimarcare, come già accennato sopra, che reperire materiale pedopornografico non è facile come può sembrare, per il semplice fatto che produrlo è illegale, cosa che un adulto sa benissimo: cercare su Google “tredicenni” e “sesso” aspettando di trovare davvero materiale pedopornografico è come scendere in piazza e strillare: “scusate, qualcuno avrebbe della droga da vendermi?” aspettandosi che qualcuno si faccia avanti.

Da quel che è trapelato non risulta nessun accenno a comportamenti sociali e sessuali anomali nella storia di vita di Bossetti.
Niente che faccia pensare ad una certa attitudine alla molestia e allo stupro: già, perché anche per quel che riguarda lo stupro non ci si sveglia una mattina e si decide di stuprare qualcuno, né lo si fa se la propria moglie ha una relazione extraconiugale, né tantomeno una eventuale relazione extraconiugale della moglie funge da spinta verso pulsioni sessuali nei confronti di minori.

Tutto questo, posto che lo stesso omicidio in questione e la scena del crimine, a prescindere da chi ne sia l’autore, non hanno molti elementi per puntare dritti al movente sessuale.
Sarebbe infatti interessante se una volta per tutte ci spiegassero, se proprio vogliono il movente sessuale, come mai non siano stati riscontrati segni di violenza sessuale sulla vittima.
Non perché la cosa sfuggì di mano all’aggressore prima, evidentemente, giacché si colloca l’ora della morte alcune ore più tardi- la morte potrebbe essere sopraggiunta perfino nelle prime ore del mattino successivo, stando all’ordinanza.
Si tratta dunque di bella gatta da pelare per gli inquirenti, dal momento che ogniqualvolta “mettono una pezza” (si fa per dire) è evidente che aprono altri due buchi.

Quantificare il danno che queste dichiarazioni provenienti da “fonti vicine all’indagine”(che dall’indagine dovrebbero essere immediatamente allontanate vista la loro attitudine al parlar troppo in violazione del segreto), arrecano all’immagine del sig.Bossetti non è materialmente possibile.

Oltre alle cattiverie gratuite perpetrate ai danni di una famiglia per il solo gusto di infierire e sfogare frustrazioni personali, la gran parte della gente, dinnanzi a molte di queste “pseudonotizie” cade in un errore infimo di logica, il quale tende grosse trappole, sta dappertutto e spesso è difficile da individuare e neutralizzare.

Parlo della logica del post hoc propter hoc, errore comunissimo e radicato: trattasi di un sofisma che consiste nel prendere per causa quello che è un antecedente temporale, ovvero si pretende che se un avvenimento è seguito da un altro, allora il primo deve essere la causa del secondo.
Questo sofisma è un errore per adduzione particolarmente attraente perché la conseguenza temporale sembra inerire al rapporto causale.
L’errore è di concludere solamente in base all’ordine degli avvenimenti piuttosto che tener conto di altri fattori che possono escludere la relazione.
I luoghi comuni e le superstizioni sono il risultato di questo errore.
Il fatto che due avvenimenti si succedono non implica che il primo sia la causa del secondo.
Per fare un semplice esempio, la morte della giovane Yara non è conseguenza logica della frequentazione o del passaggio dell’indagato per Brembate poiché questa concomitanza di fatti non è legata da alcun nesso logico.

Potrei continuare all’infinito ad elencare bassezze, distorsioni della verità, testimonianze cucite tra loro come il costume di Arlecchino o tagliate, come quella del fratellino della vittima, per farle forzatamente quadrare.

Relativamente alla testimonianza del fratellino di Yara, riporto una precedente considerazione: dall’ordinanza emerge che viene preso per buono il racconto del fratello minore di Yara nel momento in cui, con una psicologa, afferma che la sorella aveva paura di un signore con una macchina grigia e “una barbettina” (stante il fatto che il signor Massimo Bossetti risulta avere una Volvo di colore grigio e il pizzetto, ammesso e non concesso che possa definirsi “barbettina”), ma viene liquidato sommariamente in quanto trattasi di “un teste di minore età la cui capacità di rappresentazione dei fatti non può essere equiparata a quello di un adulto” il fatto che l’uomo descritto dal fratellino di Yara fosse “cicciottello” (aggettivo che senza dubbio non corrisponde affatto alla fisionomia di Massimo Bossetti) e addirittura il fatto che il bambino, quando gli hanno mostrato una foto, non ha riconosciuto l’indagato nell’uomo che aveva precedentemente descritto e che sostiene che la sorella gli avesse mostrato in Chiesa.

A tal proposito, è bene anzitutto richiamare il fatto che le (possibili) false memorie, specie nei casi di minori, effettivamente esistono, ma non si configurano in questo modo e saremmo di fronte ad un caso privo di precedenti.
A partire dagli anni ’80, in particolare negli USA nell’ambito di inchieste su falsi abusi poi rivelatesi errate, vi sono stati innumerevoli casi di cosiddetta False recovered memory syndrome, nell’ambito dei quali, da parte di minori, e spesso a causa di procedure psicanalitiche in seguito rivelatesi scorrette e capziose, si assisteva al riconoscimento di persone in realtà mai viste.
Di contro, non mi risulta si sia mai verificato il caso opposto, ossia il mancato riconoscimento di persona effettivamente vista.

Ciò premesso, è comunque difficile sostenere che sia minore d’età anche il parroco della Chiesa in questione, che pure non ricorda di aver mai visto il signor Massimo Bossetti.

parroco

Si è poi passati da un’ex fidanzata con qualche sassolino nella scarpa alla più nuova “amante” ventilata dall’ultimo numero di Giallo, ovviamente senza uno straccio di prova.
Allo stato attuale vi sarebbero nuovi testimoni misteriosi, ovviamente anonimi fino alla punta dei capelli, pronti a giurare che il matrimonio “perfetto” dei coniugi Bossetti non era poi così “perfetto”.
Si presume che i coniugi avessero rispettivamente una relazione extra coniugale e che il sig. Massimo non dormisse più nella sua casa di Mapello.
Sarebbe stato interesse di entrambi però mantenere un’apparenza di normalità, finché, un giorno, la situazione sarebbe precipitata per un improvviso moto di gelosia di lui, che, non volendo stare più ai patti, avrebbe sfogato la sua rabbia su Yara, vittima quindi assolutamente casuale, se si vuole assumere per buono ciò che ci racconta il giornalista di turno.
Ecco perché la signora Marita sorride con la cognata all’uscita dal carcere!
Può una moglie distrutta dal dolore e convinta dell’innocenza del marito sorridere? Sicuramente no!
Sarà quindi, sotto sotto, felice di essersi liberata del marito per potersi dedicare all’altro uomo che ormai da circa un anno frequenta con assiduità?
E chi è la misteriosa bionda che frequenterebbe Bossetti?
Non ci sorprenderemmo se, da un giorno all’altro, perfino chi scrive su questo blog (la cui curatrice è peraltro attualmente bionda, non naturale per la gioia di Chi l’ha visto? che in una puntata dedicò ampio spazio alle sopracciglia presuntamente “ossigenate” del signor Bossetti, sintomo indefettibile di un morboso narcisismo) trovasse il proprio volto sulla copertina di qualche giornale da quattro soldi: pare infatti che, in certi ambienti, quando la coscienza bussa alla porta di casa, si finga di essere momentaneamente usciti.
Notizie nel migliore dei casi del tutto slegate dall’indagine e prive di qualsivoglia interesse pubblico e nel peggiore “false e tendenziose” riempiono le copertine e vengono abbondantemente ripetute dagli strilloni di turno, che quando Dio distribuiva la vergogna evidentemente erano distratti: ci auguriamo di nuovo che si tratti di mere invenzioni giornalistiche, e non di notizie in qualche modo provenienti dalla Procura, perché in quest’ultimo caso ci sarebbe davvero da preoccuparsi.
Sarebbe anzi auspicabile che la Procura prendesse le distanze da certe affermazioni inverificabili ed infondate, in quanto anche la faccenda delle continue “fughe di notizie”, per i più attenti, comincia a puzzare parecchio dal momento che nessuno conosce le fonti primarie, nessuno smentisce, nessuno prende le distanze e nessuno interviene per bloccare l’ambaradan di notizie ridicole, inverificate e possibilmente fasulle diffuse con maestria.

Vale anche la pena di ricordare ciò che ai più accorti non sarà certo sfuggito, ossia che in altre circostanze (contestualmente all’emergere di notizie che avrebbero potuto rivelarsi favorevoli per l’attuale indagato) la Procura intervenne in men che non si dica ventilando la possibilità di mitomani.

vendetta

Per par condicio, sarebbe probabilmente il caso di fare le stesse dichiarazioni anche quando la stampa ciancia di presunte relazioni extraconiugali, contribuendo all’impunito massacro di un’intera famiglia nella quale, lo ricordiamo, ci sono anche tre bambini, sicuramente innocenti.

Questo circo è diventato disgustoso e più passano i giorni più chi lo dirige si mette in ridicolo: questa storia, ogni giorno che passa, diventa infatti sempre più incredibile, inverosimile e decisamente poco edificante per tutti, e sembra suggerire in modo sempre più evidente che pur di blandire il pubblico consenso ci si stia affidando al peggior giornalismo.
Un vero peccato, perché in un’Italietta in cui nessuno ammette mai i propri errori, ammettere di aver preso un grosso granchio o perlomeno fare un doveroso passo indietro mostrando la sempre più dovuta e doverosa cautela potrebbe costituire un esempio edificante per tutti.

Volendo provare a vedere il bicchiere mezzo pieno, comunque, questa continua diffusione di presunte news a tema dinnanzi alle quali anche il fratello scemo di Mr Bean scoppierebbe in una fragorosa risata, al di là degli evidenti danni morali arrecati all’intera famiglia Bossetti, sta contribuendo probabilmente anche a rimpinguare le fila dei garantisti: è sufficiente fare un rapido confronto tra i commenti in calce agli articoli dei principali quotidiano per notare come giugno ad ora, il numero dei “dubbiosi”, o meglio ancora dei lettori che senza troppi peli sulla lingua commentano la marea montante di gossip in termini critici quando non decisamente dileggianti, è cresciuto a dismisura, tanto da farmi pensare che, in fondo, i più accaniti forcaioli mediatici si sono in qualche modo rivelati dei preziosi alleati per riabilitare la figura di Massimo Bossetti agli occhi di una parte, sia pure ancora minima, dell’opinione pubblica, cadendo vittime delle proprie stesse grottesche esagerazioni.

In ogni caso, indirizzare l’informazione e distorcere testimonianze è la peggior dimostrazione di inciviltà che potessimo dare e sarebbe davvero vergognoso se questa spazzatura arrivasse in un’aula di tribunale.
La stessa frase “la legge è amministrata nel nome del popolo”, visto il modo in cui è ridotta buona parte del popolo, ultimamente ha il potere, da sola, di farmi tremare le vene dei polsi.

Veniamo infine ai punti conclusivi della lunga disamina.
Il DNA costituisce prova o indizio?
La Cassazione ha parlato!
O, perlomeno, così ci dicono.

Per rendere meglio l’idea, riporto un calzante aneddoto citato, non a questo proposito ovviamente, dall’Avv. Mauro Mellini sulle pagine del sito Giustizia Giusta:

<<C’era una storiella che circolava tra i veterani napoleonici. Un soldato della Vecchia Guardia si avvicina ai commilitoni a bivacco, con aria trasognata e le lacrime agli occhi, mormora estasiato: “Mi ha parlato! L’Imperatore mi ha parlato!”. I commilitoni dapprima sghignazzano increduli, poi, mentre quello continua a dire beato “mi ha parlato! L’Imperatore…mi ha parlato!!!” gli domandano: “e che ti ha detto?” e lui: “Levati di lì imbecille!!”>>

La Cassazione, sul DNA, ha parlato… I media hanno parlato di ciò che la Cassazione ha detto sul DNA…. L’ordinanza ha parlato di ciò che la Cassazione ha detto sul DNA.

Morale della favola: è un vero peccato che la Cassazione (proprio come l’ordinanza) sul DNA abbia detto tutto e il contrario di tutto.

Anzitutto, per cominciare a far fronte alla schiera di più o meno involontarie mistificazioni mediatiche, è bene ricordare che l’Italia è un Paese di civil law.
In soldoni: le pronunce della Cassazione, per quanto possano costituire degli orientamenti importanti, non sono vincolanti, e lo sono ancora meno quando non si tratta (come in questo caso) di pronunce a Sezioni Unite.

Anche l’ordinanza sembra dire tutto e il contrario e il contrario di tutto: infatti prima dice che la Cassazione ha detto che il DNA di per sé ha valore di prova e non di mero indizio, in seguito si contraddice espressamente poiché individua (o meglio, dice d’individuare) a carico di Massimo Bossetti “indizi gravi e concordanti”.
Gravità e concordanza sono requisiti richiesti agli indizi e non alle prove: nel rimarcare la sussistenza di indizi gravi e concordanti, l’ordinanza smentisce se stessa, in quanto lascia intuire che il DNA nel caso di specie non possa essere assurto a prova, ma a mero indizio.

Sul fatto poi che gli indizi siano “gravi e concordanti”, non mi esprimo, perché ho già versato fiumi d’inchiostro (considerando che gli altri indizi sono tracce di calce nell’albero bronchiale in buona parte compatibili con il cantiere al quale puntarono inizialmente i cani molecolari e celle telefoniche agganciate da Bossetti da casa propria, nonché la testimonianza del fratellino di Yara su un uomo “cicciottello e con una barbettina”, di cui si salva la barbettina e si finge di non vedere il cicciottello).

Il punto è un altro: perché l’ordinanza si contraddice?

La verità è che gli orientamenti cassativi vacillano, e vacillano parecchio.

I media hanno strombazzato ai quattro venti che il DNA secondo la Cassazione è una prova, ma questo non è del tutto vero.

Una pronuncia del 2004 (Cass., Sez. I, 30 giugno 2004, n. 48349) aveva affermato che gli esiti dell’indagine genetica condotta sul DNA presentassero natura di prova, e non di mero elemento indiziario.

Questa pronuncia è stata ampiamente criticata dalla dottrina, perché apre le porte ad un arbitrio infinito dal sapore inquisitorio (nel senso storico del termine) in quanto, ovviamente, la prova del DNA sulla scena del crimine non può indicare nulla più che presenza, non colpevolezza.
Il tutto implica un pericoloso aggiramento dell’onere probatorio.

Tuttavia, la stessa Cassazione ha affermato che, “nel valutare i risultati di una perizia o di una consulenza tecnica, il Giudice deve verificare la validità scientifica dei criteri e dei metodi di indagine utilizzati, allorché essi si presentino come nuovi e sperimentali e perciò non sottoposti al vaglio di una pluralità di casi ed al confronto critico tra gli esperti del settore, sì da non potersi considerare ancora acquisiti al patrimonio della comunità scientifica” (Cass., Sez. II, 11 luglio 2012)

Nel 2013, la Cassazione si è contraddetta di novo, perché pur tornando alla pronuncia del 2004 sulla natura di prova e non di mero indizio del DNA ha fatto un correttivo, affermando che “peraltro, nei casi in cui l’indagine genetica non dia risultati assolutamente certi, ai suoi esiti può essere attribuita valenza indiziaria” (Cass., Sez. II, 5 febbraio 2013, n. 8434).

A questo punto, sarebbe interessante capire come potrà essere valutato il DNA nel caso in questione (ferme restando tutte le considerazioni di cui ai punti sei e nove del nostro dossier).

L’attuale vicenda ci ha regalato una serie di inversioni a U da parte di alcuni avvocati e criminologi (non tutti, per fortuna) che dopo una partenza cauta quando non espressamente garantista, forse nel timore di indossare vesti impopolari vista la tendenza mediatica globalmente colpevolista nel caso in questione, hanno ben pensato di balzare lestamente su un altro carro (il repentino cambiamento di opinione, mai motivato, avrà certamente giovato alla loro salute nonché, soprattutto, alla loro carriera).

In queste pagine abbiamo rimarcato a più riprese come la presenza del DNA non sia sufficiente, per una serie di ragioni tendente all’infinito, al superamento del ragionevole dubbio.

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La nostra critica non è, dunque, rivolta alla scienza, ma alla mistificazione che tende a trasformarla in senso dogmatico e largamente irrazionale.
Nella prima parte del dossier è stato fatto notare, non senza un briciolo di ironia, che la traccia di DNA non solo non è suffragata da alcun elemento, ma se si dovesse ipotizzare la colpevolezza di Massimo Bossetti si arriverebbe a dei corollari assurdi, ad un quadro che fa acqua da tutte le parti.
Per dirla con le parole precedentemente utilizzate, ipotizzando la colpevolezza di Bossetti si dovrebbe prendere per buona una serie di circostanze “inverosimili e incredibili” che se davvero si fossero verificate in concomitanza sarebbero molto più uniche e singolari della sequenza di DNA!

L’amara impressione è che questa sia una storia alla quale la verità è negata.
L’indagine si è persa prediligendo lo strumento forense agli strumenti tradizionali che avrebbero potuto offrire piste molto più attendibili.
Lungi dalla volontà di stigmatizzare le indagini forensi, è comunque chiaro che queste ultime non possono sostituire i metodi d’indagine standard.

Il test del DNA dovrebbe, teoricamente, essere lasciato per ultimo, per confermare o smentire una pista già vagliata e considerata attendibile e congrua.
Invece, complici le difficoltà del caso, si è perso il lume della ragione e si è preferito escludere tout court la logica e spendere tanto tempo e denaro in una roulette russa alla ricerca della fonte di un’unica ed esigua traccia genetica che nulla diceva sul come fosse finita lì.

Viepiù che poco razionale in astratto, questo modus operandi si è rivelato ancor più problematico nel caso concreto, che di per sé avrebbe potuto suggerire come la traccia in questione fosse finita lì incidentalmente.
L’ipotesi più banale, essendo stato trovato il corpo in un luogo in cui notoriamente si recano dei tossicodipendenti e si esercita la prostituzione, era che la traccia fosse riconducibile ad una persona che andava a prostitute ovvero ad un tossicomane.

Non mi sembra ovviamente il caso di Massimo Bossetti, ma questa è solo una considerazione astratta che mostra quella che, a parere di chi scrive, è stata una pecca che ha compromesso l’esito delle indagini.

Se servirsi dei tradizionali strumenti investigativi per circoscrivere il campo e giungere ad un sospettato per poi procedere ad una analisi forense è un procedimento logicamente ineccepibile, lo è meno giungere ad un “presunto colpevole” (orribile espressione giornalistica che non dovrebbe trovare spazio nel nostro diritto) sulla base di una mera traccia genetica e chiuderlo in carcere, in isolamento, mentre si cercano in maniera spasmodica indizi (che non arrivano) per far quadrare i conti (che non quadrano).

La presentazione e lo sviluppo dei dubbi più evidenti su  questa storia che sembra più un brutto film, di quelli che non hanno un finale e lasciano lo spettatore libero di scegliere quale preferisce, piuttosto che una vicenda giudiziaria mi portano ad un’unica e spiacevole conclusione: l’Etica sociale è morta!

“L’Etica sociale investe una vastissima area della morale e tende a fissare i principi …necessari alla costruzione di un’ordinata convivenza civile, per cui la religione, il diritto, la filosofia, la politica, le scienze, la tecnologia diventano oggetto della sua indagine scientifica, nella misura in cui ciascuna di queste aree del sapere e della vita umana incide sull’uomo nel dettarne i comportamenti nella sfera pubblica.”

Ci siamo imbarbariti come mai prima  nella Storia, poiché se nei periodi storici più bui la giustificazione alle barbarie commesse si può ricercare nel contesto storico, nell’analfabetizzazione e nella difficoltà, per non dire nell’assenza totale, di comunicazione, al giorno d’oggi non esiste giustificazione alcuna.
Ma al di là della grossa svolta epica che ha portato l’avvento della comunicazione globale, usata male nella maggior parte dei casi, siamo davvero cresciuti come umanità?
Io non lo credo e il riscontro lo trovo proprio in situazioni del genere.
Un fatto di sangue è stato trasformato in un vergognoso e grottesco reality.

reality

Mi sono sempre rifiutata di seguire i reality dal momento che li trovo insulsi, offensivi per l’intelligenza, mere manifestazioni di malcostume e ignoranza paurosa.
Sono felicissima di non ritrovarmi a dover discutere con la massa su chi sia stato il più acclamato della settimana o su cosa sia avvenuto in una cucina di famosi piuttosto che su un’isola del Pacifico.
Fiumi di telefonate per digitare un codice tramite il quale i poveri fessi da casa si illudono di poter gestire le sorti dei loro eroi, compagnie telefoniche che brindano alla Dea della stupidità convinte, a ragione, che la madre degli stolti sia da sempre una miniera d’oro, pianti, lettere d’amore, annunci di matrimoni e di divorzi, madri e padri che investono le loro aspettative sui loro figlioli concorrenti e futuri “attoruncoli”, il tutto in un’atmosfera da giostre e carrozzoni, zucchero filato e popcorn; questi sono gli Italiani e forse non solo loro.
A questo scempio può essere ridotto un caso tristissimo di cronaca nera, dove silenzio, compassione, umanità, riflessione, tutela dei diritti, bisogno di verità scompaiono lasciando il posto a espressioni volgari, offese, violenza mediatica, pensieri scoordinati, desiderio di vendetta e sete di sangue come in una corrida.
E proprio come in un reality, tra un cimitero di congiuntivi, un’insalatona di concetti vacui, un fritto misto di parolacce, si muovono i “pupazzi” manipolati dalla regia, che mi piace immaginare come un domatore nano con frusta e cilindro, e si scatenano gli spettatori creduloni  alla stessa stregua ignoranti e addomesticati.
E la regia che fa?
Semplice!
Cerca di comprendere la tendenza di pensiero per sfruttarla a proprio vantaggio, manipola gli spettatori affinché il gioco desti sempre più interesse per poi concludersi come è già stato stabilito a-priori.
Nel “nostro” reality mediatico-giudiziario Massimo Giuseppe Bossetti non piace agli italiani ai quali è stato artatamente presentato in modo che non piacesse.
Per tornare al nostro titolo, la condanna del nostro secolo avverrà tramite televoto?
Ho azzardato un calcolo veloce prendendo come termine di paragone il numero di persone che compone il nostro gruppo facebook.
Siamo poco più di cento persone mentre una delle tante pagine colme di insulti e con ben poca informazione conta oltre mille aderenze.
C’è da sperare che il campione numerico analizzato sia così basso da non essere rappresentativo: stando a questi dati, infatti, solo il 10% degli italiani è disposto a concedere al sig.Massimo Bossetti perlomeno il beneficio del dubbio, risparmiandogli una immediata e dolorosa esecuzione.

La cosa triste è che Massimo Bossetti non è finito in questa situazione grottesca sua sponte: a mandarlo in “nomination” è stata quella “regia” che dovrebbe all’opposto garantire quantomeno l’imparzialità tra i “concorrenti”, e che invece si è palesata uscendo dalle quinte per sussurrare agli Italiani contro chi votare.

mikeb

Chissà se il buon vecchio Mike urlerebbe ancora: “Allegria!”