Quando la malasanità incontra la malagiustizia nascono i serial killer

Articolo di Alessandra, Laura e Sashinka

È un luogo comune, ma quanto è vero che il sonno della Ragione genera mostri?
Passi l’ignoranza, perché nessuno è onnisciente, diversa è l’arroganza, quel brutto male dal quale nessuno è immune, che quando purtroppo attacca chi sulle spalle ha enormi responsabilità, che riguardino il campo della sanità o quello della giustizia, per citarne un paio, fa danni di indicibile portata.
Qualcuno ebbe a dire che “esiste un’ignoranza degli analfabeti ed un’ignoranza dei dottori”: non si accorse, purtroppo, del fatto che talvolta le due cose coincidono, e che è proprio quest’ultima forma di ignoranza, che tende a configurarsi non già come “mancanza di conoscenza” in senso etimologico, ma come supponenza, ad essere suscettibile di dare adito ai danni più gravi.

Ma andiamo con ordine e, dal momento che ignorare qualcosa come la giurisprudenza o la medicina non è da imputare come reato al cittadino di media cultura, come premessa chiariamo alcuni concetti in termini semplici e alla portata di tutti.

Il Tribunale del Riesame, anche detto Tribunale della libertà, è un organo collegiale chiamato a decidere in merito alla legittimità della richiesta di una misura coercitiva e più specificatamente nel caso di provvedimenti restrittivi della libertà personale emessi nei confronti di un indagato, provvedimenti questi che debbono rispondere ad una o più delle seguenti necessità e cioè scongiurare il pericolo di fuga, l’inquinamento delle prove e, cosa più grave, la reiterazione del reato, nonché presupporre la sussistenza di indizi “gravi, precisi e concordanti”.
L’avvocato difensore ha la facoltà di presentare istanza di scarcerazione nel caso il suo assistito si trovi recluso, o di annullamento di altra forma coercitiva, entro tempi prestabiliti dalla legge e il Tribunale del Riesame entro dieci giorni decide se accogliere l’istanza o rigettarla, riservandosi di comunicare entro trenta giorni, prorogabili a quarantacinque nei casi più complessi, le motivazioni della delibera.
Essere scarcerati dal Tribunale del Riesame non è garanzia di estraneità ai fatti imputati al soggetto.
Troppo spesso, in sede di programmi di intrattenimento, che dovrebbero limitarsi ad intrattenere senza avere la pretesa di fare giornalismo investigativo o l’audacia di vantarsi di apportare un contributo alle indagini, indagini che, scusate la lunga parentetica, dovrebbero essere protette da quel che un tempo dicevasi segreto istruttorio e non date in pasto al pubblico tra una ricetta e un gossip, il maldestro presentatore di turno, rappresentando il pensiero comune, se ne esce con l’infelice frase, trita e ritrita, che puntualmente scatena in me il desiderio di invitarlo a darsi all’ippica.
Il cliché di cui parlo è generalmente espresso con affermazioni di tal fatta: “Beh, se lo hanno scarcerato allora è innocente!”
Cliché, questo, che fa il paio con: “Se lo tengono dentro qualcosa c’entrerà pure e laddove non c’entri qualcosa sa.”
Questa affermazione, all’apparenza innocente, è pericolosissima, nella misura in cui presuppone l’esistenza di una verità assoluta ed incontrovertibile, sia dal punto di vista meramente procedurale sia da quello reale, che tradotta significa che tutti i detenuti (imputati in custodia cautelare, condannati in primo grado, appellanti, ricorrenti e definitivi) sono senza dubbio colpevoli dei reati loro contestati, così come tutti coloro che vengono scarcerati dopo essere stati privati della libertà personale per un periodo sono senza altrettanta ombra di dubbio innocenti.
E se è noto a qualsiasi studente di giurisprudenza, anche alle prime armi, che tra “verità processuale” e “verità storica” non sempre e non necessariamente vi è una effettiva coincidenza, anche chi non è avvezzo al diritto dovrebbe, sia pure intuitivamente e senza indulgere in tecnicismi terminologici, cogliere la differenza.
D’altronde, se chi studia diritto lo apprende dai libri, per tutti gli altri c’è sempre qualche malcapitato Giuseppe Gulotta a ricordarlo.
Ancora, non c’è niente di più sbagliato del confondere la custodia cautelare con una declaratoria anticipata di colpevolezza certa, e qui torniamo al concetto di ignoranza, termine usato nel suo significato etimologico e senza la volontà di offendere, letta nell’ottica di un passaggio che sfugge alle persone comuni che seguono la cronaca in TV e non masticano il diritto.
Un altro triste esempio è l’idea, spesso veicolata dai media, che un imputato che scelga di avvalersi del rito abbreviato stia di fatto, in tal modo, ammettendo implicitamente la propria colpevolezza.
Tale convinzione non è fondata, in quanto possono esserci tantissimi motivi che inducono a chiedere il rito abbreviato, che altro non è che un giudizio “allo stato degli atti”, senza l’ammissione di ulteriori prove.
Un giudizio di questo tipo, ovviamente, comprime i tempi del processo e, quasi in una sorta di “premialità” (seppure tale concetto sia improprio) per lo snellimento procedurale che ne deriva, garantisce al soggetto interessato, laddove si arrivi ad una sentenza di condanna, uno sconto di pena.
Ciò non implica che a chiedere il rito abbreviato siano e possano essere soltanto gli imputati consci di essere colpevoli: il rito abbreviato, ad esempio, può essere una scelta oculata e, nel contempo, evitare lungaggini processuali nel caso in cui il Tribunale del Riesame si sia precedentemente pronunciato abbattendo il quadro indiziario, in quanto, con buona approssimazione, si può ritenere che ove il Riesame non ravvisi elementi indizianti sulla base degli atti, non li ravviserà, sulla base degli stessi atti, neanche un altro tribunale.
Ma può trattarsi altresì di una scelta tristemente dettata da ragioni economiche: pensiamo ad un imputato che non abbia modo di potersi permettere indagini difensive per produrre in dibattimento elementi a proprio favore, e che comunque non possa sopportare economicamente gli oneri di un processo che si protragga per lunghi tempi.
In quest’ultimo caso, sì, spesso il rito abbreviato non è che l’anticamera di una condanna, condanne che però, spesso, non fanno che rivelare quante disparità, anche sotto il profilo economico, ancora colpiscono quanti non possono contare su una difesa davvero equa rispetto ai poteri della parte pubblica; rispetto al potere di pubblici ministeri che, sì, dovrebbero cercare, nel nostro ordinamento, anche elementi a discolpa degli indagati, ma che spesso (e, a quanto pare, volentieri) non lo fanno.

Perché il nostro è il Paese dei latin lovers, e talvolta pare che i colpi di fulmine si concretino nell’innamorarsi di tesi precostituite.

Ma, ai fini di entrare nel vivo della nostra trattazione, è bene per il momento lasciare da parte i tristi esempi di scarsa cultura giuridica e concentrarsi, piuttosto, sulle loro implicazioni.
In una società in cui i processi sono fortemente mediatizzati, il giudice ha difficoltà a pronunciare una sentenza di assoluzione nei confronti di un imputato ristretto proprio per l’impopolarità che ne può derivare e perché ha il timore di esporsi al giudizio del pubblico- e ciò non vale solo per i giudici popolari, ma anche per quelli togati.
Non sono in grado, qui, di esprimere con completezza il concetto di ‘opinione pubblica’, sia perché non è il luogo, sia perché non ci sono riusciti neanche gli studiosi.
Intendo, però, interrogarmi su una definizione convenzionale, per arrivare al dunque. Comunque, con i mezzi di comunicazione di massa, il concetto va piano piano frammentandosi e se già, prima, si avvicinava al verosimile, ora è ancora più distante dalla realtà.
E’ un po’ come la storia dei sondaggi, esprimono tendenze ridotte, dipende da chi sono commissionati, eccetera.
Detto ciò, considerando l’influenza che i media hanno sul pensiero individuale e collettivo, mi sembra oltremodo assurdo pensare che persone in carne e ossa, quali sono i magistrati, i giudici popolari e, insomma, gli attori della Giustizia, possano essere immuni da tale stessa influenza.
Pur non avendo la mania di essere assolutista, mi chiedo ad esempio perché – anche dopo la scarcerazione della signora Fausta Bonino, recentemente balzata, suo malgrado, agli onori delle cronache -, si continui a usare “killer” come aggettivo di “infermiera”. Cosa ne penserà l’opinione pubblica?
Dell’influenza della macchina del fango mediatica sull’animus del giudicante ho d’altronde detto più e più volte, dunque non vogliatemene per una affermazione tanto esplicita, che altro non è, ai fini della tematica che vorrei affrontare, che un corollario ad una triste realtà: il fatto che un indagato,o imputato, stia a casa anziché in carcere rende molto più facile pronunciare una sentenza di assoluzione, perché quando un imputato sta in carcere per anni in attesa di una sentenza definitiva, chi è poi il giudice che ha il coraggio di assolverlo?
La risposta cruda, ma vera, è quasi nessuno!
Può succedere, sia chiaro, però il linea di massima non accade perché in questi casi diventa molto più difficile ammettere l’errore; diversamente quando preesiste una pronuncia da parte del Tribunale del Riesame che non ha ravvisato i presunti elementi indizianti che avevano portato il soggetto in carcere, si può ben sperare che a maggior ragione non li vedrà un Tribunale di primo grado, una Corte d’Appello, o la Cassazione, e come conseguenza si avrà una maggior facilità nel pronunciare una sentenza assolutoria.
Non pensate che si tratti di un meccanismo macchinoso o complesso: il nodo della questione è semplicemente che a nessuno, individuo, collettività o sistema, generalmente piace ammettere i propri errori (anche se talvolta ammettere un errore è cosa ragguardevole e degna di plauso), e questa dinamica la si ritrova, in qualche modo, anche nel sistema giudiziario.
Così, talvolta, a differenza delle fiabe non troviamo un lieto fine: un’indagine preliminare condotta male si cristallizza in una misura cautelare (di cui, in Italia, vi è un abuso impressionante), ed infine in una sentenza di condanna.

E allora, il processo smette di essere ricerca della verità, certamente smette di essere ricerca della verità storica, ma in qualche modo smette anche di essere ricerca di una verità processuale che, specie nei casi in cui si parla di “prova scientifica” (ho citato più volte la cosiddetta sentenza Franzese), richiede comunque, al fine di essere accettabile, un alto grado di probabilità sul piano fattuale, e dunque un alto grado di credibilità razionale, e diviene invece nulla più che una sorta di profezia che si autoavvera.

Quando le cose assumono certe proporzioni, il peso dell’opinione pubblica già orientata verso l’innocenza rende più facile pronunciare una sentenza di assoluzione, tanto quanto un orientamento verso la colpevolezza rende più scontata una sentenza di condanna e alla base di tutto sta proprio la permanenza in carcere contro l’essere processato a piede libero.
Ora, deve essere certamente sottolineato che ogni caso giudiziario è un caso a sé e in quanto tale è ricco di peculiarità che lo distinguono da ogni altro, quindi noi ne confronteremo due per semplificare un discorso che diversamente diventerebbe ingestibile.
Siamo delle inguaribili romantiche, quindi uno dei due casi non poteva che essere quello che vede il sig. Bossetti, moderno prigioniero politico, unico imputato per l’omicidio Gambirasio sottoposto ad un crudele quanto inutile regime di custodia cautelare da quasi due anni.
L’altro caso che ha catturato il nostro interesse, come avrete intuito da un piccolo riferimento sopra, è quello che vede vittime un numero imprecisato di pazienti ricoverati presso l’ospedale di Piombino a cavallo tra il 2014 e il 2015.
La responsabilità con dolo di tali decessi è stata attribuita ad un’infermiera, al secolo Fausta Bonino, immediatamente ribattezzata “l’infermiera killer”.
Fa specie vedere come il pregiudizio alimentato dalla pressione mediatica cresca fino a raggiungere dimensioni ciclopiche, come degli stralci di intercettazioni telefoniche ed ambientali, riportate in forma scritta ed interpretate dai doppiatori delle solite trasmissioni “squalo” private quindi del giusto tono e snaturate, assumano tutt’altro valore prospettando scenari inquietanti dove personaggi degni di un noir si muovono furtivi tra le corsie seminando morte e terrore.
Per non parlare, poi, del fatto che sia emerso che alcune delle frasi attribuite, nelle trascrizioni di tali intercettazioni, alla signora Bonino, non siano neppure state pronunciate dalla medesima: in un contesto normale dovremmo gridare allo scandalo, ma ormai abbiamo capito da tempo di essere ai confini della realtà, e provare sentimenti di stupore dinnanzi a questo e altro è cosa ardua.
E non si deve pensare che la difficoltà nel provare autentico stupore sia semplice frutto di suggestione e sensibilità nei confronti di errori che, certamente, possono capitare.
Perché gli errori possono capitare, ma quando, come accade nella giustizia italiana, sono troppi, non sono più qualificabili come semplici errori, ma divengono piuttosto altrettanti campanelli d’allarme di un sistema che, evidentemente, non funziona.
Incriminata e tratta in arresto, la signora Bonino resta ristretta presso la Casa Circondariale di Pisa per ventuno giorni.
Le accuse che le vengono mosse sono terribili.
Una di queste, forse la più pesante e compromettente, si fonda su un’intercettazione che non lascia spazio ad equivoci, poiché è un chiaro tentativo di inquinamento delle prove ma verrà presto scoperto che proprio questa intercettazione è stata attribuita alla signora Bonino per errore.
In soldoni, grazie ad un provvidenziale errore di trascrizione, parole proferite da un’altra persona le sono state cucite addosso.
Piccolezze, cose che capitano, ça va sans dire.
Un altro punto cardine dell’accusa è la pericolosità sociale della Bonino, che non va lasciata libera perché soffre di bipolarismo, così ha dichiarato il P.M., che ha colto in questo modo l’occasione per ricordare la vecchia formula del “pericoloso a sé e agli altri” che ingenuamente credevamo di aver superato, più o meno, dai tempi di Franco Basaglia.
Questa verità incontestabile, ad ogni buon conto, la si legge anche nel bugiardino di un suo farmaco per l’epilessia, e cioè che uno degli effetti collaterali può essere la depersonalizzazione, quindi il magistrato rincara la dose asserendo che potrebbe uccidere anche il marito.
E, a questo punto, è necessario aprire un’altra parentesi.
Lo abbiamo scritto in incipit: non si può pretendere che l’uomo comune, che non abbia studiato medicina, sia a conoscenza di particolari nozioni mediche.
Tuttavia, se all’uomo comune viene spesso richiesta dalla legge l’accortezza del cosiddetto “bonus pater familias”, ho l’ardire di ritenere che la stessa accortezza dovrebbe essere utilizzata, a maggior ragione, da chi è investito di responsabilità enormi che si riverberano sulla pelle dei cittadini.
Il fatto che la signora Bonino soffra di bipolarismo, cosa non veritiera eppure strombazzata ai quattro venti da giornalisti che hanno dimostrato per giunta di ritenere il bipolarismo (noto disturbo del tono dell’umore) un disturbo consistente nello “sdoppiamento di personalità”, uno strafalcione che in tempi in cui l’ignoranza è una scelta non sarebbe perdonabile neppure alla proverbiale casalinga di Voghera, è stata presumibilmente desunta dal fatto che, soffrendo di epilessia, assume dei farmaci appartenenti alla classe degli anticonvulsivanti, che da anni vengono notoriamente utilizzati anche per il trattamento degli episodi di disturbo bipolare.
Questo non significa, ovviamente, che chi soffre di epilessia sia bipolare, né che chi è affetto da disturbo bipolare soffra di epilessia: significa solo, come può essere appurato da chiunque si informi con l’accortezza del “bonus pater familias”, che molecole un tempo utilizzate soltanto per la cura dell’epilessia hanno mostrato un’efficacia anche nel disturbo bipolare, e che di conseguenza sono attualmente utilizzate anche per il trattamento di episodi di quest’ultimo, che non ha nulla a che vedere con l’epilessia, né con lo sdoppiamento di personalità (sulla cui stessa esistenza nei termini in cui è stato descritto a livello mediatico, per giunta, non vi è neppure accordo nella comunità scientifica), né, ancora, con la depersonalizzazione, che è spesso un comune sintomo di disturbi quali ansia e depressione, consistente nella sensazione di essere “staccati” dal proprio sé, e non implica alcuna “doppia personalità” né tantomeno pericolosità sociale.
Non è raro, d’altronde, trovare tra le indicazioni terapeutiche indicate nei bugiardini dei farmaci una pluralità di patologie differenti.
A questo punto, sono molto felice che la signora Bonino, anziché di epilessia, non soffra di problemi di stomaco, che in compenso rischiano di scatenare un’autentica epidemia tra chi segue la cronaca giudiziaria: infatti, mi sovviene l’esempio di un noto farmaco (principio attivo levosulpiride, nome commerciale Levopraid) molto utilizzato per comuni disturbi gastrici e il cui utilizzo, di recente, è stato esteso, in posologie leggermente superiori, anche ad alcune forme di schizofrenia, oltre che al trattamento di episodi depressivi maggiori.
Non so, e francamente preferisco continuare a non sapere, se la differenza tra gastrite e schizofrenia sia chiara, e mi limito ad augurarmi che nessuna persona affetta da disturbi gastrici abbia, in un prossimo futuro, la sventura di essere coinvolta in un’indagine.
In un contesto in cui i processi si svolgono, oramai, sui mezzi di comunicazione, che spesso si spingono ben oltre il (sacrosanto) diritto all’informazione scadendo in una morbosità di pessimo gusto, e le conseguenti sentenze sono pronunciate a furor di popolo, il marchio dell’ignominia viene imposto anche così: attribuendo al malcapitato presunte (e spesso assolutamente infondate) patologie psichiatriche, per giunta spesso non conosciute né a chi emette ordinanze su questa base senza neppure sincerarsi di aver chiaro cosa sia un determinato disturbo, né alla grancassa addetta alla costante diffusione dei teoremi delle Procure di tutto lo stivale, da Trieste a Pantelleria.
Un meccanismo che ottiene il duplice risultato di creare il mostro mediatico da un lato, e di contribuire a rincarare la già abbondante dose di disinformazione e stigma nei confronti dei disturbi psichici dall’altro.

Un fatto, o meglio due fatti, che francamente ritengo non onorino la nostra civiltà giuridica, né le conoscenze scientifiche ad oggi acquisite, né, da ultimo ma non per importanza, i principi fondamentali di dignità umana (tanto degli indagati quanto delle persone affette da disturbi psichici che già subiscono stigma e pregiudizi, che si aggiungono al fardello delle loro sofferenze) che dovrebbero -condizionale d’obbligo- informare il nostro ordinamento.

“Questa verità incontestabile si legge anche nel bugiardino di un suo farmaco per l’epilessia e cioè che uno degli effetti collaterali può essere la depersonalizzazione quindi il magistrato rincara la dose asserendo che potrebbe uccidere anche il marito. Molte cose si sono dette dell’infermiera Bonino in questi giorni qualcuno ha anche parlato di problemi di alcolismo negati però dal suo primario. Nell’ordinanza contro di lei si leggevano queste frasi “coerenti e specifici indizi di colpevolezza, particolare spessore criminale, spiccata inclinazione a delinquere” poi la clamorosa decisione del Tribunale del riesame ne ordina l’immediata scarcerazione. L’infermiera resta comunque indagata ma la decisione del Riesame pesa come un macigno sull’impianto dell’accusa. Come mai l’ordinanza di carcerazione è stata annullata? Perché i gravi schiaccianti indizi di colpevolezza contro di lei si sono dissolti nel vento?”

Il brano virgolettato fa parte di un lungo servizio andato in onda qualche sera fa nella trasmissione “Quarto Grado”, e mette i brividi il fatto che ci si chieda con disarmante candore come mai i gravissimi indizi di colpevolezza sia siano dissolti nel vento.
Se è vero che l’innocenza non teme giudizio, lo è altrettanto che nessuna riabilitazione è possibile per chi è stato bollato dal pregiudizio, ed è così che anche stavolta gli Italiani si rivelano discepoli di una morale tanto ipocrita quanto bigotta.
Quando si è ingoiati dal sistema si può sperare di riconquistare la libertà ma ci si può scordare di recuperare la dignità.
Tuttavia, volendo salvare il salvabile, avere un buon difensore può fare la differenza tra l’essere dietro le sbarre, lontani dagli affetti e impossibilitati a dire la propria, o fuori dal carcere, che non sarà comunque il massimo se si resta indagati, ma di certo è meglio.
Se si ha la fortuna di essere rappresentati dalla dottoressa Cesarina Barghini, che ha dimostrato all’Italia intera di essere una professionista seria e in gamba, il destino processuale potrebbe prospettarsi più roseo.
Non posso esimermi dall’esprimere profonda ammirazione nei confronti di un difensore la cui motivazione e determinazione si sono dimostrate vincenti e sono andate a segno, ottenendo la scarcerazione della propria assistita in un lasso di tempo brevissimo durante il quale, lette accuratamente le carte, quelli che erano elementi di colpevolezza sono stati completamente stravolti e interpretati come, se ci è concessa la licenza poetica, “indizi di innocenza”.
Certamente la vicenda non si chiude con la scarcerazione ma che si vada a processo o meno la signora Bonino non languirà in carcere, e fino al terzo grado di giudizio sarà libera.
Come detto in principio non esistono verità assolute.
La storia dell’infermiera e del suo scrupoloso e coscienzioso difensore dimostra che avvocati degni di essere chiamati tali esistono e dimostra ancora che non servono super mega pool, bensì basta una singola persona che prenda a cuore il caso, che legga le carte (cosa che, per quanto possa sembrare strano, non sempre avviene), che sappia fare il suo lavoro, e i risultati si vedono, e si vedono nell’immediato.
E’ assurdo presentare decine di istanze alla cieca senza aver studiato gli atti a dovere, perché istanze incapaci di far passare un messaggio chiaro saranno prevedibilmente rigettate con puntualità e si ritorceranno, l’una dopo l’altra, contro il malcapitato malamente assistito.
Nel caso Bonino si è arrivati ad una risoluzione, sia pure temporanea, veloce e quasi indolore, efficace al punto di far stralciare in venti giorni appena un’ordinanza di custodia cautelare- e questo è un dato importantissimo per chi vuole coglierne la valenza.

Vero è anche che nel caso Bossetti tanto ha pesato l’intervento maldestro del Ministro della Giustizia, qui tante volte biasimato, al punto che persino Gianluigi Nuzzi, in uno slancio di garantismo e cautela, ha paragonato la scritta “KILLER IN CORSIA” che campeggiava alle spalle degli Ufficiali dell’arma durante la conferenza stampa alle parole del Ministro che annunciava con orgoglio che era stato arrestato l’assassino di Yara Gambirasio e che stavolta, per fortuna, si è perlomeno risparmiato di annunziare urbi et orbi via Twitter che, finalmente, i pazienti dell’ospedale di Piombino potevano star tranquilli.

Lo abbiamo anticipato: siamo romantiche.
Ed è per questo che abbiamo fatto la scelta titanica di incentrare il presente articolo su due casi con un notevole numero di differenze.
Tra le tante differenze, tuttavia, un punto comune è innegabile ed è quello dell’archetipo del capro espiatorio che, puntualmente, torna a farci visita nei casi giudiziari che affrontiamo in questa sede.
Il capro espiatorio, storicamente legato alla antica tradizione ebraica, descritta nel Levitico, nella quale il sommo sacerdote, nel giorno dell’espiazione, caricava tutti i peccati del popolo su un capro, che veniva poi mandato nel deserto, oggi è diventato la metafora per eccellenza di chi venga a trovarsi coinvolto in indagini sin dal principio lacunose, contraddittorie e basate su elementi suggestivi anziché autenticamente indizianti.
Il deserto è tutto ciò che resta al malcapitato, intorno al quale viene fatta terra bruciata a suon di gogna mediatica.

E se Pisa, che nel medioevo era, insieme a Lucca, un autentico faro nell’ambito della medicina, ora sembra a dispetto del progresso aver perso dimestichezza con la materia, pare che Bergamo non se la cavi meglio per quanto concerne la matematica.
Sul fatto che in natura il DNA mitocondriale di Massimo Bossetti non possa essere sparito da una traccia di DNA al medesimo attribuita sulla base del nucleo, ho già detto e scritto fiumi di parole e, pertanto, preferisco non ripetermi oltre lo stretto necessario a riannodare i fili del discorso.
Mi preme, tuttavia, richiamare l’attenzione su alcuni elementi che qualcuno sembra ancora non vedere, o forse non voler vedere.
Nella “certa attribuzione” al signor Bossetti della traccia di DNA in disamina ,mi pare, infatti, che stiano sfuggendo alcuni elementi di particolare importanza che denotano che tale certezza non sia postulabile.
Qualcuno dopo aver letto alcuni degli articoli e pensieri sul caso Bossetti presenti in questo blog, ha preferito rispondere con offese gratuite disseminate qua e là in rete, senza mai curarsi, però, di rispondere nel merito alle tesi ivi proposte.
A costoro, ma anche a quanti siano mossi da autentico desiderio di riflettere sull’argomento, il primo, umile consiglio non può che essere quello di rileggere molto attentamente l’ordinanza di custodia cautelare in cui sono analiticamente riportati gli esiti delle analisi, e di soffermarsi ancor più attentamente sulle percentuali.
Non si potrà infatti fare a meno di notare immediatamente due cose, ben poco opinabili, trattandosi di dati numerici: la prima è che la compatibilità tra Bossetti e Ignoto1 sulla linea materna è nettamente inferiore a quella in linea paterna; la seconda è che la percentuale di compatibilità globale è sì elevatissima ma solo se la random match probability è riferita a soggetti non imparentati, e questo è ovvio.
Se nel parlare del DNA mitocondriale non coincidente con il DNA nucleare è stato in questa sede ribadito più volte che tale fenomeno, che non può estrinsecarsi in natura è di conseguenza, per forza di cose, o un fenomeno dovuto ad errore (doloso o colposo) umano, o spia del fatto che la corrispondenza ravvisata nel DNA nucleare non è certa, è invece stato fino ad oggi soltanto richiamato en passant il fatto che la cosiddetta random match probability così come espressa negli atti relativi all’inchiesta sul caso Yara Gambirasio, ha il valore attribuitole unicamente se si prende in considerazione la corrispondenza ravvisata tra il DNA nucleare di Massimo Bossetti e quello di Ignoto1 e la si compara con quella tra Ignoto1 ed un soggetto scelto a caso nell’ambito della popolazione (vedi anche l’articolo La festa è finita, liberate Bossetti).
La random match probability, tuttavia, può subire distorsioni, anche notevoli, nel caso in cui l’ipotetico soggetto terzo sottoposto a comparazione con Ignoto1 non sia un soggetto casualmente scelto tra la popolazione, ma un soggetto appartenente alla medesima sottopopolazione o, a maggior ragione, imparentato.
Ora, pare di capire, dalle stesse percentuali espresse con tanto zelo e dovizia negli atti, che il vecchio adagio latino secondo il quale “mater semper certa, pater numquam”, nel caso in disamina vada capovolto, in quanto l’unica certezza (escludendo ipoteticamente l’errore umano) è che Massimo Giuseppe Bossetti è figlio, come Ignoto1, del fu Giuseppe Guerinoni, mentre sul rapporto di filiazione tra la signora Arzuffi e Ignoto1 paiono sussistere dubbi di non poco conto.
Se qualcuno ha fatto notare che solo il DNA nucleare fornisce una identificazione della persona, in quanto il DNA mitocondriale si limita a dare, essendo identico in tutto il ceppo materno, “un indirizzo” (sic), non mi sembra di scadere nell’ironia inopportuna e gratuita se faccio notare che, perlomeno, tale indirizzo non dovrebbe appartenere ad un’altra persona.
Non si comprende, peraltro, per quale ragione se del DNA mitocondriale non importa nulla a nessuno, i consulenti della Procura di Bergamo si siano barcamenati in una clamorosa arrampicata sugli specchi cercando delle (im)possibili spiegazioni al fenomeno, giungendo perfino al tentativo di cambiare ex post le carte in tavola suggerendo che il DNA in disamina fosse riconducibile, a differenza di quanto sempre sostenuto, non ad un commisto sangue-sangue, ma ad un commisto sangue-sperma.

Una tesi, questa, già smentita dai test diagnostici, cosa che infatti, oltre un anno fa, venne fatta notare dal giudice Mocciola del Tribunale del Riesame, nella sua ordinanza, sia pure di rigetto, di cui si allega di seguito un piccolo estratto:

riesamemocciola

Posto che invece, a chi scrive, non piace che le carte in tavola vengano cambiate a posteriori al fine di supportare una tesi precostituita, è necessario a questo punto parlare anche del DNA nucleare, e fare un rewind, al fine di comprendere meglio la questione delle percentuali sopra accennata.
Infatti, se come ironicamente anticipato, in questo caso è il “pater” ad essere “certus”, sulla “mater” di Ignoto1 permangono parecchie perplessità, non solo per il mitocondriale che non appartiene alla madre dell’imputato né di conseguenza all’imputato, ma anche per la compatibilità nucleare di Ester Arzuffi rispetto a Ignoto1, del 99,999%.
Una percentuale, questa, che no, non è prossima alla certezza (è una percentuale certa quella della paternità, che si aggira nell’ordine dei miliardi), ma una percentuale che in termini matematici significa che vi è 1 possibilità su 100.000, che un dato soggetto abbia analoga compatibilità (senza considerare ulteriori possibili effetti distorsivi in popolazioni specifiche, quali possono essere quelle della Val Seriana): questo significa che anche al netto di effetti distorsivi dati dall’appartenenza a specifiche sottopopolazioni ogni 200.000 persone ve ne sono 2 con la stessa compatibilità nucleare registrata tra Ester Arzuffi e Ignoto1, ogni 300.000 persone ve ne sono 3 e via dicendo (ma soprattutto oltre 11 nella provincia di Bergamo, che ha 1.108.762 abitanti) .
Questo significa, in parole povere, che non può essere escluso che vi sia un altro figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni, il quale ha potenzialmente decine di madri compatibili nella regione Lombardia, ed il quale dunque potrebbe avere anche il DNA mitocondriale giusto al posto giusto, essendo figlio, come Massimo Bossetti, del Guerinoni, ma non, a differenza di Bossetti, della signora Ester Arzuffi.
Nel riflettere sulle tante stranezze del DNA di Ignoto1 e del suo DNA mitocondriale non appartenente a Bossetti, con il senno di poi, non si può neppure tralasciare un’altra stranezza: ricorderete tutti il genetista Fabio Buzzi, a capo del Dipartimento di genetica forense dell’Università di Pavia, il quale, qualche giorno dopo il fermo di Bossetti, disse in TV che anche i peli rinvenuti sul cadavere della povera Yara erano riconducibili a Bossetti.
Come è noto, la notizia fu subito smentita dalla stessa Procura di Bergamo: la falsità della dichiarazione è poi stata confermata ufficialmente più di un anno fa quando la famosa perizia venne finalmente depositata.
Perché dare importanza, oggi, ad una notizia smentita da più di un anno?
Forse molti non se ne sono accorti, ma tale questione, ormai dimenticata, in realtà è oggettivamente di fondamentale importanza: nessuno, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, può davvero credere che un illustre professore scelga di -perdonate il Francese!- sputtanarsi volontariamente illustrando dati falsi coram populo per dieci minuti di notorietà in TV.
Ergo, non sembra poi ipotesi così peregrina quella che davvero sulla scrivania del professore in questione passò qualche foglio con dati “errati”, o meglio giusti, secondo i quali quei peli effettivamente coincidevano con quelli di “Ignoto1”, che però (a differenza di quanto si riteneva in quei giorni) non è Massimo Bossetti.
Come è possibile?
La questione è semplice: quei peli erano senza bulbo, ergo fu sequenziato il solo dna mitocondriale.
E sappiamo che”Ignoto1″ ha un dna mitocondriale non coincidente con quello di Bossetti, per cui è ben possibile che i peli in disamina siano compatibili con Ignoto1 ma non con Massimo Bossetti, avendo quest’ultimo un DNA mitocondriale diverso..
Sono sempre stata del parere che il solo dna non sia sufficiente ad incriminare nessuno: ma se qualcuno, oltre ad una traccia biologica, ha lasciato anche i suoi peli, allora le cose potrebbero cambiare.
Peccato che, ancora una volta, alla Procura di Bergamo pare non importi nulla di trovare il “proprietario” di reperti piliferi e dna mitocondriale volante.
Alcuni di quei peli erano perfino dentro gli abiti della povera vittima: quisquilie, perché il capro espiatorio è già stato assicurato alla giustizia e la folla chiede il suo sangue.
E se lascio ad altri, ed in particolare a chi titolato, l’onere di riflettere su eventuali possibili implicazioni dei fatti sopra richiamati ai fini dell’ipotesi “errore” (o di altra ipotesi), è difficile esimersi dal ravvisare come una non compatibilità mitocondriale, di per sé altamente problematica, unita alle perplessità che destano questi dati numerici e non, lasci aperto non uno spiraglio, ma un intero portone a possibili spiegazioni alternative che nessuno sembra interessato ad approfondire, neppure, e lo dico con enorme dispiacere, il Tribunale, che ha rigettato la richiesta di una nuova perizia.
Ed ancor più singolare quanto sopra mi pare nel contesto di una traccia di natura biologica anomala (sembra sangue ma non è, non sembra sperma e non lo è a meno che non sia utile a spiegare che ci sia un mitocondrio di meno), con mtDNA anomalo, con degradazione selettiva anomala.

Una serie di anomalie così singolari -soprattutto laddove presenti in contemporanea- da far impallidire perfino la pretesa “singolarità” della sequenza di nucleotidi in grado di privare un uomo della propria libertà.

Viene allora da pensare che non avesse poi tutti i torti Sciascia, quando suggeriva che dovrebbe far parte della formazione di ogni magistrato la permanenza, sia pure solo per qualche giorno, in carcere, ai fini di comprendere personalmente il significato della privazione della propria libertà e, di conseguenza, le implicazioni delle proprie scelte.
Ma i tempi dei grandi pensatori, evidentemente, non sono immuni agli attuali tempi di crisi, e tra buttachiavi e processi celebrati in pubblica piazza prima ancora che nelle aule dei tribunali, diviene impresa titanica non rimpiangere anche Enzo Biagi, che ai tempi del caso Tortora fu il primo a distaccarsi dalle sottane della Procura, osando proporre un titolo che diceva tutto: “E se fosse innocente?”.
Mi piace pensare, però, che quei tempi non siano finiti, e che voci ostinate e contrarie continuino ancora a levarsi quando ad essere in gioco sono i diritti fondamentali dell’individuo, ed è con questa speranza che ho scelto, oggi, di parlare di Massimo Bossetti e di Fausta Bonino.
Due vicende in qualche modo agli antipodi, ma per altri versi caratterizzate dagli stessi elementi di pressapochismo e, mi sia concesso l’azzardo, da ciò che appare quasi come la poca voglia di ricercare autenticamente la verità.
Forse, in qualche modo, è lo stesso sistema giudiziario, nel quale (e non a torto) sempre meno Italiani hanno fiducia, ad aver smesso di avere fiducia in se stesso, prediligendo il comodo rifugio di una superficialità strombazzata dagli strilloni mediatici, alle mani callose e sanguinanti che implica lo scavare alla ricerca di risposte accettabili.
E di fronte ad un tale scempio, non resta che sperare che l’Italia sia rimasta, perlomeno, terra di santi, affinché “tra un puttino e una colonna, una colonna e un puttino”, per citare Totò in quella che -ahimè- non è più una commedia, possa almeno beneficiare dell’unica cosa che potrebbe restituirle il proprio status di “culla del diritto”: un miracolo.
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Lo strano caso del muratore che acquistava materiali edili

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“Le mie notti sarebbero un solo incubo al solo terribile pensiero di un innocente che sconta tra i tormenti crudelissimi una colpa che non ha commesso.”

(Emile Zola)


Articolo scritto a quattro mani con Sashinka Gorguinpour.

I miei quattro lettori si saranno ormai abituati all’anticonformismo del blog: in fondo, non è poi così comune, in tempi di forche a buon mercato, sostenere la presunzione di innocenza di un cittadino; per questo, sono certa che sapranno cogliere senza incomprensioni di sorta l’irrinunciabile sfumatura ironica del titolo odierno.
Sono stati gli antichi greci, in fondo, ad insegnarci che spesso l’ironia consente di rivelare più verità di quanto non permetta un discorso troppo serio.
La commedia attica, con la sua vitalità tratta da spunti quotidiani, con la sua ritualità simposiaca e le sue invettive mordaci, aveva una funzione apotropaica: l’inserzione della dimensione comica nella trattazione di tematiche intrinsecamente serie (dalle guerre alle carestie, dalla politica al sistema giuridico) era tesa ad allontanare i mali che, volta a volta, si denunciavano.

“Ingiuriare i mascalzoni con la satira è cosa nobile: a ben vedere, significa onorare gli onesti”, è questa una delle frasi più celebri del grande commediografo Aristofane.

In questo blog, come i nostri lettori ben sanno, non siamo soliti ingiuriare nessuno, e non intendiamo cambiare rotta ora: eventuali considerazioni salaci sono dunque da considerarsi espressione di un semplice diritto di critica.

Eppure, man mano che seguo questa intricata vicenda, comincio ad essere colta da qualche dubbio.
Non fraintendetemi: in oltre cento giorni di carcerazione preventiva, il signor Massimo Bossetti non ha mai vacillato, e meno che mai ho vacillato io nel difendere il suo sacrosanto diritto alla presunzione di innocenza.

Il dubbio che mi assale è d’altro tipo.

Certo, mi rendo conto del fatto che rivendicare il diritto al dubbio sia, di questi tempi, cosa abnorme.
Lo spettro del dubbio, a quanto pare, non inficia neppure la premura di voler “riconoscere” come furgone di Massimo Bossetti un furgone ripreso da una telecamera di sorveglianza, per giunta in un orario non compatibile con il delitto, palesemente diverso, se non fosse per l’avere in comune un dettaglio a dir poco risibile: un catarifrangente non di serie, con buona pace della fanaleria incompatibile (a tal proposito vedasi
Obiezione, Vostro Onore: a tre mesi dal fermo di Massimo Bossetti, ancora non ho capito quali siano i “gravi indizi” a suo carico!).

Seguendo il filo logico in disamina, se io avessi una Mercedes con l’adesivo “Bimbo a bordo” ed una telecamera riprendesse una Punto con analogo adesivo, ciò basterebbe per dire che la Punto ripresa è in realtà la mia Mercedes.

D’altronde lo si è capito sin dall’inizio: in quest’inchiesta non c’è spazio per il dubbio, il dubbio è antipatico e per natura un gran guastafeste, soprattutto dopo aver sciorinato certezze apodittiche che dopo l’entusiasmo iniziale si mostrano prive di riscontri oggettivi.
Ma io sono dubbiosa per natura, e nell’ultimo periodo un dubbio in particolare non mi dà pace.
Vedete, cari lettori, io sono sempre stata convinta di essere dotata di un buon quoziente intellettivo, ed allo stesso modo mi è sempre stata riconosciuta una certa conoscenza e padronanza della lingua italiana.
Giorno dopo giorno, nell’imbattermi nelle “notizie” ed indiscrezioni su questa vicenda, però, mi capita di pensare di non essere in grado di comprendere quanto leggo.

In data 24 settembre, ho avuto modo di leggere un articolo pubblicato sul Corriere a firma della signora Fiorenza Sarzanini.

Questo articolo ha una una caratteristica molto particolare, per la quale non posso che fare i miei più sinceri complimenti all’autrice (che qualora volesse rispondere al mio disappunto, può farlo pubblicamente lasciando un commento in calce all’articolo): lo si può leggere per decine e decine di volte consecutive senza capirne il significato ed i nessi di causalità (o anche meramente logici) sottesi.
A quanto pare, un muratore ha acquistato del materiale edile, e nello specifico un mc di sabbia, dal suo solito fornitore e c’è una fattura che lo dimostra.

Ma andiamo con ordine: l’articolo, nel rendere edotti i lettori del fatto che non sussiste alcun dubbio sulla corretta identificazione di Ignoto1 anche se la traccia biologica lasciata dall’assassino (sic) è di origine non accertabile, ci informa del fatto che quindici giorni dopo la scomparsa di Yara Massimo Bossetti avrebbe acquistato un mc di sabbia a Chignolo, ossia da quello da tre mesi sappiamo essere il suo fornitore abituale.
Certamente un grave indizio di colpevolezza, corroborato dal fatto che a distanza di ben quattro anni non ricordi (rectius, non sia in grado di spiegare) l’uso cui l’acquisto era destinato.
Cosa aspettiamo allora, signori, a buttar via la chiave una volta per tutte?
Un muratore ha acquistato un tipico prodotto usato nell’edilizia e a distanza di quattro anni non ricorda il cantiere di destinazione!
Un fatto che vale di per sé una condanna all’ergastolo, anzi, mi chiedo a questo punto perché non riportare in auge i fasti della gloriosa vigenza della pena capitale.
Certo, è vero che la pena di morte è resa vieta nientemeno che dalla nostra Costituzione, ma visto il clima di enorme rispetto per i principi costituzionali (tra i quali è annoverata la presunzione d’innocenza) che da qualche tempo a questa parte si respira in Italia, sono sicura che i presupposti per invocare una modifica costituzionale ricorrano tutti.
D’altro canto, restano ben poche alternative dinnanzi a un muratore che acquista materiali edili: dopo un atto tanto anomalo e scriteriato, non potrà che essere colpevole.

Titolo e sottotitolo dell’articolo meritano di essere riportati paro paro.

articolo_sarzanini

Infatti, ci danno due notizie eclatanti: la prima è che Bossetti è già “imputato” (perché non anche condannato, a questo punto?), la seconda è che la fattura indicherebbe che abbia visitato il campo in cui fu trovata la piccola Yara: probabilmente si tratta di indicazioni tipiche delle fatture della bergamasca, giacché non mi risulta che le fatture rechino menzione del proprio eventuale tragitto o passaggio in un campo.
Eppure questa fattura lo indicherebbe.
Anzi, non solo lo indicherebbe, ma lo indica senza ombra di dubbio: basti guardare l’assenza di condizionale nel titolo.

I più attenti si saranno chiesti quale dovrebbe essere, di grazia, il valore indiziante di un simile elemento.
Il fatto che un muratore acquisti un mc di sabbia non è indizio di nulla più che del normale espletare un’attività legata al proprio lavoro.
Il passaggio a Chignolo potrebbe avere una valenza indiziaria se Chignolo non fosse un paese pressoché limitrofo al comune di residenza dell’indagato e se l’indagato non fosse stato solito acquistare materiali edili proprio a Chignolo.
L’acquisto di un mc di sabbia avrebbe (forse) rilevanza se l’indagato non fosse un muratore, ovvero se sul luogo del delitto fosse stata trovata della sabbia.
Tali requisiti minimi non sono soddisfatti, dunque un articolo ci ha informati del fatto che Massimo Bossetti acquistava materiali pertinenti alla sua attività: se siamo arrivati al punto di voler vedere del torbido anche in questo e se davvero la Procura si muove su questa linea e non si tratta di mere pontificazioni giornalistiche, mi chiedo francamente come si possa anche solo pensare di rinviare a giudizio un cittadino con elementi di questo tenore, che ad un giudice attempato potrebbero perfino causare una qualche funesta reazione di shock emotivo.

A ciò deve essere aggiunta una ulteriore considerazione: la recente testimonianza di Iro Rovedatti, pilota della protezione civile che sorvolando il campo di Chignolo a bassa quota non vide mai il corpo di Yara, che ove presente si sarebbe dovuto vedere, sembra aprire nuovi interrogativi sul luogo del delitto stesso, che molto verosimilmente (come qui abbiamo ipotizzato sin dall’inizio) non è Chignolo.
Anche qualora si ipotizzasse che il signor Rovedatti non abbia visto il corpo, resta infatti molto difficile credere che la medesima “cecità” abbia colpito anche i suoi colleghi.

Per quanto riguarda la sicumera con la quale la signora Sarzanini non esita ad attribuire la traccia biologica all’assassino, in questo blog è stato rimarcato ad nauseam il fatto che il DNA, specialmente in una traccia unica, non dimostra ovviamente colpevolezza, e posto che è trasportabile se ne deduce che non dimostra neppure (necessariamente) contatto diretto; posto poi che non è databile, possiamo dire ancora che non è elemento sufficiente neppure per collocare temporalmente una persona sulla scena criminis.

A livello mediatico, si è parlato di DNA come prova schiacciante, poiché è stato detto che “il DNA non mente”; purtroppo, però, ci si è dimenticati di aggiungere che il DNA non dice ciò che ci si vuole sentir dire, e nello specifico non dice come e quando sia arrivato lì.

Il fatto che il DNA possa essere trasportato, non solo dolosamente, ma anche in via del tutto incidentale, implica che sulla scena del crimine o sul corpo della vittima possano essere isolate tracce biologiche di persone del tutto estranee al delitto: la casistica giudiziaria internazionale contempla perfino casi di tracce biologiche rinvenute sotto le unghie delle vittime e rivelatesi esito di trasporto.
Anche un oggetto, come un’arma sporca, può veicolare sulla scena del crimine il DNA di un precedente utilizzatore non coinvolto a nessun titolo nel delitto.

Dopo aver posto tutti questi elementi, poniamo ancora che è di recente trapelato in modo finalmente chiaro, come ammette (bontà sua) la stessa signora Sarzanini, che la traccia biologica di “Ignoto1” è di origine “non accertabile”: ciò significa, in Italiano, che può essere qualsiasi cosa, incluse sostanze (esempio più banale, urina) che di per sé si dimostrerebbero intrinsecamente slegate dall’azione omicidiaria.

Il DNA può rivelarsi un elemento importante per le indagini, ma di per sé non è né prova di colpevolezza né, tantomeno, prova schiacciante, e se non contestualizzato in maniera critica rischia di condurre a tentativi grossolani di risolvere indagini sulla base di congetture che, puntualmente, finiscono per non reggere al dibattimento o per portare a sentenze di condanna che, lungi dalle certezze richieste al diritto, portano con sé dubbi che pesano come macigni.

Da un punto di vista strettamente giuridico, quanto detto sopra porta alla logica constatazione che l’esame del DNA reca una conoscenza meramente indiziaria, risultando indizio (e non “prova”), tra l’altro, di mera presenza sulla scena criminis e non di colpevolezza per omicidio.

Ed una tale conoscenza, da sola o rimestata con elementi ai limiti del ridicolo, non rende accettabile un simile accanimento mediatico-giudiziario, né il fatto che un uomo sia in carcere da più di tre mesi.

Ci si aspetterebbe, infatti, visto l’accanimento di stampo persecutorio che da tre mesi colpisce un uomo e la sua famiglia, che ci siano perlomeno delle prove dotate di un certo grado di attendibilità a suo carico.
Una tale aspettativa è però vanificata dalla semplice lettura del’ordinanza di custodia cautelare, che definisce ripetutamente i presunti fatti richiamati come “probabili”, “non illogici” e “suggestivi”.
Eppure non dovrebbe essere una mera “probabilità” e “non illogicità”, né tantomeno una qualche forma di “suggestione” a poter costare, in uno stato di diritto, la privazione della libertà ad un cittadino.

E’ notizia di pochi giorni fa che la Cassazione, nelle motivazioni alla sentenza di assoluzione nei confronti di Raniero Busco, per il delitto di Via Poma, ha stigmatizzato il fatto che la condanna di primo grado si fosse basata su mere congetture.
Qui abbiamo parlato spesso del carico di dubbi che tende sempre ad accompagnare il processo indiziario, ma è bene sottolineare che la congettura, per definizione, non è neppure “indizio”, ma supposizione possibilmente infondata che trae legittimazione da altre supposizioni altrettanto infondate.
Nel caso di Massimo Bossetti, è difficile perfino distinguere indizi e congetture da quello che spesso appare come puro e semplice gossip.

Proprio a proposito della fine del calvario di Raniero Busco, leggevo una sua intervista su Il Tempo.
Una frase, in particolar modo, mi ha colpita:
«Un incubo durato sette anni. E il fatto di aver voluto collaborare con la Giustizia si è ritorto contro di me. “Ci servono le sue dichiarazioni spontanee”, mi disse il pm nel 2004. Poi mi fecero bere un caffè, tenendo da parte la tazzina. Io volevo dare una mano, invece nel 2007 mi hanno indagato per l’omicidio di Simonetta. Sono andato da loro tante volte, tante…ho ripetuto sempre le stesse cose. E loro non mi hanno creduto. Uno che ha la coscienza pulita come me pensa che, se dice la verità, gli crederanno. Invece tutto quello che ho detto è stato usato contro di me».

Mi sembra di vedere il ripetersi della medesima storia, insomma, e non solo in relazione alla questione delle “congetture”.
Ripenso a come, negli interrogatori di Massimo Bossetti, perfino le “contraddizioni” relative ai suoi spostamenti di quattro anni prima gli vengano ritorte contro senza criterio e, mi si perdoni, come già precedentemente evidenziato, senza alcuna logica: forse, sarebbe più opportuno che il signor Bossetti evitasse di rispondere a certe domande, perché ogni sua risposta in buona fede viene puntualmente rigirata ad usum delphini.

Si tratta di cose che, per sua natura, nessun essere umano può ricordare senza dare adito a confusioni/contraddizioni puntualmente usate contro di lui.
Un colpevole ricorda cosa ha fatto nel pomeriggio di quattro anni prima, se ha compiuto un delitto probabilmente conserva ricordi nitidi sia del “prima” sia del “dopo”, in quanto trattasi di momenti connotati da una imprescindibile “particolarità”.

Un innocente, invece, va da sé che non può ricordare, meno che mai senza confusioni di sorta, cosa ha fatto nel giorno X dell’anno Y.
Nessuno di noi lo ricorda.
Può provare, sulla base delle sue abitudini, a ipotizzare un quadro verosimile dei propri spostamenti.
Ma se quanto dichiara gli viene puntualmente ritorto contro (nessuno che faccia la semplicissima constatazione del fatto che l’alibi migliore di Massimo Bossetti sia, paradossalmente, il fatto di non avere un alibi: per lui era una giornata come tante, e ovviamente non può ricordare con esattezza cosa ha fatto!!!), allora è meglio non parlare.
Quando si finisce nel tritacarne della giustizia, specie se c’è una certa premura di avere un colpevole ad ogni costo per salvare la faccia, bisogna aver paura, soprattutto -per quanto mi dolga dirlo- se non si è colpevoli.

Ce ne dà prova nuovamente il Corriere, che dimostrando di trovarsi davvero poco a proprio agio con i dizionari della lingua italiana, presenta il mancato riscontro di uno spostamento di quattro anni prima indicato da Massimo Bossetti in un interrogatorio in questi termini:

“Bossetti non andò dal meccanico”
Barcolla anche l’ultimo alibi.

Autrice dell’articolo è la signora Giuliana Ubbiali, la stessa che si prese la briga di portare all’attenzione del popolo italiano i gossip su una presunta infedeltà coniugale.

Ora sono io, cittadina nata nel paese del garantismo che spesso suole definirsi culla del diritto, a voler fare una domanda alla signora Ubbiali: cos’è, secondo la lingua italiana, un alibi?
Potrei riportare la definizione data dallo Zingarelli, ma per non farla giocare “fuori casa”, ho deciso di servirmi del dizionario online del Corriere stesso, che riporta la seguente definizione:

“Prova della propria estraneità a un reato, consistente nel dimostrare che al momento in cui veniva commesso ci si trovava in un luogo diverso”.

Vede, signora Ubbiali, io non so se Massimo Bossetti quel giorno sia stato o meno dal meccanico: personalmente, non ricordo cosa ho fatto il 26 novembre di quattro anni fa, e penso non lo ricordi neppure lei.
Questo semplice elemento, mi fa pensare che anche Massimo Bossetti abbia il diritto di non ricordarlo e di confondersi, non senza evidenziare, inoltre, che non sempre il fatto di andare dal meccanico è provabile: non necessariamente viene fatta una fattura e, anche qualora venisse fatta, sono certa che secondo il Corriere sarebbe comunque indizio di colpevolezza.
In quel caso il titolone sarebbe stato con ogni probabilità: “Massimo Bossetti incastrato da una fattura: era a Brembate il giorno del delitto”.

Resta però un fatto: la ricostruzione degli spostamenti di Massimo Bossetti in quella giornata non costituisce “un alibi”, perché è noto sin dal deposito in cancelleria dell’ordinanza di custodia cautelare il fatto che per quella sera, ossia per il momento in cui si è consumato il delitto, Massimo Bossetti non abbia mai dichiarato di avere un alibi, e che la ricostruzione degli spostamenti riguardi le ore precedenti.
Presentare la notizia in questo modo significa suggerire ai lettori qualcosa di intrinsecamente falso, lasciando intendere che Bossetti sostenesse di avere un alibi e sia stato smentito.

Il diritto di cronaca non può spingersi alla creazione di realtà parallele, né al suggerimento di un quadro diverso da quello effettivo.

Ad ogni nuova notizia, sento ormai dentro di me che il vizio dei pennivendoli, asserviti a “logiche patologiche”, in cui la paura di non appartenere è più forte del bisogno di bere e mangiare, non mi fa più alcun effetto.
Si tratta ormai di notizie vuote, oltre che trite e ritrite, quasi volgari nel loro ripetersi.
Quei trafiletti, ma anche quei lunghi articoli, per più della metà riempiti dalle 5 W del giornalismo, hanno esaurito anche i sinonimi che servirebbero da aggettivi qualificativi per il termine “svolta”.
Grande, clamorosa, impressionante, incredibile, eccezionale, strepitosa, sensazionale.

Così tanto eclatante per un solo fatto: ogni svolta di questa inchiesta, riportata dalla stampa, io la trovo invece semplicemente “rumorosa”, “fragorosa” e “chiassosa”.
E’ da oltre tre mesi che ogni giorno, secondo i giornali c’è una svolta clamorosa.
Eppure, non appena si prova a valutare la situazione con occhio critico, ci si accorge non senza un certo stupore che da altrettanto tempo l’indagine è palesemente ferma nel suo stringere un misero pugno di mosche.
Verrebbe da pensare, tanto per restare in tema di metafore stradali, che le clamorose svolte avvengano su una rotonda, che riporta sempre ed invariabilmente al punto di partenza.

Come diceva una iscritta al nostro gruppo facebook, probabilmente i “forcaioli” sembrano di più perché urlano più forte, imbrattano di commenti i forum, intervengono costantemente e a sproposito, vogliono esserci e sono determinati a esserci.
Dilagano, sono puntuali e sputano sentenze con enorme facilità.
Noi, mi permetto questo plurale, siamo sempre qui, a rivendicare la presunzione di non colpevolezza per tutti quelli che sono stati mangiati vivi da una macchina troppo uguale a se stessa per non chiedersi se, forse, in lei c’è qualcosa che non vada.
Probabilmente non ce ne rendiamo conto, ma siamo esattamente più forti, e per forza non intendo niente più che capacità di non credere all’incredibile “perché sennò il mondo non mi accetta”.
Solo a un certo punto ho avuto un cedimento, quando tra tutti gli scoop degli ultimi giorni, ho scorto un paio di frasi, commoventi.
Venivo a conoscenza della prima telefonata tra Bossetti e suo figlio.
Mi ha stretto lo stomaco, ho provato un profondo sentimento di tristezza.
Ho ripensato al Garante della Privacy, intervenuto per ammonire uno dei giornali più conosciuti del paese, secondo in Italia per diffusione.
Ho avuto nostalgia dei bravi giornalisti, quelli che non si fermavano alle apparenze, che approfondivano, che andavano oltre.
Quelli che mai e poi mai si sarebbero permessi di approfittare di una disgrazia, fino a ledere con la mannaia la dignità umana, quelli che avevano scelto questo lavoro per un principio di libertà e di visione critica della realtà.
Perché questo caso non interessa solo quell’uomo e la sua famiglia, ha a che fare con ognuno di noi, con i principi costituzionali, con la scelta che facciamo come persone.
Il garantismo non è faciloneria e non è una parolaccia, è uno strumento nobile e potente, se usato con criterio.

Sbagliano i blog, i siti “riporta notizie” e, perché no, gli altri quotidiani, a credere che il Garante della Privacy abbia imposto il fermo alla diffusione dell’articolo di Repubblica ove sono riportati stralci dell’interrogatorio a Massimo Bossetti, per i particolari sulla vita sessuale tra l’indagato e la moglie.
O non hanno letto il contenuto del divieto, o la nostra società è andata oltre il solito immaginario di squallore.
Ancora qualche giorno fa, dopo l’intervento del Garante, Quarto Grado riportava stralci di interrogatorio, per giunta calati in una nuova ridicola pantomima con un attore che interpretava Bossetti.

Non ci sarebbe nulla di nuovo se i media avessero sputato addosso a moglie, madre, suocera e parenti vari, lo stanno facendo dal giorno del fermo.
Il Garante della Privacy è intervenuto perché l’indecenza ha toccato anche un minore, la mancanza di pietas ha valicato ogni confine e di un adolescente si è tentato di fare scempio.
Quando una nazione che si crede civile non è più in grado di tutelare i suoi cittadini più piccoli, significa che la ferita è profonda, dilagante, forse insanabile.
Chi ha mai detto che gli inquirenti, in un caso così delicato, non debbano indagare?
Lo sappiamo tutti che per sviscerare la realtà di un atto criminoso bisogna andare a fondo, denudare il cittadino interessato e scavare nei meandri della sua vita privata.
Non siamo stati di certo noi a dire a chi di dovere di non fare il proprio lavoro, anzi!
Poi, però, salta fuori il “diritto di cronaca”, anche questo sacrosanto, inviolabile, senza il quale una repubblica diverrebbe dittatura.
Ma il diritto di cronaca che cos’è?
Ci sono gli armadi della vergogna, ci sono i segreti da mantenere sotto chiave per secoli e c’è il diritto di raccontare al mondo gli affari di un ragazzino già martoriato dalla tragedia capitata alla sua famiglia.
Ebbene, dobbiamo chiarirci le idee.
La vita di questo innocente è già stata messa a dura prova, ma ora, grazie a questi signori che impugnano la penna come fosse la spada nella roccia, lo è una volta di più.

Non sono stupita del tutto, non ho mai pensato che in Italia infanzia e adolescenza fossero protette dalla violenza dell’adulto, però credevo ci fosse una certa differenza tra alcuni “giornaletti” – tipo quello che si spinge fino a modificare i tratti somatici e i capelli della giovane vittima di questa storia drammatica – e un quotidiano che deve il suo nome alla Rivoluzione portoghese dei Garofani, in conseguenza della quale fu abbattuta una delle più temibili dittature europee e che è secondo per diffusione in Italia.
Invece pare proprio di no, sembra sia scomparsa quella linea di demarcazione tra serio e ridicolo, che sia stata cancellata dalla brutta malattia del secolo, il denaro.
Sempre che sia questo il motivo, sempre che il “diritto di cronaca” non stia seguendo altri scenari a noi sconosciuti, ma siccome non amiamo il complottismo, ci fermiamo prima e stendiamo il nostro “J’accuse”, sul terreno che possiamo vedere, non sulle immagini sbiadite di sentieri ignoti.
Infine, per tornare su un punto già trattato, ma non digerito, questa stampa che ci è toccata in sorte, non ha fatto diversamente con la sorella dell’indagato.
Raccogliendo tutti i modi condizionali della lingua italiana ha orribilmente messo in dubbio che questa donna fosse stata aggredita, quando c’erano addirittura dei testimoni che hanno paura di parlare.
Una donna sola e indifesa, minacciata una prima volta, strattonata una seconda e riempita di calci la terza sotto gli occhi di tutti, dopo il danno, ha subito anche la beffa di quelli che rivendicano il proprio diritto calpestando quelli degli altri.

Qui continueremo, dunque, a rivendicare un solo imprescindibile diritto: quello di dubitare.

Talvolta si parla del principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” come un portato dei paesi di common law: non è così.
Non ho grandi tendenze al patriottismo, meno che mai negli ultimi tempi, ma vale la pena di ricordare che era italianissimo il compianto Prof.Federico Stella, eccelso giurista le cui elaborazioni hanno costituito la base dottrinale della sentenza Franzese (2002) che ha sancito alcuni principi fondamentali di civiltà giuridica, fungendo da antidoto alla valutazione acritica ed arbitraria, insita di fallacie, della cosiddetta “prova scientifica”.

La sentenza Franzese è stata volta a volta definita come antidoto contro l’esclusione del contraddittorio in relazione alle prove scientifiche, antidoto contro la totale discrezione del libero convincimento del giudice e antidoto contro la deriva tecnicistica del processo penale.
Intervenne poi il legislatore, che con la cosiddetta legge Pecorella ( L. 46/2006)  positivizzò finalmente in un testo di legge un sommo principio di civiltà giuridica: l’oltre ogni ragionevole dubbio.
Venne così finalmente superato, almeno formalmente, il cosiddetto metodo individualizzante che, ai fini dell’accertamento della responsabilità penale dell’imputato, focalizzava maggiormente l’attenzione sull’intuizione del giudice: se non vi è certezza o quasi certezza di colpevolezza occorre assolvere, come si predica ormai, spesso, evidentemente a vuoto, in tutte le aule accademiche nostrane.

Come ho già detto in più circostanze, il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio implica che debba essere pronunciata sentenza assolutoria in tutti i casi in cui esista una spiegazione alternativa rispetto a quella accusatoria, e non è richiesto che tale spiegazione alternativa superi a propria volta il ragionevole dubbio, dovendo semplicemente essere e possibile in rerum natura e non impossibile o estremamente improbabile nel caso concreto.
Quando i Tribunali si discostano da questa interpretazione (che tra l’altro è l’unica che si può coerentemente ricavare dalla legge) e sembrano di contro sposare una sorta di “dubio pro culpa” (contra legem), puntualmente partoriscono mostri giudiziari.

E’ invalsa la distinzione (giurisprudenziale e di parte della dottrina) tra dubbi “interni” ed “esterni”.
Il “dubbio interno” è quello che rivela l’autocontraddittorietà dell’ipotesi del
pubblico ministero (ipotesi incoerente) o la sua incapacità/insufficienza esplicativa (l’ipotesi dell’accusa spiega solo alcuni fatti, ma non tutti i fatti necessari per un giudizio di colpevolezza); il “dubbio esterno” è invece quello che contrappone all’ipotesi dell’accusa una tesi alternativa, che non abbia la mera caratteristica della possibilità logica ma anche, come dicevo, il fatto di non essere del tutto improbabile nel caso concreto.
Negli elementi relativi a Massimo Bossetti sussistono sia dubbi interni sia dubbi esterni: la ricostruzione dei fatti dell’accusa è intrinsecamente contraddittoria, come dimostra il continuo appigliarsi ad elementi opposti nel tentativo (non riuscito) di dimostrare la stessa cosa, e gli “elementi” non hanno alcuna univocità, in quanto passibili di interpretazioni non solo differenti, ma perfino molto più logiche di quelle accusatorie.

L’unica vera domanda, allora, non è perché un muratore abbia acquistato un tipico materiale usato nell’edilizia né perché non abbia ricordi precisi di una giornata di quattro anni prima come la restante popolazione mondiale, ma piuttosto: cosa ci fa Massimo Bossetti in carcere?

Su quali basi è in carcere?
Non si tratta di una domanda retorica, ma di una questione già approfonditamente affrontata in precedenza.

E’ forse in carcere sulla base di una spesa di tre milioni di euro che ha portato al nulla più assoluto perché, dopo l’entusiasmo per l’identificazione di “Ignoto1”, da tre mesi si ha bisogno di blandire il pubblico consenso correndo dietro a gossip familiari, a notizie ridicole come acquisto di materiale edile (da parte di un muratore), e dando in pasto alla stampa interrogatori in cui si scandaglia la vita intima di un uomo, in completa violazione della dignità umana e della segretezza degli atti?

Lo abbiamo detto tante volte e lo ribadiamo: l’onere della prova incombe sull’accusa, e se la Procura non è in grado (come è ormai evidente) di provare, e di provare “oltre ogni ragionevole dubbio”, la colpevolezza di Massimo Bossetti, Massimo Bossetti non deve stare in carcere, ma in casa propria con la sua famiglia e i suoi bambini.

E’ inaccettabile che se si non riesce a dimostrare la colpevolezza per un delitto si cominci a prendere per il naso l’opinione pubblica spacciando corbellerie per indizi, nonché a scavare nella vita intima altrui per poi darla in pasto a 60 milioni di Italiani, contro ogni decenza e buon senso.

Per concludere, è a dir poco imbarazzante constatare come le tanto decantate indagini “avvenieristiche” sembrino basare le proprie ricostruzioni nientemeno che sui detti popolari, come il vecchio adagio in virtù del quale “l’assassino torna sempre sul luogo del delitto”.
A questo punto, perché non tirar fuori dal cilindro anche il  ben più celebre “l’assassino è sempre il maggiordomo”?
Vero è che, in questo caso, il proverbio non collimerebbe con l’attuale indagato.
Sempre che, beninteso, non vada bene anche sostituire “il maggiordomo” con “il nipote della domestica”.

E in fondo, ironia a parte, non mi sorprenderei se andasse bene anche una tale sostituzione: d’altro canto, in un contesto nel quale non ci si fa scrupolo ad attaccarsi alle più grottesche insulsaggini, sarebbe davvero così strano, pur di avere un “colpevole” ad ogni costo, provvedere ad adeguare alla bisogna anche i proverbi?

Ecce homo, ecce mutanda!

“Nelle Catilinarie Cicerone non avrebbe avuto bisogno di disegnare una immagine del nemico, perché del complotto di Catilina aveva le prove.
Ma lo costruisce quando, nella seconda orazione, dipinge ai senatori l’immagine degli amici di Catilina, riverberando sul principale
accusato il loro alone di perversità morale:

Individui che bivaccano nei conviti, che stanno allacciati
a donne svergognate, che illanguidiscono nel vino, pieni
di cibo, incoronati di serti, cosparsi di unguenti, debilitati
dalla copula, vomitano a parole che bisogna far strage dei
cittadini onesti e incendiare la città. […] Li avete sotto gli
occhi: senza un capello fuori posto, imberbi o con la barba
ben tagliata, vestiti di tuniche sino alla caviglia e con le
maniche lunghe, avvolti da veli e non dalla toga… Questi
“fanciulli” così graziosi e delicati hanno imparato non
solo ad amare e a essere amati, a danzare e cantare, ma
anche a brandire pugnali e somministrare veleni.”

(Da “Costruire il nemico”, di Umberto Eco)


Articolo scritto a quattro mani con Sashinka Gorguinpour. Un ringraziamento particolare alla Dott.ssa Chiara Rimmaudo per la segnalazione dell’interessante articolo su Il Chimico Italiano, al Dott. Gennaro Francione per i suoi interventi nel gruppo facebook riguardo processo indiziario e profili di dubbia costituzionalità della carcerazione preventiva, ma un grazie anche a tutti gli altri utenti che costantemente interagiscono, pubblicamente o in privato, fornendo spunti di riflessione, discussione e approfondimento.

A due mesi e mezzo dal fermo di Massimo Bossetti, mentre i dubbi continuano ad essere infinitamente maggiori delle certezze, una cosa, e solo una, è davvero chiara.
Mi riferisco all’andamento delle notizie, sempre inesorabilmente lo stesso (lo abbiamo visto in relazione ai reperti piliferi, al furgone, ora alla presunta pedopornografia con l’apprezzato intervento demistificatore del Dott. Paolo Reale): ogniqualvolta sembra saltar fuori un nuovo elemento, prima se ne parla tanto, troppo.
Poi, puntualmente interviene un esperto che smonta la questione.
E allora tutto torna a tacere.

Intanto, però, la notizia infondata è stata data in pasto all’opinione pubblica, e nessun dietrofront potrà mai cancellare un dato inserito nell’impietoso circuito mediatico.

D’altro canto, come potremmo pretenderlo in un contesto di disinformazione in cui c’è chi è disposto a credere che i pedopornografi, che notoriamente usano server super criptati saltando da un server all’altro ogni 10 secondi da New York a Kuala Lumpur, si mettano a fare ricerche su Google?

Allora si può soltanto tornare a tacere, e tornare nel solito limbo degli indizi non sufficienti a fare di Massimo Bossetti un assassino, ma, a quanto pare, sufficienti a consentire, ad ogni nuovo fiato di tromba, un nuovo linciaggio mediatico.

E tra questi elementi mai sufficienti, va inserito anche il DNA (che è anzi l’unico elemento non risibile dell’intera vicenda): va inserito tra gli elementi non sufficienti per le ragioni già esposte tante volte, e che oggi vorrei lasciar spiegare a questo articolo pubblicato su Il Chimico Italiano, maggio – giugno 2014, anno XXV, n. 3.

IlChimicoItaliano

La parte finale merita di essere messa in evidenza in maniera chiara:
“Per gli investigatori si tratta di un aiuto importante anche se non sufficiente a collocare temporalmente il soggetto sul luogo del delitto, perché sia un mozzicone che un coltello si possono trasportare, veicolando un DNA estraneo nella scena criminis.
Se non contestualizzata in maniera critica, ogni fonte di prova, anche quella genetica, rischia di palesarsi come mero effetto CSI – ovvero tentativi grossolani di risolvere le indagini con semplici congetture, come appunto si assiste nei serial televisivi, e che spesso conducono a clamorosi errori investigativi destinati a naufragare durante il processo quando, nel dibattimento, durante il contraddittorio tra le parti, si formano realmente le prove”.

Ogni volta, dunque, al cadere dell’ultima news ventilata, si torna bruscamente all’amara realtà: oltre al DNA, inesorabilmente affetto dalle solite problematiche di trasportabilità e non databilità, non c’è un solo indizio univoco, e dunque non c’è un solo indizio, perché per essere tale un indizio deve rispondere a requisiti di gravità, precisione e concordanza.
E questo anche al di là delle problematiche che di per sé pone il processo indiziario (per chiunque volesse approfondire, nel nostro gruppo facebook ci sono stati degli interessanti dibattiti con il Dott.Gennaro Francione): come si diceva ieri, infatti, volendo citare un avvocato titolare della cattedra di procedura penale all’Università di Palermo, “cento indizi non fanno una prova così come cento conigli non fanno un leone ma una conigliera”.
Proprio a proposito di processo indiziario, Gennaro Francione ha citato una parte della sua opera “I dadi di Temi”, in cui l’esito di un processo viene emblematicamente deciso con un lancio di dadi dal giudice: pari colpevole, dispari innocente.

lL CANCELLIERE GIORGIO TRIBOULET(declamando): E come fa giudice a motivare così divinamente, a esprimere le rationes decidendi una volta che ha scelto a caso?
ARMANDO BRIGLIADOCA: Tutto si motiva, mio caro. Io scrivo 100 pagine di una sentenza che fila come un orologio, poi metto la firma e do 30 anni di galera. Peccato che la verità sia un’altra. Il poveraccio incriminato era innocente!
GIORGIO TRIBOULET(al pubblico): Insomma basta rispettare formalmente le forme, fare un esercizio onesto e salutare e accordare il beneficio del tempo. Poi, comunque vada, il verdetto vero o sbagliato che sia… giustizia è fatta!
ARMANDO BRIGLIADOCA: Bravo! Giustizia e aria fritta!

Il punto è che, nel nostro caso, non siamo neppure di fronte ad un processo indiziario, perché i presunti indizi mancano di univocità (o, per dirla in termini giuridici, di precisione), dunque è molto difficile perfino ritenerli indizi.

Così, al cadere dell’ultima news, tutto torna sempre a tacere.
La quiete dopo la tempesta.

Una falsa quiete, però, perché una notizia inserita nel circuito mediatico, quand’anche smentita o smontata, non lascia scampo.
Ed una volta approntato il patibolo, nessuna obiezione potrà fermare il crepitare della mitraglia.

La degenerazione mediatica è stata sin dall’inizio, e continua ad essere, senza precedenti e senza pari, ed anzi continua giorno dopo giorno a raggiungere picchi inusitati, tanto che non si può dar torto a Gianluca Perricone, che in un articolo pubblicato sul suo blog qualche giorno fa con l’emblematico titolo FATTI PRESUNTI SENZA NESSO LOGICO, esordiva con queste parole:

“Continuando di questo passo, si verrà prima o poi a scoprire che il cagnolino ha messo incinta una bastardina e che magari uno dei figli ha anche rubato la merendina ad un compagnetto di scuola”.

Non bastavano, in effetti, cene alla trattoria e lampade solari fatte in un centro estetico vicino alla fermata dell’autobus che prendeva Yara (si dovrebbe dunque supporre che Massimo Bossetti facesse le lampade alle sette del mattino o all’una e mezza del pomeriggio per vedere gli autobus degli studenti, ovviamente ritenendo del tutto credibile che un centro estetico sia aperto in tali fasce orarie?), ci si è voluti spingere perfino oltre nella tragicommedia, fino alle presunte “corna”: quindi, ammesso e non concesso che la notizia possa essere fondata, se un uomo viene tradito dalla consorte ci sarebbero leggi scientifiche o massime d’esperienza attestanti la correlazione ad azioni omicidiarie non rivolte verso le persone coinvolte (come gli amanti) ma verso una terza persona del tutto estranea?

O, molto più verosimilmente, si scava tra i gossip di famiglia e nelle mutande della consorte perché non si trovano altri appigli concreti per avvalorare un castello accusatorio che non sta in piedi?

Certo è che se il “movente” più credibile che si riesce a trovare è proprio questo, il mio augurio di non arrivare al rinvio a giudizio, prima ancora che al sig. Massimo Bossetti, è rivolto alla Procura di Bergamo, che potrebbe uscirne con un’immagine non propriamente entusiasmante.

Nei precedenti articoli ho usato spesso una parola e i suoi derivati.
Mi riferisco alla parola farsa.

Qualcuno potrebbe aver pensato che abbia scelto questo termine nell’intento di muovere una critica pungente alla continua divulgazione di presunti indizi insussistenti e privi di qualsivoglia nesso logico- ma sbaglia: ho usato la parola farsa in senso prettamente storico ed etimologico.
La parola farsa deriva dal Latino farcire, ed inizialmente indicava l’inserzione di intermezzi comici nelle rappresentazioni sacre che si tenevano sul sagrato delle chiese; a partire dal XV secolo, pian piano passò ad indicare un componimento teatrale, che aveva la funzione di rallegrare gli spettatori, specie alla fine di una tragedia.

Se sin dai tempi di Cicerone la penisola italica può vantare un certo primato nella costruzione del mostro in questo caso temo ci si sia spinti davvero troppo oltre, dimenticando anche i lati umani della vicenda, e facendo sfoggio di una grettezza aberrante.

Nella vicenda di Massimo Giuseppe Bossetti c’è un esercito di bambini e ragazzini coinvolti.
La prima in assoluto è Yara, che a distanza di 4 anni non ha ancora trovato una pace adeguata, lasciando i suoi familiari in un limbo assoluto, incolmabile e straziante.
Ci sono i suoi fratelli, di cui uno in particolare è citato anche nell’ordinanza di custodia cautelare del secondo presunto assassino.
A lui credono quando parla di “barbetta” e di “macchina grigia”, non lo fanno quando dice che l’uomo di cui aveva paura sua sorella era “cicciottello” e che non corrisponde alla figura di Massimo Bossetti.

Ci sono le compagne di ginnastica ritmica che il presunto colpevole non l’hanno mai visto in palestra, ma anche a questo dettaglio è dato poco peso, non ha valore ai fini dell’indagine.

E poi ci sono i figli dell’accusato, di 8, 10 e 13 anni, sbattuti da un profilo facebook all’altro senza umana pietà, citati anche nei più squallidi articoli di giornale, in alcuni casi si svelano pure i nomi, non si sa mai che possiate incontrarli e far loro qualche domanda.
Tre innocenti che pagano il prezzo di una società che ha perduto completamente il senno, vigliacca, ipocrita e totalmente incapace di empatia.
Giornalisti, conduttori televisivi, esperti, opinionisti che non si chiedono, nemmeno per un attimo, “E se i figli di quest’uomo accendono la televisione, navigano su internet, s’imbattono su un quotidiano e leggono, vedono, ascoltano ciò che sto dicendo?”.
Arriva, prima o poi, il momento in cui la vita si fa vedere per quella che è e il mondo si svela nella sua bruttura, costringendoci a crescere all’improvviso, nessuno è scevro da questo passaggio, ma il modo in cui tutti questi bambini e ragazzini hanno dovuto impararlo è indecente.
Quei chilometri apparentemente troppo lunghi per l’accusato – sfido chiunque a non aver mai percorso distanze maggiori per evitare il traffico -, per questi giovani sono invece distanze ristrette, visto che da un paese all’altro si conoscono tutti, si sa vita, morte e miracoli, si condividono molte più esperienze che in un quartiere di città.
Encomiabile la famiglia Gambirasio che chiede di pregare per questi figli senza colpa, e necessario sarebbe andare oltre alla preghiera, ricordare, nei fatti, che loro non c’entrano e proprio per questo le lingue dovrebbero smettere di battere a vanvera, le penne dovrebbero aver finito l’inchiostro quando non c’è nulla da dire e la televisione dovrebbe occuparsi d’altro, se ancora sa occuparsi di qualcosa.

Negli ultimi giorni, meditavo sul concetto di famiglia e su come il nostro inconscio collettivo si stia dimostrando “schizofrenico”.
Poniamo che le ipotesi qui ventilate siano giuste e che alla fine scopriremo di aver sempre avuto ragione.
Facciamo finta che l’inchiesta si stia arrampicando sugli specchi e utilizzi il gossip di due famiglie (più tutte le altre satelliti – di fratelli, sorelle, cognati e cognate, con relativa prole) per continuare a battere la pista sbagliata.
Fatto questo, immaginiamo che sia solo una ripicca a muovere determinate scelte e cominciamo a elencare una serie di domande.
È davvero così imperdonabile dichiarare di avere una “famiglia normale”? In caso affermativo, cosa ci sarebbe di male, se alla fin della fiera, le bugie ruotassero intorno a qualche lampada in più, non preventivata dal budget stabilito tra coniugi?
Se in questa, più o meno, famiglia normale, non ci fosse nulla da sviscerare, tranne le solite gelosie, le piccole spese fatte di nascosto per evitare la solita lite, cosa ci sarebbe di tanto sconvolgente?
Se gli amanti di Marita non esistessero, sarebbe così grave, o si potrebbe perdonarle il fatto di essere una bella donna, che trova il tempo per prendersi cura di sé, al di là del piacere che potrebbe procurare ai maschi e dopo (ma anche durante) aver svolto il suo ruolo di moglie e di madre?
Se Massimo Bossetti fosse innocente, dovremmo condannarlo per non aver frequentato i disco-pub, per non avere l’amante cameriera e per il fatto che il sabato sera lo passa con moglie e bambini, anziché al bar coi suoi amici?
Sarebbe tanto brutto se andasse in chiesa, senza per questo essere un integralista cattolico come 3/4 di carta stampata e televisione sembrano aver capito?
Chi scrive non è qui per difendere la morale cristiana, la monogamia o cose di questo tipo.
L’obiettivo di questa riflessione è comprendere, nell’ottica della presunzione d’innocenza di un uomo che vive in un paese che si dice democratico, come mai la società civile, rappresentata dalle istituzioni, si accanisca tanto contro un ideale di vita semplice, fatto di lavoro, casa, scuola, qualche lampada e qualche messa, trascinando con sé la ripicca di modelli deliranti, ove se non si è in grado di dimostrare un delitto, si deve per forza massacrare la vita della gente come il più squallido dei reality show.
E nel dimenticatoio dell’esistenza, tra il pubblico, i volti inermi di chi ha perso una figlia che tutti sembrano aver dimenticato.

Allora, probabilmente questa vicenda si svilupperà e si concluderà secondo i moduli prospettati dal Prof. Giovanni Catalisano nell’articolo “La dimensione umana nell’interpretazione del reato”, pubblicato su Altalex [1], che cito anche nel (temo vano) tentativo di rinfrescare la memoria ad un’ampia schiera di giornalisti italiani:

“(…) il giornalista, pur investito dell’altissimo compito di informazione, deve sempre attenersi, fino a che non intervenga una sentenza di condanna, al principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza dell’imputato e non può tacciare quindi lo stesso di una colpevolezza non ancora accertata. È vero, infatti, che sulla presunzione costituzionale di non colpevolezza dell’imputato prevale l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti di rilievo sociale relativi all’esercizio dell’attività giudiziaria, ma è anche vero che, come affermato dalla stessa Corte europea dei diritti dell’uomo, l’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria non può tradursi nella celebrazione di pseudoprocessi, che inducano la pubblica opinione a “prendere conclusioni” sulla base di quanto viene diffuso dai mezzi di comunicazione di massa, con il rischio ulteriore di una perdita di fiducia nell’autorità giudiziaria, in aggiunta alla violazione della presunzione di non colpevolezza degli accusati.

Non è superfluo ricordare, visto ciò che accade, che la colpevolezza dell’imputato si ritiene accertata quando sia intervenuta una sentenza definitiva con cui sia stata accertata e provata, oltre ogni ragionevole dubbio, davanti ad un giudice naturale, terzo, imparziale, indipendente ed autonomo sulla base delle prove formate in dibattimento, ad eccezione dei casi in cui la prova non si forma in dibattimento, nel pieno contraddittorio tra le parti a cui deve essere garantito di esercitare tutti i diritti ed i poteri che sono diretti all’emanazione di una sentenza frutto di un giusto processo.

Alla luce di quanto detto finora si comprende come pochi siano gli elementi in possesso dei giornalisti che sempre più ritengono di aver già compreso una realtà che ancora è in corso di accertamento e che sarà interpretabile solo quando si saranno accertati i fatti come si sono realmente verificati e non come sono stati presentati all’opinione pubblica dai giornalisti. Sono tantissimi i casi di persone indicate in un articolo giornalistico come colpevoli di un reato che in realtà non vengono ritenute tali dal giudice competente.

Neanche la differenza tra l’essere indagato ed imputato è spesso posta nella giusta cornice comunicativa e, in tal modo, l’opinione pubblica viene spinta verso un’idea piuttosto che un’altra. Ciò ha dato vita alla classica divisione tra “innocentisti” e “colpevolisti”.

In molti dimenticano che non sempre i colpevoli vengono individuati e condannati, tanti sono i casi di detenzione ingiusta che producono richieste di risarcimenti danni che non potranno ridare al detenuto non colpevole il ripristino della reputazione goduta prima del coinvolgimento processuale sfociato nella ingiusta detenzione. In questi casi i giornalisti che avevano riempito intere pagine con le loro osservazioni, sempre in chiave colpevolista, si limiteranno, quando ciò accade, in un piccolo articolo o in un breve servizio televisivo, a comunicare l’errore giudiziario che è avvenuto, nella consapevolezza che l’opinione pubblica, pronta a schierarsi quando si trattava di dichiararsi “colpevolisti” o “innocentisti”, rimarrà indifferente poiché troppo impegnata a discutere il caso del giorno.”

Lo ripeterò dunque per l’ennesima volta: le schifezze che abbiamo sentito su quest’uomo, senza alcun controllo, spesso senza alcun fondamento, per bocca e penna di giornalisti e opinionisti sputasentenze tronfi di presuntuosa ignoranza, sono sintomo di un imbarbarimento collettivo che la nostra civiltà e le nostre coscienze non possono tollerare.

Dove sono finiti, rispettivamente, i garantisti, l’Ordine dei Giornalisti e il Garante della Privacy?

Dice bene il Catalisano, e in fondo un tale modus operandi è tipicamente da noi: prima si sputano le sentenze sulle pagine dei giornali e nei palinsesti televisivi, poi, quando i casi si concludono con proscioglimenti e assoluzioni, un breve trafiletto e tutto finisce così.
Tanto, il popolino sarà già impegnato a crocifiggere il nuovo mostro di turno, vero o falso che sia.

Ed ecco che sul vecchio “mostro”, sulla cui vita erano stati avventatamente posti i sigilli, viene fatto calare in fretta e furia il sipario dell’indifferenza, dopo averlo distrutto nel fisico, nella mente, nella dignità, dopo averlo ucciso e sepolto, lasciando in suo ricordo una lapide con sempre la stessa scritta prestampata: “Uno dei tanti”.

Come da protocollo, come una comparsa priva perfino della dignità del proprio nome nei titoli di coda.

Ma nello svolgersi di questo ennesimo spettacolo che stride con la civiltà ed il buon senso, non possiamo dimenticare neppure che da ormai 75 giorni un uomo che si dichiara innocente è in carcere.
Qualche giornalista ha solertemente spiegato a beneficio del popolo intero perché Massimo Bossetti deve stare in carcere: noi, oggi, alla luce dell’istanza di scarcerazione che verrà presentata a breve dai difensori, vogliamo spiegare invece perché non dovrebbe starci.

istanza-scarcerazione

Sulla custodia cautelare in carcere di per sé si potrebbero versare fiumi di inchiostro, sia in relazione ai concreti modi di applicazione attuale che tendono a renderla, contra legem, del tutto indistinguibile nei contenuti da una pena detentiva, sia prospettando qualche possibile profilo di incostituzionalità con riguardo agli artt. 13 e 27,2 Cost., ma in queste sede, per non risultare dispersivi, limitiamoci ad una considerazione: nell’articolo che ho inserito ieri, tratto dal blog di Emilio Quintieri, viene spiegato molto bene come la carcerazione preventiva dovrebbe essere usata unicamente come extrema ratio, cioè solo laddove tutte le altre misure cautelari siano inidonee a prevenire pericolo di fuga/inquinamento delle prove/reiterazione del reato.

Posto che nel nostro caso la custodia cautelare è stata disposta sulla base di un preteso pericolo di reiterazione del reato, avevo già fatto qualche considerazione in proposito, sottolineando come sembrino mancare i presupposti de iure e de facto.

Infatti, l’art. 274 del codice di procedura penale, rubricato “Esigenze cautelari” dispone in relazione alla pretesa possibilità di reiterazione del reato che questa possa sussistere:

“…per la personalità della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato, desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali”

Il signor Massimo Bossetti risulta però incensurato e non risultano valutazioni psicologiche che ne abbiano dimostrato ferocia tale da “commettere gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale”; inoltre, quand’anche Bossetti fosse colpevole, il delitto non è stato reiterato per quattro anni e appare dunque del tutto inverosimile che la reiterazione possa avvenire ora con gli occhi della Procura e di 60 milioni di Italiani puntati addosso.

Dalla lettura dell’ordinanza sembra emergere come per disporre la custodia cautelare in carcere il GIP abbia provato a fare una valutazione psicologica (ritenendo l’indagato “privo di freni inibitori”), basata non su comportamenti o atti precedenti verificati, essendo il soggetto incensurato, ma esclusivamente sull’addebito di un fatto di reato in relazione al quale l’indagato è coperto dalla presunzione d’innocenza.

Sembra insomma agitarsi nell’ordinanza lo spettro del concetto di “pericolosità sociale”, esito di teorie in larga parte datate e sconfessate, di ascendenza lombrosiana.

Questa problematica è oggi generalmente affrontata con riferimento alla disposizione di misure di sicurezza, perché di norma è proprio in questo frangente che, a livello codicistico, se ne parla.

Il concetto di “pericolosità sociale” del reo prese piede a cavallo tra ‘800 e ‘900 come esito della traduzione in schemi giuridici di un indirizzo criminologico dell’epoca, propugnato dalla cosiddetta Scuola Positiva.

Secondo questa teoria, le origini del fenomeno criminale andavano ricercate nell'”uomo delinquente”, cioè nelle caratteristiche biologico-somatiche dei singoli individui.

Questa concezione aveva chiaramente dei risvolti illiberali del tutto inaccettabili, in quanto consentiva al giudice un arbitrio incontrollabile, e pertanto finì per cadere vittima dei propri stessi eccessi, tanto che diversi Autori che muovevano da premesse criminologiche di questo tipo (come il penalista tedesco Franz Von Liszt) finirono per prendere le distanze dalle spinte illiberali del modello positivistico, riaffermando il valore universale dei principi, di ascendenza illuministica, dello stato di diritto come imprescindibile punto di partenza.

Le teorie della “pericolosità sociale” erano tanto eccessive da aver influenzato poco perfino le nostre codificazioni d’epoca fascista: il concetto di pericolosità sociale è stato infatti recepito dal codice Rocco ma in modo tutto sommato “debole” (almeno per l’epoca), profilandosi quasi sempre, per aversi dichiarazione di pericolosità sociale, l’esigenza della commissione di un fatto di reato concreto.

Attualmente, quando si parla di pericolosità sociale (come ho anticipato, in relazione alle misure di sicurezza) sorgono inevitabili problemi dottrinali.
Questo perché “la stessa categoria concettuale della pericolosità sociale attraversa una gravissima crisi: è fortemente dubbio che il giudice (…) possa prognosticare come “probabili” futuri comportamenti devianti di questo o quel soggetto (…)”. [2]

Fatta questa premessa, ciò che vorrei evidenziare è che in tale frangente non si parla di misure cautelari, ma di misure di sicurezza, disposte dopo l’accertamento processuale della effettiva commissione di un determinato reato.

A norma dell’art. 202,1 c.p., infatti, “le misure di sicurezza possono essere applicate soltanto alle persone socialmente pericolose, che abbiano commesso un fatto preveduto dalla legge come reato”.
Ancora, in relazione alle misure di sicurezza disposte per soggetti imputabili, si pensi ai commi 1 e 2 dell’art. 216 c.p. che fa riferimento a:
“coloro che sono stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza; coloro che, essendo stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza, e non essendo più sottoposti a misura di sicurezza, commettono un nuovo delitto, non colposo, che sia nuova manifestazione della abitualità, della professionalità o della tendenza a delinquere”

Se sorgono problemi in questi casi, secondo recenti orientamenti criminologici, poiché è pressoché impossibile e rischia di risultare arbitrario ogni tentativo di  prognosticare come “probabili” futuri comportamenti devianti di questo o quel soggetto, come è possibile azzardare una tale prognosi in capo ad un incensurato coperto da presunzione di innocenza per un delitto in relazione al quale non è stato ancora accertato il suo coinvolgimento?

Se a tanti la possibilità che Massimo Bossetti non sia colpevole pare arrecare un certo disagio, non da ultimo perché questo implicherebbe il fatto che il colpevole non sia stato ancora individuato, come recentemente dichiarato all’Adnkronos dal Dott. Ezio Denti questa consistente parte dell’opinione pubblica “si dovrà ricredere, perché contro un sospettato servono prove”.

Alla luce di queste considerazioni e delle indiscrezioni mostranti un’indulgenza al gossip che lascia, nel contempo, basiti ed amareggiati, non posso che concludere con un appello, ironico ma non troppo: se nulla di concreto emerge a confortare la valenza probatoria del DNA (ricordiamolo, riscontrato in una traccia unica, quantomeno anomala se si suppone che il killer si sia ferito un dito durante l’aggressione) e vengono presentati come indizi di un grave delitto lampade solari, presunti episodi di infedeltà coniugale, celle telefoniche agganciate dal paese di residenza, furgoni senza targa visibile e di modello diverso dal proprio ripresi in un paese limitrofo e cene in trattoria, allora temo che potremmo essere tutti colpevoli.

A questo punto, direi che abbiamo trovato finalmente la soluzione per il sovraffollamento delle carceri: è semplice, basta sottoporre tutti a carcerazione preventiva.
Se venissimo sottoposti tutti a custodia cautelare, infatti, l’intera penisola potrebbe diventare il posto in cui eseguire la misura cautelare stessa.
Basterà recintarla e sorvegliarla a dovere e così, finalmente, potendo questa soluzione garantire a tutti uno spazio vitale adeguato, la Corte di Strasburgo la smetterà una buona volta di condannare l’Italia per le disumane condizioni delle nostre carceri.
Con questo semplice stratagemma, come si suol dire, prenderemmo due piccioni con una fava: in fondo, cosa mai potremmo chiedere di più?


1- http://www.altalex.com/index.php?idnot=50507

2- Manuale di Diritto Penale. Parte Generale, G. Marinucci – E. Dolcini, Giuffrè Editore