C’è una testimone che scagiona Bossetti

Un muratore rumeno, ha fatto lavoretti a casa Gambirasio e ha un furgone bianco.
Nel 2010 raccontava di avere una ragazza molto giovane, minorenne, che viveva in provincia di Bergamo, faceva la “danzatrice” e si chiamava Yara.
Sembra l’identikit perfetto dell’alter- Bossetti.
E, come lui, non va criminalizzato. Ma la storia va raccontata.
E’ dai difensori di Bossetti che arriva la notizia di un’indagine difensiva che ha rintracciato una testimone “molto attendibile”, la quale ha parlato, nella sua deposizione, del giovane muratore rumeno.

La testimone, una signora di una certa età, lo aveva conosciuto quando lui cercava una stanza dove alloggiare. Non si sa, per ora, in quale città. Prima di aver perfezionato l’accordo (complicato dal fatto che il ragazzo rumeno voleva anche spostare a casa della signora la residenza), il giovane muratore un paio di volte le aveva chiesto la possibilità di ripulirsi o fare una doccia. Le aveva anche raccontato di questa ragazza, che lui rispettava, tanto che mostrava un medaglione e giurava “sul suo dio” che mai l’avrebbe toccata finché lei non fosse stata maggiorenne.
Ma come mai si chiama Yara, aveva chiesto la signora incuriosita, è straniera? No no, aveva risposto lui, è di Bergamo, anzi di un paese vicino a Bergamo. E’ una danzatrice, aveva aggiunto, fa ginnastica e vince premi con le sue compagne.
Il ragazzo dice anche che lui e Yara si vedevano di nascosto dalla famiglia, anche perché tra loro c’era una certa differenza di età.

Questi discorsi erano avvenuti tra settembre e novembre del 2010. Il 26 novembre, proprio il giorno in cui la ragazzina sparì, il muratore rumeno chiama la signora, chiede se può andare da lei a fare una doccia perché è in partenza per la Romania e prima deve andare a salutare la sua ragazza. Poi parte con un’altra persona. Il giorno dopo chiama la signora per dire che è arrivato bene, ma lo fa in modo frettoloso e con un tono brusco che non aveva mai avuto, poi chiude la telefonata. La sua interlocutrice, stupita per il tono e per la fretta, lo richiama, ma trova una segreteria estera. Nel frattempo nelle valli bergamasche tutti cercano Yara. Quando la nostra testimone apprende la notizia della sparizione fa due più due e deduce che i due ragazzi siano scappati insieme, che abbiano fatto la “fuitina”.

Tre giorni dopo però, quando apprende dell’arresto scenografico in mezzo al mare del muratore marocchino Fikri, immagina che gli inquirenti siano fuori strada e abbiano fermato un innocente. Che cosa fa dunque? Quello che viene in mente a una persona non pratica di questure e palazzi di giustizia. Ferma un carabiniere per strada, ingenuamente gli dice “avete arrestato un innocente”, lui la invita ad andare a deporre, lei si scoccia e gli fornisce le proprie generalità, il numero di telefono e l’indirizzo. Che caratterino! Se vi interessa, sapete dove sono, chiude. Non sarà mai una testimone, nessuno la chiamerà.

Si farà viva di nuovo nei mesi scorsi, quando, dal suo punto di vista, un altro innocente finirà in carcere, Massimo Bossetti. Questa volta impugna carta e penna e scrive all’avvocato.
Così nascono le indagini difensive, incontri diversi nel corso delle settimane,decine di viaggi all’estero del dottor Denti, il criminologo che assiste l’avvocato Salvagni nella difesa di Bossetti. Il muratore rumeno è individuato, anche se non ancora contattato. Il resto è ancora notizia riservata. Ma interesserà tutto ciò gli inquirenti, o sono così affezionati alla propria ipotesi inquisitoria da non avere nessuna curiosità?

Intanto arrivano i risultati ufficiali delle perizie disposte su una serie di oggetti sequestrati a Massimo Bossetti, dall’auto al furgone al telefonino: tutti negativi, da nessuna parte ci sono tracce di Yara. Nei confronti del muratore bergamasco rimane solo la prova del dna. Che è parsa troppo poco persino agli inquirenti, tanto che hanno lasciato scadere il termine di 180 giorni entro cui avrebbero potuto far celebrare il processo con il rito immediato. E Bossetti è in custodia cautelare da sette mesi.

di Tiziana Maiolo
Fonte: Il Garantista
URL: http://ilgarantista.it/2015/01/17/ce-una-testimone-che-scagiona-bossetti/

Annunci

Torturatelo, torturatelo, vedrete che alla fine parlerà (di Tiziana Maiolo)

Riporto molto volentieri un articolo a firma di Tiziana Maiolo pubblicato stamane sul Garantista.
Nei prossimi giorni torneremo all’analisi della vicenda del caso Yara-Bossetti alla luce delle novità più importanti.
Prima di lasciarvi all’articolo della Maiolo, inserisco una breve anticipazione e considerazione: negli ultimi giorni, guardacaso a ridosso dell’interrogatorio previsto per ieri 24 novembre, nel quale Massimo Bossetti si è avvalso (e ha il pieno sostegno di chi scrive) della facoltà di non rispondere, era circolata la notizia secondo la quale una “supertestimone”, già nota all’epoca dei fatti, avrebbe riconosciuto in Bossetti uno degli uomini della sua testimonianza, ossia due uomini che, il giorno del delitto, avrebbe visto aggirarsi nei pressi dell’abitazione della piccola Yara.
Avevo provato a recuperare da fonti dell’epoca la testimonianza, notando non senza un certo sconcerto come facesse riferimento ad un uomo “robusto e tarchiato”: in definitiva, l’esatto opposto di Massimo Bossetti!
Come ormai abbiamo appreso, però, le bufale hanno le gambe corte, ed è così che ieri pomeriggio, nel corso de La Vita in Diretta, Lucilla Masucci ha intervistato telefonicamente la “supertestimone” la quale ha smentito categoricamente di aver mai dichiarato che l’uomo da lei visto fosse Bossetti.

La signora ha detto che l’individuo visto da lei era castano, non biondo, aveva il viso squadrato e… non era Bossetti.
Si è mostrata anche molto molto contrariata e ha detto di voler agire contro quei giornali che le hanno attribuito frasi inventate di sana pianta.

Appare dunque chiaro, a chi scrive, come si sia trattato dell’ennesimo episodio di notizia falsa diffusa ad arte al fine di esercitare indebite pressioni psicologiche sull’indagato.
Che la prassi sia questa, è stato d’altro canto affermato proprio ieri anche dai difensori del signor Massimo, i quali hanno espresso rabbia denunciando le “inaccettabili pressioni”- finalizzate ad ottenere una confessione- alle quali il signor Massimo sarebbe costantemente sottoposto, anche da parte di addetti alla sua custodia.

Qualche mese fa scrissi un intero articolo incentrato sulla fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen: alla luce degli sviluppi odierni, che mostrano una Procura ancorata alla flebile speranza di una confessione da estorcere in qualsiasi modo, credo si possa ormai dire con certezza che al nostro “re nudo” non siano rimaste neppure le mutande.
I difensori di Bossetti hanno detto che è arrivato il momento di finirla con l’atteggiamento collaborativo, e di certo non gli si può dar torto, posto che i contenuti del penultimo interrogatorio (che verteva, per giunta, sulla vita intima dell’indagato), furono dati in pasto ai giornali spingendo perfino il Garante della Privacy ad intervenire.
E’ evidente che il presunto “cavallo di battaglia” della pubblica accusa sia un cavallo zoppo, ed è altrettanto evidente che la Procura di Bergamo ne sia consapevole quanto me e i miei quattro lettori: è questa l’unica spiegazione alla tortura psicologica che Bossetti subisce da oltre cinque mesi a questa parte.
E allora ben venga la scelta di Bossetti di avvalersi della facoltà di non rispondere, tutelando in questo modo la sua presunzione d’innocenza e la sua dignità umana: e se la Procura vuole delle prove, se le cerchi… Ammesso che ci siano e non abbia preso -come qui sempre ipotizzato- un grosso, grosso granchio…
In attesa della prossima analisi, vi lascio all’articolo della Maiolo,

Alessandra Pilloni


Torturatelo, torturatelo, vedrete che alla fine parlerà (di Tiziana Maiolo)
Da Il Garantista, 25 novembre 2014

Se stanno sperimentando sulla cavia Bossetti una lenta forma di tortura che dovrà portarlo a una sorta di ritrovata pena di morte, lo dicano chiaro. Non si spiega diversamente il trattamento riservato al muratore bergamasco, unico sospettato dell’omicidio di Yara Gambirasio. Bossetti è in carcere da cinque mesi (di cui quattro trascorsi in isolamento totale) senza che sia stato ancora neppure chiesto il rinvio a giudizio. Si dichiara estraneo al delitto.

Fino a ora non esiste nei suoi confronti la “pistola fumante”, non c’è movente né arma del delitto. C’è l’esame del dna, e non è poco. Ma i magistrati non si decidono a chiedere il giudizio immediato, cioè quel rito processuale che consente di abbreviare i tempi, andando subito al dibattimento quando si ritiene si avere in mano solide prove. Ma ci sono le prove?

Così, mentre è ancora avvolta nel mistero la morte della ragazzina di Brembate, si avvicina la data che segna il triste ricordo del giorno in cui lei sparì, il 26 novembre di quattro anni fa. Un anniversario che forse il Pubblico Ministero pensava di ricordare con un colpo di scena, visto che si è presentata al carcere ieri mattina accompagnata da uno squadrone di investigatori degno delle grandi occasioni dal comandante del nucleo investigativo dei carabinieri al capo della squadra mobile di Bergamo fino a un certo numero di dirigenti del Ros e dello Sco. Che cosa significa questo schieramento? È motivato solo dalla necessità di mostrare unità tra gli investigatori, quella che non c’è stata nel corso delle prime indagini e tanti danni ho portato ai risultati?

O forse la rappresentante della Pubblica Accusa sperava nell’agognata confessione dell’indagato, che le avrebbe consentito di esibirla nell’anniversario della sparizione di Yara? Alle proteste dei difensori di Bossetti, che a quel punto si è avvalso della facoltà di non rispondere, è uscito subito allo scoperto il procuratore capo di Bergamo Dettori, che si è affrettato a rinnovare la fiducia nei suoi sostituti.

Il che pare alquanto singolare, visto che si tratta di persone da lui delegate e che della fiducia del capo dovrebbero godere sempre, senza bisogno di pubbliche manifestazioni. Rimane il fatto che le pressioni psicologiche sull’indagato perché confessi qualcosa che lui dice di non aver commesso si fanno sempre più insistenti. Una forma di tortura che abbiamo riscontrato solo nei processi contro la criminalità organizzata. Con risultati spesso tragici, con persone che hanno accusato altri, ma anche se stessi, per delitti non commessi.

Se l’esame del dna, unico indizio finora raccolto contro Bossetti, viene ritenuto sufficiente, si vada in giudizio. Altrimenti si proceda almeno alla scarcerazione. Ma le indiscrezioni che escono dagli inquirenti ci dicono che loro stessi hanno troppi dubbi.

Dopo aver detto ai quattro venti che il furgone di Bossetti era sicuramente in zona il giorno in cui Yara sparì, ora si scopre che stanno esaminando altre decine di furgoni simili. Nessuna spiegazione viene data inoltre al fatto che i tagli trovati sul corpo della ragazzina sono stati effettuati da diversi coltelli, forse impugnati da diverse persone, E come mai gli indumenti di Yara non sono tagliati nei punti corrispondenti alle ferite sul corpo?

E ancora: dove è morta Yara e di che cosa? Non per le ferite, forse di freddo. Ma il suo corpo è stato ritrovato supino, con braccia e gambe allargate e distese. Chi muore di ipotermia al contrario in genere si rannicchia, per proteggersi. E ancora non ci sono le analisi sui peli (senza bulbo, però) trovati vicino al suo corpo. Così come non si sa se ci sono tracce di Dna della ragazza sul furgone e l’auto di Bossetti. Evidentemente no, altrimenti un argomento così forte sarebbe stato già strombazzato ai quattro venti. E allora? E allora non resta che la speranza della confessione. Che i magistrati vogliono raggiungere a ogni costo.

Che cosa significherebbe se no il fatto che a Bossetti siano stati negati colloqui straordinari con i figli? Chi conosce il carcere sa quanto siano importanti per il detenuto i rapporti con il “fuori”, in particolare con la famiglia. Se si recidono quei legami, il carcerato entra in depressione, diventa più fragile, quindi più malleabile, più disponibile. È forse su questo che puntava il Pm Ruggeri quando, alle dieci del mattino, ha bussato al portone del carcere di Bergamo con il suo squadrone. Cosa da chiamare con urgenza Amnesty International.