Sul movente sessuale, il pedofilo, il molestatore di bambini e Massimo Bossetti: analisi del sospettato numero uno nel caso di omicidio di Yara Gambirasio (di Rocco Cerchiara).

Inserisco una interessantissima analisi di Rocco Cerchiara, finalizzata alla decostruzione definitiva del presunto “movente sessuale” in relazione al caso Yara Gambirasio: un movente che, per quanto si scavi, non trova alcun riscontro concreto, e ci appare, al contrario un debole tentativo di far quadrare forzatamente i conti giacché non si riesce a trovare alcun movente specifico in relazione all’attuale indagato.

Chi è il pedofilo:
La pedofilia è una parafilia (parafilie sono definite  le tendenze  a  provare attrazione sessuale per persone, oggetti e situazioni che  si discostano spiccatamente dalla sessualità ordinaria, quella che ha a che fare con il coito e l’atto riproduttivo) che comporta l’attrazione sessuale, da parte di un soggetto adulto o sessualmente maturo, per soggetti sessualmente non maturi, quindi in età prepuberale (sotto i 13 anni in media).

Il DSM-IV – Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali ci dice esattamente questo:

“ La focalizzazione parafilica della Pedofilia comporta attività sessuale con bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli). Il soggetto con Pedofilia deve avere almeno 16 o più anni, e deve essere di almeno 5 anni maggiore del bambino. Per i soggetti tardo-adolescenti con Pedofilia, non viene specificata una precisa differenza di età, e si deve ricorrere alla valutazione clinica; bisogna tenere conto sia della maturità sessuale del bambino che della differenza di età. I soggetti con Pedofilia di solito riferiscono attrazione per i bambini di una particolare fascia di età. Alcuni soggetti preferiscono i maschi, altri le femmine, e alcuni sono eccitati sia dai maschi che dalle femmine. Quelli attratti dalle femmine di solito preferiscono quelle tra 8 e 10 anni, mentre quelli attratti dai maschi di solito preferiscono bambini un po’ più grandi. La Pedofilia che coinvolge vittime di sesso femminile si riscontra più spesso di quella che coinvolge vittime di sesso maschile. Alcuni soggetti con Pedofilia sono attratti sessualmente solo da bambini (Tipo Esclusivo), mentre altri sono talvolta attratti da adulti (Tipo Non Esclusivo). I soggetti con Pedofilia che sfogano i propri impulsi con bambini possono limitarsi a spogliare il bambino e a guardarlo, a mostrarsi, a masturbarsi in presenza del bambino, a toccarlo con delicatezza e a carezzarlo. Altri, comunque, sottopongono il bambino a fellatio o cunnilingus, o penetrano la vagina, la bocca o l’ano del bambino con le dita, con corpi estranei, o col pene, e usano vari gradi di violenza per fare ciò. Queste attività sono di solito giustificate o razionalizzate sostenendo che esse hanno valore educativo per il bambino, che il bambino ne ricava piacere sessuale, o che il bambino era sessualmente provocante – argomenti comuni anche nella pornografia pedofilica.

I soggetti possono limitare le loro attività ai propri figli, a figliastri, o a parenti oppure possono scegliere come vittime bambini al di fuori della propria famiglia. Alcuni soggetti con Pedofilia minacciano il bambino per evitare che parli. Altri, specie coloro che abusano spesso dei bambini, sviluppano complicate tecniche per avere accesso ai bambini, che possono includere guadagnare la fiducia della madre del bambino, sposare una donna con un bambino attraente, scambiarsi bambini con altri soggetti con Pedofilia, o, in casi rari, adottare bambini di paesi sottosviluppati o rapire bambini ad estranei. Tranne i casi in cui il disturbo è associato a Sadismo Sessuale, il soggetto può essere attento ai bisogni del bambino per ottenere l’affetto, l’interesse, e la fedeltà del bambino stesso, e per evitare che questi riveli l’attività sessuale. Il disturbo inizia di solito nell’adolescenza, sebbene alcuni soggetti con Pedofilia riferiscano di non essere stati eccitati da bambini fino alla mezza età. La frequenza del comportamento pedofilico varia spesso a seconda dello stress psicosociale. Il decorso è di solito cronico, specie in coloro che sono attratti dai maschi. Il tasso di recidive dei soggetti con Pedofilia con preferenza per i maschi è all’incirca doppio rispetto a coloro che preferiscono le femmine. “

L’uomo della strada tuttavia tende a confondere e sovrapporre, erroneamente, il pedofilo con il molestatore di bambini (child molester come lo chiamano gli anglosassoni) poiché non è detto che un pedofilo debba per forza agire violenza sessuale nei confronti di minori, anzi, non sono pochi i pedofili che non hanno mai sfiorato un bambino in vita loro.

Secondo il  Sex Crime investigations: the complete investigator’s  handbook di F.D.Jordan:

“Pedofilo” è un termine diagnostico utilizzato per descrivere un disturbo del carattere o di personalità. Per questo motivo, le forze dell’ordine dovrebbero evitare di utilizzarlo  quando ci si riferisce a un individuo, a meno che la persona sia stata diagnosticata da qualificati professionisti come avente un tale disordine. E’ molto più sicuro e più appropriato  riferirsi a tali individui come a molestatori di bambini.
Un pedofilo può intraprendere attività sessuali esclusivamente con adulti, pur non trovandole completamente soddisfacenti o appaganti, oppure può possedere materiale pedopornografico e fantasticare sul sesso con bambini ma non attuarlo mai, di contro un non pedofilo in particolari condizioni di stress o sotto l’influenza di alcol o sostanze stupefacenti potrebbe approfittare dell’immediata disponibilità di un bambino e trarne gratificazione sessuale, questo è un molestatore di bambini ma non necessariamente un pedofilo.
Sono molte le teorie relative alla struttura mentale del child molester ma principalmente il SCI prende in considerazione due grandi macrocategorie  in relazione alle modalità di interazione con vittima : il child molester violento e quello non violento ,il primo attira moltissima attenzione, il secondo sta bene attento a non attirarne e può quindi fare un gran numero di vittime rimanendo inosservato per anni.

Ruben De Luca nel suo testo Anatomia del serial killer 2000 nel capitolo in cui parla dell’omicida seriale pedofilo in relazione a queste due macrocategorie di child molester si esprime così  :

Pedofilo violento :
Di questa categoria fanno parte gli stupratori e i soggetti che, alla violenza del minore, fanno seguire l’omicidio con modalità particolarmente cruente ( uso della tortura ecc);Ci troviamo di fronte a quello che Borneman (1988) ha definito pedosadismo, una perversione in cui il piacere sessuale è dato dal maltrattare e seviziare i bambini. Di solito, questi soggetti riferiscono di aver subito nell’infanzia esperienze traumatiche accompagnate da paura.
Pedofilo non violento: utilizza principalmente la modalità della seduzione , riuscendo ad individuare i minori che hanno gravi carenze affettive; in questi casi, il pedofilo può rappresentare per loro un mezzo per riempire il vuoto affettivo ed emotivo lasciato dai genitori.

Sono molti i termini con cui si cerca di categorizzare i vari tipi di child molester così come molti sono i tratti che si cerca di individuare per categorizzarne i comportamenti e le personalità, cosa in realtà tutt’altro che semplice visto che tali tratti spesso sono presenti in categorie differenti.
Il Sex Crime investigations ci elenca le categorie ed i tratti più comuni:

Fissato:
Si può dire che questo child molester abbia uno schema persistente e preciso per quel che riguarda la sua modalità di abuso sessuale del bambino. Egli prova attrazione per i bambini fin da giovanissimo e spesso la sua attività di molestatore comincia molto presto, quando è ancora giovanissimo. Crescendo l’attrazione sessuale per i bambini non diminuisce, per cui la porta con sé nell’età adulta. La sua evoluzione sessuale rimane quindi fissata al periodo infantile.

Regredito:
Cresce con una sessualità normale ma per una serie di motivi questa può regredire portandolo ad essere attratto dai bambini, può mal sopportare lo stress dovuto al confronto sessuale con un adulto e ricorrere al bambino per evitare la minaccia di critiche o rifiuti. Ha bassa autostima e scarse capacità di reazione allo stress. Il principale criterio di scelta della vittima è la disponibilità, spesso infatti le vittime principali sono proprio i suoi figli o comunque bambini appartenenti alla famiglia.

Situazionale:
Non ha una preferenza esclusiva per il bambino come oggetto del desiderio sessuale, tuttavia per ragioni varie e a volte complesse può attuare molestie sessuali nei confronti di bambini per quanto in realtà molto sporadicamente.

Preferenziale:
Questo individuo è altamente prevedibile nel suo comportamento sessuale e di solito è sessualmente coinvolto con un gran numero di bambini. Questo tipo di molestatore coinvolge bambini in attività sessuali seducendoli e corteggiandoli con attenzione, doni o affetto con lo scopo di eliminare gradualmente le loro inibizioni sessuali, ha molta pazienza e spesso usa la pornografia per “indottrinare” le sue vittime, spesso fotografa i bambini nel corso di atti osceni e mostra le foto ad altri bambini per sedurli e “indottrinarli” oppure le usa come mezzo di ricatto affinchè non parlino. Lo scopo finale è portare il bambino a concedersi volontariamente così da offrire il sesso in cambio dei benefici che la relazione con l’adulto offre.
E’ un abilissimo seduttore di bambini poiché è capace di identificarsi con loro ed empatizzare, sa come parlar loro e sa come ascoltarli ed interagire. Il suo problema principale è come chiudere una relazione con un bambino che ha ormai superato la sua età preferita.

Moralmente indiscriminato:
Abusare del bambino per lui è semplicemente parte della sua tendenza all’abuso in generale. I criteri di selezione della vittima sono la disponibilità, la vulnerabilità e l’opportunità, tipicamente usa la violenza, l’inganno o la manipolazione per procurarsi le vittime, può avere tendenze sessuali sadomasochistiche e preferire soggetti preadolescenti piuttosto che propriamente bambini.
Spesso i genitori incestuosi fanno parte di questa categoria.
Fred e Rosemary west attiravano ragazze adolescenti nella loro casa a Gloucester con lo scopo di torturarle e stuprarle ripetutamente per poi ucciderle e seppellirne i corpi nello scantinato, Rose inoltre si prostituiva con clienti procurati da Fred il quale spesso assisteva alle performances masturbandosi. Hanno abusato di almeno due delle loro varie figlie dall’età di 8 anni in poi.

 

Sessualmente indiscriminato:
Sostanzialmente “uno vale l’altro”, non ha una preferenza per i bambini ma può fare sesso con loro per provare, così come potrebbe farlo con un anziano o con chiunque altro.

Inadeguato:
Il suo schema comportamentale è difficile da definire, si tratta a volte di soggetti psicotici, con gravi disturbi della personalità o affetti da ritardo mentale. In linguaggio profano è il tipo strano del quartiere, l’eccentrico. Può essere tanto l’adolescente patologicamente solitario quanto l’adulto solitario che vive coi genitori. Può abusare sessualmente del bambino per soddisfare le proprie curiosità sessuali con un soggetto non minaccioso, a differenza di un adulto. Molti sono tendenzialmente innocui ma alcuni sono noti per aver ucciso le proprie vittime, spesso con metodi abbastanza cruenti. Oltre che bambini possono molestare anche anziani o disabili.
Introverso:
I bambini sono le sue vittime d’elezione ma non ha le capacità sociali e verbali necessarie a sedurli, è lo stereotipo del molestatore che si aggira nei parchi o nei luoghi in cui i bambini aggregano e tende a preferire  bambini che non conosce  o molto piccoli.
Può mostrare i genitali ai bambini per strada o fare telefonate oscene se trova il numero di telefono, può sposare una donna che ha figli dell’età che lui preferisce o addirittura sposarsi e avere dei figli con lo scopo di molestarli.

Sadico:
Il molestatore di bambini sadico non solo è attratto sessualmente dai bambini ma per essere sessualmente soddisfatto ha anche bisogno di infliggere dolore. Abbastanza raro, si procaccia le vittime con la violenza o con l’inganno, normalmente le sue azioni attirano moltissima attenzione e possono gettare nel panico l’intera comunità.
A proposito di questa categoria Ruben De Luca ci dice inoltre che il child molester sadico, se è anche preferenziale, seppur raro  fa della vittimizzazione del bambino uno stile di vita, può diventare un omicida seriale e fa un larghissimo uso di pedopornografia per alimentare le proprie fantasie.

Wesley Allan Dodd : fin dall’età di 13 anni ha cominciato a molestare bambini più piccoli mostrando loro i genitali e coinvolgendoli in attività sessuali. Crescendo i suoi impulsi sessuali crescono con lui e colleziona varie denunce per molestie e a minori, ma la fa sempre franca, ha una preferenza per i maschi di età inferiore ai 10 anni, le sue fantasie col tempo prendono una piega sempre più sadica e trascorre le notti masturbandosi furiosamente mentre appunta in un diario i suoi piani di sequestro abuso di bambini ricchi di dettagli sulle torture che intende infliggere.
Quasi trentenne una sera decide di andare in un parco per cercare un bambino, ne incontra due, due fratelli di 11 e 10 anni, sono un po’ troppo grandi ma si accontenta, li conduce in un’area isolata e abusa di loro poi li uccide a coltellate.
Non è soddisfatto così poco tempo dopo rapisce sempre da un parco un bambino di 4 anni,lo porta a casa e abusa di lui per tutta la notte alla fine lo uccide impiccandolo, scatta varie fotografie e scarica il corpo fuori città. Viene colto in flagrante mentre cerca di portare via un bambino da un cinema. Arrestato confessa, verrà condannato a morte e giustiziato nel 1990.

 

Durante il periodo in carcere invia anche un documento al giornale mirato a spiegare ai bambini come comportarsi quando incontrano un child molester:

 

Quando incontri uno sconosciuto.
di Wesley Allan Dodd.

“Ci sono cose che funzionano che i bambini possono fare per proteggersi. Non ho mai molestato o danneggiato nessun bambino che abbia resistito. A volte è bastato solo un no, a volte c’è voluto qualcosa in più.
Che cosa devi fare?
A molti bambini e bambine viene detto di non accettare caramelle da uno sconosciuto, o di non entrare nella macchina di un estraneo.
Ma cosa devi fare quando sei da solo ed uno sconosciuto vuole che vada in macchina con lui, o che ti abbassi i pantaloni o vuole che tu faccia qualche altra cosa che sai essere sbagliata? Cosa fai se non c’è nessun adulto che ti può aiutare nei dintorni? Fai quello che vuole lo sconosciuto e mandi all’inferno ogni speranza?
NO!
Lo sconosciuto è più grande e più forte di te e tu potresti avere paura, ma è possibile farlo scappare via!
A volte lui ha tanta paura quanta ne hai tu, ha paura che tu possa far qualcosa che porti alla sua cattura.
Cosa devono fare un bambino  o una bambina quando un adulto vuol fare loro qualcosa di male?
DIRGLI DI NO!

Potrebbero averti detto di dire di no alla droga, puoi dire di no anche a qualcuno che vuole portarti via, o che vuole che ti abbassi i pantaloni o che ti tolga i vestiti.
Ci sono altre persone come me, ti facciamo togliere i vestiti, alcuni di noi vogliono che tu salga in macchina, possiamo essere gentili con te ma possiamo essere anche cattivi. Alcuni di noi possono volerti fare del male, alcuni addirittura ucciderti. Ma tu puoi ancora scappare via.
Una volta un bambino mi ha detto di no e poi è scappato via…
…ed io sono scappato via nell’altra direzione. Non volevo essere visto mentre lo inseguivo, non volevo che lui mandasse la polizia a cercarmi.
Dì sempre di NO!E poi SCAPPA!
Un altro bambino mi ha detto di no, allora io gli ho preso un braccio e non lo lasciavo scappare, gli ho fatto abbassare i pantaloni e l’ho toccato.
C’era qualcos’altro che poteva fare per proteggersi? Che cosa?
Un altro bambino di sei anni mi aveva detto di NO e voleva scappare, io allora l’ho preso e ho cominciato a portarlo via, lui sapeva di non poter scappare ma non ha rinunciato, ha cominciato a gridare “aiuto, qualcuno mi aiuti mi vuole ammazzare!”
Continuava a gridare e avevo paura che qualcuno potesse sentirlo, così l’ho lasciato ed è scappato via, non volevo essere preso ma lui corse a dirlo a qualcuno e la polizia mi ha preso 10 minuti dopo.
Quel bambino di sei anni non sapeva cosa stavo per fare, sapeva solo che lo stavo portando via e potevo fargli qualcosa di male e invece di avere paura e venire con me ha gridato per chiedere aiuto!
Lui adesso è un eroe perché anche se aveva paura di me ha gridato aiuto quando ne aveva bisogno.
Dì sempre di NO! Poi SCAPPA! GRIDA e lo farai spaventare! GRIDA AIUTO! Corri subito a dire a qualcuno che cosa è successo. Dillo sempre a qualcuno, sii un eroe.”

In ogni caso un child molester può avere una combinazione di disordini psicosessuali, della personalità o psicosi o può essere coinvolto in varie attività criminali.
Inoltre la tendenza sessuale pedofila può essere combinata anche con altre parafilie.
Le categorie sopra elencate sono abbastanza schematiche, il che è abbastanza normale nel momento in cui si categorizza con lo scopo di facilitare le dinamiche d’indagine, la cosa importante è comprendere che lo schema e le categorie sono solo una base da cui partire e bisogna tener presente che, come già detto, molte categorie hanno tratti in comunque e molte ancora sono reciprocamente integrabili.

Gli scopi principali per cui parliamo di pedofilia e di molestia a danno di minori in questa sede sono fondamentalmente due:
Il primo è chiarire la differenza e la relazione tra le due cose.

Il secondo è far notare quanto queste due cose abbiano poco a che vedere col caso di cui ci stiamo occupando.

Ricapitoliamo: Massimo Bossetti è il sospettato numero uno per l’omicidio di Yara Gambirasio avvenuto il 26 novembre del 2010, ciò che lo lega al delitto è la corrispondenza tra il suo profilo DNA e quello estratto da una piccola traccia biologica ritrovata sui leggings della vittima in corrispondenza di una lacerazione degli stessi:

  • Il cadavere rinvenuto nei campi di Chignolo d’Isola in data 26 febbraio 2011 apparteneva in vita a Yara Gambirasio.
  • Il cadavere presenta segni di almeno otto lesioni da taglio e una da punta e taglio a collo, polsi, torace, dorso e gamba destra relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso. Non sono presenti lesioni tipicamente da difesa. Per ciò che riguarda il mezzo produttivo delle lesioni da arma bianca, trattasi di strumento da punta e taglio, con spessore della lama minimo di 0,2 mm, lunghezza di almeno 2 cm, con possibile copertura in titanio, che per le caratteristiche rilevate è meno provabile trattarsi di un taglierino (cutter) ma piuttosto di un coltello.
  • Il cadavere presenta segni di lesività contusiva al capo (nuca, angolo destro della mandibola e zigomo sinistro)
  • Il corpo ed alcuni indumenti. unitamente al livello dell’albero bronchiale, di Yara Gambirasio riportano polveri riconducibili a calce, che del tutto verosimilmente rappresentano il frutto di contaminazione dovuta al soggiorno della stessa in un ambiente saturo di tali sostanze ovvero dovuta ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tali sostanze.
    Al fine di valutare l’origine di tali polveri è stato realizzato un confronto con prelievi effettuati, nelle sedi che Yara Gambirasio avrebbe potuto frequentare nei giorni antecedenti la sua scomparsa. I dati ottenuti dimostrano che le polveri rinvenute su Yara Gambirasio non si ritrovano nella stessa forma nei diversi luoghi controllati (casa, palestra, piscina, sterrato vicino al campo di Chignolo) se non in parte per i campioni del cantiere di Mapello, ove in un primo momento si sono concentrate le indagini. Le polveri repertate sui cadavere di Yara appaiono simili ai materiali campionati nel cantiere di Mapello, ma non perfettamente corrispondenti. Non è stato possibile ottenere una “Impronta digitale” più dettagliata di suddetto materiale per la scarsa quantità in cui è presente sul corpo della ragazza.

• Altre microparticelle rinvenute alle analisi condotte e che analogamente riportano ad attività legate (ma non esclusivamente). all’edilizia sono le piccole sfere di ferrocromo-nichel repertate sulle scarpe e in alcune sedi degli indumenti

  • Tali reperti (polveri di calce e sfere metalliche rivenute), sono riconducibili a materiali e pratiche tipiche delle attività legate al mondo dell’edilizia.

La relazione evidenzia come slip, reggiseno e calze indossate da Yara Gambiarsio non sono state testate relativamente alla presenza delle polveri perché al momento del rinvenimento del reperto questi indumenti erano già stati inviati al Ris per indagini merceologiche e genetiche.

  • Le indagini naturalistiche convergono nel concludere che il corpo di Yara Gambirasio in via di elevata probabilità sia rimasto nel campo di Chignolo d’Isola dal momento della sua morte, avvenuta poche ore dopo la sua scomparsa, fino al momento del suo rinvenimento.

Le indagini geologiche sulla suola delle scarpe mostrano che molto probabilmente esse sono venute in contatto con il terreno del campo di Chignolo d’Isola ovvero con terreni con caratteristiche naturalistiche analoghe. Ciò è suggestivo del fatto che abbia camminato in un simile ambiente.

  • Non vi sono elementi emergenti dalle indagini che indichino con certezza violenza o attività sessuale. Nella relazione si dà atto che al momento dell’autopsia il reggiseno si trovava slacciato e che all’analisi i gancetti posteriori risultano integri e resistenti alla trazione (pag. 180)
  • I rilievi relativi al contenuto gastrico consentono di ritenere che la morte risale a poche ore dopo la scomparsa la sera del 26 novembre 2010, ed in particolare appare collocabile nel range temporale compreso tra le 19 e le 24… tenuto conto di una fase agonica protratta, questo limite potrebbe estendersi alle prime ore del giorno successivo.
  • Non è possibile per il cattivo stato di conservazione della salma stabilire con certezza la causa della morte. Tuttavia si propende per una morte concausata da ipotermia e dagli effetti combinati delle lesioni da arma bianca e contusiva.

Dunque, abbiamo un cadavere in un campo.
Almeno 8 ferite da taglio inferte probabilmente con un coltello, ma non mortali.
Tre contusioni, anche queste non mortali.
La morte viene attribuita alla combinazione delle lesioni elencate e dall’ipotermia.
Il cadavere è vestito. Non ha i pantaloni abbassati o la gonna alzata, i pantaloni tagliati o strappati in corrispondenza dei genitali. Il reggiseno era slacciato… sotto gli indumenti, cosa che in corso di una colluttazione può capitare facilmente. Io in una scena del crimine così il movente sessuale non lo vedo.

E non lo vede neanche l’autopsia: “non vi sono elementi emergenti dalle indagini che indichino con certezza violenza o attività sessuale”.

Ma la Procura sembra proprio attaccata al movente sessuale, nonostante non ci sia nulla che lo faccia supporre e nella scena del crimine e dai risultati dell’autopsia.
Abbiamo comunque un sospettato offertoci dalla genetica forense, la quale da sola in questo caso non è sufficiente a gettare la chiave della sua cella ma lo mette semplicemente in relazione con la scena del crimine, al di là di tutti i problemi, gli eventuali errori, le dinamiche intricate relative agli esami del DNA che abbiamo visto in questi mesi studiando come funzionano, diamo per buoni i risultati.

Mettiamo che quella piccola traccia di DNA trovata su Yara appartenga a Massimo Bossetti: tocca a chi indaga costruire un solido caso con le dovute prove ottenute con accurate indagini in cui andare ad incastrare anche il tassello genetico.
E allora indaghiamo.

Chi è Massimo Bossetti?
Un muratore quarantatreenne sposato e con tre figli.

Cosa fa? E’ un uomo dalla vita abbastanza regolare: va al lavoro, torna dal lavoro, ogni tanto si fa una lampada, ogni tanto esce con la moglie e con i figli.
Cerchiamo il movente sessuale nella vita di Massimo Bossetti, cerchiamolo a tutti i costi anche se non c’è nulla che faccia pensare ad un movente sessuale:
stiamo indagando, dobbiamo essere per forza di cose indiscreti… Interroghiamo allora tutti i familiari e i parenti, interroghiamo gli amici, i conoscenti, i colleghi di lavoro.
Interroghiamo i fornitori e i commercianti da cui si serve, interroghiamo i vicini di casa, interroghiamo chiunque possa avere qualcosa da dirci su questa persona.
Se stiamo cercando di capire se è un child molester e più generalmente un sex offender, visto che insistiamo sul movente sessuale, siamo tenuti a fare domande sulle sue abitudini sessuali a coloro i quali supponiamo possano saperne qualcosa: la moglie in primis, gli amici, le ex, le donne che lo conoscono.
Dobbiamo fare domande sulla sua sessualità, dobbiamo chiedere alla moglie se ha mai proposto qualcosa di strano, sul piano sessuale, se la sua sessualità ha connotazioni violente, se richiede più rapporti sessuali al giorno, se quando gli vengono negati s’incazza.
Dobbiamo chiedere alle prostitute della zona se lo conoscevano come cliente e se era un cliente strano, con strane richieste, che andava a caparsi quelle più giovani o dall’aspetto più infantile, se il rapporto con lui era impostato sul controllo da parte sua e se era violento e abusante.
Dobbiamo chiedere alle donne che lo conoscono se fa mai delle avances o delle proposte sessuali, se ha mai allungato le mani e ha manifestato una reazione eccessiva di fronte al rifiuto.
Dobbiamo chiedere se gli interessavano le ragazze molto giovani, se ha mai molestato i figli, propri o quelli dei vicini, se era noto per spiare adolescenti o attaccare discorso insistentemente con loro.
Dobbiamo controllare accuratamente il suo pc, vedere se ha materiale pornografico e che tipo di materiale pornografico, se è iscritto a forum a tema sessuale, se chatta con donne e cosa si dicono, dobbiamo scoprire cosa cerca su internet.
Dobbiamo perquisire accuratamente casa sua e i mezzi di trasporto che usa, dobbiamo sapere che luoghi frequentava abitualmente, dobbiamo interrogare tutti gli altri che frequentano quei luoghi.
Dobbiamo scoprire tutto su di lui.

Perché?
Beh, perché nessuno esce dal lavoro, si carica la prima tredicenne che incontra con l’idea di abusarne sessualmente e ammazzarla in un campo.
L’idea di abusare sessualmente di qualcuno non viene dal nulla, non nasce all’improvviso senza aver lasciato nessun tipo di traccia nella vita e nelle attività di una persona.
In particolar modo se cerchiamo un child molester.
In tre mesi di indagini fatte su quest’uomo non abbiamo ottenuto nulla che ci faccia pensare che sia un child molester (né tantomeno un sexual predator in generale).
Confrontiamo quel che sappiamo di Massimo Bossetti con le categorie di child molesters sopra elencate.

Fissato?
No, non credo proprio, non è venuto fuori niente che faccia pensare ad un’attrazione per soggetti prepuberi presente fin dall’adolescenza. E qualcosa sarebbe venuto fuori di certo visto che spesso questo tipo di CM comincia a molestare soggetti puberi e prepuberi fin dalla prima adolescenza.

Regredito?
Non direi, abbiamo un uomo che conduce una vita tranquilla e che da tre mesi in carcere sostiene la propria innocenza senza smuoversi di un millimetro, è in grado di gestire una situazione di grande stress. Ci sembra forse questo un uomo che ha bassa autostima e sotto stress cerca un bersaglio facile da abbattere? O ci sembra una persona assertiva in grado di gestire e gestirsi?

Situazionale, Moralmente indiscriminato, Sessualmente indiscriminato?
Non ci risulta che il nostro sospettato sia una persona abusante da un punto di vista sociale o sessuale, se così fosse stato lo avremmo scoperto interrogando la famiglia e le persone che lo conoscono meglio. Non ci risulta che la sua vita sessuale sia così movimentata, che cerchi sesso ovunque indiscriminatamente, che abbia voglie sessuali particolari e un forte desiderio di soddisfarle e provare qualcosa di nuovo.

Preferenziale?
E’ da escludere. Nessuno si è mai fatto avanti per dire che Bossetti aveva l’abitudine di frequentare soggetti puberi o prepuberi, che sia diventato capo scout per entrare in contatto con loro o qualcosa del genere. Non risultano comunicazioni particolari con minori e del resto non ne avrebbe neanche avuto il tempo visto il suo stile di vita. Certe cose richiedono molto tempo a disposizione.

Inadeguato?
Assolutamente no e non occorrono ulteriori spiegazioni.

Introverso?
Come sopra. A parte che l’introverso punta bambini molto piccoli e Yara era già praticamente adolescente, non è mai stato visto andare in giro a mostrare i genitali nei parchi.
Non risulta inoltre che abbia mai molestato i propri figli.

Sadico?
Né come sex offender né come child molester. Il sadismo sessuale non passa inosservato, specie con mogli, amanti e fidanzate. Normalmente in seguito all’arresto di un sex offender con tendenze sadiche in corso d’indagine saltano fuori molte persone, specialmente ex partners o partners, a dare dettagli sulla sessualità violenta dell’indagato.

Nel caso di Dayton Leroy Rogers (un caso un po’ più pesante del nostro: omicida seriale sadico, feticista parzialista del piede, appassionato di bondage, 8 vittime accertate in Oregon negli anni 80. Usava proporre il bondage alle prostitute che frequentava per poi torturarle con i morsi ed un coltello) una volta arrestato durante le indagini si fecero vive decine di prostitute, uscite vive dagli incontri, a confermare le sue abitudini sessuali.

Non corrisponde a nessuna delle categorie descritte.
Personalmente escludo in toto un orientamento sessuale verso fanciulle puberi o prepuberi.
E da quello che siamo venuti a sapere (anzi, che non siamo venuti a sapere) facciamo parecchia fatica ad immaginare Bossetti come predatore sessuale.
Soprattutto colpevole di un omicidio che non mostra alcun movente sessuale, perlomeno un movente sessuale espresso.

Il nostro sospettato non sembra avere una sessualità incontenibile tale da portarlo a cercare sesso al di fuori del matrimonio, non pare avere poi quel tipo di sessualità mista a rabbia e odio per l’altro sesso che porta a cercare a cercare lo sfogo sessuale violento, non ci sembra poi il tipo di stupratore che in condizioni di stress in seguito ad eventi seccanti e stressanti esce e va a cercare una vittima su cui scaricarsi, non è il tipo che concepisce lo stupro come unica modalità relazionale in ambito sessuale.
Non è un voyeur, mai sorpreso a guardare le coppiette o a spiar le donne dalla finestra, non è un esibizionista, non ci risulta che abbia mai mostrato le pudenda in giro, non è un frotteurista: mai beccato a toccare con falsa casualità donne non consenzienti.
Anzi, pare che costui sia un uomo che, per dirla in un linguaggio estremamente semplice da bar della periferia romana “da si e no du corpi alla moje quando proprio je va e non è troppo stanco”… Per stessa ammissione di lei in un’intervista concessa ad un giornale:

“Mi creda, mio marito non può essere un maniaco. I suoi comportamenti, anche quelli sessuali, sono sempre stati al di sopra di ogni sospetto. E’ normalissimo anche nell’intimità. Nessuno mai, come per esempio una piscina affollata, ha mai potuto cogliere uno sguardo disdicevole, un’attenzione strana verso le ragazzine. Lo chieda a chi vuole, in famiglia o in paese.”

Quindi abbiamo:
– Una scena del crimine che non ha nulla che faccia pensare ad un movente sessuale.
– Un referto autoptico che non rileva la presenza di violenza sessuale o attività sessuale in genere.
– Un sospetto nella cui vita non abbiamo trovato niente che possa anche solo far ipotizzare che possa essere un sex offender e né tantomeno un child molester.

Inoltre l’esame del computer non ha rivelato se non pochi rari accessi a siti pornografici.
Moltissimi uomini fanno uso di pornografia, è una cosa abbastanza normale.
Ma il criminale sessuale tende a farne un uso ancora maggiore e soprattutto di un particolare tipo di pornografia, a seconda dei gusti personali.
Inoltre parlando di pedopornografia, cosa che ci aspetteremmo di trovare con un certo grado di certezza nel pc di un child molester, trovo risibile l’ancorarsi della Procura alla parola “tredicenni” rilevata tra le ricerche effettuate dal pc di Bossetti.
Pensare che una persona possa andare su google, digitare la parola “tredicenni” e trovarsi davanti pagine e pagine di links a siti che mostrano soggetti di tredici anni impegnati in attività sessuale è assolutamente ridicolo.
Persino cercando su portali di pornografia amatoriale e non, come “imagefap” o “clips4sale”, per citarne un paio tra i tanti, è impossibile trovare materiale pedopornografico.
Oggigiorno per trovare tale tipo di materiale bisogna essere in grado di accedere al deep web, e neppure lì è così facile, o avere i giusti contatti.
E’ un affare che frutta moltissimi soldi e i produttori stanno bene attenti a non attirare troppo l’attenzione su internet e altrettanto attenti sono i fruitori.

La Procura tuttavia sembra volere accollare a tutti i costi a Bossetti l’etichetta di maniaco sessuale, e la stampa le dà man forte, trascurando altre piste che potrebbero rivelarsi ben più produttive.

Ancora oggi non riesco a comprendere se si tratti di incapacità investigative o se stiano cercando d’incastrarlo col peggior movente immaginabile.

Annunci

La necessità di cautela nell’uso del test del DNA per evitare la condanna di innocenti, del Prof.Michael Naughton, Università di Bristol – Sintesi di Rocco Cerchiara

dna_crime

Nel ringraziare tantissimo Rocco Cerchiara per il (non semplice) lavoro di traduzione e sintesi, inserisco in questo articolo uno studio del Prof. Michael Naughton, dell’Università di Bristol.
Vorrei farlo precedere, però, da una premessa fondamentale.
I più informati, leggendo questo testo, capiranno che solo una piccola parte delle considerazioni ivi presentate può essere raffrontata al caso del quale ci occupiamo in questo blog.
Allora, perché inserirlo integralmente (o quasi)?

Perché chi scrive ritiene che sia necessario uno sforzo collettivo al fine di diffondere qualche conoscenza base, di stampo giuridico ed in particolar modo in relazione alla cosiddetta prova scientifica, in quanto la vicenda relativa al signor Massimo Bossetti sta mostrando la diffusione, nell’ambito di una parte consistente dell’opinione pubblica, di una totale assenza di conoscenze sull’argomento.
La non conoscenza di un argomento, di per sé, non è nulla di cui vergognarsi: tutti noi abbiamo delle lacune più o meno profonde in alcuni ambiti; diviene però estremamente insidiosa quando si trasforma in una “conoscenza sommaria” e del tutto presunta che porta a vergognose condanne di piazza.

Ieri, dopo le ferie estive, è tornata la trasmissione Quarto Grado.
Non mi dilungherò troppo in questa sede, in quanto la puntata “merita” una disamina apposita che mi riservo di inserire nei prossimi giorni.

A proposito di condanne di piazza vorrei unicamente segnalare le reazioni, ai limiti dell’incredibile, verificatesi nel corso della puntata sulla pagina facebook di Quarto Grado, che -mentre in TV si perpetrava la solita macelleria messicana, con tanto di imbarazzanti pantomime nelle quali c’era perfino un’attrice che impersonava la signora Comi, e della quale venivano ripetutamente inquadrate le gambe- aveva l’ardire di pubblicare un simile “stato”:

quartogradoE se massimo (nome proprio scritto con la minuscola loro) Bossetti stesse dicendo la verità? Se fosse davvero innocente?
Una domanda bizzarra visti i toni del processo mediatico in pieno svolgimento, ma le reazioni sono state tanto deliranti da superare ogni aspettativa: si va da (errori sintattici e grammaticali riportati testualmente) “se lui e inocente io sono la madona ma per favore”, a “si innocente e io sono vergine”, fino al solito capovolgimento dell’onere probatorio con “lui deve spiegare cosa ci faceva il suo dna sulla piccola punto il resto della sua vita non c’è ne frega” e “con una mamma così bugiarda… il figlio nega come la madre… tutti bugiardi! !! Pero una bambina e stata uccisa e deve avere giustizia! !!!”, o ancora il must “il DNA non mente! E’ colpevole!!!” (da quando il DNA indica di per sé colpevolezza?).

La domanda che mi sorge è se davvero l’Italia è tutto questo.
La scarsa conoscenza di un argomento non è un crimine, ma condannare un uomo sulla base della propria ignoranza, specie se, in un’epoca nella quale chiunque può facilmente informarsi sui principi basilari del nostro diritto, l’ignoranza è una scelta, dovrebbe esserlo, tanto più che, nel delirio mediatico, c’è perfino chi crede di conoscere risultati di un test mai effettuato:

testDavvero un’ampia fetta dei miei connazionali sarebbe pronta a condannare un uomo su queste basi?

Per oggi non indulgerò oltre su questi aspetti, tuttavia, dal momento che in questo articolo si parla specificamente di DNA, vorrei cominciare a fare un breve commento delle dichiarazioni rese, nel corso della puntata, dal Gen. Garofano, ex comandante del RIS.

Il Gen. Garofano avrebbe dovuto, almeno secondo le intenzioni, chiarire alcuni dubbi dei telespettatori sul DNA.
Le sue dichiarazioni possono essere compendiate in questo modo:
1- il DNA è certamente di Massimo Bossetti;
2- l’ipotesi di una contaminazione appare poco logica e poco sostenibile, se non fantascientifica;
3- “il DNA non vola”.

Dal momento che non amo pronunciarmi su ciò che non conosco e non posso conoscere, e non avendo ad oggi alcun elemento tale da sollevare dubbi in merito, evito volontariamente di mettere in discussione il primo dei tre punti.

Il secondo e il terzo punto, di contro, sono senz’altro meritevoli di approfondimento.
Con tutto il rispetto per il Gen. Garofano e la sua divisa, infatti, non ci si può esimere da alcune considerazioni (in relazione alle quali resto disponibile a qualsiasi confronto o smentita).
Ritenere poco logica una contaminazione della traccia biologica nel contesto specifico di cui si tratta, a qualcuno potrebbe infatti apparire ben più fantascientifico dell’ipotesi stessa.

Sappiamo bene che gli inquirenti ritengono che la piccola Yara sia morta a Chignolo, e sia dunque rimasta, per ben tre mesi, all’aperto, con la ferita (nella parte posteriore del corpo, sull’area di un gluteo) sulla quale è stata rinvenuta la traccia di “Ignoto1” a contatto con la nuda terra, sulla quale in tre lunghi mesi invernali si sono abbattute forti piogge.

Stavolta, sorvolerò sul fatto che, fino a meno di un anno fa, tutte le fonti concordassero nel definire “esigua e deteriorata” la traccia di DNA di Ignoto1, e mi limiterò a sottolineare che ci sono diversi studi sul tasso di decadimento del DNA esposto a determinate condizioni fisico-chimiche, e in nessuno di questi (se vi fosse anche un solo studio attestante il contrario sono pronta a fare pubblica ammenda) viene prospettato il caso di una traccia di DNA rimasta integra e non contaminata se esposta al contatto con acqua, terra e/o sole per tre mesi.

“La quantità di DNA recuperato da buffy-coat su superfici all’aperto dopo due settimane diminuisce di circa la metà, dopo sei settimane è trascurabile. Dopo due settimane non possono essere ottenuti profili” (Raymond e altri, FSI dic. 2009).
(Nel testo originale: “The amount of DNA recovered from buffy coat on the outdoor surfaces declined by approximately half over two weeks, to a negligible amount after six weeks. Profiles could not be obtained after two weeks”).

Ancora, si potrebbe citare uno studio pubblicato su Forensic Science International nel 2009 (Effect of blood stained soils and time period on DNA and allele drop out using
Promega 16 Powerplex kit, M.S. Shahzad, Ozlem Bulbul, Gonul Filoglu, Mujgan Cengiz, Salih Cengiz, Institute of Forensic Science, Istanbul University, Turkey) [1].

Questo studio è stato effettuato sul terreno secco (dunque, in assenza degli effetti ancor più compromettenti della pioggia), ed evidenzia come dopo soli 30 giorni il DNA derivante da traccia ematica sia estremamente esiguo, contaminato, deteriorato ed estremamente difficile da amplificare.
Da queste tracce di DNA non si è riusciti ad estrarre un profilo.
Dopo 30 giorni.
Come può allora, una traccia di DNA di natura che si suppone (per esclusione) essere ematica, aver resistito, a contatto con il terreno bagnato per ben novanta giorni, restituendo un profilo e presentandosi addirittura come “abbondantemente cellularizzata”?

Il corpo della povera Yara è davvero rimasto a Chignolo per tutto quel tempo?
La traccia di DNA di Ignoto1 è davvero stata depositata contestualmente all’omicidio e non in seguito?

Il solo supporre che la traccia sia stata depositata contestualmente all’omicidio e che il cadavere sia rimasto per 90 giorni all’aperto sembra sfidare la scienza.
Ma ammettiamo che per la presenza di qualche circostanza particolare ciò sia potuto avvenire.
Nella fantascientifica (questa sì) ipotesi in cui ciò sia avvenuto, è davvero così “poco logico” ritenere, che la traccia fosse, perlomeno, contaminata?

Veniamo al terzo punto, ossia al DNA che “non vola”.
Su questa ormai tristemente nota frase fatta mi ero già espressa precedentemente e in termini piuttosto robusti nell’articolo Il DNA vola… Ma non parla! Quando il circo mediatico va a nozze con la fiera della banalità.

Tuttavia, se quando questa frase è pronunciata da un opinionista senza competenze specifiche in ambito scientifico si può sorvolare, non si può fare altrettanto quando a pronunciarla è un ex comandante del RIS.

Ribadendo il mio pieno rispetto al Gen. Garofano, se tali considerazioni dovevano considerarsi una risposta alle domande dei telespettatori, anche io avrei una domanda: cosa significa, esattamente ed in termini scientifici, che il DNA non vola?

Perché non affrontare la questione in termini scientifici?
Perché nessuno afferma che “il DNA non è trasportabile”?
Perché tutti i testi dicono il contrario, ossia che il DNA è trasportabile (ho inserito io stessa diverse fonti sul trasporto del DNA)?

Allora, se il DNA è trasportabile, come tutti i testi sostengono, cosa significa “il DNA non vola”?
Il trasporto, o trasferimento secondario che dir si voglia, del DNA non solo è ipotesi scientificamente possibile, ma è anche ipotesi in relazione alla quale esiste già una casistica giudiziaria concreta.

Il criminologo Ezio Denti, ad esempio, ha illustrato un caso concretamente verificatosi, in cui il DNA di un uomo fu trovato sul corpo della vittima, uccisa a colpi di cacciavite.
L’uomo al quale era riconducibile il DNA, tuttavia, non era l’assassino: era semplicemente stato ferito in una rissa due giorni prima dell’omicidio, con lo stesso cacciavite poi usato come arma del delitto, ed il suo aggressore risultò essere il vero colpevole.

D’altro canto, che una traccia di DNA non sia di per sé prova di colpevolezza non è solo conseguenza logica della trasportabilità del DNA (o del fatto che il DNA possa essere esito di un contatto del tutto “innocente”), ma è anche un dato di fatto talmente evidente che non si capisce neppure come sia possibile discuterne.

In effetti, quando nel 2011 venne isolata la traccia di DNA di Ignoto1, era la stessa PM Dott.ssa Letizia Ruggeri ad affermare, giustamente, ai microfoni di Chi l’ha visto?, che sarebbe stato imprudente affermare con certezza di essere in possesso del DNA dell’assassino.

Nel lasciarvi, finalmente ed in attesa del prossimo articolo, nel quale esamineremo estesamente la puntata di Quarto Grado e le teorie presentate, alla sintesi del testo del Prof. Naughton, vi auguro buona lettura, ribadendo ancora una volta l’invito ad eventuali contestazioni e confutazioni di quanto qui sostenuto,

Alessandra Pilloni


Michael Naughton

Senior Lecturer, Facoltà di Giurisprudenza e Facoltà di Sociologia, Politica e Studi Internazionali (Spais), Università di Bristol.

Gabe Tan
Assistente di Ricerca, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Bristol.

I profili di DNA (profili genetici) vengono ottenuti, nelle analisi forensi, dall’identificazione delle variazioni (note come alleli o marcatori) in regioni specifiche note come “loci” (s. locus) all’interno del genoma umano, i profili così ottenuti vengono aggiunti al NDNAD (Database nazionale del DNA) o confrontati con quelli in esso già presenti.
Nei primi anni della fondazione del NDNAD  si utilizzava un sistema di definizione del DNA noto come  Second Generation Multiplex (SMG) il quale misurava sei microsatelliti (Short Tandem Repeat) per produrre un profilo genetico.
Questo sistema veniva inizialmente ritenuto quasi infallibile  con una rivendicata probabilità di corrispondenza (cioè le probabilità di due individui che condividono lo stesso profilo SGM) di 1 su svariati milioni.

La fiducia nell’affidabilità della SGM tuttavia ebbe vita breve in seguito a casi di corrispondenza falsa o casuale come ad esempio quello di Raymond Easton:
Nel 1999 il quarantottenne  Easton, di Swindon, fu arrestato per un furto con scasso a Bolton, a 200 chilometri da casa sua, dopo che  un profilo SGM prodotto dal DNA  recuperato dalla scena del crimine si rivelò corrispondente al suo già inserito anni prima nel NDNAD in seguito ad un incidente domestico per il quale aveva ricevuto una segnalazione.
Sebbene Easton soffrisse di morbo di Parkinson e non potesse guidare (riusciva a malapena a vestirsi da solo)  la polizia e la procura erano convinti della sua colpevolezza a causa della corrispondenza apparente del DNA.
Le accuse contro Easton furono ritirate, tuttavia, quando le sue proteste di innocenza, supportate da forti alibi, costrinsero all’esecuzione di test più rigorosi con 10 punti di corrispondenza anziché 6 i cui risultati presentarono un profilo i cui 4 loci addizionali non corrispondevano a quelli del profilo di Easton.

Nello stesso anno, il sistema SGM a sei loci è stato cambiato in un 10-loci (SGM+) e si diceva che avesse un potenziale di discriminazione di oltre 1 su un miliardo fornendo quindi una stima più sicura.
Comunque non tutti i profili DNA recuperati dalle scene del crimine e caricati nel NDNAD  sono profili completi SMG+ provenienti da singole fonti.
Il più delle volte  si tratta di campioni di DNA  parziali, degradati o misti e per lo più in piccolissime quantità; per ovviare a queste limitazioni, in anni recenti, sono stati sviluppati test come il Low Copy Number (LCN) il quale può produrre un profilo da quantità di DNA minori rispetto a quelle richieste da SGM ed SGM+ e le prove ottenute da DNA misto sono state ammesse nei tribunali.

In questo contesto questo documento vi mostrerà che tale utilizzo del DNA e dei database del DNA può produrre risultati che possono potenzialmente causare l’arresto e la condanna di persone di fatto innocenti.

Low Copy Number  DNA:

Dal 1999 il LCN può produrre un profilo a partire da sole 15-20 cellule laddove ad SMG ed SMG+ ne occorrono almeno un centinaio permettendo dunque di ottenere un profilo da quantità di materiale biologico infinitamente piccole come ad esempio da cellule della pelle o da residui di sudore presenti in una singola impronta digitale o reperibili sugli oggetti toccati dal donatore o da quelli con cui è entrato in contatto.
Ma questa grande sensibilità è accompagnata da una serie di rischi in quanto può sviare le indagini e/o portare a possibili errori giudiziari.

Primo – il numero di cicli di reazioni a catena della polimerasi (Polymerase Chain Reaction – PCR) deve essere sensibilmente  aumentato per ottenere  profili con la LCN, il che amplifica notevolmente il rischio di errori dovuti alla contaminazione  e  anomalie di tipo statistico.

Secondo – anche se un profilo di DNA è prodotto con accuratezza, ci sono difficoltà legate alle proposizioni e alle interpretazioni che si possono trarre dall’analisi dei risultati.
Dato che il profilo DNA LCN può essere ottenuto dalle cellule  lasciate dal singolo tocco di un individuo innocente non connesso al crimine e prima del crimine può facilmente verificarsi un fenomeno comunemente noto come “ trasferimento accidentale “

Terzo – Bassi livelli di DNA possono anche derivare da trasferimento secondario.
Per esempio se il perpetratore che è un cattivo dispersore di DNA ha, prima del crimine, un contatto casuale con un innocente che è un buon dispersore di DNA  il perpetratore può lasciare sulla scena del crimine una traccia di DNA appartenente all’innocente senza spargere nessuna delle proprie cellule.

I limiti della LCN sono stati messi in risalto in seguito al proscioglimento di Sean Hoey, alla fine del 2007, inizialmente accusato dell’attentato dinamitardo rivendicato dal Real Irish Republican  Army (RIRA) ad Omagh in Irlanda del nord nel 1998 e che causò 29 morti e più di 200 feriti.
All’epoca dell’arresto di Hoey, più di 8 anni dopo l’attentato, la Royal Ulster Constabulary  (RUC) era sotto forte pressione da parte del pubblico perché trovasse i colpevoli dato che tutti i 12 uomini arrestati nel settembre del 98 erano stati rilasciati senza accuse.
Ulteriori 7 persone vennero arrestate l’anno successivo ma solo uno di loro venne condannato, Colm Murphy.
Tuttavia nel 2005 la condanna di Murphy venne revocata a causa di irregolarità delle prove contro di lui.
Hoey venne accusato nel 2005 sulla base di un apparente collegamento tra il suo DNA e quello ritrovato su molti oggetti sulla scena del crimine; queste prove vennero comunque screditate dai periti della difesa,i professori Allan Jamieson e Dan Krane sulla base del fatto che i risultati del test  LCN possono essere molto facilmente distorti e in generale soggetti a contaminazione.
Le conseguenze dell’assoluzione di Hoey portarono alla stesura di un rapporto, da parte dell’Autorità Regolatrice delle scienze forensi in cui veniva affermato che il test LCN è “adatto allo scopo” anche se “migliori pratiche standard” scarseggiavano.
Ne conseguì una sospensione dell’utilizzo del test LCN dato il dubbio sollevato tra le forze di polizia sulla sua affidabilità.

Ma in seguito il Crown Prosecution Service (CPS) effettuò un cosiddetto “ esame precauzionale interno” dei casi in cui era coinvolta la la LCN tra il 21 dicembre 2007 e il 14 gennaio 2008 che lo portò a dichiarare di non aver trovato nessun particolare problema e quindi a reinstituire l’utilizzo della LCN stessa  lasciando però alcune domande cruciali senza risposta:
– perché era un esame intero e non un più esteso e trasparente esame dei 21000 casi in cui la LCN era stata utilizzata?
– perché questo esame era stato condotto nel periodo di Natale e Capodanno quando pochi casi potevano essere, ovviamente, inclusi?
-quanti casi erano stati alla fine effettivamente esaminati?

Probabilmente, l’approccio adottato dal CPS rivela un impegno a mantenere condanne penali a scapito del tentativo di scovare possibili condanne  errate e di mettere in atto i protocolli necessari per impedire che se ne potessero verificare in futuro.

Più di recente, un parere su come i tribunali dovrebbero occuparsi di analisi del DNA LCN  è stato espresso nei ricorsi combinati di David e Terence  Reed e Neil Garmson  tra continue preoccupazioni sulla sua affidabilità. Nel complesso il giudizio è stato :
“(…) Una sfida alla validità del sistema LCN non dovrebbe essere più consentita in quei procedimenti in cui la  la quantità di DNA analizzato è superiore alla soglia stocastica di 100-200 picogrammi [con picogrammo si intende un  millesimo di miliardesimo di grammo] in assenza di nuove  prove scientifiche.”

La decisione fissa così uno standard minimo per quando la prova del DNA LCN può essere considerata affidabile dai tribunali nei processi futuri e allo stesso tempo apre potenzialmente la strada alle contestazioni a condanne penali basate sul LCN se si riesce a dimostrare che è stato eseguito su campioni con quantità di DNA inferiori ai 100-200 picogrammi.

Tuttavia, i casi di R vs Reed e Reed; R vs Garmson sembrano inadeguati nell’affrontare la questione di come i tribunali devono gestire la prova del DNA LCN.

Gli appelli in genere hanno a che fare con i motivi dell’appello che alla fine vengono presentati dagli appellanti nelle loro contestazioni alle condanne ricevute.
Nei casi R vs Reed e Reed; R vs Garmson anche se la prova LCN è stata presentata in entrambi i casi al processo la discussione sull’affidabilità della LCN è stata abbandonata dai tre appellanti o nei giorni precedenti il ricorso (Reed) o nella fase preliminare del ricorso.
Il metodo LCN era stato usato quando c’era in effetti una quantità sufficiente di DNA per effettuare un test SGM+  il quale è stato poi condotto sulla quantità di DNA disponibile  rimanente  confermando il risultato precedentemente ottenuto con la LCN presentato al processo di David e Terence  Reed.

Similmente la questione nel caso Garmson era relativa più alla presentazione e alla rappresentazione fuorviante di prove basate su DNA parziale o misto al processo e alle metodologie usate per illustrare e interpretare le prove piuttosto che al metodo LCN usato per ottenerle.

Visti in questa luce gli appelli illustrati sono discutibili.
Sembra che questa sentenza possa  essere letta più come una rappresaglia generale contro quello che il giudice ha visto come ‘attacco’ sull’affidabilità del DNA LCN nel caso R vs S.Hoey.
Questo potrebbe spiegare perché la testimonianza del dottor Bruce Budowle  e del  professor Allan Jamieson (la cui testimonianza sui limiti di LCN DNA era stata determinante per l’assoluzione di Sean Hoey per l’attentato di Omagh) era stata accolta dalla Corte d’Appello de bene esse, che significa “condizionalmente o ​​“in anticipo di futura necessità”’.

Come tale, il giudice ha colto l’occasione per affrontare la questione delle contestazioni all’affidabilità del DNA LCN indipendentemente dall’apparente mancanza di pertinenza del DNA LCN nella motivazione finali per gli appelli di Reed e Reed e Garmson.
Eppure non doveva tener conto di qualsiasi rilevanza che le prove accettata de bene esse possono avere sulla sicurezza delle condanne dei ricorrenti.

Questo sembra trasmettere una nozione di giustizia in contrasto con l’opinione pubblica anziché un vero e proprio tentativo di valutare l’affidabilità del DNA LCN per evitare future condanne illecite, la sentenza può essere concepita come un esplicito tentativo di disegnare una linea giurisdizionale di sfide in corso per l’uso del DNA LCN nel processo penale post-Hoey.

Ciò  legittima ulteriormente il suo uso continuo in indagini di polizia e dai CPS, nonostante i suoi limiti intrinseci.

Profili DNA parziali:

Anche i profili DNA parziali possono essere discutibili nelle indagini penali, anche se questo è ancora ufficialmente ammesso in forma di assoluzioni nei processi penali o condanne ribaltate.

È abbastanza comune che la quantità di DNA in un campione biologico recuperato dalla scena del crimine possa essere di quantità talmente piccola e / o così degradata che che né SGM + né LCN siano in grado di produrre un profilo del DNA completo.
Piuttosto si ottiene un profilo incompleto o parziale  analogo a quello ottenibile con la SGM sopra descritta,che non ha neanche i 10 loci di un profilo  SGM+ completo.
Infatti, il CPS riferisce  che circa il 50 per cento dei profili DNA, ottenuti da campioni recuperati dalle scene del crimine sono profili parziali.
Secondo gli attuali criteri del NDNAD perché un profilo possa essere caricato nel database deve avere almeno 8 markers STR, ciononostante anche i profili che contengono troppi pochi alleli per soddisfare i requisiti del NDNAD possono essere confrontati con quelli in esso già contenuti anche se non possono esservi inclusi.

L’uso di di profili DNA parziali per rafforzare il caso in un  procedimento penale e anche la condanna di di un sospetto già individuato, in particolare se vi sono altre forme preesistenti di prove per sostenere la sua colpevolezza, è di per sé non
problematico.
Ciò che può essere causa di preoccupazione è il caso in cui questa metodologia investigativa è invertita: piuttosto che confrontare il profilo parziale con quello di un sospetto già individuato lo si confronta con quelli presenti nel database usandolo come una specie di rete da traino per potenziali sospetti.

Questa pratica presenta almeno tre problemi chiave:
Primo – ovviamente se il profilo recuperato dalla scena del crimine non è completo è impossibile determinare con assoluta certezza se combacia realmente in toto con quello di un potenziale sospetto pescato nel database (Vedi l’esempio di Raymond Easton citato sopra).

Secondo – il confronto tra un profilo parziale con dei profili completi contenuti in un database accresce enormemente la probabilità di trovare corrispondenze multiple, un fenomeno verificatosi circa 50.000 volte dal 2001.

Terzo – il confronto di profili parziali trovati sulla scena del crimine con profili contenuti in un database o con quello di un potenziale sospetto aumentano di parecchio il rischio che innocenti vengano erroneamente indagati, sospettati o addirittura ingiustamente condannati.

Il CPS rende noto che :
Un sospetto non deve essere accusato esclusivamente sulla base di una corrispondenza tra il suo profilo DNA e un profilo del DNA trovato sulla scena del crimine, a meno che non ci siano motivi validi per farlo.

Tuttavia tali sospetti possono essere  tracciati, interrogati e casomai eliminati dalla lista, ma se non possono fornire un alibi in relazione ad un caso avvenuto per esempio anni o decenni prima o se hanno commesso in passato reati simili possono essere facilmente accusati e perfino condannati.
Nonostante le riconosciute limitazioni dell’utilizzo di profili DNA parziali la possibilità che un innocente possa essere condannato sulla base dei medesimi è più che concreta.
Contemporaneamente è estremamente facile che l’effettivo autore di un crimine possa sfuggire tranquillamente alla cattura se il suo profilo non è presente in un database.

Profili DNA misti.

I campioni di DNA raccolti su una scena del crimine non sempre provengono da un’unica fonte, piuttosto spesso il materiale biologico raccolto sulla scena del crimine può contenere DNA appartenente a più di una persona.
Nonostante ciò non c’è ancora un criterio generale che stabilisca come i profili DNA misti debbano essere interpretati.

Il National Policing Improvement Agency (NPIA) che è l’organo responsabile della supervisione del NDNAD fornisce, sul proprio sito web, la seguente descrizione di come i profili misti vengono trattati:

Se due persone lasciano il proprio DNA sulla scena di un crimine e questo DNA viene recuperato si può ottenere un profilo misto.
Ci sono regole severe per l’inserimento di un profilo nel NDNAD nel caso in cui sia stato ottenuto da DNA misto: se conosci il profilo DNA di un contributore è possibile rimuoverlo dalla mistura lasciando il profilo DNA dell’altro contributore. Questo è possibile quando i DNA della vittima e quello dell’aggressore sono mescolati insieme, l’eliminazione del DNA della vittima è sufficiente ad identificare il profilo DNA dell’aggressore.

Il problema di questa descrizione è che semplifica eccessivamente la complessità legata all’interpretazione di profili DNA misti, come detto in precedenza il DNA profiling è fatto comparando alleli in loci specifici. Tipicamente nel DNA proveniente da una singola fonte ogni locus contiene due alleli ognuno dei quali viene ereditato da uno dei due genitori. Un DNA misto è caratterizzato dalla presenza di tre o più alleli in un locus. Tuttavia dato che  vari individui possono condividere molti alleli è difficile dire con assoluta certezza quante persone hanno contribuito ad un profilo DNA misto.

Inoltre è spesso difficile identificare come contributore un sospetto.
Greg Hampikian fornisce un’utile analogia descrivendo il problema dell’analisi di campioni di DNA misti.
Per Hampikian, gli alleli possono essere visti come le lettere di un nome e il tentativo di identificare sospetti da profili misti può essere paragonato al tentativo di inchiodare un sospetto basandosi sul fatto che il suo nome possa derivare totalmente o, pensando ai profili DNA, parzialmente dalle lettere.
Utilizziamo noi autori come esempi, i nostri nomi sono MICHAEL JOSEPH NAUGHTON e GABE SI HAN TAN, se mescoliamo le lettere dei nostri nomi possiamo ottenere i seguenti nomi completi e questi sospetti non possono essere esclusi: CAIN and ABEL, JOSEPH STALIN, PLATO, TOM JONES e/o JANE AUSTEN, se invece cerchiamo tra i profili parziali i seguenti sospetti non possono essere esclusi TON(Y) BLAI(R),AM(Y) (W)INEHOUSE e/o MOTHE(R) THE(R)ESA.

Allo stesso modo, Jamieson afferma che un profilo DNA misto di due individui con i profili AB e CD (nonostante il fatto che più di una persona potrebbe condividere gli stessi alleli) risultino nel profilo ABCD misto che potrebbe produrre almeno sei
diversi potenziali contributori: AB, CD, AC, BD, AD e BC. Jamieson osserva che attraverso 10 loci, con due alleli per ogni contributore, ci sono oltre un milione di modi per interpretare una miscela di due contributori, cioè una miscela di DNA  derivante da due fonti potrebbe produrre un milione di possibili profili.

Come per altre prove basate sul DNA il significato probatorio di un presunto legame tra un individuo con un profilo DNA misto è comunemente misurato da quello che viene definito il “rapporto di verosimiglianza”, confrontando l’ipotesi dell’accusa che vede l’imputato come contributore di un profilo DNA misto con ipotesi alternative lo escludono.

Tuttavia, l’analisi di Jamieson delle relazioni DNA ha mostrato che gli scienziati forensi spesso non riescono a tener conto di altre possibili spiegazioni che escludono l’imputato.

Spesso non è evidente da cosa uno scienziato tragga l’opinione che favorisce una di queste opzioni rispetto a tutte le altre. Perlomeno la possibilità di altre interpretazioni dovrebbe figurare nei reports ma, tristemente, ciò non avviene.
Spesso ci imbattiamo in reports che riferiscono tutto ma ignorano ogni altra possibile interpretazione oltre quella che offre il miglior valore probatorio contro l’imputato.
La spiegazione più ovvia è che lo scienziato sia stato influenzato dalla conoscenza dei profili dei soggetti coinvolti, il denunciante e l’imputato.

Il rapporto di verosimiglianza derivato da questa modalità di valutazione statistica può essere sopravvalutato ed ha causato noti errori giudiziari negli stati uniti:
Nel 1993 Timothy Durham venne accusato dello stupro di una bambina ad Oklahoma City.
Durham al processo produsse 11 testimoni, inclusi i suoi genitori, che asserirono all’unanimità che mentre lo stupro avveniva, lui si trovava a Dallas, cosa confermata anche dalle ricevute delle carte di credito.
Ma l’accusa aveva dalla sua l’identificazione da parte della vittima e prove basate sul DNA, quindi Durham venne condannato.
Ma Durham ebbe fortuna: una parte del DNA prelevato dal seme ritrovato sulla vittima era ancora disponibile e la famiglia di Durham poteva permettersi le spese per rifare il test e così non solo lui venne escluso come fonte del DNA trovato sulla vittima ma venne dimostrato che il precedente test era sbagliato.

Similmente, nel 1998, Josiah Sutton venne identificato da una donna che era stata rapita e violentata da due uomini a Houston, Texas.
In seguito all’insistenza di Sutton sull’esecuzione di un test del DNA per essere  scagionato, vennero esaminati i campioni di sperma recuperati dalla scena del crimine.
Tuttavia, i test produssero una corrispondenza tra il profilo di Sutton e profili di DNA misti ottenuti dal tampone vaginale della vittima e da una macchia di sperma trovato sul sedile posteriore della sua auto, che il Dipartimento di Polizia di Houston Crime Laboratory sosteneva essere di 1 su 694.000.
Dopo aver scontato quattro anni e mezzo di condanna dei 25 ricevuti, la condanna di Sutton fu annullata quando un ulteriore esame del DNA mostrò non solo che la probabilità di una corrispondenza casuale era  in realtà più di 1 su 8, ma anche che la macchia di sperma trovata sul sedile posteriore della sua auto non apparteneva affatto a lui.

Conclusioni:

Il test del DNA non è infallibile e non ci sono limiti alla sua applicazione nelle indagini.
Come evidenziato dalla ricerca scientifica e nei casi discussi precedentemente, ci sono insidie ​​associate al NDNAD e all’uso dei test del DNA , vale a dire, LCN, profili di DNA parziali e misti, per condannare i sospetti di crimini. L’uso di tali mezzi ì, quindi, deve essere trattato con cautela al fine di evitare l’identificazione e la condanna illecita di individui innocenti.

Inoltre, il DNA, anche quando identificato con certezza, è la prova attendibile solo di un’associazione con una scena del crimine o con  la vittima di un crimine.
Non è una prova prima facie di colpevolezza per un reato penale.
Ci può essere anche una spiegazione del motivo per cui il DNA di una persona innocente viene trovato sulla scena del crimine.
Come tutte le prove traccia, il DNA è facilmente  trasferibile, non può essere datato, è suscettibile di contaminazione e può essere male interpretato.
Nonostante questi profili di fallibilità, gli investigatori e i tribunali penali sembrano similmente non prestare attenzione  a scienza e giurisprudenza sui difetti intrinseci nelle applicazioni di tecniche di genetica forense.

La conclusione generale che si può trarre da quanto precedentemente analizzato è che le persone che affermano di essere innocenti nonostante i test del DNA che li collegano ai reati per cui sono stati o condannati potrebbero benissimo star dicendo la verità.
Il DNA e i database del DNA non sono la panacea investigativa come invece popolarmente si crede.

La presunzione di innocenza che si dice essere al centro di tutte le indagini e delle azioni penali impone che ciò sia più adeguatamente riconosciuto e messo in pratica da parte del sistema di giustizia penale per evitare nuovi errori giudiziari e risolvere quelli che si sono già verificati.


1 – Effect of blood stained soils and time period on DNA and allele drop out using
Promega 16 Powerplex kit, M.S. Shahzad, Ozlem Bulbul, Gonul Filoglu, Mujgan Cengiz, Salih Cengiz, Institute of Forensic Science, Istanbul University, Turkey
1-s2.0-S1875176809002054-main (2)

Henri Poincaré e la marmellata d’arance: cronistoria di un’arrampicata sugli specchi

blind-justice-statue-the-real-one

Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore
e i cui pastori sono guide cattive
Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi
i cui saggi sono messi a tacere
Pietà per la nazione che non alza la propria voce
tranne che per lodare i conquistatori
e acclamare i prepotenti come eroi
e che aspira a comandare il mondo
con la forza e la tortura
Pietà per la nazione che non conosce
nessun’altra lingua se non la propria
nessun’altra cultura se non la propria
Pietà per la nazione il cui fiato è danaro
e che dorme il sonno di quelli
con la pancia troppo piena
Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini
che permettono che i propri diritti vengano erosi
e le proprie libertà spazzate via
Patria mia, lacrime di te
dolce terra di libertà!

Lawrence Ferlighetti


Un ringraziamento particolare a Rocco Cerchiara per le preziose osservazioni su movente sessuale e pedofilia.

Pietà: la fallacia è servita, non c’è trucco non c’è inganno!

Non a caso esordisco con i celebri versi di Ferlighetti (spesso erroneamente attribuiti a Pasolini): vorrei farli miei, fermarmi un attimo e invocare pietà.
Pietà per ciò che da quasi tre mesi a questa parte l’opinione pubblica italiana si trova ad ascoltare, pietà per l’imbarazzo che suscita il vedere come un tristissimo caso di cronaca nera si stia vergognosamente trasformando in qualcosa di sempre più simile ad una barzelletta a puntate, pietà per un Paese che ha perduto, in un sol colpo, civiltà, capacità critica e buon senso.

“Una donna viene trovata strangolata e parzialmente bruciata nella sua casa.
Un DNA coincidente con quello del suo ex compagno – che sostiene di non averla vista per diversi mesi – viene isolato nel suo pigiama.
L’uomo afferma che il suo DNA deve essere arrivato attraverso i vestiti o i giocattoli del loro bambino. 
Gli credereste? Continuate a leggere prima di prendere la vostra decisione.”

Con queste parole esordisce un articolo del New Scientist (http://www.newscientist.com/article/mg21328475.000-how-dna-contamination-can-affect-court-cases.html#.VAiCi8V_vzl) pubblicato in data 13 gennaio 2012.

L’articolo prosegue con l’elencazione di alcuni esempi di trasporto del DNA, e si conclude con una considerazione del Prof.Peter Gill, scienziato presso l’Università di Oslo e precedentemente presso il Forensic Science Service del Regno Unito, che afferma:

“Penso che quando abbiamo a che fare con piccole quantità di DNA dobbiamo segnalare che un profilo di DNA corrisponde, ma come e quando sia arrivato lì proprio non lo sappiamo”.

Sebbene l’articolo sia incentrato principalmente sul cosiddetto touch DNA, spesso indicato in Italiano come DNA da contatto, cioè il DNA che viene generalmente lasciato toccando oggetti o persone, che secondo un recente studio dell’Università “La Sapienza” di Roma deriverebbe non -come si credeva- dalle cellule localizzate nello strato più superficiale della pelle per effetto del loro sfaldamento, ma dalle ghiandole sebacee, le considerazioni ivi esposte possono rivelarsi del tutto valide anche per il trasporto di DNA derivante da materiale biologico d’altra natura, passibile di trasferimento secondario.

“Il trasferimento secondario si verifica quando il DNA depositato su un elemento o una persona è, a sua volta, trasferito su un altro oggetto o su un’altra persona, oppure su un punto diverso dello stesso oggetto/persona.
Non c’è stato alcun contatto fisico tra il depositante originale e la superficie finale in cui si trova il profilo del DNA.
Qualsiasi sostanza biologica come sangue, sperma, capelli, saliva e urine
potrebbe essere trasferita in questo modo.”
(da Secondary DNA transfer of biological substances under varying test conditions, di Mariya Goray, Ece Eken, Robert J. Mitchell, Roland A.H. van Oorschot).

Ancora, nelle conclusioni dello studio del Prof. Michael Naughton, dell’Università di Bristol, “La necessità di cautela nell’uso della prova del DNA per evitare condanne di innocenti”, si legge chiaramente che:

“Il test del DNA non è infallibile e ci sono limiti alla sua applicazione nelle indagini.

Come evidenziato dalla ricerca scientifica e dai casi precedentemente esaminati, ci sono insidie associate alle banche dati del DNA e all’uso di alcune forme di DNA, come LCN, profili di DNA parziali e misti, per condannare i sospettati di crimini.
L’uso di tali mezzi di prova, quindi, deve essere trattato con cautela
al fine di evitare identificazioni errate e condanne di individui innocenti.

Inoltre, il DNA, anche quando porta a identificazioni corrette, è prova attendibile solo di un’associazione con una scena del crimine o una vittima di un crimine.
Non è una prova prima facie di colpevolezza per un reato penale.
Ci può anche essere una spiegazione del perché il DNA di una persona innocente venga trovato sulla scena del crimine.
Infatti, come altre prove, il DNA è facilmente trasportabile, non può essere datato, è suscettibile di contaminazione e può essere mal interpretato.
Nonostante questi profili di fallibilità, investigatori penali e tribunali
sembrano non essere riusciti a prendere coscienze dei difetti intrinseci nelle applicazioni tecniche del DNA mostrate dalla scienza e dai casi giudiziari.

La conclusione generale che si può trarre dalla precedente analisi è che è ben possibile che le persone che sostengono di essere innocenti nonostante la prova del DNA li colleghi ad un reato del quale sono accusate/condannate stiano dicendo la verità.

DNA e banche dati non sono la panacea dell’identificazione criminale come a livello popolare si crede.
La presunzione di innocenza che si afferma sia il cuore di tutte le indagini ed azioni penali impone che di questo si debba tener conto in maniera più
adeguata da parte del sistema di giustizia penale al fine di evitare errori giudiziari.”
(The need for caution in the use of DNA evidence to avoid convicting the innocent, THE INTERNATIONAL JOURNAL OF EVIDENCE & PROOF, 2011).

La vicenda relativa al signor Massimo Bossetti, ai più disillusi, fa tirare un sospiro di sollievo per l’assenza nel nostro Paese di una banca dati del DNA, in quanto da quasi tre mesi buona parte degli Italiani (e non mi riferisco ad un ipotetico idraulico che mentre beve un grappino al bar si lascia andare a qualche avventata considerazione sulla cronaca nera, ma anche ad una nutrita schiera di opinionisti che affollano i nostri salotti televisivi e giornalisti che tanto peso hanno nella formazione della cosiddetta opinione pubblica) sta facendo costante sfoggio di una tanto sconcertante quanto pericolosa disinformazione in materia.

Volendo indulgere a termini espliciti, il 99% degli Italiani sembra cascare a mò di pera cotta dinnanzi alla cosiddetta fallacia dell’accusatore, nota altresì come fallacia del condizionale trasposto, che può essere compendiata in questi termini [1]:

“Se X fosse colpevole
allora N sarebbe molto probabile;
se fosse innocente, allora N sarebbe molto improbabile;
ma si è verificato;
perciò è molto improbabile che X sia innocente,
ovvero è molto probabile che sia colpevole.”

Nel nostro caso, l’esempio concreto diviene “Se il DNA non fosse di Tizio, la probabilità che un’altra persona a caso abbia quei markers genetici è piccolissima, perciò è stato certamente lui”.

Cosa non quadra in questo ragionamento?
E’ semplice: la fallacia dell’accusatore si annida nel confondere la probabilità che il DNA sia di un determinato soggetto (rectius, che possa appartenere ad un altro soggetto su base casuale) con la probabilità che il soggetto sia colpevole.
In parole povere, una probabilità statistica viene attribuita ad una classe di fatti diversa da quella alla quale si riferisce.

L’esempio storico per eccellenza di fallacia dell’accusatore (con tanto di relativo errore giudiziario) è il caso Dreyfus.

L’accusa sostenne che un documento trovato dal controspionaggio francese in un cestino dell’ambasciata tedesca e scritto, per sua stessa ammissione, da Dreyfus, contenesse dei messaggi cifrati, poiché in quel documento le lettere dell’alfabeto comparivano con una frequenza diversa da quella con cui sarebbero comparse nella prosa francese “normale”.
Nel processo del 1894 lo scienziato forense Alphonse Bertillon calcolò la probabilità che quella particolare combinazione di lettere trovata nel documento si fosse prodotta in modo casuale, ossia supponendo che Dreyfus fosse innocente e non avesse scritto alcun messaggio cifrato.
Giacché dai calcoli di Bertillon tale probabilità risultò infinitesimale, si concluse erroneamente, sulla base della fallacia del condizionale trasposto, che dovesse essere infinitesimale anche la probabilità che Dreyfus fosse innocente.

Ma Dreyfus era innocente e la fallacia fu smascherata da Henri Poincaré nel secondo processo d’appello.

Oggi, come già visto in vari articoli precedenti, la fallacia dell’accusatore è tipicamente rilevata nei processi penali in relazione alla prova scientifica, ed in particolare al DNA.

Nel nostro caso, al Tribunale non si è ancora arrivati, e mi auguro non si arrivi, ritenendo personalmente che non vi siano elementi tali da giustificare neppure il rinvio a giudizio dell’attuale indagato, ma i media ci hanno regalato dei clamorosi, e spesso piuttosto imbarazzanti, esempi di fallacia del condizionale trasposto.
Uno dei più evidenti, in quanto colpisce perfino il titolo, è a firma Stefano Zurlo su Il Giornale in data 21 giugno, con evidente confusione della probabilità statistica relativa all’appartenenza del DNA con la probabilità statistica di colpevolezza.

ilg
Poincaré si sarà intuibilmente rivoltato nella tomba più e più volte, in quanto non si tratta di un esempio isolato, anzi: la fallacia ha finito inesorabilmente per colpire anche tanti (troppi) garantisti, che si sono limitati unicamente ad ipotizzare la possibilità di un errore di laboratorio, dimenticando tout court che il DNA di per sé dimostra solo appartenenza e non colpevolezza e che l’onere della prova dovrebbe essere ancora a carico dell’accusa, che ben difficilmente riuscirà a dimostrare che quell’unica traccia, attribuita a Massimo Bossetti, sia indice di colpevolezza, non essendo emerso alcun corollario di indizi univoci a sostegno di tale ipotesi.

Da Poincaré alla marmellata d’arance, ovvero il movente tappabuchi che non c’è

“La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé”.
(Ennio Flaiano, Ombre grigie tratto dall’elzeviro sul Corriere della sera, 13 marzo 1969)

In data 19 giugno, sui polverosi scaffali della cancelleria di un Tribunale, con il deposito dell’ordinanza di non convalida del fermo e disposizione di custodia cautelare del GIP Dott.ssa Vincenza Maccora, è stato approssimativamente ed avventatamente impacchettato il destino di un uomo che si dichiara innocente, procedendo al sequestro della sua vita.

I media si sono affrettati, sulla base di una traccia di DNA interpretata come prova di colpevolezza secondo i tipici moduli della fallacia dell’accusatore, a cucire addosso a quest’uomo, papà di tre bambini incensurato e con una vita perfettamente ordinaria, la veste dell’assassino.
Nonostante l’estenuante lavoro di sartoria, però, dopo quasi tre mesi, quell’abito continua ad andargli stretto, e l’inchiesta arranca, aggrappandosi al gossip come ultimo colpo di reni.

Oggi è stato pubblicato su Panorama un articolo di taglio che definirei garantista, sia pure con qualche profilo di ambiguità, giacché ancora una volta, nessuno spiega ai lettori che il DNA è trasportabile e non indica colpevolezza.

Panorama

Vedasi qui: http://news.panorama.it/cronaca/Nessuna-nuova-prova-contro-Bossetti-Lo-si-inchiodi-sul-gossip

Dall’articolo si apprende che la signora Marita resta orfana del primo amante (che pare non esistesse), ma viene ribadito il secondo, in modo piuttosto discutibile: in primis poiché non si capisce da cosa derivi la certezza essendo la parola di questo signore (che a questo punto non so nemmeno se sia certa visto che il primo pare fosse inventato) contro quella della signora Marita, in secondo luogo perché una coerente critica al gossip, almeno in linea teorica, imporrebbe di evitarlo a propria volta.

Però, “Allegria!”, finalmente si è riusciti a dire ciò che io scrissi seduta stante, in data 23 agosto (mi fa fede l’articolo Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (seconda parte)), ossia che, in relazione all’indiscrezione sulla pedopornografia non è stato trovato né materiale pedopornografico né accessi a siti del genere, e che la ricerca su google delle parole “tredicenne” e “sesso”, attribuibile logicamente al figlio tredicenne o al limite ad un genitore che fa una ricerca per aiutare il proprio figlio adolescente ad affrontare un tema delicato, rimandi appunto a risultati google di forum per adolescenti, tra i quali spicca in prima battuta Yahoo Answers, dove sciami di ragazzini alle prese con le prime curiosità sul mondo del sesso pongono le loro domande, e non certo a materiale pedopornografico.
Davvero ci sono volute due settimane per arrivarci, ossia per capire che i siti pedopornografici sono illegali ed oscurati e non si raggiungono sicuramente dai motori di ricerca?
Meglio tardi che mai, dice il proverbio, ma in questo caso il ritardo, giacché si trattava di arrivare all’ovvio, è piuttosto imbarazzante.
Gli Italiani peccano notoriamente di creduloneria, e questa è cosa nota, ma che la “notizia” (senza offesa al concetto di notizia) come fornita da Repubblica fosse un nonsense logico era evidente sin da una prima lettura.

Nonostante questo, ancora ieri su Pomeriggio5, la signora Barbara D’Urso, anziché porsi la legittima domanda sul significato di una simile ricerca su Google in un mondo in cui qualsiasi adulto sa che la pedopornografia è reato e un certo tipo di materiale non si trova sui motori di ricerca e in una famiglia nella quale, guarda caso!, c’è un adolescente di tredici anni (e, guarda caso ancora una volta, la ricerca è stata effettuata proprio nel maggio di quest’anno e non certo nel periodo del delitto), ha preferito la frase ad effetto.
Mica ha cercato la ricetta della marmellata d’arance.

In realtà, si potrebbe malignare che anche se avesse cercato la ricetta della marmellata qualcuno vi avrebbe visto comunque un indizio di colpevolezza: possibile che la signora Marita, essendo una frana in cucina e trascorrendo troppo poco tempo ai fornelli, abbia ingenerato nell’uomo una spinta all’omicidio?
In fondo, non sarebbe certo un’ipotesi più ridicola della maggior parte di quelle sentite finora, dalle sopracciglia ossigenate (al di là dell’irrilevanza palese della questione, è chiaro che trattasi di un semplice schiarimento causato dall’esposizione al sole) alle cene in trattoria.

Il plauso va invece, e sentitamente, a Giangavino Sulas, che nello stesso salottino televisivo, scegliendo vesti impopolari piuttosto esplicite e ben argomentate (nonché coerenti, giacché la sua linea garantista è stata palese sin dall’inizio), ha espressamente dichiarato di essere convinto dell’innocenza di Massimo Bossetti.

Tornando al’articolo di Panorama, comunque, ciò che è apprezzabile è che viene sottolineato in maniera robusta che in due mesi gli inquirenti non hanno trovato un bel nulla e che il gossip è una palese arrampicata sugli specchi, che più passa il tempo più diviene clamorosa.

“Le indagini languono e gli investigatori corrono dietro a corna e mutandine”.

Fin qui ci siamo, e con il passare del tempo quella che all’inizio pareva una mera impressione dei soliti beceri garantisti sta diventando un’evidenza innegabile.

Causa di quello che appare ormai un buco nell’acqua è, a parere di scrive, un’inchiesta che, probabilmente a causa della sua intrinseca difficoltà (cosa della quale, per onestà, è assolutamente necessario dare atto senza se e senza ma), ha seguito direttrici irrituali e rovesciate focalizzandosi per anni su un’unica traccia biologica che non dava certezza alcuna di appartenere all’assassino della piccola Yara.
Quando la traccia è stata finalmente attribuita, dopo anni di mancati riscontri, l’entusiasmo ha avuto la meglio sulla prudenza e si è tratta la fallace conclusione che appartenesse necessariamente all’assassino, ma tale fallacia sta emergendo ora prepotentemente dall’assenza di riscontri probatori/indiziari univoci, giacché è chiaro che né gli elementi contenuti nell’ordinanza (come la cella telefonica di Mapello agganciata da Bossetti che è residente nientemeno che a Mapello) né quelli emersi in seguito e solertemente riportati da salotti televisivi e organi di stampa possano avere un nesso logico ed univoco con l’omicidio, apparendo anzi, spesso, molto problematici o ai limiti del ridicolo.

La stessa ricerca (infruttuosa) di elementi che possano suffragare un presunto movente sessuale è indice di grandi difficoltà a far quadrare i conti.
L’impressione è che si cerchi un movente sessuale come “tappabuchi”, nel senso che non trovando alcun nesso tra Yara e Bossetti, giacché non emerge un movente specifico in virtù del quale un quarantenne senza precedenti potesse avercela con una bambina che neppure conosceva, si è costretti a cercare una sorta di movente passepartout.
Il problema è che i conti non tornano lo stesso.

La scena del crimine non ha nulla che possa far pensare ad un movente sessuale e il sospettato sembra non avere alcuna caratteristica del sex offender.
Come già ribadito in articoli precedenti (in particolare vedasi i primi due punti diTra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).), l’omicidio a sfondo sessuale non è un atto posto in essere da un giorno all’altro da un soggetto clinicamente sano, ma un atto che trae origine da disturbi psichiatrici del soggetto agente e sul quale si “fantastica” per anni, specie nel caso di “predilezione” per vittime appena adolescenti.

Ad oggi, dopo quasi tre mesi di indagini, non risulta che sia saltato fuori nulla che faccia pensare a qualcosa del genere: non una ex che ne abbia raccontato strane abitudini o desideri sessuali, non una donna che abbia detto “quel signor Bossetti mi ha fatto più volte delle proposte/mi ha toccata/mi ha molestata”, non una sola adolescente che abbia detto che lui si fermava con la macchina e la guardava insistentemente o che abbia offerto passaggi o addirittura doni e piccoli favori in cambio di prestazioni sessuali di vario genere, neppure un amico intimo o conoscente che abbia parlato di una certa passione, anche solo occasionale, per le prostitute.

La casistica giudiziaria, in casi analoghi, indica che in tre mesi sarebbero venute fuori parecchie di cose del genere… Se ce ne fossero stati i presupposti.

Dalla perizia dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, citata in alcune sue parti anche nell’ordinanza del GIP, da tempo si sa che Yara è morta di stenti, di freddo, e comunque non dissanguata.
Yara non è morta dissanguata poiché nessuna delle lesioni è stata giudicata letale, nemmeno quella inferta alla gola.
Sulla ragazza non è stato riscontrato alcun segno di violenza sessuale, e il corpo è stato trovato completamente vestito.
Unico particolare, il reggiseno risultava essere slacciato, ma con i lacci “integri e resistenti alla trazione” (dalla relazione agli atti nella parte citata nell’ordinanza del GIP), sui quali non sono state rinvenute impronte di estranei né frammenti di cellule epiteliali.
Ciò rende abbastanza palese che si sia slacciato da solo, come spesso accade a causa di movimenti bruschi, soprattutto nel caso di reggiseni con le coppe preformate e le spalline sottili (come quello indossato da Yara, ripetutamente mostrato in TV).

Per quanto atletica, una tredicenne avrebbe potuto fare ben poco contro un muratore quarantenne determinato a stuprarla e ucciderla e lui, di contro, sarebbe andato fino in fondo o perlomeno avrebbe lasciato una scena del crimine ben differente (vittima nuda o parzialmente nuda, quantomeno leggins e mutande abbassati, sarebbero stati presenti segni di violenza sessuale abbastanza evidenti) e avrebbe ucciso con molta più determinazione: ferite da arma da taglio in numero maggiore e certamente mortali, colpi alla testa più violenti e ripetuti, segni di strangolamento (tipici degli omicidi a sfondo sessuale).

Le evidenze peritali sembrano suggerire che questo omicidio è stato invece commesso da qualcuno che si è trovato in serie difficoltà nel commetterlo, che ha usato il coltello con mano debole e malferma, che non era abbastanza forte e determinato per avere la meglio in breve tempo.

Il quadro dell’omicidio non sembra suggerire neppure uno stupro non riuscito, che avrebbe ingenerato una forte aggressività nell’agente (in casi di questo tipo, la correlazione sesso-aggressività è sempre marcata) in quanto non sembra esserci un overkilling dovuto alla rabbia e alla frustrazione di chi riesce dopo molto sforzo a sopraffare la vittima: in parole povere, in un caso del genere non sarebbero emerse ferite “relativamente superficiali”, ma di tutt’altro tipo.

Il modello bipartito proposto dall’FBI in relazione agli omicidi a sfondo sessuale mostra bene come le differenze siano irreconciliabili.
In tale frangente, si suole distinguere tra omicidio a sfondo sessuale organizzato e disorganizzato: ai due modelli corrispondono due distinti profili di sex offender e differenti caratteristiche della scena del crimine.
Al di là del fatto che il profilo dell’indagato non corrisponde né al sex offender organizzato né a quello disorganizzato, poiché da ciò che sappiamo della sua vita (cioè, “grazie” ai media, tutto) il Bossetti si colloca all’interno di una “media” personale più ordinaria tra i due estremi (sex offender organizzato: soggetto d’intelligenza spiccata, generalmente con famiglia, con livello di istruzione medio-alto, alta estrazione sociale, lavoro di medio-alta qualifica ma con tendenza a frequenti cambiamenti; sex offender disorganizzato: scarsa intelligenza, situazione familiare multiproblematica, basso livello di istruzione, disoccupazione, scarsa cura di sé), ancora una volta è l’analisi della scena criminis a far risultare molto problematica questa pista.
Nel caso di sex offender organizzato la scena criminis è sempre piuttosto chiara, mostra segni di limitazioni della vittima (nastro adesivo, bende, catene, corde, indumenti, manette, bavagli), che viene sottomessa prima di essere uccisa con
mezzi di costrizione  e soprattutto restano evidenti tracce di atti sessuali- che nell’omicidio sessuale organizzato sono sempre presenti e diretti.
L’offender disorganizzato sceglie invece le vittime in modo completamente casuale, tanto che le vittime del sexual offender disorganizzato sono delle vere e proprie “vittime del caso”, mai selezionate, ad esempio, sulla base di età o caratteristiche fisiche: in tal caso sarebbe molto difficile supporre un’ossessione dell’agente per la vittima, e del tutto inutile cercare riscontri in tal senso.
In questi casi, però, l’arma del delitto è di norma lasciata ben in vista nel luogo del delitto, l’attacco è d’impeto, aggressivo, segnato da atti sessuali dopo la morte, anche se spesso manca la penetrazione diretta della vittima (sostituita da penetrazione tramite oggetti).

In questo caso, la scena del crimine non ha lasciato nulla che rimandi ad un omicidio a sfondo sessuale, e la pista non trova alcun riscontro nel profilo personale dell’indagato.

Volendo per forza vedere un movente sessuale, purtroppo, si perdono di vista tutte le altre piste possibili.

Per restare in tema di omicidi a sfondo sessuale e DNA, volendo fare un esempio che mostri platealmente le differenze, si potrebbe citare il caso di Altemio Sanchez, stupratore ed omicida seriale americano che si muoveva nella zona di Buffalo.
Sanchez venne incastrato dal DNA: erano state isolate diverse tracce di sperma sulle vittime, e il suo DNA venne prelevato da alcuni agenti che lo avevano seguito allo scopo in un ristorante nel quale si era recato con la moglie (gli agenti sequestrarono allo scopo bicchieri e posate).
Nel caso di Sanchez, però, non solo le tracce repertate nei luoghi del delitto erano plurime e di natura chiara, ma il DNA fu la verifica finale di un quadro indiziario già molto forte: vi erano fibre, impronte parziali, descrizioni di vittime sopravvissute e di persone che frequentavano i luoghi dei delitti.
Questo per rimarcare come qua non si voglia contestare l’uso della scienza nel processo penale, ma i suoi metodi.
La prova scientifica utilizzata per confermare un quadro già univoco è un ottimo strumento nelle mani degli inquirenti, ma se avulsa da un corollario che possa avvalorarla rischia di essere uno strumento pericoloso per la libertà di individui innocenti.
Se la sorte di un uomo non si decide con un tiro di dadi e si vuole usare la scienza nel processo, la si deve usare cum grano salis, logica ferrea, e freddezza tale da evitare di cadere in comode fallacie.Il trasferimento di DNA secondario (e perfino terziario, in alcuni casi) non è fantasia o cavillo difensivo, ma è scienza, e di questo prima o poi qualcuno dovrà rendere conto alla totalità dell’opinione pubblica che si è vista presentare come prova regina qualcosa che tale non era e che si sta dimostrando unica roccaforte di una colpevolezza data immediatamente per certa, il 16 giugno, senza alcuna possibilità d’appello, e che invece si sta rivelando ogni giorno più insussistente.

L’onere della prova incombe sull’accusa!

PeterGill(estratto da Misleading DNA Evidence: Reasons for Miscarriages of Justice, del Prof.Peter Gill; indica la possibilità di diversi modi di trasferimento del DNA, ed evidenzia come nel DNA non vi sia alcuna informazione utile a identificare la modalità di trasferimento dello stesso).

Sono passati ormai quattro anni dal momento in cui, purtroppo, la piccola Yara ci ha lasciati.
Il bisogno di giustizia è forte, ma non sarà la “giustizia” sommaria a dare a Yara la pace che merita.
Non saranno i gossip sulle lampade solari o le tanto presunte quanto inverificabili ed inutili ai fini delle indagini corna della famiglia Bossetti a garantire giustizia ad una bimba strappata alla sua vita e al suo futuro in modo atroce.
E non sarà neppure il linciaggio mediatico o la condanna di un uomo contro il quale non sta emergendo alcuna prova, che anzi rischia di aggiungere ingiustizia ad ingiustizia e sofferenza a sofferenza.

EcoDiBergamoEntro martedì la difesa di Massimo Bossetti presenterà istanza di scarcerazione.

Nella speculazione giuridica dottrinale, negli ultimi anni, ci si è spesso interrogati sull’eventuale influenza dei media sul processo penale.
Questo blog è nato per invertire la tendenza, cioè per ripristinare uno spazio civile nel quale dare nuovo significato e nuovo valore ai principi dello stato di diritto che i nostri media hanno, in questo caso anche più del solito, abbondantemente calpestato.
In un articolo letto qualche tempo fa sul blog di Massimo Prati, Gilberto Migliorini scriveva, emblematicamente, questa frase:
“Che gli inquirenti non abbiano in mano niente è evidente, salvo per la stampa che si è buttata come al solito sull’osso cercando di rosicchiare tutto quello che si può rosicchiare, cioè centrifugando il niente.”

Ottanta giorni sono sufficienti a valutare la situazione, e a notare come il tempo non abbia fatto altro che confermare questa considerazione.
A carico di Massimo Bossetti non c’è nessun elemento univoco, e dunque, giacché gli indizi per inchiodare una persona alle proprie responsabilità dovrebbero essere univoci, principi di ascendenza illuministica, e non dell’altro ieri, vogliono che l’istanza che verrà presentata dai suoi legali venga accolta.
D’altronde, come già mostrato nell’articolo Ecce homo, ecce mutanda!, i presupposti per la custodia cautelare in carcere sembrano davvero discutibili ed insussistenti.

Un ulteriore passo avanti sarebbe quello di una globale rivalutazione, da parte della Procura, ma anche dei media e dei comuni cittadini, dell’intera vicenda, che potrebbe insegnare davvero tanto.
Una cosa fra tutte: la presunzione di innocenza è una conquista da difendere, ed esiste non come grida di manzoniana memoria affidata alla carta e senza alcun valore concreto, ma perché nei secoli il suo valore si è rivelato imprescindibile affinché la Giustizia possa ancora, a buon diritto, chiamarsi in questo modo.

Alessandra Pilloni


1- Il superamento della fallacia della trasposizione del condizionale attraverso un processo argomentativo–operazionale- congetturale, del Prof. Sergio Novani.

Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (seconda parte).

Seconda parte e conclusione del dossier scritto a quattro mani con Laura.
Aggiungo un sentito ringraziamento anche a Rocco Cerchiara per le sue preziose osservazioni sulla pedofilia.

Dopo un’attesa di qualche giorno, mentre le trombe della grancassa hanno impunemente ripreso a suonare con gossip di sempre più infima lega e notizie prive di fondamento spacciate per verità assodate, è giunto il momento di rendere pubblica la seconda parte della nostra disamina.
Per chi si imbattesse nel blog solo ora, oltre che consigliare la lettura degli articoli precedenti, rimandiamo anzitutto alla prima parte del dossier Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte).

Come già anticipato, questo dossier si propone di esaminare in maniera selettiva vari aspetti poco chiari e problematici della vicenda, talvolta già valutati anche in articoli precedenti, e di fare più approfondite ed ordinate considerazioni.

Chi ha letto la prima parte, sa che abbiamo individuato tredici punti, dei quali abbiamo già affrontato i primi otto.
Rimandando dunque alla prima parte per l’analisi dei primi otto, riportiamo ora, per ragioni di scorrevolezza, i punti dal nove al tredici, e ci accingiamo ad esaminarli nel presente scritto.

9) Impossibilità (o comunque incertezze sulla possibilità) di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire dalla traccia originale sugli abiti

10) Palesi incongruenze nelle testimonianze su “Ignoto1″

11) Accreditamento di soli elementi e testimonianze a sfavore, costanti fughe di notizie parziali tendenti a suggerire una lettura sfavorevole all’attuale indagato

12) Incongruenze nell’ordinanza del GIP circa la natura probatoria ovvero meramente indiziaria del DNA

13) Oscillazioni della giurisprudenza cassativa sul valore probatorio ovvero indiziario del DNA, assenza di pronunce a Sezioni Unite, contestazioni dottrinali e implicazioni processuali e fattuali della cosiddetta “fallacia dell’accusatore”

Per quanto riguarda il nono punto, relativo alla probabile impossibilità di ripetere il test genetico in contraddittorio a partire non dal campione di Ignoto1 ora disponibile, ma dalla traccia originale sugli abiti, avevo già lanciato l’esca nella prima parte.
Chi ha letto (al link Sul test del DNA in ambito forense (da Forensic DNA Evidence: The Myth of Infallibility, di William C. Thompson)- Sintesi di Rocco Cerchiara) avrà certamente intuito che ci sono delle buone ragioni per ritenere che un simile accertamento possa essere importante, anche perché in caso di tracce miste le possibilità di errori nell’interpretazione dei dati, dovute a fenomeni quali l’allelic dropout sono tutt’altro che infrequenti.

Inoltre, nonostante la sindrome scientista che imperversa, diversi casi giudiziari degli ultimi anni hanno platealmente dimostrato come anche da dati apparentemente certi, le perizie di parte siano spesso riuscite a giungere a conclusioni opposte.

In queste pagine abbiamo spesso parlato del possibile trasporto del DNA.
Infatti, nonostante il nuovo slogan “il DNA non vola” faccia da padrone, quello che nessuno, compresi gli inquirenti ed i solerti salottieri che pure hanno fatto un gran parlare della vicenda, ha ritenuto di dover dire in maniera chiara all’opinione pubblica, è che il DNA non solo è facilmente trasportabile, ma oltre a non volare, per quanto mi è dato sapere e fatte salve innovative scoperte scientifiche degli ultimi tempi, non parla neppure e nulla dice di come sia arrivato lì.
Sulla facile trasportabilità del DNA inserisco a titolo esemplificativo un piccolo estratto dal testo “La prova del DNA per la ricerca della verità. Aspetti giuridici, biologici e probabilistici” (di U. RICCI, C. PREVIDERÈ, P. FATTORINI, F. CORRADI, Giuffrè Editore), nel quale si parla perfino di trasporto “doloso” del DNA, anche se è bene ovviamente sottolineare che il fenomeno può verificarsi anche in modo del tutto involontario.

gi

Tutto ciò- lo ribadisco perché repetita iuvant– ipotizzando che il signor Massimo Bossetti sia certamente Ignoto1, cosa che ad oggi, in assenza di una comparazione ripetuta in contraddittorio, mi permetto di ritenere, peraltro, ancora non del tutto certa, e che certa non sarà fino a ripetizione del prelievo del DNA di Bossetti in condizioni scientificamente e legalmente accettabili ed appropriate (presupposti non certamente integrati con un prelievo salivare a mezzo etilometro) e sua comparazione non con il vecchio campione già estratto di Ignoto1, ma con un nuovo campione di DNA prelevato ex novo dalla traccia originale sugli abiti, nella speranza che tali abiti siano stati conservati in condizioni accettabili e congrue.

La probabile impossibilità di ripetere un simile accertamento lascia l’amaro in bocca di fronte ad un elemento troppo certo per consentire diritto di replica ma troppo incerto per consentire il contraddittorio, che pure varrebbe a scongiurare il rischio di un eventuale errore nell’etichettatura o nel campionamento.

Risale in effetti a pochi anni fa il caso di un esame del DNA effettuato in Italia e spedito all’Interpol per l’identificazione di un colpevole di omicidio, che identificava senza alcun dubbio un pregiudicato inglese, residente a Londra.
L’unico problema si rivelò essere il fatto che tale pregiudicato inglese da Londra non si fosse mai mosso, mentre l’omicidio era avvenuto in Italia.
Molto probabilmente l’errore umano fu commesso nella scrittura di alcune sigle che causarono l’errata identificazione.

Inoltre, dal momento che come è noto la corrispondenza del DNA viene espressa in termini percentuali, non si potranno trascurare in una valutazione attenta neppure alcuni paradossi della statistica.
Nel saggio “La prova scientifica nel processo penale” di Luisella De Cataldo Neuburger viene offerto un esempio chiaro di fallacia dell’accusatore nell’interpretazione di dati probabilistici nella valutazione della prova del DNA.

Si parla in tale frangente della questione delle banche dati del DNA: sappiamo bene che in Italia non esistono, tuttavia, la questione di fondo risulta compatibile con il nostro caso, in quanto siamo di fronte ad un’indagine che seguendo direttrici “rovesciate” non è pervenuta ad un indagato sulla base di una pista ragionevole e congrua per poi addivenire ad una comparazione genetica, ma è arrivata ad un indagato altrimenti insospettabile sulla base di indagini a tappeto su migliaia di persone (e di chiacchiericcio paesano, ça va sans dire).
Di conseguenza, risultano tutt’altro che inadeguate le parole della Prof. De Cataldo Neuburger:

“A causa della fallacia delle probabilità a priori, giudici e accusatori, informati da un perito sulla scarsissima probabilità di corrispondenza nella popolazione, tendono a usare questo valore senza aggiustarlo in base alla probabilità a priori: in altre parole, se la probabilità di corrispondenza nella popolazione per un dato profilo è di 1 su 1.000.000, e Tizio corrisponde a quel profilo, ritengono che le chances di Tizio di non essere colpevole non siano molto più alte di 1 su 1.000.000.

Ciò è errato.
Infatti, quando il sospetto è identificato esclusivamente in base ad una ricerca in un database di profili DNA, le sue chances di colpevolezza a priori sono irrisorie.
Ad esempio, in un territorio con 10.000.000 di abitanti fisicamente in grado di perpetrare un certo crimine, la probabilità di colpevolezza a priori di ciascuno di loro, incluso il cittadino che corrisponde al profilo, è di 1 su 10.000.000.
In queste circostanze, la possibilità a posteriori di colpevolezza, lungi dall’essere la “quasi certezza”, è inferiore al 10%”

Ancora più eloquentemente si potrebbe citare quanto si legge in Statistics and the Evaluation of Evidence for Forensic Scientists, di C. AITKEN, F. TARONI, Wiley, 2004:

“Dichiarare un’identificazione è un’opinione a proposito dell’ipotesi sul fatto.
Questa (illogica) conclusione segue da un enunciato di probabilità che dice che la chance di osservare un’altra persona sulla Terra che abbia la stessa caratteristica è zero.
È un’opinione che le caratteristiche osservate siano sufficientemente uniche per eliminare tutti gli altri individui viventi.
Una volta affermato ciò, nessuna prova contraria (nemmeno un alibi) potrà minare la certezza dell’esperto.
Il passaggio da un enunciato di probabilità ad uno di certezza è un ‘atto di fede’ piuttosto che una conseguenza logica e una tale conclusione costituisce una scorretta comprensione dei rispettivi ruoli dello scienziato forense e del giudice nel processo inferenziale, e del ruolo stesso della statistica nella scienza forense.”

Qualora per qualcuno le citazioni di cui sopra risultassero di difficile comprensione a causa dei troppi tecnicismi, potremmo d’altronde fare un più ironico e non meno clamoroso esempio di paradosso statistico attraverso il celebre caso della statistica del pollo, così descritta a suo tempo da Trilussa:

“Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.”

Qualcuno potrebbe forse sollevare qualche obiezione rispetto all’adeguatezza in tal frangente dei versi di Trilussa.
Tuttavia, dal momento che le notizie degli ultimi giorni rivelano che, a quanto pare, c’è chi nell’estenuante ricerca di indizi (che è sempre più evidente che non esistono) a carico del signor Massimo Bossetti non esita a diffondere notizie prive di fondamento senza neanche curarsi di dar loro una parvenza di credibilità né a frugare nelle mutande dell’intera famiglia senza curarsi del doveroso riserbo della stampa, perdonerete anche noi per una piccola e veniale “caduta di stile”.

Tutto ciò, ovviamente, rimarcando per l’ennesima volta che l’esempio più calzante di fallacia dell’accusatore, anche al di là degli scherzi della statistica e dello scientismo esasperato (che nulla ha a che vedere con la scienza, che nel dubbio trova fondamento), è il voler ritenere che il materiale genetico trovato sulla scena del delitto appartenga necessariamente all’assassino:

“(…) Un errore ancor più pericoloso consiste nel confondere la probabilità di una corrispondenza casuale con la probabilità della colpevolezza o innocenza (confusione nota come ‘fallacia dell’accusatore’): questi due dati vanno tenuti ben distinti, non solo perché, nonostante un’elevata probabilità di corrispondenza casuale, l’imputato potrebbe non essere la fonte del materiale genetico, ma anche, e soprattutto, perché l’imputato potrebbe essere innocente, pur essendo la fonte del materiale genetico.
Insomma, anche se il DNA rinvenuto sulla scena del reato (o sul corpo della vittima) appartenesse all’imputato, ciò non implicherebbe che egli sia colpevole, potendo ben esserci altre spiegazioni di tale rinvenimento.
(Prof. Francesca Poggi, Tra il certo e l’impossibile.
La probabilità nel processo)

venghino

Se c’è un punto in tutta questa vicenda sul quale è giocoforza tornare in quasi tutti gli articoli è quello concernente la rosa di informazioni infondate e smentite senza tuttavia licenza di rettifica, ovvero di quelle informazioni discordanti ma cionondimeno assurte da dubbie pubblicazioni a prove, che, onestamente non sono degne nemmeno di essere definite indizi.
Sarebbe auspicabile che chi deve giudicare distinguesse le illazioni gratuite da ciò che potrebbe realmente pesare a carico del nostro indiziato.
Volendo partire dall’inizio, vi è la ritrovata memoria di alcuni vecchi amici del signor Giuseppe Guerinoni, i quali nonostante fossero passati quattro anni dall’omicidio durante i quali si sarebbe potuto fare avanti, hanno preferito aspettare la bellezza di 18000 prelievi salivari prima di puntare il dito contro la signora Ester portando gli inquirenti a ripetere un test che in passato aveva dato, parrebbe per un errore nella comparazione, esito negativo (che sentitamente dedichiamo a chi nega tout court la possibilità di errori umani) quanto al rapporto di maternità/filiazione con Ignoto1.

Abbiamo letto numerose versioni dei fatti da parte di questi testimoni e la stampa ha pensato bene di “tappare” i buchi temporali con la scusa dell’età avanzata che avrebbe confuso i loro ricordi.
Si è parlato di una ragazza inguaiata “all’inizio degli anni ’60” (nonostante Massimo Bossetti sia nato dieci anni dopo), di un bambino dato in adozione, di un bambino lasciato in un orfanotrofio da una barista nubile, di una relazione clandestina dalla quale nacquero i gemelli, di tresche sulla corriera dell’amore, di tappeti rossi alla finestra ad indicare non si sa bene quale misterioso messaggio.

Non appena saranno resi pubblici gli atti della Procura, sarà interessante verificare come siano andate effettivamente le cose relativamente alle testimonianze.
Per ora, ci limitiamo a sottolineare che se le indagini avvenieristiche sono davvero questo guazzabuglio di chiacchiericcio tra comari, c’è davvero poco di cui fare vanto.

pettegolezzo

Ci sono stati poi commercialisti, colleghi di lavoro, negozianti, grossisti, benzinai, baristi, giornalai, vicini di casa e proprietari di centri estetici come ci sono state insegnanti del centro sportivo e compagne di danza di Yara.
Ebbene, di tutte le corbellerie che hanno riempito le pagine dei giornali si è fatto attenzione a porre l’accento solo sui particolari che avrebbero deposto a favore dell’accusa.
Se non è parzialità questa, allora ci venga spiegato una volta per tutte come mai non hanno avuto spazio le persone che giurano di non aver mai visto il sig. Massimo nei dintorni del centro sportivo, una notizia davvero degna di nota laddove si suppone che l’assassino pedinasse la vittima e ne seguisse gli spostamenti.
Una notizia, questa, che è stata data in maniera rapida e con scarsa enfasi: probabilmente, un titolone a tema non avrebbe garantito una buona tiratura.

Si spera, quantomeno, che questa sorta di indagine parallela ad opera di giornalisti che personalmente radierei dall’albo, non abbia toccato davvero elementi su cui lavora anche la Procura, perché in questo caso non saremmo alla frutta, ma direttamente al dessert.
Da un paio di settimane mi sto avvelenando il sangue leggendo alcune riviste dai contenuti francamente avvilenti, per acquisire, con ben poco giovamento per le mie ulcere, il punto di vista di coloro i quali si “bevono” di tutto e mi ha colpito tantissimo la “testimonianza” di alcuni vicini di casa della famiglia Bossetti/Arzuffi.
Si è arrivati a sostenere che il piccolo Massimo, in tenera età, fu portato in ospedale addirittura in ambulanza: da questo trauma sarebbe scattata in lui la brama di uccidere che lo avrebbe tormentato fino all’omicidio di Yara.
Quale possa essere il nesso tra le due cose rimane un mistero: ci auguriamo che perlomeno per gli articolisti la cosa possa avere una logica.
Noi, nonostante i non pochi sforzi, non riusciamo proprio a trovarla.

Ma gli ultimi giorni ci hanno, ahimè, offerto su un piatto d’argento una nuova ondata di tracollo mediatico sulla quale è giunto il momento di spendere qualche nuova parolina.
Le news degli ultimi giorni, giunte, guarda caso, a ridosso della notizia che a breve la difesa di Massimo Bossetti presenterà un’istanza di scarcerazione, offrono un’occasione ulteriore per analizzare impietosamente la “macchina del fango” solertemente messa in moto.

Partiamo anzitutto dalla “notizia” data in pasto al pubblico pochi giorni or sono su due presunte relazioni extraconiugali della signora Marita Comi.
Volendo riassumere la vicenda con le parole di Vittorio Feltri (una delle poche voci ad essersi levate contro la barbarie), “stando a Giuliana Ubbiali, la cronista che ha rivelato quest’ultimo particolare piccante sui coniugi, due gentiluomini si sono presentati (spontaneamente? ne dubito) in Procura e hanno confidato agli inquirenti di avere avuto rapporti intimi con la signora Marita”, e dunque “gli investigatori hanno infilato negli atti processuali che due linguacciuti asseriscono di essersi divertiti, sessualmente parlando, con la consorte di Bossetti”.

Al di là della “fondatezza” (che possiamo, come al solito, intuire) della notizia, dal momento che, quand’anche i due “linguacciuti” di cui sopra avessero fatto tali dichiarazioni, la prima ipotesi sarebbe quella dei mitomani, giacché intuibilmente, in circostanze di questo tipo, non molti parlerebbero, se non altro perché avrebbero paura di essere coinvolti nell’indagine- paura comprensibile, tra l’altro, in un contesto in cui pare che anche il fatto di respirare possa essere un indizio, anche qualora la notizia fosse veritiera (cosa della quale, vista la totale assenza di prove, dubito fortemente) non si capisce in quali termini possa essere correlata all’omicidio.

Per capirne di più, è giocoforza riportare anche lo “scoop” odierno, trapelato a partire da Repubblica, con articolo a firma di Paolo Berizzi, lo stesso giornalista che non molti anni fa scrisse su un presunto traffico nel mondo della pedopornografia relativo ad “ecografie di feti” (sic!), secondo il quale dalle analisi dei pc di Massimo Bossetti sarebbe emersa la ricerca di materiale pedopornografico.
Riporto la notizia in modo volutamente evasivo, perché dall’indiscrezione, solertemente ripresa da tutti i restanti organi di stampa (e seguita da categorica smentita dell’Avv. Claudio Salvagni), non si capisce un bel nulla.

Bergamonews ci comunica anzitutto che “il pc di Massimo Bossetti non era nuovo, ma allestito assemblando parti già usate da altri e quindi le ricerche potrebbero essere state effettuate da precedenti proprietari”.

Di contro, come queste presunte ricerche siano (rectius, sarebbero, visto il tono globalmente farsesco della notizia) state effettuate è un bel mistero.
Anche una lettura veloce, mostra una serie di incongruenze interessanti tra le varie fonti: da qualche parte c’è scritto che cercava la parola “tredicenni” su google (il che vuol dire poco o nulla, avendo anche un figlio di 13 anni), da qualche altra parte che lo cercava in un sito pedopornografico.
Quest’ultima versione dei fatti è già di per sé dubbia perché i siti pedopornografici sono oscurati e per raggiungerli bisogna avere sofisticate conoscenze informatiche e software dedicati, che è lecito supporre sarebbero emersi ben prima della data odierna.
Detto ciò, mi pare che la soglia del ridicolo sia già stata abbondantemente superata da tempo e stia ora aggiornandosi alla versione 2.0, il tutto nel corso di una faticosa sessione di arrampicata sugli specchi.

Il discorso “pedofilia” è di per sé estremamente complesso, e la prima doverosa precisazione è che, in genere, un pedofilo cerca materiale relativo a soggetti impuberi.
Questa considerazione si aggiunge al fatto che appare non poco farsesco immaginare che un pedofilo cercasse proprio la parola “tredicenni” (guarda caso) e non “dodicenni” o “quattordicenni”.

La notizia come data da Bergamonews è comunque interessante per almeno un altro motivo, e nello specifico perché, secondo quanto riportato, la ricerca su Google della parola chiave “tredicenni” andrebbe ad aggiungersi “a quanto già noto e cioè che l’uomo, in carcere ormai da più di due mesi, aveva seguito siti pedo-pornografici”.

Come la cosa fosse già nota, non è dato sapere, dal momento che era noto l’esatto opposto.
A chi scrive risulta, infatti, che la cosa non fosse mai trapelata finora, come si può tranquillamente osservare da una miriade di articoli risalenti al 18 luglio (in cui si parlava di materiale hard non pedopornografico).

dg

Tra l’altro, il fatto che le analisi dei pc fossero cominciate a metà luglio la dice lunga sull’affidabilità di Repubblica che, in data odierna, parla di “primi accertamenti”.

Traggo invece da fonte Adnkronos che:

“Dal computer, secondo alcune fonti vicine all’indagine, sarebbe stata eseguita una “ricerca finalizzata alla visualizzazione di materiale pedopornografico, unendo la parola tredicenne e sesso, ad esempio”. Dagli accertamenti ancora in corso da parte del Ris emergerebbero dei collegamenti su siti pornografici, ma sul quel pc non sarebbero stati scaricati video o foto pedopornografici.”

Sorvolando sul fatto che la prima e la seconda frase sembrerebbero contraddirsi, se la ricerca delle parole “tredicenne” e “sesso” è avvenuta a partire da un motore di ricerca, le parole chiave utilizzate, in particolare “sesso”, ricordano decisamente una classica bambinata, quale potrebbe essere, ad esempio, una ricerca effettuata dal figlio tredicenne di Massimo Bossetti, che come tutti i suoi coetanei avrà le normali curiosità tipiche della preadolescenza.

Fatte queste doverose premesse sulla solita caterva di notizie equivoche, di fonte incerta, smentite, contraddittorie e possibilmente inutili, ciò che ci si chiede di fronte a quanto trapelato negli ultimi giorni è, ancora una volta, cosa dovrebbe (o vorrebbe) dimostrare.

Riportare notizie fumose e possibilmente non verificate circa la parola “tredicenne” cercata su un motore di ricerca in una famiglia in cui, guarda caso, c’è un tredicenne, è lo stesso meccanismo, invero piuttosto risibile, che porta a semplicistiche conclusioni del tipo ragazza uccisa = movente sessuale = agente non sessualmente soddisfatto nella propria vita coniugale = moglie che aveva relazioni extraconiugali.

Dopo aver sottolineato che una tendenza alla pedofilia non è necessariamente correlata ad azioni di tipo omicidiario e che non si diventa pedofili da un giorno all’altro perché la consorte ci tradisce, è bene rimarcare, come già accennato sopra, che reperire materiale pedopornografico non è facile come può sembrare, per il semplice fatto che produrlo è illegale, cosa che un adulto sa benissimo: cercare su Google “tredicenni” e “sesso” aspettando di trovare davvero materiale pedopornografico è come scendere in piazza e strillare: “scusate, qualcuno avrebbe della droga da vendermi?” aspettandosi che qualcuno si faccia avanti.

Da quel che è trapelato non risulta nessun accenno a comportamenti sociali e sessuali anomali nella storia di vita di Bossetti.
Niente che faccia pensare ad una certa attitudine alla molestia e allo stupro: già, perché anche per quel che riguarda lo stupro non ci si sveglia una mattina e si decide di stuprare qualcuno, né lo si fa se la propria moglie ha una relazione extraconiugale, né tantomeno una eventuale relazione extraconiugale della moglie funge da spinta verso pulsioni sessuali nei confronti di minori.

Tutto questo, posto che lo stesso omicidio in questione e la scena del crimine, a prescindere da chi ne sia l’autore, non hanno molti elementi per puntare dritti al movente sessuale.
Sarebbe infatti interessante se una volta per tutte ci spiegassero, se proprio vogliono il movente sessuale, come mai non siano stati riscontrati segni di violenza sessuale sulla vittima.
Non perché la cosa sfuggì di mano all’aggressore prima, evidentemente, giacché si colloca l’ora della morte alcune ore più tardi- la morte potrebbe essere sopraggiunta perfino nelle prime ore del mattino successivo, stando all’ordinanza.
Si tratta dunque di bella gatta da pelare per gli inquirenti, dal momento che ogniqualvolta “mettono una pezza” (si fa per dire) è evidente che aprono altri due buchi.

Quantificare il danno che queste dichiarazioni provenienti da “fonti vicine all’indagine”(che dall’indagine dovrebbero essere immediatamente allontanate vista la loro attitudine al parlar troppo in violazione del segreto), arrecano all’immagine del sig.Bossetti non è materialmente possibile.

Oltre alle cattiverie gratuite perpetrate ai danni di una famiglia per il solo gusto di infierire e sfogare frustrazioni personali, la gran parte della gente, dinnanzi a molte di queste “pseudonotizie” cade in un errore infimo di logica, il quale tende grosse trappole, sta dappertutto e spesso è difficile da individuare e neutralizzare.

Parlo della logica del post hoc propter hoc, errore comunissimo e radicato: trattasi di un sofisma che consiste nel prendere per causa quello che è un antecedente temporale, ovvero si pretende che se un avvenimento è seguito da un altro, allora il primo deve essere la causa del secondo.
Questo sofisma è un errore per adduzione particolarmente attraente perché la conseguenza temporale sembra inerire al rapporto causale.
L’errore è di concludere solamente in base all’ordine degli avvenimenti piuttosto che tener conto di altri fattori che possono escludere la relazione.
I luoghi comuni e le superstizioni sono il risultato di questo errore.
Il fatto che due avvenimenti si succedono non implica che il primo sia la causa del secondo.
Per fare un semplice esempio, la morte della giovane Yara non è conseguenza logica della frequentazione o del passaggio dell’indagato per Brembate poiché questa concomitanza di fatti non è legata da alcun nesso logico.

Potrei continuare all’infinito ad elencare bassezze, distorsioni della verità, testimonianze cucite tra loro come il costume di Arlecchino o tagliate, come quella del fratellino della vittima, per farle forzatamente quadrare.

Relativamente alla testimonianza del fratellino di Yara, riporto una precedente considerazione: dall’ordinanza emerge che viene preso per buono il racconto del fratello minore di Yara nel momento in cui, con una psicologa, afferma che la sorella aveva paura di un signore con una macchina grigia e “una barbettina” (stante il fatto che il signor Massimo Bossetti risulta avere una Volvo di colore grigio e il pizzetto, ammesso e non concesso che possa definirsi “barbettina”), ma viene liquidato sommariamente in quanto trattasi di “un teste di minore età la cui capacità di rappresentazione dei fatti non può essere equiparata a quello di un adulto” il fatto che l’uomo descritto dal fratellino di Yara fosse “cicciottello” (aggettivo che senza dubbio non corrisponde affatto alla fisionomia di Massimo Bossetti) e addirittura il fatto che il bambino, quando gli hanno mostrato una foto, non ha riconosciuto l’indagato nell’uomo che aveva precedentemente descritto e che sostiene che la sorella gli avesse mostrato in Chiesa.

A tal proposito, è bene anzitutto richiamare il fatto che le (possibili) false memorie, specie nei casi di minori, effettivamente esistono, ma non si configurano in questo modo e saremmo di fronte ad un caso privo di precedenti.
A partire dagli anni ’80, in particolare negli USA nell’ambito di inchieste su falsi abusi poi rivelatesi errate, vi sono stati innumerevoli casi di cosiddetta False recovered memory syndrome, nell’ambito dei quali, da parte di minori, e spesso a causa di procedure psicanalitiche in seguito rivelatesi scorrette e capziose, si assisteva al riconoscimento di persone in realtà mai viste.
Di contro, non mi risulta si sia mai verificato il caso opposto, ossia il mancato riconoscimento di persona effettivamente vista.

Ciò premesso, è comunque difficile sostenere che sia minore d’età anche il parroco della Chiesa in questione, che pure non ricorda di aver mai visto il signor Massimo Bossetti.

parroco

Si è poi passati da un’ex fidanzata con qualche sassolino nella scarpa alla più nuova “amante” ventilata dall’ultimo numero di Giallo, ovviamente senza uno straccio di prova.
Allo stato attuale vi sarebbero nuovi testimoni misteriosi, ovviamente anonimi fino alla punta dei capelli, pronti a giurare che il matrimonio “perfetto” dei coniugi Bossetti non era poi così “perfetto”.
Si presume che i coniugi avessero rispettivamente una relazione extra coniugale e che il sig. Massimo non dormisse più nella sua casa di Mapello.
Sarebbe stato interesse di entrambi però mantenere un’apparenza di normalità, finché, un giorno, la situazione sarebbe precipitata per un improvviso moto di gelosia di lui, che, non volendo stare più ai patti, avrebbe sfogato la sua rabbia su Yara, vittima quindi assolutamente casuale, se si vuole assumere per buono ciò che ci racconta il giornalista di turno.
Ecco perché la signora Marita sorride con la cognata all’uscita dal carcere!
Può una moglie distrutta dal dolore e convinta dell’innocenza del marito sorridere? Sicuramente no!
Sarà quindi, sotto sotto, felice di essersi liberata del marito per potersi dedicare all’altro uomo che ormai da circa un anno frequenta con assiduità?
E chi è la misteriosa bionda che frequenterebbe Bossetti?
Non ci sorprenderemmo se, da un giorno all’altro, perfino chi scrive su questo blog (la cui curatrice è peraltro attualmente bionda, non naturale per la gioia di Chi l’ha visto? che in una puntata dedicò ampio spazio alle sopracciglia presuntamente “ossigenate” del signor Bossetti, sintomo indefettibile di un morboso narcisismo) trovasse il proprio volto sulla copertina di qualche giornale da quattro soldi: pare infatti che, in certi ambienti, quando la coscienza bussa alla porta di casa, si finga di essere momentaneamente usciti.
Notizie nel migliore dei casi del tutto slegate dall’indagine e prive di qualsivoglia interesse pubblico e nel peggiore “false e tendenziose” riempiono le copertine e vengono abbondantemente ripetute dagli strilloni di turno, che quando Dio distribuiva la vergogna evidentemente erano distratti: ci auguriamo di nuovo che si tratti di mere invenzioni giornalistiche, e non di notizie in qualche modo provenienti dalla Procura, perché in quest’ultimo caso ci sarebbe davvero da preoccuparsi.
Sarebbe anzi auspicabile che la Procura prendesse le distanze da certe affermazioni inverificabili ed infondate, in quanto anche la faccenda delle continue “fughe di notizie”, per i più attenti, comincia a puzzare parecchio dal momento che nessuno conosce le fonti primarie, nessuno smentisce, nessuno prende le distanze e nessuno interviene per bloccare l’ambaradan di notizie ridicole, inverificate e possibilmente fasulle diffuse con maestria.

Vale anche la pena di ricordare ciò che ai più accorti non sarà certo sfuggito, ossia che in altre circostanze (contestualmente all’emergere di notizie che avrebbero potuto rivelarsi favorevoli per l’attuale indagato) la Procura intervenne in men che non si dica ventilando la possibilità di mitomani.

vendetta

Per par condicio, sarebbe probabilmente il caso di fare le stesse dichiarazioni anche quando la stampa ciancia di presunte relazioni extraconiugali, contribuendo all’impunito massacro di un’intera famiglia nella quale, lo ricordiamo, ci sono anche tre bambini, sicuramente innocenti.

Questo circo è diventato disgustoso e più passano i giorni più chi lo dirige si mette in ridicolo: questa storia, ogni giorno che passa, diventa infatti sempre più incredibile, inverosimile e decisamente poco edificante per tutti, e sembra suggerire in modo sempre più evidente che pur di blandire il pubblico consenso ci si stia affidando al peggior giornalismo.
Un vero peccato, perché in un’Italietta in cui nessuno ammette mai i propri errori, ammettere di aver preso un grosso granchio o perlomeno fare un doveroso passo indietro mostrando la sempre più dovuta e doverosa cautela potrebbe costituire un esempio edificante per tutti.

Volendo provare a vedere il bicchiere mezzo pieno, comunque, questa continua diffusione di presunte news a tema dinnanzi alle quali anche il fratello scemo di Mr Bean scoppierebbe in una fragorosa risata, al di là degli evidenti danni morali arrecati all’intera famiglia Bossetti, sta contribuendo probabilmente anche a rimpinguare le fila dei garantisti: è sufficiente fare un rapido confronto tra i commenti in calce agli articoli dei principali quotidiano per notare come giugno ad ora, il numero dei “dubbiosi”, o meglio ancora dei lettori che senza troppi peli sulla lingua commentano la marea montante di gossip in termini critici quando non decisamente dileggianti, è cresciuto a dismisura, tanto da farmi pensare che, in fondo, i più accaniti forcaioli mediatici si sono in qualche modo rivelati dei preziosi alleati per riabilitare la figura di Massimo Bossetti agli occhi di una parte, sia pure ancora minima, dell’opinione pubblica, cadendo vittime delle proprie stesse grottesche esagerazioni.

In ogni caso, indirizzare l’informazione e distorcere testimonianze è la peggior dimostrazione di inciviltà che potessimo dare e sarebbe davvero vergognoso se questa spazzatura arrivasse in un’aula di tribunale.
La stessa frase “la legge è amministrata nel nome del popolo”, visto il modo in cui è ridotta buona parte del popolo, ultimamente ha il potere, da sola, di farmi tremare le vene dei polsi.

Veniamo infine ai punti conclusivi della lunga disamina.
Il DNA costituisce prova o indizio?
La Cassazione ha parlato!
O, perlomeno, così ci dicono.

Per rendere meglio l’idea, riporto un calzante aneddoto citato, non a questo proposito ovviamente, dall’Avv. Mauro Mellini sulle pagine del sito Giustizia Giusta:

<<C’era una storiella che circolava tra i veterani napoleonici. Un soldato della Vecchia Guardia si avvicina ai commilitoni a bivacco, con aria trasognata e le lacrime agli occhi, mormora estasiato: “Mi ha parlato! L’Imperatore mi ha parlato!”. I commilitoni dapprima sghignazzano increduli, poi, mentre quello continua a dire beato “mi ha parlato! L’Imperatore…mi ha parlato!!!” gli domandano: “e che ti ha detto?” e lui: “Levati di lì imbecille!!”>>

La Cassazione, sul DNA, ha parlato… I media hanno parlato di ciò che la Cassazione ha detto sul DNA…. L’ordinanza ha parlato di ciò che la Cassazione ha detto sul DNA.

Morale della favola: è un vero peccato che la Cassazione (proprio come l’ordinanza) sul DNA abbia detto tutto e il contrario di tutto.

Anzitutto, per cominciare a far fronte alla schiera di più o meno involontarie mistificazioni mediatiche, è bene ricordare che l’Italia è un Paese di civil law.
In soldoni: le pronunce della Cassazione, per quanto possano costituire degli orientamenti importanti, non sono vincolanti, e lo sono ancora meno quando non si tratta (come in questo caso) di pronunce a Sezioni Unite.

Anche l’ordinanza sembra dire tutto e il contrario e il contrario di tutto: infatti prima dice che la Cassazione ha detto che il DNA di per sé ha valore di prova e non di mero indizio, in seguito si contraddice espressamente poiché individua (o meglio, dice d’individuare) a carico di Massimo Bossetti “indizi gravi e concordanti”.
Gravità e concordanza sono requisiti richiesti agli indizi e non alle prove: nel rimarcare la sussistenza di indizi gravi e concordanti, l’ordinanza smentisce se stessa, in quanto lascia intuire che il DNA nel caso di specie non possa essere assurto a prova, ma a mero indizio.

Sul fatto poi che gli indizi siano “gravi e concordanti”, non mi esprimo, perché ho già versato fiumi d’inchiostro (considerando che gli altri indizi sono tracce di calce nell’albero bronchiale in buona parte compatibili con il cantiere al quale puntarono inizialmente i cani molecolari e celle telefoniche agganciate da Bossetti da casa propria, nonché la testimonianza del fratellino di Yara su un uomo “cicciottello e con una barbettina”, di cui si salva la barbettina e si finge di non vedere il cicciottello).

Il punto è un altro: perché l’ordinanza si contraddice?

La verità è che gli orientamenti cassativi vacillano, e vacillano parecchio.

I media hanno strombazzato ai quattro venti che il DNA secondo la Cassazione è una prova, ma questo non è del tutto vero.

Una pronuncia del 2004 (Cass., Sez. I, 30 giugno 2004, n. 48349) aveva affermato che gli esiti dell’indagine genetica condotta sul DNA presentassero natura di prova, e non di mero elemento indiziario.

Questa pronuncia è stata ampiamente criticata dalla dottrina, perché apre le porte ad un arbitrio infinito dal sapore inquisitorio (nel senso storico del termine) in quanto, ovviamente, la prova del DNA sulla scena del crimine non può indicare nulla più che presenza, non colpevolezza.
Il tutto implica un pericoloso aggiramento dell’onere probatorio.

Tuttavia, la stessa Cassazione ha affermato che, “nel valutare i risultati di una perizia o di una consulenza tecnica, il Giudice deve verificare la validità scientifica dei criteri e dei metodi di indagine utilizzati, allorché essi si presentino come nuovi e sperimentali e perciò non sottoposti al vaglio di una pluralità di casi ed al confronto critico tra gli esperti del settore, sì da non potersi considerare ancora acquisiti al patrimonio della comunità scientifica” (Cass., Sez. II, 11 luglio 2012)

Nel 2013, la Cassazione si è contraddetta di novo, perché pur tornando alla pronuncia del 2004 sulla natura di prova e non di mero indizio del DNA ha fatto un correttivo, affermando che “peraltro, nei casi in cui l’indagine genetica non dia risultati assolutamente certi, ai suoi esiti può essere attribuita valenza indiziaria” (Cass., Sez. II, 5 febbraio 2013, n. 8434).

A questo punto, sarebbe interessante capire come potrà essere valutato il DNA nel caso in questione (ferme restando tutte le considerazioni di cui ai punti sei e nove del nostro dossier).

L’attuale vicenda ci ha regalato una serie di inversioni a U da parte di alcuni avvocati e criminologi (non tutti, per fortuna) che dopo una partenza cauta quando non espressamente garantista, forse nel timore di indossare vesti impopolari vista la tendenza mediatica globalmente colpevolista nel caso in questione, hanno ben pensato di balzare lestamente su un altro carro (il repentino cambiamento di opinione, mai motivato, avrà certamente giovato alla loro salute nonché, soprattutto, alla loro carriera).

In queste pagine abbiamo rimarcato a più riprese come la presenza del DNA non sia sufficiente, per una serie di ragioni tendente all’infinito, al superamento del ragionevole dubbio.

lv2

La nostra critica non è, dunque, rivolta alla scienza, ma alla mistificazione che tende a trasformarla in senso dogmatico e largamente irrazionale.
Nella prima parte del dossier è stato fatto notare, non senza un briciolo di ironia, che la traccia di DNA non solo non è suffragata da alcun elemento, ma se si dovesse ipotizzare la colpevolezza di Massimo Bossetti si arriverebbe a dei corollari assurdi, ad un quadro che fa acqua da tutte le parti.
Per dirla con le parole precedentemente utilizzate, ipotizzando la colpevolezza di Bossetti si dovrebbe prendere per buona una serie di circostanze “inverosimili e incredibili” che se davvero si fossero verificate in concomitanza sarebbero molto più uniche e singolari della sequenza di DNA!

L’amara impressione è che questa sia una storia alla quale la verità è negata.
L’indagine si è persa prediligendo lo strumento forense agli strumenti tradizionali che avrebbero potuto offrire piste molto più attendibili.
Lungi dalla volontà di stigmatizzare le indagini forensi, è comunque chiaro che queste ultime non possono sostituire i metodi d’indagine standard.

Il test del DNA dovrebbe, teoricamente, essere lasciato per ultimo, per confermare o smentire una pista già vagliata e considerata attendibile e congrua.
Invece, complici le difficoltà del caso, si è perso il lume della ragione e si è preferito escludere tout court la logica e spendere tanto tempo e denaro in una roulette russa alla ricerca della fonte di un’unica ed esigua traccia genetica che nulla diceva sul come fosse finita lì.

Viepiù che poco razionale in astratto, questo modus operandi si è rivelato ancor più problematico nel caso concreto, che di per sé avrebbe potuto suggerire come la traccia in questione fosse finita lì incidentalmente.
L’ipotesi più banale, essendo stato trovato il corpo in un luogo in cui notoriamente si recano dei tossicodipendenti e si esercita la prostituzione, era che la traccia fosse riconducibile ad una persona che andava a prostitute ovvero ad un tossicomane.

Non mi sembra ovviamente il caso di Massimo Bossetti, ma questa è solo una considerazione astratta che mostra quella che, a parere di chi scrive, è stata una pecca che ha compromesso l’esito delle indagini.

Se servirsi dei tradizionali strumenti investigativi per circoscrivere il campo e giungere ad un sospettato per poi procedere ad una analisi forense è un procedimento logicamente ineccepibile, lo è meno giungere ad un “presunto colpevole” (orribile espressione giornalistica che non dovrebbe trovare spazio nel nostro diritto) sulla base di una mera traccia genetica e chiuderlo in carcere, in isolamento, mentre si cercano in maniera spasmodica indizi (che non arrivano) per far quadrare i conti (che non quadrano).

La presentazione e lo sviluppo dei dubbi più evidenti su  questa storia che sembra più un brutto film, di quelli che non hanno un finale e lasciano lo spettatore libero di scegliere quale preferisce, piuttosto che una vicenda giudiziaria mi portano ad un’unica e spiacevole conclusione: l’Etica sociale è morta!

“L’Etica sociale investe una vastissima area della morale e tende a fissare i principi …necessari alla costruzione di un’ordinata convivenza civile, per cui la religione, il diritto, la filosofia, la politica, le scienze, la tecnologia diventano oggetto della sua indagine scientifica, nella misura in cui ciascuna di queste aree del sapere e della vita umana incide sull’uomo nel dettarne i comportamenti nella sfera pubblica.”

Ci siamo imbarbariti come mai prima  nella Storia, poiché se nei periodi storici più bui la giustificazione alle barbarie commesse si può ricercare nel contesto storico, nell’analfabetizzazione e nella difficoltà, per non dire nell’assenza totale, di comunicazione, al giorno d’oggi non esiste giustificazione alcuna.
Ma al di là della grossa svolta epica che ha portato l’avvento della comunicazione globale, usata male nella maggior parte dei casi, siamo davvero cresciuti come umanità?
Io non lo credo e il riscontro lo trovo proprio in situazioni del genere.
Un fatto di sangue è stato trasformato in un vergognoso e grottesco reality.

reality

Mi sono sempre rifiutata di seguire i reality dal momento che li trovo insulsi, offensivi per l’intelligenza, mere manifestazioni di malcostume e ignoranza paurosa.
Sono felicissima di non ritrovarmi a dover discutere con la massa su chi sia stato il più acclamato della settimana o su cosa sia avvenuto in una cucina di famosi piuttosto che su un’isola del Pacifico.
Fiumi di telefonate per digitare un codice tramite il quale i poveri fessi da casa si illudono di poter gestire le sorti dei loro eroi, compagnie telefoniche che brindano alla Dea della stupidità convinte, a ragione, che la madre degli stolti sia da sempre una miniera d’oro, pianti, lettere d’amore, annunci di matrimoni e di divorzi, madri e padri che investono le loro aspettative sui loro figlioli concorrenti e futuri “attoruncoli”, il tutto in un’atmosfera da giostre e carrozzoni, zucchero filato e popcorn; questi sono gli Italiani e forse non solo loro.
A questo scempio può essere ridotto un caso tristissimo di cronaca nera, dove silenzio, compassione, umanità, riflessione, tutela dei diritti, bisogno di verità scompaiono lasciando il posto a espressioni volgari, offese, violenza mediatica, pensieri scoordinati, desiderio di vendetta e sete di sangue come in una corrida.
E proprio come in un reality, tra un cimitero di congiuntivi, un’insalatona di concetti vacui, un fritto misto di parolacce, si muovono i “pupazzi” manipolati dalla regia, che mi piace immaginare come un domatore nano con frusta e cilindro, e si scatenano gli spettatori creduloni  alla stessa stregua ignoranti e addomesticati.
E la regia che fa?
Semplice!
Cerca di comprendere la tendenza di pensiero per sfruttarla a proprio vantaggio, manipola gli spettatori affinché il gioco desti sempre più interesse per poi concludersi come è già stato stabilito a-priori.
Nel “nostro” reality mediatico-giudiziario Massimo Giuseppe Bossetti non piace agli italiani ai quali è stato artatamente presentato in modo che non piacesse.
Per tornare al nostro titolo, la condanna del nostro secolo avverrà tramite televoto?
Ho azzardato un calcolo veloce prendendo come termine di paragone il numero di persone che compone il nostro gruppo facebook.
Siamo poco più di cento persone mentre una delle tante pagine colme di insulti e con ben poca informazione conta oltre mille aderenze.
C’è da sperare che il campione numerico analizzato sia così basso da non essere rappresentativo: stando a questi dati, infatti, solo il 10% degli italiani è disposto a concedere al sig.Massimo Bossetti perlomeno il beneficio del dubbio, risparmiandogli una immediata e dolorosa esecuzione.

La cosa triste è che Massimo Bossetti non è finito in questa situazione grottesca sua sponte: a mandarlo in “nomination” è stata quella “regia” che dovrebbe all’opposto garantire quantomeno l’imparzialità tra i “concorrenti”, e che invece si è palesata uscendo dalle quinte per sussurrare agli Italiani contro chi votare.

mikeb

Chissà se il buon vecchio Mike urlerebbe ancora: “Allegria!”

Sul test del DNA in ambito forense (da Forensic DNA Evidence: The Myth of Infallibility, di William C. Thompson)- Sintesi di Rocco Cerchiara

In questo blog abbiamo parlato più volte degli aspetti legati al valore indiziario/probatorio del DNA nel processo penale.
Avendo personalmente una formazione giuridica, mi sono espressa a più riprese sulla spinosa tematica dei rapporti tra “prova scientifica” e ragionevole dubbio; invece, per quanto riguarda gli aspetti più prettamente tecnico-scientifici della questione, mi è stato giocoforza, ovviamente, citare studi o affermazioni di terzi (è il caso ad esempio delle parole della Dott.ssa Marina Baldi e del Dott. Vincenzo Nigro, citate in precedenti articoli).

A scopo divulgativo, sono felice di poter inserire oggi una interessante sintesi del saggio Forensic DNA Evidence: The Myth of Infallibility, di William C. Thompson (University of California, Irvine – Department of Criminology, Law and Society), che contiene diverse osservazioni interessanti anche al fine di valutare meglio il caso relativo al signor Massimo Bossetti e che ci sarà molto utile, in alcune sue parti, per affrontare meglio la seconda parte del dossier Tra realtà e reality, tra processo giudiziario e processo mediatico, la condanna del nostro secolo avverrà tramite il televoto (prima parte), che vedrà la luce nei prossimi giorni.

La sintesi, a partire dal testo originale in Inglese, che inserisco in calce in formato pdf per gli interessati, è stata fatta da Rocco Cerchiara, iscritto al nostro gruppo facebook, che ringrazio tantissimo per l’impegno profuso ed il risultato.

Con l’auspicio che la divulgazione di questo materiale possa contribuire a sensibilizzare opinione pubblica e media sulla valenza non certo infallibile del DNA (che nel “nostro” caso, come abbiamo visto, ad oggi non sembra confortato da nessun altro elemento che appaia fondato né tantomeno univoco), auguro a tutti buona lettura,

Alessandra Pilloni

DNAsampleJail

La prova forense del DNA- Il mito dell’infallibilità (Prof. William C. Thompson)

Fin dall’inizio i promotori del test del DNA in ambito forense ne hanno dichiarato l’infallibilità, sostenendo che si tratta di test che producono il risultato esatto oppure nessun risultato.
Largamente acclamata come assoluta macchina della verità, pubblicizzata come test dalle infinitamente ridotte probabilità d’errore nelle aule di tribunale, la prova del DNA è stata usata sia per mandare in galera i colpevoli sia per scagionare persone innocenti cancellando ogni dubbio dalle teste dei giurati ormai convinti della sua assoluta autorità nel determinare chi ha fatto cosa.
Questa retorica dell’infallibilità ha giocato un ruolo chiave nel rendere accettabile per la gente la possibilità di banche dati nazionali del DNA: una persona innocente non ha nulla da temere nel farsi inserire nel database, il test del DNA è esatto.
Nel 2009 il Consiglio Nazionale della Ricerca ha rilasciato una relazione in cui afferma di aver trovato varie carenze nelle scienze forensi, gli analisti non si curano di limitare errori procedurali né di non farsi influenzare da pregiudizi…ma il rapporto tende ad escludere il test del DNA da queste critiche eleggendo anzi la genetica forense a scienza da prendere come esempio.
Certo il test del DNA è una prova molto forte, ma solo se ben eseguito nelle giuste condizioni, poiché a dispetto della sua fama, in realtà di errori ne vengono commessi parecchi e anche abbastanza spesso.
Uno dei tormentoni della retorica dell’infallibilità della prova del DNA in ambito forense è l’affermazione secondo la quale il test in sé non comporta possibilità di errore, se mai si verifica un errore si tratta di errore umano, ma la distinzione tra errore umano ed errore intrinseco del test è artificiale e fuorviante in quanto per commettere un errore l’umano deve necessariamente essere coinvolto nelle procedure per la conduzione del test e nell’interpretazione dei risultati.
Per coloro i quali hanno bisogno di stimare la validità della prova del DNA, giudici, giurati e addetti ai lavori, il problema non è tanto incolpare il test in sé o l’essere umano degli eventuali errori quanto stabilire quanto frequentemente gli errori si verificano e quali sono le misure necessarie a minimizzarli.
Il sopracitato report del Consiglio Nazionale della Ricerca è d’accordo col fatto che sia necessario determinare una media statistica degli errori nei test forensi e riconosce che tali errori possono manifestarsi in due modi: “I due campioni potrebbero effettivamente provenire da diversi individui il cui DNA sembra essere la stesso entro la capacità discriminatoria delle prove, o due diversi profili genetici potrebbero erroneamente essere considerati corrispondenti tra loro” e il report dichiara anche che “ entrambe le fonti errore devono essere esplorate e quantificate con lo scopo di giungere ad ottenere una statistica affidabile nell’ambito delle analisi del DNA ”.
Il report del CNR secondo l’autore tuttavia sbaglia nell’asserire che oggi disponiamo di sufficienti prove per accertare la probabilità di falsi positivi e sempre secondo il report uno dei motivi per cui la genetica forense è più affidabile di altre discipline è il fatto che “ le probabilità di falsi positivi sono state esplorate e quantificate in qualche contesto (seppur solo approssimativamente), ma il report non cita alcun dato al riguardo.

  • Tipi di erroreContaminazione dei  campioni biologici raccolti sulla scena del crimine :
    Non è infrequente la contaminazione dei campioni di DNA con materiale genetico proveniente da altri campioni o materiale cellulare del tutto estraneo proveniente, ad esempio, da addetti ai lavori che maneggiano i campioni con scarsa attenzione.
    La contaminazione dei campioni di DNA non di rado porta conseguenze disastrose non ultima la corrispondenza tra due campioni provenienti da persone diverse con conseguente accusa e condanna di innocenti.

    Il Fantasma di Heilbronn:
    La polizia tedesca impiegò innumerevoli ore ed ingenti fondi per dare la caccia e catturare la misteriosa donna il cui DNA era stato ritrovato su innumerevoli reperti sulle scene dei più svariati crimini, dalla rapina all’omicidio.
    Vennero anche offerti 300.000 euro di ricompensa a chi avesse fornito informazioni utili alla cattura di questa terribile minaccia alla società: come poteva viaggiare così rapidamente da un punto all’altro del paese e commettere ogni sorta di crimine senza mai essere presa?
    Semplicemente venne fuori dopo test approfonditi che il DNA proveniente da così tante scene del crimine apparteneva ad un’impiegata della fabbrica che produceva i tamponi di cotone con cui i campioni di materiale biologico venivano raccolti.
    Questo è un caso tra i più eclatanti, ma la contaminazione dei campioni è uno degli errori più frequenti nei laboratori in quanto può essere causato da chiunque maneggi il campione, dal tecnico che raccoglie materiale biologico sulla scena del crimine al tecnico che effettua il test in laboratorio.

    Errori nell’etichettare i campioni :
    Troviamo del DNA sulla scena del crimine, lo raccogliamo e lo cataloghiamo come appartenente ad Unsub1, abbiamo due possibili sospetti, il signor Rossi e il signor Marchi: chi dei due è il colpevole?
    Beh, semplice: facciamo un test e compariamo i loro DNA con quello  di Unsub1.
    Il test ci dice che Unsub1 e il signor Rossi sono la stessa persona, in quanto i due campioni di DNA coincidono con una probabilità di errore pari allo 0.
    Ma dalle indagini effettuate risulta che il signor Rossi nel momento in cui stava avvenendo il crimine si trovava con la famiglia al mare, e la famiglia lo conferma.
    Ha pagato lo stabilimento balneare con la carta di credito, il personale conferma la sua presenza così come anche quello dell’albergo… Lo hanno visto tutti il signor Rossi alla località balneare, ci ha passato una settimana intera. Allora come ha fatto a lasciare il DNA sulla scena di un crimine avvenuto a 300 km di distanza?
    Probabilmente c’è stato un errore nel catalogare i campioni e le etichette Marchi e Rossi sono state scambiate.
    In un caso come questo basta ripetere il test.
    Ma cosa succede se i campioni raccolti e catalogati durante una particolare indagine sono migliaia, perché si è deciso di comparare il DNA di Unsub1 con quello dei 20.000 abitanti di una certa zona?
    E cosa succede se un errore di catalogazione dei campioni viene commesso durante la compilazione di un archivio generale del DNA?
    Che succede se scambiamo il DNA trovato sulla scena di un omicidio con quello trovato sulla scena di una rapina mentre stiamo compilando il database?

    The Night Stalker:
    Londra, uno stupratore seriale ha commesso oltre 140 aggressioni sessuali lasciandosi dietro una lunga scia di materiale biologico; per fortuna, esiste il mezzo per inchiodare il colpevole tra i tanti sospetti ed indagati.
    Tra questi ci sono due omonimi, uno venne escluso, l’altro finì dietro le sbarre.
    Ci vollero mesi e mesi di ulteriori stupri e aggressioni sessuali  perché la polizia si rendesse conto che probabilmente c’era stato un errore e che The Night  Stalker era ancora a piede libero.
    Come nel caso dell’esempio dei signori Rossi e Marchi c’era stato un errore nella catalogazione dei campioni, facilitato dall’ omonimia dei due sospettati, ed era stato arrestato e condannato l’uomo sbagliato… Nonostante avesse un solido alibi.

    Errata “interpretazione” del profilo genetico:
    Sacramento, California, abbiamo un caso di stupro, ed abbiamo un campione di DNA estratto da materiale biologico raccolto dal seno della vittima.
    Da questo DNA il tecnico di laboratorio “sviluppa” un profilo genetico che viene confrontato con quelli raccolti e catalogati nel database della California e risulta corrispondente a quello di un uomo che vive proprio nell’area di Sacramento.
    Parte quindi un’investigazione più approfondita nei confronti di quest’uomo ma l’operazione anziché certezze solleva solo grossi dubbi, dunque un supervisore del laboratorio torna a studiare i report del test effettuato e scopre che il tecnico interpretando il profilo derivato dal campione aveva deciso che il campione conteneva una mistura di DNA provenienti da un maschio e da una femmina, mentre in realtà proveniva da due maschi.
    Quando un campione presenta DNA misti provenienti da diversi individui è difficile sia stabilirne il numero sia identificare i profili specifici, quando poi il materiale a disposizione è poco o degradato la possibilità di commettere degli errori d’interpretazione è altissima.
    In queste circostanze molto facilmente si verifica quello che gli americani chiamano “allelic dropout” che consiste nel non riuscire ad identificare tutti gli alleli dei contributori, cioè delle due o più persone i cui DNA sono mescolati nel campione e altrettanto frequentemente può verificarsi  l’ “allelic dropin” cioè si può essere ingannati dal ritrovamento di alleli incompleti o falsi alleli.
    Determinare quali alleli assegnare a quale contributore specialmente quando non si sa né quali alleli sono validi e quanti sono andati persi né quanti sono i possibili contributori rende molto difficile approdare ad una precisa identificazione dei medesimi in quanto il tipo di dati ottenibili e il numero di incertezze rendono l’esame un po’ troppo soggettivo e dipendente dalle capacità interpretative del tecnico piuttosto che da criteri solidamente oggettivi.

    Uno studio del 2011 ha messo alla luce l’alto grado di soggettività nell’interpretazione di campioni DNA misti e nella conseguente potenziale possibilità di false incriminazioni e condanne di innocenti :
    Itel Grior e Greg  Hampikian  chiesero a 17 analisti qualificati provenienti da altrettanti laboratori accreditati di valutare indipendentemente le prove basate sul DNA utilizzate per provare che un Georgiano aveva partecipato ad uno stupro di gruppo.
    Agli analisti vennero consegnati il profilo genetico del Georgiano ed i risultati dei test effettuati sul DNA prelevato dalla vittima dello stupro e non venne detto loro nient’altro su altri aspetti del caso eccetto le informazioni scientifiche utili all’interpretazione dei risultati del test e venne chiesto loro di giudicare unicamente con dati scientifici se il Georgiano dovesse essere incluso o escluso come possibile contributore del campione di DNA misto.

    Dodici analisti dissero che doveva essere escluso.
    Quattro giudicarono le prove non decisive e solo uno si trovò d’accordo con l’interpretazione che aveva causato l’incarcerazione del Georgiano e cioè che dovesse essere incluso tra i contributori.

    E’ interessante notare come differenti analisti giungano a conclusioni contrastanti pur utilizzando dati identici.
    Non era improbabile che gli analisti che avevano  testimoniato contro il Georgiano al processo fossero stati influenzati da materiale investigativo che già suggeriva la colpevolezza dell’imputato.

    Come identificare gli errori:

    Non sempre è facile provare che durante i test del DNA è stato commesso un errore, l’autorità e l’inconfutabilità attribuita alle prove basate sul DNA sono tali da far sorgere dei dubbi solo quando molte altre prove in qualche modo tendono a contraddirle.

    Timothy Durham venne accusato dello stupro di una bambina ad Oklahoma City.
    Durham al processo produsse 11 testimoni, inclusi i suoi genitori, che asserirono all’unanimità che mentre lo stupro avveniva, lui si trovava a Dallas, cosa confermata anche dalle ricevute delle carte di credito.
    Ma l’accusa aveva dalla sua l’identificazione da parte della vittima e prove basate sul DNA, quindi Durham venne condannato.
    Ma Durham ebbe fortuna: una parte del DNA prelevato dal seme ritrovato sulla vittima era ancora disponibile e la famiglia di Durham poteva permettersi le spese per rifare il test e così non solo lui venne escluso come fonte del DNA trovato sulla vittima ma venne dimostrato che il precedente test era sbagliato.
    Durham è uno dei tre uomini inizialmente incarcerati sulla prova del DNA e successivamente scarcerati perché i test effettuati inizialmente erano sbagliati.
    Gli altri due sono Josiah Sutton, incriminato a causa di un errore d’interpretazione del profilo genetico e Gilbert Alejandro incarcerato sulla base di un test volutamente falsato dall’analista.

    Non basta però rifare il test.
    Spesso gli errori originati da contaminazione dei campioni, cattiva catalogazione e coincidenze nella corrispondenza non vengono rilevati poiché il nuovo test semplicemente replica l’erroneo risultato del primo.
    In molti casi il primo test esaurisce il materiale genetico a disposizione e non rimane niente su cui rifare un nuovo test inoltre spesso chi è incriminato da prove del DNA difficilmente ottiene la possibilità di effettuare un altro test anche quando il materiale è disponibile.

    Altre volte gli errori vengono alla luce in seguito all’ammissione da parte del laboratorio che ha eseguito il test sbagliando:

    A Philadelphia nel 2000 tale Joseph McNeil venne accusato di stupro e sottoposto a custodia cautelare.
    Il suo profilo genetico corrispondeva a quello trovato in ben tre campioni prelevati dalla vittima: un tampone vaginale, un tampone della cervice uterina e una macchia di liquido seminale sulla biancheria della vittima.
    McNeil fu inflessibile nel dichiararsi innocente e rifiutò un conveniente patteggiamento.
    Il suo stesso avvocato trovava inconcepibile che un test del DNA eseguito su tre diversi campioni potesse rivelarsi sbagliato ma quando esperti indipendenti notarono delle strane discrepanze nei report, l’avvocato chiese e  ottenne l’accesso al materiale genetico perché si effettuasse un nuovo test ad opera di esperti di parte.
    Ne risultò che chi aveva effettuato il primo test aveva erroneamente scambiato i due campioni di riferimento, di McNeil e della vittima, e quindi il profilo genetico trovato in tutti e tre i campioni non era quello di McNeil ma quello della vittima stessa.

    Un terzo metodo per scoprire gli errori sono i test di competenza (proficiency  test).
    Nei laboratori accreditati gli analisti devono fare due test di competenza l’anno che generalmente consistono nella comparazione di campioni di DNA provenienti da fonti note.
    In genere gli analisti sanno di essere sottoposti a test ma non viene loro svelato il risultato esatto finché non hanno tratto le proprie conclusioni.
    Al solito  gli errori sorgono in seguito a contaminazione incrociata o erronea etichettatura dei campioni e talvolta per errata interpretazione di materiale genetico degradato in scarse quantità ma molti laboratori trattano i risultati dei test di competenza come riservati.
    Probabilmente le migliori fonti per ottenere dati inerenti gli errori nei test di competenza sono i report sulle contaminazioni stesse e quelli sulle azioni correttive, i quali vengono conservati da alcuni laboratori.
    Le linee guida fornite dalla FBI DNA Advisory Board raccomandano ai laboratori forensi di eseguire azioni correttive ogni volta che vengono riscontrati errori durante i test di competenza  o nei casi di studio e mantenere tutta la documentazione sulle azioni correttive.
    Molti laboratori ignorano queste linee guida  ma alcuni tengono accurate registrazioni nelle quali si descrivono dettagliatamente situazioni in cui i campioni vengono per esempio mescolati o parte del materiale genetico di un campione finisce su un altro causando falsi positivi.
    Seppur trattati normalmente come confidenziali questi dati possono essere rilasciati in seguito a specifici ordini del tribunale se utili in qualche caso specifico.
    Analizzando i suddetti report si può notare una non indifferente frequenza di errori dovuti alla contaminazione dei campioni con DNA estraneo, spesso di chi li maneggia o proveniente da altri campioni.
    Nel 2008 il Los Angeles Times ha ottenuto documenti sulle azioni correttive da vari laboratori della California trovando molti casi di errori dovuti alle suddette cause.
    Ad esempio tra il 2003 e il 2007 il Laboratorio della Procura Distrettuale della Contea di Santa Clara (California) trovò 14 casi in cui i campioni erano contaminati dal DNA di membri dello staff, 2 in cui erano contaminati dal DNA di sconosciuti e ben 6 in cui il DNA di campioni relativi ad un caso contaminava campioni relativi ad altri casi, tre reports rivelavano scambi di campioni, uno in cui gli analisti riportavano il risultato sbagliato e tre errori nel calcolare le statistiche da riportare in aula per descrivere ai giurati la rarità di un profilo genetico.
    Ma come già detto molti laboratori mantengono riservatezza sui reports relativi agli errori commessi e relative azioni correttive e molti di più ignorano le linee guida non documentando affatto, forse per poter mantenere intorno ai test forensi del DNA una certa aura d’infallibilità.

    Un episodio avvenuto a San Francisco nel 2010 supporta questa interpretazione :
    Un anonimo inviò al San Francisco Public Defender’s Office e alla American Society of Crime Laboratory Director’s Accreditation Board (ASCLD-LAB).
    L’autore della lettera supponeva che i managers del laboratorio di San Francisco avessero volutamente coperto un errore di scambio di campioni costituenti prove in un caso di omicidio.
    In seguito ad un’inchiesta avviata dalla ASCLD-LAB i manager negarono che tale errore fosse mai avvenuto ma un’ispezione rivelò che l’errore c’era stato e che i report erano stati falsificati per coprirlo.
    Simili incidenti sono stati riscontrati in svariati laboratori negli USA.

  • Gravi negligenze, cattiva condotta scientifica e frode

    Dalla metà degli anni 90 c’è un continuo flusso di notizie riguardanti negligenze, cattiva condotta scientifica e frodi nei laboratori forensi americani, e molti eventi coinvolgono il test del DNA.
    Uno dei più frequenti esempi di cattiva condotta è la tendenza a modificare i dati scientifici per  renderli più coerenti con quello che l’analista ritiene essere vero.
    Per esempio l’analista può omettere discrepanze minori (o che lui ritiene tali) tra due profili, problemi con le verifiche o altre incongruenze tra i risultati con la scusa di voler evitare di confondere avvocati e giurati con informazioni superflue e di scarsa importanza; il problema è che l’idea dell’analista su ciò che è vero (e quindi ciò che è rilevante) è spesso basata su informazioni investigative fornitegli da ufficiali di polizia e pubblici ministeri.
    Il fatto che spesso gli analisti siano ampiamente informati su fatti relativi al caso e al sospetto contribuisce a creare pregiudizio nell’analista stesso e di conseguenza influenzare la sua capacità d’interpretazione dei risultati del test, specialmente quando questi sono già  poco chiari a causa di campioni di DNA misti o con scarso materiale genetico o degradati, il pregiudizio interpretativo può del resto operare al di fuori della diretta volontà dell’analista :
    “questo tizio è accusato di stupro e la borsa della vittima è stata trovata nel suo appartamento è abbastanza ovvio quale sarà il risultato del test del DNA”.
    Molti analisti credono che a volte sia necessario forzare i risultati nella direzione desiderata poiché pensano che serva ad aiutare la polizia e togliere dalle strade “il tizio giusto” o spesso tendono a farlo per coprire i propri errori dovuti alla contaminazione dei campioni che come si è già detto sono abbastanza frequenti.
    Molti analisti sono stati licenziati in quanto sorpresi a falsificare documenti di laboratorio per coprire la propria negligenza nell’effettuare i necessari controlli di sicurezza e in particolare la presenza di falsi positivi dovuti alla contaminazione  e a nessuno piace l’imbarazzo professionale recato da report che documentano una frequente presenza di errori nel proprio operato e che mettono in pericolo la propria reputazione in fatto di competenza .
  • Corrispondenze casuali

    Gli impressionanti numeri che accompagnano in aula le prove basate sul DNA contribuiscono a sostenerne la fama d’infallibilità e il potere persuasivo.
    La cosiddetta Random Match Probabilities  (Probabilità di Corrispondenza Casuale) è il numero che rappresenta la frequenza di un particolare profilo genetico in una popolazione di riferimento.
    L’esperto di statistica Bruce Weir ha stimato che la probabilità che due estranei abbiano lo stesso profilo genetico è tra 1 in 200 trilioni e 1 in 2 quadrilioni secondo il livello di struttura genetica della popolazione.
    Numeri così enormemente piccoli rendono facile pensare che non valga neanche la pena di considerare le possibilità di errore… Ma per svariate ragioni è un’idea errata:Primo –  la RMPs  descrive solo la probabilità che due estranei a caso abbiano quel particolare profilo genetico  cioè una corrispondenza casuale, una coincidenza genetica… che è solo una delle possibili cause d’errore, ma non ha niente a che vedere con la probabilità che il profilo di cui si cerca la fonte corrisponda con quello della persona sbagliata per tutta la serie di motivi finora descritti (contaminazione, errata catalogazione, errata interpretazione, risultati volutamente falsati); in altre parole in nessun modo è garanzia che un certo tipo di errori non siano stati commessi.

    Secondo – probabilità così basse come quelle calcolate da Weir sono applicabili con un certo grado di sicurezza a situazioni ideali in cui il laboratorio trova una corrispondenza tra due profili genetici completi provenienti da due singole fonti di DNA.
    Ma abbiamo visto che sulla scena del crimine è molto più frequente trovare campioni contenenti materiale genetico incompleto  o degradato e profili DNA parziali che contengono pochi alleli (marcatori genetici) o misture di DNA provenienti da diverse fonti che non profili completi, chiari e nettamente definiti e spesso un profilo misto può arrivare a coincidere con quello della persona sbagliata (come abbiamo visto prima a proposito degli errori dovuti all’interpretazione soprattutto del materiale genetico misto).
    I laboratori per decifrare e definire un profilo DNA utilizzano una procedura nota in USA come Analisi STR (short tandem repeats) o analisi dei microsatelliti la cui descrizione è facilmente reperibile su wikipedia:

    Si definiscono microsatelliti (o short tandem repeats o STR, anche conosciuti come simple sequence repeats o SSR) sequenze ripetute di DNA non codificante costituiti da unità di ripetizione molto corte (1-5 bp) disposte secondo una ripetizione in tandem, utilizzabili come marcatori molecolari di loci. La loro presenza nel genoma umano non influisce per più del 3%, ma si pensa che comunque essi svolgano una funzione essenziale per la struttura dei cromosomi.
    I microsatelliti presentano un alto livello di polimorfismo e sono marcatori informativi negli studi di genetica di popolazione comprendenti approfondimenti dal livello individuale a quello di specie strettamente affini. Infatti, grazie allo studio dei microsatelliti, è possibile creare un profilo del DNA ( DNA profiling o impronta genetica ) grazie al quale individuare un individuo. Il confronto genetico potrà essere effettuato confrontando la diversa lunghezza dei microsatelliti presenti in individui differenti. Tali differenze caratterizzano il polimorfismo di ripetizione.Essi sono inoltre utilizzati come marcatori molecolari negli studi sulla duplicazione dei geni o sulla loro eliminazione e sulla selezione assistita da marcatori.

 

Analisi di microsatelliti
Negli USA esiste un database criminalistico del DNA, chiamato CODIS (COmbined Dna Indexing System), che prevede l’analisi di 13 STR presenti su 11 dei 23 cromosomi. I loci STR utilizzati nel CODIS, 13 su 11 cromosomi, sono:

STR        Cromosoma      Numero di ripetizioni

TAGA    5             da 5 a 16 volte

TCAT     11           da 3 a 14 volte

GAAT    2             da 4 a 16 volte

CTTT      4             da 12 a 51 volte

TCTG/TCTA        12           da 10 a 25 volte

TCTG/TCTA        3             da 8 a 21 volte

TCTG/TCTA        8             da 7 a 20 volte

TCTG/TCTA        21           da 12 a 41 volte

AGAT    5             da 7 a 18 volte

GATA    7             da 5 a 16 volte

TACT     13           da 13 a 16 volte

GATA    18           da 5 a 16 volte

AGAA   18           da 7 a 39 volte

 

Un altro marcatore, la amelogenina (AMEL) identifica il sesso dell’individuo, in quanto il gene è fiancheggiato da sequenze leggermente diverse sugli eterocromosomi X e Y, e determinandole, si può quindi risalire al sesso. Tutte le varie STR sono precedute e seguite da sequenze specifiche per ogni STR e identiche nei vari individui, tranne eventuali, rare mutazioni. Ibridando tali sequenze con primer, appositamente progettati per non interferire tra loro e per far risaltare le diversità di lunghezza delle varie STR, si sottopone a PCR. Ottenuta così una quantità di STR adeguata, l’elettroforesi capillare darà una serie di bande corrispondenti alle diverse lunghezze degli STR stessi. Confrontando tali bande nel DNA di un sospettato con quelle nel DNA reperito nella scena del crimine, si può arrivare ad una attribuzione o esclusione di responsabilità. Si noti che i cromosomi omologhi materno e paterno possono essere omozigoti o eterozigoti per la sequenza di STR: nel 1º caso avremo una sola banda per il marcatore, nel 2° invece due sfalsate, (e magari un po’meno marcate) in quanto diverso è il numero delle rispettive ripetizioni nell’omologo paterno e in quello materno.

La tabella 15.1 mostra il profilo A, un profilo completo su 13 loci, a confrontato con i profili B e C  che sono incompleti come spesso succede ai profili trovati sulle scene del crimine, a causa di degrado, poco materiale, mistura o presenza di contaminazioni fattori che rendono impossibile determinare il genotipo in ogni locus.
Poiché i profili parziali contengono meno alleli di quelli completi  essi sono più propensi a corrispondere a qualcuno per caso.
Le probabilità che un americano bianco scelto a caso abbia un profilo genetico corrispondente a quelli nella tabella sono di 1 su 250 miliardi per il profilo A, 1 su 2,2 milioni per il profilo B e 1 su 16000 per il profilo C.
Poiché i profili D ed E contengono più di due alleli per ogni locus si tratta di profili genetici misti provenienti da almeno due persone.
Il profilo A coincide con il profilo D, il che significa che il donatore del profilo A potrebbe essere uno dei contributori del profilo misto D… Ma lo stesso potrebbe valere per moltissimi altri profili.

Per esempio se osserviamo il locus D3S1358 l’eventuale contributore della mistura potrebbe avere uno qualsiasi di questi genotipi : 15,16; 15,17; 16,17; 15,15; 16,16; 17,17.

Quindi, visto che così tanti profili potrebbero coincidere con un profilo misto, la probabilità che un non contributore possa essere incluso come contributore e quindi come sospetto è enormemente più alta che in una situazione ideale di confronto tra profili completi provenienti da fonti ben distinte.
Inoltre quando profili incompleti come B e C sono anche profili misti la RMP può essere abbastanza alta da includere migliaia se non milioni di possibili sospetti.

Terzo: altra cosa da notare in relazione alle RMP basse come quelle calcolate da Weir è il fatto che si tratta di probabilità di corrispondenza tra profili di estranei che non hanno alcuna relazione di parentela col donatore del profilo preso in esame.
Ma in condizioni non ideali come quelle che si presentano in ambito forense il pool di possibili sospetti può tranquillamente contenere anche individui in vario grado imparentati tra loro.
In casi del genere la probabilità di corrispondenza casuale tra due profili può essere ben più alta di quelle suggerite dalle RMP.
Prendiamo di nuovo come esempio il profilo A nella precedente tabella: anche se questo profilo ha una probabilità di corrispondere con quello di una persona a caso che non sia parente del donatore di 1 su 250 miliardi, la probabilità di trovare questo profilo in un parente del donatore è assolutamente molto più alta:
Cugini: 1 su 14 miliardi, Zio, nipoti, zia:  1 su 1,4 miliardi, Genitore o figlio: 1 su 38 milioni, Fratelli : 1 su 81.000.
Possiamo quindi immaginare che in caso di profili misti o incompleti considerando gli eventuali gradi di parentela col donatore le RMP possono essere enormemente più alte.

Quarto – Il rischio di corrispondenza casuale di due profili è ancora più alto nel caso in cui il profilo corrispondente a quello del donatore venga cercato in un database nazionale contenente milioni di altri profili, senza contare che potrebbe corrispondere al profilo, contenuto nel suddetto database, di qualcuno che è già stato schedato per altri crimini.
Supponiamo di avere un profilo ottenuto da DNA parziale ritrovato su una scena del crimine e che nella popolazione generale questo profilo abbia una frequenza di 1 su 10 milioni, la probabilità che esso corrisponda a quello di un estraneo innocente  è di appunto 1 su 10 milioni.
Se coincide con il profilo di una persona già sospettata o incriminata in passato per altri crimini viene quasi spontaneo pensare che la corrispondenza non sia casuale.
Nelle ricerche in grandi database come quello del FBI (NDIS – National DNA Index System) che contiene più di 8 milioni di profili ci sono letteralmente milioni di possibilità di trovare una corrispondenza casuale, anche se ciascuno dei profili contenuti nel database corrisponde ad un innocente è altamente probabile che uno o più profili corrispondano al profilo del donatore che ha una frequenza media di 1 a 10 milioni nella popolazione.
Perciò una corrispondenza ottenuta in una ricerca del genere può ben essere accidentale, specialmente se non esistono altre prove che possano confermare un eventuale sospettato.
Quando la media stimata è di 1 su n dove n è un numero assai maggiore della popolazione del pianeta molte persone danno per scontato che quel profilo debba per forza essere unico…in realtà se la frequenza di un profilo è meno di uno ma non arriva allo zero non importa quanto raro il profilo sia. Per esempio se la frequenza di un profilo è di 1 su 10 miliardi la probabilità di trovare un duplicato in una popolazione di 250 milioni di individui non imparentati è di 1 su 40, considerando il fatto che ogni anno la migliaia di profili vengono confrontati con i milioni di profili contenuti nei database le probabilità di trovare corrispondenze casuali sono parecchio elevate… Soprattutto come accade la maggior parte delle volte se cerchiamo profili corrispondenti a profili parziali, degradati o misti che abbiamo trovato sulle scene del crimine.

Statistiche fuorvianti:
Talvolta gli analisti presentano statistiche fuorvianti che esagerano la validità della prova del DNA, ad esempio spesso quando il profilo di sospetto viene confrontato con un campione di DNA misto gli analisti presentano in aula la frequenza del profilo del sospetto piuttosto che quella dei profili che dovrebbero essere inclusi come possibili contributori alla mistura.
E’ una pratica fuorviante poiché il problema rilevante in una situazione del genere è la corrispondenza casuale con la miscela non la corrispondenza casuale col profilo del sospettato.
In un caso in cui il profilo del sospetto è A (tornando a prendere i profili della tabella 15.1 come esempio) e viene confrontato con una mistura come il profilo D la statistica rilevante è 1 su 790.000 non 1 su 250 miliardi.
Un problema altrettanto subdolo sorge nel momento in cui il profilo di un sospettato A viene confrontato con un profilo parziale in cui molti alleli (marcatori genetici) sono andati persi (allelic dropout) E, ogni reale discrepanza tra i profili significa che potrebbero non provenire dalla stessa persona, ma un analista potrebbe tranquillamente affermare che nonostante le discrepanze il sospettato potrebbe benissimo essere un contributore al profilo E.

Testimonianza fallace:
Talvolta succede che un analista in aula fornisca una testimonianza consistente in un errore logico noto come “fallacia del condizionale trasposto” o “fallacia del procuratore” che confonde la RMP con un’altra statistica, la Probabilità della fonte di provenienza che è la probabilità che la persona con un profilo genetico corrispondente a quello ricavato dal campione ritrovato sulla scena del crimine ne sia la fonte.
La RMP può essere calcolata dall’analista utilizzando unicamente i dati relativi al materiale genetico che sta analizzando, mentre l’altra statistica può essere calcolata solo sulla base di tutte le prove a disposizione anche quelle non scientifiche per cui anche se gli scienziati forensi possono presentare  la RMP ( se opportunamente calcolata ed espressa) è improprio per loro testimoniare anche sulla Probabilità della fonte, ma molto spesso lo fanno comunque.

Testo originale in pdf: SSRN-id2214379 (1)